• #Fimmine_fimmine
      –-> Tradizionale canto di lavoro femminile salentino con numerose varianti nel numero e nel contenuto ‎delle strofe.‎
      https://www.youtube.com/watch?v=IdPkZKLw2zM&feature=emb_logo


      Per buona parte del 900 la coltivazione del tabacco fu fonte di ricchezza e sostentamento per tante ‎famiglie di contadini del Salento. ‎
      Oggi non ce n’è quasi più traccia. L’ultima fabbrica, la Manifattura Tabacchi di Lecce, ha chiuso il ‎‎1 gennaio del 2011. ‎
      Nella prima metà del secolo scorso – e anche oltre – il lavoro era in gran parte manuale e per la ‎foglia del tabacco c’era bisogno di mani esperte, veloci, abili e fini, come quelle delle donne e dei ‎bambini. Tanto più che le donne e i bambini potevano essere pagati molto di meno e sfruttati molto ‎di più degli uomini…‎

      ‎“Fimmine fimmine” è un canto di lavoro e di denuncia delle condizioni delle “tabacchine”, le ‎lavoratrici del tabacco, una categoria molto sfruttata ma per ciò stesso anche molto attiva e ‎combattiva. Fin dal 1925, all’inizio dell’era fascista, si ha già notizia di una manifestazione delle ‎tabacchine a Trepuzzi, dove un corteo di 500 operaie sfilò per il paese protestando. ‎

      A Tricase il 25 maggio del 1935 una manifestazione di lavoratori del tabacco venne repressa nel ‎sangue (cinque morti, tre donne e due uomini) dai fascisti e dalla forza pubblica. A Lecce, nel 1944, ‎con il paese ed il mondo ancora in guerra, le tabacchine di nuovo scesero in piazza contro il ‎caporalato, per rivendicare salari sufficienti per vivere, per il rinnovo e l’applicazione dei contratti ‎nazionali e per sussidio di disoccupazione: la polizia sparò e tre tabacchine rimasero uccise. Si aprì ‎allora una stagione di lotte molto lunga che culminò nello sciopero generale del 1961 che ebbe ‎come epicentro il paese di Tiggiano, in provincia di Lecce.‎

      Lascio parlare Alfredo Romano e Giovanni De Francesco, rispettivamente introduttore ed autore ‎della ricerca storica contenuta nel libro ‎‎“Le operaie tabacchine di Tiggiano e lo ‎sciopero generale del 1961”, edito nel 2005 e ristampato nel 2011.‎


      Mi sono reso subito conto dell’importanza che riveste il volume che dà ‎testimonianza non solo di uno straordinario sciopero delle tabacchine di Tiggiano nel 1961, ma ‎anche delle gravose condizioni di lavoro delle tabacchine. Tutti i paesi salentini hanno avuto a che ‎fare col tabacco e in tanti sono emigrati nel secondo dopoguerra in varie parti d’Italia, tra cui Civita ‎Castellana, per esportare, per così dire, la lavorazione. Perfino a Collemeto, una frazione di Galatina ‎che contava nel dopoguerra appena 500 abitanti, c’era una fabbrica di tabacco che durante l’inverno ‎occupava quasi tutte le donne del paese. Perciò ho il ricordo delle tabacchine che, come gregge, ‎attraversava la via principale per arrivare alla fabbrica Mongiò, alla periferia del paese, alle sette in ‎punto. E tornavano a casa dieci ore dopo. Di storie di sfruttamento e duro lavoro perciò ne ho ‎sentite tante, a cominciare da mia madre Lucia, tabacchina essa stessa… (Alfredo Romano)

