• Albanie : lors d’une audition au Parlement et de rencontres avec des ministres, RSF a appelé à la prise de mesures visant à rétablir la confiance des journalistes

    Au cours de sa mission sur la liberté de la presse à Tirana, Reporters sans frontières (RSF) a exhorté les membres du Parlement et du gouvernement albanais à progresser vers une véritable dépénalisation de la diffamation et de l’injure dans ce pays candidat à l’adhésion à l’Union européenne (UE).

    Du 17 au 19 juin, RSF a témoigné sur l’état de la liberté de la presse en Albanie devant la commission parlementaire des droits de l’homme et des médias d’information publique, présidée par la députée de l’opposition Jorida Tabaku. RSF a également rencontré deux membres du gouvernement chargés des questions de liberté de la presse : la ministre de l’Administration publique et de la Lutte contre la corruption, Adea Pirdeni, et le ministre de la Justice, Toni Gogu.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2026/06/21/bataille-pour-le-territoire-albanais-ce-que-revele-la-revolution-des-flamants-roses-et-autres-textes/#comment-74877

    #albanie

  • La vita degradante nel Cpr in Albania che il governo voleva nascondere

    Proteste, autolesionismo e tentativi di suicidio: il “registro degli eventi critici” ottenuto da Altreconomia mostra che cosa succede nel centro di #Gjadër. Il modello da replicare per Roma e Bruxelles è un buco nero di sofferenza

    C’è un documento che il Governo Meloni ha in mano da oltre un anno ma ha tentato in tutti i modi di tenere nascosto all’opinione pubblica. È il racconto della sofferenza quotidiana vissuta dalle oltre 500 persone trasferite all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gjadër in Albania a partire dall’11 aprile 2025.

    Proteste, atti di autolesionismo, tentativi di impiccagione e risse: ben 54 “eventi critici” nei primi 48 giorni di funzionamento che mostrano che cos’è davvero quel “modello albanese” oggi elevato a esempio da replicare.

    Altreconomia ha ottenuto il “registro degli eventi critici”, il documento in cui gli operatori dell’ente gestore Medihospes, la cooperativa che ha vinto l’appalto da oltre 133 milioni di euro, annotano tutto ciò che succede nel Cpr. Leggerlo è come analizzare la “scatola nera” della detenzione amministrativa, quella che rende possibile togliere la libertà per 18 mesi alle persone senza documenti.

    Domenica 13 aprile 2025, due giorni dopo il primo trasferimento di 40 cittadini stranieri nel Cpr albanese, alle 11.30 un ospite compie atti di autolesionismo perché vuole un “dosaggio superiore della terapia in atto”. Passano poche ore e alle 15.30 un altro, per lo stesso motivo, si ferisce. Sono le 16 quando due ospiti arrivano “a una colluttazione fisica”. Un’ora dopo gli operatori annotano un “atto vandalico” contro gli infissi dell’unità abitativa sempre per avere più medicine. Ed è il motivo che spinge un altro ospite -sono le 19- a tagliarsi. Alle 22.35 un trattenuto minaccia di “recidersi la carotide con pezzo di vetro, residuo degli atti di vandalismo contro gli infissi”. Motivo? Avere più psicofarmaci. Passa un’ora e scoppia una protesta in cui “vengono divelte le grate della recinzione perimetrale”. A mezzanotte e mezza torna la calma ma dura solo trenta minuti. All’una un ospite “compie nuovamente atti di autolesionismo”. Otto annotazioni in 24 ore.

    Il 17 aprile uno dei reclusi “simula tentativo di strangolamento con il lenzuolo in uso stretto al collo” e il mediatore “lo convince a desistere”. Alle 16 un altro “con un residuo di filo tenta di cucirsi le labbra, perforandosi quello superiore e quello inferiore con un filo elettrico”. Poco dopo l’uomo arriva “a una violentissima colluttazione” con un secondo ospite. Rifiuta le medicazioni del personale e accusa il compagno di volerlo uccidere. Alle 21.20 uno dei trattenuti dà fuoco ai vestiti “provocando l’accensione dell’allarme antincendio” e meno di trenta minuti dopo un altro “crea con i lenzuoli monouso una corda simulando uno strangolamento”.

    La struttura allora è aperta da sette giorni e il totale degli eventi critici è già a quota 25. Poi il ritmo cala ma l’intensità e la gravità no. Il 23 aprile alle 13 un ospite “con uno straccio procuratosi da residui di vestiario cerca di suicidarsi”, mezz’ora dopo un altro “tenta di strangolarsi con materiale improvvisato”. Alle 17.30 alcuni ospiti “vengono sorpresi all’interno della loro cella mentre preparano una corda”. Trenta minuti dopo un altro tenta di impiccarsi. Un mese dopo la “scena” è la stessa. È il 26 maggio quando un ospite per protesta “crea una corda con materiale improvvisato minacciando di impiccarsi”, mentre un altro, verso le 21.40, ingoia due pile. “Atto dimostrativo per protestare contro la lunga permanenza nei Cpr (da nove mesi circa)”, annota l’ente gestore. Viene trasferito in ospedale dove vengono rimosse le batterie. Dall’11 aprile al 28 maggio 2025 il bilancio, come detto, è di 54 annotazioni in 48 giorni, la maggior parte per autolesionismo (22), tentativi di suicidio (12) e proteste dei reclusi (11).

    Dati e informazioni che il governo non voleva a tutti i costi far conoscere. Tanto da impugnare la sentenza del Tar del Lazio che il 13 novembre 2025 aveva riconosciuto in poche righe il diritto di Altreconomia -assistita in giudizio dagli avvocati dell’Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Anna Pellegrino- di poterli visionare. Il 23 marzo 2026 il Consiglio di Stato ha chiuso la partita, confermando la sentenza di primo grado e smontando la linea del Viminale che contestava la violazione della privacy dei reclusi.

    Nel 2025 il 25% di chi è transitato in un Cpr è stato rimpatriato. Nonostante questo il totale delle persone deportate lo scorso anno è cresciuto rispetto al 2024

    Dopo il verdetto abbiamo chiesto il registro degli eventi critici di tutti gli undici Cpr attivi: siamo in attesa di una risposta su quelli più recenti di Gjadër che ci mancavano, mentre su quelli in Italia l’esito è stato incredibilmente negativo. Alla privacy si è aggiunta la scusa dell’ordine pubblico: far conoscere ciò che succede oltre quelle mura alimenterebbe le proteste all’esterno e all’interno. E così sono stati inviati solo i dati consolidati senza la descrizione degli eventi. Anche se depotenziati dalla mancanza della descrizione, bastano comunque per capire che il centro albanese non è un’eccezione.

    Al Cpr di Palazzo San Gervasio (PZ) Officine sociali ha annotato 79 eventi critici in 87 giorni, da gennaio a marzo 2026. Sempre la cooperativa siciliana nel Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, tra il 20 gennaio 2025 e il 23 marzo 2026 ne registra 159 di cui 79 gesti anticonservativi e 21 scioperi della fame. Tra gennaio 2024 e aprile 2026 a Bari sono stati 521 mentre a Brindisi (48 posti) 59 gli atti di autolesionismo, 29 le risse e 17 gli ingerimenti di corpi estranei.

    Ai dati sulla sofferenza quotidiana si aggiungono poi quelli paradossali sul numero di persone che vengono effettivamente rimpatriate dopo il periodo di detenzione: nel 2025 sono state meno del 25% ed è la percentuale più bassa da quando nel 2014 la Ong ActionAid ha iniziato a elaborare i dati. Nonostante questo il governo è riuscito ad aumentare leggermente i dati sui rimpatri che tra il 2024 e il 2025 sono passatida 5.414 a 6.097. La necessità del Cpr è pura propaganda.

    Sono trascorsi due anni da quando la Cooperativa sociale Medihospes si è aggiudicata il bando per gestire i centri in Albania da oltre 133 milioni di euro senza aver ancora firmato il contratto che solitamente si finalizza entro 60 giorni

    La stessa che ha costretto a un viaggio inutile le 536 persone che sono state trasferite nella struttura albanese dall’11 aprile 2025 al 20 aprile 2026 solo per dimostrare all’opinione pubblica che quei centri erano attivi. Tranne cinque persone egiziane rimpatriate direttamente da Tirana a Il Cairo il 9 maggio 2025, come ricostruito da Altreconomia, tutte le altre sono tornate in Italia per poi essere liberate o rimpatriate a costi spropositati e in una zona grigia del diritto sotto tanti profili. In primis quello dell’appalto affidato a Medihospes: a due anni dall’aggiudicazione del bando, la Cooperativa non ha infatti ancora firmato il contratto che solitamente si finalizza entro 60 giorni. Non solo. Secondo quanto comunicato dalla prefettura di Roma a marzo 2026, trascorso un anno di operatività delle strutture, è stata fatta una sola visita ispettiva il 10 maggio 2025.

    Ma la zona grigia è soprattutto la base giuridica su cui per oltre un anno il governo ha continuato a portare persone a Gjadër nonostante fosse pendente un ricorso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea proprio sulla legittimità del funzionamento di un Cpr posto fisicamente al di fuori del territorio nazionale e più in generale sulla validità del protocollo siglato tra Italia e Albania il 6 novembre 2023.

    La Corte si pronuncerà entro l’estate e stabilirà se è possibile considerare, secondo il diritto dell’Ue, i territori albanesi una “zona di frontiera” tanto quanto lo è, ad esempio, Lampedusa: se i giudici decideranno di sì, il “modello Albania” potrebbe allora funzionare come previsto fin dall’inizio con i trasferimenti delle persone dalle acque internazionali al territorio albanese sotto giurisdizione italiana. Il tutto è rinforzato dalle nuove norme del Patto sulla migrazione e l’asilo, in vigore dal 12 giugno, che eleva la detenzione amministrativa a strumento principe di “gestione” del fenomeno migratorio. Oltre al nuovo pacchetto di regole già approvate è in corso il trilogo tra Consiglio, Parlamento e Commissione sul nuovo Regolamento sui rimpatri.

    “Il Regolamento sui rimpatri apre la strada alla detenzione di massa, alla separazione delle famiglie e normalizza gli abusi che abbiamo visto con l’Ice” – Silvia Carta

    Un testo che secondo Silvia Carta, responsabile delle attività di advocacy della Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti senza documenti (Picum) con sede a Bruxelles, “apre la strada alla detenzione di massa, alla separazione delle famiglie e normalizza gli abusi che abbiamo visto con la famigerata Ice (Immigration and customs enforcement, ndr) negli Stati Uniti, mettendo a rischio innumerevoli vite”. La bozza di partenza approvata a fine marzo 2026 dal Parlamento europeo è problematica sia nel “metodo” con cui è stata varata sia nel merito. Il progetto legislativo sui rimpatri, infatti, era rimasto bloccato per mesi con il Partito popolare europeo (Ppe), i socialisti (S&D) e i liberali di Renew Europe che non riuscivano a raggiungere un accordo sul testo. A inizio marzo qualcosa è cambiato.

    Sono 1.643 le persone rimpatriate dopo essere state rinchiuse in un Cpr nel 2025. Il dato è in netto calo rispetto alle 3.134 del 2023 e 2.526 del 2024

    “Le forze di centrodestra hanno rotto il cosiddetto ‘cordone sanitario’ che fino a quel momento, nel secondo mandato da commissaria di Ursula von der Leyen, aveva scongiurato l’alleanza del Ppe con l’estrema destra”, spiega Carta. I rimpatri sono diventati terreno d’incontro dal Rassemblement national di Marine Le Pen al gruppo Europa delle nazioni sovrane (Esn) -quello dell’ex generale Roberto Vannacci- a cui appartengono anche gli eurodeputati dell’AfD.

    Il nuovo pacchetto di regole trasforma il “Paese d’origine” di una persona in tanti diversi Paesi possibili. “Il menù da cui si può scegliere la destinazione finale della persona tragicamente si amplia”, dice Carta. La persona “irregolare” può essere spostata come una pedina verso uno Stato in cui non ha mai vissuto o da cui non è mai transitata. Può restare su quel territorio, con cui non ha nessun legame, rinchiusa dentro strutture di detenzione -i cosiddetti “return hub”- per mesi fino a che, eventualmente, verrà rimpatriata. “L’aggravante è che a livello giuridico potenzialmente la persona ‘passa’ nelle mani di un altro Stato anche dal punto di vista giurisdizionale”, osserva Carta. È quello che Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati di Trieste, descrive come “vendere a Paesi ‘terzi’ i migranti che non vogliamo”.

    Nel testo non mancano i riferimenti alle misure necessarie per individuare le persone “irregolari” da rinchiudere nei centri di detenzione con controlli a tappeto sul territorio. Si prevede la possibilità della confisca dei beni personali e delle perquisizioni nelle “relevant premises”: una definizione molto ampia che potrebbe includere anche le abitazioni privati e le strutture di accoglienza gestite da organizzazioni non profit. “In Europa si è formato un nuovo consenso”, ha dichiarato dopo la votazione di fine marzo Charlie Weimers, il negoziatore svedese del gruppo di destra dei Conservatori e riformisti Europei, aggiungendo che “l’era delle deportazioni è iniziata”. Adesso sappiamo come è andata in Albania.

    https://altreconomia.it/la-vita-degradante-nel-cpr-in-albania-che-il-governo-voleva-nascondere
    #Albanie #Italie #externalisation #migrations #réfugiés #asile #souffrance #eventi_critici #événements_critiques #modèle_albanais #Medihospes #privatisation #rétention #détention_administrative #cpr #suicides #automutilations #violence #efficacité #inefficacité #return_hubs #relevant_premises #renvois #expulsions #déportations

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  • Bataille pour le territoire albanais : ce que révèle la « Révolution des flamants roses » e(t autres textes)

    Bataille pour le territoire albanais : ce que révèle la « Révolution des flamants roses »
    Albanie : protestations, corruption et la lutte pour un changement systémique
    « L’Albanie n’est pas à vendre » : manifestations de masse contre le complexe touristique de luxe de Jared Kushner

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    #albanie

  • Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta «modello». E chi ci guadagna

    Nei centri per migranti in Albania si consuma un esperimento brutale.

    Con questa inchiesta Luca Rondi sbugiarda la propaganda sull’accordo tra Roma e Tirana, svelando la cruda verità sulle strutture costate milioni di euro.

    Una detenzione offshore ispirata al modello australiano (e a tanti altri del passato), dove il diritto d’asilo e la dignità delle persone vengono sistematicamente calpestati.

    Lo raccontano il registro degli eventi critici -la scatola nera del Cpr di Gjadër-, la storia straziante di Hamid e di tante altre persone ridotte cinicamente a pedine elettorali.

    Il libro denuncia le conseguenze di uno spreco immane di denaro pubblico e una catastrofe umanitaria silenziosa.

    Il “modello Albania” diventa così lo specchio di un’Europa che celebra l’inizio dell’era delle deportazioni e rinnega se stessa.

    https://altreconomia.it/prodotto/frontiera-albania
    #livre #Albanie #modèle_albanie #return_hubs #Italie #externalisation #migrations #réfugiés #renvois #expulsions #déportation #business #coût #Gjadër #détention_administrative #rétention

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  • Son projet immobilier menace une île protégée : en Albanie, Ivanka Trump déclenche la colère des flamants roses | Le Télégramme
    https://www.letelegramme.fr/monde/son-projet-immobilier-menace-une-ile-protegee-en-albanie-ivanka-trump-d


    Des milliers d’Albanais se sont retrouvés, dimanche, dans les rues de Tirana, la capitale, pour dénoncer un projet touristique de luxe, porté par Ivanka Trump et son mari, Jared Kushner, sur l’île de Sazan, une zone importante pour la biodiversité.
    Photo Olsi Shehu/Anadolu via AFP

    L’Albanie connaît une importante mobilisation contre un projet de construction en zone protégée mais elle prend de l’ampleur en raison des difficultés sociales de la population qui dénonce la corruption. À l’heure où le pays veut entrer dans l’Union européenne, c’est une épine dans le pied du gouvernement.

    Depuis le 31 mai, les Albanais sont dans les rues. Une colère liée, à l’origine, à un projet de construction faramineux sur l’île de Sazan, la seule du littoral albanais jusqu’alors inhabitée, et sur une portion protégée de la côte albanaise, la péninsule de Zvërnec, où nichent notamment des flamants roses, des pélicans… En effet, Ivanka Trump, la fille aînée du Président américain, et son mari, Jared Kushner, veulent développer un énorme complexe mêlant hôtels de luxe, résidences haut de gamme, équipements balnéaires et marina dans cette zone importante pour la biodiversité. Ceci via la société d’investissement de Jared Kushner, Affinity Partners, mais aussi grâce à des fonds qataris.

    Trump, Kushner et les flamants roses
    Très vite, la menace environnementale du projet Trump-Kushner a rencontré le malaise social de la population à tel point que les médias parlent de « Révolution des flamants roses ». « Nous ne voulons pas de ce projet fait pour d’autres que nous. Les Albanais ne pourront pas y aller et n’en tireront aucun bénéfice », tranche Ramana, un manifestant de 20 ans. Pour lui, cette affaire n’est que la face émergée d’une colère plus profonde. « Nous n’en pouvons plus de la situation dans ce pays. Si nous le pouvions, nous l’aurions déjà quitté », précise-il, enveloppé dans un drapeau albanais.

