• Helsing : Münchner Start-up knackt wohl die 18-Milliarden-Marke
    https://www.telepolis.de/article/Helsing-Muenchner-Start-up-knackt-wohl-die-18-Milliarden-Marke-11290493.ht


    HX2-Kamikaze-Drohne : Das KI-Unternehmen Helsing entwickelt eine neue Generation von Waffensystemen. (Bild : Helsing)

    A croire les flux des investitions on aura bientôt une belle guerre profitable.Vous me direz que ce n’est pas nouveau, mais l’information confirme ce que déclarent nos bellicistes de politiciens et leurs augures. Les énormes sommes investies rendront nécessaire plusieurs guerres. Sans elles il n"y aura pas les profits espérés. On ne laissera pas la décisions à l’hasard. On fera du lobbying belliciste.

    11.5.2026 von Matthias Lindner - Eine neue Milliarden-Finanzierung macht das Münchner KI-Unternehmen Helsing zu einem der wertvollsten Rüstungs-Start-ups Europas.

    Das Münchner Rüstungs-Start-up Helsing ist im Aufwind. Einem Bericht der Financial Times (FT) zufolge ist es kurz davor, eine neue Finanzierungsrunde abzuschließen – und damit auch seinen Firmenwert auf rund 18 Milliarden US-Dollar zu katapultieren.

    In der aktuellen Finanzierungsrunde sollen über 1,2 Milliarden US-Dollar eingesammelt werden. Wie es in dem Bericht heißt, führt die Dragoneer Investment Group, ein Wachstumsinvestor aus den USA, die Runde gemeinsam mit dem bestehenden Geldgeber Lightspeed Venture Partners an.

    Der genaue Zeitpunkt stehe noch nicht fest, die Pläne seien aber weit fortgeschritten.

    Sollte die aktuelle Finanzierungsrunde erfolgreich sein, würde dies einen erheblichen Sprung in der Bewertung bedeuten. Vor weniger als einem Jahr wurde der Unternehmenswert von Helsing auf 12 Milliarden Euro festgelegt.

    Damals sammelte das Unternehmen rund 600 Millionen Euro ein – angeführt von Prima Materia, dem Investmentvehikel von Spotify-Gründer Daniel Ek, der zugleich als Co-Chairman von Helsing fungiert. Die aktuelle Runde war laut mit der Transaktion vertrauten Personen mehrfach überzeichnet.
    Vom Softwarehaus zum Drohnenhersteller

    Helsing wurde 2021 in München gegründet und konzentrierte sich zunächst auf KI-Software zur Analyse von Gefechtsdaten. Die hauseigene Altra-Plattform ermöglicht skalierte Zielerfassung und koordinierte Präzisionseffekte durch künstliche Intelligenz.

    Inzwischen hat das Unternehmen mit über 900 Mitarbeitern sein Portfolio deutlich ausgeweitet: Neben autonomen Unterwasserfahrzeugen gehört die Kamikaze-Drohne HX-2 zu den zentralen Produkten.

    Die HX-2 wiegt 12 Kilogramm, erreicht Geschwindigkeiten von bis zu 250 km/h und hat eine Reichweite von 100 Kilometern. Ihre integrierte KI identifiziert Ziele auch ohne GPS-Signal und ist gegen elektronische Kriegsführung gehärtet.

    Das Nachfolgemodell des kritisierten Erstlings HF-1 wurde laut FT vom ukrainischen Militär für den Fronteinsatz freigegeben und erfolgreich gegen russische Ziele eingesetzt.
    Bundeswehr-Vertrag und Testprobleme

    Auch die Bundeswehr hat die HX-2 bestellt: Ein erster Vertrag hat laut Bericht einen Wert von 269 Millionen Euro, mit Option auf Erweiterung bis zu 1,46 Milliarden Euro.

    Der Haushaltsausschuss des Bundestages deckelte das Gesamtvolumen für Helsing und den Konkurrenten Stark im Februar 2026 allerdings auf insgesamt 2 Milliarden Euro – statt der ursprünglich geplanten 4,3 Milliarden. Folgebestellungen müssen einzeln genehmigt werden.

    Die hohe Bewertung steht dabei in Kontrast zu Rückschlägen: Wie Bloomberg im Januar 2026 berichtete, konnten beim ukrainischen 14. Regiment nur 25 Prozent der HX-2-Drohnen überhaupt starten.

    Helsing bestritt die genauen Zahlen und verwies auf nahezu fehlerfreie Tests mit dem deutschen und britischen Militär im Oktober 2025. Die Ukraine setzte zunächst Bestellungen aus, gab das Modell später aber für den Einsatz frei.
    Europäische Mehrheit trotz US-Kapital

    Trotz der US-geführten Finanzierungsrunde bleibt Helsing nach Angaben informierter Kreise zu rund 80 Prozent in europäischer Hand, berichtet die FT.

    Zu den bisherigen Geldgebern zählen Accel, Plural, General Catalyst, Greenoaks, Saab sowie BDT & MSD Partners. Zudem kooperiert Helsing mit dem schwedischen Rüstungskonzern Saab an einem unbemannten Flugzeug, das neben bemannten Kampfjets operieren soll.

    Rheinmetall-Chef Armin Papperger warnte unterdessen vor einer möglichen Blase im Drohnenbereich, während andere monieren, dass immer noch zu viel Geld in veraltete Technologien wie Panzer fließe.

    Im internationalen Vergleich bleibt Helsing hinter dem US-Konkurrenten Anduril Industries zurück, der über eine Finanzierung bei einer Bewertung von mehr als 60 Milliarden US-Dollar verhandelt.

    In Europa konkurriert das Münchner Unternehmen mit Quantum Systems und dem von Peter Thiel unterstützten Start-up Stark.

    #capitalusme #guerre #armement

  • Armi e carburante verso Israele: il dossier che smentisce il silenzio italiano

    Oltre 400 spedizioni militari e 224mila tonnellate di greggio e gasolio dall’Italia dopo il 7 ottobre: il report accusa Roma di complicità nelle operazioni a #Gaza

    Nonostante le dichiarazioni ufficiali e l’assenza di nuove autorizzazioni formali, dall’Italia verso Israele il flusso non si è mai fermato. Armi, componenti elettronici, sistemi aerospaziali, carburante. Una rete logistica estesa, continua, documentata. A certificarlo è il dossier “Made in Italy, Delivered to Israel: Italian Military and Energy Transfers Fueling Genocide”, pubblicato da Giovani Palestinesi d’Italia, People’s Embargo for Palestine, Palestine Youth Movement e Weapon Watch, con il contributo dell’European Legal Support Center.

    I numeri sono difficili da ignorare: oltre 400 spedizioni di materiale militare e 224mila tonnellate di greggio e gasolio partite dall’Italia verso Israele tra ottobre 2023 e il 2025. Un’attività che coinvolge almeno 11 regioni italiane e che, secondo il report, dimostra la continuità dei rapporti militari e logistici anche nel pieno delle operazioni su Gaza.

    Il dossier ricostruisce una filiera articolata, fatta di aziende private, infrastrutture statali e hub logistici. Tra i nomi più rilevanti compare #Leonardo S.p.A., di cui vengono tracciate circa 150 spedizioni di componenti aerospaziali. Alcuni di questi materiali sarebbero stati inviati alla società israeliana #Elbit_Systems e includerebbero pannelli di controllo per comunicazioni radio e componenti elettronici destinati alle cabine di pilotaggio. Tecnologie che, secondo il rapporto, contribuiscono direttamente all’operatività di velivoli militari come gli F-15, utilizzati nei bombardamenti su Gaza.

    Accanto a Leonardo, emerge anche il ruolo di aziende attive nel settore della guerra elettronica e della cybersicurezza, come #Elettronica S.p.A. (oggi #Elt_Group), che avrebbe fornito sensori, sistemi radar e dispositivi di disturbo a Elbit Systems e #Israel_Aerospace Industries. Il Lazio appare come uno snodo centrale di questa rete, con l’aeroporto di Fiumicino utilizzato per il transito di componenti destinati a droni e veicoli militari.

    Anche il Nord Italia è coinvolto. Dall’aeroporto di Milano #Malpensa, secondo i registri analizzati, sarebbero transitati componenti aerospaziali, materiali idraulici ed elettrici, polveri metalliche e adesivi chimici utilizzati nella produzione di armi e munizioni. Una catena industriale e logistica che attraversa l’intero paese.

    Ma il dato forse più significativo riguarda il carburante. Secondo il dossier, 85mila tonnellate di greggio sarebbero partite dal porto di Taranto a bordo della nave #Seasalvia, dirette verso #Haifa. In alcune occasioni, l’imbarcazione avrebbe disattivato il sistema di tracciamento durante il tragitto, oscurando la propria rotta. Altre 138mila tonnellate di gasolio sarebbero state spedite dal terminale di #Santa_Panagia, a #Siracusa, contribuendo al rifornimento dei mezzi militari israeliani: blindati, camion, bulldozer utilizzati anche nelle demolizioni di abitazioni e infrastrutture nei territori palestinesi.

    Tutto questo mentre, sul piano ufficiale, il governo italiano sostiene di non aver concesso nuove autorizzazioni all’export militare verso Israele dopo il 7 ottobre. La relazione governativa del 2024, infatti, esclude Israele dalle nuove licenze rilasciate dall’Uama, l’autorità che supervisiona l’applicazione della legge 185/1990 sul commercio di armamenti.

    Eppure, come già segnalato dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, gli scambi non si sono interrotti. I dati dell’Agenzia delle Dogane mostrano esportazioni militari verso Israele per oltre quattro milioni di euro nello stesso periodo. Una contraddizione evidente tra il piano formale e quello sostanziale.

    Il dossier lo afferma in modo diretto: il sostegno italiano non è né casuale né neutrale. Continuare a fornire materiali, tecnologie e carburante significa, secondo gli autori, contribuire attivamente alle operazioni militari israeliane e, quindi, alla distruzione in corso a Gaza.

    Per questo le organizzazioni chiedono misure immediate: un embargo bilaterale completo sulle armi, maggiore trasparenza sui transiti e la sospensione del memorandum d’intesa militare tra Italia e Israele. Non più dichiarazioni di principio, ma atti concreti.

    Il quadro che emerge è quello di una doppia realtà. Da un lato, le dichiarazioni ufficiali sul rispetto del diritto internazionale e sulla sospensione delle autorizzazioni. Dall’altro, una filiera economica e logistica che continua a funzionare, alimentando un conflitto che ogni giorno produce nuove vittime civili. E in mezzo, ancora una volta, il silenzio.

    https://osservatorionomilscuola.com/2026/04/01/dossier-made-italy-industria-genocidio-coinvolgimento-itali
    #armes #commerce_d'armes #armement #Israël #Italie #exportation #rapport

  • Da #Stellantis a #Leonardo, le sirene del riarmo per una Torino in piena crisi industriale

    Nel capoluogo piemontese gli impiegati del settore automotive sono sempre meno. Dai 60mila della Fiat nel 1960 ne restano poco più di 12mila e la vendita di Iveco Group a Tata ne mette a rischio altri seimila. In questo contesto Leonardo annuncia 400 nuove assunzioni e vanta legami sempre più stretti con le istituzioni pubbliche, Università in primis. I sindacati avvertono che l’aerospazio non risolverà la crisi occupazionale

    Sono meno di dieci chilometri in linea d’aria quelli che a Torino separano la “Porta 2”, storico ingresso del fu stabilimento Fiat nel Sud della città, dalla cancellata che circonda la sede da oltre 116mila metri quadrati della Leonardo Spa, in Corso Francia. In questi due luoghi si “vedono” localmente tante dinamiche che si osservano anche su scala globale.

    Il capoluogo piemontese, simbolo della crisi dell’automotive e del rilancio del settore militare, è un punto di osservazione privilegiato per analizzare gli effetti quotidiani del declino produttivo sul tessuto sociale e per studiare come quel “pubblico” svuotato di risorse provi a stringere alleanze con il privato per sopravvivere. Ma è anche un territorio che subisce decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza. C’è tutto questo, oggi, nella città che vive una crisi industriale senza precedenti.

    Oltre quella “Porta 2” dello stabilimento di Mirafiori la situazione è infatti drammatica. Dalla fusione tra Peugeot société anonyme (Psa) e Fca in Stellantis del 2021 le fuoriuscite di personale sono state più di seimila con bonus fino ai 100mila euro lasciando in attività poco più di 12mila lavoratori e lavoratrici, di cui circa 5.500 impiegati. Lo stesso vale per l’indotto: si stima in vent’anni un crollo di 30mila lavoratori solo per il settore meccanico. “La fine è vicina: se Stellantis non annuncerà la produzione di nuovi modelli in meno di due anni servirà di nuovo la cassa integrazione”, spiega Gianni Mannori, sindacalista della Fiom Cgil. In poco più di cinquant’anni il cuore industriale del capoluogo piemontese ha ridotto dell’80% le persone impiegate rispetto al picco di 60mila operai del 1971.

    Ma non è l’unica strategia messa in atto da Exor Nv, società della famiglia Agnelli e socia di riferimento di Stellantis, che ha avuto impatto sul territorio. A metà luglio 2025 il colosso di diritto olandese ha venduto per 3,8 miliardi di euro la divisione veicoli di Iveco Group, che vede attivi a Torino oltre seimila dipendenti, all’indiana Tata Motors. Il loro posto è “salvo” per due anni -l’accordo di vendita prevede per questo periodo il divieto di riorganizzazione aziendale- ma il futuro è incerto. Ed è in questo contesto che il presente in città ha un nome ben identificabile: Leonardo, che conta in totale quattromila addetti divisi tra i 2.200 nella sede di Caselle e i restanti nello stabilimento cittadino di Corso Francia.

    A questi si aggiungono, secondo i dati comunicati dalla società stessa ad Altreconomia, 1.200 dipendenti a Cameri (NO) e circa 1.100 addetti di Thales Alenia Space (joint venture tra Leonardo e la società francese Thales Sa che opera nel settore spaziale), mentre non è noto quanti siano gli impiegati diretti di Mbda Spa, uno dei più importanti consorzi europei che costruisce missili e tecnologie per la difesa di cui Leonardo detiene il 25% della proprietà insieme ad Airbus e Bae systems. Proprio da Mbda arriva il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani, al posto di Roberto Cingolani.

    Per quanto riguarda l’impatto territoriale Leonardo stima per il Piemonte 400 piccole e medie imprese coinvolte nella produzione, per un totale di 14.500 addetti tra diretti, indiretti e indotto. Tra gennaio 2024 e agosto 2025 Leonardo ha assunto in Piemonte 766 persone, di cui 395 laureati (per la grande maggioranza in discipline Stem, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), mentre i restanti sono “in larga parte profili sperimentati grazie alla collaborazione strutturata con gli istituti tecnici del territorio piemontese”, tecnici ad alta e altissima specializzazione. La “presa” della società sui giovani è forte.

    “Garantiscono stipendi iniziali altissimi per fidelizzarli e questo ha creato, tra l’altro, malcontento anche tra chi ha una certa anzianità”, racconta un lavoratore dell’azienda che preferisce mantenere l’anonimato. Fidelizzazione che sembra essere comunque necessaria: Leonardo ci ha infatti comunicato che, tra il 2024 e il 2025 (al 31 dicembre), gli addetti erano aumentati di 400 unità ma le assunzioni in 20 mesi sono quasi il doppio.

    “C’è una narrazione che sta cercando di convincere la città che l’aerospazio e il militare possano sostituire l’industria dell’automotive. Combattiamo questa disinformazione perché non è vero e questi numeri lo dimostrano”, ha sottolineato Ugo Bolognesi, responsabile della Fiom Torino, durante un dibattito pubblico svoltosi nel capoluogo lo scorso 9 aprile presso il Centro studi Sereno Regis, in cui rappresentanti della politica, dei sindacati e delle Università si sono confrontati proprio sul tema della produzione di armi in città.

    Il sito di Caselle, a circa 20 chilometri da Torino, “si è evoluto in un vero e proprio centro di ingegneria, ricerca e sviluppo” ed è il luogo dove “si sta costruendo il futuro delle tecnologie aeronautiche di nuova generazione”. Leonardo cita nei dati comunicati ad Altreconomia il Global combat air programme (Gcap), un programma multinazionale congiunto tra Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare entro il 2035 un nuovo caccia e il “Clean Sky” che mira a ridurre gli impatti ambientali dell’aviazione.

    Dal punto di vista ingegneristico nel polo di Caselle la società rivendica una produzione di 125 Eurofighter, oltre a 650 semi-ali dello stesso velivolo, a cui si aggiungono 90 C-27J Spartan (aereo da trasporto tattico) e 21 velivoli Atr special mission per clienti nazionali e internazionali. E poi più di 80 sistemi Atos (Airborne tactical observation system) venduti in dieci Paesi per supportare operazioni militari e di sicurezza nazionale.

    Cameri è invece il “fulcro della partecipazione italiana al programma F-35, essendo stato scelto da Lockheed Martin, società statunitense leader nel settore della Difesa, come unica linea di assemblaggio e di collaudo finale in Europa e come centro per le attività di manutenzione, revisione e aggiornamento (Mro&U) dei velivoli F-35 destinati a operare nell’area mediterranea/europea”. Nei 124mila metri quadrati dello stabilimento novarese, che presto diventeranno quasi 180mila, si producono 18 velivoli F-35 e 55 assiemi ala (ovvero, tutte le parti che compongono l’ala di un velivolo) della versione F-35A all’anno: in totale sono già stati consegnati 75 velivoli, realizzate duemila parti di ali industrializzate e più di 300 ali complete.

    Queste forniture sono proprio il punto in cui il globale si incrocia con il locale a Torino. “Quando da dentro lo stabilimento vedevo i manifestanti lanciare addosso alle nostre macchine i fumogeni, mi sono chiesto che cosa stessi facendo”, racconta un altro lavoratore di Leonardo -che sceglie l’anonimato-, ricordando il pomeriggio del 3 ottobre 2025 quando durante una manifestazione per la Palestina alcuni attivisti hanno lanciato contro lo stabilimento di Corso Francia pietre e fumogeni. “Spesso non ci rendiamo neanche conto del prodotto finale -aggiunge, in linea con quanto già riportato da un altri dipendenti dell’azienda ad Altreconomia– ma certo vedere rappresentanti delle aziende militari israeliane che facevano avanti e indietro dallo stabilimento per attività di manutenzione sui caccia mi ha fatto riflettere”. Secondo entrambi i lavoratori il tema della mancata interruzione delle collaborazioni con Israele non trova dal punto di vista numerico grande seguito all’interno dell’azienda, soprattutto tra i neoassunti.

    C’è poi il capitolo ricerca e sviluppo. Leonardo ha comunicato ad Altreconomia che gli investimenti della società in questo settore rappresentano quasi il 10% della spesa totale in ricerca delle imprese sul territorio, per un totale di 232 milioni di euro (dati al 2021).

