• The Elimination Project. Israel’s Systematic Dismantling of Palestinian Collective Life in the West Bank

    Since the current Israeli government took office at the end of 2022, and even more so since October 2023, Israel has dramatically escalated its assault on all aspects of Palestinian life in the West Bank. At any moment, Palestinians may be exposed to #violence by soldiers or armed settler militias, arrested and imprisoned, subjected to abuse and humiliation, and sometimes even killed.

    The Elimination Project draws on more than 2,000 testimonies B’Tselem collected from Palestinians since October 2023 and over three decades of documenting the Israeli apartheid regime’s human rights abuses in the West Bank. The report looks at the current reality not as a collection of isolated incidents or specific harms, but as part of a comprehensive mechanism of elimination that works to dismantle the conditions for continued Palestinian existence in the West Bank, while deepening Jewish control and supremacy in an irreversible manner. An examination of the current reality in the West Bank reveals that the project of elimination is now being implemented more openly, directly and violently than before, and increasingly relies on cooperation between official state authorities and settler militias operating in the West Bank with state backing and support.

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=mOsxHzBCll8


    ▻https://www.btselem.org/the_elimination_project
    #Cisjordanie #Israël #Palestine #abus #humiliation #rapport #emprisonnement #droits_humains #milices #intimidation #élimination #déshumanisation #santé_mentale #stress_post-traumatique #seam_zone #routes #apartheid #vallée_du_jordan #checkpoints #colonisation #colons #liberté_de_circulation #accès_aux_soins #travail #économie #permis_de_travail #infrastructure #agriculture #oliviers #oliveraies #éducation #écoles #université #censure #manuels_scolaires #liberté_d'expression #nettoyage_ethnique #dépossession #land_grab #accaparement_des_terres #expulsions #réserves_naturelles #démolition

    • La logica di eliminazione di Israele che sta distruggendo le condizioni della vita palestinese

      Il rapporto “The elimination project” della Ong #B’Tselem ricostruisce la progressiva distruzione della vita palestinese in Cisgiordania sin dalle origini del progetto sionista. Un sistema di violenze strutturali iniziato con la Nakba e che risulta perfettamente integrato nel sistema di colonialismo di insediamento israeliano. Che si è intensificato dopo il 7 ottobre 2023 attraverso cinque meccanismi strettamente interconnessi

      “Da quasi tre anni Israele sta sistematicamente smantellando le condizioni per l’esistenza collettiva palestinese in Cisgiordania. Questo è ‛il progetto di eliminazione’”. Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, ha presentato così “The elimination project”, il rapporto pubblicato a metà settembre dall’organizzazione per i diritti umani israeliana. Il documento, basato su oltre duemila testimonianze e su decenni di documentazione, analizza quanto compiuto da Israele in Cisgiordania come parte di un sistema in cui pratiche diverse agiscono contemporaneamente e si rafforzano a vicenda.

      “Si tratta di un piano strettamente legato alle scelte politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni -spiega ad Altreconomia Yair Dvir, portavoce di B’Tselem-. Se però in passato i politici israeliani hanno sempre cercato di presentare l’occupazione come qualcosa di temporaneo, ora non si preoccupano nemmeno più di nascondere la logica alla base di questo disegno”. Dvir fa riferimento alla “logica di eliminazione” coniata dallo storico australiano Patrick Wolfe, che nel saggio “Settler colonialism and the elimination of the native” descrive il colonialismo di insediamento come un processo che, utilizzando strumenti diversi, -dall’uccisione all’espulsione, dall’espropriazione all’assimilazione- ha come obiettivo la dissoluzione delle comunità e la costruzione di una nuova società sul territorio sottratto.

      B’Tselem individua la “logica di eliminazione” già negli albori del progetto sionista. “Per trovare le prime tracce del piano di eliminazione siamo tornati alle origini del movimento sionista e alla nascita dello Stato di Israele”, prosegue il portavoce della Ong. Il rapporto, infatti, colloca la prima evidente manifestazione di questo sistema nella Nakba, quando “tra il 1947 e il 1949 centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o fuggirono, centinaia di comunità furono distrutte o spopolate e le loro terre rese disponibili all’insediamento israeliano”.

      Nel 1967, con la Naksa e l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, il controllo israeliano si estese ulteriormente a milioni di palestinesi attraverso nuove espropriazioni, la costruzione di insediamenti, restrizioni alla pianificazione territoriale e la frammentazione dello spazio. Come precisa Dvir, “nemmeno gli Accordi di Oslo, negli anni Novanta, interruppero questo processo, lasciando a Israele il controllo di aspetti fondamentali della vita palestinese, tra cui la sicurezza e la pianificazione urbanistica”. In questo quadro, la fase attuale rappresenta quindi un’accelerazione di un processo consolidato, intensificatosi ulteriormente dopo il 7 ottobre 2023.

      La Ong riporta che in questi tre anni “sono aumentati i finanziamenti destinati agli insediamenti, comprese fattorie e avamposti, mentre si è fatto più stretto ed esplicito il coordinamento tra istituzioni statali, esercito, movimento e milizie dei coloni”. B’Tselem richiama a questo proposito il “Decisive plan”, elaborato nel 2017 da Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze del Governo Netanyahu. Il piano prospettava tre possibilità per i palestinesi: rinunciare alle proprie rivendicazioni politiche e vivere sotto la supremazia ebraica, lasciare il territorio o affrontare la repressione violenta in caso di resistenza. “Pur non essendo stato adottato formalmente nella sua interezza -si legge nel report-, alcuni suoi elementi sono oggi rintracciabili in politiche, stanziamenti, trasferimenti di competenze e pratiche attuate sul campo”.

      È su questo sfondo che B’Tselem individua cinque meccanismi attraverso cui in Cisgiordania tale logica si traduce concretamente nella vita dei palestinesi. Il primo è costituito dalla violenza e dall’intimidazione. Il report rivela che tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2026, in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sono stati uccisi 1.087 palestinesi, tra cui 242 minori e 21 donne. Nello stesso periodo, inoltre, almeno 32 detenuti e prigionieri provenienti dalla Cisgiordania sono deceduti nelle carceri israeliane. E si tratta di una violenza che agisce impunemente. Come sottolinea l’organizzazione, “tra il 2005 e il 2025 il 93% delle indagini aperte per le violenze dei coloni contro palestinesi si è concluso senza incriminazioni e solo il 3% con una condanna”.

      La pressione di Israele sulla popolazione palestinese, però, non passa soltanto dalla violenza diretta. Il rapporto mette in luce un secondo meccanismo nel controllo della mobilità. “Checkpoint, cancelli, blocchi stradali, permessi e barriere di separazione frammentano il territorio e rendono imprevedibili gli spostamenti delle persone”, riprende Dvir. Ricordando che “Dall’ottobre 2023 Israele ha introdotto oltre 200 nuovi checkpoint, per un totale di più di 920 ostacoli alla libertà di movimento dei palestinesi”.

      Le conseguenze di questo sistema si misurano anche nella vita quotidiana di chi deve attraversare la Cisgiordania per lavorare, curarsi o raggiungere i servizi essenziali. È quello che racconta in una delle testimonianze raccolte dalla Ong Isma’il Odeh, residente a Deir ‘Ammar, e socio di un negozio di materiali edili a Bitunya, a Ovest di Ramallah. “Prima del 7 ottobre raggiungevo il lavoro in circa 20 minuti con un taxi collettivo, pagando 7 shekel -ha dichiarato-. Dopo la chiusura della strada diretta da parte dell’esercito, sono costretto a utilizzare un percorso alternativo e in condizioni normali -senza traffico né checkpoint– il tragitto richiede circa 40 minuti e costa 10 shekel”. Tra l’aumento del costo del carburante e la durata degli spostamenti, oggi Odeh riesce a recarsi al lavoro solo a giorni alterni.

      Il terzo meccanismo riguarda invece l’economia. La restrizione degli spostamenti, infatti, finisce per avere conseguenze sul reddito delle famiglie palestinesi e, più in generale, sulle loro condizioni di vita. Come puntualizza Dvir, “nel tempo Israele ha costruito una forte dipendenza dell’economia palestinese dalle proprie decisioni, controllando valichi, risorse e sviluppo del territorio”. Per decenni la forza lavoro palestinese è stata impiegata nel mercato israeliano legando una parte dei redditi all’accesso ai permessi di lavoro oltre la Linea Verde.

      Inoltre, dopo il 7 ottobre 2023, si legge nel report, la revoca della maggior parte di questi permessi “ha aggravato una situazione già fragile: il tasso di disoccupazione in Cisgiordania, pari al 13,1% nel 2022, nel 2025 ha superato il 31%”. A questo si aggiunge il trattenimento da parte di Israele delle entrate fiscali destinate all’Autorità palestinese, che -precisa il portavoce della Ong- “ammontano a oltre 14 miliardi di shekel (quattro miliardi di euro, ndr)”. Gli effetti di queste pratiche si riflettono direttamente sui servizi pubblici, che operano con risorse ridotte. “L’Autorità palestinese fatica a pagare gli stipendi, gli ospedali sono al collasso e le scuole hanno ridotto l’orario delle lezioni perché non ci sono fondi sufficienti”, afferma Dvir.

      Il controllo, però, non condiziona solo la possibilità di spostarsi e di lavorare: Israele colpisce anche la capacità della società palestinese di organizzarsi ed esprimere forme di opposizione. Arresti, sorveglianza e sanzioni nei confronti di organizzazioni, attivisti, giornalisti e studenti comportano la progressiva distruzione del tessuto politico e sociale. È il quarto meccanismo evidenziato da B’Tselem, che a questo proposito ricorda come, tra il 1967 e il 2019, “Israele ha messo fuori legge oltre 400 organizzazioni politiche palestinesi”.

      E alla repressione del dissenso si accompagna la riduzione dello spazio fisico in cui le comunità possono continuare a vivere. Il quinto meccanismo -“pulizia etnica e controllo territoriale”- passa attraverso restrizioni edilizie, demolizioni, la sottrazione di territorio e l’espansione degli avamposti e degli insediamenti dei coloni. “Dal 1967, Israele ha assunto il controllo di oltre due milioni di dunam, più di un terzo della Cisgiordania. A luglio 2026, inoltre, 1,07 milioni di dunam -pari al 18% del territorio- erano sotto il controllo delle milizie dei coloni”, precisa Dvir. E ancora, secondo i dati riportati dalla Ong, tra il 2023 e il 2025 sono stati istituiti 185 nuovi avamposti, mentre a giugno 2026 è stata documentata l’espulsione di 64 comunità palestinesi e l’espulsione parziale di altre 18.

      La logica descritta da B’Tselem non si ferma ai confini della Cisgiordania. La sua forma più estrema è riscontrabile a Gaza, dove la distruzione della società palestinese ha assunto una dimensione genocidaria. “È importante capire che la logica di eliminazione è figlia di un’unica struttura, che comprende il sistema politico suprematista, l’esercito e, purtroppo, gran parte della società israeliana”. Per questo è necessaria una maggiore pressione su Tel Aviv da parte dei governi e della comunità internazionale. “Negli ultimi mesi ci sono state alcune sanzioni legate agli insediamenti e a pochi coloni e di recente alcuni Paesi hanno annunciato misure per interrompere il commercio con le colonie ma si tratta di provvedimenti molto parziali -conclude Dvir-. Israele, però, deve rendere conto di tutti i crimini commessi e questo è il momento in cui continuare ad aumentare la pressione”.

      ▻https://altreconomia.it/la-logica-di-eliminazione-di-israele-che-sta-distruggendo-le-condizioni
      #chiffres #statistiques #visualisation #cartographie #infographie

  • In Umbria il progetto #Resta dà nuova vita agli uliveti marginali abbandonati

    #Massimiliano_Buratta ha lanciato nel 2026 un’iniziativa per recuperare appezzamenti nelle colline intorno a Perugia, riscoprendo le varietà tradizionali. Con un crowdfunding l’iniziativa ambisce a creare nuove opportunità di lavoro

    “La terra ha bisogno di presenza”: lo ha scritto Massimiliano Buratta sul sito di Resta, il progetto che ha avviato nel corso del 2026 in Umbria con l’obiettivo di recuperare uliveti marginali e coinvolgere una comunità a sostegno della sua iniziativa.

    “Da diversi anni mi occupo di olivicoltura, dalla potatura alla gestione della pianta a tutto tondo. L’idea di Resta -racconta ad Altreconomia– nasce da ciò che ho osservato in questi anni rispetto alla cura che va data agli ulivi. Quella di cui necessitano infatti è continua nel tempo: nel momento in cui vengono abbandonati, anche solo per qualche anno, la produzione di olio si riduce e diventa più oneroso tornare a ‘riformare’ e recuperare le piante”.

    Buratta ha 32 anni e prima di dedicarsi agli ulivi è stato un programmatore nell’ambito dell’automazione industriale: il sito e la scelta di strutturare una campagna di crowdfunding godono di alcune competenze che vengono dal suo passato, prima di entrare in disoccupazione, prendere un casolare con degli amici, a Collemancio, vicino Bevagna (PG), e iniziare a lavorare in ambito agricolo, dedicandosi per quattro anni all’apprendistato.

    Resta è una piattaforma che permette di seguire tutte le attività legate alla gestione dei dieci uliveti attualmente curati da Massimiliano Buratta, nove dei quali in affitto e uno di famiglia, per un totale di cinquemila metri quadrati. “La gran parte sono abbandonati e tutti sono marginali”, spiega.

    In questo caso per “marginali” si intendono uliveti caratterizzati da sesti d’impianto ampi, terreni in pendenza e difficoltà di accesso: condizioni che determinano una bassa resa per ettaro, tipica di molta olivicoltura italiana, e che rendono difficile competere sui mercati nazionali e internazionali con quella spagnola, che ha puntato invece su poche varietà coltivate e sesti d’impianto molto stretti, a scapito della biodiversità e anche del paesaggio. Nei dieci uliveti, oltre a Frantoio, Leccino e Moraiolo -le tre cultivar più diffuse nel Centro Italia- si trovano anche Pendolino e Dolce Agogia, varietà autoctone dell’area delle Colline del Lago Trasimeno.

    “La maggior parte degli uliveti sono a Montelaguardia, a circa 400 metri sul livello del mare” aggiunge. Montelaguardia è una frazione collinare di Perugia. Qui -dall’osservazione e dalla relazione- nasce Resta, il cui credo può essere riassunto in tre claim: “Olio tracciabile, territorio curato e impatto visibile”.

