• San Ferdinando, sgombero della tendopoli
    https://www.meltingpot.org/2026/07/san-ferdinando-sgombero-della-tendopoli

    Piana di Gioia Tauro – Il superamento dell’insediamento informale è una notizia attesa da anni. Restano però senza risposta questioni decisive per le condizioni di vita dei lavoratori braccianti: dove andranno le persone che le palazzine non potranno contenere, e con quali garanzie di lavoro, residenza e continuità di soggiorno? È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa

    • È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa di assegnazione. Il provvedimento dà attuazione ai decreti 228 e 238 del 6 e 23 marzo 2026, adottati nell’ambito del cosiddetto “#Decreto_Caivano” – convertito in legge il 13 novembre 2023 e presentato dal Governo Meloni come risposta al disagio giovanile e alla criminalità nelle periferie.

      La tendopoli nacque dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010 e fu realizzata dal Ministero dell’Interno come soluzione emergenziale. Da allora è stata smantellata e ricostruita più volte: l’ultimo grande sgombero risale al marzo 2019, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini in un impeto di propaganda fece arrivare le #ruspe. Ogni volta, alla distruzione è seguita la rinascita dell’insediamento, in un ciclo che associazioni e sindacati denunciano da oltre un decennio.

      Nel mezzo, una scia di incendi e di morti: nelle baracche di legno e lamiera, scaldate d’inverno da bracieri e stufe di fortuna, hanno perso la vita #Becky_Moses, #Suruwa_Jaiteh e #Moussa_Ba. Le gravi condizioni igienico-sanitarie in cui le persone sono state costrette a vivere per anni, senza acqua potabile né corrente elettrica, sono l’esito di un percorso di accoglienza fallimentare, deterioratosi nel tempo fino al completo abbandono istituzionale.

      Il superamento del modello della tendopoli è in sé uno sviluppo positivo. Ma la mancanza di percorsi certi, individualizzati e di lungo periodo per gli abitanti rischia di riprodurre, ancora una volta, marginalità, esclusione e ghettizzazione.

      Emergency che lavora accanto alla popolazione della tendopoli dal 2011 con uno sportello di orientamento socio-sanitario, continua a chiedere soluzioni strutturali per chi lavora nel territorio della Piana. Si tratta di #braccianti che risiedono stabilmente da anni in Italia, in regola con le norme in materia di immigrazione. L’organizzazione esprime preoccupazione per la ricollocazione e la presa in carico delle persone più fragili presenti nell’insediamento.

      A oggi, sottolinea Emergency, gli enti competenti non hanno ancora illustrato quali misure intendano adottare nei prossimi mesi, in vista di una nuova stagione di raccolta e dell’arrivo di centinaia di lavoratori migranti. Molte persone non sanno ancora quando verranno trasferite, dove saranno ricollocate e con quali garanzie rispetto al lavoro, alla residenza e ai servizi. Per questo l’organizzazione ritiene che non si possa procedere con ulteriori trasferimenti o con la chiusura definitiva finché tutte le persone coinvolte non siano state adeguatamente informate, ascoltate e destinate a una soluzione concreta e sostenibile.

      «Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie, in luoghi isolati, privi di collegamenti e lontani dai servizi essenziali», dichiara Mauro Destefano, coordinatore del progetto in Calabria. «Tutelare la salute e la dignità delle persone significa superare definitivamente il sistema dei grandi insediamenti, accompagnandole verso soluzioni abitative diffuse e reali percorsi di inclusione, costruiti insieme alle comunità locali».

      Il coordinatore punta il dito sui progetti annunciati come definitivi: «L’investimento di circa 3,6 milioni di euro per la costruzione della #Fattoria_Solidale, che non sarà pronta prima di un anno e mezzo, sembra essere l’ennesima costruzione di un ghetto nel quale le persone vivranno nuove forme di marginalizzazione e isolamento». Restano poco chiare, prosegue l’Ong, le ragioni del carattere temporaneo attribuito alle palazzine di Serricella, così come le modalità di gestione e i requisiti di accesso. Il tutto, conclude Mauro Destefano, deciso «senza interlocuzioni con le associazioni del terzo settore che popolano il territorio e senza un confronto con le persone migranti che vivono nella tendopoli»: l’ennesimo fallimento di una politica che continua a gestire un fenomeno radicato come se fosse un’emergenza improvvisa.

      Che dopo circa dieci anni le istituzioni calabresi aprano finalmente le palazzine di Rosarno può essere vista come una buona notizia: centinaia di lavoratori potranno vivere in condizioni migliori, anche grazie alla pressione esercitata negli anni da sindacati e società civile. Rimane però un problema tutt’altro che secondario, e riguarda i numeri. Lo sgombero eseguito ora, in piena bassa stagione, consente di gestire le poche decine di braccianti rimasti sul territorio a raccolta finita. Ma quando arriverà l’inverno, e con esso la stagione degli agrumi, la Piana torna a riempirsi: negli anni di picco San Ferdinando ha ospitato fino a mille persone. Le palazzine, che possono accogliere all’incirca 180 lavoratori, non basteranno.

      Saprà in questo lasso di tempo la politica istituzionale ascoltare le proposte – come l’ostello diffuso o la gestione pubblica degli affitti per citare due esempi – che arrivano dal basso, ossia da chi vive il territorio e ha proposto in questi anni soluzioni alternative e durature?

      #San_Ferdinando #tendopoli #migrations #Calabre #Rosarno #Piana_di_Gioia_Tauro #démantèlement #destruction #baraquement #travailleurs_étrangers #agrumes #agriculture

  • La #tendopoli di #San_Ferdinando vive un’emergenza senza fine

    Quindici anni dopo il terribile incendio nella baraccopoli calabrese “abitano” ancora centinaia di braccianti. La pioggia di finanziamenti non ha risolto i problemi strutturali ma li ha aggravati. Anche il #Pnrr non è stato all’altezza

    Arriviamo alla baraccopoli calabrese di San Ferdinando dopo la pioggia e molti dei lavoratori migranti che vivono qui sono già rientrati nelle loro tende e baracche. Dal lato del cancello che divide gli alloggi di fortuna dalla strada un ragazzo senegalese sta facendo le abluzioni. È l’ora della preghiera per i musulmani del campo e nell’aria si sente il canto del muezzin. Un muezzin digitale, ma il richiamo è ugualmente potente. E poco importa se non c’è elettricità in quasi metà del campo, con l’impianto elettrico andato fuori uso nel periodo natalizio e ancora non ripristinato nonostante uno stanziamento lampo di 140mila euro da parte delle istituzioni regionali.

    Visto il freddo che fa, per scaldarsi ci sono rami secchi e polistirolo oppure una stufetta elettrica: più che gli allacci abusivi il problema è che ci sono ancora diverse centinaia di persone costrette a vivere in questa baraccopoli, pur lavorando nelle campagne della zona. Rosarno, Gioia Tauro, Taurianova, Rizziconi: “l’americhicchia” di una volta dove accorrevano lavoratori anche dal resto d’Italia prima del crollo del mercato e ancora oggi tra distese di aranceti, alberi di clementine e bergamotti si concentra il grosso delle coltivazioni agrumicole.

    Ma anche Polistena, Palmi, la stessa San Ferdinando e Seminara, dove l’agrumicoltura mantiene un ruolo rilevante pur alternandosi con le altre colture che dominano nel resto dei 33 Comuni dell’area, soprattutto vite e olivo. In totale oltre 44mila ettari di colture, quasi un quinto solo agrumi e più recentemente kiwi, con più di 13mila aziende agricole (dati del Censimento agricoltura 2020 dell’Istat) che impiegano fino a circa 3.500 lavoratori stranieri durante la stagione agrumicola. Presenze diminuite negli anni per la mancanza di sistemazioni dignitose a fronte di una richiesta di lavoro rimasta sostanzialmente immutata, mettendo così in difficoltà diversi produttori locali.

    “Le amministrazioni vogliono approfittare delle opportunità di finanziamento più che risolvere il problema, continuando a realizzare investimenti senza una visione territoriale e coordinata”, commenta Alessandra Corrado, sociologa e docente presso l’Università della Calabria impegnata dal 2023 nel progetto Campagne aperte di Fondazione con il Sud. E anche quando riescono a canalizzare risorse per l’inclusione sociale non dialogano con le esigenze del territorio e del mondo imprenditoriale “che palesa un’esigenza di manodopera formata e tendente alla stabilizzazione, in contraddizione con le condizioni abitative precarie che vediamo”. Sembra un paradosso in un territorio dove dalla rivolta dei braccianti del 2011 si sono susseguiti finanziamenti su finanziamenti.

    Il Villaggio della solidarietà di Rosarno, in particolare, ha impiegato ingenti risorse e 13 anni per essere definitivamente consegnato, quattro anni il Borgo solidale di Taurianova. Basta farsi un giro lì per trovarsi sostanzialmente di fronte a una triste distesa di container e moduli abitativi posizionati lontano dai centri abitati, gestiti finché ci saranno i soldi per rifinanziarli. Nonostante questo per la prefetta di Reggio Calabria Clara Vaccaro è “un risultato inimmaginabile, tre anni fa nessuno avrebbe detto che saremmo riusciti a smantellare Rosarno e Taurianova”, anche se ammette che per risolvere veramente il problema “bisogna costruire anche alternative di housing sociale per tutti e convogliare sforzi, energia, soldi per costruire un sistema corretto per un’integrazione vera. Ci stiamo lavorando”. Come nel resto d’Italia per gli interventi provvisori o emergenziali si trovano sempre risorse, mentre quando si tratta di affrontare alla radice problematiche complesse tutto resta indefinito.

    Intanto le sei palazzine costruite con fondi europei a Rosarno a partire dal 2011 per “la rete di accoglienza abitativa e di inclusione sociale”, completate lo scorso anno, restano ancora inutilizzate. A rendere ancora più amaro il boccone è il fatto che questi interventi si siano intersecati agli stanziamenti dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dedicati alla fuoriuscita dagli insediamenti illegali. Taurianova ha perso circa tre milioni e mezzo destinati all’acquisto e ristrutturazione di immobili privati per cercare di risolvere in maniera più strutturale la crisi abitativa e circa due milioni per Rosarno.

    Una situazione desolante secondo Ibrahim Diabate, responsabile del progetto Dambe Sò di Mediterranean Hope, il programma per migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche (Fcei). “Sono più di vent’anni che in Calabria siamo in emergenza alloggiativa e ancora andiamo di tendopoli in campo -spiega-. È solo un altro business dell’accoglienza che non risolve mai la cosa, perché nessuno si occupa di consegnare le palazzine di Rosarno, non dico ai migranti, ma quantomeno ai lavoratori? Adesso addirittura vogliono fare gli chalet”. Mentre parla seduto al desk, passa qualche ospite a chiedergli il cedolino per il contributo per l’alloggio. “Noi gli diamo una sistemazione vera e loro visto che lavorano pagano per il posto che occupano. Significa riconoscere loro dignità”.

    Anche San Ferdinando ha perso i quasi cinque milioni inizialmente previsti dal Pnrr, in questo caso parzialmente rientrati dalla finestra del decreto “Caivano Bis”. Una misura diversa, con obiettivi diversi e dieci milioni complessivi per finanziare diversi tipi di intervento. Di questi, il sindaco Gianluca Gaetano intende utilizzarne 3,6 per la realizzazione di una “fattoria solidale” con tanto di chalet in cui spostare i lavoratori migranti che attualmente vivono nella baraccopoli di San Ferdinando.

    Questo, attraverso l’acquisto di un’ex azienda agricola fallita “molto bella, molto grande in cui intendiamo investire per realizzare delle unità abitative che ospiteranno dalle 120 alle 200 persone, un nuovo quartiere della città, in osmosi col territorio circostante” dichiara il sindaco telefonicamente. “La governance costa molto ma noi intendiamo finanziarla attraverso l’autosostenibilità. Sarà una vera e propria azienda agricola, dove si fa produzione e trasformazione, e magari anche un ristorante etnico”, da affidare a “una o più cooperative sociali di comprovata esperienza in modo che costi di conduzione, decoro del luogo e cura degli ospiti siano autofinanziati”. Un grande progetto aziendale più che un intervento per risolvere l’emergenza abitativa, per il quale il sindaco dice di ispirarsi proprio all’ostello e alla rete di Sos Rosarno. A metà gennaio 2026 non è ancora aperto, accumulando un ritardo di sette mesi dalla data programmata.

    Funzionerà? Intanto, con gli stessi fondi, è previsto anche lo sgombero degli oltre 500 abitanti della tendopoli. A suscitare dubbi sono proprio le modalità, come spiega Peppe Marra, storico sindacalista dell’Usb Calabria da anni impegnato in lotte a difesa dei lavoratori. “Immaginare di costruire da zero l’esperienza di una realtà già presente sul territorio da quindici anni, realizzando una cooperativa a partire da un’azienda fallita sembra piuttosto una serie di belle parole. Il rischio è che diventi un ulteriore inefficace esborso di denaro pubblico”.

    A pesare nel giudizio non è solo la delusione suscitata dagli interventi passati: “Il problema abitativo va affrontato rendendo disponibile ad affitto calmierato quel patrimonio immobiliare costituito dal 40% di appartamenti vuoti o poco utilizzati, invece di continuare a ragionare su grandi concentramenti e business per le aziende che non lasciano niente sul territorio”. In qualche modo i discorsi si riallacciano, nella piana di Gioia Tauro come nel resto d’Italia, indicando come si potrebbero trasformare le politiche di accoglienza e i fondi pubblici per il riscatto dei lavoratori migranti in strategie di sviluppo locale.

    https://altreconomia.it/la-tendopoli-di-san-ferdinando-vive-unemergenza-senza-fine
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  • Ecco il #biondo_di_Caulonia, sarà il frutto del riscatto?

    La strada che collega Gioiosa Ionica a Caulonia è un susseguirsi di profumi antichi: zagare in fiore, terra arsa dal sole e brezze salmastre che arrivano dal mare. Il paesaggio, in apparenza brullo e quasi inospitale, custodisce però un giardino segreto dove cresce un frutto raro: il Biondo di Caulonia. Qui, a #Focà di Caulonia, in provincia di Reggio Calabria, l’azienda agricola biologica Campisi ha deciso di ridare vita a questo agrume dal colore del sole e dal sapore della memoria. Merito dell’intuizione di un’imprenditrice visionaria, Ilaria Campisi, la quale, in un’epoca dominata dalla standardizzazione che minaccia la biodiversità, ha scelto di andare controcorrente. «Mi avevano suggerito di estirpare quelle piante», racconta. «Ma io sentivo che quella era la mia strada».

    Da questo slancio ostinato e contrario è nato il progetto “Arance in Viaggio”, che ha trasformato un frutto un tempo relegato ai margini del mercato, in un simbolo di rinascita. Abbiamo raggiunta Ilaria Campisi per farci raccontare questa storia di visione, radici e ostinazione.

    L’inizio della storia di Arance in Viaggio sembra un segno del destino, a partire da un taccuino ritrovato in una vecchia soffitta. Ci racconta meglio questa scoperta e come ha influenzato la sua decisione di salvaguardare antiche varietà di agrumi? È stata una scelta consapevole e appassionata. Dopo un po’ di anni che avevo intrapreso questo percorso e dopo che istintivamente nel ripiantare e ammodernare tutti gli agrumeti di famiglia avevo salvato gli alberi di Biondo di Caulonia, in soffitta ho ritrovato dei vecchi taccuini di uno zio di mio padre morto nel 1943. La cosa che subito mi è saltata agli occhi era il modo di appuntare tutti i lavori agricoli che era identico al mio, ho ritrovato così la data di messa a dimora proprio di quell’agrumeto salvato che risaliva ad un secolo prima, il giorno del mio compleanno. Tutto questo può essere inteso come un segno del destino.

    Qual è stata la difficoltà più grande durante il percorso di recupero e valorizzazione del Biondo di Caulonia e, al contempo, quale la soddisfazione più grande? All’inizio era chiaro che l’agrumeto di Biondo di Caulonia sarebbe stata la parte passiva della mia azienda in quanto i frutti non venivano più recepiti dal mercato a causa dei noccioli presenti nella polpa, ma io sapevo che le qualità organolettiche straordinarie di questo frutto antico potevano essere nuovamente apprezzate. Erano in molti che mi consigliavano di estirpare quegli alberi e di piantare nuove cultivar di agrumi, ma per istinto non l’ho mai fatto; la soddisfazione più grande è vedere quanto questo frutto oggi venga apprezzato.