      ‎ ‎‎
      Quello che è successo a Tiggiano nel 1961 non ha precedenti nella storia ‎del paese. Anzi, veste una rilevanza che oltrepassa il circondario comunale se si pensa ai 28 giorni ‎di sciopero generale, con il paese bloccato, la popolazione tutta mobilitata in difesa delle operaie ‎della fabbrica di tabacco, fino alla vittoria, senza resa alle intimidazioni nemmeno alle armi ‎dell’esercito.
      Sono nato nel dicembre del 1962, circa due anni dopo i fatti dello sciopero del 1961. Sono cresciuto ‎nel clima che ha ripercorso le condizioni delle operaie tabacchine e la vita della fabbrica, ed ho ‎respirato i ritmi degli avvenimenti della lotta grazie ai miei genitori. Mia madre, Anna Marzo, è ‎entrata in fabbrica come operaia all’età di 14 anni, nel 1946, e vi ha lavorato, sempre come operaia, ‎sino al 1975. Mio padre, Vincenzo De Francesco, è stato un attivista e promotore di iniziative di ‎lotta insieme alle operaie tabacchine, protagonista delle battaglie a partire proprio dallo sciopero del ‎‎1961.
      Il primo accesso all’informazione dei fatti è avvenuta, quindi, dai loro racconti, riferimenti, ‎discussioni, critiche sull’andamento degli eventi, ho ascoltato sin da piccolo.
      Poi c’è il contesto del paese. Tiggiano era un paese prettamente agricolo composto da poco più di ‎‎2000 abitanti. La fabbrica di tabacco occupava 200 operaie. Perciò, quanto riguardava la fabbrica, la ‎vita delle operaie, le condizioni dei lavoratori agricoli, lo sciopero del 1961, era di dominio ‎pubblico.
      Pertanto, la presente pubblicazione riguarda fatti riferiti oralmente dai protagonisti, da chi pativa lo ‎sfruttamento dei padroni, da chi subiva le ingiustizie delle istituzioni, da chi si è reso attivo per la ‎conquista delle rivendicazioni.
      Alcuni episodi sono stati integrati con dei documenti rinvenuti nell’archivio sezionale e zonale delle ‎Acli di Tiggiano e di Tricase. I documenti delle forze dell’ordine e della prefettura mi risultano ‎ancora secretati. (Giovanni De Francesco)

      Sulla “rivolta di Tricase” e la storia del lavoro del tabacco nel Salento, si veda anche il ‎fondamentale volume ‎‎“Tabacco e ‎tabacchine nella memoria storica. Una ricerca di storia orale a Tricase e nel Salento”, a cura di ‎Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, con una introduzione di Alessandro Portelli (2002)

      –---

      Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu
      ne sciati ddoi e nne turnati quattru.‎

      Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu
      lu sule è forte e bbu lu sicca tuttu.‎

      Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu
      la ditta nu bbu dae li talaretti.‎

      Fimmine fimmine ca sciati a vindimmiare
      e sutta allu cippune bu la faciti fare.‎

      Fimmine fimmine ca sciati alle vulie
      ccugghitinde le fitte e le scigghiare.‎

      https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=39803&lang=it

      #chant #chant_populaire #chanson #musique #musique_populaire #chants_populaires

    • Alan Lomax - Salento, Puglia - Fimmene fimmene chi scjiati a lu tabaccu

      Fimmene fimmene chi scjiati a lu tabaccu
      e scjati dhoi e ne turnati quattro
      e scjati dhoi e ne turnati quattro

      Ci te lu disse cu chianti zagovina
      e cu chianti zagovina
      passa lu duca e te manda alla rovina
      passa lu duca e te manda alla rovina

      Ci te lu disse cu chianti lu saluccu
      passa lu duca e te lu tira tuttu
      passa lu duca e te lu tira tuttu.

      TRAD: Donne donne che andate al tabacco/ andate in due e ne tornate in quattro/Chi te l’ha detto di piantare Zagovina/ passa il duca e ti manda in rovina/Chi te l’ha detto di piantare Salucco/ passa il duca e te lo tira tutto.

      https://www.youtube.com/watch?v=A2idZQ_VHaU&feature=youtu.be

  • La moniale et l’agricultrice : une recherche de #sens

    Située à une vingtaine de kilomètres d’#Auch, dans un paysage coloré et verdoyant où les champs de tournesols côtoient les champs de blé en cours de moisson, se trouve la petite commune de #Boulaur (~180 habitants).

    Une #abbaye dans les champs

    Après avoir quitté la route départementale, en prenant la direction du centre ville, une immense croix de plusieurs mètres annonce à ma gauche l’entrée du village tout proche. A ma droite, quelques bâtiments mélangent matériels agricoles et présence religieuse. Ce domaine est celui de l’#abbaye_Sainte_Marie_de_Boulaur ( « Bon lieu » ), fondée au XIIe siècle par Pétronille de Chemillé (abbesse de Fontevraud), Guillaume II d’Andozile (archevêque d’Auch) et Sanche Ier (comte d’Astarac, dont sa veuve Longuebrune fut première abbesse de l’abbaye de Boulaur). La plupart des bâtiments sont inscrits au titre des monuments historiques. L’abbaye dépend du diocèse d’Auch, dont Mgr Maurice Gardès est l’archevêque.