    Quella del 2026 sarà la prima raccolta. Buratta spiega che dei quasi cinque ettari di oliveto che gestisce non tutti ad oggi sono produttivi: chi acquista la bottiglia special edition permette al progetto di crescere e a lui -che oggi fa altri due lavori- di dedicarsi a riformare tutti gli uliveti, alcuni dei quali hanno bisogno di interventi profondi per tornare a produrre. Tutti i passi in corso e quelli futuri sono descritti sul sito, grazie a codici “scritti a mano” che permetteranno -a partire da ogni bottiglia acquistata- di leggere il lavoro di recupero, le lavorazioni svolte in campagna, la geolocalizzazione e le foto delle piante.

    Le pratiche agricole di Resta sono improntate al basso impatto e con l’utilizzo di trattamenti di origine naturale. Contro la mosca, ad esempio, si usa il caolino, che è calce, o le trappole attract and kill, con un feromone che è specifico per la mosca ma non è pericoloso per altri insetti utili.

    In vista dell’autunno 2026 Buratta ha immaginato anche una bottiglia speciale, una supporter edition di 100 bottiglie, tutte numerate, ognuna delle quali è associata al supporto di 20 metri quadrati di paesaggio agricolo: “Ogni utente sulla piattaforma avrà accesso a una dashboard personale con tutte le informazioni”, racconta Buratta, che al momento porta avanti il progetto da solo, salvo coinvolgere altre persone per la raccolta.

    “Tutto è iniziato con un post su Facebook in cui scrivevo che ero alla ricerca di uliveti abbandonati e marginali. Sono stato contattato da tante persone e ho dovuto fare una selezione. Non ho ancora l’assetto o la capacità economica e gestionale per un numero maggiore. Quest’anno posso stimare al massimo una produzione di 500 litri -racconta-. Nel tempo, però, vorrei riuscire a portare lavoro in un settore che, per quello che ho potuto osservare, vede molto caporalato e molta occupazione irregolare. Il mio obiettivo è conciliare il lavoro alla tutela dei nostri paesaggi e della cultura che c’è dietro all’olio extravergine d’oliva”.

    Le olive raccolte non saranno mescolate: ogni appezzamento racconta una storia, dietro la quale ci sono una persona o una famiglia “che me ne ha affidato la cura e vorrei far emergere anche questi volti”. Il futuro dell’olivicoltura italiana dipende anche dalla capacità di comunicare la sua unicità, che è legata a nomi, cognomi e storie di un’agricoltura contadina che non va difesa nella trappola dell’identità ma accompagnata nel futuro.

    ▻https://altreconomia.it/in-umbria-il-progetto-resta-da-nuova-vita-agli-uliveti-marginali-abband
    #oliveraie #abandon #récupération #Ombrie #Italie #Perugia #oliviers #huile_d'olive #Collemancio #Bevagna #agriculture #marginalité #Montelaguardia

  • ARSIDER – LEGITTIMA DIFESA_SPECIALE FAR WEST 24_09_26
    ▻https://radioblackout.org/podcast/arsider-legittima-difesa_speciale-far-west-24_09_26

    ⚠️Attenzione⚠️La compressione parallela non elimina il segnale: reagisce all’eccesso con una copia compressa, dosata in proporzione all’aggressione dinamica. Se contiene senza annientare il transiente, è legittima. Quando schiaccia tutto, è eccesso. La compressione parallela opera mediante duplicazione del segnale e trattamento selettivo del ramo secondario, sul quale vengono applicati threshold, ratio, attack e release tali […]

    #abstract_jazz #caga #calci_nella_schiena #destra_di_merda #Dj_Mario_Roggero_filo_da_puta #legittima_difesa #merda #noise
    ▻https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/09/2492026_legittimadifesa.mp3

  • La #fable et le #mythe. L’#IA et la fin des #collectifs.

    On notera que les modèles les plus puissants d’IA à ce jour – ceux-là que l’on présente comme l’armageddon cyber et le terminator langagier (capable entre autres de lipogrammer en E avec la facilité d’un Mr Jourdain) – s’appellent « Fable » et « Mythe ». Et l’on en déduira ce que l’on voudra mais on se souviendra que le nom de l’IA est avant tout « #récit ».

    On notera aussi que ces modèles d’IA sont déployés au coeur d’une société baptisée « #Anthropic », dont on ne sait plus si le nom est :

    - programmatique (tous ces modèles sont anthropiques, c’est à dire faits et conçus par des humains),
    – antiphrastique (ils ont vocation à dépasser l’humanité, c’est en tout cas leur « récit »)
    - ou paronymique (on lit « anthropic » et l’on entend aussi « entropie » qui dit que quelque chose se transforme, et qui dit aussi l’imprédictibilité de cette transformation).

    Derrière ces récits je veux vous conter celui qui affleure si peu et me semble pourtant si déterminant. Le récit de la manière dont l’IA signe la fin des collectifs, de la manière dont elle engage cette fin et des moyens colossaux qu’elle y consacre.

    Des travaux de sociologues ont, longtemps après les premiers scandales de la Silicon Valley, permis de documenter pourquoi il n’était pas très étonnant que des #biais racistes et sexistes soient présents un peu partout dans les #algorithmes des plateformes dès lors que les gens qui les développaient (ces algorithmes et ces plateformes) étaient très majoritairement des hommes jeunes, blancs et issus de milieux aisés ; et comment l’#automatisation des #inégalités constituait (et constitue toujours) un cadre de référence (lire notamment Safiya Umoja Noble, Kate Crawford, Virginia Eubanks, Olivier Alexandre, Jen Schradie et quelques autres …)

    D’autres sociologues, d’autres chercheurs, ont montré que derrière ces technologies, se trouvait un #travail_invisible, celui des modérateurs et modératrices, asservis dans des formes renouvelées et exacerbées d’un capitalisme tissé de #néo-colonialités (cf les travaux d’Antonio Casilli et de Paola Tubaro et ceux de Sarah T. Roberts).

    Depuis longtemps enfin on connaît les dynamiques du capitalisme linguistique, puis globalement sémiotique, et de ce qu’il fait à la langue et donc au monde.

    Dans l’effervescence analytique et critique de « l’IA » et de ses structures de pouvoir (cf l’une des conclusions de Kate Crawford que je vous remets en toute fin d’article), et en plus de la stratégie Ender qu’elle installe dans notre rapport à la technologie, il est une dimension assez peu souvent évoquée : la capacité structurelle de l’IA à défaire et à effondrer des collectifs. Une dimension qui s’ajoute à une autre de ses modalités fondamentales qui est celle d’un principe d’épuisement : épuisement du langage, des signes, des images, du sens. On ne parle plus ici de capacité de calcul, mais de disponibilité de calcul. Et avec cette disponibilité vient le biais et l’heuristique du même nom. Tout ce qui peut être calculé le sera, la bibliothèque de Babel imaginée par Borges existe de fait non plus comme imaginaire mais comme potentialité activable. Cette potentialité (qui est celle des IA génératives) n’est pas une nouvelle capacitation – hors quelques contextes très précis – mais un effondrement de notre détermination : notre puissance (de calcul d’abord mais aussi et surtout de création et d’imagination) se confronte à des artefacts qui n’ont pas simplement vocation à la démultiplier ou à la dépasser mais, ce faisant, à nous renvoyer l’impression d’une dépossession en nous plaçant dans une boucle de rétroaction insincère dans laquelle nous finissons collectivement par apprendre bien plus à ces artefacts qu’ils ne sont en capacité de nous le rendre individuellement.

    Les travaux critiques autour de l’IA mettent le plus souvent en discussion à la fois les enjeux environnementaux de ces technologies et de leurs infrastructures, et les enjeux d’expertise métier (risque de désapprendre ou de perdre de compétences ou qualifications). Bien plus que les impacts de l’IA sur les individus y compris lorsqu’ils sont abordés sous l’angle d’une entité globalisante (« les étudiants », « les professeurs », « les médecins », « les avocats », etc.), un point nodal peu exploré me semble être celui de la manière dont les IA remplacent l’ensemble des formes documentées de coordination sociale, c’est à dire aussi bien ce qui relève de logiques délibératives ou décisionnelles mais aussi l’ensemble des instances d’apprentissage mutuel quels qu’en soient les modalités (conflit, solidarité, etc.).

    De manière plus fine, l’IA inaugure des formes de désintermédiation fortes, brutales et « robustes » dans tout le spectre des interactions sociales qui constituaient jusqu’ici le coeur du travail collectif qu’elles qu’en soient les formes et les modalités. L’IA ou plus exactement le biais de disponibilité du recours à l’IA et l’efficience de ce biais, vient éparpiller façon puzzle toutes les formes de coordination reposant jusqu’ici principalement sur la stratification d’interactions sociales : coordination par la hiérarchie ou l’autorité, coordination par les règles, les procédures ou les routines, coordination par l’ajustement mutuel ou la participation périphérique, coordination par la délibération, la négociation, la confiance … les technologies d’IA (assistants conversationnels notamment mais pas uniquement) relèguent en arrière-plan ces dynamiques de premier recours, et ce jusqu’à leur effacement parfois complet. Ces coordinations tournent en « tâche de fond » alors qu’elles sont et devraient continuer d’être … le fond de la tâche. Les travaux d’Antoinette Rouvroy (entre autres) l’ont bien montré, la gouvernementalité algorithmique tend à remplacer les publics politiques par des agrégats calculés, par des clusters comportementaux (d’autres travaux parlent de « publics fantômes »). Clusters sur lesquels, et c’est cette fois Eva Illouz qui le documente et le démontre dans « Le futur des émotions« , « la question est moins celle de l’intelligence artificielle que de la relation artificielle » et de l’ensemble du spectre émotionnel qui n’est plus qu’une ingénierie des affects, un Fordisme des sentiments. Eva Illouz qui explique encore dans le magazine Usbek & Rica : « Le problème est que ces entités inertes nous répondent désormais. Les chatbots, pour ne citer qu’eux, nous parlent, interagissent avec nous et nourrissent ainsi une fiction extrêmement puissante de relationnalité. » Or là encore, cette relation artificielle s’exprime presqu’exclusivement dans le cadre de relations duales qui sont ainsi « optimisées » pour gommer d’abord des altérités, puis presque « logiquement » des collectifs dans lesquels elles s’expriment et se donnent à voir.

    Par parenthèse, il faudrait aussi évoquer et rappeler sans cesse que dès lors que ces « relations artificielles » duales basculent dans le domaine de la médecine et de la santé mentale, ces artefacts échouent et constituent même un danger dans leur prise en charge de problématiques comme les pulsions suicidaires.

    Bien sûr tout cela n’est pas entièrement nouveau et a été en quelque sorte « préparé » par de précédentes désintermédiations liées au déploiement de plateformes et d’infrastructures qui déjà opéraient un glissement majeur dans l’initiative des coordinations et dans la responsabilité des négociations, affichant ces plateformes en dirigeants et leurs algorithmes en autant de contremaitres (« Uberisation » notamment). Et c’est notamment pour tout cela que la question de l’effacement ou du remplacement du lien social est, comme Hannah Arendt l’a montré, la première condition d’un déploiement de régimes fascistes que l’on éprouve déjà et qui sont à l’oeuvre dans la systématisation – par exemple – de contrôle et de surveillance des individus autant que des populations.

    Un exemple tout particulièrement intéressant est celui de l’encyclopédie collaborative Wikipédia qui jusqu’ici parvenait essentiellement à se coordonner par des échanges et des interactions collectives qui, si elles étaient toujours traversées de tensions, s’organisaient toujours autour de la reconnaissance d’une identité commune qui demeurait celle de « la » communauté. Le grignotage et les attaques des contenus de Wikipédia par l’entrisme de contenus et de « bots » autant générés qu’instrumentalisés par l’IA met fortement en tension et en difficulté la capacité de maintenir cet horizon commun au-dessus de logiques plus singulières qui, si elles se figent et s’installent, peuvent à moyen terme faire chanceler l’ensemble du projet. De la même manière, il sera intéressant de regarder la manière dont le monde du logiciel libre et son fonctionnement communautaire peuvent être impactés par les technologies d’IA autour (notamment) des pratiques de Vibe Coding.

    Dans la grande ligne de temps du numérique, des enthousiasmes naïfs aux promesses natives du web jusqu’à son pourrissement et son « emmerdification », les premiers agrégats communautaires ont presque tous fini par se dissoudre dans des plateformes de promiscuité plus que de proximité ; l’individualisation, sous le double coup, d’une part de la publicitarisation où chaque individu est enjoint à se penser d’abord en tant que marque, et d’autre part du prétexte de la personnalisation de chaque fonctionnalité, de chaque recherche et de chaque usage, l’individualisation est devenue la norme.

    Et les collectifs ? Soit ils se sont soit lentement désagrégés ; soit ils ne subsistent que sous les formes délétères d’antichambres de contestation instrumentales (voir par exemple les révolutions et printemps arabes ou les gilets jaunes ou le Brexit au prisme de l’instrumentalisation opérée par les plateformes, Facebook en tête) ; soit ils sont les nouveaux avatars des néo-colonialités d’un capitalisme extractiviste et prédateur (Digital Labor, Uberisation), c’est à dire des collectifs de populations exploitées, isolées, assignées à résidence autant qu’à surveillance.

    Si l’IA est redoutablement efficace pour dissoudre ces collectifs, c’est pour au moins quatre grandes raisons.

    D’abord parce qu’elle installe un marché attentionnel qui est au premier plan « dual » (celui des agents conversationnels avec qui nous sommes en face à face permanent), j’en ai parlé plus haut.

    Ensuite parce qu’elle parvient à invisibiliser encore davantage les infrastructures de travail des collectifs exploités.

    C’est aussi parce qu’elle renverse la dynamique qui jusqu’ici nous voyait forts collectivement face à des technologies efficaces singulièrement, en une perspective où nos singularités s’affrontent a des artefacts différents des précédents seuls « algorithmes » ; les algorithmes facilitaient et accéléraient les calculs de prévisibilité (comportementale par exemple), mais si l’on peut le dire ainsi, nous savions à l’avance ce qu’ils étaient en capacité de prédire ; les IA nous proposent un autre horizon dans lequel c’est moins la prédiction d’une tendance collective qui se travaille (et peut donc être contestée ou renversée par un ou des collectifs organisés s’y opposant) que l’instanciation simultanée d’un ensemble de potentialités face auxquelles il est bien plus complexe de réagir et de s’organiser de manière uniforme.

