• Quello che l’industria petrolchimica europea non dice sul riciclo “chimico” della plastica

    A Bruxelles i lobbisti premono per incentivare il riciclo chimico della plastica, celebrato come soluzione “verde” ma ritenuto inattuabile su larga scala da numerosi esperti. Si potrebbe leggere “100% riciclato” su una bottiglia che contiene tra il 2-3% di polimeri recuperati. Su 78 progetti mappati in Europa da un’inchiesta transnazionale ne risultano operativi 18 (quattro dei quali come impianti pilota). E solo di sei si conosce la quantità di rifiuti processati

    Siamo nel cuore di Bruxelles, in una grigia mattina dell’autunno 2025. In un centro conferenze del “quartiere europeo”, dove si concentrano le istituzioni comunitarie, si sta svolgendo un incontro organizzato dall’Istituto francese del Petrolio (Ifpen): si parla di riciclo “avanzato” della plastica. Durante la pausa caffè, girando tra i tavolini alti, c’è una scena curiosa: un uomo sulla sessantina è circondato da sei trentenni che, solidali tra loro, si rivolgono a lui in modo piuttosto aggressivo.

    Lui è Wolfgang Trunk, funzionario della direzione Ambiente della Commissione europea incaricato di seguire l’attuazione della Direttiva 904/2019 sulla plastica monouso. I giovani sono lobbisti delle aziende petrolchimiche Basf, Bluealp, Lyondell Basel, Dow e dell’associazione dell’industria chimica Cefic (Consiglio europeo delle industrie chimiche). La discussione verte sulla modalità con cui saranno assegnati crediti alle aziende che produrranno nuova plastica attraverso impianti di riciclo chimico. Il tema è al centro della preoccupazione dei lobbisti perché la Direttiva impone ai Paesi membri che almeno il 25% delle bottiglie in Pet prodotte siano composte da plastica riciclata (quota che salirà al 30% nel 2030). E la modalità che verrà stabilita per l’assegnazione dei crediti, sarà probabilmente usata anche per le altre normative europee che regolamentano il riciclo di plastica, a partire dal regolamento imballaggi.

    Il riciclo “chimico” (o “avanzato”) della plastica, indica una serie di tecnologie che permettono di trasformare i rifiuti -ad altissime temperature o tramite solventi- in monomeri, ovvero molecole base per la produzione di nuovi polimeri. È pubblicizzato da aziende petrolchimiche per la capacità di processare oggetti non rigenerabili con l’attuale sistema di riciclo “meccanico” (che consiste nella riduzione dei rifiuti in frammenti). Quello che i comunicati dell’industria -ampiamente ripresi dai media mainstream e di settore- tralasciano di dire, è che la nuova plastica prodotta con la tecnologia di riciclo chimico più utilizzata, ovvero la “pirolisi”, contiene al massimo 2-3% di materiale recuperato. Il motivo è che l’olio risultante dal processo di pirolisi è molto corrosivo e può costituire al massimo il 5% del materiale inserito nell’impianto di steam cracking che romperà i polimeri in monomeri attraverso il vapore: per non danneggiare i macchinari andrà diluito con il 95% di nafta. Inoltre, solo circa il 40% delle sostanze che risultano da questo processo -inquinante ed energivoro- sono monomeri direttamente utilizzabili per produrre nuova plastica.

    Come riconosciuto nel corso della conferenza, da Alexander Röder, portavoce dell’associazione di categoria Plastic Europe, il contenuto di materiale riciclato presente in una bottiglia prodotta attraverso il riciclo chimico è meno del 5%. Ma quanto meno, esattamente? E qui arriviamo al motivo per cui i sei giovani lobbisti circondano il funzionario della direzione Ambiente Wolfgang Trunk e poi lo seguono chiedendogli appuntamenti nel corso di tutta la conferenza. Infiltrandoci tra di loro, durante la pausa caffè, osserviamo il lobbista di Basf -tra i principali produttori al mondo di materie plastiche- riassumere così a Trunk la sua posizione su come dovrebbero essere conteggiati i crediti da materiale riciclato: “È una supposizione matematica. Non si tratta di seguire le molecole”. Concludendo con aria supponente: “Posso suggerire di organizzare una riunione per discuterne?”. Tra un panel e l’altro ci avviciniamo a Trunk per chiedergli un chiarimento sulle richieste dei rappresentanti dell’industria: “Loro dicono che il 5% di ciò che è prodotto in questi grandi impianti proviene dai rifiuti plastici. E vogliono ottenere che questo sia considerato, quasi completamente, contenuto riciclato. Noi dobbiamo evitare che ci sia greenwashing. Questa è una grande lotta”.