    Nel suo progetto, la rete di collaborazioni gioca un ruolo centrale. In che modo ha costruito la “Comunità di salvaguardia” intorno a questo agrume e quale importanza rivestono ristoratori, musicisti e proprietari terrieri nel sostenerla? Fare rete è essenziale. Nel 2015 insieme ad un gruppo di proprietari e di estimatori abbiamo fondato la Comunità di Salvaguardia del Biondo di Caulonia e di altri Agrumi Antichi, ed ognuno per la propria parte si fa ambasciatore tutelando queste arance facendo si che vengano sempre più conosciute ed apprezzata.

    Il recupero del Biondo di Caulonia non è solo la riscoperta di un frutto raro, ma anche un gesto di tutela della biodiversità del territorio. Come ritiene che l’esperienza di Caulonia possa essere replicata altrove e quali elementi reputa indispensabili per il successo di iniziative simili? Tutelare la biodiversità non vuol dire solo coltivare frutti antichi, coltivare la biodiversità è prendersi cura di un pezzetto di mondo nel rispetto della fauna della flora e delle comunità umane e questo rispetto si può attuare in ogni angolo della terra; noi siamo natura, la sostenibilità ambientale è l’unica via che può portare benessere, salute e vita. E prendendo spunto dalle parole di Vandana Shiva sono convinta che «l’intensificazione della fotosintesi, la tutela della biodiversità, la produzione biologica, sono le strade da seguire per contrastare i cambia menti climatici» e per attuare un «imperativo di sopravvivenza».

    Ha ricevuto il Premio prestigioso “Economia del Futuro” per il suo impegno nell’agricoltura sostenibile. Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento e quali prospettive apre per la promozione di eccellenze come il Biondo di Caulonia in Italia e in Europa? Quando sono stata chiamata dalla segreteria del Polo del Gusto pensavo di essere stata inserita nella rosa dei candidati al premio, invece con emozione ho scoperto di essere la premiata 2023; stentavo a credere di essere stata selezionata ed è stato incredibile che una realtà così lontana geograficamente si fosse accorta del mio operato; i valori che guidano chi mi ha premiata sono gli stessi di quelli che pratico ogni giorno, ho visto riconosciuto il mio impegno e il lavoro di tanti anni e da lì è stato un susseguirsi di riconoscimenti fino alla segnalazione nelle 100 Eccellenze Forbes di quest’anno. Questi riconoscimenti danno luce alle nostre produzioni di nicchia che sono sempre più richieste in Italia ed in Europa. Quale messaggio vorrebbe tramandare a chi desidera intraprendere un cammino simile, soprattutto alle nuove generazioni? Il lavoro a stretto contatto con la natura è sicuramente faticoso, ma se lo si fa con la giusta passione e molto impegno, dà molte soddisfazioni.

    Caulonia godeva fino alla metà degli anni ’70 di una fama internazionale legata ai propri agrumi tipici: dall’arancio biondo al chinotto, sino ad arrivare alla “Limoncella”, una particolare varietà di limetta. Sui mercati di Parigi, negli anni ’60 e ’70, si racconta che per invogliare all’acquisto si usasse lo slogan «Comprate i gustosi agrumi di Caulonia», a riprova dell’alta qualità organolettica e della forte identità territoriale di queste produzioni. Merito del microclima ideale, della specificità delle acque e della peculiare composizione dei terreni che, a tutt’oggi, consentono di ottenere frutti eccellenti.

    Fu con l’introduzione, in alcuni casi imposizione, di nuove varietà provenienti soprattutto dalla Spagna, che gli agricoltori locali hanno iniziato ad abbandonare progressivamente le pregiate varietà autoctone, a favore di cultivar più facili da vendere. Il Biondo di Caulonia o Biondo della Spina, è il frutto che più ne ha risentito, rischiando di estinguersi completamente. Si tratta di un’arancia tardiva dalla buccia sottile color giallo-arancio chiaro, la polpa finissima e gusto dolce e succoso. Proprio la buccia sottile e la presenza di noccioli stavano per decretarne la fine della coltivazione. Basta però soffermarsi sulle qualità uniche di questo frutto per comprendere l’ostinazione di Ilaria Campisi.

    La maturazione del Biondo di Caulonia è, infatti tardiva, tanto che lo si può gustare da metà marzo a fine maggio, periodo in cui la maggior parte delle altre arance ha già lasciato il mercato. Questa caratteristica lo rende ancor più prezioso per i consumatori, che possono assaporarlo fresco, in macedonie, insalate o come guarnizione per dolci. Altro punto di forza sono le sue dimensioni: un frutto può arrivare a pesare sino a 180 grammi, e che riporta prepotentemente all’attenzione la forza di un’agricoltura biologica e identitaria. Si tratta poi di un frutto molto succoso e prodotto in poche quantità. Si parla di 530.000 frutti prodotti, una quantità che non raggiunge grandi numeri in termini di quintali, ma che racchiude un valore autentico.

    «Noi consideriamo l’arancia come arte – dice Ilaria – osservando la buccia ruvida o liscia, i profumi, le sfumature che la rendono un oggetto di ‘design’ naturale». Il Biondo di Caulonia, in fondo, è una lezione di bellezza e lentezza, un invito a rispettare i tempi della natura e a mettere in contatto le persone con la ricchezza del paesaggio. La vera novità sta nell’approccio di alcuni giovani imprenditori che, come Ilaria Campisi, hanno deciso di tornare alla terra di origine scommettendo su cultivar ritenute fuori mercato. Grazie al progetto “Arance in Viaggio” e all’impegno per un’agricoltura sostenibile, Ilaria Campisi, ha ad esempio trasformato i suoi agrumeti in veri e propri giardini botanici, mettendo al centro la biodiversità. Alberi centenari rappresentano un paesaggio simbolo di storia e identità che comprende la flora e la fauna delle comunità umane.

    «Le mie arance viaggiano, in Italia e in Europa e attraverso questo viaggio cerchiamo di regalare dei viaggi sensoriali - racconta Ilaria Campisi - perchè gli agrumi non sono lo cibo, ma filosofia, saggezza contadina, bellezza e racchiudono una parte di umanità». Salvare il Biondo di Caulonia significa quindi molto di più che conservare una specie di agrume tardivo: vuol dire preservare il paesaggio, la cultura e la storia secolare di un’area geografica che fu culla della Magna Grecia.

    Recuperare la coltivazione biologica di questo “sole ovoidale” da 150-180 grammi significa anche sostenere un mercato di nicchia dal forte valore simbolico: è un invito a riscoprire la bellezza di un’agricoltura etica e a «gustare la legalità», come sottolineano i produttori di GOEL Bio. In questo cammino, la difesa e la promozione del Biondo di Caulonia si pongono come esempio concreto di come l’innovazione possa nascere dalla tutela delle radici, offrendo nuove prospettive economiche e sociali per tutto il territorio.

    https://www.avveniredicalabria.it/ecco-il-biondo-di-caulonia-sara-il-frutto-del-riscatto
    #oranges #agrumes #Italie #Calabre #Caulonia #Ilaria_Campisi

    • Il “Biondo” di Caulonia. La bella storia di Ilaria Campisi, visionaria imprenditrice agricola della Locride

      Tra la frescura della Valle delle fiumare Stilaro e dell’Allaro e le splendide coste ioniche calabresi, sorge Caulonia. Καυλωνία fu colonia greca della Magna Grecia, fondata verso la fine del sec. VII a.C. sulla costa orientale della Calabria (antico Bruzio), presso il promontorio Cocynthus (oggi Capo o Punta di Stilo). Un vero e proprio cucuzzolo collinare, che rende la città simile a una roccaforte, circondata da dirupi, detti timpi.

      L’abitato di Caulonia si spinge dal mare fin sulle serre calabresi dell’Aspromonte, a 300 metri di altezza. Comune del Parco Nazionale dell’Aspromonte, Caulonia superiore può contare su uno splendido centro storico medievale con viuzze romantiche, dette “vinedi”, piazze e palazzi signorili di grande pregio architettonico.

      Ilaria Campisi nasce qui a Caulonia, nella casa di campagna di famiglia, perchè in quegli anni non si usava partorire in ospedale. La sua vita è un esempio tangibile di passione, impegno e dedizione alla terra e alla comunità che la circonda.

      La sua storia ha destato anche la mia proverbiale curiosità quando ho letto che recentemente la rivista Forbes l’ha premiata tra le 100 Eccellenze Italiane con questa motivazione: “una donna che sta dedicando la sua vita e la sua attività lavorativa al recupero di varietà di agrumi ormai scomparsi e riesce a coniugare arte e cultura, insieme con la sua attività economica, senza dimenticare un grande senso di accoglienza verso i migranti che lavorano nella sua azienda”.

      Ilaria si occupa dell’azienda agricola di famiglia da circa 25 anni. Prima di lei, i nonni e suo padre Carmelo che l’ha condotta fino agli anni’90, quando, con l’introduzione delle normative europee in agricoltura, la concorrenza divenne stringente, tanto da abbandonare la produzione. Gli agrumeti ultra centenari furono comunque preservati nell’attesa che qualcuno tornasse a occuparsi di loro…

      A proposito di papà Carmelo, Ilaria mi racconta che in uno degli agrumeti si è verificata una mutazione spontanea, detta “chimera”, che ha prodotto una nuova qualità di agrumi: una piccola arancia rossa, un “moro” per il quale è stato avviato l’iter, lungo e costoso, per il riconoscimento e sarà chiamato “Moro Carmelo”.

      Ilaria, piglio volitivo e occhi azzurri come il mare di Caulonia, ha respirato aria agricola sin dalla nascita. Da ragazza però, voleva intraprendere la carriera teatrale e frequentare l’Accademia di Arte Drammatica a Roma, riuscì a lavorare persino con Albertazzi. Negli anni ’80 tuttavia, di teatro non si “campava” e i suoi genitori le suggerirono di assicurarsi il futuro con una laurea: Giurisprudenza le sembrò la strada più pratica, ma una volta laureata, il forte richiamo della terra si fece sentire e, contro la volontà di tutti, senza l’aiuto di nessuno, Ilaria decise di dedicarsi anima e corpo al recupero dell’azienda agricola di famiglia.

      Grazie a contributi europei, rimette in sesto gli agrumeti e, proprio quando stava per estirpare e ripiantare tutto, decise invece, contro il parere di tutti, di non toccare gli antichi alberi di arancio “Biondo di Caulonia” e di altre vecchie varietà che erano le più difficili da coltivare. Da lì nacque la passione per la ricerca degli agrumi antichi: oggi Ilaria ne ha una piccola collezione, non solo “Biondo di Caulonia”, ma anche, limette, tarocchi e sanguinelli antichi dal gusto molto più articolato e complesso rispetto a quello delle arance moderne.

      Si tratta di piante ultra centenarie, espressione di un paesaggio che si è fatto storia e della biodiversità che resiste. Inoltre, questi sanguinelli e tarocchi hanno un particolare corredo di antociani che fa sì che, anche dopo parecchi giorni dalla raccolta, il frutto conservi intatta la freschezza del gusto. Ciò si deve al fatto che si tratta di piante che hanno conservato integro il proprio patrimonio genetico, senza successive alterazioni o innesti.

      Il Biondo di Caulonia è un’arancia a polpa gialla, di fatto il suo nome è “Biondo di Spina” perché i rami presentano delle piccole spine. La varietà era stata surclassata dall’arancia Navel, soprattutto perché aveva i noccioli, non erano graditi ai consumatori. Da un po’ di anni il “problema” dei semini è stato superato, poiché il ventaglio di sapori unico e variegato che va dalla fragola al mandarino, con punte di pesca, ha conquistato il pubblico. Il gusto è molto equilibrato tra acidità e dolcezza. Matura dai primi di marzo fino a giugno. La polpa è compatta e croccante. La sua buccia è profumatissima e molto ricercata da famosi pasticcieri italiani.

      L’iter per il riconoscimento della De.Co. per gli agrumi di Caulonia è iniziato, ma l’attuazione fa fatica a concretizzarsi. Esiste una Comunità di Salvaguardia del Biondo di Caulonia e degli agrumi antichi che ha, tra i diversi progetti, quello di far funzionare la De.Co. (Denominazione Comunale di Origine). La De.Co. è un marchio di garanzia nato in seguito alla Legge n. 142 dell’8 giugno 1990, che consente ai Comuni la facoltà di disciplinare in materia di valorizzazione delle attività agroalimentari tradizionali. La De.Co., pertanto, dimostra l’origine locale del prodotto, ne fissa la sua composizione e ne garantisce gli ingredienti ai produttori del territorio e ai consumatori. Con il passare degli anni, le De.Co. sono diventate anche uno strumento di marketing territoriale, comunicando e promuovendo il patrimonio culturale e ambientale presente in una determinata zona, oltre i propri confini locali e regionali. Attraverso la certificazione De.Co. il “prodotto territoriale” agroalimentare e/o enogastronomico acquista un’identità sul mercato.

      Ilaria Campisi fonda la Comunità di Salvaguardia nel 2015, in seguito all’introduzione dell’IMU anche sui terreni agricoli. Poiché nel territorio comunale si contavano circa settanta ettari con alberi di Biondo di Caulonia, i proprietari cominciarono a estirpare per pagare meno tasse. Da quel momento, per strappare all’abbandono quanti più ettari di agrumeto possibile, nasce la Comunità di Salvaguardia, costituita oggi da venti soggetti: non solo aziende di produzione, ma, anche semplici cittadini, che nell’orto hanno qualche pianta di Biondo di Caulonia. La produzione a oggi si attesta su circa 530.000 frutti, si tratta dunque di un’arancia rara, poiché nasce solo a Caulonia e perché è coltivata su una superficie veramente limitata. Della Comunità di Salvaguardia fanno parte anche gli estimatori, ovvero gli Ambassador: musicisti, ristoratori e pasticcieri.

      Inoltre sono in corso contatti con Slow Food per riconoscere il Presidio del Biondo di Caulonia. Ilaria ha raccontato la storia degli agrumi di Caulonia a Carlo Petrini che ha raccolto con interesse le istanze di questa comunità agricola.

      Grazie anche al riconoscimento ricevuto da Forbes, tra le 100 Eccellenze Italiane, alcuni produttori hanno mostrato interesse verso la ripresa della coltivazione del Biondo di Caulonia. L’obiettivo è di crescere e mettere in produzione tutti gli ettari abbandonati, il che non ha solo un valore economico, ma, soprattutto, una valenza paesaggistica e turistica.

      La difficoltà di reperimento di manodopera agricola specializzata ha spinto Ilaria, negli anni, a dare lavoro e formare migranti. La visionaria imprenditrice agricola calabrese è riuscita a preservare la biodiversità trasformando gli agrumeti in giardini botanici.

      Dal contatto con gli immigrati, si è resa conto del loro bisogno di integrazione con la comunità locale. Ilaria ha cercato di coniugare esigenze imprenditoriali con istanze sociali. A tal fine ha dato vita al progetto “Orti in Giardino”. La Campisi ha creato tanti piccoli orti in regime biologico, da affittare a chi non ha possibilità di averne uno proprio. Gli affittuari che vengono a raccogliere i frutti o, semplicemente a godersi il tramonto, con l’occasione, socializzano con gli operai migranti, che hanno così cominciato a parlare meglio l’italiano e persino, il dialetto calabrese. Negli anni, gli orti sono diventati anche luogo per iniziative culturali, conferenze, spettacoli musicali e di teatro. Si è creata così una rete di coltura e di cultura. Gli Orti in Giardino sono anche strumento per avvicinare le persone e i bambini alla terra e all’agricoltura. Attraverso la salvaguardia di antichi saperi agricoli e la promozione di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente, Campisi ha dimostrato che è possibile preservare la biodiversità, offrendo opportunità di lavoro e, al tempo stesso, promuovendo l’inclusione sociale e territoriale. Il lavoro torna a caricarsi di valore esistenziale e di respiro etico, diventando costruzione, solidarietà, crescita personale e comunitaria, un fatto davvero raro in questi tempi…tanto che nel 2019 gli Orti sono stati distrutti da un incendio doloso. La comunità creata da Ilaria Campisi non si è avvilita e gli orti sono rinati più belli e rigogliosi di prima.

      Non è facile far appassionare i giovani al lavoro agricolo: Ilaria ha cominciato a incontrare gli studenti degli istituti agrari e, in qualcuno di loro, ha intravisto quella luce negli occhi propria di chi ama la sua terra e vuole rimanerci. Per Campisi il tempo trascorso a parlare con i giovani è prezioso. Mi racconta che circa 20 anni fa, andò in una scuola elementare a parlare del suo lavoro in Agricoltura. A distanza di 20 anni, selezionando un giovane trattorista si sente dire “lei non si ricorda di me? Io sono quel bambino di 20 anni fa, ho deciso di fare questo lavoro grazie alle sue parole di allora, perché mi ha fatto capire la bellezza di lavorare la terra.”.