    Et c’est enfin parce que certains bots peuvent augmenter la coopération tandis que d’autres la diminuent. Ce qui démontre que le braconnage (au sens de De Certeau) peut aussi passer du côté des machines dès lors qu’il est programmé pour ce faire. Ce que montrent en creux Lei Shi et al. dans leur article, c’est que la cohésion d’un collectif devient un paramètre que l’on peut faire varier par l’introduction d’agents artificiels ;

    Les technologies d’IA, pour l’instant en tout cas, contraignent et cantonnent les réponses collectives à des espaces périphériques difficilement mobilisateurs. Par ailleurs et de manière plus triviale mais extrêmement efficace, les discours sur l’IA font un même « texte » de trames sémantiques aussi diverses que celle des IA généralistes, génératives, sectorielles, agentiques, générales, etc. Et en les présentant toujours comme inextricables et nécessairement en relations causales, il est compliqué de parvenir à positionner un discours critique qui ne soit pas résumé ou astreint à la seule dimension des infrastructures (discours presqu’impossible à politiser face au contre-argumentaire robuste et médiatiquement vérouillé d’un accélérationnisme maquillé en progressisme), ou à l’éternel débat (et donc démonétisé attentionnellement) qui est celui de l’angoisse d’un grand remplacement ou d’une grande incapacitation (par des algorithmes, par des robots, par des IA …).

    D’autant que comme Antoinette Rouvroy l’écrivait il y a peu (je souligne) : « Contrairement à l’idée naïve d’une substitution de l’information à la matière, l’économie numérique fait proliférer de nouvelles infrastructures dont l’ampleur reconfigure durablement les milieux de vie. Le débat public intervient – lorsqu’il intervient – lorsque les investissements sont déjà réalisés et que le retour en arrière apparaît économiquement ou politiquement impensable. La transformation du territoire précède et court-circuite la délibération collective. »

    Pour le dire peut-être plus rapidement, « l’IA » dans le débat public est à la fois un concept écran (qui masque les enjeux qu’il porte) et un concept bouclier (qui se protège lui-même avec la ruse du flou incapacitant de sa dénomination).

    S’il faut prendre un exemple très récent, on pourra s’appuyer sur l’émergence de cette nouvelle doxa consistant à affirmer le recours à des assistants IA dans le cadre des parcours pédagogiques d’accompagnement et de formation, et ce de la maternelle (ou presque) à l’université (ou à ce qu’il en restera dans deux ans). Le « tutorat par l’IA » devient la modalité première (et exclusive) mise en avant dans certains groupes prédateurs se prétendant « écoles » aux USA ainsi que dans quelques établissements privés à Londres. En France également, tant dans les discours de Gabriel Attal ou d’Edouard Philippe très récemment, on entend aussi cette nouvelle antienne ad nauseam, et même si ce tutorat par l’IA est présenté comme complémentaire d’autres dispositifs (par exemple de faire bosser des retraités gratuitement …) il s’agit bien là encore de dissoudre des collectifs d’enseignants et d’accompagnants. Le 14 Juillet on apprenait via un communiqué d’Anthropic la sortie de « Claude For Teachers » qui offre aux enseignants certifiés du primaire et du secondaire aux États-Unis un accès gratuit aux fonctionnalités premium de Claude ; un entrisme façon « pied dans la porte » somme toute assez classique et qu’à peu près tous les acteurs du numérique ont déjà activé à leur échelle mais dont l’impact raisonne ici avec les risques évoqués ci-dessus. « Il y aura toujours des profs« , disent-ils, monsieur le commissaire. Oui il y en aura toujours, peut-être. Mais la certitude et le projet, c’est qu’il n’y ait plus aucun collectif enseignant. L’IA offre un prétexte parfait en termes d’alignement avec l’agenda libéral dont tant d’entreprises se sont déjà saisies pour masquer des licenciements derrière le putatif progès technique d’un basculement vers l’IA.

    Même chose du côté des élèves et des étudiants, dont l’un des apprentissages fondamentaux de la citoyenneté collective passait aussi par les échanges (physiques ou numériquement médiés) autour de l’école, des devoirs et plus globalement des études. Tout cela se dissout. L’IA est n’est alors tout au plus que l’Instanciation d’un Abandon.

    Dans une interview récente, Eva Illouz parle de cette « idée que les émotions peuvent être converties, mesurées et rendues calculables » et la qualifie de « croyance épistémologique« . Je crois qu’elle se trompe en cela que cette conversion et cette calculabilité sont non seulement possibles mais avérées. La question n’est pas tant de savoir si on peut qualifier cela de « croyance » mais, à partir du moment où cette croyance s’affirme et s’installe comme un premier régime de vérité, de comprendre l’enjeu et les finalités de ces conversions dans le cadre d’une gouvernance par les nombres et d’une gouvernementalité algorithmique qui ont fini par s’imposer comme le cadre principal de(s) politique(s) publique(s).

    Je vous parlais enfin d’une citation de Kate Crawford dans son « Atlas de l’Intelligence Artificielle » qui demeure incontournable, la voici en guise de conclusion :

    « L’IA n’est ni intelligente ni artificielle. Elle n’est qu’une industrie du calcul intensive et extractive qui sert les intérêts dominants. Une technologie de pouvoir qui à la fois reflète et produit les relations sociales et la compréhension du monde. (…) Les modèles permettant de comprendre et de tenir les systèmes responsables ont longtemps reposé sur des idéaux de transparence… (…) Dans le cas de l’IA, il n’y a pas de boîte noire unique à ouvrir, pas de secret à révéler, mais une multitude de systèmes de pouvoir entrelacés. La transparence totale est donc un objectif impossible à atteindre. Nous parviendrons à mieux comprendre le rôle de l’IA dans le monde en nous intéressant à ses architectures matérielles, à ses environnements contextuels et aux politiques qui la façonnent, et en retraçant la manière dont ils sont reliés. »

    ►https://affordance.framasoft.org/2026/09/la-fable-et-le-mythe-lia-et-la-fin-des-collectifs
    #IA #AI #intelligence_artificielle #néo-colonialisme #racisme #sexisme #épuisement #dépossession #infrastructures #expertise_métier #coordination_sociale #apprentissage_mutuel #désintermédiation #travail_collectif #gouvernementalité_algorithmique #chatbots #relationnalité #fordisme_des_sentiments #responsabilité #abandon

    –-

    signalé aussi par @biggrizzly :
    ▻https://seenthis.net/messages/1183279

    • Merci
      Sur le nazisme qui n’a jamais cessé, se poursuit sur le contrôle constant de nos imaginaires de joie et de paix et notre capacité cognitive à relier des idées divergentes.
      Les voleurs d’œuvres d’Art.

      Soulèvement haut les cœurs tant qu’ils sont collectifs et résistants par les réalisateurices de Naza qui montrent -aussi- le rôle de l’IA dans le génocide palestinien.
      La machine tue, sauf les sacs à merde kakis qui se cachent derrière.
      Ne croyez pas que le consentement soit aussi petit que le pixel qui l’exige, notre management par les IA s’infiltre aussi à cet endroit.

  • Obsidian Urbex Photography

    #JANINE_PENDLETON


    My passion is exploration of abandoned places, through photography. Answering the question “What lies beyond that “No Entry” sign?”. This is where you will find me, camera in hand.

    Welcome! I am Janine Pendleton, also known as Obsidian Urbex Photography. My interest in urban exploration photography started in August 2015 with an impromptu trip to that classic UK site, Camelot Theme Park. I used to go here as a kid with my parents, so seeing its dilapidated and desolate state some 15 years later struck a chord somewhere inside me.

    I was hooked! I spent the rest of 2015 was trawling the UK in search of abandoned places, making new friends along the way. In Spring 2016 I had my first trip to Europe, and things escalated from there. Over the last 9 years, I travelled to places that I never thought could exist. I have had road trips and adventures aplenty, making friends and getting in situations that seem almost impossible to believe as I sit at home writing this.

    ▻https://www.obsidianurbexphotography.com
    #urbex #abandon #photographie

  • Vorteil DDR : So gut waren Kinderbetreuung und Familienförderung im Osten
    ▻https://www.berliner-kurier.de/article/ddr-familienfoerderung-kinderbetreuung-vorteile-vergleich-westen-104

    Si tu a prévu de fonder une famille tu dois lutter pour l’introduction du socialisme chez toi. Voilà ce qui a été fait dans l’état socialiste allemand pour les femmes, les enfants et les familles.

    17.9.2026 von Stefan Henseke - Wie der Honecker-Buckel den Pillenknick ausglich. So förderte die DDR junge Familien – und zog damit sogar die Geburtenrate hoch und hängte den Westen ab.

    Ein Ehekredit zum „Abkindern“, ein bezahltes Babyjahr und kostenlose Krippen- und Kindergartenbetreuung: In Sachen Kinderbetreuung und Familienförderung war die DDR dem Westen damals weit voraus – auch im Vergleich zu heute gab es viele Vorteile, von denen junge Familien in diesen Tagen nur noch träumen können. Ein Blick auf die Zahlen zeigt, wie groß der Unterschied wirklich war.
    Wie der Honecker-Buckel den Pillenknick ausglich

    Der Pillenknick hatte die DDR schwer erwischt. Bekam 1964 jede Frau im Schnitt noch rund 2,51 Kinder, sank diese Zahl innerhalb eines Jahrzehnts auf nur noch 1,54 Kinder. Ein riesiges Problem für das kleine Land, das sowieso schon unter chronischem Arbeitskräftemangel litt.

    Die SED musste reagieren. Nachdem Erich Honecker im Mai 1971 Walter Ulbricht ablöste, rief er als erstes die „Einheit von Wirtschafts- und Sozialpolitik“ aus. Und das hieß in Sachen Arbeitskräftemangel: Es wurden immer mehr Vertragsarbeiter in die DDR geholt (rund 200.000 bis 1989) und die Familienpolitik wurde komplett umgestellt.

    Ziel: Es wurde finanziell, beruflich und sozial alles getan, damit Frauen wieder mehr Kinder bekommen wollten – und trotzdem weiterarbeiten konnten. Denn auch die Frau wurde als Arbeitskraft dringend benötigt.

    Mit Erfolg: Es passierte das, was später als sogenannter „Honecker-Buckel“ in die Geschichte einging. Durch das umfassende Sozialprogramm stieg die Geburtenrate wieder auf bis zu 1,94 Kinder pro Frau an (1980), um danach wieder zu fallen – während die Rate in der BRD zur gleichen Zeit bei rund 1,4 Kindern verharrte. Und das alles kostete: Die DDR investierte viele Milliarden in die neue Familienpolitik.
    Kindergärten in der DDR: Nur für das Essen kostete etwas

    Kostenlose Krippen- und Kindergartenplätze: Nur für das Essen musste in der DDR gezahlt werden – 1,40 Mark pro Tag in der Kinderkrippe, nur 35 Pfennig pro Tag im Kindergarten. Von der DDR lernen, heißt in diesem Fall siegen lernen. Auch in Berlin (seit 2018), Brandenburg oder Mecklenburg-Vorpommern gibt es wieder kostenfreie Kitas, Hamburg und Rheinland-Pfalz machen beitragsfreie Angebote.

    In der alten BRD war die Situation grundlegend anders: Nicht nur, dass Kita-Plätze viel Geld kosteten. Nein, das Familienmodell sah vor, dass die Mutter das Kind zu Hause betreute. Frauen mussten ihren Ehemann laut Gesetz sogar bis 1977 um Erlaubnis bitten bzw. durften nur arbeiten, wenn dies mit ihren „Pflichten in Ehe und Familie vereinbar war“.

    Die Betreuerinnen haben schon gewartet: In früher Morgenstunde wurden diese Kleinkinder in die Kinderkrippe in der Gemeinde Grüna bei Chemnitz gebracht (1973). © Wolfgang Schmidt/imago

    Anzahl der Plätze: In der DDR gab es 1989 535.203 Krippenplätze – also rund 56 Plätze auf 100 Kleinkinder. Dazu kamen 880.420 Kindergartenplätze und damit rund zwölf Prozent mehr Plätze, als es wirklich Kinder gab.

    Zum Vergleich: In der viel größeren BRD gab es 1990 für rund 2,1 Millionen Kinder unter drei Jahren nur gut 38.000 Krippenplätze (1,8 pro 100 Kinder) und gut 1,5 Mio. Kitaplätze für Kinder von drei bis sechs Jahren (80 auf 100 Kinder).
    Ganztagsbetreuung: morgens bringen, abends holen

    Ganztagsbetreuung: DDR-Krippen und Kindergärten hatten normalerweise wochentags von 6 bis 18 Uhr (oft auch bis 19 Uhr) geöffnet. Im Westen dagegen schlossen Kindergärten oft mittags schon wieder.

    Für Eltern, die im Drei-Schicht-System arbeiteten, gab es oft Betriebskindergärten. Diese passten ihre Öffnungszeiten den Schichten an, sodass Kinder auch früh morgens vor der Frühschicht oder spät abends nach der Spätschicht gebracht oder abgeholt werden konnten.

    Umstritten sind heute sogenannte Wochenkrippen und Kinderwochenheime. Da wurden die Kinder am Montagmorgen abgegeben und erst wieder am Freitagabend abgeholt. Problem aus heutiger Sicht: Die tagelange Trennung von den Eltern führte bei vielen Kindern zu tiefen Bindungsängsten und dem Gefühl des Verlassenseins.

    Diese finanziellen Hilfen gab es für junge Familien

    Geburtengeld: Die DDR zahlte es ab 1972 eine staatliche Geburtenbeihilfe in Höhe von 1000 Mark bei der Geburt jedes Kindes. 150 Mark gab es nach der 28. Schwangerschaftswoche, 750 Mark direkt nach der Geburt und je 25 Mark in den ersten vier Monaten.

    Kindergeld: Mit Einführung der Kindergeld-Verordnung gab es ab 1975 monatlich 20 Mark für das erste und zweite Kind, 50 Mark für das dritte Kind, 60 Mark für das vierte Kind und 70 Mark ab dem fünften Kind. 1987 wurde das Kindergeld erhöht – auf 50 Mark (1. Kind), 100 Mark (2. Kind) und 150 Mark (ab 3. Kind).

    In der BRD wurde ab 1975 für das erste Kind 10 D-Mark gezahlt, für das zweite Kind 20 D-Mark, für das dritte 50 D-Mark. Ab 1983 gab es 50 D-Mark für das erste Kind, 100 D-Mark für das zweite 220 D-Mark für das dritte. Nominell lag ab diesem Zeitpunkt der Westen vorne – doch durch die niedrigeren Kosten in der DDR relativierte sich das schnell.