    “L’azienda è impegnata in Piemonte nello sviluppo di nuove tecnologie abilitanti per la crescita e la competitività del settore aerospazio e Difesa, anche attraverso collaborazioni con le principali realtà del mondo della formazione accademica e della ricerca, a partire dal Politecnico e dall’Università di Torino, l’Istituto tecnico superiore Aerospazio Piemonte e il Competence center per il manufacturing avanzato Cim 4.0, il distretto Aerospaziale Piemonte e la Fondazione IA4I”. Il Cim 4.0 è un centro promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy che si occupa di trasformazione tecnologica, mentre la Fondazione IA4I gestisce a Torino il Centro italiano per l’intelligenza artificiale, anche grazie al contributo di 20 milioni di euro l’anno dal ministero dell’Economia.

    A questo si aggiungono anche i “Leonardo innovation labs”, situati nelle Officine grandi riparazioni (Ogr) dietro la stazione di Porta Susa, incubatori tecnologici che “supportano trasversalmente l’ingegneria delle aree di business di Leonardo nella ricerca e sviluppo delle tecnologie di frontiera”. Infine presso lo stabilimento di Corso Francia è stato sviluppato il “fiore all’occhiello della Leonardo Hi-Tech”: il Product capability and concept laboratory (Pc2Lab), un luogo “dove, grazie all’utilizzo dei cosiddetti ‘gemelli digitali’ (in inglese, digital twins) e sofisticate sperimentazioni algoritmiche all’interno di scenari operativi simulati, è possibile controllare il complesso processo di sviluppo dei sistemi aerei di futura generazione e svilupparne caratteristiche e configurazioni ben prima che possano essere sperimentati in volo”.

    In questo contesto la relazione con il mondo universitario ricopre sicuramente un aspetto centrale, soprattutto con il Politecnico di Torino su cui però la multinazionale nega informazioni dettagliate: “Non è disponibile un dato pubblico consolidato sul numero complessivo dei singoli progetti attivi né sul valore economico totale delle commesse, che varia nel tempo in funzione dei programmi”. L’assenza di trasparenza continua.

    Intanto l’apice della collaborazione pubblico-privato troverà casa nella Città dell’Aerospazio. Le informazioni sono scarse e frammentate ma i lavori sono in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Corso Francia è però pronto ad accogliere un luogo in cui, grazie a Regione e Comune, l’Ateneo e Leonardo diventeranno coinquilini. “Un cambio di paradigma importante non solo per gli enti coinvolti ma per la città intera -sottolinea il geografo Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino-. Viene creato uno spazio fisico e relazionale in cui far funzionare una dimensione ‘politica’ prima ancora che industriale: si costruisce il sapere da utilizzare e mettere al servizio di un’economia piegata al militare”.

    Leonardo dichiara che “dopo aver registrato 20mila nuove assunzioni tra il 2023 e il 2025” prevede in Italia tra quest’anno e il 2030 “28mila nuovi ingressi di cui il 55% giovani under30, il 70% profili Stem e il 30% donne”. Non è noto, invece, il dato specifico sulle assunzioni che interesseranno Torino. Intanto il cardinale Roberto Repole, vescovo di Torino, in occasione del primo maggio ha indirizzato una lettera aperta alla città. “Dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi -si legge-. So che si preferisce parlare di industria della Difesa ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”.

    Il 9 agosto 1956 il caccia Fiat G-91, prodotto dall’azienda aeronautica italiana Fiat Aviazione (divenuta poi Aeritalia), decollava per la prima volta dall’aeroporto di Caselle Torinese. Settant’anni dopo quel luogo si candida a diventare nuovamente crocevia centrale della produzione militare.

    https://altreconomia.it/da-stellantis-a-leonardo-le-sirene-del-riarmo-per-una-torino-in-piena-c
    #armement #armes #Turin #Italie #industrie_de_l'armement #Mirafiori #Exor_Nv #Cameri #Thales_Alenia_Space #Thales #Mbda #Airbus #Bae_systems #Lorenzo_Mariani #Piémont #travail #Caselle #Global_combat_air_programme (#Gcap) #Clean_Sky #Eurofighter #C-27J_Spartan #Atr_special_mission #Atos #F-35 #armée #Lockheed_Martin #Mro&U #université #PoliTo #Cim_4.0 #IA4I #Leonardo_innovation_labs #Officine_grandi_riparazioni (#Ogr) #Product_capability_and_concept_laboratory (#Pc2Lab) #digital_twins #Città_dell’Aerospazio #Fiat_G-91 #Fiat_Aviazione #Aeritalia

    • «Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

      Pubblichiamo di seguito il messaggio del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie per la Festa del Lavoro, nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano, che ricorre venerdì 𝟭° 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 2026.

      «Carissimi,

      il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto. Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.

      Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.

      Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.

      So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?

      Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.

      Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».

      https://www.diocesi.torino.it/site/eravamo-citta-delle-auto-vogliamo-diventare-citta-delle-armi-appello-

  • War Isn’t Working for American Workers
    https://jacobin.com/2026/04/military-arms-industry-workers-labor

    Un peu d’économie politique

    23.4.2026 by Lorah Steichen - While Pentagon budgets have steadily increased in recent years, the arms industry has become more consolidated, more automated, and less labor-intensive. The warfare state is not an effective economic development strategy for working people.

    Amid the United States’ illegal, costly, and broadly unpopular war in Iran, the Trump administration recently asked Congress to approve a record-breaking $1.5 trillion military budget — the largest military spending proposal in US history. The administration claims that record war spending will pay for a “once-in-a-century revival of American industry,” while hawks in Congress argue that the spending spree will “revitalize” the military industrial base by investing in a “skilled, patriotic defense workforce.”

    But new research from Transition Security Project suggests that military spending increases are unlikely to translate into broad gains for American workers.

    While Pentagon budgets have steadily increased over recent decades, the arms industry has become more consolidated, more automated, and less labor-intensive — upending the idea that the warfare state is an effective economic development strategy for working people, and strengthening the case for a state-led shift toward a civilian industrial base focused on green manufacturing.

    Half of the Pentagon budget is funneled to private weapons manufacturers, but higher spending has not produced more jobs. Employment in military industries has fallen significantly since Cold War peaks, from an estimated 3.2 million workers during the 1980s to about 1.1 million in 2020, despite Pentagon budgets growing by roughly 22 percent over the same period. Meanwhile, job quality in the sector has also deteriorated: wages have declined, pensions cut, and unionization collapsed to roughly 10 to 14 percent on average across major military contracting firms, while company revenues from military contracts have grown substantially.

    Taken together, these trends challenge a persistent assumption in Washington policymaking that military spending is an effective jobs program for American workers. In reality, rising Pentagon budgets have become increasingly decoupled from employment growth, delivering diminishing returns to workers even as they enrich a small group of military contractors, executives, and shareholders.

    Today weapons production is highly capital-intensive, meaning the war industry is one of the least effective ways to create jobs. This dynamic has been reinforced by long-term changes in how the workforce is organized: subcontracting and strategic relocations to lower-wage, weaker-union regions have fragmented the workforce and eroded collective bargaining power.

    Emerging trends in automation, low-cost and expendable “attritable” weapons, new defense tech companies, and corporate consolidation are likely to further weaken organized labor in the sector and reduce the availability of stable jobs. At the same time, the rise of a new cohort of Silicon Valley military tech firms like Anduril, Palantir, and SpaceX is only accelerating this shift. Backed by venture capital and growing political influence, these firms are helping to remake the defense industrial base around speed and scalability over cost or even performance, incorporating “just-in-time” manufacturing and distributed supply chains.

    Flush with multibillion-dollar Pentagon contracts for AI systems, drone swarms, and autonomous platforms, these companies are poised to join the top tier of military contractors — whether by displacing the legacy firms or expanding alongside them as budgets bulge.

    Military tech firms are already reshaping the sector. Citing “increased pressure from non-traditional entrants,” Northrop Grumman recently told its workers to expect a “culture change,” announcing plans to “fail fast, learn faster,” using artificial intelligence to automate manufacturing processes. The company — one of the “Big Five” weapons profiteers, deriving roughly 85 percent of its revenue from US government sales — is a key contractor in Donald Trump’s flagship Golden Dome missile defense initiative, a project Pentagon watchdogs and even some engineers have characterized as technologically unfeasible, while warning that it could ultimately heighten rather than reduce nuclear risk, undermining the national security rationale used to justify what could amount to a trillion-dollar taxpayer expense.

    The growing influence of military tech barons in defense procurement reflects a long-standing pattern in which weapons contractors exert outsize political influence to secure sustained military funding, further consolidating corporate power while continuing to erode the unionized jobs that once defined the sector.

    In other words, the US war industry is a dead end for workers.

    But the solution isn’t to expand military spending or attempt to reform the war industry; it is to build a new industrial base focused on green manufacturing instead of military production — redirecting skills, infrastructure, and state capacity away from war and toward socially beneficial sectors that actually deliver stable, broadly shared gains for working people.

    It’s not a new idea. In fact, military-industrial conversion was an oft-debated topic in Cold War–era labor and peace politics, when unions, activists, and some policymakers argued that military spending could be redirected toward civilian production to strengthen employment, reduce pervasive militarization, and better align public investment with social needs.

    Labor unions, in particular, have long served as a crucial entry point for dialogue around industry reform and alternatives, in part because their members often have greater protections to express views at odds with their employers without risking being fired over speech. During the Cold War, the International Association of Machinists and Aerospace Workers — the largest union in the defense sector — advocated for worker-led economic conversion efforts amid a widening gap between the spiraling Ronald Reagan–era military budget and the economic realities of everyday Machinists and working-class communities.

    Though conversion efforts waned after the Cold War, its central premise remains highly relevant as the need for a large-scale green industrial transformation becomes increasingly urgent. And while it doesn’t go as far as calling for economic conversion, the Machinists’ 2024 Climate Jobs Agenda articulates a role for its membership in “climate and clean energy industries,” stating that the union is “poised to push for solutions that protect our planet while building union power.”

    And while modern efforts to build coalitions toward industrial conversion must contend with the nonunion majority of the military contracting workforce, with its high turnover and fractured subcontractor networks, these structural realities also make worker organizing and cross-sector alliances all the more important. This, in turn, creates a critical window for workers and their unions to advance coordinated transition strategies that align job security with broader public priorities and societal goals.

    The case for economic conversion of military industries is pragmatic: for one, most military contracting firms already produce civilian goods and services alongside military technologies, reinforcing that military industrial sites can be used to produce far more than weapons. At the same time, public investment yields far greater employment and economic returns when directed toward areas like clean energy, infrastructure, health care, or education than when funneled into Pentagon spending. Shifting funding toward these sectors would not only increase overall employment, it would also reduce emissions and, most importantly, the violent loss of life embedded in military strategy, prioritizing universal safety over the profits of military contractors.

    Redirecting public procurement power toward these sectors would mean using the state’s purchasing and contracting capacity to scale up renewable energy, green transit, and other essential infrastructure, steadily channeling investment into communities and industries that support decarbonization, job creation, and long-term economic stability.

    While antiwar sentiment is arguably at its highest level in decades and war profiteering remains broadly unpopular across political parties, preferences for civilian public investment consistently outweigh calls for expanded military spending. Support for increasing the military budget is marginal; only one in ten Americans think the United States should spend more on war, while demand remains strong for investments that produce stable, socially necessary jobs. And for workers in military industries, planned conversion offers not a loss but the prospect of more secure employment in sectors that meet public needs while generating broader social benefit.

    The task ahead is to align public policy with popular will: curbing militarism while delivering the jobs, stability, and public goods that people deserve.

    #USA #armement #travail #économie

  • Japan Is Building a War Machine in the East China Sea
    https://jacobin.com/2026/04/japan-takaichi-military-us-china

    Les États Unis continuent la cinstruction d’une énirme force militaire internationale contre la Chine. LeJapone y fournit la proncipale contribution. Le gouvernement Takaichi Sanae préparel’augmentation du budget militaite à cinq pour cent du PIB et l’abandon officiel du pacifisme constitutionnel du pays.

    16.4.2026 by Gavan McCormack - Japan’s conservative leader, Takaichi Sanae, won a supermajority of seats in this ’s general election. Takaichi and her allies are using this position of strength to advance a dangerous militarist agenda as part of Washington’s anti-China front.

    Less than six months after her assumption of office as Japan’s 104th (and first female) prime minister, and two months since her rise was confirmed by a resounding victory in a national election, the grip of Takaichi Sanae on the levers of state is unchallenged, and her support level remains high.

    However, thoughtful and historically aware commentators are speculating that a fundamental transition of the state might be underway, one from “peace state” to “war state.” Looking back to the Konoe Fumimaro government of 1937, which in retrospect we can see as taking the steps that led to a catastrophic war four years later, they fear that Takaichi might be replaying that scenario.
    Supermajority

    On February 8, 2026, the Japanese people went to the polls for an election to the lower house of the National Diet. It was generally taken to be a test of the latest government led by the Liberal Democratic Party (LDP), formed in October 2025. With the party leader Takaichi enjoying support levels of around 70 percent, the election outcome was scarcely in doubt, but its scale still took many by surprise. Takaichi took the LDP from 198 seats (short of the 233 needed for a parliamentary majority) to 316 seats, giving the LDP a two-thirds supermajority.

    She confronted an opposition led by the mildly reformist Centrist Reform Alliance (CRA), a new force formed through a merger of the former Constitutional Democratic Party and the neo-Buddhist Komeito, a long-standing coalition partner of the LDP. Having set out to increase its Diet strength, the CRA suffered instead a humiliating loss, dropping from 167 to forty-nine seats.

    In the long history of the LDP from its foundation in 1955, no leader had ever performed quite so brilliantly as Takaichi. She emerged from the election with political power greater even than her sometime mentor, Abe Shinzo. Her supermajority in the Diet meant that, unlike previous LDP governments, she could press confidently ahead with her rightist agenda, including steps for constitutional revision.

    However, this electoral victory did not necessarily reflect overwhelming national support. The 56 percent turnout was the fifth-lowest in the postwar era. In the single-member constituency seats, the LDP won 49 percent of votes cast, while in the regional party-list seats, it took just 37 percent. Such are the vagaries of the electoral system that the support of 28 percent of all those eligible to vote was sufficient to gain the party two-thirds of all seats.

    End of the “Peace State”?

    Eight decades have now passed since the collapse in 1945 of Japan’s Asia-Pacific community, the so-called “Greater East Asia Co-Prosperity Sphere,” and the message that many Japanese people took from that catastrophe was clear. Under Article Nine of the constitution adopted in 1946, Japan pledged to renounce “war as a sovereign right of the nation and the threat or use of force as means of settling international disputes,” adding that “land, sea, and air forces . . . will never be maintained.”

    Although periodic polls always show strong popular support for Article Nine, Japan did nevertheless over time build formidable land, sea, and air forces, evading the constitutional proscription by calling them “Self-Defense Forces” (SDF). The pacifist pledge, unrevised but steadily emptied of content, remains, but the 1946 aspiration to create a new kind of state, one resting on the “peace” principle, was largely forgotten. Over subsequent decades, the United States came to regret its recrafting of Japan as a “peace state” and began exerting pressure on it to revive and expand its military.

    The level of Japanese military spending rose steadily throughout the Cold War, though remaining for long within the self-imposed limit of 1 percent of GDP. The size of Japan’s economy meant that this was still a large amount in absolute terms. However, as GDP growth slowed, in 2022 the level doubled to 2 percent, with an overall target of 43 trillion yen (US$355 billion) for the five-year period from 2022 to 2027.

    Roughly on schedule to reach that target, military spending for the first time surpassed nine trillion yen ($58 billion) in 2025. Under Takaichi, we can expect further steady expansion. If we assume that Japan will be an early adopter of NATO’s target of 3.5 percent of GDP for military expenditure, the nine trillion would blow out to 24 trillion yen — roughly $140 billion. This is a staggering sum that would require drastic cuts to health, education, and welfare budgets. If it goes further by adopting NATO’s second target of 5 percent by 2035, which Donald Trump is believed to be demanding of Japan, the sums involved beggar the imagination.

    Eventually, and especially under the Abe Shinzo government in office from 2012 to 2020, Article Nine–based restrictions were swept aside, spending accelerated, and Japanese and US military forces were reinforced and integrated. After taking office in October 2025, Takaichi promised further, substantial increases in maritime and air defense (including long-range hypersonic missiles), along with a commitment to construction and deployment of a missile defense umbrella, to be known as a Synchronized, Hybrid, Integrated, Enhanced, Littoral Defense (SHIELD) system.

    One of Takaichi’s closest advisers late in 2025 even questioned the commitment to “Three Nonnuclear Principles” — nonpossession, nonmanufacture, and nonadmission of nuclear weapons to Japanese territory — that the LDP government adopted in 1967. The prime minister herself is reported to agree and has been reviewing the “three nons” policy.

    Those who celebrated the Washington-Tokyo alliance as “the cornerstone of peace and security in the Indo-Pacific region” took it for granted that Japan would exercise “bold leadership” and that Japan’s forces would constitute a significant component reinforcing US global dominance. Over and under the East China Sea, battleships and aircraft carriers, missile and countermissile systems, fighter jets and submarines — not only Japanese and American, but also British, French, Australian, Canadian, and German — are stepping up their rehearsal of a possible future war between a US-led coalition of the willing and China.

    Under such conditions, it is unthinkable that Japan’s heavily armed forces could ever operate independently. They constitute in effect a “second US Army.”
    Okinawa

    A significant US military presence — approximately 26,000 US personnel, or half the total stationed in Japan — is positioned on Okinawa Island, where attention focuses on the hugely unpopular and still hotly contested Henoko base being built there by Japan for the US Marine Corps to replace the obsolescent Futenma. Meanwhile, Japan over the past decade has steadily expanded its own military presence on its lesser-known islands.

    Under strong US pressure, it has deployed, or is in the process of deploying, missile and countermissile units in a series of new and under-construction bases, decisively changing the character of the Ryukyu island chain that stretches from Kagoshima to Taiwan. The size and population of these islands range from Mage (area 8.5 square kilometers, population zero) to Okinawa itself (area 1,206 square kilometers, population 1.4 million). In geographical terms, a line drawn from Kagoshima City in western Japan to the northern shores of Taiwan passes through these islands. Japan and the United States appear to believe that, if or when the need arises, they can “bottle up” China and deny it access to the Pacific Ocean.

    Japan’s southwestern frontier islands of Mage and Yonaguni deserve particular attention. Mage in the north is closest to Kagoshima, while the sparsely populated Yonaguni in the south is just 110 kilometers from the coast of Taiwan. Mage, which is adjacent to the Japanese space industry island of Tanegashima, was initially chosen to house US carrier-based fighter jet takeoff and landing exercises.

    This gradually evolved into a project to accommodate all three of Japan’s military forces (Ground, Sea, and Air SDFs) together with unspecified numbers of their US counterparts. The project would be under the auspices of an arrangement that ensures ultimate Pentagon coordination, control, and command of Japanese military operations throughout the adjacent seas. From 2021, a six-thousand-strong workforce was mobilized to this remote island site, and the date for completion of the base construction works was moved forward to 2030.

