• #Pérou. Les oubliés du #Machu_Picchu

    Le site archéologique inca draine des recettes considérables, mais les villages péruviens avoisinants n’en tirent pas profit. Isolés faute de travaux d’infrastructures, ils semblent abandonnés à eux-mêmes par des édiles cupides. Reportage.


    https://www.courrierinternational.com/long-format/perou-les-oublies-du-machu-picchu
    #tourisme #pauvreté #développement #redistribution #abandon

  • Siamo i peggiori del mondo per abbandono scolastico. Ecco la vera emergenza in Italia.

    L’abbandono scolastico è un problema che affligge l’Italia dai tempi della legge Coppino sull’istruzione obbligatoria (1877) e ancora lontano dall’essere risolto, tanto che nel 2017 si è invertito l’andamento positivo, con il rischio che nel 2020 si registri un 15% di rinunce, quando l’obiettivo europeo per l’anno prossimo è di rimanere sotto il 10%. Se guardiamo la situazione degli ultimi 20 anni, con 3 milioni di studenti persi complessivamente siamo addirittura gli ultimi al mondo. Per lo Stato le conseguenze negative di questa situazione sono enormi sul piano economico e sociale, tanto da indebolire la stessa ripresa economica. Strutture inadeguate, materiale didattico non differenziato secondo modalità e velocità di apprendimento e personale scarso e poco preparato a cogliere i segnali d’allarme rendono il nostro Paese incapace di trattenere a scuola i ragazzi a rischio rinuncia. Il risultato nel 2017 è il tasso del 14,5% di abbandono sul totale degli studenti (in crescita rispetto al 13,8 dell’anno prima e quattro punti percentuali più della media europea). Un problema che si ripercuote sull’occupazione: i disoccupati con la licenza media sono il doppio dei diplomati e quasi il quadruplo dei laureati.

    Con una quota di iscritti ai programmi d’istruzione terziaria tra le più basse dell’intera area Ocse e i laureati che sono appena il 26% degli adulti, con dieci punti percentuali in meno rispetto al target europeo. Il nostro Paese è anche poco attraente per gli studenti degli altri Stati Ocse, che nel 2013 risultavano essere solo 16mila contando anche gli immigrati permanenti, circa un terzo e meno di un quarto rispettivamente di Francia e Germania, dove non sono calcolati gli immigrati. Per l’Ocse, si tratta di “ulteriori segni di debolezza del sistema d’istruzione terziaria in Italia”. L’abbandono scolastico – che avviene prima del diploma, considerato il “livello minimo auspicabile” per l’Unione europea, o addirittura prima del compimento dell’obbligo scolastico a 16 anni – contribuisce all’aumento della percentuale del 35% dei neet, i 20-24enni che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro. Eppure, secondo le ricerche, un anno in più di studi può aumentare il salario futuro di un valore tra il 4 e il 10%.

    Mentre nove Paesi europei hanno da tempo raggiunto l’obiettivo di contenere l’abbandono scolastico sotto la soglia del 10%, i risultati sono diseguali all’interno dell’Unione, dove complessivamente gli early school leavers superano i quattro milioni. L’Italia paga una strutturale mancanza di investimenti nel settore, che non è considerato prioritario: un errore grave per un Paese dove quasi un quarto dei quindicenni non raggiunge i livelli minimi di competenze matematiche e di lettura e in cui la disoccupazione giovanile è tra le più alte del continente. In Europa nel 2012 il 40% di coloro che avevano lasciato la scuola non aveva un impiego (quasi il doppio del totale dei disoccupati sotto i 25 anni). Una lunga esclusione dal mercato del lavoro, inoltre, peggiora ulteriormente le prospettive di carriera, tanto più che si stima che in futuro solo un mestiere su dieci sarà alla portata di chi ha abbandonato gli studi. Trattare il calo dell’abbandono scolastico come una priorità contribuirebbe a scongiurare il rischio povertà ed emarginazione, che in Italia è concreto per oltre il 28% della popolazione, dato che un solo punto percentuale in meno garantirebbe all’Unione Europea mezzo milione di giovani lavoratori in più ogni anno.

    Anche per lo Stato le conseguenze sono pesantissime. Tra queste, oltre a quelle legate al benessere immateriale dei cittadini – come la mancanza di coesione e di partecipazione, la disgregazione del tessuto economico e sociale e l’ignoranza – ci sono i ridotti introiti provenienti dalle tasse e la crescita delle spese sociali, dai sussidi del welfare al prezzo della giustizia (ad esempio un periodo di studio più lungo fa diminuire i crimini contro la proprietà). A queste si aggiunge l’onere per il sistema sanitario, dato che le persone con un basso livello di istruzione hanno in media più problemi di salute e una minore speranza di vita alla nascita, come emerge dall’Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione pubblicato pochi mesi fa. Nel complesso, il costo per lo Stato di ciascuno studente che abbandona precocemente la scuola è tra uno e due milioni di euro nel corso della sua vita. Solo in Italia, azzerare l’abbandono precoce porterebbe a un aumento del Pil compreso tra l’1,4 e il 6,8%.

    Maschio, di status socio-economico basso, membro di gruppi sociali vulnerabili: è questo l’identikit di chi ha maggiori probabilità di lasciare precocemente la scuola, che aumentano ulteriormente in presenza di difficoltà di apprendimento e di gestione dell’ansia. L’abbandono scolastico, però, non è un fatto improvviso, ma è il risultato di un insieme di fattori personali, sociali, economici, educativi e familiari. Per questo serve un sistema di prevenzione che si basi su curricula scolastici di qualità e attraenti per i ragazzi, percorsi educativi flessibili e attenzione alla transizione tra un ciclo scolastico e l’altro, che sono i momenti più critici. Bisogna concentrarsi sullo studente in quanto individuo, puntando al suo benessere a partire da educazione e cure della prima infanzia, dalle politiche a sostegno della famiglia e dall’integrazione dei figli di migranti e rom, che sono tra le categorie più esposte: la collaborazione tra scuola e Ong per realizzare corsi di alfabetizzazione ed educazione per adulti, ad esempio, ha ricadute positive anche sui figli.

    Una prima educazione di buon livello però non basta se nei cicli di istruzione successivi le classi sono sovraffollate e l’insegnante, lasciato solo, non può prestare attenzione alle necessità individuali di ciascuno studente e affrontare le problematiche con risorse scarse. La scuola deve puntare su una struttura il più possibile aperta, con corsi di recupero più organici e regolari, e fornire laboratori pomeridiani non curricolari, come teatro, arte e lettura, che contribuiscono a migliorare l’autostima e i rapporti interpersonali. Difficoltà di apprendimento e brutti voti causano infatti scarsa fiducia in se stessi, che unita a un cattivo rapporto con gli insegnati e a problemi personali (dal rapporto difficile con i genitori ai problemi economici fino ad abusi e tossicodipendenza), sono tra i principali motivi di abbandono. Su queste criticità cercano di intervenire le “scuole popolari” dell’associazione Non Uno di Meno, che tiene corsi di recupero pomeridiani gestiti da volontari con ottimi risultati, e il progetto di Fuoriclasse sviluppato da Save the Children. Una scuola più pratica e più partecipata aiuterebbe a evitare lo straniamento e la disaffezione dei ragazzi, i cui bisogni individuali sono penalizzati dalla standardizzazione didattica. Nonostante il ministro dell’Istruzione Bussetti affermi che la lotta all’abbandono precoce è una priorità del governo, nel Def approvato ad aprile scorso, non si vedono i mezzi per dei cambiamenti strutturali che arrestino l’emorragia nelle aule scolastiche.

    Nel tentativo di risolvere il problema, non si possono solo copiare le soluzioni adottate all’estero, ma occorre conoscere a fondo le caratteristiche del sistema scolastico, sociali e culturali dei diversi Paesi. Gli esempi di chi ha saputo affrontarlo con successo mostrano possibili strade da percorrere, come la diversa organizzazione dell’intero sistema sociale, in cui agli studenti persi lungo il percorso scolastico viene offerta, come in Francia, una seconda opportunità, ad esempio con corsi che facciano da ponte per un reinserimento nel percorso scolastico tradizionale. I Paesi Bassi hanno mantenuto la lotta all’abbandono scolastico come una priorità nonostante i buoni risultati già raggiunti: lo Stato collabora con gli enti regionali e locali e con le scuole per stabilire i target e i fondi, mentre gli istituti scolastici sono liberi di scegliere la strategia migliore per raggiungere gli obiettivi. Le direttive del governo olandese sono coordinate da un organo nazionale e adattate alle necessità locali e i progressi monitorati dagli specialisti del ministero dell’Educazione – che forniscono supporto ai rappresentanti locali – assegnati alle regioni.

