• Si formano a Gaeta le forze d’élite della famigerata Guardia Costiera libica

    Non bastava addestrare in Italia gli equipaggi delle motovedette libiche che sparano sui migranti nel Mediterraneo o li catturano in mare (oltre 15.000 nei primi sette mesi del 2021) per poi deportarli e torturarli nei famigerati centri di detenzione / lager in Libia. Dalla scorsa estate è nella #Scuola_Nautica della #Guardia_di_Finanza di #Gaeta che si “formano” pure le componenti subacquee di nuova costituzione della #Guardia_Costiera e della #General_Administration_for_Coastal_Security (#GACS).

    La presenza a Gaeta delle unità d’élite della #Libyan_Coast_Guard_and_Port_Security (#LCGPS) dipendente dal Ministero della Difesa e della GACS del Ministero dell’Interno è documentata dall’Ufficio Amministrazione - Sezione Acquisti della Guardia di Finanza. Il 18 giugno 2021 l’ente ha autorizzato la spesa per un servizio di interpretariato in lingua araba a favore dei sommozzatori libici “partecipanti al corso di addestramento che inizierà il 21 giugno 2021 presso la Scuola Nautica nell’ambito della Missione bilaterale della Guardia di Finanza in Libia”. Nell’atto amministrativo non vengono fornite informazioni né sul numero degli allievi-sub libici né la durata del corso, il primo di questa tipologia effettuato in Italia.

    Dal 29 agosto al 29 settembre del 2019 ne era stato promosso e finanziato uno simile a #Spalato, in Croazia da #EUNAVFOR_MED (la forza navale europea per le operazioni anti-migranti nel Mediterraneo, meglio nota come #Missione_Irini). Le attività vennero svolte in collaborazione con la Marina militare croate e riguardarono dodici sommozzatori della Guardia costiera e della Marina libica.

    A fine ottobre 2020 un’altra attività addestrativa del personale subacqueo venne condotta in Libia da personale della Marina militare della Turchia, provocando molte gelosie in Italia e finanche le ire dell’(ex) ammiraglio #Giuseppe_De_Giorgi, già comandante della Nato Response Force e Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 al 2016.

    “In un tweet, la Marina turca riferisce che le operazioni rientrano a pieno nel novero di attività di supporto, consultazione e addestramento militare e di sicurezza incluse nell’accordo raggiunto nel novembre del 2019 tra il GNA tripolino e Ankara: non può sfuggire come questo avvenimento sia un ulteriore affondo turco a nostre spese e l’ennesimo spregio all’Italia”, scrisse l’ammiraglio #De_Giorgi su Difesaonline. “Nelle foto allegate al tweet, infatti, sono presenti le navi che proprio l’Italia nel 2018 aveva donato alla Libia in seguito all’accordo siglato con il primo #Memorandum che avrebbe previsto da parte nostra la presa in carico della collaborazione con la Guardia Costiera libica, non solo per tenere a bada il fenomeno migratorio in generale, ma soprattutto per dare un freno al vergognoso traffico di esseri umani. In particolare, si può vedere la motovedetta #Ubari_660, gemella della #Fezzan_658, entrambe della classe #Corrubia”.

    “Oltre al danno, anche la beffa di veder usare le nostre navi per un addestramento che condurrà un altro Stato, la Turchia”, concluse l’ex Capo di Stato della Marina. “Mentre Erdogan riporta la Tripolitania nella sfera d’influenza ottomana si conferma l’assenteismo italiano conseguenza di una leadership spaesata, impotente, priva di autorevolezza, inadeguata”.

    Le durissime parole dell’ammiraglio De Giorgi hanno colpito in pieno il bersaglio; così dal cappello dell’esecutivo Draghi è uscito bello e pronto per i sommozzatori libici un corso d’addestramento estivo a Gaeta, viaggio, vitto e alloggio, tutto pagato.

    Il personale dell’ultrachiacchierata Guardia costiera della Libia ha iniziato ad addestrarsi presso la Scuola Nautica della Guardia di Finanza nella primavera del 2017. Trentanove militari e tre tutor giunsero in aereo nella base dell’aeronautica di Pratica di Mare (Roma) il 1° aprile e vennero poi addestrati a Gaeta per un mese. “A selezionarli sono stati i vertici della Marina libica tra i 93 militari che hanno superato il primo modulo formativo di 14 settimane, svolto nell’ambito della missione europea Eunavformed, a bordo della nave olandese Rotterdam e della nostra nave San Giorgio”, riportò la redazione di Latina del quotidiano Il Messaggero.

    Nella scuola laziale i libici furono formati prevalentemente alla conduzione delle quattro motovedette della classe “#Bigliani”, già di appartenenza della Guardia di Finanza, donate alla Libia tra il 2009 e il 2010 e successivamente riparate in Italia dopo i danneggiamenti ricevuti nel corso dei bombardamenti NATO del 2011. Le quattro unità, rinominate #Ras_al_Jadar, #Zuwarah, #Sabratha e #Zawia sono quelle poi impiegate per i pattugliamenti delle coste della #Tripolitania e la spietata caccia ai natanti dei migranti in fuga dai conflitti e dalle carestie di Africa e Medio Oriente.

    Per la cronaca, alla cerimonia di chiusura del primo corso di formazione degli equipaggi libici intervenne a Gaeta l’allora ministro dell’Interno #Marco_Minniti. Ai giornalisti, #Minniti annunciò che entro la fine del mese di giugno 2017 il governo italiano avrebbe consegnato alla Libia una decina di motovedette. “Quando il programma di fornitura delle imbarcazioni sarà terminato la Marina libica sarà tra le strutture più importanti dell’Africa settentrionale”, dichiarò con enfasi Marco Minniti. “Lì si dovranno incrementare le azioni congiunte e coordinate per il controllo contro il terrorismo e i trafficanti di esseri umani: missioni cruciali per tutta la comunità internazionale”.

    Un secondo corso di formazione per 19 ufficiali della Guardia costiera libica venne svolto nel giugno 2017 ancora un volta presso la Scuola Nautica della Guardia di Finanza di Gaeta. Nel corso del 2018, con fondi del Ministero dell’Interno vennero svolti invece due corsi della durata ognuno di tre settimane per 28 militari libici, costo giornaliero stimato 606 euro per allievo.

    Nell’ambito del #Sea_Horse_Mediterranean_Project, il progetto UE di “cooperazione e scambio di informazioni nell’area mediterranea tra gli Stati membri dell’Unione di Spagna, Italia, Francia, Malta, Grecia, Cipro e Portogallo e i paesi nordafricani nel quadro di #EUROSUR”, (valore complessivo di 7,1 milioni di euro), la Guardia di Finanza ha concluso uno specifico accordo con la Guardia Civil spagnola, capofila del programma, per erogare sempre nel 2018 un corso di conduzione di unità navali per 63 libici tra guardiacoste del Ministero della Difesa e personale degli Organi per la sicurezza del Ministero dell’Interno.

    Istituzionalmente la Scuola Nautica della Guardia di Finanza di Gaeta provvede alla formazione tecnico-operativa degli allievi finanzieri destinati al contingente mare, nonché all’aggiornamento ed alla specializzazione di ufficiali impiegati nel servizio navale. In passato ha svolto attività di formazione a favore del personale militare e della polizia della Repubblica d’Albania e della Guardia Civil spagnola.

    L’Istituto ha partecipato anche a due missioni internazionali: la prima sul fiume Danubio, nell’ambito dell’embargo introdotto nel maggio 1992 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro l’allora esistente Repubblica Federale di Jugoslavia; poi, a fine anni ’90, a Valona (Albania) per fornire assistenza e consulenza ai locali organi polizia nella “lotta ai traffici illeciti”.

    Adesso per la Scuola di Gaeta è scattata l’ora dell’addestramento dei reparti d’élite delle forze navali di Tripoli, sommozzatori in testa.

    http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2021/11/si-formano-gaeta-le-forze-delite-della.html

    –-> Articolo pubblicato in Africa ExPress il 30 novembre 2021, https://www.africa-express.info/2021/11/30/addestrata-in-italia-la-guardia-costiera-libica-accusata-di-crimini

    #Gaeta #formation #gardes-côtes_libyens #asile #migrations #réfugiés #Italie #Libye #frontières #Méditerranée #plongeurs

    –---

    Ajouté à la métaiste sur les formations des gardes-côtes lybiens sur le territoire européen :
    https://seenthis.net/messages/938454

    ping @isskein

  • #Ursula_von_der_Leyen, 30.11.2021 :

    I just talked to Prime Minister of Iraq @MAKadhimi

    We are cooperating closely on repatriation flights to ensure the safe return of Iraqi nationals stranded in Belarus.

    https://twitter.com/vonderleyen/status/1465744105657483266

    #même_pas_honte
    #asile #migrations #réfugiés #Pologne #Biélorussie #rapatriement #Irak #réfugiés_irakiens #refoulement #vols #vols_de_rapatriement #illégalité #UE #EU #union_européenne

    ping @isskein @karine4

  • Biologie darwinienne et féminisme

    Bonjour Francine Sporenda !
    Je réponds ici à votre article Le mythe de la libido féminine faible de juillet 2021 :
    https://entreleslignesentrelesmots.blog/2021/07/26/le-mythe-de-la-libido-feminine-faible
    et https://revolutionfeministe.wordpress.com/2021/07/11/le-mythe-de-la-libido-feminine-faible

    La rédaction de cette réponse a été pour moi l’occasion de re-réfléchir aux questions de méthode que pose l’utilisation des recherches scientifiques dans la pensée féministe.

    https://entreleslignesentrelesmots.blog/2021/11/27/biologie-darwinienne-et-feminisme

    #féminisme #biologie #évolution

  • Rimbaud éperdu

    L’autre Rimbaud

    David Le Bailly signe un livre publié aux éditions l’Iconoclaste intitulé L’autre Rimbaud. Ce récit en forme d’enquête dévoile un personnage rayé de la mythologie rimbaldienne. Le frère a été ignoré par presque tous les biographes du poète. Comme, par exemple, « le » spécialiste qui pourtant fait référence et l’unanimité, Jean-Jacques Lefrère (1954-2015), auteur à qui l’on doit : Arthur Rimbaud et de Rimbaud à Aden. Seul André Suarès (1868 – 1948), autre poète maudit, y fut attentif.

    https://entreleslignesentrelesmots.blog/2021/11/27/rimbaud-eperdu

    #biographie

  • L’écologie de Marx à la lumière de la MEGA 2 (I) – A l’encontre
    https://alencontre.org/ecologie/lecologie-de-marx-a-la-lumiere-de-la-mega-2-i.html

    Depuis une trentaine d’années, les études destinées à évaluer la portée de l’œuvre de Marx (tout comme de celle d’Engels, qui lui est étroitement liée) à l’aune de la thématique et de la problématique écologiques se sont multipliées. Aiguillonnées par la conscience grandissante de l’ampleur de la catastrophe écologique dans laquelle nous sommes engagés et de l’urgence qu’il y a à l’affronter, elles ont cherché à déterminer si et dans quelle mesure cette œuvre était susceptible d’éclairer les tenants et aboutissants de cette catastrophe et de contribuer à formuler des réponses appropriées permettant d’envisager d’en sortir.