    Yonaguni is close enough to Taiwan that on a clear day, its mountains can be seen. Occasional Taiwanese friendship missions have landed on Yonaguni beaches from motorized jet skis. The community split over the government’s commitment to install a major military installation on the island, although a February 2015 island referendum did not win enough support to block the plan. A site was chosen, and in March 2016, an initial 160-strong Ground SDF unit marched in.

    Mage and Yonaguni, both once renowned for the richness of their biodiversity, thus have become centers for the preparation and conduct of war. Military facilities of one kind or another soon followed on the other islands.

    Filling in the Blanks

    Throughout the Cold War decades, what distinguished the southwestern islands (other than Okinawa itself) was the absence of US military installations. Undefended, they posed no threat and were themselves unthreatened. Those who knew the islands in their premilitary base days — this author among them — remember them as idyllic.

    But to bureaucrats and SDF top brass in Tokyo, not to mention the Pentagon, the absence of such military forces gradually became of paramount concern in national defense doctrine. The raison d’être for these Okinawan islands became their positions as US-Japan bastions from which to project force in the service of the regional and global hegemonic project.

    The nominal reason for the militarization of the “first island chain” is to defend Taiwan in case of a “contingency.” This is the euphemistic sobriquet by which war over Taiwan between China and Taiwan has come to be contemplated since Abe Shinzo’s statement (repeated by Takaichi in 2025) that “a Taiwan contingency would be a Japan contingency.”

    The broader role assigned to the first island chain is to position US-Japan power in a place where it can contain a rising China in the region that has come to be known as the Indo-Pacific. The United States insists on its own “full-spectrum dominance,” meaning global economic, technological, and military hegemony. To the extent that it challenges (or appears to challenge) that prerogative, China “threatens” the US.

    A sane defense policy for a country such as Japan — or indeed for any country — would surely be one that attached highest importance to avoiding dispute and building cooperation, rather than striving to “win.” Any East Asian war today or tomorrow would be a missile war, involving naval and air power, and could conceivably become nuclear.

    Missile and antimissile units are now being installed on the southwestern islands, including four hundred “off the shelf” Tomahawk Land Attack Missiles for which Japan placed an order late in 2022. Such missiles are said to be capable of attacking forces within a 1,500-kilometer radius (including major centers in Russia, China, and North Korea).

    Regardless of who “wins” such a war, damage and devastation would be assured for all sides. Contemplating such catastrophe, Okinawans recall their sacrifice in the spring of 1945 in the final battle of the Pacific War, which took the lives of more than one-fourth of the Okinawan population.

    Japan’s authorities might issue an “alert” warning in case of conflict breaking out, as was done on the occasion of several recent North Korean missile launches. But in the 2020s, just as in 1945, there would simply be no time for the Okinawan civilians to withdraw to safety, and indeed nowhere for them to go.

    A Peace Community

    Ironically, the Okinawa now being militarized and readied for war with China has a five-hundred-year-long history of friendly interchange between the Ryukyu Kingdom and the Ming and Qing China dynasties. The Okinawan people do not share the militaristic Japanese Bushido ethic. There is no evidence of the Chinese resorting to violence in their relations with the Ryukyu authorities over the course of those centuries, and the exchanges are still remembered and celebrated in Naha today.

    In contrast, Okinawa’s incorporation into the modern Japanese state was accompanied with great violence, from the torture-induced assent by Ryukyu Kingdom elites to the absorption of the Ryukyu Kingdom and its territories into Japan in 1879. This was followed by violent attempts to crush the distinctive Okinawan language and identity and by the catastrophe of 1945, when Okinawa alone among Japanese territories suffered the horror of land war. The violence continues, with an ongoing assault from the contemporary Japanese state trying to break the Okinawan will for a nonmilitarized East China Sea community.

    Under successive prefectural governors, the realization has grown that in order to overcome the threat of war, it is necessary to shift the emphasis from preparing for war to creating peace. This author recalls discussions with former Okinawan governor Ōta Masahide, in office from 1990 to 1998, on the need to combat East China Sea militarist agendas by taking the initiative in building an East China Sea peace community.

    Unfortunately, that suggestion went nowhere — shortly after our conversation, an intense campaign by the national government drove Governor Ōta from office. Yet the urgency of taking such steps is so much greater now than it was during Ōta’s term of office.
    Dynamics of War

    However much Japan under Takaichi scrimps and shifts resources from social services to its military, the logic of the bottom line is inexorable. The Japan that as recently as 1994 accounted for 17.8 percent of global GDP has now shrunk to just 3.4 percent after a long period of economic stagnation.

    Meanwhile, China’s GDP, having been one-quarter of Japan’s in 1991, surpassed it in 2001 and quadrupled it in 2018. The gap has continued to widen since then. With the size of China’s economy now amounting to four times that of Japan’s and its share of world economic output, according to the CIA, a formidable 19 percent, the absurdity — not to speak of the criminality — of any US-Japan design to take down such a country is plain.

    Eighty years after suffering devastating defeat in war, Japan again stands at a crossroads, facing a choice — of which its citizens are largely unaware — over whether to maintain and consolidate the US-led global anti-China front or to commit to building a peaceful East Asian community of nations. With her supermajority in the lower house of the Diet, most observers anticipate that Takaichi will press ahead with her long-term dream of constitutional change, deleting or at least fundamentally revising Article Nine.

    The post–World War II Asia-Pacific settlement thus continues to morph from the 1947 declaration of peace toward a dynamic of war and war preparation. China, outraged by US-Japanese-led attempts to freeze it out of regional and global institutions, pours a high proportion of its formidable and rapidly growing resources into its military, reinforcing its presence in the East and South China Seas in particular.

    Meanwhile, Japan deploys tanks and missiles to its remote islands, conducts evacuation drills, and urges local residents to make contingency plans for war. The US Marine Corps “repurposes” its Okinawa-based units, facilitating their deployment to other islands and arming them with antiship missiles for use against Chinese shipping in the event of any Taiwan “contingency.”

    In October 2025, Takaichi had Donald Trump’s enthusiastic support as she ascended to high office in Tokyo. Once in office, she positioned herself as his faithful servant, committed to “making America great again.” One of her first tasks was to put together an enormous “aid” package worth $550 billion (approximately 80 trillion yen) to assist the Trump project and to further Japan’s clientelist incorporation into his emerging global order, opening the door for a “new golden era” (Trump’s words last October).

    Takaichi was the only leader of the old G7 who had no word of criticism of the joint US/Israeli war on Iran this year, and she alone seemed to have no compunction about issuing a grovelling public pledge to nominate Trump for the Nobel Peace Prize. Probably no one in the world could share the sentiment expressed by Takaichi on sitting beside the president in the Oval Office on March 19: “It is only you, Donald, who can bring peace and prosperity to the world.”

    In this scenario, Japan would be an unquestionable military superpower, number three in the world after the United States and China. Regional states with reason to know, fear, and remember Japanese militarism, Australia included, show little if any interest in Japanese constitutional matters. To the extent they are aware of it at all, they dismiss Article Nine as a quixotic survival from a bygone age. With the constitution steadily sidelined, Japan is already one of the world’s “great” military powers. Paradoxically, the more it builds up its “defenses,” trusting its destiny to the genocidal rogue superpower, the less secure it becomes.

    As the constitutional peace state of 1946 morphs into a military superpower, it is surely time that civic groups in Japan and Australia (and other Pacific Rim countries) joined to shift their governments from the war path and toward one of peaceful cooperation. If anything is to be done with Article Nine, it should be to restate, reinforce, and universalize the peace principle, not to delete or dilute it.

    #Japon #USA #Chine #armement #guerre #impérialusme #Bushido

  • La #France continue d’alimenter largement la machine génocidaire : un #rapport accablant

    Un rapport d’Urgence Palestine et de Palestinian Youth Movement, dont Le Monde a publié des extraits lundi soir, révèle que plus de 525 cargaisons d’équipements français à usage militaire ont été expédiées vers Israël entre octobre 2023 et mars 2026. Pour le gouvernement, il s’agit de matériel à vocation défensive ou destiné à être réexporté.

    Le document de 66 pages, intitulé « Les dessous des #exportations_militaires françaises vers Israël », se veut aussi complet et précis que possible. Il démontre un flux régulier et diversifié d’équipements qui, à eux seuls, ne constituent pas des armes prêtes à l’emploi, mais alimentent l’industrie de défense israélienne en composants parfois essentiels.

    Selon le rapport, « entre octobre 2023 et mars 2026, plus de 525 cargaisons de #matériel_militaire ont été expédiées par des fabricants français vers les industries israéliennes de défense et aérospatiales ». Les principaux exportateurs français recensés sont #Sermat, #ADR, #Effbe_France, #Eurolinks, #Savimex, #Safran, #Thales, #Cimulec, #Amphenol_Air_LB, #Radiall, #Aubert_&_Duval, #Vishay_MCB et #Hutchinson. Du côté israélien, #Elbit_Systems, premier fabricant d’armes du pays, est à l’origine de la quasi-totalité des achats, que le rapport n’a pas pu chiffrer en quantités ou en valeur.

    Plus de 90 % des expéditions, issues d’une cinquantaine de villes et de douze régions de France, ont été acheminées par la compagnie aérienne israélienne #El_Al. L’écrasante majorité de ces vols ont décollé de l’aéroport de Roissy-Charles de Gaulle, qui est aussi utilisé de façon intensive, selon le rapport, pour « le transit de #fret_militaire américain entre l’Amérique du Nord et Israël » : « Entre le 4 avril 2025 et le 25 octobre 2025, plus de 117 expéditions ont quitté différentes installations de #Lockheed_Martin [entreprise américaine et mondiale de défense et de sécurité] et de bases aériennes aux Etats-Unis à destination d’Israël, la majorité (79 %) étant acheminée vers la base aérienne militaire de #Nevatim. » Toutes ces cargaisons auraient transité par le hub parisien de la société américaine de fret aérien #FedEx, le plus important hors des Etats-Unis.

    Parmi les industriels contactés par Le Monde, Thales, dont le rapport d’Urgence Palestine estime que quatre de ses filiales approvisionnent les divisions guerre électronique, #drones, #systèmes_C4I (les fonctions de contrôle et commande et de renseignement) et #radars au sol d’#Elbit_Systems, rappelle la position qu’il défend depuis des mois : « Depuis le 7 octobre 2023, Thales n’a exporté aucune arme ni aucun système létal vers les forces armées israéliennes, ni directement ni par l’intermédiaire de fabricants tiers ».

    Aubert & Duval vend des tubes en acier équipant des #obusiers ou des #tanks à Elbit Systems mais se défend en jurant que « la licence d’exportation de #matériel_de_guerre accordée par l’Etat français prévoit explicitement que le produit final (…) soit réexporté à des forces armées qui ne sont pas celles d’Israël ».

    Le ministère des armées a ordonné, en octobre 2025, l’arrêt des exportations de la société Sermat vers Israël, avait révélé le média en ligne Disclose car celles-ci étaient non conformes à la législation. Ces contrats portaient notamment sur la fourniture d’#alternateurs et de moteurs électriques pour des drones d’Elbit Systems.

    Le cas d’Eurolinks, qui fabrique des #maillons, c’est-à-dire les liens permettant de charger les munitions, est déjà connu grâce aux révélations de Dispose et de Marsactu, Mais, malgré les révélations de presse et le refus des dockers CGT de Marseille de charger une livraison en juin 2025, le rapport d’Urgence Palestine fait état « d’un flux continu de 12 expéditions documentées totalisant 9,94 millions de liens de munitions sur vingt et un mois ».

    De fait, l’Etat français n’a pas annulé la licence d’Eurolinks. Celle-ci « ne donne pas droit à l’#armée_israélienne d’utiliser ces composants », avait déclaré en mars 2024 Sébastien Lecornu, alors ministre des armées, qui doivent uniquement entrer dans la fabrication d’équipements ensuite exportés par Israël.

    (…)

    « Le décalage entre la politique officielle de la France et la réalité de sa #chaîne_d’approvisionnement, où des #composants ont permis l’armement de drones au-dessus de Gaza, soulève de sérieuses questions quant à sa complicité », estiment Urgence Palestine et Palestinian Youth Movement, qui invoquent, notamment, le Traité sur le commerce des armes (TCA), signé et ratifié par la France en 2013, selon lequel « un Etat Partie ne doit autoriser aucun transfert d’armes (…) s’il a connaissance que ces armes pourraient servir à commettre un génocide, des crimes contre l’humanité, (…) des attaques dirigées contre des civils (…) ou d’autres crimes de guerre. »

    https://europalestine.com/2026/04/07/la-france-continue-dalimenter-largement-la-machine-genocidaire-un-rap
    #Israël #armes #armement #complicité

    • Rapport : Les dessous des exportations militaires françaises vers Israël

      « ARMER UN GÉNOCIDE » : UN RAPPORT D’INVESTIGATION RÉVÈLE L’AMPLEUR DE LA COMPLICITÉ FRANÇAISE DANS L’ARMEMENT D’ISRAËL

      Le Palestinian Youth Movement et Urgence Palestine publient aujourd’hui un rapport d’investigation inédit documentant, pour la première fois de manière exhaustive et datée, l’implication directe de l’État français et de ses entreprises dans l’armement d’Israël depuis le 7 octobre 2023.

      Les faits sont les suivants : 525 cargaisons d’équipements et de composants militaires ont été expédiées depuis des entreprises françaises vers des filiales d’Elbit Systems — premier fournisseur de l’armée d’occupation israélienne. 117 vols FedEx transportant des composants de chasseurs F-35 produits par Lockheed Martin ont transité par l’aéroport de Roissy-Charles de Gaulle à destination de la base aérienne israélienne de Nevatim. Aucune de ces exportations, aucun de ces transits, n’ont pu avoir lieu sans l’aval complice ou le silence coupable de l’État français.

      Ce rapport documente ce que la société palestinienne affirme depuis plus de 70 ans : le système colonial israélien et ses guerres génocidaires ne peuvent exister sans la chaîne capitaliste mondiale et la complicité active des gouvernements occidentaux. Les données réunies ici en apportent la preuve matérielle, expédition par expédition, entreprise par entreprise. Sans les amortisseurs de choc d’Effbe, Elbit ne peut pas stabiliser ses systèmes de ciblage. Sans les panneaux avioniques de Thales, ses drones et systèmes de surveillance ne peuvent pas fonctionner. Sans les visières de Savimex et les composants de FedEx, les F-35 ne décollent pas. Sans les alternateurs et actionneurs de Sermat, les drones Hermes 900 ne peuvent pas tuer. Sans les tubes de canons d’Aubert & Duval, les obusiers SIGMA ne tirent pas. Sans les 9,94 millions de liens de munitions d’Eurolinks, les fusils-mitrailleurs à Gaza ne tirent pas en rafale.

      Ce rapport vient également mettre en évidence deux ans de mensonges d’État. Alors que le droit international interdit clairement tout transfert d’armements ou de composants militaires dès lors qu’un risque génocidaire est reconnu, les données du rapport établissent sans ambiguïté que les entreprises françaises ont continué d’alimenter des armes offensives qui ne relèvent en aucune façon du double usage.

      Au regard des informations exposées dans ce rapport, le Palestinian Youth Movement et Urgence Palet demandent :

      Un embargo total et la suspension immédiate de toutes les autorisations d’exportation et de transit de matériels militaires et de composants à destination d’Israël, conformément aux articles 6.3 et 7 du Traité sur le Commerce des Armes et aux ordonnances de la CIJ de 2024.

      La révocation de toutes les licences d’exportation en cours accordées aux entreprises françaises documentées dans ce rapport.

      L’ouverture d’une enquête parlementaire indépendante sur les autorisations délivrées par la CIEEMG depuis le 7 octobre 2023.

      La mise en place d’un mécanisme public et contraignant de traçabilité de l’usage final de tout composant exporté vers Israël.

      Des sanctions pénales contre les entreprises qui en conscience participent à cette chaîne d’armement.

      https://www.urgence-palestine.com/rapport-les-dessous-des-exportations-militaires-francaises-vers-i

  • Durch Rüstungsrekorde und Waffen zum Weltfrieden?
    https://www.focus.de/experts/friedensforscher-dan-smith-durch-ruestungsrekorde-und-waffen-zum-weltfrieden_i

    Les choses ne sont pas si simples.

    22.2.2024 von Shams Ul Haq - Wir brauchen erst weltweit Frieden, um die wachsende Waffenproduktion zu stoppen, und gleichzeitig Waffen, um erst einmal Frieden zu erreichen und zu sichern. Wie der Friedensforscher Dan Smith zum Rüstungs-Paradox steht.

    Rekord! Nach Angaben des Bundesministeriums für Wirtschaft und Klimaschutz erteilte die Bundesregierung im Jahr 2023 Einzelgenehmigungen für den Export von deutschen Rüstungsgütern im Wert von rund 12,2 Milliarden Euro. Laut BMWK entfällt der Großteil dieser Exporte auf Genehmigungen für enge Partnerländer und die Unterstützung der Ukraine bei ihrer Selbstverteidigung im Krieg gegen Russland.

    Laut regelmäßig veröffentlichten Berichten sind mit dem Krieg in der Ukraine auch die weltweiten Militärausgaben auf einen Rekordwert gestiegen. Mit Abstand am meisten exportieren in den vergangenen Jahren die USA, gefolgt von Russland und Frankreich.

    Wie ist die Entwicklung beim Thema Aufrüstung zu bewerten?

    In habe mich mit dem britischen Friedensforscher Dan Smith über den Krieg in der Ukraine, die internationale Rüstungslobby und Deutschlands mögliche diplomatische Fähigkeiten austauscht. Smith ist Direktor des Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), forscht und publiziert seit mehr als vier Jahrzehnten zu Themen der Sicherheit und des Friedens.

    Shams Ul Haq ist Terrorismus-Experte und Autor, bekannt für seine investigativen Recherchen. Nach dem Fall Kabuls 2021 interviewte er als erster deutscher Journalist Taliban-Sprecher Zabihullah Mujahid. Er ist Teil unseres EXPERTS Circle. Die Inhalte stellen seine persönliche Auffassung auf Basis seiner individuellen Expertise dar.

    Smith sagt, dass Russland mehr territoriale Gewinne in der Ukraine gemacht und vermutlich sogar das ganze Land eingenommen hätte, wenn die Ukraine nicht Waffenlieferungen und einen know-how-Transfer aus den westlichen Ländern erfahren hätte. Die Ukraine verfügt über keine nennenswerte Waffenproduktion, aber sie produziert Drohnen. Diese werden zu zunehmend wichtigeren Waffen in Kriegen, wie es der Einsatz im Schwarzen Meer gegen die russische Marine aufgezeigt hat.

    Durch die Waffenlieferungen zögert sich der Ausgang des Krieges hinaus, einen wirklichen Sieg könnte die Ukraine aber nur dann erzielen, wenn sie noch umfassender mit den verschiedenen Waffensystemen ausgestattet wäre. Auf der anderen Seite weist Smith auf die Möglichkeit hin, dass im Falle ausbleibendem Waffennachschub die Ukraine bemüht wäre, zu einem Waffenstillstand zu kommen und eine Friedenslösung anstreben würde. Er glaubt nicht an eine stabile Lösung des Konflikts zwischen beiden Ländern.

