• ECE et Brookfield Properties présentent la rénovation du Potsdamer Platz Shopping Arkaden à Berlin - Business Immo
    https://www.businessimmo.com/contents/104438/ece-et-brookfield-properties-presentent-la-renovation-du-potsdamer-pla


    Money makes the world go round ...

    En direct du Mapic (Cannes) - ECE et Brookfield Properties Germany, gestionnaire de la Potsdamer Platz, présente à l’occasion du Mapic leur projet de rénovation du Potsdamer Platz Shopping Arkaden à Berlin. Un nouveau concept comprenant six zones thématiques différentes sera développé. La conception architecturale se veut moderne avec des façades sur deux et trois étages. Un hall de marché proposera des options de restauration. La rénovation devrait commencer en 2019. ECE se chargera de la planification et de la conception, de la gestion du projet, de la location des espaces de vente et de la nouvelle image de marque.

    Héhé, avec 69 shopping malls géants pour une population qui ne compte qu’un tier de Paris et sa banlieue ils sont mal barrés. Au début c’était un truc huppé, branché et moderne au milieu de la Daimler City , là c’est un assemblage de commerces anodins que tu trouves partout ailleurs. Alors on investit ...

    #Berlin #Alte_Potsdamer_Straße #commerce


  • #Beignets soufflés au #Cédrat
    https://cuisine-libre.fr/beignets-souffles-au-cedrat

    Délicieusement parfumés au citron et relevés de petits morceaux de cédrat confit… Mettre 25 cl d’eau dans une casserole. Y râper finement le zeste du citron et ajouter le beurre coupé en morceaux. Porter à ébullition en remuant, puis retirer la casserole du feu. Verser la farine d’un seul coup. Mélanger aussitôt vigoureusement avec une cuillère en bois et poser à nouveau la casserole sur le feu, réglé sur une chaleur très douce. Remuer la pâte avec la cuillère jusqu’à ce qu’elle forme une boule et se…

    Cédrat, Beignets / #Sans_viande, #Sans_lactose, #Friture


  • Il traffico di oro di aziende europee e americane finanzia il massacro in Congo

    «Il commercio dell’oro proveniente da zone di conflitto alimenta le finanze di famigerati gruppi armati come le FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del #Rwanda) attive nell’est della Repubblica democratica del Congo, oltre alle unità dell’esercito congolese che nei confronti della popolazione della regione si sono macchiate di numerose atrocità, violenze sessuali e altri gravi abusi dei diritti umani».

    Questo uno dei passi salienti del rapporto The Golden Laundromat (La lavanderia dorata), pubblicato lo scorso ottobre da The Sentry, il gruppo di investigatori dell’ong americana Enough Project finanziato dall’attore George Clooney, assieme all’attivista per i diritti umani John Prendergast.

    Il report denuncia il commercio illegale dell’oro dalle aree di conflitto del Congo orientale agli Stati Uniti e all’Europa, sollevando seri timori sul fatto che il prezioso metallo stia raggiungendo i mercati internazionali, comprese le catene di approvvigionamento delle principali compagnie europee e statunitensi, oltre ad essere presente negli apparati elettronici che usiamo abitualmente.

    I documenti esaminati nell’inchiesta e le relative interviste condotte da The Sentry puntano il dito contro la rete aziendale controllata dal magnate belga #Alain_Goetz, accusato di agire in connivenza con la #African_Gold_Refinery (#AGR) di #Entebbe (Uganda), anch’essa di proprietà belga, inaugurata ufficialmente dal presidente #Yoweri_Museveni, nel febbraio 2017. Quest’ultima, riciclerebbe oro proveniente da zone di conflitto del Congo orientale, per poi esportarlo negli Stati Uniti e in Europa attraverso collegamenti con una serie di società, tra cui figurano nomi altisonanti come #Amazon, #General_Electric e #Sony.

    Entebbe al centro del sistema

    Secondo i documenti di cui è venuta in possesso l’ong, nel 2017 l’AGR avrebbe esportato oro di origine ignota per un valore pari a circa 377 milioni di dollari attraverso una società di facciata con sede a Dubai, riconducibile alla raffineria belga #Tony_Goetz_NV, di proprietà del figlio di Alain Goetz.

    Numerose persone intervistate da The Sentry hanno identificato la fonderia #AGR come la principale fonte di smercio del prezioso minerale proveniente dalle provincie congolesi in guerra, ma la compagnia ugandese nega ogni addebito, sostenendo che si è formalmente impegnata ad astenersi da qualsiasi attività che possa contribuire a finanziare il conflitto.

    Nell’ultimo anno ben 283 aziende statunitensi hanno inserito la Tony Goetz NV nella lista delle proprie fonderie e la stessa AGR potrebbe essere inclusa nella catena di approvvigionamento di 103 aziende. Le centinaia di società statunitensi che si approvvigionano dalle fonderie afferenti a questo network, rischiano pertanto di maneggiare oro di provenienza illecita.

    La scia dell’oro insanguinato segue una catena suddivisa in sei fasi dall’est del Congo ai suoi principali destinatari finali, che utilizzano il metallo per produrre gioielli e lingotti, oltre all’impiego nell’elettronica.

    Oro giallo e oro verde

    Gli ultimi dati delle Nazioni Unite indicano che l’oro contrabbandato nelle zone di conflitto del Congo orientale è la principale fonte di finanziamento per gli attori armati che vi partecipano, con un calcolo annuo compreso tra i 300 e i 600 milioni di dollari.

    Senza contare che nel 2011 l’AGR non ha superato un importante audit internazionale sui minerali dei conflitti e che due importanti contrabbandieri d’oro operativi nell’est del Congo hanno rivelato a The Sentry di aver trafficato illegalmente con l’AGR.

    Inoltre, quattro commercianti regionali hanno dichiarato che i trafficanti d’oro #Buganda_Bagalwa e #Mange_Namuhanda – indicati in diversi report delle Nazioni Unite sul Congo come acquirenti del #bloody_gold – nel 2017 hanno fornito ingenti quantità del metallo alla stessa fonderia ugandese. Quest’ultima, però, smentisce di aver ricevuto oro dai due contrabbandieri e anche di aver acquistato ingenti quantità del prezioso metallo non tracciato da altri fornitori. Oltre a sostenere di effettuare accurate verifiche sulla certificazione di provenienza dell’oro.

    Tuttavia, alcuni documenti aziendali esaminati da The Sentry sembrano elevare i sospetti che l’AGR ricicli denaro sporco, come indicato dalla Financial Action Task Force (FATF), il principale organismo intergovernativo mondiale per la lotta al riciclaggio di denaro.

    The Sentry evidenzia, inoltre, che nel 2014 Goetz avrebbe chiesto l’intercessione del presidente Museveni per ottenere agevolazioni fiscali per l’AGR. E nel febbraio di tre anni dopo, in concomitanza con l’inizio dell’attività della fonderia ugandese, Museveni ha annunciato di aver eliminato l’imposta di importazione sull’oro. Un provvedimento di cui ha sostanzialmente beneficiato solo l’AGR.

    Tutti questi elementi inducono a considerare che dietro l’African Gold Refinery possa nascondersi una colossale operazione di riciclaggio dell’oro insanguinato del Congo che avrebbe implicazioni sulla vita di milioni di persone.

    https://raiawadunia.com/il-traffico-di-oro-di-aziende-europee-e-americane-finanzia-il-massacro-
    #Congo #RDC #guerre #conflit #extractivisme #or #mines #Belgique #Dubaï
    ping @albertocampiphoto

    • Le #rapport :
      The #Golden_Laundromat

      Key Findings

      An investigation by The Sentry raises significant concerns that gold mined from conflict areas in eastern Democratic Republic of Congo (“Congo”) is reaching international markets, including the supply chains of major U.S. companies and in products that consumers use every day.
      Documents reviewed and interviews conducted by The Sentry raise serious concern that the corporate network controlled by Belgian tycoon Alain Goetz has refined illegally-smuggled conflict gold from eastern Congo at the African Gold Refinery (AGR) in Uganda and then exported it through a series of companies to the United States and Europe, potentially including Amazon, General Electric (GE), and Sony.
      According to documents reviewed by The Sentry, AGR exported approximately $377 million in gold in 2017 to an apparent affiliate of the Belgian gold refinery Tony Goetz NV, based in Dubai. Numerous sources interviewed by The Sentry identified AGR as sourcing conflict gold from Congo. AGR denies this and maintains that it is committed to refraining from any action that contributes to the financing of conflict.
      According to the U.N., conflict gold provides the largest source of revenue to armed actors in the conflict in eastern Congo, and $300 to $600 million is smuggled out of Congo annually.
      This gold may wind up in the supply chains of major western corporations. Amazon, Sony, GE, and 280 other U.S. publicly traded companies listed the Belgian refinery as an entity that may be in their supply chains, according to 2018 SEC filings, despite the fact that it failed a major international conflict minerals audit in 2017.
      Numerous sources interviewed by The Sentry identified AGR as sourcing conflict gold from Congo. Two major gold smugglers in Congo acknowledged to The Sentry that they illegally trafficked gold from eastern Congo to AGR, and other regional gold traders corroborated these accounts. Furthermore, four regional traders told The Sentry that gold traffickers Buganda Bagalwa and Mange Namuhanda, who have been named in several U.N. Group of Experts reports on Congo as purchasers of conflict gold, supplied gold to AGR in 2017. AGR denies having received gold from these traders and denies that it has otherwise received significant amounts of undocumented gold from other sources.
      Several corporate practices of AGR appear to raise red flags as indicators of potential money laundering as established by the world’s leading intergovernmental body on anti-money laundering, the Financial Action Task Force (FATF), according to documents reviewed by The Sentry.
      The trail of conflict gold follows a roughly six-step supply chain from eastern Congo to its main end-products, jewelry, gold bars for investors and banks, and electronics.

      https://thesentry.org/reports/the-golden-laundromat

      Pour télécharger le rapport :


      https://cdn.thesentry.org/wp-content/uploads/2018/10/GoldenLaundromat_Sentry_Oct2018-final.pdf

      ping @daphne


  • Les #quenouilles - Claire Lejeune - Les Quenouilles - Claire Lejeune, Femmes, Ecriture, Transmission
    http://www.radiopanik.org/emissions/les-quenouilles/les-quenouilles-claire-lejeune-femmes-ecriture-transmission

    Le mercredi 7 novembre, Les Quenouilles s’envolent vers la #bellone, où aura lieu l’apéro-poésie consacré à la poétesse-essayiste Claire Lejeune, début de soirée proposé par Les Midis de la #poésie.

    De 18h à 19h - soit une heure avant le direct des Quenouilles - il faudra être sur place pour entendre l’intervention de Louise Dupré.

    Les Quenouilles prendront l’antenne à 19h et l’émission fera oreille et coeur aux interventions de Lucile Choquet, Cathy Min Jung et Sara Selma Dolorès. Pas de mot clé choisi par les Quenouilles cette fois, mais le mot TRANSMISSION (nous avions tourné autour du mot/préfixe TRANS- en septembre !) fera lien.