    Politik für mehr Kinder: Um dem Geburtenrückgang gegenzusteuern, beschloss die SED-Führung unter Erich Honecker ab 1971 ein umfassendes sozialpolitisches Paket. © Werner Schulze/imago

    Ehekredit: Heirat und Kinder konnten die Schulden schrumpfen lassen. Ab 1972 bekamen junge Eheleute einen zinslosen Ehekredit von zuerst 5000 Mark, ab 1986 von 7000 Mark. Der Clou: Mit jedem Kind sank die Rückzahlungssumme – das hieß damals im Volksmund „abkindern“.

    Für das erste Kind sank die Schuld um 1000 Mark, mit dem zweiten um weitere 1500 Mark und mit dem dritten um weitere 2500 Mark – damit waren die 5000 Mark abbezahlt. Als der Kredit auf 7000 Mark angehoben wurde, blieben die Tilgungsraten pro Kind gleich – die restlichen 2000 Mark mussten dann regulär abbezahlt werden.

    Von 1972 bis 1989 nahmen 1.371.649 junge Paare das Darlehen in Anspruch. Kosten für die DDR: 9,3 Milliarden Mark.
    Babyjahr: Ein Jahr raus aus dem Job – Arbeitsplatz blieb erhalten

    Babyjahr: Das bezahlte Babyjahr wurde im September 1976 eingeführt. Es galt zunächst für berufstätige Müttern ab dem zweiten Kind sowie Alleinerziehende ab dem ersten Kind. Für das dritte und jedes weitere Kind wurde die Freistellung 1984 auf 18 Monate verlängert.

    Ab 1986 wurde das bezahlte Babyjahr für alle Mütter ab dem ersten Kind (ab dem dritten Kind sogar bis zum 18. Lebensmonat) eingeführt, auch Väter konnten jetzt unter bestimmten Voraussetzungen diese Freistellung nutzen.

    In den ersten 26 Wochen erhielten Mütter ein Schwangerschafts- und Wochengeld, das einer 100-prozentigen Fortzahlung ihres Netto-Gehalts entsprach. Danach – also bis zum ersten Geburtstag des Kindes – erhielten Frauen eine staatliche Mütterunterstützung. Diese orientierte sich am gesetzlichen Krankengeld und entsprach 70 bis 90 Prozent des vorherigen Netto-Verdienstes.

    Soziale Sicherheit: Frauen genossen während der Schwangerschaft und der Freistellung absoluten Kündigungsschutz, der Betrieb musste den Arbeitsplatz für die Rückkehr freihalten und die Monate zu Hause wurden voll für die spätere Altersrente angerechnet.
    Diese Vorteile hatten Mütter am Arbeitsplatz

    Arbeitszeit: Ab 1976 mussten Mütter mit zwei Kindern oder mehr weniger arbeiten. Für sie wurde die 40-Stunden-Woche eingeführt, ansonsten galt eine wöchentliche Arbeitszeit von 43,5 Stunden.

    Mehr Urlaub: Der gesetzliche Urlaubsanspruch lag in der DDR bei 18 Arbeitstagen. Mütter mit zwei Kindern (unter 16 Jahren) erhielten 20 Tage, mit 3 oder mehr Kindern sogar 21 Arbeitstage Urlaub. Für Schichtarbeiter oder Alleinerziehende gab es noch mehr.

    Krankheit des Kindes: Eltern (in der Praxis meist die Mütter) hatten Anspruch auf unbezahlte Freistellung vom Betrieb und erhielten stattdessen eine staatliche Unterstützung über die Sozialversicherung.

    Oktober 1987: eine Reihenuntersuchung im Kindersanatorium Bad Muskau. Wurden in der DDR Kinder krank, bekamen die Eltern bezahlte freie Tage. © Werner Schulze/imago

    Bei akuten Erkrankungen eines Kindes wurden berufstätige Eltern für bis zu zwei Tage freigestellt. Für diese zwei Tage erhielten Alleinerziehende 90 Prozent ihres Netto-Durchschnittsverdienstes. Bei verheirateten Paaren galten je nach Familiengröße meist niedrigere Sätze, oft glich der Betrieb das sozial aus.

    Dauerte die Krankheit des Kindes länger an, wurde gestaffelt bezahlt – je nach Familienstand und Anzahl der Kinder im Haushalt. Alleinerziehende etwa erhielten die Summe, die ihnen auch als staatliches Krankengeld zustand – begrenzt auf vier Wochen im Jahr (bei einem Kind). Maximale Laufzeit: 13 Wochen (bei 5 Kindern).

    Einen Haushaltstag pro Monat gab es extra frei

    Haushaltstag: In der DDR gabe es einen freien Tag pro Monat seit 1952 – zuerst nur für verheiratete Frauen mit eigenem Hausstand bei Vollzeitbeschäftigung. Ab 1965 galt er auch für unverheiratete Frauen mit Kindern unter 18 Jahren, ab 1977 auch für alle Frauen ab 40 Jahren (auch ohne Kinder), für alleinerziehende Väter und Männer mit pflegebedürftigen Ehefrauen.

    In der Bundesrepublik wurde der Haushaltstag im Jahr 1979 vom Bundesverfassungsgericht gekippt. Grund: Der Ausschluss von Männern sei verfassungswidrig, weil diskriminierend. Danach schafften die Bundesländer den Tag lieber ganz ab, anstatt ihn auf Männer auszuweiten.

    #DDR #RDA #enfants #maternelle #crèche #crédit_de_famille #abkindern

  • Une étude suédoise alerte sur la production massive de #PFAS pour l’#IA et les centre de données - RFI
    ►https://www.rfi.fr/fr/environnement/20260915-une-%C3%A9tude-su%C3%A9doise-alerte-sur-la-production-massive-de-pfas-p

    Fantastique

    Les centres de données – ou data centers – sont extrêmement gourmands en eau et en énergie, ce qui fait monter la contestation un peu partout sur la planète. Pour réduire leur empreinte environnementale, les serveurs sont désormais immergés dans des bassins de PFAS, un système de refroidissement plus économe en eau et moins énergivore et donc présenté comme écologique.

    C’est une #aberration pour les défenseurs de l’environnement qui rappellent que ces #polluants sont une véritable bombe à retardement pour la #santé humaine et planétaire.

    Pratiquement indestructibles, les PFAS s’accumulent dans l’eau, l’air et le sol, et sont également présents dans la chaîne alimentaire. Des études scientifiques les relient au cancer, aux maladies du foie, aux problèmes rénaux et à des malformations congénitales.

    Pour l’organisme suédois qui a mené cette enquête (à lire ici*, en anglais), face aux plans d’expansion de ces fabricants de PFAS, c’est aux gouvernements et aux régulateurs de mettre un terme à cette déferlante de produits toxiques. Et de rappeler que provoquer une #pollution massive pour éviter une catastrophe environnementale comme la sécheresse ne peut pas être présentée comme une solution écologique.

    * ▻https://chemsec.org/reports/the-worlds-top-10-pfas-producers

  • #Campi_Flegrei, la protesta degli #sfollati

    Dopo il terremoto di magnitudo 4,7 di luglio le persone costrette fuori casa sono 4’500, centinaia gli edifici lesionati. Perché non si è intervenuti prima e il nodo degli abusi edilizi - Il reportage

    In Italia, ai Campi Flegrei, sono ancora forti gli effetti del terremoto di magnitudo 4.7 registrato a fine luglio, il più forte negli ultimi decenni: 4’500 sfollati, centinaia di edifici lesionati e poche certezze sul futuro.
    La rabbia degli sfollati

    Chi non ha alternative si è rifugiato al palazzetto dello sport e qui vive da un mese e mezzo. C’è rassegnazione ma anche tanta rabbia. Gruppi di cittadini aspettano i politici prima dell’inizio del consiglio comunale per protestare. “È passato più di un mese e non abbiamo risposte da nessuno, né dalla Regione, né dal Comune, né dal governo”, dice una delle manifestanti alle telecamere del Telegiornale della RSI.
    Le spiegazioni del sindaco di Pozzuoli

    La RSI ha chiesto al sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni, come mai, nonostante si conoscesse il rischio, non siano stati almeno allestiti alloggi di emergenza. “Il fenomeno del bradisismo è un fenomeno che è così da anni. Siamo in fase di “sollevamento” del 1950. Oggi ci ritroviamo, solo a distanza di qualche anno, ad aver messo in campo delle vere e proprie attività di mitigazione e di prevenzione del rischio”, risponde il sindaco.
    I danni e i rischi noti

    La scossa del 30 luglio è stata la più forte da decenni e i danni si vedono. Molti edifici risultano lesionati, 4’500 persone sono sfollate. Non è una sorpresa per chi tre anni fa ha ricevuto l’incarico del Governo per una mappatura del territorio su 12’700 edifici, il 10% risulta ad alto rischio.
    Perché non si è intervenuti prima

    Nell’area individuata come area di intervento per il bradisismo, negli ultimi decenni si sarebbe dovuto intervenire con la messa in sicurezza delle case. Ma non è andata così. “Ad oggi le richieste di finanziamento si contano sulle dita di una mano. Perché? Perché la legge dava un contributo del 50% e quindi la popolazione non era in grado di metterci l’altro 50%”, spiega alla RSI Giulio Zuccaro, responsabile del Centro studi per l’ingegneria idrogeologica, vulcanica e sismica PLINIVS. Ora si pensa di arrivare al 70%, addirittura al 100%, ma i soldi devono ancora arrivare.
    Il nodo degli abusi edilizi

    “Però c’è un grandissimo problema che blocca tutto e che finora ha bloccato (e che non so quanto sia risolvibile, lo dico anche molto sinceramente): il Governo giustamente adesso, per motivi politici o anche per motivi etici, non intende assolutamente derogare dal fatto che i finanziamenti non possano andare a persone che hanno irregolarità urbanistiche, cioè abusi. Il fabbricato deve essere regolare, deve avere la licenza e all’interno del fabbricato non ci devono essere stati abusi”, sottolinea Zuccaro.
    Un futuro incerto

    Niente è semplice qui, dove 84’000 persone abitano su un sistema vulcanico attivo, con il timore che prima della messa in sicurezza possa arrivare una nuova scossa.

    ▻https://www.rsi.ch/info/mondo/Campi-Flegrei-la-protesta-degli-sfollati--4074460.html
    #campanie #tremblement_de_terre #Italie #Pozzuoli #déplacés_internes #abusi_edilizi #bradidismo #Bradyséisme #risque #aménagemenet_du_territoire #urbanisme #illégalité

  • Caserta: ecco le aree di sversamento illecito di rifiuti
    ▻https://informareonline.com/caserta-ecco-le-aree-di-sversamento-illecito-di-rifiuti

    Il #COMUNE_DI_CASERTA, dopo 13 anni dall’entrata in vigore della legge regionale 20/2013, si dota di un proprio registro delle aree interessate dall’abbandono di rifiuti e da roghi. La normativa regionale Nel 2013 la Regione Campania approva la legge regionale n 20, il cui articolo 3 prevede che tutti i comuni della Regione, entro novanta […] L’articolo Caserta: ecco le aree di sversamento illecito di rifiuti proviene da Informareonline, scritto da Mario De Florio

    #Approfondimenti #Attualità #abbandono_di_rifiuti #ambiente #Carabinieri_Forestali

  • Tessere le reti dell’abbondanza: intervista ad #Abundia_Alvarado
    ▻https://radioblackout.org/podcast/tessere-le-reti-dellabbondanza-intervista-ad-abundia-alvarado

    Riprende la programmazione culinaria di Black Out con Ristoradio International che, in questo giovedì 3 settembre 2026, ospita con grande gioia Abundia Alvaro e la sua crew. Dalle #lotte contro il progetto Cop City di Atlanta fino all’Italia, dove tra fine agosto e inizio settembre sta viaggiando per diffondere e “tessere insieme la Rete dell’Abbondanza”. Abbiamo chiacchierato con lei e con il regista del docufilm inedito che viene presentato durante il tour, che racconta del movimento nato in difesa della foresta urbana di Atlanta. Buon ascolto e buon appetito!

    #cucina_politica_decoloniale #rete_dell'abbondanza #stop_cop_city
    ▻https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/09/2026.09.03-18.40-Ristoradio-Abundia.mp3

  • Dalle foreste di #Atlanta fino alla Val di Susa: ri-creare le reti dell’abbondanza
    ▻https://radioblackout.org/2026/08/dalle-foreste-di-atlanta-fino-alla-val-di-susa-ri-creare-le-reti-dell

    Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache #Abundia_Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Abundia è attivista ambientale, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per […]

    #altavisibilita #L'informazione_di_Blackout #difesa_dei_territori #difesa_della_biodiversità #ecologia #lgbtqai+ #resistenza_indigena #stop_cop_city
    ▻https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/08/2026_08_27_2026.08.27-10.00.00-Abundia.mp3

  • Fantômes des cimes : Vie, #ruines et #renaissance des villages de #montagne

    Pourquoi ces hameaux ont-ils été désertés ?

    Si certains villages offraient autrefois une autonomie agricole précieuse (avec jardins, vergers et pâturages), la rudesse de l’hiver, le risque permanent d’avalanches et les heures de marche nécessaires pour atteindre une école ou un médecin ont eu raison de nombreuses communautés. L’#exode_rural, l’attrait de l’industrialisation des vallées (comme les usines de la #Maurienne ou du #Val_d’Aoste), mais aussi des politiques autoritaires de #reboisement ou de création de #barrages_hydroélectriques ont fini de vider ces territoires.

    Quand la #nature férale reprend ses droits

    Que se passe-t-il lorsque le dernier habitant ferme sa porte ? L’épisode décrit un phénomène fascinant : l’#enfrichement et la #recolonisation_végétale. Les toits s’effondrent sous le poids de la neige, les #ronces envahissent les églises, et des arbres poussent directement à l’intérieur des anciennes habitations. Surtout, ces #ruines se transforment en refuges paisibles pour la #faune_sauvage. Chevreuils, cerfs et chamois n’hésitent plus à s’installer et même à dormir au cœur de ces anciens villages.

    Une #résurrection est-elle possible ?

