• Lo scandalo del bio: copre il 15% dei terreni ma prende solo il 3% degli aiuti

    L’Italia applica la #PAC in modo paradossale: si finanzia più l’acquisto di diserbanti e pesticidi nell’agricoltura convenzionale che chi sceglie di puntare sul biologico.

    Il biologico cresce a due cifre ed è considerato un’arma utile anche contro i cambiamenti climatici. Ma le politiche di sostegno all’agricoltura – declinazioni nazionali delle politiche europee – investono direttamente sul bio italiano molto meno di quanto il settore meriterebbe. Questa la denuncia contenuta nell’ultimo rapporto di FederBio (Cambia la terra 2018): i fondi pubblici mirati al biologico sono inferiori al 3% del totale. Eppure, la Superficie agricola (Sau) coltivata dall’agricoltura biologica è di poco inferiore al 15%.

    Una sperequazione nell’attribuzione degli aiuti sancita dai meccanismi di attuazione italiana della Pac (Politica agricola comunitaria) per il periodo 2014-2020. Tanto più criticabile se si pensa che il il biologico contribuisce a ridurre i costi ambientali e sanitari collettivi, favorendo la tutela del paesaggio e il calo dell’inquinamento da fitofarmaci (ovvero erbicidi e pesticidi). E che la scelta del biologico comporta, per chi la fa, maggiori incombenze burocratiche ed economiche, che colpiscono non solo le aziende che stanno “transitando” da coltivazioni non certificate ma anche la pratica quotidiana.

    Al biologico solo le briciole dal Primo Pilastro della Pac

    Secondo i dati del Servizio Studi della Camera, i finanziamenti della Pac 2014-2020 all’agricoltura italiana sono pari a 62,5 miliardi:

    41,5 miliardi di euro dell’Unione europea
    21 miliardi che arrivano dallo Stato nazionale.

    Il 75% dei finanziamenti è destinato al cosiddetto Primo Pilastro e all’Organizzazione comune di mercato, mentre mediamente il 25% è destinato al Secondo Pilastro, che sono i Programmi di sviluppo rurale delle Regioni.

    Sul primo Pilastro della Pac, i finanziamenti destinati specificatamente al biologico praticamente non esistono. Il biologico beneficia del cosiddetto greening, che di fatto è solo una maggiorazione del 30% dell’aiuto di base.

    «Ma il greening, in funzione delle esenzioni previste dalle norme, viene applicato nel nostro Paese solo al 12% delle aziende. E, oltre al biologico, ne beneficia anche chi fa avvicendamento colturale, i pascoli o le zone rifugio per la fauna. Così, alla fine, l’aiuto destinato specificatamente al bio è veramente irrilevante», spiega Maria Grazia Mammuccini di FederBio.

    Un quadro che appare a tutto vantaggio dell’agricoltura convenzionale, che utilizza pesticidi, diserbanti e fertilizzanti di sintesi. Ovvero chi adempie al PAN (Piano Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari) secondo lo standard minimo – e obbligatorio – che consente l’accesso ai pagamenti diretti del Primo Pilastro.

    Psr, premiato chi usa i pesticidi. Glifosato incluso

    Al biologico, va meglio quando si analizza il finanziamento specifico che giunge dai Programmi di sviluppo rurale (Psr) del Secondo Pilastro della Pac. E in questo caso a decidere – in modo assolutamente disomogeneo – sono le regioni italiane.

    Attraverso i bandi della cosiddetta Misura 11, dedicata proprio all’agricoltura biologica, al bio arrivano la maggior parte dei finanziamenti. Ma la misura rimane comunque minore rispetto a quanto, grazie alla Misura 10, ricevono altre pratiche. Innanzitutto il cosiddetto “integrato volontario“, modello di agricoltura che rispetta un disciplinare con pratiche agronomiche specifiche, e vieta l’uso di alcuni principi attivi tra i più dannosi. E poi l’agricoltura conservativa.
    A sostenere fortemente il biologico, con alte percentuali della spesa complessiva nei Psr, sono le regioni del Centro e Sud Italia (in Sicilia il 18,07%, in Calabria il 22,38%). Uniche eccezioni l’Umbria (3,88%) e la Campania (1,36%). Altre, come Valle d’Aosta (1,7%), Veneto (1,84%), Friuli Venezia Giulia 2,36% perseguono obbiettivi opposti.