    Abbandono e dispersione scolastica sono problemi strutturali, che non si risolvono da un giorno all’altro e la strategia per eliminarli deve essere trasversale rispetto alle appartenenze politiche e non influenzata dai cambi di governo, come riconosce anche il Rapporto sul contrasto del fallimento formativo pubblicato dal Miur lo scorso anno. È inutile esultare per un calo della dispersione scolastica se dopo un paio di anni il dato torna a salire: il traguardo da porsi è il raggiungimento da parte di tutti i cittadini degli obiettivi scolastici e formativi a prescindere da condizione socioeconomica, origini famigliari, geografiche ed etniche, dal genere o dall’orientamento sessuale. Innalzare il livello dell’istruzione e modernizzarlo è fondamentale per essere al passo con l’Europa e con il mondo, ma prima bisogna convincersi che l’eliminazione dell’abbandono scolastico è la chiave per assicurare un futuro dignitoso alle nuove generazioni e uscire da una crisi economica e sociale che rischia di diventare una condizione endemica del nostro Paese.

    https://thevision.com/attualita/emergenza-abbandono-scolastico
    #abandon_scolaire #école #Italie #statistiques #chiffres #éducation #déscolarisation

  • Métaliste
    Les « #left-to-die in the Sahara desert »...

    (évidente référence à un rapport de Charles Heller et Lorenzo Pezzani sur le Left-to-die boat : https://forensic-architecture.org/investigation/the-left-to-die-boat)

    Essai de #métaliste sur les expulsions de migrants depuis les pays du #Maghreb (#Tunisie et #Algérie pour le moment) vers leur frontières méridionales, soit en plein #désert...

    #asile #migrations #réfugiés #abandon #expulsions #renvois #déportation

    ping @isskein @_kg_ @visionscarto @pascaline @karine4

  • Tunisia - 36 persone deportate al confine con la Libia

    La denuncia degli attivisti presenti a Zarzis. Nel pomeriggio manifestazione al porto per la libertà di movimento

    Un comunicato stampa di Europe Zarzis Afrique, Bergamo migrante antirazzista, Campagna Lasciatecientrare, Caravana Abriendo Fronteras, Carovane Migranti, Dossier Libia, Movimiento Migrante Mesoamericano, Progetto 20k, Progetto Melting Pot Europa e dei partecipanti alle giornate internazionali a Zarzis.

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    Aggiornamento 5 agosto ore 6.45, confine con la Libia.
    Da ieri pomeriggio stiamo cercando i migranti deportati e abbandonati dalla polizia nei pressi del confine con la Libia. Fonti attendibili locali ci confermano che i migranti sono detenuti in quella zona militare, sono privi di acqua e cibo. Ma la polizia di frontiera non ci fornisce né informazioni né ci permette di muoverci alla loro ricerca, intimandoci di andarcene. Noi da qui non ce ne andremo fino a quando non avremo trovato le persone e verificato il loro stato psico-fisico.
    Facciamo appello di fare pressione in tutti i modi possibili sul governo della Tunisia: le 36 persone sono in grave pericolo e hanno bisogno d’aiuto!

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    4 agosto - Ci troviamo a Zarzis, Tunisia del sud, e abbiamo da poco concluso con una manifestazione al porto per la libertà di movimento le giornate di iniziative e incontri promosso da «Europe Zarzis Afrique».

    In questo preciso momento, quattro attivisti italiani si trovano alla frontiera con la Libia per verificare una grave violazione dei diritti umani. Le associazioni per i diritti umani tunisine denunciano che un gruppo di 36 migranti ivoriani (21 uomini, 11 donne di cui una una incinta e quattro bambini molto piccoli) sono stati deportati dalla città di #Sousse al confine con la Libia e là abbandonati senza cibo ed acqua. L’area in cui si trovano è una zona militare ad alto rischio.

    Le associazioni tunisine hanno anche diramato un video che riprende l’abbandono dei migranti nel deserto e un comunicato di condanna.

    https://www.meltingpot.org/Tunisia-36-persone-deportate-al-confine-con-la-Libia.html
    #Libye #Tunisie #renvois #déportation #expulsion #réfugiés #asile #migrations #zone_militaire #expulsions #expulsion_collective #réfugiés_ivoiriens #abandon

    vidéo :
    https://www.facebook.com/watch/?v=809496766111780

    ping @_kg_ @isskein

    • Tunisie : le SOS de migrants ivoiriens expulsés vers le #désert libyen

      Des dizaines de migrants ivoiriens arrêtés et conduits en plein désert libyen lancent un appel au secours sur les réseaux sociaux. Plusieurs associations tunisiennes ont dénoncé « une grave violation des droits des migrants ».

      « Aidez-nous ! S’il vous plaît, aidez-nous ! », c’est par ce cri détresse qu’un migrant ivoirien a conclu son appel au secours relayé le 4 août 2019 par le Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES) sur son compte Facebook. Des dizaines de migrants ivoiriens ont été arrêtés par les autorités tunisiennes et conduits en plein désert libyen, annonce l’association.
      Une violation du droit des migrants

      Dans un communiqué signé par plusieurs associations de défense des droits de l’homme, le FTDES a en effet révélé ce qu’il qualifie de « grave violation des droits des migrants » par les autorités tunisiennes.

      Des hommes en uniforme ont arrêté samedi 3 août à 10 heures du matin, dans une maison de Sfax, 36 migrants ivoiriens dont onze femmes, l’une d’entre elles enceinte et 3 nourrissons, sous prétexte qu’ils s’apprêtaient à une migration clandestine.

      Faux, se défendent-ils dans un témoignage vidéo racontant leur arrestation, diffusé par l’association tunisienne. Ils ne faisaient que préparer les festivités de la fête nationale ivoirienne (qui a lieu le 7 août NDLR) affirme la personne qui filme.

      Ils ont été conduits à Médenine dans le sud, puis derrière la frontière libyenne, où ils ont été lâchés dans des conditions climatiques torrides. « Ils savent que la Libye est un pays dangereux, ils nous jettent en Libye », peut-on entendre sur la bande son.

      « La situation ne fait qu’empirer. Avec le soleil, les enfants sont à bout de souffle, ils n’arrivent plus à tenir, ils sont tous faibles. Et nous aussi ! », témoigne un autre migrant sur un enregistrement audio diffusé également par le site Facebook du Forum.

      « L’armée tunisienne, en face de nous, menace de nous abattre si on s’aventure vers la frontière. Donc on ne sait plus quoi faire. Nous sommes en danger, nous sommes sur le territoire libyen. Supposez que des Libyens tombent sur nous ici, on ne connaît pas la suite », ajoute-t-il terrorisé.
      Les batteries des téléphones portables déchargées

      Outre le FTDES, l’Association Tunisienne pour la défense des droits de l’homme, Tunisie terre d’Asile, Des avocats sans frontières et le Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme sont également signataires d’un appel aux autorités tunisiennes.

      Elles demandent le retour rapide des migrants sur le sol tunisien afin qu’ils soient pris en charge par des organisations humanitaires.

      Mettant en garde contre les violations commises à l’encontre des migrants en Tunisie, elles réclament une modernisation du règlement juridique de l’immigration dans le pays, ainsi que sa mise en conformité avec la Constitution qui garantit les droits et les libertés et avec le droit international.

      Aux dernières nouvelles communiquées par le FTDES, les migrants ivoiriens se trouvaient toujours le 5 août en territoire libyen à proximité de la frontière tunisienne et les batteries de leurs #téléphones_portables étaient pour la plupart totalement déchargées.

      https://www.francetvinfo.fr/monde/europe/migrants/tunisie-le-sos-de-migrants-ivoiriens-expulses-vers-le-desert-libyen_356
      #désert_libyen #smartphone

  • Le vrai cout de la #viande pas chère : pauvre #cochon, riche affaire

    Depuis une dizaine d’années, les producteurs de porcs d’outre-Rhin jouissent de subventions massives accordées par Berlin pour accélérer l’industrialisation des exploitations. Aujourd’hui, le pays est devenu autosuffisant et inonde l’Europe à prix cassé. Le marché est dominé par une poignée d’entreprises qui pratiquent l’économie d’échelle grâce à l’automatisation, et entassent des dizaines de milliers de bêtes gavées d’antibiotiques dans des hangars sur caillebotis, coupés de la lumière du jour. Si cette viande est si bon marché, c’est aussi en raison du droit du travail allemand, qui permet aux grands abattoirs d’employer des ouvriers détachés venus d’Europe de l’Est et payés au rabais

    https://www.youtube.com/watch?v=L6MrcGNTJak


    #film #documentaire #Seehofer #industrie_agro-alimentaire #viande #travail #exploitation #Allemagne #prix #élevage #élevage_industriel #cochons #porc #exportation #travail_intérimaire #fertilisants #environnement #lisier #nitrates #eau_potable #nappe_phréatique #pollution #santé #cancer #France #abattoir #sous-traitance #dumping_salarial #travailleurs_étrangers #travailleurs_détachés #bactéries_multi-résistants #label #Roumanie #paysannerie #antibiotiques #métaphylaxie #Germanwatch #colistine #Suède #alimentation #travailleurs_détachés #épandage

