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    Migrants et travailleurs agricoles saisonniers en France, comment ont-ils vécu cette expérience ?
    Par RFI Publié le : 12/10/2026
    Certains étaient des étudiants, d’autres des enseignants ou encore des comptables dans leur pays d’origine. Une fois arrivés en France, ils se sont retrouvés dans les travaux agricoles saisonniers. Quelles conditions de travail ont-ils rencontrées ? Pourquoi ont-ils accepté ces emplois ? Et comment ont-ils vécu cette expérience. RFI s‘est entretenue avec ces anciens travailleurs agricoles.
    69 - FRANCE [Dossier 1/2] _Enrobé Migrants d’origine subsaharienne dans les travaux agricoles en France -
    Arrivés en France, beaucoup d’entre eux s’engagent dans les travaux agricoles saisonniers, le temps de trouver un emploi ou pour financer leurs études. Djibril Djire, âgé d’une quarantaine d’années est originaire du Sénégal. Il fait partie de ces anciens travailleurs saisonniers : « Je suis arrivé en France en 2010. Pendant les vacances, on travaille tous les jours dans les champs. Quand on est étudiant et qu’on n’a pas un autre travail, cela nous permet de payer au moins les frais d’inscription. Parmi nous, il n’y avait pas que des étudiants, il y avait aussi des pères et des mères de famille ».
    Mamadou Diedhiou, qui est actuellement informaticien a fait les vendanges en France. Il déplore les conditions de travail de ces migrants saisonniers dans les exploitations agricole : « Pour moi, ce n’est pas un travail humain parce que c’est comme si on était chronométrés. Ce sont des conditions qui restent dures et au-delà de cet aspect, je vois une certaine condescendance et un certain mépris de la part des propriétaires. Pour moi, ce ne sont pas des conditions de travail dignes ».En France, le nombre d’ouvriers agricoles étrangers représente plus d’un tiers de la main d’œuvre agricole. En 2024, leur nombre était estimé à 250 000 provenant majoritairement d’Europe de l’Est, du Maghreb et de l’Afrique subsaharienne.

    #Covid-19#migrant#migration#france#economie#agriculture#travailleurmigrant#saisonnier#droit#sante

  • Découvrez les #Enquêtes_publiques et projets d’aménagement en cours en Bretagne en octobre 2026
    ▻https://splann.org/enquetes-publiques-octobre-2026

    Des centaines d’enquêtes publiques sont organisées chaque année en Bretagne. Elles concernent des opérations susceptibles de porter atteinte à l’environnement. Bien souvent, les habitants en prennent connaissance trop tardivement. Chaque mois, la rédaction de Splann ! met en avant des projets d’aménagement du territoire, d’ouvrages et de travaux afin d’encourager le débat, la participation et la mobilisation citoyenne. L’article Découvrez les enquêtes publiques et projets d’aménagement en cours en Bretagne en octobre 2026 est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

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  • The Elimination Project. Israel’s Systematic Dismantling of Palestinian Collective Life in the West Bank

    Since the current Israeli government took office at the end of 2022, and even more so since October 2023, Israel has dramatically escalated its assault on all aspects of Palestinian life in the West Bank. At any moment, Palestinians may be exposed to #violence by soldiers or armed settler militias, arrested and imprisoned, subjected to abuse and humiliation, and sometimes even killed.

    The Elimination Project draws on more than 2,000 testimonies B’Tselem collected from Palestinians since October 2023 and over three decades of documenting the Israeli apartheid regime’s human rights abuses in the West Bank. The report looks at the current reality not as a collection of isolated incidents or specific harms, but as part of a comprehensive mechanism of elimination that works to dismantle the conditions for continued Palestinian existence in the West Bank, while deepening Jewish control and supremacy in an irreversible manner. An examination of the current reality in the West Bank reveals that the project of elimination is now being implemented more openly, directly and violently than before, and increasingly relies on cooperation between official state authorities and settler militias operating in the West Bank with state backing and support.

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=mOsxHzBCll8


    ▻https://www.btselem.org/the_elimination_project
    #Cisjordanie #Israël #Palestine #abus #humiliation #rapport #emprisonnement #droits_humains #milices #intimidation #élimination #déshumanisation #santé_mentale #stress_post-traumatique #seam_zone #routes #apartheid #vallée_du_jordan #checkpoints #colonisation #colons #liberté_de_circulation #accès_aux_soins #travail #économie #permis_de_travail #infrastructure #agriculture #oliviers #oliveraies #éducation #écoles #université #censure #manuels_scolaires #liberté_d'expression #nettoyage_ethnique #dépossession #land_grab #accaparement_des_terres #expulsions #réserves_naturelles #démolition

    • La logica di eliminazione di Israele che sta distruggendo le condizioni della vita palestinese

      Il rapporto “The elimination project” della Ong #B’Tselem ricostruisce la progressiva distruzione della vita palestinese in Cisgiordania sin dalle origini del progetto sionista. Un sistema di violenze strutturali iniziato con la Nakba e che risulta perfettamente integrato nel sistema di colonialismo di insediamento israeliano. Che si è intensificato dopo il 7 ottobre 2023 attraverso cinque meccanismi strettamente interconnessi

      “Da quasi tre anni Israele sta sistematicamente smantellando le condizioni per l’esistenza collettiva palestinese in Cisgiordania. Questo è ‛il progetto di eliminazione’”. Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, ha presentato così “The elimination project”, il rapporto pubblicato a metà settembre dall’organizzazione per i diritti umani israeliana. Il documento, basato su oltre duemila testimonianze e su decenni di documentazione, analizza quanto compiuto da Israele in Cisgiordania come parte di un sistema in cui pratiche diverse agiscono contemporaneamente e si rafforzano a vicenda.

      “Si tratta di un piano strettamente legato alle scelte politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni -spiega ad Altreconomia Yair Dvir, portavoce di B’Tselem-. Se però in passato i politici israeliani hanno sempre cercato di presentare l’occupazione come qualcosa di temporaneo, ora non si preoccupano nemmeno più di nascondere la logica alla base di questo disegno”. Dvir fa riferimento alla “logica di eliminazione” coniata dallo storico australiano Patrick Wolfe, che nel saggio “Settler colonialism and the elimination of the native” descrive il colonialismo di insediamento come un processo che, utilizzando strumenti diversi, -dall’uccisione all’espulsione, dall’espropriazione all’assimilazione- ha come obiettivo la dissoluzione delle comunità e la costruzione di una nuova società sul territorio sottratto.

      B’Tselem individua la “logica di eliminazione” già negli albori del progetto sionista. “Per trovare le prime tracce del piano di eliminazione siamo tornati alle origini del movimento sionista e alla nascita dello Stato di Israele”, prosegue il portavoce della Ong. Il rapporto, infatti, colloca la prima evidente manifestazione di questo sistema nella Nakba, quando “tra il 1947 e il 1949 centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o fuggirono, centinaia di comunità furono distrutte o spopolate e le loro terre rese disponibili all’insediamento israeliano”.

      Nel 1967, con la Naksa e l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, il controllo israeliano si estese ulteriormente a milioni di palestinesi attraverso nuove espropriazioni, la costruzione di insediamenti, restrizioni alla pianificazione territoriale e la frammentazione dello spazio. Come precisa Dvir, “nemmeno gli Accordi di Oslo, negli anni Novanta, interruppero questo processo, lasciando a Israele il controllo di aspetti fondamentali della vita palestinese, tra cui la sicurezza e la pianificazione urbanistica”. In questo quadro, la fase attuale rappresenta quindi un’accelerazione di un processo consolidato, intensificatosi ulteriormente dopo il 7 ottobre 2023.

      La Ong riporta che in questi tre anni “sono aumentati i finanziamenti destinati agli insediamenti, comprese fattorie e avamposti, mentre si è fatto più stretto ed esplicito il coordinamento tra istituzioni statali, esercito, movimento e milizie dei coloni”. B’Tselem richiama a questo proposito il “Decisive plan”, elaborato nel 2017 da Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze del Governo Netanyahu. Il piano prospettava tre possibilità per i palestinesi: rinunciare alle proprie rivendicazioni politiche e vivere sotto la supremazia ebraica, lasciare il territorio o affrontare la repressione violenta in caso di resistenza. “Pur non essendo stato adottato formalmente nella sua interezza -si legge nel report-, alcuni suoi elementi sono oggi rintracciabili in politiche, stanziamenti, trasferimenti di competenze e pratiche attuate sul campo”.

      È su questo sfondo che B’Tselem individua cinque meccanismi attraverso cui in Cisgiordania tale logica si traduce concretamente nella vita dei palestinesi. Il primo è costituito dalla violenza e dall’intimidazione. Il report rivela che tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2026, in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sono stati uccisi 1.087 palestinesi, tra cui 242 minori e 21 donne. Nello stesso periodo, inoltre, almeno 32 detenuti e prigionieri provenienti dalla Cisgiordania sono deceduti nelle carceri israeliane. E si tratta di una violenza che agisce impunemente. Come sottolinea l’organizzazione, “tra il 2005 e il 2025 il 93% delle indagini aperte per le violenze dei coloni contro palestinesi si è concluso senza incriminazioni e solo il 3% con una condanna”.

      La pressione di Israele sulla popolazione palestinese, però, non passa soltanto dalla violenza diretta. Il rapporto mette in luce un secondo meccanismo nel controllo della mobilità. “Checkpoint, cancelli, blocchi stradali, permessi e barriere di separazione frammentano il territorio e rendono imprevedibili gli spostamenti delle persone”, riprende Dvir. Ricordando che “Dall’ottobre 2023 Israele ha introdotto oltre 200 nuovi checkpoint, per un totale di più di 920 ostacoli alla libertà di movimento dei palestinesi”.

      Le conseguenze di questo sistema si misurano anche nella vita quotidiana di chi deve attraversare la Cisgiordania per lavorare, curarsi o raggiungere i servizi essenziali. È quello che racconta in una delle testimonianze raccolte dalla Ong Isma’il Odeh, residente a Deir ‘Ammar, e socio di un negozio di materiali edili a Bitunya, a Ovest di Ramallah. “Prima del 7 ottobre raggiungevo il lavoro in circa 20 minuti con un taxi collettivo, pagando 7 shekel -ha dichiarato-. Dopo la chiusura della strada diretta da parte dell’esercito, sono costretto a utilizzare un percorso alternativo e in condizioni normali -senza traffico né checkpoint– il tragitto richiede circa 40 minuti e costa 10 shekel”. Tra l’aumento del costo del carburante e la durata degli spostamenti, oggi Odeh riesce a recarsi al lavoro solo a giorni alterni.

      Il terzo meccanismo riguarda invece l’economia. La restrizione degli spostamenti, infatti, finisce per avere conseguenze sul reddito delle famiglie palestinesi e, più in generale, sulle loro condizioni di vita. Come puntualizza Dvir, “nel tempo Israele ha costruito una forte dipendenza dell’economia palestinese dalle proprie decisioni, controllando valichi, risorse e sviluppo del territorio”. Per decenni la forza lavoro palestinese è stata impiegata nel mercato israeliano legando una parte dei redditi all’accesso ai permessi di lavoro oltre la Linea Verde.

      Inoltre, dopo il 7 ottobre 2023, si legge nel report, la revoca della maggior parte di questi permessi “ha aggravato una situazione già fragile: il tasso di disoccupazione in Cisgiordania, pari al 13,1% nel 2022, nel 2025 ha superato il 31%”. A questo si aggiunge il trattenimento da parte di Israele delle entrate fiscali destinate all’Autorità palestinese, che -precisa il portavoce della Ong- “ammontano a oltre 14 miliardi di shekel (quattro miliardi di euro, ndr)”. Gli effetti di queste pratiche si riflettono direttamente sui servizi pubblici, che operano con risorse ridotte. “L’Autorità palestinese fatica a pagare gli stipendi, gli ospedali sono al collasso e le scuole hanno ridotto l’orario delle lezioni perché non ci sono fondi sufficienti”, afferma Dvir.