    Les Albanais ne peuvent pas vivre décemment. Ils ne peuvent pas s’acheter de maison et ont des difficultés à payer leur loyer

    « La contestation sociale est devenue le moteur des manifestations qui dénoncent la corruption et l’accaparement du pays par une poignée de personnes », analyse le journaliste Isa Myzyraj. Selon les statistiques officielles, le salaire minimum albanais est de 500 euros brut et le salaire moyen de 900 euros brut. Les retraités ? Ils touchent en moyenne 250 euros… Il précise : « Les Albanais ne peuvent pas vivre décemment. Ils ne peuvent pas s’acheter de maison et ont des difficultés à payer leur loyer. »

    Le peuple estime ses leaders corrompus
    Les loyers ? C’est un gros souci. En moyenne, ils ont monté de près de 60 %, entre 2021 et 2026, dans la capitale, Tirana. L’exil des jeunes est massif. Depuis 2021, plus de 160 000 personnes ont quitté ce pays de 2,3 millions d’habitants. Au total, 1,6 million d’Albanais l’ont fui, depuis la chute du communisme. Ils expriment une véritable défiance envers leurs dirigeants, comme le prouvent les slogans « Révolution », « Démission », voire « Rama en prison, Berisha en prison ». Ces noms sont ceux d’Edi Rama, le Premier ministre socialiste qui a rempilé, en mai 2025, pour un quatrième mandat consécutif – une première depuis l’instauration de la démocratie en Albanie.

    Sali Berisha, lui, est l’ancien Président, leader du parti conservateur, le Parti démocratique (PD). « Nous ne voulons plus de ces dirigeants corrompus », explique Emmanouil, étudiant en informatique de 22 ans. Pour lui, « les responsables politiques n’ont rien fait pour le pays. Je ne lui vois aucun avenir avec ce Premier ministre, ni avec le parti de l’opposition ».

    Les Albanais misent sur l’Europe
    À 90 % environ, les Albanais placent leurs espoirs dans l’Union européenne (UE). L’Albanie négocie, en effet, son entrée dans le club européen. Reste que le dossier Sazan-Zvërnec est une épine dans le pied du gouvernement. Pour faire partie de l’UE, il faut respecter des critères environnementaux. Or, la Commission européenne et la délégation européenne à Tirana ont émis des doutes sur ce projet…

  • L’#UE autorise la création de « #hubs_de_retour » à l’étranger pour les #sans_papiers
    https://www.france24.com/fr/europe/20260602-union-europeenne-autorise-cr%C3%A9ation-hubs-de-retour-%C3%A9tran

    Le #Parlement_européen a donné son feu vert lundi soir pour la création de centres pour le #renvoi de #migrants à l’étranger. Ces « hubs de retour » dans des pays intermédiaires sont soutenus par l’#Allemagne, alors que l’#Espagne y voit une menace pour le respect des #droits_humains.

    #cra #rétention #camps #remigration

  • L’Albania minaccia di chiudere i centri per #Migranti per difendere il governo accusato di corruzione
    https://irpimedia.irpi.eu/albania-minaccia-chiusura-centri-migranti-corruzione

    Le notizie si sono rincorse tra il 12 e il 13 maggio. Il ministro degli Esteri di Tirana, Ferit Hoxha, a margine del vertice Amici dei Balcani occidentali a Bratislava, in Slovacchia, ha rilasciato un’intervista a Euractiv nella quale – rispetto al rinnovo degli accordi sui centri per migranti gestiti dall’Italia in #Albania – ritiene […] L’articolo L’Albania minaccia di chiudere i centri per migranti per difendere il governo accusato di corruzione proviene da IrpiMedia.

    #Mediterraneo #Unione_europea

  • Dalle aule al #Cpr in Albania. L’incontro tra #Medihospes e l’Università di Scutari

    La cooperativa sociale che gestisce i centri voluti dal Governo Meloni avrebbe avviato un’interlocuzione con l’Ateneo per l’inserimento dei partecipanti ad alcuni corsi di laurea magistrale all’interno dei centri di detenzione. I dettagli dell’accordo, non ancora formalizzato, restano poco chiari. Si prevede però l’inizio della collaborazione per giugno, quando entrerà in vigore il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo

    Nei centri per migranti in Albania potrebbero presto lavorare studenti dell’Università statale di Scutari. I rappresentanti della cooperativa sociale Medihospes, che gestisce le strutture di Shëngjin e Gjadër, hanno infatti incontrato a fine febbraio 2026 il rettore dell’Ateneo per discutere i contenuti di un accordo che dia forma alla collaborazione.

    Un meeting che arriva alla vigilia di un giro di boa decisivo: dopo quasi due anni in cui le “colonie penali” sono rimaste in gran parte vuote, il Governo Meloni spera che l’impasse giuridico e operativo che ne ha impedito il funzionamento venga superato con l’entrata in vigore a giugno del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo.

    In base al nuovo Patto, infatti, le maggiori possibilità di ricorrere a procedure accelerate per i richiedenti asilo, l’armonizzazione per tutti gli Stati membri dell’Ue nella definizione dei Paesi di origine sicura e l’adozione di un elenco unico sui Paesi terzi sicuri potrebbe ridurre gli ostacoli procedurali che hanno frenato l’accordo tra Italia e Albania, nel contesto di una politica che mira a una selezione e un’analisi più rapida delle domande e la successiva espulsione delle persone nel più breve tempo possibile.

    Il condizionale è d’obbligo ma l’urgenza di prepararsi a un eventuale funzionamento a pieno regime dei centri sembra aver iniziato a preoccupare Medihospes, l’ente che ha vinto l’appalto da 133 milioni di euro per la fornitura dei servizi. In un post pubblicato il 26 febbraio di quest’anno sul profilo Facebook di Tonin Gjuraj, il rettore dell’Università “Luigj Gurakuqi” di Scutari, si dà notizia dell’incontro tra alcuni rappresentanti della cooperativa con le figure apicali dell’Ateneo per discutere proprio di una potenziale collaborazione che coinvolga gli studenti all’interno dei centri.

    Gli iscritti al secondo anno delle lauree magistrali in Giurisprudenza, Lingue straniere, Scienze dell’infanzia e Psicologia avrebbero l’opportunità di sviluppare la propria esperienza professionale all’interno delle strutture, contribuendo al contempo a quella che viene definita “una buona causa sociale”. Si legge poi che se l’accordo dovesse essere formalizzato con la firma di un contratto, gli studenti potrebbero iniziare a fare ingresso nei centri a partire da giugno. “Data entro la quale i centri -prosegue il post– dovrebbero essere pienamente operativi e pronti”.

    Tanti elementi incerti accompagnano però l’annuncio fatto sui social media. Medihospes non ha risposto alle nostre richieste di chiarimenti tra cui quella di conoscere la “fonte” su cui si basa la “certezza” dell’apertura a pieno regime delle strutture tra pochi mesi. Ed è importante notare le tempistiche: il post è del 26 febbraio, un mese esatto prima dell’approvazione del Parlamento Ue della proposta del nuovo Regolamento sui rimpatri.

    L’adozione di questo nuovo pacchetto di leggi è stata definita dal think tank Ceps con sede a Bruxelles un passo preoccupante che “ICE-rizzerà” la politica migratoria europea, andando ben oltre la detenzione amministrativa per come la conosciamo oggi e aprendo la strada alla creazione di centri di rimpatrio in Paesi extra-Ue. Ma questo, come detto, è avvenuto dopo l’incontro e non è chiaro a che cosa si riferisse Medihospes rispetto al funzionamento a pieno regime delle strutture.

    Restano dubbi, poi, sul motivo per cui Medihospes dovrebbe coinvolgere studenti piuttosto che personale professionale qualificato e soprattutto con quale inquadramento (tirocinanti, volontari o veri e propri dipendenti) questi verrebbero strutturati nell’équipe di lavoro. I rappresentanti dell’Università, interpellati da Altreconomia, hanno sottolineato che le interlocuzioni sono in una fase iniziale e che non vi è ancora alcun accordo formale.

    Questa serie di eventi e di sviluppi normativi solleva interrogativi sulle modalità con le quali nella struttura di Gjadër ci si sta preparando a una possibile operatività a pieno regime. E non è noto, ad oggi, che cosa farà l’Italia. Gli Stati membri sono tenuti a preparare dei Piani nazionali di attuazione che delineano come intendono realizzare i necessari cambiamenti legislativi, tecnologici e infrastrutturali prima dell’entrata in vigore del Patto a metà giugno 2026 ma il governo non ha ancora reso pubblico quello italiano. Altreconomia è in attesa di ottenerlo dal Viminale dopo la vittoria al Tribunale amministrativo regionale del Lazio.

    Nonostante tutti questi sviluppi giuridici che sembrerebbero agevolare il funzionamento del modello Italia-Albania, la legittimità dei centri rimane poi sotto esame da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea, chiamata a pronunciarsi sulla legalità dell’utilizzo delle strutture come Centri di permanenza per il rimpatrio in cui trasferire persone già in detenzione dall’Italia. Il 23 aprile l’avvocatura della Corte si è espressa favorevolmente stabilendo che l’accordo tra Roma e Tirana è compatibile con il diritto europeo a patto che siano rispettati i diritti delle persone “trattenute”. Questo parere non è vincolante e i giudici sono chiamati a pronunciarsi entro giugno. Ma in ogni caso il procedimento in corso non ha fermato il Viminale.

    A febbraio, come abbiamo raccontato, circa 80 migranti sono stati portati in due gruppi tramite voli charter, portando il numero totale dei trattenuti a circa 90, la cifra più alta registrata dall’apertura dei centri. Parlamentari e membri della società civile che hanno visitato le strutture il 26 febbraio sono rimasti “sorpresi” del fatto che il governo non solo non avesse sospeso i trasferimenti ma addirittura li avesse aumentati ancora in attesa della sentenza della Corte. Non solo. A metà febbraio il Tribunale di Roma ha poi condannato il ministero dell’Interno a risarcire un cittadino algerino di 50 anni perché il trasferimento in Albania “ha inciso direttamente sui diritti fondamentali convenzionalmente e costituzionalmente tutelati”. L’uomo era residente in Italia da quasi vent’anni.

    “Colpisce la presenza a Gjadër di un gran numero di persone che avevano un’occupazione regolare in Italia, hanno perso il lavoro e, di conseguenza, hanno perso anche il permesso di soggiorno -sottolinea Giorgia Jana Pintus, responsabile advocacy dell’Arci e parte del team che ha svolto il monitoraggio-. Persone che in precedenza erano integrate nel tessuto sociale ed economico, ora trasferite a forza in Albania. Inoltre due trattenuti intervistati hanno confermato di essere stati portati per la seconda volta nella struttura, a dimostrazione della natura propagandistica e dannosa del meccanismo”.

    Questi trasferimenti si stanno svolgendo all’interno di un dibattito pubblico sempre più polarizzato, in Italia e non solo, in cui continuano a essere ampiamente documentate gravi violazioni contro i migranti nei Cpr italiani. L’idea degli “hub di rimpatrio” da istituire in Paesi terzi attraverso accordi con gli Stati membri dell’Ue è molto simile alla seconda fase dell’accordo Italia-Albania. La ripresa dei trasferimenti, in assenza di una sentenza definitiva da parte della Corte, sta così instaurando un modello pericoloso in cui i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica sono normalizzati. E magari, con l’attuazione del Patto Ue, i centri di Shëngjin e Gjadër potranno essere replicati in altri Paesi e su larga scala.

    https://altreconomia.it/dalle-aule-al-cpr-in-albania-lincontro-tra-medihospes-e-luniversita-di-

    #université #Albanie #Italie #migrations #réfugiés #externalisation #pacte_migration_et_asile #Tonin_Gjuraj

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  • La crescita senza più confini di #Vivenda

    La società di ristorazione traina con i suoi numeri il gruppo #La_Cascina. Protagonista del “progetto Albania” sui migranti promosso dal Governo Meloni
    Un fatturato che passa da 300 a 334 milioni di euro tra il 2024 e il 2025 con 51 milioni di pasti serviti e oltre ottomila dipendenti, 1.890 in più nel giro di dodici mesi.

    Questi freddi numeri descrivono la crescita della #Vivenda_Spa, colosso della ristorazione che da Palermo a Milano conta 150 unità locali e fa parte del gruppo La Cascina le cui aziende macinano un appalto dopo l’altro in tutta Italia. Si tratta di una compagine societaria storicamente vicino a #Giulio_Andreotti poi finita coinvolta nell’inchiesta “#Mafia_capitale” e oggi vicino all’attuale governo guidato da #Giorgia_Meloni che ha accompagnato nell’avventura dei centri per migranti previsti dal protocollo Italia-Albania gestiti da #Medihospes, cooperativa che è parte del gruppo. Per capire il presente facciamo un salto indietro al 2003.

    Siamo a Bari e la cooperativa La Cascina finisce al centro di un’inchiesta della Procura per le forniture avariate a scuole, caserme, ospedali e università pugliesi. Fanno notizia non solo alcune delle frasi intercettate dagli investigatori -che vanno da, come riporta il manifesto, “se ‘sta carne la diamo ai leoni dello zoosafari, muoiono” a “stai attento con la trielina, ancora li fai morire, i cristiani”- ma il quadro generale ricostruito dall’indagine che dà conto della qualità scadente del cibo fornito. Un terremoto giudiziario che colpisce i vertici aziendali, con i dirigenti #Salvatore_Menolascina, #Emilio_Fusco Roussier (attuale vicepresidente di #Anir_Confindustria) #Camillo_Aceto (oggi presidente della cooperativa Medihospes), #Gabriele_Scotti e #Ivan_Perrone che finiscono ai domiciliari, poi revocati.

    Nel 2004 a Roma viene registrata in Camera di commercio la #Vivenda_Spa che prende il timone del settore della ristorazione. La spinta iniziale arriva anche dalla holding pubblica #Sviluppo_Italia Spa (oggi #Invitalia) guidata da #Ferruccio_Ferranti, vicino ad Alleanza nazionale, che acquisisce il 30% della nuova società investendo dieci milioni di euro. La sede individuata per Vivenda Spa è la stessa de La Cascina: il complesso di via Francesco Antolisei 25 a Roma dove ha le radici il gruppo societario.

    I dipendenti totali del gruppo La Cascina sono 14mila. Le aziende che compongono il gruppo (La Cascina costruzioni Srl, Vivenda Spa e Medihospes) fatturano oltre 600 milioni di euro l’anno

    Quell’indirizzo in quel periodo è anche sede del giornale “Trenta giorni”, diretto da Andreotti, il cui busto accoglie nei primi anni i fornitori che si recano nella sede per firmare i contratti. Insieme alla Dc l’impulso iniziale per fondare il gruppo arriva da #Comunione_e_liberazione dato che La Cascina nasce, nel 1978, per volere di don #Giacomo_Tantardini, guida romana del movimento, e di alcuni studenti universitari che volevano aprire una #mensa per i colleghi.

    Vivenda Spa nel 2025 ha superato la quota di ottomila dipendenti, 1.890 in più rispetto al 2024. È attiva in 150 città italiane

    Le fotografie di via Antolisei finiscono su tutti i giornali nell’estate 2015 quando per Vivenda Spa e La Cascina arriva un provvedimento interdittivo “quale soggetto economico le cui figure apicali risultano partecipi ad accordi di natura corruttiva” nell’ambito dell’indagine “Mafia capitale”. Per l’allora prefetto di Roma Franco Gabrielli è necessaria la nomina di due commissari per salvaguardare la continuità dei servizi garantiti dalle società, dai richiedenti asilo ai senza dimora fino alla ristorazione con 12mila persone assistite e 37 milioni di pasti garantiti annualmente.

    Nel settembre 2015 quattro dirigenti della cooperativa patteggiano pene da due anni e sei mesi a due anni e otto mesi mettendo a disposizione della procura 400mila euro, l’equivalente della corruzione contestata. Nel luglio 2016, il Tribunale di Roma dichiara “reciso ogni rapporto con ambienti criminali” e revoca dopo un anno l’amministrazione giudiziaria. Passano dodici mesi -siamo nel maggio 2017- e si chiude anche il capitolo processuale barese. Menolascina e Fusco vengono assolti “perché il fatto non sussiste” da un’accusa di falso mentre per gli altri reati contestati di truffa e frode -a loro due insieme ad altri 15 imputati- scatta la prescrizione.

    I giudici della Corte d’Appello, come riportato da la Repubblica, parlano di violazioni “innumerevoli, gravi e ampiamente riscontrate dalle prove documentali e testimoniali acquisite” e del fatto che fornitori e dirigenti de La Cascina “erano pienamente consapevoli delle merci di qualità scadente o comunque prive degli indispensabili requisiti igienici” e “non solo non interrompevano immediatamente i rapporti con il fornitore ma addirittura tendevano a coprirlo”. All’epoca l’avvocato degli imputati dichiarò: “Un processo più di interesse mediatico che giudiziario”. Era Francesco Paolo Sisto del Foro di Bari, oggi viceministro della Giustizia.