    La “lotta”, quindi, è su quanto di questo 5% sarà qualificato come contenuto riciclato, dal momento che solo 40% è costituito da monomeri, il resto sono combustibili e altre sostanze chimiche.

    “Si tratta di processi molto sensibili alle caratteristiche dei materiali d’ingresso e alle condizioni alle quali vengono esercitati -spiega Stefano Consonni, professore di Sistemi per l’energia e l’ambiente al Politecnico di Milano- se l’impianto non è alimentato esattamente con il materiale atteso, succede che o il processo non funziona oppure l’affidabilità è molto inferiore a quella desiderata”. Queste difficoltà per Consonni “hanno tenuto questi processi lontani dalle applicazioni commerciali di grande scala”: “Proposte commerciali a livello industriale, per impianti affidabili che possano funzionare 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana, praticamente non ce ne sono”. “Gli impianti di questo tipo in Europa sono di piccole e medie dimensioni e ancora in fase di ricerca”, conferma Peter Quicker, professore di Trattamento termico dei rifiuti e controllo delle emissioni all’Università di Aquisgrana e autore di diversi studi sulle prospettive del riciclo chimico della plastica. “Questi progetti spesso diventano sempre più piccoli e poi molti scompaiono”.

    La situazione non è diversa negli Stati Uniti, dove la ricerca sul riciclo chimico è iniziata 50 anni fa. Un rapporto pubblicato nel 2023 dall’organizzazione ambientalista Ipen, che ha analizzato gli impianti operanti nel Paese, afferma che almeno otto su undici producono combustibili invece di nuova plastica. “Questo accade perché l’olio di pirolisi contiene sostanze tossiche, quindi, se non è di qualità adeguata, il modo più sicuro per smaltirlo è bruciarlo”, commenta Consonni. “Ma produrlo e poi bruciarlo non ha senso, quindi tanto vale bruciare i rifiuti direttamente”. “Tutto può essere messo in un inceneritore e bruciato -aggiunge Quicker -ma questa non è un’economia circolare”.

    Tuttavia nel centro conferenze di Bruxelles rappresentanti di industria petrolchimica e istituzioni comunitarie concordano nel ritenere che basterà un quadro normativo in grado di incentivare il riciclo chimico per permettere la sua attuazione su larga scala e così la soluzione al problema attraverso la “circolarità” della plastica.

    Per permettere l’attribuzione dei “crediti da materiale riciclato” alla plastica recuperata chimicamente, la Commissione ha inserito nella bozza di decisione attuativa della Direttiva 904/2019 il concetto di “bilancio di massa”. Si tratta di un metodo contabile che non misura la plastica riciclata che fisicamente entra nei prodotti ma permette di attribuire i crediti sulla base della materia prima processata e delle rese stimate. Il suo funzionamento lo spiega Röder (Plastic Europe) durante la conferenza: “Quando hai 100 prodotti plastici fatti da un materiale composto per il 50% da nafta e per il 50% da materiale riciclato, con il bilancio di massa si può dichiarare che la metà dei prodotti sono ‘100% di plastica riciclata’, e l’altra metà sono fatti di sola plastica vergine. Questo significa che i crediti di materiale riciclato, attribuiti da un ente certificatore, una volta ottenuti si possono concentrare, in base ai suggerimenti degli esperti di marketing, negli oggetti che la gente acquisterebbe più volentieri se fossero riciclati, ad esempio bottigliette di plastica”. Röder però specifica che “l’esempio 50-50 non è quello che vedremo, almeno nelle prime fasi del riciclo chimico, nei nostri impianti. Sarà piuttosto il 5% di riciclato contro il 95% di nafta o anche meno”.

    Per Helmut Maurer, ex esperto della direzione Ambiente della Commissione per i rifiuti e le sostanze chimiche, l’inserimento del principio del “bilancio di massa” nella bozza della decisione attuativa della direttiva sulla plastica monouso è un passo pericoloso: “In futuro compreremo oggetti di plastica con un’etichetta che dice ‘riciclato all’80%’. E sarà legale anche se fisicamente, contengono appena l’1% di materiale recuperato. I numeri esposti non avranno nulla a che vedere con la realtà. Tutto diventerà virtuale e non potremo fidarci di ciò che vediamo”. La decisione attuativa della Direttiva sulla plastica monouso, che stabilisce le regole per il calcolo, la verifica e la rendicontazione del contenuto di materiale riciclato, in particolare per le bottiglie di bevande in plastica, verrà adottata tramite voto da parte di un comitato tecnico formato da rappresentanti degli Stati membri dell’Ue. Il principio del “bilancio di massa” è stato già incluso nella bozza. L’adozione dell’atto, prevista per la fine del 2025 è stata posticipata. Se approvato, per Maurer, “l’industria controllerà sé stessa” perché i libri contabili tenuti dagli enti certificatori “come l’Icss che è costituito anche da industrie, come Basf”, “difficilmente verranno a loro volta controllati da funzionari pubblici, a causa della complessità del lavoro di monitoraggio”.