      Il controllo, però, non condiziona solo la possibilità di spostarsi e di lavorare: Israele colpisce anche la capacità della società palestinese di organizzarsi ed esprimere forme di opposizione. Arresti, sorveglianza e sanzioni nei confronti di organizzazioni, attivisti, giornalisti e studenti comportano la progressiva distruzione del tessuto politico e sociale. È il quarto meccanismo evidenziato da B’Tselem, che a questo proposito ricorda come, tra il 1967 e il 2019, “Israele ha messo fuori legge oltre 400 organizzazioni politiche palestinesi”.

      E alla repressione del dissenso si accompagna la riduzione dello spazio fisico in cui le comunità possono continuare a vivere. Il quinto meccanismo -“pulizia etnica e controllo territoriale”- passa attraverso restrizioni edilizie, demolizioni, la sottrazione di territorio e l’espansione degli avamposti e degli insediamenti dei coloni. “Dal 1967, Israele ha assunto il controllo di oltre due milioni di dunam, più di un terzo della Cisgiordania. A luglio 2026, inoltre, 1,07 milioni di dunam -pari al 18% del territorio- erano sotto il controllo delle milizie dei coloni”, precisa Dvir. E ancora, secondo i dati riportati dalla Ong, tra il 2023 e il 2025 sono stati istituiti 185 nuovi avamposti, mentre a giugno 2026 è stata documentata l’espulsione di 64 comunità palestinesi e l’espulsione parziale di altre 18.

      La logica descritta da B’Tselem non si ferma ai confini della Cisgiordania. La sua forma più estrema è riscontrabile a Gaza, dove la distruzione della società palestinese ha assunto una dimensione genocidaria. “È importante capire che la logica di eliminazione è figlia di un’unica struttura, che comprende il sistema politico suprematista, l’esercito e, purtroppo, gran parte della società israeliana”. Per questo è necessaria una maggiore pressione su Tel Aviv da parte dei governi e della comunità internazionale. “Negli ultimi mesi ci sono state alcune sanzioni legate agli insediamenti e a pochi coloni e di recente alcuni Paesi hanno annunciato misure per interrompere il commercio con le colonie ma si tratta di provvedimenti molto parziali -conclude Dvir-. Israele, però, deve rendere conto di tutti i crimini commessi e questo è il momento in cui continuare ad aumentare la pressione”.

      ▻https://altreconomia.it/la-logica-di-eliminazione-di-israele-che-sta-distruggendo-le-condizioni
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  • In Umbria il progetto #Resta dà nuova vita agli uliveti marginali abbandonati

    #Massimiliano_Buratta ha lanciato nel 2026 un’iniziativa per recuperare appezzamenti nelle colline intorno a Perugia, riscoprendo le varietà tradizionali. Con un crowdfunding l’iniziativa ambisce a creare nuove opportunità di lavoro

    “La terra ha bisogno di presenza”: lo ha scritto Massimiliano Buratta sul sito di Resta, il progetto che ha avviato nel corso del 2026 in Umbria con l’obiettivo di recuperare uliveti marginali e coinvolgere una comunità a sostegno della sua iniziativa.

    “Da diversi anni mi occupo di olivicoltura, dalla potatura alla gestione della pianta a tutto tondo. L’idea di Resta -racconta ad Altreconomia– nasce da ciò che ho osservato in questi anni rispetto alla cura che va data agli ulivi. Quella di cui necessitano infatti è continua nel tempo: nel momento in cui vengono abbandonati, anche solo per qualche anno, la produzione di olio si riduce e diventa più oneroso tornare a ‘riformare’ e recuperare le piante”.

    Buratta ha 32 anni e prima di dedicarsi agli ulivi è stato un programmatore nell’ambito dell’automazione industriale: il sito e la scelta di strutturare una campagna di crowdfunding godono di alcune competenze che vengono dal suo passato, prima di entrare in disoccupazione, prendere un casolare con degli amici, a Collemancio, vicino Bevagna (PG), e iniziare a lavorare in ambito agricolo, dedicandosi per quattro anni all’apprendistato.

    Resta è una piattaforma che permette di seguire tutte le attività legate alla gestione dei dieci uliveti attualmente curati da Massimiliano Buratta, nove dei quali in affitto e uno di famiglia, per un totale di cinquemila metri quadrati. “La gran parte sono abbandonati e tutti sono marginali”, spiega.

    In questo caso per “marginali” si intendono uliveti caratterizzati da sesti d’impianto ampi, terreni in pendenza e difficoltà di accesso: condizioni che determinano una bassa resa per ettaro, tipica di molta olivicoltura italiana, e che rendono difficile competere sui mercati nazionali e internazionali con quella spagnola, che ha puntato invece su poche varietà coltivate e sesti d’impianto molto stretti, a scapito della biodiversità e anche del paesaggio. Nei dieci uliveti, oltre a Frantoio, Leccino e Moraiolo -le tre cultivar più diffuse nel Centro Italia- si trovano anche Pendolino e Dolce Agogia, varietà autoctone dell’area delle Colline del Lago Trasimeno.

    “La maggior parte degli uliveti sono a Montelaguardia, a circa 400 metri sul livello del mare” aggiunge. Montelaguardia è una frazione collinare di Perugia. Qui -dall’osservazione e dalla relazione- nasce Resta, il cui credo può essere riassunto in tre claim: “Olio tracciabile, territorio curato e impatto visibile”.

    Quella del 2026 sarà la prima raccolta. Buratta spiega che dei quasi cinque ettari di oliveto che gestisce non tutti ad oggi sono produttivi: chi acquista la bottiglia special edition permette al progetto di crescere e a lui -che oggi fa altri due lavori- di dedicarsi a riformare tutti gli uliveti, alcuni dei quali hanno bisogno di interventi profondi per tornare a produrre. Tutti i passi in corso e quelli futuri sono descritti sul sito, grazie a codici “scritti a mano” che permetteranno -a partire da ogni bottiglia acquistata- di leggere il lavoro di recupero, le lavorazioni svolte in campagna, la geolocalizzazione e le foto delle piante.

    Le pratiche agricole di Resta sono improntate al basso impatto e con l’utilizzo di trattamenti di origine naturale. Contro la mosca, ad esempio, si usa il caolino, che è calce, o le trappole attract and kill, con un feromone che è specifico per la mosca ma non è pericoloso per altri insetti utili.

    In vista dell’autunno 2026 Buratta ha immaginato anche una bottiglia speciale, una supporter edition di 100 bottiglie, tutte numerate, ognuna delle quali è associata al supporto di 20 metri quadrati di paesaggio agricolo: “Ogni utente sulla piattaforma avrà accesso a una dashboard personale con tutte le informazioni”, racconta Buratta, che al momento porta avanti il progetto da solo, salvo coinvolgere altre persone per la raccolta.

    “Tutto è iniziato con un post su Facebook in cui scrivevo che ero alla ricerca di uliveti abbandonati e marginali. Sono stato contattato da tante persone e ho dovuto fare una selezione. Non ho ancora l’assetto o la capacità economica e gestionale per un numero maggiore. Quest’anno posso stimare al massimo una produzione di 500 litri -racconta-. Nel tempo, però, vorrei riuscire a portare lavoro in un settore che, per quello che ho potuto osservare, vede molto caporalato e molta occupazione irregolare. Il mio obiettivo è conciliare il lavoro alla tutela dei nostri paesaggi e della cultura che c’è dietro all’olio extravergine d’oliva”.

    Le olive raccolte non saranno mescolate: ogni appezzamento racconta una storia, dietro la quale ci sono una persona o una famiglia “che me ne ha affidato la cura e vorrei far emergere anche questi volti”. Il futuro dell’olivicoltura italiana dipende anche dalla capacità di comunicare la sua unicità, che è legata a nomi, cognomi e storie di un’agricoltura contadina che non va difesa nella trappola dell’identità ma accompagnata nel futuro.

    ▻https://altreconomia.it/in-umbria-il-progetto-resta-da-nuova-vita-agli-uliveti-marginali-abband
    #oliveraie #abandon #récupération #Ombrie #Italie #Perugia #oliviers #huile_d'olive #Collemancio #Bevagna #agriculture #marginalité #Montelaguardia

  • Épidémie de cancers : « On ne veut pas tomber malades pour sauver une filière agricole »

    ▻https://www.mediapart.fr/journal/france/011026/epidemie-de-cancers-ne-veut-pas-tomber-malades-pour-sauver-une-filiere-agr

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=Qyg4yWmkklU

    Octobre rose individualise un problème collectif et éminemment politique. Notre eau, notre sol, notre nourriture, notre atmosphère sont pollués. Les liens entre les cancers et les pesticides sont avérés. Pourtant, les lois censées les encadrer s’assouplissent.

    Après la loi Duplomb en France, place à la directive européenne omnibus, une loi Duplomb XXL bientôt en discussion. Et les malades sont toujours plus nombreuses et nombreux. Plus de 430 000 nouveaux cas détectés chaque année en France. Leur colère gronde, celle des médecins aussi, des agriculteurs et agricultrices, des citoyen·nes.

    Une émission présentée par Samia Dechir, préparée avec Raphaël Gribe Marquis et Mathieu Mialaret.

    Avec :

    Fleur Breteau, fondatrice et porte-parole du collectif Cancer Colère et autrice de Cancer Colère (Seuil, 2026) ;

    Éléonore Bridge, autrice d’Octobre Rage (Leduc, 2026) ;

    Amélie Cadier-Loriaud, médecin radiologue, spécialisée en imagerie de la femme, philosophe et autrice de Nos corps politiques (Seuil, 2026) ;

    Pierre Sujobert, médecin, professeur d’hématologie, spécialiste des cancers du sang (voir sa déclaration d’intérêts).

  • Au Liban, le départ des réfugiés syriens laisse un vide inattendu : « Ils dormaient sur des matelas au sol, et ils ne se plaignaient jamais »
    ▻https://www.lemonde.fr/international/article/2026/10/03/au-liban-le-depart-des-refugies-syriens-laisse-un-vide-inattendu-ils-dormaie