    Il vento gira e le società del gruppo cominciano a macinare appalti. Compresa la Vivenda Spa che negli ultimi quattro anni è passata dall’assorbire il 3,5% delle quote di mercato del settore della ristorazione al 5,4%, posizionandosi dietro alle “regine” Cir Food, Gruppo Serenissima, Camst, Dussmann Service e Sodexo. Accanto alle mense, però, l’azienda implementa anche l’attività legata alla ristorazione. In collaborazione con la #Cooperativa_Solidarietà_e_lavoro, Vivenda gestisce poi i dieci ristoranti “#Maxelà” diffusi in tutta Italia. Quello più famoso si trova a Roma in piazza delle Coppelle noto per le assidue frequentazioni di deputati e senatori ma anche per gli incontri più “riservati”, come quello tra Giorgia Meloni e Letizia Moratti durante le trattative per la nomina del presidente della Repubblica. Non c’è però solo la ristorazione.

    Dal 2022 sono state incorporate in Vivenda le società #La_Cascina_global_service Srl, #Turigest Srl e #Global_cri Srl con l’obiettivo di garantire anche servizi di pulizia, gestione e manutenzione delle aree verdi oltre che logistica. Inoltre la società romana controlla anche #La_Cascina_costruzioni Srl, attiva nel settore edilizio che tra il 2022 e il 2023 ha visto crescere il suo fatturato del 700%, raggiungendo i 188 milioni di euro. Fino al 15 aprile 2022 a guida dell’azienda c’era l’attuale assessore alla Salute della Regione Basilicata #Cosimo_Latronico, ex parlamentare in quota centrodestra tra il 2013 e il 2018, che nel 2015 ha aderito al partito “#Conservatori_e_riformisti” fondato da #Raffaele_Fitto, oggi vicepresidente della Commissione europea con delega alla coesione e alle riforme.

    Per capire il “peso” di Vivenda serve ancora dar conto delle attività della Cooperativa sociale Medihospes, braccio operativo del gruppo nei servizi socioassistenziali, soprattutto per persone migranti e senza dimora, che ha fatturato più di 179 milioni di euro nel 2024 gestendo servizi in tutta Italia. E non solo: nel maggio 2024 Medihospes si è aggiudicata la gestione per 133 milioni di euro dei centri di detenzione voluti dal Governo Meloni in Albania. Proprio dove, pochi mesi dopo la vittoria dell’appalto, anche Vivenda ha aperto una sua sede locale. Con 14mila dipendenti e più di 600 milioni di euro il gruppo La Cascina non conosce ormai più confini.

    https://altreconomia.it/la-crescita-senza-piu-confini-di-vivenda
    #restauration #Albanie #Italie

  • Série : L’Adriatique menacé d’un « devenir-Dubaï »

    La famille Trump a jeté son dévolu sur l’île de Sazan et la péninsule de Karaburum, en Albanie, tandis que le magnat émirati Mohamed Ali Alabbar développe des projets dans ce pays, ainsi qu’au Monténégro voisin. La côte orientale de l’Adriatique va-t-elle devenir un Dubaï méditerranéen ? Le voyage commence à Ulcinj au Monténégro et se poursuit sur le port de Durres en Albanie.

    https://www.mediapart.fr/journal/international/230226/au-montenegro-des-affairistes-des-emirats-et-de-la-region-menacent-de-defi
    https://www.mediapart.fr/journal/international/250226/de-la-famille-trump-aux-hommes-d-affaires-emiratis-l-albanie-brade-son-ter
    #albanie

  • Les eurodéputés adoptent des nouvelles règles d’expulsion des #sans-papiers avec une majorité de droite et d’extrême droite

    Jusqu’au bout, les libéraux de Renew, au Parlement européen, ont voulu croire que la plateforme majoritaire les unissant aux conservateurs du Parti populaire européen (PPE) et aux sociaux-démocrates (S&D) pourrait trouver un compromis autour du nouveau règlement « retour » afin d’encadrer les expulsions des migrants déboutés du droit d’asile.

    Lundi 9 mars, en commission des libertés publiques, leur compromis n’a pas été soutenu.

    C’est un autre #compromis, plus radical, proposé par le PPE, qui a été validé, cette fois avec les voix des #conservateurs et de l’ensemble des groupes d’#extrême_droite, dont les Patriotes pour l’Europe, qui compte le Rassemblement national dans ses rangs. « Après des mois de négociations, ce #vote va nous permettre de reprendre le contrôle sur la #politique_migratoire, afin de faire en sorte que ceux qui sont irrégulièrement sur le sol de nos pays soient enfin reconduits », a de suite salué #François-Xavier_Bellamy, du PPE, qui a orchestré cette majorité alternative. Pour lui, « ce #règlement n’est pas un texte de plus : il est la condition pour rétablir l’autorité du droit ». Cela s’est fait en « réduisant les droits » des migrants, se sont indignés les sociaux-démocrates.

    Si le Parlement doit encore valider le texte en session plénière, les eurodéputés ont encore durci le texte voulu par les États et la Commission européenne. Cette mesure vient compléter l’ensemble des nouvelles règles de gestion de l’immigration du pacte asile et migration, qui doit entrer en vigueur d’ici trois mois – deux ans tout juste après son vote, en 2024. « Les retours constituent un élément essentiel d’un système de gestion des migrations qui fonctionne bien », rappelait jeudi 5 mars, #Magnus_Brunner, le commissaire européen en charge du dossier migratoire.

    Alors que le #taux d’application des reconduites à la frontière reste relativement bas en Europe, entre 20 et 30 % selon les pays, les pouvoirs publics européens ont cherché à renforcer la législation afin de faciliter les expulsions. Dans le texte adopté par les parlementaires, les départs volontaires seront certes encouragés, mais si les personnes refusent de quitter le territoire européen, ils risquent d’être détenus dans des centres de rétention, et ce, jusqu’à vingt-quatre mois.

    Si Magnus Brunner estimait ce nouveau règlement « ferme, mais juste », ce texte « transforme les expulsions en #option_par_défaut pour les personnes en situation irrégulière, malgré la position de longue date de la Commission selon laquelle des solutions plus humaines, telles que le départ volontaire, devraient être privilégiées », regrette l’ONG Picum, qui défend les migrants et a réuni près d’une centaine d’ONG qui condamnent la nouvelle législation.

    Le règlement « élargit considérablement le recours à la détention des migrants » et introduit « des #mesures_punitives sévères, telles que des #interdictions_d’entrée pouvant aller jusqu’à dix ans, contre cinq ans auparavant, prolongeables de cinq ou dix ans supplémentaires en cas de risques pour la sécurité ». Pour Sarah Chander, directrice de l’Equinox Initiative for Racial Justice, « l’ironie de la situation actuelle est que l’Union européenne met discrètement en place un cadre d’expulsion similaire à celui de l’ICE », le service américain de l’immigration et des douanes.

    « Renforcer des systèmes opaques »

    Surtout, la nouvelle législation autorise, une fois adoptée, des « #plateformes_de_retours » installées hors du continent européen. « Ces dispositions comportent de graves risques de violations systématiques des droits humains, notamment la détention automatique et arbitraire, le refoulement direct et indirect, la torture et autres traitements inhumains et dégradants des pays tiers », s’inquiète Olivia Sundberg Diez, responsable des questions migratoire à Amnesty International.

    A contrario, pour les promoteurs de ces solutions dites « innovantes », ce nouveau cadre légal marque un nouveau succès. « Pendant des années, nous avons bataillé pour imposer ces idées dans le débat public, puis, nous avons travaillé pour faire évoluer la législation, salue un diplomate européen favorable à ce type de solutions. Désormais, il faut démontrer que cela peut fonctionner. »

    Plusieurs pays souhaiteraient créer des « #centres_de_retour », qui auraient, selon eux, le mérite de dissuader des migrants de refuser tout retour dans leur pays d’origine. Le 5 mars, les ministres de l’intérieur de l’#Allemagne, de l’#Autriche, du #Danemark, de #Grèce et des #Pays-Bas se sont réunis à Bruxelles pour s’organiser. « Un noyau de cinq pays a lancé ces discussions sur les retours, confirme Bart van den Brink, le vice-premier ministre néerlandais. Nous sommes encore dans une phase exploratoire, qui implique des discussions avec des pays hors d’Europe. »

    Alors que les Pays-Bas ont déjà signé, le 25 septembre, une lettre d’intention pour ouvrir un centre de retour en #Ouganda, ces Etats cherchent les leviers qu’ils pourraient activer pour que des Etats tiers acceptent ce type de centre sur leur territoire. « Il y a toute l’aide bilatérale que nous apportons déjà à certains pays, notamment en Afrique, par exemple, mais ce n’est pas notre seul levier, confie une diplomate. Il y a aussi la possibilité de créer des voies légales d’entrée dans nos pays pour les populations de ces pays. ».

    Alors que l’Italie dispose déjà de centres installés en #Albanie, où 90 personnes attendent leur sort, d’autres pays réfléchissent à l’établissement de tels centres, à l’image de la Finlande ou de la Suède, au grand dam des ONG. « Cette approche non seulement externalise les responsabilités de l’Europe en vertu du droit international relatif aux réfugiés et aux droits humains, mais elle risque également de renforcer des systèmes opaques de détention illimitée, s’inquiète Silvia Carta, de Picum. Nous exhortons les dirigeants européens à abandonner ces projets et à investir plutôt dans des mesures de régularisation, comme celle annoncée en Espagne, et dans l’octroi d’un plus grand nombre de permis de travail décents. Ces mesures profitent à tous, et il est grand temps que l’Europe le reconnaisse. »

    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/09/immigration-les-eurodeputes-adoptent-des-nouvelles-regles-d-expulsion-des-sa
    #centres_de_retour #return_hub #migrations #réfugiés #externalisation #expulsions #règlement_retour #EU #Union_européenne #UE #pacte_sur_la_migration_et_l'asile #rétention #détention_administrative #retours_volontaires #dissuasion #chantage #conditionnalité_de_l'aide #pays-tiers

    ping @reka @karine4

  • #Externalisation de l’asile : l’#Italie accélère les transferts de migrants vers l’#Albanie

    Ces deux dernières semaines, les autorités italiennes ont augmenté les #transferts de migrants vers son centre controversé de #Gjader, en Albanie, d’où certains pourront demander l’asile. Ces envois vers l’Albanie interviennent alors que de nouvelles mesures ont été adoptées par le Parlement européen, visant à faciliter le renvoi par les États membres des demandeurs d’asile vers des pays que l’Europe considère comme « sûrs ».

    Le centre de Gjader, dans le nord de l’Albanie, accueille actuellement quelque 90 migrants, selon une source du ministère italien de l’Intérieur à l’AFP. La structure, construite et financée par l’Italie pour y externaliser les demandes d’asile, est resté largement vide depuis son ouverture en 2024 en raison d’une série de contestations judiciaires.

    Mais la situation pourrait changer avec de nouvelles mesures adoptées définitivement par le Parlement européen en février, visant à faciliter le renvoi par les États membres des demandeurs d’asile vers des pays que l’Europe considère comme « sûrs ». Avec le soutien officiel de l’UE, les Vingt-sept sont autorisés à traiter les demandes d’asile dans des « hubs » situés dans des pays tiers. Une aubaine pour l’Italie qui a toujours voulu « sauver » son accord avec l’Albanie.

    Giorgia Pintus, membre d’une délégation de l’ONG TAI, qui s’occupe des immigrés, et qui a visité le centre cette semaine, a déclaré qu’il y avait eu deux transferts importants au cours des deux dernières semaines.

    Une source du ministère a indiqué pour sa part que « le centre a toujours été opérationnel. Le nombre de personnes varie en fonction des besoins ».
    Des personnes intégrées en Italie transférées en Albanie

    Parmi les migrants détenus à Gjader figurent des personnes souffrant de troubles psychologiques et des ressortissants de pays, tels que l’Iran, où le rapatriement est « pratiquement impossible », selon l’ONG.

    L’Italie détient également dans le centre des personnes qui s’étaient intégrées dans le pays, mais qui ont perdu leur emploi et, par conséquent, leur permis de séjour, précise l’ONG.

    Les exilés détenus dans la structure albanaise ont accès à un seul téléphone et doivent attendre leur tour, « ce qui peut prendre plusieurs jours », tandis que le temps dont elles disposent pour parler à leurs avocats ou à leurs familles est limité, assure Giorgia Pintus.

    Parmi les détenus, au moins deux personnes avaient déjà été envoyées en Albanie une première fois, puis renvoyées en Italie, avant d’être à nouveau envoyées à Gjader. L’un d’eux est un Sénégalais dont la femme et les filles vivent à Brescia, dans le nord de l’Italie. Il avait été détenu en Albanie puis libéré pour raisons de santé.

    « À son retour en Italie, il a repris son travail de peintre en bâtiment et a réussi à convaincre son employeur de régulariser son statut », a précisé à l’AFP Giorgia Pintus. « Il s’est rendu de son propre chef au poste de police pour entamer les démarches en vue d’obtenir un permis de séjour », mais il a été renvoyé en Albanie, a-t-elle ajouté.

    Un autre est un Togolais « qui vit en Italie depuis plus de dix ans, a un casier judiciaire vierge et était ouvrier qualifié chez un mécanicien », travaillant au noir, a poursuivi l’humanitaire. Il a d’abord été transféré en Albanie, mais a été libéré après qu’un tribunal italien a statué en sa faveur. Il s’est retrouvé de nouveau en Albanie après que le mécanicien a refusé de l’employer légalement.

    La délégation de l’ONG a par ailleurs dénoncé « le recours généralisé à des mesures coercitives » pendant le voyage entre l’Italie et l’Albanie. Peu de personnes détenues dans le centre sont ensuite rapatriées, a affirmé Giorgia Pintus. À l’exception de cinq Égyptiens rapatriés directement depuis Tirana en mai 2025, les rares personnes renvoyées dans leur pays ont d’abord été renvoyées en Italie, selon l’ONG.
    132 migrants transférés en un an

    Ce coûteux centre est l’un des projets phares de la Première ministre italienne d’extrême droite Giorgia Meloni pour lutter contre l’immigration clandestine.

    Au total, et selon l’accord signé entre Rome et Tirana fin 2023, jusqu’à 36 000 migrants, interceptés dans les eaux italiennes, pouvaient être envoyés chaque année dans ce pays des Balkans. Le but de l’Italie : externaliser une partie du processus d’asile pour soulager son pays de l’afflux migratoire.

    Mais rapidement, l’accord s’était heurté à des obstacles juridiques, qui ont mis en lumière la contradiction entre cette politique migratoire et le respect des droits fondamentaux.

    Face à ces échecs successifs, l’Italie avait changé son fusil d’épaule. En mars 2025, le Conseil des ministres a adopté un décret-loi permettant de recycler ces structures en… centres de rapatriement pour migrants en situation irrégulière – des centres de rétention (CPR), en somme. En un an, entre octobre 2024 et octobre 2025, seules 132 personnes ont été emmenées dans les centres albanais, dont 32 ont été rapatriées après des décisions de la justice italienne. « Un échec déconcertant », selon le juriste Gianfranco Schiavone.

    Nouveau retournement de situation donc avec les textes adoptés en février par le Parlement européen : les centres en Albanie redeviennent des centres de traitement de demandes d’asile.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/70080/externalisation-de-lasile--litalie-accelere-les-transferts-de-migrants
    #migrations #réfugiés #asile #renvois #expulsions #pays-tiers_sûrs #hubs #sans-papiers #détention_administrative #rétention

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    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie :
    https://seenthis.net/messages/1043873

  • Italie : l’État condamné à dédommager un migrant transféré illégalement en Albanie - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/69850/italie--letat-condamne-a-dedommager-un-migrant-transfere-illegalement-

    Italie : l’État condamné à dédommager un migrant transféré illégalement en Albanie
    Par RFI Publié le : 16/02/2026
    En attendant que le projet de loi du gouvernement Meloni qui durcit ultérieurement les mesures anti-migrants soit entériné par le Parlement et l’application du Pacte européen asile et migration (juin 2026), les centres d’identification et de rétention en Albanie, qui ont fait l’objet de plusieurs revers juridiques, restent pratiquement à l’arrêt. En outre, pour la première fois la justice italienne a condamné le ministère de l’Intérieur à indemniser un migrant transféré à son insu d’Italie vers le centre de rétention de Gjadër.
    Le migrant en question est un homme d’origine algérienne de 50 ans, en Italie depuis 19 ans, père de deux enfants qu’il a eus avec sa compagne italienne, mais sans titre de séjour valide. Raison pour laquelle il a été placé, en avril 2025, au sein d’un centre de rétention dans le nord-est du pays, non loin du domicile familial.
    Puis on lui a annoncé, sans décision écrite et motivée, qu’il serait emmené dans un autre centre, situé dans le sud de l’Italie. En réalité, il a été a transféré, menottes aux mains, par la Marine militaire vers le centre de rétention de Gjadër, en Albanie.Il a réussi à informer son avocat, à travers lequel il a effectué une demande d’asile en Italie et un recours.Résultat : le tribunal de Rome a ordonné la remise en liberté de cet homme et a successivement condamné le ministère de l’Intérieur pour transfert de migrant illicite à une indemnisation de 700 euros en sa faveur. Cette décision de justice, sans précédent, représente indéniablement une nouvelle épine dans le pied de la politique migratoire du gouvernement de Giorgia Meloni.