    Erst Frieden, dann Stopp der Waffenproduktion?

    Der wichtigste erste Schritt zu einem weltweiten Frieden lässt sich erst erreichen, wenn der Bedarf an Waffen nicht mehr besteht. „Die Wahrheit ist, dass der gesamte militärische Industriekomplex den Bedarf selbst generiert,“ behauptet Smith. „Das aber steht vor dem Hintergrund politischer Entscheidungen und der Waffenlobbys.“ Diese Lobbys nehmen demnach Einfluss darauf, welche Waffen die Regierungen kaufen und bei wem.

    Es muss also an dieser Stelle angesetzt werden, den Bedarf an Waffen zu reduzieren, also generell friedvolle Beziehungen zwischen Ländern anzustreben. Wenn man das machen würde, würde der Bedarf sinken und die Rüstungshersteller würden sich andere Betätigungsfelder suchen. Es kann nicht darum gehen, als Erstes einseitig die Waffenproduktion zu stoppen und dann nach einer Friedenslösung zu suchen.


    statistic_id151877_top-exporteure-von-konventionellen-waffen-bis-2022.png Statista

    Der größte Waffenproduzent weltweit sind die USA, auch wenn die Chinesen in den letzten drei Jahrzehnten kontinuierlich die Militärausgaben gesteigert haben und somit zu einem nennenswerten Produzenten und Exporteur aufgestiegen sind. Russlands Anteil im internationalen Rüstungsmarkt nimmt ab, aber offensichtlich haben die Waffenimporte aus Nordkorea und dem Iran zugenommen und die eigene Waffenproduktion für den Ukraine-Krieg.

    Atomwaffen für einen Dritten Weltkrieg?

    Vor dem Hintergrund eines möglichen Dritten Weltkriegs stehen sowohl Europas gestiegene Militärausgaben in konventionelle Waffensysteme als auch das Thema eines Nuklearkriegs. Dieser kann nur von denjenigen geführt werden, die auch nukleare Waffensysteme besitzen. Das betrifft die permanenten Mitglieder des Sicherheitsrates, also die USA, Russland, China, Frankreich und Großbritannien, sowie des Weiteren Indien, Pakistan und Nordkorea.“

    Die Ankündigung Joe Bidens weitere US-Atomwaffen nach Großbritannien zu verlegen sieht Dan Smith als eine symbolische politische Geste zur Unterstützung der Sicherheit Europas. Eine wirkliche Stärkung der Verteidigungsfähigkeit sieht er im Aufbau nicht-nuklearer Streitkräfte wie es die Mehrheit der Europäischen Staaten derzeit unternimmt.

    „Das Problem dabei ist, dass damit die weltweiten Militärausgaben so hoch sind wie nie zuvor. Sie umfassen mehr als zwei Billionen US-Dollar jährlich. Und auch wenn die Entscheidung der jeweiligen Regierung verständlich ist, so ist dies jedoch eine ungesunde. Die Welt ist bewaffnet und führt Kriege, sie sollte aber weniger bewaffnet und friedvoller sein.“
    Muss Deutschlands auch diplomatisch aktiv werden?

    Auch Deutschland hat mit der Steigerung seiner Rüstungsausgaben mittlerweile einen anderen Weg eingeschlagen, den Dan Smith jedoch in dieser Situation als verständlich bezeichnet.

    „Ich denke, als Nächstes sollte sichergestellt sein, dass die Diplomatie ebenso aktiv ist. Dass man Gelegenheiten sucht, die Spannungen und Konflikte abzubauen, um die Welt zu einem sichereren Ort zu machen. Deutschland als wesentliche europäische Kraft in Bezug auf seine Wirtschaftskraft kann sehr viel dazu beitragen, wenn es sich dazu entscheidet.“

    #Allemagne #armement

  • Warum denken Sie das ? : « Ich glaube nicht, dass mehr Waffen Frieden schaffen »
    https://www.zeit.de/politik/deutschland/2025-04/aufruestung-militaer-debatte-warum-denken-sie-das-podcast


    Lors ce qu’on parle de la guerre et de la paix en Allemagne on oublie souvent qu’avant la catastrophe de la deuxième guerre mondiale et la shoa le pays a été construit autour de son armée qui a mené des guerres avec succès depuis la guerre de Succession d’Espagne (1701 - 1714) ce qui a donné la fondation de l’état allemand en 1871 à Versailles. La défaite de 1918 et la tentative de redressement par les nazis ne sont plus ressenties comme défaites du militarisme prusse précédent un meilleur avenir. On retourne volontairement « aux sources » et défend l’idéologie réactionnaire prusse qui se réfère au belliqueux empire romain.

    Si vis pacem, para bellum

    https://fr.wikipedia.org/wiki/Si_vis_pacem,_para_bellum

    Les érudits du dix neuvième siècle nous ont légués de belles idées antiques comme la suivante.

    https://fr.wikipedia.org/wiki/H%C3%A9raclite#Doctrine_g%C3%A9n%C3%A9rale

    « La guerre est le père de toutes choses , de tous les rois ; et les uns, elle les porte à la lumière comme dieux, les autres comme hommes ; les uns, elle les fait esclaves, les autres, libres. »

    -- Fragment 129 traduction Conche (cf. D.K. B53), in Hippolyte de Rome, Réfutation de toutes les hérésies, IX, 9, 4.

    Voilà une discussion allemande à l’aube du quatrième Reich (#ROFL) .

    https://zeitonline.simplecastaudio.com/8ca65ff1-b7fa-41c1-acf3-95bec6f2cfb6/episodes/e8eb7916-29f5-4c47-9ed8-85ba2a5e34d4/audio/128/default.mp3

    28.3.2026 von Jana Simon, Thilo Adam - Patrick Sensburg, Oberst der Reserve, findet Aufrüstung dringend nötig. Die Publizistin Bascha Mika fürchtet die Militarisierung. Können sie einander verstehen?

    Die Schuldenbremse für Verteidigungsausgaben ist ausgesetzt. Union und SPD schließen die Wiedereinführung eines Pflichtwehrdienstes nicht aus. Und führende Militärs diskutieren öffentlich, wann Russland in der Lage sein könnte, Nato-Gebiet anzugreifen.

    In der 21. Folge von Warum denken Sie das? diskutieren die Gäste deshalb über Aufrüstung und die Militarisierung der Gesellschaft: Wie soll sich Europa verteidigen, wenn Donald Trump den Nato-Schutz durch die USA infrage stellt? Können Waffen wirklich Frieden schaffen? Oder vernachlässigt die deutsche Politik gerade diplomatische Wege, um Kriege zu beenden und zu verhindern?

    Im Studio sitzen sich zwei Menschen gegenüber, die in dieser Frage sehr unterschiedlich denken. Patrick Sensburg, 53 Jahre alt, ist Präsident des Reservistenverbandes der Bundeswehr. Außerdem saß er für die CDU im Bundestag. Sensburg stimmte schon 2011 als einziger seiner Fraktion gegen die Aussetzung der Wehrpflicht und hält die aktuellen Aufrüstungspläne für richtig.

    Bascha Mika, 71 Jahre alt, war lange Chefredakteurin der Taz und der Frankfurter Rundschau. Sie ist neun Jahre nach Ende des Zweiten Weltkrieges in Polen geboren und war später, geprägt von den traumatischen Kriegserlebnissen ihres Vaters, in der Friedensbewegung aktiv. Sie beklagt Angstmacherei und dass selbst Friedensforscher heutzutage zu viel über Militärstrategien nachdächten, statt über waffenlose Wege zu einer Welt ohne Krieg.

    #Allemagne #pacifisme #bellicisme #armement

  • « La façon dont Trump utilise la présidence pour capter de manière flagrante de la richesse pour sa famille et lui n’a pas de précédent », selon l’historien Richard White
    https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/03/30/la-facon-dont-trump-utilise-la-presidence-pour-capter-de-maniere-flagrante-d

    Le retour à la Maison Blanche du milliardaire républicain rappelle l’époque des barons voleurs, au XIXᵉ siècle, lorsque des industriels bâtissaient des empires grâce à la #corruption, explique Richard White, professeur d’histoire émérite à l’université Stanford, en Californie.

    Lorsque, à l’automne 2025 Jared Kushner, le gendre de Donald Trump, a repris du service diplomatique pour son beau-père entre Israël et les pays du Golfe, tout en menant ses #affaires avec les politiques et familles régnantes de la région, bien peu se sont offusqués. De même, l’Amérique est restée indifférente, début mars, lorsque furent révélés les investissements des fils du président, Don Jr et Eric, dans des sociétés de drones susceptibles de recevoir des commandes du Pentagone. Les sommes en jeu ne sont pourtant pas minces. Les actions de Don Jr dans la société Unusual Machines, dont il est devenu conseiller à la fin de l’année 2024, et acquises pour 200 000 dollars (173 000 euros), en valent, si elles n’ont pas été revendues, 4 millions depuis que la société a décroché un contrat du Pentagone. Comme si #népotisme, conflits d’intérêts et #délits_d’initiés étaient devenus acceptables aux Etats-Unis sous Donald Trump.

    « Il y a déjà eu énormément de corruption par le passé, ce n’est pas nouveau, mais la façon dont Trump utilise la présidence pour capter de manière flagrante de la richesse pour sa famille et lui n’a pas de précédent », s’afflige Richard White, professeur d’histoire émérite à l’université Stanford (Californie) et spécialiste de la corruption au XIXe siècle. Sans cesse, l’ère Trump rappelle celle de « l’âge doré » (Gilded Age) dont le président a la nostalgie – ou plutôt « l’âge doré en toc », pour reprendre l’expression narquoise de l’écrivain Mark Twain (1835-1910), cette période d’#enrichissement et de corruption qui s’étend de la guerre de Sécession (1861-1865) au sursaut progressiste de Théodore Roosevelt (1901-1909).

    [...]

    La conquête du monde numérique et de l’intelligence artificielle a un goût de déjà-vu : elle rappelle la conquête de l’Ouest, par le chemin fer, avec l’exploitation de terres et de ressources immenses, qui va donner aux politiciens un pouvoir considérable. Cette époque de corruption et de partage fut qualifiée de « grand barbecue » par l’historien progressiste Vernon Parrington (1871-1929). « C’est exactement ce qui se produit aujourd’hui, bien que le processus soit plus sophistiqué », estime Richard White.

    Il cite le transfert vers le privé du programme spatial américain, à Elon Musk (SpaceX) et à Jeff Bezos (Blue Origin) ou le développement de toutes sortes de technologies concédées sous licence à des acteurs privés qui les utilisent pour « bâtir d’immenses fortunes privées ». « Il s’agit là de l’échec de la sphère politique – et de l’échec du peuple américain – à prendre conscience que ce qui relève du domaine public mérite une certaine préservation », accuse Richard White.

    https://justpaste.it/ndh0t

    #É-U #riches #usines_à_fric : #armement #immobilier #technologies #IA

  • VW wie Volkswaffen – Wolfsburger Autobauer tüftelt am Modell „Iron Dome“


    https://www.nachdenkseiten.de/?p=148312

    L’histoire de Volkswagen commence par l’énorme arnaque du peuple allemand Kraft durch Freude . Ferdinand Porsche et Adolf Hitler promettent une voiture individuelle à tous les Allemands, ariens bien entendu. Mes grand parents ont cotisé et économisé comme tout le monde pour avoir droit à leur Volkswagen , la voiture du peuple. Ils ne l’ont jamais reçu. Mon grand père a eu droit par contre aux officiers de l’armée d’occupation en France qui circulaient en Kübelwagen fabriqué avec son argent dans la ville de Wolfsburg construite par le Führer autour de l’usine pour la voiture du peuple.

    Porsche a gardé les millions et les relations établies à l’époque nazie et les a utilisé pour monter l’empire Porsche-Piech (Volkswagen / Audi) qui collabore avec les USA, la Chine et l’état d’Israel afin d’assurer la place des membres de la famille à la table des super-riches . L’opportuniste qu’a été mon grand père malgré son refus de tirer a survécu la guerre comme deux tiers des soldats allemands, mais il a été "dénazifié" et a été interdit d’exercer so petit métier pendant des années. Sa femme l’a sauvé lui et les enfants de la famine.

    Quatre vingt dix ans après on nous refait le coup. Nos élites défendent la paix comme Hitler l’a fait pour les élites de son époque et on s’engage à défendre le droit du peuple élu au Lebensraum qui lui appartient naturellement. Les Syriens, Libanais et Palestiniens sont autant des sous-hommes comme les Russes et Ukrainiens à l’époque. Passons sur leurs tombeaux. Pourvu qu’on les ait assez tassé pour ne pas freiner l’avancée de nos chars.
    Heil qui ?

    27.3.2026 von Ralf Wurzbacher - Macht Volkswagen demnächst gemeinsame Sache mit einem Rüstungsunternehmen aus Israel? Einem Medienbericht zufolge könnte das Werk in Osnabrück zwecks Fertigung von Trägerfahrzeugen und Startrampen für Raketen von Zivil- auf Kriegswirtschaft umgepolt werden. Die Bundesregierung soll die Pläne unterstützen, die Führung der IG Metall ist wohl auch dafür. Bleibt die Frage, was die Belegschaft darüber denkt?

    E-Mobilität verschlafen, Kostenexplosionen, Zolleskapaden, Gewinneinbrüche: Volkswagen steckt in der Krise. Aber wie heißt es so schön: Eine Krise beinhaltet immer auch die Chance, Dinge anders und besser zu machen. Es sieht ganz danach aus, als habe sich Europas führender Autobauer entschieden. Er will anders werden. Nur besser wird er damit ganz gewiss nicht.

    Wie am Dienstag die britische Financial Times (FT) berichtete (hinter Bezahlschranke), verhandelt der Wolfsburger Weltkonzern aktuell mit dem israelischen Unternehmen Rafael Advanced Defence Systems über eine Kooperation im Militärbereich. Konkret geht es darum, das von Schließung bedrohte Werk in Osnabrück auf die Produktion von Komponenten für den Raketenschirm Iron Dome umzurüsten. Voraussetzung sei allerdings, dass die Belegschaft grünes Licht für das Vorhaben gibt.

    Panzerstrategie

    Wo heute noch Porsche-Modelle und Cabrios des Typs VW T-Roc vom Band laufen, entsteht vielleicht schon bald ein Zulieferbetrieb für aktuelle und kommende Kriegsschauplätze. Bei manchen sorgt das für Erleichterung, bei anderen für Entsetzen. „Internationale Rüstungsindustrie aus der Friedensstadt Osnabrück – das ist ein vollständiger ideeller Ausverkauf“, meint Lotte Herzberg von der Initiative „Zukunftswerk Osnabrück“. Mit ihren Mitstreitern setzt sie sich für eine „sozial-ökologische Konversion“ des Standorts ein, „die Ressourcen in nachhaltige Technologien lenkt“. Motto: „ÖPNV statt Panzer!“ Die VW-Chefetage verfolgt lieber die Panzerstrategie.

    Natürlich sagen sie das nicht so deutlich. Man sei in vielen Gesprächen und prüfe alle Optionen, teilte ein Sprecher auf Presseanfragen mit. Beschlüsse zur künftigen Ausrichtung des Werks gebe es derzeit nicht. Dabei scheint der Weg vorgezeichnet. Nach Informationen des Norddeutschen Rundfunks (NDR) liefen bereits Gespräche mit der niederländischen Waffenschmiede KNDS. Zudem hatte VW vor wenigen Wochen Überlegungen bestätigt, vor Ort Militärfahrzeuge fertigen zu wollen. Zuletzt gab es eine Abfuhr durch Rheinmetall. Der deutsche Rüstungsüberflieger aus Düsseldorf hatte eine Übernahme der Produktionsstätte erwogen.

    Bomben nein, Abschussrampen ja

    Nun also Rafael aus Israel, möglicherweise. Der Iron Dome, der den jüdischen Nahoststaat vor Angreifern schützt und so das Angreifen anderer Staaten umso leichter macht – demnächst „made in Osnabrück“!? Dort, wo 1648 der Westfälische Frieden verkündet wurde, der den Dreißigjährigen Krieg beendete und Wegbereiter jenes modernen Völkerrechts war, das Benjamin Netanjahus Rechtsregierung notorisch mit Füßen tritt – siehe Gaza, Iran, Libanon. Die Financial Times beruft sich auf mehrere Quellen, die mit der Angelegenheit vertraut seien. Demnach erfordere die Umstellung der Anlage vergleichsweise wenige Investitionen und könne innerhalb von zwölf bis 18 Monaten vonstattengehen.

    Schon jetzt fertigt das Unternehmen hierzulande Panzerabwehrlenkwaffen des Typs „Spike“ im Rahmen eines Joint Ventures mit Rheinmetall und Diehl Defence. Dem FT-Artikel zufolge wolle Rafael speziell für die Produktion der Iron-Dome-Raketen eine separate Produktionsstätte auf deutschem Boden hochziehen. Die hier produzierenden Systeme beabsichtige man, an weitere europäische Länder zu verkaufen, einschließlich Deutschland. In Osnabrück sollen dabei ausdrücklich keine Geschosse gefertigt werden, weil die Herstellung von Waffen laut VW-Statuten ein „Tabu“ darstellt. Stattdessen begehren die Israelis Trägerfahrzeuge, Startvorrichtungen und Stromgeneratoren, die die Wolfsburger offenbar sehr wohl bereit sind, zu liefern, getreu der Devise: Bomben nein, Abschussrampen ja.

    „Profit kennt keine Moral“

    „So zu tun, als sei das keine richtige Rüstung, ist Augenwischerei“, bemerkte Aktivistin Herzberg im Gespräch mit den NachDenkSeiten. „Profit kennt keine Moral. Die VW-Bosse nehmen sich alles, was sie kriegen können.“ Sie hat Sorge, das Beispiel könnte Nachahmer finden, gerade weil VW als deutsches Vorzeigeunternehmen gilt. „Wer seine Wirtschaft darauf aufbaut, Waffen zu bauen, muss das mit deren Einsetzen rechtfertigen. Die Militarisierung erhöht das Risiko enorm, dass Deutschland wieder als Kriegspartei aktiv wird.“ Laut Financial Times unterstützt die Bundesregierung die Pläne für Osnabrück „aktiv“. Verwiesen wird auf „Bitten“ eines hochrangigen deutschen Beamten, Überkapazitäten im kriselnden Industriesektor des Landes zu nutzen.

    „Es wird höchste Zeit, dass die Kolleginnen und Kollegen bei VW zusammen mit der Stadtgesellschaft auf die Straße gehen“, betonte Herzberg. „Klare Kante gegen Kriegswirtschaft“ wünscht sie sich insbesondere von der Industriegewerkschaft Metall (IGM). Aber deren Führung laviert und beschwichtigt beim Thema. Eine Stellungnahme zum möglichen Rafael-Deal hat sich der Vorstand verkniffen. Dafür verschickte die Pressestelle am Mittwoch eine Stellungnahme aus der Abteilung Phrasenschwein: „An Gerüchten und Spekulationen“ beteilige man sich nicht, heißt es darin. Entscheidend sei, „dass tragfähige industrielle Perspektiven für das Werk entstehen“.