  • La rappeuse Nicki Minaj va se produire en #Arabie_saoudite
    https://www.la-croix.com/Culture/rappeuse-Nicki-Minaj-produire-Arabie-saoudite-2019-07-03-1301033165

    « Elle va venir secouer son postérieur et interpréter ses chansons à la gloire du sexe (...), et ensuite tout le monde me dira de porter +l’#abaya+ (vêtement traditionnel féminin qui couvre l’ensemble du corps, ndlr). Qu’est-ce que c’est que çà ? », s’est insurgée une jeune femme dans une vidéo postée sur Twitter.

    https://video.twimg.com/ext_tw_video/1146115697002602496/pu/vid/360x640/kYIfR6sZoK5WMRSj.mp4?tag=10

    #wtf

  • Quinze moutons inscrits à l’école pour éviter une fermeture de classe en Isère
    https://www.ouest-france.fr/education/ecole/quinze-moutons-inscrits-l-ecole-pour-eviter-une-fermeture-de-classe-en-

    Un éleveur est entré dans l’école de Crêts-en-Belledonne (Isère) avec une cinquantaine de moutons et son chien, ce mardi 7 mai, vers 8 h. Le maire Jean-Louis Maret était présent et il a fait les choses en règle avec un arrêté de réquisition d’une partie de la cour. Et quinze des moutons, certificats de naissance à l’appui, ont été « officiellement » inscrits pour être scolarisés dans cette école. Une façon de dire : « On n’est pas des moutons. »

    Cette école primaire a appris en mars que l’une de ses 11 classes fermerait vraisemblablement à la rentrée suite à une légère baisse d’effectifs, de 266 à 261 élèves. Une décision que regrettent des parents et le maire. « Il y a ici des enfants en difficulté, mais l’Education nationale ne se préoccupe pas des arguments de terrain, juste des chiffres », estime Gaëlle Laval, membre de la FCPE et une des organisatrices de la manifestation de ce mardi.

    Ces « nouveaux élèves » sont arrivés en présence des écoliers, de leurs parents et du corps enseignant. « Avec cela, on ne devrait pas avoir de fermeture », sourit Gaëlle Laval, qui reconnaît « avoir voulu jouer sur l’humour pour mobiliser les gens », et éviter un « gâchis » dans cette école où la mairie a beaucoup investi ces dernières années.

    #ruralité #fermeture_des_classes #abandon_de_l'état #humour

  • La solitude des femmes détenues | Le Club de Mediapart
    https://blogs.mediapart.fr/observatoire-international-des-prisons-section-francaise/blog/010219/la-solitude-des-femmes-detenues

    Minoritaires en détention (moins de 4 % de la population détenue), les détenues pâtissent de la mauvaise répartition des places de prison pour femmes sur le territoire. Et souffrent d’un effet de genre : premières à maintenir le lien avec leur père, frère, compagnon ou ami incarcéré, elles sont aussi plus vite abandonnées lorsqu’elles sont de l’autre côté du mur.

    À la prison pour femmes de Roanne, il y a très peu de visites, remarque une mère de détenue. Samedi et dimanche matin par exemple, il y avait deux familles au parloir, pour près d’une centaine de femmes incarcérées... » Même situation à Réau, en région parisienne : « En général, les parloirs sont vides, observe l’une des salariés chargés de l’accueil des familles. La plupart des hommes n’ont pas ce problème. On dirait que dès qu’elles entrent en prison, les femmes sont abandonnées par leur famille. » Un constat unanimement partagé mais jamais objectivé, faute d’étude sur le sujet1. « C’est toute la question de l’extrême invisibilité des femmes en milieu carcéral. Les hommes représentant la grande majorité des détenus, très souvent, les femmes sont oubliées des enquêtes », déplore la sociologue Corinne Rostaing. Si les données font défaut, plusieurs facteurs viennent expliquer cet isolement patent. D’abord en cause, l’inégale répartition des places de prison pour femmes sur le territoire. « Parmi les 188 établissements pénitentiaires, seuls 56 accueillent des femmes détenues », relevait le Contrôleur général des lieux de privation de liberté (CGLPL) dans un avis de 2016, de sorte que de nombreux départements en sont dépourvus. La situation est d’autant plus préoccupante pour les femmes condamnées à de longues peines : seulement huit établissements pour peine peuvent recevoir des femmes2, la plupart étant concentrés dans la moitié nord de la France. Conséquence : « Ces dernières sont souvent incarcérées dans des établissements éloignés de leurs proches », constate le CGLPL, si bien qu’elles « souffrent davantage de la rupture du lien familial ».

    © Grégoire Korganow/CGLPL © Grégoire Korganow/CGLPL

    Pour Corinne Rostaing, cet isolement est aussi le résultat d’un « double effet de genre ». Le fait de contrevenir à la loi est socialement beaucoup moins toléré pour une femme que pour un homme. « Elles subissent en quelque sorte une double stigmatisation : non seulement elles ont enfreint la loi, mais elles ont aussi transgressé les normes liées à leur sexe. Le sentiment de honte est plus fort chez les femmes et leurs proches leur tournent plus souvent le dos. La seule personne qui vient encore éventuellement les voir, c’est souvent leur mère. Certaines m’ont dit : “Si même ma mère ne veut pas venir, personne d’autre ne viendra.” » Et c’est d’ailleurs là le second effet de genre : la solidarité familiale est une affaire de femmes. De fait, ce sont d’abord les femmes qui maintiennent le lien avec les personnes détenues : près de 90 % des visiteurs interrogés par l’Uframa3 dans son enquête de 2017 sont en fait des visiteuses4. « On les voit arriver avec des kilos de linge propre, parfois repassé et parfumé. On voit bien que ce n’est pas dans le rôle des hommes, et des maris en particulier, de faire ça. À commencer par le fait d’attendre, dans tous les sens du terme : attendre devant le parloir, mais aussi attendre que la femme sorte de prison. Très vite, c’est divorce ou séparation, même pas forcément formulé… », rapporte Corinne Rostaing. « Le problème, si on se place dans une perspective de réinsertion, poursuit la sociologue, c’est que l’administration pénitentiaire ne met pas les moyens pour compenser cet isolement : les possibilités en matière de formation et d’emploi sont beaucoup plus restreintes que pour les hommes, alors même qu’elles vont être beaucoup plus isolées à la sortie. »

    (1) L’enquête sur la trajectoire familiale des détenus réalisée par la DAP et l’Insee et publiée 2002 n’a ainsi jamais été étendue aux femmes. Une recherche, menée par les sociologues Patricia Paperman et Natacha Chetcuti, est actuellement en cours.
    (2) Situés à Joux-la- Ville, Bapaume, Roanne, Réau, Poitiers, Fleury, Rennes et Marseille.
    (3) Union nationale des fédérations régionales des associations de maisons d’accueil des familles et proches de personnes incarcérées.
    (4) Conjoint·e·s mis à part, 25 % des visiteurs sont des mères (contre 6 % de pères), 9 % des soeurs (contre 3 % de frères), 5 % des amies (contre 1 % d’amis). « À propos du vécu des familles et des proches de personnes incarcérées », résultat de l’enquête menée par l’Uframa entre septembre et décembre 2017.

    #prison #sexisme #femmes #abandon

  • La France crée une « zone blanche » sans sangliers pour éviter l’arrivée de la peste porcine
    https://www.lemonde.fr/planete/article/2019/01/15/la-france-cree-une-zone-blanche-pour-eviter-l-arrivee-de-la-peste-porcine_54

    Après la détection de deux nouveaux cas de peste porcine africaine en Belgique, la France renforce son dispositif de protection à la frontière pour éviter son arrivée dans l’Hexagone. Si la maladie se déclare en France, les producteurs français ne pourront plus exporter de porcs, ce qui risque d’être fatal à bon nombre des quatorze mille élevages porcins français, déjà fragilisés.

    Le ministère de l’agriculture français a ainsi annoncé, lundi 14 janvier, la création d’une « zone blanche » vide de sangliers à la frontière franco-belge pour empêcher toute introduction de la maladie sur le territoire national. Il a également annoncé la création d’une cellule de crise, présidée par Loïc Gouello, inspecteur général de la santé publique vétérinaire, qui se réunira dès cette semaine avec les acteurs nationaux.

    « Une “zone blanche”, à très haut risque, est mise en place dans un rayon de quelques kilomètres autour des cas belges, au sein de laquelle tous les sangliers devront être abattus dans les prochaines semaines », fait ainsi savoir le ministère dans un communiqué.