    Montoise d’origine, ​Claire Lejeune (1926-2008) était poètesse, philosophe, dramaturge et photographe. Elle entretenait des correspondances avec des (...)

    #clairelejeune #clairelejeune,quenouilles,bellone,poésie
    http://www.radiopanik.org/media/sounds/les-quenouilles/les-quenouilles-claire-lejeune-femmes-ecriture-transmission_05687__0.mp3


  • How to Build Your Personal Brand Like General George S. Patton
    https://hackernoon.com/how-to-build-your-personal-brand-like-general-george-s-patton-1556235622

    If you want to be more memorable BUILD yourself into a symbol.In business they call it a brand. BORING!In politics they may label you a caricature. INSULTING!Whereas symbols are the stuff of superheroes…“As a man, I’m flesh and blood, I can be ignored, I can be destroyed; but as a symbol… I can be incorruptible, I can be everlasting.” — BatmanAnd few men have become as much of a symbol as General George S. Patton Jr.“Though I may walk in the shadow of death, I will fear no evil, for I am the meanest motherf*cker in the valley.” — PattonBecome a symbol by marching to the beat of Patton’s steps…1) What do you want? / Who do you want to be?Since Patton was a boy he loved reading about the great heroes and battles of #history and like most boys he saw himself between the lines.“By perseverance, study, and (...)

    #become-a-symbol #george-s-patton-jr #self-improvement #psychology


  • Les mutineries de 1917, un refus de la guerre «  massif et multiforme  » | L’Humanité
    https://www.humanite.fr/les-mutineries-de-1917-un-refus-de-la-guerre-massif-et-multiforme-636324

    Les mutineries de 1917, un refus de la guerre «  massif et multiforme  »

    Vendredi, 19 Mai, 2017
    Rémy Cazals

    Les actes de désobéissance et de mutinerie ont touché les deux tiers des grandes unités militaires durant le printemps et l’été 1917. C’est la révolte la plus résolue enregistrée lors de la Première Guerre mondiale  : elle est réprimée par Pétain.

    Dans l’histoire de la Première Guerre mondiale, trois thèmes ont été tardivement étudiés  : les fraternisations avec l’ennemi, les exécutions pour l’exemple et les mutineries. Se posait le problème des sources. Les uns refusaient de reconnaître l’existence de mutineries, pour d’autres, il était dangereux de dire qu’on y avait participé. Les dossiers de la justice militaire sont maintenant ouverts aux chercheurs, des témoignages de plus en plus nombreux sont découverts, on peut effectuer un croisement des sources.

    #congo #belgique #pgm #première_guerre_mondiale 1914-1918


  • How colonial violence came home: the ugly truth of the first world war | News | The Guardian
    https://www.theguardian.com/news/2017/nov/10/how-colonial-violence-came-home-the-ugly-truth-of-the-first-world-war

    How colonial violence came home: the ugly truth of the first world war

    The Harlem Hellfighters

    View of African American troops of the 369th Infantry, formerly the 15th Regiment New York Guard, and organized by Colonel Haywood, who were among the most highly decorated upon its return home, 1918. They were also known as the Harlem Hellfighters. (Photo by Interim Archives/Getty Images) Photograph: Interim Archives/Getty

    The Great War is often depicted as an unexpected catastrophe. But for millions who had been living under imperialist rule, terror and degradation were nothing new. By Pankaj Mishra

    Fri 10 Nov 2017 06.00 GMT
    Last modified on Thu 30 Nov 2017 19.44 GMT

    ‘Today on the Western Front,” the German sociologist Max Weber wrote in September 1917, there “stands a dross of African and Asiatic savages and all the world’s rabble of thieves and lumpens.” Weber was referring to the millions of Indian, African, Arab, Chinese and Vietnamese soldiers and labourers, who were then fighting with British and French forces in Europe, as well as in several ancillary theatres of the first world war.

    Faced with manpower shortages, British imperialists had recruited up to 1.4 million Indian soldiers. France enlisted nearly 500,000 troops from its colonies in Africa and Indochina. Nearly 400,000 African Americans were also inducted into US forces. The first world war’s truly unknown soldiers are these non-white combatants.

    #congo #belgique #pgm #première_guerre_mondiale 1914-1918


  • Les Congolais, éternels absents des commémorations historiques - Le Soir Plus

    https://www.lesoir.be/189464/article/2018-11-11/les-congolais-eternels-absents-des-commemorations-historiques

    Alors que le président rwandais Paul Kagame, également à la tête de l’Union africaine, était présent à la table d’honneur qui suivit la cérémonie de commémoration de l’Armistice, aux côtés de plusieurs chefs d’État d’Afrique francophone, la République démocratique du Congo brillait par son absence. Le président Kabila avait-il décliné l’invitation. Ou peut-être aurait-il été oublié, en ces temps où les Occidentaux le laissent de côté et sont en quête d’un successeur ? Ou peut-être aurait-il été, lui aussi, victime de la fermeture de la Maison Schengen ? Quelles qu’en soient les raisons, cette politique de la chaise vide représente une injure à l’histoire et une méconnaissance du sacrifice qui fut naguère imposé à la population congolaise.

    #congo #belgique #pgm #première_guerre_mondiale 1914-1918


  • Le Vatican bloque des mesures des évêques américains contre les abus sexuels Belga - 13 Novembre 2018 - RTBF
    https://www.rtbf.be/info/societe/detail_le-vatican-bloque-des-mesures-des-eveques-americains-contre-les-abus-sex

    Le Saint-Siège a ordonné lundi à la conférence des évêques américains de ne pas se prononcer, lors de son assemblée générale, sur des mesures de lutte contre les abus sexuels en son sein, lui demandant d’attendre la tenue d’une conférence sur le sujet en février.

    Lors de son discours d’ouverture, le cardinal Daniel DiNardo, président de la conférence, a confirmé avoir reçu une lettre de la Congrégation pour les évêques et annoncé qu’aucun vote ne se tiendrait lors de cette assemblée générale, contrairement à ce qui était prévu initialement.

    Le cardinal Blase Cupich, évêque de Chicago, a lui précisé, dans un communiqué, que le Vatican avait demandé à la conférence de « reporter » le vote final dans l’attente d’une rencontre des conférences épiscopales du monde entier, convoquée en février à Rome.

    Le cardinal DiNardo a fait part de sa « déception » lors d’une conférence de presse à la mi-journée, lundi, au premier jour de l’assemblée générale qui se tient à Baltimore (nord-est) jusqu’à mercredi.

    Régulièrement mise en cause ces dernières années pour sa gestion du scandale des abus sexuels au sein de l’église catholique américaine, la conférence des évêques américains avait annoncé, en octobre, plusieurs mesures phares, qui devaient faire l’objet d’un vote.

    Le haut clergé américain proposait notamment un nouveau code de conduite, un nouveau mécanisme de signalement, ainsi que la création d’une commission d’enquête menée par des personnes n’appartenant pas à l’église catholique américaine.

    « Nous ne sommes pas satisfaits de cela », a assuré le cardinal DiNardo au sujet de la demande du Vatican. « Nous travaillons dur pour passer à l’action. Et nous allons le faire. Nous rencontrons juste un contretemps. »

    Mi-août, les services du procureur de Pennsylvanie ont publié un rapport accablant, détaillant des abus perpétrés durant plusieurs décennies par plus de 300 prêtres et dont ont été victimes plus de 1.000 enfants.

    Le rapport dépeint une hiérarchie ayant souvent eu une démarche active pour ne pas ébruiter les cas d’abus sexuels et pour protéger les auteurs de ces agressions.

    #pédophilie    #culture_du_viol    #viol    #église   #enfants    #catholicisme    #eglise   #viols    #religion    #violences_sexuelles #pedocriminalité   #vatican    #eglise_catholique #pape #usa #prêtres



  • All We Need Is #acid | Episode 2
    http://www.radiopanik.org/emissions/all-we-need-is-acid/all-we-need-is-acid-episode-2

    Pour notre deuxième émission on met la cap sur la Belgique. Entre boulimie de fête et style déjanté les belges ont marqué l’Histoire de la musique avec un style qui en a inspiré des dizaine d’autres : la New Beat ! L’acid se tranche une belle part dans ce mouvement ravageur. Suivez l’équipe du vaisseau 303 pour un voyage mouvementé entre Bruxelles et Anvers sur le dancefloor du myhtique #Boccacio !

    Les morceaux de l’émission :

    Flesh // A split second // Antler Records // 1986 : https://www.youtube.com/watch?v=k6XfRWVZvms

    Micro Chip League // Communicate (Atomic Part Mix) // Oak Lawn Records // 1986 : https://www.youtube.com/watch?v=f3dRRjYBiDk

    JC’s Project // Andromedia // ZYX Records // 1988 : https://www.youtube.com/watch?v=u4D_eUZiTnA

    Double ID // Communicate // (...)

    #club #soundofbelgium #newbeat #doctorvinyl #SOB #belgium #club,soundofbelgium,newbeat,acid,doctorvinyl,SOB,belgium,Boccacio
    http://www.radiopanik.org/media/sounds/all-we-need-is-acid/all-we-need-is-acid-episode-2_05676__1.mp3


  • Teure Mieten in Berlin: Menschen fliehen an den Stadtrand - Berlin - Aktuelle Nachrichten - Berliner Morgenpost
    https://www.morgenpost.de/berlin/article215753365/Steigende-Mieten-Menschen-fliehen-an-den-Stadtrand.html

    Nach den aktuellen Zahlen des IVD Berlin-Brandenburg stiegen die Schwerpunktmieten in einfachen und mittleren Lagen um knapp sechs Prozent auf neun Euro pro Quadratmeter und Monat (kalt). In guten Wohnlagen stiegen die Preise etwas langsamer: Sie verteuerten sich durchschnittlich um fünf Prozent auf 10,50 Euro. Und weil angesichts der teuren Preise in der City viele an den Stadtrand und ins Umland ausweichen, steigen nun auch dort die Preise kräftig.

    Während es im vergangenen Jahr noch in Neukölln, Marzahn-Hellersdorf und Spandau mit jeweils 7,75 Euro je Quadratmeter und Monat noch drei Bezirke gab, in denen zumindest in einfachen und mittleren Lagen noch unter acht Euro verlangt wurden, liegen die günstigsten Neuvertragsmieten jetzt bei acht Euro. Und das auch nur noch in zwei Bezirken, in Spandau und Neukölln. Marzahn-Hellersdorf hat sich aus dem Kreis der günstigsten Bezirke endgültig verabschiedet. Inzwischen werden dort auch in einfachen Lagen durchschnittlich 8,25 Euro je Quadratmeter und Monat verlangt und gezahlt – 6,5 Prozent mehr als noch im Vorjahr.

