• Lecture d’un extrait du livre « Bruits » d’Anne Savelli, paru aux Éditions Inculte, en 2026.

    https://liminaire.fr/creation/radio-marelle/article/bruits-d-anne-savelli

    Bruits d’Anne Savelli est un livre intense qui fait entendre la ville comme une épreuve permanente. Le récit suit une très jeune enfant qui s’enfuit de chez elle après une violente descente de police dans son immeuble. Sa fugue se transforme en une longue et chaotique traversée de la ville, à la fois physique et mentale. Un parcours initiatique vers le langage et l’autonomie. Autour d’elle, une multitude de lieux et de voix se croisent. Le texte se développe, au fil des minutes, en une exploration polyphonique de l’environnement sonore urbain et de son impact psychologique sur les personnages qui, pour s’en sortir, doivent faire preuve d’imagination, inventer des récits. L’écriture fragmentée de ce roman propose une cartographie éclatée d’un monde surchargé d’informations et de stimuli.

    (...)
    #Radio_Marelle, #Écriture, #Livre, #Lecture, #En_lisant_en_écrivant, #Podcast, #Littérature, #Histoire, #Temps, #Biographie, #Violence, #Ville, #Bruits, #Sons (...)

    https://liminaire.fr/IMG/mp4/en_lisant_bruits_anne_savelli.mp4

    https://actes-sud.fr/bruits

  • "The Ashes of Moria"
    https://www.youtube.com/watch?v=3ISMAJPcAUg

    A cinque anni dall’incendio che lo ha distrutto (8-9 settembre 2020) l’impatto del campo di Moria è ancora presente nelle vite delle persone che lo hanno vissuto, mentre l’approccio alla migrazione da parte dell’Europa continua a essere quello della deterrenza, del contenimento e della detenzione.

    Attraverso una serie di interviste con persone migranti che hanno vissuto nel campo greco, operatori sociali e attivisti che lo hanno conosciuto da vicino, questo documentario esplora l’eredità di Moria, raccontando la durissima realtà del campo, le ripercussioni che ha causato sulla vita delle persone e il suo ruolo nelle politiche di detenzione e deterrenza e nei processi di integrazione.

    #Moria #réfugiés #migrations #Grèce #camp_de_réfugiés #incendie #Lesbos #ce_qui_reste #silence #feu #camps_de_réfugiés #2020 #traces #hotspot #accord_UE-Turquie #asile #accampement #tente #froid #chaleur #tentes #sécurité #peur #nuit #viols #toilettes #survie #vols #criminalité #violence #faim #attente #santé_mentale #dépression #PTSD #queue #suicide #tentatives_de_suicide #enfer #dissuasion #politique_de_dissuasion #déshumanisation #propagande #nationalisme #racisme #instrumentalisation #instrumentalisation_politique #discriminations #bruits #sons #8_septembre_2020 #honte #contrôle_biopolitique #Kos #Samos #Kios #prisons #closed_controlled_accesse_centres (#CCACs) #éloignement #isolement #marginalisation #marges #camps_fermés #îles #Vastria

    –-

    ajouté à la métaliste sur l’#incendie de #septembre_2020 dans le #hotspot de #Moria, #Lesbos (#Grèce) :
    https://seenthis.net/messages/876123
    #film #documentaire #film_documentaire

    • “The Ashes of Moria”: che cosa rimane del campo profughi più grande d’Europa?

      Il film di Davide Marchesi e Majid Bakhshi, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, ripercorre la storia di quello che è stato il simbolo del fallimento europeo in tema di “accoglienza” e “protezione”, sull’isola greca di Lesbo. A cinque dall’incendio che lo ha distrutto, il documentario porta nel cuore del campo, tra odori, rumori, paure e violenze. Allo stesso tempo offre le coordinate per capire i meccanismi attuali delle brutali politiche europee

      Mo Zaman cammina tra le macerie di un posto di cui riconosce gli odori, “gli stessi di albero di ulivo”, ma non i suoni. “Non avevamo questo silenzio prima qui”. Ricorda le sensazioni, il freddo e la paura, il terrore ma non gli spazi vuoti. Il suo è un ritorno in un luogo di cui conosce le strade a memoria nonostante di fatto non esista più. Mo Zaman è uno dei protagonisti di “The Ashes of Moria” (52′), il documentario di Davide Marchesi e Majid Bakhshi, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, che a cinque anni dalla distruzione del campo di Moria sull’isola greca di Lesbo ripercorre la storia di quello che è stato l’emblema del fallimento europeo.