      Ilaria ha rivestito anche incarichi nazionali in Confagricoltura. Nel 2010, ai tempi della rivolta dei migranti a Rosarno, era presidente di Confagricoltura Calabria e si trovò a combattere con imprenditori poco etici.

      Il cambiamento climatico: oggi è davvero un problema, già in passato bastava una grandinata per perdere tutto. Oggi la siccità estrema è un problema gravissimo, in Calabria d’estate non piove. Le acque irrigue si attingono dalla fiumara d’Allaro che è molto ricca di calcio ed è perfetta per gli agrumeti. Nonostante ciò, grano e vigneti sono andati distrutti.

      Il Biondo di Caulonia viene impiegato in cucina, pasticceria e gelateria, ~ Dal Biondo di Caulonia si producono marmellate, canditi, e succhi biologici. L’azienda insiste su 30 ettari. La quotazione attuale è di circa 4 euro al kg. incluso il trasporto per ordini di 20 kg. 4,50 euro per quantità inferiori. Il prodotto arriva in tutta Europa con E – Commerce, o si vende in campo, ma, soltanto a chi ne apprezza e comprende il valore, pagando il giusto prezzo, remunerativo per tutta la filiera.

      Caulonia e la Locride scontano errori e ritardi annosi: “Come cittadini della Locride siamo il posto più lontano d’Italia… mancano le infrastrutture, è molto difficile fare impresa in questo modo. Dalla Sicilia fanno meno fatica ad esportare il prodotto. Tra l’altro il progetto della variante della statale 106 che dovrebbe colmare un gap, ha un impatto deflagrante sul territorio. Ci preoccupa molto perché è una strada che corre parallela alla 106 esistente e lascia isolati i borghi. Anas ne ha progettata un’altra che scorre più a monte e sarebbe meno impattante e più opportuna per collegare i territori. Quella variante incide sulle produzioni, noi vogliamo essere collegati al mondo con una strada che non sia calata dall’alto, ma sia efficiente e moderna. Non ha senso costruire oggi un’altra strada a due corsie che sventra il territorio. Speriamo di poter riuscire a colloquiare con Anas per far capire le esigenze di noi locridei”.

      Il Biondo di Caulonia è diventato ambasciatore della Calabria, perché chi lo consuma è curioso di venire a conoscere i luoghi di produzione. Tra l’altro, il mare di Caulonia è anche Bandiera Blu. Il turismo agricolo è un sogno nel cassetto, Ilaria non ha il tempo di occuparsene. Per la struttura ricettiva ci vorrebbero troppe risorse, sarebbe oneroso e difficile adattare un fabbricato rurale di fine ‘800.

      Ilaria ama delegare e spera di trovare dei giovani che vogliano affiancarla e proseguire in questo lavoro: “Ognuno faccia la propria parte. Evitiamo quei discorsi secondo cui in Calabria non c’è niente. La nostra regione è ricchissima e ognuno, per la propria parte, la valorizzi”.

      Non a caso la sua impresa si chiama “Arance in viaggio”, ad indicare non solo un’attività imprenditoriale, ma un impegno a preservare un patrimonio prezioso e a promuovere l’identità culturale e territoriale. In un’epoca in cui il cambiamento climatico rappresenta una minaccia concreta, l’approccio olistico di Ilaria Campisi offre un raggio di speranza. La sua missione non solo promuove la sostenibilità ambientale, ma crea un ponte tra passato e futuro, contribuendo a preservare l’eredità agricola e culturale della Calabria per le generazioni future. La storia di Ilaria è un monito che rimarca l’importanza di una visione lungimirante e di un impegno incessante per la conservazione e la valorizzazione delle radici culturali e ambientali della sua terra, Caulonia.

      https://www.lucianopignataro.it/a/il-biondo-di-caulonia-la-bella-storia-di-ilaria-campisi-visionaria-imprenditrice-agricola-della-locride/271359
      #arance_in_viaggio

    • Il tempo lento degli agrumi: Ilaria Campisi e la rinascita del “Biondo” di Caulonia

      Tra memoria, paesaggio e impresa sociale, il ritorno alla terra in Calabria e nella Locride in particolare, diventa gesto culturale e visione contemporanea: “non si trattava soltanto di salvare un’arancia, ma di restituire voce a un territorio che attraverso quel frutto si esprime da secoli”

      Nel cuore della Locride, dove la luce dello Ionio si posa sugli agrumeti e il paesaggio conserva una stratificazione antica, ha preso forma una storia che intreccia natura, identità e futuro. È la vicenda di Ilaria Campisi, imprenditrice agricola originaria di Caulonia (Rc), che ha trasformato il ritorno agli agrumeti di famiglia in un progetto capace di tenere insieme economia, cultura e responsabilità sociale.

      Il riconoscimento tra le 100 Eccellenze Italiane di Forbes Italia non è per lei e per gli altri soltanto un sigillo di successo imprenditoriale, ma il segno di una traiettoria più profonda: quella di un’agricoltura che si fa presidio culturale, custodia del territorio e pratica civile. Nella cornice milanese del Principe di Savoia, Campisi ha portato con sé una Calabria diversa, lontana dagli stereotipi, radicata e insieme proiettata. La sua scelta iniziale ha il valore di un gesto quasi controtempo: tornare alla terra. Riprendere un agrumeto secolare significa, in questo caso, riattivare una memoria agricola e familiare, ma anche confrontarsi con le fragilità di un sistema produttivo spesso marginalizzato.

      Al centro di questo percorso c’è il recupero del “Biondo della Spina”, varietà autoctona di arancia che rischiava di scomparire. Non si tratta solo di una coltivazione, ma di un’operazione culturale, che restituisce dignità a un prodotto e al contesto che lo ha generato. “Non si trattava soltanto di salvare un’arancia – si può immaginare racconti Campisi – ma di restituire voce a un territorio che attraverso quell’arancia si esprime da secoli”.

      Il “Biondo” porta con sé le tracce di un sapere agricolo antico: le piccole spine, il gusto deciso, la resistenza alle trasformazioni del tempo. Oggi, grazie al lavoro della comunità di salvaguardia presieduta da Campisi, questa varietà torna a circolare, riattivando relazioni e prospettive anche oltre i confini locali. “Caulonia è storicamente terra di agrumi – ha sottolineato – e il ‘Biondo’ ne è una delle espressioni più autentiche. La sfida è stata farlo riconoscere di nuovo, restituirgli il posto che merita”.

      Nel lavoro di Ilaria Campisi, tradizione e innovazione non si oppongono, ma dialogano. L’azienda agricola diventa uno spazio di sperimentazione, dove pratiche antiche si intrecciano a nuove modalità di narrazione e distribuzione. Il progetto “Arance in Viaggio”, premiato nel 2023 all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo nell’ambito del Premio “Economia del Futuro”, rappresenta emblematicamente questa tensione: non solo un prodotto, ma un racconto in movimento, capace di trasformare l’arancia in esperienza culturale. “L’arancia è un oggetto d’arte”, afferma. Una dichiarazione che invita a leggere il prodotto agricolo non solo come bene di consumo, ma come forma espressiva, portatrice di estetica, storia e senso.

      Accanto alla dimensione produttiva, emerge con forza quella sociale. La sua azienda si configura come un luogo di incontro e integrazione, offrendo opportunità di lavoro a migranti e persone in condizioni di vulnerabilità. In un territorio come la Locride, spesso segnato da narrazioni di marginalità, questa scelta assume un valore politico oltre che economico. La terra diventa così uno strumento di relazione e di riconoscimento reciproco. “Coltivare significa anche costruire comunità, perché il lavoro agricolo insegna a condividere tempi, fatica e responsabilità”.

      Il suo progetto non può essere separato dal luogo che lo ospita. Caulonia è un territorio sospeso tra mare e collina, dove il paesaggio racconta una lunga continuità storica. Le sue radici affondano nella Magna Grecia, attraversano dominazioni e trasformazioni, e giungono fino a oggi mantenendo una forte identità. Il centro storico, arroccato, dialoga con la marina affacciata sullo Ionio; intorno, gli agrumeti e gli uliveti disegnano un paesaggio che è al tempo stesso produttivo e simbolico. Gli agrumi, in particolare, hanno costituito per secoli una risorsa economica e culturale, tanto da rendere Caulonia un riferimento riconosciuto già in epoche passate. In questo contesto, il recupero del “Biondo” non è un’operazione nostalgica, ma un gesto di riattualizzazione: un modo per rimettere in circolo un patrimonio vivo.

      Il percorso di Ilaria Campisi suggerisce una riflessione più ampia sul senso contemporaneo dell’agricoltura. In un sistema globale che privilegia quantità e standardizzazione, esperienze come la sua indicano un’alternativa fondata su qualità, identità e relazioni. Il riconoscimento di Forbes appare allora come il segnale di un cambiamento possibile: quello di un’imprenditoria che non separa profitto e responsabilità, ma li integra in una visione coerente. “Il futuro sta nella capacità di restare fedeli ai luoghi. È lì che si costruisce il valore, non solo economico, ma anche culturale”.

      Nel gesto quotidiano di coltivare un’arancia antica si riflette così un’idea più ampia di sviluppo: lenta, consapevole, radicata. Una direzione che, partendo da Caulonia, parla a un Paese intero.

      https://calabriamundi.it/il-tempo-lento-degli-agrumi-ilaria-campisi-e-la-rinascita-del-biondo-d

  • Tonnellate di arance rubate alla cooperativa che opera sui campi tolti alle ’ndrine

    Tra il 26 novembre e il 1° dicembre ben 160 quintali di frutti pronti per essere spediti alla grande distribuzione cooperativa e ai gruppi di acquisto solidale sono stati sottratti alla società #Valle_del_Marro, che coltiva terreni confiscati alla ’ndrangheta nella #Piana_di_Gioia_Tauro. Reati che danneggiano gravemente un’impresa colpita da incendi e danneggiamenti in estate: «Le istituzioni ci tutelino»

    Un anno decisamente negativo per la cooperativa calabrese Valle del Marro - Libera Terra, che coltiva terreni confiscati alla ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Due nuove azioni criminali hanno colpito questa bellissima realtà nata 21 anni fa dalla collaborazione tra Libera e la Diocesi di Oppido-Palmi col sostegno del Progetto Policoro della Cei per l’imprenditorialità giovanile al Sud, e fa parte del Consorzio Libera Terra Mediterranea. E siamo a sette episodi in cinque mesi. Dopo incendi e danneggiamenti, questa volta i criminali hanno colpito i frutti del lavoro della cooperativa, proprio nel momento della raccolta. Nel giro di pochi giorni sono stati scoperti due furti, entrambi nello stesso agrumeto confiscato alla ‘ndrangheta in località Sovereto, nel Comune di Gioia Tauro.

    Quintali di arance rubate

    Il primo furto si è verificato il 26 novembre, quando ignoti hanno rubato circa 60 quintali di arance navel biologiche. Poco dopo aver denunciato fatto ai carabinieri, il 1° dicembre gli operatori della cooperativa hanno scoperto un secondo furto nel medesimo terreno. Questa volta ad essere sottratti oltre 100 quintali di arance, pronte per essere consegnate alla grande distribuzione cooperativa, in particolare a Unicoop Firenze, e ai gruppi di acquisto solidale. Sul secondo episodio sta indagando la polizia.

    Come spiegano i soci della Valle del Marro, “la campagna agrumicola in corso nella Piana di Gioia Tauro aveva avuto un avvio anticipato rispetto agli anni precedenti, ma i volumi di produzione, soprattutto per quanto riguarda le arance, si sono rivelati inferiori rispetto alle aspettative”. Gli oltre 160 quintali rubati rappresentano circa un terzo della produzione dell’anno in quel terreno, e quindi il danno è davvero pesante. “I furti, oltretutto, – aggiungono i soci – aggravano ulteriormente la situazione economica della cooperativa, mettendo a rischio la sostenibilità finanziaria dell’impresa sociale, già messa a dura prova dall’epoca del Covid in avanti”.

    «La situazione è insostenibile»

    Non basterà a compensare le perdite l’ottima annata delle olive, sia per quantità che per qualità, perché l’incendio doloso dell’11 luglio ha devastato il bellissimo uliveto in località Baronello, frazione di Castellace, nel Comune di Oppido Mamertina, distruggendo o danneggiando gravemente 830 alberi, tra i più produttivi. Azioni sicuramente organizzate. I furti in particolare hanno richiesto mezzi e persone. “La situazione è insostenibile – commenta Domenico Fazzari, presidente della cooperativa –. I raccolti di fine anno, come olive, clementine, arance, kiwi, sono fondamentali per garantire la tenuta economica della cooperativa, dopo tutti i costi sostenuti nelle operazioni agronomiche precedenti. Invece ci troviamo in una condizione di totale affanno, sopraffatti da un senso di impotenza generato dalle annose questioni irrisolte sulla gestione dei beni confiscati: dalla problematica dei mancati titoli comunitari sui terreni, fino alla mancanza di risorse adeguate per supportare la continuità delle pratiche di riuso”.

    Non solo una questione economica

    Non è solo una questione economica. “La posta in gioco è altissima, e non c’è tempo da perdere. Dietro al nostro lavoro non c’è solo la produzione agricola, ma la dignità di braccianti liberati da condizioni di sfruttamento, e il benessere di famiglie emancipate da situazioni di estrema difficoltà. C’è un impegno sociale per educare i giovani a rifiutare la mentalità mafiosa e a credere nell’etica individuale e collettiva. Ci sono nuove sane logiche di produzione e mercato, attente alla sostenibilità autentica, che però danno fastidio a chi vuole continuare a depredare e impoverire il territorio sotto ogni punto di vista”.

    Per questo la cooperativa chiede “l’individuazione dei responsabili del doppio furto aggravato e una risposta decisa da parte delle istituzioni e della società civile, affinché venga rafforzata la protezione dei beni confiscati alla criminalità e rilanciato il loro riutilizzo, che ha dimostrato piena capacità di liberare le persone dalla ricattabilità mafiosa”. A giugno erano stati tagliati i tubi dell’impianto di irrigazione in tre terreni nel comune di Gioia Tauro, due coltivati a clementine e uno a kiwi. Rubate anche componenti fondamentali degli impianti rendendo di fatto impossibile l’irrigazione proprio in questi giorni di gran caldo. Sempre a giugno, in località Pontevecchio, è stato incendiato un terreno coltivato a grano biologico, quasi pronto per la mietitura, proprio di fronte al campo bruciato lo scorso anno. Entrambi sicuramente dolosi con le fiamme partite dall’interno dei campi e in giornate ventose. E dopo dieci giorni nuovo incendio a completare la distruzione. E luglio l’incendio dell’uliveto e ora il doppio furto di arance.

    La solidarietà verso la coop colpita

    Solidarietà e ferma indignazione esprime il Pd calabrese. “È un attacco diretto al cuore della Calabria che vuole liberarsi dalla criminalità organizzata – dichiara il senatore Nicola Irto, segretario del Pd calabrese –. Rubare prodotti agricoli coltivati su un bene confiscato è un tentativo di annientare un modello sociale alternativo alle logiche criminali, il che non può essere tollerato. Ci aspettiamo una risposta immediata e forte dello Stato. Il governo assicuri vigilanza, sicurezza e tutela alla Valle del Marro e a tutte le altre cooperative che lavorano nei beni confiscati”.

    «È proprio nella difesa del lavoro pulito, onesto e dignitoso e del diritto di fare impresa che sta il cuore della lotta alla ‘ndrangheta, ancora di più per una cooperativa che lavora i terreni sottratti alla criminalità organizzata – sottolinea il coordinamento regionale di Libera Calabria in un comunicato per esprimere solidarietà all’impresa –. Ma ad essere colpito anche è il grande valore etico e morale che sta dietro alla confisca dei beni e al loro riutilizzo a fini pubblici e sociali, la quale, nella nostra regione, rappresenta la migliore sintesi tra l’attività di contrasto e quella di prevenzione alla ‘ndrangheta». Secondo il coordinamento, è un allarme che «non può essere sottovalutato». La Cooperativa Valle del Marro - Libera Terra «non può essere scippata o interrotta», anzi «deve continuare a dimostrare che il cambiamento è possibile».

