• La #tendopoli di #San_Ferdinando vive un’emergenza senza fine

    Quindici anni dopo il terribile incendio nella baraccopoli calabrese “abitano” ancora centinaia di braccianti. La pioggia di finanziamenti non ha risolto i problemi strutturali ma li ha aggravati. Anche il #Pnrr non è stato all’altezza

    Arriviamo alla baraccopoli calabrese di San Ferdinando dopo la pioggia e molti dei lavoratori migranti che vivono qui sono già rientrati nelle loro tende e baracche. Dal lato del cancello che divide gli alloggi di fortuna dalla strada un ragazzo senegalese sta facendo le abluzioni. È l’ora della preghiera per i musulmani del campo e nell’aria si sente il canto del muezzin. Un muezzin digitale, ma il richiamo è ugualmente potente. E poco importa se non c’è elettricità in quasi metà del campo, con l’impianto elettrico andato fuori uso nel periodo natalizio e ancora non ripristinato nonostante uno stanziamento lampo di 140mila euro da parte delle istituzioni regionali.

    Visto il freddo che fa, per scaldarsi ci sono rami secchi e polistirolo oppure una stufetta elettrica: più che gli allacci abusivi il problema è che ci sono ancora diverse centinaia di persone costrette a vivere in questa baraccopoli, pur lavorando nelle campagne della zona. Rosarno, Gioia Tauro, Taurianova, Rizziconi: “l’americhicchia” di una volta dove accorrevano lavoratori anche dal resto d’Italia prima del crollo del mercato e ancora oggi tra distese di aranceti, alberi di clementine e bergamotti si concentra il grosso delle coltivazioni agrumicole.

    Ma anche Polistena, Palmi, la stessa San Ferdinando e Seminara, dove l’agrumicoltura mantiene un ruolo rilevante pur alternandosi con le altre colture che dominano nel resto dei 33 Comuni dell’area, soprattutto vite e olivo. In totale oltre 44mila ettari di colture, quasi un quinto solo agrumi e più recentemente kiwi, con più di 13mila aziende agricole (dati del Censimento agricoltura 2020 dell’Istat) che impiegano fino a circa 3.500 lavoratori stranieri durante la stagione agrumicola. Presenze diminuite negli anni per la mancanza di sistemazioni dignitose a fronte di una richiesta di lavoro rimasta sostanzialmente immutata, mettendo così in difficoltà diversi produttori locali.

    “Le amministrazioni vogliono approfittare delle opportunità di finanziamento più che risolvere il problema, continuando a realizzare investimenti senza una visione territoriale e coordinata”, commenta Alessandra Corrado, sociologa e docente presso l’Università della Calabria impegnata dal 2023 nel progetto Campagne aperte di Fondazione con il Sud. E anche quando riescono a canalizzare risorse per l’inclusione sociale non dialogano con le esigenze del territorio e del mondo imprenditoriale “che palesa un’esigenza di manodopera formata e tendente alla stabilizzazione, in contraddizione con le condizioni abitative precarie che vediamo”. Sembra un paradosso in un territorio dove dalla rivolta dei braccianti del 2011 si sono susseguiti finanziamenti su finanziamenti.

    Il Villaggio della solidarietà di Rosarno, in particolare, ha impiegato ingenti risorse e 13 anni per essere definitivamente consegnato, quattro anni il Borgo solidale di Taurianova. Basta farsi un giro lì per trovarsi sostanzialmente di fronte a una triste distesa di container e moduli abitativi posizionati lontano dai centri abitati, gestiti finché ci saranno i soldi per rifinanziarli. Nonostante questo per la prefetta di Reggio Calabria Clara Vaccaro è “un risultato inimmaginabile, tre anni fa nessuno avrebbe detto che saremmo riusciti a smantellare Rosarno e Taurianova”, anche se ammette che per risolvere veramente il problema “bisogna costruire anche alternative di housing sociale per tutti e convogliare sforzi, energia, soldi per costruire un sistema corretto per un’integrazione vera. Ci stiamo lavorando”. Come nel resto d’Italia per gli interventi provvisori o emergenziali si trovano sempre risorse, mentre quando si tratta di affrontare alla radice problematiche complesse tutto resta indefinito.

    Intanto le sei palazzine costruite con fondi europei a Rosarno a partire dal 2011 per “la rete di accoglienza abitativa e di inclusione sociale”, completate lo scorso anno, restano ancora inutilizzate. A rendere ancora più amaro il boccone è il fatto che questi interventi si siano intersecati agli stanziamenti dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dedicati alla fuoriuscita dagli insediamenti illegali. Taurianova ha perso circa tre milioni e mezzo destinati all’acquisto e ristrutturazione di immobili privati per cercare di risolvere in maniera più strutturale la crisi abitativa e circa due milioni per Rosarno.

    Una situazione desolante secondo Ibrahim Diabate, responsabile del progetto Dambe Sò di Mediterranean Hope, il programma per migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche (Fcei). “Sono più di vent’anni che in Calabria siamo in emergenza alloggiativa e ancora andiamo di tendopoli in campo -spiega-. È solo un altro business dell’accoglienza che non risolve mai la cosa, perché nessuno si occupa di consegnare le palazzine di Rosarno, non dico ai migranti, ma quantomeno ai lavoratori? Adesso addirittura vogliono fare gli chalet”. Mentre parla seduto al desk, passa qualche ospite a chiedergli il cedolino per il contributo per l’alloggio. “Noi gli diamo una sistemazione vera e loro visto che lavorano pagano per il posto che occupano. Significa riconoscere loro dignità”.

    Anche San Ferdinando ha perso i quasi cinque milioni inizialmente previsti dal Pnrr, in questo caso parzialmente rientrati dalla finestra del decreto “Caivano Bis”. Una misura diversa, con obiettivi diversi e dieci milioni complessivi per finanziare diversi tipi di intervento. Di questi, il sindaco Gianluca Gaetano intende utilizzarne 3,6 per la realizzazione di una “fattoria solidale” con tanto di chalet in cui spostare i lavoratori migranti che attualmente vivono nella baraccopoli di San Ferdinando.

    Questo, attraverso l’acquisto di un’ex azienda agricola fallita “molto bella, molto grande in cui intendiamo investire per realizzare delle unità abitative che ospiteranno dalle 120 alle 200 persone, un nuovo quartiere della città, in osmosi col territorio circostante” dichiara il sindaco telefonicamente. “La governance costa molto ma noi intendiamo finanziarla attraverso l’autosostenibilità. Sarà una vera e propria azienda agricola, dove si fa produzione e trasformazione, e magari anche un ristorante etnico”, da affidare a “una o più cooperative sociali di comprovata esperienza in modo che costi di conduzione, decoro del luogo e cura degli ospiti siano autofinanziati”. Un grande progetto aziendale più che un intervento per risolvere l’emergenza abitativa, per il quale il sindaco dice di ispirarsi proprio all’ostello e alla rete di Sos Rosarno. A metà gennaio 2026 non è ancora aperto, accumulando un ritardo di sette mesi dalla data programmata.

    Funzionerà? Intanto, con gli stessi fondi, è previsto anche lo sgombero degli oltre 500 abitanti della tendopoli. A suscitare dubbi sono proprio le modalità, come spiega Peppe Marra, storico sindacalista dell’Usb Calabria da anni impegnato in lotte a difesa dei lavoratori. “Immaginare di costruire da zero l’esperienza di una realtà già presente sul territorio da quindici anni, realizzando una cooperativa a partire da un’azienda fallita sembra piuttosto una serie di belle parole. Il rischio è che diventi un ulteriore inefficace esborso di denaro pubblico”.

