#éboulement

  • Calabria, un #manifesto per «normalizzare #San_Luca»: esperti e cittadini immaginano insieme un presente diverso

    Su San Luca (Reggio Calabria), dalle cronache spesso associata alla ’ndrangheta, pesano gravi pregiudizi che emarginano i suoi cittadini e aumentano la sfiducia nello Stato. Anna Sergi e Francesco Donnici raccontano l’iniziativa del «Manifesto con San Luca», nata per coinvolgere abitanti, esperti e rappresentati della società civile in una riflessione collettiva che possa eliminare lo stigma e portare a un cambiamento

    San Luca (Reggio Calabria), cittadina di circa tremila abitanti ai piedi dell’Aspromonte, è nota ai più per le cronache che la associano alla storia di “mamma” ‘ndrangheta. Nei giorni scorsi, una delle voci autorevoli del paese, commentando l’ennesimo blitz di alcune emittenti televisive, scriveva: «Per anni San Luca è stata descritta come il luogo delle tenebre. Oggi gli stessi ambienti che hanno contribuito a costruire quell’immagine spiegano che bisogna superarla». Tale atteggiamento, in questa visione critica, viene descritto dalla stessa autorevole voce come sintomo di una «perfetta economia circolare della narrazione». Un’espressione che sintetizza il sentimento di una popolazione spesso illusa e delusa, quando non usata, dalle tante voci avvicendatesi, nel bene e nel male, in iniziative finalizzate a sconfiggere “mostri” alimentati per essere utilizzati a favor di telecamera.

    A San Luca è sorta un’iniziativa che mette al centro il dialogo con le persone; con i suoi cittadini: non per narrarli, ma per provare a essere cassa di risonanza di voci concepite come parte di un tutto più ampio. Ne è nato un documento politico intitolato “Manifesto con San Luca”. Il Manifesto non vuole dare risposte univoche, ma linee guida, spunti di riflessione e pratiche sociali per interpretare e reimmaginare il presente di queste realtà. Si vuole rivolgere principalmente ai cittadini di San Luca e della Locride, poi ai calabresi tutti. La classe politica e amministrativa locale e della regione Calabria è il target diretto, giornalisti, analisti e forze dell’ordine altrettanto.

    L’iniziativa, ancora in divenire, è presentata con la formula del “Manifesto” perché è una sintesi delle riflessioni raccolte tra cittadini, esperte, ricercatrici, docenti, ingegneri e quante più persone vivono e conoscono il territorio calabrese e si siano sentite di offrire con gratuità il proprio contributo alla costruzione di un testo che potesse essere preludio a una riflessione collettiva e condivisa. Il percorso del Manifesto è iniziato nei primi mesi del 2026 e si è servito dei metodi della ricerca sociale in ambito criminologico per iniziare a mettere su una massa critica di opinioni: individuati gli esperti (calabresi), si sono fatte delle brevi interviste con loro; visite al paese, spesso preannunciate sui social, e coadiuvate anche dalla Caritas locale, hanno permesso di interfacciarsi con la popolazione su alcuni punti di primario interesse.

    In altre parole, il “Manifesto con San Luca” aspira a incarnare un soggetto collettivo che apre a una riflessione più ampia sulle sorti delle “aree interne montane” e della Calabria, riconoscendo e non smentendo l’esistenza di taluni problemi, come può essere la presenza e operatività di storici clan di ‘ndrangheta originari del territorio. L’obiettivo, anche in questo caso, non è però quello di prestarsi a strumentali apologie di mafia, né di ridurre la ‘ndrangheta a semplice questione criminale da risolvere, bensì, è scritto, «di prendere coscienza di quali fattori, all’interno delle stesse comunità e delle istituzioni, facilitino il riprodursi e ripresentarsi della ‘ndrangheta»: l’assenza di uno Stato affidabile, la mancanza di opportunità, la marginalità geografica, la frammentazione sociale, la rassegnazione, il silenzio, l’ambiguità delle posizioni individuali, le narrazioni appiattite su certi stereotipi, sono solo alcuni esempi. San Luca viene chiamato in causa come “laboratorio” dell’esistente, non come oggetto di un esperimento, ma perché è una rappresentazione in piccolo di problemi riscontrabili anche altrove, spesso nemmeno reali, ma frutto di percezioni esterne, anche distorte.

    «Normalizzare San Luca»

    A settembre 2023, proprio in un’intervista pubblicata sulle pagine de lavialibera, Bruno Bartolo, ultimo sindaco eletto della cittadina prima del più recente commissariamento del Comune avvenuto circa un anno dopo, dichiarò che il suo obiettivo era quello di «normalizzare San Luca». Il paese, secondo il primo cittadino insediatosi il 27 maggio 2019 dopo una lunga stagione di scioglimenti e commissariamenti, veniva raccontato come un’anomalia e tale racconto rischiava di distrarre dai “normali” problemi che San Luca condivide con tante aree simili. Su tutti, mancanza di lavoro, di luoghi di incontro e confronto permanenti, di iniziative dello Stato che non siano solo un “mordi e fuggi” spesso tradotto in tanti progetti “non finiti” che affollano il panorama e gli archivi del municipio. «I sanluchesi sono in credito con lo Stato fin dall’alluvione che devastò il territorio nel 1973», diceva ancora Bartolo riassumendo un lunghissimo periodo di mancanze che hanno finito per scoraggiare anche i più volenterosi dall’assumersi il compito di rappresentare la “cosa pubblica” sul territorio.

    Cosa pubblica che nel frangente è diventata “cosa di nessuno”, tra l’incuria e l’assenza di progettazione. Di fatti, «la ‘normalizzazione’ del paese passa dai suoi servizi», come poteva essere la strada che porta al Santuario di Polsi, tanto impraticabile da inibire la celebrazione dello storico pellegrinaggio verso la Madonna della Montagna nel 2025, o l’istruzione, come l’ex sindaco aveva scritto (insieme agli omologhi di Platì, Africo e Careri) nella lettera inviata al ministro Giuseppe Valditara, per chiedere un intervento strutturale su scuola e lavoro, tale da togliere i giovani dalla strada incentivando un «comune percorso di antimafia legato a specifici progetti che fanno perno su una scuola qualificata e realmente formativa». Se fosse riuscito in quest’opera di “normalizzazione”, l’ex sindaco avrebbe valutato di ricandidarsi. Così non è stato e all’esito di una tornata elettorale senza liste e candidati, le sorti del Comune sono state affidate a una commissione straordinaria.

    Missioni e Fondazioni

    Nel mentre, a carico di Bartolo e altri è stata aperta un’indagine legata alla concessione dello stadio comunale e all’assegnazione degli spazi nell’area mercatale del Santuario di Polsi, che ha gettato nello sconforto una popolazione sentitasi accerchiata dagli organi inquirenti. Ma non è tutto. Nel giugno del 2024, la Commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo si era recata in missione a San Luca. Una visita che ha lasciato in dote soltanto una foto di dubbio gusto scattata dai parlamentari sotto il vecchio cartello d’ingresso al paese – non più esposto sulla pubblica via – forato dai colpi delle lupare e una relazione di 32 pagine «non esenti da retorica» come scritto da Pablo Petrasso su LaC news.

    Nel documento, al classico racconto sulla ‘ndrangheta e sulla cultura mafiosa che influenza i giovani, venivano accostate considerazioni sulle risorse di un territorio, solo per fare un esempio, dal grande potenziale turistico «limitato dal degrado ambientale dell’intera Locride e dalla mancanza di una cultura imprenditoriale adeguata». Sulla scorta di un tale complesso di riflessioni – per certi versi un po’ stantie, per altri un po’ distratte dalle reali dinamiche territoriali incarnate dalle diverse realtà sociali positive che operano in quella porzione della provincia di Reggio Calabria – l’organo concludeva dichiarandosi «disponibile a fornire spinta e testimonianza concreta a quelle comunità, con la candidatura diretta di propri membri» alle elezioni amministrative.

    Il terremoto si completa con la scossa data dallo scioglimento, disposto dalla prefettura di Reggio Calabria il 21 marzo 2025, del CdA della Fondazione culturale “Corrado Alvaro”, giornalista, antifascista, vincitore del premio Strega e autore del capolavoro “Gente in Aspromonte” oltre che figlio nobile di San Luca. Il provvedimento evidenziava criticità come la ridotta operatività della Fondazione o «un progressivo depauperamento del patrimonio e contestazioni relative alla composizione degli organi di governo, anche per la presenza di soggetti con parentele a famiglie riconducibili a contesti di criminalità organizzata». Una lettura che fin da subito ha destato perplessità, ma soprattutto polarizzato l’opinione pubblica tra coloro i quali sostengono la necessità di questo commissariamento, il primo per un soggetto culturale, e chi ritiene che questa sia l’ennesima – forse la più grave – cicatrice inferta all’identità del popolo sanluchese che vede infangato anche il nome dell’intellettuale a 130 anni dalla sua nascita.