    Ai messaggi di vicinanza, si aggiunge anche quello di Unicoop Firenze e di Fondazione Il Cuore si scioglie, che «ribadiscono il loro supporto alla cooperativa»: «Daremo un contributo straordinario per supportare l’attività della cooperativa che da anni sosteniamo con la vendita dei prodotti e numerose iniziative sociali e solidaristiche. Vogliamo condannare con forza tali atti che sono il segnale di una strategia sistematica, attuata con l’obiettivo di colpire chi lavora con dignità per restituire alla collettività ciò che la criminalità organizzata aveva sottratto e per realizzare un’economia giusta e sana», ha dichiarato Daniela Mori, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Firenze. «Ad ogni attacco è sempre più difficile rialzarsi e ringraziamo Unicoop Firenze e Fondazione Il Cuore si scioglie che, ancora una volta, ci garantiscono sostegno concreto e vicinanza morale – risponde Fazzari –. Questa è una battaglia che non riguarda solo la cooperativa Valle del Marro».

    https://lavialibera.it/it-schede-2504-tonnellate_di_arance_rubate_alla_cooperativa_valle_del_ma
    #oranges #agrumes #ndrangheta #Calabre #Italie #agriculture #mafia #Gioia_Tauro #Libera_Terra #biens_confisqués #Consorzio_Libera_Terra_Mediterranea #vols #coopérative #Sovereto #Baronello #Castellace #Oppido_Mamertina #travail

  • Reggio di Calabria, une province qui tente d’améliorer le sort des travailleurs migrants agricoles (1/4)

    Chaque année des centaines de migrants s’établissent dans la province de Reggio di Calabria (dans le Sud de l’Italie) pour travailler dans les champs d’agrumes le temps de la saison des récoltes. Autrefois largement exploités, ces travailleurs migrants saisonniers voient leurs conditions de travail s’améliorer sensiblement ces dernières années grâce à des initiatives associatives et un engagement politique renouvelé. Malgré tout, l’extrême précarité, le mal logement et l’exploitation de ces populations persistent.

    Depuis le début du mois de novembre, des cyclistes peu communs ont fait leur apparition sur les routes de Rosarno et San Ferdinando, deux communes de Calabre (à l’extrême sud de l’Italie). Chaussés de bottes maculées de boue, sac au dos ou petit baluchon accroché au guidon, chasuble réfléchissant sur les épaules, ces hommes sur leur bicyclette sont des travailleurs migrants agricoles saisonniers, venus en Calabre pour travailler dans les champs d’agrumes pour la haute saison des récoltes. Chaque matin, à l’aube, ils rejoignent sur leur deux roues les champs dans lesquels ils travaillent avant d’en repartir en fin de journée une fois leurs heures terminées.

    Certains de ces travailleurs saisonniers viennent tenter leur chance pour la première fois comme Abdoulaziz, Sénégalais de 22 ans. "Je travaillais dans un hôtel à Milan qui est fermé actuellement. On m’a dit qu’il y avait du travail ici et qu’on pouvait gagner plus d’argent" , raconte-t-il au lendemain de son arrivée à San Ferdinando, plein d’espoir. D’autres sont des habitués revenant tous les ans pour la saison, le plus souvent avant de repartir pour la récolte de différents fruits ou légumes dans d’autres régions du pays. "Avant de venir j’ai récolté les tomates pendant cinq mois dans les Pouilles", explique Youri, Malien de 31 ans, de retour en Calabre pour la deuxième année consécutive.

    Terre agricole, la Calabre fournit un quart de la production nationale d’agrumes. Clémentines, mandarines, oranges et bergamotes sont cultivées dans les nombreux champs de la région et nécessitent une importante main-d’œuvre. Dans la province de Reggio di Calabria, la récolte des agrumes a employé plus de 3 000 immigrés non-européens en 2022 selon les chiffres de l’Observatoire sur l’agromafia sur un total de près de 10 000 travailleurs migrants agricoles pour toute la région de Calabre. La majorité sont originaires d’Afrique de l’Ouest (Mali, Gambie, Guinée, Sénégal, Nigéria, Burkina Faso).

    Si la présence de ces travailleurs est essentielle dans l’agriculture, ces migrants ont longtemps été les victimes d’une chaîne d’exploitation dont ils constituent le dernier maillon. Les émeutes des travailleurs - après des attaques racistes - qui ont éclaté à Rosarno en 2010 ont permis de braquer les projecteurs sur cette forme d’esclavage moderne : recrutement informel, salaires impayés, conditions de travail éreintantes. Quinze ans plus tard, grâce aux volontés d’acteurs locaux et associatifs, ainsi qu’aux tentatives des pouvoirs publics pour lutter contre le travail informel et mettre en place des projets communaux destinés aux migrants, la situation a évolué sensiblement.

    "Il n’y a presque plus de sans-papiers"

    "Il n’y a presque plus de sans-papiers parmi les travailleurs migrants saisonniers", assure Gianluca Gaetano, maire de San Ferdinando. "Avec les changements de politiques, ces personnes ont pu obtenir des permis de séjour".

    En effet, la quasi-totalité des migrants rencontrés pendant le reportage détenaient un "permisso di seggiorno" (titre de séjour). Ces permis, d’une durée de six mois à deux ans, sont faciles à obtenir, assurent les travailleurs, il suffit de présenter un contrat de travail pour en bénéficier. Mais ils restent précaires et leur durée constitue un obstacle pour une intégration sur le long terme dans le pays.

    Cette ouverture sur le marché de l’emploi s’inscrit dans une vision plus globale en Italie : la cheffe du gouvernement d’extrême droite, Giorgia Meloni, a annoncé en juillet la délivrance d’environ 500 000 visas de travail aux ressortissants de pays hors Union européenne entre 2026 et 2028 dont plus de 260 000 pour le travail saisonnier dans l’agriculture et le tourisme.

    En 2016, une autre loi appelée anti-caporalato, du nom du système de recrutement illicite de main-d’œuvre à travers des recruteurs informels (les caporali), avait également joué un rôle important dans la lutte contre l’exploitation des travailleurs et la protection des migrants. Elle ainsi renforçait les sanctions contre les employeurs malhonnêtes. La loi a aussi permis la délivrance d’un permis de séjour spécial pour les travailleurs dénonçant un cas d’exploitation.

    "Ces avancées législatives ont été appuyées depuis cinq ans environ par l’augmentation des contrôles de l’inspection du travail auprès des entreprises et producteurs agricoles notamment", assure aussi Gianluca Gaetano.

    Reste que le travail dans les champs est particulièrement pénible. "C’est difficile : les cagettes remplies sont lourdes à porter. Certains agriculteurs ont des tracteurs mais pas mon patron actuel. C’est très dur pour le dos mais on n’a pas le choix" indique Bamba, Sénégalais en Italie depuis 23 ans, sans cesser de couper les clémentines avec son sécateur. La saison de la récolte se fait durant l’hiver, les travailleurs doivent donc composer avec le froid et l’humidité. Les accidents d’échelle et autres blessures ne sont pas rares.

    "Il y a toujours autant besoin de main-d’œuvre chez les agriculteurs mais moins de travailleurs migrants à cause de la dureté du travail", détaille Giuseppe Pugliese, le cofondateur de la coopérative Mani & Terra, une initiative née suite aux émeutes de Rosarno qui regroupe une centaine de producteurs et qui offre des conditions justes et dignes de travail aux migrants employés.

    Il faut dire aussi que les salaires en Calabre sont moins élevés que dans d’autres régions italiennes : dans le nord de l’Italie, la journée de récolte peut être rémunérée 80 euros, contre environ 47 euros en Calabre.
    "Les gens ne veulent pas loger des Noirs"

    Malgré ces améliorations juridiques et sociales, des problématiques majeurs persistent dans la région, comme le mal logement des travailleurs migrants saisonniers. L’immense majorité vit dans un campement insalubre, aux portes de San Ferdinando : le tendopoli, littéralement "le village de tentes". "C’est très difficile de vivre ici, l’environnement n’est pas sain : il y a beaucoup de mouches, de rats à cause de la saleté. Je suis ici car je n’ai nulle part où aller", rapporte Bakary, Gambien de 36 ans qui revient faire la saison pour la quatrième fois en Calabre.

    Érigé en 2019 par le ministère de l’Intérieur comme solution temporaire, ce "village de tentes" est devenu au fil des ans un camp durable informel, laissé totalement à l’abandon. Selon l’ONG Caritas qui intervient dans ce bidonville isolé, environ 500 migrants y survivent actuellement dans des conditions insalubres et très précaires. Un chiffre qui peut atteindre jusqu’à 1 000 personnes au pic de la haute saison. Les tentes sont depuis longtemps devenues des cabanes de fortune, recouvertes de bâches en plastique pour tenter de faire barrage à la pluie. Les incendies, souvent dus à des courts-circuits, y sont fréquents et responsables de plusieurs décès chaque année.

    Impossible pour les travailleurs des champs de trouver des alternatives décentes. Depuis le décret-loi Salvini de 2018, ils ne peuvent plus bénéficier de places en centre d’accueil, désormais réservés aux réfugiés statutaires, ni bénéficier d’aide au logement.

    Plusieurs migrants interrogés rapportent avoir tenté de louer des appartements, sans succès. "Les gens ne veulent pas de Noirs comme locataires.. Je ne peux pas comprendre” se désole Abdoul, Sénégalais, qui n’a eu d’autre choix que de se rabattre sur le Tendopoli. Le refus de louer illustre la tension persistante entre les populations et les migrants. Un rejet qui s’exprime aussi par des violences et attaques racistes à l’encontre de ceux-ci. "Des jeunes ont déjà frappé des travailleurs circulant à vélo ou bien ont fait exprès d’ouvrir leur portière de voiture pour les faire tomber sur la route", relate Ibrahim Diabate, cofondateur du foyer social Dambe So (maison de la dignité en bambara) qui accueille des travailleurs migrants durant la saison des récoltes.
    "La migration est une richesse"

    Cette crise du logement préoccupent les édiles des mairies de la région. "Nous tentons d’améliorer les choses", assure le maire de Rosarno, Pasquale Cutri, qui dit avoir besoin de ces travailleurs dans sa commune. “La migration est une richesse. Ces personnes travaillent dans les champs : sans eux, les terres seraient abandonnées". Il souligne aussi l’intérêt démographique pour sa commune, qui subit un important exode de sa jeunesse.

    Plusieurs projets, portés par les pouvoirs politiques locaux sont en effet sortis de terre récemment à l’image du "village de la solidarité", à Rosarno. Ce village financé à hauteur de près de trois millions d’euros par le ministère de l’Intérieur italien, et sorti de terre en 2024, peut accueillir jusqu’à 100 travailleurs disposant d’un titre de séjour en échange d’un loyer mensuel de 80 euros. “Nous essayons de trouver des solutions pour proposer un logement digne à ces personnes” argumente le maire de Rosarno qui reconnaît que les émeutes de 2010 ont agit comme une alerte pour mettre en lumière la question du logement.

    Du côté de San Ferdinando aussi les initiatives fleurissent. Le maire Gianluca Gaetano travaille sur un projet combinant ferme, marché solidaire et logements. Le tout sur une superficie de trois hectares, des terrains confisqués à la mafia. "Il s’agit de donner une maison et un travail à ces migrants, qu’ils puissent passer de la condition de ’simples bras’ à celle de ’personne à part entière’. Un lieu pour sortir de la charité et qui soit rentable économiquement", détaille l’édile qui veut valoriser l’intégration pour éviter qu’un nouveau ghetto ne se créé. "L’intégration se fait par le partage du quotidien et des ressources publiques. La distance entretient l’exclusion", appuie-t-il.

    À Taurianova, au sud de Rosarno, un village de containers a été ouvert depuis mai 2024 pour répondre à l’urgence de l’accueil des travailleurs migrants. Les baraquements colorés et nommés d’après les capitales internationales peuvent accueillir jusqu’à 100 personnes en situation régulière. "J’ai pris la place d’un ami parti au Mali pour quelques mois. Lorsque j’ai vécu dans le tendopoli deux mois en 2015, j’ai beaucoup souffert, j’étais fatigué. Ici c’est mieux" raconte Seydou, un Ivorien de 46 ans, sur le territoire italien depuis 2014.

    Enfin, l’ONG Mediterranean Hope a fondé le foyer "Dambe So" qui accueille plus de 60 migrants lors de la saison des récoltes. En plus des appartements qui sont gérés par les migrants, la structure propose des consultations médicales, un soutien juridique ou encore des cours d’italien. Pour les résidents, ce cadre de vie représente une chance, dans un parcours vers l’intégration semé d’embûches.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/68469/reggio-di-calabria-une-province-qui-tente-dameliorer-le-sort-des-trava
    #Rosarno #San_Ferdinando #Reggio_di_Calabria #agriculture #travail #conditions_de_travail #précarité #mal_logement #logement #exploitation #saisonniers #travailleurs_étrangers #agrumes #oranges #Gianluca_Gaetano #sans-papiers #permis_de_séjour #caporalato #loi #mani_e_terra #tendopoli #campement #attaques_racistes #Dambe_So #Pasquale_Cutri #Taurianova #Italie #Calabre

    • DAMBE SO : UNA CASA DELLA DIGNITÀ PER I BRACCIANTI

      Dambe So è l’ostello sociale aperto nella Piana di #Gioia_Tauro per ospitare i braccianti. Un progetto di Mediterranean Hope (FCEI) che può finalmente smontare i ghetti. E che è replicabile

      Dambe So significa casa della dignità, in lingua Bambarà, una delle più diffuse in Africa occidentale. È il nome, carico di significati, che è stato scelto per l’ostello sociale che, nel febbraio del 2022, ha aperto nella Piana di Gioia Tauro per ospitare i braccianti durante il periodo della raccolta agrumicola. Si tratta di un’idea potenzialmente rivoluzionaria che punta a cambiare finalmente le condizioni di vita dei braccianti, e che può essere un modello da replicare. L’ostello sociale Dambe So è parte dei progetti di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Ne abbiamo parlato con Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope, noto anche per la sua attività di disegnatore, che per lui è un tutt’uno con quella di operatore. Non si definisce un’artista, ma un “disegnatore sociale” che racconta la sofferenza dei migranti, avendola condivisa in prima persona, nella vita prima che nei disegni. È lui l’autore di quelle immagini con il “mare spinato”, un mare che uccide, degrada e che, anche una volta superato, rimane addosso come una maledizione a chi lo ha attraversato. L’inizio della sua attività di disegnatore è molto toccante, e ve la racconteremo presto. Intanto abbiamo chiesto a #Francesco_Piobbichi, che è stato tra i protagonisti della Settimana del Rifugiato a Rieti con uno spettacolo teatrale, di raccontarci la storia dell’ostello sociale.

      La chiave di tutto è il tempo

      Quella di Dambe So è un’idea che arriva da lontano. È nata una decina di anni fa, a Nardò, nel Salento. «Conobbi un’associazione di base, di mutualità, Brigate di Solidarietà Attiva, con cui abbiamo fatto uno sciopero» ricorda Francesco Piobbichi. «Lì ho capito che uno dei punti principali per queste persone è il tempo. Il problema del lavoratore bracciante è che non ha potere, perché ci sono leggi sulle frontiere che gli impediscono di avere una stabilità. E perché il sistema della fabbrica verde concentra la forza lavoro in condizioni in cui il salario indiretto non c’è, cioè non ci sono politiche d’accoglienza degne, ma solo il campo, che affronta sempre l’accoglienza in una dinamica di tipo poliziesco». Così non è mai possibile che si stabilizzino le condizioni per cui questi lavoratori possano avere una dignità di salario e di vita. Un bracciante, infatti, è sempre costretto a rincorrere. «Pensiamo alla sua vita» riflette Piobbichi. «Lavora da mattina a sera, torna a casa e magari piove. Arriva alla tendopoli, dove non c’è l’acqua. Deve cucinare. Deve andare a letto, mentre c’è gente che urla. Come fai a organizzarti in termini di assemblea collettiva?». E così è nata la riflessione sulla chiave di tutto, il tempo. E partire da un luogo dove potersi fermare, riposare, vivere una vita dignitosa, era il punto di partenza.

      Dambe So non è uno spazio gratuito: i lavoratori contribuiscono alle spese

      È nato così l’ostello sociale, un’alternativa alla logica dei campi d’accoglienza. Non è uno spazio gratuito: i lavoratori contribuiscono alle spese con una piccola quota. Un’altra parte dei costi è sostenuta dalla quota sociale proveniente dalla vendita delle arance della filiera di Etika. «Il lavoratore contribuisce per 90 euro al mese alla spesa del mantenimento della struttura» ci spiega Piobbichi. «Non è che paghi l’affitto, ma non è neanche la carità. Si chiama casa della dignità: io sono un lavoratore, io posso pagare, e pago per quello che posso». «Dall’altra parte abbiamo aperto un ragionamento con Mani e terra, abbiamo costruito Etika, e con le chiese italiane e tedesche abbiamo venduto centinaia di migliaia di arance, riflettendo sull’utilizzo sociale della terra».