      È lui a raccontare che a Moria gli incendi erano frequenti e difficili da gestire, proprio come quelli che finirono per distruggerlo completamente. Il centro di identificazione e registrazione di richiedenti asilo e migranti più grande d’Europa, pensato come risposta a quella che erroneamente viene ancora definita la “crisi dei rifugiati” del 2015, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 2020 bruciò irrimediabilmente.

      Eppure, come afferma Mo Zaman, “anche se possono cancellare Moria da questo posto, non potranno mai cancellare il nome di Moria”. Di certo non lo potranno mai cancellare dalla memoria delle migliaia di persone, al momento dell’incendio erano intorno alle 15mila, che vi sono passate e che vi hanno trascorso giorni, mesi, ma anche anni, in attesa. Le conseguenze, i residui, le ceneri di un’immensa crisi di salute mentale capace di fare più danni che quelli della guerra stessa da cui queste persone scappavano, come si racconta nel film, rimangono nella loro mente.

      “Mancava acqua potabile, cibo, elettricità, igiene -ricorda infatti Majid Bakhshi, uno dei due autori che ha vissuto nel campo-. È importante parlare della mia esperienza a Moria e, in generale, di persona che cerca di trovare la propria strada in condizioni difficili. Ciò che intendo dire è che, quando arrivi come migrante o rifugiato in Europa, o in qualsiasi altro paese del mondo, inizi un processo che sarà piuttosto difficile e per nulla, incerto e molto stressante. Può essere molto opprimente, soprattutto se non ricevi alcun supporto puntuale, e se devi affrontare tutti i problemi da solo. E trovo molto difficile anche staccarmi in qualche modo da alcuni di quei ricordi. Sono nella mia testa, come se dovessero restare con me per non so quanto tempo”.

      “Uno degli aspetti che spero che emerga è l’impatto psicologico a lungo termine della vita nel campo, non solo sulle singole persone che è sicuramente importantissimo, ma anche sulla società in generale -spiega il regista Davide Marchesi-. Avvicinarsi a queste persone e guardare le loro vite è struggente anche perché è doloroso pensare che noi abbiamo reso così difficile la loro vita”.

      Alternando immagini di archivio e fotografie, anche satellitari, alle interviste di chi ci ha vissuto, degli operatori sociali e degli attivisti, il documentario ci porta dentro il campo fino a farcene sentire la “puzza oscena” e le grida notturne, a farci provare il senso di insicurezza di ritrovarsi in un luogo pensato per accogliere fino tremila persone e arrivato a contenerne 25mila. Un posto dove i nervi a fior di pelle erano micce accese, dove si viveva giorno per giorno e contava solo sopravvivere.

      “Da una parte a Moria non ti veniva data possibilità di fare nient’altro se non preoccuparti di cose molto elementari, della sopravvivenza quotidiana -prosegue Marchesi-. Dall’altra ognuno si portava dentro questa gigantesca preoccupazione di che cosa gli sarebbe successo nel futuro, dell’attesa di una risposta alla richiesta di asilo”.

      La fame, le lunghe code, la mancanza di qualsiasi bene necessario trasformava le persone in poco tempo, cambiandone le mentalità e portandole a perdere qualsiasi tipo di fede. In una parola sola era l’inferno, usandone qualcuna in più Mo Zaman dice che “Moria eccelleva nell’essere orribile”.

      “Non credo che per noi sia possibile veramente capire che cosa significasse stare lì, perché è peggio che stare in prigione -aggiunge Marchesi-. Se non sai quando finirà l’attesa, psicologicamente è molto peggio. Per questo se da una parte le immagini di questo documentario testimoniano molto bene com’era Moria, dall’altra non gli rendono in nessun modo giustizia, perché manca il fattore temporale”.