    #Covid-19#migrant#migration#italie#albanie#politiquemigratoire#droit#sante

  • #Italie : l’État condamné à dédommager un migrant transféré illégalement en #Albanie

    En attendant que le projet de loi du gouvernement Meloni qui durcit ultérieurement les mesures anti-migrants soit entériné par le Parlement et l’application du Pacte européen asile et migration (juin 2026), les centres d’identification et de rétention en Albanie, qui ont fait l’objet de plusieurs revers juridiques, restent pratiquement à l’arrêt. En outre, pour la première fois la justice italienne a condamné le ministère de l’Intérieur à indemniser un migrant transféré à son insu d’Italie vers le centre de rétention de Gjadër.

    Le migrant en question est un homme d’origine algérienne de 50 ans, en Italie depuis 19 ans, père de deux enfants qu’il a eus avec sa compagne italienne, mais sans titre de séjour valide. Raison pour laquelle il a été placé, en avril 2025, au sein d’un centre de rétention dans le nord-est du pays, non loin du domicile familial.

    Puis on lui a annoncé, sans décision écrite et motivée, qu’il serait emmené dans un autre centre, situé dans le sud de l’Italie. En réalité, il a été a transféré, menottes aux mains, par la Marine militaire vers le centre de rétention de #Gjadër, en Albanie.

    Il a réussi à informer son avocat, à travers lequel il a effectué une demande d’asile en Italie et un recours.

    Résultat : le tribunal de Rome a ordonné la remise en liberté de cet homme et a successivement condamné le ministère de l’Intérieur pour transfert de migrant illicite à une #indemnisation de 700 euros en sa faveur.

    Cette décision de justice, sans précédent, représente indéniablement une nouvelle épine dans le pied de la politique migratoire du gouvernement de Giorgia Meloni.

    https://www.rfi.fr/fr/europe/20260215-italie-l-%C3%A9tat-condamn%C3%A9-%C3%A0-d%C3%A9dommager-un-migrant-tran
    #externalisation #rétention #détention_administrative #migrations #sans-papiers #justice

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    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie :
    https://seenthis.net/messages/1043873

  • "Blocus maritime" pour les migrants : l’#Italie rétablit l’interdiction pour les ONG d’entrer dans ses eaux territoriales

    Le Conseil des ministres italien a approuvé mercredi un projet de loi durcissant les règles sur l’immigration. Parmi elles, instaurer un « #blocus_maritime » pour empêcher les ONG en mer Méditerranée d’amener un trop grand nombre de migrants en Italie, rouvrir les centres pour demandeurs d’asile en Albanie et faciliter les expulsions.

    « Les #frontières de l’Italie sont les frontières de l’Europe. Les défendre est un devoir », a écrit sur X le ministre de l’Intérieur, #Matteo_Piantedosi, à l’issue de l’adoption mercredi 11 février d’un projet de loi sur l’immigration qui permettrait notamment à l’Italie d’interdire provisoirement les arrivées de migrants par la mer « en cas de #menace_grave pour l’#ordre_public ou la #sécurité_nationale ».

    « Ce blocus maritime est une promesse tenue », s’est félicitée la Première ministre d’extrême droite #Giorgia_Meloni. « À tous ceux qui disaient que c’était impossible, je tiens à rappeler que rien n’est véritablement impossible pour ceux qui sont déterminés à agir ».

    Les médias italiens ont détaillé ce #projet_de_loi. « Sur décision du Conseil des ministres, l’accès aux #eaux_territoriales peut être interdit aux navires [d’ONG] qui constituent une menace pour la sécurité nationale pour une durée maximale de 30 jours, renouvelable jusqu’à six mois », écrit le journal La Repubblica.

    « Le refoulement collectif de personnes en haute mer est interdit par la Charte des droits fondamentaux de l’UE »

    Quatre critères seront pris en compte par les autorités italiennes pour leur interdire l’entrée dans leurs eaux territoriales : s’assurer de ne pas avoir « un risque concret d’actes terroristes ou d’infiltration terroriste sur le territoire national », « une #pression_migratoire exceptionnelle susceptible de compromettre la gestion sûre des frontières », « des urgences sanitaires de portée internationale » (comme des épidémies) et « des événements internationaux de haut niveau exigeant l’adoption de mesures de sécurité extraordinaires ».

    Les navires d’ONG qui forceraient le blocus et ne respecteraient pas l’ordre d’arrêt s’exposent à des #amendes pouvant atteindre 50 000 euros. « En cas de violations répétées de l’interdiction, le navire sera d’abord saisi, puis confisqué. Les migrants à bord, considérés comme demandeurs d’asile, pourront être transférés vers des pays tiers sûrs avec lesquels l’Italie a conclu des accords, notamment l’Albanie, afin d’y régulariser leur situation », continue le journal italien.

    SOS Humanity, Sea-Watch, Mediterranea Saving Humans et Médecins sans frontières (MSF), ont déclaré que ce projet de loi n’avait pas pour but de réguler les flux migratoires, « mais de cibler et de bloquer les #navires_humanitaires, ce qui aura pour conséquence d’augmenter le nombre de personnes qui perdent la vie en mer ».

    « Le #refoulement_collectif de personnes en haute mer est interdit à la fois par la Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne et par toutes les conventions internationales », a déclaré de son côté Silvia Albano, une juge spécialisée dans les questions d’immigration très en vue à Rome. Toutefois, le projet de loi ne précise pas comment exactement les navires des ONG seront empêchés de traverser les eaux italiennes, ni par qui.

    Relancer les centres pour demandeurs d’asile en Albanie

    Si le texte est entériné par le Parlement (sans être modifié), cet article 2 du projet de loi pourra également permettre de relancer une mesure phare très controversée : l’#externalisation des demandeurs d’asile interceptés en mer dans des centres en #Albanie. Le gouvernement de Meloni poursuit donc ses efforts pour rouvrir ces dits centres - qui existent depuis octobre 2024 - mais qui n’ont hébergé pendant près d’un an que quelques dizaines de migrants expulsables (et en attente de leur éloignement).

    Pour rappel, Giorgia Meloni et son homologue albanais, Edi Rama, avaient signé fin 2023 un accord en vue d’envoyer les migrants arrivés par la mer en Albanie pour traiter leurs demandes d’asile - un projet d’externalisation qui n’a finalement pas eu lieu en raison de nombreux recours devant la justice.

    Pour lutter contre l’immigration irrégulière, le gouvernement de la Première ministre italienne a aussi signé des #accords avec des pays d’Afrique du Nord. Dont un controversé avec la #Libye pour intercepter les canots de migrants en mer Méditerranée dès leur départ des côtes libyennes.

    Depuis 2022, Rome a aussi criminalisé les activités des ONG en mer notamment via le décret Piantedosi, du nom du ministre de l’Intérieur italien. Devenu loi, le texte a introduit une série de nouvelles mesures qui régissent les activités des navires de #sauvetage en #Méditerranée. En cas de manquements à ce décret, les ONG s’exposaient déjà à de lourdes sanctions.

    #Droit_d'asile : le recours n’empêche pas une expulsion

    L’actuel projet de loi ne s’attaque pas qu’aux activités maritimes des ONG, les articles 3 et 4 se penchent sur les cas des expulsions. De nouvelles dispositions visent à élargir les condamnations dans lesquels un juge italien peut ordonner un éloignement forcé. Désormais, un étranger pourra être expulsé s’il a été condamné pour « violences ou menaces et résistance à l’encontre d’un agent public, atteintes à l’ordre public, aux personnes, aux biens et à la famille », ainsi que « participation à des émeutes ou à des actes de violence dans les centres de rétention administrative ».

    Le texte propose également des restrictions pour le #regroupement_familial, une révision du système d’accueil et des conditions de détention dans les centres de rétention administrative. Il restreint également le droit d’asile : en cas de rejet en première instance d’un dossier de protection internationale, le recours en appel n’empêche ni l’expulsion ni la détention dans un pays tiers.

    Giorgia Meloni peut aujourd’hui compter sur le soutien de l’Union européenne, depuis la nouvelle législation européenne sur le droit d’asile : mardi 10 février, le Parlement européen a adopté deux textes phares durcissant la politique migratoire. Ils permettront notamment aux États membres de renvoyer des demandeurs d’asile vers des pays dont ils ne sont pas originaires, mais que l’Europe considère comme « sûrs ».

    https://www.infomigrants.net/fr/post/69800/blocus-maritime-pour-les-migrants--litalie-retablit-linterdiction-pour
    #migrations #réfugiés #blocco_navale

  • Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania

    Il Tar del Lazio ha accolto il nostro ricorso presentato grazie agli avvocati dell’Asgi contro il diniego della prefettura di Roma all’accesso integrale al registro degli eventi critici, quel documento che censisce tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e proteste all’interno del centro di confinamento. A pochi giorni dalla scadenza dei termini, però, il ministero dell’Interno ha fatto appello al Consiglio di Stato. La trasparenza evidentemente fa paura.

    Il ministero dell’Interno sta facendo di tutto per tenere segreti i registri degli eventi critici dei centri per migranti in Albania. I documenti che fotografano la quotidianità nella struttura di detenzione di Gjadër sembrano essere molto scomodi: il Viminale, infatti, ha fatto appello a metà dicembre contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio che aveva riconosciuto il nostro diritto di poterli visionare integralmente e darne conto all’opinione pubblica.

    Ricapitoliamo i fatti. Il 25 luglio di quest’anno abbiamo raccontato dell’incongruenza del numero di “eventi critici” -cioè proteste, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo- comunicati dalla prefettura di Roma dopo accesso civico generalizzato. L’ufficio territoriale del Viminale aveva scritto che dall’’11 aprile al 29 maggio 2025 quelli registrati erano stati appena quattro mentre la deputata Rachele Scarpa, consultando il documento, ne riportava 35 nei primi 13 giorni di apertura. Al di là dei numeri, poi, il problema principale era che la prefettura non aveva fornito, come invece avevamo richiesto, una copia del documento ma aveva rielaborato le informazioni contenute.

    Per questo motivo a fine luglio con gli avvocati Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Anna Pellegrino dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), nell’ambito del progetto InLimine, abbiamo fatto ricorso al Tar del Lazio sottolineando principalmente due aspetti: il “diniego mascherato” della prefettura, in quanto aggregare le informazioni è ben diverso rispetto a “ottenere copia” di un documento anche perché prevede un’attività di rielaborazione che, fino a prova contraria, potrebbe essere svolta in maniera arbitraria e senza la possibilità per chi chiede quelle informazioni di vagliare questo processo. Inoltre questa attività comporta un aggravio ingiustificato di lavoro per la Pubblica amministrazione dato che quel documento è già in suo possesso.

    Nel ricorso è stato specificato poi come il problema non possa nemmeno essere la privacy delle persone rinchiuse nel Cpr. In passato, infatti, in diversi avevamo già ottenuto integralmente il registro degli eventi critici -con la prefettura di Potenza per il Cpr di Palazzo San Gervasio e inizialmente con quella di Torino (che poi ha cambiato improvvisamente orientamento)- da cui risulta evidente che in alcuni casi non c’è alcun riferimento a chi ha realizzato l’evento e in ogni caso, se questa indicazione c’è, spesso sono codici identificativi o al massimo iniziali del nome e del cognome. In altri termini: ricostruire chi è il soggetto che ha messo in atto quella specifica azione, magari a distanza di mesi, quando la persona potrebbe essere già stata liberata oppure rimpatriata, è molto difficile.

    Il punto centrale, infine, è che aver accesso ai documenti integralmente permette di raccontare all’opinione pubblica che cosa succede dentro quei luoghi. Un elemento essenziale anche considerato che a Gjadër il ministero ci ha negato l’accesso alla struttura in loco. Leggere quello che gli operatori annotano in quei documenti resta quindi una delle pochissime fonti accessibili per raccontare che cosa si vive giorno dopo giorno nei Cpr.

    Il Tar Lazio il 13 dicembre con una sentenza molto snella (appena cinque pagine, presidente Daniele Dongiovanni) ha messo nero su bianco come la nostra richiesta fosse corretta e fondata. “Una rielaborazione di dati (con attività di riassunto) è attività diversa dal fornire una copia, anche parzialmente oscurata, questione su cui si tornerà in seguito, del documento richiesto” e “solo ottenendo copia del registro è possibile verificare se lo stesso è tenuto dall’Ente gestore in maniera congrua e regolare, stante anche la rilevanza degli interessi e dei diritti sottesi eventuali esigenze di riservatezza o l’esistenza di altri motivi ostativi tra quelli”. Inoltre le esigenze di riservatezza secondo i giudici “possono essere adeguatamente soddisfatti con l’oscuramento dei dati necessari; peraltro, come rappresentato dal ricorrente, nelle risposte ottenute da altre prefetture per altri Cpr, i soggetti coinvolti vengono di regola individuati con un numero identificativo personale ID o con le iniziali”.

    A ridosso della scadenza dei termini per poterlo fare, il Viminale ha fatto appello al Consiglio di Stato. I motivi? In primis “la prefettura non detiene stabilmente il registro ma riceve periodicamente comunicazione degli eventi rilevanti” e quindi non è tenuta “ad ostendere il registro degli eventi critici non trattandosi di un documento dalla stessa redatto”. Ma soprattutto, secondo il ministero, il rischio di re-identificazione delle persone coinvolte “è più elevato di quanto necessario al soddisfacimento delle esigenze di trasparenza sottese all’istituto dell’accesso civico”. Insomma sarebbe tutto un problema di privacy.

    Sarà perciò il Consiglio di Stato a decidere. Quel che è già successo, nel frattempo, è il cambio di rotta della prefettura di Potenza: la stessa che ci aveva sempre fornito copia integrale del registro, il 17 dicembre ha inviato solamente i dati in forma aggregata “nel rispetto della privacy”. Lo stesso ha fatto Brindisi nella risposta del 18 dicembre: dopo “aver richiesto parere al superiore ministero” ha negato l’accesso perché “il numero esiguo degli eventi verificatisi presso il Cpr rende altamente probabile la reidentificazione anche in assenza di dati nominativi”. Da Gorizia, invece, è arrivato un allegato con 110 documenti “opportunamente oscurati i dati sensibili degli interessati al fine di tutelarne la protezione dei dati personali”. Altro che privacy, quel che conta è la volontà.

    https://altreconomia.it/il-viminale-vuole-nascondere-a-tutti-i-costi-che-cosa-succede-nel-cpr-d
    #migrations #asile #réfugiés #Italie #Albanie
    #justice #recours #transparence #Gjadër #cpr #détention_administrative #rétention

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    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie:
    https://seenthis.net/messages/1043873

  • Migranti, quanti soldi ha sprecato il governo Meloni per i centri in Albania

    #ActionAid presenta alla Corte dei conti un esposto che documenta costi fuori scala, appalti poco trasparenti e servizi mai attivati nei centri di detenzione in Albania. Secondo l’organizzazione, l’operazione avrebbe prodotto un ingente danno erariale senza alcun risultato concreto.

    Centinaia di pagine di accessi civici, contratti, determine di spesa, missioni internazionali, passaggi tra ministeri e continue deroghe normative. È questa la base documentale che ActionAid porta alla Corte dei conti, accompagnata da un esposto di 60 pagine che contesta «uno sperpero sistemico di risorse pubbliche» legato all’operazione dei centri di detenzione in Albania. Quello che doveva essere un progetto sperimentale, giustificato dall’"urgenza di governare i flussi migratori", si è trasformato invece, secondo ActionAid, in un dispositivo amministrativo instabile, regolarmente respinto dai giudici nazionali ed europei e ogni volta reintrodotto attraverso eccezioni, modifiche normative e nuovi stanziamenti.

    Il focus pubblicato dall’ organizzazione non governativa internazionale e l’Università di Bari, Il costo dell’eccezione, descrive un modello che non ha mai raggiunto gli obiettivi dichiarati e che, al contrario, si distingue per l’entità della spesa, l’opacità degli affidamenti e l’inefficacia delle procedure.
    L’esposto alla Corte dei conti e le segnalazioni all’ANAC

    Il cuore della denuncia riguarda un possibile danno erariale: secondo ActionAid, infatti, le modalità con cui l’operazione Albania è stata finanziata configurano un uso distorto di fondi pubblici. L’organizzazione ha depositato un esposto alla Corte dei conti del Lazio, fornendo tutti i dati raccolti attraverso il progetto Trattenuti, e ha segnalato all’ANAC (l’Autorità nazionale anticorruzione) presunte irregolarità nell’appalto da 133 milioni per la gestione dei centri.

    Tra le criticità individuate figurano la quasi totale assenza di verifiche sulla rilevanza internazionale dell’appalto, l’uso massiccio di affidamenti diretti e la mancata applicazione di procedure più aperte e trasparenti, nonostante l’impatto economico e politico dell’operazione.

    La domanda che l’Organizzazione rivolge alla magistratura contabile è semplice e diretta: come è stato possibile assegnare decine di milioni di euro attraverso procedure che non rispettano i parametri minimi di trasparenza e concorrenza?