    Anders als in den vergangenen Jahren finden sich unter den Spitzenreitern bei den Mietsteigerungen die zentralen, guten Wohnlagen im Neuköllner Norden. Dort verteuerten sich die Mieten um elf Prozent auf zehn Euro pro Qua-dratmeter. Sogar noch kräftiger zugelegt haben die Mieten in diesem Jahr bis zum Stichtag 1. Oktober in den einfachen und mittleren Lagen von Steglitz-Zehlendorf. Hier kletterten die Mieten sogar um knapp zwölf Prozent auf 9,50 Euro pro Quadratmeter.

    #Berlin #Wohnen #Immobilien


  • Kleine Ortskunde: Wie viele Berliner Straßen gibt es in Berlin? - Berlin - Tagesspiegel
    https://www.tagesspiegel.de/berlin/kleine-ortskunde-wie-viele-berliner-strassen-gibt-es-in-berlin/9149764.html
    Eine Lieblingsfrage unserer Fahrgäste beantwortet der Tagesspiegel. Wenn man genau hinsieht, entdeckt man noch Lücken in der Antwort, aber für den Einstieg ist die Liste nicht schlecht.

    Pankow. Hier gibt es nicht nur die Berliner Straße in Heinersdorf, sondern auch eine in Französisch Buchholz, in Blankenfelde sowie eine von Prenzlauer Berg nach Pankow (die Verlängerung der Schönhauser Allee). Die Straße in Französisch-Buchholz ist ein alter Verbindungsweg von Prenzlau nach Berlin; Hausnummern: 62. Die in Pankow und Prenzlauer Berg (130 Hausnummern) trug bis 1900 die Namen Berliner Weg und Berliner Chaussee. Und wäre noch die in Blankenfelde: Sie ist ist seit den 20er Jahren ein besserer asphaltierter Feldweg. Hausnummern: 5.

    Reinickendorf. Eine in Hermsdorf (schön grün, viele Mehrfamilienhäuser, 145 Hausnummern), eine in Tegel: Sie führt seit 1897 ins Ortszentrum, vorbei an Borsig (105 Hausnummern). City West: Breite Bürgersteige, Hecken, gelassenes Bürgertum: Willkommen in Wilmersdorf! 157 Hausnummern, existiert seit 1888 – und hat seit 1971 eine eigene U-Bahnstation.

    Südwesten : Sie dürfte die breiteste Berliner Straße der Stadt sein, führt seit 1878 direkt ins Ortszentrum von Zehlendorf. Hausnummern: 114.

    Bonus-Straßen : In Tiergarten gibt es die Berliner Freiheit, seit 2004. Hat drei Hausnummern und viele prominente Anwohner – sie ist ein Stichweg im Beisheimcenter. Die Berliner Allee gibt es in – natürlich – Pankow, Ortsteil Weißensee. Hieß früher schon so, wurde dann aber 1953 in Klement-Gottwald-Allee umbenannt. Da der aber stalinistischer Diktator war, erhielt sie 1991 ihren alten Namen zurück.

    #Berlin #Straßennamen #Stadtentwicklung #Geschichte


  • Limousinenservice Rocvin : Die Elektro-Konkurrenz für Taxis wächst | Berliner Zeitung
    https://www.berliner-zeitung.de/berlin/limousinenservice-rocvin-die-elektro-konkurrenz-fuer-taxis-waechst-


    Lob über Lob für den Rocvin-Investor verbreitet dieser Artikel und geht vollkommen an der Sache vorbei, denn mit Taxis hat das alles nur am Rand zu tun. Dennoch entnehmen wir dem Geschreibsel ein paar interessante Informationen über den EInsatz von Eektroantriben in Berliner Taxis.

    Bei den gut 3200 Berliner Taxiunternehmen geht es dagegen langsamer. Von den insgesamt 8138 Taxis in der Stadt fahren gerade zwei ausschließlich mit Strom. 3000 haben einen Hybridantrieb, 500 fahren mit Gas, in rund 4600 nagelt ein Diesel. Wenngleich die Stadt Unternehmer bei der Anschaffung eines Elektroautos mit 4000 Euro hilft, bleiben die Berliner Droschkenkutscher zurückhaltend. Seit 1. Juli stellten Firmen bei der Investitionsbank Berlin (IBB) bis gestern insgesamt 402 Förderanträge für Elektroautos. Wie viele Anträge von Taxiunternehmen kamen, kann nicht genauer beziffert werden. Laut IBB sei der Anteil aber sehr gering.

    #Berlin #Uber #Taxi #Elektromobilität


  • Drama um Obdachlosen in Schöneberg : „Er nimmt weder Essen noch Getränke an“ | Berliner Zeitung
    https://www.berliner-zeitung.de/berlin/drama-um-obdachlosen-in-schoeneberg--er-nimmt-weder-essen-noch-getr
    Il y a des sans abri et des sans abri au destin tragique. Cet homme vit à la rue au centre-ville de Berlin en dehors du système d’aide qui n’est pas fait ppour lui.

    Schöneberg - Glanz und Elend stoßen in Berlin oft unmittelbar aufeinander. Besonders krass an der Martin-Luther-Straße: Unter den Kolonnaden des beeindruckenden Amtsgerichts Schöneberg haust ein Obdachloser in unvorstellbaren Umständen, und niemand kann ihm helfen.

    Vor einem Jahr hat der Mann sein Lager hier aufgeschlagen, vorher campierte er in einem Eingang der früheren BVG-Zentrale am Kleistpark. Umgeben von Gestank und Müllsäcken, in denen auch von Anwohnern geschenkte Kleidung liegt, hockt der Mann unbestimmbaren Alters in einem Winkel. Auf Ansprache reagiert er nicht, weder Blickkontakt noch Gespräch kommen zustande.

    „Er nimmt weder Essen noch Getränke an.“

    Immer wieder melden Anwohner über die Ordnungsamts-App, was sich dort abspielt. Der Heilpraktiker Norbert Stolze, der immer wieder bei seinen Hunde-Runden vorbeikommt: „Seit Januar frage ich regelmäßig bei den Behörden an, aber der Zustand ändert sich nicht.“ Mitarbeiter des Gerichts berichten, dass manchmal das Ordnungsamt vorbeischaut und die BSR Müllsäcke mitnimmt.

    Tempelhof-Schönebergs Sozialstadträtin Jutta Kaddatz (CDU): „Der Mann ist seit Jahren bekannt.“ Ordnungsamt, sozialpsychiatrischer Dienst, Caritas und Kältehilfe hätten sich um ihn gekümmert, aber: „Er nimmt weder Hilfe noch Beratung an.“ Eine Beobachtung, die Angelika Heller vom Verein „Sunny on tour – Hilfe für Obdachlose und ihre Hunde“ bestätigt: „Er nimmt weder Essen noch Getränke an.“

    Justiz will sein Lager nicht abräumen lassen

    Laut Kaddatz wurde er mehrmals in Kliniken eingewiesen, verschwand aber immer wieder. „Zwangseinweisung in eine Einrichtung ist ansonsten nur möglich, wenn von ihm Gefahr ausginge. Das ist nicht der Fall.“ Regelmäßige Rechtsprechung in solchen Fällen sei, dass das im Grundgesetz festgeschriebene Selbstbestimmungsrecht schwerer wiege als die Fürsorgepflicht des Staates.

    Die Justiz will das Elendslager nicht abräumen lassen, weil der Mann friedfertig sei. Und so bleibt nur, dass die Wachtmeister des Gerichts nach dem Mann sehen und bei Frost den Kältebus alarmieren, damit er nicht erfriert.

    #Berlin #SDF


  • Emission spéciale International Anthem
    Sur Radio Panik 105.4 FM une émission spéciale International Anthem (Makaya McCraven, Irreversible Entanglements, Ben Lamar Gay and more) avec une interview de Scott Mc Niece le fondateur du label by myself aka Dj Brut Brute. Dans cette collaboration Chadek’s deck/la 5eme semaine on parlera aussi de WHPK 88.5 FM et de Lumpen Radio. Stay tuned !

    http://www.radiopanik.org/emissions/la-5e-semaine/speciale-international-anthem

    Et lien pour télécharger l’émission
    http://www.radiopanik.org/media/sounds/la-5e-semaine/speciale-international-anthem_05617__1.ogg

    #chicago #shameless_autopromo #jazz #benlamargay #makayamccraven


  • Actuel Moyen Âge - Être une femme libre au Moyen Âge (Élodie Pinel, Nonfiction.fr)
    https://www.nonfiction.fr/article-9608-actuel-moyen-age-etre-une-femme-libre-au-moyen-age.htm

    De Wonderwoman au cinéma jusqu’à Simone de Beauvoir au programme de l’agrégation, l’image de la #femme indépendante semble être le propre de notre modernité, avec le #MoyenÂge pour repoussoir ?
    […]
    À cette image simpliste, de l’évolution de la #condition_féminine, il convient d’apporter quelques nuances. […] Au-delà de ces comparaisons, que signifie, au Moyen Âge, d’être une femme indépendante ? L’#indépendance matérielle a-t-elle jamais été possible ? A-t-elle permis une indépendance sentimentale et intellectuelle ?
    Pour le comprendre, regardons du côté de deux groupes de femmes. D’abord celui des #trobairtiz, ensuite celui des #béguines. Leur point commun est le #discours_amoureux, un discours fervent, ardent – l’on dirait aujourd’hui : décomplexé. Celui de femmes libérées ou #libres, selon les cas.


  • "Moi, #Dounia, hébergeuse de migrants, arrêtée, menottée, emprisonnée…"

    La solidarité n’est pas un crime. Ce principe moral a été réaffirmé cette semaine par la Justice. Mais certains ont subi les foudres d’un appareil d’État pas vraiment sur la même longueur d’onde.

    Comme plus de 7.000 membres de la Plateforme citoyenne d’aide aux réfugiés, célébrée cette semaine par un article d’une page pleine (!) dans le New York Times, Dounia Depoorter héberge. Tout comme Anouk Van Gestel, Myriam Berghe et d’autres hébergeurs qu’un procureur a refusé de criminaliser – même si quelques peines légères ont été requises - lors d’un procès retentissant. La justice, il faut s’en réjouir, semble, finalement, avoir du discernement. Certaines autorités tiquent, en effet, face à la solidarité surtout lorsqu’on leur parle de « migrants ». Avec des conséquences pour les citoyens.

    Comme pour Dounia, 45 ans, célibataire, sans enfants. Professeure de chant, issue d’un milieu bourgeois, c’est une femme joyeuse, bien dans sa peau et à la carrière professionnelle épanouie. Un dimanche d’octobre dernier à 5h30 du matin, dans son appartement ixellois, elle est réveillée par des bruits et des faisceaux de lumière qui proviennent de la cage d’escalier. Une porte ajourée, qui donne sur le palier, condamnée par une étagère dans laquelle sont rangées des affaires de toilette craque puis cogne le meuble qui se renverse. Elle se lève, jette un œil dans la pièce voisine. Ses deux invités soudanais, âgés de 18 et de 25 ans, dorment encore, à poings fermés… Elle décide d’aller voir ce qui se passe dans le couloir et se dirige vers la porte d’entrée.
    Quelle a été votre réaction quand vous avez vu débarquer la police chez vous ?

