• La Chaire Unesco en toponymie inclusive “Dénommer le Monde” est annoncée
    https://neotopo.hypotheses.org/3804

    L’Université de Genève doit accueillir une nouvelle Chaire Unesco en Toponymie inclusive intitulée “Dénommer le Monde”. Cette chaire est dédiée à la dénomination des noms de lieux et à ses enjeux culturels, sociaux et...

    #A_votre_vote_!,A_votre_avis! #African_Neotoponymy_Observatory_in_Network #ExploreNeotopo #Neotopo_vous_signale #SwissNeotopo #TheorizeNeotopo #Toponobservations #ToponoGender #Toponomo-Litterature #Turkey_Toponymy_Observatory_Network

  • Street-Naming Cultures in Africa and Israel: A reassertion of materiality and ordinary practices in toponymic scholarship
    https://neotopo.hypotheses.org/3790

    Liora Bigon & Michel Ben Arrous, 2021, Street-Naming Cultures in Africa and Israel: Power Strategies and Place-Making Practices, New York: Routledge, 236 p. This newly released book expands on issues long neglected by street-name...

    #African_Neotoponymy_Observatory_in_Network #BibNeotopo #ExploreNeotopo #Neotopo_vous_signale

  • The origins of ‘cancel’

    In the ’80s, a bad date inspired the musician Nile Rodgers to write a song. The track, “Your Love Is Canceled,” played on the idea of “canceling” a person for objectionable behavior, as Clyde McGrady writes in The Washington Post.

    The phrase stuck around: Rappers and reality TV stars used it, and its popularity soared once Black users on Twitter began saying it. On social media at the time, canceling someone or something “was more like changing the channel — and telling your friends and followers about it — than demanding that the TV execs take the program off the air,” McGrady writes. That has changed in recent years.
    https://www.thefader.com/2015/12/03/on-fleek-peaches-monroee-meechie-viral-vines

    Like a lot of Black slang, the term was appropriated by white people and has since deviated from its more innocuous origins. It became heavily politicized, applied to everything from public figures accused of sexual assault to the gender of Potato Head toys. It has followed a similar trajectory to the term “woke,” which Black activists popularized. That term has now evolved into a “single-word summation of leftist political ideology,” as Vox reports.
    https://www.vox.com/culture/21437879/stay-woke-wokeness-history-origin-evolution-controversy

    Though these are some of the latest terms lifted from Black culture, they won’t be the last. “One of the biggest exports of American culture,” a linguistics professor told The Post, “is African-American language.”

    #Langage #Internet #Culture_numérique #Africains-américains

  • Le «#navi_bianche», quando i profughi dall’Africa erano italiani

    «Donne smunte, lacerate accaldate, affrante dalle fatiche, scosse dalle emozioni… Bimbi sparuti che le lunghe privazioni e l’ardore del clima hanno immiserito e stremato fino al limite». Si presentavano così i coloni dell’ormai “ex Impero” agli occhi di #Zeno_Garroni, regio commissario della missione speciale che avrebbe rimpatriato 28mila tra donne, anziani, bambini e ragazzi sotto 15 anni dall’Etiopia, dall’Eritrea e dalla Somalia, paesi di quell’Africa orientale italiana facilmente conquistata all’inizio del 1941 dalle truppe britanniche. Un’ondata di profughi “bianchi” che ricevette un’accoglienza diversa da quella destinata oggi ai naufraghi ma che, come loro, si lasciavano alle spalle la esperienza drammatica della prigionia nei campi alleati.

    Alla missione umanitaria si arrivò dopo una lunga trattativa tra il governo britannico e quello italiano. Furono allestite quattro navi (“Saturnia”, “Vulcania”, “Caio Duilio” e “Giulio Cesare”), dipinte di bianco con grandi croci rosse, alle quali fu imposto il periplo dell’Africa, dal momento che non fu permesso loro di passare attraverso il canale di Suez. Il viaggio, così, diventava molto lungo: circa cinquanta giorni. E pericoloso: la prima spedizione salpò nell’aprile del 1942 da Genova e Trieste, la terza e ultima attraccò a Taranto nell’agosto del 1943. Tutto in piena guerra, quella che si combatteva anche lungo le rotte e i porti del Mediterraneo.

    «Costretti ad abbandonare case e averi, concentrati dai britannici in campi provvisori e da lì inviati a Berbera direttamente per l’imbarco - scrive lo storico Emanuele Ertola che alla vicenda delle “navi bianche” ha dedicato un saggio - affaticati e storditi dopo un lungo viaggio attraverso l’Etiopia in treno e camionetta, i rimpatrianti dovevano quindi sopportare la lunga attesa per salire a bordo». Qui venivano subito assistiti dal personale sanitario (c’erano medici e infermieri) ma affrontavano da subito il problema del sovraffollamento. Durante l’imbarco e il viaggio - soprattutto della prima spedizione - molti bambini, già provati e sofferenti per vita nei campi di concentramento britannici e sfiancati dalle condizioni climatiche, morirono. «Ricordo benissimo, giorno per giorno, la vita a bordo, che è durata circa un mese e mezzo - racconta una testimone, Maria Gabriella Ripa di Meana, citata nel libro di Massimo Zamorani Dalle navi bianche alla linea gotica (Mursia), inviato del Giornale di Indro Montanelli che era uno dei tanti bambini italiani d’Africa -. Ricordo i bambini più piccoli che morivano per infezione diarroica; ricordo l’epidemia di tosse convulsa che imperversava tra i bambini più grandi. Ricordo la madre disperata che aveva assistito alla fine del suo piccolo; ricordo che le donne in stato di gravidanza erano terrorizzate e ricordo che non c’erano più letti disponibili nell’infermeria strapiena».

    Ma oltre che umanitaria, nelle intenzioni del governo fascista, quella delle “navi bianche” doveva essere anche una missione politica. Aveva lo scopo di preparare i profughi che avevano vissuto nelle colonie al reinserimento nella vita della madrepatria e a “rieducarli” ai principi «della gerarchia e dei valori sociali » soprattutto dopo il periodo di prigionia nei campi britannici. Tra i “ragazzi d’Africa” c’era anche il futuro fumettista Hugo Pratt, all’epoca del rientro appena quindicenne. Come altri suoi coetanei si arruolò volontario appena compiuti diciotto anni, convinto che quella della fedeltà al regime fosse l’unica scelta possibile. Tra i bambini sopravvissuti c’era anche Luciano Violante (è nato a Dire Daua nel 1941) che, magistrato e politico ex comunista, molti anni dopo nel suo discorso di insediamento da presidente della Camera invitò a riflettere sui «vinti di ieri» per capire «senza revisionismi falsificanti» anche chi si schierò «dalla parte di Salò».

    https://www.ilsole24ore.com/art/le-navi-bianche-quando-profughi-dall-africa-erano-italiani-AE3GxU5E
    #réfugiés #réfugiés_italiens #décolonisation #Afrique #Corne_d'Afrique #Ethiopie #Erythrée #Somalie #navires #Saturnia #Vulcania #Caio_Duilio #Giulio_Cesare #Berbera #colonialisme #camps_de_concentration #réinsertion #rééducation #Hugo_Pratt

    • The World Refugees Made. Decolonization and the Foundation of Postwar Italy

      In The World Refugees Made, #Pamela_Ballinger explores Italy’s remaking in light of the loss of a wide range of territorial possessions—colonies, protectorates, and provinces—in Africa and the Balkans, the repatriation of Italian nationals from those territories, and the integration of these “national refugees” into a country devastated by war and overwhelmed by foreign displaced persons from Eastern Europe. Post-World War II Italy served as an important laboratory, in which categories differentiating foreign refugees (who had crossed national boundaries) from national refugees (those who presumably did not) were debated, refined, and consolidated. Such distinctions resonated far beyond that particular historical moment, informing legal frameworks that remain in place today. Offering an alternative genealogy of the postwar international refugee regime, Ballinger focuses on the consequences of one of its key omissions: the ineligibility from international refugee status of those migrants who became classified as national refugees.