    Dans le camp "Alya mall", en périphérie de Bebnine, au nord du Liban le 2 septembre 2026. NISSIM GASTELI POUR « LE MONDE »
    NISSIM GASTELI POUR « LE MONDE »
    Le retour en Syrie de milliers de réfugiés après la chute du régime de Bachar Al-Assad était réclamé au Liban. Dans l’Akkar et la Bekaa, leur départ se fait pourtant déjà sentir : agriculteurs en quête de bras, activité en baisse et financements internationaux qui se tarissent révèlent une dépendance jusque-là occultée.De la marée de tentes blanches qui recouvrait autrefois la vaste parcelle, il ne reste plus rien. La terre a repris ses droits : gombos, maïs, aubergines, choux-fleurs et laitues poussent désormais sur le terrain verdoyant de Rihaniyé, situé sur une colline à l’orée de Bebnine, ville de l’Akkar, région du nord du Liban frontalière de la Syrie.Alors que septembre crache une chaleur digne du mois d’août, Ahmad Al-Boustani, ouvrier agricole chargé de la parcelle, déambule entre les hauts plants fleuris de gombos qui le dépassent d’une tête. « J’ai désherbé le champ aujourd’hui », dit l’homme au visage brûlé par le soleil. En bord de route, face au terrain, une bâche déchiquetée du Haut-Commissariat des Nations unies pour les réfugiés (HCR) fait office de relique de ce qui fut l’un des plus grands camps de déplacés syriens de Bebnine. « Il y avait environ 250 tentes sur les 2,2 hectares qu’on a remis en culture. Des réfugiés syriens qui avaient fui la guerre chez eux en 2011. A la libération [la chute du régime de Bachar al-Assad, fin 2024], ils ont tout démonté, tout emporté et ils sont partis », raconte-t-il.
    Pays étroit que l’on traverse du nord au sud en à peine plus de 200 kilomètres, le Liban a accueilli plus de 1,5 million de réfugiés venus de Syrie, sans compter les milliers qui échappaient aux statistiques. L’Akkar et l’ensemble du Nord ont été la porte d’entrée du premier afflux en 2011. Avec la Bekaa, à l’est, ces deux régions agricoles constituent le plus grand foyer d’accueil. Mais depuis la chute du régime de Bachar Al-Assad, le pays du Cèdre observe un phénomène de retour. A la fin du mois d’août, 681 612 Syriens enregistrés par le HCR avaient regagné leur pays.
    Longtemps décrite comme un poids insoutenable par les autorités, la présence de ces centaines de milliers de déplacés venus de Syrie – un voisin dont trois décennies de présence militaire au Liban ont durablement marqué le pays – révèle aujourd’hui, à mesure qu’ils repartent, un paradoxe : la place qu’ils avaient prise dans l’économie locale. « Les Syriens ont comblé nos besoins dans l’agriculture, l’industrie, le commerce, et ils consomment aussi ! Ils ont créé de l’activité dans la région. Le Liban a besoin des Syriens, mais il en a besoin comme main-d’œuvre. Des millions, cela devient un fardeau ! », confie, affairé derrière des piles de documents, Mahmoud Jawhar, le chef de la municipalité de Bebnine.
    L’Akkar est la région la plus démunie du Liban et Bebnine, située à 11 kilomètres au nord-est de la ville côtière de Tripoli, en constitue l’entrée. Sur les bords de ses routes défoncées, les détritus rivalisent avec les commerces de fortune. Une odeur âcre d’égout imprègne l’air. Dans un pays où l’Etat est en faillite et les municipalités exsangues, l’afflux massif des réfugiés a permis de drainer, pendant plus d’une décennie, des centaines de millions de dollars d’aide internationale pour aider les localités à absorber la pression sur leurs infrastructures à travers des projets d’accès à l’eau, d’assainissement, de gestion des déchets, ou encore de soutien aux écoles et aux dispensaires.
    A Bebnine, le nombre de déplacés syriens a atteint près de 20 000 au plus fort de la crise. Il est retombé à 5 000 aujourd’hui, selon le maire, et l’aide a désormais disparu. « Après la chute du régime à Damas, nous avons été informés que l’essentiel des financements était désormais réorienté vers le soutien au retour des réfugiés en Syrie. Et nous ne pouvons rien fournir à nos habitants : il n’y a pas de financement de l’Etat, pas de dotations, rien. », assure Mahmoud Jawhar.
    Au centre de soins de santé primaires Al-Iman, situé sur la place principale de la ville, la diminution de la fréquentation des déplacés permet de « enfin respirer ». C’est du moins ainsi que le formule Suzanne Eid, l’infirmière en chef, évoquant les années du Covid-19, puis le choléra qui a touché l’Akkar en 2022. « Depuis que les camps se sont vidés, il y a moins de saletés, moins d’épidémies et les Libanais trouvent enfin de la place pour se soigner. Mais l’activité et les financements ont chuté : treize employés ont été licenciés et ça risque de continuer », reconnaît-elle.A Rihaniyé, les propriétaires de l’ancien camp ont recommencé à cultiver leurs terres, sans grand profit. « Juste de quoi manger », d’après son gérant. Lorsqu’il était occupé par les Syriens, il était loué pour près de 20 000 dollars (17 700 euros) par an, en comptant le salaire versé chaque mois pour son gardiennage, déboursé pendant douze ans par une organisation caritative soutenant l’accueil des réfugiés. A présent, Ahmad Al-Boustani peine à trouver des ouvriers agricoles. Les Syriens ne sont plus disponibles et les rares Libanais qui acceptent de faire ce travail sont réputés pour « leur exigence ». « Aujourd’hui, pour récolter ce gombo, j’ai dû faire venir quatre Libanais. Ils ont terminé le boulot au bout de neuf heures. Avec des Syriens, en trois heures, ça aurait été plié. »
    Dans la Bekaa, la plaine nourricière du Liban, les Syriens constituent également la base de la main-d’œuvre agricole. « On en a besoin aussi dans la construction, les usines, la manutention, soutient Mohammed Al-Majzoub, maire de Ghazzé et président de l’Union des municipalités d’Al-Sahl, toutes dépendantes de l’agriculture. Sans compter la collecte des déchets. Vous pensez qu’un Libanais accepterait de faire ça ? », s’emporte l’élu, qui plaide pour une solution afin de freiner l’hémorragie.Depuis 2024, les autorités libanaises ont durci la lutte contre le travail irrégulier des Syriens. Des commerces en infraction ont été fermés et les contrôles dans les entreprises renforcés, au nom de la protection de l’emploi libanais. Mais dans le secteur agricole, le gouvernement cherche désormais à encadrer leur travail. Le ministre de l’agriculture ne semble pas inquiet. « Leur nombre a diminué, mais nous ne faisons pas face à une pénurie telle qu’elle empêcherait les projets agricoles de fonctionner », avance Nizar Hani. « Nous travaillons à un dispositif pour garantir aux exploitations la main-d’œuvre saisonnière régularisée dont elles ont besoin », poursuit le ministre.
    Un tel cadre permettrait, certes, de rassurer le secteur, mais aussi d’améliorer les conditions de travail des Syriens. Car derrière la dépendance à cette main-d’œuvre se cache l’exploitation de travailleurs vulnérables et bon marché, longtemps contraints d’accepter des conditions indignes. « Regardez cette petite baraque, c’est ici qu’on les logeait. » Ammar El-Hajj désigne une cabane située à gauche du chemin cahoteux qui mène à l’exploitation agricole familiale qu’il détient avec ses cinq frères. « Ils dormaient sur des matelas au sol, et ils ne se plaignaient jamais. Personne d’autre qu’un Syrien n’accepterait de vivre ainsi ! Mais ça, c’est fini. »Réunie sur des chaises bancales autour d’un café, la fratrie se plaint de la difficulté à trouver des travailleurs. La famille en emploie une dizaine, rémunérés 20 dollars la journée. « Quand ils étaient regroupés dans les camps, c’était facile. Maintenant, il faut faire le tour de plusieurs localités pour espérer trouver quelques ouvriers. Ils sont moins disponibles et ils ont doublé leurs tarifs : ils savent qu’ils sont très demandés », rouspète l’un d’entre eux. Aucun scrupule chez les frères : pour eux, c’est la faute de l’Etat, qui n’apporte « aucun soutien aux agriculteurs ».
    « Ils sont mécontents que l’on augmente le prix de la journée, mais c’est la vie qui a renchéri », se défend Fatem El-Sahi. Originaire de Rakka, en Syrie, qu’elle a fui pour soustraire ses fils au recrutement de l’organisation Etat islamique (EI) en 2014, elle gère le seul regroupement de Syriens qui demeure à Bebnine. Avec les autres familles du camp, ils forment un groupe de travailleurs agricoles mobilisés à la saison, pour « 13 dollars la journée » sur une période de six mois. Sous les bâches de fortune vivent encore ceux qui, comme elle, n’ont pas tenté un retour, pour des raisons de sécurité ou parce que rien ne les attend là-bas. Bien qu’ils ne soient pas quantifiés par les organisations, de nombreux Syriens sont également revenus au Liban, faute d’avoir trouvé de quoi s’établir dans leur pays d’origine.
    Les deux frères El-Ezzo, eux, n’y ont même pas songé. « Nos parents sont morts ici, je ne veux pas qu’on s’éloigne de leur sépulture », dit Younes, l’aîné, âgé de 25 ans, tee-shirt déchiré, accroupi dans sa tente, où l’air est absent et la chaleur suffocante. Qoussaï le rejoint, entièrement recouvert de poussière noire. Il vient de passer six heures à décharger des sacs de charbon pour 15 dollars. Demain, le garçon de 16 ans ne sait pas s’il aura du travail. « Tout ce qu’on trouve, on le fait. Mais je rêve de voyager pour étudier. Vous pouvez m’aider ? »

    #Covid-19#migrant#migrant#liban#syrie#retour#refugie#economie#agriculture#sante

  • #saluzzo: bilancio di un’altra stagione di #sfruttamento in #agricoltura
    ▻https://radioblackout.org/2026/10/saluzzo-bilancio-di-unaltra-stagione-di-sfruttamento-in-agricoltura

    In queste settimane termina la stagione ad alta intensità di manodopera per la raccolta della frutta in #piemonte. Per molti braccianti questo coincide con un momento di partenza verso altre regioni del sud Italia, dove poter trovare altri lavori in agricoltura. Anche questo anno, a Saluzzo, le condizioni di vita e #lavoro in questo ambito […]

    #L'informazione_di_Blackout #braccianti_nel_saluzzese
    ▻https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/09/Raccolti-Resistenti-30-settembre.mp3

  • « Le plus grand cancérigène, c’est l’inaction politique »
    ▻https://www.terrestres.org/2026/09/30/le-plus-grand-cancerigene-cest-linaction-politique

    Des enfants tombent malades, des parents entrent en lutte, et pendant ce temps les #Pesticides n’en finissent pas de polluer les #Corps et les milieux. Deux enquêtes majeures dénoncent une situation ahurissante et appellent à des changements radicaux. Entretien croisé avec les autrices, à la veille de la journée de mobilisation internationale “Stop pesticides”. L’article « Le plus grand cancérigène, c’est l’inaction politique » est apparu en premier sur Terrestres.

    #Agriculture #Luttes #Médecine #Politiques_publiques #Pollutions #Sciences

  • En #Loire-Atlantique, le méthaniseur « exemplaire » de la chambre d’agriculture en zone de turbulences
    ▻https://splann.org/methaniseur-derval-turbulances

    À #Derval (44), l’unité de #méthanisation de la ferme expérimentale de la chambre d’agriculture départementale de Loire-Atlantique a été épinglée par la #préfecture pour des #rejets non conformes et récurrents dans le milieu naturel. Des infractions qui s’ajoutent à des difficultés techniques et financières. L’article En Loire-Atlantique, le méthaniseur « exemplaire » de la chambre d’agriculture en zone de turbulences est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Industrie_agroalimentaire #agriculture_intensive #eau #mise_en_demeure #pollution #sol

  • En #Loire-Atlantique, un méthaniseur « exemplaire » en zone de turbulences
    ▻https://splann.org/en-loire-atlantique-un-methaniseur-exemplaire-en-zone-de-turbulences

    À #Derval (44), l’unité de #méthanisation de la ferme expérimentale de la chambre d’agriculture départementale de Loire-Atlantique a été épinglée par la #préfecture pour des #rejets non conformes et récurrents dans le milieu naturel. Des infractions qui s’ajoutent à des difficultés techniques et financières. L’article En Loire-Atlantique, un méthaniseur « exemplaire » en zone de turbulences est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Industrie_agroalimentaire #agriculture_intensive #eau #mise_en_demeure #pollution #sol

  • #fourches jouera « #silence_dans_les_champs » à #landerneau ce jeudi 24 septembre avec « Splann ! »
    ▻https://splann.org/fourches-silence-dans-les-champs-landerneau

    Le collectif Fourches jouera son adaptation rock de « Silence dans les champs », ce soir, à Landerneau. « Splann ! » animera un échange autour des conséquence du dérèglement climatique sur l’agriculture à l’issue du #concert. L’article Fourches jouera « Silence dans les champs » à Landerneau ce jeudi 24 septembre avec « Splann ! » est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Industrie_agroalimentaire #agriculteurs #agriculture #agroindustrie #Arnaud_Kermarrec-Totorici #changement_climatique #climat #françois_joncour #Jean-François_Glinec #kristen_falc'hon #le_family #musique #nicolas_legendre #Olivier_Glinec #paysans #rock_noise

  • #Pesticides : « Derrière chaque enfant malade, il y a une #responsabilité_collective »

    Dans une #bande_dessinée qui sort en librairie, la chercheuse #Laurence_Huc raconte la #bataille des familles d’enfants victimes des pesticides, et son travail pour apporter les #preuves_scientifiques de leur exposition à des substances toxiques.