    A pesare nel giudizio non è solo la delusione suscitata dagli interventi passati: “Il problema abitativo va affrontato rendendo disponibile ad affitto calmierato quel patrimonio immobiliare costituito dal 40% di appartamenti vuoti o poco utilizzati, invece di continuare a ragionare su grandi concentramenti e business per le aziende che non lasciano niente sul territorio”. In qualche modo i discorsi si riallacciano, nella piana di Gioia Tauro come nel resto d’Italia, indicando come si potrebbero trasformare le politiche di accoglienza e i fondi pubblici per il riscatto dei lavoratori migranti in strategie di sviluppo locale.

    https://altreconomia.it/la-tendopoli-di-san-ferdinando-vive-unemergenza-senza-fine
    #baraquement #Italie #Calabre #campement #migrations #baraccopoli #travailleurs_étrangers #Rosarno #Gioia_Tauro #Taurianova #Rizziconi #Polistena #Palmi #Seminara #agrumes #kiwi #Villaggio_della_solidarietà #Borgo_solidale #containers #Dambe_Sò

  • Il megaprogetto fossile che mette a rischio “l’acquario del mondo”

    Si chiama “#Sierra_Madre” ed è un gasdotto di 800 chilometri che vorrebbe portare il gas estratto in #Texas all’impianto di #Puerto_Libertad, in Messico, con devastanti effetti sociali e ambientali. Sono coinvolte anche due imprese italiane.

    La moto di Julio Mora rimbalza tra le buche della prateria di Juan Mata Ortiz, nello Stato messicano del #Chihuahua, vicino al confine con gli Stati Uniti. In questa distesa in cui, prima di essere sterminati dal governo messicano, correvano gli apaches e i bisonti, l’uomo alleva bestiame e raccoglie l’argilla con cui plasma le sue ceramiche. Julio Mora ama la neve che d’inverno ricopre la pianura e la pioggia che a settembre la inverdisce. Ciò che teme è la siccità -che negli ultimi tre anni ha ucciso metà del suo bestiame- e un gasdotto che la compagnia statunitense #México_Pacific vuole costruire nel sottosuolo di #Mata_Ortiz.

    Si chiama Sierra Madre e verrà costruito da due imprese italiane: #Gdi_sicim_pipelines e #Bonatti. “Mi preoccupa che il gas possa fuoriuscire e infiltrarsi nella terra; sarebbe un problema, soprattutto per il foraggio e il bestiame. E mi preoccupa la qualità dell’acqua delle sorgenti che si trovano laggiù”, dice Mora seduto sulla sua motocicletta indicando l’orizzonte. Le sue inquietudini hanno un fondamento: secondo gli esperti tutti i gasdotti sono soggetti a fughe. Inoltre gli stessi studi di impatto ambientale presentati da México Pacific al ministero dell’Ambiente messicano, il quale non ha ancora rilasciato nessuna autorizzazione, riconoscono che il gasdotto Sierra Madre danneggerà non solo la qualità delle acque superficiali ma anche la flora, la fauna, il suolo e la copertura forestale. Sierra Madre sarà lungo 800 chilometri con un diametro grande quanto un bambino di otto anni. Porterà lo shale gas estratto in Texas con il metodo del fracking fino alla costa dello Stato messicano del Sonora, dove si troverà l’impianto di liquefazione Saguaro energy: un complesso con una superficie di 400 ettari, le cui emissioni durante l’intero ciclo di vita saranno equivalenti a quelle di Portogallo e Svezia messe insieme.

    Nell’impianto Saguaro energy il gas fossile -che è composto quasi interamente da metano e che ha un potenziale di riscaldamento globale fino a trenta volte maggiore della CO2– verrà liquefatto e caricato su navi lunghe 300 metri che attraverseranno il golfo della California, causando danni irrimediabili alle balene, che a migliaia ogni anno raggiungono questo mare per riprodursi, e alle numerose specie animali e vegetali che vivono in quello che l’oceanografo Jacques Cousteau ha chiamato “l’acquario del mondo”. Il 2 dicembre 2025 le Nazioni Unite hanno emesso una comunicazione ufficiale indirizzata al governo messicano in cui esprimono profonda preoccupazione per i megaprogetti di gas fossile liquefatto proposti nel golfo della California (sono in programma altri tre impianti e un altro gasdotto).

    In particolare l’Onu mette in discussione la legalità di queste opere, la loro sostenibilità climatica e la compatibilità con i diritti umani e con alcuni trattati internazionali firmati dal Messico. Molte organizzazioni e collettivi nel Paese si stanno opponendo al progetto Saguaro energy e al gasdotto Sierra Madre. Sono state organizzate diverse manifestazioni nelle piazze e la coalizione ¿Ballenas o Gas? ha consegnato al governo messicano una petizione con circa 300mila firme che chiede di cancellarlo. Molti media hanno pubblicato articoli e analisi sul megaprogetto e il primo dicembre 2025, durante una conferenza stampa, una giornalista ha messo alle strette la presidente Claudia Sheinbaum, che ha affermato che Saguaro non è irregolare.

    In verità la sua costruzione è stata bloccata da vari tribunali proprio a causa di alcune irregolarità che hanno portato i giudici a riconoscere come fondati i ricorsi presentati dalle organizzazioni sociali. “Finora Saguaro energy esiste solo sulla carta, quindi è il momento opportuno per impedire in tutti i modi che venga costruito”, afferma Claudia Campero dell’organizzazione messicana Conexiones climáticas. Il progetto Saguaro energy porterà il Messico al quarto posto tra i Paesi più rilevanti nel settore energetico per l’esportazione del Gas naturale liquefatto (Gnl). Tuttavia lo shale gas che sarà esportato in Asia attraverso il gasdotto Sierra Madre non sarà messicano ma statunitense. “Che cosa otterremo dall’invio di gas in Corea da parte dei ‘gringos’? Dov’è il vantaggio? Vedo solo rischi e il governo di Claudia Sheinbaum che difende apertamente gli interessi dei petrolieri texani”, commenta Nayo Rodríguez, membro dell’organizzazione del Chihuahua Eskuela radical che si oppone alla sua costruzione.

    Secondo i ricercatori del collettivo messicano Geocomunes gli Stati Uniti hanno deciso di non esportare il gas direttamente dalle proprie coste e di farlo passare per il Messico perché “l’installazione sulle coste messicane potrebbe comportare minori costi per le aziende rispetto a quelli negli Stati Uniti, nonché una maggiore flessibilità nei requisiti di mitigazione e riparazione degli impatti socio-ambientali”. Secondo Luca Ferrari, ricercatore dell’Istituto di geoscienze dell’Universidad autónoma de México (Unam), importare gas dagli Stati Uniti potrebbe presto diventare molto meno conveniente. Al momento il Paese nordamericano ha una sovrapproduzione di metano e per questo lo vende a prezzi molto bassi, ma il suo picco di produzione potrebbe presto essere raggiunto. “Il tema del gas potrebbe anche diventare un’ulteriore arma di ricatto di Donald Trump”, spiega Ferrari che teme che il Messico stia pianificando investimenti molto elevati in infrastrutture che, oltre a essere inquinanti, in un futuro prossimo potrebbero non essere più redditizie.

    “In ogni caso il vero affare sarà la costruzione del gasdotto: anche se dopo qualche anno non ci sarà più gas, chi ha costruito l’opera avrà già guadagnato”, conclude. Secondo il ricercatore dell’Unam, il gasdotto Sierra Madre e il progetto Saguaro energy trasformeranno Chihuahua e Sonora in una “zona di sacrificio”. Per la sua costruzione nel novembre 2023 l’azienda México Pacific ha firmato un contratto con una joint venture composta dalle due società italiane, come detto, Gdi sicim pipelines e Bonatti.

