Radio_Blackout

Il progetto di dare vita ad una radio libera ed indipendente nasce nell’estate del 1992 dall’insieme di varie realtà del movimento torinese: il collettivo universitario FalsoSpettacolo, il collettivo autonomo, alcune individualità anarchiche e qualche cane sciolto decidevano infatti di comprare la frequenza FM 105,250, dando vita al sogno perseguito fin dagli anni ‘70, una radio libera a Torino.

  • #niscemi. Il baratro
    https://radioblackout.org/2026/01/niscemi-il-baratro

    La #frana tornata attiva con le piogge torrenziali di questi giorni aveva già portato a crolli ed evacuazioni nel 1997, quasi vent’anni fa.Oggi nuovi crolli e nuovi sfollati sono il segno delle responsabilità politiche di chi ha puntato sulla militarizzazione di un territorio, abbandonato all’incuria.Mentre le case cadono una dopo l’altra come castelli di carta […]

    #L'informazione_di_Blackout #muos
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/2027-01-27-niscemi-mazzeo.mp3

    • La vulnerabilità di Niscemi e il fragoroso silenzio che circonda la base militare Usa e il Muos

      Il dibattito pubblico sulle conseguenze del ciclone Harry si è concentrato poco o nulla sulla presenza della #Naval_radio_transmitter_facility. Dalla sua costruzione, nel 1991, il disboscamento dell’area è invece stato massiccio, aggravando le condizioni di fragilità idrogeologica. Il movimento #No_Muos denuncia da decenni l’incompatibilità tra quel delicato ecosistema e la presenza di un’infrastruttura che occupa quasi 20 chilometri quadrati.

      A un mese dalla frana di Niscemi del 25 gennaio resta una voragine nel dibattito pubblico. Riguarda la militarizzazione permanente degli Stati Uniti, scomparsa dai radar. Eppure si tratta di una vicenda attualissima che si lega al collasso territoriale osservato dall’alto a fine febbraio anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

      Lo dimostra una data recentissima: 15 settembre 2025, quando la Regione Sicilia autorizza con decreto una richiesta proveniente dalla base militare statunitense Naval radio transmitter facility (Nrtf) per “erosion mitigation measures Niscemi”, opere di manutenzione straordinaria per consentire “un corretto deflusso delle acque meteoriche” che “evitino ulteriori fenomeni erosivi”.

      Quel provvedimento prova come l’assessorato regionale avesse ripreso visione in tempi ravvicinati del rischio erosivo della zona. Sollecitato dagli interessi privati a cui premeva mettere in sicurezza il perimetro della Nrtf, l’amministrazione pubblica non ha però, evidentemente, posto l’attenzione sui rischi per la popolazione civile e per l’integrità strutturale del paese, in previsione dell’autunno e delle piogge della stagione successiva.

      La Nrtf è stata costruita nel 1991, sei anni prima di un’altra frana che aveva già stravolto Niscemi nel 1997. Va considerato che le installazioni militari statunitensi in Italia negli anni Ottanta e Novanta venivano spesso autorizzate tramite accordi bilaterali con la Nato, senza uno studio di impatto ambientale o paesaggistico. Ciò implica che la documentazione pubblica non fornisce dati ufficiali consultabili sugli ettari di sughereta disboscati per la sua costruzione.

      La prima Valutazione di incidenza ambientale (Vinca) arriva solo nel 2008 per il Mobile user objective system (Muos), il sistema satellitare di comunicazioni militari installato a partire poi dal 2015 dentro la Nrtf. La presenta la Marina Usa alla Regione Sicilia, come a quel punto prevede la legge per un Sito di importanza comunitaria (Sic ITA050007) e una Zona di protezione speciale (Zps ITA050012) quale era diventata la sughereta nel 1997, e arriva dunque 17 anni dopo la costruzione della base e 11 dopo la prima frana.

      È in quel periodo che la società civile comincia a organizzarsi e a promuovere un confronto partecipato sulle conseguenze della militarizzazione sia sulla salute delle persone sia su quella del territorio. Il movimento di attiviste e attivisti sorto nel 2008 (No Muos) ha sempre denunciato l’incompatibilità tra la vulnerabilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’ecosistema e la presenza di “un’infrastruttura militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo Da Vinci di Fiumicino (17 chilometri quadrati), collocato dentro e ai margini di un’area protetta” come la Riserva naturale orientata sughereta di Niscemi.