      The presence of displaced persons also posed the complex question of who belonged, culturally and legally, in an Italy that was territorially and politically reconfigured by decolonization. The process of demarcating types of refugees thus represented a critical moment for Italy, one that endorsed an ethnic conception of identity that citizenship laws made explicit. Such an understanding of identity remains salient, as Italians still invoke language and race as bases of belonging in the face of mass immigration and ongoing refugee emergencies. Ballinger’s analysis of the postwar international refugee regime and Italian decolonization illuminates the study of human rights history, humanitarianism, postwar reconstruction, fascism and its aftermaths, and modern Italian history.

      https://www.cornellpress.cornell.edu/book/9781501747588/the-world-refugees-made/#bookTabs=1
      #livre #rapatriement #nationalisme #identité #citoyenneté

      –---

      Et un autre mot...

      Post-World War II Italy served as an important laboratory, in which categories differentiating #foreign_refugees (who had crossed national boundaries) from #national_refugees (those who presumably did not) were debated, refined, and consolidated.

      #terminologie #vocabulaire #mots
      –-> ajouté à la métaliste: https://seenthis.net/messages/414225
      ping @sinehebdo

    • Dalle navi bianche alla Linea Gotica

      Tra il 1941 e il 1943 quattro transatlantici della Marina mercantile italiana – Saturnia, Vulcania, Giulio Cesare e Caio Duilio – furono appositamente trasformati nelle cosiddette Navi Bianche per riportare in patria dall’Africa Orientale Italiana 30.000 civili prelevati dalle loro case dopo l’occupazione del 1941 e rinchiusi nei campi di concentramento britannici: donne, anziani, invalidi e tantissimi bambini.

      Tra questi c’era anche #Massimo_Zamorani, che racconta il viaggio epico vissuto in prima persona, a quindici anni, attraverso mari invasi dai sommergibili in guerra. Dopo mesi nei campi di prigionia trascorsi in proibitive condizioni climatiche, igieniche, alimentari e sanitarie, i rimpatriandi si trovarono ad affrontare un percorso lunghissimo e difficile di circumnavigazione dell’Africa, poiché il governo britannico non aveva concesso il passaggio dal Canale di Suez.

      Come altri giovani rimpatriati – fra questi anche l’allora sconosciuto Hugo Pratt, futuro creatore di Corto Maltese – appena compiuti gli anni minimi Zamorani si arruolò volontario nell’esercito della Repubblica Sociale e combatté sulla Linea Gotica dove, dato disperso in combattimento, finì ancora una volta prigioniero in Algeria e poi a Taranto.

      Un episodio poco noto della Seconda guerra mondiale nella straordinaria testimonianza di un piccolo sopravvissuto che tornerà da grande in Africa orientale, come inviato speciale.

      https://www.mursia.com/products/14128?_pos=1&_sid=96d96b040&_ss=r

    • Navi bianche. Missione di pace in tempo di guerra

      Erano le unità ospedaliere della nostra flotta. Navigavano protette dalle convenzioni internazionali, ma alcune ugualmente colarono a picco per siluramento, mine, mitragliatrici. Il racconto di questa grandiosa impresa poco conosciuta nei suoi moventi e nella sua esecuzione ma pervasa da un alto senso di umanità, densa di drammaticità e contessuta di episodi molto interessanti, anche dal punto di vista storico, si presenta molto complesso. Le missioni furono tre: dal marzo al giugno 1942; dal settembre 1942 al gennaio 1943; dal maggio all’agosto del 1943; compiute con 4 grandi piroscafi: Vulcania, Saturnia, Duilio e Giulio Cesare.

      https://www.anobii.com/books/Navi_bianche/01966660c104330368

  • Le plus ancien « panneau toponymique » du monde. Des égyptologues de l’université de Bonn déchiffrent une inscription rupestre datant de la fin du quatrième millénaire BC
    https://neotopo.hypotheses.org/3507

     Traduction de la présentation de cette découverte par l’Université de Bonn Des scientifiques de l’université de Bonn, en collaboration avec le ministère égyptien des Antiquités, ont déchiffré la plus ancienne inscription de nom...

    #African_Neotoponymy_Observatory_in_Network #ExploreNeotopo #Neotopo_vous_signale

  • La série des Indépendances Cha-Cha démarre ce soir en Guinée
    https://pan-african-music.com/la-serie-des-independances-cha-cha-demarre-ce-soir-en-guinee

    https://www.africolor.com/festival/independances-cha-cha-guinee

    Cette année, pas moins de dix-sept pays d’Afrique subsaharienne, dont quatorze anciennes colonies françaises fêtent leurs 60 ans d’indépendance. Une commémoration passée inaperçue en France, mais que le festival Africolor tient à célébrer dignement, en plaçant son édition sous le « Soleil des Indépendances »

    […]

    Le leader guinéen viendra raconter la marche vers l’indépendance et expliquer pourquoi son peuple a voté Non au référendum proposé par De Gaulle. La pièce reviendra aussi sur les conséquences de ce refus dans la politique française, qui décide alors de couper tous les ponts avec la Guinée et de pratiquer une sorte de politique de la « terre brûlée », dévastant chaque parcelle de terrain qu’elle évacue avec une violence armée à peine croyable. L’humanité manque parfois de mots et de courage pour décrire de manière juste la démolition d’un peuple ou d’une terre, mais les paroles quasi prophétiques d’un humain ou d’une musique sont là pour nous rappeler la réalité, celle d’un passé qu’il est impossible d’oublier.

    https://www.youtube.com/watch?v=D20bz0iPgmw

    https://www.africolor.com

    #Histoire #Afrique #indépendance #colonialisme #France #Guinée #De_Gaulle #Sékou_Touré #Africolor

    • #utopie #noms_de_ville #nom_de_villes #Auroville #Brasilia #Akon_city

      Auroville, Brasilia et Akon city (2). Les noms des villes utopiques

      À ville nouvelle, nouveau nom. Ce nom porte en lui le dessein, le projet particulier dont la ville est investie. Ces néotoponymes parlent d’eux-mêmes. Ils sont le prolongement métonymique de quelque chose, d’un autre lieu, d’une pensée, d’une personne. Ils révèlent la dimension plus ou moins altruiste, plus ou moins philosophique et spirituelle des intentions de leurs créateurs·trices.
      Villes nouvelles et néotoponymes

      L’histoire et l’étude des noms propres, l’onomastique, entretiennent des liens proches (Baylon et Fabre 1982). Les noms de lieux changent fréquemment (Gonac’h 2007 : 101) en dépit d’une illusion de stabilité (Barberis et al. 1989 : 63). Ils évoluent « soit en fonction des transformations de la réalité géographique, soit à la suite de décisions reflétant la volonté des locuteurs » (ibid.). On regroupe les nouveaux noms de lieux dans la catégorie des néotoponymes (que l’on oppose aux paléotoponymes, les noms géographiques disparus). La toponymie reflète de nombreux enjeux, dont les changements onomastiques sont révélateurs :

      La néotoponymie révélerait donc les déséquilibres, les tensions, les conflits et parfois les régulations préalables à la normalisation toponymique. (Lajarge et Moise 2008)

      Ainsi, au large de la future cité sénégalaise, dans l’île de Gorée, symbole de la traite des esclaves, la place de l’Europe va être renommée place de la Liberté, en réponse à « la vague de violence raciale dont la communauté noire et afrodescendante est régulièrement victime » et notamment à la mort de George Floyd lors de son arrestation en 2020, selon les précisions de la mairie de l’île. C’est ainsi que « le néotoponyme permet une saisie des réalités territoriales » (Lajarge et Moise 2008, en ligne).