      La quota sociale è un’idea politica

      La riflessione sull’utilizzo sociale della terra è uno dei temi legati a questo progetto. «Vuol dire che la solidarietà non va fatta solo sul tema del biologico e del rispetto del lavoro, questo non basta più» ci spiega Piobbichi. «L’altro tema è costruire reti che, attraverso gruppi d’acquisto, contribuiscano a questa quota sociale». Ma a questo proposito si apre una grande discussione. «Se le piccole cooperative riescono a dare una quota consistente del proprio guadagno per sostenere Dambe So, perché la grande distribuzione non lo fa?» si chiede l’operatore di Mediterranean Hope. «E perché continuiamo sempre a far pagare allo Stato, cioè alla fiscalità generale, le politiche dell’accoglienza, quando in realtà chi dovrebbe pagare le politiche dell’accoglienza dei lavoratori braccianti dovrebbe essere la grande distribuzione? L’idea della quota sociale è un’idea politica che dice che serve il prezzo equo dei prodotti, che bisogna riflettere seriamente sul rapporto tra la terra e l’umanità, che apre tantissimi scenari. E che dice anche che non si può andare avanti su una politica in cui si continua a finanziare con risorse pubbliche i produttori e poi la grande distribuzione fa dei prezzi che li fanno saltare per aria. Nel giro di venti, trent’anni hanno chiuso tantissime aziende».

      La Calabria, un luogo dove si parla di riscatto

      L’ostello non sarà solo a disposizione dei braccianti. L’idea è che, nei mesi estivi, in cui gli appartamenti dovrebbero essere più vuoti, le associazioni non profit del territorio possano usare la struttura per il turismo solidale. «Ci stiamo lavorando» ci racconta Piobbichi. «Tutti gli appartamenti che avevamo sono pieni adesso. Ne stiamo aprendo dei nuovi per accogliere dei turisti solidali, e uno lo lasceremo per chi vuole venire qui a fare la filiera partecipata». Il discorso, infatti, è molto più ampio. Questo progetto non riguarda solo la dimensione del rapporto con i migranti, ma il rapporto con la società. «Per questo abbiamo costruito il Giardino della Memoria, gli interventi di rigenerazione eco-sociale, il Rosarno Film Festival, stiamo aprendo un gruppo d’acquisto che vuole aiutare i produttori locali ad avere uno sbocco alternativo» ci spiega Piobbichi. «Stiamo cercando di costruire un ragionamento sul riscatto. Non solo sul tema dei migranti, ma anche del riscatto della terra, di una popolazione e dei luoghi che per tanti anni sono stati incasellati da una forma di comunicazione che li ha sempre messi dentro un meccanismo. In realtà la Calabria è un luogo dove si parla di riscatto. È un territorio che vive le migrazioni dei giovani, un luogo di contraddizione. Ma io ho trovato molta facilità ad aprire un luogo come questo: non ho trovato gente che faceva la manifestazione davanti come in altre parti d’Italia, ma tranquillità. Lo dico sapendo che a Rosarno è successo quello che è successo. Ma se uno la gestisce in una certa maniera, lavorando sul tema dei diritti del territorio, la terra, la produzione, l’accoglienza, di un welfare senza la mediazione dello stato, si può fare». Dambe So è un progetto che è nato con il sostegno delle chiese evangeliche, ma l’idea è che si possa anche andare verso un meccanismo di sostenibilità economica. «Se riusciamo a fare un ragionamento sul tema di chi paga l’accoglienza, già ammontando a valle di un centesimo tutte le arance, mandarini e kiwi prodotti nella Piana, avremmo qualche milione d’euro» ragiona Piobbichi. «Che passerebbe alla filiera. E si potrebbe passare a una contrattazione di filiera. Ma chi dovrebbe farla? Una chiesa o qualcun altro?»

      Dall’ospitalità al subaffitto e all’affitto autonomo

      Dambe So nasce per ospitare i braccianti in modo temporaneo, ma la Federazione si occuperà anche di quei braccianti che decideranno di risiedere in modo stabile nella piana, aiutandoli con progetti personalizzati a trovare case in affitto. «I piani sono tutti occupati, perché ci sono braccianti che rimangono qua» ci racconta Piobbichi. «Alcuni vanno via un mese o due e poi tornano. Stiamo cercando di aprire una fase due, di passare dall’ospitalità al subaffitto, e poi all’affitto autonomo. Quattro persone, a 100 euro l’una, ce la possono fare. Il problema è che qui la maggior parte delle case non hanno l’agibilità, e quindi loro non possono rinnovare il permesso di soggiorno». Oggi l’ostello ospita circa 20 persone, ma in vista della prossima stagione si sta ampliando (grazie a un FAMI, con la Prefettura di Reggio Calabria e con finanziamenti di Fondazione Sud e di chiese estere) in modo da arrivare fino a circa 40 posti totali.

      Questo modello è replicabile

      A quasi un anno dall’apertura dell’ostello, chiediamo a Francesco Piobbichi di fare un primo bilancio. «È andata bene» ci risponde. «Quando abbiamo aperto lo abbiamo fatto quasi come una scommessa. Le cose semplici sono le più difficili da fare. Ma al tempo stesso, una volta che si parte, riesci a far capire che questo modello è replicabile. Noi non possiamo fare venti ostelli, ma se nei luoghi dove ci sono forze lavoro di questo tipo si sviluppano interventi di questo tipo, noi siamo a disposizione per far vedere come si fa. È importante l’esempio. Abbiamo avuto la fortuna di aver finanziamenti, ma questa cosa non l’abbiamo fatta per far vedere quanto siamo bravi, quanto piuttosto per far capire che si può fare, che possiamo smontare i ghetti». «La cosa che si dovrebbe fare», conclude, «è capire e paragonare quanto spende lo Stato per i ghetti, i campi container, e quante persone, invece, si potrebbero accogliere in dignità con un progetto come il nostro ».

      https://www.retisolidali.it/piobbichi-dambe-so-una-casa-della-dignita-per-i-braccianti

    • "Avant, les patrons ne faisaient pas de contrat" : une coopérative calabraise s’engage contre l’exploitation des travailleurs agricoles saisonniers (2/4)

      L’association SOS Rosarno, à travers un réseau de coopératives agricoles situées dans la province de #Reggio_di_Calabria (sud de l’Italie), milite depuis une dizaine d’années pour un modèle d’économie solidaire et plus juste. En fournissant des contrats réguliers, des salaires équitables et des conditions de travail dignes à ses employés, elle entend lutter contre l’exploitation des travailleurs migrants saisonniers.

      Perdus au milieu des champs d’agrumes de la province de Reggio di Calabria, au cœur de la Calabre (sud de l’Italie), les locaux de l’association SOS Rosarno se nichent entre deux virages d’une route sinueuse. Dans la cour, au milieu des serres et parcelles d’arbres fruitiers, des colonnes de cagettes vides sont empilées telles des Lego. Dans le hangar, une dizaine d’employés s’activent autour d’imposantes machines afin de trier et emballer les fruits récoltés récemment. Le rythme ne faiblit pas et les cagettes s’accumulent par centaines, débordantes d’agrumes attendant d’être livrées. Dans son bureau surplombant l’espace, #Giuseppe_Pugliese, alias « Peppe », l’un des cofondateurs de SOS Rosarno, enchaîne les appels téléphoniques.

      Entre deux sonneries, il répond à nos questions. « Ici, on rémunère correctement les ouvriers agricoles avec un contrat dans les règles ». Si Peppe le précise, c’est que pendant longtemps, et encore aujourd’hui, les migrants ont été exploités par des employeurs malhonnêtes profitant de leur extrême précarité. « Avant, les patrons ne faisaient pas de contrat, le salaire était petit et même parfois on était carrément pas payé lorsque l’on n’avait pas de papier » rapporte Sedou, un migrant originaire du Mali, qui travaille avec SOS Rosarno aujourd’hui.

      C’est suite aux émeutes qui ont secoué la plaine calabraise de Gioia Tauro en 2010 - après des #attaques_racistes contre des travailleurs migrants agricoles - que le projet SOS Rosarno est né. Les engagements défendus par les activistes et les petits producteurs agricoles qui y ont adhéré sont clairs : respecter les droits des travailleurs tout en respectant la terre et en produisant bio.

      Depuis 2015, SOS Rosarno chapeaute ainsi la coopérative agricole Mani e Terra qui rassemble une centaine de producteurs biologiques, 70 employés étrangers - principalement originaires d’Afrique de l’Ouest, du Maghreb ou encore d’Europe de l’Est - et quelques 200 hectares de champs où sont cultivés des agrumes (clémentines, oranges, mandarines) mais aussi des kiwi, des olives ou depuis peu des avocats.

      C’est sur ces terres que travaille Aboubacar, un Guinéen de 25 ans. « C’est un ami qui m’a parlé de SOS Rosarno. Ici, on débute à 7h30 et on fini vers 15h30/16h avec une heure de pause », détaille le jeune homme sans s’arrêter de travailler. « On a un contrat de travail et un jour de repos par semaine ».

      « Pour le respect des droits des travailleurs »

      Tous les travailleurs de SOS Rosarno - et de la coopérative - ont signé un contrat de travail en règle, des CDD d’une durée d’an, ce qui aide à obtenir ou renouveler leur titre de séjour. Les journées de travail s’étalent sur 6h40, le minimum syndical en Italie - avec une heure de pause - et la rémunération dépasse légèrement les 47 euros net, le tarif minimum en vigueur. Les salaires en Calabre sont en effet moins élevés que dans d’autres régions italiennes : dans le nord de l’Italie, la journée de récolte peut ainsi être rémunérée 80 euros.

      Les avis ne sont pas toujours dithyrambiques. « Avant la Calabre, j’étais à Trente (nord-est de l’Italie) pour récolter les pommes. J’étais payé 80 euros environ la journée, j’étais aussi logé et nourri. Ici, je dois payer un loyer de 90 euros [le producteur a loué pour ses employés des appartement, nldr] et gérer la nourriture », expose Bamba, un Sénégalais de 55 ans dont c’est la première année avec la coopérative. En gagnant entre 1 100 et 1 200 euros par mois, il confie qu’il ne lui reste pas grand chose pour vivre après avoir envoyé « entre 500 et 600 euros à sa femme et ses trois enfants au Sénégal » et payé près de 200 euros pour ses loyers de Calabre et Sicile où il réside le reste de l’année.

      « Parfois il est difficile de faire comprendre et accepter des obligations légales. Certains ne voudraient pas faire de pause, ou bien être payés à l’heure ou au poids car ils pensent pouvoir gagner plus. Les travailleurs saisonniers n’ont pas toujours une bonne compréhension de leurs droits et des répercussions sur le long terme », note #Peppe_Pugliese, qui déplore notamment le #travail_au_gris - déclaration d’une partie seulement des journées travaillées -, pratique courante de nombreux employeurs.

      Lutter contre l’#exploitation

      Si SOS Rosarno se bat au quotidien contre le travail au noir, l’exploitation des travailleurs saisonniers persiste toujours. Selon une étude du syndicat Cgil-Flai, quelque 200 000 à 300 000 #travailleurs_agricoles sont exposés en Italie à un risque de travail irrégulier et d’exploitation, particulièrement les plus précaires. « On peut parler d’#esclavage » dénonce Jean-René Bilongo, directeur de l’Observatoire Placido Rissotto, qui étudie les abus et l’exploitation dans la filière agroalimentaire.

      Sur le terrain, cela s’opère notamment via le « #caporalato », un système de recrutement illicite de main-d’œuvre très fréquent dans l’agriculture, même s’il ne se limite pas à ce secteur. « Les caporali, des intermédiaires informels, recrutent des travailleurs en situation de vulnérabilité [titres de séjour expirés ou sans-papiers, ndlr], pour des entreprises agricoles qui les emploient », argumente de son côté Massimo Ferraro, directeur de l’Observatoire de l’Agromafia.

      Autre réalité calabraise, l’"#agromafia", qui désigne l’infiltration du #crime_organisé dans la chaîne agroalimentaire - aussi bien par la mafia locale, la ’Ndranhgheta, que par d’autres réseaux criminels ou corrompus - contribue également à cette traite des travailleurs migrants agricoles.

      Dans sa lutte contre le secteur informel, « Peppe » n’hésite pas à égratigner un autre responsable de la crise agricole du moment : la #grande_distribution. Il fustige les prix d’achats minimisés qui sont imposés aux petits producteurs et « finissent par les étrangler ». En 2024, au lieu des 0,30 centimes d’euro le kilo de clémentines proposés par la grande distribution, Mani e Terra fixait un prix de 0,90 centimes/kilo avec la prise en charge du transport, en plus d’équiper en matériel les ouvriers agricoles.

      https://www.youtube.com/watch?v=lDuzNGK2OAs

      « Une goutte d’eau face aux injustices »

      En plus d’un modèle économique alternatif et éthique, SOS Rosarno se bat aussi pour l’inclusion de ses travailleurs, en soutenant le projet d’hébergement social Dambe So.

      Autrefois résidence de tourisme, cette « maison de la dignité » (en bambara) sur deux niveaux, a été rénovée et financée au départ par SOS Rosarno. Depuis fin 2020, les appartements accueillent jusqu’ à 70 travailleurs migrants durant la haute saison, dont un certain nombre travaillent avec Mani e Terra, contre le paiement d’un petit loyer. Mani e Terra contribue annuellement à hauteur de 10 000 euros pour le fonctionnement du foyer.

      « C’est une petite dynamique, on aide 70 personnes à être dignes mais il en reste plus de 2 000 qui vivent de façon indigne », soulève Peppe Pugliese. Chaque année, les demandes pour obtenir une place sont en effet très nombreuses. Le cofondateur espère pouvoir agrandir bientôt la coopérative pour embaucher plus.

      Cette goutte d’eau face aux injustices offre cependant une alternative à l’absence de solution pour se loger. Les travailleurs migrants saisonniers se retrouvent souvent contraints de vivre dans le « tendopoli » (village de tentes) de San Ferdinando, un bidonville isolé où règne l’insalubrité et qui contribue un peu plus à les invisibiliser.

      https://www.infomigrants.net/fr/post/68488/avant-les-patrons-ne-faisaient-pas-de-contrat--une-cooperative-calabra

    • Calabre : le bidonville de #San_Ferdinando, symbole du mal logement des travailleurs migrants agricoles (3/4)

      Par manque de solutions d’#hébergement et à cause du refus fréquent des locaux de leur louer des appartements, les travailleurs migrants agricoles saisonniers se retrouvent majoritairement contraints à vivre dans le “tendopoli” (village de tentes) de San Ferdinando, en Calabre, dans le sud de l’Italie. Ce #bidonville insalubre, solution d’urgence proposée par l’Etat devenue permanente, illustre la problématique persistante du #mal_logement de ces populations.

      En arrivant dans une des zones industrielles de San Ferdinando, une petite ville de Calabre du sud de l’Italie, le regard est happé par un grand campement de bric et de broc, implanté à quelques mètres de l’autoroute. De plus près, c’est une véritable ville qui apparaît : de la musique aux sonorités africaines s’échappe, une tente laisse entrevoir un homme cuisinant sur une plaque de cuisson bricolée. Un peu plus loin, une mosquée a été bâtie avec des planches de tôles, tandis qu’au détour d’une allée, un petit stand bricolé propose à la vente des vêtements et chaussures... Le quotidien s’organise dans ce "tendopoli", littéralement village de tentes, un bidonville d’une centaines de #baraquements et #tentes.

      C’est ici que vivent la majorité des travailleurs migrants agricoles venus en Calabre pour la saison des récoltes des agrumes, entre novembre et mars. Selon l’ONG Caritas qui y intervient, ils sont environ 500 - tous Africains - à y survivre actuellement dans l’extrême #précarité. Un chiffre qui peut grimper jusqu’à 1 000 personnes au pic de la haute saison.

      "Je suis ici car je n’ai nulle part où aller"

      "C’est très dur de vivre ici, l’environnement n’est pas sain : il y a beaucoup de mouches et de rats à cause de la saleté et des ordures. Je suis ici car je n’ai nulle part où aller", rapporte Bakary, Gambien de 36 ans, qui revient pour la quatrième fois faire la saison en Calabre. Les chats et les chiens errants sont nombreux dans le lieu, attirés par les ordures délaissées à proximité des baraquements.

      Érigé en 2019 par le ministère de l’Intérieur comme solution temporaire après le démantèlement d’un camp de fortune, ce "village de tentes" prévu comme solution d’#urgence est depuis "devenu un #camp_informel permanent" abandonné des pouvoirs publics, reconnaît le maire de San Ferdinando, Gianluca Gaetano, interrogé par InfoMigrants. Le logo du ministère de l’intérieur floqué sur les tentes a depuis disparu sous les bâches en plastique et avec l’usure du temps.