    En 1949 quelques #moniales_cisterciennes s’installent définitivement dans l’abbaye. Elles sont aujourd’hui au nombre de vingt-neuf, âgées de 25 ans à 94 ans.

    A mon arrivée dans la cours de l’abbaye, l’espace est envahi par un retentissant « Joyeux anniversaire » . Des rires et une animation bonne enfant se déplacent de l’autre côté d’un mur mitoyen en direction d’un chemin tout proche. Séparé d’eux par une grille en fer forgé, les moniales, accompagnées de quelques laïcs, se figent sur le chemin visible aux yeux de tous. Placé au milieu, un cadeaux emballé dans un grand drap blanc attend son futur propriétaire. La petite foule commence à entourer le présent puis, une immense clameur, des rires et… un bruit de moteur. La foule s’écarte. La communauté vient de recevoir en cadeau d’anniversaire un quad qu’une moniale s’empresse de conduire à travers champs ! Son retour est accueilli par un chant a cappella improvisé Et Cantique Magnificat.

    Femme, religieuse et agricultrice

    Les moniales cisterciennes de Boulaur ne sont pas uniquement des #religieuses occupées à suivre la #Règle_de_St_Benoît ou leurs sept prières quotidiennes. Ce sont aussi des agricultrices dont le travail manuel est « porté par une recherche de sens » selon les mots d’une moniale, « un projet de vie » où la pratique de l’agriculture est, pour une autre moniale, en lien direct avec « la promotion de la vie » .

    Posant la question de savoir si la publication de l’encyclique « Laudato si‘ » du pape François, en 2015, a eu une influence dans leur démarche, une moniale me confirma que ce texte fut reçu par la communauté comme « un encouragement de leur démarche » . Un autre moniale parla de « joindre le soin des hommes au soins de la terre » , mais sans faire référence au care.

    Sur les 45 hectares de leur terre agricole gersoise, ces moniales cisterciennes sèment, récoltent, transforment et conduisent aussi bien un tracteur qu’un troupeau de vaches.

    Comment ont-elles appris le métier d’agricultrice ? Certaines moniales viennent du milieu agricoles, d’autres ont fait des études en agronomie, d’autres enfin ne disposaient pas de bagages particuliers. Mais toutes ont au moins appris un certain savoir-faire en suivant les conseils des agriculteurs et agricultrices proches de l’abbaye. Quelques-unes ont fait la démarche d’aller visiter plusieurs exploitations agricoles modernes afin de « voir ce qui se fait de mieux » au niveau des machines, des technologies, des pratiques… Et si le machinisme « permet de soulager les sœurs des efforts physiques liés à l’agriculture » , ce machinisme ne doit pas retirer le sens qu’elles donnent au travail.

    La pratique du travail agricole a fait l’objet de nombreuses réflexions. Les modèles agricoles dominants ne répondaient pas à leurs attentes. Quid des divers types de pollution et des multiples formes de gaspillage dans le monde agricole ? Réflexions aussi autour des questions d’économies d’énergie. Le tout dans une démarche de développement durable, sensible à l’écologie. Mais il ne me sera fait aucune référence à l’écologie intégrale pourtant liée à « Laudato si‘ » .

    Ces moniales ont développé depuis plusieurs années une activité agricole, « en agriculture biologique et en permaculture » , qui associe la production de fruits et de légumes à l’élevage de vaches laitières, de veaux et de cochons. Ceci en vue de fabriquer elles-mêmes sur place des produits alimentaires, comme des confitures, de la farine, du fromage et des pâtés qui sont vendus directement à l’abbaye (dans un espace spécialement dédié) ainsi que sur le marché de Samatan situé à une dizaine de kilomètres de l’abbaye ( « on privilégie les circuits courts » ). Enfin, elles ont développé une activité annexe de visites guidées et d’accueil en hôtellerie pour une capacité d’environ 40 personnes.

    L’organisation des tâches et du temps

    Au cours des échanges, je me rends compte qu’elles partagent leur emploi du temps en au moins quatre phases : une phase domestique (cuisine, ménage,…), une phase spirituelle (prière, étude…), une phase agricole (semis, récolte, transformation…) et une phase administrative-commerciale (budget, projets…).

    Abbaye non mixte, féminine, la répartition des tâches et des rôles sont définis en interne, en fonction de leur place hiérarchique dans l’ordre (abbesse, moniale, novice) et de leurs compétences propres en liens avec les besoins de la communauté.