    Quest’ultima ha realizzato diverse opere in Messico, tra cui il gasdotto che fa parte di uno dei megaprogetti più emblematici dell’ex presidente Andrés Manuel López Obrador: il Proyecto integral morelos (Pim) che comprende -oltre al gasdotto costruito da Bonatti- due centrali termoelettriche e un acquedotto. L’opera è stata molto criticata dalle organizzazioni sociali messicane perché è stata realizzata senza il consenso della comunità indigene locali -condizione stabilita dalla costituzione messicana e da trattati internazionali- e si trova a soli 15 chilometri dal vulcano attivo Popocatépetl, dove il rischio di esplosioni è molto alto. Inoltre gli abitanti della zona che si sono opposti a Bonatti e alle altre società coinvolte sono stati minacciati e, in alcuni casi, uccisi. Il 20 febbraio 2019 Samir Flores Soberanes, conduttore radiofonico locale e membro del Congresso nazionale indigeno (Cni), è stato assassinato davanti alla porta di casa sua. Più recentemente è toccato a due leader dell’Asociación de usuarios del río Cuautla (Asurco): Francisco Vázquez e Carolina Plascencia Carvajal.

    Nel patio di casa sua Alma Soto Villa, moglie di Julio Mora, mostra come gli abitanti di Mata Ortiz preparano l’argilla che usano per le loro celebri ceramiche. Il marito la accompagna nella spiegazione della tecnica, mostrando le opere che espongono nella loro abitazione, e racconta che il gasdotto ha diviso gli abitanti di Mata Ortiz: c’è chi vuole che si costruisca e chi, come lui, è contrario.

    “La società ha partecipato all’assemblea della comunità e ha presentato il progetto ma non ha risposto ad alcune domande, relative ad esempio ai possibili impatti ambientali e a quanto pagherebbe la terra per metro quadrato. A ogni modo a me non interessano i soldi, quello che voglio è che non costruiscano il gasdotto -conclude Julio Mora-. Ci hanno detto che se l’assemblea della comunità non concederà l’autorizzazione per la costruzione dell’opera, com’è previsto dalla legge, loro la faranno comunque”.

    https://altreconomia.it/il-megaprogetto-fossile-che-mette-a-rischio-lacquario-del-mondo
    #Mexique #gaz #USA #gazoduc

  • Les Jeux olympiques d’hiver sur un terrain glissant

    Utiliser autant de #béton et d’#acier que possible : telle semble être la stratégie de développement durable des Jeux olympiques d’hiver dans les Alpes italiennes. Les communes de montagne sont particulièrement touchées. Et la cerise sur le gâteau est la construction d’un nouveau #téléphérique sur une pente instable à #Cortina.

    En dépit des réserves d’ordre géologique, la #résistance de la part de la population locale et une étude d’impact négative, un nouveau téléphérique est en train de voir le jour – sur une pente propice aux glissements de terrain. Certaines entreprises de téléphériques n’ont même pas soumissionné pour ce projet de construction problématique, et ce pour une bonne raison : depuis l’été dernier, une fissure de 40 mètres de longueur s’est ouverte à travers la pente. Et jusqu’à récemment, on ne savait toujours pas si le téléphérique serait prêt à temps pour les Jeux olympiques d’hiver.

    Administration forcée au lieu de compatibilité environnementale

    Au départ, la fondation « Milano Cortina 2026 » avait invité différentes organisations environnementales à participer à des discussions afin d’évaluer la compatibilité environnementale de tous les projets de construction. Mais il y a eu une rupture et la fondation a placé les chantiers sous administration forcée : plus de la moitié de ces projets de construction ont été exemptés d’une étude d’#impact sur l’environnement. En réaction à cette procédure opaque, le réseau « #Open_Olympics_2026 » a été créé, regroupant vingt ONG partenaires, dont CIPRA Italie. Selon le réseau, plus de la moitié des 98 projets prévus ne seront finalisés qu’après la fin des Jeux olympiques d’hiver et rentrent dans la catégorie « #héritage » pour la société exploitante. Il s’agit pour la plupart de projets de construction routière. Une enveloppe totale de 3,5 milliards d’euros sera investie, les trois quarts de tous les #chantiers ne seront pas finis dans les délais, certains avec jusqu’à trois ans de retard. Le dernier chantier devrait être achevé en 2033. En revanche, la piste de #bobsleigh controversée de Cortina, d’un coût de 118 millions d’euros, a été construite en un temps record pour éviter que les débats sur son coût de construction ne continuent. Même scénario à #Anterselva, haut lieu du biathlon et du ski de fond du Haut-Adige, où, malgré l’opposition de la population, 2,5 hectares de #forêt ont été défrichés dans une zone de loisir pour créer un #bassin_de_retenue destiné à l’#enneigement des pistes de ski de fond. « Milan-Cortina 2026 illustre le grand fossé entre les exigences et la réalité lors des Jeux olympiques d’hiver. Au lieu d’un développement durable, seule l’industrie du bâtiment et les travaux publics en profitent au détriment des populations locales, de l’environnement et de la nature sur place. N’oublions pas que les Alpes sont un habitat sensible et non un terrain de jeux pour les intérêts à court terme », dit Jakob Dietachmair, directeur de CIPRA International. Dans sa nouvelle prise de position, la CIPRA demande des réformes approfondies au Comité international olympique (CIO) et aux pays qui les accueillent.

    https://www.cipra.org/fr/nouveautes/les-jeux-olympiques-dhiver-sur-un-terrain-glissant

    #JO2026 #Milano-Cortina #jeux_olympiques #Italie

  • Contre le Capital
    https://ricochets.cc/Contre-le-Capital-9027.html

    Qui sommes-nous ? Nous sommes des travailleurs. Depuis notre plus jeune âge, nous sommes témoins de l’exploitation brutale de nos pères et mères, de nos voisins, des habitants de nos quartiers ouvriers et des travailleurs du monde entier par les capitalistes et le capital lui-même. Nous éprouvons dans notre chair, notre peau, nos veines et notre sang cette réalité que tout ce qui existe dans le capital et toute la richesse sociale sont produits par notre classe, tandis que la pauvreté, (...) #Les_Articles

    / #Bouteilles_à_la_rivière, Révoltes, insurrections, débordements..., #International

    #Révoltes,_insurrections,_débordements...

  • Préjugés : « Les immigré·es profitent des aides sociales »

    Dans ce mini-podcast, #ritimo revient sur un préjugé courant : les personnes migrantes viendraient en France pour « profiter du système ». Pourtant, la plupart d’entre elles et eux ne bénéficient pas de ces aides, parce qu’elles sont conditionnées, parce qu’ils ne savent pas qu’ils y ont droit ou par découragement face à la complexité des démarches.

    Le guide pratique ritimo « Répondre aux préjugés sur les migrations » est un outil indispensable pour mieux comprendre la réalité des migrations et leur instrumentalisation, pour répondre aux discours racistes ou de repli sur soi et faire entendre d’autres voix sur le phénomène migratoire.

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    Transcription

    Ils sont pas fous les immigrés de s’installer ici : les soins sont gratuits, ils touchent les alloc’ et les aides au logement et j’en passe... Moi je comprends que le Français qui travaille dur et qui arrive pas à joindre les deux bouts, quand il voit ça, il vrille...

    C’est un préjugé très répandu : les personnes migrantes viendraient en France pour profiter du système. Or, justement, la plupart d’entre elles et eux ne bénéficient pas de ces aides, parce qu’elles sont conditionnées, parce qu’ils ne savent pas qu’ils y ont droit ou par découragement face à la complexité des démarches.

    La réalité des aides sociales en France
    Depuis les années 2000, environ 10 % des bénéficiaires des prestations sociales en France sont des étranger·ères (que ce soit le RSA, les APL, la prime d’activité, ou les allocations familiales...).
    Pour que les étranger·ères fraudent et profitent du système social français, il faudrait déjà qu’iels puissent y accéder.

    Pour bénéficier du Revenu de solidarité active (RSA), un·e étranger·ère doit avoir un titre de séjour et une carte de travail depuis au moins 5 ans. Pour toucher le minimum vieillesse, iel doit être en France depuis au moins 10 ans. Pour les étranger·ères en situation irrégulière c’est encore plus compliqué. La majorité des sans-papiers qui travaillent payent des impôts et des cotisations sociales mais ne bénéficient d’aucune prestation sociale. Iels n’ont pas l’assurance retraite, pas droit aux allocations chômage et ne peuvent pas faire de demande de logement social.