    L’abandon n’est pourtant pas toujours une #fatalité. Si le #désenclavement par la création d’une piste carrossable est rendu possible, certains hameaux reprennent vie. Attirés par le #silence, la #nature et l’#isolement, de nouveaux propriétaires restaurent ces ruines pour en faire des #résidences_secondaires ou des projets écotouristiques, malgré les défis imposés par les règles d’urbanisme complexes comme la #loi_Montagne.

    ▻https://open.spotify.com/episode/3lInEc3AW5tdoNvIj8P23w?si=ZGe3jo5IRNWe9S54IxAeKQ

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=8KAAaJgr3c0

    ▻https://www.mauriennisezvous.fr/actualit%C3%A9s/podcast-hors-serie-le-destin-des-villages-de-montagne-abandonnes
    #abandon #podcast #audio #Yannis_Nacef #conférence

  • Les #rythmes_scolaires en France : permanences, résistances et inflexions | Paul Gerbod (1999)

    En 1929, le taux d’absentéisme est encore d’environ 10% et c’est en 1942 que le régime de #Vichy décide de supprimer les #allocations_familiales aux familles coupables de ne pas envoyer leurs enfants à l’#école.

    Si les caisses de compensation ne peuvent plus directement jouer un rôle dans la suspension officielle des allocations, elles sont en revanche appelées à devenir une nouvelle force de pression vis-à-vis des familles défaillantes, en raison du lien qu’instaure la loi du 18 novembre [1942] entre allocations familiales et #obligation_scolaire : la présentation d’un certificat de scolarité auprès des organismes compensateurs devient obligatoire pour bénéficier des allocations familiales. Plus largement les caisses doivent désormais fonctionner en accord avec l’Éducation nationale pour lutter contre l’#absentéisme, utilisant la menace de suspension des allocations familiales comme une épée de Damoclès au-dessus des familles. Avec cette loi, beaucoup de caisses estiment en effet « être armées […] d’une nouvelle possibilité de contrainte envers les parents incapables ou indignes ». Dans la Nièvre c’est un système de surveillance à l’échelle départementale, impliquant toutes les caisses de compensation pour couvrir l’ensemble des familles, qui est inauguré en 1942 à la demande de l’inspecteur d’académie. Certaines caisses en revanche refuseront toujours de procéder à ce contrôle.

    ▻https://books.openedition.org/pur/121329

  • Razza, maschilità e violenza di Stato

    Se si ripercorrono le cronache di alcuni fatti di sangue che riguardano giovani uomini migranti e cittadini neri e brown, non è difficile accorgersi della persistenza in Italia di un razzismo che non è solo di tipo sociale e culturale, ma è anche strutturale – ossia pervade lo Stato e le sue istituzioni, incluse le forze di polizia. Nei casi delle persone uccise dalle forze dell’ordine tra il 2021 e il 2026, l’atto estremo non appare giustificato da nessuna «legittima difesa», se non da una sorta di profilazione razziale che rendeva l’eliminazione di quei corpi meno scandalosa e, in fondo, accettabile.

    Il 26 gennaio del 2026 muore Abderrahim Mansouri, ventottenne marocchino, ucciso con un colpo alla testa da Carmelo Cinturrino, agente di polizia nel boschetto di Rogoredo, luogo attraversato e abitato da spacciatori, tossicodipendenti e persone senza fissa dimora. Da Cinturrino viene immediatamente addotta la legittima difesa, e altrettanto immediatamente il discorso pubblico (istituzionale e mediatico) accetta questa versione, sulla base del «legittimo sospetto» non solo legato al luogo in cui avviene l’omicidio, ma anche alle figure coinvolte, l’agente – italiano – e la persona uccisa – un ragazzo non italiano – di cui ancora oggi fatichiamo a conoscere la vicenda personale.

    Sappiamo che non è morto sul colpo e che poteva essergli risparmiata un’ora di agonia. Dalla stampa, che dà per buona la versione dell’agente Cinturrino, si evince che era un ragazzo con precedenti penali per spaccio di eroina, rapina e resistenza a pubblico ufficiale e che aveva una famiglia in Italia – il fratello che, per nulla convinto dalla ricostruzione dei fatti fornita dalla polizia, si è rivolto all’avvocata Debora Piazza.

    Le reazioni istituzionali seguono un copione già visto con l’omicidio di Moussa Diarra nel 2024 – ucciso alla stazione di Verona con un colpo al petto a notevole distanza da un agente della Polfer di pattuglia quella notte – o con quello di Ramy Elgaml a Milano, la notte del 24 novembre del 2024, sempre a Milano, quando una macchina dei carabinieri insegue per vari chilometri e sperona il motorino su cui viaggia con un amico e lo uccide per non essersi fermato a un posto di blocco: solidarietà completa e senza riserve alle forze dell’ordine.

    L’ipotesi di un uso eccessivo della forza non viene presa in considerazione (si vedano le dichiarazioni del ministro Salvini a favore di Cinturrino e la petizione «Io sto col poliziotto», lanciata immediatamente dopo dal ministro e dal suo partito), a prescindere dal profilo di Mansouri: si tratta senza dubbio di pericoloso malvivente, così pericoloso da legittimare un colpo alla testa da parte di un tutore dell’ordine.

    Che Mansouri fosse un ragazzo, un ragazzo marocchino, uno spacciatore e dunque un piccolo delinquente, non viene negato da nessuno, nemmeno dal fratello. Non lo hanno negato tantomeno tutti coloro che – inascoltati in precedenza nonostante avessero denunciato le malefatte di Cinturrino e di altri poliziotti che controllavano la zona – si sono presentati agli inquirenti, pur rischiando di essere perseguiti per irregolarità o per spaccio, raccontando dei furti di denaro e droga, delle torture, della violenza su di sé e su altri, degli arresti arbitrari e delle minacce a cui Cinturrino e altri poliziotti li avevano sottoposti.

    In Italia, «spacciatore marocchino» è un significante di grande peso simbolico tramandato dagli anni Novanta ad oggi, indipendentemente dalla reale cittadinanza dello spacciatore. «Marocchino» sta per nordafricano, per scuro (nel senso di brown), e per «panico morale contro la microcriminalità» a cui i vari provvedimenti per «città (più) sicure» hanno dato risposta da allora soprattutto nel Nord Italia.

    Qui, in quegli anni, «marocchino» era chiunque venisse da un luogo a sud del Po e questa etichetta, unita a quella di spacciatore, senza alcun discrimine sul tipo di droga, sul grado di pericolosità del soggetto o sul suo grado di coinvolgimento nella malavita organizzata, equivaleva alla figura di una persona, di genere maschile, estremamente stigmatizzata e identificata come «cancro sociale».

    Oggi, a differenza degli anni Novanta, a questo stigma si combina il panico da invasione e l’idea che a invadere la società italiana dal Sud globale siano persone «naturalmente» propense a divenire «cancro sociale» e a destrutturare i valori alla base della convivenza civile.

    Mansouri-spacciatore marocchino non è un soggetto pericoloso, almeno nel momento in cui deflagra il colpo di pistola che lo colpisce alla tempia. Uno sparo in alcun modo giustificabile. Così come quello sparato al cuore di Moussa Diarra, che brandiva un coltellino, a distanza, in evidente stato confusionale; né il colpo mortale a Younes El Boussettaoui, che dava fastidio agli avventori di un bar, sparato nel luglio del 2021 dall’ex assessore comunale della Lega Massimo Adriatici; né l’inseguimento mortale di Elgaml, che fuggiva in motorino da un posto di blocco.

    L’idea che il corpo scuro – e nero – sia «fuori luogo», avvertito come una minaccia insostenibile alle basi (valoriali) della cittadinanza, è da leggersi come elemento fondativo, oggi, di una grammatica della nazione che è sostanziata da una politica delle emozioni cesellata a partire da un razzismo estremamente radicato e al contempo negato. Diarra, ventiseienne, in Italia da 12 anni; Elgaml diciannovenne cittadino italiano di origini egiziane; El Boussetaoui, trentanovenne cittadino marocchino: si tratta di corpi che meritano una lezione perché fuori posto, indisciplinati, aggressivi, indocili, fuori dal decoro e sbruffoni.

    Non importa se El Boussetaoui fosse da tutti conosciuto, che la sua famiglia fosse ben radicata, né che Elgaml fosse solo un ragazzo, nato e cresciuto a Milano, città in cui abitava con tutta la famiglia. «Dare una lezione» a un corpo estraneo – nordafricano, musulmano, dal nome che denota non-appartenenza, un corpo che manifesta tensioni storiche tra un lato e l’altro del Mediterraneo, e che è altrettanto storicamente oggetto del razzismo italiano contro il mondo islamico al di là del Mediterraneo – non ha nulla a che vedere con la legittima difesa.

    Nerezza, brownness, maschilità e alterità migrante. Nel caso di chi, come El Boussetaoui, Diarra, Elgaml e Massouri, è stato ucciso in nome della «difesa della società» questa stessa intersezione aveva reso le vittime un pericolo da dissipare. Si tratta di persone la cui morte non è solo accettata, ma auspicabile.

    Si tratta di persone che non sono necessariamente pericolose perché minaccia fisica reale per le forze di polizia o per i cittadini apprendono dai giornali di cosa sia il boschetto di Rogoredo, ma che lo sono proprio in virtù della loro mascolinità nera e scura, dell’essere non cittadini e corpi e vite relegati ai margini (spacciatori e tossicodipendenti come nel caso di Massouri, con problemi di salute mentale o di traumi legati alla migrazione, come nel caso di El Boussetaoui e Diarra, o semplicemente italiani mai pienamente riconosciuti come tali, come nel caso di Elgaml).

    Siamo di fronte a un’ontologia del sospetto, o di sospetti «per essenza» che devono essere puniti, e talvolta pure eliminati. Sono i «maranza», una definizione colloquiale che identifica soggetti maschili, giovanissimi e giovani, scuri e neri, dediti a pratiche da gang e/o a piccoli crimini (i teppistelli di oggi).

    Per arrivare a sostenere che di Diarra – lo ha fatto il ministro Salvini – nessuno «sentirà la mancanza», è necessario non solo precostituirlo come parte di un «loro» (i maranza, appunto) contrapposto a un «noi» e negare l’esistenza di una rete di affetti attorno a lui che possa tagliare trasversalmente tale supposta dicotomia, ma anche identificarlo come cattivo e pericoloso.

    Nel caso di Elgaml, come in quello di Diarra, l’operato delle forze dell’ordine non può per definizione essere tacciato di condotta illegittima. Tale operato è in funzione della difesa di quella «comunità immaginata» che non ha bisogno di essere definita poiché la sua natura è apparentemente auto-evidente.

    Così come si può non nominare la bianchezza di tale comunità, può non essere nominata la funzione essenziale a cui le forze dell’ordine assolvono, ossia quella di preservarla. Senza nominare razza e bianchezza, nella dicotomia «noi-loro» si addensa tutta la pesantezza del razzismo sistemico (o sociale) e strutturale (o istituzionale) italiano.

    Il 22 ottobre 2024 viene pubblicato l’annuale Rapporto sull’Italia redatto dalla Commissione del Consiglio d’Europa contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri). Esso conferma la tesi dell’esistenza in Italia di razzismo sistemico e strutturale e sottolinea come le minoranze siano esposte a discorsi d’odio, mancanza di protezione e assenza di programmi di inclusione e valorizzazione della diversità. Inoltre, accusa la polizia italiana di fare «profilazione razziale» contro persone rom e nere.

    Nonostante la complessità dei temi toccati, all’indomani della sua pubblicazione, i commenti istituzionali così come i maggiori giornali italiani si sono concentrati quasi esclusivamente sulle accuse dell’Ecri alle forze dell’ordine, rifiutando l’idea che esse siano agenti di una discriminazione e di una esposizione alla morte prematura di persone razzializzate come non bianche che pervade l’intera struttura sociale e cultura italiane (rimando al mio saggio sulla rivista «Studi sulla questione criminale» per i dettagli di questa lunga scia di morte).

    Massouri così come El Boussetaoui, Elgaml e Diarra, era profilato come «sospetto per essenza» e ontologicamente pericoloso, e dunque «uccidibile». Immediatamente liquidato come colui che tra i due doveva morire, anche quando Cinturrino si scopre essere un malvivente che usa la propria divisa per acquisire favori e denaro ed esercitare potere discrizionale contro gli ultimi degli ultimi (incluso uno spacciatore disabile «contro cui l’agente si accaniva» a martellate), alla famiglia di Massouri, e all’Italia intera non si chiede scusa, come non si chiese scusa ai famigliari e ai cari di Diarra e Elgaml: perché loro non sono noi e le loro famiglie non sono le nostre.

    Cinturrino è oggi indagato con altri sei agenti della sua squadra per estorsione e percosse, calunnia e rapina, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, sequestro di persona, depistaggio, concussione, arresto illegale e omicidio volontario premeditato, una volta che le perizie e i video trovati, oltre alle testimonianze, hanno provato l’inesistenza della pistola attribuita a Massouri e che quest’ultimo è stato raggiunto da un colpo alla testa quando era al telefono e stava scappando verso il bosco.

    Nel caso di Diarra il giudice ha respinto la richiesta di archiviazione sulla base della contestazione all’uso eccessivo della forza da parte della Polfer. Per la morte di Ramy è stato richiesto il rinvio a giudizio dei sette carabinieri coinvolti nell’inseguimento, accusati di depistaggio e favoreggiamento: costrinsero testimoni a cancellare video e falsificarono i verbali. Nel caso di El Boussetaoui, il giudice ha condannato Adriatici a una pena superiore a quella chiesta dall’accusa.

    Sia chiaro, non c’è nulla di cui rallegrarsi. Queste persone sono state brutalmente uccise per il futile motivo di essere il «loro» in mezzo al «noi» da chi dovrebbe proteggere tutti.

    ▻https://rivistadissonanze.it/corpi/sospettare-e-punire-profilazione-razziale
    #racisme #race #masculinité #violences_policières #Italie #violence_d'Etat #violence #Noirs #discrimination #légitime_défense #Abderrahim_Mansouri #Rogoredo #Carmelo_Cinturrino #Moussa_Diarra #Ramy_Elgaml #étrangers #criminalité #Younes_El_Boussettaoui #corps_noirs #homicide #suspect #maranza #racisme_systémique #racisme_structurel #altérité #profilage_racial

  • Le RN, allié indispensable de la Macronie pour faire passer ses lois à l’Assemblée nationale
    ▻https://www.humanite.fr/politique/assemblee-nationale/le-rn-allie-indispensable-de-la-macronie-pour-faire-passer-ses-lois-a-lasse

    Faute de majorité depuis 2024, les macronistes font adopter leurs lois anti-écologiques et sécuritaires grâce aux voix de l’extrême droite. Les deux blocs ne manquent jamais de se retrouver également pour faire barrage au travail d’amendement de la gauche.