    Complessivamente – secondo Cambia la terra – alla Misura 10 viene destinato il 13% dei fondi per lo sviluppo rurale nazionale, mentre alla Misura 11 il 9,5%. Evidenziando quello che appare come un paradosso. La Misura 10, infatti, è specificamente indirizzata al rispetto dell’ambiente. «Premia pratiche agronomiche migliori rispetto al convenzionale, ma che comunque fanno uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi chimica, compreso il glifosato» spiega Mammuccini. E così, una norma pensata per aiutare l’ambiente finisce per finanziare chi usa «il maggior inquinante delle nostre acque (dati ISPRA) e classificato come probabile cancerogeno». L’unica regione italiana che ha deciso di interrompere i finanziamenti risulta essere la Calabria mentre infuria la polemica sugli annunci della Toscana.
    Vizioli: troppa burocrazia. Ancora non spesi più del 50% dei fondi

    Detto ciò, siamo in attesa di vedere se con la Pac 2021-2027 l’Europa, sempre più colpita dal riscaldamento globale, punterà maggiormente sul bio. Ma riguardo la programmazione 2014-2020, alle lamentazioni di FederBio si unisce, su altri fronti, la bocciatura del presidente di Aiab (Associazione italiana per l’agricoltura biologica).

    «Tranne qualche raro caso – afferma Vincenzo Vizioli – tutte le regioni italiane hanno investito sul bio una percentuale del budget inferiore alla Sau impegnata a biologico. Non hanno considerato che la domanda di cibo bio stava stimolando un’esplosione del settore. E quindi non hanno previsto un un aumento delle richieste di finanziamento. In questo modo, tutto il sistema è andato in difficoltà. Non solo: il ritardo dei pagamenti, dovuto al cronico e inaccettabile malfunzionamento di Agea (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura), e l’appesantimento burocratico per la gestione delle domande, la rendicontazione dei progetti e la lentezza delle istruttorie regionali hanno esaltato le difficoltà».

    Un errore di programmazione incomprensibile. Che, secondo Vizioli, sta in qualche modo “imballando il sistema”: benché la Misura 11 valga l’8,7% dei 20,9 miliardi di euro programmati per i Psr, ad oggi ne ha ricevuto meno di uno. E di quanto disponibile è stato speso solo il 17,6%.

    «Non solo è stata sbagliata la programmazione, ma le tante difficoltà di tipo burocratico stanno portando al problema di non riuscire a spendere tutti i fondi disponibili. Mancano meno di 2 anni alla fine e noi non abbiamo ancora speso neanche la metà dei fondi».

    E così, oltre al danno, si aggiungerebbe anche la beffa. Senza contare che l’agricoltura integrata beneficiaria della Misura 10, sottolinea Vizioli, riceve denaro pubblico ma non è né certificata come il bio nè fatta oggetto di controlli adeguati. Poiché la verifica dei documenti d’acquisto e di uso dei fitofarmaci, ad esempio, non si accompagna con dei rilievi sul campo.

    https://valori.it/lo-scandalo-del-bio-copre-il-15-dei-terreni-ma-prende-solo-il-3-degli-aiuti
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    cc @albertocampiphoto

    • Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)

      Il modello della rivoluzione verde (industrializzazione dell’agricoltura più chimica di sintesi) può considerarsi esaurito a causa dell’enorme impatto ambientale prodotto dall’uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi che ha contribuito al deterioramento della terra, alla contaminazione dell’acqua e alla perdita di biodiversità senza riuscire a garantire un reddito adeguato agli agricoltori. Così la Fao, durante l’incontro internazionale sull’agroecologia dell’aprile 2018, ha sintetizzato oltre mezzo secolo di studi scientifici sull’impatto dell’agricoltura intensiva basata su un largo uso di pesticidi.