    Dounia Depoorter – J’ai ouvert la porte et j’ai dit : « Mais qu’est-ce que vous faites ?! ». Et là, il y avait 15 policiers en gilet pare-balles qui rushent à l’intérieur. Deux ou trois m’ont sauté dessus, m’empoignent, me poussent contre le piano, et on me fait une clef de bras. Douloureuse, donc je crie. Immédiatement, ils hurlent à leur tour « Elle résiste, elle résiste ! Note-le, écris-le, elle résiste ! ». La pression sur mon bras se fait plus forte, je crie encore. On me dit « Taisez-vous, vous êtes privée de liberté, vous avez perdu vos droits ! ».
    On vous met des colsons en plastique ?

    Non, des menottes en métal. Et, ça fait mal. Mais j’avais compris qu’il ne fallait pas crier.
    Et vos invités ?

    Ils ont aussi été menottés, plus rapidement que moi, par une demie douzaine de policiers. J’ai vraiment vu leur corps devenir mous. J’ai vraiment vu « la Lybie » dans leurs yeux. Je leur avais dit qu’ici, ils étaient en sécurité. Parce que je n’aurais jamais imaginé qu’une chose pareille puisse se passer chez moi. Ils ont été emmenés tout de suite, en petit tee-shirt et en caleçon. Moi, j’ai eu un peu plus de temps. Une femme policière était là pour veiller à ce que je m’habille.
    Mais, ils ne vous ont pas présenté un mandat, une décision de justice ?

    Là, toujours pas. Comme ils me hurlaient dessus en me disant que je n’avais plus aucun droit, je n’ai pas osé leur faire une remarque. Ce n’est que lorsqu’ils s’apprêtaient à me sortir de chez moi que j’ai réussi à leur dire qu’ils ne m’avaient pas présenté une notification officielle.
    Quelle a été leur réaction ?

    Non, ils ont commencé à rire. « Ah ah ah ! Elle veut voir un mandat ! Madame fait de son nez ! Allez on va vous le montrer ! ». Et puis, ils me montrent le mandat en néerlandais. J’ai compris « mensen stroper », « trafiquant d’êtres humains », « criminele organisatie », « organisation criminelle ». C’était inconcevable. Je ne savais plus où j’étais…
    Vous êtes sous le choc ?

    Oui. Ils me demandent les clefs de l’appartement pour qu’ils puissent refermer. Je n’ai pas réalisé qu’une dizaine de policiers restaient pour perquisitionner. Ils ont vidé les classeurs, les trousses, les tiroirs par terre. J’ai retrouvé des lampes cassées : ils ont été fouiller partout. Ils m’emmènent donc, menottée, dans une voiture noire banalisée. Je sentais que mes voisins entendaient tout. On me demande si j’ai un avocat. Je réponds oui. Au pénal ? Je réponds non. On arrive dans un grand complexe situé, rue Royale… On marche dans de grands couloirs, on descend d’étage en étage pour arriver dans une pièce en sous-sol où je vois mes deux invités en caleçon et tee-shirt menottés à un anneau dans le mur. Ils ont les yeux injectés de sang. Je veux dire : totalement injectés de sang ! La peur, la peur dans leur regard ! On me fait asseoir à côté d’eux, je suis toujours menottée dans le dos. J’ai un attachement particulier au plus jeune des deux. Il vient de fêter ses 18 ans, je sais qu’il n’a aucun contact avec sa famille qui est dans le Darfour, qu’il a perdu sa mère. Pudique, il ne racontait pas vraiment ce qu’il avait vécu en Lybie. On comprenait un peu. « Big problems in Lybia… ». Une fois, j’ai vu son ventre qui portait des marques de brûlures de cigarette. Je me sentais tellement mal pour lui que même si on nous avait interdit de communiquer je lui ai dit : « I am sorry ». Et, là, je me suis fait engueuler par la femme policière.
    Qu’ont-ils fait de vos invités ?

    Ils les ont emmenés dans une pièce adjacente où ils les ont déshabillés, pris en photo, ils leur ont pris leurs empreintes en les chambrant méchamment, grassement. Puis c’est mon tour. Ils ne m’ont pas déshabillée. Face à l’appareil photo, j’ai fondu en larmes : j’étais « dans le film ». Je ne voyais plus rien. Puis, ils m’emmènent dans des bureaux aux étages. On passe dans les couloirs tapissés de cellules. Je sens l’odeur.
    Ça sent quoi ?

    Ca sent la peur – ça a une odeur, la peur – l’urine, les excréments, le vomi. Ca sent fort. Et à l’intérieur des cellules, c’est encore pire. Ils font sans doute exprès de ne pas nettoyer. Mais je n’y suis pas encore. D’abord, je monte dans un bureau où l’on commence à me faire signer des documents en néerlandais. Ce que je refuse. Je veux bien signer, mais des documents en français. « Mais c’est compliqué ! » me dit-on. La plupart des policiers étaient néerlandophones et des hommes. Mais sur ce dernier point, ce n’est pas plus mal : dans ce milieu les femmes sont nettement plus désagréables. Paroles très dures, gestes brusques, volonté d’écraser, de dominer. Pas un mot calme, explicatif. Bref, on me fait signer des documents en français, mais le mandat est toujours en néerlandais et je refuse de signer.
    Ils vous menacent alors ?

    Non, ils se moquent de moi. « Quoi vous comprenez pas le néerlandais, mais comment est-ce possible, on est en Belgique pourtant » sur un ton à la fois agressif et moqueur. J’ai tenu bon, je n’ai pas signé. J’ai pu alors donner un coup de fil à mon beau-frère qui a pu prévenir une amie avocate. Mais en attendant, on me fournit un avocat commis d’office, néerlandophone qui a juste l’air d’avoir 17 ans et demi et qui m’explique, en gros, que si je suis là c’est « parce que très certainement j’ai fait quelque chose de grave ». Je lui ai dit, que cela n’allait pas fonctionner entre nous… Là, il devait être 10 heures du matin. Je n’ai rien mangé. Mais on m’apporte un café noir. Puis on me conduit dans une cellule. Où vous retrouvez les fameuses odeurs… Oui, menottée on me ramène dans ces couloirs. Je suis saisie d’une peur irrépressible. Devant une cellule, on me fait enlever mes chaussures, mes lunettes. Je rentre en chaussettes à l’intérieur. Le sol colle tellement il est sale. La porte se referme. Trois mètres sur trois, un podium en béton avec un matelas fin en plastique. Une couverture posée dessus. Un W.C. métallique dont la chasse est activée de l’extérieur. Pas de papier toilette. Une caméra ronde au plafond. Pas de fenêtre, un gros néon qui sera allumé en permanence. Tout sent mauvais. Après un moment j’ai tellement froid, que, peu à peu, j’utilise la couverture puante et presque raide de saleté. Je tombe peu à peu en léthargie. J’y suis restée à peu près 30 heures, avec une bouteille d’eau et un sandwich. Jusqu’au lendemain après-midi où l’on me conduit devant un juge d’instruction.
    Comment ça se passe ?

    J’avais, avec moi, mon amie avocate. Le juge me lit des échanges téléphoniques que j’ai eus. Je me rends compte que je suis sur écoute depuis des semaines. Finalement, il me dit que je suis libre mais que je « dois faire attention ». Mais, ça n’a aucun sens… C’est ce que je me suis dit aussi. Pourquoi m’arrêter, m’emprisonner si c’est pour me dire que « je dois faire attention » ?


    https://www.moustique.be/22244/moi-dounia-hebergeuse-de-migrants-arretee-menottee-emprisonnee
    #délit_de_solidarité #solidarité #Belgique #asile #migrations #réfugiés


  • Procès des 7 de Briançon - Une audience exceptionnelle dans un contexte d’intimidations des personnes migrantes et des militant·e·s solidaires [Communiqué interassociatif]

    L’#audience du procès des 7 de Briançon poursuivis pour « aide à l’entrée sur le territoire français d’étrangers en situation irrégulière en bande organisée », qui s’est tenue hier le 8 novembre, a été marquée par la force et l’endurance de la défense et la mobilisation pacifique continue à l’extérieur du tribunal de Gap. Le verdict a été mis en délibéré au 13 décembre 2018.

    C’est dans une ambiance tendue que l’audience s’est tenue pendant plus de 17 heures hier au tribunal correctionnel de Gap. Les longs débats, qui ont duré près de 11 heures, n’ont pas permis d’établir le caractère délictueux des faits reprochés, mais a été réaffirmé le caractère fondamental du droit de manifester.

    Au terme d’1h30 de réquisitoire et après avoir finalement (et enfin !) abandonné la circonstance aggravante de « #bande_organisée », le Ministère public n’a même pas pris la peine d’établir la responsabilité individuelle de Bastien, Benoit, Eleonora, Juan, Lisa, Mathieu et Théo concernant les infractions qui leur étaient reprochées, principe pourtant indispensable en droit pénal. Il a néanmoins demandé au tribunal de condamner chacun des prévenu.e.s à respectivement 6 mois d’emprisonnement avec sursis simple pour Bastien, Benoit, Eleonora, Lisa et Théo ; 12 mois dont 8 avec sursis simple pour Juan ; et 12 mois dont 8 avec sursis avec mise à l’épreuve pour Mathieu.

    En revanche, les avocat.e.s de la défense (Me Binimelis, Me Brengarth, Me Chaudon, Me Djermoune, Me Faure-Brac et Me Leclerc) ont brillamment démonté, aux termes de 3h10 de plaidoiries, un à un les quelques éléments avancés par le Parquet, et ont démontré qu’il n’y avait pas d’infraction à reprocher à des « #marcheurs_solidaires ». Le procès a également permis aux avocat.e.s et aux pré-venu.e.s de dénoncer, à nouveau, les violations quotidiennes des droits des personnes migrantes commises par les forces de l’ordre à la frontière franco-italienne, les agissements illégaux restés impunis à ce jour du groupuscule Génération Identitaire et les tentatives d’entraves au droit fondamental de manifester à la fois des prévenu.e.s mais aussi des personnes exilées.

    En face du tribunal, un rassemblement pacifique de soutien a réuni plus de 2 500 personnes venues de la région de Gap, de Briançon, de Marseille, Toulouse, Grenoble, etc. Collectifs, associations françaises et européennes et militant.e.s étaient rassemblés pour soutenir les prévenu.e.s et dé-noncer les pressions, intimidations et poursuites à l’encontre des militant.e.s, et porter haut et fort leur attachement à la solidarité dans les Alpes et au-delà. C’est dans un esprit pacifique et déterminé que le soutien s’est organisé de 7 heures à 2 heures du matin, malgré une présence policière disproportionnée. La préfecture avait mobilisé plus d’une dizaine de camions de CRS, plus d’une dizaine de camions de gendarmes, de nombreux policiers en civil, et même un canon à eau.