      “Nelle comunicazioni ufficiali sull’emergenza non compare alcun riferimento alla stabilità dei versanti interni e limitrofi alla base militare, agli effetti delle opere militari sul quadro geologico complessivo, né a verifiche indipendenti sulle infrastrutture del Muos”, ha denunciato il movimento a fine gennaio di quest’anno.

      Nel 2011, infatti, in una zona già occupata dalla Nrtf e dal petrolchimico di Gela poco distante -oggi riconosciuto dallo Stato come “area di crisi industriale complessa”-, la rete dei comitati No Muos ha commissionato a esperti esterni alla Regione e al governo statunitense una valutazione dei rischi indipendente. “Il progetto prevede che la stazione trasmittente Muos venga realizzata all’interno di una zona naturalistica protetta, il che impone di valutare anche le conseguenze delle emissioni sull’ambiente circostante” si legge al punto “d” della relazione stilata da Massimo Zucchetti, professore ordinario di Protezione dalle radiazioni al Politecnico di Torino e del consulente esterno Massimo Coraddu del Dipartimento di Energetica sempre al Politecnico di Torino.

      Da quel momento il comitato si costituisce come un presidio di tutela e rivendicazione dei diritti della cittadina e delle aree vicine. Come si legge nel documento pubblicato a fine gennaio “la frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione oltre 1.600 persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità. Il nostro Comune è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: consumo di suolo, abbattimento di alberi, l’assenza strutturale di una seria pianificazione, infrastrutture abbandonate, trasporti pubblici precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente e a una rete stradale cronicamente a rischio”.

      Le scelte politiche attuate in Sicilia hanno storicamente privilegiato un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili, basti pensare, ancora, alla Naval air station Sigonella (Nas Sigonella), altra base della Marina statunitense, situata in prossimità della città metropolitana di Catania e utilizzata dalla Nato, in particolare per il sistema di sorveglianza Alliance ground surveillance (Nagsf).

      Sono territori soggetti ad altrettanta erosione sociale, “la militarizzazione produce anche un effetto economico e sociale diretto: nessuno investe in un territorio trasformato nella ‘portaerei naturale al centro del Mediterraneo’, come è stata definita per anni dalla retorica militarista italiana”, spiegano nel comunicato.

      “La desertificazione, in senso ampio, è la conseguenza della militarizzazione. Niscemi vive da anni in una condizione di sovranità sospesa: decisioni imposte, terre sacrificate, popolazione esposta ai rischi, dissenso criminalizzato e al contempo opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali che sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza. La frana di oggi è anche il prodotto di questa storia”, concludono, rendendo esplicito il doppio standard della logica bellica e coloniale: il territorio civile, occupato e defraudato, viene privato della cura istituzionale mentre la base militare, occupante, viene messa in sicurezza.

      Come scrive a fine gennaio Legambiente Sicilia, “l’area di cui si parla è inserita nel Pai della Regione come rischio geomorfologico 3 e 4, che sono i massimi gradi di rischio, quelli, cioè, che dovrebbero indicarci la necessità di intervenire per mitigare quanto più possibile la possibilità del rischio stesso”.

      Il precipizio creato dalla frana e lungo quattro chilometri si trova a Ovest della cittadina, dalla parte opposta rispetto alla zona in cui si staglia la Nrtf, tuttavia come fa notare Fabio D’Alessandro -programmatore informatico e attivista No Muos- “sicuramente condividono una cosa: il territorio, che vuol dire, molto semplicemente, che quando è stato installato il Mobile user objective system, a netto di tutte le contestazioni documentate dal comitato, qualcuno con responsabilità politica ha giurato e spergiurato che quest’area fosse sicura e adeguata” e aggiunge “ad oggi possiamo solo sapere con certezza che negli anni Novanta c’è stato un disboscamento pesante che ha portato un terreno già fragile all’impossibilità di assorbire le grandi quantità d’acqua delle piogge torrenziali provocate dai cambiamenti climatici, come quelle causate dall’uragano Harry a fine gennaio; per cui mentre noi abbiamo sempre detto che bisognava piantare alberi o salvaguardare gli alberi già esistenti, la strategia è stata persino di distribuire con continuità diserbanti e non fare più crescere neanche l’erba”.

      https://altreconomia.it/la-vulnerabilita-di-niscemi-e-il-fragoroso-silenzio-che-circonda-la-bas