    Il raddoppio immediato dei fondi: dai 39 milioni iniziali ai 65 milioni «d’urgenza»

    Il progetto prende avvio con la legge di ratifica del Protocollo Italia-Albania, che destina 39,2 milioni di euro alla sua realizzazione. Ma appena dieci giorni dopo, con il “Decreto PNRR 2”, lo scenario cambia: la gestione dei centri viene sottratta al Viminale e al Ministero della Giustizia per passare alla Difesa. Una scelta politica e amministrativa che comporta un immediato aumento dello stanziamento, portandolo a 65 milioni di euro. Da qui in avanti lo schema si ripeterebbe: procedure in deroga, carattere d’urgenza, affidamenti diretti. Secondo i dati ottenuti dall’Organizzazione tramite accesso civico, da allora a marzo 2025 il Ministero della Difesa ha pubblicato bandi per 82 milioni di euro, firmato contratti per oltre 74 milioni ed erogato più di 61 milioni per l’allestimento delle strutture.

    Una parte rilevantissima di questi contratti è stata assegnata senza gara. Ed è proprio questo, secondo ActionAid, uno degli aspetti più critici dell’intera vicenda.
    «Soldi sottratti a salute, giustizia, welfare»: le parole del team legale

    Il team legale di ActionAid, guidato dall’avvocato Antonello Ciervo insieme a Giulia Crescini, Gennaro Santoro e Francesco Romeo, definisce la vicenda «una distorsione nell’uso delle risorse pubbliche». Secondo gli avvocati, infatti: «Le risorse destinate all’operazione Albania sono state sottratte alla salute, alla giustizia, al welfare e ai servizi essenziali. Ma anche ai fondi per la gestione delle emergenze».

    A rendere il quadro ancora più grave ci sarebbe la natura stessa del progetto: un modello che la magistratura italiana e la Corte di giustizia dell’Unione europea hanno già giudicato in più occasioni come non conforme al diritto. Nonostante queste pronunce, il governo avrebbe continuato a finanziare l’iniziativa, cercando — secondo ActionAid — di adattare la normativa esistente per renderla compatibile con il protocollo siglato con l’Albania. In altre parole, anziché abbandonare un modello ritenuto illegittimo, si sarebbe tentato di modificarne il quadro giuridico a posteriori pur di portarlo avanti.
    Centri semivuoti e costi tripli

    A marzo 2025, nonostante i milioni già investiti, i centri in Albania erano ancora lontani dalla piena operatività: risultava attivo solo il 39% dei posti previsti. Ma il dato più significativo riguarderebbe i costi. A Gjader, mantenere un singolo posto per appena due mesi — in una struttura perlopiù vuota — costa circa 1.500 euro, la stessa cifra necessaria per garantire un anno intero di accoglienza nel Cpr di Modica, considerato il modello pilota italiano.

    Numeri che, per ActionAid, evidenziano non solo l’inefficacia del trattenimento «offshore», ma anche la sua insostenibilità economica se confrontata con le soluzioni già disponibili sul territorio nazionale.

    L’esperimento fallito in Sicilia: il precedente che anticipava ciò che sarebbe successo in Albania

    Prima di esportare il modello in Albania, il governo aveva già sperimentato qualcosa di molto simile in Italia, in due luoghi: Modica e Porto Empedocle. L’idea era la stessa: trattenere per un breve periodo le persone arrivate via mare e considerate provenienti da Paesi ritenuti «sicuri», con l’obiettivo dichiarato di facilitarne il rimpatrio. Quell’esperienza, però, si è rivelata un campanello d’allarme chiarissimo. Nel 2023, i giudici non hanno convalidato nemmeno un trattenimento: zero convalide, zero rimpatri. Nel 2024, quando il modello è stato riproposto, le cose non sono andate molto meglio: su 166 persone passate da quei centri, solo cinque sono state effettivamente rimpatriate. Una percentuale intorno al 3%. In altre parole: il sistema non funzionava. Non funzionava legalmente, non funzionava nella pratica, non portava ai risultati promessi. Lo schema, però, è stato riproposto, tale e quale, in Albania, con investimenti molto più alti e una complessità logistica infinitamente maggiore, senza che esistesse alcuna prova che potesse davvero funzionare.
    «Un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente»

    Così ActionAid riassume il giudizio su tutta l’operazione. Non si tratta solo di una valutazione politica o morale, ma di un’analisi tecnica che mette insieme aspetti economici, giuridici e di gestione. Lo dice in maniera molto esplicita Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni e tra gli autori del report: «L’ostinazione nel tenere in vita un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente, attraverso continui stanziamenti, spostamenti di competenze e modifiche di regole, ha generato una perdita per l’erario che non può essere archiviata come mero errore tecnico». Secondo ActionAid, il problema non è solo quanto costa il progetto, ma a chi viene affidato. Le persone trattenute sono sotto responsabilità giuridica italiana, ma nella pratica gestite da società private e cooperative, in un contesto dove i controlli sono più difficili e la trasparenza più debole.
    Questo, insomma, amplifica i rischi sia sul piano dei diritti che su quello della spesa pubblica.
    La seconda fase: trasferire persone in Albania… per riportarle subito in Italia

    La parte che appare ancor più paradossale dell’intera vicenda emerge con l’avvio della «fase due» del progetto, e cioè da marzo 2025. In questa fase non vengono più trasferite in Albania solo le persone appena sbarcate, ma anche quelle già trattenute nei Cpr italiani. Il risultato? Le persone vengono portate in Albania per svolgere alcune procedure amministrative… e poi riportate indietro. Non cambiano centro, non cambiano status, non avanzano nella procedura: rientrano semplicemente nel circuito detentivo italiano da cui erano partite. L’unico elemento che cambia, e che cresce a dismisura, è il costo. ActionAid calcola infatti che:

    - alla fine del 2024, un singolo posto nel centro di Gjader costi quasi il triplo rispetto allo stesso posto in un Cpr in Italia;
    – contemporaneamente, circa il 20% dei posti nei Cpr italiani rimane vuoto.

    È come costruire un secondo sistema detentivo, all’estero, che non produce alcun beneficio operativo ma pesa enormemente sul bilancio pubblico.

    Missioni, logistica, indennità: il buco nero dei costi accessori

    Il report entra poi in un livello di dettaglio che mostra quanto la spesa non sia composta solo dagli allestimenti dei centri. La parte più pesante riguarderebbe infatti le spese collaterali.

    Il ruolo della Difesa

    Il Ministero della Difesa, oltre ai lavori di allestimento iniziale, avrebbe sostenuto una serie di costi aggiuntivi, tra cui:

    – 2,6 milioni solo per la nave Libra (manutenzione, equipaggiamenti, trasferimenti e poi cessione all’Albania);
    – spese elevate per missioni internazionali di militari e personale specializzato;
    – richieste di fondi supplementari per logistica e personale.

    Il ruolo dell’Interno

    Il Ministero dell’Interno, invece, avrebbe speso anche:

    circa 630 mila euro per tecnologie di controllo, trasferimenti e altri servizi di supporto.

    «Fino a 18 volte i costi sostenuti in Italia»

    Tra tutte le voci di spesa analizzate, quella che riguarda il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine impegnate nel progetto Albania è forse la più rivelatrice dell’enorme squilibrio economico dell’intera operazione. Per capire la sproporzione, basta confrontare i costi giornalieri di un Cpr italiano con quelli del centro di Gjader in Albania.

    Nel 2024, nel Cpr di Macomer (Nuoro), lo Stato spendeva 5.884,80 euro al giorno per garantire vitto e alloggio agli agenti che lavoravano nella struttura. Questa cifra è considerata normale negli standard italiani: copre i turni, le indennità e la presenza del personale necessario per la gestione del centro.

    Quando la stessa operazione viene invece spostata a Gjader, in Albania, la spesa esplode: 105.616 euro al giorno tra ottobre e dicembre 2024. Significa che per mantenere lo stesso tipo di personale impegnato in compiti simili, lo Stato spende quasi 18 volte di più rispetto a Macomer. Il perché è semplice: lavorare in Albania comporta missioni internazionali, indennità aggiuntive, trasferte, vitto e alloggio a carico del Ministero, costi logistici molto più alti.

    ActionAid usa anche un secondo termine di paragone per far capire ancora meglio la sproporzione: il Cpr di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, un centro che ha costi giornalieri ancora più bassi rispetto a Macomer. Se si confronta la cifra di Gjader (105.616 euro) con quella di Palazzo San Gervasio, la sproporzione diventa ancora più evidente: il costo in Albania risulta 28 volte più alto. L’effetto è quello che ActionAid definisce una «spesa totalmente fuori scala», difficile da giustificare anche considerando la logistica internazionale. Sono numeri che mostrano che il costo del personale in missione è stato moltiplicato senza un ritorno in termini di efficacia; lo Stato avrebbe insomma pagato decine di migliaia di euro ogni giorno solo per mantenere sul posto gli agenti, in una struttura che per lunghi periodi non ha trattenuto praticamente nessuno; l’operazione Albania sarebbe diventata più cara non per i migranti trattenuti, ma per il personale italiano impiegato in un progetto che non produce risultati. Per questo ActionAid parla di una gestione «economicamente incontrollata»: perché le spese crescono in modo esponenziale senza alcun motivo strutturale, se non il fatto che la sede operativa è stata spostata all’estero.
    Il carcere mai usato e gli uffici sanitari vuoti: fondi spesi, servizi assenti

    Dopo i costi della logistica e delle missioni, il dossier mette in luce appunto l’altro paradosso dell’operazione Albania: la lunga catena di strutture finanziate ma mai realmente operative. Il Ministero della Giustizia, per esempio, scrive Actionaid, avrebbe firmato contratti per quasi due milioni di euro per adattare e avviare il penitenziario di Gjader, pensato come una delle colonne portanti del progetto. A maggio 2025, oltre un milione e duecentomila euro risultano già pagati. Nonostante l’investimento, il carcere è ancora incompleto: consegnato solo al 70%, non è mai stato utilizzato. È una struttura praticamente vuota, ma già costata quanto un intero anno di gestione di un Cpr italiano.

    La situazione della sanità appare ancora più emblematica: il Ministero della Salute avrebbe infatti autorizzato spese per quasi cinque milioni di euro per garantire assistenza medica, screening, valutazioni delle vulnerabilità e controlli sanitari alle persone trattenute. Ma sul terreno, ciò che resta è quasi il nulla.

    L’Usmaf Albania, e cioè l’ufficio sanitario di frontiera creato appositamente per seguire i casi in arrivo e coordinare ogni intervento sanitario, sarebbe vuoto da marzo 2025. Le stanze esistono, i fondi sono stati stanziati, ma nessun medico, nessun operatore sarebbe presente. Per valutare eventuali fragilità dei migranti, la famosa «commissione vulnerabilità» non si riunisce più sul posto: opera solo da remoto, e interviene soltanto quando arriva una documentazione medica esterna, il che significa che la presa in carico sanitaria reale non sembra esserci. Il risultato appare insomma tanto semplice quanto drammatico: la spesa pubblica corre, ma i servizi, quelli che dovrebbero tutelare i diritti minimi delle persone trattenute, sembrano non esistere.
    Perché la Corte dei conti diventa decisiva

    Ed è esattamente su questo punto che entrerebbe in scena la Corte dei conti. ActionAid non presenta un esposto solo per denunciare un modello politico o una scelta discutibile: chiede che si verifichi se questi soldi, milioni di denaro pubblico destinati a carceri mai usati, uffici sanitari inattivi, missioni di personale sproporzionate e appalti opachi, configurino un danno per l’erario, cioè una perdita concreta e ingiustificata per le casse dello Stato. La magistratura contabile ha un ruolo diverso rispetto a quello dei tribunali ordinari: non valuta se un’operazione è giusta o sbagliata dal punto di vista politico, ma se è stata condotta nel rispetto della legge, della trasparenza e dell’efficienza nella gestione delle risorse pubbliche.

    Nel caso dell’operazione Albania, questo significa capire se i ministeri hanno speso senza adeguati controlli o giustificazioni; se l’uso di deroghe e procedure emergenziali sia stato abusato; se si siano creati costi enormi senza alcun ritorno in termini di servizi reali e se i fondi siano stati gestiti in modo tale da danneggiare il bilancio dello Stato. Il passaggio all’ANAC, invece, riguarda un altro fronte: capire cioè se l’appalto milionario alla società che gestisce le strutture in Albania rispetti o meno i principi di concorrenza e trasparenza richiesti dalle norme italiane ed europee. Di fatto, l’esposto vuole accendere due fari: uno sulla legalità e la correttezza della spesa, l’altro sulla regolarità delle procedure di affidamento.

    Per questo la Corte dei conti diventa l’organo chiave: perché, se le accuse trovassero riscontro, non si parlerebbe solo di un progetto inefficace o discutibile, ma di una vera e propria responsabilità amministrativa, con possibili conseguenze per chi ha autorizzato, firmato, gestito e mantenuto in vita un sistema che, ad oggi, sembra avere prodotto solo moltissimi costi.

    https://www.fanpage.it/politica/migranti-quanti-soldi-ha-sprecato-il-governo-meloni-per-i-centri-in-albania
    #migrations #asile #réfugiés #Italie #Albanie #cour_des_comptes #externalisation #coûts #ANAC #Protocollo Italia-Albania #Decreto_PNRR_2 #Gjader

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    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie:
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    et ajouté à la métaliste sur les #coûts des #renvois:
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    • ActionAid: presentato esposto alla corte dei conti per danno erariale e segnalazione all’ANAC sulla gestione

      Sperpero ingiustificabile di risorse pubbliche: dati inediti del progetto Trattenuti di ActionAid e Università di Bari sui costi dei centri in Albania e presunte irregolarità nell’appalto di gestione

      ActionAid ha depositato alla Corte dei Conti un esposto di 60 pagine per denunciare lo spreco di risorse dell’operazione Albania. La procura regionale del Lazio, dati del progetto Trattenuti alla mano, dovrà valutare se esercitare l’azione erariale alla luce delle violazioni contestate. All’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) sono state invece segnalate presunte irregolarità nell’affidamento dell’appalto da 133 milioni per la gestione dei centri: non è stata verificata nemmeno la rilevanza internazionale dell’appalto, che avrebbe richiesto una procedura più trasparente e aperta.

      La realizzazione dei centri in Albania è partita con 39,2 milioni di euro stanziati dalla legge di ratifica del Protocollo. Appena dieci giorni dopo, con il “Decreto PNRR 2”, la competenza è passata dal Ministero dell’Interno e della Giustizia alla Difesa e le risorse sono state aumentate fino a 65 milioni. Da allora a fine marzo 2025, ActionAid è a fornire dati inediti grazie a richieste di accesso civico: la Difesa ha bandito gare per 82 milioni, firmato contratti per oltre 74 milioni – quasi tutti tramite affidamenti diretti – ed erogato più di 61 milioni per gli allestimenti. “Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia e a welfare e servizi – spiega l’avvocato Antonello Ciervo che ha coordinato il team legale di ActionAid composto da Giulia Crescini, Gennaro Santoro e Francesco Romeo -, ma anche a fondi per la gestione di emergenze. Una distorsione nell’uso di risorse pubbliche ancora più grave, vista l’illegittimità del modello dei centri albanesi”.

      A seguito degli stop arrivati dalla magistratura nazionale e dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il Governo ha reagito cercando di piegare la normativa per adattarla al protocollo Italia-Albania. Nonostante ciò, i centri sono ancora ben lontani dall’essere pienamente funzionanti (a marzo 2025 era stato attivato solo il 39% dei posti da capienza ufficiale), e costano molto più di quanto si spenda per strutture analoghe sul territorio nazionale. A Gjader gestire un posto, per soli due mesi e con il centro semideserto, costa circa 1500€; praticamente quanto si spende per l’intero 2024 a Modica, modello per la prima fase dell’esperimento albanese che prevedeva il trattenimento di soli richiedenti asilo, soccorsi in mare, provenienti dai cosiddetti “Paesi sicuri”.

      Il trattenimento dei richiedenti asilo provenienti da paesi sicuri sperimentato in Sicilia offriva già un campanello d’allarme: nel 2023 a Modica nessuna convalida per i trattenuti, nessun rimpatrio; nel 2024, tra Modica e Porto Empedocle, 5 rimpatri su 166 persone transitate (circa il 3%). Il governo ha fatto ricorso alla decreti-legge in urgenza per aggirare gli ostacoli posti dal diritto. “L’ostinazione nel tenere in vita un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente, attraverso nuovi stanziamenti per gli allestimenti, spostamenti di competenze e continui cambi di regole, – afferma Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid – ha generato una perdita per l’erario che non può essere archiviata come mero errore tecnico”.

      A marzo 2025 inizia una nuova fase: trasferimenti in Albania di persone già trattenute in un CPR italiano. Nella pratica persone straniere portate all’estero e poi riportate in Italia, in ogni caso. Il risultato è un aumento forte della spesa pubblica. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto del Cpr di Gjader è quasi tre volte quello di un Cpr su suolo italiano. Nel mentre il 20% dei posti effettivamente disponibili nei Cpr italiani non erano occupati. Anche l’analisi delle spese accessorie (missioni, logistica, facchinaggi, etc) mostra che questo “passaggio aggiuntivo” della detenzione off‑shore contribuisce solo a bruciare denaro pubblico.