      Choisi par Juscelino Kubitschek, le nom Brasilia avait déjà été suggéré en 1821 par un député brésilien aux Cortes de Lisbonne, et repris en 1823 par José Bonifácio (Vidal 2002, en ligne : § 53). La légendaire Brasilia serait « surgie de nulle part » mais en réalité la ville s’implante sur trois municipalités de Goiás : Planaltina, Formosa et Luziânia (Coelho Sutton 2017 : 257). Le néotoponyme Brasilia n’a pas pour origine un anthropotoponyme comme Auroville et Akon city. Il vient du nom propre Brésil, qui est initialement celui d’un bois précieux originaire de ce pays (Rey 2016 : 308). Il s’agit d’un glissement de sens métonymique (Siblot et Leroy 2000), réalisé à partir d’une composante particulière du lieu (une essence de bois), sélectionnée parmi d’autres. Le suffixe –ia, fréquent dans la formation des toponymes, est la marque en portugais d’un diminutif affectueux. Brasília pourrait donc être traduit par « petit Brésil » (Vidal 2002, en ligne : § 54). Ce nom dérivé fait de la ville l’emblème du pays dont elle porte le nom (voir Coelho Sutton 2017) et permet un élargissement de la référence au pays tout entier.

      Akon, ce nouveau nom pour une nouvelle ville, fait oublier d’autres toponymes, ceux des villages sénégalais sur l’emplacement desquels s’implantera la ville : Mbodiène, où commenceront les travaux début 2021, mais aussi vingt-quatre autres villages, Ndiamane, Velingara, etc. (région de Thiès), qui viendront s’ajouter aux nombreux paléotoponymes déjà existants. À terme, la ville nouvelle devrait couvrir 500 hectares et accueillir 300 000 personnes. À nouveau nom, nouveau référent géographique et social. Absorbés par ce projet ambitieux, les villages y perdront forcément leur identité socioculturelle et de nouvelles représentations prendront forme. L’analyse des toponymes permet de comprendre « le changement social en cours et les rapports de pouvoir entre des acteurs sociaux situés dans l’espace » (Lajarge et Moise 2008, en ligne). Dans le cas d’Akon, les acteurs sociaux sont répartis sur plusieurs continents, la ville sénégalaise devant attirer les Afroaméricains. On peut cependant s’étonner du nom donné à cette ville, qui n’éveille en rien le travail mnésique souhaité par son créateur :

      Une de mes plus grandes motivations, c’est que quand je suis aux États-Unis, je rencontre beaucoup d’Afro-Américains qui ne comprennent pas vraiment leur culture. J’ai donc voulu construire une ville ou un projet comme celui-ci pour leur donner la motivation de venir voir d’où ils viennent. (propos rapportés sur capital.fr)

      Le toponyme Akon n’évoque en rien le « village des cultures africaines » qu’entend y créer le musicien afrosénégalais. À l’architecte, il commande : « Je veux que l’architecture ressemble aux vraies sculptures africaines qu’ils font dans les villages. Les formes sont peut-être bizarres, mais au moins elles sont africaines » (capital.fr). Il s’agit bien d’une représentation autre, par la ressemblance, de ce qui fait la spécificité africaine.
      De l’anthroponyme au toponyme

      Dans le cas présenté ici, au phénomène de néotoponymie se jouxte un phénomène d’anthropotoponymie et d’éponymie. Le nom de la ville est celui de l’éponyme Akon, le rappeur américain d’origine sénégalaise, de son nom de baptême Alioune Badara Thiam, né le 16 avril 1973 à Saint-Louis (Missouri). Un anthropotoponyme comme Akon marque la relation des énonciateurs·trices à leur environnement (Cheriguen 1994 par exemple). Mais surtout, l’anthropotoponyme donne pérennité à l’anthroponyme source. C’est d’ailleurs le cas de tout éponyme. On pense au fameux exemple de poubelle qui vient du nom éponyme du préfet Eugène-René Poubelle, l’inventeur de la boîte à ordures en 1883 et du tout-à-l’égout en 1894. Dans cet exemple, la désignation poubelle n’est pas donnée par le porteur éponyme. Les antonomases (ces noms propres devenus noms communs) relèvent d’ailleurs rarement de la volonté du porteur éponyme. Ils sont généralement donnés par autrui afin d’honorer et de pérenniser la mémoire d’une personnalité ayant œuvré pour la communauté. Le nom magnolia par exemple a été donné à une fleur au tout début du XVIIIe siècle par le voyageur botaniste Charle Plumier en l’honneur du Montpelliérain Pierre Magnol, professeur de médecine et directeur du jardin des plantes de Montpellier. C’est aussi lui qui nomma le bégonia (pour Michel Bégon), le fuchsia (pour Leonhart Fuchs), le lobélia (pour Mathias de l’Obel). Hors de la botanique, les exemples sont aussi nombreux dans le domaine des noms de mesure (ampère, watt, volt, hertz, etc.) et des grandes découvertes (la pasteurisation inventée par Louis Pasteur, l’appertisation par Nicolas Appert).

      De la même façon, de nombreux lieux portent le nom d’une personnalité. Ces anthropotoponymes sont eux aussi souvent donnés par autrui, en forme d’hommage. On pense bien sûr aux très nombreux hagiotoponymes (noms de saints utilisés comme noms de lieux). Mais il existe aussi de nombreux anthropotoponymes profanes. Le détroit de Béring doit son nom au navigateur Vitus Béring (1681-1741), un explorateur danois au service de la marine russe qui traversa le détroit durant l’été 1728. Léopoldville est le nom donné en l’honneur du roi belge Léopold II par l’explorateur Henry Morton Stanley qui découvre le site en 1881 et y fonde une station, après avoir fait signer aux occupants bantous un acte de cession dans une langue inconnue d’eux. En 1966, avec l’indépendance, la ville est rebaptisée Kinshasa (littéralement « le marché au sel »). Ce sont des choix de dénomination réfléchis et sélectionnés en fonction de leur lien avec d’autres éléments. Citons encore Lumumbaville , ville dont la création fut décidée le 13 mai 2013 en l’honneur du premier ministre de la République démocratique du Congo assassiné en 1961, Patrice Lumumba. Le nom Auroville appartient à cette même catégorie d’anthropotoponymes donnés en hommage. Auroville est inspirée par la pensée du philosophe hindou spiritualiste adulé Sri Aurobindo. Le nom de la ville a été donné en son hommage par une tierce personne, sa compagne Mirra Alfassa. En outre, dans les discours présentant la ville et sur son site officiel, une autre étymologie lui est attribuée par la périphrase définitionnelle métaphorique qui la requalifie, « la ville de l’aurore ». Le nom propre Aurobindo a été tronqué (Auro- pour Aurobindo), ce qui laisse possible un feuilletage sémantique et métaphorique (auro pour Aurobindo mais aussi pour aurore). L’ajout de –ville lui fait perdre son caractère singulier en l’incluant dans la catégorie des villes. Ces modifications effacent en partie le référent originel (Aurobindo).