    IG-Metall-Führung auf Kurs

    Wie es klingt, wenn Gewerkschaftsfunktionäre die Sicherung von Arbeitsplätzen über alles stellen, Vernunft und Ethik inklusive, zeigt sich an den Einlassungen des Ersten Bevollmächtigten der IGM Osnabrück, Stephan Soldanski. Der outete sich im Dezember im Interview mit der Neuen Osnabrücker Zeitung (hinter Bezahlschranke) wortreich als Pazifist, der „grundsätzlich jegliche Formen von Krieg und Gewalt“ ablehne, um dann nachzuschieben: „Rüstung ist ja nicht gleich Rüstung“, wenn man „ganz genau“ hinschaue, würden „auch viele Fahrzeuge und weitere Produkte für die Rettung von Menschen oder gar zur reinen Abwehr produziert“. Nach dieser Logik ist Rafael für die IG Metall der optimale Partner, eben ein waschechter Friedensverteidiger.

    Soldanski sagte noch etwas: Zu glauben, die IG Metall könne es sich aussuchen, was an welchem Standort gefertigt wird, sei eine „Illusion“. Ergo macht man am Ende alles mit, was die Chefs als Beitrag für eine „nachhaltige Zukunft“ verkaufen, selbst wenn dies zahllose und namenlose Opfer andernorts die Zukunft, sprich ihr Leben kosten mag. Auch die Gesamt- und Konzernbetriebsratsvorsitzende der VW AG, Daniela Cavallo, hat kein Problem mit der Vorstellung eines VW-Konzerns im Dienst der Rüstungsindustrie. Gerade für Osnabrück sei dies „eine Option“, äußerte sie vor drei Wochen. Deutschland und Europa müssten unabhängiger werden im Bereich Verteidigung. „Die Welt hat sich stark verändert. Deshalb ist es wichtig, dass Europa dort ein Gegengewicht aufbaut.“

    Leere Versprechen

    Passiert nicht bald etwas in Osnabrück, könnten dort zur Jahresmitte 2027 die Lichter ausgehen und 2.300 Beschäftigte ohne Job dastehen. Ziel des Rafael-Engagements sei es, sämtliche Arbeitsplätze zu retten, „vielleicht sogar zu wachsen“, zitierte die FT eine namentlich nicht genannte Quelle. Herzberg gibt nicht viel auf solche Versprechen. Weder sei ausgemacht, dass alle Leute für die Produktion der fraglichen Komponenten qualifiziert seien, noch, ob überhaupt so viele gebraucht würden. Außerdem gebe es in der Rüstungsindustrie strenge Sicherheitsüberprüfungen, bei denen Mitarbeiter bis ins familiäre Umfeld hinein auf ihre staatsbürgerliche Gesinnung durchleuchtet werden. „Das Prozedere kann sich 18 Monate lang hinziehen. Wer will so lange auf einen Arbeitsplatz warten“, gab die Aktivistin zu bedenken.

    Sie setzt ohnedies auf aktive Gegenwehr sowie gute Argumente. „Wir brauchen endlich eine klare Ächtung für Arbeitsplätze in der Rüstungsindustrie. Krieg wird dort ermöglicht, wo die Waffen dafür gebaut werden“. Und wenn jeder Arbeitsplatz ein guter und erhaltenswerter wäre, „dann müssten wir auch Zuhälterei und Geheimdienste gut finden“. Letztlich gehe es bei der ganzen Rüstungskonversion „nicht um gute Arbeit, sondern um Profite für wenige“.

    Widerstand an der Basis

    Herzberg steht mit ihren Ansichten nicht allein. VW-Werktätige mit IGM-Mitgliedsausweis haben eine Unterschriftenkampagne mit dem Titel: „Nein zum Umbau auf Kriegswirtschaft!“ lanciert. „Aufrüstung und Kriegswirtschaft sind gegen die Interessen der Kolleginnen und Kollegen und unserer Familien und widersprechen unseren gewerkschaftlichen Zielen“, heißt es im Aufruf dazu, und weiter: „Unterstreichen wir unsere Losung ‚Kampf um jeden Arbeitsplatz!‘ und setzen wir uns aktiv für unser Ziel ‚Frieden, Abrüstung und Völkerverständigung‘ ein.“ Genauso steht es in der IGM-Satzung …

    Merci @simplicissimus pour avoir soulevé le sujet dans https://seenthis.net/messages/1164605

    #Israel #Allemagne #guerre #armement #militarisme #Osnabrück #voitures #wtf

  • Den Bruch mit NATO und USA wagen
    https://www.nachdenkseiten.de/?p=148273

    26.3.2026 on Sevim Dagdelen - Die bedingungslose Treue zur NATO und die Unterwerfung unter die USA treiben Deutschland in den sozialen und industriellen Abgrund. Wer den Ruin des Landes noch abwenden will, muss den Bruch endlich wagen.

    Wer wissen möchte, wie sehr außen- und sicherheitspolitische Fehlentscheidungen den Ruin eines ganzen Landes beschleunigen können, muss in diesen Tagen auf das transatlantische Bündnis, die unverbrüchliche Treue zur NATO und die bedingungslose Unterordnung der Bundesregierung gegenüber den USA blicken.

    Auf Druck von US-Präsident Donald Trump hatte sich die NATO auf dem letzten Gipfel in Den Haag selbst ein 5-Prozent-Ziel der Wirtschaftsleistung gegeben. Rekordsteigerungen der Militärhaushalte sind die Folge. Für Deutschland gilt damit eine Zielmarke von rund 220 Milliarden Euro für die Aufrüstung – allein in diesem Jahr waren es bereits 108 Milliarden Euro.

    Um die NATO-Vorgaben erreichen zu können, wurden die Schuldenregeln gelockert und die Neuverschuldung drastisch erhöht. Jetzt wird immer klarer, dass dies nicht reicht. Denn die Bundesregierung ist dabei, mit massiven sozialen Kürzungen Geld zur künftigen Erfüllung der NATO-Ziele zu beschaffen.

    Sozialabbau als NATO-Finanzierung

    Leuchttürme dieser Kürzungspolitik sind zum einen die Streichung der beitragsfreien Mitversicherung von Ehepartnern bei den Krankenkassen. Die diskutierten Pläne würden diese Haushalte überproportional treffen, denn zusätzliche Kosten von rund 225 Euro im Monat summieren sich auf etwa 2.700 Euro im Jahr und fallen unabhängig vom Einkommen an. Für Familien mit Mindestlohn bedeutet das einen Verlust von rund 13 Prozent ihres verfügbaren Einkommens, so der Sozialverband Deutschland (SoVD). Was von liberalen Journalisten noch als feministischer Move gefeiert wird, ist also in Wirklichkeit eine Existenzbedrohung für bis zu drei Millionen Menschen in Deutschland, insbesondere für Frauen. Eine Versicherungsleistung, die es in Teilen so bereits seit fast einem Jahrhundert gibt, wird gestrichen.

    Zusätzlich will die Bundesregierung den Menschen mit einer Mehrwertsteuererhöhung in die Taschen greifen, getarnt als Gegenfinanzierung einer Entlastung für kleine und mittlere Einkommen. Die diskutierte Erhöhung der Mehrwertsteuer um einen Prozentpunkt auf 20 Prozent würde Mehreinnahmen für die Bundesregierung von etwa 15 Milliarden Euro bedeuten. Bei 21 Prozent Mehrwertsteuer wären es rund 31 Milliarden Euro. Betroffen wären vor allem Arbeiter und Angestellte mit geringen Einkommen, für die die zusätzlichen finanziellen Belastungen in Verbindung mit der Explosion der Energiepreise zu einer Existenzfrage werden.

    NATO diktiert Haushalt, Wirtschaft und Soziales

    Die NATO-Mitgliedschaft Deutschlands bestimmt zunehmend die Haushalts-, Wirtschafts- und Sozialpolitik. Mit der exorbitanten Erhöhung der Militärausgaben wird Deutschland auf den Weg der USA zum Abbruch des Sozialstaats geschickt. Ausgabenkürzungen und Steuererhöhungen, die insbesondere ärmere Menschen treffen, sind die logische Folge dieser Politik.

    NATO-Mitgliedstaaten wie Spanien, die die US-Vorgaben nicht erfüllen, sollen mit Strafzöllen und Wirtschaftskriegen gefügig gemacht werden – denn die NATO ist kein Bündnis der Gleichen, sondern eine Hegemoniemaschine der USA.

    Energiezerstörung und Industriekollaps durch US-Abhängigkeit

    Die transatlantische Unterordnung gegenüber den Interessen der USA hat aber auch zur Zerstörung einer für ein Industrieland notwendigen Energieversorgung geführt. Die USA haben in der Vergangenheit alles getan, um Deutschland und Europa von der Energieversorgung durch Russland abzuschneiden, wahrscheinlich bis hin zur Unterstützung der Ukraine bei den Terroranschlägen auf die Nord-Stream-Pipelines. Die EU fungiert dabei als Interessenverstärker der USA, die nach und nach die Einstellung der russischen Energielieferungen auch über LNG dekretiert hat.

    In einer Situation aber, in der der Angriffskrieg der USA und Israels infolge der iranischen Gegenmaßnahmen die Öl- und Gaspreise explodieren lässt, hat sich die Bundesregierung völlig erpressbar gemacht von den Flüssiggas-Importen aus den USA. Trump nutzt diese Abhängigkeit brutal aus, um eine Beteiligung Deutschlands am Angriff auf den Iran zu erzwingen.

    Zugleich aber bedeutet die transatlantische Unterwerfung Deutschlands in der Krise die rasche Zerstörung immer größerer Teile der deutschen Industrie. Die Chemieindustrie in Deutschland kollabiert, während die USA durch ihre Energiealternativen profitieren. Auch Chip- und Autoindustrie stehen vor dem Aus, da hilft es auch nicht, Teile von VW wieder zum Rüstungsunternehmen umzubauen. Der Krieg gegen den Iran ist für die USA so auch eine Möglichkeit, die europäische Konkurrenz zu beseitigen oder zumindest entscheidend zu schwächen.

    Deutschland muss die bittere Erfahrung machen, dass die USA bereit sind, um ihren Niedergang als Welthegemon zu bremsen, die Verbündeten unter den Bus zu werfen. Wer die Verarmung der Bevölkerung und die Zerstörung der Wertschöpfung hierzulande abwenden will, muss aus dem Orbit der USA heraus. Frieden und Freundschaft mit Russland sowie gute Beziehungen zu den BRICS-Staaten werden für unser Land zu einer Existenzfrage.

    Wer jetzt nicht bereit ist, den Bruch mit den USA und der NATO zu wagen, der wird als Totengräber des Sozialstaats und der deutschen Industrie in die Geschichte eingehen.

    Wer jetzt als Kanzler nicht nach Moskau fährt, um über russische Energielieferungen für Industrie und Bevölkerung zu verhandeln, treibt sehenden Auges die Bürger Deutschlands in den Ruin.

    Wer nicht bereit ist, die US-Stützpunkte im Land zu schließen, von denen aus in Zukunft auch direkte Angriffe auf den Iran geführt werden könnten, und nicht bereit ist, die US-Raketenstationierung zu verhindern, die auf Moskau zielt, droht Deutschland zur Zielscheibe von Gegenmaßnahmen und zum Schlachtfeld zu machen.

    #Allemagne #économie #guerre #armement #politique #impérialisme #USA

  • How Iran calibrates escalation
    https://diaspora.psyco.fr/p/12351777

    ♲ Kim Perales - 2026-03-21 18:45:06 GMT
    https://toad.social/@KimPerales/116268643526270535

    “The Iranian strike on Dimona and the Haifa refinery following the Israeli attack on the South Pars gas field highlights a clear and consistent pattern:🚨ESCALATION managed through deliberate signaling.In both cases, we see effective command and control, with strategic guidance translating into precise operational execution at the tactical level…” D Citrinowicz #IranWar#Israel #Netenyahu #Trump #US #Iran #Retaliation #Deterrence #Escalation #NoKings #Protest #USPol

    • https://x.com/nikstankovic_/status/2035433719939436851

      Nik Stankovic
      @nikstankovic_
      2026-03-21

      Unmentioned in these reports of Iran hitting #Dimona, Israel’s nuclear weapons research center (missiles are unlikely to be there), is that Israel hit Iran’s nuclear research center #Natanz.

      #Iran is following the tit-for-tat strategy: what you hit here is what we hit there. You hit our bases, we hit your bases EVERYWHERE if they are used against us. You hit our our gas fields, we hit “your” gas fields. You hit our nuclear facilities, we hit your nuclear facilities.

      This is a strategy proven to lead to peace/deterrence. Something #Russia never accepted, which is why the #Ukraine war is in its 5th year.

      #Israel #USA

    • Different ways of #retaliation

      [...]

      This is not a gold rush. A rush implies speculation. This is rearmament. The PBOC is building reserves outside the dollar system. Chinese households are converting savings into a store of value independent of American financial infrastructure. Hainan’s free-trade port has become a gold shopping destination. Banks ration supply because demand exceeds every ceiling Beijing sets. The queue at ICBC is not for jewellery. It is for monetary sovereignty, purchased 600 kilograms at a time.

      The symmetry with Natanz is exact. The United States has bombed Iran’s nuclear facility five times in 16 years. The programme survives because nuclear knowledge cannot be destroyed by ordnance. China is building a gold reserve that the United States cannot reach because physical metal in a sovereign vault cannot be frozen by SWIFT exclusion. Both strategies operate on the same principle: the thing that matters most is the thing that cannot be taken away. For Iran it is the physics equation. For China it is the gold bar. Both are responses to the same American power projection. Both are designed to outlast it.

      The West is fighting a kinetic war over a strait it controls militarily. The East is fighting a monetary war over a reserve asset it controls physically. Both wars are happening on the same day. Neither side has acknowledged the other’s battlefield. The strait is 21 miles wide. The gold bar is 400 ounces. And the distance between them is the distance between the world that is ending and the world that is beginning.

      [...]

      citation d’ici :

      https://seenthis.net/messages/1163878

      #Chine #monnaie #armement #mobilité #USA #États-Unis #numérisation #science #energie #resources #SWIFT

  • Europe. Elnet, au service du business israélien de la guerre - Mathieu Rigouste - Sarah Benichou - Simon Mauvieux
    https://orientxxi.info/Europe-Elnet-au-service-du-business-israelien-de-la-guerre

    Fondé à Bruxelles en 2007, Elnet, le réseau d’influence favorable aux intérêts d’Israël, s’est fait connaître pour son entregent politique au sein des parlements d’Europe, voire de certains exécutifs en France ou en Allemagne. Implantée aussi en Italie, au Royaume-Uni, en Pologne et auprès des institutions européennes et de l’Organisation du traité de l’Atlantique Nord (OTAN) à Bruxelles, l’organisation non gouvernementale (ONG) encourage un soutien inconditionnel aux politiques coloniales et génocidaires de l’État sioniste en Palestine.

    Si son travail de plaidoyer politique est de plus en plus documenté, notamment auprès de députés ou de sénateurs
    2
    , Elnet assure aussi la promotion des industries militaires et sécuritaires israéliennes.
    .../...« combat proven » (« éprouvées au combat ») sur les Palestiniens, et servent à renforcer les liens avec des ministres « sensibilisés » aux intérêts d’Israël. Parmi les personnalités politiques qui y ont pris part ces trois dernières années figurent Aurore Bergé, actuellement chargée de l’égalité entre les femmes et les hommes et de la lutte contre les discriminations, Annie Genevard, à l’agriculture, ou Françoise Gatel, à la ruralité, la présidente de l’Assemblée nationale Yaël Braun-Pivet ou la secrétaire du groupe d’amitié France-Israël et députée de la 8e circonscription des Français de l’étranger Caroline Yadan, ainsi que de nombreux députés macronistes ou des Républicains.

    #Elnet #armement #Israël #Palestine #combat_proven
    #stratégie_d'influence #guerres_punitives

  • Iran : une guerre pour sauver le #dollar ?
    https://lvsl.fr/iran-une-guerre-pour-sauver-le-dollar

    La guerre en Iran ne fait pas que des perdants. Les commentaires médiatiques (du moins ceux qui ne cèdent pas à la psychose concernant le « risque nucléaire iranien ») mettent en avant la versatilité de Donald #Trump, ou parfois les intérêts géostratégiques américains dans le Golfe persique. Ils suggèrent en revanche que le conflit est irrationnel d’un point de vue économique, occasionnant une chute des indices boursiers. Il s’agit d’une lecture trop rapide des événements : le chaos généré par la guerre a généré une ruée vers le dollar, qui s’est sensiblement apprécié. La hausse des prix de l’énergie n’affectera que modérément les Etats-Unis, qui ont atteint l’autosuffisance en 2019 - mais permettra en revanche à leurs acteurs pétroliers de profiter d’une rentabilité nouvelle. Et pour le secteur de l’armement, il s’agit (...)

    #International #Les_États-Unis,une_puissance_menacée ? #armement #impérialisme #pétrole

  • Video shows US Tomahawk missile hit base next to bombed Iranian school | Iran | The Guardian
    https://www.theguardian.com/world/2026/mar/09/video-shows-us-tomahawk-missile-hit-base-next-bombed-iranian-school

    The evidence directly contradicts statements by the US president, Donald Trump, on Sunday that Iran was responsible for the school bombing. “In my opinion, based on what I’ve seen, that was done by Iran,” Trump said, without offering any evidence for his claim. “They’re very inaccurate, as you know, with their munitions. They have no accuracy whatsoever. It was done by Iran.”

    Munitions experts say the missile shown in the video is clearly a Tomahawk, which is only used by the US in the current conflict.

    New video footage shows a US Tomahawk missile hitting an Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) facility in Minab, Iran, on Feb 28, showing for the first time that the US struck the area.
    https://www.bellingcat.com/news/2026/03/08/video-shows-us-tomahawk-missile-strike-next-to-girls-school-in-iran

  • Hauptrüstungstreiber Deutschland
    https://www.german-foreign-policy.com/news/detail/10328%20

    Nous sommes les premiers !