    Cette grande diversité de tâches pour un nombre restreint d’actrices (29), même en faisant appel occasionnellement à de l’aide extérieure, demande à ce qu’une organisation relativement rigoureuse soit imposée et acceptée. Ceci afin de ne pas perdre du temps précieux ou que des tâches en attentes soient supportées par d’autres moniales en surplus de leurs tâches attribuées. Cette question du temps reviendra régulièrement au cours de mes échanges avec les moniales.

    Les tâches et le temps qui sont alloués à chacune semblent devoir être respectés le plus scrupuleusement possible afin d’éviter une possible désorganisation de la communauté.

    Start-up nation

    Ces moniales se sont engagées dans un vaste projet qu’elles ont nommé « Grange cistercienne pour le XXIe siècle » . Cette nouvelle exploitation agricole devrait accueillir, outre un coin pédagogique, vingt-cinq vaches (contre neuf actuellement, de races Brune des Alpes et Jersiaise) et une douzaine de cochons (contre cinq aujourd’hui), « ce qui devrait multiplier par quatre ou cinq la production totale par rapport à aujourd’hui » .

    Ce que les moniales nomment « un entreprenariat féminin » ou « une start-up du XIIe siècle façon XXIe siècle » , doit permettre à cette communauté cistercienne de « vivre de son travail » , à côté et en même temps que leur vie religieuse, c’est-à-dire joindre Ora et labora, ou plus précisément Ora, Lectio divina et labora .

    J’avais remarqué que ces moniales avaient un sens particulièrement marqué pour la communication, avec deux sites internet, une page Facebook, un compte Instagram et une chaine Youtube. Mais curieusement, elles sont absentes de Twitter. Une prochaine étape ?

    Cet ensemble de démarches, d’entreprenariat et de communication, s’inscrit dans « une logique territoriale » de (sur) visibilité, voire « une logique missionnaire » selon les mot d’une moniale.

    Une agriculture féminine cistercienne qui se veut ouverte au monde

    Loin de vouloir vivre en autarcie, ces moniales recherchent à multiplier les contacts et les interactions avec les différents acteurs locaux du monde agricoles, économiques ou touristiques… comme avec des institutions départementales, régionales, nationales et européennes afin de les aider, entre autre, à recueillir des financements. Fonds propres, crédits, subventions et dons divers constituent l’ensemble de leur capital économique.

    Ces moniales ont impulsé plusieurs projets d’envergure et porté les plans de nouveaux ateliers de production de leur future exploitation. Elles ont sélectionné puis choisi des équipements agricoles les moins contraignant physiquement pour des femmes tout en étant performant mais sans courir après une agriculture trop high tech. Mélange de tradition et de modernité.

    Le temps passant, peut-être plus vite que prévu dans cet espace particulier, je n’ai pas pu échanger plus en détail sur certains points évoqués ni en aborder de nouveaux. Ce sera peut-être pour une autre fois.

    Je suis reparti sans rencontrer âme qui vive dans le village, jusqu’à ce que surgisse une moissonneuse qui rentrait de sa journée de travail, puis, à sa suite, un tracteur transportant une botte de foin. L’heure des entretiens et du travail agricole prenait fin en même temps.

    https://agrigenre.hypotheses.org/458
    #agriculture #femmes #agricultrices

  • #AgriGenre. Le genre dans les mondes agricoles

    Carnet de recherche tenu par #Valéry_Rasplus (sociologie de l’environnement et du genre).

    Une partie de mes recherches vise à mieux comprendre les #choix et les #pratiques qui sont mis en œuvre au sein des #exploitations_agricoles.

    Je m’intéresse aux stratégies individuelles et collectives des #agriculteurs et des #agricultrices ainsi qu’aux logiques sociales qui président leurs rationalités d’action.

    Le tout en prenant appui sur la question des #rapports_de_genre.


    https://agrigenre.hypotheses.org
    #agriculture #genre #ressources_pédagogiques
    ping @odilon

  • Les ouvrières agricoles, ces sacrifiées du modèle agricole tunisien | Thierry Brésillon
    https://www.middleeasteye.net/fr/reportages/ouvrieres-agricoles-les-sacrifiees-du-modele-agricole-tunisiens

    Les ouvrières sont recrutées au jour le jour selon le bon vouloir d’un samsar, un intermédiaire représentant l’employeur. Elles sont ensuite parquées par dizaines dans une benne au fond de laquelle, détail sordide, on a versé de l’eau pour les empêcher de s’asseoir afin de gagner de la place. Source : Middle East Eye

  • Amazonie : agro-écologie féministe contre latifundios - Autres Brésils
    http://www.autresbresils.net/Amazonie-agro-ecologie-feministe-contre-latifundios

    Mais pourquoi une association composée uniquement de #femmes #agricultrices ?