    Et voilà ! #élevage #nos_amies_les_bêtes #abattage

  • La #pédopsychiatrie « perdue » en rase #campagne | Le Club de Mediapart
    https://blogs.mediapart.fr/yves-faucoup/blog/271118/la-pedopsychiatrie-perdue-en-rase-campagne

    Le recul de ces structures de soin de proximité participe à ce que les populations les plus fragiles, issues de ces zones rurales, soient délaissées. A l’échelle d’un Groupement Hospitalier de Territoire centré sur une logique de mutualisation et des projets partagés, cela reste invisible. Mais en Midi-Pyrénées, cela impacte le maillage fragile des territoires les plus distants de Toulouse déjà désertés par les professionnels. La densité des praticiens libéraux est très faible (orthophonistes, psychomotriciens…) de même que celle des médecins (et les rares pédopsychiatres libéraux dans le Tarn sont en réalité des retraités) : le bassin castrais est quatre fois et demi moins doté que la Haute-Garonne. Le soin en pédopsychiatrie restera-t-il toujours un service public rendu à l’ensemble de la population ? La question est d’importance, à l’heure où l’on étudie et relie la perte de densité des services publics à une augmentation du vote en faveur des extrêmes, dont les discours s’adressent à cette « France des oubliés ». Peut-on prendre le risque d’oublier aussi ces enfants ? Viendront-ils grossir les rangs des 35% de patients ayant dû renoncer aux soins, comme le révèle l’enquête de la CPAM du Tarn menée en 2016 (La Dépêche, 29 juin 2017) ?

    #ruralité #territoire #abandon

  • The Abandoned Mine Problem: Who Should Bear the Burden?

    Thousands of abandoned and orphaned mines dot the American West. They pose a danger to both public and environmental health, and responsible parties are difficult to find, differentiate, or hold accountable. Why do inactive mines continue to pose safety hazards and pollute our waterways? The laws in place simply don’t have teeth. The Gold King Mine wastewater spill in southwestern Colorado in 2015 was a good reminder of the scope of the problem of abandoned and orphaned mines and how our current regulatory framework falls short.

    There are three laws that generally govern mining law in the United States: the 1872 Mining Law, the Clean Water Act, and the Comprehensive Environmental Response, Compensation, and Liability Act (CERCLA). These laws lack concrete measures to prevent mine spills from occurring as well as reliable methods to ensure that all mines receive the necessary attention in the case of a spill (or better yet, to prevent one). In addition, these laws can create liabilities and disincentives on parties who might otherwise be willing to come in and remediate the mine on their own. However, some states are turning towards a non-traditional form of legislation: Good Samaritan laws, in which citizens, companies, and organizations would be not liable in the case they decide to take on the task of cleaning up acid mine drainage.

    The abandoned mine problem in the United States is striking. Specifically, hard rock mines (including metals like gold, silver, iron, copper, and zinc) are predominant in the West as a result of the discovery of gold and silver during the era of western expansion. Up until the 1970s, the federal government engaged in little oversight on mining across much of the West. During the mining era, there were few expectations about environmental safeguards, and as a result, historic mining operations often went largely unregulated. Before the 1970s, it was common for mining companies to abandon mine sites after mineral extraction was completed or no longer profitable. The land was often left exposed, with waste materials in piles or dumped into mine cavities and pits. At the time, mining companies had no requirement to restore mine lands to their original condition. Today, it is almost impossible to hold these mine owners financially responsible because records of original ownership have been lost and accountable individuals have long passed away. There are over 500,000 abandoned hardrock mine sites across the nation, and the cost for cleaning up these inactive mines is estimated to be between $33 and 72 billion dollars. Today, these abandoned mines are capable of polluting adjacent streams, lakes, and groundwater with high volumes of toxic waste. In doing so, contamination from spills has the potential to—and often does—harm marine ecosystems, poison local drinking water, and pose serious health risks to local communities.

    What Laws Are in Place?

    The Mining Law of 1872, or the General Mining Law, governs the transfer of rights to mine gold, silver, copper, uranium and other hardrock minerals from federal lands. Under the law, citizens may enter and explore the public domain, and if they find valuable mineral deposits, they may obtain title to the land through the Department of the Interior. The law has jurisdictional coverage over 270 million acres of publicly owned land, which is almost one-fourth of all land in the United States. In essence, mining companies are able to search for minerals without any authorization from any government agency. The law contains little to no environmental protections for using use of the land and it does not include any royalty or bonding provisions (to help fund cleanup in case of an accident). As a result, many have criticized the law for giving away public land to private companies practically for free, leaving the public to bear the burden for cleaning up the spills. Since there is no requirement to pay royalties or report extraction volume, the government does not keep track of the volume of hardrock minerals being extracted from federal public lands each year. Consequently, this aspect of mines is largely unchecked and has disparate effects.

    But the issue of abandoned mines has not entirely been overlooked. In September 2017, Senator Tom Udall (Arizona) introduced legislation to reform the General Mining Law and address many of the above-mention criticisms. If passed, the legislation would help fund clean-up activities through fees and royalties. In March 2018, the House Committee on Natural Resources held a hearing on the issue of abandoned mines.

    The Clean Water Act (CWA) is aimed at restoring and maintaining the chemical, physical, and biological integrity of the nation’s waters. The Act splits the responsibility to state agencies and some responsibility to the EPA to carry out the regulatory purposes. The Act requires would-be polluters to obtain a permit for any kind of discharge of a pollutant from a point source (such as mine waste) into the navigable waters of the United States. While the structure of the Act enforces a basic foundation for protecting water resources, one consequence of the permitting system is that parties who own or attempt to clean up mines will likely become subject to its extensive permitting requirements and face liability. This being said, when parties do attempt to clean up mines, their actions could still constitute a violation of the CWA. Under the Act, a party seeking to engage in cleanup activity would need a permit regardless of whether their actions aggravate or improve the water quality.

    CERCLA allows for the cleanup of sites that are already contaminated with hazardous substances and pollutants. It is also referred to as the “Superfund,” due to the large fund that it created for cleanup of contaminated sites. CERCLA is intended to spread the cost of cleanup among responsible parties, and allows the government to undertake cleanup of contaminated property or compel private parties to undertake the cleanup themselves. Like the CWA, CERCLA creates potential liability for parties that might attempt to clean up abandoned mines, which usually takes form of lawsuits. Under 107(a)(4)(B), private parties can recover from a potential responsible party (PRP) for the cleanup costs they “directly incur.” Under this broad liability scheme, people who own property containing hazardous substances can be held liable for enormous cleanup costs even though they were not involved in any hazardous waste disposal activities. Even with some liability defense for certain types of innocent landowners and bonafide prospective purchaser, CERCLA has in effect discouraged the purchase and reuse of properties that may be contaminated. As a result, the overwhelming costs of cleanups (and potential liability) have been the primary restraining factors for people otherwise interested in reusing and restoring contaminated properties.

    Good Samaritan Legislation

    There has been no shortage of offered fixes to the problem of abandoned and orphaned mines, but one solution that has seemed to be getting more traction recently is the idea of Good Samaritan legislation. While potential liability under the CWA and CERCLA has discouraged parties from cleaning up abandoned mines or reusing and restoring contaminated properties, Good Samaritan legislation may provide new hope for parties who want to attempt to clean up mines but do not have the resources to take on the liability that might accompany cleanup efforts. These parties may include citizens, government agencies, nongovernmental organizations, and mining companies.

    Pennsylvania implemented the Environmental Good Samaritan Act in 1999 and has completed fifty projects since. Those protected by this legislation include individuals, corporations, nonprofit organizations, and government entities. The Act protects them if they meet several requirements, including they that did not cause/create the abandoned mineral extraction land or water pollution, and that they provide equipment and/or materials for the project. The Pennsylvania Department of Environmental Protection (DEP) administers and reviews project proposals to determine project eligibility. While the Act has been used for mine reclamation in the past, DEP has also applied it to other environmental remediation projects, achieving success so far. In 2017, the Act has been applied to two oil and gas well projects, which are estimated to have saved DEP $60,000 to $85,000, in addition to administrative cost savings related to contract development and management. Three more projects are currently under review.

    Recently, members of Congress have made efforts to enact something similar at the federal level. In 2016, three members of the Colorado delegation to Congress proposed the Good Samaritan Cleanup of Orphan Mines Act of 2016 with the help of environmental groups Trout Unlimited and Earthworks. The bill, ultimately, was not successful.

    The practical reality of Good Samaritan legislation is that most parties who are interested in cleaning up the spills will not have the funds to effectuate a successful cleanup. While Good Samaritan laws appear to be a reasonable way to encourage cleanups, they are not enough to solve the multifaceted abandoned mine issue that has a variety of stakeholders- including the mining companies who are often let off the hook. This is why most environmental advocates tend to reject Good Samaritan proposals, as they distract from the bigger picture that the mining companies are causing the spills and are not taking responsibility to clean them up. While the EPA has issued guidance on Good Samaritan laws, few parties are willing to proceed with cleanup projects because the EPA has failed to engage in regulatory rulemaking and enforce law on the subject.