    Dopo alcune proteste social, flashmob, la nomina di un Comitato scientifico, il rinnovo del CdA, lo scorso mese di giugno il Tribunale amministrativo regionale – accogliendo il ricorso presentato da Aldo Maria Morace, presidente del CdA sciolto, e dal vice Tonino Perna – ha ribaltato il provvedimento della prefettura. Tuttavia, la decisione del tribunale amministrativo di primo grado viene congelata a inizio luglio dal Consiglio di Stato. Al di là di quelli che saranno gli esiti del processo amministrativo, è evidente il grave disagio forse non considerato ma certamente arrecato alla popolazione di San Luca. Dinamiche che è impossibile disgiungere da quel pregiudizio di fondo derivato dall’abuso di una certa narrazione fatta nei confronti di un paese dove tutti, indistintamente, rischiano di cadere nel calderone della criminalizzazione, che diventa criminalizzazione della fragilità oltre che della devianza mafiosa.
    Sentenze e movimenti sociali

    Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 ha rappresentato un altro momento di frattura e incomprensione. L’82,39 per cento degli elettori di San Luca ha votato “Sì”. Percentuale simile a quella di altri comuni dell’area aspromontana e ionica. Tale risultato, complici alcuni spunti derivati dalla campagna referendaria, hanno fatto gridare all’endorsement mafioso. Una lettura superficiale e offensiva per chi, in quei territori, ha creduto – ingenuamente o disperatamente secondo chi scrive – che quella riforma potesse rappresentare una giustizia più equa, dove non si viene marchiati a vita per un cognome o per il luogo di nascita. Quel voto, per chi lo osserva conoscendo il territorio, non è stato un allineamento alla ’ndrangheta, ma un grido contro una magistratura percepita come unica presenza dello Stato: non quella che costruisce scuole o strade, ma quella che arriva con le manette e i titoli di giornale. Un voto di protesta che si è inserito perfettamente in quel solco di risentimento e frustrazione alimentato da decenni di abbandono istituzionale, trasformandosi in un messaggio politico urlato: quello di comunità stanche di sentirsi sospette per nascita e residenza, prima ancora che cittadini.

    A completare il quadro di sfiducia è arrivata, nel mese di giugno, la sentenza di appello del processo Gotha, con l’assoluzione, tra gli altri, del sacerdote di San Luca don Pino Strangio, accusato e condannato in primo grado di concorso esterno in associazione mafiosa. Il provvedimento è arrivato dopo dieci anni di processo, di ambiguità relazionali imposte all’intera comunità, di erosione ulteriore della fiducia nelle istituzioni. Come sempre, gli arresti e le prime condanne hanno riempito le prime pagine; le assoluzioni, quando arrivano, vengono relegate in trafiletti che non restituiscono dignità né riparano il danno. Dopo l’assoluzione si è formato un piccolo movimento sui social che chiede, pretende quasi, il ritorno a Polsi di don Pino Strangio come rettore del Santuario della Madonna della Montagna nel frangente riaperto ai fedeli – con accesso per ora solo a piedi – per l’estate 2026. A prescindere dalle considerazioni tecniche sulle nomine ecclesiastiche e a prescindere anche dalle valutazioni nel merito dell’assoluzione – come della precedente condanna – è necessario notare come questo coro social dimostri ancora una volta che la comunità sanluchese non solo c’è, ma quando si muove lo fa in maniera compatta. Se questa dinamica si osserva dalla prospettiva dei movimenti sociali diventa un’opportunità enorme per aprire a un possibile cambiamento. Tuttavia, se da un lato questa coesione è una risorsa potenziale per il cambiamento, dall’altro rischia di tradursi in vittimismo collettivo quando non si accompagna a un’assunzione di responsabilità e a un senso civico che vada oltre la difesa identitaria.

    Parole chiave

    https://www.youtube.com/watch?v=XPIbAULzTvo&t=187s

    Questa breve ricostruzione aiuta a comprendere il contesto all’interno del quale si è fatta strada l’idea del “Manifesto”. Il documento continua ad essere arricchito di spunti, alcuni dei quali arrivati dopo il primo lancio pubblico avvenuto lo scorso 18 giugno al festival “Trame” di Lamezia Terme. La riflessione emersa a quel tavolo è stata sintetizzata in un elenco di parole chiave suddivise in cinque macrocategorie:

    crisi del territorio, marginalità e abbandono;
    crisi della sfera pubblica e del bene comune:
    crisi morale e culturale;
    crisi della fiducia e delle relazioni;
    prospettive di cambiamento.

    Tra queste, si vogliono evidenziare due concetti che fin dall’inizio, dall’osservazione profonda del territorio di San Luca attraverso il metodo scientifico, hanno fatto da traino all’iniziativa: da un lato si parla di “isolamento e marginalità”, intesa «la condizione geografica e sociale che relega aree come San Luca ai margini delle politiche pubbliche e dell’attenzione collettiva»; dall’altro di “vittimismo come interiorizzazione dello stigma”, ovvero «il rischio che le comunità interiorizzino lo sguardo esterno stigmatizzante (in senso lato, criminalizzante), trasformandolo in rassegnazione e risentimento».

    Sullo sfondo, le aree interne

    Questa riflessione non deve essere concentrata esclusivamente su San Luca, ma da San Luca può trasporsi anche su altri livelli territoriali. Basti pensare al dibattito innescato dal Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai) 2021-2027 letto da alcuni come una condanna a morte nella parte in cui parla di accompagnamento dei territori in un «percorso di spopolamento irreversibile». Alcuni studiosi, tra cui l’antropologo Vito Teti, hanno definito il documento come parte di un lungo percorso di “eutanasia territoriale” che coinvolgerebbe diversi paesi, su più livelli, e non solo contesti come San Luca.

    Come hanno evidenziato i docenti Domenico Cersosimo e Rocco Sciarrone in un più recente contributo sulla rivista Dissonanze, «tutta la Calabria è ormai un’unica grande area interna». Secondo la struttura del “Manifesto con San Luca”, l’inciso potrebbe valere addirittura per l’intera Italia dove i dati Istat raccontano di un processo di spopolamento che coinvolge anche i grandi centri urbani. Per questo motivo, se non maneggiato con cautela, il dibattito sulla sorte delle aree interne rischia anch’esso di diventare fuorviante e scoraggiare le forze buone della popolazione. Servono politiche, servono «forme di resistenza» per dirla sempre con Cersosimo e Sciarrone, che incentivino le persone a restare superando l’idea romantica ma vuota di una “restanza” fine a se stessa, che, come tale, diventa solo un modo elegante per selezionare chi può restare e chi non può andarsene.

    L’incentivo è quello di produrre una forte spinta oltre le retoriche della “resilienza” che in questi anni pur si è vista, ma si è tradotta in un tirare a campare spesso disgiunto dai progetti a lungo termine. Viceversa, il dibattito va traslato sul campo dei servizi, dell’economia sociale legata a doppio filo alla valorizzazione dei territori, della loro storia, risorse e identità. Da poco, il commissariamento del Comune è stato prorogato di sei mesi, ma il prossimo anno le elezioni amministrative torneranno a bussare. Si voterà per dare a San Luca una nuova amministrazione. L’auspicio è che le campagne elettorali tengano conto dei reali bisogni dei cittadini e non siano solo spot. Che siano costruite “con”. In tal senso, questo disegno collettivo e condiviso, è a disposizione di chi saprà farne buon uso, per offrire spunti utili alla costruzione di una visione d’insieme.

    https://lavialibera.it/it-schede-2761-un_manifesto_per_normalizzare_san_luca
    #normalisation #Calabre #ndrangheta #mafia #manifeste #préjugés #stigmatisation #aree_interne #imaginaire #changement #criminalité_organisée #Locride #montagne #aree_interne #marginalité #marges #Bruno_Bartolo #éboulement #services #école #travail #anti-mafia #Etat #abandon #territoire #crise #isolement #démographie #Psnai #dépeuplement #eutanasie_territoriale #restanza #résilience #économie_sociale

    • La Calabria non è un altro mondo

      La Calabria non è «un altro mondo», ma una versione estrema di problemi che attraversano l’Italia: povertà, disuguaglianze, debolezza dei servizi pubblici, frammentazione sociale. La regione vive una forte dipendenza dalla spesa pubblica e una modernizzazione guidata dall’alto, con scarso protagonismo collettivo. La politica occupa un ruolo centrale, mentre la ’ndrangheta prospera nelle connessioni tra economia e potere. Accanto a rassegnazione ed emigrazione, esistono esperienze di resistenza e innovazione, ma ancora incapaci di produrre un cambiamento strutturale.

      «È certo la più strana tra le nostre regioni. [...] Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frantumi. Si deve a questo se i viaggiatori stranieri, in Calabria, rimangono disorientati. Non riescono a definirla. La trovano diversa, non solo dalle altre regioni italiane, ma da qualsiasi parte del mondo, e stentano a valutarne la civiltà». [Guido Piovene, Viaggio in Italia]

      La Calabria è una terra simbolo al negativo. Area estrema del nostro mondo, non un altro mondo. Una regione pervicacemente fuori squadra. Tra le ultime in Europa per reddito; la più povera tra le venti regioni italiane. Ma anche quella con la disuguaglianza economica interna più elevata tra tutte le regioni dell’Unione europea: il reddito del quinto dei calabresi più ricchi è 8,5 volte quello del quinto dei più poveri (attorno a 5 nell’Unione europea e in Italia), a testimonianza del fatto che i calabresi più ricchi sono relativamente meno ricchi degli italiani che abitano nelle regioni del Nord mentre i calabresi poveri sono molto più poveri dei poveri del Nord.