    5.3.2026 - BERLIN (Eigener Bericht) – Europa ist gegenwärtig der stärkste Rüstungstreiber weltweit, Deutschland der bedeutendste Rüstungstreiber in Europa. Dies geht aus einer aktuellen Analyse der Londoner Denkfabrik International Institute for Strategic Studies (IISS) hervor. Demnach hat Europa seine Militärausgaben im vergangenen Jahr um 12,6 Prozent gesteigert, Deutschland sogar um 18 Prozent; der globale Durchschnitt lag bei 2,5 Prozent. Auf Europa entfallen damit 21 Prozent aller Aufwendungen für die Streitkräfte weltweit; auf Deutschland könnten, wenn Berlin den Wehretat auf 150 Milliarden Euro 2029 erhöht, fast sechs Prozent entfallen. Die Bundesrepublik stellt ein Prozent der Weltbevölkerung. Wie das IISS festhält, gelingt es den Staaten Europas zunehmend, ihre Rüstung bei heimischen Waffenschmieden produzieren zu lassen, um von US-Rüstungskonzernen unabhängiger zu werden. Ausnahmen sind – freilich besonders teure – Produkte der militärischen Luft- und Raumfahrtbranche, so etwa F-35-Kampfjets aus den USA. Das Ziel, einen Rüstungsboom zu entfachen, wird laut Experten wohl verfehlt. Dafür wären laut Ökonomen hohe Investitionen in die Bildung nützlich. Die aber ist dramatisch unterfinanziert.
    Militärausgaben: plus 18 Prozent

    Die Staaten Europas sind im vergangenen Jahr erneut die maßgebliche Triebkraft hinter dem Anstieg der globalen Rüstungsausgaben gewesen. Dies geht aus den jüngsten Statistiken des International Institute for Strategic Studies (IISS) von Ende Februar hervor. Laut der Denkfabrik mit Sitz in London stiegen die Militäretats weltweit im Jahr 2025 um real 2,5 Prozent auf 2,63 Billionen US-Dollar.[1] Das ist über das Vierfache des gesamten deutschen Bundeshaushalts, der für 2026 Ausgaben in Höhe von 525 Milliarden Euro – umgerechnet 610 Milliarden US-Dollar – vorsieht. Die Staaten Europas haben die Aufwendungen für ihre Streitkräfte im vergangenen Jahr um 12,6 Prozent auf 563 Milliarden US-Dollar erhöht und stellen nun 21 Prozent der globalen Rüstungsausgaben. 2022 waren es noch 17 Prozent gewesen. Zugleich stellen sie nicht einmal sieben Prozent der Weltbevölkerung.[2] Die Haupttriebkraft der europäischen Aufrüstung wiederum war dem IISS zufolge Deutschland, das seine Militärausgaben 2025 um 18 Prozent auf 95 Milliarden Euro – umgerechnet 107 Milliarden US-Dollar – aufgestockt hat. Erhöht Berlin seinen Wehretat wie angekündigt bis 2029 auf 150 Milliarden Euro, dann gäbe es allein fast sechs Prozent aller weltweiten Rüstungsaufwendungen aus. Deutschland stellt nur ein Prozent der Weltbevölkerung.
    Zwei Drittel aus Europa

    Dem IISS zufolge nehmen in Europa die Anstrengungen erkennbar zu, Rüstungsgüter nicht mehr etwa in den Vereinigten Staaten zu erwerben, sondern auf dem eigenen Kontinent. Wie die Denkfabrik mitteilt, wurden zwischen Anfang 2022 und Mitte 2025 bereits zwei Drittel aller Waffenkäufe in Europa getätigt. Signifikante Ausnahmen habe es lediglich in der militärischen Luft- und Raumfahrt gegeben.[3] Dies gilt beispielsweise für US-Kampfjets F-35, die zahlreiche europäische Staaten beschaffen, darunter die Bundesrepublik. Allerdings haben mehrere Regierungen in Europa begonnen, hohe Summen in Satellitenprogramme zu investieren, insbesondere Deutschland, das 35 Milliarden Euro bereitstellt, konstatiert das IISS; ein Großteil fließt jetzt an deutsche Firmen.[4] Laut IISS mangelt es Europa zudem an eigenem Risikokapital. Das sei ganz besonders in der Phase zu spüren, wenn erfolgreiche Start-ups weiter wüchsen und ihre Produktion ausweiten müssten, heißt es.[5] Regelmäßig werde dann noch auf US-Risikokapital zurückgegriffen. Allerdings mache sich mittlerweile bemerkbar, dass immer mehr Banken und Risikokapitalgeber die „ESG-Kriterien“ aufweichten oder fallenließen, die die Umwelt- bzw. Sozialverträglichkeit von Investitionen gewährleisten sollen und der Rüstung im Wege stehen. Dies könne zu einem stärkeren Finanzierungsanteil Europas führen.
    Milliarden für Kamikazedrohnen

    Exemplarisch lässt sich die Entwicklung an der jüngsten Bestellung von Drohnen durch die Bundeswehr nachvollziehen. Ende Februar hat der Haushaltsausschuss des Bundestages die Beschaffung von Kamikazedrohnen genehmigt und Aufträge an zwei deutsche Start-ups vergeben – an Helsing und Stark Defence. Im Fall von Helsing geht es um die Drohne HX-2, die für den Start ein Katapult benötigt. Bei Stark Defence handelt es sich um die Drohne Virtus, die eigenständig senkrecht startet und dabei mehrfach eingesetzt werden kann.[6] Der Auftrag an Helsing hat ein Gesamtvolumen von rund 1,5 Milliarden Euro; der Auftrag an Stark Defence beläuft sich auf 2,9 Milliarden Euro. Allerdings wurden beide Aufträge zunächst gedeckelt. In einem ersten Schritt werden Helsing rund 4.300 HX-2-, Stark Defence rund 2.200 Virtus-Drohnen liefern; der Preis beläuft sich jeweils auf 270 Millionen Euro.[7] Anschließend sollen beide Unternehmen Drohnen bis zum Gesamtpreis von jeweils einer Milliarde Euro bereitstellen. Der Preisdeckel wurde beschlossen, da die Drohnen noch nicht fertig entwickelt sind – und um den in der Rüstungsbranche üblichen Preissteigerungen entgegenzuwirken. Das volle Vertragsvolumen kann und soll durchaus ausgeschöpft werden; allerdings sind vorab penible Qualitäts- und Preiskontrollen vorgesehen.
    Bedenken wegen US-Finanziers

    Sowohl Helsing als auch Stark Defence legen Wert auf möglichst eigenständige europäische Produktion. Stark Defence hat im vergangenen Jahr angegeben, ausschließlich Bauteile deutscher Zulieferer zu nutzen.[8] Helsing wiederum ist auf sogenannte Resilience Factories spezialisiert – „hocheffiziente Produktionsanlagen“, wie es bei dem Unternehmen heißt, „die Nationalstaaten eine lokale und souveräne Fertigung ermöglichen“.[9] Helsings Finanziers kommen zum erheblichen Teil aus Europa, während zu den Geldgebern von Stark Defence unter anderem In-Q-Tel und Thiel Capital gehören; Erstere ist der Risikokapitalarm der CIA, Letztere ein Finanzvehikel des US-Oligarchen Peter Thiel, der als Mentor von Vizepräsident JD Vance gilt. Die Tatsache, dass Stark Defence von mächtigen US-Firmen finanziert wird, hat vor der Vergabe des Drohnenauftrags der Bundeswehr für einige Unruhe gesorgt; Verteidigungsminister Boris Pistorius bekräftigte „ausdrücklich“, er habe „Bedenken“ wegen der Finanzbeteiligung von Peter Thiel. Stark Defence musste bestätigen, dass Thiel Capital weniger als zehn Prozent der Anteile hält und vor allem keinerlei operativen Einfluss auf die Firmentätigkeit hat. All ihre Entwicklungs- und Produktionsstandorte lägen in Europa, teilte die Firma mit; auch sei der Aufsichtsrat komplett mit Personen aus Europa besetzt.[10]
    Rüstung statt Bildung

    Zur Begründung für das Bestreben, so weit wie möglich Waffen aus europäischer Produktion zu beschaffen, heißt es gewöhnlich, zum einen wolle man der Abhängigkeit von den USA entkommen. Zum anderen wird die Absicht genannt, die vielen hundert Milliarden Euro, die in den nächsten Jahren die Rüstung gesteckt werden sollen, nicht der US-Industrie, sondern Unternehmen in Deutschland und Europa zugute kommen zu lassen. Ziel sei es, mit Hilfe der Rüstung die darbende Wirtschaft anzufachen. Dass dies möglich sei, ist mittlerweile von zahlreichen Studien widerlegt worden. Im Juni vergangenen Jahres etwa ergab eine an der Universität Mannheim erarbeitete Untersuchung, dass Rüstungsausgaben lediglich einen sogenannten Fiskalmultiplikator von 0,5 erzielten; jeder investierte Euro erhöhe damit das Bruttoinlandsprodukt um nur 50 Cent.[11] Anders sei es bei Investitionen in die Infrastruktur oder in die Bildung, die einen Fiskalmultiplikator von 2 oder gar 3 erreichten. Wer also die Wirtschaft langfristig nachhaltig ankurbeln wolle, müsse in die Bildung investieren. Die Bundesregierung geht exakt den entgegengesetzten Weg. Dabei klagen Experten, Lehrer und Hochschullehrer sowie Schüler und Hochschüler schon lange über eine systematische und starke Unterfinanzierung des Bildungssystems – zu Lasten, wie Untersuchungen wie derjenigen aus Mannheim zu entnehmen ist, auch der Wirtschaft.

    [1] Global defence spending continues to grow amid geopolitical uncertainty. iiss.org 24.02.2026.

    [2] Es geht um die EU-Staaten sowie um die europäischen NATO-Staaten, die nicht der EU angehören, darunter etwa Großbritannien und Norwegen.

    [3] Berlin auf Rang vier. Frankfurter Allgemeine Zeitung 25.02.2026.

    [4] S. dazu Auf dem Weg in die erste Rüstungsliga (II) und Das deutsche Starlink.

    [5] Global defence spending. iiss.org 24.02.2026.

    [6] Thomas Wiegold: Bundestag gibt Mittel für Loitering Munition frei – unter Auflagen (Neufassung, mit Wortlaut Maßgabebeschluss, und Korrektur). augengeradeaus.net 25.02.2026.

    [7] Waldemar Geiger: Volle Beschaffung von Loitering Munition erst nach Preisprüfung möglich. hartpunkt.de 25.02.2026.

    [8] S. dazu Die Rüstungsregierung im Amt.

    [9] S. dazu „Resilience Factories“.

    [10] Nadine Schimroszik, Frank Specht: Drohnenfirma weist Einflussnahme durch Peter Thiel zurück. handelsblatt.com 20.02.2026.

    [11] Rüstung ohne Rendite: Warum der wirtschaftliche Effekt ausbleibt. uni-mannheim.de 30.06.2025.

    #Allemagne #armement

  • Tribune : « Le tabou nucléaire s’érode, et la France porte une part de responsabilité »
    https://www.obsarm.info/spip.php?article733

    L’hypothèse de l’usage du nucléaire comme gage de sécurité de l’Europe face aux menaces russes et au désengagement américain a « ouvert une boîte de Pandore », s’alarment, dans une tribune au « Monde », l’Observatoire des armements et ICAN France, qui appellent à un débat démocratique sur le sujet. En « réaction préventive », au discours que le président Macron prononce ce lundi 2 mars à l’île Longue sur la dissuasion nucléaire. Pendant des décennies, la prudence du langage contribuait à (…) #Armement_nucléaire

    / #Prolifération_nucléaire, #Armes_nucléaires, #Stratégies_nucléaires, #La_une

    https://www.obsarm.info/IMG/pdf/20260228_tribune_dissuasion_le_monde.pdf

  • Friedenskampf – amtlich bestätigt
    https://www.unsere-zeit.de/friedenskampf-amtlich-bestaetigt-4812148

    Die Monatszeitschrift der FDJ in der DDR mobilisierte im Mai 1950 für den Frieden und legte sich dabei mit US-Außenminister Dean Acheson an : „Über 500.000 mal 10 Unterschriften und 1.000 Friedensversammlungen bis zum Deutschlandtreffen. Mr. Acheson, sie verlieren !“ (Foto : Archiv IROKK)

    Depuis la fondation de l’état capitaliste allemand Bundesrepublik Deutschland les communistes sont le seul groupe politique allemand qui n’a jamais cessé d"agir contre la militarisation du pays et pour la paix.

    L’état les a persécuté, assassiné et interdit le parti communiste. Une camarade raconte comment se passait la résistance contre la création d’une armée sous contrôle des profiteurs de la dernière guerre .Son récit fait comprendre que la liberté politique promise par la constitunion ouest-allemande est transformée en mensonge par les forces armées des capitalistes au pouvoir.

    27.2.2026 von rno Neubauer - Vor 75 Jahren gab es in der Bundesrepublik massive Auseinandersetzungen um die Frage, ob Westdeutschland nach der Befreiung von Faschismus und Militarismus wieder eine Armee haben sollte. Die Befürworter der Wiederbewaffnung malten den russischen Teufel aus der So­wjet­union an die Wand. Viele von ihnen waren verbunden mit den Konzernherren, die an beiden Weltkriegen verdient hatten. Doch das Volk wehrte sich. Eine von ihnen war Hilde Wagner, geboren am 8. März 1924. Als junge Frau kämpfte die Kommunistin gegen die Remilitarisierung. Der hier dokumentierte Bericht ist Teil eines von Arno Neubauer geführten Interviews, das von der DKP Karlsruhe veröffentlicht wurde. Wir haben den Text gekürzt und redaktionell bearbeitet.

    UZ: Kannst du uns etwas zur Vorgeschichte der Remilitarisierung erzählen?

    Hilde Wagner: Im Oktober 1949 wurde das Petersberger Abkommen abgeschlossen, das die enge Zusammenarbeit der Militärs der westlichen Besatzungsmächte mit der Adenauer-Regierung beinhaltete. Gegen dieses Petersberger Abkommen hatte es große Demonstrationen gegeben, an denen auch ich teilgenommen habe. Damals wohnte ich in Mannheim und war dort aktiv in der FDJ. Ich erinnere mich an eine große Demonstration in der Mannheimer Neckarstadt, die von berittener Polizei brutal zusammengeschlagen wurde. Ich habe auch an der großen bundesweiten Demonstration der FDJ auf den Petersberg und nach Bonn teilgenommen, die dort ebenfalls brutal zusammengeschlagen wurde. Wie viele andere bezog auch ich Prügel, landete auf einem Polizeiauto und im Polizeigefängnis.

    Im August 1950 überreichte Bundeskanzler Konrad Adenauer dem US-Verteidigungsminister, der damals durch die BRD reiste, ein Memorandum über einen deutschen Verteidigungsbeitrag, das er noch nicht einmal vorher dem Bundestag vorgelegt hatte. Als der damalige Innenminister und spätere Bundespräsident Gustav Heinemann das Memorandum zur Einsicht verlangte, weigerte sich Adenauer, es auszuhändigen. Heinemann trat daraufhin aus Protest zurück

    Das alles machte die Bevölkerung hellhörig und sensibel und die Volksbewegung gegen die Remilitarisierung wuchs. Es entstand die „Ohne-mich-Bewegung“, die sich später zur „Ohne-uns-Bewegung“ entwickelte und breite Kreise Westdeutschlands erfasste. Das war zunächst eine spontane Reaktion der Bevölkerung auf die Pläne der Remilitarisierung. Der Widerstand äußerte sich in verschiedenen Formen. Das waren zunächst ganz individuelle Handlungen: Kriegerwitwen, Waisen, Invaliden – Opfer des Krieges also – schrieben Protestbriefe und führten Versammlungen durch. Damals entstand die Form der Stubenversammlungen: Man traf sich im kleinen Kreis von Freunden, Bekannten und Nachbarn, um über die Remilitarisierung zu reden. Bald tauchten Plakate und Klebezettel auf mit dem Zeichen F, das war das Synonym für Frieden.

    Der Bonner Vizekanzler Franz Blücher musste damals zugeben, dass 99 Prozent der westdeutschen Bevölkerung gegen die Remilitarisierung waren. Die „Ohne-mich-Bewegung“ wuchs und nahm allmählich organisierte Formen an.

    UZ: Wie kam es zur Volksbefragung?

    Hilde Wagner: Im Januar 1951 wurde eine Versammlung mit 1.700 Teilnehmern in Essen einberufen. Diese verlangten eine Volksbefragung: „Sind Sie gegen die Remilitarisierung und für den Abschluss eines Friedensvertrages mit Deutschland noch im Jahre 1951?“

    Die Öffentlichkeit reagierte positiv auf diese Forderung. In vielen Orten begannen dafür Unterschriftensammlungen, es kam zur Gründung von Aktionsausschüssen.
    091001 Hilde Wagner - Friedenskampf – amtlich bestätigt - DKP Karlsruhe, Faschismus, Friedenskampf, Hilde Wagner, Militarismus, Remilitarisierung - Theorie & Geschichte


    Hilde Wagner

    Obwohl die Behörden der Unterschriftensammlung für eine Volksbefragung Widerstand entgegensetzten und Schwierigkeiten machten, erbrachten die ersten Erfahrungen in einigen Städten und Dörfern eine Mehrheit von 80 bis 95 Prozent gegen die Remilitarisierung. In zahlreichen Städten fanden auch große Demonstrationen gegen die Remilitarisierung statt. Es entstand ein zentrales Arbeiterkomitee, das seinen Sitz in Essen hatte und das in allen Bundesländern Arbeiterkonferenzen organisierte. Es bildete sich ein Hauptausschuss der Volksbefragung. Ihm gehörten zahlreiche Persönlichkeiten an.

    UZ: Wie reagierten die Befürworter der Wiederbewaffnung?

    Hilde Wagner: Der Umfang der Volksbewegung erschreckte die regierenden Kreise der BRD. Während die Regierung der DDR bereit war, dort eine Volksbefragung durchzuführen, stellten als erste leider die sozialdemokratischen Abgeordneten im Bundestag in Bonn den Antrag, die Volksbefragung als ungesetzlich zu erklären. Das Verbot erfolgte am 24. April 1951.
    Zuvor hatte das Ministerium für gesamtdeutsche Fragen, das von Jakob Kaiser geleitet wurde, in verschiedenen Städten und Großbetrieben Plakate anbringen lassen, auf denen folgender Text stand:

    „Wer an der kommunistischen Volksbefragung teilnimmt, gefährdet den Frieden und stellt sich in den Dienst des Bolschewismus.“

    Der Bonner Innenminister Robert Lehr drohte, Polizeiverbände gegen die Teilnehmer der Volksbefragung einzusetzen. Es blieb nicht bei der Drohung. Es gab nicht nur den „Blutsonntag“, an dem Philipp Müller ermordet wurde, es gab zahlreiche Gewaltakte gegen Demonstrationen, etwa gegen 10.000 Opfer des Faschismus, die sich in Gelsenkirchen zu einer Friedenskundgebung versammelt hatten.

    UZ: Habt ihr euch davon aufhalten lassen?

    Hilde Wagner: Ungeachtet aller dieser Schikanen wurde die Volksbefragung von April 1951 bis April 1952 durchgeführt. Acht Millionen Bürger Westdeutschlands beteiligten sich daran. Sie sagten Nein zur Remilitarisierung und zur Politik der Spaltung Deutschlands.

    Bei der Durchführung der Volksbefragung gab es die unterschiedlichsten Formen und Methoden. Es gab Abstimmungen in Versammlungen von Parteien und Organisationen, in Betriebsversammlungen, Vereinsversammlungen, Kulturveranstaltungen, Kinos und Theatern. Es gab Abstimmungen vor Betrieben und in Wohnungen.