    Per quest’inchiesta abbiamo analizzato informazioni ufficiali presenti online e contattato direttamente le società proprietarie degli impianti di riciclo chimico -annunciati o operativi- nei nove Paesi europei più rilevanti in questo settore, scoprendo che la realtà è meno luminosa da quella comunicata dagli annunci che celebrano questi impianti evidenziandone la capacità di ridurre le emissioni di CO2. Di 78 impianti annunciati negli ultimi anni in Italia, Francia, Spagna, Germania, Belgio, Olanda, Danimarca, Regno Unito e Svezia, solo 18 sono entrati in funzione e -di questi- quattro funzionano solo saltuariamente come progetti pilota. Mentre la capacità complessiva dei progetti annunciati, cancellati e posposti è di 2,5 milioni di tonnellate di plastica, quella degli impianti operativi e pilota raggiunge appena 0,24 milioni. Gli impianti che risultano effettivamente operativi sono 14, piccoli e poco trasparenti: solo per sei di questi le società hanno pubblicamente fornito l’input di plastica annualmente riciclata e in nessun caso hanno condiviso con noi il documento Life cycle assessment (Lca) sulla base del quale hanno calcolato la riduzione delle emissioni di CO2.

    “Questi documenti non servono ad altro che a fare pubblicità, poiché le aziende possono controllare i parametri in modo favorevole e ottenere i risultati desiderati”, afferma Quicker. In ogni caso, tutti i Lca mostrano il riciclo chimico come vantaggioso a livello di impatto ambientale perché lo mettono a confronto con l’incenerimento o la produzione di nuova plastica, senza considerare come alternativa il riutilizzo o la riduzione degli oggetti monouso. E mentre organizzazioni come Greenpeace criticano il riciclo chimico come elemento che potrebbe distogliere dalla necessità di tagliare la produzione di plastica e adottare misure di prevenzione e riuso, l’Agenzia internazionale per l’energia, prevede che dal 2026 l’industria petrolchimica -e in particolare la produzione di plastica- sarà il principale traino all’estrazione di petrolio.

    https://altreconomia.it/quello-che-lindustria-petrolchimica-europea-non-dice-sul-riciclo-chimic
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  • 700 million plastic bottles: we worked out how much microplastic is in Queensland’s Moreton Bay

    When it rains heavily, plastic waste is washed off our streets into rivers, flowing out to the ocean. Most plastic is trapped in estuaries and coastal ecosystems, with a small fraction ending up offshore in the high seas.

    In the coastal ocean, waves and tides break down plastic waste into smaller and smaller bits. These micro and nanoplastics linger in the environment indefinitely, impacting the health of marine creatures from microorganisms all the way up to seabirds and whales, which mistake them for food.

    When we look at the scale of the problem of microplastics (smaller than 5mm) and nanoplastics (defined as 1 micrometer or less), we find something alarming. Our new research shows the shallow embayment of Moreton Bay, off Brisbane in Southeast Queensland now has roughly 7,000 tonnes of accumulated microplastics, the same as 700 million half-litre plastic bottles.

    This bay accumulates plastics fast, as the Brisbane River funnels the city’s waste into it, along with several other urban rivers. The research hasn’t yet been done, but we would expect similar rates of microplastics in Melbourne’s Port Phillip Bay and Sydney Harbour.

    Our research shows how much plastic waste from a big city makes it into its oceans.

    Plastic buildup in Moreton Bay

    What volume of microplastics does a large city accumulate offshore? It’s hard to measure this for cities built on open coastlines. That’s because sediments and microplastics are rapidly washed away from the original source by waves and currents.

    But Moreton Bay is different. The large sand islands, Moreton (Mugulpin) and North Stradbroke (Minjerribah) Islands largely protect the bay from the open ocean. This is why the bay is better described as an enclosed embayment. These restricted bays act as a trap for sediments and pollutants, as waves and currents have limited ability to wash them out. These bays make it possible to accurately measure a city’s microplastic build-up.

    The bay supports a range of marine habitats from mangroves, seagrass and coral reefs, as well as an internationally recognised wetland for migrating seabirds. Dugong and turtles have long grazed the seagrass in Moreton Bay’s shallow protected waters, while dolphins and whales are also present. But microplastic buildup may threaten their existence.

    Most types of plastic are denser than water, which means most microplastics in coastal seas will eventually sink to the seafloor and accumulate in sediment. Mangroves and seagrass ecosystems are particularly good at trapping sediment, which means they trap more microplastics.