    En plus des poursuites intentées par le procureur de Gap contre Bastien, Benoit, Eleonora, Juan, Lisa, Mathieu et Théo, d’autres bénévoles solidaires des personnes migrantes de Briançon sont convoqués devant la justice en janvier 2019, comme Pierre de l’association Tous Migrants.

    Nos organisations dénoncent l’acharnement de certains procureurs contre celles et ceux qui dé-fendent les droits humains en venant en aide aux personnes migrantes.

    Soutenues par près de 50 000 personnes qui ont déjà signé la pétition lancée par les organisations signataires, celles-ci espèrent donc que le tribunal se prononcera en faveur de la relaxe des 7 de Briançon, et demandent l’abandon de toutes les poursuites pour délit de solidarité contre les personnes, dans les Alpes et ailleurs, qui agissent dans un esprit de fraternité.

    Rappel des faits
    #Bastien, #Benoit, #Eleonora, #Juan, #Lisa, #Mathieu et #Théo sont poursuivi.e.s pour avoir participé en avril dernier à une marche solidaire pour dénoncer les violences commises par le groupuscule identitaire à l’encontre des personnes exilées dans la région de Briançon. L’État leur reproche d’avoir à cette occasion « facilité l’entrée de personnes illégales sur le territoire français », et de l’avoir fait « en bande organisée ». Ils et elles risquent jusqu’à 10 ans de prison et 750 000 euros d’amende.

    http://www.anafe.org/spip.php?article500

    #frontière_sud-alpine #frontières #délit_de_solidarité #Gap #procès #asile #migrations #réfugiés #Hautes-Alpes #Briançonnais #Alpes #montagne #7_de_Briançon #3+4_de_Briançon

    • Les « 7 de Briançon » en procès : « Pas question de laisser les Identitaires parader »

      À Gap, sept militants étaient poursuivis, jeudi 8 novembre, pour avoir participé à une marche de protestation contre les Identitaires, qui a permis à des migrants de franchir la frontière. « Fallait-il qu’ils les chassent de la manifestation ? », a plaidé Me Henri Leclerc. Le procureur a requis prison ferme ou sursis.

      Gap (Hautes-Alpes), envoyée spéciale. - « Comme chirurgien, moi j’ai sauvé des doigts de pied gelés ou évité des amputations, mais je n’ai sauvé la vie d’aucun migrant. Eux oui. » Cité comme témoin à la barre du tribunal correctionnel de Gap, jeudi 8 novembre, le docteur Duez, longtemps traumatologue à l’hôpital de Briançon, salue les six « gavroches » assis à sa droite, sur le banc des prévenus, soit une brochette de quatre Français, un Suisse et un Belgo-Suisse (sans compter une Italienne anarchiste qui sèche le procès), âgés de 22 à 52 ans et rebaptisés « les 7 de Briançon » par leurs soutiens, massés jeudi par centaines devant le palais de justice.

      Il leur est reproché d’avoir, le 22 avril dernier, en réaction aux gesticulations de Génération identitaire (GI) qui prétendait traquer des migrants dans la neige, participé à une marche sur la frontière entre l’Italie et Briançon en compagnie d’environ 150 militants, et qui a permis à « une vingtaine » d’étrangers de pénétrer de façon illégale en France, selon le procureur de la République. Délit visé ? « L’aide à l’entrée irrégulière » sur le territoire avec la circonstance aggravante de « bande organisée », passible de 10 ans de prison et 750 000 euros d’amende.

      « Tout l’hiver, c’est l’action des maraudeurs bénévoles, dont [certains] prévenus, qui a limité la casse dans la montagne, s’indigne le Dr Duez. Sans eux, nous aurions peut-être eu 25 morts au lieu de trois. » Le médecin comprend mal, surtout, pourquoi lui-même n’est pas poursuivi alors qu’il aide et soigne tous les jeudis, dans un refuge associatif de Briançon, des exilés sans papiers fraîchement descendus de Claviere, la bourgade du côté italien. « Pourquoi pas moi ?! »

      Le procureur Raphaël Balland soupire. Au fil de seize heures d’audience, il ne va cesser de dénoncer ceux qui « amalgament tout dans le “délit de solidarité” » et entretiennent « la confusion ». Et de rappeler que, s’agissant du délit d’« aide au séjour irrégulier », la loi prévoit une immunité si l’assistance est fournie « sans contrepartie » et dans « un but humanitaire ». Idem pour le délit d’« aide à la circulation » depuis une décision du Conseil constitutionnel du 6 juillet dernier.

      Mais aucune exemption n’est prévue à ce stade pour le délit d’« aide à l’entrée irrégulière », c’est-à-dire au franchissement de la frontière – et « les Sages » n’ont rien trouvé à y redire cet été. « Alors ce procès, dont certains ont voulu faire un symbole, ce n’est pas un procès sur l’aide aux migrants, pas du tout le procès de la solidarité, soutient le procureur. C’est un procès sur la frontière, le procès de ceux qui sont contre les frontières. »

      La présidente du tribunal, de son côté, s’en tiendra « aux faits ». « On n’est pas l’Assemblée nationale, on ne fait pas les lois, on n’est pas saisis d’un problème sociétal, s’agace Isabelle Defarge. On n’est pas payés pour ça ! » En face, la stratégie de la défense est limpide : les prévenus contestent avoir eu l’intention, le 22 avril, de faire entrer le moindre sans-papiers.

      « En aucun cas, cette manifestation n’avait pour but de franchir la frontière, c’était de réagir à la présence de Génération identitaire et dénoncer la militarisation de la frontière, affirme Benoît Ducos, pisteur-secouriste de 49 ans devenu menuisier, aussi maraudeur bénévole depuis deux hivers, ses lunettes de soleil de haute montagne rivées sur le crâne. On ne pouvait pas laisser [ces militants d’extrême droite] parader comme ça impunément. Nous, on n’a pas les moyens de se payer des hélicos, des campagnes de com’, des doudounes bleues. Le seul moyen qu’on a, c’est de manifester. »

      Les « 7 de Briançon » ne digèrent pas l’absence, à ce jour, de poursuite contre ces activistes qui ont déroulé 500 mètres de grillage au col de l’Échelle – une enquête préliminaire est toutefois en cours sur des soupçons d’« usurpation » ou d’« immixtion » dans l’exercice d’une fonction publique.

      « Si vous n’aviez pas l’intention de franchir la frontière, pourquoi la manifestation n’est-elle pas partie de Briançon pour aller par exemple à Névache [le tout en France] ? », s’enquiert la présidente du tribunal, Isabelle Defarge. Calées de longue date, des conférences sur le sujet des migrations réunissaient déjà pas mal de monde à Claviere ce week-end-là, avant même l’action de GI. « On ne voulait pas non plus aller au contact des Identitaires au col de l’Échelle, c’était le piège qu’on nous tendait, précise Benoît Ducos. Ça s’est improvisé. »

      Devant le tribunal, il tient à rappeler que le 10 mars dernier, un bon mois avant la marche, il avait déjà été placé en garde à vue pour avoir transporté en voiture une Nigériane sur le point d’accoucher. « L’enquête a été classée sans suite [fin octobre] parce que le parquet a retenu le danger imminent et le caractère humanitaire. Mais on peut faire le lien avec le 22 avril, souligne Benoît. J’ai agi avec les mêmes motivations, il y avait aussi un danger imminent. De nombreux témoignages montrent en effet que des forces de l’ordre mettent les migrants en danger avec des guets-apens, des courses-poursuites, des délaissements de personnes qui auraient besoin de soins. »

      Le 22 avril, cette fois, pas une égratignure. Depuis l’Italie, le cortège a passé le poste de la Police aux frontières (PAF) française, situé à Montgenèvre, dans un décor de télésièges, en débordant deux cordons successifs de gendarmes en sous-effectifs qui ont laissé filer, y compris des personnes noires en doudounes en plein mois d’avril, à côté de bénévoles parfois en short. Les vidéos diffusées à l’audience suggèrent que l’opération s’est déroulée non sans insultes, mais sans violences – on note au passage qu’un film a été extrait par les policiers d’un site de la fachosphère alors que ces images provenaient initialement d’une télé locale tout à fait accessible… Bref, la défense martèle : « Aucun passage en force. »

      La compagne de Jean-Luc Jalmain, 52 ans, l’aîné des prévenus, a pourtant diffusé ce jour-là le message suivant sur Facebook : « Passage en force, mon copain est sur place. Passage réussi, flics dépassés et exilés en sécurité. » Mais « je ne suis pas responsable des publications des autres », balaie ce tatoué aux dreadlocks poivre et sel, habitué de « Chez Marcel », un squat de Briançon ouvert aux exilés. Il semblerait que son chien dispose également d’un compte Facebook où il se vante d’avoir fait passer vingt-deux migrants.

      « J’ai fait du braquage et du stupéfiant, et on attend que je fasse de l’humanitaire pour me coller une bande organisée », tonne Jean-Luc, doté en effet d’un casier fourni, également renvoyé jeudi pour des faits annexes de « participation à un attroupement » sur le terrain de golf de Montgenèvre en septembre. Sa motivation pour la marche ? « Les identitaires jouaient aux policiers avec la complicité des policiers. Si c’est la norme dans le pays où je suis né, condamnez-moi. »

      « Mon inculpation est basée sur un a priori raciste ! »

      « C’est des fascistes, c’est comme ça qu’il faut appeler les Identitaires, clame aussi Mathieu Burellier, 35 ans, militant de « Chez Marcel », et au RSA. C’était hors de question qu’il n’y ait aucune réponse à cette invasion brune. » Lui risque en prime une condamnation pour « rébellion » puisqu’il a fait échouer sa tentative d’interpellation au soir de la marche, alors qu’il était désigné comme l’un des meneurs par les renseignements territoriaux (ex-RG). Les policiers qui se sont constitués parties civiles sont d’ailleurs au tribunal, à cinq, en tenue. Ce qui n’empêche pas Mathieu de les accuser, à son tour, et malgré leurs démentis, de « violences », avec entorse cervicale à la clef.

      « Je ne sais plus si je suis partie de Claviere », esquive pour sa part Lisa Malapert, une charpentière de 22 ans, en godillots de cuir et banane à la taille, impliquée dans la vie de « Chez Marcel ». « Est-ce que vous avez passé la frontière ? », persiste la présidente, tandis que la jeune femme souffle ostensiblement : « Mon intention n’était pas de traverser la frontière. Si la manifestation nous a conduits à traverser la frontière, j’ai suivi la manifestation. »

      La magistrate essaie la confidence : « J’étais sur le Larzac quand j’avais votre âge… Y a pas de piège dans mes questions : est-ce qu’il était important symboliquement de faire passer des personnes étrangères ? » Raté. « L’intention n’était pas de faire passer la frontière à des personnes dans une quelconque situation, rétorque Lisa. Toute personne a le droit de manifester. S’il y avait eu des personnes en situation irrégulière… » Isabelle Defarge la coupe : « On en a une. » Mais une seule.