      Avec Akon city, la référence est tout autre. On retrouve certes la catégorisation « ville » par l’ajout de city à l’anthroponyme Akon, ce qui évite toute ambigüité référentielle entre l’homme et la ville. Mais l’absence de transformation de l’éponyme (Akon) donne une importance égale au référent-cible (pour reprendre la terminologie de Laurent 2016 ), la ville, et au référent-source, le chanteur Akon. Ce nom obtenu par glissement métonymique (du créateur vers sa création) a été attribué à la ville par le porteur éponyme lui-même, dans une forme d’auto-célébration. Sur le plan de la linguistique énonciative, on pourra donc distinguer les anthropotoponymes réfléchis (donnés par les porteurs éponymes) et les anthropotoponymes non réfléchis. Les anthropotoponymes réfléchis comme Akon peuvent être considérés comme un marqueur spatial discursif d’une forme de mégalomanie qui s’associe aux marqueurs architecturaux de folie des grandeurs ou de toute puissance comme l’élévation et la forme sphérique.
      La puissance utopique de la sphère

      La mégalomanie que marque peut-être le choix du nom s’adosse à celle de l’architecture et à ces élancées vertigineuses vers le ciel qui évoque une autre utopie, celle de la tour de Babel, conçue par des hommes dans le but de toucher le ciel :

      Allons ! bâtissons-nous une ville et une tour dont le sommet touche au ciel, et faisons-nous un nom, afin que nous ne soyons pas dispersés sur la face de toute la terre. L’Éternel descendit pour voir la ville et la tour que bâtissaient les fils des hommes. Et l’Éternel dit : Voici, ils forment un seul peuple et ont tous une même langue, et c’est là ce qu’ils ont entrepris ; maintenant rien ne les empêcherait de faire tout ce qu’ils auraient projeté. Allons ! descendons, et là confondons leur langage, afin qu’ils n’entendent plus la langue, les uns des autres. (Livre de la Genèse (Gn 11,1-9), trad. Louis Second)

      Comme l’écrit par ailleurs Jamel Eddine Bencheikh à propos du Coran, « l’élévation ostentatoire » est considérée comme « une offense faite à la toute puissance du ciel.

      Dans ces trois villes l‘architecture sphérique s’associe à l’utopie. Les travaux d’Auroville sont confiés à Roger Anger, contemporain et admirateur de Corbusier. Le cœur d’Auroville est le Matrimandir (littéralement « le temple de la Mère »), boule d’or en écho du globe terrestre (comme la Géode parisienne, référence explicite à la terre, et dont les dimensions sont sensiblement les mêmes que le Matrimandir, avec 36 mètres de diamètre). L’architecture d’Auroville annonce d’ailleurs les formes arrondies que l’on retrouve dans Brasilia (avec notamment son musée national) et dans Akon city. Expression de la perfection par cette forme parfaite sans commencement ni achèvement, représentation du monde et donc du désir de le dominer, la sphère est aussi considérée comme la manifestation de la mégalomanie (pour des exemples, voir la présentation de l’exposition de la BnF de 2019, » Le monde en sphères : de la représentation scientifique du monde à la mégalomanie et à l’utopie« ).
      Conclusion

      L’étude onomastique montre que l’intention du/de la créateur·trice d’une ville se reflète dans le nom choisi. Ces noms propres n’ont rien d’arbitraire. Ils ont été choisis sciemment dans des buts précis. Nous avons vu que le nom Akon city non seulement était celui de son créateur, mais avait été choisi par ce dernier, en forme d’auto-hommage. Ce nom « réfléchi » (dans les deux sens du terme) fait ici figure de sceau. C’est la marque de l’artiste, voire un nom de marque. Il y a un enrichissement réciproque de la référence. La ville bénéficie de l’image de l’artiste et ce dernier profite de cette extension anthroponymique. La ville est ici davantage le prolongement d’un individu que d’une pensée philosophique comme pour Auroville, et sans doute plus un produit de marketing urbanistique qu’une « cité radieuse » pour l’Afrique de l’Ouest.

      https://utopie.hypotheses.org/1242

  • La guérilla odonymique gagne une bataille : une nouvelle station du métro romain sera dédiée à Giorgio Marincola, partisan italo-somalien, et non à un lieu d’oppression coloniale
    https://neotopo.hypotheses.org/3251

    Texte de Cristina Del Biaggio, Université Grenoble Alpes et Laboratoire Pacte. 12 août 2020 J’ai souvent entendu l’expression, courante dans le dialecte lombard que je parle, « Che ambaradan ! ». Cela peut se traduire par « Mais...

    #A_votre_vote_ !,A_votre_avis ! #African_Neotoponymy_Observatory_in_Network #ExploreNeotopo

  • Aux Etats-Unis, des profils ADN très peu confidentiels
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2018/06/09/aux-etats-unis-des-profils-adn-tres-peu-confidentiels_5312037_3232.html

    Les résultats des tests « maison », dont raffolent les particuliers américains, forment de colossales bases de données génétiques. Si mal protégées que même la police s’en sert… Joseph James DeAngelo et William Earl Talbott II n’avaient sans doute jamais entendu ­parler de GEDmatch. Située en Floride, cette ­entreprise de taille modeste spécialisée dans les recherches généalogiques n’avait non plus jamais eu affaire à eux. A la surprise générale et à leur insu, leurs routes se sont pourtant croisées ces (...)

    #FamilyTreeDNA #AncestryDNA #23andMe #GEDmatch #MyHeritage #génétique #police #données #prédiction #BigData #hacking #santé (...)

    ##santé ##AfricanAncestry

  • Comment #René_Gardi a façonné le regard des Suisses sur l’Afrique

    Avec « #African_Mirror », le réalisateur #Mischa_Hedinger revient sur le parcours du photographe et cinéaste René Gardi dans le #Cameroun colonisé des années 1950. Ce documentaire montre que l’approche paternaliste, voire raciste, de René Gardi en dit plus sur la Suisse de l’époque que sur l’Afrique qu’il fantasmait.

    « J’ai toujours évité de présenter une vision biaisée de la réalité à travers mes images. » René Gardi n’a jamais douté de la dimension documentaire de son œuvre, comme il l’explique en 1985 dans une lettre envoyée à un centre d’études africaines de Californie, au soir de sa vie.

    Une profession de foi que le jeune réalisateur Mischa Hedinger, également bernois, déconstruit avec son documentaire « African Mirror », à l’affiche actuellement en Suisse alémanique et le printemps prochain en Suisse romande.