    This being said, Good Samaritan legislation alone will not solve the abandoned and orphaned mine issue. Conservation groups have proposed increased liability for mining companies. At the state level, conservation groups like San Juan Citizens Alliance and Conservation Colorado have supported the

    Thus, what seems to be the closest thing to an answer to the abandoned and orphaned mine problem is some sort of combination of many proposed solutions: Good Samaritan laws, imposition of royalties, creation of a hardrock reclamation fund, etc. At this point, the main question is where resources should be allocated and at what cost, especially amidst federal laws and agencies that often disagree on how and to what extent…” to protect the environment.


    http://duwaterlawreview.com/the-abandoned-mine-problem-who-should-bear-the-burden
    #mines #abandon #fermeture #extractivisme #pollution #mines_abandonnées #environnement #santé

    ping @albertocampiphoto @daphne

  • « Pourquoi je veux quitter l’école » : le témoignage poignant d’une instit au bout du rouleau - Charente Libre.fr
    http://www.charentelibre.fr/2018/10/23/pourquoi-je-veux-quitter-l-ecole-le-temoignage-poignant-d-une-instit-a

    L’année suivante, un autre élève est revenu dans ma classe. Je l’avais eu lors de ma première année, et je l’aimais bien. Mais là, il avait grandi, il était plus proche de l’adolescence, il était passé par un foyer pour jeunes, et il est apparu très vite que ce n’était plus le même enfant. Au bout de quelques semaines, il m’a donné des coups de pied, insultée, craché dessus. Il terrorisait les autres élèves (et en était très content). Il est arrivé que nous fermions la porte à clé pour l’empêcher de rentrer dans la classe alors qu’il avait décidé de semer la terreur chez les enfants. Heureusement que mon AVS et moi étions soudées, et que le reste de mes collègues était vigilant et prêt à intervenir. Lors d’une réunion, il a été convenu que cet élève ne serait scolarisé que le matin. Mais au cours de cette même réunion, alors que j’évoquais la difficulté que j’avais à gérer la classe lorsqu’il était là, et le fait qu’il y avait les autres élèves à accompagner, que je ne pouvais pas utiliser tout mon temps et toute mon énergie pour lui, l’inspectrice m’a fait comprendre, en gros, que je n’en avais que 12 et que j’étais formée pour ça, donc que je ne devais pas me plaindre (je schématise, mais c’est l’idée).
    Je précise qu’il n’y a pas de cours d’arts martiaux dans la formation que j’ai suivie, qu’à aucun moment on ne nous a expliqué quoi faire face aux insultes et aux crachats, et qu’en CLIS les élèves ont des troubles des apprentissages – pas comportementaux.
    J’ai donc poursuivi l’année, la boule au ventre chaque matin lorsque je le voyais arriver, ne commençant à respirer que le midi lorsqu’il rentrait chez lui. Je redécouvrais ma classe et le plaisir de travailler avec mes élèves l’après-midi, et les élèves eux aussi étaient plus détendus et plus heureux lorsqu’il n’était pas là.

  • « Partout, un monde fumant » (Sylvain Tesson, France Inter)
    https://www.franceinter.fr/culture/partout-un-monde-fumant-sylvain-tesson-effraye-par-l-usure-du-monde

    Jamais autant qu’en ces journées où j’ai vu défiler sous mes yeux l’#enlaidissement du monde et l’#appauvrissement de l’homme, jamais n’ai-je autant entendu parler de l’avenir radieux des lendemains, des promesses qu’ils recelaient, des saluts qu’ils réservaient. 
    […]
    Et ce rapport m’effraie, entre le monstrueux accroissement des affronts faits à la Terre et l’#abandon des esprits à des #promesses messianiques. 
    Comme s’il y avait un lien proportionnel entre la fantastique #dégradation du présent, du réel, et le mouvement conjoint d’oubli du passé et de supplication adressée à l’avenir. 
    Or, cette confiance dans les trois avènements que je viens de citer : le dieu #religieux, les promesses #politiques, les prouesses #techniques. Ces trois #messianismes, je les tiens pour des écrans de fumée qui nous épargnent de mieux nous conduire ici et maintenant, de ménager ce dont nous disposons, de conserver ce qui tient encore bon. 

  • Handbook of Tyranny

    Handbook of Tyranny portrays the routine cruelties of the twenty-first century through a series of detailed non-fictional graphic illustrations. None of these cruelties represent extraordinary violence – they reflect day-to-day implementation of laws and regulations around the globe.

    Every page of the book questions our current world of walls and fences, police tactics and prison cells, crowd control and refugee camps. The dry and factual style of storytelling through technical drawings is the graphic equivalent to bureaucratic rigidity born of laws and regulations. The level of detail depicted in the illustrations of the book mirror the repressive efforts taken by authorities around the globe.

    The twenty-first century shows a general striving for an ever more regulated and protective society. Yet the scale of authoritarian intervention and their stealth design adds to the growing difficulty of linking cause and effect. Handbook of Tyranny gives a profound insight into the relationship between political power, territoriality and systematic cruelties.


    https://www.lars-mueller-publishers.com/handbook-tyranny
    #tyrannie #livre #cruauté #autoritarisme #illustrations #dessins #cartoexperiment #prisons #enfermement #abattoirs
    cc @reka @albertocampiphoto

  • #Afrique du Sud : l’occupation Zikode Extension tient depuis plus de trois mois
    https://fr.squat.net/2018/08/28/afrique-du-sud-loccupation-zikode-extension-tient-depuis-plus-de-trois-moi

    Entre Germiston et Boksburg, dans l’East Rand (en banlieue de Johannesbourg), un terrain est occupé depuis le 11 mai 2018 : Zikode Extension. Nous l’occupons depuis maintenant plus de trois mois. Nous résistons toujours et nous continuerons à résister. La police continue à venir et à détruire les structures que nous avons construites, et à brûler […]

    #Abahlali_baseMjondolo #Afrique_du_Sud #ouverture #procès

  • #Kempton_Park (Afrique du Sud) : attaque policière brutale de l’occupation de terrain Phumula Mqashi, à #Tembisa
    https://fr.squat.net/2018/07/30/kempton-park-afrique-du-sud-attaque-policiere-brutale-de-l-occupation-de-t

    30 juillet 2018 – Communiqué depuis l’occupation de terrain Phumula Mqashi L’occupation de terrain Phumula Mqashi, à Tembisa, au nord de Kempton Park, a été créé le 13 février 2018. Elle a connu depuis de nombreuses attaques policières, soutenues, illégales et souvent violentes, de la part de la police métropolitaine de Ekurhuleni (EMPD). Des cabanes […]

    #Abahlali_baseMjondolo #Afrique #Afrique_du_Sud #expulsion

  • Les villes font abattre quantité de corbeaux
    https://www.lemonde.fr/biodiversite/article/2018/06/16/les-villes-font-abattre-quantite-de-corbeaux_5316197_1652692.html

    S’installer en #ville n’est visiblement pas un choix judicieux pour les #corvidés. Certaines communes, dans la perspective d’éradiquer les #corbeaux et #corneilles installés à proximité des habitations, sollicitent des chasseurs afin qu’ils abattent les volatiles lors de séances de tirs organisées. Le phénomène est de plus en plus répandu, selon la présidente de l’association de protection des corvidés Les Amis de Lazare (Ladel), Véronique Bialoskorski, qui estime à plusieurs centaines le nombre de villes ayant recours à ces méthodes.

    Le motif évoqué pour justifier ces opérations est souvent le même : les #nuisances_sonores. Au printemps, lors de la période de nidification, les corbeaux sont en effet particulièrement bruyants – les petits, surtout, qui s’égosillent pour recevoir la becquée – et des habitants se plaignent d’être importunés auprès des représentants locaux.

    #abattage #paywall

    • S’installer en ville n’est visiblement pas un choix judicieux pour les corvidés. Certaines communes, dans la perspective d’éradiquer les corbeaux et corneilles installés à proximité des habitations, sollicitent des chasseurs afin qu’ils abattent les volatiles lors de séances de tirs organisées. Le phénomène est de plus en plus répandu, selon la présidente de l’association de protection des corvidés Les Amis de Lazare (Ladel), Véronique Bialoskorski, qui estime à plusieurs centaines le nombre de villes ayant recours à ces méthodes.

      Le motif évoqué pour justifier ces opérations est souvent le même : les nuisances sonores. Au printemps, lors de la période de nidification, les corbeaux sont en effet particulièrement bruyants – les petits, surtout, qui s’égosillent pour recevoir la becquée – et des habitants se plaignent d’être importunés auprès des représentants locaux.