      Bien qu’il évoque « une vingtaine de migrants » dans ses chefs de renvoi devant le tribunal, le procureur n’a en effet trouvé – ou fait entendre dans la procédure – qu’un « marcheur » noir sans papiers. « Je ne vois pas pourquoi ces personnes se verraient dénier le droit de manifester, mon inculpation est basée sur un a priori raciste ! », attaque Lisa, repérée par les policiers tenant le bras d’un individu noir sur une vidéo. Il se trouve que l’intéressé avait bien un titre de séjour. Mais puisque le parquet en tient déjà un…

      Depuis son estrade, Raphaël Balland semble cependant surpris de la défense adoptée par les prévenus, qui avaient tous gardé le silence en garde à vue. « Si je comprends bien, aucun d’entre vous ne revendique le fait d’avoir voulu ce jour-là faire entrer des personnes étrangères sur le territoire national, et je ne parle même pas de personnes en situation irrégulière ? »

      Les jeans frémissent sur le banc. Théo Buckmaster, 24 ans, « gardien de bain saisonnier » dans une piscine en Suisse, placé neuf jours en détention provisoire au début de l’affaire (avec deux autres), hésite visiblement : « J’ai envie de discuter [avec les autres et les avocats] pour voir si on parle, si on parle pas… »

      Le procureur s’engouffre : « Le dossier est composé de nombreuses revendications qui sont sur les réseaux sociaux, des articles de presse, c’était clair, net et précis : “On a passé la frontière en force, on a fait la démonstration qu’on pouvait abattre la frontière et faire passer les migrants”… »

      Sur Facebook, le squat « Chez Jesus », côté italien, assumait par exemple de « rompre ce dispositif de frontière qui tente de rendre la traversée impossible à ceux qui ne sont pas les bienvenus ». Mais rien d’écrit par des prévenus. Alors Raphaël Balland tente un dernier coup : « Vous n’êtes pas solidaires avec tout ça ? Aucun ? » Silence. « Donc vous dites à tous ceux qui sont dehors : “Nous, on n’assume pas ça” ? » Silence encore. « Dont acte. »

      Dans ses réquisitions, le procureur renonce finalement à la circonstance aggravante de « bande organisée » (faisant retomber la peine encourue à cinq ans de prison), parce que certains critères jurisprudentiels, telle l’existence d’une « forme de hiérarchisation et de pérennisation », ne sont pas démontrés. À tout le moins. « J’attendais les débats, se justifie le parquetier. Si j’avais eu avant les explications des uns et des autres… »

      Mais il ne lâche rien sur « l’aide à l’entrée irrégulière ». « Lorsque des gendarmes vous demandent de vous arrêter et que vous passez, ce n’est pas du pacifisme. Les gendarmes font leur boulot de contrôle ; s’ils laissent passer, c’est quoi la société ? La loi du plus fort. »

      Pour Jean-Luc et Mathieu, poursuivis pour une infraction supplémentaire et déjà condamnés par le passé, Raphaël Balland demande 12 mois de prison dont 4 ferme (avec un sursis avec mise à l’épreuve pour le trentenaire). Pour les cinq autres, il requiert 6 mois avec sursis. « J’aurais pu poursuivre pour outrage, c’est cadeau si j’ose dire. »

      À l’heure d’entamer les plaidoiries (minuit déjà), Me Vincent Brengarth ne parvient « toujours pas à comprendre pourquoi ces sept-là ont été extraits de la masse ». À ses yeux, rien ne permet de démontrer « l’élément moral » (ou intentionnel), indispensable pour caractériser une infraction. Qui plus est, « la flagrance [retenue par le parquet] se fonde sur un indice discriminatoire : rien ne permet d’indiquer que les personnes ne circulent pas en vertu d’un titre qu’elles auraient pu obtenir en Italie. C’est un peu l’armée des 100 qui se transforme en une seule personne ! ».

      Son collègue Yassine Djermoune, de son côté, insiste sur « la zone de violations des droits des migrants quasi systématiques » qu’est devenu le Briançonnais, où les exilés affluent maintenant depuis un an et demi. Dans sa manche : un rapport de la CNCDH (Commission nationale consultative des droits de l’homme), autorité administrative indépendante, consacré à la frontière italo-française vers Briançon et Menton.

      On y lit ce constat : « La CNCDH a été profondément choquée par les violations des droits des personnes migrantes constatées et par les pratiques alarmantes observées sur ces deux zones frontalières où la République bafoue les droits fondamentaux, renonce au principe d’humanité et se rend même complice de parcours mortels », au nom d’une « volonté politique de bloquer les frontières ».

      À 1 h 30, c’est une figure du barreau parisien, Me Henri Leclerc, fatigué mais debout, qui conclut. « Bien sûr qu’ils ont su qu’il y avait [des migrants], fallait-il qu’ils les chassent ? » lance l’avocat au tribunal. S’« ils ont participé à une manifestation qui, de fait, a aidé un certain nombre de gens, vous n’avez pas d’élément prouvant que chacun d’entre eux ait commis personnellement le délit d’aide ». Et d’en référer à l’article premier de la Déclaration universelle des droits de l’homme : « Tous les êtres humains doivent agir les uns envers les autres dans un esprit de fraternité. »

      Pour Me Leclerc, les « 7 de Briançon » « n’ont fait que ça ».

      https://www.mediapart.fr/journal/france/091118/les-7-de-briancon-en-proces-pas-question-de-laisser-les-identitaires-parad

    • À Gap, un procès fleuve pour « juger la fraternité »

      Sept militant.e.s solidaires passaient ce jeudi 8 novembre en procès au tribunal de Gap pour « aide à l’entrée irrégulière » d’étrangers « en bande organisée ». En cause, leur participation, le 22 avril 2018, à une marche à travers la frontière entre l’Italie et la France qui aurait permis l’entrée illégale de personnes migrantes sur le territoire français. Radio Parleur était dans la salle d’audience et devant le tribunal où s’étaient réunies plus d’un millier de personnes pour soutenir les accusé.es.

      « Maitre Djermoune, restez-en au fond de l’affaire ! » Isabelle Defarge a la tête dans les mains, celle des journées trop longues. Celle que l’on affiche lorsqu’on est présidente d’un tribunal qui attaque sa quinzième heure d’audience et que l’on se rappelle avoir annoncé, le matin même, tout sourire, qu’à 20h30 tout le monde serait chez soi. Un scénario marathon qui semblait pourtant écrit d’avance tant le programme de ce procès apparaissait, dès son ouverture, gargantuesque.

      Sur le banc des prévenus, 6 personnes : 4 français, 1 suisse et 1 belgo-suisse. La septième, une italienne, ne s’est pas présentée à l’audience. Leurs soutiens les appellent les « 3+4 », pour bien signifier que l’État s’acharne sur eux. Trois ont en effet été arrêtés au lendemain d’une manifestation en avril, puis quatre autres en juillet pour les mêmes faits.

      La justice leur reproche des faits datés du 22 avril dernier. En réaction à l’action des militants de Génération Identitaire au col de l’échelle, un groupe d’extrême-droite qui prétend interdire aux personnes migrantes l’entrée en France, les prévenu.es participent à une marche à travers la frontière entre la France et l’Italie en compagnie d’environ 200 militants et militantes. Cette mobilisation aurait permis à « une vingtaine » d’étrangers de pénétrer de façon illégale en France, affirme Raphaël Balland, le procureur de la République. Intitulé du délit : « aide à l’entrée irrégulière » sur le territoire avec la circonstance aggravante de « bande organisée ». Des charges passibles de 10 ans de prison et 750 000 euros d’amende.

      A ce menu bien rempli, le tribunal a jugé bon d’ajouter deux affaires annexes, une accusation de « rébellion » portée par des policiers de Briançon contre l’un des accusés et une autre pour un « attroupement illégal » auquel l’un des prévenus aurait participé en septembre dernier.

      Ajoutés à cela la dimension politique d’un dossier transformé en symbole par les associations de défense des personnes migrantes, et un millier de personnes massées sur la place à l’extérieur du tribunal pour soutenir les accusés. Vous avez la recette parfaite pour une audience sans fin.

      Les faits d’un jour, l’engagement d’une vie

      Les cheveux blancs, la stature petite et les lunettes rondes, le docteur Max Duez ressemble au professeur Tournesol. Comme le personnage d’Hergé, il n’est pas facile à interrompre mais lui n’est pas sourd, il est seulement déterminé. « Les accusés présents sur ce banc ont participé à sauver des dizaines de personnes dans la montagne » explique-t-il sans laisser la présidente du tribunal stopper le flot de ses paroles. « Moi, en tant que médecin, j’ai soigné des doigts gelés, des blessures. Eux ils sont allés chercher des personnes perdues dans la montagne ». En se tournant vers les accusés, il les nomme « les maraudeurs » et assure : « moi je n’ai sauvé la vie d’aucun migrants, eux oui ».

      Sur leur siège, dominant les accusés, la présidente et le procureur ne parviennent pas à faire comprendre leur point de vue de magistrats. « Nous sommes là pour juger les faits du 22 avril, ceux pour lesquels nous sommes saisis et seulement ceux-la » répète, telle une litanie, la présidente du tribunal. Elle rappelle « On n’est pas là pour régler un problème de société, ce n’est pas l’assemblée nationale », rien n’y fera.

      La stratégie de la défense est simple. Les prévenus contestent avoir eu l’intention, le 22 avril, de faire entrer des personnes migrantes. Tout au long des débats, les accusés et leurs représentants rappellent à quel point cette manifestation du 22 avril était pour eux une réaction au coup de communication monté par Génération Identitaire (faits pour lesquels ces derniers n’ont d’ailleurs été ni poursuivis, ni même interpellés). Elle s’inscrivait dans un contexte plus large que cette simple journée. C’est d’abord le rapport de la Commission Nationale Consultative des Droits de l’Homme (CNCDH), qui en juin dernier s’est dit « profondément choquée » par la situation à la frontière franco-italienne, qui est brandit par les avocats de la défense. Puis ce sont les histoires de violences policières, de poursuites dans la neige, de négation du droit des personnes migrantes, racontées à chaque intervention par l’accusé Benoît Ducos, la gorge serrée par l’émotion. Le tribunal voulait juger des faits, il se retrouve après plus de 16 heures de débats, à « juger la solidarité » lance Maître Henri Leclerc, illustre avocat de la défense, dans sa plaidoirie prononcée passé une heure du matin.

