• Olimpiadi Milano-Cortina, neve (artificiale) a tutti i costi. Ma c’è il rischio che non sia abbastanza

    Per innevare artificialmente le piste sono state approvate nuove opere sui fiumi, spesso senza valutazioni ambientali e senza pubblicare i piani di risparmio promessi. Alcune però non saranno pronte per l’inizio dei Giochi.

    Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si dice. Quella che separa le promesse degli organizzatori delle Olimpiadi di Milano-Cortina e la realtà che si presenta a poco più di un mese dall’inizio dei Giochi, però, è acqua dolce: quella dei fiumi e dei torrenti delle Alpi lombarde, venete e trentine, già sotto stress per effetto del cambiamento climatico, che verrà prelevata al ritmo di centinaia di litri al secondo per innevare artificialmente le piste. Secondo gli organizzatori ne serviranno 836mila metri cubi: rapportato ai 27 giorni di durata dei Giochi olimpici e paralimpici, significa svuotare 12 piscine olimpioniche ogni giorno.

    #Livigno, corsa contro il tempo

    Per soddisfare questo fabbisogno, di molto superiore a quello delle stagioni sciistiche «normali», il dossier di candidatura prevedeva nuove opere di presa e accumulo dell’acqua. A oggi, però, solo due dei quattro bacini previsti sono stati ultimati. Prima di Natale, il presidente della Federazione internazionale di sci Johan Eliasch ha lamentato «ritardi inspiegabili», parlando di una «situazione in cui non avremmo mai dovuto trovarci». Gli occhi sono puntati in particolare su Livigno (Sondrio), comune di meno di 7mila abitanti a un passo dalla Svizzera, che per ospitare le gare di sci acrobatico e snowboard avrà bisogno di circa mezzo milione di metri cubi d’acqua.

    Qui, il dossier di candidatura prevedeva la costruzione di due nuovi bacini di accumulo, uno da 200mila metri cubi nell’area di Mottolino e uno da 120mila in zona Carosello. Il primo, costato quasi 22 milioni di euro, è stato inaugurato solo a inizio dicembre, mentre il secondo sarà pronto per le Olimpiadi, ma quelle giovanili del 2028. Parlando con lavialibera la scorsa estate, il sindaco di Livigno Remo Galli li aveva definiti interventi vantaggiosi, che permetteranno di «gestire le risorse idriche in maniera più attenta all’ambiente» anche dopo le Olimpiadi: «Potremo raccogliere l’acqua nei periodi in cui ce n’è di più, cioè da maggio a luglio, invece che prelevarla in inverno quando ce n’è molta di meno». A causa dei ritardi, però, l’unico bacino realizzato è stato riempito solo nelle scorse settimane.

    L’acqua arriva dal torrente Spöl, conosciuto anche come Aqua Granda, al centro di una controversia decennale: la società A2A, che tra l’altro figura tra i partner dei Giochi, preleva a monte 90 milioni di metri cubi all’anno per produrre energia idroelettrica, acqua che poi viene deviata nell’Adda, tributario del Po. Risultato: «Da vent’anni a questa parte lo Spöl è prosciugato», dice a lavialibera Nicola Faifer, fondatore del comitato L’acqua è tua, che da tempo lotta perché l’azienda rilasci il deflusso ecologico, cioè la quantità d’acqua minima per garantire la salute dell’ecosistema fluviale. «Abbiamo presentato un esposto alla Commissione europea che ci ha dato ragione e presentato una denuncia per disastro ambientale, ma nulla è cambiato». Oltre ai bacini, per i Giochi sono state presentate due domande di attingimento eccezionale da 40 litri al secondo ciascuna, valide per il solo periodo olimpico.

    Anterselva, il nuovo bacino tra ritardi e impatto ambientale

    Gli altri due bacini per l’innevamento artificiale erano previsti a Bormio, in Valtellina, dove si svolgeranno le gare di sci alpino maschile, e ad Anterselva, in Alto Adige, dove gareggeranno gli atleti di biathlon. Il primo, da 88mila metri cubi, è entrato in funzione poco prima di Natale. Per il secondo, invece, dal volume previsto di 31mila metri cubi, il portale della Società infrastrutture Milano-Cortina (Simico) fissa la data di fine lavori al 10 maggio 2026, due mesi dopo la fine dell’evento olimpico. L’iter è stato rallentato dal ricorso di cinque associazioni, respinto dal Tar di Bolzano lo scorso agosto. "Contestiamo i danni all’ambiente e la totale assenza di trasparenza e partecipazione nel processo decisionale», dice a lavialiberaLuigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, tra le realtà dietro l’iniziativa. Il progetto del bacino non è stato sottoposto a una valutazione di impatto ambientale, che è stata ritenuta non necessaria come per il 60 per cento delle opere olimpiche, stando all’ultimo report di Open Olympics. «Riteniamo che l’evento olimpico abbia fallito tanto sul profilo ambientale quanto su quello della trasparenza e della democrazia – continua Casanova –. Tutte le opere sono state imposte, e di tempo per organizzare un confronto con le comunità interessate ce n’è stato».