      Si la gêne occasionnée est une réalité, l’abattage massif est une solution « beaucoup trop radicale », estime Madline Reynaud, directrice de l’Association pour la protection des animaux sauvages (Aspas). Un avis que partage Véronique Bialoskorski, scandalisée par la « cruauté » de ces destructions : « Le tir dans les nids est interdit, mais les oiseaux volent autour pour défendre leurs petits… alors on massacre les parents et on laisse les oisillons crever ! »

      Le recours aux armes est néanmoins légal : il est permis par le fait que ces volatiles sont classés parmi les « espèces susceptibles d’occasionner des dégâts », dites « nuisibles ». C’est le cas dans 84 départements pour la corneille noire et 58 pour le corbeau freux. Ainsi, ils peuvent faire l’objet de tirs en dehors des périodes de chasse – une simple autorisation préfectorale suffit. L’Aspas engage chaque année des actions juridiques pour que soient suspendues ces destructions, faisant valoir l’existence de « méthodes plus douces » consistant à « rendre les sites moins accueillants ».

      Plus de 600 000 corbeaux abattus

      Si le phénomène semble s’intensifier, c’est notamment parce que les corbeaux fuient les campagnes sous l’effet d’une forte pression de la chasse, dénonce la présidente de Ladel. Ils sont en effet nombreux à y succomber : selon la dernière enquête de l’Office national de la chasse et de la faune sauvage (ONCFS), plus de 600 000 corbeaux et corneilles ont été abattus rien que sur la saison de chasse 2013-2014.

      Mais il y a aussi qu’ils « profitent des déchets liés à l’activité humaine », tempère Jean-Pierre Arnauduc, directeur technique de la Fédération nationale des chasseurs (FNC). A ses yeux, l’enjeu des tirs de corvidés dans les communes n’est pas de « faire un massacre », mais simplement « de leur faire sentir qu’ils doivent déménager ». Il estime en outre que si les chasseurs participent à ces séances, c’est essentiellement par « solidarité » entre citoyens, pour « rendre service ».

      Reste que le manque d’efficacité de cette méthode est dénoncé par les associations de protection des animaux ainsi que par certaines communes, déçues des résultats. « Je pense qu’il y avait un fort effet psychologique, car les gens voyaient qu’on agissait, se souvient Anne Schooneman, responsable du pôle citoyenneté à Bar-le-Duc (Meuse). Mais malgré les quelque 500 corbeaux tués chaque année dans la commune, ils revenaient chaque année ». Cela fait maintenant deux ans que la ville a fait une croix sur le principe de l’abattage. Avec l’aide des associations, elle mise désormais sur une diminution de l’attractivité des « dortoirs » en enlevant les nids en début d’année ou en effrayant les indésirables avec des fusées sonores.

      Le recours aux chasseurs est presque gratuit

      Si ces nouvelles méthodes requièrent du temps et de l’organisation, elles sont plus respectueuses de l’environnement et davantage compatibles avec une politique de développement durable, estime Anne Schooneman. D’autant que les premiers résultats sont prometteurs : le nombre de nids reconstruits cette année est en baisse sur les deux sites cibles de Bar-le-Duc.

      Le coût peut néanmoins constituer un frein : là où les frais liés à ces alternatives s’élèvent à plusieurs milliers d’euros par an, le recours aux chasseurs est pour sa part gratuit – seules les cartouches sont parfois prises en charge, soit quelques centaines d’euros. Mais « le frein financier ne doit pas prendre le pas sur la moralité, l’éthique et le respect de la vie », tranche Madline Reynaud, de l’association Aspas.

      Pour autant, sur le terrain, c’est surtout le regard des gens sur « ces animaux que l’on appelle les mal-aimés » qu’il faut changer, souligne-t-elle, pointant l’importance des actions de sensibilisation. « Certaines personnes peuvent avoir des a priori sur ces oiseaux, car ils leur font peur, constate-t-elle. Mais il suffit juste de les connaître et de comprendre leur comportement pour trouver un terrain d’entente et cohabiter de manière pacifique. »

    • Le recours aux #chasseurs est presque gratuit

      Ca coute seulement quelques cubis de rouge.
      Pour lutter contre le bruit de poussins on utilise des sonos énormes ou des pan-dans-l’oeil. Notre espèce est largement la plus bruyante de toutes et elle dégomme celles qui l’empêchent de faire la grasse matiné. La ville pourrait offrir du double vitrage ca aurais un effet sur la dépense d’energe pour le chauffage. Si les corbeaux et corneilles sont attirés par nos dechets on devrait les remercier de faire le nettoyage plutot que les massacrés par paquets de 600.000.

  • #Banca_della_terra

    Il progetto che presentiamo, denominato “Banca della Terra”, si propone i seguenti obiettivi:

    contrastare l’abbandono dei terreni e delle produzioni da parte dei soci di cooperative
    mantenere ed incrementare la produttività dei terreni in abbandono
    favorire il ricambio generazionale in agricoltura.

    Il progetto coinvolge nove cooperative operanti in diverse filiere (vitivinicola, olivicola olearia, florovivaismo, cerealicola) e prevede l‘assegnazione dei terreni resi disponibili attraverso varie forme contrattuali, mantenendo pur sempre la centralità del ruolo delle cooperative in questi processi di mobilità fondiaria (la cooperativa come Banca della Terra - con rapporti di deposito, prestito, intermediazione-).
    In particolare si intende prevedere la possibilità, attraverso clausole statutarie, regolamenti interni ed appositi contratti, per i soci di una coop di conferimento (ma anche per i terzi) che non vogliono continuare l’attività di coltivatori diretti, di concedere alla cooperativa (o ad altri soggetti del medesimo circuito ) per un determinato periodo temporale deciso dal socio, il proseguimento dell’attività agricola allo scopo di mantenerlo produttivo. Sono stati individuati tre filoni principali:

    La coop di conferimento si candida a coltivare direttamente il terreno-in-abbandono e organizza una nuova attività: la conduzione terreni.

    In questo caso:

    cooperativa di servizi diventa una cooperativa con scopo mutualistico plurimo servizio-lavoro
    Il vecchio socio conferitore che si ritira, affida il proprio terreno (costituzione di un usufrutto o affitto alla cooperativa)

    La coop di conferimento promuove la costituzione di un’apposita azienda agricola (cooperativa di lavoro) per la conduzione dei terreni-in-abbandono, e la ammette come socia

    In questo caso:

    Un nuovo soggetto imprenditoriale (la coop di lavoro) svilupperà l’azienda agricola con il compito di conduzione dei terreni che proverranno in usufrutto/affitto dai soci recedenti
    La coop di lavoro dovrà necessariamente diventare socia della coop di conferimento e dovrà conferire i propri prodotti alla cooperativa di trasformazione

    La coop di conferimento interviene a monte, coordinando la mobilità fondiaria tra i soci; il rapporto di usufrutto o di affitto dei terreni si svilupperà direttamente tra essi

    In questo caso:

    La cooperativa di conferimento si propone di svolgere per i propri soci sostanzialmente un’attività di intermediazione fondiaria, favorendo l’incrocio tra la domanda e l’offerta dei terreni-in-abbandono
    Il vecchio socio conferitore che si ritira, affida il proprio terreno direttamente ad un altro socio della cooperativa (costituzione usufrutto in favore dell’altro socio per un periodo determinato affitto )

    http://www.labancadellaterra.it
    #terres #Italie #alternatives #agriculture #propriétaires #propriété_privée #utilisation

    Un projet intéressant de mise en commun, via des plateformes virtuelles notamment, des propriétaires de terres qui ne les utilisent pas et des (jeunes) agriculteurs qui nécessitent de la terre pour leur projet d’agriculture.
    ça peut notamment intéresser @odilon

    cc @albertocampiphoto @wizo

  • Les Américains enquêtent sur les liens entre Lafarge/GBL et les groupes terroristes en Syrie. Martin Buxant - 4 Mai 2018 - L’Echo
    https://www.lecho.be/tablet/newspaper/une/les-activites-syriennes-de-gbl-interessent-les-americains/10008983.html

    Cela commence à faire tache du côté de Gerpinnes, le QG de la famille Frère, actionnaire de référence de GBL. Depuis plusieurs mois, le holding financier du baron Albert Frère est dans le collimateur des enquêteurs belges et, singulièrement, du parquet fédéral, la plus haute autorité belge en matière d’antiterrorisme. Celui-ci a ouvert un dossier en novembre dernier et désigné un juge d’instruction pour enquêter sur des faits commis par le cimentier #Lafarge en Syrie – une entreprise dont #GBL est aujourd’hui actionnaire à 9,43% (20% jusqu’en 2015, date de la fusion avec le Suisse Hocim).


    680 millions de dollars
    Deux préventions sont, à ce stade, explorées par les enquêteurs. Financement d’un groupe #terroriste et participation aux activités d’un groupe terroriste. Lafarge a en effet travaillé entre autres avec l’organisation État islamique (EI) et le Front al Nosra (lié à Al-Qaïda) en vue de préserver les intérêts de son implantation de Jalabiya, une usine située à 90 kilomètres de Raqqa, capitale de l’EI. Cette implantation a représenté un investissement de 680 millions de dollars pour Lafarge en 2010.