    Être privé de majorité oblige à des compromis. Avec les macronistes, il s’agit davantage de compromissions. Depuis les élections législatives anticipées de 2024, le rapprochement à l’Assemblée nationale entre le camp présidentiel (Renaissance, Modem, Horizons), les conservateurs (« Les Républicains ») et les partis d’extrême droite se précise.

    De nombreux textes du « socle commun » – Macronie et LR – ont été adoptés grâce aux voix du Rassemblement national (RN) et de leurs alliés ciottistes de l’Union des droites pour la République (UDR). Un signe de leur convergence, notamment sur l’économie de marché et la politique de l’offre. Mais aussi du virage droitier d’une Macronie qui n’a jamais envisagé de gouverner sur sa gauche, même si le Nouveau Front populaire (NFP) est arrivé en tête des législatives.

    L’été de toutes les compromissions

    Les votes du mois de juillet 2026 en sont une nouvelle parfaite illustration. Que ce soit la loi d’urgence agricole, qui réintroduit l’usage de deux pesticides prohibés, la loi sécuritaire dite « Ripost » ou celle sur la présomption de légitime défense des policiers (qui introduit un « permis de tuer », dénonce la gauche), ces textes soutenus par le gouvernement ont tous obtenu une majorité de circonstance grâce au concours des voix du RN et ...

    #abonné.e.s

  • « Il a tracé seul son chemin » : les #abandons en montagne, une forme de #violence_conjugale

    En #randonnée, #alpinisme ou #trail, des femmes se mettent à raconter comment leur ancien compagnon les a laissées seules en pleine montagne. Loin d’être anodins, ces abandons relèvent de mécanismes de domination.

    « Je l’ai vu partir de plus en plus loin, s’enfoncer dans la nuit jusqu’à disparaître complètement. » Presque dix ans après, Tina n’a rien oublié de cet ultra-trail de plusieurs jours dans les Pyrénées avec son ex-compagnon. Lors de la deuxième nuit, elle est épuisée tandis que lui accélère, sans se retourner. « Je me suis sentie trahie, je pleurais de rage, je n’ai pas compris comment il a pu faire passer son désir de compétiteur avant le reste. Ce n’était pas de la peur — la montagne je connais. Mais on était partis à deux, on était censé compter l’un sur l’autre », dit-elle.

    Tina poursuit sa course seule et retrouve plusieurs heures plus tard son ex-compagnon sur une base de vie « comme si de rien n’était ». Profondément marquée par cet abandon, cet épisode a pesé dans sa décision de le quitter quelques mois plus tard. « Je me suis rendu compte que ce n’était pas quelqu’un sur qui je pouvais compter, même dans la vie de tous les jours. En montagne, les personnalités se révèlent plus vite, on ne peut plus se cacher derrière des apparences. »

    Comme Tina, une quinzaine de femmes ont répondu à l’appel à témoignages lancé par Reporterre pour raconter des expériences similaires d’abandon en randonnée, en trail ou en alpinisme. Presque toutes expliquent qu’elles étaient à l’époque dans une relation toxique avec leur ex-partenaire et la quasi-totalité d’entre elles estiment que ces abandons s’inscrivent dans un #continuum_de_violences.

    En février, après la condamnation d’un alpiniste autrichien pour avoir laissé sa compagne près du plus haut sommet du pays, où elle est morte de froid quelques heures plus tard, les témoignages de femmes laissées en montagne se sont multipliés sur les réseaux sociaux sous l’expression « #Divorce_alpin » [1]. En les voyant, Mathilde s’est rendu compte qu’elle n’était pas un cas isolé. « Je me suis sentie reconnue, j’ai compris que ce n’était pas moi le problème, que c’était une #violence_systémique », explique la jeune femme.

    Son ex-compagnon l’a laissée à quelques centaines de mètres du sommet du Mont-Blanc alors qu’ils grimpaient ensemble. « J’étais épuisée, transie de froid et il s’est désencordé pour battre un record sur [l’application] Strava en gardant l’eau et la nourriture avec lui », raconte-t-elle. Mathilde est finalement redescendue avec un groupe d’alpinistes qu’elle ne connaissait pas, croisé à ce moment-là. « Cet épisode a été comme un électrochoc d’une relation que je ne voulais pas voir dysfonctionnelle, je l’ai quitté du jour au lendemain. »

    Ce n’était pas une première : « Il nous mettait souvent en #danger parce que seule la #performance comptait. Moi aussi j’aime les sensations fortes, mais je le suivais naïvement car il avait plus d’expérience et dès que je tentais de freiner, je passais pour la relou trop prudente. »

    Les deux avaient déjà été secourus par le peloton de gendarmerie de haute montagne (PGHM) lors d’une sortie et Mathilde ne compte plus les fois où elle se mettait à pleurer tant l’engagement dépassait ses limites. « Je ne sais toujours pas pourquoi je continuais à le suivre. Sans doute l’espoir que, cette fois, ce serait différent, qu’il me prendrait en compte. »

    « J’ai fini par appeler les secours »

    Pour Sophie [2], l’évènement remonte à plus de dix ans, dans les Pyrénées. Son conjoint l’a laissée seule avec leur fils de 9 ans en pleine montagne sans eau, ni carte, en pleine montée. « Le matin, il m’avait annoncé une randonnée de quatre ou cinq heures, mais à midi, il m’a dit qu’il fallait encore marcher quatre ou cinq heures. Comme ce n’était pas ce que nous avions convenu, une dispute a éclaté et il est parti », raconte Sophie, qui n’est pas une grande sportive et n’a pas une grande connaissance de la montagne, contrairement à son mari.

    « J’ai eu très #peur, j’ai fini par appeler les secours pour me géolocaliser. Ils ne pouvaient pas nous orienter et ont proposé de venir nous chercher, mais j’ai refusé, nous n’étions pas blessés mais en détresse émotionnelle. » Avec son fils, elle finit par retrouver son chemin et les deux arrivent exténués après dix heures de marche. « Mon conjoint était là, à nous attendre sans voir où était le problème. » Après ça, Sophie a mis un moment à retourner en montagne avec lui. Depuis qu’elle a recommencé, elle prend bien soin de vérifier l’itinéraire, et d’utiliser une application de randonnée indiquant la difficulté du parcours.

    Laurine, elle, n’a pas ressenti de peur immédiate lorsque son ex-compagnon l’a laissée seule en randonnée dans la montagne en Italie il y a trois ans. « Sur le chemin du retour alors que nous étions encore en haut et sans réseau, il a décidé de tracer seul son chemin à travers le flanc de montagne. Je ne pouvais pas le suivre, c’était ma première activité physique depuis mon entorse à la cheville », se souvient-elle. Sportive, malgré sa blessure, elle réussit à rentrer sans encombre. Mais la nuit qui a suivi, elle a été victime d’un viol conjugal.

    « Cet épisode me fait réaliser aujourd’hui à quel point j’étais dans une relation toxique. Avec le recul et en voyant tous les témoignages de femmes laissées en montagne, j’ai réalisé que cet abandon préparait le terrain pour le viol qui suivrait. Cela fait partie d’un système de violences. »

    Un constat partagé par des associations spécialisées. L’Union nationale des familles de féminicides estime aussi que cette pratique est bien une violence conjugale. « Abandonner sa compagne dans un endroit isolé ne relève pas d’un désaccord sur le rythme, d’une blague. C’est une #mise_en_danger pour punir, humilier ou affirmer sa domination. Ce n’est pas de l’amour. C’est une violence. »

    Une analyse que rejoint la sociologue Johanna Dagorn, chercheuse à l’université de Bordeaux. L’expression « Divorce alpin », largement reprise sur les réseaux sociaux, lui paraît d’ailleurs problématique : « Cela sonne presque exotique, alors qu’il s’agit de quelque chose de dramatique. »

    Mettre en #insécurité pour humilier

    Dans ses recherches, elle identifie des mécanismes similaires au-delà de la montagne : « abandonner sa compagne dans un milieu isolé, que ce soit en montagne ou sur le bord d’une route, c’est la mettre en insécurité pour l’humilier et affirmer une forme de domination, explique-t-elle. Ces comportements s’inscrivent dans une logique de contrôle coercitif, visant à montrer à l’autre qu’elle peut être laissée seule, vulnérable. » Et en montagne, cette violence prend une dimension particulière : « C’est un milieu où l’on est peu de choses, où la solidarité est essentielle. »

    Elle décrit un mécanisme en plusieurs temps : d’abord une mise sous tension — accélérer, distancer — puis l’abandon, avant une phase de #minimisation ou de #déni : « Ne pas donner d’explication, c’est banaliser ce qu’il s’est passé et nier la peur de l’autre. »

    Pour Johanna Dagorn, l’argument de la #performance_sportive ne tient pas : « Si l’objectif est uniquement la performance, on part avec des personnes du même niveau. Ici, il y a une intention de rabaisser, de montrer à l’autre qu’elle n’est pas à la hauteur. » Ces actes s’inscrivent ainsi dans un continuum de violences : « Dans la quasi-totalité des cas d’abandons sur l’autoroute que j’ai étudiés, il existait déjà d’autres formes de violences. »

    L’éternelle seconde de cordée

    Cette lecture en termes de violences conjugales peut aussi être éclairée par une analyse des rapports de pouvoir à l’œuvre dans ces situations. Ainsi, pour la sociologue Rozenn Martinoia, « celui qui décide d’abandonner exerce un pouvoir sur l’autre ». Ce #pouvoir repose autant sur des ressources que sur des perceptions. « Les femmes ont souvent été moins formées et surtout plus amenées à douter d’elles-mêmes », souligne-t-elle.

    Dans ce contexte, l’abandon vient renforcer une #asymétrie déjà installée : « On minore les compétences des femmes et elles finissent par intérioriser une forme d’infériorité. » Et en montagne, cet effet est accentué par l’#isolement, le danger et l’engagement physique, car « c’est un milieu où les personnalités se révèlent vite, parfois sans témoin ».

    Face à ces inégalités, les groupes de femmes en #non-mixité se développent de plus en plus. Lead The Climb, Premières de cordée, Girls in Bleau, Copines de rando, Pyr’elles, Womens mountain club… « Ces espaces permettent de renforcer leur confiance et leur compétence et d’expérimenter le rôle de leader. » Ce qui montre encore une fois que ce sont aux femmes de s’adapter.

    ►https://reporterre.net/Il-a-trace-seul-son-chemin-les-abandons-en-montagne-une-forme-de-violenc
    #montagne #domination #sexisme #genre #femmes #abandon #humiliation

  • Découvrez les #Enquêtes_publiques et projets d’aménagement en cours en #Bretagne en août 2026
    ▻https://splann.org/enquetes-publiques-aout-2026

    Des centaines d’enquêtes publiques sont organisées chaque année en Bretagne. Elles concernent des opérations susceptibles de porter atteinte à l’environnement. Bien souvent, les habitants en prennent connaissance trop tardivement. Chaque mois, la rédaction de Splann ! met en avant des projets d’aménagement du territoire, d’ouvrages et de travaux afin d’encourager le débat, la participation et la mobilisation citoyenne. L’article Découvrez les #enquêtes_publiques et projets d’aménagement en cours en Bretagne en août 2026 est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #abattoir #élevage #éoliennes #photovoltaïsme #poules_pondeuses

  • RBO al Festival Alta Felicità 2026: #abderrahim_fakir, #pilastro si rivolta mentre il governo applica lo #scudo_penale. 12 Settembre Manifestazione Nazionale@0
    ▻https://radioblackout.org/2026/07/rbo-al-festival-alta-felicita-2026-abderrahim-fakir-pilastro-si-rivol

    È ormai passata quasi una settimana dal brutale omicidio di Abderrahim Fakir, un uomo di origine marocchine ucciso durante un fermo delle forze dell’ordine, sotto gli occhi inermi e complici del personale sanitario della Croce Rossa. Da subito gli abitanti del quartiere Pilastro e i collettivi di Bologna sono scesi in piazza per pretendere giustizia […]

    #altavisibilita #Blackout_Inside #L'informazione_di_Blackout #omiciodio_di_stato
    ▻https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/07/FakirAltaFelicita2026-2.mp3

  • Calabria, un #manifesto per «normalizzare #San_Luca»: esperti e cittadini immaginano insieme un presente diverso

    Su San Luca (Reggio Calabria), dalle cronache spesso associata alla ’ndrangheta, pesano gravi pregiudizi che emarginano i suoi cittadini e aumentano la sfiducia nello Stato. Anna Sergi e Francesco Donnici raccontano l’iniziativa del «Manifesto con San Luca», nata per coinvolgere abitanti, esperti e rappresentati della società civile in una riflessione collettiva che possa eliminare lo stigma e portare a un cambiamento

    San Luca (Reggio Calabria), cittadina di circa tremila abitanti ai piedi dell’Aspromonte, è nota ai più per le cronache che la associano alla storia di “mamma” ‘ndrangheta. Nei giorni scorsi, una delle voci autorevoli del paese, commentando l’ennesimo blitz di alcune emittenti televisive, scriveva: «Per anni San Luca è stata descritta come il luogo delle tenebre. Oggi gli stessi ambienti che hanno contribuito a costruire quell’immagine spiegano che bisogna superarla». Tale atteggiamento, in questa visione critica, viene descritto dalla stessa autorevole voce come sintomo di una «perfetta economia circolare della narrazione». Un’espressione che sintetizza il sentimento di una popolazione spesso illusa e delusa, quando non usata, dalle tante voci avvicendatesi, nel bene e nel male, in iniziative finalizzate a sconfiggere “mostri” alimentati per essere utilizzati a favor di telecamera.

    A San Luca è sorta un’iniziativa che mette al centro il dialogo con le persone; con i suoi cittadini: non per narrarli, ma per provare a essere cassa di risonanza di voci concepite come parte di un tutto più ampio. Ne è nato un documento politico intitolato “Manifesto con San Luca”. Il Manifesto non vuole dare risposte univoche, ma linee guida, spunti di riflessione e pratiche sociali per interpretare e reimmaginare il presente di queste realtà. Si vuole rivolgere principalmente ai cittadini di San Luca e della Locride, poi ai calabresi tutti. La classe politica e amministrativa locale e della regione Calabria è il target diretto, giornalisti, analisti e forze dell’ordine altrettanto.