    Deux tendances se sont rapidement dégagées à ce sujet. Pour les uns, non seulement l’œuvre de Marx n’aurait rien à nous apprendre sur ce terrain mais toute pensée sérieusement soucieuse de prendre cette thématique et problématique à bras-le-corps devrait sans détourner, tant elle serait restée en définitive prisonnière d’un prométhéisme exaltant de manière irréfléchie la croissance des forces productives, en en faisant une des conditions sine qua non du socialisme. Elle aurait ainsi ouvert la voie à la cécité dont le mouvement socialiste (tant dans sa version sociale-démocrate que dans celle déclinée par le soi-disant « socialisme réel ») a fait preuve au regard de la dynamique génératrice de la catastrophe écologique, en portant de ce fait une part spécifique de responsabilité dans cette dernière [1]. Pour d’autres, au contraire, l’œuvre de Marx, correctement évaluée ou réévaluée, non seulement témoignerait d’une sensibilité écologique certaine mais encore dégagerait des perspectives originales en ce qui concerne tant la compréhension théorique des racines de la catastrophe écologique que la formulation de propositions politiques pour tenter d’y faire face [2].

    Kohei Saïto suit manifestement cette seconde voie, aujourd’hui déjà bien balisée [3]. Son originalité tient, cependant, d’abord aux sources qu’il exploite. Il ne se contente pas, en effet, de reparcourir une nouvelle fois les textes canoniques de Marx. S’appuyant sur l’ensemble des volumes de la MEGA 2 déjà parus [4], il étend considérablement le corpus de référence à nombre de textes jusqu’alors inédits de Marx, qu’il s’agisse de la somme considérable de manuscrits qui ont préparé ou accompagné l’élaboration de sa critique de l’économie politique, laissée finalement en plan avec Le Capital, ou de la somme encore plus importante des carnets de lecture et des notes apposées par Marx en marge des ouvrages figurant dans sa bibliothèque et qui y ont été conservés. Les pièces nouvelles ainsi versées au dossier permettent de mieux suivre l’évolution de la pensée de Marx sur les questions relatives à l’écologie. Elles éclairent aussi, plus largement, la manière dont Marx travaillait et elles expliquent finalement pourquoi, loin de nous avoir laissé en héritage un monument théorique, c’est un véritable chantier, dans tous les sens du terme, qu’il nous a légué. A charge pour nous de continuer à y travailler.

    #Saito #bihr #écologie #marx

  • L’Ukraine se dit prête à tirer sur des migrants qui tenteraient de traverser sa frontière avec la Biélorussie

    Pour éviter un afflux de migrants venus de la Biélorussie voisine à ses frontières, l’Ukraine entend user de la manière forte. Le ministre ukrainien de l’Intérieur a affirmé vendredi que le pays n’hésiterait pas à faire « usage de tous les moyens de protection mis à notre disposition par la loi, y compris les armes à feu ».

    L’Ukraine met en garde les migrants piégés en Biélorussie. Kiev ne laissera pas les exilés rentrer sur son territoire et se défendra pour les repousser.

    « Si la vie et la santé des garde-frontières [ukrainiens] sont menacées, nous ferons usage de tous les moyens de protection mis à notre disposition par la loi, y compris les armes à feu », a déclaré vendredi 19 novembre le ministre de l’Intérieur #Denys_Monastyrsky devant le Parlement. En clair, les autorités ukrainiennes n’hésiteront pas à tirer à #balles_réelles sur les migrants.

    Depuis cet été, des milliers de personnes, principalement originaires du Moyen Orient, ont afflué aux portes de l’Union européenne (UE), notamment aux frontières polonaises et lituaniennes. Lundi 8 novembre, une foule plus compacte s’est massée près de la Pologne, provoquant d’importantes tensions entre Minsk, soutenue par Moscou, et Bruxelles qui accuse le régime de Loukachenko d’avoir orchestré cet afflux migratoire en réponse aux sanctions imposées par les Vingt-Sept après la répression en 2020 d’un mouvement d’opposition historique.

    Les migrants qui tentent d’entrer en Pologne sont renvoyés manu militari côté biélorusse, les refoulements étaient désormais inscrits dans la loi.

    L’Ukraine, frontalière de la Biélorussie et de plusieurs États de l’UE, craint que ces exilés empruntent une autre route et essayent de rallier le Vieux continent en passant par le pays. « Nous n’excluons pas la possibilité que la Russie décide d’intentionnellement envoyer un grand nombre de migrants illégaux vers notre territoire à travers la Biélorussie », a jugé le ministre ukrainien de l’Intérieur, dans ce même discours, retransmis à la télévision.

    « Nous nous préparons à cette situation », a-t-il affirmé, ajoutant néanmoins que la situation actuelle à la frontière entre l’Ukraine et la Biélorussie, longue de 890 km, était « sous contrôle et stable ».

    La semaine dernière, Kiev a annoncé le doublement des effectifs des garde-frontières dans la région de #Volyn, à la frontière ouest de la Biélorussie, en déployant 200 soldats supplémentaires dans la zone.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/36619/lukraine-se-dit-prete-a-tirer-sur-des-migrants-qui-tenteraient-de-trav

    #migrations #réfugiés #frontières #asile #Ukraine #Biélorussie #Pologne #Lituanie #tirs #menaces #militarisation_des_frontières

  • En #Pologne, la solidarité s’improvise au secours de #migrants « traités moins bien que des #animaux » - Page 1 | Mediapart
    https://www.mediapart.fr/journal/international/211121/en-pologne-la-solidarite-s-improvise-au-secours-de-migrants-traites-moins-

    À la frontière avec la Biélorussie, ils sont nombreux à s’engager pour sauver des vies. Simples résidents, activistes, médecins, juristes… ils ou elles agissent en réseau pour venir au secours des exilés refoulés par Minsk comme par la Pologne.

    Hajnówka (Pologne).– À l’origine, Grzegorz (prénom modifié) n’a pas grand-chose d’un activiste. Cet employé de la construction vivait jusqu’ici une existence tranquille, à l’orée des forêts de Podlachie en Pologne. Sauf que sa vie a basculé il y a quelques semaines, depuis que des réfugiés en provenance de #Biélorussie parcourent régulièrement les forêts non loin de chez lui. Et ce, même si les tentatives de #passage de la #frontière polonaise sont en baisse depuis qu’un camp de plusieurs milliers d’exilés du côté de la Biélorussie, formé le 8 novembre, s’est retrouvé déserté une semaine plus tard.

    « C’est vrai qu’il y a un peu moins de passages, mais il y en a encore », assure le trentenaire joint au téléphone. Grzegorz est de ceux qui pensent que la frontière doit être défendue, mais pas à n’importe quel prix. « Si les migrants sont déjà sur le territoire polonais, on ne peut pas les traiter comme des balles de ping-pong et les renvoyer en Biélorussie. Ça ne veut pas dire qu’ils doivent rester dans l’Union européenne, il existe des moyens civilisés de les renvoyer chez eux. En revanche, on doit mettre en place un système et leur permettre qu’ils reçoivent de l’aide. En lieu et place de cela, les migrants sont traités moins bien que les animaux en Pologne. D’ailleurs, on ne les enregistre nulle part », confie cet homme qui vit à proximité de Narewka et consacre désormais plusieurs heures hebdomadaires à la rescousse de réfugiés, sans disposer de l’aide psychologique nécessaire.

    En général, il se rend sur place après avoir reçu une géolocalisation de la part de bénévoles de Grupa Granica, un collectif qui aide les migrants en détresse en Pologne depuis août – soit le début de la crise migratoire qui touche la Pologne orientale. Parfois, Grzegorz se promène dans la forêt et rencontre par hasard ces exilés venus de Syrie, d’Afghanistan, d’Irak… ou encore d’Afrique subsaharienne. « La plupart des migrants que j’ai vus passer étaient affamés, assoiffés, trempés, leurs téléphones étaient sans batterie, certains avaient laissé leurs chaussures dans les marécages… J’ai vu des hommes pleurer et forcément ça fait quelque chose. Le plus dur, c’est quand on n’a aucune nouvelle de ces personnes. Parce que, mine de rien, on s’attache. » Pour Grzegorz, tout a commencé à la mi-octobre, à la suite d’un refoulement dont il a été témoin.

    La Pologne pratique depuis le début de cette crise - orchestrée par le régime de Minsk – un refoulement quasi systématique des migrants qu’elle parvient à intercepter à sa frontière avec son voisin, qu’ils soient éligibles à une protection - ou non – au sein de l’Union européenne. Ces refoulements ont été légalisés en août par le biais d’une ordonnance du ministère de l’intérieur, ainsi qu’avec l’entrée en vigueur d’un amendement à la loi sur les étrangers, le 23 octobre.