    Entre 2011 et 2015, des dizaines millions de dollars auraient été versés via différents canaux (commissions, droits de passage, revente de matériel,…) aux groupes terroristes – ceci alors que la Belgique et les forces de la coalition étaient engagées en pleine guerre contre l’EI en Syrie et en Irak.

    D’après une source judiciaire, « les billets de banque retrouvés dans la poche d’un #Abaaoud ou d’un autre provenaient peut-être de Lafarge. C’est de cela qu’il s’agit. C’est ce cercle du financement du terrorisme que l’on doit casser ».

    Le parquet fédéral a donc ouvert un dossier GBL. Dans un premier temps, les Belges se sont contentés d’épauler les autorités judiciaires françaises qui mènent le dossier Lafarge mais le volet belge a pris de l’ampleur, entre autres via des perquisitions et saisies chez GBL mais aussi via la mise sur écoute téléphonique de plusieurs responsables du holding financier.

    L’ampleur du dossier est devenue telle qu’il a aujourd’hui éveillé la curiosité des autorités américaines. Deux agences, le #FBI et le DOJ (Ministère de la Justice), ont demandé l’accès à toutes les pièces des dossiers « syriens » Lafarge/GBL.

    Interrogé, le parquet fédéral n’indique pas si les pièces ont été transmises. Étant donné le haut degré de collaboration antiterroriste entre Belges, Français et Américains, il apparaît peu probable que l’accès au dossier Lafarge/GBL soit refusé aux autorités américaines…
    Une seule question se pose désormais avec acuité aux enquêteurs dans ce dossier : est-il possible que les représentants de GBL au sein de Lafarge aient pu tout ignorer des agissements du cimentier en Syrie en vue de préserver les intérêts de leur usine ?

    Dommages collatéraux
    A ce stade, les documents saisis sont encore en cours d’analyse. « Le degré d’implication et de connaissance des dirigeants de GBL n’est pas arrêté, mais une chose est déjà certaine : on se trouve à tout le moins face à des comportements complètement #immoraux et #anti-éthiques. C’est très grave », selon une source.

    Plusieurs responsables du groupe, dont Gérald Frère, Gérard Lamarche, Thierry de Rudder, Victor Delloye et Albert Frère, ont été mis sur écoute, selon certains compte-rendus consultés par Le Monde.
    D’après plusieurs sources, l’intérêt américain pour le dossier n’est pas encore très clair mais Washington met en avant la théorie des effets, c’est-à-dire que potentiellement les activités de Lafarge en Syrie ont impacté son économie et sa sécurité nationale. Potentiellement, pour Lafarge/GBL, les dommages collatéraux peuvent être importants puisque les Etats-Unis, en vertu des législations antiterroristes, peuvent empêcher certains groupes qu’ils ont dans leur viseur judiciaire de travailler sur leur territoire.

    Autre effet potentiel, souligne un analyste, le Suisse #Holcim pourrait se retourner contre Lafarge/GBL pour ne pas avoir été mis au courant des déboires judiciaires de Lafarge.

    À ce stade, il est peu probable qu’un procès du groupe GBL se tienne en Belgique : la voie privilégiée par les autorités judiciaires belges est de fournir tous les éléments aux Français qui, eux, pilotent le dossier Lafarge.

    Les autorités belges ont fait de la lutte contre la #corruption internationale une priorité. Des trafics de faux passeports aux dossiers d’adoption bidouillés en République démocratique du Congo, jusqu’aux commissions payées en #Syrie. Une directive a été donnée aux enquêteurs de pousser leur travail le plus loin possible.

    « C’est notre enquête interne qui a permis de révéler ces faits »
    Chez GBL, on trouve la pilule judiciaire particulièrement amère et – pour tout dire – injuste. Le holding financier a engagé les services de #Linklaters, un important cabinet d’avocats bruxellois pour défendre ses intérêts. Les conseils du groupe préfèrent s’exprimer off the record mais la ligne de défense est claire : « Le groupe GBL et ses représentants n’avaient strictement aucune connaissance des activités et du mode opératoire de Lafarge en Syrie et actuellement le groupe GBL collabore pleinement et entièrement avec la justice belge. »

    Du côté de GBL, on met l’accent sur le fait que c’est un audit diligenté au sein de Lafarge à la demande expresse de GBL qui est à l’origine des révélations sur les agissements avec l’#État_islamique. Cet audit a été réalisé par le cabinet Baker & McKenzie et toutes les conclusions ont été transmises aux enquêteurs belges et français, insiste-t-on du côté de GBL. « C’est quand même à souligner : c’est nous-mêmes qui avons permis que ces faits soient mis au jour via un travail de bénédictin », dit-on.

    GBL pointe le fait que tous les documents nécessaires ont pu être saisis lors des perquisitions dans les bureaux du groupe. Et les conseils du groupe expliquent ceci : GBL est une holding financière détenant des participations dans une dizaine de sociétés. Le fonctionnement du groupe est celui-ci : GBL délègue des représentants dans les conseils et comités des structures où elle a investi, mais c’est d’abord et avant tout les aspects financiers qui sont scrutés. « Le profil des représentants le prouve, ce ne sont pas des opérationnels. Ils reçoivent des dossiers de la part du management, ils discutent des ordres du jour, mais ils sont actifs sur les points financiers. Nos représentants n’ont évidemment jamais entendu parler de #Daech ou quoi que ce soit et dès que ça a été le cas il y a eu audit interne et transmission des pièces à la justice. »

    La justice estime que certaines pièces et PV sont manquants : « Si des pièces sont manquantes, c’est chez Lafarge, nous n’avons jamais eu accès à ces pièces. » Sur le fait que les comptes rendus de certaines écoutes téléphoniques laissent entendre que des représentants de GBL auraient pu se douter des agissements de Lafarge en Syrie : l’instruction judiciaire est en cours et les avocats du groupe GBL n’ont pas encore eu accès au dossier judiciaire complet et ne peuvent donc prendre position. « Personne chez GBL n’était au courant. Ces informations ne sont pas remontées depuis Lafarge. À présent, c’est à la justice à déterminer qui savait quoi, comment et à quel moment. » Interrogé également, le CEO du groupe GBL Gérard Lamarche assure ne jamais avoir été mis au courant des agissements de Lafarge en Syrie.

    #grand_homme #grand_patron #javel #terrorisme #argent #LafargeHolcim #multinationales #influence #attentats #BNB

    Suite de https://seenthis.net/messages/652093

  • Le CD&V critiqué de tous côtés pour avoir placé un juif ultra-orthodoxe sur sa liste anversoise RTBF - avec Belga - 17 Avril 2018

    La décision du CD&V d’avoir octroyé la 9e place sur sa liste anversoise, pour les élections communales d’octobre prochain, à Aron Berger, un juif ultra-orthodoxe, suscite des critiques, y compris au sein du parti.

    C’est que l’homme a déjà affirmé qu’il respecterait ses principes religieux, dont l’abattage rituel des animaux et le refus de serrer la main à une autre femme que la sienne. Selon lui, le CD&V ferait preuve de respect à cet égard. Il a également déclaré qu’il considérait la mixité scolaire comme de la maltraitance.

    « Celui qui ne veut pas serrer la main à une femme n’appartient pas à une liste cdenv car c’est en contradiction avec les valeurs de base du parti », a toutefois tweeté le parlementaire CD&V Hendrik Bogaert.
    . . . . . . . .

    https://www.rtbf.be/info/belgique/detail_le-cd-v-critique-de-tous-cotes-pour-avoir-place-un-juif-ultra-orthodoxe-

     #femmes #droit_des_femmes #sexisme #religion #politique #rabin #racisme #inégalité #ultra-orthodoxe #mixité_scolaire #abattage_rituel #Anvers #Belgique

    • Tout un programme ce rabin.
      Nous sommes en 2018.
      Comment va t ’il traiter les Athés ?
      Les Catholiques ?
      Les Protestants ?
      Les Musulmans ?
      Les bouddhistes ?
      Les réfugiés palestiniens à Anvers ?

      Les meilleurs sont quand mêmes les dirigeants de ce parti politique chrétien démocrate.

    • Le candidat juif ultra-orthodoxe pour le CD&V Anvers coupable de vol
      https://www.rtbf.be/info/belgique/detail_le-candidat-juif-ultra-orthodoxe-pour-le-cd-v-anvers-coupable-de-vol?id=

      Aron Berger, juif ultra-orthodoxe candidat au CD&V à Anvers, a récemment été reconnu coupable de vol par le tribunal correctionnel d’Anvers. Selon le tribunal, Berger a volé 28 500 euros à un vieil homme malade. Ce dernier qui lui avait demandé de l’aide pour régler sa succession en 2012 et 2013, rapporte la Gazet Van Antwerpen.

      Le tribunal a statué à la fin mars que les faits étaient « graves ». L’accusé n’avait aucun respect pour les droits de propriété de l’homme, particulièrement vulnérable en raison de sa vieillesse et de son mauvais état de santé. Il a complètement trahi la confiance de la victime, qui pensait avoir été aidé de manière complètement désintéressée.