    Éducatrice en milieu populaire de Fase Amazônia [7] qui accompagne Amabela depuis son origine, Sara Pereira rappelle que « dans les programmes de formation, on s’est rendu compte – et les femmes aussi – qu’il existe bon nombre de demandes qui leur sont spécifiques mais qui, en raison de la taille du syndicat, ne sont finalement pas prises en compte. Car l’association de femmes agricultrices ne discute pas seulement de l’aspect productif lequel est important, fondamental, mais elle traite de questions liées au #féminisme et donc de l’importance de s’organiser en tant que femmes. Elle traite de sujets qui leur sont propres, de questions liées à la santé, aux droits sociaux ainsi que des questions de relations, non seulement des relations parents enfants mais également avec le compagnon, le mari. »

    Selma confirme cette analyse quand elle rappelle qu’à l’intérieur des familles, on rencontre beaucoup de résistance, de la part des hommes, par exemple. « Il y a des maris qui comprennent et qui vont jusqu’à aider l’#association mais il y en a d’autres qui en interdisent l’accès à leurs femmes. Amabela a été créée pour permettre aux femmes d’avoir une #autonomie. Et les hommes n’étaient pas habitués à cela, ils ne voyaient pas les choses de cette manière. Leur femme devait rester à la maison, laver la vaisselle, faire le ménage et s’occuper des enfants. Lit, table et salle de bain [8] . Mais aujourd’hui, non. Aujourd’hui, les femmes sortent de la maison et cela est ce qui est le plus difficile à faire accepter. Il y a encore beaucoup de femmes qui n’ont pas la force d’affronter cette question. Les fils réclament beaucoup également : ‘maman ne reste plus à la maison, cela ne va pas, papa doit obliger maman à rester à la maison, c’est comme ça. Et alors cela crée une grande difficulté pour les femmes. »

    Sandra est d’accord. « Pour moi, Amabela représente notre liberté, on peut faire ce que l’on estime devoir faire, car il y a encore beaucoup de femmes prisonnières du discours du mari. »

    #sexisme #non_mixité #formation #agriculture

  • La lutte des #agricultrices contre le #changement_climatique au #Zimbabwe

    L’année dernière, Chengetai Zonke a perdu une bonne partie de sa récolte de maïs à cause de la sécheresse. Au moment de s’engager à nouveau dans le pari des semis, devenu invariablement risqué en cette ère de changement climatique, elle a décidé de réduire la mise.


    https://www.irinnews.org/fr/reportage/2017/03/08/la-lutte-des-agricultrices-contre-le-changement-climatique-au-zimbabwe
    #climat #femmes #agriculture
    cc @odilon

  • « Territoires perdus de la République » : dans le 9-3 ou les campagnes ? (Journal d’un prof d’histoire)
    http://blogs.rue89.nouvelobs.com/journal.histoire/2015/07/23/territoires-perdus-de-la-republique-dans-le-9-3-ou-les-campag

    Avec ce curieux sentiment qui laisse comme un malaise : l’appel au respect des règles, à la primauté du droit, ce ne serait donc valable que pour les élèves ?
    […]
    Depuis les attentats de janvier, l’école est la cible d’une remise en cause obstinée venant d’un peu partout, des médias comme des politiques, visant à lui faire porter la responsabilité d’une sorte de délitement moral collectif dont l’aspect le plus voyant résiderait dans l’oubli des sacro-saintes « valeurs de la République ».
    […]
    Après tout, alors que les forces de l’ordre brillent par leur absence ou leur serviabilité pour les éleveurs de la FNSEA, il s’est quand même trouvé, l’autre nuit, dans la région rennaise, quelques gendarmes pour partir à la traque d’Oyunaa et de ses deux jeunes enfants menacés d’expulsion vers la Mongolie. Ou encore, la veille, pour expulser une cinquantaine de Roms de leur campement à Bobigny. Les gendarmes étaient également très présents, à Sivens, en octobre, lors de la mort de Rémi Fraisse. La République, grande dame, a ses priorités, des valeurs à défendre…
    […]
    Nos élèves, bien sages en comparaison, ne manqueront sans doute pas de s’interroger sur cette étonnante indulgence concédée à une petite partie du corps électoral, une dérive clientéliste qui fait faire à la République le grand écart entre ses principes affichés et son action : respect des règles, de la loi, du bien commun, interdiction de la violence.
    Une obligation uniquement valable pour les jeunes ? Leur interrogation sera d’autant plus légitime que certains d’entre eux, constamment stigmatisés pour leur appartenance supposée à des quartiers dits « sensibles », des zones de « non-droit », ont à juste titre le sentiment que la loi n’est décidément pas la même pour tout le monde.