      Come è arrivata un’organizzazione delle Nazioni Unite a un pronunciamento così netto? Questo rapporto mette assieme i tasselli che aiutano a capire. A confutare il mito di quella che è stata paradossalmente chiamata la “rivoluzione verde” – pur avendo dato un contributo importante alla perdita di biodiversità e all’aggravarsi della minaccia climatica – non c’è infatti un solo elemento, ma il riconoscimento di una serie di errori ambientali, sanitari, sociali ed economici.

      Nel primo Rapporto “Cambia la terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” sono citati gli autori e gli studi che hanno permesso alla comunità scientifica di raddrizzare la rotta, indicando la strada per recuperare il terreno perduto. È un filo logico che rappresenta una mappa capace di aiutare il legislatore a riorientare l’azione pubblica verso il bene comune. E che ha una forte attualità: oggi è in discussione la possibilità di cambiare la destinazione di una significativa quota di risorse pubbliche che finora è servita a sostenere scelte ad alto impatto ambientale e sanitario e che può essere reindirizzata per sostenere un modello agricolo più sicuro, più sano e più equo. Ma qual è il danno economico complessivo prodotto dall’uso dei pesticidi? Un primo studio sul tema condotto da Pimentel e altri nel 1992, mettendo nel conto alcune esternalità negative, arrivava alla cifra di 8,1 miliardi di dollari l’anno negli USA. Considerando che all’epoca l’acquisto di pesticidi ammontava a una spesa di 4 miliardi, ne deriva che le esternalità negative a carico della collettività erano pari al doppio: per 1 dollaro speso in pesticidi se ne spendevano 2 per le conseguenze prodotte dal loro uso. La ricerca è stata aggiornata in uno studio successivo pubblicato nel 2005 arrivando a valutare i costi derivati dall’uso dei pesticidi – spese sanitarie, perdita di produttività, perdita di biodiversità, costi per il disinquinamento del suolo e delle acque – in circa 10 miliardi di dollari l’anno nei soli Stati Uniti.

      L’Italia si trova purtroppo esposta in prima linea nella battaglia contro questo rischio chimico: il nostro Paese è fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo. Dall’ultimo Report dell’Agenzia europea per l’ambiente risulta infatti che il consumo di principio attivo nella UE è mediamente di 3,8 chili per ettaro: in Italia invece si arriva a 5,7 chili per ettaro, e in 10 anni – dal 2006 al 2016 – si è registrato un aumento della spesa per i pesticidi attualizzata ai prezzi correnti pari al 50% (quella per i concimi è cresciuta del 35%).

      Inoltre l’agricoltura intensiva, la monocoltura, l’uso di diserbanti e concimi chimici di sintesi sono tra gli elementi che più impoveriscono il terreno, riducendo la materia organica e la concentrazione di microrganismi e quindi la fertilità. Un dato inquietante perché ci vogliono migliaia di anni per creare pochi centimetri di terreno fertile, ma bastano pochi decenni per distruggerlo. E in Italia l’erosione – che comporta costi legati all’aumento del rischio di inondazioni e frane, all’abbandono delle terre e alla distruzione di infrastrutture – interessa ormai un terzo della superficie agricola del Paese generando una perdita annuale di produttività pari a 619 milioni di euro.

      Infine c’è da tener presente l’impatto sul clima dell’agricoltura ad alto uso di chimica di sintesi e di combustibili fossili. L’IPCC, la task force di climatologi organizzata dall’Onu, ritiene che siano proprio il modello agricolo e alimentare oggi imperante e l’uso attuale di suolo e foreste a essere responsabili per il 24% del rilascio dei gas climalteranti. Una conseguenza che potrebbe essere evitata scegliendo la strada dell’agroecologia: secondo i dati pubblicati dal Rodale Institute nel 2011, i sistemi di agricoltura biologica utilizzano il 45% in meno di energia rispetto a quelli convenzionali e producono il 40% in meno di gas serra rispetto all’agricoltura basata su metodi convenzionali. In questo modo l’agricoltura si potrebbe trasformare da problema in soluzione: i terreni organici svolgono un ruolo di assorbimento del carbonio che può arrivare a circa mezza tonnellata di carbonio per ettaro l’anno. Il potenziale tecnico del sequestro di carbonio nei terreni degli ecosistemi agricoli globali è compreso tra 1,2 e 3,1 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno (da 10 a 27 volte le emissioni italiane di CO2 equivalente del 2016).