    L’iniziativa, ancora in divenire, è presentata con la formula del “Manifesto” perché è una sintesi delle riflessioni raccolte tra cittadini, esperte, ricercatrici, docenti, ingegneri e quante più persone vivono e conoscono il territorio calabrese e si siano sentite di offrire con gratuità il proprio contributo alla costruzione di un testo che potesse essere preludio a una riflessione collettiva e condivisa. Il percorso del Manifesto è iniziato nei primi mesi del 2026 e si è servito dei metodi della ricerca sociale in ambito criminologico per iniziare a mettere su una massa critica di opinioni: individuati gli esperti (calabresi), si sono fatte delle brevi interviste con loro; visite al paese, spesso preannunciate sui social, e coadiuvate anche dalla Caritas locale, hanno permesso di interfacciarsi con la popolazione su alcuni punti di primario interesse.

    In altre parole, il “Manifesto con San Luca” aspira a incarnare un soggetto collettivo che apre a una riflessione più ampia sulle sorti delle “aree interne montane” e della Calabria, riconoscendo e non smentendo l’esistenza di taluni problemi, come può essere la presenza e operatività di storici clan di ‘ndrangheta originari del territorio. L’obiettivo, anche in questo caso, non è però quello di prestarsi a strumentali apologie di mafia, né di ridurre la ‘ndrangheta a semplice questione criminale da risolvere, bensì, è scritto, «di prendere coscienza di quali fattori, all’interno delle stesse comunità e delle istituzioni, facilitino il riprodursi e ripresentarsi della ‘ndrangheta»: l’assenza di uno Stato affidabile, la mancanza di opportunità, la marginalità geografica, la frammentazione sociale, la rassegnazione, il silenzio, l’ambiguità delle posizioni individuali, le narrazioni appiattite su certi stereotipi, sono solo alcuni esempi. San Luca viene chiamato in causa come “laboratorio” dell’esistente, non come oggetto di un esperimento, ma perché è una rappresentazione in piccolo di problemi riscontrabili anche altrove, spesso nemmeno reali, ma frutto di percezioni esterne, anche distorte.

    «Normalizzare San Luca»

    A settembre 2023, proprio in un’intervista pubblicata sulle pagine de lavialibera, Bruno Bartolo, ultimo sindaco eletto della cittadina prima del più recente commissariamento del Comune avvenuto circa un anno dopo, dichiarò che il suo obiettivo era quello di «normalizzare San Luca». Il paese, secondo il primo cittadino insediatosi il 27 maggio 2019 dopo una lunga stagione di scioglimenti e commissariamenti, veniva raccontato come un’anomalia e tale racconto rischiava di distrarre dai “normali” problemi che San Luca condivide con tante aree simili. Su tutti, mancanza di lavoro, di luoghi di incontro e confronto permanenti, di iniziative dello Stato che non siano solo un “mordi e fuggi” spesso tradotto in tanti progetti “non finiti” che affollano il panorama e gli archivi del municipio. «I sanluchesi sono in credito con lo Stato fin dall’alluvione che devastò il territorio nel 1973», diceva ancora Bartolo riassumendo un lunghissimo periodo di mancanze che hanno finito per scoraggiare anche i più volenterosi dall’assumersi il compito di rappresentare la “cosa pubblica” sul territorio.

    Cosa pubblica che nel frangente è diventata “cosa di nessuno”, tra l’incuria e l’assenza di progettazione. Di fatti, «la ‘normalizzazione’ del paese passa dai suoi servizi», come poteva essere la strada che porta al Santuario di Polsi, tanto impraticabile da inibire la celebrazione dello storico pellegrinaggio verso la Madonna della Montagna nel 2025, o l’istruzione, come l’ex sindaco aveva scritto (insieme agli omologhi di Platì, Africo e Careri) nella lettera inviata al ministro Giuseppe Valditara, per chiedere un intervento strutturale su scuola e lavoro, tale da togliere i giovani dalla strada incentivando un «comune percorso di antimafia legato a specifici progetti che fanno perno su una scuola qualificata e realmente formativa». Se fosse riuscito in quest’opera di “normalizzazione”, l’ex sindaco avrebbe valutato di ricandidarsi. Così non è stato e all’esito di una tornata elettorale senza liste e candidati, le sorti del Comune sono state affidate a una commissione straordinaria.

    Missioni e Fondazioni

    Nel mentre, a carico di Bartolo e altri è stata aperta un’indagine legata alla concessione dello stadio comunale e all’assegnazione degli spazi nell’area mercatale del Santuario di Polsi, che ha gettato nello sconforto una popolazione sentitasi accerchiata dagli organi inquirenti. Ma non è tutto. Nel giugno del 2024, la Commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo si era recata in missione a San Luca. Una visita che ha lasciato in dote soltanto una foto di dubbio gusto scattata dai parlamentari sotto il vecchio cartello d’ingresso al paese – non più esposto sulla pubblica via – forato dai colpi delle lupare e una relazione di 32 pagine «non esenti da retorica» come scritto da Pablo Petrasso su LaC news.

    Nel documento, al classico racconto sulla ‘ndrangheta e sulla cultura mafiosa che influenza i giovani, venivano accostate considerazioni sulle risorse di un territorio, solo per fare un esempio, dal grande potenziale turistico «limitato dal degrado ambientale dell’intera Locride e dalla mancanza di una cultura imprenditoriale adeguata». Sulla scorta di un tale complesso di riflessioni – per certi versi un po’ stantie, per altri un po’ distratte dalle reali dinamiche territoriali incarnate dalle diverse realtà sociali positive che operano in quella porzione della provincia di Reggio Calabria – l’organo concludeva dichiarandosi «disponibile a fornire spinta e testimonianza concreta a quelle comunità, con la candidatura diretta di propri membri» alle elezioni amministrative.

    Il terremoto si completa con la scossa data dallo scioglimento, disposto dalla prefettura di Reggio Calabria il 21 marzo 2025, del CdA della Fondazione culturale “Corrado Alvaro”, giornalista, antifascista, vincitore del premio Strega e autore del capolavoro “Gente in Aspromonte” oltre che figlio nobile di San Luca. Il provvedimento evidenziava criticità come la ridotta operatività della Fondazione o «un progressivo depauperamento del patrimonio e contestazioni relative alla composizione degli organi di governo, anche per la presenza di soggetti con parentele a famiglie riconducibili a contesti di criminalità organizzata». Una lettura che fin da subito ha destato perplessità, ma soprattutto polarizzato l’opinione pubblica tra coloro i quali sostengono la necessità di questo commissariamento, il primo per un soggetto culturale, e chi ritiene che questa sia l’ennesima – forse la più grave – cicatrice inferta all’identità del popolo sanluchese che vede infangato anche il nome dell’intellettuale a 130 anni dalla sua nascita.

    Dopo alcune proteste social, flashmob, la nomina di un Comitato scientifico, il rinnovo del CdA, lo scorso mese di giugno il Tribunale amministrativo regionale – accogliendo il ricorso presentato da Aldo Maria Morace, presidente del CdA sciolto, e dal vice Tonino Perna – ha ribaltato il provvedimento della prefettura. Tuttavia, la decisione del tribunale amministrativo di primo grado viene congelata a inizio luglio dal Consiglio di Stato. Al di là di quelli che saranno gli esiti del processo amministrativo, è evidente il grave disagio forse non considerato ma certamente arrecato alla popolazione di San Luca. Dinamiche che è impossibile disgiungere da quel pregiudizio di fondo derivato dall’abuso di una certa narrazione fatta nei confronti di un paese dove tutti, indistintamente, rischiano di cadere nel calderone della criminalizzazione, che diventa criminalizzazione della fragilità oltre che della devianza mafiosa.
    Sentenze e movimenti sociali

    Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 ha rappresentato un altro momento di frattura e incomprensione. L’82,39 per cento degli elettori di San Luca ha votato “Sì”. Percentuale simile a quella di altri comuni dell’area aspromontana e ionica. Tale risultato, complici alcuni spunti derivati dalla campagna referendaria, hanno fatto gridare all’endorsement mafioso. Una lettura superficiale e offensiva per chi, in quei territori, ha creduto – ingenuamente o disperatamente secondo chi scrive – che quella riforma potesse rappresentare una giustizia più equa, dove non si viene marchiati a vita per un cognome o per il luogo di nascita. Quel voto, per chi lo osserva conoscendo il territorio, non è stato un allineamento alla ’ndrangheta, ma un grido contro una magistratura percepita come unica presenza dello Stato: non quella che costruisce scuole o strade, ma quella che arriva con le manette e i titoli di giornale. Un voto di protesta che si è inserito perfettamente in quel solco di risentimento e frustrazione alimentato da decenni di abbandono istituzionale, trasformandosi in un messaggio politico urlato: quello di comunità stanche di sentirsi sospette per nascita e residenza, prima ancora che cittadini.

    A completare il quadro di sfiducia è arrivata, nel mese di giugno, la sentenza di appello del processo Gotha, con l’assoluzione, tra gli altri, del sacerdote di San Luca don Pino Strangio, accusato e condannato in primo grado di concorso esterno in associazione mafiosa. Il provvedimento è arrivato dopo dieci anni di processo, di ambiguità relazionali imposte all’intera comunità, di erosione ulteriore della fiducia nelle istituzioni. Come sempre, gli arresti e le prime condanne hanno riempito le prime pagine; le assoluzioni, quando arrivano, vengono relegate in trafiletti che non restituiscono dignità né riparano il danno. Dopo l’assoluzione si è formato un piccolo movimento sui social che chiede, pretende quasi, il ritorno a Polsi di don Pino Strangio come rettore del Santuario della Madonna della Montagna nel frangente riaperto ai fedeli – con accesso per ora solo a piedi – per l’estate 2026. A prescindere dalle considerazioni tecniche sulle nomine ecclesiastiche e a prescindere anche dalle valutazioni nel merito dell’assoluzione – come della precedente condanna – è necessario notare come questo coro social dimostri ancora una volta che la comunità sanluchese non solo c’è, ma quando si muove lo fa in maniera compatta. Se questa dinamica si osserva dalla prospettiva dei movimenti sociali diventa un’opportunità enorme per aprire a un possibile cambiamento. Tuttavia, se da un lato questa coesione è una risorsa potenziale per il cambiamento, dall’altro rischia di tradursi in vittimismo collettivo quando non si accompagna a un’assunzione di responsabilità e a un senso civico che vada oltre la difesa identitaria.

    Parole chiave

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=XPIbAULzTvo&t=187s

    Questa breve ricostruzione aiuta a comprendere il contesto all’interno del quale si è fatta strada l’idea del “Manifesto”. Il documento continua ad essere arricchito di spunti, alcuni dei quali arrivati dopo il primo lancio pubblico avvenuto lo scorso 18 giugno al festival “Trame” di Lamezia Terme. La riflessione emersa a quel tavolo è stata sintetizzata in un elenco di parole chiave suddivise in cinque macrocategorie:

    crisi del territorio, marginalità e abbandono;
    crisi della sfera pubblica e del bene comune:
    crisi morale e culturale;
    crisi della fiducia e delle relazioni;
    prospettive di cambiamento.

    Tra queste, si vogliono evidenziare due concetti che fin dall’inizio, dall’osservazione profonda del territorio di San Luca attraverso il metodo scientifico, hanno fatto da traino all’iniziativa: da un lato si parla di “isolamento e marginalità”, intesa «la condizione geografica e sociale che relega aree come San Luca ai margini delle politiche pubbliche e dell’attenzione collettiva»; dall’altro di “vittimismo come interiorizzazione dello stigma”, ovvero «il rischio che le comunità interiorizzino lo sguardo esterno stigmatizzante (in senso lato, criminalizzante), trasformandolo in rassegnazione e risentimento».

    Sullo sfondo, le aree interne

    Questa riflessione non deve essere concentrata esclusivamente su San Luca, ma da San Luca può trasporsi anche su altri livelli territoriali. Basti pensare al dibattito innescato dal Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai) 2021-2027 letto da alcuni come una condanna a morte nella parte in cui parla di accompagnamento dei territori in un «percorso di spopolamento irreversibile». Alcuni studiosi, tra cui l’antropologo Vito Teti, hanno definito il documento come parte di un lungo percorso di “eutanasia territoriale” che coinvolgerebbe diversi paesi, su più livelli, e non solo contesti come San Luca.

    Come hanno evidenziato i docenti Domenico Cersosimo e Rocco Sciarrone in un più recente contributo sulla rivista Dissonanze, «tutta la Calabria è ormai un’unica grande area interna». Secondo la struttura del “Manifesto con San Luca”, l’inciso potrebbe valere addirittura per l’intera Italia dove i dati Istat raccontano di un processo di spopolamento che coinvolge anche i grandi centri urbani. Per questo motivo, se non maneggiato con cautela, il dibattito sulla sorte delle aree interne rischia anch’esso di diventare fuorviante e scoraggiare le forze buone della popolazione. Servono politiche, servono «forme di resistenza» per dirla sempre con Cersosimo e Sciarrone, che incentivino le persone a restare superando l’idea romantica ma vuota di una “restanza” fine a se stessa, che, come tale, diventa solo un modo elegante per selezionare chi può restare e chi non può andarsene.

    L’incentivo è quello di produrre una forte spinta oltre le retoriche della “resilienza” che in questi anni pur si è vista, ma si è tradotta in un tirare a campare spesso disgiunto dai progetti a lungo termine. Viceversa, il dibattito va traslato sul campo dei servizi, dell’economia sociale legata a doppio filo alla valorizzazione dei territori, della loro storia, risorse e identità. Da poco, il commissariamento del Comune è stato prorogato di sei mesi, ma il prossimo anno le elezioni amministrative torneranno a bussare. Si voterà per dare a San Luca una nuova amministrazione. L’auspicio è che le campagne elettorali tengano conto dei reali bisogni dei cittadini e non siano solo spot. Che siano costruite “con”. In tal senso, questo disegno collettivo e condiviso, è a disposizione di chi saprà farne buon uso, per offrire spunti utili alla costruzione di una visione d’insieme.