      Dal cuore del campo “The Ashes of Moria” ci porta anche al di fuori, dandoci le giuste coordinate per ricostruire e comprendere quello che stava accadendo nel frattempo all’esterno. Non tanto una “crisi dei rifugiati” quanto del sistema di accoglienza di un’Europa lenta, impreparata, per certi versi anche sadica, che diventa una promessa tradita di una vita migliore e di diritti umani finalmente riconosciuti e protetti.

      “Abbiamo rischiato le nostre vite attraversando l’Egeo e non siamo venuti qui per essere abbandonati”, protestano le persone migranti. “Quando sono arrivata in Grecia ho subito discriminazione perfino per la mia esistenza. Come rifugiati non vogliono neppure che esistiamo”. E la domanda: “Dov’è finita l’umanità?” ricorre spesso nelle loro parole. Tutti sapevano che cosa succedeva ma nessuno faceva nulla per cambiare la situazione tanto che, come osserva nel film Carlotta Passerini, psicologa che lavorava con i residenti del campo “penso davvero che questo sia stato fatto per disumanizzare le persone. È più facile condannare qualcuno che non si considera umano o una persona che si comporta come te”.

      Moria sembra essere dunque il punto di partenza, l’origine di tutto quello che di peggio abbiamo ancora oggi: la propaganda che racconta le persone migranti come una minaccia pronta a invaderci, i nazionalismi e i razzismi. “In un certo senso è così -riflette Marchesi-. Ma allo stesso tempo nel momento in cui ho iniziato a fare ricerca, a cercare di capirne di più, mi sono accorto che alla fine l’approccio è sempre lo stesso. A Moria non è stato inventato nulla di nuovo. L’Europa da Schengen in poi ha reso evidente in tutti i modi che va bene la libera circolazione delle persone all’interno, ma chi viene da fuori deve essere ipercontrollato e se possibile tenuto fuori. Possiamo infatti chiamare le nuove costruzioni realizzate dopo Moria campi ad accesso controllato, possiamo chiamarli strutture ricettive, possiamo chiamarli Cpr, alla fine il modo di operare è uno: quello della detenzione e della deterrenza”.

      “Moria era usato per mettere paura alle persone -afferma infatti nel film Lefteris Papagiannakis, direttore del Greek council for refugees-. Ma non ha funzionato perché la deterrenza non funziona mai”. Così come non funzionerà per i cinque nuovi closed controlled access centre, vere e proprie prigioni in posti isolati, lontano da tutto e tutti. La loro costruzione nelle isole dell’Egeo settentrionale Chios, Kos, Leros, Lesbo e Samos è iniziata subito dopo la distruzione di Moria, già a partire dalla primavera del 2021, ricevendo più 250 milioni di finanziamenti dall’Ue (si veda su questo il progetto “Chiusi dentro. Dall’alto” pubblicato da Altreconomia in collaborazione con PlaceMarks nel settembre 2024).

      Da qui l’importanza di questo documentario: quella di “creare una testimonianza” affinché si mantenga alta l’attenzione su temi che nonostante il centro di Lesbo non esista più ancora ci riguardano. “Moria e in generale i campi sono dei laboratori di come si vogliono gestire le politiche migratorie e non solo -dice l’autore-. In questi luoghi, ad esempio, si testano nuove tecnologie di sorveglianza che poi verranno applicate non solo in ambito detentivo ma anche di controllo sociale. Per questo è importante creare documenti che possano rimanere nel tempo”.

