• Does Development Reduce Migration ?

    The most basic economic theory suggests that rising incomes in developing countries will deter emigration from those countries, an idea that captivates policymakers in international aid and trade diplomacy. A lengthy literature and recent data suggest something quite different: that over the course of a “mobility transition”, emigration generally rises with economic development until countries reach upper-middle income, and only thereafter falls. This note quantifies the shape of the mobility transition in every decade since 1960. It then briefly surveys 45 years of research, which has yielded six classes of theory to explain the mobility transition and numerous tests of its existence and characteristics in both macro- and micro-level data. The note concludes by suggesting five questions that require further study.


    http://www.iza.org/en/webcontent/publications/papers/viewAbstract?dp_id=8592

    #développement #migrations #émigration #statistiques
    cc @reka @isskein

    • Can Development Assistance Deter Emigration ?

      As waves of migrants have crossed the Mediterranean and the US Southwest border, development agencies have received a de facto mandate: to deter migration from poor countries. The European Union, for example, has pledged €3 billion in development assistance to address the “root causes” of migration from Africa. The United States has made deterring migration a centerpiece of its development assistance to Central America.

      Will it work? Here we review the evidence on whether foreign aid has been directed toward these “root causes” in the past, whether it has deterred migration from poor countries, and whether it can do so. Development aid can only deter migration if it causes specific large changes in the countries migrants come from, and those changes must cause fewer people to move.

      Key findings:

      Economic development in low-income countries typically raises migration. Evidence suggests that greater youth employment may deter migration in the short term for countries that remain poor. But such deterrence is overwhelmed when sustained overall development shapes income, education, aspirations, and demographic structure in ways that encourage emigration.

      This will continue for generations. Emigration tends to slow and then fall as countries develop past middle-income. But most of today’s low-income countries will not approach that point for several decades at any plausible rate of growth.

      Aid has an important role in positively shaping migration flows. Realizing that potential requires massive innovation. Because successful development goes hand in hand with greater migration, aid agencies seeking to affect migration must move beyond deterrence. They must invest in new tools to change the terms on which migration happens.


      https://www.cgdev.org/publication/can-development-assistance-deter-emigration

    • Quel lien entre migrations internationales et développement ?

      Le développement, la lutte contre la pauvreté, des freins migratoires ? Sans doute pas. Aux politiques d’être vigilants et d’assumer une réalité qui échappe malgré tout à la force des logiques économiques, à l’efficacité des contrôles frontaliers. Le Nord attire, il a besoin de main-d’œuvre. Comment concilier ses intérêts avec ceux du Sud, avec les droits de l’homme des migrants ?

      http://www.revue-projet.com/articles/2002-4-quel-lien-entre-migrations-internationales-et-developpement

    • #Root_Causes’ Development Aid: The False Panacea for Lower Migration

      Migration is a positive side effect of development, and aid should not be spent in pursuit of keeping people where they are. Development economist #Michael_Clemens sorts the evidence from the politics in conversation with Refugees Deeply.

      https://www.newsdeeply.com/refugees/community/2018/02/23/root-causes-development-aid-the-false-panacea-for-lower-migration
      #aide_du_développement

    • #Aiutiamoli_a_casa_loro”: è una strategia efficace?

      Ricerche recenti hanno dimostrato che c’è una relazione tra il livello di sviluppo economico di un paese e il suo tasso di emigrazione netta. Ma non sempre questa relazione va a sostegno di chi pensa che per arginare i flussi migratori basti aiutare i paesi più poveri a svilupparsi. Gli esperti parlano infatti di “gobba migratoria”: man mano che il PIL pro capite di un paese povero aumenta, il tasso di emigrazione dei suoi abitanti cresce, toccando un massimo nel momento in cui il paese raggiunge un reddito medio pro capite di circa 5.000 dollari annui (a parità di potere d’acquisto - PPA). Solo una volta superato quel livello di reddito, il tasso di emigrazione torna a scendere.

      Nel 2016 i paesi dell’Africa subsahariana avevano un reddito pro capite medio inferiore a 3.500 dollari annui PPA e, nonostante quest’ultimo sia cresciuto del 38% tra il 2003 e il 2014, negli ultimi anni questa crescita si è interrotta e rischia addirittura di invertirsi. I paesi dell’Africa subsahariana si trovano quindi ancora a un livello di sviluppo economico coerente con un tasso di emigrazione in crescita, ed è difficile immaginare che riusciranno a raggiungere (e superare) la “gobba” dei 5.000 dollari pro capite PPA nel futuro più prossimo.

      È tuttavia vero che, se si sviluppano insieme tutti i paesi africani, ciò potrebbe favorire una ripresa delle migrazioni intra-regionali, ovvero da paesi dell’Africa subsahariana verso altri paesi dell’area. Sarebbe un’inversione di tendenza rispetto a quanto verificatosi negli ultimi 25 anni, un periodo in cui le migrazioni extra-regionali (quindi verso Europa, Golfo, America del Nord, ecc.) sono quadruplicate.

      Infine va sottolineato che per “aiutarli a casa loro” attraverso politiche di sviluppo sarebbero necessari aiuti di importo molto consistente. All’opposto, gli aiuti ufficiali allo sviluppo da parte dei paesi Ocse verso l’Africa subsahariana sono rimasti a un livello praticamente invariato dal 2010, e quelli italiani si sono addirittura ridotti di oltre il 70%: da un picco di 1 miliardo di euro nel 2006 a 297 milioni di euro nel 2016.

      https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fact-checking-migrazioni-2018-20415

      Dans cet article, on cite cette étude de Michael A. Clemens:
      Does Development Reduce Migration?
      http://ftp.iza.org/dp8592.pdf

    • Povertà, migrazioni, sviluppo: un nesso problematico

      È proprio vero che sono i più poveri a migrare? E cosa succede se prevale la visione degli aiuti ai paesi in via di sviluppo come antidoto all’immigrazione? Il professor Maurizio Ambrosini mette a confronto la retorica dell’”aiutiamoli a casa loro” con i fatti.

      Uno dei luoghi comuni più inossidabili nel dibattito sulle migrazioni riguarda il rapporto tra immigrazione e povertà. Convergono sul punto sia i sostenitori della retorica dell’emergenza (“la povertà dell’Africa si riversa sulle nostre coste”), sia i paladini dell’accoglienza (“siamo responsabili della povertà del Terzo Mondo e dobbiamo farcene carico”). Il corollario più logico di questa visione patologica delle migrazioni è inevitabilmente lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”. Mi propongo di porre a confronto questa visione con una serie di dati, al fine di valutare la pertinenza dell’idea dell’aiuto allo sviluppo come alternativa all’immigrazione.
      Non la povertà, ma le disuguaglianze

      Come vedremo, la povertà in termini assoluti non ha un rapporto stretto con le migrazioni internazionali sulle lunghe distanze. È vero invece che le disuguaglianze tra regioni del mondo, anche confinanti, spiegano una parte delle motivazioni a partire. Anzi, si può dire che i confini sono il maggiore fattore di disuguaglianza su scala globale. Pesano più dell’istruzione, del genere, dell’età, del retaggio familiare. Un bracciante agricolo nell’Europa meridionale guadagna più di un medico in Africa. Questo fatto rappresenta un incentivo alla mobilità attraverso i confini.

      L’enfasi sulla povertà come molla scatenante delle migrazioni si scontra invece con un primo dato: nel complesso i migranti internazionali sono una piccola frazione dell’umanità: secondo i dati più recenti contenuti nel Dossier statistico Idos 2017, intorno ai 247 milioni su oltre 7 miliardi di esseri umani, pari al 3,3 per cento. Se i numeri sono cresciuti (erano 175 milioni nel 2000), la percentuale rimane invece stabile da parecchi anni, essendo cresciuta anche la popolazione mondiale.

      Ciò significa che le popolazioni povere del mondo hanno in realtà un accesso assai limitato alle migrazioni internazionali, e soprattutto alle migrazioni verso il Nord globale. Il temuto sviluppo demografico dell’Africa non si traduce in spostamenti massicci di popolazione verso l’Europa o altre regioni sviluppate. I movimenti di popolazione nel mondo avvengono soprattutto tra paesi limitrofi o comunque all’interno dello stesso continente (87 per cento nel caso della mobilità dell’Africa sub-sahariana), con la sola eccezione dell’America settentrionale, che attrae immigrati dall’America centro-meridionale e dagli altri continenti. Per di più, dall’interno dell’Africa partono soprattutto persone istruite.