      « Ce qu’on leur reproche, c’est de pallier les carences de l’Etat »

      A l’extérieur, toute la journée, un village solidaire accueille les soutiens des accusés, ils et elles sont venus de Lyon, Grenoble ou Marseille, la plupart en car. Certains, comme l’agriculteur de la Roya et héros de la mobilisation pour l’accueil des personnes migrantes Cédric Herrou, ont été bloqués quelques heures par les gendarmes sur les routes menant à Gap. Michelle est arrivée de Toulouse, où elle héberge des personnes migrantes. « Vu ce qu’on fait au quotidien, ça pourrait tout à fait être nous sur le banc des accusés. » estime-t-elle, malgré la récente décision du Conseil Constitutionnel qui a mis fin au délit de solidarité. À ses côtés, Fatima acquiesce. « Ce qu’on leur reproche, c’est de pallier les carences de l’Etat, eux ils appliquent le droit humain. La justice en France elle a oublié le droit des Hommes ».

      Dans la salle d’audience, le procureur Raphaël Balland n’est pas du même avis. Les quelques rires qui parcourent la salle au gré des échanges entre la présidente et les accusés ne l’amusent pas. Depuis le début du procès, il entend les accusés et leurs avocats critiquer les forces de l’ordre et cela ne lui plaît pas. Il ne se prive donc pas de défendre régulièrement l’action de l’Etat. Au docteur Max Duez, il lance « vous savez combien de mineurs étrangers isolés ont été pris en charge cette année ! 947 ! ». À plusieurs reprises, il s’accroche avec les avocats de la défense et demande à la présidente de serrer les boulons d’un débat qui, il est vrai, lui échappe à plusieurs reprises.

      Dans ses réquisitions, il pointe le silence des accusés qui ont refusé de répondre aux enquêteurs, et présente plusieurs articles de presse qui citaient des militants et parfois même les accusés, en leur prêtant des propos en faveur de l’ouverture des frontières, du passage des personnes migrantes en France. Il met en doute le caractère spontané de la manifestation du 22 avril. S’il abandonne la charge de bande organisée, il pense tout de même « qu’une forme d’organisation, non caractérisable sur le plan judiciaire, était en place » au moment des faits. Au final, il demande 6 mois avec sursis pour Théo Buckmaster, Bastien Steufer, Lisa Malapert, Eleonora Laterza, et Benoît Ducos, qui n’ont pas de casier judiciaire. Par contre, 12 mois, dont 4 fermes et 8 de mise à l’épreuve, sont requis contre Matthieu Burrellier et Jean-Luc Jalmain. Ces deux-là ont déjà été condamnés. Burrellier est visé par l’accusation de « rébellion », Jalmain par celle « d’attroupement ». Les deux dossiers annexes qui accompagnent la principale accusation.

      Des plaidoiries au bout de la nuit

      A 22h30, plus de quatre heures après que chacun fut censé être de retour chez soi, les avocats et avocates de la défense plaident enfin. Ils sont 6. Un par un, ils et elles vont pointer les failles de l’accusation. Des vidéos qui ne montrent pas le moment du passage de la frontière à l’abandon de la charge de bande organisée, tout y passe. Pour Maître Philippe Chaudon par exemple : « s’il n’y a pas bande organisée, il ne peut pas y avoir délit. Sans cette organisation on ne peut pas étayer l’intention d’aider à entrer sur le territoire. » Bien au-delà de 1h du matin, c’est le doyen, Maître Henri Leclerc, qui conclut cette audience fleuve. « Est-ce que celui qui participe à une manifestation est responsable de toute la manifestation ? Certainement pas ! Sinon, tous sont coupables ! Alors pourquoi ce sont eux qui sont sur le banc des accusés ? Je parlerais presque d’arbitraire. » A 1h30, la présidente libère la salle, la décision est mise en délibéré, elle sera rendue le 13 décembre.

      https://radioparleur.net/2018/11/10/proces-migrants-gap-briancon



  • Chinesischer Konzern veralbert Berlin als Häufchen-Stadt – B.Z. Berlin
    https://www.bz-berlin.de/berlin/reinickendorf/chinesischer-konzern-veralbert-berlin-als-haeufchen-stadt


    Neben der TaxihalteIn in Tegel hängt ’ne neue Reklame, die et in sich hat.

    Vonne Chinesen verarschen lassen wa uns nich , tönt die B.Z. , den’ hamwat schon im Boxakriech jezeicht wo der Hammer hängt. Und uff unsre Wauwis lassen wa schon jarnüscht komm’ . Schöne Vorlage habta den Trump-Freunden und Transatlantikern jeliefat, um Stimmung jejen de Konkurrenz aus Fernost zu machen, könnte man der HUAWEI TECHNOLOGIES Deutschland GmbH sagen, imma schön rin inne Fettnäpfchen, wennse schonmal da sind, kamma ooch rinlatschen, spritzt so scheen.

    Ein Chinesen-Witz eines Telekommunikations-Riesen auf Plakaten empfängt die Passagiere am Flughafen Tegel.

    „Was wird in Berlin flächendeckender sein: 5G oder Hundehaufen?“ Diese Frage stellt sich eine Omi mit Hund im Ankunftsbereich und auf den Fluggastbrücken. 5G, das ist die nächste Generation des Mobilfunks und hier längst nicht flächendeckend in Sicht – anders, als Tretminen auf den Gehwegen.

    Der Absender der Werbung, Huawei aus Shenzhen (bringt 2019 das erste 5G-Smartphone heraus), rüstet auch Netzwerke aus. „Die Huawei-Werbung blickt mit einem Augenzwinkern auf die Hauptstadt“, sagt Flughafensprecher Daniel Tolksdorf. Nach B.Z.-Informationen zahlen die Chinesen für ihr Hauptstadt-Bashing mehr als 70.000 Euro.

    So jeht Denunziation. Knete hamse massich. Jeldjierich sinnse. Jeheime Technik hamse. Schade ditte Chinesen keene Juden sind, hätte man am 9. Novemba noch bessa an olle Tradition’ andocken könn’, oda?

    Jetzt mal im Ernst, wer die Internetadresse auf dem Werbeplakat öffnet, erfährt, worum es geht: Die größte deutsche Firma mit chinesischem Hintergrund möchte sich einen Ruf als fortschrittlicher Modernisierer aufbauen und von künftigen Großaufträgen profitieren. Diese Kampagne kann eine Zeitung aus dem konservativen, NATO-verbundenen Springer Verlag natürlich nicht einfach hinnehmen.

    Chinalobbying auf dem deutschen Hauptstadtflughafen, da geht der empörten Redaktöse der Hut hoch. Vielleicht hat Huawei auch keine Werbung in den Springermedien geschaltet. Prompt appelliert die Postille an die niedrigsten nationalistischen Gefühle, um die gelbe Gefahr auszubremsen.

    Das war schon in der Vergangenheit mit Nebenwirkungen verbunden. Wie dumm.

    Kriegsstimmung kann man mit dem nationalistischem und ausländerfeindlichem Gedöns schüren. Das hat immer schon gut funktioniert, das ist keine Nebenwirkung. Heute sollen Deutschlands Rüstungsausgaben massiv angehoben werden. Haupsache die Chinesen kriegen vom Geldsegen nichts ab , heißt die deutsche Devise.

    Mir doch egal, wer die Rüstungsprofite macht. Das einzige, was man gegen die Chinesen sagen kann, die kennen kein Trinkgeld. Reisende aus den USA haben da mehr Stil. Auch egal. Wir fahren sie alle. Zum amtlichen Preis. Das ist der Job. Willkommen in Berlin.

    Mission Statement - Huawei Digitales Hauptstadtbüro - Deutschland besser verbinden.
    http://huawei-dialog.de/mission-statement

    Huawei ist bereits seit 2001 in Deutschland aktiv und beschäftigt mehr als 2.200 Mitarbeiter an 18 Standorten. Damit ist Huawei das größte chinesische Unternehmen in Deutschland. In München befindet sich der Hauptsitz von Huaweis Europäischem Forschungszentrum (ERC), das insgesamt 18 Forschungseinrichtungen in ganz Europa umfasst:

    Das Unternehmen hat in Deutschland eine breite Kundenbasis, zu der u.a. die Deutsche Telekom, Vodafone und Telefónica zählen.
    Huawei ist Partner von Telekommunikationsunternehmen und Netzbetreibern beim LTE-Rollout und der Erschließung ländlicher Gebiete mit Internet. Mit seiner Technologie ist es ein wichtiger Partner bei der Umsetzung der Breitbandstrategie der Bundesregierung.
    Wir setzen auch in Deutschland einen Schwerpunkt auf die Forschungs- und Entwicklungsarbeit und sind mit zahlreichen Universitäten und Forschungsinstitutionen Kooperationen eingegangen – darunter die RWTH Aachen und Einrichtungen der Fraunhofer-Gesellschaft. Seit 2006 ist Huawei in Deutschland mehr als 30 Kooperationen bei Forschungsprojekten mit insgesamt 19 unterschiedlichen Institutionen eingegangen.
    Huawei ist engagierter Partner der deutschen Politik und Wirtschaft, u.a. durch aktive Teilnahme bei BITKOM (Bundesverband Informationswirtschaft, Telekommunikation und neue Medien e.V.), VATM (Verband der Anbieter von Telekommunikations- und Mehrwertdiensten e.V.), BREKO (Bundesverband Breitbandkommunikation e.V.), BUGLAS (Bundesverband Glasfaseranschluss e.V.), eco (Verband der deutschen Internetwirtschaft e.V.), der Deutsche Breitbandinitiative, der Allianz für Cyber-Sicherheit, dem Wirtschaftsrat Deutschland, dem IT-Gipfel, der Initiative D21, dem Münchener Kreis und der Deutschen Akademie für Technikwissenschaften (acatech).

    #Berlin #Reinickendorf #Tegel #Flughafen_Tegel #Werbung #Humor #Rüstung #NATO #China #Wirtschaft



  • Le Dolle Mol, le café anarchiste bruxellois est rouvert Tom Denis - 9 Novembre 2018 - RTBF
    https://www.rtbf.be/info/regions/detail_le-dolle-mol-le-cafe-anarchiste-bruxellois-est-rouvert?id=10068984

    Ouvert en 1969, le Dolle Mol a accueilli beaucoup d’artistes : Léo Ferré, Tom Waits ou encore Bob Dylan, mais aussi tous ceux qui ne trouvaient pas d’endroit pour se réunir comme les Brigades Rouges, l’entarteur #Noël_Godin et ses complices, et même les membres du gouvernement de l’ex-Congo belge en Exil. Un lieu d’histoire ou tous les styles se mélangeaient. Les lieux étaient vides depuis 2015. 

    Pour l’inauguration ce jeudi soir, les anciens habitués se sont donné rendez-vous
    Sur les pavés, devant la façade rouge, une centaine de bruxellois ont un verre à la main. Certains parlent du passé, se souviennent et rient… d’autres découvrent le café pour la première fois. « C’est vraiment une ambiance très riche, on sent que ça fait plaisir aux gens qui sont venus retrouver le Dolle Mol », confie l’un d’entre eux « c’est une bonne chose de faire revivre ce quartier, la rue est super. On est tout près du centre, avant c’était un peu mort ».