      Già questi pochi dati di sintesi mostrano l’utilità di guardare alla Calabria come a un’area in grado di rappresentare alcuni tra i più rilevanti problemi di cui si discute attualmente, e che in vario modo riguardano altre regioni, l’Italia e l’Europa. Un’utilità amplificata dal fatto che in Calabria questi problemi sembrano essere concentrati alla massima potenza. Lo stesso può dirsi degli interventi rivolti ad affrontarli.

      D’altra parte, il tessuto sociale e istituzionale della regione risulta frammentato e segmentato, strutturato secondo rigide logiche autoreferenziali, per silos verticali; mancano disegni intenzionali di connessioni funzionali; latitano infrastrutture di collegamento, raccordo, interazione. Di nuovo, una situazione ravvisabile anche in altri contesti, che segnala il progressivo sfilacciamento dei legami sociali, che ha però raggiunto qui livelli estremi.

      Da tempo la Calabria si colloca nelle retrovie delle graduatorie nazionali delle dotazioni e della qualità dell’offerta di servizi pubblici essenziali (sanità, scuola, servizi sociali e culturali, servizi per l’infanzia e gli anziani). I calabresi, di conseguenza, sono cittadini a bassa cittadinanza. L’intera regione, comprese le poche città, è assimilabile ad un’unica grande area interna, un’area lontana dai centri di servizi essenziali: spesso distanti fisicamente, inesistenti, di difficile accessibilità o mediamente scadenti.

      Un calabrese su due è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Un picco scandalosamente alto, il più alto (e di molto) di tutta Europa. Un calabrese benestante convive con un calabrese povero/vulnerabile. Due società slegate.

      I benestanti godono di risorse adeguate per smarcarsi dal malconcio settore pubblico, mentre i poveri/vulnerabili si trovano in condizioni di gravi deprivazioni materiali quotidiane, di lavori poveri, di salari all’osso, di disconoscimento. I benestanti abitano una certa orizzontalità relazionale, potendo contare su reti di sostegno reciproco, di scambio, di potere, di affari. Reticoli che, seppure limitati alla cerchia sociale di riferimento, alimentano comunanze e vantaggi esclusivi, capitale sociale di club.

      I poveri/vulnerabili abitano invece un tessuto sociale disperso e atomizzato: senza adeguate infrastrutture politico-sindacali, spesso persino senza parrocchie di prossimità.

      Le classi alte trovano convenienze nello status quo; i poveri si rassegnano allo status quo perché senza risorse e «capitali» per immaginare un’altra vita, senza rappresentanza collettiva. Sta in ciò la spiegazione dell’enigma calabrese: una situazione estrema che non implica – non può implicare – un conflitto sociale altrettanto estremo, perché ne mancano i presupposti soggettivi e collettivi.

      Lo Stato, con la sua spesa pubblica, è il soggetto pressoché esclusivo della trasformazione post-bellica della Calabria. Una «modernizzazione passiva», eterodiretta, con una mobilitazione dal basso debole e discontinua. I grandi cambiamenti che hanno trasformato più intensamente la società tradizionale del passato sono tutti ideati e promossi dal centro: finanziamenti di opere pubbliche e riforme che, in un quadro di costante incompiutezza, hanno modificato nel profondo le condizioni di vita e dei comportamenti dei calabresi, caratterizzandoli progressivamente come italiani a tutto tondo per consumi e stili di vita.

      Il film diacronico mostra, dunque, una regione in movimento, disposta all’inseguimento, in tendenziale convergenza con il resto della Penisola, tutt’altro che ferma e ossificata nei suoi assetti sociali e civili. A contrario, l’osservazione sincronica palesa una distanza persistente con il resto del Paese, gravato da disparità diffuse non sanate.

      È la politica il «grande tutto» dei processi di mutamento economico e sociale, il fattore dei successi e degli insuccessi, la calamita attrattiva unica per benestanti e poveri, la determinante di allineamenti e scarti infra e inter-regionali.

      Oggi, la vita nuda della grande maggioranza dei calabresi è in larga parte dipendente, nel bene e nel male, dalla spesa pubblica: per i singoli cittadini e per le imprese, per gli agricoltori e per i costruttori, per le università e per le scuole, per la sanità pubblica e privata, per i sindaci e per le associazioni culturali.

      Massimizzare l’accesso ai contributi pubblici è l’assillo di una regione e di una parte consistente del terziario privato della mediazione (padronati, caf, associazioni varie, commercialisti, avvocati), specializzato nel drenaggio e nell’allocazione minuta di questi flussi di spesa. Ancor più ossessiva è l’intercettazione di risorse collettive e della loro torsione a proprio vantaggio da parte di ampi segmenti delle classi dirigenti (politici, imprenditori, agenzie), anche attraverso l’uso strumentale delle relazioni associative professionali e interprofessionali, legali e occulte.

      In filigrana si intravede una società ruminante, impegnata nella captazione e manipolazione di risorse pubbliche, con una speciale abilità a scovare e massimizzare l’accesso a contributi, incentivi, sostegni e sgravi di ogni tipo e a sfruttare le opportunità legate alla spesa pubblica in direzione di interessi particolaristici.

      La ’ndrangheta è tra gli attori economici più attrezzati nella conquista di questi flussi di risorse, spesso con un ruolo da protagonista negli appalti di opere infrastrutturali, nel campo sanitario, nel settore della raccolta e smaltimento dei rifiuti, configurandosi come uno dei soggetti rilevanti della Calabria espansiva.

      Da pericolosa realtà criminale, a lungo sottovalutata, la ’ndrangheta è diventata anche uno stigma culturale e sociale utilizzato per indicare l’intero territorio regionale e la sua popolazione. Prevalgono al riguardo letture riduttive, da quelle che incredibilmente insistono ancora sulle caratteristiche arcaiche di un popolo e della sua mentalità agro-pastorale a quelle che invece riducono il fenomeno a mero problema di ordine pubblico. Di conseguenza, diventa vago e sfumato il problema delle contiguità e delle collusioni che investono il funzionamento dell’economia e soprattutto il raccordo tra economia e politica, che da sempre costituiscono il vero punto di forza della ’ndrangheta.

      Più in generale, la Calabria può essere considerata un laboratorio per osservare le dinamiche di trasformazione della politica contemporanea, stretta nella morsa di spinte contrapposte tra de-politicizzazione e iper-politicizzazione. Una regione in cui la politica resta al centro della scena, anzi la occupa in modo preponderante. Anche se spesso è una politica senza politiche, che rifugge dalle responsabilità, che opera in via emergenziale attraverso deleghe e commissariamenti, condizionando in modo peculiare la configurazione e il funzionamento delle istituzioni e dei processi democratici.

      Nel quadro di netta prevalenza della regolazione politica, non si sono create le condizioni per favorire relazioni di mercato dotate di sufficiente autonomia ed efficacia, anche se sono emerse nel tempo diverse iniziative imprenditoriali «eccellenti» per innovazione e ampiezza dei circuiti economici ma che, tuttavia, non riescono a contaminare i contesti di insediamento.

      La manifattura è ormai un’attività marginale, tanto in termini di contributo al reddito regionale che di occupazione; l’agricoltura più dinamica e le attività complementari si sono sempre più concentrate nelle poche aree di «polpa»; il ciclo dell’edilizia tende a sovrapporsi a quello della congiuntura politica settoriale; le stesse strutture di ricerca sono sempre più orientate a incrociare flussi di spesa pubblica in modo indifferenziato, attraverso alleanze di scopo di breve periodo con imprese e soggetti privati che tuttavia non sortiscono effetti di lunga durata nell’economia e nella società locale.

      Il turismo, a dispetto dell’enfasi retorica corrente, soffre di congenite improvvisazioni, di despecializzazione e di un’infrastruttura organizzativa ancora rudimentale, nonostante l’emersione di un limitato numero di iniziative imprenditoriali di buona qualità, per lo più puntiformi ed esclusive, e talvolta inquinate da contaminazioni mafiose.

      In questo scenario prevalgono logiche di adattamento, da un lato i calabresi che difendono le posizioni di privilegio acquisite, dall’altro i calabresi che cercano di fronteggiare le diffuse condizioni di precarietà e vulnerabilità della loro vita quotidiana. Ancora oggi, come in passato, un’alternativa è quella della fuga, dell’exit: per scelta, quando possibile, o, spesso, per necessità.

      Tra chi resta non mancano i soggetti, in molti casi giovani, che praticano forme di resistenza, soprattutto tra coloro che cercano di percorrere vie di innovazione, faticando non poco a trovare spazi di visibilità e voice. Ci sono dunque i calabresi non rassegnati, che non si arrendono e pensano a un altro mondo possibile. Quelli che, ad esempio, testardamente avviano attività di impresa, sfidando a viso aperto un contesto ostile, ribellandosi persino alla ’ndrangheta. Come stanno facendo diverse donne che, per tutelare sé stesse e soprattutto i propri figli, hanno deciso di recidere i legami familiari per rinnegare ogni forma di appartenenza mafiosa.

      O ancora coloro che praticano azioni di solidarietà a sostegno delle fasce più povere e marginali della popolazione. Pensiamo anche all’esperienza di Mimmo Lucano, che ha contribuito a fare di Riace un luogo iconico globale per ospitalità e inclusione di migranti e rifugiati. Si tratta però di casi esemplari, delimitati, che non hanno la forza di innescare processi di cambiamento sistemici.