    « Tout au début, j’ai rencontré une famille kurde. J’ai consenti à être leur représentant légal dans le cadre d’une demande d’asile. Les gardes-frontières sont arrivés, je leur ai tout expliqué. Ils m’ont promis que la famille serait conduite au poste des gardes-frontières pour y effectuer la procédure. Ça a été un choc quand ces Kurdes m’ont annoncé par messagerie qu’ils étaient en Biélorussie et qu’ils avaient froid et soif. »

    Au départ, le trentenaire ne connaît personne mais réussit rapidement à obtenir des provisions de la part d’un internaute, qui faisait une collecte sur le Web pour les exilés. Puis il entre en contact avec les divers réseaux d’aide aux migrants actifs en Podlachie, dans l’est de la Pologne, et estime depuis avoir assisté environ deux cents personnes en l’espace d’un mois. Le week-end du 13 novembre, Grzegorz vient même au secours d’un groupe de 80 personnes. « On n’avait pas assez de provisions, alors je suis passé au centre d’aide de Michalowo, là n’importe quel bénévole peut se ravitailler. »

    À Michałowo, près de l’école, c’est dans plusieurs conteneurs que des bénévoles de WOSP - une organisation caritative polonaise - se relaient toutes les douze heures depuis le 5 novembre. Et cette municipalité de 6 000 habitants fait figure d’exemple en matière d’aide aux exilés. « Cela fait trois mois qu’a commencé la crise migratoire à Michałowo », précise Konrad Sikora, adjoint au maire. « Cet été, nos pompiers ont aidé à extraire des migrants coincés dans un marécage. Les habitants aidaient déjà par ailleurs les migrants. Mais nous avons compris qu’il n’y avait pas de temps à perdre, que les températures chuteraient vite. L’ensemble du conseil municipal a ainsi donné son accord pour que Michałowo mette en place un centre d’aide pour migrants, inauguré le 4 octobre dans notre caserne de pompiers, continue le quadragénaire. Honnêtement, on n’a rien fait de spécial et ça ne coûte pas grand-chose. »

    Rapidement, les pompiers bénévoles des hameaux rattachés à la commune de Michałowo, dont celui de Jałówka, situé dans la zone d’état d’urgence, rejoignent le mouvement, laissant eux aussi la porte de leurs locaux ouverte aux réfugiés. Et les pompiers de la caserne municipale de Michałowo se sont mis à faire des maraudes tous les deux jours, à la recherche de migrants aux prises avec le froid, la faim ou une condition physique dégradée.

    L’aide des habitants comme celle de Grzegorz est d’autant plus cruciale que sur une bande de 3 km de large, le long de 400 km de frontière avec la Biélorussie, la Podlachie vit sous état d’urgence depuis le 2 septembre. Les médias comme les ONG n’y ont pas accès. Seuls les résidents peuvent y pénétrer en montrant patte blanche aux checkpoints. Quand l’état de santé des migrants s’avère précaire, ses habitants sont alors en proie à un dilemme cornélien : d’une part, les ambulances (seule institution médicale autorisée à accéder à la zone sous état d’urgence) sont escortées par les forces de l’ordre ; d’autre part, il n’est pas rare qu’après une hospitalisation, les gardes-frontières escortent les anciens patients à la frontière bélarusse.

    C’est pour venir en renfort des ambulances mais également agir en toute discrétion qu’a été formé en octobre « Médecins à la frontière », un collectif bénévole de médecins qui a dû abréger sa mission pour cause de vandalisme. Les professionnels de PCPM – une équipe d’intervention humanitaire polonaise qui a fait ses preuves dans le monde entier – ont alors repris le flambeau. Mais ses médecins bénévoles se heurtent également à l’accès prohibé à la zone.

    Une chose est sûre cependant, si ce n’était cette solidarité mise en place à la frontière et les opérations de sauvetage pilotées notamment par Grupa Granica, où des bénévoles arrivent avec thé chaud, soupe, eau, vêtements, chaussures, couvertures thermiques, il y aurait eu bien plus de décès que la dizaine officiellement rapportée.

    « Je crains qu’il n’y ait bien plus de corps sans vie dans la zone d’état d’urgence notamment et dans les recoins marécageux. C’est ce que nous rapportent les résidents. C’est aussi pour cela que les autorités polonaises ont “besoin” de cette zone, pour mieux cacher ce qui s’y passe », ajoute Agata Kołodziej, employée d’Ocalenie, une organisation déployée sur le terrain hors zone d’état d’urgence et membre de Grupa Granica.

    À l’extérieur de la maison de Kamil Syller, une lumière verte scintille de nuit. Ce juriste, qui vit avec sa compagne et sa fille à quatre kilomètres de la frontière, a eu l’idée à la mi-octobre de signaler ainsi sa main tendue aux migrants, une initiative qui a été depuis répliquée dans toute la Pologne. « L’idée m’est venue lors d’une première intervention où j’ai vu des Médecins à la frontière sauver une femme en situation d’hypothermie. J’ai alors compris l’urgence de la situation », témoigne ce quarantenaire qui offre repas chaud, rechargement de téléphone, vêtements aux migrants toquant à sa porte. Lui et sa compagne partent également en expédition dans les forêts, équipés de ravitaillement, mais aussi de caméra infrarouge, afin de repérer toute personne sans force ou qui craindrait les forces de l’ordre.

    Bon tout de même hein, Grzegorz fait remarquer que : "il existe des moyens civilisés de les renvoyer chez eux". Ah bon ok...

  • Campagne de dissuasion de passer la frontière de la part des autorités polonaises aux migrant·es présent·es en #Biélorussie :

    Message from Polish authorities in #Poland/#Belarus border region: “Poland won’t let migrants pass to Germany. It will protect its borders. Don’t get fooled, don’t try to take any action.”

    https://twitter.com/_PMolnar/status/1459558212634566658

    –-> sur le message whatsapp, un lien qui renvoie à une page officielle du ministère de l’intérieur polonais :

    Information for migrants


    https://www.gov.pl/web/mswia-en/information-for-migrants
    https://www.gov.pl/web/mswia-en/information-for-migrants

    –-> message écrit en anglais, arabe, russe, français, polonais

    #sms #message #whatsapp #propagande #migrations #asile #réfugiés #campagne #dissuasion

    –—

    ça rappelle la campagne #No_way de l’#Australie :

    ... et plein d’autres, voir sur cette métaliste :
    https://seenthis.net/messages/763551

    ping @isskein @karine4

  • #Bouli_Lanners : l’acteur écolo sort du bois

    « Après la maison, j’ai acheté le bois puis les terrains autour pour pouvoir préserver un maximum de surface. Et mon voisin, sur la colline en face, a fait la même chose. Donc, on a 10 000 m² de terrain en ville qui ne seront jamais construits, j’ai mis tout mon argent dedans ! »

    Pourquoi autant de surface ? Pour « rien » ! Il articule fort. Ce « rien », c’est la #biodiversité, les pipistrelles (chauve-souris) qui nichent en bas de son jardin, les arbres, et, surtout, le regard des promoteurs immobiliers : « Ils ne comprennent pas. Je le vois dans leurs yeux. Ils me regardent et me demandent :
    – Mais, vous allez en faire quoi ?
    – Rien !
    Et là, je vois le vide, et j’adore ce moment. Il vaut toutes les thunes que j’ai mises dans ce terrain ! »

    https://reporterre.net/Bouli-Lanners-l-acteur-ecolo-sort-du-bois

  • #ue #union_européenne : Des paysans bios à poil à cause de la nouvelle PAC ? « À peu près 80% des aides attribuées au bio vont disparaître »
    https://www.rtbf.be/info/monde/europe/detail_des-paysans-bios-a-poil-a-cause-de-la-nouvelle-pac-a-peu-pres-80-des-aid

    . . . . .
    Petit rappel : la PAC, c’est la Politique agricole commune. Le Parlement européen, le pouvoir législatif de l’Union (celui qui vote les règles), s’apprête à voter sa nouvelle mouture mardi prochain. Il va donc tracer les grandes lignes du modèle agricole européen pour les prochaines années, de 2023 à 2027. La PAC, c’est un budget de 387 milliards d’euros, avec des aides pour les agriculteurs cette fois, qui décident de verdir leurs exploitations. On pourrait croire que c’est une bonne nouvelle pour un paysan bio député vert. Mais en fait non.

    « C’est absolument l’inverse, répond Benoît Biteau. Elle est même pire que celle de la génération d’avant qui était déjà défaillante sur l’atténuation du changement climatique, sur la préservation de la biodiversité mais aussi sur le revenu même des paysans et sur la possibilité de renouveler les générations d’agriculteurs qui sont en train de vieillir et pour lesquelles on a besoin d’installer des nouveaux. »

    En contradiction avec le Green deal européen
    La Commission européenne, qui est le pouvoir exécutif de l’Europe (celui qui applique les règles), a pourtant un agenda vert assez ambitieux, assez précis : c’est le fameux Green deal, le Pacte vert, qui engage des milliards et des milliards d’euros afin d’atteindre des objectifs précis. La PAC irait donc à l’encontre de ce pacte vert de la Commission européenne ?

    C’est exactement ce que pense le député Vert. « On est dans une forme de schizophrénie où il y a des belles ambitions autour du pacte vert, et notamment autour des déclinaisons comme la stratégie de la ferme à la fourchette, la stratégie pour la biodiversité qui prône la réduction de 50% de l’usage des pesticides, qui prônent la réduction de 20% de l’usage des engrais de synthèse, qui prônent la certification en agriculture biologique sur 25% des surfaces agricoles. »

    La PAC, au contraire, soutient une agriculture « qui utilise massivement des pesticides, des engrais de synthèse ou de la mécanisation » et qui « n’est pas forcément celle qui nous conduit vers la souveraineté alimentaire », selon le député européen. « Quand on simule les effets de cette nouvelle PAC, on se rend compte qu’à peu près 80% des volumes d’aides qui sont aujourd’hui attribués à l’agriculture biologique vont disparaître pour cette agriculture-là », celle qui utilise des pesticides.
    . . . . . . . .