    Les demandeurs d’asile ne sont pas éligibles aux aides sociales et doivent se contenter d’une aide de l’État de 200 à 425 € mensuels. L’hébergement en CADA n’est pas non plus un « droit » puisqu’il n’y a que 25 000 places pour 80 000 demandes d’asile.
    Si le système social en France est menacé, ce n’est pas à cause des immigré·es mais plutôt des politiques néolibérales qui réduisent le budget des services publics !

    Les enfants, ça coûte énormément !
    L’idée que les migrant·es feraient beaucoup d’enfants pour vivre des allocations ne tient pas non plus la route. Tout d’abord, la fécondité des femmes immigrées (2,3 enfants par femme) n’est que légèrement supérieur à celle des non-immigrées (1,7 enfant par femme).
    Ensuite, toutes les familles immigrées n’ont pas droit aux allocations familiales : il faut que les enfants soient né·es en France ou qu’iels soient venu·es dans le cadre du regroupement familial, et avoir au moins un·e parent·e qui a un titre de séjour.

    Au delà de tout, quand on compare le montant des aides sociales et les dépenses familiales, il est évident qu’élever des enfants coûte bien plus que cela ne "rapporte" entre guillemet !!

    Dans nos HLM
    L’extrême droite dénonce une supposée préférence pour les étranger·ères dans l’accès au logement social. Selon les derniers chiffres, un logement social sur cinq accueille une famille immigrée et seulement 12% des locataires immigré·es sont de nationalité étrangère.
    Concrètement, les étranger·ères sont discriminé·es pour entrer en HLM. Une étude de la Fondation Abbé Pierre en 2023, a montré que seulement 24% des guichets d’enregistrement de la demande de logement social répondent de manière similaire aux candidatures présumées françaises et aux candidatures d’origine présumée d’Afrique de l’Ouest.

    Se soigner, c’est pas gagné !
    La plupart des étranger·ères qui vivent en France travaillent et cotisent pour la sécurité sociale. Pourtant, il est compliqué pour elleux d’accéder aux soins quand iels tombent malades. Par exemple, pour bénéficier de l’Aide médicale d’Etat (AME), il faut attendre trois mois après son arrivée en France avant de pouvoir déposer une demande. Dans la pratique, les caisses d’assurance maladie exigent des relevés d’identité bancaire, des justificatifs de domicile, des preuves d’arrivée... Par conséquent, de nombreuses personnes ne font jamais les démarches pour en bénéficier, soit parce qu’elles ont d’autres priorités (se loger et s’alimenter, par exemple), soit par découragement face aux démarches administratives complexes. Selon Médecins du monde, 87 % des étranger·ères rencontré·es dans leurs centres ne sont pas bénéficiaires de l’Aide médicale d’Etat.

    Dans la pratique, les patients AME sont également discriminé·es. Par exemple, selon une étude de l’Institut des politiques publiques, lorsqu’iels appellent un médecin généraliste ou un ophtalmologue, iels ont 25 % de chances en moins d’obtenir un rendez-vous qu’un autre.
    Certaines personnes très malades, qui n’ont pas accès aux soins dans leur pays, obtiennent la permission de venir se soigner en France. Depuis 1998, il existe un droit à un titre de séjour spécifique, mais il est accordé à de moins en moins de personnes, à peine 4000 personnes par an. C’est moins de 2 % des titres de séjour accordés.

    Ca coûte ou ça rapporte ? Les bons comptes de l’immigration
    Est-il réellement possible de mesurer l’impact budgétaire de l’immigration pour un État ? Aucune estimation ne fait l’unanimité. En 2021, des universitaires lillois affirment que le solde est négatif en moyenne : soit l’immigration ne coûte rien à la France, soit elle coûte 10 milliards d’euros maximum. L’Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE) affirme de son côté que l’immigration rapporte plus qu’elle ne coûte et qu’elle a permis à la France de gagner au moins 10 milliards d’euros chaque année en moyenne, du fait des d’impôts et de cotisations que payent les immigré·es. A peu de choses près, donc, l’impact de l’immigration est globalement neutre.

    Ce qui est certain en revanche, c’est que les politiques répressives de nos gouvernements en matière d’immigration coûtent très cher au contribuable européen. Les pays de l’Union européenne ont fait exploser les budgets consacrés à l’éloignement des personnes en situation irrégulière, à la fermeture et la militarisation des frontières (avec la construction de murs, de clôtures, de barbelés et de miradors, le déploiement de dispositifs policiers et militaires, etc.).
    En France, la Cour des comptes estime le coût direct de la politique de lutte contre l’immigration irrégulière à 1,8 milliard d’euros par an - autant d’argent qui ne va pas à l’éducation nationale ou à la santé publique.

    Contrairement à ce que l’on entend souvent, les immigré·es ne coûtent pas cher à la France. Ils et elles bénéficient peu des aides sociales et contribuent au contraire au budget en payant des impôts et des cotisations, quand on les autorise à travailler. Les arguments économiques contre l’immigration ne tiennent donc pas la route, et cachent mal la xénophobie irrationnelle qui les sous-tend.

    https://videos.ritimo.org/w/92RRHiJqjmhrHJyyByUAz3
    #podcast

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    ajouté à la métaliste sur...
    #guerre_entre_pauvres #migrants #classes_sociales #migrations #pauvres #asile #réfugiés #inégalités #discrimination #économie #concurrence #pauvreté #redistribution #dessin_de_presse #caricature #dessin #bouc-émissaire #richesse #riches

  • #niscemi. Il baratro
    https://radioblackout.org/2026/01/niscemi-il-baratro

    La #frana tornata attiva con le piogge torrenziali di questi giorni aveva già portato a crolli ed evacuazioni nel 1997, quasi vent’anni fa.Oggi nuovi crolli e nuovi sfollati sono il segno delle responsabilità politiche di chi ha puntato sulla militarizzazione di un territorio, abbandonato all’incuria.Mentre le case cadono una dopo l’altra come castelli di carta […]

    #L'informazione_di_Blackout #muos
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/2027-01-27-niscemi-mazzeo.mp3

  • IDF says nearly 70,000 Gazans died in war | The Jerusalem Post
    https://www.jpost.com/israel-news/defense-news/article-884905

    The IDF, for the first time on Wednesday, confirmed that approximately 70,000 Gazans were killed during the Israel-Hamas War, while disputing the percentage of civilian deaths claimed by the UN and declaring that no healthy persons died from starvation.

    While various international groups have claimed that the overwhelming majority of those who died were civilians, the IDF continues to contest that number and has said that around 25,000 were Hamas terrorists.

    #menteurs_depuis_1948 (au moins) #sionisme

    • Apparemment le Haaretz avance aujourd’hui le chiffre de 100.000 victimes
      https://www.raialyoum.com/%d8%a7%d9%84%d8%a5%d8%b9%d9%84%d8%a7%d9%85-%d8%a7%d9%84%d8%b9%d8%a8%d8%b1

      أفادت صحيفة “هآرتس” الإسرائيلية بأن نحو 100 ألف فلسطيني من سكان قطاع غزة استشهدوا بهجمات إسرائيلية أو نتيجة الآثار غير المباشرة للحرب منذ 7 أكتوبر 2023.
      ويأتي هذا الأمر كتطور نادر، حيث كان الجيش الإسرائيلي يشكك سابقا في دقة هذه الأرقام، معتبرا إياها مبالغة أو غير موثقة بشكل كاف.
      وسلطت الصحيفة الضوء على تقرير نشره فريق بحثي دولي أكد أن عدد الضحايا بغزة جراء الهجمات الإسرائيلية منذ 7 أكتوبر/ تشرين الأول 2023 الذي أعلنته وزارة الصحة الفلسطينية وهو 70 ألفا، أقل من الحجم الحقيقي للأزمة.

    • Si l’IDF accepte ce nombre, c’est sans doute qu’il l’arrange.