      Lo scenario delineato ha un significato che travalica la regione, rendendo evidenti, in modo radicale e amplificato, processi di più ampia portata. Da questo punto di vista, la Calabria può essere dunque considerata un benchmark negativo: una realtà sempre più sfilacciata, senza collante sociale, permeata da crescente sfiducia e incertezza, che non riesce a immaginare un futuro.

      Decifrare la sua patologia aiuta a spiegare la fisiologia. E, forse, come nel paradosso di Hirschman: nascondere un po’ di «negativo» può aiutare a non abbandonare la speranza, a fuggire la trappola della rassegnazione, lasciando spazio alla «passione per il possibile».

      https://rivistadissonanze.it/calabria/la-calabria-non-e-un-altro-mondo

  • #Vito_Teti : Vingt ans d’observations anthropologiques à #Cavallerizzo, village (partiellement) détruit par un éboulement dans les montagnes calabraises

    Les 344 pages de Il risveglio del drago. Cavallerizzo : un paese mondo, tra abbandono e ricostruzione (Le réveil du dragon. Cavallerizzo : un village-monde, entre abandon et reconstruction) nous invitent à nous pencher sur le cas de Cavallerizzo (Figure 2), un village de Calabre qui fut partiellement détruit par un éboulement rocheux le 7 mars 2005. Vito Teti a patiemment récolté les informations qu’il nous livre durant la vingtaine d’années qui a suivi cette catastrophe. Les mots et l’image de couverture (Figure 1) résument le contenu de l’ouvrage : la mythologie – via la figure du dragon, qui symbolise la montagne – est fortement ancrée dans l’identité de la minorité ethno-linguistique albanaise qui s’est installée entre le xve et le xviiie siècle dans les montagnes calabraises ; la référence au paese mondo (village-monde), car, comme la quatrième de couverture le souligne, « Cavallerizzo, petit village qui meurt, lieu périphérique et marginal, est le monde ». Enfin les deux mots du sous-titre – abandon et reconstruction – et la préposition « entre » qui les relient, préfigurent le tiraillement sur le devenir du village après la catastrophe. La photo prise par l’auteur dresse le décor : des décombres au premier plan, une chapelle restée debout (ou reconstruite ensuite ?) et, sur la paroi d’une maison partiellement touchée, une peinture murale représentant la partie supérieure d’un visage (du Christ ?), les yeux tournés vers le ciel.

    https://journals.openedition.org/rga/17707
    #Calabre #Italie #éboulement #abandon #reconstruction #montagne #livre

    voir aussi :
    Il risveglio del drago. #Cavallerizzo : un paese mondo, tra abbandono e ricostruzione
    https://seenthis.net/messages/1154527

  • #niscemi. Il baratro
    https://radioblackout.org/2026/01/niscemi-il-baratro

    La #frana tornata attiva con le piogge torrenziali di questi giorni aveva già portato a crolli ed evacuazioni nel 1997, quasi vent’anni fa.Oggi nuovi crolli e nuovi sfollati sono il segno delle responsabilità politiche di chi ha puntato sulla militarizzazione di un territorio, abbandonato all’incuria.Mentre le case cadono una dopo l’altra come castelli di carta […]

    #L'informazione_di_Blackout #muos
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/2027-01-27-niscemi-mazzeo.mp3

    • La vulnerabilità di Niscemi e il fragoroso silenzio che circonda la base militare Usa e il Muos

      Il dibattito pubblico sulle conseguenze del ciclone Harry si è concentrato poco o nulla sulla presenza della #Naval_radio_transmitter_facility. Dalla sua costruzione, nel 1991, il disboscamento dell’area è invece stato massiccio, aggravando le condizioni di fragilità idrogeologica. Il movimento #No_Muos denuncia da decenni l’incompatibilità tra quel delicato ecosistema e la presenza di un’infrastruttura che occupa quasi 20 chilometri quadrati.

      A un mese dalla frana di Niscemi del 25 gennaio resta una voragine nel dibattito pubblico. Riguarda la militarizzazione permanente degli Stati Uniti, scomparsa dai radar. Eppure si tratta di una vicenda attualissima che si lega al collasso territoriale osservato dall’alto a fine febbraio anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

      Lo dimostra una data recentissima: 15 settembre 2025, quando la Regione Sicilia autorizza con decreto una richiesta proveniente dalla base militare statunitense Naval radio transmitter facility (Nrtf) per “erosion mitigation measures Niscemi”, opere di manutenzione straordinaria per consentire “un corretto deflusso delle acque meteoriche” che “evitino ulteriori fenomeni erosivi”.

      Quel provvedimento prova come l’assessorato regionale avesse ripreso visione in tempi ravvicinati del rischio erosivo della zona. Sollecitato dagli interessi privati a cui premeva mettere in sicurezza il perimetro della Nrtf, l’amministrazione pubblica non ha però, evidentemente, posto l’attenzione sui rischi per la popolazione civile e per l’integrità strutturale del paese, in previsione dell’autunno e delle piogge della stagione successiva.

      La Nrtf è stata costruita nel 1991, sei anni prima di un’altra frana che aveva già stravolto Niscemi nel 1997. Va considerato che le installazioni militari statunitensi in Italia negli anni Ottanta e Novanta venivano spesso autorizzate tramite accordi bilaterali con la Nato, senza uno studio di impatto ambientale o paesaggistico. Ciò implica che la documentazione pubblica non fornisce dati ufficiali consultabili sugli ettari di sughereta disboscati per la sua costruzione.

      La prima Valutazione di incidenza ambientale (Vinca) arriva solo nel 2008 per il Mobile user objective system (Muos), il sistema satellitare di comunicazioni militari installato a partire poi dal 2015 dentro la Nrtf. La presenta la Marina Usa alla Regione Sicilia, come a quel punto prevede la legge per un Sito di importanza comunitaria (Sic ITA050007) e una Zona di protezione speciale (Zps ITA050012) quale era diventata la sughereta nel 1997, e arriva dunque 17 anni dopo la costruzione della base e 11 dopo la prima frana.

      È in quel periodo che la società civile comincia a organizzarsi e a promuovere un confronto partecipato sulle conseguenze della militarizzazione sia sulla salute delle persone sia su quella del territorio. Il movimento di attiviste e attivisti sorto nel 2008 (No Muos) ha sempre denunciato l’incompatibilità tra la vulnerabilità geologica e idrogeologica del territorio, il valore ambientale dell’ecosistema e la presenza di “un’infrastruttura militare che, per estensione, è paragonabile al sedime dell’intero aeroporto internazionale Leonardo Da Vinci di Fiumicino (17 chilometri quadrati), collocato dentro e ai margini di un’area protetta” come la Riserva naturale orientata sughereta di Niscemi.

      “Nelle comunicazioni ufficiali sull’emergenza non compare alcun riferimento alla stabilità dei versanti interni e limitrofi alla base militare, agli effetti delle opere militari sul quadro geologico complessivo, né a verifiche indipendenti sulle infrastrutture del Muos”, ha denunciato il movimento a fine gennaio di quest’anno.

      Nel 2011, infatti, in una zona già occupata dalla Nrtf e dal petrolchimico di Gela poco distante -oggi riconosciuto dallo Stato come “area di crisi industriale complessa”-, la rete dei comitati No Muos ha commissionato a esperti esterni alla Regione e al governo statunitense una valutazione dei rischi indipendente. “Il progetto prevede che la stazione trasmittente Muos venga realizzata all’interno di una zona naturalistica protetta, il che impone di valutare anche le conseguenze delle emissioni sull’ambiente circostante” si legge al punto “d” della relazione stilata da Massimo Zucchetti, professore ordinario di Protezione dalle radiazioni al Politecnico di Torino e del consulente esterno Massimo Coraddu del Dipartimento di Energetica sempre al Politecnico di Torino.

      Da quel momento il comitato si costituisce come un presidio di tutela e rivendicazione dei diritti della cittadina e delle aree vicine. Come si legge nel documento pubblicato a fine gennaio “la frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione oltre 1.600 persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico né archiviata come fatalità. Il nostro Comune è da anni una cartina di tornasole delle fragilità che possono caratterizzare alcuni territori: consumo di suolo, abbattimento di alberi, l’assenza strutturale di una seria pianificazione, infrastrutture abbandonate, trasporti pubblici precari dovuti a una rete ferroviaria inesistente e a una rete stradale cronicamente a rischio”.

      Le scelte politiche attuate in Sicilia hanno storicamente privilegiato un modello di sviluppo che considera alcune aree sacrificabili, basti pensare, ancora, alla Naval air station Sigonella (Nas Sigonella), altra base della Marina statunitense, situata in prossimità della città metropolitana di Catania e utilizzata dalla Nato, in particolare per il sistema di sorveglianza Alliance ground surveillance (Nagsf).

      Sono territori soggetti ad altrettanta erosione sociale, “la militarizzazione produce anche un effetto economico e sociale diretto: nessuno investe in un territorio trasformato nella ‘portaerei naturale al centro del Mediterraneo’, come è stata definita per anni dalla retorica militarista italiana”, spiegano nel comunicato.