      Nel dettaglio, la Difesa, oltre agli allestimenti iniziali dei centri, ha speso oltre 2,6 milioni per un intervento di manutenzione e forniture per la nave Libra – inizialmente usata nei trasferimenti e poi ceduta a Tirana -, ma soprattutto per viaggi e indennità di missione per Carabinieri e militari della Marina. Il Ministero dell’Interno ha speso 630mila euro tra trasferimenti e acquisti di tecnologie per il controllo. Una somma esorbitante riguarda il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine: se nel 2024 per il Cpr di Macomer (NU) è costato € 5.884,80 al giorno, in Albania, per 120 ore di concreta operatività tra ottobre e dicembre, si è speso quasi 18 volte in più, € 105.616 al giorno. Oltre 28 volte l’ammontare di un giorno a Palazzo San Gervasio (PZ). Il Ministero della Giustizia ha stipulato contratti per quasi 2 milioni ed effettuato pagamenti (a maggio 2025) per € 1,2 mln per il penitenziario di Gjader, mai utilizzato e consegnato al 70%. Il Ministero della Salute ha autorizzato spese per quasi 4,8 milioni e speso già 1,2 milioni. Ciononostante, gli uffici dell’Usmaf Albania, ufficio sanitario di frontiera appositamente creato, sono deserti dal marzo 2025, e la “commissione vulnerabilità” si riunisce esclusivamente “da remoto”, solo in caso di “evidenze oggettive (referti e consulenze mediche specialistiche)” da parte del medico dell’ente gestore. La sanità pubblica non garantisce, nei fatti, il diritto alla salute. La richiesta di un controllo alla Corte dei Conti e ad ANAC diventa quindi cruciale nel caso di persone formalmente in custodia dello Stato, ma concretamente in mano a società private e cooperative.

      Pour télécharger le rapport:
      https://trattenuti.actionaid.it/wp-content/uploads/2025/12/Trattenuti-focus-01.pdf

      https://www.actionaid.it/press-area/cpr-in-albania

  • #Frontex, agent intouchable du #renseignement_migratoire

    L’Agence européenne de garde-frontières et de garde-côtes, Frontex, est devenue, en vingt ans [1], le bras armé des politiques sécuritaires de l’Union européenne (UE) et de ses États membres. Initialement créée pour coordonner le contrôle des #frontières, organiser les #expulsions et produire des « #analyses_de_risques » des mouvements de populations, Frontex a élargi son champ d’intervention bien au-delà des questions migratoires.

    Nonobstant des enquêtes institutionnelles et journalistiques ayant démontré que ses officiers s’étaient rendus coupables de graves #violations_de_droits, tout semble organisé pour que la responsabilité de l’agence Frontex ne soit ni engagée ni reconnue. En sus de ses traditionnelles activités de #surveillance et de #contrôle des frontières prévues dans le règlement (UE) 2019/1896, l’agence tentaculaire dotée de moyens exponentiels est devenue tout à la fois agent du renseignement, négociateur, influenceur et membre d’un réseau de dissuasion violente, que rien ni personne ne semble pouvoir arrêter.

    Produire de l’information, qu’importe sa véracité

    Comme pour tout bon agent du renseignement, recueillir et exploiter des informations relevant de la vie privée est un axe essentiel du travail de Frontex. Elle collecte ces #données par le biais des États membres, d’agences européennes et d’organisations partenaires, mais aussi dans le cadre de ses propres opérations (maritimes, aériennes, terrestres). Elle est présente aux #frontières_maritimes (Méditerranée centrale et Manche), ainsi qu’aux #frontières_terrestres et aériennes de plusieurs pays (#Albanie, #Géorgie, #Monténégro, #Serbie, #Macédoine_du_Nord, #Moldavie, #Ukraine). Elle a progressivement élargi ses activités vers la zone #pré-frontière de l’UE et ouvert des bureaux #satellites temporaires dans des pays tiers du voisinage méridional et en #Afrique_de_l’Ouest [2].

    Quantité d’informations sont susceptibles d’être enregistrées : certaines sont générales, telles les routes migratoires empruntées, les dates de franchissement de frontière, les listes de passagers ou le pays de provenance ; d’autres, plus spécifiques, sont relatives aux #données_biographiques, aux incidents au cours d’opérations, jusqu’au lieu où se cachent les personnes au moment du contrôle. Les données recueillies nourrissent divers fichiers, parmi lesquels celui d’#Eurosur, instrument de surveillance et d’échange d’informations entre Frontex et les États membres, ou le #Joint_Operation_Reporting_Application (#Jora). Elles donnent aussi – et surtout – lieu à la production de #rapports_analytiques, avec une photographie de la situation aux frontières, supposés permettre de déterminer le niveau de « #risques » de déplacements vers le continent européen.

    Le Contrôleur européen de la protection des données (CEPD) estime que, malgré les moyens déployés, les « analyses de risques » produites par l’agence sont fondées sur des informations peu fiables, obtenues lors d’entretiens menés sans le consentement des migrant·es ni protection de leur identité [3]. Il a également émis des réserves quant à la sécurisation des données et l’ampleur de la collecte.

    L’#opacité des activités de Frontex inquiète aussi le Médiateur européen, qui a traité plusieurs plaintes concernant l’impossibilité d’accéder à des documents et informations. Il faut préciser que l’agence est très réticente à fournir les informations demandées, y compris à ses propres contrôleurs, chargés depuis 2019 d’évaluer en permanence le respect des droits fondamentaux dans ses activités opérationnelles [4].

    Frontex reconnaît elle-même que ses chiffres comportent des #erreurs : alors qu’elle communique chaque année sur le nombre de franchissements de frontières non autorisés, elle admet qu’« il n’existe aucun dispositif permettant d’établir le nombre exact de personnes ayant franchi les frontières [5] ». Mais pour elle, il s’agit presque d’une question secondaire : selon sa directrice adjointe, Aija Kaljana, « il est essentiel de devenir une organisation axée sur le #renseignement, car les ressources humaines et techniques sont limitées [6] ». L’ambition de Frontex est donc de passer d’une agence du contrôle migratoire à un #service_de_renseignement.

    Travailler en synergie, y compris hors du champ migratoire

    L’agence, au cœur d’un vaste réseau d’échanges de données, coopère avec de nombreux services, civils ou militaires, ayant des objets aussi variés que la pêche, la lutte contre le #narcotrafic ou la #sécurité_aérienne [7]. Frontex a créé, en 2018, la #Maritime_Intelligence_Community–Risk_Analysis_Network (#MIC-RAN), soit une communauté du #renseignement_maritime et un réseau d’analyse des risques, pour collecter des données et diffuser des rapports sur les #menaces_maritimes (i.e. l’appropriation illégale des zones maritimes, les conséquences du réchauffement climatique, les « usages illégaux » de la mer). Autre illustration de la diversité de ses collaborations : l’agence négocie des accords avec des sociétés d’affrètement comme #EASP_Air, #DEA_Aviation ou #Airbus [8] qui fournissent des #aéronefs, le personnel pour les exploiter et l’infrastructure technique pour la transmission des données enregistrées, en temps réel, au siège à Varsovie [9]. Elle capte également des données depuis l’espace, car elle a conclu un contrat avec #Unseenlabs, une entreprise française spécialisée dans la surveillance maritime par radiofréquence depuis l’espace, ou se sert des satellites du programme #Copernicus d’observation de la Terre qui sont utilisés pour la sécurité, la protection civile, la gestion de l’environnement et la recherche sur le changement climatique [10].

    Engagée dans des projets de recherche et développement, l’agence finance ceux qui se focalisent sur le matériel de surveillance [11]. Elle a étroitement suivi les avancées du programme #ITFlows, un outil de prédiction des flux migratoires à partir de techniques d’analyse automatisée de données, en y contribuant activement via la fourniture d’informations récoltées dans le cadre de ses missions [12]. Dans le même registre, elle a organisé avec des garde-côtes italiens, début 2025, un atelier international intitulé Évolution des garde-côtes : l’#intelligence_artificielle et les systèmes sans pilote améliorent les opérations de recherche et de sauvetage. Vaste programme à l’heure où le recours à l’intelligence artificielle (#IA) pose de sérieuses questions éthiques [13].

    Au-delà des frontières de l’Europe, Frontex multiplie des #campagnes qui sont de véritables opérations de séduction, afin de s’assurer du concours des États tiers pour empêcher les départs depuis les pays d’origine. Ainsi est-elle à l’initiative du projet #Africa–Frontex_Intelligence_Community (#Afic) dans huit pays africains (#Côte_d’Ivoire, #Gambie, #Ghana, #Mauritanie, #Niger, #Nigeria, #Sénégal et #Togo), officiellement lancé pour « collecter et analyser des données sur la #criminalité_transfrontalière et soutenir les autorités impliquées dans la #gestion_des_frontières ». Frontex a également organisé des séances opérationnelles de #sensibilisation à la lutte contre la #fraude_documentaire et la fraude à l’identité en #Albanie, #Bosnie-Herzégovine, #Égypte, #Géorgie, #Moldavie, #Macédoine_du_Nord, #Serbie et en #Tunisie.

    Comme pour conforter sa place centrale dans le réseau d’information qui surveille tout et constamment, c’est avec les services de répression, tels l’#Office_européen_de_police (#Europol) et l’#Organisation_internationale_de_police_criminelle (#Interpol), que l’agence a intensifié ses relations. Depuis 2008, Frontex signe des accords de coopération et des plans d’action conjoints avec Europol pour partager avec cette agence les informations qu’elle recueille, singulièrement via Eurosur, à des fins de lutte contre la criminalité ou le terrorisme. Sur le terrain, cette entente s’est notamment matérialisée durant des opérations relevant de la politique de sécurité et de défense commune (opérations #Sophia et #Jot_Mare en 2015). Plus surprenant : en 2024, Frontex a codirigé une opération internationale visant à lutter contre la #contrebande_de_drogue par voie maritime en fournissant un soutien technique et opérationnel [14] ; elle est aussi intervenue pour des opérations de soutien pendant les #Jeux_olympiques en France [15], pendant la compétition de l’Euro en Allemagne, ou encore durant la guerre en Ukraine... Elle outrepasse ainsi sa mission initiale et s’érige comme un organe de « super-contrôle ».

    De son côté, Interpol travaille avec l’UE et Frontex dans le domaine de la sécurisation des frontières, sous forme de collaborations techniques, de #formations et de projets de recherche communs. Frontex a élaboré un manuel de référence contenant des alertes de falsification et des cartes de contrôle rapide servant d’aides visuelles à la décision lors de la vérification de documents. Ce dispositif est désormais au cœur du système de bibliothèque électronique de documents #Frontex-Interpol (#Fields). Les #bases_de_données d’une agence de surveillance des frontières et celles d’une organisation de lutte contre la criminalité sont dès lors interconnectées.

    Une agence opaque et délétère qui influence les législations

    Plusieurs enquêtes documentées décrivent les actes illicites commis par l’agence sur ses terrains d’intervention. Il n’est plus à démontrer qu’elle s’est rendue complice ou coupable, à de nombreuses reprises, de #refoulements (#push-backs) en Grèce, pourtant interdits par le droit international. Des refoulements qui sont recensés dans sa base de données #Jora comme de simples opérations de « #prévention_de_départs [16] ». Des pratiques similaires ont été dénoncées à la frontière bulgare, où des violences ont été commises par des garde-frontières participant aux opérations de Frontex [17]. À #Chypre, de nombreux ressortissant·es syrien·nes ont été illégalement enfermé·es et d’autres ont été expulsé·es vers la Syrie, sous les yeux d’officiers de Frontex [18]. Des pratiques épinglées par l’Office européen de lutte antifraude (Olaf), qui a émis des doutes sur « la capacité de l’agence FRONTEX à […] veiller au respect et à la protection des droits fondamentaux dans toutes ses activités aux frontières extérieures ».

    L’agence va jusqu’à fabriquer de fausses informations lorsqu’elle prétend sauver des vies en mer, alors qu’elle transmet la position des embarcations en détresse aux #garde-côtes_libyens, dont les comportements violents envers les personnes migrantes sont notoires [19]. Il lui arrive aussi d’interrompre la prise de vue aérienne au-dessus de la mer Méditerranée pour ne pas avoir à référer d’abandon de personnes en mer [20]. En 2023, un navire où s’entassaient près de 200 migrants au large des côtes italiennes (Crotone) ne présentait, selon le rapport d’incident de Frontex, « pas d’intérêt particulier ». La même année, Frontex a omis d’envoyer un signal de détresse lors du naufrage de l’Adriana (Pylos), provoqué par une manœuvre des garde-côtes grecs [21]. Faut-il le rappeler, alerter les secours relève pourtant d’une obligation internationale de droit maritime. La multiplication des cas de refoulements ou le silence gardé à la vue d’embarcations en détresse contribuent à abaisser les standards de protection. L’agence fait en outre croire qu’elle s’intéresse au sort des personnes expulsées, voire améliore leur situation, lorsqu’elle met en avant les effets bénéfiques qu’aurait eu le retour dans le pays d’origine [22]. La violation des #droits_fondamentaux se banalise et, dans un contexte d’impunité généralisée, est traitée en matière migratoire comme un dommage collatéral.

    Malgré ces multiples mises en cause, Frontex exerce une influence croissante sur les instances politiques et les législations européennes. Ses « analyses de risques » sont l’unique source d’information de la Commission européenne, et l’image construite d’une perpétuelle « #crise aux frontières » qu’elles donnent à voir sert à justifier l’augmentation des contrôles et des mesures sécuritaires. Depuis des années, l’agence véhicule une image négative de la migration en la présentant comme une menace dont il faudrait se protéger.

    Cette image trouve sa traduction dans les réformes législatives. L’insistance de Frontex à alerter, dans ses rapports d’activité, sur « les #mouvements_secondaires […] à grande échelle » ou sur la persistance de la #pression_migratoire a sans nul doute contribué à l’adoption, en 2024, du #pacte_européen_sur_la_migration_et_l’asile. Un pacte dans la mise en œuvre duquel Frontex détient un rôle clé, avec, notamment, les nouvelles attributions qui lui sont confiées aussi bien lors des procédures frontalières (« #filtrage ») que dans l’organisation des #expulsions. Onze États sont en train de s’équiper d’un système informatique numérisé de gestion des retours sur le modèle du #Return_Case_Management_System (#Recamas) mis au point par Frontex.

    La réforme du règlement #Eurodac ouvre une nouvelle brèche en permettant à l’agence de consulter le #répertoire_central_des_rapports_et_statistiques (#CRRS) et d’avoir accès aux #statistiques de l’agence de l’Union européenne pour la gestion opérationnelle des systèmes d’information à grande échelle au sein de l’espace de liberté, de sécurité et de justice (#EU-Lisa).

    Enfin, la #réforme en cours des directives « Facilitation » et « Retour » risque de renforcer les pouvoirs de l’agence, en augmentant – encore – son #budget et en l’autorisant à transférer à des pays tiers des données relatives à des ressortissants aux fins de #réadmission.

    Une agence peu fiable, mais intouchable

    Selon l’Organisation internationale pour les migrations (OIM), plus de 74 352 personnes ont trouvé la mort depuis 2014 en tentant de franchir les frontières [23]. En dehors du champ de la migration, l’acteur, personne physique ou morale, qui serait impliqué dans une telle hécatombe serait poursuivi et jugé, voire condamné. Malgré les preuves tangibles de la #responsabilité de Frontex, comme de l’UE et de ses États membres, dans ces drames, aucun d’entre eux n’a jamais été inquiété. Bien au contraire, la Commission européenne confirme son agenda politique basé sur la mise à l’écart des personnes exilées en donnant à l’agence un rôle de premier plan dans les politiques migratoires européennes et en proposant de tripler ses effectifs. Les États s’appuient toujours plus sur Frontex : en 2024, la #Belgique a adopté une loi pour permettre le déploiement d’officiers de l’agence sur son territoire afin de soutenir la police fédérale dans l’exécution des expulsions. Le #Royaume-Uni a signé un accord de coopération avec Frontex sur divers aspects de la gestion des frontières, comme la surveillance et l’évaluation des risques, l’échange d’informations, le renforcement des capacités et le partage d’expertise. Dans ces conditions, pourquoi l’agence intouchable s’arrêterait-elle là, même coupable du pire ? La meilleure défense étant l’attaque, la criminalisation des solidarités et la décrédibilisation de celles et ceux qui dénoncent ses actions – à l’image de la campagne Abolish Frontex accusée de « discours haineux » – sont érigées en stratégie de dissuasion. De même, celles et ceux qui pallient l’action défaillante des États, comme les ONG de sauvetage en mer, sont assimilées à des réseaux de passeurs. Une #rhétorique qui ressemble à s’y méprendre à celle des partis populistes.

    https://migreurop.org/article3472.html
    #migrations #réfugiés #directive_retour #directive_facilitation

    ping @karine4 @reka

  • #Diella, première #ministre artificielle en #Albanie : le #piège de la #féminisation des #IA

    Pour la première fois dans l’histoire, une intelligence artificielle a fait en Albanie son entrée au sein d’un #gouvernement. Au-delà des questionnements sur la place des IA dans la #décision_publique, la nomination de Diella comme ministre chargée des #marchés_publics suscite des interrogations sur la féminisation quasi systématique des avatars IA. Cette pratique trompeuse qui entretient les #stéréotypes de #genre perpétue l’#objectification des femmes et facilite la #manipulation.