      Tant qu’il n’y aura pas un vrai recensement, on n’aura pas d’idée de la réalité de l’horreur qui s’est abattue sur les palestiniens. Et comme personne n’a le droit d’aller à Gaza, on n’aura jamais l’information véritable.

      Pour rappel, certaines estimations sont de 300 000 à 400 000 victimes.

      Ce mois-ci, il y a eu des milliers de victimes iraniennes. Et donc, on n’hésite pas à te dire qu’il y a eu 30 000 en quelques jours. En fait, en fonction des canaux, on va te dire légèrement moins de 10K et d’autres fois on te dit allègrement 30K, mais là, pas de prudence, on te le dit, et dans tous les cas, tu dois y croire. Parce que ce sont les méchants qui ont tiré et si tu discutes, c’est que t’es complice des Mollahs, punition inverse en quelque sorte que pour les palestiniens, où si tu discutes n’importe quel nombre de morts palestiniens, tu es complice du Hamas.

      A la façon, aussi, en quelque sorte, dans la mauvaise foi, dont on te dit que les russes meurent deux fois plus sur le front que les ukrainiens, parce que les russes sont très méchants, et qu’ils sont très nuls, et qu’ils sont très dangereux, etc.

      Propagande partout, raison nulle part.

    • Yuval Abraham יובל אברהם sur X :
      https://x.com/yuval_abraham/status/1750123648533324158

      Israeli intelligence secretly surveilled officials in Gaza’s Health Ministry to check if their data on the number of civilians killed in Gaza is ’reliable’, Israeli intelligence sources told us.

      The army found the numbers are reliable and now regularly uses them internally in intelligence briefings.

      According to two sources, Israeli intelligence has no good independent measure of the total number of civilians the army killed in Gaza, making the Health Ministry’s data their main source of information.

      One reason for this is that officers conducted hundreds of AI-directed assassination strikes against suspected low-level Hamas operatives, usually by destroying entire homes and killing entire families – a practice we previously termed a ’mass assassination factory’. There was often no bomb damage assessment (BDA) for these strikes, meaning there was no check on who and how many civilians were killed. This routine post-strike check was skipped to ’save time’.

      ’I don’t know how many people I killed as collateral damage. We only check that information for senior Hamas targets,’ one source said. ’In other cases I didn’t care. I immediately moved on to the next target. The focus was on creating as many targets as quickly as possible. That’s why I trust the Health Ministry in Gaza more than the IDF for these statistics. The army just doesn’t have the information.’

  • Ex #ilva siamo al capolinea
    https://radioblackout.org/2026/01/ex-ilva-siamo-al-capolinea

    Mentre negli stabilimenti ex Ilva si continua a morire (l’ultimo incidente mortale risale al 12 gennaio scorso) ,si parla di cedere gli impianti al fondo speculativo americano Flacks . Le prospettive occupazionali sono tetre sono in cassa integrazione ormai circa 3.600 lavoratori degli impianti tarantini su meno di ottomila “diretti” dipendenti e si lincenzia anche […]

    #L'informazione_di_Blackout #acciaio #bonifica #inquinamento #Taranto
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/INFO-28012026-ILVA.mp3

  • Le « #Board_of_Peace » pour #Gaza de #Trump : diplomatie de façade et remise en cause de l’ordre #International
    https://lvsl.fr/le-board-of-peace-pour-gaza-de-trump-diplomatie-de-facade-et-remise-en-cause-de

    Le Conseil de la #paix que Donald Trump vient d’instituer correspond pleinement à sa vision de la diplomatie : celle-ci est transactionnelle et fluide, non contrainte par les règles complexes de l’Organisation des Nations unies et du droit international, et repose avant tout sur des relations personnelles et des intérêts immédiats, bien plus que sur des valeurs .

    #guerre #Israël #ONU

  • #uganda #elezioni farsa e #repressione nel silenzio generale
    https://radioblackout.org/2026/01/uganda-elezioni-farsa-e-repressione-nel-silenzio-generale

    Il 17 gennaio Yoweri #Museveni ha vinto ufficialmente le elezioni in Uganda con il 71% dei voti ottenendo il suo settimo mandato consecutivo alla tenera età di 81 anni .Le elezioni si sono tenute in un clima di terrore e brogli ,si susseguono le segnalazioni di intimidazioni, arresti e rapimenti di rappresentanti dell’opposizione, candidati, sostenitori,organi […]

    #L'informazione_di_Blackout #Bobi_Wine
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/INFO-26012026-UGANDA.mp3

  • [Iran2026] Travailleurs ! Debout ! Construisons un mouvement organisé de conseils
    https://ricochets.cc/Iran2026-Travailleurs-Debout-Construisons-un-mouvement-organise-de-conseil

    petit texte à propos de l’Iran signé par des militants du mouvement pour l’abolition du travail salarié, édité en affiche #Les_Articles

    / #Bouteilles_à_la_rivière, Révoltes, insurrections, débordements..., Révolution , Autoritarisme, régime policier, démocrature..., #Luttes_sociales, #International

    #Révoltes,_insurrections,_débordements... #Révolution_ #Autoritarisme,_régime_policier,_démocrature...

  • Rock Against Racism : la musique contre les haineux

    https://lhistgeobox.blogspot.com/2026/01/rock-against-racism-la-musique-contre.html

    "Le racisme se diffuse aussi par le biais de sitcoms ou de sketchs d’humoristes très populaires. Les Afro-Britanniques y sont affublés de sobriquets racistes ("wog", « nig-nog »). Au delà des sphères médiatico-politiques, ce sont de larges pans de la société britannique qui semblent gangrénées. Le dub poète Linton Kwesi Johnson se souvient : « La race était partout où l’on se tournait - à l’école, dans la rue - partout où l’on allait, on avait déjà droit à des injures racistes... C’était une monnaie courante. » [Dorian Lynskey p52] Or, le racisme surgit parfois même là où l’attendrait le moins. Le 5 août 1976, Eric Clapton, le guitariste britannique qui avait contribué plus que quiconque à diffuser le blues noir au Royaume-Uni et venait de triompher avec sa reprise d’"I shot the sheriff" de Bob Marley, interrompt son concert à Birmingham pour affirmer la nécessité de mettre un terme à l’immigration, pour empêcher que l’Angleterre « ne devienne une colonie noire. »

  • la messinscena w/ rally_k – 11.01.2026
    https://radioblackout.org/podcast/la-messinscena-w-rally_k-11-01-2026

    .. prima messinscena dell’anno con rally_k.. resti di una domenica in #bocciofila .. grz aaaaa Maken Melodie – Sam Gendel, Nate MercerauSlink d’Ivy – HieleTon odeur – ScarlatineJan Dau Melhau & Bernat Combi – L’eschantitOrange Tone – Soft StrataThe Orb – The 10 Sultans of Rudyard (MooMoo Mix)Daiana – Sorbetto verdeDaiana – BialeraNusrat Fateh Ali […]

    #psichedelia #super

  • #NVIDIA Contacted #Anna’s Archive to Secure Access to Millions of #Pirated #Books * TorrentFreak
    https://torrentfreak.com/nvidia-contacted-annas-archive-to-secure-access-to-millions-of-pirated

    NVIDIA executives allegedly authorized the use of millions of pirated books from Anna’s Archive to fuel its AI training. In an expanded class-action lawsuit that cites internal NVIDIA documents, several book authors claim that the trillion-dollar company directly reached out to #Anna_s_Archive, seeking high-speed access to the shadow library data.