      “La desertificazione, in senso ampio, è la conseguenza della militarizzazione. Niscemi vive da anni in una condizione di sovranità sospesa: decisioni imposte, terre sacrificate, popolazione esposta ai rischi, dissenso criminalizzato e al contempo opere frammentarie, manutenzioni episodiche, interventi emergenziali che sostituiscono da decenni qualsiasi strategia di messa in sicurezza. La frana di oggi è anche il prodotto di questa storia”, concludono, rendendo esplicito il doppio standard della logica bellica e coloniale: il territorio civile, occupato e defraudato, viene privato della cura istituzionale mentre la base militare, occupante, viene messa in sicurezza.

      Come scrive a fine gennaio Legambiente Sicilia, “l’area di cui si parla è inserita nel Pai della Regione come rischio geomorfologico 3 e 4, che sono i massimi gradi di rischio, quelli, cioè, che dovrebbero indicarci la necessità di intervenire per mitigare quanto più possibile la possibilità del rischio stesso”.

      Il precipizio creato dalla frana e lungo quattro chilometri si trova a Ovest della cittadina, dalla parte opposta rispetto alla zona in cui si staglia la Nrtf, tuttavia come fa notare Fabio D’Alessandro -programmatore informatico e attivista No Muos- “sicuramente condividono una cosa: il territorio, che vuol dire, molto semplicemente, che quando è stato installato il Mobile user objective system, a netto di tutte le contestazioni documentate dal comitato, qualcuno con responsabilità politica ha giurato e spergiurato che quest’area fosse sicura e adeguata” e aggiunge “ad oggi possiamo solo sapere con certezza che negli anni Novanta c’è stato un disboscamento pesante che ha portato un terreno già fragile all’impossibilità di assorbire le grandi quantità d’acqua delle piogge torrenziali provocate dai cambiamenti climatici, come quelle causate dall’uragano Harry a fine gennaio; per cui mentre noi abbiamo sempre detto che bisognava piantare alberi o salvaguardare gli alberi già esistenti, la strategia è stata persino di distribuire con continuità diserbanti e non fare più crescere neanche l’erba”.

      https://altreconomia.it/la-vulnerabilita-di-niscemi-e-il-fragoroso-silenzio-che-circonda-la-bas

  • A #Caulonia si rischia una nuova Niscemi: a #Maietta frana un altro pezzo di quartiere

    La zona interessata da anni da fenomeni di dissesto idrogeologico. L’appello dell’ex sindaco Ammendolia: «È ora di agire»

    Caulonia perde un altro pezzo del quartiere Maietta. La scorsa notte una nuova frana ha provocato il cedimento a valle di quel che restava della balaustra di largo San Girolamo. Un boato fortissimo, avvertito indistintamente da diversi residenti nel centro storico.

    La rupe Maietta, parte dell’antico borgo noto come “Giudecca”, è da anni vittima di fenomeni di dissesto idrogeologico, con frane ricorrenti documentate almeno da dieci anni, durante i quali la situazione è tutt’altro che migliorata. La zona è off limits ad auto e pedoni. Le case, o quello che resta, sono state tutte sgomberate. La chiesa, interessata da paralleli lavori di restauro, è chiusa al culto.

    Malgrado i finanziamenti (quasi 2 milioni di euro stanziati dalla Regione nel 2018) e interventi provvisori, i lavori hanno subito diverse battute di arresto con accuse reciproche tra amministrazione comunale e opposizione su ritardi, fallimenti e stallo gestionale.

    Adesso tuttavia la situazione è peggiorata ed è di queste ore un forte appello alle istituzioni e al mondo degli intellettuali lanciato dall’ex primo cittadino cauloniese Ilario Ammendolia: «Oggi l’antica Giudecca sta crollando pezzo dopo pezzo. Non è più tempo di parole - ha dichiarato - È tempo di agire! Mutuando Primo Levi domando se non c’è a Maietta una somma urgenza: dove? Se non si agisce ora: quando?».

    https://www.ilreggino.it/ambiente/a-caulonia-si-rischia-una-nuova-niscemi-a-maietta-frana-un-altro-pezzo-di-
    #Calabre #éboulement

  • La frana avanza a Niscemi, #Ciciliano: ’Chi ha casa lì non rientrerà più’

    È vasto quattro chilometri il fronte della frana che ha sconvolto la cittadina di Niscemi, 30 mila abitanti a 22 chilometri da Gela (Caltanissetta) e 100 chilometri da Catania.

    Mille persone - ma il numero potrebbe aumentare - sono state costrette ad abbandonare abitazioni, uffici e attività commerciali che si trovano a ridosso della zona rossa: molte famiglie si sono trasferite da parenti, altre al momento si trovano nel palazzetto dello sport allestito per l’accoglienza.

    Niscemi è quasi isolata. Interi quartieri - Sante Croci, Trappeto e via Popolo - sono stati evacuati. Chiuse le strade principali 10 e 12. In Comune, il sindaco di Niscemi Massimiliano Conti sta coordinando il centro operativo, in stretto contatto con la Protezione civile nazionale e regionale e la prefettura di Caltanissetta. «Gli sfollati stanno aumentando perché la frana non è ferma, quindi mano a mano che continua a franare il fronte di frana entra dentro la città e diventa sempre più importante aumentare il numero degli evacuati», avverte il capo dipartimento della protezione civile, Fabio Ciciliano. «Se l’abitazione è sulla frana non solo non potranno rientrare, ma non potranno rientrare più e quindi c’è da fare anche un’attività di corretta comunicazione in questa situazione - aggiunge - Questo è uno degli elementi importanti che si accompagna alla compromissione della viabilità. Tre delle quattro strade che raggiungono Niscemi sono sulla frana e poi c’è il problema delle scuole, dell’ospedale e quindi di vita ordinaria che non è più ordinaria, e che dovrà essere affrontata». Ciciliano domani sarà a Niscemi e a Caltanissetta «per incontrare il sindaco, il prefetto e per fare un sopralluogo diretto, per ragionare sulle soluzioni temporanee d’emergenza che però devono essere messe in campo subito e quelle che poi saranno le condizioni future di quel territorio martoriato da tanto tempo».

    L’unica via di collegamento praticabile è la strada provinciale 11. La frana ha bloccato i collegamenti con la statale Gela-Catania. «Abbiamo paura per noi e per le nostre case - dice uno degli sfollati - Ieri notte abbiamo avuto la possibilità di stare da un parente ma non sappiamo cosa fare». Diversi droni sono in volo per monitorare lo stato del fronte della frana. «Ho acquistato la mia abitazione un anno fa, con un mutuo - dice Francesco Blanco, autotrasportatore - Oggi, non so cosa ne sarà. La casa è nella zona colpita dalla frana». È in atto un monitoraggio tecnico per individuare vie di collegamento alternative. «È una frana molto più grave di quella del 1997 - dice l’avvocato Ennio Adamo - ho studio e casa nella zona colpita. Con la mia famiglia abbiamo preso poche cose e lasciato tutto il resto». Nel pomeriggio ha fatto un sopralluogo il presidente del Parlamento regionale Gaetano Galvagno. «A Niscemi la situazione è estremamente delicata - dice il governatore Renato Schifani - Stamattina sono scesi gli specialisti della prevenzione nazionale, e la monitoriamo».

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/26/la-frana-avanza-a-niscemi-ciciliano-chi-ha-casa-li-non-rientrera-piu_563dbce6-7
    #éboulement #Niscemi #Sicile #Italie

    • «Qui può crollare tutto»: cosa succede a Niscemi con la frana. «Una catastrofe annunciata»

      La fascia di cautela a 150 metri. «Ma le case del centro abitato nei primi 20-30 metri potrebbero sparire per sempre»

      «Qui può franare tutto», anzi no. A Niscemi la frana va verso la piana di Gela ma non coinvolge tutta la collina, secondo gli esperti. Ieri il capo della Protezione Civile Fabio Ciciliano aveva lanciato l’allarme. Nicola Casagli, professore di Geologia applicata dell’Università di Firenze, che ieri ha accompagnato Ciciliano nei sopralluoghi dice che le sue parole «sono state mal interpretate. Non sta succedendo quello, è ben evidente la situazione».
      Cosa succede con la frana di Niscemi

      Al Fatto Quotidiano Casagli spiega che la frana «coinvolge il versante occidentale fino alla scarpata. Il centro abitato sulla sommità della collina è interessato solo sul bordo della scarpata. Per ora la frana non si sta estendendo verso il centro abitato. Il materiale già franato sta scendendo a valle come in genere succede nelle frane». La fascia di cautela al momento è di 150 metri. Ma, spiega sempre Casagli, le case del centro abitato nei primi 20-30 metri potrebbero scomparire per sempre». Quelle che si trovano in bilico sulla frana non possono più essere recuperate: «Mi spiace ma non possiamo intervenire, la situazione è delicata, non si possono mettere a rischio la vostra incolumità e quella nostra», dice un vigile del fuoco.
      Una catastrofe annunciata

      Si tratta di una catastrofe annunciata. La storia morfologica della zona è nota: tra il 2018 e il 2019 le frane hanno interessate le strade provinciali 10 e 12. Dopo i sopralluoghi tecnici, nella relazione del 2022 inviata all’autorità di bacino del distretto idrografico della Regione Sicilia, si spiegava che «il dissesto viene inserito (…) un livello di pericolosità elevata e di rischio molto elevato in relazione all’elemento interessato». Nel 2023 c’è stato un atto di interpello per interventi di “consolidamento della frana di Niscemi, sistemazione idraulica del torrente Benefizio e dell’incisione a Valle dell’ex depuratore”, chiesto dal dirigente regionale della Protezione civile, Salvatore Cocina. L’accordo per 12 interventi dal valore di 14 milioni e 520 mila euro è stato firmato. Ma non si è fatto nulla.