    La scientifique Laurence Huc a un profil atypique. Toxicologue à l’Institut pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement (Inrae), elle publie des études sur la #dangerosité pour les humains de #substances_chimiques. Sociologue des sciences, elle travaille pour l’Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) sur la difficile prise en compte par les pouvoirs publics des connaissances scientifiques sur les dangers des pesticides. C’est aussi une « lanceuse d’alerte » revendiquée, qui s’est prononcée pour l’interdiction du #glyphosate ou contre la loi Duplomb.

    Dans une bande dessinée qui sort en librairie jeudi 17 septembre, Pesticides. Leurs ravages sur la santé des enfants (Les Printanières), elle partage un autre aspect de son engagement : l’appui scientifique qu’elle apporte à des malades pour qu’ils et elles soient reconnu·es comme des victimes des pesticides.

    La légèreté du dessin de Marguerite Boutrolle aide à affronter l’âpreté du sujet : la bataille de parents des vingt-cinq petit·es malades du cancer à Sainte-Pazanne, une commune rurale près de Nantes, en Loire-Atlantique, ou encore celle de la mère de Lubin, né malade en Champagne après avoir été exposé in utero à une centaine de produits chimiques.

    « Mediapart » : Vous publiez cette bande dessinée à sept mois d’une présidentielle à haut risque, alors que le Rassemblement national (RN) décrédibilise la science et vote pour le maintien des pesticides, que la loi Duplomb qui réintroduit les néonicotinoïdes est passée cet été sans être retoquée par le Conseil constitutionnel… Quel est votre but ?

    Laurence Huc : Je n’ai pas calculé par rapport à l’élection présidentielle, mais la bande dessinée arrive en effet à un moment intéressant. J’avais en tête de sensibiliser le grand public à ces questions environnementales, de montrer comment les choix que nous faisons ont des conséquences pour la santé des enfants. Chaque enfant malade est un drame individuel, mais derrière chacun d’eux, il y a une responsabilité collective. Il faut sortir des individualismes.

    Avez-vous cherché, en faisant le choix d’écrire sous la forme d’une bande dessinée, à vous adresser à un public le plus large possible ?

    Au départ, j’avais plutôt en tête un roman. Je pensais que la fiction était une façon efficace de toucher les gens. J’ai suivi des ateliers d’écriture, mais cela ne percutait pas. Finalement, l’éditrice Astrid Desbordes m’a proposé ce format, avec toute une équipe derrière. Cela m’a donné les épaules, cela n’avait plus rien à voir avec l’écriture toute seule dans mon coin ! Le dessin permet de faire de la pédagogie, d’apporter de l’humour… On retient plus facilement des images que des tonnes de blabla.

    Cette bande dessinée s’appuie sur de solides annexes. C’est un réflexe de scientifique ?

    Quand je travaillais sur les hydrocarbures, je n’avais pas ce réflexe, car il était très rare que l’on remette en question mon travail. Sur les pesticides, les attaques sont incessantes. Je trouvais nécessaire que pour chaque argument avancé, il y ait une référence scientifique.

    C’est aussi une documentation importante pour qui souhaiterait s’y plonger davantage. C’est pourquoi j’ai mis, par exemple, les plans de l’usine qui se trouvait à côté de l’école de Sainte-Pazanne.

    Cette bande dessinée est-elle une façon de donner des outils aux victimes et aux familles restées silencieuses jusqu’à présent ? Vous y parlez de deux situations où des familles d’enfants malades se sont mobilisées et ont fait appel à vous. Mais il y a tant d’autres victimes…

    Oui, je me suis dit que les combats sur lesquels je me suis concentrée pouvaient servir à d’autres. En espérant toutefois que ces familles n’aient pas à se battre autant que celles que j’ai accompagnées. C’est très difficile d’engager une démarche pour être reconnu comme victime de pesticides. La bande dessinée montre que c’est utile, et que cela peut aider à la reconnaissance de maladies qui ne sont pas reconnues aujourd’hui. Même si des parents s’épuisent.

    Je raconte l’histoire d’Ophélie, qui se bat pour la reconnaissance de la maladie de son fils Lubin par le fonds d’indemnisation des victimes de pesticides. Cela pourrait créer une jurisprudence. Elle a gagné en première instance, mais le fonds a fait appel. En deuxième instance, le jugement a été confirmé, mais le fonds va devant la Cour de cassation. Ce nouveau rebondissement, très récent, n’est pas dans la BD. Pour Ophélie, ce sont à nouveau deux ans d’attente, c’est très dur.

    Comment vous êtes-vous rapprochée de ces familles ?

    Je suis toxicologue en santé humaine. J’ai d’abord travaillé sur la toxicité des hydrocarbures sur le foie. Cet organe est très important, car il détoxifie les substances chimiques. Il permet aussi d’étudier les processus de cancérisation.

    Puis, en 2021, j’ai commencé à étudier la sociologie des sciences, pour comprendre comment les connaissances en santé publique sont prises en compte ou ignorées dans la réglementation et les politiques publiques. Ophélie m’a contactée après m’avoir entendue parler à la radio.

    Pour le cluster [c’est-à-dire un nombre de cas plus élevé qu’ailleurs – ndlr] de Sainte-Pazanne, c’est la députée Sandrine Josso (MoDem), elle-même maman d’une fille touchée par un cancer, qui m’a contactée à la suite d’une audition en commission parlementaire à laquelle j’avais participé. J’ai alors écouté le récit d’une des mamans de l’école de Sainte-Pazanne. J’ai été foudroyée.

    Avez-vous hésité à vous engager en tant que scientifique auprès de ces personnes ? Chercheurs et chercheuses ont-ils vocation à sortir de leur laboratoire ?

    Je ne me suis pas trop posé de questions sur le moment. J’avais déjà été interpellée par la manière dont les autorités niaient les connaissances scientifiques sur les effets cancérigènes avérés de certains produits et les effets cocktail. Je me suis mise, sur mes week-ends, mes vacances, mes soirées, à apporter mon aide à toutes ces personnes. Pour la première fois, il y avait quelqu’un qui prêtait attention à ce qu’elles disaient.

    À Sainte-Pazanne, l’ARS [agence régionale de santé] et SPF [Santé publique France – ndlr] ont enquêté sur les cas de cancers pédiatriques en envoyant des questionnaires, sans parler avec les familles. Ces deux agences sont hors sol. Leur gros subterfuge, c’est de refuser de voir les enfants malades.

    Finalement, pour l’ARS et SPF, les cancers pédiatriques à Sainte-Pazanne ne sont pas un cluster : il n’y a « pas assez » d’enfants malades du cancer sur la zone étudiée. En réalité, l’ARS et SPF ont exclu de nombreux cas : un enfant malade scolarisé à l’école mais qui n’habitait pas à Sainte-Pazanne, un autre qui a déménagé, tous les enfants de plus de 16 ans. Ils ont aussi élargi la période étudiée, incluant des années où aucun cas ne s’était déclaré.

    Il y a une forme de mépris de l’ARS. Mais en face, il y a la capacité de tout un chacun de se saisir des données scientifiques. Les habitants ont clairement senti qu’on les roulait dans la farine. Ensemble, nous avons monté un institut citoyen de recherche, pour poursuivre le travail. Cette science participative a plus d’impact que la recherche académique. On ne fait pas des études hors sol. On se pose les questions pour lesquelles les citoyens attendent des réponses.

    ous témoignez également dans le livre « Pesticides Kids », des journalistes Sophie Chapelle et Nolwenn Weiler, qui sort lui aussi jeudi 17 septembre en librairie. Vous inscrivez-vous dans une lignée de scientifiques lanceuses d’alerte ?

    Certaines figures sont en effet très inspirantes pour moi. La biologiste états-unienne Rachel Carson bien sûr, qui a alerté très tôt sur les pesticides, mais aussi l’épidémiologiste Theo Colborn, considérée comme la mère des perturbateurs endocriniens. Elle a beaucoup travaillé sur l’approche interdisciplinaire, en partant du fait que tous les êtres vivants sont soumis aux mêmes mécanismes de perturbation endocrinienne.

    La pneumologue Irène Frachon est aussi quelqu’un qui me donne du courage. Le film La Fille de Brest, qui raconte son combat, m’a beaucoup marquée. Elle est très attachée à ses malades, et m’a fait comprendre qu’il était important de nommer les personnes. Cela donne à voir une réalité.

    Pour Ophélie et son fils Lubin, vous avez fourni un argumentaire scientifique pour la justice. Comment avez-vous travaillé ?

    Ophélie est ingénieure conseillère viticole. Elle avait déjà fait la liste des 108 produits toxiques auxquels elle avait été exposée pendant sa grossesse, alors qu’elle travaillait dans les vignes. Elle avait même fait un calendrier de sa grossesse, avec les dates d’exposition aux différents pesticides.

    De mon côté, j’ai pu déterminer lesquels sont reprotoxiques, dangereux pour le fœtus, et à quel moment de son développement. Il y a beaucoup de publications qui démontrent cette toxicité. Et parfois, elle est même reconnue par les industriels eux-mêmes, dans les dossiers réglementaires de leurs produits. Cette expertise a convaincu deux fois les experts judiciaires, qui sont des médecins.

    Vous racontez dans la BD que vous avez demandé à quitter votre laboratoire de l’Inrae de Toulouse. Vous y avez rencontré des difficultés ?

    À partir du moment où j’ai monté mon équipe pour travailler sur les pesticides, j’ai été confrontée à des difficultés institutionnelles. Des projets étaient bloqués. J’avais des financements, mais on n’avait pas les locaux, les recrutements étaient retardés. La philosophie à l’époque n’était pas de défendre la santé publique, mais plutôt de ne pas froisser les agences réglementaires en montrant leurs trous dans la raquette. Avec de nombreux financements venant de l’agrochimie ou de l’agroalimentaire. Aujourd’hui, je travaille avec des laboratoires qui défendent la santé publique.

    Vous revenez également sur quelques-unes des attaques publiques que vous subissez, comme celle du député Laurent Duplomb (Les Républicains), qui vous a qualifiée de « scientifique militante au service de la décroissance ». Sont-elles fréquentes ?

    Ce n’est pas nouveau, mais cela s’est intensifié sous le second mandat d’Emmanuel Macron. La crispation est d’autant plus forte qu’on est près du mur : on est au bout de notre système agricole.

    Avec l’augmentation des cancers, j’estime qu’on paie aujourd’hui le prix des expositions qui ont probablement eu lieu il y a dix-quinze ans. Or, depuis 2018, l’usage des pesticides a augmenté de 20 %. Il y aussi les PFAS, les métaux lourds, les effets cocktail de toutes ces molécules… On va payer la facture dans quinze ans, en années de vie perdues. Je suis très pessimiste.

    Daniele Mandrioli, qui a publié en 2025 la dernière grande étude démontrant, une nouvelle fois, la cancérogénicité du glyphosate, a été licencié de son laboratoire en Italie. Et la semaine dernière, l’Echa, l’Agence européenne de produits chimiques qui évalue la dangerosité des produits, a écarté son étude. Tout cela est politique. J’y vois un très mauvais signal.