      Ne consegue un secondo importante assunto: la povertà in senso assoluto ha un rapporto negativo con le migrazioni internazionali, tanto più sulle lunghe distanze. I migranti, come regola generale, non provengono dai paesi più poveri del mondo. La connessione diretta tra povertà e migrazioni non ha basi statistiche. Certo, i migranti partono soprattutto per migliorare le loro condizioni economiche e sociali, inseguendo l’aspirazione a una vita migliore di quella che conducevano in patria. Questo miglioramento però è appunto comparativo, e ha come base uno zoccolo di risorse di vario tipo.
      Chi è poverissimo non riesce a partire

      Le migrazioni sono processi intrinsecamente selettivi, che richiedono risorse economiche, culturali e sociali: occorre denaro per partire, che le famiglie investono nella speranza di ricavarne dei ritorni sotto forma di rimesse; occorre una visione di un mondo diverso, in cui riuscire a inserirsi pur non conoscendolo; occorrono risorse caratteriali, ossia il coraggio di partire per cercare fortuna in paesi lontani di cui spesso non si conosce neanche la lingua, e di affrontare vessazioni, discriminazioni, solitudini, imprevisti di ogni tipo; occorrono risorse sociali, rappresentate specialmente da parenti e conoscenti già insediati e in grado di favorire l’insediamento dei nuovi arrivati. Come ha detto qualcuno, i poverissimi dell’Africa di norma non riescono neanche ad arrivare al capoluogo del loro distretto. Pertanto la popolazione in Africa potrà anche aumentare ma, senza una sufficiente dotazione di risorse e senza una domanda di lavoro almeno implicita da parte dell’Europa, non si vede come possa arrivare fino alle nostre coste.

      Se invece di fissare lo sguardo sugli sbarchi guardiamo ai dati sulle nazionalità degli immigrati che risiedono in Italia, ci accorgiamo che i grandi numeri non provengono dai paesi più derelitti dell’Africa. L’immigrazione insediata in Italia è prevalentemente europea, femminile, proveniente da paesi di tradizione culturale cristiana. La graduatoria delle provenienze vede nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine. Nessuno di questi è annoverato tra i paesi più poveri del mondo, quelli che occupano le ultime posizioni nella graduatoria basata sull’indice di sviluppo umano dell’Onu: un complesso di indicatori che comprendono non solo il reddito, ma anche altre importanti variabili come i tassi di alfabetizzazione, la speranza di vita alla nascita, il numero di posti-letto in ospedale in proporzione agli abitanti. Su scala globale, i migranti provengono prevalentemente da paesi collocati nelle posizioni intermedie della graduatoria. Per esempio negli Stati Uniti di oggi provengono in maggioranza dal Messico, in Svizzera sono europei per oltre l’80 per cento, in Germania in due casi su tre.

      Per le stesse ragioni, i migranti non sono i più poveri dei loro paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane. E più vengono da lontano, più sono selezionati socialmente. Raramente troviamo immigrati provenienti da molto lontano (cinesi, filippini, latino-americani…) nei dormitori per i senza dimora, nelle mense dei poveri, precariamente accampati sotto i portici, o anche in carcere. Chi arriva da più lontano, fra l’altro, necessita di un progetto più definito e di lunga durata, non può permettersi di fare sperimentazioni o andirivieni: deve essere determinato a rimanere e a lavorare per ripagare almeno le spese sostenute e gli eventuali prestiti ricevuti. Ha anche bisogno di teste di ponte più solide, ossia di parenti o connazionali affidabili che lo accolgano e lo aiutino a sistemarsi.
      Mostra «La Terra Inquieta», Triennale di Milano, 2017 (foto: Marina Petrillo)

      La cattiva gestione dell’asilo ha in parte incrinato questa logica: i rischi sono tali che a volte arriva anche chi non ha niente da perdere e ha l’incoscienza di provare a partire. Se viene riconosciuto come rifugiato, in Italia il più delle volte viene lasciato in mezzo alla strada. Incontra severe difficoltà anche nello spostarsi verso altri paesi europei, come avveniva più agevolmente nel passato. In modo particolare, i beneficiari dell’Emergenza Nord Africa dell’ultimo governo Berlusconi sono stati gestiti con un approccio emergenziale che non ha favorito la loro integrazione socio-economica. Ma pur tenendo conto di questa variabile, la logica complessiva non cambia: le migrazioni internazionali sulle lunghe distanze non sono un effetto della povertà, ma dell’accesso ad alcune risorse decisive.
      A proposito dei “migranti ambientali”

      Una valutazione analoga riguarda un altro tema oggi dibattuto, quello dei cosiddetti “rifugiati ambientali”. Il concetto sta conoscendo una certa fortuna, perché consente di collegare la crescente sensibilità ecologica, la preoccupazione per i cambiamenti climatici e la protezione di popolazioni vulnerabili del Sud del mondo. È una spiegazione affascinante della mobilità umana, e anche politicamente spendibile. Ora, è senz’altro vero che nel mondo si moltiplicano i problemi ambientali, direttamente indotti come nel caso della costruzione di dighe o di installazioni petrolifere, o provocati da desertificazioni, alluvioni, avvelenamenti del suolo e delle acque.

      Tuttavia, che questi spostamenti forzati si traducano in migrazioni internazionali, soprattutto sulle lunghe distanze, è molto più dubbio. Anzitutto, le migrazioni difficilmente hanno un’unica causa: i danni ambientali semmai aggravano altri fattori di fragilità, tanto che hanno un impatto diverso su gruppi diversi di popolazione che abitano negli stessi territori. Entrano in relazione con altri fattori, come per esempio l’insediamento in altri territori di parenti che si spera possano fornire una base di appoggio. È più probabile poi che eventualmente i contadini scacciati dalla loro terra ingrossino le megalopoli del Terzo Mondo, anziché arrivare in Europa, sempre per la ragione prima considerata: dove trovano le risorse per affrontare viaggi così lunghi e necessariamente costosi? Va inoltre ricordato che l’esodo dal mondo rurale è una tendenza strutturale, difficile da rovesciare, in paesi in cui la popolazione impegnata nell’agricoltura supera il 50 per cento dell’occupazione complessiva. Neppure la Cina ci riesce, pur avendo trattato a lungo i contadini inurbati senza permesso alla stessa stregua degli immigrati stranieri considerati illegali nei nostri paesi, tanto che ha dovuto negli ultimi anni ammorbidire la sua politica in materia.
      Gli aiuti allo sviluppo non risolvono la questione

      Questa analisi ha inevitabili ripercussioni sull’idea della promozione dello sviluppo come alternativa all’emigrazione. Ossia l’idea sintetizzabile nel noto slogan “aiutiamoli a casa loro”.

      Si tratta di un’idea semplice, accattivante, apparentemente molto logica, ma in realtà fallace. Prima di tutto, presuppone che l’emigrazione sia provocata dalla povertà, ma abbiamo visto che questo è meno vero di quanto si pensi. Se gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri, dovremmo paradossalmente aiutare i paesi in posizione intermedia sulla base degli indici di sviluppo, anziché quelli più bisognosi, i soggetti istruiti anziché i meno alfabetizzati, le classi medie anziché quelle più povere.

      In secondo luogo, gli studi sull’argomento mostrano che in una prima, non breve fase lo sviluppo fa aumentare la propensione a emigrare. Cresce anzitutto il numero delle persone che dispongono delle risorse per partire. Le aspirazioni a un maggior benessere inoltre aumentano prima e più rapidamente delle opportunità locali di realizzarle, anche perché lo sviluppo solitamente inasprisce le disuguaglianze, soprattutto agli inizi. Possiamo dire che lo sviluppo si lega ad altri fattori di cambiamento sociale, mette in movimento le società, semina speranze e sogni che spingono altre persone a partire. Solo in un secondo tempo le migrazioni rallentano, finché a un certo punto il fenomeno s’inverte: il raggiunto benessere fa sì che regioni e paesi in precedenza luoghi di origine di emigranti diventino luoghi di approdo di immigrati, provenienti da altri luoghi che a quel punto risultano meno sviluppati.

      Così è avvenuto in Italia, ma dobbiamo ricordare che abbiamo impiegato un secolo a invertire il segno dei movimenti migratori, dalla prevalenza di quelli in uscita alla primazia di quelli in entrata. In tutti i casi fin qui conosciuti sono occorsi decenni di sviluppo prima di osservare un calo significativo dell’emigrazione.
      Le rimesse degli emigranti

      L’emigrazione non è facile da contrastare neppure con generose politiche di sostegno allo sviluppo e di cooperazione internazionale, anche perché un altro fenomeno incentiva le partenze e la permanenza all’estero delle persone: le rimesse degli emigranti. Si tratta di 586 miliardi di dollari nel 2015, 616 nel 2016, secondo le stime della Banca Mondiale, basate sui soli canali ufficiali di trasferimento di valuta.