      I precedenti

      A La Stampa Giuseppe Collura, geologo e referente della Sigea (la Società italiana di geologia ambientale) presente a Niscemi spiega che «durante la frana del 1997, il quartiere di Santa Croce fu gravemente colpito. La chiesa di Santa Croce, uno degli edifici più antichi della città, venne letteralmente tagliata in due. L’area circostante evacuata e le abitazioni demolite. Fu una perdita storica e urbana irreversibile». Oggi il fronte di frana è «molto ampio, circa 4 chilometri, che coinvolge un intero versante, dalla sommità della collina fino alla pianura. Il centro abitato è interessato per una fascia di circa 150 metri».
      Cosa ha causata la frana?

      Le cause della frana sono molteplici. «Il versante di Niscemi presenta da sempre un’elevata suscettibilità alla franosità. Dal punto di vista geologico, il sottosuolo è composto da sabbie superficiali che, in profondità, passano alle argille. Terreni molto diversi tra loro, soprattutto per permeabilità: l’acqua si infiltra nelle sabbie, ma quando incontra le argille è costretta a scorrere lateralmente lungo superfici sub-orizzontali», conclude Collura. In ogni caso era prevedibile: «Nel ’97 erano stati avviati monitoraggi e ipotesi di intervento. Con il tempo, però, tutto si è fermato. Il controllo dei movimenti, la regimazione delle acque, le opere di mitigazione non sono state completate né mantenute.
      Gli sfollati

      Adriana Palumbo, avvocata civilista, ha una casa a strapiombo sulla frana nel quartiere Sante Croci: «Sono disperata, ho perso un pezzo della mia vita». Poi spiega: «Credo che la nostra sia la situazione più grave, la mia è una delle tre case in bilico sul vuoto. Mio fratello poco prima che cedesse anche la strada sotto, è riuscito a salvare il nostro cagnolino. Era terrorizzato, si era rifugiato in garage. In due ore, poi, fra le 16 e le 18 di domenica scorsa abbiamo perso tutto. Una tragedia, la nostra era una bellissima casa con un giardino che adesso si affaccia sulla frana». E conclude: «Quello che è successo è una tragedia, spero che la mia città possa rialzarsi, che le famiglie che al momento sono senza tetto possano almeno in parte rientrare. La stessa cosa non succederà a me, purtroppo. Faccio i conti con questo dolore. Poi si vedrà».

      https://www.open.online/2026/01/28/frana-nisdcemi-cosa-succede

    • Niscemi: le case sull’orlo del precipizio insegnano che bisogna alleggerire l’Italia dal cemento

      Una tremenda frana ha colpito il comune di Niscemi in provincia di Caltanissetta.

      Per chi non lo sapesse, anche al Governo, siamo in Sicilia. Dico anche Niscemi, perchè sempre per chi anche al Governo non lo sapesse, il ciclone Harry (ci stiamo americanizzando anche negli eventi estremi del mutamento climatico) il ciclone Harry, dicevo, ha travolto Calabria, Sicilia e Sardegna con piogge torrenziali, venti di burrasca e mareggiate eccezionali. In pochi giorni sono caduti oltre 600 millimetri di pioggia e le mareggiate con raffiche di vento di oltre cento chilometri all’ora hanno superato i nove metri di altezza. I danni sono stati gravissimi alle strutture edilizie e alle infrastrutture; migliaia di persone sono state preventivamente evacuate. E, incredibile (?), non vi sono stati morti.

      Non ve ne sono stati perché l’allerta dato per tempo dalla Protezione civile, ha consentito ai cittadini di mettersi in salvo. Non altrettanto per i beni immobili. Per i quali una cosa è certa: molti di essi si trovavano dove non dovevano stare.

      Ma prima di tornare alla frana, tremenda dalla quale sono partito, mi soffermo brevemente sul ciclone e i suoi danni.
      Il ciclone Harry ci ha mandato un monito: il Mediterraneo è troppo caldo

      Dicevo che con il ciclone ci stiamo anche americanizzando perchè questo tipo di eventi non è proprio tipico del Mediterraneo, ma piuttosto del Pacifico. Se Harry si è abbattuto su Sardegna, Calabria e Sicilia è perché l’aumento delle temperature, che è uno degli aspetti più preoccupanti alla base del mutamento climatico, ha provocato il riscaldamento della superficie anche del mare Mediterraneo e l’aumento delle temperature marine è causa di fenomeni estremi come quello che ha coinvolto il Mezzogiorno d’Italia.

      Nessuno se lo aspettava. Male. Perchè del mutamento climatico e degli eventi estremi che ne sono ricorrente effetto ne sappiamo da tempo. E le conseguenze non dovrebbero sorprendere. Come non hanno sorpreso la Protezione civile nelle regioni colpite il che, come dicevo, ha consentito di salvare vite umane.

      Affaccendati in altre questioni la Presidente del Consiglio e i suoi ministri se ne sono accorti con notevole ritardo, ma la Meloni non ha mancato di esprimere la sua vicinanza alle popolazioni colpite e di assicurare che presto sarà avviata la ricostruzione. Male. Non ha – non hanno – capito niente. Non è ricostruire che si deve, ma spesso addirittura decostruire.
      Le scelte ambientali del paese del paese delegate a troppi ignoranti

      Mi permetto un’autocitazione non per vanità, ma perchè mi consente di sottolineare ulteriormente l’ignoranza delle sorti del Paese che governano e la grave insipienza nei comportamenti amministrativi.

      Lo faccio, a proposito della decostruzione, ricordando che il 15 agosto del 1995 ”il manifesto” pubblicò un mio articolo (Giù i mattoni) ne quale, ricordando come in Italia la costruzione di opere pubbliche fosse una costante nel tentativo di creare qualche posto di lavoro in più, sostenevo che tali opere (strade, autostrade, ponti, viadotti…) “spesso, non sono opere pubbliche, cioè di evidente utilità sociale; ma opere, talora, di manifesta inutilità sociale e grandi sprechi di danaro. Addirittura la loro inutilità può diventare un vero e proprio danno per il pubblico: tanto da far suggerire di imboccare la strada “nuova”, ma non azzardata, della “decostruzione”. Con particolare riguardo al costruito in aree a conosciuto rischio “naturale”: sismiche, vulcaniche, franose.

      È in queste aree che si è anche realizzato un esasperato consumo di suolo come riferiva il Rapporto 2023 dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) sul consumo di suolo in Italia (cui mi riferivo il 6 novembre 2023 nel mio Consumiamo 2,4 metri quadri di suolo al secondo, le alluvioni cominciano anche da qui). Un consumo di suolo che nel 2023 per oltre il 35 per cento (oltre 2.500 ettari) si trovava in aree a pericolosità sismica alta o molta alta e, per il 7,5 per cento (quasi 530 ettari) nelle aree a pericolosità di frana. Proprio così: nelle aree a pericolosità sismica e in quelle a pericolosità di frana.

      In questo momento (pomeriggio del 27 gennaio) non è noto quanta di questa roba si trovava “casualmente” sul fronte di frana di Niscemi: 4chilometri di estensione con 1.500 sfollati e case inutilizzabili entro 50-70 metri. Ma una cosa è certa. Ce la ricorda il CNG (Consiglio Nazionale dei Geologi): “La frana di Niscemi conferma che il dissesto idrogeologico non è un’emergenza improvvisa: è il risultato di fragilità conosciute da tempo, che richiedono azioni preventive immediate”. Vale a dire che si è riattivata la frana di Niscemi, fenomeno noto da oltre trent’anni e già segnalato negli strumenti ufficiali di pianificazione del rischio. Per cui è pressante l’invito dei geologi “a leggere e monitorare attentamente i segnali del territorio, azioni necessarie per prevenire nuove emergenze.”

      Vi si aggiunge il capo della protezione civile Fabio Ciciliano il quale si esprime con doverosa chiarezza affermando che “ci sono delle case prospicienti sul coronamento della frana che ovviamente non potranno più essere popolate quindi è necessario ragionare insieme al sindaco in una delocalizzazione definitiva di queste famiglie. C’è ovviamente una fascia di sicurezza che deve essere analizzata. È necessario che l’acqua defluisca perchè è ancora presente nel sottosuolo. Una volta che l’acqua è defluita e quindi la parte che sta scendendo si sarà in qualche maniera fermata o rallentata, potrà essere fatta una valutazione più accurata su quelle che sono le zone di sicurezza. Un dato è certo: la frana è ancora attiva. La situazione è molto, molto complicata. È chiaro che se una casa è sul ciglio della frana, non potrà essere abitata. Neanche la casa che sembra integra potrà essere mai abitata. Non potrà neanche essere raggiunta dai Vigili del Fuoco. Voglio che sia chiaro altrimenti infondiamo false aspettative che non è il caso di dare ai cittadini di Niscemi che bisogna trattare con rispetto e dignità”.

      Ecco: altro che costruzione: la decostruzione è avvenuta naturalmente, senza dover ricorrere strumenti artificiali. E si impone la necessità di trovare “zone di sicurezza” per la popolazione.