     #agriculture #bio #alimentation #écologie #agriculture_biologique #santé #pesticides #environnement #quelle_agriculture_pour_demain_ #élevage #ogm #permaculture #politique #économie #PAC #néolibéralisme

  • Une analyse détaillée du crédit qu’on peut apporter aux principales études médicales utilisées pour prouver les bienfaits de l’ivermectine
    https://astralcodexten.substack.com/p/ivermectin-much-more-than-you-wanted

    Quels outils et méthodes pour détecter les fraudes et évaluer les études médicales ?
    La difficulté à communiquer la science « In a world where scientists seemed like hostile aliens, I would hesitate to take the vaccine. »
    Les bulles sociales de connivence culturelles « About half of Americans are young-earth creationists. I have nothing against these people, I don’t deliberately ostracize them - yet none of my closest hundred friends are in this category. There’s about an 0.5^100 = 10^-31 chance that would happen by coincidence »

    #covid #ivermectine #science #fraude #biais-cognitifs #complexité

  • Une lanceuse d’alerte obligée de payer 125 000€ pour avoir révélé des pesticides dans des vins certifiés HVE
    https://lareleveetlapeste.fr/une-lanceuse-dalerte-condamnee-a-125-000e-damende-pour-avoir-revel

    Mercredi 10 novembre, la cour d’appel de Bordeaux n’a pas autorisé Valérie Murat, la porte-parole de l’association Alerte aux toxiques, le droit de faire appel de sa condamnation tant qu’elle n’aura pas réglé la totalité des 125000 euros d’amende infligée par le tribunal de Libourne le 25 février 2021. Elle avait été condamnée pour « dénigrement collectif à l’égard de la filière » du vin de Bordeaux, suite à sa révélation publique de résidus de pesticides dans des vins labellisés Haute Valeur Environnementale (HVE). Un exemple flagrant de « procédure-bâillon » qui remet en lumière la difficulté des lanceurs d’alerte à se faire entendre.

    #vin #bordeaux #pesticides #bâillon

    • Acharnement procédural ou décision inévitable contre l’appel de Valérie Murat pour dénigrement des vins de Bordeaux ?
      https://www.vitisphere.com/actualite-95271-acharnement-procedural-ou-decision-inevitable-contre-lap


      Dénonçant un « procès bâillon », l’activiste estime ce 10 novembre devantle CIVB que cette attaque judiciaire la vise personnellement.
      crédit photo : Alexandre Abellan (Vitisphere)

      Si la plus antiphyto des pasionarias attaque publiquement une décision de justice contraire à ses droits, des juristes évoquent un dossier répondant à une procédure somme toute classique.

      Froide, la machine judiciaire fait s’échauffer les esprits à Bordeaux. « C’est une décision historique : nous n’aurons pas le droit de faire appel » déclare ce 10 novembre Valérie Murat, la porte-parole de l’association Alerte Aux Toxiques (AAT), après la radiation par la première chambre civile de la cour d’appel de Bordeaux de l’appel de sa condamnation à 125 000 euros pour « dénigrement des vins de Bordeaux », avec une exécution provisoire au profit de 26 plaignants, dont le Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux (CIVB). « Pour faire appel, on nous oblige à payer les 125 000 € » indique la militante, ajoutant que « cela signifie tout d’abord que je n’ai pas les mêmes droits que n’importe quel justiciable français. C’était déjà une condamnation démesurée et orientée, c’est en plus aujourd’hui le droit d’appel le plus exorbitant jamais vu. »

      « Liberté d’expression ou droit des affaires ? » posent ce 15 novembre dans un communiqué six associations écologistes, qui « expriment fermement leur soutien à l’association Alerte Aux Toxiques et sa porte-parole Valérie Murat dont le droit à se défendre et à faire appel est aujourd’hui soumis à une clause financière totalement disproportionnée ». « Dans la patrie des droits de l’Homme, c’est une sorte de justice à deux vitesses qui s’instaure, selon les moyens financiers. Il est vrai qu’on a rarement vu une juridiction bordelaise contrarier le CIVB » renchérit le même jour un communiqué de presse de la Confédération Paysanne de Gironde, appelant à soutenir financièrement la militante, qui a deux ans pour régler le montant de sa condamnation. Ayant levé une cagnotte en ligne, Valérie Murat a déjà reçu 20 000 € de la part de 470 donateurs. Appellant à « résister aux lobbies » de la filière vin, ces financeurs soutiennent une « lanceuse d’alerte » contre une « condamnation abusive [qui] incite au soutien de cette femme courageuse qu’on voudrait museler ».

      C’était gagnable
      Dans le milieu judiciaire bordelais, des experts indiquent à Vitisphere qu’il n’y a pas d’empêchement anormal dans cette procédure, mais une application toute procédurale liée à des choix de la défense de Valérie Murat, qui aurait pu éviter cette procédure de radiation ouverte par le CIVB. « Après la condamnation, il était possible de saisir le premier président de la cour d’appel pour obtenir la suspension de l’exécution provisoire. C’était gagnable, en expliquant qu’il y avait des problèmes de fond, comme la condamnation pour dénigrement alors qu’il n’y avait pas d’activité commerciale [NDLA : ce qui a été plaidé en première instance] ou le fait que les revenus ne le permettent pas, ou ouvrir une situation d’urgence au fond… » indique une source judiciaire girondine, qui s’appuie sur l’article 3 du décret n°2019-1333 du 11 décembre 2019, et note au passage une question de recevabilité des plaignants (avec un « doublon » entre syndicats viticoles et la Fédération des Grands Vins de Bordeaux, FGVB, qui les réunit).

      Au-delà de ce choix, « la décision de radiation rendue ne présente aucun caractère exceptionnel, s’agissant d’une application classique des textes en la matière, dès lors que ni les condamnations pécuniaires, ni les injonctions ordonnées, ni les mesures de publicité n’ont été exécutées, sans que les appelants ne démontrent se trouver dans l’un des deux cas faisant obstacle à la radiation : démontrer que l’exécution leur est impossible ou qu’elle aurait des conséquences manifestement excessives pour qu’il y ait suspension de l’exécution » indique une autre source judiciaire, s’appuyant sur l’ordonnance rendue ce 10 novembre. Devant ces éléments, « les critiques de madame Murat ne paraissent pas fondées » note un avocat bordelais. « Elle peut faire appel, avec les mêmes droits que tous les justiciables, dans l’application de la loi » souligne la première source judiciaire.

  • Myanmar villagers tear down Chinese fences built along the border

    China rejects charges of encroachment, saying fences aren’t built on Myanmar territory.

    Villagers living along Myanmar’s mountainous border with China are destroying fences put up by Chinese authorities to block travelers who might spread #COVID-19, saying the barriers have been built inside Myanmar territory, sources say.

    The destruction of fencing in northern Myanmar’s #Kachin state and #Shan state in the country’s east is causing friction along the border, with both residents and politicians faulting the two countries for letting the problem fester.

    China’s embassy in Myanmar denied any Chinese encroachment and called the construction of fences “a common practice in many countries to strengthen border management.”

    On Oct. 25, residents of #Pangkham village in Shan state’s Muse township took down a fence they said had been set up nearly 30 feet inside village land, one villager said, speaking on condition of anonymity.

    Villagers first saw the new fence when they went to their fields to plant crops, he said.

    “China had first built a solid fence in 2014, but after that they set up barbed wire that was put from 20 to 30 feet inside our own land, and we removed this new fence,” he said, adding that when villagers had previously gone to work in their fields, Chinese soldiers had appeared there to make a show of force.

    “And so we villagers have been moved back four times already,” he said.

    China has not yet responded to the removal of this newest fence, villagers said.

    Muse, the main border crossing into China, lies across a river from #Ruili (#Shweli, in Burmese) in southwestern China’s #Yunnan Province.

    This is the third such dispute between Chinese border authorities and residents of the #Muse district in the last two months, villagers said.

    The Muse township administrator and other local officials have now visited Pangkham, an area close to Chinese border town of #Jiagou, and say they will file a report on the situation with higher-ups at the district level, they said.

    In another incident on Sept. 12, residents of #Namkham township’s #Hak_Hin_village took down a Chinese fence extending into village land after Chinese authorities rebuffed villagers’ objections, village chief Lon Ai Suan said.

    Since the outbreak of the first wave of the #coronavirus pandemic in China in April 2020, border crossings have been tightened on the Chinese side of the border with Myanmar to control the entry and exit of Myanmar nationals, resulting in frequent disputes, sources say.

    ’Can’t do anything on our own’

    Authorities in both countries have been unable so far to settle the issue of encroachment, said Sai Hla Pe, chairman of the Shan Nationalities League for Democracy (SNLD) in northern Shan state, pointing to frequent incidents in #Pansai, #Pangkham, and the #Naung_Mon areas of Muse.

    “We have gone to these places to see for ourselves,” he said.

    “The problem should be solved between the two governments, because we can’t do anything about this on our own. We can only report to the authorities on the results of our investigations in the field,” he said.

    Charges of encroachment by China have also been made by villagers in Kachin state, where one resident said a 20-foot-tall, 500-foot-long fence was put up between Waingmaw and Kanpaiti townships during the last week of July.

    “It’s obvious that they are doing whatever they want in the uninhabited areas of Myanmar,” Zay Jones, a resident of Kanpaiti, said. “They are expanding into our country, and no one says anything about it,” he said.

    “You can see barbed wire fences on the mountains from Kanpaiti. No one knows for sure whether these mountains are in Myanmar or in China, but we know [the fences] are on the Myanmar side.”

    “The Chinese just put up fences wherever they want,” he said.

    Local residents said that Kanpaiti township officials have sent a letter of protest to Chinese officials on the other side, but that no replies have been received.

    Local officials in Shan state’s Muse district conduct field inspections and “send objections to the relevant Chinese departments when problems occur," an official from the district’s administration department said, also speaking on condition of anonymity.

    "And if there is a violation of an agreement we signed earlier, we will send a letter of protest and report the situation to higher authorities,” the official said.

    “In some places where we have found a definite encroachment, they have had to pull it down, and in other places we have had to consult with joint inspection teams from both sides. But because of COVID, this isn’t happening at present,” he said.

    ’China may have reached an understanding’

    In Kachin state, the Chinese border lies mostly along areas controlled by the ethnic Kachin Independence Army (KIA), and almost all of it has been fenced off by China, local sources said. China has been building new fences since July near the remote mountain town of Laiza and in other places, they added.