    ▻https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/160926/pesticides-derriere-chaque-enfant-malade-il-y-une-responsabilite-collectiv
    #responsabilité #enfance #cancers #santé #santé_publique #industrie_agro-alimentaire #alimentation #agriculture #BD #bande-dessinée #livre #toxicité

  • Bill Gates impose l’agrobusiness en Afrique, la faim explose
    ▻https://www.off-investigation.fr/bill-gates-impose-lagrobusiness-en-afrique-la-faim-explose

    BILL GATES PRONONCE UN DISCOURS LORS DE LA TROISIEME EDITION DES « RENDEZ-VOUS DE BERCY », AU MINISTERE DE L’ECONOMIE ET DES FINANCES, #A PARIS, LE 5 DECEMBRE 2023. | PHOTOGRAPHIE THOMAS SAMSON / AFP. En 2006, Bill Gates lançait une vaste offensive pour transformer l’agriculture africaine et faire reculer la faim. Vingt ans plus tard, la faim a augmenté, tandis que les rendements n’ont que faiblement progressé dans les pays ciblés par son organisation, selon deux rapports publiés en août. Bill Gates promettait de faire reculer la faim en Afrique. Depuis 2006, le fondateur de Microsoft a consacré des […]Lire la suite : Bill Gates impose l’agrobusiness en Afrique, la faim explose

    #Économie #Monde

  • Découvrez les #Enquêtes_publiques et projets d’aménagement en cours en Bretagne en septembre 2026
    ▻https://splann.org/enquetes-publiques-septembre-2026

    Des centaines d’enquêtes publiques sont organisées chaque année en Bretagne. Elles concernent des opérations susceptibles de porter atteinte à l’environnement. Bien souvent, les habitants en prennent connaissance trop tardivement. Chaque mois, la rédaction de « Splann ! » met en avant des projets d’aménagement du territoire, d’ouvrages et de travaux afin d’encourager le débat, la participation et la mobilisation citoyenne. L’article Découvrez les #enquêtes_publiques et projets d’aménagement en cours en Bretagne en septembre 2026 est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #agriculture #arzon #assainissement #audierne #Bourg-Blanc #breal-sous-montfort #bretagne_romantique #carquefou #consultations_publiques #deniveau #dessalement #dinard #douarnenez #eau #élevage #élevage_avicole #élevage_bovin #éolien #éoliennes #erdeven #guichen #industrie #la_motte #landunvez #loctudy #méthanisation #morlaix #musoir #plan_local_d'urbanisme #plouguenast-langast #porcherie #pornichet #port #saint_malo #saint-brandan #saint-nazaire #Saint-Thégonnec_Loc-Éguiner #station_d'épuration #tinténiac #urbanisme #vallet

  • Chaos climatique, impuissance #Politique
    ▻https://lvsl.fr/chaos-climatique-impuissance-politique

    Incendies géants, canicules sans fin, #sécheresse généralisée… La France ne sortira pas indemne de l’été 2026. L’impréparation totale du pays aura coûté cher et inquiète, alors que ces catastrophes vont s’amplifier à l’avenir. Mais quelles leçons politiques en ont été tirées ? Si le marché a démontré son incapacité à répondre aux enjeux environnementaux et accentue le « chacun pour soi », le centre continue d’en faire le cœur de ses propositions. L’extrême droite considère elle l’écologie comme peu payante électoralement et combat la transition écologique par tous les moyens. Bien plus engagée sur le sujet, la gauche fourmille de propositions, mais devra les rendre désirables et crédibles et renoncer à certaines lubies.

    #Écologie #agriculture #canicule #clim #climat #climatisation #écologie #environnement #feux #Gironde #incendie

  • #Canicule : l’#agriculture_productiviste recherche des #solutions ...

    Canicule dans les élevages : les solutions de la Chambre d’agriculture des Pays de la Loire
    ▻https://actu.fr/pays-de-la-loire/chateaubriant_44036/canicule-dans-les-elevages-les-solutions-de-la-chambre-dagriculture-des-pays-de

    Les périodes de grosses chaleurs et de canicules sont difficiles à supporter, pour les humains comme pour les animaux. Les élevages sont particulièrement impactés, puisque les animaux peuvent souffrir d’un stress thermique très rapidement en fonction de la température, diminuant forcément leur rendement. Quelles solutions peuvent être mises en place pour aider les animaux ?

    .../...

    En extérieur c’est bien évidemment l’ombre qui est la protection la plus efficace. Si certaines structures artificielles comme des panneaux photovoltaïques ou des ombrières peuvent se révéler efficaces, les solutions naturelles le sont d’autant plus.

    Ce qui vraiment très con, c’est que, en soixante ans, ces #crétins_abyssaux ont viré presque toutes les haies pour agrandir les surfaces des parcelles et faciliter ainsi le travail des machines.

    #agro-industrie #remembrement

  • La faim qui vient, par Mohamed Larbi Bouguerra (Le Monde diplomatique, septembre 2026)

    via ▻https://diaspora.psyco.fr/p/12684690

    ▻https://www.monde-diplomatique.fr/2026/09/LARBI_BOUGUERRA/69837

    #géopolitique #agriculture #environnement #climat

    Entre deux déferlements sur le rivage, les vagues se caractérisent en général par un mouvement de retrait : le ressac. Malheureusement pas lorsqu’il s’est agi du climat cet été. La succession des rouleaux caniculaires a alors ressemblé à une submersion. Avec des températures supérieures à 40 °C sur des territoires couvrant, à certains moments, jusqu’à 40 % de l’Hexagone, la France s’est transformée en brasier. Parfois littéralement : des mégafeux, capables d’engendrer leur propre système climatique, ont dévoré près de cent mille hectares. Du jamais-vu. En Espagne, la surface brûlée a quasiment atteint le double. Toute l’Europe occidentale a été touchée.

    [...]

    • [...]

      Il y a plus d’un siècle, en 1876-1878, le monde connaissait l’épisode le plus puissant d’El Niño jamais enregistré. Il provoqua des sécheresses catastrophiques en Chine, dans le sud de l’Afrique, au Brésil, en Égypte et en Inde. Sous une tutelle coloniale particulièrement violente, ce dernier pays enregistra plus de six millions de décès liés à la famine. Le prochain épisode, qui débutera entre octobre et décembre pour persister jusqu’au printemps 2027, pourrait s’avérer encore plus puissant.

      [...]

      L’effet d’El Niño sur les denrées de base sera d’autant plus fort qu’il se conjuguera à celui des guerres et de la sécheresse. Plusieurs centaines de millions de personnes pourraient se trouver dans une situation de grave insécurité alimentaire en 2026, selon la FAO (17). Beaucoup mourraient alors de faim, d’autres décédant des effets d’une pollution protéiforme (gaz, particules, composés polyaromatiques cancérigènes dus aux incendies, marées noires…) provoquée par les bombardements américains et israéliens sur les raffineries de pétrole iraniennes, ainsi que par les mégafeux…

      Ce tableau serait toutefois incomplet s’il ne mentionnait pas un dernier fléau, tout aussi dévastateur : la spéculation. « Les acteurs qui dominent les marchés financiers des matières premières agricoles exacerbent les effets des crises en spéculant sur la faim et tirent profit de ces situations, relève un rapport du CCFD - Terre solidaire de 2023. Cette tendance alarmante n’est que trop familière ; elle est favorisée par la déréglementation progressive des marchés, qui a ouvert la voie à la financiarisation de notre alimentation et à ses conséquences néfastes (18). » Peu de chances que ces affairistes renoncent à leurs profits, même si cela implique de laisser les plus démunis subir les affres de la faim. Cette souffrance qui, comme l’écrivait Louis Calaferte, « tourne à l’obsession » et à cause de laquelle on perd « dignité, honneur et orgueil » (19).

      [...]

  • Cet été, l’irrigation a bu plus que toute l’Alsace, Guillaume Barjot, @hydrolooney.bsky.social
    ▻https://blogs.mediapart.fr/hydrolooney/blog/240826/cet-ete-lirrigation-bu-plus-que-toute-lalsace

    En 2022, une année sèche, l’irrigation agricole du Bas-Rhin et du Haut-Rhin a prélevé plus d’eau que l’alimentation en eau potable des deux départements. Et sur deux à trois mois d’été seulement, quand la nappe est au plus bas. D’où vient cette eau, pourquoi 98 % des forages échappent à l’enquête publique, et ce que ce chiffre dit d’un modèle qu’on sécurise au lieu de le faire changer.

    Le dossier complet, la carte interactive des 5 000 forages et les sources
    ▻https://hydrolooney.fr/decider-de-l-eau/irrigation-plus-que-toute-l-alsace

    #eau_douce #irrigation #agriculture #maïs

  • 33 Tage, kein freier Tag: Polin verdient 3633 Euro mit Erdbeerpflücken in Deutschland

    ▻https://www.berliner-zeitung.de/article/33-tage-kein-freier-tag-polin-verdient-3633-euro-mit-erdbeerpflueck

    Erdbeerernte im Akkord: Rund 243.000 Saisonarbeitskräfte arbeiten in der deutschen Landwirtschaft, die meisten aus Rumänien und Polen. (Symbolbild) Foto Rainer Unkel

    Depuis cent ans l’exploitation du prolétariat agricole polonais en Allemagme ’a pas changé. Pourtant le midèle d’affaires des propriétyired de terred agrivoles touch à sa fin à cause de l’amélioration des conditions de vie en Pologne.

    23.8.2026 von Oliver Weinlein - Eine Polin pflückte 33 Tage Erdbeeren in Deutschland: 310 Stunden, 13,90 Euro Mindestlohn, 3633 Euro Verdienst nach Abzug der Kosten.

    Agata Witoń hat ihre Erdbeersaison in Deutschland auf TikTok abgerechnet, Posten für Posten. 33 Tage am Stück, kein Wochenende, am Ende 3633 Euro.

    Seitdem streitet Polens Netz darüber, ob sich das gelohnt hat. Die Warschauer Tageszeitung Rzeczpospolita hat den Fall aufgegriffen, das Portal Wirtualna Polska hatte ihn zuerst beschrieben.
    Erdbeeren pflücken in Deutschland: 310 Stunden in 33 Tagen

    Witoń arbeitete auf einer deutschen Plantage, meist neun bis zehn Stunden täglich. Macht 310 Stunden zu einem Stundenlohn von 13,90 Euro brutto, nach Angaben des Blattes 4309 Euro.

    Davon gingen ab: 330 Euro Unterkunft, also zehn Euro pro Nacht. Ein Vorschuss von 200 Euro für Essen und laufende Ausgaben. Dazu 96 Euro Sprit und 58 Zloty Autobahngebühr für die Fahrt.

    Übrig bleiben 3633 Euro, umgerechnet rund 15.336 Zloty.

    Die Abrechnung hat eine kleine Lücke

    Wer nachrechnet, stolpert. Zieht man die genannten Posten vom Bruttolohn ab, landet man bei gut 3680 Euro. Die Zeitung nennt eine Zwischensumme von 3729 Euro, ohne alle Positionen aufzuschlüsseln. Rund 50 Euro bleiben unerklärt.

    Der zweite Punkt wiegt schwerer. In der Rechnung taucht keine Lohnsteuer auf. Sozialabgaben fallen bei einer kurzfristigen Beschäftigung tatsächlich weg, Steuern nicht.

    Bei typischen Erntearbeiten in einem land- oder forstwirtschaftlichen Betrieb kann der Arbeitgeber pauschal mit fünf Prozent abrechnen und die Steuer selbst tragen. Die 3633 Euro sind damit ein Brutto-minus-Kosten-Wert. Ein sauberes Netto ergibt sich daraus nicht.

    13,90 Euro sind der deutsche Mindestlohn

    Der Betrag, über den Polen diskutiert, ist keine Verhandlungsleistung. 13,90 Euro sind seit dem 1. Januar 2026 exakt der gesetzliche Mindestlohn in Deutschland. Zum 1. Januar 2027 steigt er auf 14,60 Euro.

    Rechnet man ihre Kosten gegen, landet Witoń effektiv bei 11,72 Euro pro Stunde.

    Der Vergleich, der die Debatte eigentlich entscheidet, steht auf der deutschen Seite: Eine Vollzeitkraft zum Mindestlohn kommt auf rund 2343 Euro brutto im Monat. Witoń hat in 33 Tagen fast zwei solcher Monatslöhne erarbeitet. Sie hat nicht besser verdient als eine deutsche Vollzeitkraft, sie hat länger gearbeitet – 310 Stunden statt der üblichen 173 pro Monat.
    Was in Polen an dem Betrag hängt

    Der polnische Mindeststundenlohn liegt 2026 bei 31,40 Zloty brutto, umgerechnet gut sieben Euro. Die 15.336 Zloty entsprechen etwa drei polnischen Brutto-Monatsmindestlöhnen.