  • Puntata del 13/01/2026@0
    https://radioblackout.org/podcast/puntata-del-13-01-2026

    Il primo argomento della puntata è stato quello degli istituti scolastici tecnico professionali. Infatti in compagnia telefonica di Maria Teresa, docente dell’ istituto Bodoni-Paravia di Torino, abbiamo approfondito le motivazioni che hanno spinto questo collegio di istituto a presentare una #mozione che riguarda la “filiera tecnologico professionale”. Quest’ ultima, che prevederebbe un percorso strutturato in […]

    #assemblea #assemblea_precaria_universitria #Bodoni_-_Paravia #CCNL_Multiservizi #EX_ILVA #filiera_tecnologico_professionale #istituto_tecnico_professionale #morti_sul_lavoro #pirelli #precariato #sciopero #scuola #Si_Cobas_torino #Slai_Cobas #Taranto #università
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/F_m_13_01_Maria-Teresa-RCU-Bodoni-Paravia-su-mozione-consiglio-di-ist

  • Günstig ausgehen war einmal : Berlin zählt zu den teuersten Partystädten Europas
    https://www.berliner-zeitung.de/panorama/guenstig-ausgehen-war-einmal-berlin-zaehlt-zu-den-teuersten-partyst

    Qu’on arrête de se plaindre des jeunes qui font la fête dans les parcs. A Berlin comme prèsque partout en Europe les sorties en boîte nuit ne sont plus une affaire d’argent de poche. On dit que Budapest est peu cher.

    14.1.2026 von Enno Kramer - Berlins Nachtleben war einst für seine günstigen Preise bekannt – doch das ist lange her. Eine aktuelle Analyse zeigt nun: In Europa geht es kaum kostspieliger.

    Die Zeiten, in denen Berlin von niedrigen Mieten, jeder Menge Leerstand und improvisierten Clubs geprägt war, in denen der Eintritt oft symbolisch oder gar kostenlos war, sind definitiv vorbei. Dazu genügt ein Blick auf eine der vielen Veranstaltungswebsites, die die besten Partys bereits Wochen im Voraus ankündigen: Weniger als 15 Euro verlangt in der Hauptstadt kaum noch ein angesagter Club; teilweise kostet der Eintritt sogar mehr als 30 Euro.

    Auch wenn Berlin weiterhin den Ruf eines schillernden Nachtlebens genießt, gehört die deutsche Hauptstadt im europäischen Vergleich inzwischen zu den teuersten Partystädten.

    Beste Partystädte Europas: Berlin verpasst die Top 10

    In einem aktuellen Vergleich von casino.at wurden 32 europäische Städte auf ihr Partypotenzial geprüft. Neben der Anzahl an Bars und Clubs, die mit mehr als vier Sternen bewertet wurden, sind auch die Preise für Bier, Cocktails und Clubeintritt unter die Lupe genommen worden. Dabei verpasst Berlin knapp die Top 10: Die Stadt zählt zwar zu den europäischen Metropolen mit den meisten gut bewerteten Bars, rutscht aufgrund hoher Drink-Preise aber im Vergleich zur gleichen Analyse vor zwei Jahren nach unten.

    Demnach liegt der durchschnittliche Eintrittspreis in angesagten Berliner Clubs bei 17,20 Euro. Nur in spanischen Großstädten wie Madrid, Barcelona und Sevilla sowie in Lissabon ist der Eintritt noch teurer – dort müssen Feiernde im Schnitt teilweise sogar über 20 Euro allein für den Einlass einplanen.

    Besonders auffällig ist der Preisunterschied bei Cocktails in europäischen Metropolen. Nur in München und Madrid sind die gemixten Getränke europaweit noch teurer als in Berlin. Hier kostet ein Cocktail durchschnittlich zwölf Euro. Biertrinker hingegen dürfen sich im innerdeutschen Vergleich glücklich schätzen: Während man in anderen Großstädten rund fünf Euro für ein Bier zahlt, sind es in der Hauptstadt nur 4,50 Euro. Das kann sich bei einer langen Nacht durchaus läppern.

    Auch Berlin: Wir haben die meisten angesagten Clubs

    Auch interessant: Berlin hat im europäischen Vergleich mit 951 angesagten Bars zwar mehr als jede andere deutsche Stadt, liegt aber dennoch weit hinter den Spitzenreitern Madrid und Barcelona zurück – letztere bieten über 500 weitere Adressen. Bei der Anzahl hipper Clubs macht Berlin allerdings keine europäische Stadt etwas vor: Insgesamt 73 Clubs erhielten eine Bewertung von vier Sternen oder mehr – ein absoluter Spitzenwert.

    Die schlechteste Partystadt Deutschlands ist Frankfurt am Main. Im europäischen Vergleich liegt die Main-Metropole nur auf Platz 26 und verfügt über besonders wenige Bars und Clubs, die von ihren Gästen für gut befunden wurden (292 Bars, 18 Clubs).

    Der Analyse zufolge ist Budapest übrigens die beste Stadt zum Ausgehen in Europa – und zugleich eine der günstigsten. Hier kostet ein Bier im Schnitt 2,50 Euro, ein Cocktail sieben Euro, und der Eintritt liegt für Berliner Verhältnisse bei schier unvorstellbaren 4,51 Euro. Auf Platz zwei folgt dann Porto, mit den günstigsten Bierpreisen aller untersuchten Städte (drei Euro) und ebenfalls sehr moderaten Eintrittspreisen von durchschnittlich 5,33 Euro. Den dritten Platz belegt die polnische Hauptstadt Warschau.

    #Berlin #clubs #boîtes_de_nuit #party

  • Temps autour de la Justice transformatrice et réparatrice
    https://ricochets.cc/Temps-autour-de-la-Justice-transformatrice-et-reparatrice-8987.html

    Le Réseau de Soin Communautaire organise 3 temps sur la Justice Transformatrice et réparatrice ce trimestre et recherche des collectifs ou intervenantxs ! mail : lerezo chez riseup.net #Les_Articles

    / #Bouteilles_à_la_rivière, #Féminisme, #Procès,_justice,_répression_policière_ou_judiciaire, Autoritarisme, régime policier, démocrature...

    #Autoritarisme,_régime_policier,_démocrature...

  • L’historien Vincent Lemire interdit de se rendre en Israël
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/01/12/l-historien-vincent-lemire-interdit-de-se-rendre-en-israel_6661478_3210.html

    Le Collège de France se met en grève par solidarité !

    L’historien français Vincent Lemire, qui a critiqué ouvertement les opérations israéliennes dans la bande de Gaza, a été interdit de voyager en Israël, où il devait se rendre pour une série de séminaires et de rencontres universitaires, a appris l’Agence France-Presse (AFP) auprès de l’intéressé, lundi 12 janvier.

    Professeur d’histoire à l’université Paris-Est Gustave-Eiffel et spécialiste du conflit israélo-palestinien, Vincent Lemire a notamment dirigé le centre de recherche français à Jérusalem de 2019 à août 2023.

    Il a dénoncé publiquement à plusieurs reprises la situation humanitaire désastreuse de la population et des otages israéliens à Gaza ces deux dernières années, réclamant notamment des sanctions contre Israël. M. Lemire, qui devait s’envoler dimanche pour Tel-Aviv, a reçu le 7 janvier un courriel de l’autorité de l’état civil et de l’immigration lui notifiant son interdiction d’entrer en Israël, sans fournir d’explications.

    • Salut, c’est bien toi qui a écrit Le Collège de France se met en grève par solidarité ! comme ce que pourait faire le college de France si il réagissait bien... mais pas une phrase que tu as tiré d’une info ailleurs ?? juste pour confirmation :) merci

    • Tu as aussi le cas de cet universitaire juif américain il y a quatre jours : Jewish American academic denied entry to Israel for being a ‘left-wing anarchist’
      https://www.timesofisrael.com/jewish-american-academic-denied-entry-to-israel-for-being-a-leftwing-

      A Jewish American man who had a three-year Israel residency visa was recently refused entry to the country by immigration authorities on the recommendation of the police for being a “left-wing anarchist” and for “nationalistic crime activity.”

      Despite the allegations made by the Population and Immigration Authority (PIBA) and the police, neither provided evidence when informing the individual, who spoke with The Times of Israel on condition of anonymity, that he would not be allowed to re-enter the country.