      A livello macro, vari paesi hanno le rimesse come prima voce attiva negli scambi con l’estero, e 26 paesi del mondo hanno un’incidenza delle rimesse sul PIL che supera il 10 per cento. A livello micro, le rimesse arrivano direttamente nelle tasche delle famiglie, saltando l’intermediazione di apparati pubblici e imprese private. Sono soldi che consentono di migliorare istruzione, alimentazione, abitazione dei componenti delle famiglie degli emigranti, in modo particolare dei figli, malgrado gli effetti negativi che pure non mancano. Poiché gli emigranti tipicamente investono in terreni e case come simbolo del loro successo, le rimesse fanno lavorare l’industria edilizia. Fanno però salire i prezzi e svantaggiano chi non ha parenti all’estero, alimentando così nuove partenze. Difficile negare tuttavia che le rimesse allevino i disagi e migliorino le condizioni di vita delle famiglie che le ricevono. Il sostegno allo sviluppo dovrebbe realizzare rapidamente delle alternative per competere con la dinamica propulsiva del nesso emigrazione-rimesse-nuova emigrazione, ma un simile effetto nel breve periodo è praticamente impossibile.

      Dunque le politiche di sviluppo dei paesi svantaggiati sono giuste e auspicabili, la cooperazione internazionale è un’attività encomiabile, rimedio a tante emergenze e produttrice di legami, scambi culturali e posti di lavoro su entrambi i versanti del rapporto tra paesi donatori e paesi beneficiari. Ma subordinare tutto questo al controllo delle migrazioni è una strategia di dubbia efficacia, certamente improduttiva nel breve periodo, oltre che eticamente discutibile. Di fatto, gli aiuti in cambio del contrasto delle partenze significano oggi finanziare i governi dei paesi di transito affinché assumano il ruolo di gendarmi di confine per nostro conto.

      Da ultimo, il presunto buon senso dell’“aiutiamoli a casa loro” dimentica un aspetto di capitale importanza: il bisogno che le società sviluppate hanno del lavoro degli immigrati. Basti pensare alle centinaia di migliaia di anziani assistiti a domicilio da altrettante assistenti familiari, dette comunemente badanti. Se i paesi che attualmente esportano queste lavoratrici verso l’Italia dovessero conoscere uno sviluppo tale da scongiurare le partenze, non cesserebbero i nostri fabbisogni. In mancanza di alternative di cui per ora non si vedono neppure i presupposti, andremmo semplicemente a cercare lavoratrici disponibili in altri paesi, più arretrati di quelli che attualmente ce le forniscono.

      Concludendo, il nesso diretto tra migrazioni, povertà e sviluppo è una delle tante semplificazioni di un dibattito che prescinde dai dati, si basa sulle percezioni e rifugge dalla fatica dell’approfondimento dei fenomeni.

      http://openmigration.org/analisi/poverta-migrazioni-sviluppo-un-nesso-problematico

    • #Codéveloppement : un marché de dupes

      Née du souci d’un partage équitable des richesses et d’une volonté de coopération entre la France et les pays d’émigration, la notion de codéveloppement a été rapidement dévoyée. Au lieu de considérer que migrations et développement sont deux phénomènes complémentaires, les unes apportant à l’autre l’aide la plus conséquente et la plus efficace, on assiste aujourd’hui, derrière un discours d’un cynisme affiché prétendant mener une politique qui répond aux intérêts de tous, à un contrôle accru et une diminution des migrations. À l’inverse des incantations officielles, cette politique ne bénéficie ni aux migrants, ni aux pays de destination, ni aux pays d’origine.


      https://www.gisti.org/spip.php?article1799

    • Immigration : l’échec de la méthode Sami Nair. Le « codéveloppement » du chevènementiste ne démarre pas.

      Les uns parlent de fiasco, rigolent en douce : « C’était couru

      d’avance. » Les autres maintiennent que l’idée est révolutionnaire. Au Quai d’Orsay, certains assurent que le codéveloppement est enterré. A Matignon, d’autres affirment que l’aventure ne fait que commencer. Ces divergences, même radicales, seraient banales s’il ne s’agissait pas d’une approche totalement différente de la gestion des flux migratoires. Mais, un an après le lancement de la délégation interministérielle au codéveloppement, le démarrage est poussif : aucune convention n’a encore été signée avec les trois pays concernés (Maroc, Mali, Sénégal), et le contrat de réinsertion dans le pays d’origine (CRPO), proposé aux immigrés, n’a attiré que 27 personnes. « Normal, c’est un projet à long terme », assure-t-on à l’Office des migrations internationales (OMI, rattaché au ministère de l’Emploi et de la Solidarité). Il n’empêche, les chiffres sont rudes : Sami Naïr, père du concept, ancien délégué au codéveloppement et nouveau député européen (MDC), tablait sur des milliers de demandes. « Le codéveloppement, ça marche », persiste-t-il. Ces résultats décevants, voire piteux, signent-ils la mort du projet ?

      Marotte. Au départ, il y a cette idée, séduisante comme une évidence : transformer les émigrés en acteurs mobiles du développement de leur pays. En pratique, il s’agit de proposer, sur place, des conditions suffisamment attrayantes pour garder et/ou faire revenir les immigrés. Et, in fine, de substituer des flux transitoires aux flux permanents d’immigration irrégulière.

      Le codéveloppement a toujours été la marotte de Sami Naïr. Universitaire, très proche de Chevènement, rencontré dans sa jeunesse belfortaine, Naïr séduit les uns, excède les autres. « C’est un faux-jeton », assurent ces derniers, l’accusant d’avoir troqué ses convictions et son passé de pourfendeur des lois Pasqua (1) contre un bureau de conseiller place Beauvau. D’autres vantent son enthousiasme, sa vision de l’immigration et des rapports Nord-Sud. « On croirait qu’il va déplacer des montagnes », expliquent ses adversaires pour justifier son influence.

      Signe du climat passionnel qui règne autour de Jean-Pierre Chevènement, les détracteurs et même les partisans préfèrent garder l’anonymat. Mais tous, ou presque, reconnaissent sa compétence en matière de flux migratoires. « Je ne crois pas à une Europe-forteresse, mais à une Europe forte, qui intègre et dynamise les flux migratoires », dit-il malgré son appartenance au MDC, qui n’en fait pas un européen convaincu.

      Jospin séduit. Fin 1997, Sami Naïr remet à Jospin son rapport sur le codéveloppement. « La France ne peut plus, dans le contexte actuel, accueillir de nouveaux flux migratoires. Le codéveloppement n’a pas pour but de favoriser le retour des immigrés chez eux s’ils n’en ont pas la volonté », mais de « favoriser la solidarité active avec les pays d’origine », lit-on dans ce rapport. Jospin est très séduit, comme Martine Aubry, ainsi, bien sûr, que Chevènement. Le ministère de la Coopération n’y croit pas, des spécialistes dénoncent « une vieille idée des années 50 » et jugent impossible de renvoyer des gens contre leur gré. « La coopération avec les pays du Sud est un acte de solidarité, la gestion des entrées sur le territoire relève de la police. On ne peut associer les deux », estime le président du groupe de travail Migrations-développement, structure de réflexion qui regroupe des représentants de l’Etat et des ONG.

      Habiller les restrictions. Mais le contexte politique sert Naïr. Alors que s’achève l’opération de régularisation des sans-papiers, qui laisse 60 000 irréguliers sur le carreau, le conseiller de Chevènement devient le premier délégué interministériel au codéveloppement et aux flux migratoires. « Il fallait que Chevènement habille sa politique restrictionniste, explique aujourd’hui un anti-Naïr de la première heure. Si Chevènement avait mis pour les sans-papiers 10% de l’énergie consacrée au projet de Sami Naïr, on n’en serait pas là. C’est les avions renifleurs de l’immigration. » Le jugement est sévère. Car la délégation, finalement installée boulevard Diderot à Paris dans un local appartenant aux Finances, est bien modeste et n’a quasiment aucun fonds propre.