      “The Ashes of Moria” è quindi un documentario sul campo di Moria e sulle persone migranti che ne sono stati prigioniere, ma si rivolge a noi, europei, occidentali e ci chiede di fare i conti con quello che siamo e abbiamo lasciato o contribuito a far accadere. “Non dobbiamo nasconderci o dimenticarci di quello che succede sui nostri confini -conclude Marchesi-. È importante riflettere su quello che come società, siamo capaci di fare a persone che in questo caso sono parte di una popolazione in movimento ma in un altri casi potrebbero essere le persone lgbtqi+ e in altri ancora i dissidenti politici o altro. Una società che è stata capace di fare quello che ha fatto a Moria nei confronti di persone che considerava una minoranza e che reputava in qualche modo ‘scomode’ sarà capace di farlo sempre e con chiunque”.

      https://altreconomia.it/the-ashes-of-moria-che-cosa-rimane-del-campo-profughi-piu-grande-deurop

  • Donald Trump annonce « The Reaper » | Truth Social
    https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/115307915499158903
    https://static-assets-1.truthsocial.com/tmtg:prime-ts-assets/accounts/avatars/107/780/257/626/128/497/original/454286ac07a6f6e6.jpeg

    Cette vidéo postée par Donald Trump est vraiment significative.
    – Il est « The reaper », celui qui fauche (les « blés », i.e. la monnaie) et aussi la Faucheuse. Il apporte la mort (des budgets, mais aussi de leurs porteurs - démocrates-, l’argent public - et les fonctionnaires en lock out)
    – l’imagerie de science-fiction et la musique métal pour bien souligner l’avenir dystopique qui se prépare
    – les couleurs sombres. En général, les dirigeants se parent de couleurs claires, (surtout s’ils veulent le prix Nobel de la Paix ;-) L’avenir est sombre pour les démocrates, mais nul ne va profiter de la lumière. Même les républicains doivent avoir peur de ce qui se prépare. Ce sont les défilés au flambeau des nazis qui apportent la lumière au travers des citrouilles.
    – le tonnerre et les éclairs sont sur la Maison Blanche. Les « temps sont venus », et l’horloge marque minuit (l’heure du crime) La doomesday clock est en train de sonner (cette horloge est celle inventée par les scientifiques il y a près de 80 ans pour mesurer combien nous nous rapprochons de la fin du monde... chaque année, elle avance ou recule en fonction des guerres, mais aussi des nouvelles armes ou inventions – https://fr.wikipedia.org/wiki/Horloge_de_la_fin_du_monde)
    – c’est l’heure où le « pouvoir » ancien va disparaître. Le vrai pouvoir, loin des « bla-bla » des politiciens démocrates... va faire mal, pour s’imposer, pour détruire. Il va faucher les budgets (des États démocrates)
    – et celui qui va mettre en oeuvre ce programme Russ Vought, responsable du budget est aussi le fondateur d’un think tank nationaliste d’extrême droite...

    Le tout a été réalisé par IA, une IA qui s’inspire de l’imagerie nazi et des films de SF. Le studio « Dilley 300 meme team » qui l’a réalisée a trouvé un propagandiste en chef. Vite fait, pas cher... mais tellement en phase avec l’avenir qui est promis aux démocrates (et en fait au peuple américain, puis à tous les autres... comme disait Trump aux habitants et dirigeants de Chicago, vous allez voir pourquoi on a renommé le « Ministère de la Guerre »).

    #Trump #Doomsday_clock #bruits_de_bottes #The_Reaper

  • Dimanche prochain au Venezuela, un référendum sur le devenir de la Guyane Essequiba. Vieux contentieux entre le Venezuela et le Guyana, son voisin oriental. Depuis son indépendance, le Venezuela soutient, plus ou moins activement le fait que sa frontière orientale est délimitée par le fleuve #Essequibo (rio #Esequibo , en espagnol), territoire approprié par le colonisateur britannique et dont a hérité l’état qui lui a succédé.
    https://fr.wikipedia.org/wiki/Guayana_Esequiba

    On voit mal comment le référendum pourrait aboutir à autre chose qu’une réponse oui aux cinq questions dont la cinquième prévoit la création d’un 24ème État fédéral…

    Comme indiqué, le contentieux est (très !) ancien, mais il s’est réactivé autour de 2020 avec la découverte de pétrole off-shore et sa mise en exploitation – cf. divers billets ici sur le sujet – avec notamment une revendication, beaucoup plus récente, sur la frontière maritime. Et, notamment, sur @visionscarto
    Le Guyana convoité par ses voisins
    https://visionscarto.net/le-guyana-convoite-par-ses-voisins