    #éducation #éducation_civique #exemplarité #violence #valeur_de_la_République #respect_des_règles

    • très riche en tag ce texte !
      #charlie #ZAD #FNSEA #police #gendarmes #nation #nationalisme #racisme #domination #oppression #colonialisme

      J’ai mon prisme de lecture très axé sur le genre alors ca me frappe dans ce texte. La FNSEA incarne pour moi une sorte de virilité très franchouillarde et cette virilité est défendu par l’etat qui est une entité très patriarcale et viriliste. Et les enfants des classes socio-economiques les plus pauvres et aussi racisés sont eux durement réprimé, ainsi que les femmes avec le voile. Ils sont les boucs-émissaires que l’etat utilise pour que les virils sous-chiens et sous-chienne puissent se défoulé des effets de la crise economique. Il y a aussi la réactivation d’une idée de nation (#identité_nationale disait foutriquet), les" jeunes ds cités " ne sont pas Charlie et on va les chasser et les punir aussi bien par la police, gendarmerie mais aussi par l’école et les agressions commises par les citoyens qui ont explosé depuis janvier.

      On pourrait faire un joli tableau a deux colonnes :

      Bon - Mauvais
      Hommes - femmes & enfants
      Flics - Racailles
      FNSEA - Banlieusard·e·s
      Blanc·he·s - racisé·e·s
      Français·es - Musulman·ne·s
      Souschien·nes - Immigré·e·s

      c’est pas nouveau mais le niveau de décomplexion à afficher ca est élévé. Meme plus besoin d’un ministère de l’identité national, c’est l’education nationale qui fait le job ainsi que les autres ministères mais là on parle de l’ecole.

    • Très intéressante cette grille de lecture @mad_meg. ça donne aussi une explication autre qu’économique au fait que la FNSEA prône une agriculture toujours plus mécanisée et des regroupements d’exploitations, alors que rationnellement ça n’a pas de sens en terme de productivité. Leurs adversaires de la Confédération Paysanne ont montré comment il est possible de faire vivre plus de producteurs sur des fermes plus petites tout en produisant autant et en polluant moins. Et plusieurs rapports (entre autres de la FAO) ont montré que les petites fermes sont plus productives que les grosses.
      Mais leur imaginaire est pétri de ces valeurs de « c’est qui qu’a la plus grosse » : la plus grosse exploitation, les plus grosses machines etc. Tout ce qui ne va pas dans ce sens est pour eux soit « arriéré » (c’est risible mais ils le croient vraiment par exemple pour la Confédération Paysanne) soit sauvage et chevelu et déshumanisé (et qu’il convient donc de chasser #manche_de_pioche cc @odilon), soit effeminé (ce qui dans leur ordre des choses est péjoratif).

    • C’est ce dont parlent les Bourguignon, plus violemment d’ailleurs : les mecs de l’agro-industrie « violent la terre en enfonçant toujours plus profond leur gros engins..., etc ». Je n’ai hélas pas encore eu le temps d’approfondir la question du genre dans l’agriculture mais grosso modo, les femmes sont nettement plus enclines à pratiquer des agricultures paysannes que les hommes. Côté pouvoirs publics, c’est une constante, en agriculture mais pas seulement, en France mais pas seulement, se sont les projets à dimensions industrielles qui séduisent les élus. Peu importe ce que cela sous tend, il faut que ce soit gros, que ça se voit de loin. Idem pour les banques (sans doute pour des raisons plus terre à terre) ils aideront à financer les gros projets mais le petit agriculteur lui, ramera pour mener à bien son projet.