    Mais pourquoi sortir de l’oubli un tel personnage ? « Quand la génération des baby-boomers pense à l’Afrique, les films de René Gardi émergent », écrit le quotidien bernois Der Bund dans un article consacré à « African Mirror ». Une notoriété confinée essentiellement à la Suisse alémanique où René Gardi fut très présent par ses livres, ses conférences et ses interventions dans les médias, même s’il toucha une audience plus large avec notamment « Mandara », un film tourné au Cameroun qui a obtenu en 1960 une mention spéciale au 10ᵉ festival international du film de Berlin dans la catégorie « Meilleur film documentaire adapté aux jeunes.
    Sexe et colonies

    Les jeunes, René Gardi les appréciait à sa manière puisqu’il fut condamné en 1944 pour violences sexuelles à l’encontre de certains de ses élèves, alors qu’il était enseignant en Suisse. Cette pédophilie passée sous silence jusqu’à aujourd’hui, Mischa Hedinger a tenu à l’exhumer dans son documentaire en la couplant aux corps nus de jeunes Camerounais filmés par René Gardi.

    « African Mirror » n’est pas pour autant un réquisitoire contre René Gardi, mais bien un questionnement sur les représentations de l’Afrique que René Gardi a contribué à façonner. Or la sexualité souvent prédatrice est au cœur de l’imaginaire colonial, relève pour swissinfo.ch Mischa Hedinger, faisant écho à « Sexe, race et colonies », un ouvrage monumental publié l’année dernière à Paris qui a fait grand bruit. Un imaginaire qui perdure pourtant, si l’on songe au tourisme sexuel qui continue de prospérer.

    Il en va de même avec la vision des peuples africains que René Gardi a développé dans ses œuvres. « Quand je regarde les photos que j’ai prises dans les années précédentes, je ressens souvent une grande tristesse. Les splendides artisans avec toutes leurs peines, leurs besoins, leurs joies et leurs obstinations, ces gens qui sont des artistes-artisans sans le savoir, et toutes les mères merveilleuses dans les tentes et les villages, qui acceptent leur destin avec tant de calme et de courage, ne vivront bientôt que dans la mémoire de ceux qui les ont connus », écrit René Gardi dans la lettre citée plus haut.

    Le #mythe du #bon_sauvage

    Ce mythe du bon sauvage sans vrai conscience de lui-même était largement partagé au milieu du siècle dernier, sans pour autant disparaitre totalement aujourd’hui, comme l’a illustré en 2007 le discours choc prononcé à Dakar par Nicolas Sarkozy, dans lequel le président français assurait que « le problème de l’Afrique, c’est qu’elle vit trop le présent dans la nostalgie du paradis perdu de l’enfance. » Des propos abondamment critiqués par de nombres personnalité comme l’écrivain camerounais Achille Mbembe.

    René Gardi, lui, faisait aussi le parallèle entre les tribus visitées au Cameroun et les montagnards vivant dans les Alpes suisses. Il alla même jusqu’à s’exclamer : « Parfois, j’aimerais que nous aussi, les Suisses, nous ayons une colonie. »

    Un propos qui n’a rien d’anodin pour Mischa Hedinger : « Gardi exprime ainsi le désir de grandeur de la petite Suisse. Et l’image qu’il a créée de l’Afrique était elle-même une sorte de colonie pour la Suisse : un pays imaginaire appartenant aux Suisses. »

    Si la Suisse n’a jamais eu d’empire colonial (même si l’idée a circulé dans les élites dès la fin du XIXème), l’agence de coopération du gouvernement (DDC) n’a pas échappé aux visions portées par Gardi, en particulier au #Rwanda, cette « Suisse de l’Afrique », dans laquelle les coopérants suisses se sont fortement impliqués jusqu’au sommet de l’Etat, avant que le génocide de 1994 n’y mette fin.

    https://www.swissinfo.ch/fre/documentaire-_comment-ren%C3%A9-gardi-a-fa%C3%A7onn%C3%A9-le-regard-des-suisses-sur-l-afrique/45397302
    #cinéma #Suisse #Afrique #paternalisme #racisme #film #film_documentaire #documentaire #stéréotypes

    ping @cede @albertocampiphoto

  • Nairobi’s street names reveal what those in power want to remember, or forget
    https://neotopo.hypotheses.org/3231

    By: Melissa Wanjiru-Mwita: Post-doctoral Fellow, Université de Genève This article was first published on The Conversation The recent global events of civil and political unrest that started in the US have brought to...

    #African_Neotoponymy_Observatory_in_Network #Catégories #ExploreNeotopo #Notes_de_recherche

    • Nabta Playa: The World’s First Astronomical Site Was Built in Africa and Is Older Than Stonehenge | Discover Magazine
      https://www.discovermagazine.com/the-sciences/nabta-playa-the-worlds-first-astronomical-site-was-built-in-africa


      The stone circle of Nabta Playa marks the summer solstice, a time that coincided with the arrival of monsoon rains in the Sahara Desert thousands of years ago.
      Credit: Wikimedia Commons

      légende sur WP : Cercle de pierres orientées de Nabta Playa, reconstitution dans les jardins du musée de la Nubie à Assouan.

      This 7,000-year-old stone circle tracked the summer solstice and the arrival of the annual monsoon season. It’s the oldest known astronomical site on Earth.
      […]
      Located in Africa, Nabta Playa stands some 700 miles south of the Great Pyramid of Giza in Egypt. It was built more than 7,000 years ago, making Nabta Playa the oldest stone circle in the world — and possibly Earth’s oldest astronomical observatory. It was constructed by a cattle worshiping cult of nomadic people to mark the summer solstice and the arrival of the monsoons.

      Here is human beings’ first attempt to make some serious connection with the heavens," says J. McKim Malville, a professor emeritus at the University of Colorado and archaeoastronomy expert.

  • Dakar et Nairobi : la question des noms de rue mise en perspective, du pré au postcolonial
    https://neotopo.hypotheses.org/3221

    Dans le contexte actuel de retour sur les commémorations publiques et de leur éventuelle remise en cause pour leur caractère raciste en lien avec la colonisation, deux spécialistes mettent en perspective les politiques et...

    #African_Neotoponymy_Observatory_in_Network #ExploreNeotopo #Neotopo_vous_signale

    • Nairobi’s street names reveal what those in power want to remember, or forget

      The recent global events of civil and political unrest that started in the US have brought to the fore the complex dynamics of urban memorialisation. The protests have, in some places, led to renewed scrutiny of certain urban symbols such as commemorative statues – what they represent and how they are perceived and interpreted.

      Unlike monuments and statues, place names (toponyms) are intangible, and less imposing, but nevertheless, an indispensable part of the urban symbolic landscape. Their inscription, erasure and re-inscription is highly political.

      In a study of toponymy in Nairobi, Kenya, my colleague and I analysed how streets got their names. It’s important to examine this as street naming and renaming allows us to remember and forget events and people in history. It also articulates what values exist in pursuit of political or national interests.

      We explain how street names are imbued with symbolic references of power structures within a society. During the period of British rule (1895–1963), toponymy was used as an exercise of power – it reflected British control. Soon after Kenya gained independence, streets were renamed as a way to renounce the colonial regime and its ideology.

      But today, Kenyans are starting to question the naming of important public spaces after a few individuals, their families and political affiliates – the ‘political dynasties’.
      https://twitter.com/alaminkimathi/status/1228275553414807554?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E12

      In 1964, after Kenya had gained independence, a street naming subcommittee was formed under the town planning committee of Nairobi’s city council. This subcommittee came up with names or received suggestions from the public. There was then a vetting process and proposals were eventually sent to the Minister of Local Government for approval. Since then, different laws have been established to guide the naming and numbering of streets and properties, but the process has remained very much the same.