      "Les tentes sont toutes abîmées, on les a recouvertes pour se protéger de la pluie. Mais l’eau rentre quand même", explique Joseph, un migrant Sud-Soudanais, en montrant les trous dans la toile. Malgré les couvertures achetées, il indique "souffrir du froid durant la nuit".

      L’#insalubrité règne et les installations pour assurer l’hygiène de base sont dans un état déplorable. "Je ne peux pas vivre ici, c’est le bordel ! Les douches sont tellement sales, je préfère aller dans la forêt que de les utiliser !", se plaint Abdoulaziz, Sénégalais de 22 ans, débarqué de Milan la veille de notre échange. Alors qu’il espérait pouvoir gagner rapidement de l’argent et trouver facilement un logement, le jeune homme déchante déjà face à la dure réalité du terrain.

      Les manquements génèrent des petits business de la débrouille. Plus d’eau chaude pour se doucher ? Des migrants vendent pour 0.50 centimes d’euros des seaux d’eau chauffée. En recherche d’une place pour s’installer ? "Les anciens louent des lits aux nouveaux venus. J’ai payé le mien 150 euros pour la saison", explique Abdoul, Sénégalais de 47 ans venu faire la récolte en Calabre pour la première année.

      Dans le bidonville, les #incendies sont fréquents, à cause des courts-circuits ou des bonbonnes de gaz utilisées pour cuisiner. Alors qu’autrefois les pompiers, et la police, étaient présents à l’entrée du camp, ils ont déserté les lieux après le Covid. "Avec l’étroitesse des allées, les camions de pompiers ne peuvent pas passer à l’intérieur", remarque Ferdinando, qui intervient pour Caritas dans le "tendopoli". Deux incendies ont causé le décès de deux migrants la semaine précédant notre venue.

      L’hébergement, une problématique persistante

      L’absence d’alternatives décentes pour héberger ces populations dans cette province calabraise contraints les migrants à échouer dans ce lieu insalubre. Plusieurs d’entre eux rapportent avoir tenté de louer des appartements, sans succès. "Les gens ne veulent pas de Noirs comme locataires...Je ne peux pas comprendre”, se désole Abdoul, qui n’a eu d’autre choix que de se rabattre sur le Tendopoli comme de nombreux autres travailleurs.

      Une situation particulièrement aberrante pour Mauro Destefano, coordinateur du projet Calabre pour l’ONG Emergency. "Il est d’autant plus paradoxal que les conditions minimales de dignité humaine ne soient pas garanties alors que ces populations sont en règle", s’indigne-t-il. Selon Caritas, 80% des habitants ont des permis de séjour.

      Le décret-loi Salvini de 2018, qui réserve désormais les places en centre d’accueil aux seuls réfugiés statutaires, a encore accentué la problématique du mal logement de ces populations précaires. Selon une enquête menée par le ministère du Travail et des Politiques sociales et l’Association nationale des municipalités italiennes, ils étaient au moins 10 000 employés migrants travaillant dans l’agriculture à vivre dans des bidonvilles sur le territoire italien en 2022.

      Pour tenter de juguler cette crise du logement, plusieurs projets menés par les mairies de la province sont déjà sortis de terre, d’autres sont en prévision. La ville de Rosarno, à quelques kilomètres de San Ferdinando a bâti un "village de la solidarité". Une centaine de places sont disponibles - toutes occupées pendant la haute saison des récoltes. #Taurianova, plus au sud, a installé un "village de #containers" de 100 places également - toutes pourvues. Le maire de San Ferdinando, de son côté, mise beaucoup sur une "#ferme_solidaire", qui devrait voir le jour en 2027 pour 150 à 200 travailleurs africains.

      Trop peu, selon les associations. Pour Mauro Destefano, de l’ONG Emergency, il est étrange de ne pas pouvoir faire plus "dans l’une des régions où le taux d’émigration des jeunes est parmi le plus élevé avec un pourcentage important de logements inhabités".

      Rôle essentiel des associations

      A l’entrée du "tendopoli", plusieurs Algeco servent de bureaux pour les structures associatives et syndicales intervenant dans le lieu. Leur appui est crucial pour les migrants. "Il n’y a aucune implication de la mairie pour améliorer les lieux", met en cause Ferdinando. Avec Caritas, le Calabrais s’implique au quotidien dans le soutien aux migrants du bidonville. Il les renseigne notamment dans les démarches administratives mais aussi les conseille et leur apporte de l’attention.

      Depuis un an, une blanchisserie gérée par l’ONG a été installée dans un de ces containers. Les migrants viennent déposer leur sac de vêtements à un bénévole qui se charge ensuite de lancer les programmes. Ouverte tous les jours, les machines et séchoirs fonctionnent à plein régime.

      Deux fois par semaine, l’ONG distribue aussi environ 400 repas, cuisinés par des volontaires des paroisses voisines, aux habitants du "village de tentes". Au menu lors de notre venue, pâtes au thon. Les migrants font la queue, certains en peignoir et claquettes, pour venir récupérer leur repas. Pour certains cette aide est vitale. "A cause d’un problème d’orthographe dans mes papiers, je ne peux plus travailler actuellement. C’est difficile car je n’ai plus que 25 euros et rien à manger", confesse Ismaël, Burkinabé de 23 ans.

      Un médecin vient également une fois par semaine pour des consultations médicales. Durant la haute saison, les coupures, chutes et membres cassés sont récurrents. Dans la région, l’#accès_aux_soins est compliqué. Et plus encore pour les migrants du fait de la barrière de la langue, des distances pour accéder aux structures de santé, de la méconnaissance et de la peur du rejet.

      "Il y a aussi un nombre croissant de migrants souffrant de détresse psychologique, tels que la #dépression, la #dépendance ou le #stress_post-traumatique. Ils souffrent de l’#isolement_social et du labyrinthe administratif qui les rendent fous" détaille le coordinateur. Dans ces conditions, une minorité tombe dans la #dépendance (#alcool, #drogue et 3médicaments). "Il est important de résoudre le problème de ce #ghetto, sinon il sera difficile de traiter ces pathologies efficacement et cela deviendra ingérable" alerte-t-il.

      #Ghettoïsation et #invisibilisation

      Dans le bidonville excentré du centre-ville de San Ferdinando, les nombreux #vélos déposés le long des tentes illustrent l’isolement dont sont victimes les migrants. Les lacunes dans le système de transport public dans la province de Reggio di Calabria obligent de nombreux travailleurs à se déplacer à vélo, parfois à pied, sur des routes mal éclairées et cabossées. Ils sont ainsi souvent victimes d’accidents de la route, parfois résultats d’attaques racistes délibérées.

      "Des jeunes ont déjà frappé des travailleurs circulant à vélo ou bien ont fait exprès d’ouvrir leur portière de voiture pour les faire tomber sur la route", relate Ibrahim Diabate, cofondateur du foyer social Dambe So (maison de la dignité en bambara) qui accueille des travailleurs migrants durant la saison des récoltes. D’autres témoignages rapportent des migrants percutés, laissés sans assistance en bord de route.

      L’abandon des pouvoirs publics et l’#isolement général contribuent à la ghettoïsation du "tendopoli", ce qui accroit un peu plus encore l’invisibilisation dont les migrants sont victimes.

      En janvier, une dizaine d’associations et d’ONG -dont Caritas et Emergency- ont dans une lettre adressée au préfet de Reggio Calabria réclamé des solutions rapides face à l’aggravation des conditions de vie à l’intérieur du "village de tentes" déplorant un " climat de #tension_sociale qui atteint un niveau de plus en plus critique".

      https://www.infomigrants.net/fr/post/68516/calabre--le-bidonville-de-san-ferdinando-symbole-du-mal-logement-des-t

  • Furti negli agrumeti confiscati alla ’ndrangheta, l’allarme della cooperativa #Valle_del_Marro: «Situazione insostenibile»

    A #Gioia_Tauro rubati quintali di arance biologiche destinate alla distribuzione. Preoccupazione della cooperativa e dura presa di posizione del Pd, che denuncia un tentativo di piegare un’esperienza simbolo di riscatto territoriale.

    A pochi mesi dagli incendi estivi che avevano devastato alcune coltivazioni, la cooperativa sociale Valle del Marro – Libera Terra torna a essere bersaglio di gravi danneggiamenti. Nell’arco di pochi giorni sono stati infatti scoperti due furti agricoli nello stesso agrumeto confiscato alla ’ndrangheta, situato in località Sovereto, V Stradone, nel territorio di Gioia Tauro.

    Il primo episodio risale al 26 novembre, quando ignoti hanno sottratto circa 60 quintali di arance navel biologiche. Denunciato il fatto ai Carabinieri, il 1° dicembre gli operatori della cooperativa hanno trovato nuovamente il terreno depredato: un secondo furto, sempre nello stesso appezzamento, ha portato via un’altra quantità significativa di prodotto destinato alla Grande distribuzione cooperativa – in particolare Unicoop Firenze – e ai Gruppi di acquisto solidale. Sulla seconda incursione sta indagando la Polizia.

    La stagione agrumicola, iniziata in anticipo rispetto al passato, sta già registrando rese inferiori alle attese, soprattutto per le arance. Le razzie aggravano quindi ulteriormente la tenuta economica della Valle del Marro, realtà che dalla pandemia in avanti fronteggia condizioni di crescente precarietà.

    «La situazione è insostenibile» denuncia Domenico Fazzari, socio della cooperativa. «I raccolti di fine anno – olive, clementine, arance, kiwi – sono decisivi per coprire le spese agronomiche accumulate durante l’anno. Invece ci troviamo in una condizione di totale affanno, aggravata dai problemi strutturali che ancora condizionano la gestione dei beni confiscati: dai mancati titoli comunitari ai finanziamenti insufficienti per garantire continuità alle attività di riutilizzo».

    Fazzari richiama inoltre il valore sociale dell’esperienza della cooperativa: «Non è solo una questione di produzione. Il nostro lavoro restituisce dignità a braccianti liberati dallo sfruttamento, sostiene famiglie in difficoltà, educa i giovani a rifiutare la mentalità mafiosa. È una visione di sviluppo sostenibile che, evidentemente, dà fastidio a chi continua a voler depredare il territorio. Chiediamo l’individuazione dei responsabili e una risposta forte delle istituzioni e della società civile».

    La rabbia di Nicola Irto: «Chiaro tentativo di uccidere un modello di legalità»

    In questo quadro già critico arriva anche la presa di posizione del Partito Democratico calabrese, che in un comunicato esprime «ferma indignazione» per i nuovi attacchi subiti dalla cooperativa.

    Il senatore Nicola Irto, segretario regionale del Pd, parla di «un attacco diretto al cuore della Calabria che vuole liberarsi dalla criminalità organizzata».

    «Rubare prodotti agricoli coltivati su un bene confiscato – denuncia – è un tentativo di annientare un modello sociale alternativo alle logiche criminali, e ciò non può essere tollerato. Ci aspettiamo una risposta immediata e forte dello Stato».

    Il Pd sottolinea come i furti colpiscano «una cooperativa simbolo del riscatto territoriale, fondata da giovani e lavoratori che hanno scelto di vivere senza ricatti mafiosi». Episodi del genere, aggiunge la nota, sono «ritorsioni gravissime contro chi da anni forma ragazzi alla legalità, garantisce reddito dignitoso a persone liberate dallo sfruttamento e produce qualità e sostenibilità».

    «Qualcuno vuole piegare la speranza e imporre la paura – afferma ancora Irto –, ma non bisogna permetterlo».

    Il Pd conclude rivolgendo solidarietà e vicinanza ai soci della cooperativa: «La loro denuncia ha un peso enorme. La situazione è divenuta insostenibile. Il governo assicuri vigilanza, sicurezza e tutela alla Valle del Marro e a tutte le cooperative che operano sui beni confiscati».

    https://www.lacnews24.it/cronaca/furti-negli-agrumeti-confiscati-alla-ndrangheta-lallarme-della-cooperativa
    #vol #agrumes #Calabre #vols #ndrangheta #biens_confisqués #beni_confiscati #Libera_terra #Sovereto #mafia #Italie #agriculture #rétorsions

  • Je note pour pas l’oublier : mes amis qui ne plaisantent ni avec la cuisine napolitaine ni avec la qualité du café, me recommandent le bouquin : On va déguster l’Italie ; du panettone aux spaghetti al ragù de Scorsese ; tutta la cucina italiana, de François-Régis Gaudry et al.

    Il paraît que c’est vraiment très très bien, bourré d’informations que seuls les locaux de l’étape sont censés connaître, mais c’est déjà épuisé. Va falloir attendre une réimpression…

    Sinon, les mêmes amis sont passés cet été à Montpellier, et voyant qu’on mangeait des Barilla (d’ailleurs, sur leurs conseils d’il y a vingt ans), nous ont conseillé de passer à la marque Rummo. Et on confirme : c’est le jour et la nuit.

  • Un #barrage suisse sème le chaos en #Birmanie

    L’#Upper_Yeywa, un ouvrage hydroélectrique construit par le bureau d’ingénierie vaudois #Stucky, va noyer un village dont les habitants n’ont nulle part où aller. Il favorise aussi les exactions par l’armée. Reportage.

    Le village de #Ta_Long apparaît au détour de la route en gravier qui serpente au milieu des champs de maïs et des collines de terre rouge, donnant à ce paysage un air de Toscane des tropiques. Ses petites demeures en bambou sont encaissées au fond d’un vallon. Les villageois nous attendent dans la maison en bois sur pilotis qui leur sert de monastère bouddhiste et de salle communale. Nous sommes en terre #Shan, une ethnie minoritaire qui domine cette région montagneuse dans le nord-est de la Birmanie.

    « Je préférerais mourir que de partir, lance en guise de préambule Pu Kyung Num, un vieil homme aux bras recouverts de tatouages à l’encre bleue. Je suis né ici et nos ancêtres occupent ces terres depuis plus d’un millénaire. » Mais Ta Long ne sera bientôt plus.

    Un barrage hydroélectrique appelé Upper Yeywa est en cours de construction par un consortium comprenant des groupes chinois et le bureau d’ingénierie vaudois Stucky à une vingtaine de kilomètres au sud-ouest, sur la rivière #Namtu. Lors de sa mise en service, prévue pour 2021, toutes les terres situées à moins de 395 mètres d’altitude seront inondées. Ta Long, qui se trouve à 380 mètres, sera entièrement recouvert par un réservoir d’une soixantaine de kilomètres.

    « La construction du barrage a débuté en 2008 mais personne ne nous a rien dit jusqu’en 2014, s’emporte Nang Lao Kham, une dame vêtue d’un longyi, la pièce d’étoffe portée à la taille, à carreaux rose et bleu. Nous n’avons pas été consultés, ni même informés de son existence. » Ce n’est que six ans après le début des travaux que les villageois ont été convoqués dans la ville voisine de #Kyaukme par le Ministère de l’électricité. On leur apprend alors qu’ils devront bientôt partir.

    Pas de #titres_de_propriété

    En Birmanie, toutes les #terres pour lesquelles il n’existe pas de titres de propriété – ainsi que les ressources naturelles qu’elles abritent – appartiennent au gouvernement central. Dans les campagnes birmanes, où la propriété est communautaire, personne ne possède ces documents. « Nous ne quitterons jamais notre village, assure Nang Lao Kham, en mâchouillant une graine de tournesol. Nous sommes de simples paysans sans éducation. Nous ne savons rien faire d’autre que cultiver nos terres. »

    Le gouvernement ne leur a pas proposé d’alternative viable. « Une brochure d’information publiée il y a quelques années parlait de les reloger à trois kilomètres du village actuel, mais ce site est déjà occupé par d’autres paysans », détaille Thum Ai, du Shan Farmer’s Network, une ONG locale. Le montant de la compensation n’a jamais été articulé. Ailleurs dans le pays, les paysans chassés de leurs terres pour faire de la place à un projet d’infrastructure ont reçu entre six et douze mois de salaire. Certains rien du tout.

    Ta Long compte 653 habitants et 315 hectares de terres arables. Pour atteindre leurs vergers, situés le long de la rivière Namtu, les villageois empruntent de longues pirogues en bois. « La terre est extrêmement fertile ici, grâce aux sédiments apportés par le fleuve », glisse Kham Lao en plaçant des oranges et des pomélos dans un panier en osier.