    • Je croi que c’est Delphy qui a étudié le sujet, mais il me semble que les femmes agricultrices sont encore plus particulièrement lourdement discriminées car leur #travail non domestique et reproductif est aussi accaparé par le conjoint. Et les #agricultrices n’ont généralement aucun statu administratif et ne bénéficient de rien sans le bon vouloir de leur conjoint.
      Pour Delphy et ses recherches sur les agricultrices, j’en ai entendu parlé ici dans la conférence qu’elle donne à l’institut Emilie du Chatelet pour présenter son parcours. C’est une super conférence si vous l’avez pas vu je la recommande. La partie sur les agricultrices commence à 20:30 et elle parle de la formation de #castes raciales en France autour de la question du voile, ce qui me semble ramener à la question du rôle de l’école pour former ces castes. c’est à 1:01:26

      http://www.dailymotion.com/video/xmydhg_conference-de-christine-delphy-8-octobre-2011_school

      Et par rapport aux machines, l’accès aux machines est un privilège masculin et un des moyens de domination. Les outils qui sont fait pour les tâches dévolus aux femmes sont plus rudimentaires et moins performants que ceux que se réservent les hommes. Ils évoluent aussi moins vite et moins souvent.
      J’ai pas encore lu mais je met ici ce que je trouve sur les #outils, les #machines, la #technique et le #genre.
      – Paola Tabet, La Construction sociale de l’inégalité des sexes. Des outils et des corps https://lhomme.revues.org/6470

    • @koldobika tout à fait d’accord avec ta remarque sur le mot racaille.
      J’en ai profité pour aller voire la défintion et l’etymologie de ce mot et c’est une insulte classiste.
      http://www.cnrtl.fr/definition/racaille

      Péj. Partie du peuple la plus pauvre, considérée comme la plus méprisable . Synon. canaille, populace.C’est le bouleversement de tout ; la racaille va maintenant à la cour... Les seigneurs sont confondus parmi les va-nu-pieds (Erckm.-Chatr., Hist. paysan, t. 1, 1870, p. 196).Qu’ai-je côtoyé de plus repoussant que ce quartier de ville bâti (...). La racaille n’émergeait de ces profondeurs spongieuses que pour s’injurier d’une voix usée et sans colère véritable (Saint-Exup., Citad., 1944, p. 537).
      − P. ext. [S’emploie pour désigner de façon très méprisante un ensemble d’individus] Synon. crapule (vieilli), fripouille (vieilli).La racaille bourgeoise, révolutionnaire. C’est Masson (...) qui amène toute cette petite racaille académique ! (Goncourt, Journal, 1887, p. 641).Les notaires ? D’la racaille ! Des mecs qui prennent cent sous pour vous écrire deux lignes... (Benjamin, Gaspard, 1915, p. 94).Il leur fallait quelqu’un à qui s’en prendre, quelqu’un qu’on pourrait haïr sans danger (...) ceux qu’on appelait les dissidents, les réfractaires, les patriotes ou simplement les jeunes... la résistance, ce ramassis de vauriens, cette racaille, ces bandits, la résistance, que le diable l’emporte ! (Triolet, Prem. accroc, 1945, p. 410).
      − Rare
      ♦ Une racaille de + subst.Synon. une meute de.[Les] logeuses, [les] concierges, (...) toute une racaille de gens sinistres (Miomandre, Écrit sur eau, 1908, p. 197).
      ♦ [Désigne un, des individu(s)] Synon. de canaille.Ils ont mis une machine derrière le mur, ces racailles ! (Zola, Assommoir, 1877, p. 788).
      Prononc. et Orth. : [ʀakaj], [ʀakɑ:j]. Martinet-Walter 1973 [-a-], [-ɑ-] (14, 3). Att. ds Ac. dep. 1694. Étymol. et Hist. Ca 1140 rascaille agn. (Gaimar, Estoire des Engleis, éd. A. Bell, 1822). Terme originaire des dial. agn. et norm. (supra, FEW t. 10, p. 89a et M. Nezirović , Le Vocab. ds deux versions de Roman de Thèbes, p. 140), dér., à l’aide du suff. péj. -aille , d’un *verbe *rasquer (cf. a. prov. rascar « râcler », Moissac, xves. ds Levy Prov.) corresp. à un a. fr. *rachier ; *rasquer est issu d’un lat. vulg. *rasicare « raser » (également att. par le cat. esp. port. rascar, vénit. lomb. raskar, REW3n o7074), fréquentatif formé sur rasus, part. passé du class. radere (d’où, également le dér. *ras(i)c(u)lare, v. raser). Fréq. abs. littér. : 84. Bbg. Dub. Pol. 1962, p. 395.