    ►https://lavialibera.it/it-schede-2761-un_manifesto_per_normalizzare_san_luca
    #normalisation #Calabre #ndrangheta #mafia #manifeste #préjugés #stigmatisation #aree_interne #imaginaire #changement #criminalité_organisée #Locride #montagne #aree_interne #marginalité #marges #Bruno_Bartolo #éboulement #services #école #travail #anti-mafia #Etat #abandon #territoire #crise #isolement #démographie #Psnai #dépeuplement #eutanasie_territoriale #restanza #résilience #économie_sociale

    • La Calabria non è un altro mondo

      La Calabria non è «un altro mondo», ma una versione estrema di problemi che attraversano l’Italia: povertà, disuguaglianze, debolezza dei servizi pubblici, frammentazione sociale. La regione vive una forte dipendenza dalla spesa pubblica e una modernizzazione guidata dall’alto, con scarso protagonismo collettivo. La politica occupa un ruolo centrale, mentre la ’ndrangheta prospera nelle connessioni tra economia e potere. Accanto a rassegnazione ed emigrazione, esistono esperienze di resistenza e innovazione, ma ancora incapaci di produrre un cambiamento strutturale.

      «È certo la più strana tra le nostre regioni. [...] Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frantumi. Si deve a questo se i viaggiatori stranieri, in Calabria, rimangono disorientati. Non riescono a definirla. La trovano diversa, non solo dalle altre regioni italiane, ma da qualsiasi parte del mondo, e stentano a valutarne la civiltà». [Guido Piovene, Viaggio in Italia]

      La Calabria è una terra simbolo al negativo. Area estrema del nostro mondo, non un altro mondo. Una regione pervicacemente fuori squadra. Tra le ultime in Europa per reddito; la più povera tra le venti regioni italiane. Ma anche quella con la disuguaglianza economica interna più elevata tra tutte le regioni dell’Unione europea: il reddito del quinto dei calabresi più ricchi è 8,5 volte quello del quinto dei più poveri (attorno a 5 nell’Unione europea e in Italia), a testimonianza del fatto che i calabresi più ricchi sono relativamente meno ricchi degli italiani che abitano nelle regioni del Nord mentre i calabresi poveri sono molto più poveri dei poveri del Nord.

      Già questi pochi dati di sintesi mostrano l’utilità di guardare alla Calabria come a un’area in grado di rappresentare alcuni tra i più rilevanti problemi di cui si discute attualmente, e che in vario modo riguardano altre regioni, l’Italia e l’Europa. Un’utilità amplificata dal fatto che in Calabria questi problemi sembrano essere concentrati alla massima potenza. Lo stesso può dirsi degli interventi rivolti ad affrontarli.

      D’altra parte, il tessuto sociale e istituzionale della regione risulta frammentato e segmentato, strutturato secondo rigide logiche autoreferenziali, per silos verticali; mancano disegni intenzionali di connessioni funzionali; latitano infrastrutture di collegamento, raccordo, interazione. Di nuovo, una situazione ravvisabile anche in altri contesti, che segnala il progressivo sfilacciamento dei legami sociali, che ha però raggiunto qui livelli estremi.

      Da tempo la Calabria si colloca nelle retrovie delle graduatorie nazionali delle dotazioni e della qualità dell’offerta di servizi pubblici essenziali (sanità, scuola, servizi sociali e culturali, servizi per l’infanzia e gli anziani). I calabresi, di conseguenza, sono cittadini a bassa cittadinanza. L’intera regione, comprese le poche città, è assimilabile ad un’unica grande area interna, un’area lontana dai centri di servizi essenziali: spesso distanti fisicamente, inesistenti, di difficile accessibilità o mediamente scadenti.

      Un calabrese su due è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Un picco scandalosamente alto, il più alto (e di molto) di tutta Europa. Un calabrese benestante convive con un calabrese povero/vulnerabile. Due società slegate.

      I benestanti godono di risorse adeguate per smarcarsi dal malconcio settore pubblico, mentre i poveri/vulnerabili si trovano in condizioni di gravi deprivazioni materiali quotidiane, di lavori poveri, di salari all’osso, di disconoscimento. I benestanti abitano una certa orizzontalità relazionale, potendo contare su reti di sostegno reciproco, di scambio, di potere, di affari. Reticoli che, seppure limitati alla cerchia sociale di riferimento, alimentano comunanze e vantaggi esclusivi, capitale sociale di club.

      I poveri/vulnerabili abitano invece un tessuto sociale disperso e atomizzato: senza adeguate infrastrutture politico-sindacali, spesso persino senza parrocchie di prossimità.

      Le classi alte trovano convenienze nello status quo; i poveri si rassegnano allo status quo perché senza risorse e «capitali» per immaginare un’altra vita, senza rappresentanza collettiva. Sta in ciò la spiegazione dell’enigma calabrese: una situazione estrema che non implica – non può implicare – un conflitto sociale altrettanto estremo, perché ne mancano i presupposti soggettivi e collettivi.

      Lo Stato, con la sua spesa pubblica, è il soggetto pressoché esclusivo della trasformazione post-bellica della Calabria. Una «modernizzazione passiva», eterodiretta, con una mobilitazione dal basso debole e discontinua. I grandi cambiamenti che hanno trasformato più intensamente la società tradizionale del passato sono tutti ideati e promossi dal centro: finanziamenti di opere pubbliche e riforme che, in un quadro di costante incompiutezza, hanno modificato nel profondo le condizioni di vita e dei comportamenti dei calabresi, caratterizzandoli progressivamente come italiani a tutto tondo per consumi e stili di vita.

      Il film diacronico mostra, dunque, una regione in movimento, disposta all’inseguimento, in tendenziale convergenza con il resto della Penisola, tutt’altro che ferma e ossificata nei suoi assetti sociali e civili. A contrario, l’osservazione sincronica palesa una distanza persistente con il resto del Paese, gravato da disparità diffuse non sanate.

      È la politica il «grande tutto» dei processi di mutamento economico e sociale, il fattore dei successi e degli insuccessi, la calamita attrattiva unica per benestanti e poveri, la determinante di allineamenti e scarti infra e inter-regionali.

      Oggi, la vita nuda della grande maggioranza dei calabresi è in larga parte dipendente, nel bene e nel male, dalla spesa pubblica: per i singoli cittadini e per le imprese, per gli agricoltori e per i costruttori, per le università e per le scuole, per la sanità pubblica e privata, per i sindaci e per le associazioni culturali.

      Massimizzare l’accesso ai contributi pubblici è l’assillo di una regione e di una parte consistente del terziario privato della mediazione (padronati, caf, associazioni varie, commercialisti, avvocati), specializzato nel drenaggio e nell’allocazione minuta di questi flussi di spesa. Ancor più ossessiva è l’intercettazione di risorse collettive e della loro torsione a proprio vantaggio da parte di ampi segmenti delle classi dirigenti (politici, imprenditori, agenzie), anche attraverso l’uso strumentale delle relazioni associative professionali e interprofessionali, legali e occulte.

      In filigrana si intravede una società ruminante, impegnata nella captazione e manipolazione di risorse pubbliche, con una speciale abilità a scovare e massimizzare l’accesso a contributi, incentivi, sostegni e sgravi di ogni tipo e a sfruttare le opportunità legate alla spesa pubblica in direzione di interessi particolaristici.

      La ’ndrangheta è tra gli attori economici più attrezzati nella conquista di questi flussi di risorse, spesso con un ruolo da protagonista negli appalti di opere infrastrutturali, nel campo sanitario, nel settore della raccolta e smaltimento dei rifiuti, configurandosi come uno dei soggetti rilevanti della Calabria espansiva.

      Da pericolosa realtà criminale, a lungo sottovalutata, la ’ndrangheta è diventata anche uno stigma culturale e sociale utilizzato per indicare l’intero territorio regionale e la sua popolazione. Prevalgono al riguardo letture riduttive, da quelle che incredibilmente insistono ancora sulle caratteristiche arcaiche di un popolo e della sua mentalità agro-pastorale a quelle che invece riducono il fenomeno a mero problema di ordine pubblico. Di conseguenza, diventa vago e sfumato il problema delle contiguità e delle collusioni che investono il funzionamento dell’economia e soprattutto il raccordo tra economia e politica, che da sempre costituiscono il vero punto di forza della ’ndrangheta.

      Più in generale, la Calabria può essere considerata un laboratorio per osservare le dinamiche di trasformazione della politica contemporanea, stretta nella morsa di spinte contrapposte tra de-politicizzazione e iper-politicizzazione. Una regione in cui la politica resta al centro della scena, anzi la occupa in modo preponderante. Anche se spesso è una politica senza politiche, che rifugge dalle responsabilità, che opera in via emergenziale attraverso deleghe e commissariamenti, condizionando in modo peculiare la configurazione e il funzionamento delle istituzioni e dei processi democratici.

      Nel quadro di netta prevalenza della regolazione politica, non si sono create le condizioni per favorire relazioni di mercato dotate di sufficiente autonomia ed efficacia, anche se sono emerse nel tempo diverse iniziative imprenditoriali «eccellenti» per innovazione e ampiezza dei circuiti economici ma che, tuttavia, non riescono a contaminare i contesti di insediamento.

      La manifattura è ormai un’attività marginale, tanto in termini di contributo al reddito regionale che di occupazione; l’agricoltura più dinamica e le attività complementari si sono sempre più concentrate nelle poche aree di «polpa»; il ciclo dell’edilizia tende a sovrapporsi a quello della congiuntura politica settoriale; le stesse strutture di ricerca sono sempre più orientate a incrociare flussi di spesa pubblica in modo indifferenziato, attraverso alleanze di scopo di breve periodo con imprese e soggetti privati che tuttavia non sortiscono effetti di lunga durata nell’economia e nella società locale.

      Il turismo, a dispetto dell’enfasi retorica corrente, soffre di congenite improvvisazioni, di despecializzazione e di un’infrastruttura organizzativa ancora rudimentale, nonostante l’emersione di un limitato numero di iniziative imprenditoriali di buona qualità, per lo più puntiformi ed esclusive, e talvolta inquinate da contaminazioni mafiose.

      In questo scenario prevalgono logiche di adattamento, da un lato i calabresi che difendono le posizioni di privilegio acquisite, dall’altro i calabresi che cercano di fronteggiare le diffuse condizioni di precarietà e vulnerabilità della loro vita quotidiana. Ancora oggi, come in passato, un’alternativa è quella della fuga, dell’exit: per scelta, quando possibile, o, spesso, per necessità.

      Tra chi resta non mancano i soggetti, in molti casi giovani, che praticano forme di resistenza, soprattutto tra coloro che cercano di percorrere vie di innovazione, faticando non poco a trovare spazi di visibilità e voice. Ci sono dunque i calabresi non rassegnati, che non si arrendono e pensano a un altro mondo possibile. Quelli che, ad esempio, testardamente avviano attività di impresa, sfidando a viso aperto un contesto ostile, ribellandosi persino alla ’ndrangheta. Come stanno facendo diverse donne che, per tutelare sé stesse e soprattutto i propri figli, hanno deciso di recidere i legami familiari per rinnegare ogni forma di appartenenza mafiosa.

      O ancora coloro che praticano azioni di solidarietà a sostegno delle fasce più povere e marginali della popolazione. Pensiamo anche all’esperienza di Mimmo Lucano, che ha contribuito a fare di Riace un luogo iconico globale per ospitalità e inclusione di migranti e rifugiati. Si tratta però di casi esemplari, delimitati, che non hanno la forza di innescare processi di cambiamento sistemici.

      Lo scenario delineato ha un significato che travalica la regione, rendendo evidenti, in modo radicale e amplificato, processi di più ampia portata. Da questo punto di vista, la Calabria può essere dunque considerata un benchmark negativo: una realtà sempre più sfilacciata, senza collante sociale, permeata da crescente sfiducia e incertezza, che non riesce a immaginare un futuro.

      Decifrare la sua patologia aiuta a spiegare la fisiologia. E, forse, come nel paradosso di Hirschman: nascondere un po’ di «negativo» può aiutare a non abbandonare la speranza, a fuggire la trappola della rassegnazione, lasciando spazio alla «passione per il possibile».

      ▻https://rivistadissonanze.it/calabria/la-calabria-non-e-un-altro-mondo

  • «Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto»: l’appello alla libertà del dottor Hussam #Abu_Safiya
    ▻https://www.assopacepalestina.org/2026/07/17/fate-tutto-il-possibile-per-tirarmi-fuori-da-questo-posto-lappell

    della Redazione Palestine Will Be Free, Palestine Will Be Free, 16 luglio 2026. Gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano. Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale ... Leggi tutto

    #Notizie

  • [Entretien vidéo] « Un texte abominable sur le plan #scientifique », #philippe_grandcolas déconstruit la #loi_duplomb
    ▻https://splann.org/grand-entretien-philippe-grandcolas-loi-duplomb

    Chercheur reconnu dans le domaine de la biodiversité, Philippe Grandcolas publie « Loi Duplomb, le débat confisqué » aux éditions du Faubourg. Nous l’avons rencontré dans son bureau du Muséum national d’Histoire naturelle, à Paris, au moment où sénateurs et députés s’apprêtent à permettre la remise sur le marché de l’acétamipride et du #flupyradifurone, deux insecticides nocifs pour les #abeilles. L’article [Entretien vidéo] « Un texte abominable sur le plan scientifique », Philippe Grandcolas déconstruit la loi Duplomb est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Pollutions #acétamipride #agences_sanitaires #agriculteurs #agriculture #agroécologie #annie_genevard #anses #assemblée_nationale #biodiversité #chercheur #cnrs #écologie #écologue #écosystème #efsa #FNSEA #grand_entretien #insectes #interview #laurent_duplomb #les_républicains #loi_d'urgence_agricole #muséum_national_d'histoire_naturelles #néonicotinoïdes #pesticide #pesticides #pollinisateurs #pollution #sénat #toxicité

  • #Napoli accelera contro l’abusivismo edilizio: siglato il Protocollo d’Intesa Procura-Comune
    ▻https://informareonline.com/napoli-accelera-contro-labusivismo-edilizio-siglato-il-protocollo-d

    È giunto il momento di passare dalle parole ai fatti, al fine di garantire la legalità e preservare l’immenso patrimonio paesaggistico, storico e ambientale della città di Napoli. Sono proprio questi gli obiettivi che il capoluogo partenopeo si propone di raggiungere, grazie ad un nuovo asse firmato a Palazzo San Giacomo tra il sindaco Gaetano […] L’articolo Napoli accelera contro l’abusivismo edilizio: siglato il Protocollo d’Intesa Procura-Comune proviene da Informareonline, scritto da Alessandro Giuseppe Terracciano

    #Approfondimenti #Attualità #abusivismo_edilizio #comune #Gaetano_Manfredi #Nicola_Gratteri #Procura_della_Repubblica