    A gennaio 2025, su richiesta della Fondazione Milano-Cortina, Simico ha avviato l’iter per la costruzione di un ulteriore invaso, non previsto inizialmente, vicino a quello già esistente in località Po’ Drusciè a Cortina, inserendolo all’interno di un intervento di «aggiornamento degli impianti di alimentazione elettrica e attrezzature». L’opera è stata però bloccata dal parere negativo della Soprintendenza del Veneto, che l’ha giudicata «incompatibile con i valori paesaggistici che qualificano il contesto di riferimento»: si procederà quindi con il «potenziamento dell’approvvigionamento del bacino esistente», aumentando quindi la pressione sulla falda da cui i pozzi attingono per il riempimento.

    Nuovi prelievi in Val di Fiemme

    Servirà acqua, e in abbondanza, anche per innevare artificialmente gli impianti di Tesero e Predazzo, località della Val di Fiemme, in Trentino, che ospiteranno rispettivamente le gare di fondo e salto con gli sci. Qui, il fabbisogno idrico stimato dagli organizzatori è di 72mila metri cubi, più del doppio del consumo medio registrato negli ultimi anni per il mantenimento degli impianti. L’acqua verrà prelevata dal torrente Avisio, come già avviene durante la stagione sciistica, ma in volumi molto maggiori in virtù di una nuova concessione della portata massima di 100 litri al secondo e grazie a un’opera di presa aggiuntiva a Tesero. «Aumentare i prelievi da corsi d’acqua già ampiamente sfruttati significa causare ulteriori squilibri all’ecosistema», dice a lavialibera Tommaso Bonazza, portavoce del comitato Acque trentine, che ha presentato una serie di osservazioni critiche nei confronti del progetto, rimaste inascoltate. Non solo: l’opera ricade parzialmente in un’area protetta dove vige il divieto di costruzione, ma è stata comunque ritenuta «compatibile».

    Nella relazione ambientale della Fondazione Milano Cortina si parla anche dell’utilizzo, per l’innevamento artificiale a Tesero, di «acqua potabile di 54 pozzi». «Non è raro che succeda – prosegue Bonazza –. In passato, alcuni sindaci si sono quasi trovati a scegliere se dare l’acqua ai cittadini o alle piste. Prima che si arrivi allo scontro sociale, che è inevitabile man mano che la coperta si fa più corta, bisognerebbe ripensare questo modello di sfruttamento intensivo dei nostri territori».
    Consumi idrici, trasparenza a secco

    Sulla carta, il tema è al centro dell’attenzione degli organizzatori: già il dossier di candidatura del 2019 prevedeva il calcolo della water footprint (impronta idrica) dei giochi secondo gli standard internazionali, impegno ribadito nel 2024 nel rapporto ambientale insieme alla promessa di sviluppare un «piano di riduzione dei consumi idrici». Di nessuno dei due strumenti, però, si trova traccia. Contattata da lavialibera la scorsa estate, Fondazione Milano Cortina ha assicurato che entrambi «sono oggetto di confronto con il Comitato olimpico internazionale», ma non è detto che vengano resi pubblici perché «sicuramente verrebbero strumentalizzati». Si ipotizza anche che possano essere diffusi dopo la fine dei Giochi in forma consuntiva, il che impedirebbe – come già sta accadendo – qualsiasi forma di collaborazione e monitoraggio da parte delle comunità interessate. «I dati dettagliati su volumi idrici, fonti di approvvigionamento e strategie di gestione non sono stati resi pubblici in modo organico – dice a lavialiberaFabio Tullio, presidente di Legambiente Treviso –. Queste mancanze impediscono una valutazione indipendente e un dibattito pubblico informato sull’effettiva sostenibilità idrica dei Giochi».

    Rischio reflui

    A preoccupare chi abita lungo i torrenti delle valli che ospiteranno i Giochi non è solo quanta acqua ne uscirà, ma anche cosa potrebbe entrare. «C’è un rischio enorme legato alla gestione dei reflui – dice Bonazza –. Già adesso, nelle località maggiormente interessate dal turismo di massa invernale, i depuratori non riescono a far fronte ai picchi di affluenza e spesso permettono alle acque sporche di finire nei fiumi. Immaginiamo cosa potrebbe succedere durante le Olimpiadi». Nella relazione di sintesi di dicembre 2024, gli organizzatori hanno dichiarato che gli scarichi liquidi verranno gestiti attraverso serbatoi, escludendo quindi immissioni nella rete fognaria e nei torrenti, ma «non è ad oggi disponibile il progetto del sistema di gestione (modalità e frequenza di raccolta, siti di destinazione, modalità di smaltimento e di trasporto)». Nello stesso documento, e in apparente contraddizione, si evoca l’eventualità di «scarichi di reflui nei corpi idrici superficiali», che verrà gestita con l’implementazione di un «piano di monitoraggio». Anche di questo, però, non si trova traccia pubblica.