    Referéndum por El Esequibo : estas son las 5 preguntas de la consulta del 3 de diciembre | Nicolás Maduro | CNE | Guyana | zona disputada con Guyana | La Haya | referendo sobre el Esequibo | Esequibo Venezuela | LRTMV | Venezuela | La República
    https://larepublica.pe/mundo/venezuela/2023/11/10/referendum-por-el-esequibo-estas-son-las-5-preguntas-de-la-consulta-del-

    Este 3 de diciembre, los venezolanos deberán responder a las 5 preguntas planteadas por el Consejo Nacional Electoral para el referéndum sobre el Esequibo. Mira AQUÍ cuáles son estas interrogantes.

    Nicolás Maduro organizó un referéndum para este domingo 3 de diciembre en el que la población venezolana responderá cinco preguntas referidas al Esequibo. Esta consulta popular es organizada por el Consejo Nacional Electoral de Venezuela, que ya tiene listas las interrogantes que se plasmarán en la cédula. Conoce con exactitud cuáles serán:
    ¿Cuáles son las preguntas del referéndum 2023?
    • ¿Está usted de acuerdo en rechazar por todos los medios, conforme al derecho, la línea impuesta fraudulentamente por el Laudo Arbitral de París de 1899, que pretende despojarnos de nuestra Guayana Esequiba?
    • ¿Apoya usted el Acuerdo de Ginebra de 1966 como el único instrumento jurídico válido para alcanzar una solución práctica y satisfactoria para Venezuela y Guyana, en torno a la controversia sobre el territorio de la Guayana Esequiba?
    • ¿Está usted de acuerdo con la posición histórica de Venezuela de no reconocer la jurisdicción de la Corte Internacional de Justicia para resolver la controversia territorial sobre la Guayana Esequiba?
    • ¿Está usted de acuerdo en oponerse, por todos los medios conforme al derecho, a la pretensión de Guyana de disponer unilateralmente de un mar pendiente por delimitar, de manera ilegal y en violación del derecho internacional?
    • ¿Está usted de acuerdo con la creación del estado Guayana Esequiba y que se desarrolle un plan acelerado para la atención integral a la población actual y futura de ese territorio que incluya, entre otros, el otorgamiento de la ciudadanía y cédula de identidad venezolana, conforme al Acuerdo de Ginebra y el derecho internacional, incorporando en consecuencia dicho estado en el mapa del territorio venezolano?

  • Carnaval des Rues Communiqué
    https://barrikade.info/article/3845

    Manifestation festive pour le droit à la ville à Berne lourdement réprimée par la police.

    Carnaval des Rues Communiqué
    Recht auf Stadt
    Freiräume - Wohnungsnot
    13.09. 2020

    Heute Nacht, am 12.9. auf den 13.9.2020 sollten die Strassen und Quartiere von Bern Zeug*in eines unvergesslichen Anlasses werden . Ein lautes Fest, eine hörbare Stimme für Veränderung in schweizer Städten. Wir haben die Stadtenwicklung und ihre diskriminierende Verdrängung satt. Gemeinsam sollte der Kreativität und der Träumerei freien lauf gelassen werden. Der Carnaval des Rues will uns allen zeigen, dass es auch anders geht!

    #villes #sons #urban_matter #géographie_urbaine #bruits

  • La musique et la ville
    https://topophile.net/savoir/la-musique-et-la-ville

    Critique de la vie quotidienne et de l’urbanisation, célèbre avocat du droit à la ville, le philosophe Henri Lefebvre (1901-1991) était aussi un grand amateur de musique, aussi intarissable sur l’œuvre musicale de Jean-Jacques Rousseau et de Jean-Jacques Rameau que sur la chanson populaire, le rock, le jazz ou la musique dite contemporaine. Dans un... Voir l’article

  • Nawaf Moussaoui, le Hezbollah et les risques de guerre... - Scarlett HADDAD - L’Orient-Le Jour
    https://www.lorientlejour.com/article/1164779/nawaf-moussaoui-le-hezbollah-et-les-risques-de-guerre.html

    Les informations sur l’intention du commandement du Hezbollah d’exclure le député Nawaf Moussaoui de ses rangs après avoir gelé sa participation au Parlement ont poussé le parti à publier un démenti sur le sujet. Mais la confusion demeure au sujet des propos attribués au député qui auraient entraîné une telle décision de la part du commandement du parti.