      Looking forward, the government should consider honouring other people who have contributed to the growth of Kenya as a country – for instance its athletes, academicians and artistes.

      It would also be important to point out how gender exclusive the street names are. For a long time, there was only one street named after a woman – Mama Ngina Street, Mzee Jomo Kenyatta’s wife. And later, after much lobbying, a street was named after Wangari Maathai, the 2004 Nobel Peace Prize winner. And in 2017, after the death of the firstborn daughter of Jomo Kenyatta, Margaret Wambui Kenyatta, Mugumo Road in Lavington was quietly renamed after her.

      How streets are named, or renamed, serves as an important indicator of the values of a society – and what those in power might want to remember, or forget.
      A colonial city

      The vital role of street toponymy in Nairobi emerged at the inception of the city, at the beginning of the 20th Century.

      Street names were used by the British colonisers to remove the indigenous identity of the previously marshy plain, known as Enkare Nyirobi (a place of cool waters), to create a new idyllic British city. Names such as Victoria Street, Coronation Avenue, Kingsway, Queensway and Elizabeth Way marked the modernising city to celebrate the British monarchy.

      In addition, names such as Whitehouse Road and Preston Road were named after railway officials. George Whitehouse, for instance, was the chief engineer of the Kenya-Uganda Railway. This is because Nairobi started as a railway depot.

      Other streets were named after administrative and political leaders of the time such as Hardinge, Elliot, and Sadler, all of whom were commissioners of the British East Africa Protectorate.

      Leading settler farmers and business people also had their names imprinted on the landscape. They included: Grogan Road after Sir Ewart Grogan – a pioneer businessman, and Delamere Avenue, after Lord Delamere – a pioneer settler farmer.

      Apart from the British and European street names, there were a few Indian names such as Bazaar Street and Jevanjee Street. This is because of the large Indian community in Kenya, many of whom originally came to Kenya as railway workers. “Bazaar” refers to a business area or market, while Jevanjee was a prominent Indian businessman in early Nairobi who owned the first newspaper company – The East African Standard.

      What was starkly missing were African street names during that period. This was a clear indication of the political and social dynamics of the time that put the European first, the Indian second and the African third.
      Decolonising and Africanising

      There was a shift at Kenya’s independence, in 1963. The city’s streets were redefined as symbols of nationalism and pan-Africanism. The process was not devoid of challenges. There were inconsistencies – for instance in terms of ethnic representation – owing to the diverse interests that needed to be accommodated. It was an enormous task for the new government.

      Generally, under the new government, street names acted as sites for the restitution of justice (for those that suffered under British rule) and symbols of memory, ethnic diversity and unity.

      The renaming of the streets happened in waves. The first was in 1964, with Delamere Avenue (which cuts the central business district into two) being changed to Kenyatta Avenue, after the first president of Kenya – Jomo Kenyatta. Hardinge Street was changed to Kimathi Avenue after the leader of the Mau Mau Movement – Dedan Kimathi.

      The streets were often renamed after the political elite, a good number of whom came from the Kikuyu community, such as Kenyatta Avenue, Koinange Street, James Gichuru and Harry Thuku Road.

      There’s a lot of political consideration that goes into street renaming too. For instance, in 1969, a street was named after Tom Mboya, a popular Minister who was assassinated that same year. Some called for Government Road (along which he was assassinated) to be named after him, others proposed St. Austin’s Road, along which he lived. Both options were rejected by the government, Government Road being too central and St. Austin’s being too peripheral. Victoria Street was the compromise. Government Road was later renamed to Moi Avenue and St. Austin’s Road to James Gichuru Road.

      In independent Kenya the purpose of the toponymic changes was twofold: to erase names of the colonisers who were deemed as imposters and to celebrate the new heroes: Kenya’s political leaders and freedom fighters. The latter, such as Dedan Kimathi being celebrated superficially by the new political bourgeoisie.

      Additionally, in the spirit of pan-Africanism, other African leaders such as Kwame Nkrumah, Albert Luthuli and Julius Nyerere were celebrated through street names. Beyond the African continent, leaders who fought for black liberation and civil rights in America, such as Ralph Bunche and William Du Bois were also honoured.
      The future of street naming

      Nairobi’s street names are like a small history lesson. The County Government should consider putting up signs that tell people their former names, to show how the city has evolved over time.

      More must also be done to ensure these spaces celebrate future heroes. There is a need to enforce the Kenya Information and Communications (Numbering) Regulations 2010 and the establishment of a National Addressing System as proposed by the Communications Authority of Kenya in 2016. In addition, a national body for dealing with place names, similar to the South African Geographical Names Council, should be instituted.

      Finally, public participation should be an integral part of the street naming process, because people are the primary producers and users of names.

      https://theconversation.com/nairobis-street-names-reveal-what-those-in-power-want-to-remember-o

      –---

      Sénégal : « Les populations n’utilisent pas les noms coloniaux des rues »

      Au Sénégal, sur l’île Gorée, au large de Dakar, la « place de l’Europe » devient désormais « la place de la Liberté et de la Dignité Humaine ». Une décision prise par le conseil municipal de ce site symbolique de la mémoire de l’esclavage et de la traite des Noirs. De son côté, le maire de la commune du Plateau, dans le centre-ville de Dakar, a proposé récemment de lancer une réflexion sur les noms des rues hérités de la colonisation. Michel Ben Arrous est géographe et chercheur. Il a co-écrit l’an dernier avec Liora Bigon une étude de l’IFAN, l’institut fondamental d’Afrique noire, « Les noms de rues à Dakar. Héritages (pré) coloniaux et temps présent ».

      RFI : Est-ce que vous êtes surpris par la relance de ce débat sur les noms de rue à Dakar dans le sillage du décès de George Floyd aux États-Unis ?

      Michel Ben Arrous : Pas vraiment, dans la mesure où c’est un débat qui ressurgit régulièrement dans la presse sénégalaise ou dans les médias sociaux. Ce qui est remarquable par contre, c’est justement le contexte et le télescopage de logiques assez différentes aux États-Unis, au Sénégal, en France ou ailleurs.

      Ce débat n’est pas nouveau, en quoi les noms des rues, cette toponymie coloniale est-elle symboliqu ?

      Les noms eux-mêmes, évidemment il y a un tas de noms coloniaux qui vont glorifier des administrateurs, des généraux, des militaires, tout ce qu’on veut… Mais l’ensemble de ces noms remplit quand même une fonction de prise de possession de Dakar. Ils sont concentrés dans une zone qui s’appelle « Le Plateau » qui reçoit une petite population française colonisatrice. Et on ne trouve ces noms-là qu’au Plateau qui représente à l’heure actuelle 3% de la population. La Médina qui a été créée dans le sillage de l’épidémie de peste de 1914 reçoit des numéros. Donc, les noms vont distinguer la ville coloniale de cette Médina qui, elle, est forcément mise à part dans la ville puisqu’elle n’est pas nommée. Et si l’on sort ensuite du Plateau, de la Médina et qu’on va vers la ville actuelle, la plupart des rues ne sont pas nommées du tout. L’objectif visé, c’est évidemment de faire œuvre idéologique : on va glorifier la France, on va glorifier ses serviteurs. Mais rien n’indique que cette visée idéologique fonctionne. Avant les colonisateurs , il y avait des villages qui ont été détruits, des villages lébous qui ont conservé leurs noms. Et les noms eux-mêmes se sont répartis dans la ville. Et on va retrouver ces noms-là , Soumbédioune, Kaye, Thann… à d’autres endroits de la ville. Ce sont ces noms-là que les populations continuent à utiliser. Ils n’utilisent pas les noms de rue coloniaux.