    China may be prioritizing the building of fences in these areas to stop refugees entering China because of concerns over the political situation in Myanmar nine months after a Feb. 1 military coup overthrew the country’s elected civilian government, sparking widespread protests and fighting.

    “China may have reached an understanding with the ethnic armed groups,” said Than Soe Naing, an analyst of ethnic affairs in Myanmar.

    “Thus, we see today that new fences are being set up, especially in areas where there are clashes between junta forces and local militias who are trying to stop [central government] incursions into their land,” he said.

    Attempts to reach Myanmar’s Ministry of Foreign Affairs for comment were unsuccessful.

    China’s embassy in Myanmar in an email to RFA’s Myanmar Service on Monday called the construction of border fences “a common practice in many countries to strengthen border management.”

    “The fences will not enter Myanmar territory,” the embassy said.

    “China and Myanmar have been in close communication on this issue and hope the media can report it objectively.”

    #murs #barrières #frontières #barrières_frontalières #Chine #Myanmar #Birmanie

  • Grand débat : Y aurait il assez de place sur les murs du Pentagone pour inscrire les actes « inhumains » des US depuis 70 ans ?

    "Crise des migrants : Washington dit « préparer » de nouvelles sanctions contre les actes « inhumains » en Biélorussie"

    https://www.lci.fr/international/en-direct-crise-migratoire-frontiere-bielorussie-pologne-belarus-washington-dit-

    #inhumain #Washington #Biélorussie #Etats_Unis #morale #politique #droits_de_l_homme_américain #international #monde #société #totalitarisme #changement #vangauguin

  • Belarus threatens to cut gas deliveries to EU if sanctioned over border crisis

    Lukashenko responds to possible sanctions as thousands of migrants camp in freezing temperatures at Poland border.

    Alexander Lukashenko has threatened to cut deliveries of gas to Europe via a major pipeline as the Belarusian leader promised to retaliate against any new EU sanctions imposed in response to the crisis at the Poland-Belarus border.

    Backed by the Kremlin, Lukashenko has struck a defiant note after inciting a migrant crisis at the border, where thousands of people, mainly from Middle Eastern countries, are camped out as temperatures plunge below freezing.

    Meanwhile thousands marched through the streets of Warsaw to mark Poland’s Independence Day, including far-right groups calling for the government to prevent migrants from entering the country illegally. The city government had banned the march but those orders were overturned by the national government, which is dominated by the conservative Law and Justice party.

    Polish authorities have taken a hardline stance on the crisis, instituting a state of emergency in the border region that allows police to ignore asylum requests and summarily expel migrants. It also prevents NGOs and journalists from entering the border zone.

    As punishment for Belarus’ actions, the EU is expected to sanction up to 30 Belarusian individuals and entities, possibly including the national air carrier Belavia. Belarus’s neighbours have said they may be forced to shut their borders.

    “We heat Europe, and they are still threatening us that they’ll shut the borders,” said Lukashenko in an emergency meeting with his top ministers on Thursday. “And what if we cut off [the transit of] natural gas to them? So I would recommend that the leadership of Poland, Lithuanian and other brainless people to think before they speak.”

    The threat to cut off deliveries along the Yamal-Europe pipeline from Russia is an attempt to pile additional pressure on Europe, where gas prices spiked last month due to an international energy crisis.

    Yet it appears unlikely that EU members will back down from a new round of sanctions against Lukashenko, who has already been targeted for a brutal crackdown on his country’s opposition and the grounding of a Ryanair flight in May.

    Belarusian opposition leader Svetlana Tikhanovskaya said Lukashenko would not follow through on the threat. “It would be more harmful for him, for Belarus, than for the European Union and I can suppose it’s bluffing,” Tikhanovskaya told AFP, urging European countries to hold firm and not communicate directly with the “illegitimate” leader.

    EU members say that Lukashenko has enabled thousands of people to travel through Minsk and to the EU borders as revenge for the sanctions against him. Belavia, the Belarusian state airline, has strongly denied it is involved in any trafficking of vulnerable people to the border with the EU.

    Videos posted to social media indicate that the flow of migrants through Minsk has not slowed and that hundreds more people may be arriving at the border every day.

    Poland reported that there had been 468 illegal attempts to cross the border on Wednesday and that people had attempted to cut through razor-wire or use logs to batter down border fencing in some places.

    Other countries bordering Belarus have warned that the border crisis could lead to a new military conflict. In a joint statement on Thursday, the defence ministers of Estonia, Lithuania and Latvia called the situation “the most complex security crisis for our region, Nato and the European Union in many years”.

    Belarus’ use of migrants could lead to “provocations and serious incidents that could also spill over into military domain,” the statement said.

    In a show of support for Lukashenko, Moscow has dispatched nuclear-capable bombers for the past two days to patrol the skies over western Belarus. The Russian defence ministry has called the patrols, which included imitation bombing runs by a pair of Tupolev Tu-160 heavy strategic bombers on Thursday, a training exercise of the countries’ joint air defence systems.

    “Let them squeak and shout,” Lukashenko told his top officials in bellicose remarks. “Yes, these are bombers capable of carrying nuclear weapons. But we have no other option. We have to see what they are doing beyond the borders.”

    Lukashenko also claimed that there had been attempts to smuggle weapons from east Ukraine to those on the border in an attempt to “provoke our border guards into a conflict with theirs”. He did not provide any evidence for the claim, which he said he had discussed with Vladimir Putin.

    Ukraine’s interior ministry on Thursday announced that it was planning to deploy an additional 8,500 troops and police officers, as well as 15 helicopters, to prevent attempts by people to cross the border. Although not part of the EU, the country has said it is also concerned at being drawn into the crisis.

    European officials said that they expected the crisis to worsen. The German foreign minister, Heiko Maas, said that the picture from the border camps between Belarus and Poland were “terrible”. “Lukashenko is responsible for this suffering. He abuses people to put the EU under pressure.”

    https://www.theguardian.com/world/2021/nov/11/belarus-threatens-to-cut-gas-deliveries-to-eu-if-sanctioned-over-border

    #chantage #gaz #énergie #migrations #asile #réfugiés #frontières #Biélorussie #Pologne #sanctions

    –-

    ajouté à la métaliste sur la situation à la frontière Biélorussie-Pologne :
    https://seenthis.net/messages/935860

    • Polonia, nel cuore della zona d’emergenza: «Abbiamo paura di Lukashenko, non dei migranti»

      Lavialibera è riuscita a entrare a #Kuznica, centro degli scontri tra migranti e autorità polacche. A spaventare è Lukashenko. Ma la crisi fa comodo anche al governo di Varsavia. Nelle maglie del cinico gioco politico, migliaia di persone ancora intrappolate nella foresta. Morto un bimbo di un anno.

      Qualche parola in inglese basta a spaventarli. Le voci si alzano, le mani tremano, i cellulari chiamano la polizia. A Kuznica, piccola cittadina polacca al confine con la Bielorussia, gli abitanti sono ancora terrorizzati. Non li rassicura lo smantellamento del campo in cui la scorsa settimana sono arrivati migliaia di rifugiati perché non è dei rifugiati che hanno paura, ma del presidente bielorusso Alexander Lukashenko. “È imprevedibile, dobbiamo essere pronti a difendere i nostri confini”, dice un abitante del paese.

      Come la Polonia ha militarizzato l’area di confine

      È da poco passata l’alba elavialibera è riuscita a entrare nell’epicentro della zona d’emergenza voluta dal governo di Varsavia per far fronte a una crisi migratoria che ha numeri irrisori se comparati agli annuali arrivi nel Mediterraneo, ma che qui non si erano mai visti. Da oltre due mesi l’area è militarizzata: già a oltre trenta chilometri di distanza dal confine i numeri stranieri ricevono un messaggio indirizzato ai migranti, che porta la firma del ministero dell’Interno polacco. “La frontiera è chiusa – si legge –. Le autorità bielorusse vi hanno mentito. Tornate a Minsk!”. È il primo “benvenuto in Europa”. Più vicino ai valichi si incontrano posti di blocco della polizia all’entrata e all’uscita delle strade principali e soldati assiepati in buche di terra a margine dei sentieri sterrati. Altri girano a bordo di auto senza alcun segno distintivo che d’improvviso bloccano il passaggio per controllare documenti e portabagagli. Qui nessuno, tranne i residenti, può entrare e uno straniero fa paura: “Lei non dovrebbe essere qui, come è riuscita a passare?”, ripetono le poche persone incontrate a cui riusciamo a fare qualche domanda. I più si trincerano dietro un “non parlo inglese”, abbassano la testa e filano via.

      La guerriglia diretta da Minsk

      L’attenzione dei media cala, ma la tensione rimane alta. “Non è finita”, dice a lavialibera Katarzyna Zdanowicz, portavoce della Guardia di frontiera del Podlaskie, regione della Polonia nord-orientale con capoluogo Bialystok, che conta chilometri di bosco e 14 distretti. I tentativi di forzare la rete di filo spinato che a settembre è stata alzata alla frontiera proseguono: sabato ci ha provato un gruppo di cento persone a Czeremsza, un’ora e mezza di macchina da Kuznica. Hanno lanciato pietre e lacrimogeni.

      Una guerriglia che, raccontano Zdanowicz e la sua vice, Krystyna Jakimik-Jarosz, va avanti da mesi e sta mettendo le forze dell’ordine psicologicamente a dura prova perché “non sappiamo mai cosa aspettarci”. “Ora i migranti sono stati divisi in gruppi più piccoli, dato che la strategia di concentrarli in un unico posto non ha funzionato – spiegano –. L’obiettivo è creare il caos. Il regime bielorusso sta usando queste persone per i propri interessi. Vediamo i soldati di Lukashenko fornirgli laser e cesoie, incitando alla violenza”.

      Ricordano di aver incontrato una donna afghana che è finita in lacrime quando ha scoperto di trovarsi in Polonia e non in Germania, dove credeva di essere arrivata. Un’altra, irachena, sconvolta dalla foresta “che non aveva mai visto prima”. “Sono vittime di una truffa – proseguono Zdanowicz e Jakimik-Jarosz –. Vogliamo aiutarle, ma d’altra parte dobbiamo proteggere i confini. Non possiamo permettere che attraversino illegalmente la frontiera”. Respingono le accuse di violare il diritto internazionale spedendo indietro chi vuole fare domanda d’asilo.