    Les #agrumes de Ta Long sont connus loin à la ronde. « Mes fruits me rapportent 10 800 dollars par an », raconte-t-elle. Bien au-delà des maigres 3000 dollars amassés par les cultivateurs de riz des plaines centrales. « Depuis que j’ai appris l’existence du barrage, je ne dors plus la nuit, poursuit cette femme de 30 ans qui est enceinte de son troisième enfant. Comment vais-je subvenir aux besoins de mes parents et payer l’éducation de mes enfants sans mes #vergers ? »

    Cinq barrages de la puissance de la Grande Dixence

    La rivière Namtu puise ses origines dans les #montagnes du nord de l’Etat de Shan avant de rejoindre le fleuve Irrawaddy et de se jeter dans la baie du Bengale. Outre l’Upper Yeywa, trois autres barrages sont prévus sur ce cours d’eau. Un autre, le Yeywa a été inauguré en 2010. Ces cinq barrages auront une capacité de près de 2000 mégawatts, l’équivalent de la Grande Dixence.

    Ce projet s’inscrit dans le cadre d’un plan qui a pour but de construire 50 barrages sur l’ensemble du territoire birman à l’horizon 2035. Cela fera passer les capacités hydroélectriques du pays de 3298 à 45 412 mégawatts, selon un rapport de l’International Finance Corporation. Les besoins sont immenses : seulement 40% de la population est connectée au réseau électrique.

    L’Etat y voit aussi une source de revenus. « Une bonne partie de l’électricité produite par ces barrages est destinée à être exportée vers les pays voisins, en premier lieu la #Chine et la #Thaïlande, note Mark Farmaner, le fondateur de Burma Campaign UK. Les populations locales n’en bénéficieront que très peu. » Près de 90% des 6000 mégawatts générés par le projet Myitsone dans l’Etat voisin du Kachin, suspendu depuis 2011 en raison de l’opposition de la population, iront à la province chinoise du Yunnan.

    Les plans de la Chine

    L’Upper Yeywa connaîtra sans doute un sort similaire. « Le barrage est relativement proche de la frontière chinoise, note Charm Tong, de la Shan Human Rights Foundation. Y exporter son électricité représenterait un débouché naturel. » L’Etat de Shan se trouve en effet sur le tracé du corridor économique que Pékin cherche à bâtir à travers la Birmanie, entre le Yunnan et la baie du Bengale, dans le cadre de son projet « #Belt_&_Road ».

    Le barrage Upper Yeywa y est affilié. Il compte deux entreprises chinoises parmi ses constructeurs, #Yunnan_Machinery Import & Export et #Zhejiang_Orient_Engineering. Le suisse Stucky œuvre à leurs côtés. Fondé en 1926 par l’ingénieur Alfred Stucky, ce bureau installé à Renens est spécialisé dans la conception de barrages.

    Il a notamment contribué à l’ouvrage turc #Deriner, l’un des plus élevés du monde. Il a aussi pris part à des projets en #Angola, en #Iran, en #Arabie_saoudite et en #République_démocratique_du_Congo. Depuis 2013, il appartient au groupe bâlois #Gruner.

    Le chantier du barrage, désormais à moitié achevé, occupe les berges escarpées de la rivière. Elles ont été drapées d’une coque de béton afin d’éviter les éboulements. De loin, on dirait que la #montagne a été grossièrement taillée à la hache. L’ouvrage, qui fera entre 97 et 102 mètres, aura une capacité de 320 mégawatts.

    Son #coût n’a pas été rendu public. « Mais rien que ces deux dernières années, le gouvernement lui a alloué 7,4 milliards de kyats (5 millions de francs) », indique Htun Nyan, un parlementaire local affilié au NLD, le parti au pouvoir de l’ancienne Prix Nobel de la paix Aung San Suu Kyi. Une partie de ces fonds proviennent d’un prêt chinois octroyé par #Exim_Bank, un établissement qui finance la plupart des projets liés à « Belt & Road ».

    Zone de conflit

    Pour atteindre le hameau de #Nawng_Kwang, à une vingtaine de kilomètres au nord du barrage, il faut emprunter un chemin de terre cabossé qui traverse une forêt de teck. Cinq hommes portant des kalachnikovs barrent soudain la route. Cette région se trouve au cœur d’une zone de #conflit entre #milices ethniques.

    Les combats opposent le #Restoration_Council_of_Shan_State (#RCSS), affilié à l’#armée depuis la conclusion d’un cessez-le-feu, et le #Shan_State_Progress_Party (#SSPP), proche de Pékin. Nos hommes font partie du RCSS. Ils fouillent la voiture, puis nous laissent passer.

    Nam Kham Sar, une jeune femme de 27 ans aux joues recouvertes de thanaka, une pâte jaune que les Birmans portent pour se protéger du soleil, nous attend à Nawng Kwang. Elle a perdu son mari Ar Kyit en mai 2016. « Il a été blessé au cou par des miliciens alors qu’il ramenait ses buffles », relate-t-elle. Son frère et son cousin sont venus le chercher, mais les trois hommes ont été interceptés par des soldats de l’armée régulière.

    « Ils ont dû porter l’eau et les sacs à dos des militaires durant plusieurs jours, relate-t-elle. Puis, ils ont été interrogés et torturés à mort. » Leurs corps ont été brûlés. « Mon fils avait à peine 10 mois lorsque son papa a été tué », soupire Nam Kham Sar, une larme coulant le long de sa joue.

    Vider les campagnes ?

    La plupart des hameaux alentour subissent régulièrement ce genre d’assaut. En mai 2016, cinq hommes ont été tués par des soldats dans le village voisin de Wo Long. L’armée a aussi brûlé des maisons, pillé des vivres et bombardé des paysans depuis un hélicoptère. En août 2018, des villageois ont été battus et enfermés dans un enclos durant plusieurs jours sans vivres ; d’autres ont servi de boucliers humains aux troupes pour repérer les mines.

    Les résidents en sont convaincus : il s’agit d’opérations de #nettoyage destinées à #vider_les_campagnes pour faire de la place au barrage. « Ces décès ne sont pas des accidents, assure Tun Win, un parlementaire local. L’armée cherche à intimider les paysans. » Une trentaine de militaires sont stationnés en permanence sur une colline surplombant le barrage, afin de le protéger. En mars 2018, ils ont abattu deux hommes circulant à moto.

    Dans la population, la colère gronde. Plusieurs milliers de manifestants sont descendus dans la rue à plusieurs reprises à #Hsipaw, la ville la plus proche du barrage. Les habitants de Ta Long ont aussi écrit une lettre à la première ministre Aung San Suu Kyi, restée sans réponse. En décembre, une délégation de villageois s’est rendue à Yangon. Ils ont délivré une lettre à sept ambassades, dont celle de Suisse, pour dénoncer le barrage.

    « L’#hypocrisie de la Suisse »

    Contacté, l’ambassadeur helvétique Tim Enderlin affirme n’avoir jamais reçu la missive. « Cette affaire concerne une entreprise privée », dit-il, tout en précisant que « l’ambassade encourage les entreprises suisses en Birmanie à adopter un comportement responsable, surtout dans les zones de conflit ».

    La Shan Human Rights Foundation dénonce toutefois « l’hypocrisie de la Suisse qui soutient le #processus_de_paix en Birmanie mais dont les entreprises nouent des partenariats opportunistes avec le gouvernement pour profiter des ressources situées dans des zones de guerre ».

    La conseillère nationale socialiste Laurence Fehlmann Rielle, qui préside l’Association Suisse-Birmanie, rappelle que l’#initiative_pour_des_multinationales_responsables, sur laquelle le Conseil national se penchera jeudi prochain, « introduirait des obligations en matière de respect des droits de l’homme pour les firmes suisses ». Mardi, elle posera une question au Conseil fédéral concernant l’implication de Stucky dans le barrage Upper Yeywa.

    Contactée, l’entreprise n’a pas souhaité s’exprimer. D’autres sociétés se montrent plus prudentes quant à leur image. Fin janvier, le bureau d’ingénierie allemand #Lahmeyer, qui appartient au belge #Engie-Tractebel, a annoncé qu’il se retirait du projet et avait « rompu le contrat » le liant au groupe vaudois.

    https://www.letemps.ch/monde/un-barrage-suisse-seme-chaos-birmanie
    #Suisse #barrage_hydroélectrique #géographie_du_plein #géographie_du_vide #extractivisme
    ping @aude_v @reka

  • Citrus Farmers Facing Deadly Bacteria Turn to Antibiotics, Alarming Health Officials - The New York Times
    https://www.nytimes.com/2019/05/17/health/antibiotics-oranges-florida.html

    Since 2016, the Environmental Protection Agency has allowed Florida citrus farmers to use the drugs, streptomycin and oxytetracycline, on an emergency basis, but the agency is now significantly expanding their permitted use across 764,000 acres in California, Texas and other citrus-producing states. The agency approved the expanded use despite strenuous objections from the Food and Drug Administration and the Centers for Disease Control and Prevention, which warn that the heavy use of antimicrobial drugs in agriculture could spur germs to mutate so they become resistant to the drugs, threatening the lives of millions of people.

    The E.P.A. has proposed allowing as much as 650,000 pounds of streptomycin to be sprayed on citrus crops each year. By comparison, Americans annually use 14,000 pounds of aminoglycosides, the class of antibiotics that includes streptomycin.

    The European Union has banned the agricultural use of both streptomycin and oxytetracycline. So, too, has Brazil, where orange growers are battling the same bacterial scourge, called huanglongbing, also commonly known as citrus greening disease.

    “To allow such a massive increase of these drugs in agriculture is a recipe for disaster,” said Steven Roach, a senior analyst for the advocacy group Keep Antibiotics Working. “It’s putting the needs of the citrus industry ahead of human health.”

    But for Florida’s struggling orange and grapefruit growers, the approvals could not come soon enough. The desperation is palpable across the state’s sandy midsection, a flat expanse once lushly blanketed with citrus trees, most of them the juice oranges that underpin a $7.2 billion industry employing 50,000 people, about 40,000 fewer than it did two decades ago. These days, the landscape is flecked with abandoned groves and scraggly trees whose elongated yellow leaves are a telltale sign of the disease.

    The decision paves the way for the largest use of medically important antibiotics in cash crops, and it runs counter to other efforts by the federal government to reduce the use of lifesaving antimicrobial drugs. Since 2017, the F.D.A. has banned the use of antibiotics to promote growth in farm animals, a shift that has led to a 33 percent drop in sales of antibiotics for livestock.

    The use of antibiotics on citrus adds a wrinkle to an intensifying debate about whether the heavy use of antimicrobials in agriculture endangers human health by neutering the drugs’ germ-slaying abilities. Much of that debate has focused on livestock farmers, who use 80 percent of antibiotics sold in the United States.

    Although the research on antibiotic use in crops is not as extensive, scientists say the same dynamic is already playing out with the fungicides that are liberally sprayed on vegetables and flowers across the world. Researchers believe the surge in a drug-resistant lung infection called aspergillosis is associated with agricultural fungicides, and many suspect the drugs are behind the rise of Candida auris, a deadly fungal infection.

    Créer du doute là où il n’y en a pas, au nom de la science évidemment... une science « complète » qui est impossible avec le vivant, donc un argument qui pourra toujours servir.

    In its evaluation for the expanded use of streptomycin, the E.P.A., which largely relied on data from pesticide makers, said the drug quickly dissipated in the environment. Still, the agency noted that there was a “medium” risk from extending the use of such drugs to citrus crops, and it acknowledged the lack of research on whether a massive increase in spraying would affect the bacteria that infect humans.

    “The science of resistance is evolving and there is a high level of uncertainty in how and when resistance occurs,” the agency wrote.

    Since its arrival in Florida was first confirmed in 2005, citrus greening has infected more than 90 percent of the state’s grapefruit and orange trees. The pathogen is spread by a tiny insect, the Asian citrus psyllid, that infects trees as it feeds on young leaves and stems, but the evidence of disease can take months to emerge. Infected trees prematurely drop their fruit, most of it too bitter for commercial use.

    Taw Richardson, the chief executive of ArgoSource, which makes the antibiotics used by farmers, said the company has yet to see any resistance in the 14 years since it began selling bactericides. “We don’t take antibiotic resistance lightly,” he said. “The key is to target the things that contribute to resistance and not get distracted by things that don’t.”

    Many scientists disagree with such assessments, noting the mounting resistance to both drugs in humans. They also cite studies suggesting that low concentrations of antibiotics that slowly seep into the environment over an extended period of time can significantly accelerate resistance.

    Scientists at the C.D.C. were especially concerned about streptomycin, which can remain in the soil for weeks and is allowed to be sprayed several times a season. As part of its consultation with the F.D.A., the C.D.C. conducted experiments with the two drugs and found widespread resistance to them.

    Although the Trump administration has been pressing the E.P.A. to loosen regulations, Nathan Donley, a senior scientist at the Center for Biological Diversity, said the agency’s pesticides office had a long track record of favoring the interests of chemical and pesticide companies. “What’s in the industry’s best interest will win out over public safety nine times out of 10,” he said.

    A spokesman for the E.P.A. said the agency had sought to address the C.D.C.’s and F.D.A.’s concerns about antibiotic resistance by ordering additional monitoring and by limiting its approvals to seven years.

    #Antibiotiques #Citrons #Agrumes #Pesticides #Conflits_intérêt #Pseudo-science

  • #Nul_homme_n'est_une_île

    ...« chaque homme est un morceau du continent, une partie de l’ensemble. » Nul Homme n’est une île est un voyage en Europe, de la Méditerranée aux Alpes, où l’on découvre des hommes et des femmes qui travaillent à faire vivre localement l’esprit de la #démocratie et à produire le #paysage du #bon_gouvernement. Des agriculteurs de la #coopérative le Galline Felici en Sicile aux architectes, artisans et élus des #Alpes suisses et du #Voralberg en #Autriche, tous font de la politique à partir de leur travail et se pensent un destin commun. Le #local serait-il le dernier territoire de l’#utopie ?


    http://www.allocine.fr/film/fichefilm_gen_cfilm=260888.html
    #agriculture #alternative #agriculture_biologique #Sicile #Italie #agrumes #Galline_felici #localisme #Suisse #commons #communs #film #documentaire #Vorarlberg #Autriche #Alpes #architecture #dignité #coopérative #aménagement_du_territoire #prix_équitable #vente_directe #exode_rural #artisanat #économie_solidaire #EES #pizzo #auto-gestion #mafia #réseau_européen #réseau #Grisons #Bregenzerwald #conscience_européenne #fierté #participation_citoyenne #fête #utopie #Bureau_des_questions_du_futur (1’18’00)

    –—

    #Zwischenwasser (#Bregenzerwald) : Nel comune hanno costruito una scuola in cui hanno aiutato benevolmente gli abitanti e richiedenti asilo
    min. 1’12’15
    #asile #réfugiés

    • “Dalla Sicilia ripartirà tutto”. #Roberto_Li_Calzi: da “Le Galline felici” agli Sbarchi Gas

      “Prodotti bio e naturali a casa vostra. Coltiviamo rispettando la natura, vendiamo rispettando la gente. Creiamo occasioni di occupazione gioiosa rispettando la dignità del lavoro. Promuoviamo lo sviluppo armonico del territorio. Sosteniamo la crescita della concorrenza perché per noi ‘concorrere’ significa correre assieme”. È questa la filosofia che anima il consorzio Le Galline Felici, ideato da Roberto Li Calzi, conosciuto e intervistato da Daniel Tarozzi a Siracusa, tra le ultime tappe del suo viaggio nell’Italia che cambia.

      Dopo diversi anni trascorsi all’estero, Roberto è tornato in Sicilia ed ha iniziato ad acquistare dagli allevamenti intensivi le galline, restituendo loro condizioni di vita dignitose. Da qui il nome “Le Galline felici”, nato ufficialmente nel settembre 2007.

      Il consorzio, che oggi mette insieme più di 15 realtà economiche, riunisce siciliani innamorati della propria terra e determinati ad agire per cambiare. Si tratta di agricoltori dediti all’agricoltura biologica, che lavorano per un’agricoltura rispettosa degli equilibri naturali e da molti anni servono numerosi Gas al centro-nord.

      Roberto Li Calzi racconta che tutto è iniziato una decina di anni fa, proprio quando è entrato in contatto con il mondo dei Gas. “Ho chiesto a mio fratello di insegnarmi ad usare il computer e ho scritto a tutti i gruppi di acquisto presenti in rete offrendo i miei prodotti, principalmente agrumi. Immediatamente hanno cominciato ad arrivare richieste dal Centro-nord. Per qualche anno ho fatto da ponte anche per i prodotti agricoli di altre aziende. Li compravo e li rivendevo senza chiedere commissioni. Ad un certo punto, quindi, creare il consorzio e sistematizzare questo processo è stato quasi naturale” (da “Io faccio così”, pag. 335).