      À Dakar, certaines rues ont déjà changé de nom depuis l’indépendance. Comment est-ce que cela a évolué ? Quelles ont été les politiques des autorités successive ?

      Les premiers changements de nom ont eu lieu sous Senghor [Léopold Sédar Senghor, président de la République du Sénégal de 1960 à 1980]. La place Protet a été rebaptisée « place de l’Indépendance ». Gambetta a été rebaptisé « Lamine Gueye ». En même temps, il n’y a pas forcément volonté de rupture puisque [William] Ponty qui est un gouverneur colonial a été remplacé par [George] Pompidou, par ce même Senghor. Les premières renominations fortes ont été faites sous Abdou Diouf [président de 1981 à 2000] et se sont poursuivies sous [Abdoulaye] Wade [2000-2012] et à l’heure actuelle. Mais la chose la plus remarquable, ce n’est pas tellement le nom des rues qui changent, c’est qui a le pouvoir de nommer, qui a le pouvoir de changer ? Sous Senghor, tout se passer par décret présidentiel. Avec Diouf et avec Wade, on a une décentralisation qui commence et ce pouvoir de nommer ou de renommer est désormais dévolu aux communes. Et à l’heure actuelle, ce qu’on voit, c’est une revendication, je ne sais pas si on peut dire populaire parce qu’il faudrait voir dans quelles mesures elle est véritablement populaire, mais une revendication par le bas de pouvoir aussi intervenir dans cette question du nom des rues.

      Il y a une figure qui cristallise particulièrement, c’est celle de Faidherbe, ancien gouverneur de Saint-Louis. Il y a sa statue, un pont à son nom. Que pensez-vous de ces appels à déboulonner cette statue ?

      Faidherbe est d’abord un point de fixation dans un débat qui est beaucoup plus large. La question de fond, c’est le modèle commémoratif. On parle de Faidherbe, mais on pourrait parler de Jules Ferry. La rue Jules Ferry à Dakar, ce Jules Ferry qui était à la Chambre des députés parlait d’un « devoir de colonisation des races supérieures sur les races inférieure ». Ce nom de ferry est peut-être au moins significatif que celui de Faidherbe. On peut aller beaucoup plus loin. On a gardé les plaques bleues, les lettres blanches sur un fond bleu. C’est aussi une présence coloniale qui reste dans la ville. Ce qui est drôle à Dakar, c’est que l’une des rues qui ne pose absolument pas problème, c’est l’avenue de la République. On la conçoit tous comme la République sénégalaise alors que cette avenue de la République, c’était très clairement au moment de la nomination de la IIIe République française, qui était la République colonialiste par excellence.

      À titre de comparaison, comment cela a évolué dans d’autres pays du continent ?

      En sciences sociales, on a l’habitude de comparer Dakar à Nairobi, la capitale du Kenya étant le modèle absolu de décolonisation des noms de rue. Ce qu’on remarque, si on rentre dans le détail, c’est qu’effectivement tous les noms qui célébraient la colonisation britannique ont disparu, mais ils ont été remplacés à l’époque de [Jomo] Kenyatta [1894–1978] par des noms qui célébraient son propre parti politique, ses propres amis politiques et qui négligeaient totalement d’autres courants de la société kenyane. Dans un contexte différent, en Algérie, la plupart des noms de rue ont été remplacés dans un arabe très pur qui permettait aussi de passer sous silence la composante berbère de la population. Et ce que l’on remarque à l’heure actuelle, c’est que les jeunes générations sont celles qui utilisent le moins les noms officiels. Donc, il ne suffit pas de changer les noms si on reprend la même logique pour régler les problèmes. A côté de ça, au Maroc, on va trouver des plaques qui donnent des anciens noms et des plaques, juste en dessous ou au-dessus, qui donnent les nouveaux noms et qui coexistent sans que pratiquement personne ne les utilise d’ailleurs. À Dakar, quand je vais chez moi, je ne vais pas donner le numéro de la rue que personne ne connait. Je ne le sais même pas, c’est « AAB » quelque chose. Si je dis à un chauffeur de taxi de m’emmener là-bas il ne comprendra pas. Si je lui dis : amenez-moi à Amitié 2, c’est un nom de quartier. Et ça, c’est un point de repère qui est utilisé. Mais ces noms de rue curieusement polarisent un débat, fort, alors qu’ils sont relativement peu utilisés. Il y a ceux qui veulent déboulonner, il y a ceux qui veulent remplacer, il y a ceux qui veulent expliquer. Mais tout cela revient au fond à se poser la questio : à quoi veut-on que servent les noms de rue ? À quoi veut-on que servent les statues ?

      http://www.rfi.fr/fr/podcasts/20200629-s%C3%A9n%C3%A9gal-les-populations-n-utilisent-pas-les-noms-rues-colonia

      #Dakar #Sénégal #Nairobi #noms_de_rue #toponymie #commémorations #post-colonial #décolonial

      ping @cede

  • [Drache Musicale] #mali women’s ~ mixtape
    http://www.radiopanik.org/emissions/drache-musicale/mali-women-s-mixtape

    Malian female musicians & singers

    REDIFFUFION

    tracklist :

    awa poulo - djara wilam

    mamani keita – djekafo

    Celu Mankan (Bambara ; Mali)

    Coumba Sidibé – N’Taman

    Fanta Sacko – Tubaka

    Nahawa Doumbia - banani

    Sali Sidibe - Djana Djani

    Oumou Sangaré - Iyo Djeli

    Ramata Diakité - Sigui Gueleman

    saramba kouyate – jamdya

    Air de Kel Ajjer (Rhythme Ellehelleh)

    Hawa Drame – Syllamaramba Adja Est Quelei

    (Photo> Fanta Sacko)

    #folk #africa #world #malian #guitare #song #rododindron #chanteuse #purée_de_pois #malienne #sing #pelagie #mali,folk,africa,world,malian,guitare,song,rododindron,chanteuse,purée_de_pois,malienne,sing,pelagie
    http://www.radiopanik.org/media/sounds/drache-musicale/mali-women-s-mixtape_09358__1.mp3

  • Brazil toll soars, as WHO warns on coronavirus: Live updates
    https://diasp.eu/p/11182670

    Brazil toll soars, as WHO warns on coronavirus: Live updates

    Brazil deaths climb as Ministry of Health data changes fuel calls for inquiry and concerns of cover-up. Brazil toll soars, as WHO warns on coronavirus: Live updates #Coronaviruspandemic #Health #Asia #Africa #Europe #LatinAmerica #MiddleEast #US&Canada #AsiaPacific #WorldHealthOrganization

  • #EU #Development #Cooperation with #Sub-Saharan #Africa 2013-2018: Policies, funding, results

    How have EU overall development policies and the EU’s overall policies vis-à-vis Sub-Saharan Africa in particular evolved in the period 2013-2018 and what explains the developments that have taken place?2. How has EU development spending in Sub-Saharan Africa developed in the period 2013-2018 and what explains these developments?3.What is known of the results accomplished by EU development aid in Sub-Saharan Africa and what explains these accomplishments?