      “Diamo l’opportunità di fare richiesta, ma i più vogliono andare in Germania e non possiamo fare altro che riportarli in Bielorussia”, sostengono, aggiungendo di cooperare con le autorità di Berlino e di aver ricevuto la visita di Dieter Romann, capo della polizia federale tedesca che “si è complimentato per il nostro lavoro”. Le testimonianze di chi è riuscito a superare il varco, dopo diversi tentativi falliti, descrivono una realtà diversa: le forze dell’ordine polacche caricano i migranti sui furgoncini, prelevandoli anche dagli ospedali, dove in tanti vengono ricoverati per ipotermia, e li scaricano dall’altra parte senza dargli alcuna chance.

      Il cinico gioco politico sulle spalle dei migranti

      Una situazione che non si risolverà in poche settimane. Fa troppo comodo a entrambi i versanti del confine. Lukashenko, desideroso di riconoscimento internazionale, non ha perso l’occasione di presentare le due telefonate ricevute dalla cancelliera tedesca Angela Merkel come una vittoria. Mentre il governo polacco di destra di Mateusz Morawiecki, in calo nei sondaggi e sempre meno credibile in Europa, punta a guadagnare terreno tanto in casa, giocando la carta dell’invasione, quanto agli occhi degli altri leader europei, auto-promuovendosi difensore delle porte dell’Unione. Nelle maglie di questo cinico gioco politico, migliaia di uomini, donne e bambini ancora intrappolati nella foresta Bielorussa che sperano di raggiungere l’Europa. I pochi che riescono a entrare in Polonia si nascondono per settimane, rischiando di morire di freddo e di fame. Le associazioni umanitarie li intercettano in condizioni sempre peggiori. Una coppia siriana ha raccontato ai medici dell’organizzazione Poland emergency medical team di essere rimasta nel bosco per quasi un mese. Il loro bimbo di un anno ha perso la vita.

      https://lavialibera.it/it-schede-754-polonia_nel_cuore_della_zona_d_emergenza_abbiamo_paura

  • Avec la reconnaissance faciale, Israël interdit aux Palestiniens tout semblant de vie privée
    9 novembre | Elizabeth Dwoskin pour The Washington Post | Traduction CZ pour l’AURDIP & Chronique de Palestine
    https://www.aurdip.org/avec-la-reconnaissance-faciale.html

    HEBRON, Cisjordanie – L’armée israélienne a conduit un vaste projet de surveillance en Cisjordanie occupée pour contrôler les Palestiniens en intégrant la reconnaissance faciale dans un réseau croissant de caméras et de smartphones, selon de récentes descriptions du programme faites par des soldats israéliens.

    Le projet de surveillance, déployé au cours des deux dernières années, repose en partie sur une technologie de smartphone appelée Blue Wolf, qui capture des photos de visages de Palestiniens et les compare à une base de données d’images si considérable qu’un ancien soldat l’a qualifiée de “Facebook pour Palestiniens” secret de l’armée.

    L’application du téléphone clignote en différentes couleurs pour alerter les soldats si une personne doit être détenue, arrêtée ou laissée à elle-même.

    Pour constituer la base de données utilisée par Blue Wolf, les soldats ont participé l’année dernière à une compétition pour photographier des Palestiniens, dont des enfants et des personnes âgées, avec des prix pour le plus grand nombre de photos recueillies par chaque unité.

    Le nombre total de personnes photographiées n’est pas clair mais, au minimum, il s’agit de plusieurs milliers.

    Le programme de surveillance a été décrit dans des entretiens menés par le Post avec deux anciens soldats israéliens et dans des comptes rendus séparés qu’eux-mêmes et quatre autres soldats récemment démobilisés ont remis au groupe de défense israélien des droits Breaking the Silence, et qui ont ensuite été communiqués au Post.

    Une grande partie du programme n’avait fait l’objet d’aucune information auparavant. Alors que l’armée israélienne a reconnu l’existence du projet dans une brochure mise en ligne, les entretiens avec les anciens soldats offrent la première description publique de la portée du programme et de ses opérations.

    En plus de Blue Wolf, l’armée israélienne a installé des caméras à reconnaissance facial dans la ville d’Hébron pour aider les soldats aux points de contrôle à identifier les Palestiniens avant même qu’ils ne présentent leur carte d’identité. Un réseau plus large de caméras de télévision en circuit fermé, baptisé “Hebron Smart City”, permet de surveiller en temps réel la population de la ville et, selon un ancien soldat, de voir parfois dans les maisons privées. (...)

    #bigbrother

    • Poland blocks hundreds of migrants at Belarus border

      Poland says it has repelled attempts by migrants to enter the country at its eastern border with Belarus, warning that thousands more were on the way.

      Video footage showed hundreds of people near a barbed-wire border fence, which some tried to force their way through.

      The Polish government called a crisis meeting on Monday and deployed 12,000 troops to the region.

      Poland has accused Belarus of pushing the migrants towards the border, describing it as hostile activity.

      Poland, Lithuania and Latvia say there’s been a surge in the number of people trying to enter their countries illegally from Belarus in recent months. Many of them have come from the Middle East and Asia.

      The European Union has accused Belarus’s authoritarian President Alexander Lukashenko of facilitating the influx in retaliation against sanctions.

      Poland, which has been criticised for pushing back migrants and refugees at its border, has responded to the large number of people arriving there by building a razor-wire fence.

      The Polish Border Guard also said it was closing its border crossing with Belarus at Kuznica from Tuesday morning.

      Conditions for migrants on the border are hostile to the point of being deadly, and fears have been raised for their safety in the region’s sub-zero winter.

      As they are summarily expelled from Poland and Belarus refuses to allow them back in, people are finding themselves stranded and freezing in Poland’s forests. Several have died of hypothermia.
      Polish troops and border guards with shields stop migrants from crossing into the country

      The BBC’s Paul Adams spoke to Barwa Nusreddine Ahmed, the brother of one Iraqi migrant who was at the border with his wife and three children. They arrived in Minsk, the capital of Belarus, last month.

      With little to eat or drink, the people stuck at the border were suffering, Mr Ahmed said.

      He said Monday’s move to the border post was planned on social media by the migrants themselves, but suggested Belarus was pushing them.

      “People know they’re being used [by Mr Lukashenko], but they have no future,” Mr Ahmed said.

      READ MORE: How Belarus is helping ‘tourists’ break into the EU

      On Monday, the Nato alliance said it was worried about “escalation” on the border with Poland and was ready to “maintain safety and security in the region”.

      Meanwhile in Lithuania, the government there moved troops to its border with Belarus to prepare for a possible influx of migrants and was considering declaring a state of emergency.

      https://www.bbc.com/news/world-europe-59206685

    • Belarus escorts 1,000 migrants towards Polish border

      Column of people including children led by border guards in escalation of deadly crisis.

      Belarusian authorities have escorted an estimated 1,000 people, most of whom are from the Middle East, to the Polish border in an escalation of a deadly crisis that has already left people desperate to reach the EU trapped between borders and at least eight dead due to exposure.

      Videos published by Belarusian media on Monday showed armed Belarusian border guards in combat fatigues guiding the column of people, which included families with children, along a highway from the border town of Bruzgi towards a forest that runs alongside Poland’s Podlaskie region as European countries accused the state of using the migrants in a “hybrid attack”.

      Video reports later showed a standoff at the border, where Polish border guards reportedly used teargas to push back people as some in the crowd tried to cut through barbed wire or knock down border fencing to cross the border. Polish helicopters hovered over the scene as some of the migrants chanted, “Germany!”, their desired destination, according to video posted to social media.

      By evening, hundreds had set up tents and lit campfires in a forested border area, suggesting clashes could repeat themselves in coming days as Polish officials have vowed to prevent people from crossing into the country from Belarus.

      Gunshots can be heard in one video posted to social media. It is not clear whether anyone was injured as a result. In the footage, a voice off-camera says that Belarusian border guards had opened fire, possibly in the air. Belarusian officials confirmed that gunshots were audible but claimed they had come from the Polish side of the border.

      Poland and other EU countries have accused Belarus of trying to provoke a new refugee crisis in Europe in revenge for their criticism of Alexander Lukashenko’s brutal crackdown on opposition and European sanctions after the forced landing of a Ryanair flight in May, in effect opening up a new migration route to the bloc.

      One Iraqi Kurdish woman told the Guardian that she was brought to Belarus by a travel agency that provided them with flights to Minsk and then a transfer to the EU’s external border. People can be charged €15,000-€20,000 (£12,800-£17,100) when they reach Belarus.

      The European Commission president, Ursula von der Leyen, said the EU should now extend its sanctions on the Belarusian regime. She said: “Belarus must stop putting people’s lives at risk. The instrumentalisation of migrants for political purposes by Belarus is unacceptable.”

      Von der Leyen also pledged greater support for Poland, Lithuania and Latvia to deal with the crisis and said the EU would explore “how to sanction, including through blacklisting, third-country airlines that are active in human trafficking”.

      The crisis along the European Union’s eastern border has been simmering for months but escalated in the last 24 hours. Poland’s deputy foreign minister, Piotr Wawrzyk, told Polish public radio on Monday that Belarus was trying to cause a “major incident, preferably with shots fired and casualties”, and the defence minister, Mariusz Błaszczak, said 12,000 soldiers were “prepared to defend the Polish border”. Piotr Mueller, the Polish government spokesperson, said there were 3,000 to 4,000 people next to the Polish border.

      Those attempting to cross from Belarus into the EU have become trapped between the two since October, when Polish police were authorised to summarily expel migrants and ignore asylum applications. Belarusian border guards have refused to allow them to turn back, meaning that people from countries including Iraq, Syria and Afghanistan have been left in the inhospitable forests as temperatures drop below freezing.

      Anton Bychkovsky, a spokesman for Belarus’s border guards, told the Associated Press those at the border were seeking to “exercise their right to apply for refugee status in the EU”. He said they had gathered into such a large group in order to avoid “forcible ousting by the Polish side”.