      I numeri vengono dall’Ufficio studi della Camera dei deputati: su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europee: anche solo in termini puramente aritmetici, senza calcolare il contributo del biologico alla difesa dell’ambiente e della salute, circa sei volte meno di quanto che gli spetterebbe. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.

      Invece di un premio c’è dunque una penalizzazione netta. Nel capitolo di spesa destinato specificamente all’interno dei PSR (Piani di sviluppo regionale) alla vera e propria lotta al cambiamento climatico, solo il 9,5% delle risorse pubbliche va all’agricoltura biologica. Altro tipo di sistemi (ad esempio l’agricoltura integrata, che usa teoricamente meno pesticidi sul campo; o l’agricoltura conservativa, una pratica in cui si evita di dissodare i terreni ma si utilizza ampiamente il glifosato) ricevono maggiori risorse (13%).

      In altre parole, gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. In questo contesto anche l’onere della prova viene rovesciato. Non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi: il costo della certificazione; il costo della burocrazia (ancora più alta che per gli agricoltori convenzionali); il costo della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace, senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, e a proteggere il raccolto dai parassiti senza l’uso dei pesticidi di sintesi chimica; il costo della fascia di rispetto tra campi convenzionali e campi biologici.

      Occorre anche intervenire subito, fornendo strumenti e opportunità a chi sceglie l’agricoltura pulita e non – come succede oggi – penalizzando chi non inquina, in contrasto con i principi fondanti delle politiche ambientali italiane, europee e internazionali. “Cambia la Terra”, attraverso il Rapporto 2018, intende avanzare delle proposte concrete alla politica.

      https://www.cambialaterra.it/rapporto
      #rapport

      Pour télécharger le rapport:

      https://www.cambialaterra.it/wp/wp-content/uploads/2018/09/Rapporto-CLT-18_web.pdf


  • Paris : « Un grand nombre d’habitants ne profitent pas des services publics offert s » - 20minutes.fr
    http://www.20minutes.fr/paris/1522811-20150121-paris-grand-nombre-habitants-profitent-services-publics-o

    Il n’y a pas que sur le budget participatif que l’avis des #Parisiens est sollicité ces jours-ci. La ville lance aussi une grande consultation pour moderniser les services publics. A compter de ce jeudi et jusqu’au 23 février, les Parisiens pourront donner leurs idées pour facilité l’accès au service de la ville, les démarches en mairie mais aussi pour rendre plus accessible l’offre culturelle ou la pratique sportive.

    « Diversifier l’offre et lutter contre le #non-recours »

    L’enquête se fait en ligne, sur le site Avis.paris.fr.
    http://www.paris.fr/politiques/participer/avis-paris-fr/p10631
    « Elle est réalisable en cinq minutes et les participants répondent aux thématiques qu’ils veulent », précise Emmanuel Grégoire, adjoint d’#Anne_Hidalgo en charge des services publics et de la modernisation de l’administration.
    « Cette consultation était annoncée depuis plusieurs mois », rappelle Emmanuel Grégoire. Elle part d’un double constat. « Le premier, c’est la nécessité de diversifier l’offre de services publics, poursuit l’élu. La deuxième, c’est la problématique du non-recours. Nous constatons qu’un grand nombre d’habitants ne profitent pas des services publics offerts. Cela concerne tout particulièrement les #populations les plus fragiles. »