      Le Quai accusé. Les négociations des décrets sont agitées. « C’était un dossier très chaud. La Coopération n’a pas voulu jouer le jeu. Ils n’étaient pas contents qu’on leur enlève des budgets », se souvient-on à Matignon où on loue, sans réserve, le « travail remarquable de Sami, compte tenu des difficultés ». « Faux. On était demandeurs », se défend un haut fonctionnaire du Quai d’Orsay, auquel le ministère de la Coopération est rattaché. En fait, les adversaires du projet sont divisés. Aux Affaires sociales, le cabinet refuse qu’on dépense de l’argent pour former des immigrés en situation irrégulière. « Je me suis battu comme un chien, et Martine Aubry m’a soutenu », rétorque Sami Naïr. A la Coopération et aux Affaires étrangères, on juge le projet trop imprégné du fantasme de l’immigration zéro cher à Pasqua, qui avait déjà tenté ­ sans suite ­ une politique de codéveloppement : « Ça marche si le type n’est pas encore parti. Parce qu’une fois qu’il a goûté à l’Occident, même dans une banlieue pauvre, il connaît vraiment la différence, et il faut payer très cher pour qu’il reparte. »

      « Politique réac ». L’échec du contrat de réinsertion dans le pays d’origine affecte moins Sami Naïr que les commentaires désobligeants qui l’accompagnent. « Le CRPO n’est qu’un petit dossier de la politique de codéveloppement et il n’a pas été pris en charge », explique-t-il, visant l’OMI, pourtant riche des 1 300 francs ponctionnés à chacun des 70 000 régularisés de la circulaire Chevènement (visite médicale plus « taxe de chancellerie »).

      Les détracteurs du codéveloppement ne désarment pas quand on en vient au principal volet, nettement plus complexe : les conventions proposées au Maroc, au Mali et au Sénégal, prévoyant des investissements français en échange d’une limitation des flux migratoires. Le Maroc refuse de signer la convention. Le Mali et le Sénégal, d’abord réticents, ont été convaincus par les arguments de Naïr, et les accords devraient être signés à la rentrée. « La gaugauche s’est fait avoir. C’est une politique très réac enrobée de tiers-mondisme. Le colonialisme et les quotas, c’est fini, on ne dispose plus des gens contre leur gré », s’énerve un spécialiste, pourtant proche de Chevènement, qui s’appuie sur vingt ans d’échecs répétés de tous les systèmes d’aide au retour des immigrés. Ailleurs, on reconnaît que ce genre de politique se juge sur le long terme. Encore faut-il y mettre des moyens et une volonté politique. Et si, effectivement, le codéveloppement a été seulement perçu comme un habillage de la politique d’immigration, il est très probable qu’on en restera là.

      (1) Sami Naïr est l’auteur de Contre les lois Pasqua (1997).

      http://www.liberation.fr/societe/1999/07/08/immigration-l-echec-de-la-methode-sami-nair-le-codeveloppement-du-chevene

    • Codéveloppement et flux migratoires

      Je crois que le mieux pour comprendre ce que j’ai essayé de faire en matière de codéveloppement lié aux flux migratoires à la fin des années 90, c’est encore de résumer, brièvement, comment cette idée de codéveloppement a été élaborée et pourquoi elle reste d’actualité. On pardonnera une implication plus personnelle du propos, mais il se trouve que grâce à Jean-Pierre Chevènement, ministre de l’Intérieur à partir de juin 1997, j’ai été associé à la politique gouvernementale en matière d’immigration.

      https://www.cairn.info/article.php?ID_ARTICLE=MIGRA_117_0071

    • Je transcris ici les propos de Murat Julian Alder, avocat, député au Grand Conseil genevois, prononcés lors d’un débat à Infrarouge (autour de la minute 53) :

      « Il est temps qu’on pose la question sur la table avec les pays d’émigration. Au PLR on a la conviction qu’on est en droit, en tant qu’Etat qui malheureusement subit une partie de cette migration, d’exiger une contre-partie des pays à qui nous versons chaque année des centaines de millions de francs au titre de l’#aide_au_développement. Lorsqu’on est au pouvoir dans un pays, on en défend ses intérêts. Et la défense des intérêts de notre pays implique que nos gouvernants explique aux pays d’émigration que cette aide au développement est à bien plaire, mais qu’on peut faire davantage pour autant qu’il y ait une contrepartie. Et cette contrepartie c’est la conclusion d’#accords_de_réadmission, c’est aussi une aide davantage ciblée sur place dans les pays d’émigration au lieu de la politique de l’arrosoir que nous connaissons actuellement »

      #accords_bilatéraux

  • Latvian Institute starts campaign ’’I want you back’’

    Latvian Institute (LI) has started a campaign in order to reach out to both Latvians who are living abroad and Latvians who have friends or relatives working and living abroad.
    After Latvia became a member of EU and especially during the economic crisis in 2010, many hundreds and thousands of people left Latvia and went working abroad, mostly United Kingdom, Ireland, but also Denmark, Norway and Sweden.
    Now the LI wants to start a bigger project and the first activity is to reach out to Latvians in Latvia and encourage them to say to their loved ones abroad that they want them back.
    This social movement has encountered also a quite sarcastic tone, but the director of LI Aiva Rozenberga is sure that this will help.

    http://www.diena.lv/latvija/zinas/attieksme-svarigaka-par-algu-14150554
    Divu nedēļu laikā, kopš Latvijas Institūts (LI) nāca klajā ar iniciatīvu Gribu Tevi atpakaļ!, saņemtas visdažādākās atsauksmes. Rīkojot diskusiju ar mediju pārstāvjiem, LI direktore Aiva Rozenberga atzina, ka šis neesot pirmais viņas sāktais projekts, kurā būs jāiet cauri lielām diskusijām. Sociālās kustības sākuma laiks izvēlēts, ņemot vērā, ka tuvojas Latvijas simtgade. “Tas nav par cilvēkiem, kas aizbrauc, bet par mums pašiem – ko katrs var ieguldīt un mainīt to, kas neapmierina,” viņa norāda.

    #Latvia #Latvija #Aiva_Rozenberga #Latvian_Institute #Emigration

  • Grande traversée : Sur les routes de l’exil : podcast et réécoute sur France Culture. Marie Richeux .
    Retour sur dix heures d’émissions consacrées à la « crise des migrants ».

    Les récits et images de personnes quittant leur pays sur des embarcations précaires ayant été pour beaucoup le début d’une prise de conscience, les émissions que nous réécoutons ce jour évoquent ces périlleuses - voire meurtrières - traversées.


    http://www.franceculture.fr/emissions/grande-traversee-sur-les-routes-de-l-exil ( en savoir plus)
    #migration #émigration #immigration #exil #crise_migratoire #migrant #Europe #intégration #géopolitique #parole_de_migrants #Mer

  • Fuite des cervaux : les Français moins touchés que leurs voisins
    http://fr.myeurop.info/2016/05/24/fuite-des-cervaux-les-fran-ais-moins-touch-s-que-leurs-voisins-14534

    Daniel Vigneron

    Loin de quitter la #France en masse, les Français qualifiés s’expatrient beaucoup moins que les Allemands, les Italiens ou les Britanniques. Seule la catégorie des #jeunes_diplômés part plus fréquemment à l’étranger, mais pour un temps limité.

    Depuis plusieurs années, personnalités politiques, leaders d’opinion et experts s’affrontent sur la question de la #fuite_des_cerveaux français à l’&eac lire la suite

    #EUROFOCUS #Allemagne #Espagne #Italie #Pays-Bas #Royaume-Uni #Suède #consulats #émigration #Erasmus #Etudes_à_l'étranger #expatriés #français_de_l'étranger #RFI

  • Salut tout le monde,
    le programme de khâgne pour l’an prochain vient de sortir pour le concours de l’ENS de Lyon, je suis donc preneur de toute information, actualité, référence scientifique ou autre sur la question suivante : « #Population et #inégalités dans le monde ».
    #démographie #géographie #mobilités
    @reka @cdb_77 @odilon


    La lettre de cadrage est la suivante :

    Population et inégalités dans le monde

    La question au programme invite les candidats à rapprocher l’analyse des dynamiques #démographiques de l’étude des inégalités, des processus dont elles résultent et des dispositifs mis en oeuvre pour tenter de les réduire. La compréhension des dynamiques démographiques est au coeur de la réflexion géographique et l’analyse des inégalités est centrale pour la compréhension du monde globalisé. Les inégalités peuvent être définies comme des disparités - diversement perçues, construites et traitées socialement dans le monde – en matière d’accès aux biens, aux ressources et aux services. Elles recoupent plusieurs domaines qui relèvent plus largement du #développement humain. Plusieurs dimensions peuvent être prises en compte telles que les conditions d’existence, les #revenus, l’accès aux services de base, la #santé, l’#éducation, les #ressources, la #sécurité, la #justice, les droits fondamentaux.

    Il s’agit de se demander dans quelle mesure les inégalités persistent ou s’accroissent, dans un contexte d’évolution des situations de développement et de mondialisation qui tendent à reconfigurer les caractéristiques démographiques des populations humaines.