      PIBA, a department of the Interior Ministry, also did not state how it defines “anarchist” or “nationalistic crime activity” for the purposes of evaluating entry rights into Israel.

    • Israel Bars Entry to French Historian Over Alleged ’anti-Zionist’ Views - Israel News
      https://www.haaretz.com/israel-news/2026-01-11/ty-article/.premium/israel-bars-entry-to-french-historian-over-alleged-anti-zionist-views/0000019b-aea2-da2a-abdf-eebbb7020000

      He also blames European governments for remaining silent in the face of Israel’s actions.

      “We’ve arrived at this absurd and scandalous situation: an Israeli soldier who may have committed war crimes in Gaza enters France freely and without any checks whatsoever,” he said. “A French academic, who has worked for 25 years with dozens of Israeli colleagues, who has never participated in or called for a boycott, and who has had several of his books translated into Hebrew, is being turned away and boycotted by Israel despite being invited by the French Ministry of Foreign Affairs.”

      #bouffons

    • @gonzo @raphael4
      ironie amère, mais ironie pas anodine. L’article de Joseph Confavreux dans Mediapart pose des questions intéressantes :
      https://www.mediapart.fr/journal/international/120126/israel-boycotte-l-universitaire-vincent-lemire-avant-de-changer-d-avis

      Vincent Lemire, professeur d’histoire à l’université Gustave-Eiffel, paraît certes combatif mais aussi sidéré du refus. « Je n’ai jamais boycotté Israël et pourtant Israël a décidé de me boycotter », explique-t-il.

      Contrairement à d’autres universitaires spécialistes du Proche-Orient, il ne prône pas le boycott académique d’Israël et ne participe pas au mouvement BDS (Boycott, désinvestissement et sanctions), même s’il ne s’y est jamais opposé et s’il a appelé à des sanctions contre Israël en août. [...]
      Vincent Lemire, professeur d’histoire à l’université Gustave-Eiffel, paraît certes combatif mais aussi sidéré du refus. « Je n’ai jamais boycotté Israël et pourtant Israël a décidé de me boycotter », explique-t-il.

      Contrairement à d’autres universitaires spécialistes du Proche-Orient, il ne prône pas le boycott académique d’Israël et ne participe pas au mouvement BDS (Boycott, désinvestissement et sanctions), même s’il ne s’y est jamais opposé et s’il a appelé à des sanctions contre Israël en août.
      [...]
      S’il est un acteur en vue du débat public sur le conflit israélo-palestinien depuis le 7-Octobre, Vincent Lemire n’a pourtant jamais dévié d’une ligne de crête fondée sur la défense des principes du droit international, en condamnant vigoureusement aussi bien les massacres du Hamas que les crimes contre l’humanité commis à Gaza par l’armée d’Israël, puis en employant, dans un second temps, les termes de « nettoyage ethnique » et de « guerre génocidaire ».

      Cette interdiction en dit plus sur le raidissement d’Israël que sur les positions publiques du professeur d’histoire, même si une passe d’armes sur les réseaux sociaux avait opposé cet automne Vincent Lemire à l’ambassadeur d’Israël en France, Joshua Zarka.

      D’autant qu’on peut s’interroger sur le fait que cette interdiction, en rupture avec l’autorisation accordée en 2025, puisse avoir été motivée par le sentiment que les analyses de Vincent Lemire, qui a accompagné la délégation d’Emmanuel Macron dans la ville égyptienne de Charm el-Cheikh en octobre, aient contribué à peser sur la décision française de reconnaître l’État palestinien en septembre. « Est-ce la première application de mesures de rétorsion suivant la reconnaissance par la France d’un État palestinien ou un changement de paradigme plus profond ? Je n’en sais rien », répond le chercheur.
      [...]
      Pour le professeur d’histoire, « cette intimidation fait partie d’une stratégie délibérée ». « En me visant, le but est d’inquiéter tous mes collègues, précisément parce que je suis un modéré. Si cela peut m’arriver à moi, alors cela peut arriver à n’importe qui. Le but est de pousser les universitaires qui travaillent sur Israël et la Palestine à s’autocensurer. »
      [...]
      A posteriori, cette interdiction réinterroge le processus ayant conduit à l’annulation d’un vaste colloque sur la Palestine et l’Europe prévu en novembre au Collège de France. Bien que cette censure se soit faite sous la pression du ministre de l’enseignement supérieur et de la recherche, Philippe Baptiste, elle a été mise en œuvre et en musique par l’administrateur du Collège de France, Thomas Römer, un spécialiste de la Bible dont le terrain de recherche se situe également en Israël et en Cisjordanie.

      Si les autorités israéliennes peuvent empêcher l’entrée en Israël d’un universitaire dont elles contestent les positions publiques, peuvent-elles aussi faire pression pour que d’autres chercheurs se conforment à leurs desiderata au risque, sinon, de se voir interdire de poursuivre leurs travaux ?

      On se souvient de l’article de Blast montrant que comment les réseaux d’universitaires favorables à Israël avaient fait remonter l’information et mobiliser les soutiens à Israël dans le gouvernement français, Aurore Bergé et Philippe Baptiste, dont la pression a fait annuler ce colloque. L’article mentionnait aussi l’action d’un cabinet d’avocats aidant à la mise en forme des arguments justifiant cette censure.
      https://seenthis.net/messages/1146075#message1146077
      Il faut évidement rapprocher cela du modus operandi du réseau AIPAC aux USA ou à Bruxelles, naguère bien documenté dans un reportage sur Orient XXI (https://orientxxi.info/enquete-sur-les-reseaux-d-influence-israeliens-a-bruxelles,2876). Mais aussi d’un article récent (décelbre ?) sur l’action juridique du ministère de la propagande israélien auprès des tribunaux en France (https://www.mediapart.fr/journal/international/121225/israel-files-l-enquete-qui-revele-l-ingerence-israelienne-dans-les-tribuna)

  • Olimpiadi Milano-Cortina, neve (artificiale) a tutti i costi. Ma c’è il rischio che non sia abbastanza

    Per innevare artificialmente le piste sono state approvate nuove opere sui fiumi, spesso senza valutazioni ambientali e senza pubblicare i piani di risparmio promessi. Alcune però non saranno pronte per l’inizio dei Giochi.

    Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si dice. Quella che separa le promesse degli organizzatori delle Olimpiadi di Milano-Cortina e la realtà che si presenta a poco più di un mese dall’inizio dei Giochi, però, è acqua dolce: quella dei fiumi e dei torrenti delle Alpi lombarde, venete e trentine, già sotto stress per effetto del cambiamento climatico, che verrà prelevata al ritmo di centinaia di litri al secondo per innevare artificialmente le piste. Secondo gli organizzatori ne serviranno 836mila metri cubi: rapportato ai 27 giorni di durata dei Giochi olimpici e paralimpici, significa svuotare 12 piscine olimpioniche ogni giorno.

    #Livigno, corsa contro il tempo

    Per soddisfare questo fabbisogno, di molto superiore a quello delle stagioni sciistiche «normali», il dossier di candidatura prevedeva nuove opere di presa e accumulo dell’acqua. A oggi, però, solo due dei quattro bacini previsti sono stati ultimati. Prima di Natale, il presidente della Federazione internazionale di sci Johan Eliasch ha lamentato «ritardi inspiegabili», parlando di una «situazione in cui non avremmo mai dovuto trovarci». Gli occhi sono puntati in particolare su Livigno (Sondrio), comune di meno di 7mila abitanti a un passo dalla Svizzera, che per ospitare le gare di sci acrobatico e snowboard avrà bisogno di circa mezzo milione di metri cubi d’acqua.