    50% des Parisiens titulaires potentiels du RSA ne le réclament pas

    Une étude du #centre_d’action_sociale_de_la_ville_de_Paris s’était penchée sur la question en 2011. Le découragement devant la complexité des démarches, la méconnaissance des dispositifs, la crainte d’une #stigmatisation, la préférence d’autres modes de #solidarités ou même le manque d’intérêt pour l’offre étaient alors avancés comme possibles raisons pour expliquer ce non-recours. « A Paris, cela concerne par exemple le #RSA (Revenu de solidarité active), observe Emmanuel Grégoire. Le taux de non-recours avoisine les 50%. »
    Un problème qui n’est pas que parisien. En 2012, plus du tiers des titulaires potentiels du RSA en France, soit 1,7 million de personnes, n’y avait pas recours, selon une étude de la Caisse nationale d’allocations familiales. (#CNAF)
    Ce non-recours transparaît aussi dans la fréquentation des structures de la ville. « Nous avons fait le constat dans les conservatoires, observe Emmanuel Grégoire. Nous avons le sentiment qu’ils ne touchent pas tous les publics possibles, notamment les milieux les plus défavorisés. »

    Restitution des idées cet été

    Cette grande consultation visera donc à comprendre ce non-recours et trouver des axes d’amélioration.

    C’est pour l’essentiel du #publireportage socialaud.

    Je ne suis pas intervenu sur les cartes de répartition des revenus qui, je crois, excluaient Paris (et dont je retrouve pas l’url..). Dans cette ville "de riches" il y a 80 000 #RSAstes, 145 000 bénéficieras de la #CMU-C
    voir "Poursuite de la hausse du nombre
    de bénéficiaires du RSA et de la CMU-C en Ile-de-France", Insee
    http://www.insee.fr/fr/regions/idf/default.asp?page=themes/bilaneco/bilan2013/bilan%20social.htm

    Bien sûr ces indicateurs ne donnent qu’une mesure partielle du phénomène dont une bonne part reste invisible.

    Bien que l’éviction des pauvres ait débuté dès les années 50, Paris est marquée par une très forte #polarisation_sociale, avec un très grand nombre de pauvres.

    Quoi que dise la Ville, la #méconnaissance en matière de droits est organisée, c’est aussi une production institutionnelle. Ainsi, la Ville, comme toute les municipalités, a accès à la "liste des demandeurs d’emploi", mais jamais il n’a été question d’informer ces derniers de leurs droits, en particulier lorsqu’ils sont pas indemnisés par #Pôle_emploi (allocation logement, ASS, RSA, CMU, fonds de solidarité énergie, logement, transports, piscines, et certains musées gratuits).

    C’est bien plutôt la dissuasion qui est mise en pratique par la Ville (protéger les caisses, économiser, délégitimer les #demandeurs_de_revenu. Ainsi, depuis quelques années, les centres d’action sociale d’arrondissement s’évertuent à empêcher les RSAstes de jouir du droit commun en matière de #prestations_facultative. La Ville prétend imposer aux RSAstes d’avoir à passer par un travailleur social là où le citoyen "ordinaire" n’a pas à se soumettre à une telle procédure, qui allonge les délais, multiplie les interlocuteurs, transforme un rdv "administratif" en moment d’un "#suivi_social" intrusif et contraignant. Dans l’arbitraire le plus complet.

    Bref il y aurait beaucoup à dire sur la philanthropie de nos oligarques (cf. la millionnaire #Marisol_Touraine), la bureaucratie sociale (#opacité_défensive).

    Faute d’en prendre le temps ici, une recette utilisable par tout Parisien (et parfois ça marche mieux pour des "insérés" à revenu menacés d’appauvrissement que pour des "pauvres"...), à faire connaître autour de vous, il existe des #aides_financières dites "exceptionnelles" accessibles dont la Ville n’informe pas les ayant droit potentiels, un mode d’emploi :

    À Paris comme ailleurs, arr€t€z vos salad€s, balanc€z l’os€ill€ !
    http://www.cip-idf.org/article.php3?id_article=3250

    Sinon, si vous connaissez des soucis de cet ordre ou vous posez des questions sur ces aspects de la "vie parisienne", il existe une permanence #précarité de la coordination des intermittents et précaires : permanenceprecarite [at] cip-idf.org.