    La question invite à considérer les interactions entre population et inégalités. Les différents types de dynamiques démographiques génèrent des motifs et des formes de répartition des populations et des inégalités. Ces inégalités sont, à leur tour, à l’origine de nouvelles dynamiques démographiques.

    Les relations réciproques entre démographie et inégalités doivent être analysées sur un plan géographique, à différentes échelles (mondiale, régionale et intra-régionale). Des travaux menés à l’échelle locale seront mobilisables dans la mesure où ils servent à illustrer des processus et des dynamiques liées aux inégalités au sein des populations. Au-delà des grandes formes de #distribution spatiale, il s’agira aussi de considérer les #flux de population en relation avec les grands types d’inégalités dans le monde. Les inégalités d’accès à des biens fondamentaux tels que l’#eau potable et l’#alimentation génèrent, par exemple, de multiples formes de #mobilités et de #conflits. De même, les enjeux sociaux liés au #vieillissement des populations s’expriment sous différentes formes selon les régions du monde. Enfin, il conviendra d’aborder des champs traités plus récemment par la géographie telles que les études de #genre, les logiques de l’#exclusion sociale au détriment de celles de l’intégration, les formes de s#égrégation et de #discrimination, les régimes de #visibilité/invisibilité.
    La connaissance des principaux indicateurs synthétiques de mesure des inégalités (IDH, PIB, PPA…) est attendue. Leur spatialisation permet une lecture géographique des inégalités, à plusieurs échelles. En outre, la prise en compte de différentes approches des inégalités (par les capabilités, par exemple) complètera les informations données par les indicateurs synthétiques. Concernant les dynamiques démographiques, la connaissance des caractéristiques d’une population (pyramide des âges, sex ratio, stratifications sociales…), des indicateurs démographiques (taux de fécondité, taux de natalité…), des composantes, rythmes et modalités de la croissance (solde naturel, solde migratoire, transition démographique, vieillissement…) permet de poser des jalons de compréhension. L’analyse de ces différents paramètres devra être menée dans une perspective comparative, en cherchant à repérer et à expliquer les principaux contrastes géographiques et les discontinuités spatiales qui en résultent.
    Les principaux processus causant les inégalités au sein des populations devront être étudiés. La #croissance de la population mondiale est en effet à mettre en lien avec l’organisation des sociétés contemporaines et avec les processus globaux, qu’il s’agisse de la #mondialisation, des enjeux démographiques des changements environnementaux, des problématiques de santé globale, de l’émergence de nouveaux régimes #migratoires, ou des transformations sociales. L’analyse géographique doit considérer les conséquences spatiales du très fort accroissement démographique dans ses différentes dimensions régionales. Les processus tels que l’#urbanisation ou la #littoralisation devront être connus. A l’inverse, la décroissance démographique dans certaines régions ou dans certains Etats, conséquence d’un déficit naturel et/ou de l’#émigration renvoient à des formes d’organisation des territoires à ne pas négliger. La question implique enfin d’analyser les #transitions,
    la transition démographique en premier lieu mais également les transitions urbaine, alimentaire et mobilitaire. Il faudra aussi prendre en compte de nouveaux niveaux d’organisation : les inégalités peuvent être saisies au niveau des groupes humains, où les questions de #genre importent. Ces processus conduiront à analyser de manière critique les grandes catégories de lecture et de classification du monde sous l’angle de la population (opposition #Nord/Sud, ou jeunes/vieux par exemple).
    Au-delà de la connaissance des contrastes économiques et sociaux, le programme invite à s’interroger sur les réponses apportées par les acteurs géographiques et territoriaux aux situations d’inégalité. Les principales stratégies de réduction des inégalités entre individus et entre territoires, devront être abordées. D’un côté, les populations génèrent elles-mêmes des dynamiques pour s’extraire de leurs difficultés socio-territoriales (rôle croissant des #femmes dans ces dynamiques, logiques migratoires, nouvelles formes de #solidarité…). D’un autre côté, les politiques et les programmes de lutte contre les inégalités sont menés à différentes échelles et visent à garantir un meilleur accès aux ressources (éducation, emploi, NTIC) à toutes les populations, quel que soit leur lieu de naissance (région prospère ou en retard de développement, ville ou campagne) et leurs caractéristiques (âge, genre, #ethnie, orientation sexuelle). Ces politiques sont portées par des acteurs de nature très diverse (organisations internationales et régionales, Etats, organisations non gouvernementales et, de plus en plus, organismes privés). A ce sujet on pourra mettre en évidence le retrait de l’Etat de certains grands programmes de réduction des inégalités (comme l’Aide publique au développement) au profit d’autres acteurs. La connaissance de quelques grandes politiques démographiques incitatives, des évolutions des modalités de l’aide au développement pour les pays du Sud ou des mesures de protection sociale et de leurs impacts spatiaux dans les pays du Nord est attendue.

  • #Bosnie : le grand exode des #Croates d’Herzégovine

    Ils sont toujours plus nombreux à partir, principalement pour l’#Allemagne. Les Croates quittent massivement les régions de Bosnie-Herzégovine où ils sont majoritaires. En cause, la crise économique mais aussi un sentiment plus large de frustration par rapport à l’avenir du pays. Reportage.

    http://www.courrierdesbalkans.fr/articles/croates-herzegovine.html
    #émigration #migrations #Bosnie-Herzégovine

  • جدل صاخب في السعودية محوره هجرة مليون سعودي.. فما هي الاسباب الحقيقة لهذه الظاهرة؟ ولماذا طفت على السطح الآن؟ وهل ستتوسع في المستقبل وتتحول المملكة الى دولة “طاردة” للسكان؟ | رأي اليوم
    http://www.raialyoum.com/?p=394842

    مليون سعودي (5 بالمئة من عدد السكان البالغ تعدادهم 18 مليونا) هاجروا واستقروا في بلدان عربية واجنبية، وطالب الوزارات المعنية بإعداد دراسة كاملة عن هذه الظاهرة، وتأثيراتها على الاقتصاد لان نسبة كبيرة من هؤلاء من الكفاءات وحملة الشهادات العالية، ولم يجدوا فرص عمل ملائمة في بلدهم.

    Beaucoup d’échos en Arabie saoudite après qu’un officiel a annoncé que près de 5% de la population (1million sur un total de 18) vit à l’étranger. Commentaires du quotidien : les raisons de cet envie d’ailleurs sont probablement économiques (baisse du budget de l’Etat suite à la baisse du prix du pétrole) mais aussi culturelles : beaucoup de ces émigrés ont vécu à l’étranger pendant leurs études notamment, et n’ont guère envie (surtout les femmes) de retourner vivre dans un pays aussi fermé que le leur...

    #arabie_saoudite #émigration

  • Démographie : un dynamisme français en trompe-l’oeil
    http://fr.myeurop.info/2016/01/26/demographie-un-dynamisme-francais-en-trompe-l-oeil-14474

    Daniel Vigneron

    Le bilan démographique de l’INSEE 2015 montre que l’accroissement naturel de la #population française reste le plus élevé d’Europe. Mais l’immigration permet à des pays comme l’Allemagne ou le #Royaume-Uni d’accroître davantage leur population. Et de façon plus efficace sur le plan économique.

    Il y a six jours, l’institut national de la statistique publiait son bilan démographique pour la #France en 2015. lire la (...)

    #EUROFOCUS #Allemagne #Espagne #Grèce #Irlande #Italie #Portugal #Roumanie #accroissement_naturel #croissance #émigration #espérance_de_vie #immigrés #migrations #RFI #solde_migratoire #taux_de_fécondité

    • L’espérance de vie a donc reculé en France pour la première fois depuis 1969.

      Depuis 2005, seuls 8 pays dans le monde ont vu ou voient leur espérance de vie reculer : l’Espagne, la Grèce,, le Portugal, la Syrie, la Tunisie, … l’Irak, la Libye et maintenant la France.

      Il n’aura pas échappé que sur ces 8 pays, 4 font partie de l’Union Européenne. Que la Grèce, l’Espagne et le Portugal sont en pleine débâcle, sacrifiés sur l’autel des intérêts de la préservation des patrimoines européens constitués. Que la France est le pays-pivot entre « l’Europe du sud » en perdition et le reste de l’union européenne des financiers.

  • Démographie : un dynamisme français en trompe-l’oeil
    http://fr.myeurop.info/2016/01/26/d-mographie-un-dynamisme-fran-ais-en-trompe-l-oeil-14474

    Daniel Vigneron

    Le bilan démographique de l’INSEE 2015 montre que l’accroissement naturel de la #population française reste le plus élevé d’Europe. Mais l’immigration permet à des pays comme l’Allemagne ou le #Royaume-Uni d’accroître davantage leur population. Et de façon plus efficace sur le plan économique.