    Ich habe damals die Volksbefragung in Mannheim mitorganisiert und durchgeführt. Morgens standen wir vor den Betrieben und verteilten Flugblätter, welchen wir Stimmzettel beigefügt hatten. Den Kolleginnen und Kollegen teilten wir mit, dass wir nach Feierabend mit Urnen vor dem Betrieb stehen und die Zettel einsammeln würden. Wir baten sie, ihren Stimmzettel schon auszufüllen und abends in die Urne zu werfen, was von bis zu 90 Prozent der Belegschaften so gemacht wurde. Oft erschien die Polizei und beschlagnahmte unsere Urnen. Wir beriefen uns dann darauf, dass die Polizei die beschlagnahmten Gegenstände bescheinigen müsse und die Polizisten waren dazu auch bereit. Sie bescheinigten uns, soundsoviele Urnen, mit soundsovielen Stimmzetteln, davon soundsoviel Ja-Stimmen und soundsoviel Nein-Stimmen, beschlagnahmt zu haben. Damit hatten wir sozusagen rasch vor Ort die amtliche Bestätigung unserer Tätigkeit. Die Bescheinigungen lieferten wir dann beim Volksbefragungsausschuss in Mannheim ab.

    Wir führten auch sehr viele Volksbefragungen bei Hausbesuchen in Wohnungen durch. Mit einem Wort: Wir waren damals Tag für Tag, Woche für Woche unermüdlich für den Frieden unterwegs.

    UZ: Welche Rolle spielte die Jugend?

    Hilde Wagner: Im Kampf gegen die Remilitarisierung spielte die Jugend eine entscheidende Rolle – sie musste gewonnen und mobilisiert werden. Dabei hatte die FDJ einen großen Anteil mit eigenständigen Aktionen und in Bündnisaktionen. Ich war im Landessekretariat Baden-Württemberg für Personalpolitik zuständig und anleitende Sekretärin für den Schwerpunkt Mannheim. Ich habe viel vor Ort gearbeitet und mich in Mannheim an fast allem beteiligt, was dort gelaufen ist.

    Zum Beispiel an den Aktionen „Ami go home“, an den Aktionen zur Unterstützung eines KPD-Antrags, die neu einzuweihende „Kurpfalz-Brücke“ „Friedensbrücke“ zu nennen, an den Aktionen zur Vorbereitung der Volksbefragung, des Deutschlandtreffens und der Weltjugendfestspiele.

    UZ: Was habt ihr konkret getan?

    Hilde Wagner: Wir hatten im Landessekretariat beschlossen, dass alle Gruppen, natürlich auch Mannheim, eine große Anzahl Losungen „Ami go home“ malen sollten. Das war nicht ganz einfach, denn wenn man beim Malen dieser Losung erwischt wurde, wanderte man ins Gefängnis. Ich diskutierte mit den Freunden in Mannheim darüber. Viele nachdenkliche Gesichter – bis sich einer meldete und selbstbewusst erklärte, er werde mit mir zusammen allein 50 Losungen anbringen.
    Gesagt, getan, los ging’s: Ein alter Koffer wurde mit Filzbuchstaben „Ami go home“ ausgestattet und mit Büchern gefüllt, damit der Stempeldruck stark genug war. Die Filzbuchstaben wurden mit roter Farbe getränkt. Dann spazierten wir – als Liebespaar getarnt – Arm in Arm durch die Straßen der Mannheimer Innenstadt. Bei Dunkelheit, versteht sich, damit man nicht gleich sehen konnte, dass überall dort, wo der Koffer abgestellt wurde – und das war oft der Fall –, eine Losung stand.

    Wir wurden übrigens bei unserem Bummel von der Polizei kontrolliert, denn mein Begleiter war der Mannheimer Polizei ein Dorn im Auge und sein gemächlicher Spaziergang war ihnen nicht geheuer. Aber im zu öffnenden Koffer lagen tatsächlich nur alte Romane und Krimis und sie konnten nichts machen. Natürlich musste der Kumpel noch in derselben Nacht für eine Zeit lang aus Mannheim verschwinden, denn bei hellem Licht am Tage war klar, was der Spaziergang bezweckt hatte.

    Bei der Brückeneinweihung hatten wir trotz starker Polizeibewachung am Neckarufer das Gras so geschnitten, dass eine Losung sichtbar wurde; und während der Festansprache durch den Mannheimer OB kam ein hübsches, selbst gebasteltes Schiff angeschwommen mit einem Transparent: „Diese Brücke soll Friedensbrücke heißen.“

    UZ: Die Regierung spitzte die Lage zu und ihr habt umso entschlossener reagiert …

    Hilde Wagner: 1950/51 ging die Adenauer-Regierung dazu über, Westdeutschland in eine Militärbasis zu verwandeln. In Brücken wurden Sprengkammern eingebaut, Straßen, ja ganze Gebiete wurden unterminiert, etwa die Schwarzwaldhochstraße und der Rhein. Wir FDJler kämpften dagegen konsequent an. Es gab viele Aktionen, in denen die Sprengkammern wieder aus den Brücken ausgebaut wurden.

    Im Sommer 1950 organisierte die FDJ zusammen mit anderen Jugendorganisationen einen großen Protestmarsch gegen die Unterminierung der Loreley. Damals fuhren wir mit Lkws (es gab noch nicht so viele Autos wie heute und Busse waren zu teuer) nach Bingen. Die Polizei und die französische Besatzungsmacht versuchten mit allen Mitteln, die Aktion zu verhindern. Man prügelte uns, schlug mit Gewehrkolben auf uns ein, verhaftete viele von uns, aber die Demonstration und Kundgebung hat stattgefunden. Oder ein weiteres Beispiel für unsere damaligen Aktionen: Im Jahr 1951 wurde die Insel Helgoland von den englischen Besatzungstruppen als Übungsgelände für Bombenabwürfe benützt. Im Februar 1951 landeten sieben junge Menschen – FDJler, Vertreter der Gewerkschaftsjugend, der Falken und der Naturfreundejugend – auf der Insel, um die Einstellung der Bombardierung zu erzwingen. Trotz Bombendrohung, trotz Verschleppung von der Insel und einem Gerichtsprozess landeten zwei Monate später 13 Jugendliche verschiedener Jugendorganisationen zum zweiten Mal auf Helgoland und im März 1952 mussten die Bombenabwürfe eingestellt werden.

    UZ: Dann wurde die FDJ verboten.

    Hilde Wagner: Wir hatten gewusst, dass das Verbot ausgesprochen würde, es traf uns nicht überraschend. Aber wir hatten uns vorgenommen, nicht so sang- und klanglos von der politischen Bühne zu verschwinden.

    Deshalb organisierten wir zum Wochenende nach dem Verbot in Baden-Württemberg eine Landeskonferenz. Sie war für Mannheim vorgesehen, dort aber nicht durchführbar, weil wir rechtzeitig erfahren hatten, dass die gesamte Bereitschaftspolizei in Mannheim in Einsatzbereitschaft versetzt worden war. Also fuhren wir mit Zügen, Pkws und Fahrrädern nicht nach Mannheim, sondern nach Karlsruhe-Durlach.

    In Durlach auf dem Lerchenberg hatten die Genossen Gerda und Otto Schneider ein Lokal. Hinter dem Lokal war ein Steinbruch und in diesem Steinbruch führten wir eine ordentliche Konferenz durch. Von Otto Schneider wurden wir mit Getränken versorgt, und nach ordnungsgemäßem Abschluss begaben wir uns in kleinen Trupps nach Durlach. Dort formierten wir uns am Fuß des Turmbergs, zogen Jacken und Pullover aus, darunter trugen wir unsere Blauhemden. Dann wurden die FDJ-Fahnen entrollt und wir demonstrierten bis zum Marktplatz Durlach. Dort lösten wir uns ordnungsgemäß auf und gingen nach Hause. Die Polizei war nicht rechtzeitig zur Stelle. Sie waren zu wenige in Durlach, das Gros befand sich in Mannheim.

    #Allemagne #RFA #histoire #armement #mouvement_pour_la_paix #communistes #résistance #répression

  • Alexandria Ocasio-Cortez gibt auf der Münchner Sicherheitskonferenz ihr Debüt als imperialistische Strategin
    https://www.wsws.org/de/articles/2026/02/14/pers-f14.html

    Alexandria Ocasio-Cortez nimmt an einer Anhörung im Kapitol teil, 22. Januar 2026 Photo: Allison Robbert/WSWS

    Les camarades trotzkistes précisent les information sur #AOC . Elle est le joli visage de l’impérialisme génocidaire.

    14.2.2026 - Der Auftritt der Kongressabgeordneten Alexandria Ocasio-Cortez auf der Münchner Sicherheitskonferenz (MSC) an diesem Wochenende ist eine Demonstration der wesentlichen politischen Funktion sowohl von AOC selbst als auch der Democratic Socialists of America (DSA), der politischen Organisation, der sie zu Beginn ihrer Karriere im Jahr 2018 beitrat.

    Die DSA ist keine sozialistische Organisation, sondern eine „linke“ Fraktion der Demokratischen Partei, einer der beiden großen Parteien der amerikanischen Kapitalistenklasse. Sowohl die DSA als auch AOC selbst sind überzeugte Verfechter des amerikanischen Imperialismus.

    AOC wird auf Einladung der deutschen Organisatoren, die in enger Verbindung mit dem Sicherheitsapparat des Landes stehen, an zwei Panels der Konferenz teilnehmen. Dort wird sie der Außenpolitik der Demokratischen Partei ihre Stimme geben, deren Differenzen mit dem faschistischen Präsidenten Donald Trump sich hauptsächlich um die Reduzierung der militärischen Unterstützung der USA für den Krieg in der Ukraine gegen Russland drehen.

    Die gesamte Münchner Konferenz steht im Zeichen des sich zuspitzenden Konflikts zwischen den Vereinigten Staaten und Europa, zu dessen Brennpunkten neben der Ukraine auch Trumps Forderung nach der Abtretung Grönlands an die USA und die Anwendung von Zöllen gegen ehemalige Verbündete gehören, womit er sowohl wirtschaftliche als auch sicherheitspolitische Vorteile anstrebt.

    Die MSC, die seit 1963 jährlich im Luxushotel Bayerischer Hof stattfindet, wurde während des Kalten Krieges als „Wehrkundetagung“ von Ewald-Heinrich von Kleist-Schmenzin mit dem ausdrücklichen Ziel gegründet, das westliche Militärbündnis zu festigen. Kleist-Schmenzin selbst war im Dritten Reich Offizier der Wehrmacht gewesen.

    Der ukrainische Präsident Wolodymyr Selenskyj wird in München den jährlichen Ewald-von-Kleist-Preis entgegennehmen. Selenskyj hat die Präsidentschaftswahlen vor fast zwei Jahren abgesagt, regiert aber weiterhin als Chef eines Polizeistaats, der unter dem Druck des russischen Militärs zusehends zerbricht.

    Seit mehr als sechs Jahrzehnten ist die Münchener Sicherheitskonferenz der wichtigste Ort, an dem NATO-Vertreter, Verteidigungsminister, Führungskräfte der Rüstungsindustrie, Geheimdienstchefs und die politische Elite von beiden Seiten des Atlantik den strategischen Konsens koordinieren, der die Grundlage für die militärische Vorherrschaft des Westens bildet.

    Die Gästeliste liest sich wie ein Who-is-Who der Kräfte, die den Irak-Krieg begonnen, die NATO entgegen wiederholter Warnungen nach Osten erweitert, Saudi-Arabien für den Krieg im Jemen bewaffnet und die bedingungslose militärische Unterstützung Israels aufrechterhalten haben. Die Rüstungskonzerne Lockheed Martin, Raytheon und BAE Systems gehören zu den Sponsoren des Programms. Ocasio-Cortez hat sich entschieden, bei dieser üblen Versammlung ihr Debüt als „linke“ Vertreterin des amerikanischen Imperialismus zu geben.

    Mehrere andere mögliche Präsidentschaftskandidaten der Demokraten nehmen an der Konferenz teil, darunter der kalifornische Gouverneur Gavin Newsom, die Gouverneurin von Michigan, Gretchen Whitmer, und der Senator von Arizona, Ruben Gallego. In einem Presseinterview sagte Gallego: „Wir tun unser Bestes, um sicherzustellen, dass die Welt weiß, dass die Trump’sche Weltsicht nicht die vorherrschende Sicht der Außenpolitik ist.“

    Doch es ist Ocasio-Cortez, deren Anwesenheit die größte mediale Aufmerksamkeit auf sich gezogen hat, denn ihr Auftritt ist ihr erster großer Sprung in die Schlangengrube der imperialistischen Politik. Ihr Vorstoß wurde weithin als Vorbereitung auf einen Wahlkampf im Jahr 2028 interpretiert, entweder für den US-Senat im Bundesstaat New York, also für den Sitz, den derzeit der Minderheitsführer im Senat, Chuck Schumer, innehat, oder für die amerikanische Präsidentschaft. AOC selbst regte Spekulationen über ihre politischen Ambitionen an, indem sie eine Umfrage twitterte, die zeigt, dass sie in einer hypothetischen Präsidentschaftswahl 2028 den derzeitigen Vizepräsidenten JD Vance besiegen würde.

    Vor allem in den letzten zwei Monaten gab es eine sorgfältig geführte Pressekampagne, um ihr politisches Ansehen zu erhöhen und sie als führende Persönlichkeit im Kongress zu positionieren, falls die Demokraten im November die Kontrolle über das Repräsentantenhaus erringen sollten, und als potenzielle Präsidentschaftskandidatin, die man ins Spiel bringen könnte, um eine eventuelle Radikalisierung unter Massen von Arbeitern und Jugendlichen abzuwenden.

    Ein Jubelartikel in der New York Times, der letzte Woche unter der Überschrift „Alexandria Ocasio-Cortez betritt eine größere Bühne“ veröffentlicht wurde, kündigte ihren bevorstehenden Besuch bei der Sicherheitskonferenz an und nannte ihn „laut Mike Casca, ihrem Stabschef, ihre wichtigste Auslandsreise seit ihrem Amtsantritt. Es wird erwartet, dass sie dort eine linke Alternative zu Herrn Trumps spontaner Herangehensweise in der Weltpolitik präsentieren wird.“

    Das nennt man „in Form gebracht werden.“ Doch so viel Formung ist gar nicht nötig. AOC ist, ohne einen einzigen unabhängigen Gedanken in ihrem Kopf, Knetmasse in den Händen der Manager.

    Ihre vermeintlich radikale Rhetorik und ihre große Fangemeinde in den sozialen Medien, insbesondere unter jungen Menschen, machen Ocasio-Cortez zu einer wertvollen Figur für den amerikanischen Imperialismus. AOC wird ins Rampenlicht geschoben, um die Politik der Demokratischen Partei für einen totalen Krieg in der Ukraine populistisch zu beschönigen.

    Sie spricht für den Teil der amerikanischen Bourgeoisie, der unverrückbar auf den Krieg und eine direkte militärische Konfrontation mit der Nuklearmacht Russland setzt. Damit bleibt sie dem politischen Erbe der DSA treu, die von ehemaligen Shachtman-Anhängern gegründet wurde, die im Antikommunismus des Kalten Krieges verwurzelt sind und Wladimir Putin trotz seiner offenen Ablehnung der russischen Revolution verteufeln.

    Ocasio-Cortez begann ihre eigene politische Karriere 2018 nach einem Praktikum als Assistentin von Senator Edward Kennedy, wobei sie sich auf Fragen der Migration und der Außenpolitik konzentrierte und einen kurzen Abstecher in die Wirtschaft machte. Sie kandidierte als „Aufständische“ und stürzte den Amtsinhaber Joe Crowley in den demokratischen Vorwahlen in einem stark von Lateinamerikanern bewohnten Bezirk in Queens und der Bronx. Sie schloss schnell ihren Frieden mit der Führung der Demokraten im Kongress und erhielt von Nancy Pelosi wichtige Aufgaben in den Ausschüssen und der Partei.

    Während ihrer sieben Jahre im Kongress stimmte AOC für die Illegalisierung eines Streiks von 100.000 Eisenbahnern und die Durchsetzung eines Vertrags, den die Arbeiter abgelehnt hatten. Sie stimmte für die Bereitstellung von Waffen im Wert von 40 Milliarden Dollar für die rechtsextremen Kräfte in der Ukraine und unterstützte den Krieg der USA und der NATO gegen Russland, der zu einem nuklearen Holocaust führen könnte. Sie stimmte während des Völkermords in Gaza für die US-Militärhilfe für Israel und verurteilte pro-palästinensische Demonstranten in den USA als antisemitisch.

    In Interviews mit NBC News am Donnerstag sagte Ocasio-Cortez über ihre Reise nach München: „Es ist sehr wichtig, dass sie das gesamte Spektrum der Repräsentation, Führung und des Denkens der Vereinigten Staaten sehen.“

    Ihr oberster außenpolitischer Berater, Matt Duss, ein ehemaliger Berater von Senator Bernie Sanders, behauptete, AOC würde eine „Perspektive der Arbeiterklasse“ für die Außenpolitik bieten. „Sie glaubt, dass die USA eine wichtige Rolle in der Welt spielen müssen, aber militärische Interventionen sind nicht der richtige Weg dazu. Und es gibt eindeutig eine starke Wählerschaft in diesem Land, die dem zustimmt. Das ist eine Wählerschaft, die Trump und Vance ansprechen.“

    Es stimmt, dass Trump und Vance versucht haben, sich fälschlicherweise als Gegner „endloser Kriege“ darzustellen. Aber sie konnten diesen Schein nur aufrechterhalten aufgrund des Militarismus der Biden-Regierung und der Demokraten, die die volle Unterstützung von Ocasio-Cortez, Sanders und der DSA hatten.

    Ocasio-Cortez erklärte ihre Solidarität mit Biden in einem Interview mit der New York Times im Jahr 2023, was die World Socialist Web Site wie folgt kommentierte:

    Die wichtigste Aussage in dem Interview bestand darin, dass Ocasio-Cortez jegliche Opposition gegen den amerikanischen Imperialismus zurückwies. „Meine außenpolitischen Ziele würde ich nicht unbedingt als oppositionell zu denen des Präsidenten oder der Vereinigten Staaten bezeichnen“, erklärte sie. „Ich bin ein Mitglied des Kongresses. Ich habe einen Eid auf dieses Land geschworen, und ich nehme diesen Eid sehr ernst.“

    Die WSWS erklärte weiter:

    Ocasio-Cortez sagt, sie habe „einen Eid auf dieses Land geschworen“, aber in Wirklichkeit hat sie einen Eid darauf abgelegt, die Interessen der amerikanischen herrschenden Klasse im In- und Ausland zu wahren.

    In dem ganzen Interview fällt das Wort „Sozialismus“ kein einziges Mal. Tatsächlich bestätigt das Interview in seiner Gesamtheit, dass die DSA und AOC ebenso viel mit Sozialismus zu tun haben wie die CIA. Vom Standpunkt der Politik und der Ziele aus gesehen, sind die Initialen praktisch austauschbar.

    Drei Jahre später gibt es keinen Grund, irgendetwas an dieser Einschätzung zu ändern.