    This study analyses these questions on the basis of a comprehensive desk review of key EU policy documents, data on EU development cooperation as well as available evaluation material of the EU institutionson EU external assistance. While broad in coverage, the study pays particular attention to EU policies and development spending in specific areas that are priority themes for the Dutch government as communicated to the parliament.

    Authors: Alexei Jones, Niels Keijzer, Ina Friesen and Pauline Veron, study for the evaluation department (IOB) of the Ministry of Foreign Affairs of the Netherlands, May 2020

    = https://ecdpm.org/publications/eu-development-cooperation-sub-saharan-africa-2013-2018-policies-funding-resu

  • Floyd Death, Coronavirus Pandemic Create Dangerous Moment for Black Health | Healthiest Communities | US News
    https://www.usnews.com/news/healthiest-communities/articles/2020-06-03/floyd-death-coronavirus-pandemic-create-dangerous-moment-for-black-health

    It’s a perilous moment for African American health, says Dr. Lisa Cooper, a physician and professor at Johns Hopkins University’s Bloomberg School of Public Health. On whether the videotaped homicides of Floyd and Arbery have placed extraordinary stress on the black community, Cooper says it’s a “yes and no” answer. “Yes, because of the confluence of these events with a pandemic and divisive rhetoric of some of our national leaders,” including President Donald Trump, Cooper says. “No, because although these events are dramatic and were captured on videotape and circulated via social media, in reality, violence against African Americans – sanctioned by our policies and social norms – has gone unchecked for centuries.”
    Indeed, history shows the nation has been here before – just without Twitter or cellphone videos. Cooper notes that African Americans also endured the 1918 influenza pandemic, while “the largest numbers of lynchings of African Americans took place between the period of Reconstruction until the end of World War II.” And while witnessing extreme violence can have a negative health impact, “it is really the daily stresses and the chronic exposure to micro-aggressions, (a) lack of control over one’s destiny and lack of ability to protect oneself or one’s loved ones from negative effects of poverty, powerlessness and lack of opportunity that impact health most profoundly,” Cooper says. “These negative social environment exposures can change behaviors, but also genetic and biological processes and be transmitted from one generation to the next.”

    #Covid-19#migrant#migration#diaspora#minorités#santé#EtatsUnis#Africains-américains#pauvreté#discrimination#violence#santé-mentame

  • Des migrants africains et haïtiens au Honduras défient la fermeture de la frontière pour atteindre les États-Unis - News 24
    #Covid-19#migrant#migration#Honduras#coincé#Haitien#africain

    https://news-24.fr/des-migrants-africains-et-haitiens-au-honduras-defient-la-fermeture-de-la-fr

    TEGUCIGALPA (Reuters) – Des migrants africains, cubains et haïtiens bloqués au Honduras après la fermeture des frontières en raison de la pandémie de coronavirus ont commencé à marcher vers le nord mardi pour tenter d’atteindre les États-Unis, ont déclaré les autorités migratoires.

  • Migrantes de otro mundo

    La idea de este trabajo colaborativo nació en un taller que dio la directora de CLIP en 2019 con la Fundación Gabo. Allí descubrimos con Alberto Pradilla –hoy en Animal Político y autor de dos reportajes – el primer hilo de esta historia. Semanas después, con el equipo CLIP, pensamos que, por su misma naturaleza andariega, la migración es la historia que sólo se puede contar bien en forma colaborativa, desde las visiones y las sabidurías de múltiples colegas y sus medios. Por eso, nos pusimos a la tarea de crear esta alianza que ha resultado ser más fructífera y potente de lo que imaginamos. Empezamos en una reunión presencial (cuando eso aún se podía) realizada junto con la organización europea Occrp, cuyo editor para América Latina, Nathan Jaccard es también artífice de esta investigación, y desde septiembre nos pusimos manos a la obra. Después de nueve meses, aquí estamos: doce medios americanos, dos europeos; los otros aliados periodísticos, que fuimos buscando a medida que la historia los pedía en Camerún, India, Nepal, y de la mano de un equipo de producción, diseño, desarrollo digital y de audiencias comprometido y excepcional, con esta investigación colaborativa transfronteriza. Nos acompañó en este sueño desde el vamos, la Fundación Avina, y por el camino se sumó la Seattle International Foundation, las dos con gran generosidad. Los mecenas institucionales de CLIP han sido, todo este tiempo, soporte fundamental. Ahora esperamos que, con la ayuda de ustedes los navegantes, esta historia, hasta ahora sumergida en la indolencia y la clandestinidad, salga a la luz y nos inspiren estos valientes migrantes para imaginar un mundo más humano. Aquí verán los créditos de los creadores y mecenas de Migrantes de Otro Mundo.

    https://migrantes-otro-mundo.elclip.org/index.html
    –-> Travail d’investigation de journalistes (18 medias impliqués) sur les routes et les témoignanes des personnes migrantes du continent african et asiatique en Amérique latine.

    #routes_migratoires #parcours_migratoires #Afrique #Amérique_latine #africains #migrations #asile #réfugiés #cartographie #visualisation #webdoc #décès #morts #mourir_aux_frontières #Asie

    –—

    Ajouté à cette métaliste sur les routes migratoires d’Afrique/Asie aux #Amériques :
    https://seenthis.net/messages/857814

    ping @karine4 @isskein @mobileborders @reka

  • [Drache Musicale] #mali women’s ~ mixtape
    http://www.radiopanik.org/emissions/drache-musicale/mali-women-s

    Malian female musicians & singers

    tracklist:

    awa poulo - djara wilam

    mamani keita – djekafo

    Celu Mankan (Bambara; Mali)

    Coumba Sidibé – N’Taman

    Fanta Sacko – Tubaka

    Nahawa Doumbia - banani

    Sali Sidibe - Djana Djani

    Oumou Sangaré - Iyo Djeli

    Ramata Diakité - Sigui Gueleman

    saramba kouyate – jamdya

    Air de Kel Ajjer (Rhythme Ellehelleh)

    Hawa Drame – Syllamaramba Adja Est Quelei

    (Photo> Fanta Sacko)

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    p margin-bottom: 0.25cm; line-height: 120% a:link so-language: zxx

    #folk #africa #world #malian #guitare #song #rododindron #chanteuse #purée_de_pois #malienne #sing #pelagie #mali,folk,africa,world,malian,guitare,song,rododindron,chanteuse,purée_de_pois,malienne,sing,pelagie
    http://www.radiopanik.org/media/sounds/drache-musicale/mali-women-s_09102__1.mp3

  • Covid-19 : l’Afrique subsaharienne lutte contre la stigmatisation des malades et des soignants
    Des actes racistes en Chine

    Effectivement, des Africains vivant en Chine ont eux-mêmes été victimes de stigmatisation et d’actes racistes. Début avril, des affiches « interdit aux Noirs » se sont, par exemple, multipliées dans la province de Canton.

    Des Africains ont également été chassés de chez eux et forcés de dormir dans la rue car aucun hôtel ne les acceptait. Ce déferlement d’actes et de propos racistes a commencé après que cinq Nigérians de Canton, testés positifs au Covid-19, se sont échappés de leur quarantaine. L’affaire avait déclenché un tollé et provoqué un déluge de commentaires xénophobes sur Internet.
    #Covid-19#migrant#migration#Chine#Africain#discrimination
    https://www.france24.com/fr/20200520-covid-19-l-afrique-subsaharienne-lutte-contre-la-stigmatisation-d