    Il y a six jours, l’institut national de la statistique publiait son bilan démographique pour la #France en 2015. lire la (...)

    #EUROFOCUS #Allemagne #Espagne #Grèce #Irlande #Italie #Portugal #Roumanie #accroissement_naturel #croissance #émigration #espérance_de_vie #immigrés #migrations #RFI #solde_migratoire #taux_de_fécondité

    • Considérons donc l’émigration française à l’aune de l’immigration en France.

      C’est que l’émigration française pèse très lourd !

      Ils ne réclament aucun asile politique mais sont seulement portés par l’envie de vivre mieux dans l’ailleurs. Deux millions et demi de Français vivent à l’étranger. Ils vont chercher espoir et fortune en Europe et aux États-Unis, dans ces nouveaux mondes que sont encore l’Australie ou la Nouvelle-Zélande, où, la plupart du temps, ils ne prennent même pas la peine de s’inscrire sur les registres des consulats de France, tout confiants qu’ils sont dans le climat du pays qui les accueille.

      L’émigration progresse aussi en Afrique noire francophone comme en Algérie et au Maroc où les binationaux comme les retraités apprécient un meilleur climat que celui de l’Hexagone. Et que dire des hordes d’exilés fiscaux qui envahissent le Portugal : dix ans sans payer d’impôts, c’est aussi tentant pour nos retraités aisés que ne l’est pour nos pauvres voisins la perspective de venir en France travailler... et payer des impôts !

      Qui rend le meilleur service au pays ?

      Par ailleurs, avez-vous entendu parler de racisme à l’égard de nos frères nationaux en exil ? Ces deux millions et demi de Français nous font-ils entendre l’écho de leurs malheurs depuis les terres de leur vie nouvelle ? Ces migrants économiques animés par l’appât du gain passent-ils là-bas pour des criminels ? Leur envoie-t-on la police à la descente du train ? Doivent-ils transiter par des camps ? Sont-ils retenus en quarantaine ? Leur envie de réussite sociale semble-t-elle si étrange que leurs hôtes voient en eux des prédateurs ? Est-ce que leurs compétences sont mises en balance avec leurs origines ethniques ? Font-ils l’objet de statistiques provinciales ? Parle-t-on de quotas de Bretons ou de Corses dans les rues de Manhattan ?

      #hétérodoxie surprenante dans un journal des plus réacs, un #pluralisme_homéopathique pour garder un lien avec un lectorat dont une partie relève d’une éducation et/ou de pratiques catho de gauche ?

  • Le génome d’un vieil Éthiopien chamboule l’histoire des migrations d’Homo sapiens
    http://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/08/le-genome-d-un-vieil-ethiopien-chamboule-l-histoire-des-migrations-d-homo-sa

    L’Afrique, berceau de l’homme moderne, est généralement considérée comme une terre d’#émigration. C’est d’#Afrique qu’#Homo_sapiens a commencé, il y a 125 000 à 60 000 ans, son irrésistible conquête du reste du monde. Avant lui, en étaient déjà sortis les ancêtres d’Homo erectus, et on soupçonne plusieurs épisodes migratoires hors d’Afrique plus ou moins réussis dans la préhistoire humaine. Mais on évoque bien plus rarement des mouvements de populations dans le sens inverse.

    La description du génome complet d’un Éthiopien vieux de 4 500 ans suggère pourtant que les Africains vivant aujourd’hui tiennent une part importante de leur hérédité (jusqu’à 7 %) d’ancêtres ayant pratiqué l’agriculture au Moyen-Orient. Ces travaux, publiés dans Science vendredi 9 octobre, et dirigés par Andrea Manica (université de Cambridge) donnent accès pour la première fois au #génome entier d’un Africain ancien. Un exploit, car le climat chaud et humide empêche généralement la préservation de l’ADN sur ce continent. Mais la grotte de Mota, dans l’ouest de l’Ethiopie, a fait exception.

  • Portugal : une embellie de façade

    Alors que les élections #législatives se tiennent ce week end, les résultats semblent être au rendez vous : le #chômage a baissé (de 17% en 2013 à 12% aujourd’hui), la #croissance repart, et le pays rembourse même en avant ses prêts au #FMI.

    L’envers de la médaille, ce sont des #privatisations discutables et propices aux conflits d’intérêt, l’abandon des #services_publics, des naissances qui s’effondrent et une vague d’#émigration sans précédent depuis les années 60 (100.000 par an depuis 2013, soit 1% de la population chaque année qui part).

    Le #Portugal était déjà le pays le plus vieux de l’Union Européenne, sa politique actuelle est très loin de préparer l’avenir.

    http://rf.proxycast.org/1079991835054579712/10084-02.10.2015-ITEMA_20808932-0.mp3

    http://www.franceculture.fr/emission-le-magazine-de-la-redaction-portugal-une-embellie-de-facade-2

    ° ° °

    Geração à Rasca

    May 5, 2011 11:48 am May 5, 2011 11:48 am

    Portugal’s disaffected youth – the “generation in trouble” or “desperate generation.”

    Commenting on Portugal’s latest Eurovision Song Contest contenders – Homens da Luta – “a comic duo posing as 1970s political activists,” Susana Moreira Marques wrote in The Guardian:

    When Homens da Luta won the Eurovision nomination in Portugal in March, they surprised the show’s organisers, the serious juries and the other contestants. They even surprised the audience at home who had voted for them. Their song, A Luta é Alegria, about taking to the streets and shouting with joy, is silly and ironic, and yet does seem to work: in Portugal, at least, it has become the soundtrack of people taking to the streets.

    The 12 March protests against the austerity measures announced under the recently resigned Portuguese prime minister José Sócrates saw the biggest crowd gathering in Lisbon since 1974, the year of Portugal’s revolution. Homens da Luta have become the face of the “generation in trouble“, a name coined by the Portuguese media and the name of the group that initially called the 12 March protests on Facebook.

    Writing for The Financial Times in March, Peter Wise reported:

    They call themselves the geração à rasca, Portugal’s “desperate generation” – university graduates aged from 21 to 35 who are desperate to start a career, earn a steady wage and move out of their parents’ homes.

    “The only work we can get is ‘work experience,’ the only future we are offered is emigration,” says Inês Gregório, 29, an art history graduate who has worked in cafés for most of the six years since she left university.

    http://schott.blogs.nytimes.com/2011/05/05/geracao-a-rasca

    We will use the hashtag #AltPt for alternative news in #Portugal // Usaremos o hashtag #AltPT para info alternativa em #Portugal

    https://twitter.com/IndignadosLxboa/status/610478138561306624

  • Die Zauberflasche | Video | filmportal.de
    http://www.filmportal.de/sites/default/files/video/BArch_K44070_1R_Kriegsanleihe_Werbefilm_Teil_II%20Die_Zauberflasche.mp4


    Une affaire rentable : l’innovation au service de la guerre, l’identité juive comme folklore

    L’époque précédant la Première Guerre mondiale est une époque de l’innovation technologique et commerciale à un rythme effréné. Dans le contexte de la première mondialisation capitaliste un jeune entrepreneur lance l’idée de faire de la publicité avec des films et fonde une entreprise qui connaît du succès international en un clin d’oeuil .

    Pinschewer studierte nach dem Abitur Staatswissenschaften und Nationalökonomie in Würzburg und Berlin. Sein Praktikum in einem Warenhaus und einem Konzern chemischer Fabriken sowie Kinobesuche brachten ihn auf die Idee, das neue Medium Film kommerziell zu nutzen.

    1911 produzierte er auf eigenes Risiko seine ersten Werbefilme und präsentierte sie dem Verband der Fabrikanten von Markenartikeln in Berlin. 1912 gründete er sein eigenes Unternehmen, das sich ganz auf die Produktion von Filmreklame ausrichtete. Wegen der regen Nachfrage konnte er schon 1913/14 eine Filiale in London errichten.

    Avec le début de la guerre Pinschewer compte en tirer profit comme tout le monde. Il met ses talents au service de la cause nationale. Il tourne des films de propagande.