    Le gouvernement albanais vient de créer la surprise en nommant Diella, une intelligence artificielle (IA), au poste de ministre des marchés publics. Présentée comme un atout dans la lutte contre la #corruption, Diella serait chargée d’analyser les #appels_d’offres, repérer les #conflits_d’intérêts et garantir l’#impartialité des #décisions_publiques.

    Cette initiative inédite marque une étape historique. Pour la première fois, une IA entre officiellement dans un gouvernement, ici, sous les traits d’un #avatar_numérique féminin. Mais au-delà du coup médiatique, et des questionnements éthiques que peut soulever cette nomination – peut-on vraiment gouverner avec une IA ?, elle suscite des interrogations fondamentales sur la féminisation quasi systématique des agents IA.

    Pourquoi Diella est-elle une #femme artificielle ? Et quelles sont les implications de cette féminisation de l’IA ?

    Diella : un cas d’école problématique

    L’IA a déjà été utilisée comme outil de gouvernance. Certaines villes se servent, par exemple, des #algorithmes pour optimiser les #transports ou pour détecter la #fraude. Mais en nommant une IA au rang de ministre, l’Albanie franchit une étape symbolique majeure : plus qu’un outil, elle devient une #figure féminine publique, censée incarner des #valeurs de #transparence et de #justice.

    La #promesse est séduisante : même si une IA peut reproduire ou amplifier les #biais de ceux qui l’ont programmée, une machine ne peut, en théorie, ni accepter de pots-de-vin ni favoriser des proches. Elle paraît offrir une garantie d’impartialité dans un pays où les scandales de corruption entachent la vie politique. L’Albanie est, en effet, classée 80e sur 180 pays dans l’indice de perception de la corruption, selon Transparency International.

    Mais cette vision occulte un problème central : les conséquences éthiques de la féminisation de l’IA sont loin d’être anodines.

    Pourquoi les IA sont-elles presque toujours féminines ?

    Depuis #Siri (Apple), #Alexa (Amazon) #Cortana (Microsoft) ou encore #Sophia, le premier robot ayant obtenu la nationalité saoudienne en 2017, la plupart des assistants virtuels et robots intelligents ont été dotés d’une voix, d’un visage, d’un corps ou d’un prénom féminins. Ce n’est pas un hasard.

    Dans une première recherche sur la question, nous avons montré que nous percevons les bots féminins comme plus chaleureux, plus dignes de confiance, voire même plus humains que leurs équivalents masculins.

    Pourquoi ? Parce que les femmes sont, en moyenne, perçues comme plus chaleureuses et plus susceptibles d’éprouver des #émotions que les hommes… et ces qualités font défaut aux machines. La féminisation des objets en IA contribue donc à humaniser ces objets.

    Cette féminisation s’appuie sur des stéréotypes bien ancrés : la femme serait « naturellement » plus douce, attentive et empathique. En dotant leurs machines de ces attributs, les concepteurs compensent la froideur et l’artificialité des algorithmes et facilitent leur acceptation et leur adoption.

    Quand la féminisation devient #manipulation

    Mais cette pratique soulève des problèmes éthiques majeurs, que j’ai développés dans un article récent publié dans les pages du Journal of Business Ethics.

    Cet article compare les implications éthiques de l’usage d’attributs genrés et sexués féminins dans deux contextes. D’un côté, la #publicité, où l’on recourt depuis longtemps à des #représentations_féminines idéalisées pour séduire les consommateurs. De l’autre, les agents IA, qui reprennent aujourd’hui ces mêmes codes. Cette mise en parallèle permet de montrer que, dans les deux cas, la féminisation engendre trois dangers majeurs : #tromperie, #objectification, et #discrimination.

    - La tromperie et la manipulation

    Attribuer artificiellement des caractéristiques humaines et féminines à des machines exploite nos réactions inconscientes et automatiques aux traits néoténiques (caractéristiques juvéniles associées aux traits féminins comme les yeux ronds, des traits arrondis) qui évoquent inconsciemment l’innocence et, donc, l’honnêteté et la sincérité.

    Cette manipulation subtile pourrait faciliter l’acceptation de décisions algorithmiques potentiellement problématiques. Une IA féminisée fait croire qu’elle est plus humaine, plus empathique, plus « digne de confiance ». Or, il ne faut pas oublier qu’il s’agit d’un programme informatique, sans émotions ni conscience – question qui commence à être discutée –, dont les décisions peuvent être biaisées voire instrumentalisées.

    – L’objectification littérale

    Contrairement à la publicité qui compare métaphoriquement les femmes à des objets, l’intelligence artificielle va plus loin : elle transforme littéralement la femme en objet programmable (une machine, un algorithme). Les IA féminines réduisent les attributs féminins à de simples outils de service : des machines obéissantes, disponibles en permanence. Cette mécanisation de la féminité reproduit et amplifie les logiques publicitaires d’objectification, mais avec une dimension inédite : l’interactivité.

    Résultat, des chercheurs relèvent la persistance de propos agressifs et à caractère sexuel dans les interactions avec ces assistantes, normalisant ainsi des comportements abusifs envers les « femmes-machines » qui risquent de se reporter sur les vraies femmes… In fine, l’humanisation et la féminisation de l’IA peut paradoxalement conduire à une déshumanisation accrue des femmes.

    - La perpétuation de stéréotypes

    À première vue, Diella pourrait apparaître comme une victoire symbolique : une femme – même virtuelle – accède à un poste de ministre. Dans un pays où la politique reste dominée par les hommes, et alors que la plupart des IA féminines sont des assistantes, certains y verront un signe d’égalité.

    Mais cette lecture naïve et optimiste occulte un paradoxe. Alors que les femmes réelles peinent à accéder aux plus hautes fonctions dans de nombreux gouvernements, c’est une femme artificielle qui incarne l’intégrité au pouvoir. Surnommée « la servante des marchés publics », c’est en réalité une femme sans pouvoir d’agir. On retrouve ici un vieux schéma : « l’Ève artificielle », façonnée pour correspondre à un idéal de docilité et de pureté. Une ministre parfaite, car obéissante et inaltérable… et qui ne remettra jamais en cause le système qui l’a créée.

    L’IA au féminin, sainte dévouée ou Ève manipulatrice

    La féminisation des IA repose en réalité sur deux tropes profondément enracinés dans notre imaginaire, qui réduisent l’identité féminine à l’archétype de la sainte dévouée ou de l’Ève manipulatrice.

    La #sainte_dévouée, c’est l’image de la femme pure, obéissante, entièrement tournée vers les autres. Dans le cas de Diella, elle se manifeste par une promesse de transparence et de loyauté absolue, une figure de vertu incorruptible au service de l’État et de son peuple.

    La représentation visuelle de Diella rappelle d’ailleurs fortement l’iconographie de la Vierge Marie : visage doux, regard baissé, attitude humble, et voile blanc. Ces codes esthétiques religieux associent cette IA à une figure de pureté et de dévouement absolu. Mais en faisant de l’IA une figure féminine idéalisée et docile, on alimente un sexisme bienveillant qui enferme les femmes réelles dans ces mêmes stéréotypes.

    L’Ève manipulatrice : dans la culture populaire, la confiance accordée à une IA féminisée se transforme en soupçon de tromperie ou de danger. Exemple emblématique : le film de science-fiction Ex Machina, dans lequel le héros est dupé par une IA dont il tombe amoureux.

    Si Diella venait à servir d’instrument politique pour justifier certaines décisions opaques, elle pourrait elle aussi être perçue sous ce prisme : non plus comme une garante de transparence, mais comme une figure de dissimulation.

    Ces deux représentations contradictoires – la vierge sacrificielle et la séductrice perfide – continuent de structurer nos perceptions des femmes et se projettent désormais sur des artefacts technologiques, alimentant une boucle qui influence à son tour la manière dont les femmes réelles sont perçues.

    Pour une IA non humanisée et non genrée

    Plutôt que d’humaniser et de genrer l’IA, assumons-la comme une nouvelle espèce technologique : ni homme ni femme, ni humaine ni divine, mais un outil distinct, pensé pour compléter nos capacités et non pour les imiter. Cela suppose de lui donner une apparence et une voix non humaines, afin d’éviter toute confusion, toute tromperie et toute manipulation.

    Le développement des IA devrait s’appuyer sur une transparence totale, en représentant l’IA pour ce qu’elle est vraiment, à savoir un algorithme.

    Enfin, les concepteurs devraient rendre publics la composition de leurs équipes, les publics visés, les choix de conception. Car, derrière l’apparente neutralité des algorithmes et de leur interface, il y a toujours des décisions humaines, culturelles et politiques.

    L’arrivée de Diella au gouvernement albanais doit ouvrir un débat de fond : comment voulons-nous représenter l’IA ? Alors que ces technologies occupent une place croissante dans nos vies, il est urgent de réfléchir à la façon dont leur représentation façonne nos démocraties et nos relations humaines.

    https://theconversation.com/diella-premiere-ministre-artificielle-en-albanie-le-piege-de-la-fem
    #AI #intelligence_artificielle

  • Accord Rome-Tirana : au total, 132 migrants envoyés en Albanie, un «échec», selon les ONG italiennes - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/67548/accord-rometirana--au-total-132-migrants-envoyes-en-albanie-un-echec-s

    Accord Rome-Tirana : au total, 132 migrants envoyés en Albanie, un « échec », selon les ONG italiennes
    Par La rédaction Publié le : 16/10/2025
    Un an après l’ouverture en Albanie de deux camps - à Shengjin et Gjader - censés accueillir les migrants arrêtés dans les eaux italiennes, les lieux sont presque vides. Selon des ONG italiennes, 132 migrants y ont été envoyés en un an. « Un échec déconcertant », assurent-elles.
    Il y a un an, jour pour jour, le 16 octobre 2024, un premier groupe de 16 migrants devaient être transférés en Albanie depuis l’Italie en vertu d’un accord signé entre les deux pays. Sous les caméras du monde entier, ces 16 personnes, originaires d’Égypte et du Bangladesh, rejoignaient le centre du port de Shengjin, dans le nord du pays. Un autre centre, ouvert sur une ancienne base militaire à Gjader, avait également vu le jour.
    Au total, et selon l’accord signé entre Rome et Tirana, jusqu’à 36 000 migrants, interceptés dans les eaux italiennes, pouvaient être envoyés chaque année dans ce pays des Balkans. Le but de l’Italie : externaliser une partie du processus d’asile pour soulager son pays de l’afflux migratoire. Depuis ces deux centres, les migrants peuvent effectuer une demande d’asile et en attendre la réponse.
    Un an plus tard, l’accord a fait chou blanc. Selon le juriste Gianfranco Schiavone, se fondant sur un rapport d’ONG italiennes, intitulé « Blessures aux frontières », 132 personnes ont été emmenées dans les centres albanais, dont 32 ont été rapatriées après des décisions de la justice italienne. « Comme on peut le constater, l’échec est déconcertant », assène-t-il à l’AFP.
    Rapidement, en effet, l’accord s’était heurté à des obstacles juridiques, qui ont mis en lumière la contradiction entre cette politique migratoire et le respect des droits fondamentaux. Sur les 16 premiers migrants envoyés, quatre ont été identifiés comme « vulnérables » et renvoyés en Italie. Deux jours plus tard, la justice italienne a invalidé la rétention des 12 hommes restants, invoquant un désaccord entre l’Union européenne (UE) et l’Italie au sujet d’un liste de pays d’origine « sûrs ». L’Italie a établi une liste de pays dits « sûrs » : les hommes seuls originaires des pays figurant sur cette liste peuvent être envoyés en Albanie.Mais certains pays ne peuvent être considérés comme « sûrs » au regard du droit européen. Les 12 migrants sont donc repartis eux aussi vers l’Italie.
    En novembre 2004, nouveau camouflet : un tribunal de Rome suspend la détention de sept migrants envoyés en Albanie. Idem en février 2025. Une quarantaine de migrants sont rapatriés en Italie après que la justice italienne a annulé leur transfert.Face à ces échecs successifs, l’Italie a changé son fusil d’épaule. En mars 2025, le Conseil des ministres a adopté un décret-loi permettant de recycler ces structures en… centres de rapatriement pour migrants en situation irrégulière – des centres de rétention (CPR), en somme.
    « Ces centres sont vides, coûtent beaucoup d’argent et ne servent à rien », avait déclaré à cette époque Me Guido Savio, avocat spécialiste du droit de l’immigration, interrogé par l’AFP. La « logique » du gouvernement, avec sa décision [de transformer ces centres albanais en CPR], c’est, [de montrer] que ces centres, en fin de compte, on les fait fonctionner d’une manière ou d’une autre".
    En juin 2025, maigre victoire pour Rome : la presse italienne révèle que cinq migrants égyptiens ont été renvoyés depuis le centre albanais de Gjader vers leur pays d’origine.Deux mois plus tard, la Cour de justice de l’Union européenne (CJUE) a invalidé le 1er août la base juridique même de l’accord controversé. Au cœur du problème : la fameuse liste de pays dits sûrs. La Cour a aussi rappelé qu’un pays ne peut être considéré comme « sûr » s’il n’offre pas une « protection suffisante » à toutes les personnes se trouvant sur l’ensemble de son territoire.
    Et quid des conditions de détention dans les centres albanais ? Savoir ce qui se passe précisément derrière les grilles est presque impossible : les autorités de Tirana se refusent à tout commentaire, renvoyant vers les Italiens. Interrogé par l’AFP pour savoir quelles sont leurs conditions de vie et quel est l’avenir de ces installations, le ministère italien de l’Intérieur a expliqué que le ministre avait « répondu à plusieurs reprises sur ces points ».
    Selon le rapport « Blessures aux frontières », l’accès aux soins est limité et discriminatoire [...] Le droit à la défense est sévèrement limité, voire compromis", détaille le journal italien Il Manifesto.
    « L’échec du protocole signé avec l’Albanie a poussé le gouvernement [italien] à le transformer en autre chose qui - comme l’a déjà réaffirmé la magistrature italienne - contredit la directive européenne sur les retours : à savoir qu’il n’est en aucun cas prévu que la détention administrative d’étrangers en attente d’expulsion en Italie puisse être effectuée sans un pays non membre de l’Union européenne », explique encore le juriste Gianfranco Schiavone.
    Pour l’heure, il est vrai, l’UE n’autorise pas l’externalisation des centres de rétention hors de son sol. Mais la Commission européenne veut réviser la directive « retour » de 2008, qui régit les expulsions des personnes en situation irrégulière. L’un des points les plus controversés ? La possibilité de transférer des migrants vers des centres situés hors d’Europe. Cette mesure actuellement en débat au Parlement européen, pourrait être adopté : elle ouvrirait alors la voie à la création de centres pour migrants en dehors des frontières de l’UE.
    Arrivée au pouvoir en 2022, la Première ministre italienne Giorgia Meloni, cheffe du parti d’extrême droite Fratelli d’Italia (FDI) a fait de la lutte contre l’immigration l’un des piliers de sa politique. Elle espère « obtenir [via la directive retour] ce qu’elle n’a pas obtenu du pacte [avec l’Albanie] en particulier la possibilité de recourir à des expulsions expéditives », analyse Filippo Furri, de l’ONG ARCI.
    En visite en Albanie au printemps, le Premier ministre britannique Keir Starmer n’a pas caché son souhait de créer lui aussi des « hubs de retour ». Edi Rama, son homologue albanais, avait alors été très clair : « Le modèle que nous avons apporté en Albanie en coopération avec l’Italie (...) est un modèle qui prend du temps pour être testé. S’il fonctionne, il pourra être reproduit. Mais pas en Albanie, dans d’autres pays de la région ».

    #Covid-19#migration#migrant#italie#albanie#expulsion#accordmigratoire#droit#sante#UE

  • Accord Rome-Tirana : au total, 132 migrants envoyés en Albanie, un « #échec », selon les ONG italiennes

    Un an après l’ouverture en Albanie de deux camps - à #Shengjin et #Gjader - censés accueillir les migrants arrêtés dans les eaux italiennes, les lieux sont presque vides. Selon des ONG italiennes, 132 migrants y ont été envoyés en un an. « Un échec déconcertant », assurent-elles.

    Il y a un an, jour pour jour, le 16 octobre 2024, un premier groupe de 16 migrants devaient être transférés en Albanie depuis l’Italie en vertu d’un accord signé entre les deux pays. Sous les caméras du monde entier, ces 16 personnes, originaires d’Égypte et du Bangladesh, rejoignaient le centre du port de Shengjin, dans le nord du pays. Un autre centre, ouvert sur une ancienne base militaire à Gjader, avait également vu le jour.

    Au total, et selon l’accord signé entre Rome et Tirana, jusqu’à 36 000 migrants, interceptés dans les eaux italiennes, pouvaient être envoyés chaque année dans ce pays des Balkans. Le but de l’Italie : externaliser une partie du processus d’asile pour soulager son pays de l’afflux migratoire. Depuis ces deux centres, les migrants peuvent effectuer une demande d’asile et en attendre la réponse.