    #Armement #bllicistes #guerre #Ukrain #Russie #Allemagne #USA #politique #socialdémocrates #DSA #impérialisme

  • Renault fabricant de drones, une nouveauté qui divise ses salariés | Mediapart
    https://www.mediapart.fr/journal/economie-et-social/160226/renault-fabricant-de-drones-une-nouveaute-qui-divise-ses-salaries

    600 unités par mois

    Au Mans, le dossier paraît se concrétiser plus vite qu’à Cléon, à tout le moins en matière de transparence vis-à-vis des salarié·es. Sur le site sarthois, qui emploie environ 1 800 salarié·es, la direction a récemment organisé un comité social et économique (CSE) extraordinaire dédié au sujet des drones militaires. « Il nous a été dit qu’un bâtiment servant actuellement de stockage allait être dédié à l’assemblage des drones », rapporte Richard Germain, de la CGT. « L’année 2026 devrait être consacrée à la fabrication de prototypes, pour démarrer les commandes fermes en 2027 », précise-t-il. Sur place, 60 salarié·es devraient être concerné·es par cette nouvelle production.

    #drones #le_mans #industrie_de_l'armement #renault

  • Israël a utilisé des armes qui ont fait évaporer des milliers de Palestinien.nes
    https://ricochets.cc/Israel-a-utilise-des-armes-qui-ont-fait-evaporer-des-milliers-de-Palestini

    Une enquête d’Al Jazeera révèle comment des munitions thermiques et thermobariques fournies par les États-Unis, brûlant à 3.500°C, n’ont laissé aucune trace de près de 3.000 Palestinien.nes - Al Jazeera - par Mohammad Mansour - 10 février 2026 #Les_Articles

    • Des experts juridiques ont déclaré que l’utilisation de ces armes aveugles implique non seulement Israël mais aussi ses fournisseurs occidentaux.

      « C’est un génocide mondial, pas seulement israélien », a déclaré l’avocate Diana Buttu, enseignante à l’Université Georgetown au Qatar.

      S’exprimant lors du Forum Al Jazeera à Doha, Buttu a soutenu que la chaîne d’approvisionnement est une preuve de complicité. « Nous voyons un flux continu de ces armes en provenance des États-Unis et d’Europe. Ils savent que ces armes ne font pas la distinction entre un combattant et un enfant, pourtant ils continuent de les envoyer. »

      Buttu a souligné qu’en vertu du droit international, l’utilisation d’armes qui ne peuvent pas faire la distinction entre combattants et non-combattants constitue un crime de guerre.

      « Le monde sait qu’Israël possède et utilise ces armes interdites », a déclaré Buttu. « La question est de savoir pourquoi ils sont autorisés à rester en dehors du système de responsabilité. »

    • Investigation must be opened into Israel’s potential use of banned thermal weapons, which cause victims’ bodies to melt or evaporate

      An international committee of experts must be established to look into the weapons Israel has been using as part of its genocide in the Gaza Strip, ongoing since 7 October 2023, including the potential use of bombs that produce such high heat that victims’ bodies evaporate.

      Testimonies received by Euro-Med Human Rights Monitor reveal a horrific new level of killing in the Strip: victims whose bodies appear to have evaporated or melted as a result of Israel’s bombing of residential homes.

      The Israeli army’s use of massive destruction in entire residential squares during its genocidal war on the Gaza Strip has resulted in a shockingly high number of casualties. This raises fears about the potential use of “thermal weapons”, or what are known as “vacuum bombs”, which are well-known in military circles for their efficacy in demolishing caves and underground tunnel complexes.
      Thousands of victims remain missing, either because it was impossible to recover them from under the debris in light of insufficient equipment and technical know-how, or because their bodies were either hidden by the Israeli army or no longer exist. A number of the victims killed in these horrifying Israeli raids on residential buildings have vanished and may have turned to ashes, raising questions about the type of bombs used in the attacks.

      Ahmed Omar lost 15 members of his family, including his parents, in an Israeli airstrike on their Gaza City home on 15 October 2023. Omar told Euro-Med Monitor that family members and civil defence teams made strenuous attempts to retrieve the victims’ bodies after the Israeli attack. However, no trace of the bodies of three victims—Raghad Saleh Farwaneh, 14, Ola Saleh Farwaneh, 7, and Rahaf Ahmed Qanita, 8—was discovered, despite their presence in the house at the time of the attack.

      Jamal Awni lost seven family members in an Israeli bombing on a home they had fled to in the central Gaza Strip city of Deir al-Balah on 6 January 2024. Awni told Euro-Med Monitor that all efforts to find his 28-year-old daughter Shaima had been unsuccessful, amid concerns that her body had vanished.

      Furthermore, the Gaza Civil Defense Service has released several statements concerning the dissolution of victims’ corpses, and their conversion into ashes. These statements have included information on the mass grave discovered in the Nasser Medical Complex in Khan Yunis, in the south of the Gaza Strip, in April 2024.

      An international investigation must be launched into Israel’s probable use of internationally banned weapons, including thermobaric bombs, which operate by first using small conventional explosives to create a cloud of highly flammable particles or droplets. A second explosive device then ignites the cloud of combustible materials, producing extremely high temperatures of up to 2500 degrees Celsius, which cause severe burning of skin and internal body parts, charring corpses to the point of complete melting or evaporation, particularly in areas where the explosion cloud is denser. Investigators must determine the precise type(s) of weapon used; preliminary estimates indicate that certain bodies may also have begun to decompose into ash sometime after death—a result of conditions brought on by thermal bombs.

      The Hague Conventions of 1899 and 1907, the Geneva Conventions of 1949, and international humanitarian law all forbid the use of thermal bombs against civilians in populated civilian areas. The Rome Statute of the International Criminal Court also classifies the use of thermal bombs as a war crime.

      Israel has a long record of breaking major international humanitarian law, such as by disregarding the principles of protection in armed conflicts, including military necessity, distinction, and proportionality. This is especially true during Israel’s current military assault on the Gaza Strip, with its frequent launching of devastating attacks without regard for civilian lives and safety.

      The Israeli army has used and continues to use a variety of weapons and ammunition, in addition to its use of disproportionately destructive force, against Palestinian civilians as well as their property. This is in violation of international humanitarian law, including the 1949 Fourth Geneva Convention, which specialises in the protection of civilians in times of war.

      The findings of investigations by certain credible international organisations and bodies into Israel’s ongoing genocide, along with the startling statistics about the number of people killed and the extent of the destruction in the Gaza Strip, support the possibility that Israel has committed war crimes and crimes against humanity. In and of itself, this requires an extensive international legal and judicial investigation, accountability mechanisms, and serious work to hold Israeli leaders and soldiers accountable, ensure that they face consequences, and provide compensation to victims and their families in compliance with international law.

      https://euromedmonitor.org/en/article/6290

  • Ci avvelenano, ma servono al riarmo: dall’Ue via libera ai #pfas nell’industria bellica

    La Commissione europea si appresta ad ampliare deroghe sugli inquinanti per le aziende del comparto militare, mentre uno studio del Parlamento propone esenzioni illimitate sui pfas. Intanto la Nato stessa avvia sperimentazioni per trattare le basi contaminate. Marcolungo: «Così si privilegia l’industria rispetto ad ambiente e salute»

    Contaminano acqua e suolo per centinaia di anni, penetrano nel corpo umano attraverso la catena alimentare e si accumulano nel sangue e nei tessuti causando tumori, infertilità, danni agli organi e persino al feto durante la gravidanza. Ma servono all’industria bellica, che nell’era del riarmo non può permettersi – almeno, così viene raccontato – di farne a meno. Così, mentre in Europa continuano a emergere dati sull’estensione e la gravità della contaminazione da pfas (acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche, chiamati anche “inquinanti eterni”) e proseguono le discussioni per limitarne la produzione e l’uso, sono già sul tavolo deroghe ed esenzioni per il comparto militare.

    «Deroghe illimitate»: lo studio del parlamento europeo

    Il tassello più recente risale allo scorso dicembre, quando il parlamento europeo ha pubblicato uno studio sul “ruolo dei pfas come fattori della competitività dell’industria europea”. Realizzato dalla società di consulenza britannica Rpa Ltd su richiesta della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, il documento analizza l’utilizzo di queste sostanze in alcuni settori strategici, tra cui la difesa e l’aerospazio, la disponibilità di alternative e l’impatto potenziale delle restrizioni in discussione. Il quadro che emerge delinea un utilizzo molto ampio degli inquinanti eterni nell’industria bellica: sono impiegati nella produzione di armi, munizioni, apparecchi elettronici a uso militari, componenti di mezzi aerei, navali e terrestri, dispositivi di protezione individuale e schiume antincendio. Sostituirli, sostiene lo studio, sarebbe spesso infattibile e le proposte di restrizione attualmente in discussione produrrebbero “perdite economiche sostanziali e impatti occupazionali, con rischi per la competitività globale dell’Europa”. Si raccomandano quindi “deroghe illimitate per l’aerospazio, la difesa e i semiconduttori”, vista la “crescente insicurezza geopolitica globale”, e “l’esclusione dei gas fluorurati (o f-gases, di cui l’Ue ha già deciso l’abolizione entro il 2050, ndr) dalle restrizioni”.

    “È uno studio estremamente superficiale e carente dal punto di vista scientifico, il che conferma quanto la narrazione sui pfas sia distorta in favore dell’industria – commenta Christine Hermann, responsabile delle politiche in materia di sostanze chimiche presso l’ong European environmental bureau –. La richiesta di deroghe illimitate mostra che non c’è alcuna volontà di assumersi la responsabilità degli impatti sull’ambiente e sulla salute né di sviluppare alternative. D’altro canto, perché le aziende avrebbero dovuto farlo se non c’è alcun obbligo?”. “Che non ci siano alternative ai gas fluorurati è falso – aggiunge la professoressa Claudia Marcolungo, docente di Diritto ambientale presso l’Università di Padova –. Diversi studi hanno mostrato che ne esistono di praticabili, efficienti ed economicamente sostenibili”.

    Restrizioni pfas, per l’industria bellica deroghe sempre più ampie

    Di deroghe per l’industria bellica si parla già dal 2023 quando, su iniziativa di cinque Stati membri (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia), ha preso avvio la discussione per limitare l’uso e la produzione di 10mila pfas in tutta l’Unione. La prima proposta prevedeva una deroga per consentire per ulteriori 12 anni l’utilizzo di queste sostanze per la refrigerazione e il condizionamento dell’aria nei veicoli militari, pur riconoscendo “potenziali perdite sostanziali in termini di benessere per i dipendenti del servizio militare”. Lo scorso agosto, la deroga proposta è stata allargata per coprire anche “applicazioni militari ed esplosivi”, con emissioni aggiuntive stimate in 17mila tonnellate di pfas. L’intero comparto militare, si legge nei documenti, sarebbe responsabile della produzione di più di 2mila tonnellate di inquinanti eterni ogni anno.

    Eppure, come ammettono gli stessi autori, l’analisi sull’impatto delle deroghe è limitata dalla scarsa disponibilità di informazioni: “La riservatezza in settori come quello militare ostacola la stima dell’impatto in termini di costi, per cui nessuna valutazione quantitativa è stata realizzata”, si legge nei documenti ufficiali che accompagnano la proposta. “Qualsiasi restrizione dipende dalla disponibilità di informazioni e abbiamo visto in passato che dove queste sono scarse, le autorità sono piuttosto restie a porre limitazioni – continua Hermann –. È evidente che, nella proposta di restrizione, il settore militare non è stato valutato con lo stesso livello di attenzione e precisione degli altri”.
    Contaminazione da pfas nelle basi militari: l’allarme Nato

    Quello che è certo è che l’inquinamento da pfas tocca già diverse aree militari: “La contaminazione sta interessando i siti della Nato e delle forze armate alleate, ponendo seri problemi alle operazioni e all’ambiente, con ripercussioni su suolo, acque, attrezzature e aree di addestramento”, si legge in un comunicato pubblicato dello scorso novembre dall’Organizzazione per la scienza e la tecnologia dell’Alleanza, che ha annunciato l’avvio di una sperimentazione internazionale per sviluppare tecnologie di trattamento, citando un “bisogno urgente”. I partecipanti selezionati (aziende, istituzioni accademiche o enti governativi) saranno ospitati nel corso del 2026 in una base militare canadese dove riceveranno fino a un metro cubo di terra contaminata per realizzare test.

    Non solo pfas: per la difesa meno vincoli sulle sostanze chimiche

    I tentativi di liberare l’industria bellica dai vincoli pensati per tutelare l’ambiente e la salute non riguarda solo i pfas. Lo scorso 17 giugno, nell’ambito del piano di riarmo Readiness 2030, la Commissione europea ha presentato l’“Omnibus per la prontezza della difesa”, un pacchetto di proposte legislative volte a “semplificare i processi e rimuovere gli ostacoli normativi e amministrativi per accelerare l’incremento della produzione industriale europea nel settore della difesa”. In particolare, la proposta, sulla quale Consiglio e Parlamento hanno già espresso parere favorevole con minime modifiche, punta a emendare quattro regolamenti comunitari sulle sostanze chimiche ampliando la possibilità per gli Stati membri di stabilire esenzioni per il settore della difesa. Si tratta del regolamento Reach (che vieta o limita l’uso di 78 sostanze o categorie di sostanze, alcune delle quali cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione), quello relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio (nella parte che riguarda le sostanze esplosive), quello sui biocidi e quello sugli inquinanti organici persistenti. In quest’ultimo caso, la proposta consentirebbe anche di bypassare gli obblighi informativi previsti dal regolamento per “motivi di tutela degli interessi nazionali e in materia di difesa al fine di proteggere le informazioni sensibili”.

    La ratio della riforma è spiegata bene nei documenti preparatori, nei quali la Commissione afferma che “i divieti o le restrizioni nell’uso di alcune sostanze sono essenziali per la salute e la sicurezza dei cittadini europei, compresi i lavoratori del settore della difesa”, ma coprono anche “gran parte delle sostanze usate per sviluppare, produrre e mantenere sistemi di difesa” e pongono quindi una “minaccia diretta alla disponibilità, all’interoperabilità e alla manutenibilità delle capacità di difesa europee e compromettono l’autonomia strategica dell’Ue”. “Sono parole inquietanti, che legittimano un gioco al ribasso sull’intero sistema normativo – commenta Marcolungo –. La difesa è utilizzata come pretesto per allargare le maglie delle deroghe e creare una sorta di stato di emergenza in virtù del quale sostanze che sono state buttate fuori dalla porta potrebbero rientrare dalla finestra”.
    Quanto pesa l’industria a Bruxelles

    Nell’analisi dei costi che accompagna la proposta si sostiene che l’ampliamento delle deroghe farà risparmiare alle aziende tempo e soldi oggi impiegati nell’adempiere ai vincoli, senza “alcun impatto negativo sugli obiettivi generali di sostenibilità ambientale delle attività della difesa”. Nessuna menzione dei costi per l’ambiente e per la salute umana. Un’omissione che non stupisce, se si guarda all’elenco delle parti coinvolte nel processo di consultazione che ha portato alla proposta: dei 171 soggetti ascoltati, 129 sono aziende o associazioni industriali, 23 sono organi Stati membri. Gli enti di ricerca e le organizzazioni non governative sono meno di una decina e nessuno è stato ammesso alla fase dei “dialoghi strategici”.

    Non solo: le informazioni disponibili sul sito del parlamento europeo mostrano che diversi eurodeputati che stanno seguendo i lavori hanno incontrato portatori di interessi – ovvero lobbisti – dell’industria della difesa, tra cui l’italiana Beretta. “L’intero processo degli Omnibus è estremamente problematico e poco democratico – continua Hermann –. La domanda è fino a che punto ci si spingerà: senza una chiara definizione degli usi essenziali per la difesa, si rischia che gli Stati permettano la continua esposizione dei cittadini a contaminazioni sempre maggiori. È una prospettiva miope”. Concorda Marcolungo: “Il problema di fondo è affermare il primato dell’industria sulle scelte politiche, sulla salute e sull’ambiente. Così si tradisce il patto sociale, ma anche le regole di mercato, perché vengono privilegiate aziende vecchio stile penalizzando invece quelle che investono in alternative verdi”.

    https://lavialibera.it/it-schede-2549-pfas_riarmo_inquinamento_industria_militare_europea

    #UE #union_européenne #industrie_militaire #dérogation #armement #pollution #contamination #munitions #armes #Readiness_2030 #règlement_Reach #Beretta

  • Qui anime le lobby des armes à feu en France ?
    https://www.off-investigation.fr/qui-anime-le-lobby-des-armes-a-feu-en-france

    Le lobby pro-armes gagne du terrain en Europe. Enquête sur ses relais français et sur leurs méthodes. | Photomontage Off Investigation Think tanks gonflés aux investissements américains, articles publiés dans des médias d’oligarques complaisants, associations radicales… Certains responsables politiques et influenceurs de droite cherchent à légitimer l’autorisation du port d’armes pour les citoyens français. Enquête. « Les armes à feu sauvent des vies » ; « Mourir à la française ou survivre à l’américaine ? » Un simple coup d’œil au site de l’Association pour le Rétablissement du Port d’Arme Citoyen (ARPAC) plante le décor. Ce collectif fondé en 2016 porte un […]Lire la suite : Qui anime le lobby des armes à feu en France (...)

    #Enquêtes #Monde #Politique #Société #A

  • « La machine de guerre à mille milliards de dollars »

    William Hartung sur la manière dont les dépenses militaires américaines alimentent les guerres

    Democracy Now ! s’entretient avec William Hartung au sujet de son nouveau livre « The Trillion Dollar War Machine » et de ceux qui profitent de la dérive incontrôlée des dépenses militaires américaines qui alimentent les guerres à l’étranger. Hartung affirme que la politique américaine est « fondée sur le profit » et appelle à repenser nos engagements extérieurs : « Nous n’avons gagné aucune guerre au XXIᵉ siècle. Nous avons causé d’immenses dégâts. Nous avons dépensé 8 000 milliards de dollars », dit-il.

    14 novembre 2025 | tiré de Democracy now !
    https://www.dem

    AMY GOODMAN : C’est Democracy Now !, democracynow.org. Je suis Amy Goodman avec Juan González. Alors que les États-Unis renforcent leur présence militaire en Amérique latine, le secrétaire à la Défense Pete Hegseth a déclaré plus tôt cette semaine que le Pentagone est désormais sur le pied de guerre. Dans un discours majeur, Hegseth a appelé les dirigeants des entreprises d’armement à accélérer la production d’armes pour l’armée.

    SECRÉTAIRE PETE HEGSETH : Chaque dollar gaspillé dans la redondance, la bureaucratie et le gaspillage est un dollar qui pourrait être utilisé pour équiper et soutenir le combattant. Nous devons mener une campagne totale pour rationaliser les processus du Pentagone afin de libérer nos équipes d’un travail improductif et de déplacer nos ressources de la bureaucratie vers le champ de bataille.

    Notre objectif est simple : transformer tout le système d’acquisition pour fonctionner en temps de guerre, accélérer rapidement la mise en service de nouvelles capacités et se concentrer sur les résultats. Notre objectif est de construire — de reconstruire — l’arsenal de la liberté.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2025/07/03/nourrir-letat-guerrier-nous-perdons-les-fabricants-darmes-gagnent/#comment-70427

    #international #usa #armement