    Cliquez sur ce lien pour voir le film muet en MP4 : http://www.filmportal.de/sites/default/files/video/BArch_K44070_1R_Kriegsanleihe_Werbefilm_Teil_II%20Die_Zauberflasche.mp4

    Produktionsfirma: Pinschewer-Film AG (Berlin)
    Copyright: Bundesarchiv, Kategorie: Spiel- und Dokumentarfilme, Thema: EFG1914 - Filme zum 1. Weltkrieg

    Werbung für die 9. Kriegsanleihe. Spielszene:
    Ein Bürger zählt sein Geld in den Sparstrumpf. In seinem Zimmer erscheint ein altes Weib, das ihm eine Zauberflasche gibt. Als er den Inhalt auf einen weißen Bogen Papier gießt, erscheint darauf durch Zeichentricks das Bild vom Kampf deutscher Soldaten gegen einen englischen Tank an der Westfront. Der Bürger findet dies entsetzlich und beschließt, Kriegsanleihe zu zeichnen. Aufnahme eines Plakates von W. Georgi: “Kriegs Anleihe Helft den Hütern Eures Glückes.”

    Quelle: Bundesarchiv

    Son film montre á quel point les juifs sont intégrés dans la société allemande d’avant 1933. Un personnage de sorcière ressemble aux nombreuses pauvres qui vivent alors dans les quartiers au centre de Berlin tant convoités par les spéculateurs immobiliers d’aujourd’hui. Elle offre au bourgeois une fiole montrant l’étoile de David et disparaît miraculeusement. L’intertitre explique que le contenu du flacon, une fois versé sur une feuille de papier vide, dessine une image qui emmème son spectateur sur le droit chemin. L’image ainsi créée montre un char d’assaut en train de passer par dessus une tranchée allemande. Ses défenseurs se battent héroiquement contre l’ennemi surpuissant. Le message est tout de suite compris apr son spectateur : il faut aider les sodats allemands en achetant des obligations de guerre.

    Cet appel au patriotisme des bourgeois étonne aujourd’hui parce qu’il est transmis par une allusion aux pouvoirs secrets de sorciers juifs. Pourtant l’allusion est anodine pour la dernière phase de l’émancipation des Juifs. C’est un sujet à la mode traité également dans le célèbre film Der Golem sortie en 1915. En Allemagne l’émancipation des Juifs est réalisée entre 1797 et 1918 par l’abolition consécutive des règlements discriminatoires à leur égard.

    https://de.wikipedia.org/wiki/J%C3%BCdische_Emanzipation#Von_der_Franz.C3.B6sischen_Revolution_bis_z

    Preußen gewährte den Juden erst mit dem Judenedikt von 1812, der letzten der von Karl August von Hardenberg eingeführten Reformen, das Staatsbürgerrecht. In Baden begann die rechtliche Gleichstellung mit dem Judenedikt von 1809, in Bayern mit dem Judenedikt von 1813.

    En 1914 et dans les années 1920 l’émancipation juive est considérée come accomplie, les élites juives séculaires se fondent dans les classes aisées, on considère l’anti-semitisme comme une idéologie du passé défendue par quelques fanatiques sans importance. C’est dans cet esprit que le fondateur juif de la startup de technologie de pointe Pinschewer-Film collabore avec les militaires allemands.

    Julius Pinschewer (1883-1961)
    https://de.wikipedia.org/wiki/Julius_Pinschewer

    Während des Ersten Weltkriegs erkannte er die Möglichkeiten des propagandistischen Filmeinsatzes. Er produzierte mehrere Filme zugunsten der Kriegsanleihen. Dafür wurde er mit dem Verdienstkreuz für Kriegshilfe und dem Kronenorden 4. Klasse ausgezeichnet. Es war auch sein Plan, Kriegsgefangene mit Hilfe des Films für die deutsche Sache zu gewinnen.

    Sa collaboration avec Walter Ruttmann, l’auteur de Berlin – Die Sinfonie der Großstadt et futur assistant de Leni Riefenstahl , montre encore à quel point la société allemande des années 1920 est conservatrice et révolutionnaire à la fois - avec des protagonistes juifs comme partisans de toutes les causes imaginables.

    https://de.wikipedia.org/wiki/GeSoLei#Publikation

    Der Filmregisseur und Experimentalfilmer Walter Ruttmann schuf 1925/1926 zusammen mit Lotte Lendesdorff und Julius Pinschewer für die Ausstellung den dreiminütigen Animationsfilm Der Aufstieg, in welchem die Erneuerung des Deutschen Michels propagiert wurde.

    Julius Pinschwer dans son exil suisse conserve des liens secrets avec l’Allemagne pendant la guerre et collabore en silence avec les autorités nazies qui parfois libèrent inofficiellement des personnes à condition que la Suisse accepte de les acceuilir. Dans ces affaires peu connues Julius Pinschwer se porte garant pour des réfugiés face à l’état suisse.

    #film #animation #Allemagne #Julius_Pinschewer #réfugiés #émigration #juif #startup

  • Julius Pinschewer - Klassiker des Werbefilms
    https://web.archive.org/web/20110208151041/http://www.pinschewer.de

    cf. aussi http://seenthis.net/messages/164755
    En 2015 ni le domaine ni le site existent, seulement archive.org retient une copie. Dans ce cas ce n’est pas trés grave (quoique l’amnésie du réseau cause une perte de temps pour les intéressés) parce dans le magasin en ligne d’Arte et sur le site des éditions absolut medien on trouve toujours le CD et le Blue-Ray.

    Die Zauberflasche | Video | filmportal.de
    http://www.filmportal.de/video/die-zauberflasche
    http://www.filmportal.de/sites/default/files/video/BArch_K44070_1R_Kriegsanleihe_Werbefilm_Teil_II%20Die_Zauberflasche.mp4

    Filmpionier Julius Pinschewer (1883–1961) prägte ab 1910 ein halbes Jahrhundert lang den deutschsprachigen Werbefilm. Er hat ein knappes Dutzend Firmen gegründet und geleitet und an die 700 unterhaltsame Werbefilme produziert.

    Schon 1912 glänzte Pinschewer mit Trickfilmen für Markenartikler wie Maggi und Kupferberg. Nach dem Ersten Weltkrieg gewann er namhafte Filmkünstler wie Walter Ruttmann, Lotte Reiniger und Guido Seeber für Produktionen, die heute Klassiker des Werbefilms sind. Zur Gewinnung der Kunden setzte Pinschewer alle Möglichkeiten der Trickfilmtechnik ein: Zeichentrick und Legetrick in verschiedensten Variationen, Silhouetten- und Puppenanimation, Scherenschnitt, diverse Kolorierungstechniken und Farbfilmverfahren – stets war Pinschewer ganz vorn mit dabei, wenn es um kreative und technische Innovationen im Werbefilm ging. DIE CHINESISCHE NACHTIGALL gilt als weltweit erster Tontrickwerbefilm!

    Anfang der 1920er Jahre stand Julius Pinschewer auch geschäftlich an der Spitze des deutschen Werbefilms: Jede Woche sahen rund vier Millionen Zuschauer seine Werbefilme, die exklusiv in über 800 Lichtspieltheatern vorgeführt wurden. Nachdem er 1932 eine Hitler-Rede gehört hatte, entschloss sich Pinschewer zur Emigration. 1934 eröffnete er in Bern sein neues Atelier, mit dem er bis Ende der 1950er Jahre Werbetrickfilme produzierte. 1948 wurde Julius Pinschewer Schweizer Staatsbürger. Er wirkte an Filmretrospektiven und Ausstellungen mit, die ihn als Werbefilmpionier würdigten. Nach längerer Krankheit starb Julius Pinschewer am 16.4.1961 in Bern. Das Atelier wurde geschlossen.

    Die DVD enthält eine Auswahl der schönsten Filme aus Pinschewers Produktion. Sie ist zugleich ein Kompendium zur Geschichte des Werbe- und Trickfilms in Deutschland und der Schweiz. Pinschewer hat mit seinen Filmen Dokumente der Zeit und der Werbung geschaffen. Seine Kurzfilme können auch heute noch ein großes Publikum begeistern.

    Julius Pinschewers Filmnachlass wird vom Bundesarchiv-Filmarchiv (Berlin) und dem Filmhistoriker Martin Loiperdinger (Universität Trier) betreut. Diese DVD wäre nicht möglich gewesen ohne die umfangreichen Forschungen, die André Amsler zum Werk von Julius Pinschewer in den 1990er Jahren betrieben hat.