    Qui, il dossier di candidatura prevedeva la costruzione di due nuovi bacini di accumulo, uno da 200mila metri cubi nell’area di Mottolino e uno da 120mila in zona Carosello. Il primo, costato quasi 22 milioni di euro, è stato inaugurato solo a inizio dicembre, mentre il secondo sarà pronto per le Olimpiadi, ma quelle giovanili del 2028. Parlando con lavialibera la scorsa estate, il sindaco di Livigno Remo Galli li aveva definiti interventi vantaggiosi, che permetteranno di «gestire le risorse idriche in maniera più attenta all’ambiente» anche dopo le Olimpiadi: «Potremo raccogliere l’acqua nei periodi in cui ce n’è di più, cioè da maggio a luglio, invece che prelevarla in inverno quando ce n’è molta di meno». A causa dei ritardi, però, l’unico bacino realizzato è stato riempito solo nelle scorse settimane.

    L’acqua arriva dal torrente Spöl, conosciuto anche come Aqua Granda, al centro di una controversia decennale: la società A2A, che tra l’altro figura tra i partner dei Giochi, preleva a monte 90 milioni di metri cubi all’anno per produrre energia idroelettrica, acqua che poi viene deviata nell’Adda, tributario del Po. Risultato: «Da vent’anni a questa parte lo Spöl è prosciugato», dice a lavialibera Nicola Faifer, fondatore del comitato L’acqua è tua, che da tempo lotta perché l’azienda rilasci il deflusso ecologico, cioè la quantità d’acqua minima per garantire la salute dell’ecosistema fluviale. «Abbiamo presentato un esposto alla Commissione europea che ci ha dato ragione e presentato una denuncia per disastro ambientale, ma nulla è cambiato». Oltre ai bacini, per i Giochi sono state presentate due domande di attingimento eccezionale da 40 litri al secondo ciascuna, valide per il solo periodo olimpico.

    Anterselva, il nuovo bacino tra ritardi e impatto ambientale

    Gli altri due bacini per l’innevamento artificiale erano previsti a Bormio, in Valtellina, dove si svolgeranno le gare di sci alpino maschile, e ad Anterselva, in Alto Adige, dove gareggeranno gli atleti di biathlon. Il primo, da 88mila metri cubi, è entrato in funzione poco prima di Natale. Per il secondo, invece, dal volume previsto di 31mila metri cubi, il portale della Società infrastrutture Milano-Cortina (Simico) fissa la data di fine lavori al 10 maggio 2026, due mesi dopo la fine dell’evento olimpico. L’iter è stato rallentato dal ricorso di cinque associazioni, respinto dal Tar di Bolzano lo scorso agosto. "Contestiamo i danni all’ambiente e la totale assenza di trasparenza e partecipazione nel processo decisionale», dice a lavialiberaLuigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, tra le realtà dietro l’iniziativa. Il progetto del bacino non è stato sottoposto a una valutazione di impatto ambientale, che è stata ritenuta non necessaria come per il 60 per cento delle opere olimpiche, stando all’ultimo report di Open Olympics. «Riteniamo che l’evento olimpico abbia fallito tanto sul profilo ambientale quanto su quello della trasparenza e della democrazia – continua Casanova –. Tutte le opere sono state imposte, e di tempo per organizzare un confronto con le comunità interessate ce n’è stato».

    A gennaio 2025, su richiesta della Fondazione Milano-Cortina, Simico ha avviato l’iter per la costruzione di un ulteriore invaso, non previsto inizialmente, vicino a quello già esistente in località Po’ Drusciè a Cortina, inserendolo all’interno di un intervento di «aggiornamento degli impianti di alimentazione elettrica e attrezzature». L’opera è stata però bloccata dal parere negativo della Soprintendenza del Veneto, che l’ha giudicata «incompatibile con i valori paesaggistici che qualificano il contesto di riferimento»: si procederà quindi con il «potenziamento dell’approvvigionamento del bacino esistente», aumentando quindi la pressione sulla falda da cui i pozzi attingono per il riempimento.

    Nuovi prelievi in Val di Fiemme

    Servirà acqua, e in abbondanza, anche per innevare artificialmente gli impianti di Tesero e Predazzo, località della Val di Fiemme, in Trentino, che ospiteranno rispettivamente le gare di fondo e salto con gli sci. Qui, il fabbisogno idrico stimato dagli organizzatori è di 72mila metri cubi, più del doppio del consumo medio registrato negli ultimi anni per il mantenimento degli impianti. L’acqua verrà prelevata dal torrente Avisio, come già avviene durante la stagione sciistica, ma in volumi molto maggiori in virtù di una nuova concessione della portata massima di 100 litri al secondo e grazie a un’opera di presa aggiuntiva a Tesero. «Aumentare i prelievi da corsi d’acqua già ampiamente sfruttati significa causare ulteriori squilibri all’ecosistema», dice a lavialibera Tommaso Bonazza, portavoce del comitato Acque trentine, che ha presentato una serie di osservazioni critiche nei confronti del progetto, rimaste inascoltate. Non solo: l’opera ricade parzialmente in un’area protetta dove vige il divieto di costruzione, ma è stata comunque ritenuta «compatibile».

    Nella relazione ambientale della Fondazione Milano Cortina si parla anche dell’utilizzo, per l’innevamento artificiale a Tesero, di «acqua potabile di 54 pozzi». «Non è raro che succeda – prosegue Bonazza –. In passato, alcuni sindaci si sono quasi trovati a scegliere se dare l’acqua ai cittadini o alle piste. Prima che si arrivi allo scontro sociale, che è inevitabile man mano che la coperta si fa più corta, bisognerebbe ripensare questo modello di sfruttamento intensivo dei nostri territori».
    Consumi idrici, trasparenza a secco

    Sulla carta, il tema è al centro dell’attenzione degli organizzatori: già il dossier di candidatura del 2019 prevedeva il calcolo della water footprint (impronta idrica) dei giochi secondo gli standard internazionali, impegno ribadito nel 2024 nel rapporto ambientale insieme alla promessa di sviluppare un «piano di riduzione dei consumi idrici». Di nessuno dei due strumenti, però, si trova traccia. Contattata da lavialibera la scorsa estate, Fondazione Milano Cortina ha assicurato che entrambi «sono oggetto di confronto con il Comitato olimpico internazionale», ma non è detto che vengano resi pubblici perché «sicuramente verrebbero strumentalizzati». Si ipotizza anche che possano essere diffusi dopo la fine dei Giochi in forma consuntiva, il che impedirebbe – come già sta accadendo – qualsiasi forma di collaborazione e monitoraggio da parte delle comunità interessate. «I dati dettagliati su volumi idrici, fonti di approvvigionamento e strategie di gestione non sono stati resi pubblici in modo organico – dice a lavialiberaFabio Tullio, presidente di Legambiente Treviso –. Queste mancanze impediscono una valutazione indipendente e un dibattito pubblico informato sull’effettiva sostenibilità idrica dei Giochi».

    Rischio reflui

    A preoccupare chi abita lungo i torrenti delle valli che ospiteranno i Giochi non è solo quanta acqua ne uscirà, ma anche cosa potrebbe entrare. «C’è un rischio enorme legato alla gestione dei reflui – dice Bonazza –. Già adesso, nelle località maggiormente interessate dal turismo di massa invernale, i depuratori non riescono a far fronte ai picchi di affluenza e spesso permettono alle acque sporche di finire nei fiumi. Immaginiamo cosa potrebbe succedere durante le Olimpiadi». Nella relazione di sintesi di dicembre 2024, gli organizzatori hanno dichiarato che gli scarichi liquidi verranno gestiti attraverso serbatoi, escludendo quindi immissioni nella rete fognaria e nei torrenti, ma «non è ad oggi disponibile il progetto del sistema di gestione (modalità e frequenza di raccolta, siti di destinazione, modalità di smaltimento e di trasporto)». Nello stesso documento, e in apparente contraddizione, si evoca l’eventualità di «scarichi di reflui nei corpi idrici superficiali», che verrà gestita con l’implementazione di un «piano di monitoraggio». Anche di questo, però, non si trova traccia pubblica.

    https://lavialibera.it/it-schede-2353-olimpiadi_milano_cortina_neve_artificiale_impatto_idrico_

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