    Genau daran entzündet sich die Diskussion unter dem Video. Eine Nutzerin schrieb, auf Dauer lasse sich so nicht leben, für einen Monat seien 15.000 Zloty aber eine coole Sache. Andere verwiesen auf Wohnverhältnisse und Wetter und zollten trotzdem Respekt.

    Ein Kommentar fiel knapper aus: Für so viele Stunden körperlicher Arbeit sei das nicht besonders viel.

    90-Tage-Regel: Warum 33 Tage am Stück gehen

    Seit Januar 2026 dürfen Saisonkräfte in der Landwirtschaft 90 Tage oder 15 Wochen sozialversicherungsfrei arbeiten, vorher waren es 70 Tage. Die schwarz-rote Koalition wollte damit Obst- und Gemüsebetriebe entlasten.

    Die Gewerkschaft IG BAU hält dagegen. Ohne Sozialversicherung fehle den Erntehelfern der Zugang zur gesetzlichen Krankenkasse, die stattdessen üblichen Gruppenversicherungen deckten Vorsorge und chronische Erkrankungen oft nicht ab.

    Und die 33 Tage ohne freien Tag? Das Arbeitszeitgesetz erlaubt Sonntagsarbeit in der Landwirtschaft ausdrücklich, verlangt aber innerhalb von zwei Wochen einen Ersatzruhetag. Ob es den gab, sagt Witońs Abrechnung nicht. Auch ihren Arbeitsort nennt sie nicht.

    Erdbeerernte 2026: niedrigster Wert seit 1995

    Ihre Saison fällt in eine Branche auf dem Rückzug. Das Statistische Bundesamt erwartet für 2026 nur noch 71.300 Tonnen Freiland-Erdbeeren, 11,3 Prozent weniger als 2025 und der niedrigste Wert seit 1995. Die Anbaufläche schrumpfte auf 7830 Hektar.

    Rund 243.000 Saisonarbeitskräfte waren zuletzt in der deutschen Landwirtschaft im Einsatz, der weit überwiegende Teil aus Rumänien und Polen.

    Brandenburg fällt aus dem Trend: Dort legte die Freilandernte laut Amt für Statistik Berlin-Brandenburg um 43 Prozent auf 940 Tonnen zu, wie die Bilanz der Spargel- und Erdbeerernte 2026 zeigt. Beim Spargel nannte die Behörde neben der Trockenheit ausdrücklich fehlende Erntehelfer als Grund für das Minus.
    Polen erntet mehr Erdbeeren als Deutschland

    Die Geografie liefert die Pointe. Polen ist mit rund 30.000 Hektar das größte Erdbeeranbauland Europas, Deutschland folgt mit deutlichem Abstand.

    Eine Polin fährt also in ein Land mit weniger Erdbeeren, um dort Erdbeeren zu pflücken. Es geht um den Stundensatz.
    Was die Rechnung wirklich zeigt

    Die spannendere Zahl steht nicht in Witońs Abrechnung, sondern in der Erntestatistik. Deutschland zahlt inzwischen den dritthöchsten Mindestlohn der EU und bekommt seine Felder trotzdem nicht mehr voll.

    Wenn 13,90 Euro nicht reichen, um 33 Tage Bücken attraktiv zu machen, werden 14,60 Euro es auch nicht richten. Der Streit unter dem TikTok-Video ist damit weniger eine polnische Angelegenheit als eine Vorschau darauf, wo die deutsche Erdbeere in fünf Jahren wächst.

    #Allemagne #exploitation #agriculture #travaill_saisonnier

  • « Une #minorité privilégiée sacrifie la planète afin de préserver ses richesses et son #pouvoir »

    Le rejet de l’#écologie est désormais promu par des gouvernements élus démocratiquement, autoritaires voire fascisants, et soutenus par les milieux d’affaires des #énergies_fossiles, déplorent trois spécialistes d’#écologie_politique, dans une tribune au « Monde ».

    L ’été 2026, en Europe, n’est pas seulement celui des #canicules à répétition, des #mégafeux et des #sécheresses désastreuses pour l’agriculture et la biodiversité, qui confirment avec une particulière #violence les #alertes de longue date des scientifiques et des écologistes. Il consacre également le déchaînement des attaques contre une écologie le plus souvent fantasmée, dont les défenseurs ‒ associatifs, politiques, scientifiques, fonctionnaires, tous mélangés ‒ sont accusés d’être à l’origine des maux qu’ils annonçaient, voire de participer d’un complot des « élites » utilisant le climat pour asservir le « peuple ». Comment peut-on comprendre une telle dynamique ?

    Ce #rejet de l’écologie reflète des tendances déjà à l’œuvre depuis les années 1980, mais il prend de l’ampleur au moins depuis la pandémie de #Covid-19 et il est à présent devenu mondial. Paradoxalement, on peut y voir la conséquence de l’#échec, désormais ressenti dans nos chairs, des gouvernements à enrayer le #réchauffement_climatique, en dépit de l’ambition affichée lors de l’accord de Paris sur le climat, signé en 2015.

    D’un côté, les promesses technosolutionnistes d’écologisation de l’économie n’ont jamais pu substantiellement résorber les dégâts environnementaux causés par la consommation d’énergies fossiles. Exemple emblématique, l’#intelligence_artificielle (#IA) générative, brandie comme apportant des solutions inédites en dépit de son impact extrêmement polluant, promet en fait, et d’abord, de doper l’extraction du pétrole, du gaz et du charbon.

    De l’autre, les attaques contre l’écologie sont la réaction d’acteurs et de groupes d’#intérêts_financiers et technologiques qui baignent encore dans des rêves de puissance virile et suprémaciste. Les changements « rapides et profonds dans tous les secteurs et tous les systèmes », nécessaires pour « garantir un avenir viable et durable pour toutes et tous », selon le Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat [#GIEC], sont matériellement possibles, mais un Peter Thiel ou un Elon Musk n’en veulent pas.

    Depuis les années 1980, si ce n’est depuis les colonisations, une #minorité_privilégiée a choisi de faire sécession de l’#avenir_commun, de sacrifier une partie de la planète et la majorité de l’humanité afin de préserver ses richesses et son pouvoir. Ce qui est nouveau, dans la séquence actuelle, c’est que ce « programme » cynique soit devenu celui de gouvernements élus démocratiquement, autoritaires voire fascisants, tel celui de Donald Trump aux Etats-Unis, et soutenus par les milieux d’affaires des énergies fossiles, de l’extraction d’hydrocarbures à l’agro-industrie.

    En France comme en Europe, l’#extrême_droite et une grande partie de la droite œuvrent désormais ensemble pour détricoter de façon massive des orientations environnementales pourtant insuffisantes, le dénigrement des « écologistes » étant devenu leur point de ralliement.

    #Contre-récit hélas efficace

    Comment expliquer une possible adhésion à de tels #discours, tellement contraires à l’#universalisme_humaniste et à l’intérêt de la majorité ? Au-delà de la confusion argumentaire des #réseaux_sociaux, entretenue par une presse et une édition aux mains de quelques milliardaires, on peut observer une confiscation des débats sous les invectives et, sous le couvert d’écologie « réaliste » ou « pragmatique », un contre-récit hélas efficace.

    L’#empathie pour les victimes des ravages environnementaux est empreinte de #fatalisme : la reconnaissance de l’échec de #politiques_publiques insuffisantes justifie l’abandon de toute nouvelle tentative. Cet échec est attribué aux politiques écologiques, alors qu’aucun programme à la hauteur des enjeux n’a jamais été appliqué – ne serait-ce que les propositions de la #convention_citoyenne_sur_le_climat mise en place en 2019. Certains poussent même la #mauvaise_foi jusqu’à prétendre que la France a pratiqué la #décroissance.

    L’#adaptation, faute d’avoir été vraiment préparée ‒ c’est pour beaucoup une des révélations douloureuses du moment ‒, devient un mot d’ordre néolibéral : à l’individu de s’adapter, par exemple pour « gérer son #écoanxiété », comme le recommandait le gouvernement le 23 juillet, sans jamais toucher aux causes systémiques et politiques. Or l’adaptation sans atténuation efficace aura toujours un train de retard et ne sera même plus possible, car la situation « exceptionnelle » de cet été n’est pas seulement la norme d’un #nouveau_régime_climatique, mais une étape vers le pire tant qu’on n’arrête pas la #fuite_en_avant. Les #mégabassines, dont la #loi_d’urgence_agricole prévoit de faciliter le développement plutôt que de repenser le #modèle_agricole, le montrent bien.

    L’#anti-écologisme n’est pas le simple résultat de lobbys qui réussiraient à manipuler l’opinion. Car le désaveu de l’écologie est aussi le fait d’une partie de la population à qui l’on fait croire qu’elle a davantage à y perdre qu’à y gagner. Les complicités sont étendues par les chaînes d’interdépendances qui nous attachent au monde de l’énergie fossile, et les transformations des façons de vivre sont à juste titre redoutées tant qu’elles sont prétextes à accroître les #inégalités.

    A contrario, un changement de système pour respecter les #limites_planétaires, décidé par des processus de #démocratie_délibérative et placé sous le signe de l’#égalité et de la #justice, permettrait à plus de 90 % de la population de vivre mieux, selon le Global Justice Report du [laboratoire de recherche international] World Inequality Lab. Mais ce #récit peine à concurrencer celui, simpliste et irresponsable, qui s’est imposé pour discréditer les alertes du #Club_de_Rome [groupe de réfléxion] qui, en 1972 [avec le #rapport_Meadows sur les #limites_de_la_croissance], prévoyait l’effondrement de nos sociétés si elles poursuivaient la #croissance_économique : enrichissons-nous quitte à ravager la planète, les générations futures trouveront bien des solutions si elles sont plus riches. Depuis plus de cinquante ans qu’elles se font attendre, les technopromesses de la #croissance_infinie nous mènent tout simplement au #chaos.

    ▻https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/08/22/une-minorite-privilegiee-sacrifie-la-planete-afin-de-preserver-ses-richesses
    #Steve_Hagimont #riches #richesse #techno-solutionnisme #agriculture

    • Ne doutons pas que Zaka veut toucher le maximum de monde par ses publications mais ce consensus m’énerve au plus haut point. Bien évidemment que le sujet « écologie » est éminemment politique puisqu’il s’agit de préserver les ressources naturelles que nous offre notre environnement proche pour assurer notre subsistance, la plus importante étant la production de nourriture et ce sont bien les plus démunis qui seront exposés aux pénuries alimentaires accès à l’eau potable inclus. De par le monde, certaines de ces populations sont entrées dans le dur depuis un bon moment surtout pour un accès équitable à l’eau.

    • D’une certaine façon, dire « c’est politique » ou « c’est apolitique », c’est parfois dire la même chose. Pour Zaka, c’est une façon de signifier que c’est un sujet tellement important que ça dépasse les querelles politiciennes, il souhaite signifier, àmtha, que ça nous concerne tous. Et pour d’autres, nous ici en particulier, dire « c’est politique », c’est une façon de signifier que ça nous concerne tous.

      Le terme politique est très lourdement connoté, et ça en devient une insulte, un mot péjoratif, ça en est devenu ce que les possédants veulent que ça devienne : un sujet sale, qui ne concerne personne, sauf eux, bien évidemment, qui sauront comment traiter le sujet, loin de nos regards et de nos conversations.

      Je sors moi aussi d’une cousinade, de plusieurs repas de famille, et parvenir à atteindre le niveau de discussion où on est d’accord pour dire que la politique, c’est le sujet noble qui concerne tout le monde, c’est long et ça ne tient pas dans le temps de cerveau disponible entre la viande et le fromage.