    We wanted to determine whether Moreton Bay’s varying ecosystems had accumulated different amounts of plastics in the sediment.

    We measured the plastic stored in 50 samples of surface sediment (the top 10cm) from a range of different ecosystems across Moreton Bay, including mangroves, seagrass meadows and mud from the main tidal channels.

    The result? Microplastics were present in all our samples, but their concentrations varied hugely. We found no clear pattern in how plastics had built up. This suggests plastics were entering the bay from many sources.

    We tested for seven common plastics: polycarbonate (PC), polyethylene (PE), polyethylene terephthalate (PET), poly (methyl methacrylate) (PMMA), polypropylene (PP), polystyrene (PS), and polyvinyl chloride (PVC).

    Of these, the most abundant microplastic was polyethylene (PE). This plastic is widely used for single-use plastic items such as chip packets, plastic bags and plastic bottles. It’s the most commonly produced and used plastic in Australia and globally.

    In total, we estimate the bay now holds about 7,000 tonnes of microplastic in its surface sediments.

    In our follow-up paper we explored how rapidly these plastics had built up over time. We took two sediment cores from the central part of the bay, where sediment is accumulating. Cores like this act as an archive of sediment and environmental changes over time.

    The trend was clear. Before the 1970s, there were no microplastics in Moreton Bay. They began appearing over the next three decades. But from the early 2000s onwards, the rate rose exponentially. This is in line with the soaring rate of plastic production and use globally. Our analysis shows a direct link between microplastic concentration and population growth in Southeast Queensland.

    The challenge of measuring microplastics

    To date, we have had limited knowledge of how much plastic is piling up on shallow ocean floors. This is because measuring microplastics is challenging. Traditionally, we’ve used observation by microscope and a technique called absorption spectroscopy, in which we shine infrared light on samples to determine what it’s made up of. But these methods are time-consuming and can only spot plastic particles larger than 20 micrometres, meaning nanoplastics weren’t being measured.

    Our research team has been working to get better estimates of microplastic and nanoplastic using a different technique: pyrolysis-gas chromatography mass spectrometry. Here, a sample is dissolved in a solvent and then heated until it vaporises. Once in vapour form, we can determine the concentration of plastic and what types of plastics are present.

    This method can be used to estimate how much plastic pollution is present in everything from water to seafood to biosolids and wastewater.
    What’s next?

    It’s very likely microplastics are building up rapidly in other restricted bays and harbours near large cities, both in Australia and globally.

    While we might think microplastics are safe once buried in sediment, they can be consumed by organisms that live in the sediments. Currents, tides and storms can also wash them out again, where marine creatures can eat them.

    This is not a problem that will solve itself. We’ll need clear management strategies and policies to cut plastic consumption and improve waste disposal. Doing nothing means microplastics will keep building up, and up, and up.

    https://theconversation.com/700-million-plastic-bottles-we-worked-out-how-much-microplastic-is-

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    • Plastic Deposition in Sediments of Moreton Bay, Australia: A Historical Perspective and Potential Future Projections

      Since their discovery in the mid-20th century, the production and use of plastics has surged globally, resulting in large amounts of plastic waste. Some of this has landed in landfills, but a significant proportion has ended up in the ocean, contaminating marine ecosystems. However, the extent of marine plastic contamination is poorly understood. In this study, two sediment cores collected from the Central Bay of Moreton Bay, Australia, were analyzed for seven plastic polymers. The total concentration for ∑7 plastics was 8620 μg/g dw at the top of the core and decreased with core depth and sediment age, with no evidence of plastic at core depths aged earlier than 1975. Polyethylene was present at the highest concentrations (5680 μg/g dw) in the surface layer followed by polyvinyl chloride, polypropylene, and polyethylene terephthalate. Compared to factors influencing plastic abundance, the year, plastic production, and population were among the best predictors for plastic concentration in the core sediments. Projections on current findings suggest plastic concentrations in the Central Bay sediments could reach 2–4% of the sediment by 2050. An improved understanding of the types and quantities of plastic trapped in Moreton Bay will inform management to reduce plastic use and disposal to minimize future concentrations in the bay.

      https://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/acsestwater.4c00536

  • Bâtir de meilleures habitations pour les réfugiés sahraouis avec des bouteilles de sable

    Dans le sud ouest de l’#Algérie, au fin fond du #désert, un jeune réfugié sahraoui remplit de vieilles bouteilles avec du sable pour construire des habitations qui résistent mieux au rude climat.


    http://www.unhcr.org/fr/news/stories/2017/1/5878ad7da/batir-meilleures-habitations-refugies-sahraouis-bouteilles-sable.html
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