      Crystal van Leeuwen, a medical emergency manager with Médecins Sans Frontières, told the Guardian last week that NGOs must urgently gain access to the secure zone for migrants’ claims and international protection to be respected.

      Poland has reported nearly 30,000 illegal border crossings this year, with more than 17,000 coming in October. Many are attempting to flee to Germany, which said it had received more than 6,100 refugees via Poland from Belarus since the beginning of the year.

      Yet those efforts rarely looked so organised as the mass column on Belarus’s M6 highway on Monday, which critics saw as a dramatic attempt by Lukashenko to increase pressure on his neighbour. Tensions soared between the two countries with the sharp rise in border crossings in October. In one case, Polish officials accused Belarusian troops of firing across the border.

      Belarus has denied it has any hand in directing the flow of migrants. “The indifference and inhumane attitude of the Polish authorities has prompted the refugees to take such a step of despair,” the Belarusian border guard said in a statement on Monday.

      https://www.theguardian.com/world/2021/nov/08/belarus-escorts-hundreds-of-migrants-towards-polish-border?CMP=Share_iO

  • Spyware Surveillance of Palestinian Human Rights Defenders
    08-11-2021 | Addameer
    https://www.addameer.org/news/4564
    https://www.addameer.org/sites/default/files/upload/news/convers/Copy+of%20Surveillancee.png

    After the Israeli designation of six of the leading Palestinian civil society organizations; Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, Al-Haq Law in the Service of Man (Al-Haq), Bisan Center for Research and Development, Defense for Children International-Palestine, the Union of Agricultural Work Committees, and the Union of Palestinian Women’s Committees, as “terror organizations” in a latest bid to delegitimize their image and isolate them from their partners and solidarity networks, Front Line Defenders (FLD) reveals today that there has been a systematic underground campaign of spyware surveillance aimed at infiltrating Palestinian human rights defenders and lawyers’ devices. The penetrating and monitoring of the devices of human rights defenders violates not only the privacy rights of human rights defenders and lawyers but also the countless victims that have been in any sort of communication with them. The six organizations strongly condemn the arbitrary, oppressive, and distressing revelations of spyware surveillance mass operation and call for a firm response, including concrete actions from the international community.\

    Pegasus Spyware Surveillance of Palestinian Human Rights Defenders

    On 16 October 2021, Al-Haq contacted FLD on suspicion of the spyware infection of the iPhone device of one of its staff members. FLD technical investigation found that the device had been infected in July 2020 with Pegasus spyware marketed by the Israeli NSO Group. Further forensic investigation-peer-reviewed by Citizen Lab and Amnesty International’s Security Lab - of 75 iPhone devices belonging to Palestinian human rights defenders and employees of civil society organizations revealed that at least five additional devices were also tapped into. Amongst them, Ghassan Halaika, Jerusalem-based field researcher at Al-Haq; Ubai Al-Aboudi, Executive Director at Bisan Center for Research and Development; and Salah Hammouri, lawyer and human rights defender.

    “When Pegasus is installed on a person’s phone, an attacker has complete access to a phone’s messages, emails, media, microphone, camera, passwords, voice calls on messaging apps, location data, calls, and contacts. The spyware also has the potential to activate the phone camera and microphone and spy on an individual’s calls and activities.” (FLD, 8 November 2021).

    Joint investigation of FLD, Citizen Lab, and Amnesty International’s Security Lab confirmed with high confidence that the infection emanated from Pegasus Spyware pertaining to the Israel-based Pegasus spyware, which has been used as a mass surveillance tool to target and facilitate systematic repression of human rights activists, lawyers, journalists, and political figures, as disclosed by the global Pegasus Project that analyzed more than 50,000 phone numbers in July 2021. After the scathing revelations made by the Pegasus Project, the NSO Group ironically alleged that the Pegasus spyware’s use was limited to government intelligence and law enforcement agencies for counter-terrorism and crime-fighting purposes. (...)

    #Bigbrother

    • Pegasus : le logiciel espion utilisé contre six Palestiniens, fonctionnaires et militants
      Publié le : 08/11/2021, Avec notre correspondante à Ramallah, Alice Froussard
      https://www.rfi.fr/fr/moyen-orient/20211108-pegasus-le-logiciel-espion-utilis%C3%A9-contre-six-palestiniens-fonctio

      Nouvelles révélations autour de Pegasus : cette fois, ce sont les autorités israéliennes qui ont infiltré les téléphones de six Palestiniens avec le logiciel espion du groupe NSO. Les personnes concernées travaillent pour le ministère palestinien des Affaires étrangères, d’autres pour des organisations de défense des droits de l’homme. Leurs téléphones ont été examinés par FrontLine Defenders, l’organisation qui mène l’enquête, Citizen Lab et Amnesty International. À Ramallah, dans l’attente d’une enquête approfondie, on accuse NSO, la société mère, basée en Israël.

      Tout a commencé par des suspicions. Le téléphone d’un des employés d’al-Haq effectuait des appels que son propriétaire n’avait jamais passés. Les recherches sont lancées, étendues ; elles montrent que six téléphones sont infiltrés par le logiciel espion Pegasus.

      Celui d’Ubai al-Abudeh, directeur du centre Bisan, l’une des organisations récemment désignées « terroristes » par Israël, en fait partie. Selon le rapport de FrontLine, les six téléphones ont été piratés avant que l’État hébreu ait ajouté ces ONG sur sa liste noire.

  • Le paradoxe de Simpson illustré par des données de vaccination contre le Covid-19
    https://theconversation.com/le-paradoxe-de-simpson-illustre-par-des-donnees-de-vaccination-cont

    Dans ces rapports, qui donnent les statuts de vaccinations des personnes hospitalisées du variant Delta du Covid entre juin et septembre 2021 (les données, les références complètes et les calculs sont donnés dans cet annexe), on observe que :

    – parmi les moins de 50 ans, le taux de mortalité est environ 1,8 fois plus élevé chez les non-vaccinés que chez les vaccinés (ou partiellement vaccinés) ;

    – parmi les plus de 50 ans, le taux de mortalité est environ 6,3 fois plus élevé chez les non-vaccinés que chez les vaccinés (ou partiellement vaccinés) ;

    – par contre, dans la population prise dans son ensemble, le taux de mortalité est environ 1,3 fois moins élevé chez les non-vaccinés que chez les vaccinés (ou partiellement vaccinés).


    • Rassembler les différentes classes d’âge introduit ce que l’on appelle un « biais de sélection » : la population vaccinée est biaisée du côté de la population fragile (plus âgée) tandis que la population non vaccinée est biaisée du côté de la population moins fragile (plus jeune). Par conséquent, comparer le taux de mortalité chez les vaccinés et chez les non-vaccinés revient de facto à comparer une population plutôt âgée et une population plutôt jeune. L’affirmation que le taux de mortalité dans la population est plus élevé chez les vaccinés est donc foncièrement faussée par la grande variabilité du taux de vaccination pour les différentes tranches d’âge.

      #statistique #biais #paradoxe

    • sur la thématique « corrélation n’est pas raison » :

      Neurons in the mouse brain correlate with cryptocurrency price: a cautionary tale

      [...]

      This work serves as an example for how mislead scientists can be if proper statistical tests are not applied in order to avoid “nonsense correlations” with neuronal data, and it aims to increase awareness about this problem in the neuroscience community.

      This rigorous and yet entertaining work can now be added to the collection of cautionary tales that include a dead salmon understanding human emotions [3] and rat cortical neurons predicting stock market prices [4]. At the very least, it can be a piece of advice for Elon Musk to wait for more evidence before merging two of his new recent interests.

      https://neuro.peercommunityin.org/articles/rec?id=69

  • Israel escalates surveillance of Palestinians with facial recognition program in West Bank
    By Elizabeth Dwoskin - 8 novembre 2021 - The Washington Post
    https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/israel-palestinians-surveillance-facial-recognition/2021/11/05/3787bf42-26b2-11ec-8739-5cb6aba30a30_story.html

    HEBRON, West Bank — The Israeli military has been conducting a broad surveillance effort in the occupied West Bank to monitor Palestinians by integrating facial recognition with a growing network of cameras and smartphones, according to descriptions of the program by recent Israeli soldiers.

    The surveillance initiative, rolled out over the past two years, involves in part a smartphone technology called Blue Wolf that captures photos of Palestinians’ faces and matches them to a database of images so extensive that one former soldier described it as the army’s secret “Facebook for Palestinians.” The phone app flashes in different colors to alert soldiers if a person is to be detained, arrested or left alone.

    To build the database used by Blue Wolf, soldiers competed last year in photographing Palestinians, including children and the elderly, with prizes for the most pictures collected by each unit. The total number of people photographed is unclear but, at a minimum, ran well into the thousands.

    The surveillance program was described in interviews conducted by The Post with two former Israeli soldiers and in separate accounts that they and four other recently discharged soldiers gave to the Israeli advocacy group Breaking the Silence and were later shared with The Post. Much of the program has not been previously reported. While the Israeli military has acknowledged the existence of the initiative in an online brochure, the interviews with former soldiers offer the first public description of the program’s scope and operations.

    In addition to Blue Wolf, the Israeli military has installed face-scanning cameras in the divided city of Hebron to help soldiers at checkpoints identify Palestinians even before they present their I.D. cards. A wider network of closed-circuit television cameras, dubbed “Hebron Smart City,” provides real-time monitoring of the city’s population and, one former soldier said, can sometimes see into private homes.

    The former soldiers who were interviewed for this article and who spoke with Breaking the Silence, an advocacy group composed of Israeli army veterans that opposes the occupation, discussed the surveillance program on the condition of anonymity for fear of social and professional repercussions. The group says it plans to publish its research.

    They said they were told by the military that the efforts were a powerful augmentation of its capabilities to defend Israel against terrorists. But the program also demonstrates how surveillance technologies that are hotly debated in Western democracies are already being used behind the scenes in places where people have fewer freedoms.