    En effet, selon le journaliste palestinien établi à Londres Abdel Bari Atwan, qui avait rapporté des propos attribués au parlementaire « suspendu » Nawaf Moussaoui, ce dernier aurait estimé que la reconnaissance américaine de la souveraineté israélienne sur le Golan occupé est au final une bonne chose car elle justifie et renforce l’option de la résistance pour la libération des territoires occupés. Selon le journaliste, Nawaf Moussaoui, qui aurait rencontré le secrétaire général du Hezbollah quelques jours avant de tenir ces propos, aurait même été plus loin, annonçant une probable guerre régionale à partir du 3 mai, date de l’entrée en vigueur de nouvelles sanctions américaines contre l’Iran destinées à empêcher ce pays de vendre un seul baril de pétrole hors de ses frontières. Ce qui ne laisserait au commandement iranien d’autre choix que de se lancer dans une guerre dans laquelle le Hezbollah serait impliqué, toujours selon ce qu’a rapporté l’éminent journaliste palestinien. Des informations très graves qui ont suscité la rumeur selon laquelle le commandement du Hezbollah aurait été poussé à exclure Nawaf Moussaoui de ses rangs.Mais le département médias au sein du parti chiite a immédiatement publié un communiqué dans lequel il a, à la fois, démenti la prise de nouvelles sanctions contre le député, tout comme les informations publiées par Abdel Bari Atwan et attribuées à Nawaf Moussaoui. Des sources proches de l’Iran à Beyrouth ont, en outre, estimé que la République islamique n’a aucune intention de déclencher une guerre dans la région ni le 3 mai, ni avant, ni après, précisant que le commandement iranien a déjà pris toutes les mesures nécessaires pour contrer les effets négatifs des sanctions américaines sur l’économie du pays et que, depuis novembre 2018, date de l’entrée en vigueur des nouvelles sanctions qui étaient censées provoquer une déstabilisation interne et pousser des millions d’Iraniens dans les rues pour protester contre le régime, aucun mouvement de protestation notoire n’a été enregistré alors que la situation économique s’est stabilisée.

    Ces démentis successifs visent à montrer que l’Iran et ses alliés dans la région n’ont pas l’intention de provoquer une guerre, même l’administration américaine annonçant, pour sa part, qu’elle est déterminée à porter un coup à l’influence iranienne dans la région, et ce à n’importe quel prix. Les sources proches de l’Iran révèlent ainsi que Téhéran n’a nullement l’intention d’ouvrir de nouvelles hostilités avec l’Arabie saoudite, et encore moins avec les Israéliens et les Américains. Les guerres qui se déroulent actuellement au Yémen et en Syrie sont suffisantes, et il n’est nul besoin d’ouvrir un nouveau front. La décision de déclencher une nouvelle opération militaire est donc entre les mains des Israéliens et des Américains, non des Iraniens et de leurs alliés.

    #liban #bruits_de_bottes

  • Une application collecte les #bruits de #Genève

    Le but de l’application développée par l’EPFL est d’établir une #cartographie du bruit pour évaluer la qualité de vie dans le canton.

    http://www.lecourrier.ch/146501/une_application_collecte_les_bruits_de_geneve
    #paysage_sonore #santé_publique #sons #app

    L’application s’appelle NoiseCapture et est en train d’être développée par l’EPFL :
    Une app pour mesurer l’environnement sonore dans le canton de Genève

    02.02.17 - L’EPFL invite les possesseurs de #smartphone #Android, habitant le canton de Genève ou de passage, à enregistrer les bruits qui les entourent. L’objectif ? Etablir une #cartographie_participative de l’#environnement_sonore du canton afin d’y évaluer la #qualité_de_vie.

    http://actu.epfl.ch/news/une-app-pour-mesurer-l-environnement-sonore-dans-l

  • Could sound design help captive rhino breeding?
    http://www.bbc.com/news/science-environment-29846902

    Researchers in Texas are investigating whether the hum and rumble of urban life is one of the factors that hinders the captive breeding of rhinoceroses.