    Derrière la porte, une musique et cette odeur qui caractérise si bien les bars belges. Accoudé à la fenêtre : #Jan_Bucquoy, celui qui en 69 s’est installé ici avec quelques bacs de bières. « ça a toujours été très mixte, avant tu avais des banquiers et des clochards au même comptoir  », se souvient Jan Bucquoy. « Cet endroit fini par redevenir ce que c’était, un lieu de #liberté. Quand on s’est installé ici, on ne partageait pas d’idéologie, on appartenait à aucune secte, ni aucun parti. Ici, tu pouvais très bien trouver des gens d’extrême droite comme d’extrême gauche. Ils s’installaient au comptoir et trouvaient des liens pour discuter ».

    Le bar est repris par cinq complices
    Ces cinq belges se sont rencontrés à Kinshasa, bercés eux aussi par cette idée de liberté. « Ça doit être un espace d’accueil culturel et citoyen pour des artistes ou des ASBL bruxelloises qui n’ont pas de lieu pour exposer ni se réunir et débattre », explique Mariane Lemarchant, l’une des administratrices du lieu. « Le bar est convivial et propose une carte avec les produits de micro brasseries bruxelloises et de ses environs avec, bien évidemment aussi quelques classiques de notre gastronomie brassicole », ajoute Michel Rischard, le trésorier.

    Des prestations artistiques
    Le #Dolle_Molle démarrera ses activités culturelles, le jeudi 22 novembre, avec une performance associant musique et peinture en live. Sous les coups de baguette de Teun Verbruggen, Vincent Glowinski connu sous le pseudonyme de BONOM, va peindre différentes toiles en direct qui seront ensuite exposées dans la galerie au premier étage.

    Au Dolle Mol, la couleur #rouge est donc toujours là, le prix de la bière accessible, loin des bars branchés. Il se veut ouvert à tous.

    #artivisme #gloupgloup #alternatives #Bruxelles #Belgique


  • How We Got 400 Free Beta Testers
    https://hackernoon.com/how-we-got-400-free-beta-testers-7b55ddb7cb2e?source=rss----3a8144eabfe3

    How We Got 400 Free Beta Testers (No Growth Hacking Involved)Have you heard this #startup narrative?Come up with an idea, build it, launch to an audience that accepts you wholeheartedly, and watch the money roll in.While that may happen to a select few, it’s a bit different for us mere mortals.Before your product is ready for prime time, it needs to be tested by a pool of users who represent your target market.These beta testers will let you know if you’re on the right track and help you spot bugs and useful features.You learn more about your customers, your developers get a clear roadmap, and customers get to use an awesome product.Everyone wins.sourceIt used to be easy to get people to sign up for your app. Now — not so much. Markets are saturated.In this post, I’ll share how we got our first (...)

    #startup-lessons #marketing #beta-tester


  • Europe is using smartphone data as a weapon to deport refugees

    European leaders need to bring immigration numbers down, and #metadata on smartphones could be just what they need to start sending migrants back.

    Smartphones have helped tens of thousands of migrants travel to Europe. A phone means you can stay in touch with your family – or with people smugglers. On the road, you can check Facebook groups that warn of border closures, policy changes or scams to watch out for. Advice on how to avoid border police spreads via WhatsApp.

    Now, governments are using migrants’ smartphones to deport them.

    Across the continent, migrants are being confronted by a booming mobile forensics industry that specialises in extracting a smartphone’s messages, location history, and even #WhatsApp data. That information can potentially be turned against the phone owners themselves.

    In 2017 both Germany and Denmark expanded laws that enabled immigration officials to extract data from asylum seekers’ phones. Similar legislation has been proposed in Belgium and Austria, while the UK and Norway have been searching asylum seekers’ devices for years.

    Following right-wing gains across the EU, beleaguered governments are scrambling to bring immigration numbers down. Tackling fraudulent asylum applications seems like an easy way to do that. As European leaders met in Brussels last week to thrash out a new, tougher framework to manage migration —which nevertheless seems insufficient to placate Angela Merkel’s critics in Germany— immigration agencies across Europe are showing new enthusiasm for laws and software that enable phone data to be used in deportation cases.

    Admittedly, some refugees do lie on their asylum applications. Omar – not his real name – certainly did. He travelled to Germany via Greece. Even for Syrians like him there were few legal alternatives into the EU. But his route meant he could face deportation under the EU’s Dublin regulation, which dictates that asylum seekers must claim refugee status in the first EU country they arrive in. For Omar, that would mean settling in Greece – hardly an attractive destination considering its high unemployment and stretched social services.

    Last year, more than 7,000 people were deported from Germany according to the Dublin regulation. If Omar’s phone were searched, he could have become one of them, as his location history would have revealed his route through Europe, including his arrival in Greece.

    But before his asylum interview, he met Lena – also not her real name. A refugee advocate and businesswoman, Lena had read about Germany’s new surveillance laws. She encouraged Omar to throw his phone away and tell immigration officials it had been stolen in the refugee camp where he was staying. “This camp was well-known for crime,” says Lena, “so the story seemed believable.” His application is still pending.

    Omar is not the only asylum seeker to hide phone data from state officials. When sociology professor Marie Gillespie researched phone use among migrants travelling to Europe in 2016, she encountered widespread fear of mobile phone surveillance. “Mobile phones were facilitators and enablers of their journeys, but they also posed a threat,” she says. In response, she saw migrants who kept up to 13 different #SIM cards, hiding them in different parts of their bodies as they travelled.

    This could become a problem for immigration officials, who are increasingly using mobile phones to verify migrants’ identities, and ascertain whether they qualify for asylum. (That is: whether they are fleeing countries where they risk facing violence or persecution.) In Germany, only 40 per cent of asylum applicants in 2016 could provide official identification documents. In their absence, the nationalities of the other 60 per cent were verified through a mixture of language analysis — using human translators and computers to confirm whether their accent is authentic — and mobile phone data.

    Over the six months after Germany’s phone search law came into force, immigration officials searched 8,000 phones. If they doubted an asylum seeker’s story, they would extract their phone’s metadata – digital information that can reveal the user’s language settings and the locations where they made calls or took pictures.

    To do this, German authorities are using a computer programme, called Atos, that combines technology made by two mobile forensic companies – T3K and MSAB. It takes just a few minutes to download metadata. “The analysis of mobile phone data is never the sole basis on which a decision about the application for asylum is made,” says a spokesperson for BAMF, Germany’s immigration agency. But they do use the data to look for inconsistencies in an applicant’s story. If a person says they were in Turkey in September, for example, but phone data shows they were actually in Syria, they can see more investigation is needed.

    Denmark is taking this a step further, by asking migrants for their Facebook passwords. Refugee groups note how the platform is being used more and more to verify an asylum seeker’s identity.

    It recently happened to Assem, a 36-year-old refugee from Syria. Five minutes on his public Facebook profile will tell you two things about him: first, he supports a revolution against Syria’s Assad regime and, second, he is a devoted fan of Barcelona football club. When Danish immigration officials asked him for his password, he gave it to them willingly. “At that time, I didn’t care what they were doing. I just wanted to leave the asylum center,” he says. While Assem was not happy about the request, he now has refugee status.

    The Danish immigration agency confirmed they do ask asylum applicants to see their Facebook profiles. While it is not standard procedure, it can be used if a caseworker feels they need more information. If the applicant refused their consent, they would tell them they are obliged under Danish law. Right now, they only use Facebook – not Instagram or other social platforms.

    Across the EU, rights groups and opposition parties have questioned whether these searches are constitutional, raising concerns over their infringement of privacy and the effect of searching migrants like criminals.

    “In my view, it’s a violation of ethics on privacy to ask for a password to Facebook or open somebody’s mobile phone,” says Michala Clante Bendixen of Denmark’s Refugees Welcome movement. “For an asylum seeker, this is often the only piece of personal and private space he or she has left.”

    Information sourced from phones and social media offers an alternative reality that can compete with an asylum seeker’s own testimony. “They’re holding the phone to be a stronger testament to their history than what the person is ready to disclose,” says Gus Hosein, executive director of Privacy International. “That’s unprecedented.”
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    By WIRED

    Privacy campaigners note how digital information might not reflect a person’s character accurately. “Because there is so much data on a person’s phone, you can make quite sweeping judgements that might not necessarily be true,” says Christopher Weatherhead, technologist at Privacy International.

    Bendixen cites the case of one man whose asylum application was rejected after Danish authorities examined his phone and saw his Facebook account had left comments during a time he said he was in prison. He explained that his brother also had access to his account, but the authorities did not believe him; he is currently waiting for appeal.

    A spokesperson for the UK’s Home Office told me they don’t check the social media of asylum seekers unless they are suspected of a crime. Nonetheless, British lawyers and social workers have reported that social media searches do take place, although it is unclear whether they reflect official policy. The Home Office did not respond to requests for clarification on that matter.

    Privacy International has investigated the UK police’s ability to search phones, indicating that immigration officials could possess similar powers. “What surprised us was the level of detail of these phone searches. Police could access information even you don’t have access to, such as deleted messages,” Weatherhead says.

    His team found that British police are aided by Israeli mobile forensic company Cellebrite. Using their software, officials can access search history, including deleted browsing history. It can also extract WhatsApp messages from some Android phones.

    There is a crippling irony that the smartphone, for so long a tool of liberation, has become a digital Judas. If you had stood in Athens’ Victoria Square in 2015, at the height of the refugee crisis, you would have noticed the “smartphone stoop”: hundreds of Syrians, Iraqis, and Afghans standing or sitting about this sun-baked patch of grass and concrete, were bending their heads, looking into their phones.

    The smartphone has become the essential accessory for modern migration. Travelling to Europe as an asylum seeker is expensive. People who can’t afford phones typically can’t afford the journey either. Phones became a constant feature along the route to Northern Europe: young men would line the pavements outside reception centres in Berlin, hunched over their screens. In Calais, groups would crowd around charging points. In 2016, the UN refugee agency reported that phones were so important to migrants moving across Europe, that they were spending up to one third of their income on phone credit.

    Now, migrants are being forced to confront a more dangerous reality, as governments worldwide expand their abilities to search asylum seekers’ phones. While European countries were relaxing their laws on metadata search, last year US immigration spent $2.2 million on phone hacking software. But asylum seekers too are changing their behaviour as they become more aware that the smartphone, the very device that has bought them so much freedom, could be the very thing used to unravel their hope of a new life.

    https://www.wired.co.uk/article/europe-immigration-refugees-smartphone-metadata-deportations
    #smartphone #smartphones #données #big_data #expulsions #Allemagne #Danemark #renvois #carte_SIM #Belgique #Autriche