      Certo, come ha scritto Roberto Almagià nella sua monumentale opera sulle frane in Italia (Studi geografici sulle frane in Italia 1910) non è facile lo sradicamento. “per quanto la carità del natio loco – in alcuni casi mirabilmente tenace – renda restii gli abitanti ad abbandonare il loro paese, anche quando questo, sbranato dalle frane, appaia inesorabilmente condannato a rovina, tuttavia a lungo andare la necessità si impone. Talora un nuovo paese sorge in località più sicura, ma il più vicino possibile all’antico, magari su un altro fianco della stessa collina”.

      Questa, in sintesi e purtroppo, è l’ennesima lezione che ci dà la natura. Ennesima per un Paese che non ha voluto e saputo tener conto di tanti avvertimenti.

      Scrivo questo pezzo nel “giorno della memoria”. Nel giorno, cioè, in cui siamo invitati a ricordare che il 27 gennaio 1945 fu “scoperto” e liberato il campo di concentramento di Auschwitz. A ricordare perché, fissato nella memoria, mai più si possa ripetere una strage come quella del genocidio nazista.

      Ricordare per non dimenticare dovrebbe essere una rigorosa regola di vita quotidiana obbligatoria nel rispetto delle generazioni future. È anche per questo motivo che, tornando a quanto dicevo a proposito del ciclone Harry e di Niscemi, invito a non dimenticare il Polesine, il Salernitano, il Vajont, Firenze…

      Perchè l’ignoranza e il colpevole disinteresse della naturale predisposizione al rischio idrogeologico rendono l’Italia sempre più esposta a alluvioni e frane che si registrano ogni anno lungo tutto l’Appennino e nelle sottostanti pianure.
      Ed è subito… frana

      Ma tant’è, e mi vengono in mente i versi di Quasimodo:
      “Ognuno sta solo sul cuor della terra
      trafitto da un raggio di sole:
      ed è subito sera”.
      E mi viene voglia di parafrasarli:
      l’Italia ormai spoglia
      del manto suo verde
      sta ai venti e alle piogge
      del tutto indifesa:
      ed è subito frana

      https://www.strisciarossa.it/niscemi-le-case-sullorlo-del-precipizio-insegnano-che-bisogna-allegger

  • Il risveglio del drago. #Cavallerizzo : un paese mondo, tra abbandono e ricostruzione

    Nella notte tra il 6 e il 7 marzo del 2005, dopo settimane di pioggia insistente, il terreno franoso – «il drago» – su cui poggia Cavallerizzo, un paese #arbëresh in provincia di Cosenza, si scuote: la popolazione fugge e si mette in salvo, ma il rientro nelle case, seppure solo in minima parte distrutte, non avverrà mai. Per vent’anni Vito Teti seguirà con attenzione e partecipazione le vicende di una comunità «spaesata» e sofferente, ma al tempo stesso tenace e speranzosa, che nelle pagine del volume prende la parola e si racconta. I protagonisti di questa storia dedicano tempo ed energie per resistere, per non disperdersi, per non smarrire la presenza, per cercare un nuovo «appaesamento», per restare in loco o trasferirsi e ricostruire in una zona vicina. Fanno incontri, riunioni, discutono per mesi, per anni, per provare a uscirne con meno danni possibili, anche a costo di compromessi con i propri desideri e le proprie volontà. «Che senso posso dare alla storia di una piccola comunità che frana e si dissolve, e che dà origine a dispersioni, esilî, dolori, fratture, dissidî, forme di resistenza?», si chiede Teti. In un mondo in cui la fine e la crisi climatica incombono, le vicende di 300 abitanti ci raccontano quelle di 8 miliardi di persone. A Cavallerizzo tutti sapevano che era necessario controllare e incanalare le acque che alimentavano la frana, ma l’incuria e le inadempienze delle istituzioni hanno «risvegliato il drago». Cavallerizzo non è solo il simbolo dell’instabilità di un’intera regione e di tutto un Paese, di una terra segnata dalla precarietà, dai continui abbandoni e dagli interventi emergenziali e mai risolutivi: Cavallerizzo, piccolo paese che muore, luogo periferico e marginale, è il mondo. Ci parla dell’Antropocene, dello spopolamento, della possibile fine di luoghi, ci insegna qualcosa su come affrontare il rischio, anche sul piano emotivo, cognitivo, pratico, della «morte» del nostro mondo. Quanto accade in un piccolo sconosciuto paese ha rilevanza per tutti noi.

    https://www.donzelli.it/libro/9788855226493
    #livre #éboulement #Calabre #Italie #montagne #Vito_Teti #7_mars_2005 #abandon #reconstruction #new_town

    –-

    voir aussi :
    #Vito_Teti : Vingt ans d’observations anthropologiques à #Cavallerizzo, village (partiellement) détruit par un éboulement dans les montagnes calabraises
    https://seenthis.net/messages/1176281

    • The March 7th 2005 Cavallerizzo (#Cerzeto) landslide in Calabria - Southern Italy

      In the early morning of March 7th 2005, after a period of prolonged rainfall (645 mm in 90 days, about 72% of mean annual precipitation) and snowfall, the hamlet of Cavallerizzo was severely damaged by a vast complex debris slide-earth flow. In total, thirty buildings were severely damaged or destroyed by the landslide, and the main road connecting Cavallerizzo with the villages of Cerzeto and Mongrassano was disrupted. About 310 inhabitants had to be evacuated to nearby villages. Several superimposed tectonic units, made of metamorphic rocks (Palaeozoic-Mesozoic) overlain by clastic terrains (Cenozoic-Neozoic), crop out in the vicinity of the study area. The main scarp of the slide developed at the eastern tectonic boundary of the Coastal Chain, marked by the “San Fili-Cerzeto-San Marco Argentano” recent (presumably active) N-S trending normal fault; its crown is mainly located within the cataclastic zone associated with such master fault. In the lower part of the landslide, two main earth-flows extended eastward along minor valleys, that merged down slope along the S. Nicola torrent. The sector affected by the landslide belongs to a wider large-scale slope movement, which extends westwards up to about 800 m a.s.l. The 2005 event is only the last paroxysmal episode of a long history of deformation recorded in the area of Cavallerizzo since the XVIII century. The area has been kept under control by the CNR-IRPI, by means of desultory field measurements (essentially, deep and superficial displacements, and piezometric levels) since 1999. Velocities, recorded at superficial benchmarks along opening cracks, pointed out “anomalous” conditions in the weeks preceding the collapse: pre-rupture velocities ranged from 0.8 to 5-6 cm/day. Despite its emergency character, the monitoring carried out helped to support civil-protection activities, and allowed all inhabitants to be saved.

      https://iris.cnr.it/handle/20.500.14243/55624

    • Village relocation as solution of the landslide risk, is it always the right choice? The case study of Cavallerizzo ghost village (Calabria, southern Italy)

      This study analyses the geological reasons that supported the relocation of the Cavallerizzo village (Calabria, southern Italy) to a new area after the landslide event in 2005 to examine whether the institutional ordinance of displacing the entire village was the right choice. This study is based on new geological and geomorphological field investigations, on a new reading of the existing borehole data and new data collected by multi-temporal synthetic aperture radar interferometry. The results obtained reveal that only the areas bordering the Cavallerizzo village are affected by active landslides, whereas, in the historical centre, geomorphological evidence for an active landslide capable of involving the entire settlement is not found. Nowadays, 17 years after the 2005 landslide event, more than 85% of the Cavallerizzo village is completely intact, lacking evidence of instability or important damage to ancient buildings. Furthermore, in the historical urban area, very low ground displacements by InSAR investigation are observed, highlighting that the instability conditions of Cavallerizzo are less severe than those recognised in nearby villages. This evidence along with the strong negative economic and socio-cultural impacts that the village settlement had on the community involved led to the reconsideration of the adequacy of the relocation ordinance issued by the National Civil Protection. These findings can contribute to useful advice and best practices to state-run organisations and stakeholders for disaster management planning in urban sites, such as Cavallerizzo, subject to hydrogeological hazards.

      https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S2212420922004861

    • On the 7th of March 2005, Cavallerizzo, a southern Italian town, suffered a landslide. After that catastrophe the village was evacuated, since then Liliana Bianco and her son Raffaele are the only inhabitants. The film explores the consequences of a displaced community and the struggle to maintain their ancient Albanian traditions.
      Cavallerizzo
      https://www.youtube.com/watch?v=TmgZmyWwJgQ



      https://www.youtube.com/watch?v=VJUetdoMbhY

      https://themakkina.com/portfolio/cavallerizzo

  • Dans les Alpes, l’« effondrement » devient terriblement concret
    1er septembre 2017 / Des acteurs, élus, praticiens, chercheurs de la montagne et du climat
    https://reporterre.net/Dans-les-Alpes-l-effondrement-devient-terriblement-concret

    L’éboulement mortel qui a ravagé un village des Alpes suisses le 23 août a été provoqué par le réchauffement climatique, selon les scientifiques. Les signataires de cette tribune entendent tirer à nouveau l’alarme, ce drame venant « confirmer l’urgence du combat pour le climat et de [leur] plaidoyer pour préserver la montagne ».

    Ça s’est passé dans les Alpes, c’était le 23 août. Et c’est le climat.