      Da “Le Galline felici” all’associazione culturale Siqillyàh (dall’antico nome arabo della Sicilia), creata da Roberto e altri tra il 2009 ed il 2010 per sperimentare e proporre altri modi di vivere e consumare e divenuta poi una delle più importanti Reti di economia solidale nel sud Italia.

      Tra persone, Gas e altre associazioni, l’Arcipelago Siqillyàh conta oggi circa 600, soci, il 40% dei quali non è in Sicilia. Tra gli obiettivi vi è la valorizzazione dei produttori locali e delle coltivazioni tipiche siciliane. In questi anni Siqillyàh ha inoltre favorito uno scambio nord-sud: i produttori biologici ed etici siciliani creano rapporti commerciali e culturali con i Gas del centro-nord .

      Proprio in quest’ambito si colloca un’altra importante iniziativa ispirata dal lavoro di Roberto Li Calzi: gli Sbarchi Gas, un nuovo modo di vivere gli incontri nazionali di tutti i rappresentanti dei gruppi di acquisto solidale. Il primo Sbarco (il nome si deve proprio a Roberto e si riferisce all’idea di una nave di gasisti che sbarcasse proprio sulle coste siciliane) è stato nel giugno del 2009 a Petralia Sottana, in provincia di Palermo. Tre giorni di festa con concerti, balli, campeggi ed esposizioni che hanno fatto sì che l’incontro venisse ricordato come una piccola Woodstock dei Gas.

      A questo primo Sbarco Gas hanno quindi fatto seguito gli Sbarchi in Piazza e si è contribuito alla creazione della Ressud, rete di economia solidale volta a rafforzare i legami tra i soggetti solidali del Sud nell’ottica di un percorso evolutivo di tutto il movimento nazionale dell’economia solidale.

      Gli obiettivi degli Sbarchi in piazza sono molteplici:
      – dimostrare che l’economia solidale offre risposte per i problemi prodotti dalla globalizzazione e dall’esasperazione del mercato;
      – diffondere questa consapevolezza e le sue pratiche tra la gente “comune” ed in particolare a quelle fasce “contigue” al mondo dell’Economia Solidale (associazioni, ecc.)
      – accrescere il numero dei consumatori consapevoli ed allargare quindi il consumo di beni provenienti da reti di produttori solidali;
      – consentire l’accesso a questo mercato a tutti quei produttori (con le caratteristiche adeguate) finora esclusi da questo mercato;
      – favorire la riconversione colturale (verso il bio) e culturale (verso la solidarietà) dei produttori;
      – stimolare i produttori ad operare in reti e agevolare la costruzione della rete sud sud;
      – favorire il ritorno alla terra di molti giovani (e non solo) disoccupati o insoddisfatti della qualità della propria vita;
      – uscire dalla testimonianza e cominciare a fare statistica;
      – raggiungere quei numeri, quella massa critica che permetta di concretizzare quelli che finora vengono considerate utopie.

      Una molteplicità di obiettivi, dunque, riconducibili ad un unico importante valore: l’importanza della rete, nella consapevolezza che ‘concorrere’ vuol dire correre insieme.

      “Non ci interessano i singoli – afferma Roberto Li Calzi – non cerchiamo gli eroi, ci interessa la rete. Siamo un mosaico, tutti insieme formiamo un quadro, ognuno è fondamentale, ma preso da solo non ha molto significato. Noi stiamo cercando di ribaltare i paradigmi, dimostrare che con le proprie energie si può sostenere la concorrenza e guadagnarci tutti. Sono convinto che dalla Sicilia ripartirà tutto”.

      http://www.italiachecambia.org/2014/01/io-faccio-cosi-10-dalla-sicilia-ripartira-tutto-roberto-li-calzi-da

  • Que faire des oranges qui sont un millimètre plus petites que ce que les normes considèrent comme « vendable » ?

    Message reçu via la newsletter des #Galline_Felici, un consortium qui nous livre en #agrumes et autres produits de #Sicile...


    http://www.legallinefelici.it/fr

    SUCCOMPOST** À PARTIR DE REBUTS ?

    (**en français, littéralement jus-compost)

    Le terme SUCCOMPOST est l’un de ces néologismes que nous aimons tant
    = SUCCO (jus d’oranges) + COMPOST
    et REBUT signifie simplement être contraint d’adhérer à la logique aberrante du “PLUS GROS C’EST, meilleur c’est” (???)

    une proposition de filière dans laquelle tout est valorisé et rien ne se jette dans laquelle être ACTEURS, ENSEMBLE

    Une des choses qui m’a le plus frappé la première fois que j’ai visité l’entrepôt pour la préparation des oranges du Consortium a été la colonne de “binze” (grandes caisses de plus de deux quintaux) d’oranges qui présentaient quelques défauts ou qui étaient trop petites.
    Des tonnes.
    Ma première pensée : - magnifique, produit gratuit pour moi, pour mes amis et pour la transformation.
    Combien pouvons-nous en transformer ? 20 kilos ? 30 kilos ? 100 ?

    Et les autres dizaines de milliers ?

    Je tiens à préciser d’entrée de jeu que cela est la normalité dans la filière de récolte et de vente des fruits aujourd’hui. Hier je ne sais pas, peut-être que c’était moins exigeant :).

    Dans l’imaginaire collectif a été inculqué la notion du “plus gros c’est, meilleur c’est” (quand ? par qui ? peut-être par les américains après la guerre ? pour vendre de la chimie pour l’agriculture ?).
    Jamais pour les fruits on entend parler de “plus petit c’est, meilleur c’est”.
    Et donc ? Hum ...!
    Pourtant, si nous pesons un kilo de “belles grosses” oranges et un kilo de “vilaines petites” oranges et puis que nous en pesons le jus relatif, nous voyons que souvent “les vilaines” font davantage de jus.
    Et qu’elles se pressent encore mieux…
    Mais ça c’est une autre histoire, une autre réflexion à mener ensemble, pour en tirer les conséquences opérationnelles, mais en attendant nous sommes contraints de les mettre de côté.

    Posant des questions, j’ai découvert que ce produit est destiné à l’industrie (nous parlons des sous-calibrées et non des pourries) et que le prix d’attribution de ce “rebut” ne couvre pas non plus le coût de la récolte, du transport à l’entrepôt et de la confection.

    La morale ? Rien de revient au producteur et, si le rebut est important (ce qui arrive fréquemment malheureusement), il se transforme en une perte.

    Ce que je n’arrive pas à accepter c’est comment un millimètre de différence de diamètre, invisible à l’oeil nu, peut déterminer une différence de valeur aussi importante pour deux oranges qui proviennent du même verger, du même arbre, qui ont été cultivées avec les mêmes soins et la même attention.
    Supérieure à 55 mm elle part dans la cagette, et vous la payez 1,50€ ; si elle mesure 54 mm, elle part dans la caisse des rebuts, et à nous producteurs ne nous revient rien.

    Une différence millimétrique sur laquelle je me creuse la tête depuis des mois, incapable d’accepter ces “critères”.

    Février cette année je rencontre Fabrizio Nardo et #RED_ISLAND (http://www.redisland.it), une entreprise de Caltagirone (à proximité de ma campagne) qui me propose d’utiliser un engrais produit par lui obtenu par fermentation fongique bactérienne de la “pulpe d’agrumes", en l’occurrence les déchets de transformation de ces oranges petites ou abîmées ou qui ne sont pas adaptées à la commercialisation comme produits frais.
    Compost obtenu à partir des déchets de traitement d’une industrie vertueuse qui recycle les eaux de transformation, réduit les déchets organiques et produit du jus d’orange sanguine 100% biologique de Sicile ?

    Je suis tombé sous le charme, j’ai essayé l’engrais, j’en teste actuellement la qualité et dois dire qu’elle me plaît.

    Mmmmm, les choses deviennent intéressantes.

    J’essaie de partager avec vous l’idée que j’ai eue :
    Seriez-vous intéressés par un jus d’oranges fait avec nos oranges durant les mois où les fruits frais ne sont plus disponibles ? (de juin à septembre).

    Parce que, si cela peut vous intéresser, j’imagine moi déjà une petite filière, qui excusez-moi mon excès d’enthousiasme, est un petit bijou :
    · Notre orange mise tristement au rebut pour un millimètre, ainsi que toutes ses petites soeurs qui partagent le même sort, nous les transformons en jus.
    · Avec les déchets de cette transformation, Fabrizio produit le compost que, nous producteurs, acquérons pour utiliser dans nos fermes.

    De l’arbre à l’arbre, passant par les agriculteurs, les transformateurs, les consumaCteurs et retournant aux agriculteurs dans un circuit tellement transparent et tracé que ça ne peut que me faire sourire de satisfaction.

    Ça vous plaît ?

    Si cette supposition vous plaît, je propose de vous envoyer en attendant un échantillon de jus produit par RED ISLAND pour comprendre dans quelle mesure le jus est à votre goût.
    Nous vous demandons de consacrer un moment de la distribution de nos produits, par exemple, pour pouvoir le goûter, et si vous le souhaitez, continuer à y réfléchir ensemble.

    Nous ne vous demandons pas un pré-achat ou une implication formelle, ce qui est nécessaire aujourd’hui pour réaliser cette opération (qui, au-delà des coûts de production, nécessite tant de travail de programmation, de logistique, de valorisation etc.) et de la construire Ensemble.

    Il est nécessaire d’évaluer de quelle quantité de jus nous parlons (les emballages sont en brique d’un litre et la production minimum de 10 000 litres !) et à partir de cela commencer à co-projeter.

    3 kg d’oranges nous sont nécessaires pour faire un litre de jus.
    Vous payez normalement 4,50 euros pour 3 kg d’oranges.
    Nous vous proposons un prix de 4,00 euros le litre de jus surgelé, avec presque les mêmes nutriments de 3 kg d’oranges fraîches,à utiliser quand il n’y a plus d’oranges fraîches.

    Nous tenons à préciser qu’il ne s’agit pas d’une opération lucrative pour nous.
    C’est une opération visant presque seulement à donner de la “dignité” à un produit : jus provenant d’une matière première traçable, plutôt que jus anonyme, qui vient d’on ne sait qui et qui va finir on ne sait où..
    Des 4,00 euros que vous paierez, si vous le souhaitez, comprennent seulement les coûts de transformation, l’emballage, la gestion et le transport, en plus de la valeur de la matière première.
    Que, peut-être, à la fin de l’histoire, et si nous faisons tout pour le mieux, ENSEMBLE, vaudra pour nous 20/25 centimes, plutôt que les 16 centimes que nous recevons pour le “rebut” bio.

    Quelques chiffres (nous publierons les détails sous peu) :
    10 mille litres la quantité minimum (pour raisons techniques) de jus à produire.
    3 kg d’oranges pour faire un litre de jus.
    Soit 30 mille kilos à transformer en une seule fois.
    4/10 centimes de recettes en plus pour nous, si tout va bien, pour chaque kilo d’oranges utilisé dans cette filière vertueuse.
    Ainsi, de mille deux cents euros à trois mille euros en plus pour le Consortium. Si tout va bien.

    Si nous partageons ce projet ensemble, je m’engage à bien étudier toute l’opération, y compris les modalités de livraison et la période de disponibilité.

    Par ailleurs, tout le compost produit à partir des déchets de cette transformation sera acquis par les membres du Consortium et redistribué dans nos champs, devenant sans cesse plus “Nos”, champs.

    P.S. Le jus est surgelé/non pasteurisé, et cela est optimal, en termes de saveur et de nutriments, une fois décongelé, il se conserve pendants presque 4 semaines au frigo.

    Je vous embrasse
    Mico

    #déchets #valorisation #industrie_alimentaire #rebuts #compost #jus_d'orange #absurdistan

    En fait, en ce qui me concerne, je préfèrerais pouvoir acheter les petites oranges, ce qui semble être impossible, plutôt que d’être livrée en jus...

    • Des spécimens uniques au rayon Fruits et légumes

      Carottes à trois pattes ou concombres tordus : la nature a parfois ses humeurs... Avant, les fruits et légumes hors #norme n’étaient pas vendus car ils ne répondaient pas aux exigences esthétiques en vigueur. Il n’en est plus rien depuis 2013, année de lancement d’#Ünique, notre #marque propre durable !


      https://www.coop.ch/fr/labels/uenique.html
      #unique #fruits #légumes #supermarchés #Coop #Suisse

    • Conséquence de la sécheresse, des pommes sont trop petites pour être vendues

      Entre 5 et 10% des pommes récoltées en Suisse romande n’atteignent pas les normes requises en termes de #diamètre pour être commercialisées, à cause du manque d’eau durant l’été. Mais la quantité est là.

      L’été fut très sec et la floraison des plantes s’est passée dans un laps de temps très court. Conséquence : les fruits sont plus denses, plus sucrés mais aussi plus petits qu’à l’accoutumée.

      Des cultivateurs romands se retrouvent ainsi avec des minuscules pommes sur les bras. « Le commerce ne veut que des jolis fruits. Des pommes qui ont des calibres de 65 à 75 millimètres, explique Luc Magnollay, arboriculteur dans la région d’Etoy. On sait que le consommateur achète beaucoup avec l’oeil ».

      Autre facteur empêchant la commercialisation : l’apparition de roussissures, à cause de l’humidité. La célèbre Golden est particulièrement touchée par ce phénomène naturel.

      Environ 130’000 tonnes de pommes n’ayant pas atteint le format adapté pour une commercialisation sont transformées en Suisse en cidre. C’est trois fois plus qu’en 2017.
      Quantité suffisante

      Si la taille des pommes ou l’aspect de leur épiderme pose problème, la quantité récoltée est elle suffisante. Au total, 62’000 tonnes de pommes ont été à ce jour ramassées en Suisse. C’est plus que l’objectif national fixé (57’000 tonnes).

      https://www.rts.ch/info/regions/9985896-consequence-de-la-secheresse-des-pommes-sont-trop-petites-pour-etre-vend
      #taille

  • Les #perturbateurs_endocriniens présents dans un tiers des fruits en Europe – EURACTIV.fr
    http://www.euractiv.fr/section/agriculture-alimentation/news/endocrine-disruptors-report-exposes-scale-of-contamination-as-parliament-vo

    Selon une étude menée par l’ONG Réseau action pesticides (PAN Europe), 68 % des #fruits consommés dans l’#UE présentent des traces de #pesticides et pas moins de 34 % contiennent des résidus de 27 pesticides contenant des perturbateurs endocriniens potentiellement dangereux.

    Pour les #légumes, les chiffres sont un peu moins élevés, mais restent inquiétants : 41 % contiennent des résidus de pesticides et 14 % des résidus de pesticides contenant des perturbateurs endocriniens potentiellement dangereux.

    Les perturbateurs endocriniens sont des substances perturbant le système hormonal. Ils auraient donc un impact négatif sur le système reproductif, l’apparition de cancers ou encore le développement des fœtus et nouveau-nés.

    Les données utilisées dans l’étude de PAN Europe, récoltées en 2015, montrent que les #agrumes sont les fruits les plus contaminés. En effet, entre 46 et 57 % des mandarines, oranges et pamplemousses contiennent des substances endocrino-perturbatrices potentiellement dangereuses. Pour les pêches, raisins et fraises, le chiffre est légèrement plus bas : entre 34 et 45 %. Parmi les légumes les plus contaminés, on retrouve le céleri et la roquette, entre 35 et 40 %.

  • Enquête ouverte après l’identification de la bactérie tueuse d’oliviers à Rungis
    http://www.lemonde.fr/biodiversite/article/2015/04/16/une-enquete-ouverte-apres-l-identification-de-la-bacterie-xylella-fastidiosa

    La menace de la bactérie tueuse #Xylella_fastidiosa se précise. Mercredi 15 avril, le ministère de l’agriculture a annoncé avoir « identifié un plan de caféier porteur de la bactérie chez un revendeur de Rungis », le plus grand marché de produits alimentaires et végétaux d’Europe. Selon le ministère, ces plants seraient originaires d’Amérique centrale et « ont été introduits dans l’Union européenne via les Pays-Bas ».

    Cette #bactérie qui sévit notamment depuis 2010 en Italie et a détruit des milliers d’oliviers, essentiellement dans la région des Pouilles, dans le sud, est particulièrement dangereuse. Elle est transmise aux végétaux par de minuscules insectes vecteurs, les cicadelles ou encore le cercope des prés. Le danger principal de Xylella fastidiosa est le nombre très élevé de plantes hôtes susceptibles d’être contaminées : #oliviers, chênes, châtaigniers, lauriers roses, tous les #agrumes (citrons, oranges, clémentines…), la vigne, les mimosas, ou encore la myrte ou le romarin…