      Néanmoins, le tribunal s’est montré indulgent à l’égard du candidat CD&V. Elle l’a déclaré coupable, mais lui a été suspendue parce qu’il avait indemnisé la famille de la victime et qu’il avait lui-même une famille de neuf enfants. Les faits ne seront dès lors pas mentionnés dans son casier judiciaire.

      Une réunion à midi est prévue où l’intéressé va s’expliquer sur sa présence sur la liste électorale.

      #justice et #religieux

  • Canada : Des travailleurs agricoles du Honduras se réfugient dans une église Le Devoir - Sarah R. Champagne
    - 9 Avril 2018

    https://www.ledevoir.com/societe/524760/travailleurs-agricoles-sept-honduriens-refugies-dans-une-eglise

    Sept travailleurs migrants agricoles du #Honduras se sont réfugiés dans une église de Granby. Ils ont tous quitté entre la mi-janvier et la mi-mars l’entreprise d’attrapage de #volailles Équipe Sarrazin et dénoncent les conditions de travail, des atteintes à leur dignité, des lésions professionnelles et des heures de transport non payées.
    Ils espèrent pouvoir rester au #Canada pour obtenir justice devant leur employeur, qu’ils accusent de les avoir poussés à partir, une version démentie par le propriétaire, Yves Sarrazin.
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    Les travailleurs dénoncent plutôt une industrie où le #travail est extrêmement difficile et faiblement rémunéré. Le travail consiste à attraper jusqu’à plusieurs dizaines de milliers de #poulets par quart de travail, dans des poulaillers appartenant à divers producteurs, et à les mettre dans des cages qui serviront au transport jusqu’à l’abattoir.

    « C’est notre dignité qui souffre », raconte Ronny Asael Miranda. En novembre dernier, il a commencé à vomir et à avoir des vertiges durant un quart de travail de nuit. Le rapport fourni à la CNESST indique qu’il a souffert d’une « infection à campylobacter », une inflammation analogue à la #gastro-entérite causée par le contact avec des volailles.
    Il reproche à son employeur de ne pas avoir fourni de vêtements de protection, ni harnais pour certaines tâches en hauteur, ni gants, ni masque.
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    Ever Alexis Mendoza Mateo a aussi arrêté le travail durant un mois à cause de sévères maux de dos, une douleur lombaire qui irradiait dans sa jambe droite, décrit-il. En arrêt de travail à partir du 4 décembre, il a ensuite repris le 9 janvier. Près d’un mois plus tard, en février, il a demandé à son chef d’équipe une journée de congé, « pour calmer la douleur qui était revenue ». La journée même, « à quatre heures de l’après-midi, la secrétaire m’a dit que Michel avait pris la décision de me renvoyer dans mon pays et elle m’a envoyé le billet d’avion. C’est là que j’ai décidé de partir de mon côté », relate-t-il, en présentant le message vocal laissé par celle-ci.
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    Rémunération
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    Le prix est établi à 3,60 $ pour 1000 poulets et augmente en fonction de la grosseur des volailles. Le travail s’effectue souvent de nuit, quand les #volatiles sont engourdis par l’obscurité. « Doit pouvoir soulever un poids pouvant aller jusqu’à 15 kilos par main, travail répétitif », indique une offre d’emploi actuellement affichée en ligne par l’Équipe Sarrazin.

    Ainsi, pour 30 000 poulets attrapés en une nuit de six heures et demie, selon son bulletin de #salaire du début janvier, M. Mendoza Mateo a par exemple reçu 108,27 $.

    Pour en arriver à la cadence demandée, il faut faire sept fois par minute ce même mouvement : attraper 5 poulets dans chaque main, 10 au total, et les mettre dans les cages en destination de l’abattoir.
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    Rappelons que les permis de travail temporaire en milieu agricole sont rattachés à un seul employeur. En quittant cet employeur, les travailleurs se retrouvent sans visa de travail et, rapidement, sans statut au Canada.

    Exposés à des persécutions au Honduras et vu la grave crise politique qui s’y déroule, les sept travailleurs réfugiés dans l’église ont aussi déposé des demandes d’asile pour des motifs individuels, indique leur avocate, Me Susan Ramirez. Ces demandes sont présentement en traitement.

    #Canada #Agriculture #esclavage #abattoirs #élevage #alimentation #agro-industrie #viande #agroalimentaire #agrobusiness #civilisation

    • #Canada : Un syndicat de travailleurs agricoles révoqué après désistement des migrants Le Devoir : Lia Lévesque - La Presse canadienne - 13 Avril 2018

      https://www.ledevoir.com/societe/525112/un-syndicat-de-travailleurs-agricoles-revoque-apres-desistement-des-migran

      Le Tribunal administratif du travail a dû révoquer l’accréditation d’un syndicat de #travailleurs_agricoles, après que tous les travailleurs migrants eurent signé une lettre disant ne plus vouloir être syndiqués. C’est l’employeur qui avait déposé la requête pour faire révoquer le syndicat, en leur nom.

      La section locale 501 du syndicat des Travailleurs unis de l’alimentation et du commerce, affilié à la FTQ, avait contesté la requête, affirmant qu’il y avait eu ingérence de l’employeur, Les serres Sagami, et que les lettres n’avaient donc pas été signées de façon libre et volontaire.


      Dans sa décision, le Tribunal s’étonne du fait que ces travailleurs guatémaltèques affirmaient ne plus vouloir du syndicat, notamment parce qu’il leur en coûtait 40 $ par mois, alors qu’ils étaient représentés par une avocate devant le tribunal.

      « Il est étonnant que les salariés démissionnaires, qui ont entrepris les procédures de révocation dans cette affaire, ignorent le montant des honoraires professionnels qu’ils auront à débourser et qu’aucun état de compte ne leur ait été transmis », écrit la juge administrative Irène Zaïkoff.

      Elle a aussi souligné que le témoignage de ces travailleurs devant le tribunal avait été « parfois difficile à suivre, hésitant et comporte des contradictions », qu’ils étaient « à l’évidence intimidés d’être appelés à témoigner ».

      De plus, elle a noté que les travailleurs guatémaltèques avaient joué au soccer, le 4 février en soirée, le jour même de leur désistement collectif du syndicat.

      Le syndicat y voyait « une récompense de la part de l’employeur » pour avoir signé une lettre de désistement — qu’on appelle en droit du travail une lettre de démission du syndicat.

      Pas de preuve
      Malgré cela, le tribunal juge que même s’il fallait conclure que l’employeur a appuyé les travailleurs qui se sont désistés, cela ne fait pas pour autant la preuve qu’il est intervenu avant les démissions et a influencé leur décision.

      Malgré tout, le tribunal a cru les travailleurs, qui ont témoigné du fait qu’ils voulaient se désister parce qu’ils payaient trop d’impôt, que les cotisations syndicales coûtaient 40 $ par mois et qu’ils étaient mécontents du syndicat. Ils ont aussi témoigné du fait qu’il n’y avait pas eu ingérence de la part de l’employeur.

  • De la viande de 12 ans exportée vers le Kosovo L’Essentiel - 12 Mars 2018
    http://www.lessentiel.lu/fr/news/europe/story/De-la-viande-de-12-ans-exportee-vers-le-Kosovo-20842957

    BASTOGNE - Le journal flamand « Het Laatste Nieuws » affirme ce mardi que de la viande de 2004, transformée à l’abattoir Veviba de Bastogne, est arrivée au Kosovo en 2016.

    Un peu moins d’une semaine après l’éclatement du scandale sanitaire qui a touché l’abattoir Veviba à Bastogne, de nouvelles révélations ne cessent de secouer la Belgique ces derniers jours. Selon le journal flamand Het Laatste Nieuws, en septembre 2016, un camion est sorti de l’abattoir bastognard pour prendre la direction du Kosovo avec de la viande datant de 2004.


    Sur des boites portant la marque Veviba, la majeure partie des étiquettes étaient déchirées et l’année 2004 apparaissait encore sur certains petits morceaux. Toujours selon le quotidien néerlandophone, au moment des faits, les services kosovars de l’inspection alimentaire auraient même prévenu l’Agence fédérale belge pour la sécurité de la chaîne alimentaire (Afsca). Les abattoirs d’Izegem et de Harelbeke, au nord du pays, auraient également participé au chargement de ce camion.

    Interrogé par Het Laatste Nieuws, Bruno De Meulenaer, un professeur de l’Université de Gand indique que « surgeler de la viande durant douze ans n’est pas forcément synonyme de danger sanitaire ». Pour éviter le moindre danger, la chaîne du froid ne doit cependant pas être brisée et la viande doit avoir été conservée à une température de -18°C. « Dans tous les cas », termine le professeur, « ce type de pratique n’est pas conseillé ».

    #viande #frics #Belgique #Kosovo #abattoirs #alimentation #agro-industrie #agrobusiness