    Comme beaucoup de régions du monde, la Suisse a connu des records de température ces dernières années : la température moyenne y a augmenté de 2 °C depuis le début des mesures en 1864 ; en juillet 2015, il a fait 39,7 °C à Genève, ou encore 37,8 °C à Sion. La multiplication de ces épisodes caniculaires a des répercussions dramatiques. Ainsi, le 23 août dernier, au Piz Cengalo, un éboulement mortel a ravagé le village de Bondo dans les Alpes, entre la Suisse et l’Italie.

    Le lien entre la hausse des températures et cet éboulement est établi, selon le géomorphologue Ludovic Ravanel, chercheur au Centre national de la recherche scientifique (CNRS) et au laboratoire Edytem de Chambéry : pour lui, ce glissement de terrain est « lié aux températures caniculaires des étés successifs qui ont dégradé le permafrost, le sol gelé en permanence qui cimente les montagnes. (…) Pour atteindre une telle profondeur de détachement, un épisode pluvieux ne peut suffire ». Dans une vidéo diffusée par Radio Télévision Suisse, le géologue Jean-Daniel Rouiller confirme que la fonte du permafrost rend la montagne plus vulnérable aux précipitations qui, dès lors, produisent des laves torrentielles, et prédit que « si ça continue comme ça, de nombreux sommets risquent de partir en miettes et de connaître le même processus ». Analyses partagées par l’OEFV (Office fédéral de l’environnement), sur le site duquel on peut lire, à l’occasion d’une conférence de presse tenue après la catastrophe, que « les effets du réchauffement climatique sont déjà perceptibles en Suisse : fonte des glaciers, recrudescence des périodes de sécheresse et de canicule, déstabilisation du permafrost ». Expert en glissements de terrain au sein de l’OFEV, Hugo Raetzo se montre alarmé et confirme : « La fracturation des roches n’est pas directement liée au climat, mais le réchauffement important que connaît la Suisse a une influence sur la stabilité du permafrost et donc sur la fonte du glacier. On peut dire que le réchauffement climatique a précipité l’écroulement de Bondo. »

    Hélas ! La catastrophe est là

    Dans les Alpes, en France, nous, acteurs, élus, praticiens, chercheurs, de la montagne et du climat souhaitons tirer une fois de plus la sonnette d’alarme à l’occasion de ce drame : 4 millions de m³ de montagne qui s’effondrent, c’est l’équivalent de mille maisons individuelles, d’un tremblement de terre de magnitude 3. Une énorme coulée de pierre, de boue et de bois qui a dévalé la montagne et ravagé une partie du village de Bondo, sur la frontière italienne. Les habitants, prévenus par le système d’alarme, ont pu évacuer, mais pas huit randonneurs en montagne dont on est sans nouvelles. (...)

    #Piz_Cengalo,
    #effondrement #collapsologie #catastrophe #fin_du_monde #it_has_begun #Anthropocène #capitalocène
    #réchauffement_climatique #dérèglement_climatique

  • Isère-Sud | Le refuge du Promontoire a dû fermer après des chutes de pierres
    Par Denis MASLIAH | Publié le 31/08/2017 à 10:23
    http://www.ledauphine.com/isere-sud/2017/08/31/le-refuge-du-promontoire-a-du-fermer-apres-des-chutes-de-pierres-saint-c

    Frédi Meignan, gardien du refuge du Promontoire : « « C’est un miracle qu’il n’y ait eu personne. C’était quasiment le premier soir de la saison que nous n’avions pas de randonneurs ou d’alpinistes ». Photo d’archives Le DL/Antoine CHANDELLIER

    (...) Contacté par téléphone, Fredi Meignan vient d’indiquer au Dauphiné Libéré qu’un gros bloc de 50 cm sur 50 cm est tombé sur la terrasse, à un endroit où se retrouvent chaque soir les pensionnaires du refuge.

    « C’est un miracle qu’il n’y ait eu personne. C’était quasiment le premier soir de la saison que nous n’avions pas de randonneurs ou d’alpinistes ! ». Selon lui, des blocs sont également venus percuter le mur du refuge, côté cuisine, déplaçant la paroi et faisant tomber des meubles et des morceaux de plafond.

    « L’éboulement provient d’une petite arête située à proximité du refuge. C’est une bosse sur laquelle nous montons tous souvent. Jamais personne n’aurait jamais pensé qu’elle soir instable. Avant toute chose, il faut que nous comprenions ce qui s’est passé. Est-ce qu’il y a eu une mini secousse sismique ? A ma connaissance, c’est la première fois depuis 1901, date de construction du premier refuge à l’emplacement précis du refuge actuel, qu’il se produit un incident pareil. Ce qui est certain, c’est que, pour nous, la saison est terminée ».(...)

  • Glissement de terrain : le réchauffement climatique à l’origine de l’effondrement
    Par Antoine CHANDELLIER avec AFP | Publié le 25/08/2017
    http://www.ledauphine.com/faits-divers/2017/08/24/le-rechauffement-climatique-a-l-origine-de-l-effondrement-d-une-montagne

    Mercredi matin, la chute de 4 millions de m³ de matériaux rocheux a entraîné un gigantesque glissement de terrain.

    Le Piz Cengalo était bien connu par ses humeurs. Déjà le 28 décembre 2011, près de 2 millions de m³ de rochers s’étaient écroulés de cette montagne de la Suisse orientale, détruisant des alpages et des bergeries. Depuis, un système d’alarme avait été installé. Il s’est bien déclenché mercredi matin. Selon le géomorphologue Ludovic Ravanel, chercheur au CNRS et au laboratoire Edytem de Chambéry, plusieurs précédents avaient été recensés dans la décennie, dont le dernier le 21 août 2017, aux effets limités à la moyenne montagne.

    « Mais le phénomène observé mercredi est gigantesque, le plus gros dans les Alpes depuis 1 717. » Quelque 4 millions de m³ de matériaux se sont détachés du pan de ce sommet, vers 9 h 30, soit l’équivalent de 4 000 maisons individuelles.

    ≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈

    Un nouvel éboulement déferle sur le village de Bondo dans les Grisons
    samedi 26 août
    http://www.rts.ch/info/regions/autres-cantons/8867441-un-nouvel-eboulement-deferle-sur-le-village-de-bondo-dans-les-grisons.ht
    https://www.rts.ch/play/tv/l039actu-en-video/video/un-nouvel-eboulement-deferle-sur-le-village-de-bondo-dans-les-grisons?id=8867527

    Un nouveau glissement de terrain suivi d’une coulée de boue s’est produit vendredi après-midi près de Bondo dans les Grisons, après un premier éboulement mercredi. Huit personnes sont toujours portées disparues.

    Le nouveau glissement de terrain, confirmé par la police cantonale des Grisons, s’est produit vendredi vers 16h30 au Piz Cengalo, dans le Val Bregaglia (GR). Comme lors du premier effondrement de roches mercredi, des éboulis ont été poussés jusqu’au village de Bondo, a expliqué la police grisonne. Ce deuxième épisode était attendu et, apparemment, personne n’a été blessé.
    Machines et bennes emportées

    La nouvelle coulée de boue est venue grossir celle déjà existante. En l’espace de cinq à dix minutes, une énorme masse d’eau et de gravats a renfloué la masse de gravats près de Bondo, donnant à entendre des bruits de tôle froissée, a constaté la RTS sur place.

    Des pelles mécaniques, utilisées pour débarrasser les gravats, ont été prises dans le courant. Des bennes métalliques ont été emportées par les flots et jetées contre les premières maisons du village quelque 300 mètres en contrebas.

    ≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈≈
    https://twitter.com/cmoreldarleux/status/902812256894836737

  • Éboulement mortel sur le site d’enfouissement de #déchets_nucléaires de #Bure
    http://www.lemonde.fr/societe/article/2016/01/26/bure-un-mort-dans-un-eboulement-sur-le-site-d-enfouissement-de-dechets-nucle

    Une personne est morte et une autre a été gravement blessée, mardi 26 janvier, dans un éboulement sur le site du laboratoire souterrain de l’Agence nationale pour la gestion des déchets nucléaires (Andra) à Bure, ont indiqué les pompiers.

  • Climate change causes more rock slides

    The global rise of temperatures is having dramatic effects in the Swiss Alps. In the Matter valley in canton Valais, rock masses are usually held together by permafrost. Now the ice is melting, releasing large chunks of debris.

    http://www.swissinfo.ch/eng/multimedia/melting-mountains_climate-change-causes-more-rock-slides/36759038?fb_action_ids=10153021971228014&fb_action_types=og.likes
    #changement_climatique #climat #éboulement

  • Det har skjedd før og det skjer igjen - Møre og Romsdal - NRK Nyhende

    C’est déjà arrivé [en 1934], et ça arrivera encore : un Tsunami dans un fjord norvégien dans l’ouest du pays après un méga-glissement de terrain.

    l’image est impressionnante.

    http://www.nrk.no/nyheter/distrikt/more_og_romsdal/1.7951394

    IKKE REELT : Dette bildet er hentet fra en reklameplakat for filmen « Bølgen ». Styreleder i Åknes/Tafjord Beredskap, Frank Sve sier cruiseskipet vil være ute av fjorden lenge før det er en faresituasjon.
    Foto : Fantefilm

    I 1934 raste fjellsiden i fjorden og raserte Tafjord. Nå overvåkes fjellsiden på Åkneset i Storfjorden og lokalsamfunnet er forberedt på en monsterbølge. Dette blir bakteppet for Norges første katastrofefilm.