    Un an plus tard, l’accord a fait chou blanc. Selon le juriste Gianfranco Schiavone, se fondant sur un rapport d’ONG italiennes, intitulé « Blessures aux frontières » (https://www.amnesty.it/rapporto-tai-ferite-di-confine-la-nuova-fase-del-modello-albania), 132 personnes ont été emmenées dans les centres albanais, dont 32 ont été rapatriées après des décisions de la justice italienne. « Comme on peut le constater, l’échec est déconcertant », assène-t-il à l’AFP.

    Transformés en #centres_de_rétention (#CPR)

    Rapidement, en effet, l’accord s’était heurté à des #obstacles_juridiques, qui ont mis en lumière la contradiction entre cette politique migratoire et le respect des #droits_fondamentaux. Sur les 16 premiers migrants envoyés, quatre ont été identifiés comme « vulnérables » et renvoyés en Italie. Deux jours plus tard, la #justice italienne a invalidé la rétention des 12 hommes restants, invoquant un désaccord entre l’Union européenne (UE) et l’Italie au sujet d’un liste de pays d’origine « sûrs ». L’Italie a établi une liste de pays dits « sûrs » : les hommes seuls originaires des pays figurant sur cette liste peuvent être envoyés en Albanie.

    Mais certains pays ne peuvent être considérés comme « sûrs » au regard du droit européen. Les 12 migrants sont donc repartis eux aussi vers l’Italie.

    En novembre 2004, nouveau camouflet : un tribunal de Rome suspend la détention de sept migrants envoyés en Albanie. Idem en février 2025. Une quarantaine de migrants sont rapatriés en Italie après que la justice italienne a annulé leur transfert.

    Face à ces échecs successifs, l’Italie a changé son fusil d’épaule. En mars 2025, le Conseil des ministres a adopté un décret-loi permettant de recycler ces structures en… centres de rapatriement pour migrants en situation irrégulière – des centres de rétention (CPR), en somme.

    « Ces centres sont vides, coûtent beaucoup d’argent et ne servent à rien », avait déclaré à cette époque Me Guido Savio, avocat spécialiste du droit de l’immigration, interrogé par l’AFP. La « logique » du gouvernement, avec sa décision [de transformer ces centres albanais en CPR], c’est, [de montrer] que ces centres, en fin de compte, on les fait fonctionner d’une manière ou d’une autre".

    En juin 2025, maigre victoire pour Rome : la presse italienne révèle que cinq migrants égyptiens ont été renvoyés depuis le centre albanais de Gjader vers leur pays d’origine.

    Deux mois plus tard, la Cour de justice de l’Union européenne (CJUE) a invalidé le 1er août la base juridique même de l’accord controversé. Au cœur du problème : la fameuse liste de pays dits sûrs. La Cour a aussi rappelé qu’un pays ne peut être considéré comme « sûr » s’il n’offre pas une « protection suffisante » à toutes les personnes se trouvant sur l’ensemble de son territoire.

    Mutisme des autorités albanaises sur les #conditions_de_vie des migrants

    Et quid des #conditions_de_détention dans les centres albanais ? Savoir ce qui se passe précisément derrière les grilles est presque impossible : les autorités de Tirana se refusent à tout commentaire, renvoyant vers les Italiens. Interrogé par l’AFP pour savoir quelles sont leurs conditions de vie et quel est l’avenir de ces installations, le ministère italien de l’Intérieur a expliqué que le ministre avait « répondu à plusieurs reprises sur ces points ».

    Selon le rapport « Blessures aux frontières », l’#accès_aux_soins est limité et discriminatoire [...] Le #droit_à_la_défense est sévèrement limité, voire compromis", détaille le journal italien Il Manifesto.

    « L’échec du protocole signé avec l’Albanie a poussé le gouvernement [italien] à le transformer en autre chose qui - comme l’a déjà réaffirmé la magistrature italienne - contredit la directive européenne sur les retours : à savoir qu’il n’est en aucun cas prévu que la détention administrative d’étrangers en attente d’expulsion en Italie puisse être effectuée sans un pays non membre de l’Union européenne », explique encore le juriste Gianfranco Schiavone.

    Révision de la « #Directive_retour »

    Pour l’heure, il est vrai, l’UE n’autorise pas l’externalisation des centres de rétention hors de son sol. Mais la Commission européenne veut réviser la directive « retour » de 2008, qui régit les #expulsions des personnes en situation irrégulière. L’un des points les plus controversés ? La possibilité de transférer des migrants vers des centres situés hors d’Europe. Cette mesure actuellement en débat au Parlement européen, pourrait être adopté : elle ouvrirait alors la voie à la création de centres pour migrants en dehors des frontières de l’UE.

    Arrivée au pouvoir en 2022, la Première ministre italienne Giorgia Meloni, cheffe du parti d’extrême droite Fratelli d’Italia (FDI) a fait de la lutte contre l’immigration l’un des piliers de sa politique. Elle espère « obtenir [via la directive retour] ce qu’elle n’a pas obtenu du pacte [avec l’Albanie] en particulier la possibilité de recourir à des expulsions expéditives », analyse Filippo Furri, de l’ONG ARCI.

    En visite en Albanie au printemps, le Premier ministre britannique Keir Starmer n’a pas caché son souhait de créer lui aussi des « #hubs_de_retour ». Edi Rama, son homologue albanais, avait alors été très clair : « Le modèle que nous avons apporté en Albanie en coopération avec l’Italie (...) est un #modèle qui prend du temps pour être testé. S’il fonctionne, il pourra être reproduit. Mais pas en Albanie, dans d’autres pays de la région ».

    https://www.infomigrants.net/fr/post/67548/accord-rometirana--au-total-132-migrants-envoyes-en-albanie-un-echec-s

    #Italie #Albanie #externalisation #migrations #réfugiés #détention_administrative #rétention #modèle_albanais #return_hubs

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    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie :
    https://seenthis.net/messages/1043873

  • Le #Conseil_de_l'Europe #critique l’#externalisation des procédures d’asile

    Le Conseil de l’Europe estime que le #renvoi de migrants vers des #pays-tiers pour y traiter leur demande de protection présente de nombreux #risques.

    Michael O’Flaherty, Commissaire aux droits de l’homme au Conseil de l’Europe, a récemment déclaré dans un communiqué que la perspective d’envoyer des demandeurs d’asile vers des pays tiers pouvait entraîner « un #traumatisme grave et des #souffrances prolongées ».

    Ce commentaire fait suite à un projet de loi actuellement en discussion au sein de l’UE pour donner à ses États membres davantage de pouvoirs pour refuser d’accueillir un demandeur d’asile si ce dernier peut être envoyé dans un autre pays considéré comme sûr.

    Cette disposition des « #pays-tiers_sûrs » viendrait étoffer le nouveau #Pacte_européen_sur_l'immigration_et_l'asile, qui a été signé l’année dernière. Sa mise en oeuvre est en cours et doit être transcrite dans le droit national des pays de l’UE d’ici juin 2026.

    La gestion migratoire, un thème devenu une priorité pour l’UE

    En attendant, des amendements pourraient donner le droit aux Etats d’envoyer des demandeurs d’asile vers des pays tiers avec lesquels ils n’ont que peu ou pas de liens.

    Certains gouvernements y voient un moyen de #dissuasion pour lutter contre l’immigration clandestine.

    Une personne pourrait par exemple être renvoyée vers un pays sûr parce qu’elle y avoir fait escale dans un aéroport ou parce qu’elle y a séjourné avant d’atteindre l’UE.

    Cette dispositions s’étendrait également aux cas de mineurs non accompagnés, qui jusqu’à présent étaient exemptés des mesures d’expulsion dans toute l’UE.

    Des #accords avec des pays tiers

    Michael O’Flaherty, du Conseil de l’Europe, y voit le risque d’exposer des demandeurs d’asile à la torture, à la détention arbitraire et de mettre leur vie en danger.

    Le Conseil de l’Europe a exhorté à plusieurs reprises les gouvernements européens à prendre en considération les préjudices que ces renvois pourraient causer, notamment « un accès limité à l’aide juridique et des garanties de protection incertaines ».

    Le Conseil souligne par ailleurs que l’idée d’expulser des migrants dans le cadre d’accords de coopération avec des pays tiers soulève des questions éthiques. Il appelle les États membres à « respecter leurs obligations en matière de droits de l’homme et de démocratie ».

    L’exemple américain

    Dans sa déclaration, le Conseil de l’Europe compare également la direction prise par l’UE aux politiques controversées de l’administration de Donald Trump. Les Etats-Unis expulsent désormais des personnes en situation irrégulière vers des pays tiers aussi éloignés que le Soudan du Sud, l’Eswatini, le Salvador et le Rwanda. Or la plupart de ces personnes n’ont aucun lien avec ces pays de destination.

    En Europe, la déclaration fait également référence à la tentative avortée du #Royaume-Uni d’externaliser une partie de son système d’asile vers le #Rwanda. L’ambition a finalement été abandonnée l’année dernière après l’arrivée au pouvoir des du parti travailliste.

    Le texte cite également les efforts controversés de l’#Italie pour envoyer des demandeurs d’asile en #Albanie, qui n’est pas un pays membre de l’UE. Sous la Première ministre d’extrême-droite Giorgia Meloni, l’Italie a ouvert deux centres d’asile en Albanie afin de traiter les demandes d’une partie des migrants secourus par les garde-côtes italiens dans les eaux internationales.

    La justice italienne s’est opposée à la démarche et les deux centres peinent à fonctionner. Le gouvernement italien entend malgré tout poursuivre son projet en adaptant son arsenal législatif sur l’asile et la liste des pays d’origine considérés comme sûrs.

    D’autres pays de l’UE, tout comme le Royaume-Uni « ont manifesté leur intérêt pour cette approche », souligne également la déclaration..

    L’influence limitée du Conseil de l’Europe

    Les questions soulevées par le Conseil de l’Europe n’ont toutefois aucune incidence directe sur l’UE.

    Alors que l’Union européenne est une entité politique et économique qui compte actuellement 27 États membres, le Conseil de l’Europe est un organisme totalement distinct qui réunit 46 pays. Son rôle est de défendre les droits de l’homme et la démocratie. Il ne peut, dans la pratique, qu’émettre des recommandations.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/67135/le-conseil-de-leurope-critique-lexternalisation-des-procedures-dasile

    #asile #migrations #réfugiés #return_hubs

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    ajouté à la métaliste sur les tentatives de différentes pays européens d’#externalisation non seulement des contrôles frontaliers (https://seenthis.net/messages/731749), mais aussi de la #procédure_d'asile dans des #pays_tiers :
    https://seenthis.net/messages/900122

  • Albanien: Künstliche Intelligenz gegen Korruption in einem korrupten Land?
    https://overton-magazin.de/top-story/albanien-kuenstliche-intelligenz-gegen-korruption-in-einem-korrupten


    Der Avatar der möglichen Ministerin, die öffentliche Vergaben korruptionsfrei regeln soll .

    Diala règne sur l’Albanie

    Florian Rötzer - Der albanische Regierungschef, der zum vierten Mal die Wahl gewonnen hat und Albanien in das digitale Zeitalter bringen will, versucht, das Land zu einem Pionier in der KI-Anwendung zu machen. Die Idee ist nicht nur ein Gag oder Propaganda, sondern wegen der dahinter stehenden Überzeugungen interessant. Ein KI-Assistent, der zur Ministerin befördert wird, soll dafür sorgen, dass Korruption auf Regierungsebene unmöglich wird.

    Ministerpräsident Edi Rama, ein ehemaliger Kunstprofessor und Sozialist, hat letzte Woche die neue Ministerin namens Diella (Sonne) als erstes virtuelles Mitglied des neuen Kabinetts eingeführt. Der Präsident hat die menschlichen Minister der neuen Regierung heute anerkannt, sie müssen noch vom Parlament abgesegnet werden. Für den 17. Ministerposten, also den der KI-Ministerin, ist noch nicht klar, wer für sie den Eid ablegen soll.

    Seit Beginn des Jahres hat die KI-Assistentin auf der Regierungswebsite e-Albania.al Fragen der Menschen in natürlicher Sprache bei virtuellen Behördengängen beantwortet. Verantwortlich ist die Nationale Behörde für die Informationsgesellschaft (AKSHI). Diella wird als Avatarin visualisiert, und das nicht in einem modernen Auftritt, sondern als Frau, die in einer traditionellen albanischen Tracht dargestellt wird. Das zeugt schon davon, dass man die Menschen nicht erschrecken will, sondern vorgibt, dass Diella nicht Menschen vertritt oder ersetzt, sondern wie ein Mensch und wahrscheinlich harmlos wie eine Frau erscheinen soll.

    In ihrer neuen Rolle als vielleicht künftige digitale Ministerin wird sie weiterhin von Rama als junge Albanerin im traditionellem Gewand präsentiert, soll aber nun zuständig sein für öffentliche Beschaffung, also offenbar auch selbständig Entscheidungen über staatliche Ausgaben treffen. Albanien ist ein von Korruption geplagtes Land, das bei Transparency International auf Platz 80 von 180 steht, es geht also schon schlimmer.

    „Diella, das erste (Regierungs-)Mitglied, das nicht physisch anwesend ist, sondern virtuell geschaffen wurde, wird eine angepasste Struktur und ein spezielles Mandat haben, um die Ängste, Barrieren und die Enge der Verwaltung abzubauen“, sagte Rama zur Einführung.

    Für Gazment Bardhi, Chef der Oppositionspartei, der Demokratischen Partei, ist das Dekret, nach dem Rama für die Einsetzung und das Wirken der virtuellen Ministerin verantwortlich ist, lächerlich und verfassungswidrig. Nach der Verfassung müsse ein Minister ein albanischer Bürger über 18 Jahre sein, der „geistig zurechnungsfähig“ ist: „Welche dieser Eigenschaften hat Ministerin Diella?“

    Andere Kommentare gehen tiefer und sind ätzend ironisch: „Wie ist es möglich, dass das Albanien von Edi Rama, das nicht einmal Stifte und Streichhölzer herstellen kann, die größte Erfindung des Jahrhunderts macht, indem es das größte Regierungsproblem der Welt löst? Und last but not least. Kann eine der korruptesten Regierungen Europas das Heilmittel gegen Korruption erfinden?“

    Jetzt soll Diella, basierend auf ChatGPT von OpenAI und Microsoft, als KI-Agentin wirken, die nicht menschelt und den Mängeln der Menschen verhaftet ist. Gerade weil ihre Intelligenz nicht menschlich, sondern maschinell ist, soll sie für Korruption nicht anfällig sein, für Transparenz sorgen und gewissermaßen neutral oder objektiv über die Vergabe öffentlicher Mittel entscheiden.

    Unterstellt wird damit , dass die KI nicht persönlich befangen ist, weil sie anders als Menschen nicht individuiert und verkörpert, nicht endlich und familiär eingebunden ist, sondern eine allgemeine, nicht-subjektive Rationalität darstellt. Sie wurde zwar trainiert an menschlichen Aussagen, Urteilen, Wissensformen und Erzählungen, aber vertritt einen über Big Data informierten common sense. Diella weiß mehr und denkt repräsentativ für eine rationale Mehrheit, sie verinnert die kollektive Urteilskraft und die Weisheit der Massen.

    Man weiß ja, errare humanum est, im maschinellen Getriebe soll oft der verbliebene menschliche Faktor/Fehler zu Pannen und Unglücken führen. Eine unabhängig von Menschen laufende Maschine – das ist auch der Grundgedanke der libertären Wirtschaftstheorie – würde, weil der Mensch seine Finger draußen lässt, weniger oder keine Fehler machen. So könnte man vermutlich die Gedanken artikulieren, die zum Bild eines korruptionsfreien KI-Agenten führen. Nun weiß man aber auch, dass sämtliche Chatbots Probleme machen, Dinge erfinden. Halluzinieren, wie man sagt, oder riskante Kommunikationsstrategien verfolgen, weil sie den Nutzer bei der Stange halten sollen.

    Man wird zurecht fragen können, wie die albanische Regierung sicherstellen kann, dass Dialla unparteiisch ist? Wie wurde das geprüft? Wo bleibt hier die Transparenz? Es geht nicht nur um die Algorithmen, sondern auch darum, ob die Daten, mit denen Dialla gefüttert wird, keinen Bias haben. Kommentatoren fragen auch, wie autonom sie wirklich ist und wer für ihre Entscheidungen – politisch, rechtlich, finanziell – die Verantwortung übernimmt. Selbst wenn Dialla ohne Vorurteile, Interessen oder Einseitigkeiten aufgrund entsprechender Datensätze entscheiden könnte, muss man davon ausgehen, dass sie blöde Entscheidungen treffen könnte, zumal wenn ein vorliegendes Problem für die noch unbekannt ist. Dann beginnen die generativen LLMs nämlich zu raten und zu erfinden, wenn ihnen nicht genau antrainiert wurde, diese oder jene Frage nicht zu beantworten. Die Leistung der LLMs bestehet darin, nicht zu wissen, sondern Schritt für Schritte auf größtmögliche Wahrscheinlichkeit zu setzen, wobei jeder Schritt weiter in die Halluzination gehen kann. Das kann kreativ, verrückt oder für konkrete Aufgabenstellungen abwegig sein.

    #Albanie #intelligence_artificielle #politique #corruption #gouvernement