    “I wouldn’t feel comfortable if they used it in the mall in [my hometown], let’s put it that way,” said a recently discharged Israeli soldier who served in an intelligence unit. “People worry about fingerprinting, but this is that several times over.” She told The Post that she was motivated to speak out because the surveillance system in Hebron was a “total violation of privacy of an entire people.”

    Israel’s use of surveillance and facial-recognition appear to be among the most elaborate deployments of such technology by a country seeking to control a subject population, according to experts with the digital civil rights organization AccessNow.

    In response to questions about the surveillance program, the Israel Defense Forces, or IDF, said that “routine security operations” were “part of the fight against terrorism and the efforts to improve the quality of life for the Palestinian population in Judea and Samaria.” (Judea and Samaria is the official Israeli name for the West Bank.)

    “Naturally, we cannot comment on the IDF’s operational capabilities in this context,” the statement added.

    Official use of facial recognition technology has been banned by at least a dozen U.S. cities, including Boston and San Francisco, according to the advocacy group the Surveillance Technology Oversight Project. And this month the European Parliament called for a ban on police use of facial recognition in public places.

    But a study this summer by the U.S. Government Accountability Office found that 20 federal agencies said they use facial recognition systems, with six law enforcement agencies reporting that the technology helped identify people suspected of law-breaking during civil unrest. And the Information Technology and Innovation Foundation, a trade group that represents technology companies, took issue with the proposed European ban, saying it would undermine efforts by law enforcement to “effectively respond to crime and terrorism.”

    Inside Israel, a proposal by law enforcement officials to introduce facial recognition cameras in public spaces has drawn substantial opposition, and the government agency in charge of protecting privacy has come out against the proposal. But Israel applies different standards in the occupied territories.

    “While developed countries around the world impose restrictions on photography, facial recognition and surveillance, the situation described [in Hebron] constitutes a severe violation of basic rights, such as the right to privacy, as soldiers are incentivized to collect as many photos of Palestinian men, women, and children as possible in a sort of competition,” said Roni Pelli, a lawyer with the Association for Civil Rights in Israel, after being told about the surveillance effort. She said the “military must immediately desist.”

    Amro, seen in Hebron on Oct. 13, says Israel has ulterior motives for its surveillance of Palestinians. “They want to make our lives so hard so that we will just leave on our own, so more settlers can move in,” he said. (Kobi Wolf/for The Washington Post)_

    Last vestiges of privacy

    Yaser Abu Markhyah, a 49-year-old Palestinian father of four, said his family has lived in Hebron for five generations and has learned to cope with checkpoints, restrictions on movement and frequent questioning by soldiers after Israel captured the city during the Six-Day War in 1967. But, more recently, he said, surveillance has been stripping people of the last vestiges of their privacy.

    “We no longer feel comfortable socializing because cameras are always filming us,” said Abu Markhyah. He said he no longer lets his children play outside in front of the house, and relatives who live in less-monitored neighborhoods avoid visiting him.

    Hebron has long been a flashpoint for violence, with an enclave of hardline, heavily protected Israeli settlers near the Old City surrounded by hundreds of thousands of Palestinians and security divided between the Israeli military and the Palestinian administration.

    In his quarter of Hebron, close to the Cave of the Patriarchs, a site that is sacred to Muslims and Jews alike, surveillance cameras have been mounted about every 300 feet, including on the roofs of homes. And he said the real-time monitoring appears to be increasing. A few months ago, he said, his 6-year-old daughter dropped a teaspoon from the family’s roof deck, and although the street seemed empty, soldiers came to his home soon after and said he was going to be cited for throwing stones.

    Issa Amro, a neighbor and activist who runs the group Friends of Hebron, pointed to several empty houses on his block. He said Palestinian families had moved out because of restrictions and surveillance.

    “They want to make our lives so hard so that we will just leave on our own, so more settlers can move in,” Amro said.

    “The cameras,” he said, “only have one eye — to see Palestinians. From the moment you leave your house to the moment you get home, you are on camera.”

    Incentives for photos

    The Blue Wolf initiative combines a smartphone app with a database of personal information accessible via mobile devices, according to six former soldiers who were interviewed by The Post and Breaking the Silence.

    One of them told The Post that this database is a pared-down version of another, vast database, called Wolf Pack, which contains profiles of virtually every Palestinian in the West Bank, including photographs of the individuals, their family histories, education and a security rating for each person. This recent soldier was personally familiar with Wolf Pack, which is accessible only on desktop computers in more secure environments. (While this former soldier described the data base as “Facebook for Palestinians,” it is not connected to Facebook.)

    Another former soldier told The Post that his unit, which patrolled the streets of Hebron in 2020, was tasked with collecting as many photographs of Palestinians as possible in a given week using an old army-issued smartphone, taking the pictures during daily missions that often lasted eight hours. The soldiers uploaded the photos via the Blue Wolf app installed on the phones.

    This former soldier said Palestinian children tended to pose for the photographs, while elderly people — and particularly older women — often would resist. He described the experience of forcing people to be photographed against their will as traumatic for him.

    The photos taken by each unit would number in the hundreds each week, with one former soldier saying the unit was expected to take at least 1,500. Army units across the West Bank would compete for prizes, such as a night off, given to those who took the most photographs, former soldiers said.

    Often, when a soldier takes someone’s photograph, the app registers a match for an existing profile in the Blue Wolf system. The app then flashes yellow, red or green to indicate whether the person should be detained, arrested immediately or allowed to pass, according to five soldiers and a screenshot of the system obtained by The Post.

    The big push to build out the Blue Wolf database with images has slowed in recent months, but troops continue to use Blue Wolf to identify Palestinians, one former soldier said.

    A separate smartphone app, called White Wolf, has been developed for use by Jewish settlers in the West Bank, a former soldier told Breaking the Silence. Although settlers are not allowed detain people, security volunteers can use White Wolf to scan a Palestinian’s identification card before that person enters a settlement, for example, to work in construction. The military in 2019 acknowledged existence of White Wolf in a right-wing Israeli publication.

    ’Rights are simply irrelevant’

    The Israeli military, in the only known instance, referred to the Blue Wolf technology in June in an online brochure inviting soldiers to be part of “a new platoon” that “will turn you into a Blue Wolf.” The brochure said that the “advanced technology” featured “smart cameras with sophisticated analytics” and “censors that can detect and alert suspicious activity in real-time and the movement of wanted people.”

    The military also has mentioned “Hebron Smart City” in a 2020 article on the army’s website. The article, which showed a group of female soldiers called “scouts” in front of computer monitors and wearing virtual-reality goggles, described the initiative as a “major milestone” and a “breakthrough” technology for security in the West Bank. The article said “a new system of cameras and radars had been installed throughout the city” that can document “everything that happens around it” and “recognize any movement or unfamiliar noise.”

    In 2019, Microsoft invested in an Israeli facial recognition start-up called AnyVision, which NBC and the Israeli business publication the Marker reported was working with the army to build a network of smart security cameras using face-scanning technology throughout the West Bank. (Microsoft said it pulled out of its investment in AnyVision during fighting in May between Israel and the Hamas militant group in Gaza.)

    Also in 2019, the Israeli military announced the introduction of a public facial-recognition program, powered by AnyVision, at major checkpoints where Palestinians cross into Israel from the West Bank. The program uses kiosks to scan IDs and faces, similar to airport kiosks used at airports to screen travelers entering the United States. The Israeli system is used to check whether a Palestinian has a permit to enter Israel, for example to work or to visit relatives, and to keep track of who is entering the country, according to news reports. This check is obligatory for Palestinians, as is the check at American airports for foreigners.

    Unlike the border checks, the monitoring in Hebron is happening in a Palestinian city without notification to the local populace, according to one former soldier who was involved in the program and four Palestinian residents. These checkpoint cameras also can recognize vehicles, even without registering license plates, and match them with their owners, the former soldier told The Post.

    In addition to privacy concerns, one of the main reasons that facial recognition surveillance has been restricted in some other countries is that many of these systems have exhibited widely varying accuracy, with individuals being put in jeopardy by being misidentified.

    The Israeli military did not comment on concerns raised about the use of facial-recognition technology.

    The Information Technology and Innovation Foundation has said that studies showing that the technology is inaccurate have been overblown. In objecting to the proposed European ban, the group said time would be better spent developing safeguards for the appropriate use of the technology by law enforcement and performance standards for facial recognition systems used by the government.

    In the West Bank, however, this technology is merely “another instrument of oppression and subjugation of the Palestinian people,” said Avner Gvaryahu, executive director of Breaking the Silence. “Whilst surveillance and privacy are at the forefront of the global public discourse, we see here another disgraceful assumption by the Israeli government and military that when it comes to Palestinians, basic human rights are simply irrelevant.”

    By Elizabeth Dwoskin
    Lizza joined The Washington Post as Silicon Valley correspondent in 2016, becoming the paper’s eyes and ears in the region. She focuses on social media and the power of the tech industry in a democratic society. Before that, she was the Wall Street Journal’s first full-time beat reporter covering AI and the impact of algorithms on people’s lives.

    #Bigbrother

  • #Bigger_Than_Us

    Depuis 6 ans, Melati, 18 ans combat la pollution plastique qui ravage son pays l’Indonésie. Comme elle, une génération se lève pour réparer le monde. Partout, adolescents et jeunes adultes luttent pour les droits humains, le climat, la liberté d’expression, la justice sociale, l’accès à l’éducation ou l’alimentation. La dignité. Seuls contre tous, parfois au péril de leur vie et sécurité, ils protègent, dénoncent, soignent les autres. La Terre. Et ils changent tout. Melati part à leur rencontre à travers le globe. Elle veut comprendre comment tenir et poursuivre son action. Des favelas de Rio aux villages reculés du Malawi, des embarcations de fortune au large de l’île de Lesbos aux cérémonies amérindiennes dans les montagnes du Colorado, Rene, Mary, Xiu, Memory, Mohamad et Winnie nous révèlent un monde magnifique, celui du courage et de la joie, de l’engagement pour plus grand que soi. Alors que tout semble ou s’est effondré, cette jeunesse nous montre comment vivre. Et ce qu’être au monde, aujourd’hui, signifie.

    https://biggerthanus.film
    #film #résistance #film_documentaire #jeunesse #espoir #documentaire