    DIE FILME:

    Stummfilme:

    Die Korsett-Anprobe (1910) | Die Suppe (1911) | Tanz der Flaschen [Maggi] (1912) | Tanz der Flaschen [Kupferberg] (1912) | Sekt-Zauber (1912) | Der Nähkasten (1912) | Der Zahnteufel (1915) | Ein neuer Dreibund. Filmkomödie (1918) | Der Schreiber und die Biene (1918) | Der Sieger. Ein Film in Farben (1921) |
    Khasana das Tempelmädchen (1923) | Am Nil (1921) | Das Wunder. Ein Film in Farben (1922) | Die Barcarole (1924) | Die Geschichte vom Schokoladenkaspar (1926) | Der Aufstieg (1926) | Film [KIPHO] (1925) | Im Filmatelier (1927)

    Tonfilme:

    Die chinesische Nachtigall (1928) | Kirmes in Hollywood. Ein Puppenspiel (1930) | Tres Caballeros (1931/32) | Spiel im Schaum / Giochi nella schiuma (1938) | Die Schmierkobolde (1936) | Die drei Bäume (1938) | Spiel der Wellen [II] (1939) | Schweizer Symphonie (1939) | Kampf dem Hunger (1941) | Paradisia (1941) | Die kleine Kartoffel (1941) | Krachnuss (1948) | King Coal (1948) | Bouquet (1952) | Präzision (1952) | Das schwache Entlein / Le Caneton débile (1955/56) | Wer will gute Kuchen backen …(1958) | Globi’s gutes Herz (1950) | Jean-Jacques Hauswirth 1808−1871 (1952)

    BONUS:

    Filme: Das Lämmchen (1930) | d‘Bärnertracht (1955) | Beim Trickfilm-Zauberer (1949) | Willie Does His Stuff (1948/49) | Schokoladenliebe (1922)
    Sowie der Dokumentarfilm zur Filmrestaurierung: Nitrospektive (2007, 24 Min.)

    Das ausführliche Booklet enthält Texte von Martin Loiperdinger zu den einzelnen Filmen und zu Leben, Werk und Bedeutung von Julius Pinschewer. Im ROM-Teil der DVD finden sich zahlreiche historische Dokumente als PDF (gedruckte Texte und Briefe von Julius Pinschewer, Fotos, Karikaturen, Zeitungsberichte u.a.), zusammengestellt von Jean-Paul Goergen und Martin Loiperdinger.

    Arte Edition http://www.arte-edition.de/item/529.html
    http://www.arte-edition.de/item/529.html?s=b8l9ebz4tv8r66n4ziqxubbksktzfbjyx4jt9r&v=image&p=2

    absolut medien https://absolutmedien.de/film/529/Julius+Pinschewer+%E2%80%93+Klassiker+des+Werbefilms

    DIAF Deutsches Institut für Animationsfelm http://www.diaf.de/de/home/rubriken/Blog_Detailseite/b/1911-ErsteWerbeanimationsfilme-von-Julius-Pinsch-288

    http://http://www.arte-edition.de/dynimage/b84sodbu8brduetizf4865bkqk75fjriz4btvz.jpg

    #film #animation #allemagne #émigration #Julius_Pinschewer #fascisme

  • #Kosovo : #Suhareka, la ville des émigrés

    Environ un quart des Kosovars habiteraient à l’étranger. Voilà en tout cas le chiffre qu’avancent les autorités de Pristina. À Suhareka, dans le district de Prizren, cette proportion atteint le tiers de la population locale. Aujourd’hui, ils investissent de plus en plus sur place. Reportage dans cette commune sinistrée depuis la fin de la guerre.


    http://www.courrierdesbalkans.fr/articles/kosovo-suhareka-ville-des-emigres.html
    #émigration #migrations

  • Très beau reportage...
    #Sénégal : être la #femme d’un #modou-modou

    Beaucoup d’hommes seuls quittent l’Afrique de l’Ouest pour tenter leur chance en Europe ou en Amérique. On les appelle les modou-modou. Certains sont mariés et tentent d’entretenir de loin leur femme et les enfants restés au pays. Comment les épouses de migrants vivent-elles cette situation ?

    https://www.rts.ch/la-1ere/programmes/detours/6834940-detours-du-17-06-2015.html#6834939
    #migration #émigration #ceux_qui_restent #celles_qui_restent #femmes #genre #celleux_qui_restent

  • Nel 2014 in Italia per la prima volta più emigrati che immigrati: e Londra diventa la tredicesima città italiana

    Le anticipazioni del rapporto Idos: l’anno scorso i residenti all’estero sono aumentati di 155mila unità contro i 92mila nuovi residenti stranieri

    http://www.corriere.it/cronache/15_luglio_07/nel-2014-italia-la-prima-volta-piu-emigrati-che-immigrati-londra-diventa-tr
    #migration #solde_migratoire #statistiques #Italie #émigration #immigration #chiffres

  • Revolution and Political Transition in Tunisia: A Migration Game Changer?

    With more than 1.2 million Tunisians living abroad in 2012 out of a total population of 11 million, Tunisia is, and has long been, a prime emigration country in the Mediterranean region. Dating to the country’s independence in 1956, Tunisian emigration has been heavily dominated by labor migration to Western Europe, especially to the former colonial power, France. From the mid-1970s onwards, Libya emerged as a destination for migrant workers, while family migration became the main entry pathway to traditional European destinations.


    http://www.migrationpolicy.org/article/revolution-and-political-transition-tunisia-migration-game-changer

    #Tunisie #migration #émigration #immigration

  • Not Quite White? The Lebanese of West Africa - Books & ideas
    http://www.booksandideas.net/Not-Quite-White-The-Lebanese-of-West-Africa.html

    ‘Towards the end of his life, the anthropologist Fuad I. Khuri recalled being stopped by an immigration official at Kumasi airport in Ghana. On being asked his nationality, he answered, without a thought, “Lebanese”. The officer then, Khuri recounted, “tilted his head forward, and repeated slowly: ‘Na-tio-na-li-ty?’. When again being told ‘Yes! Le-ba-nese,’ he took a deep breath and said, with a touch of anger, “Sir, I am not asking about your profession!”’

    #Liban #émigration #Afrique

  • A visualization of 200 years of immigration to the US - Vox

    http://www.vox.com/2015/3/19/8219765/immigration-chart-history

    signalé par Isabelle Saint-Saëns

    It’s easy now to assume that Mexico has always been among the main sources of immigration to America. But as this wonderful chart by Natalia Bronshtein shows, that’s not even close to true.

    200 years immigration

    Natalia Bronshtein

    Bronshtein pulled 200 years of government data to put together the visualization. There’s an interactive version on her website: you can hover over any color, at any point, and see the exact number of immigrants who became residents from that country in that decade.

    But taken as a whole, the chart tells a very clear story: there are two laws that totally transformed immigration to the United States.

    #états-unis #migrations #visualisation

    • Voilà la source interactive
      http://insightfulinteraction.com/immigration200years.html
      On voit très bien comment l’immigration allemande suit le développement du pays d’origine :

      1839-49 - Avant la révolution ratée de 1948 l’immigration allemande constitue une quantité négligeable. Pendant et tout de suite après les événements la persécution réactionnaire pousse d’abord les révoltés hors du pays , ils sont suivis par un nombre croissant de gens fuyant la pauvreté et l’absence de perspectives sous Frédéric-Guillaume IV .

      1849-69 la plus grande vague d’allemands arrive d’un pays marqué par les débuts du capitalisme industriel et la déstruction des structures sociales à la campage, par les guerres et par le pouvoir absurde d’une cinquantaine de petits potentats incapables de moderniser l’économie et refusant des droits fondamentaux à leurs sujets. La libération des serfs en 1850 leur permet de chercher un meilleur avenir ailleurs.

      1869-89 Le mouvement se poursuit avec force même au dela de la fondation du Reich par Bismarck.

      1889-1909 Après le Krach de 1988 le développement économique allemand se stabilise, les lois contre le mouvement ouvrier social-démocrate sont abrogées et l’industrie allemande en pleine croissance aspire la totalité de la main d’oeuvre. L’émigration vers les USA n’est alors plus qu’une solution parmi plusieurs pour la population. C’est l’Autriche avec ses provinces de l’Est qui prend le relais jusqu’à la fin des années vingt.

      1929-49 L’immigration aux USA cesse entièrement à cause de la guerre.

      1949-69 Plusieurs copines de ma mère partent avec leurs amants GIs aus USA, ca se voit tout de suite dans les statistiques. A la fin des années 60 l’émigration allemande vers les USA disparaît prèsque entièrement, ce n’est plus une question importante si on vit en Allemagne ou aux USA. Les enfants des familles aisées prennent l’habitude de passer une année avant la bac dans une highschool américaine mais il reviennent au pays. Désormais on vit mieux chez nous.

      Le résultat :
      https://de.wikipedia.org/wiki/USA

      Während der letzten Volkszählung gaben über 50 Millionen Personen eine deutsche Herkunft an. Damit sind die Deutschamerikaner die größte Bevölkerungsgruppe der Vereinigten Staaten.

      https://de.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Wilhelm_IV.

      https://de.wikipedia.org/wiki/Bauernbefreiung#Preu.C3.9Fen

      #Allemagne #émigration #histoire