    Other research has considered the influence of diet and physical surroundings, but scientists speaking at a conference said they believed the animals’ #soundscape might be crucial.

    Rhinos have extremely good ears, picking up “infrasound” far deeper than the range of human hearing.

    [...] #Rhinos, she explained, can hear down to a frequency of four hertz, whereas even a human baby, with entirely undamaged ears, can normally only pick up sounds as low as 20 hertz. Giraffes and elephants can also hear in this infrasound range.

    [...] “The soundscape is something that #zoos need to consider and it’s something that can be improved,” Ms Wiseman told the BBC.

    She said that although zoos and other institutions had made a lot of effort to make their animals as comfortable as possible, “nobody’s really looked at the noise factor”.

    #bruits

  • Bruits de guerre - observatoire des sondages
    http://www.observatoire-des-sondages.org/Bruits-de-guerre.html

    Bruits de guerre
    jeudi 12 décembre 2013
    S’il n’est pas de sujet plus grave que la guerre, on devrait s’étonner qu’elle soit une question de sondage. Faut-il intervenir militairement hier en Syrie ou au Mali, aujourd’hui en République centrafricaine ? Question posée à l’improviste, au débotté, au pied levé... à des sondés. Non seulement, ils ont un avis sur la mort des autres mais ils sont généralement très ignorants de la guerre, de la situation politique et du pays dont on parle. Pourtant ils sont si peu à ne pas avoir d’opinion.

    Exemples : A la question « Êtes-vous tout à fait favorable, plutôt favorable, plutôt pas favorable ou pas du tout favorable à cet engagement militaire de la France en République Centrafricaine ? » seul 1% des sondés interrogés par l’Ifop restent sans réponse (Ifop-Atlantico, 7 décembre 2013) [1]. On retrouve le même nombre de sans réponse (1%) dans le sondage OpinionWay-Clai-Metronews-LCI publié le 9 décembre 2013 [2].

    Cela pourrait être pire si les sondages ne marquaient toujours une hostilité aux interventions militaires. Il ne manquerait plus que de découvrir une opinion va-t-en guerre. A propos de la Syrie, certains avaient même mis en cause un esprit de Munich, archétype de la faiblesse devant l’oppression des autres. Il est vrai que la condition même des sondés interrogés chez eux, souvent par internet, les incline peut-être aux réactions égoïstes conforme à leur isolement physique. Il est vrai aussi que la question de la guerre est biaisée par nature quand les raisons sont si diverses.

    Se prononce-t-on :

     pour la guerre dans un pays ?

     contre la guerre dans un pays ?

     contre la guerre en général ?

    Il est difficile d’être pour la guerre en général. Trois possibilités et non quatre qui expliqueraient systémiquement que les avis défavorables l’emportent toujours. Les gouvernants ne s’en préoccupent guère car ils considèrent que l’opinion importe seulement lorsque la guerre dure. A quoi sert-il donc de faire des sondages sans importance pratique, et qui donnent une si mauvaise image de la futilité de l’opinion ainsi enregistrée ?

    Notes
    [1] Question en prélude : Vous savez que la République Centrafricaine est en proie à la guerre civile. Plusieurs centaines de soldats français ont été déployés en plus des 600 déjà présents pour mettre fin aux violences dans ce pays. 51% des sondés sont favorables à une intervention.

    [2] Réalisé avant le début de l’opération militaire. La question posée évoque, quant à elle, l’hypothèse d’une intervention française sous mandat onusien. 64% des sondés d’OpinionWay y sont opposés.

    #sondages
    #bruits-de-guerre
    #Syrie
    #Mali
    #République-centrafricaine