    • Je trouve que tout ca met bien en valeur le fait que les différents systèmes de dominations sont intermêlés en une sorte de meta-systhème, en ce moment j’appel ca #patriarKKKapitaloKKKolonialisme histoire de faire un tag pratique à utilisé :p
      Ce jeu de mot avec KKK n’est pas de moi, je l’ai vu sur des sites anarco-féministes et ca m’avais bien plu.
      Le dessin que je fait en ce moment parle un peu de ca. Je met un détail avec une photo moche de mon cru.


      #shamless_autopromo oh et puis j’ai mon tag perso grâce @intempestive #mad_meg ?

    • je reviens sur le texte de Paola Tabet ; La Construction sociale de l’inégalité des sexes. Des outils et des corps
      https://lhomme.revues.org/6470

      Paola Tabet élargit alors le débat. D’après elle, toute nouvelle technique plus sophistiquée ou perfectionnée est aussitôt confisquée par les hommes. Ainsi, chez les Baruya, l’introduction des outils en fer ou en acier a permis aux hommes d’améliorer leur travail et de gagner du temps, tandis que les femmes continuent à utiliser le bâton à fouir et les filets pour le transport et travaillent encore plus en raison de l’extension des terres cultivées (p. 59). Mais les hommes se sont-ils approprié ces nouvelles techniques parce qu’elles sont plus perfectionnées ou parce qu’il s’agit d’outils-armes ? À l’appui de sa thèse, l’auteur donne des exemples d’amélioration d’objets qui ne sont pas des armes. Dès qu’un progrès technique est introduit, les hommes s’attribuent l’instrument, affirme-t-elle. C’est le cas du moulin à vent ou à eau qui a remplacé la meule manuelle. C’est le cas du métier à tisser à pédales ou du tour de potier. Malheureusement, dans cette partie (pp. 62-68), les éléments statistiques manquent pour étayer la démonstration. Or, des exemples isolés ne peuvent servir de preuve. L’introduction de l’électroménager en Occident n’a pas vraiment incité les hommes à faire le ménage, la lessive et la vaisselle. Elle a par contre allégé les tâches domestiques des femmes, leur permettant d’y ajouter du travail salarié à l’extérieur. En d’autres termes, il s’est passé pour les femmes en Occident ce qui s’est passé pour les hommes baruya.

      Patrick Kaplanian qui a écrit ce résumé me semble manquer sa cible lorsqu’il prend l’exemple de électroménager en Occident. Électroménager domestique à destination des femmes est peu performant par rapport aux machines « professionnelles » qui sont celles utilisé par les hommes (souffleuses à feuilles, piano de cuisine des chef, cireuse dans les grandes surfaces qui ressemble à des tracteurs, nettoyant ménager plus efficace ...). Tout cela est bien sur plus polluant.

      Et aussi ce me fait pensé à la #pollution des cours d’eau aux œstrogènes qu’on impute aux femmes parce que quant on dit œstrogène on pense femmes, alors qu’en fait ces pollutions sont causé par les pilules que les agriculteurs donnent aux animaux et qui servent à augmenter la rentabilité et sont dosé pour des éléphantes. Ce qui permet au #Vatican (ou VatiKKKan ^^) de faire une attaque contre les femmes alors que les pollueurs sont les machos de la FNSEA.
      http://www.lemonde.fr/planete/article/2009/01/05/le-vatican-denonce-les-effets-devastateurs-de-la-pilule-sur-l-environnement_
      C’est @anne qui m’avait expliqué cela

      ici avec l’exemple néerlandais, il est dit que la pollution hormonale des eaux est un peu provoqué par les déjections humaines mais que la pollution casé par l’élevage est 10 fois plus importante.
      http://www.iksr.org/uploads/media/Rapport_CIPR_186f_01.pdf

      Bien sur le Vatican va pas faire la leçon a ses meilleurs clients et préfère comme a son habitude pourrir les femmes.
      https://www.youtube.com/watch?v=4nRu4FnXpMw

    • « J’peux pas encaisser les drapeaux
      Quoi qu’le noir soit le plus beau.
      La Marseillaise, même en reggae,
      Ça m’a toujours fait dégueuler.

      Les marches militaires, ça m’déglingue
      Et votr’ République, moi, j’la tringle
      Mais bordel ! Où c’est qu’j’ai mis mon flingue ? »

    • Le sous-équipement technologique constant des femmes par rapport aux hommes révèle que les tâches sont dévolues aux femmes en fonction des outils, et non l’inverse. Les instruments de production-clés sont tenus par les hommes

      Nicole-Claude Mathieu, L’anatomie politique