    • Oui j’entends ça (et je connais des gens très politisés qui ne supportent pas le mot politique) mais bien souvent quand on déclare quelque chose d’apolitique c’est qu’on imagine (souvent naïvement) un consensus mou autour de la question, sans remettre en cause les privilèges d’une minorité, en gros c’est business as usual modulo quelques ajustements pour corriger les « excès ». Le fait de dire que quelque chose est politique, c’est aussi induire que tout le monde n’est pas d’accord et qu’à un moment y aura des conflits à régler.

    • Et donc, remettons sur le métier le vieil adage qui veut que :
      « si tu n’occupes pas de politique, la politique, elle, s’occupe de toi » . ;-)
      Toutes ces discussions « en famille » (ou pas) à propos de ce sujet, encore une belle illustration de la #loi_de_Brandolini.

      En dernier lieu, on sait depuis un bout de temps sur quoi débouchent le plus souvent les postures « apolitiques » : #chacun_pour_sa_gueule

      Voir par ici ; ▻https://seenthis.net/messages/1187588

      [edit]

      Pour Zaka, c’est une façon de signifier que c’est un sujet tellement important que ça dépasse les querelles politiciennes, il souhaite signifier, àmtha, que ça nous concerne tous.

      Oui, enfin, relativisons : on ne se sent pas concerné de la même manière suivant qu’on habite « sous les toits » ou qu’on déblatère sur un plateau TV climatisé et protégé de la honte par « un déo qui tient ».

  • « Personne n’était au courant » : une bassine construite en catimini en Normandie
    ▻https://reporterre.net/Une-bassine-construite-en-catimini-en-Normandie-Agriculteur-et-maire-il-

    L’agriculteur à l’origine de cette construction se trouve être aussi le maire de la commune.

    Depuis le 14 août, la petite commune de Pierrefitte-en-Cinglais a été placée par la préfecture du Calvados en crise sécheresse, comme tout l’ouest du département. Hasard du calendrier (ou non), Samuel Courvallet, un agriculteur du village, qui en est également le maire (sans étiquette), construit depuis le début de l’été l’une des premières #bassines_agricoles de Normandie. Si le terme mégabassine serait exagéré, l’ouvrage affiche de belles dimensions et permettra de stocker 40 000 m3 d’eau. Un tel bassin est inédit dans la région.

    « On m’a alertée de ce projet de retenue d’eau collinaire, puis nous avons découvert le détail au travers d’un article de presse, explique Aurélie [1], paysanne maraîchère dans une commune voisine. Dans le reportage, il est notamment dit qu’il n’y a pas eu de problème de concertation et que ce serait pour arroser des pommiers. En fait, personne n’était au courant et les pommiers sont des arbres qui vivent bien en Normandie, sans besoin particulier d’eau. À l’heure actuelle, des maraîchers sont en train de perdre leur récolte ici ! »

    [...]

    C’était avant que cinq associations environnementales [2] n’adressent un courrier à la Direction départementale des territoires et de la mer (DDTM), à l’Office français de la biodiversité, au préfet et au procureur de la République de Caen, questionnant la légalité même du chantier, le 7 août. Le document, que Reporterre a pu consulter, dénonce plusieurs « infractions majeures urgentes » au Code de l’environnement et demande une intervention rapide des services de l’État pour stopper le chantier.

    En clair, les volumes des travaux seraient déclarés sous leur taille réelle, échappant ainsi à davantage de contraintes administratives. « Il a tout faux, sa demande est sous-dimensionnée, assure Christian Michel, du Groupement régional des associations de protection de l’environnement. Dans la notice d’incidence du projet, le barrage est notamment annoncé à 10,8 m de haut, cela ne correspond pas au statut demandé de ses travaux. » Contactées, la DDTM et la préfecture n’ont pas donné suite aux sollicitations de Reporterre.

    #eau_douce #Code_de_l’environnement #agriculture

  • « Pendant les foins, c’est intenable » : les agriculteurs en colère contre le passage au tout-numérique
    ▻https://reporterre.net/Paysans-contre-la-facturation-electronique-Pendant-les-foins-faire-du-re

    La comptabilité sur papier, c’est bientôt terminé : à la rentrée, les agriculteurs devront tous faire des factures de manière électronique. Beaucoup jugent cette obligation intenable et dénoncent une « marche forcée vers le tout numérique ».

    « Moi, j’appelle ça le remembrement numérique. Après, on n’aura plus personne en face de nous : tout sera numérisé. » À l’approche de la réforme de la #facturation_électronique, Olivier Niol, 57 ans, ne décolère pas. Avec sa femme Béatrice, il est agriculteur bio à Saint-Jean-la-Poterie (Morbihan), dans le Pays de Redon. Sur leur ferme de 30 hectares, ils élèvent des volailles et cultivent de petits fruits rouges, vendus en circuits courts. « On n’a pas la carte bancaire. Les gens paient en chèque ou en liquide. Moi, je n’ai toujours pas de smartphone. » Leur comptabilité est encore entièrement sur papier. Alors passer par un ordinateur pour consulter leurs factures ou déclarer leurs ventes, très peu pour eux. Ils ne sont pas les seuls : 61 % des agriculteurs jugent que cette réforme est « source de stress ».

    #numérisation_forcée

  • La storia della “Balzana”, il #bene_confiscato più grande d’Italia a #Santa_Maria_la_Fossa
    ▻https://informareonline.com/la-storia-della-balzana-il-bene-confiscato-piu-grande-ditalia-a-san

    La storia del bene confiscato più grande d’Italia raccontata da #Giovanni_Allucci di #Agrorinasce Quest’anno la legge 109/1996 compie 30 anni. Una legge approvata per far sì che i beni sottratti alle mafie sulla base della Rognoni-La Torre potessero effettivamente ritornare nella disponibilità delle comunità che avevano sofferto il cancro mafioso. Si tratta di una […] L’articolo La storia della “Balzana”, il bene confiscato più grande d’Italia a Santa Maria la Fossa proviene da Informareonline, scritto da Domenico Barbato

    #Approfondimenti #Attualità #EVIDENZA #Magazine_Agosto_2026 #La_Balzana

    • Da terreni della Camorra a scrigno di prelibatezze campane. La Balzana rinasce

      E’ il bene più esteso tra quelli confiscati: 200 ettari a #Santa_Maria_La_Fossa trasformati in parco agroalimentare delle eccellenze regionali.

      E’ il più grande terreno confiscato alla criminalità organizzata. Ora, la Balzana, nel Comune di Santa Maria La Fossa (Caserta) è diventato - grazie al lavoro di Agrorinasce e a 15 milioni di euro di finanziamenti - un enorme parco agroalimentare sulle eccellenze della Campania. Il tutto raccontato anche in un docufilm.

      Nel servizio le interviste a Giovanni Allucci, ad di Agrorinasce; Mario Morcone, assessore alla Legalità della Regione Campania; Maria Antonietta Troncone, presidente del Cda di Agrorinasce; Nicolino Federico, sindaco di Santa Maria La Fossa.

      ▻https://www.rainews.it/tgr/campania/video/2025/07/da-terreni-della-camorra-a-scrigno-di-prelibatezze-campane-la-balzana-rinasc

    • Altri 8,5 milioni per «La Balzana» di Santa Maria La Fossa (CE)

      Accelera il recupero del più grande bene confiscato alla camorra destinato a diventare il Parco Agroalimentare della Campania

      C’è un’altra tappa nel lungo percorso di rinascita della Balzana. Il più grande complesso agricolo confiscato alla camorra in Italia continua a prendere forma grazie a un nuovo finanziamento di 8,5 milioni di euro assegnato dal Cipess ad Agrorinasce, risorse che consentiranno di proseguire il recupero e la valorizzazione del vasto patrimonio confiscato nel territorio di Santa Maria La Fossa (CE), destinato a diventare il Parco Agroalimentare dei prodotti tipici della Regione Campania.

      Un intervento che rafforza uno dei progetti più significativi di rigenerazione dei beni confiscati in Italia e che punta a trasformare un luogo per anni emblema del potere economico criminale in uno spazio dedicato alla produzione, alla formazione, all’innovazione e alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari campane.

      La Balzana è infatti al centro di un progetto di recupero avviato ormai da diversi anni. Il primo importante finanziamento, pari a oltre 15 milioni di euro, risale alla delibera CIPE 48 del 2019 e ha permesso di avviare le opere infrastrutturali e i primi interventi previsti dal masterplan elaborato da Agrorinasce insieme al Comune di Santa Maria La Fossa.

      Da allora il cantiere non si è più fermato. Sono già in fase avanzata i tre lotti dedicati alle opere di urbanizzazione del futuro Parco Agroalimentare, al recupero del complesso ovest destinato a centro polifunzionale per la formazione e i servizi e alla riqualificazione del complesso est, dove sorgerà il polo scientifico per l’istruzione e la ricerca agroalimentare. Al 30 giugno 2026 risultano già rendicontati oltre 9,1 milioni di euro di lavori, con più del sessanta per cento delle risorse complessivamente impegnate.

      Le nuove risorse consentiranno ora di intervenire su una delle aree più suggestive dell’intero complesso: le residenze dell’antico borgo agricolo. Il finanziamento, di cui Agrorinasce è soggetto beneficiario, servirà infatti a completare il recupero della zona residenziale con il restauro delle ville bifamiliari ancora da riqualificare, la sistemazione della piazza centrale e la realizzazione delle infrastrutture di servizio, dalla viabilità agli impianti energetici, fino ai sistemi di sicurezza e videosorveglianza.

      L’obiettivo è restituire nuova vita al borgo trasformando le dieci ville in quaranta mini appartamenti destinati all’housing sociale, pensati per giovani coppie impiegate nelle attività produttive del Parco, studenti e giovani disoccupati. Un intervento che completa il percorso già avviato nel 2025 grazie ai precedenti finanziamenti ottenuti dal Comune di Santa Maria La Fossa, con i quali è stato possibile avviare il recupero delle prime cinque ville.

      Ma il progetto della Balzana guarda ben oltre il recupero degli edifici. Il disegno complessivo è quello di realizzare una vera cittadella dell’agroalimentare campano, capace di mettere insieme produzione, ricerca, formazione e accoglienza. Il masterplan prevede infatti la riqualificazione dell’intera area produttiva con capannoni destinati alla trasformazione dei prodotti agricoli, laboratori artigianali, attività commerciali, un ristorante, un punto vendita delle eccellenze regionali, una scuola di cucina e una struttura ricettiva con circa cinquanta posti letto. Per completare questa fase resta ancora da finanziare il lotto produttivo, per un investimento stimato in circa 15,5 milioni di euro, già inserito nella programmazione strategica condivisa da Agrorinasce con il Ministero dell’Agricoltura, ISMEA e Regione Campania.

      Ad accogliere con entusiasmo la notizia del nuovo finanziamento è il sindaco di Santa Maria La Fossa, Nicolino Federico: “Questo nuovo stanziamento rappresenta un passaggio decisivo nel percorso di rinascita della Balzana. Stiamo restituendo alla comunità un luogo che per troppo tempo è stato il simbolo del potere della criminalità organizzata e che oggi, invece, continua a trasformarsi in un modello di sviluppo fondato sulla legalità, sull’innovazione e sul lavoro. Desidero rivolgere un ringraziamento sentito ad Agrorinasce, che in questi anni ha accompagnato con grande impegno e competenza il percorso di recupero e valorizzazione della Balzana, e a tutte le istituzioni che hanno creduto in questo progetto e hanno reso possibile, passo dopo passo, la rinascita di questo straordinario patrimonio. La collaborazione tra enti, amministrazioni e istituzioni è stata fondamentale per trasformare una grande sfida in un’opportunità concreta per il nostro territorio. Per Santa Maria La Fossa questo finanziamento è motivo di grande orgoglio e ci avvicina sempre di più all’obiettivo di restituire definitivamente ai cittadini un luogo capace non solo di raccontare la vittoria della legalità sulla criminalità organizzata, ma anche di generare sviluppo, lavoro e nuove opportunità”.

      “Siamo orgogliosi di questo ulteriore stanziamento che premia il nostro lavoro nel recupero del più grande complesso immobiliare confiscato alla camorra – hanno aggiunto all’unisono Maria Antonietta Troncone e Giovanni Allucci, Amministratore Delegato di Agrorinasce - Un particolare ringraziamento al Ministro per gli affari europei, politiche di coesione e PNRR, on. Tommaso Foti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, on. Alessandro Morelli e il Dipartimento di Politiche di Coesione sociale della Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

      ▻https://www.agrorinasce.org/iniziative-legalita/1191-altri-milioni-per-la-balzana-di-santa-maria-la-fossa
      #agrorinsace #Parco_Agroalimentare_della_Campania

    • Il contesto territoriale della Balzana a Santa Maria La Fossa nell’#Agro_Caleno in Provincia di Caserta.

      Lo studio della “Balzana” si innesta su un percorso di ricerca avviato dal DIARC sui borghi rurali di fondazione fascista dell’Agro Caleno, che si sta dimostrando utile ad avviare un processo di riscoperta delle loro architetture e parallelamente di potenziamento del dibattito e delle azioni di rigenerazione da parte di attori pubblici e stakeholders su queste aree. Responsabile scientifico del progetto di ricerca è Mariateresa Giammetti e coordinatrici di unità di ricerca sono Emma Buondonno e Paola Ascione. Ad oggi, la Balzana conserva ancora un forte carattere identitario dal punto di vista architettonico e storico testimoniale ma, dato l’abbandono, ha perso il suo potenziale sociale e produttivo, nonostante faccia parte del sistema territoriale dell’agro casertano, a forte vocazione agricola e perfettamente attivo. Il suo futuro dipende dalla capacità di rafforzare da un lato la diffusione della conoscenza del suo patrimonio e dall’altro dalla valorizzazione delle sue peculiarità, non incorrendo nell’errore di applicare modelli di sviluppo ed azioni trasformative della sua architettura estranee al suo contesto culturale/produttivo e che ne comprometterebbero la legacy non producendo una reale crescita del territorio, ma solo una perdita identitaria. Programmati e progettati all’inizio del secolo scorso come vere e proprie colonie in patria con la promessa di terra e benessere, i borghi rurali di fondazione fascista, gestiti spesso dall’Opera Nazionale Combattenti (O.N.C.), accolsero popolazioni trasferite dalle zone più disagiate del paese. La Balzana, così come innumerevoli altri piccoli borghi, non solo si caratterizza per il forte valore storico testimoniale connesso al suo essere espressione dell’architettura razionalista italiana del Ventennio, ma anche per il suo essere un vero e proprio esperimento spaziali di “ingegneria sociale” parte di una rete nazionale di borghi rurali progettati per rispondere a molteplici fattori: la necessità di recuperare vaste aree malsane ad una moderna concezione dello sfruttamento agricolo e zootecnico; l’impiego di una grande quantità di forza lavoro in un momento storico, tra le due guerre, che vedeva ampie fasce della popolazione disoccupate e al limite della soglia di povertà; la necessità di ottimizzare le risorse all’indomani delle sanzioni economiche e commerciali che avevano colpito l’Italia post-coloniale; un quadro normativo che incentivava la ripopolazione delle aree agricole e inibiva il travaso di popolazione verso le città maggiori; la creazione di consenso che tali architetture di regime potevano generare, anche oltre gli intenti retorici e di propaganda; la costruzione di una nuova narrazione che dal punto di vista architettonico, sociale, antropologico e culturale conciava a guardare con occhi nuovi alla vita di campagna quale possibile alternativa al senso di alienazione che iniziava ad aleggiare nelle città industrializzate. A partire dallo studio delle architetture e dell’impianto insediativo della Balzana, si intende indagare le strategie compositive e di relazione con i valori architettonici e paesaggistici delle aree rurali, coinvolgendo anche stakeholders ed amministrazioni locali per attivare una sperimentazione progettuale e di conservazione del patrimonio e del carattere architettonico oltre che della sua vocazione produttiva, oggi declinabile in produzioni di eccellenza. La ricerca attiverà pratiche virtuose che tengano insieme tracce della memoria dell’architettura dei centri rurali minori della Campania del Ventennio con le prassi produttive di eccellenza contemporanee, al fine di evitare il decadimento in cui spesso versa questo tipo di patrimonio architettonico ed individuare buone pratiche riproducibili in realtà rurali simili.

      ▻https://www.iris.unina.it/handle/11588/1015266

    • Piccoli borghi d’Italia − La Balzana.
      Valorizzazione della Balzana a Santa Maria La
      Fossa in Terra di Lavoro

      L’1 marzo 2018, al Dipartimento di Architettura in via Forno Vecchio a Napoli, si è svolto il convegno, moderato dalla giornalista Olga Fernandes, dal titolo Progetti di risanamento ambientale. Valorizzazione degli ambienti agricoli e zootecnici. Il Borgo rurale “La Balzana” a Santa Maria La Fossa in Terra di Lavoro, in cui sono intervenuti il sindaco del Comune di Santa Maria La Fossa, Antonio Papa; il direttore del Diarc, Mario Losasso; i docenti Francesco Domenico Moccia, Vito Cappiello, Emma Buondonno e Lorenzo Boccia; Giovanni Allucci, del Consorzio Agrorinasce; l’Architetto Maria Maddalena Simeone e il consigliere dell’Ordine degli Architetti di Napoli, Marco Borrelli. Nella giornata di studi si è discusso della migliore destinazione del Borgo rurale della Balzana, il terzo bene più grande d’Italia confiscato alla criminalità, che si inserisce nella più ampia strategia di riqualificazione urbana e paesaggistica dell’Agro Caleno, nell’ottica di salvaguardia della natura e sostenibilità ambientale, da coniugare con lo sviluppo produttivo, economico e sociale del Comune di Santa Maria La Fossa.
      Il territorio, con la sua vocazione rurale caratterizzata da una forte presenza di masserie, attrezzature e impianti connessi al settore agricolo e zootecnico, deve essere salvaguardato nella sua interezza, coniugando i valori urbani con la valorizzazione del paesaggio. Le caratteristiche idro-geomorfologiche dell’ambiente fisico suggeriscono la destinazione d’uso dei suoli, per uno sviluppo in sintonia con le reali potenzialità del territorio e in continuità con la storia dei luoghi.
      Natura-Storia-Comunità rappresentano i tre obiettivi interconnessi degli interventi strategici per realizzare progetti sull’intero territorio comunale, che siano rivolti alla valorizzazione ambientale e culturale. Ciò si traduce nei benefici a breve e medio termine sia per la comunità locale che per i residenti delle frazioni e dei comuni limitrofi, mediante nuove strategie di riequilibrio territoriale e di valorizzazione ambientale per lo sviluppo delle aree interne rurali, partendo dalla riconfigurazione di aree in parte abbandonate o dismesse. Il recupero prudente del patrimonio costruito e delle tecniche tradizionali di allevamento e produzione dei prodotti tipici del made in Italy rappresenta ancora oggi una grande sfida internazionale tutta da valorizzare.
      Il progetto, infatti, di valorizzazione del piccolo Borgo rurale della Balzana di Santa Maria La Fossa è la seconda sperimentazione applicata a un centro aziendale di epoca fascista, l’Opera Nazionale Combattenti, O.N.C., dell’Agro Caleno e segue il precedente esempio del Borgo Appio di Grazzanise svolto nel 2017 e pubblicato nel 2018.
      Il tema della Balzana è stato approfondito nell’ambito del Corso di Laboratorio di Progettazione Architettonica e Architettura del Paesaggio del terzo anno del Corso di Laurea Magistrale in Architettura 5UE a ciclo unico nell’anno accademico 2017/2018. Gli argomenti trattati hanno riguardato aspetti del recupero prudente di architetture rurali preesistenti con destinazioni sia residenziali che di esercizio e conduzione dell’ex azienda agricola e zootecnica. Ulteriori aspetti hanno, inoltre, riguardato la progettazione ex novo di edifici destinati alle nuove residenze, alla nuova azienda zootecnica bufalina per l’allevamento di una mandria di circa mille bovine da latte e all’Istituto Superiore Tecnico Agrario.
      Il Centro Aziendale è baricentrico rispetto all’intero territorio di pertinenza di circa 226 ettari. Gli accessi alla Balzana sono ubicati a nord dalla Strada Provinciale 333, a ovest da Via Camino e a sud da Via Vaticale. La sistemazione della viabilità rurale interna all’azienda prevede il miglioramento dell’anello che perimetra l’intero centro Aziendale separandolo dai campi foraggeri. Il cuore del Centro Aziendale, costituito dalle architetture preesistenti, attraverso il recupero prudente è destinato alla residenza, ai servizi collettivi, alle attrezzature pubbliche, alle attività commerciali di vicinato, al caseificio, all’accoglienza agrituristica, alle piazze pedonali e ai green parking. I settori a sud e a est dell’ampliamento del Centro Aziendale, invece, accolgono i nuovi reparti dell’azienda bufalina mentre il settore occidentale nelle previsioni di progetto è destinato all’Istituto Superiore Tecnico Agrario. Il nuovo Centro Aziendale occupa circa 6 ettari della complessiva estensione della Balzana e resterebbero destinati alle colture agrarie per l’alimento della mandria circa 220 ettari.
      L’azienda bufalina per rispondere alle attuali esigenze di adeguamento impiantistico e tecnologico in materia di sostenibilità ambientale è dotata di impianto di fertirrigazione dei suoli, di impianto di biogas per la produzione dell’energia elettrica dai reflui zootecnici e di impianto di neutralizzazione per tutelare i suoli dall’eccesso di nitrati e di azoto trasmessi dallo spargimento dei reflui zootecnici sui suoli.
      Il Centro Aziendale è stato progettato per accogliere circa cento abitanti in venti unità residenziali costituite dalle dieci case rurali preesistenti disposte intorno alla corte e al giardino circolare, venti abitanti in quattro unità residenziali ex novo prospicienti la piazza pedonale e ulteriori ottanta abitanti in un complesso residenziale ex novo con tipologie abitative di dimensioni comprese tra i 45 e i 100 metri quadrati per nuclei familiari composti da una a quattro persone.
      Sul lato nord della grande piazza pedonale, recuperando le architetture preesistenti e verso le residenze, sono sistemate le attrezzature sociali e assistenziali, le attrezzature culturali e le attrezzature religiose. Sul lato meridionale della piazza, invece, all’interno delle due ex stalle sono ubicate le attività commerciali di vicinato e il piccolo supermercato con l’area mercatale all’aperto, nella prima, e le attività commerciali ricettive, il bar, la pasticceria, la gelateria, la yogurteria, la pizzeria e il ristorante nella seconda. Tra i due edifici paralleli e ortogonali alla piazza è posizionato un terzo corpo di fabbrica destinato al caseificio. A sud del complesso delle ex stalle sono ubicati tre silos verticali dei quali due agganciati da un solaio a copertura del piano operativo di campagna; il progetto prevede il recupero prudente soltanto dei due silos collegati da destinare a bed and breakfast con punto di visuale panoramica in copertura essendo gli edifici più alti dell’intero Centro Aziendale.
      Con il progetto si intende approfondire le strategie per il miglioramento e la valorizzazione di piccoli borghi rurali delle aree interne della Campania al fine di recuperarne il patrimonio culturale e naturale. La tutela e il potenziamento delle aree rurali ha l’obiettivo di contrastarne lo spopolamento, migliorando le condizioni di vita della popolazione e incrementando i livelli occupazionali. I centri minori dell’armatura urbana casertana devono dotarsi di valori urbani che siano in grado di trattenere le nuove generazioni attualmente proiettate verso realtà nazionali ed europee alla ricerca, non solo di lavoro, ma anche di contesti urbani di qualità con caratteristiche proprie della città media contemporanea.
      La valorizzazione del Borgo rurale della Balzana, rappresenta nel complesso un’opportunità di miglioramento produttivo, economico e sociale per il Comune di Santa Maria La Fossa da perseguire in un’ottica di sviluppo sostenibile dell’intero territorio.

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