    https://lavialibera.it/it-schede-2353-olimpiadi_milano_cortina_neve_artificiale_impatto_idrico_

    #JO2026 #jeux_olympiques #Alpes #neige #neige_artificielle #eau #Mottolino #Carosello #coût #prix #Spöl #Aqua_Granda #A2A #Anterselva #Bormio #environnement #Po_Drusciè #paysage #Tesero #Predazzo #Val_di_Fiemme #Avisio #eau_potable #water_footprint

  • Legambiente presenta il VI report #Carovana_dei_Ghiacciai

    Il nuovo dossier di Carovana dei Ghiacciai sottolinea come le Alpi siano sempre più fragili e instabili, con 40 eventi franosi documentati in alta quota, soprattutto crolli di roccia e colate detritiche per il solo 2025. Tra i casi simbolo: la valanga di roccia e ghiaccio di #Blatten in Svizzera e le ripetute colate detritiche sull’Alemagna (BL). Ma in aumento sono anche gli eventi meteo estremi: 154 quelli mappati in questi 11 mesi dell’anno in corso dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente nelle regioni dell’arco alpino. Tra i ghiacciai in sofferenza: il re delle Alpi europee, l’Aletsch, il re d’Italia, l’Adamello, e i piccoli ghiacciai tedeschi della Zugspitze.

    Il VI report Carovana dei Ghiacciai di Legambiente dal titolo “Ghiacciai alpini ed eventi estremi in un clima che cambia” è stato realizzato in collaborazione con CIPRA ITALIA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi), con la Fondazione Glaciologica Italiana in qualità di partner scientifico, e con partner FRoSTA e Sammontana e partner tecnico EPHOTO.

    Nel 2025 da inizio gennaio ad oggi sono stati 40 gli eventi franosi documentati ad alta quota nell’arco alpino, concentrati soprattutto nella stagione estiva, con un crescendo dal mese di giugno (10) ad agosto (18). In particolare, da inizio anno i crolli di roccia, stando all’analisi della ricercatrice Marta Chiarle del CNR-IRPI, hanno quasi eguagliato per numerosità le colate detritiche (rispettivamente 18 e 20 eventi documentati). Il Veneto con 17 eventi franosi e la Valle D’Aosta, con 12, le regioni più colpite. Ai dati del 2025 si affiancano quelli sul lungo periodo: dal 2018 al 2025, stando all’elaborazione di Legambiente su dati Ispra-Inventario dei fenomeni franosi in Italia (Progetto IFFI), sono ben 671 gli eventi franosi principali registrati nelle sette regioni dell’arco alpino (Liguria, Piemonte, Valle D’Aosta, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto-Adige, Friuli-Venezia Giulia). Un territorio, quello delle regioni dell’arco alpino, dove sino ad oggi sono state censite e mappate – stando ai dati di ISPRA riportati sulla piattaforma Idrogeo e sull’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI) – oltre 239 mila frane che interessano più di 276 mila persone.

    Preoccupa anche l’aumento degli eventi meteo estremi nelle regioni alpine. Secondo i nuovi dati aggiornati dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, sono ben 154 quelli registrati da gennaio a fine novembre 2025 nelle regioni dell’arco alpino contro i 146 del 2024. Allagamenti da piogge intense, 52 casi, seguiti da danni da vento (27), esondazioni fluviali (25) e frane da piogge intense (21) gli eventi meteo più frequenti. La Lombardia si conferma la regione più colpita con 50 eventi meteo estremi che hanno causato danni, seguita da Veneto (32), Piemonte (28) e Liguria (27). E con l’avanzare della crisi climatica la situazione potrebbe aggravarsi: un recente studio condotto dagli scienziati delle università di Losanna (UNIL) e di Padova, basato sull’analisi dei dati di quasi 300 stazioni meteorologiche montane, indica che un aumento di 2°C della temperatura regionale potrebbe raddoppiare la frequenza di questi eventi estremi. Altro alert riguarda anche l’aumento delle temperature, che accelera da un lato la fusione dei ghiacciai e dall’altra comporta meno nevicate. In 60 anni sulle Alpi Italiane, secondo i dati emersi da Carovana dei ghiacciai 2025 di Legambiente e dai dati della Fondazione Glaciologica Italiana, si è persa un’area glaciale di oltre 170 kmq.

    Ai dati si affiancano le immagini di alcuni casi simbolo che hanno segnato questo 2025. In fatto di instabilità glaciale, c’è la grande valanga di roccia e ghiaccio originatasi per il collasso del Ghiacciaio di Birch in Svizzera che lo scorso maggio ha seppellito il villaggio di Blatten. Qui ha fatto tappa la Carovana dei ghiacciai 2025, la campagna di Legambiente che da sei anni monitora in Italia e all’estero lo stato di salute dei ghiacciai e dell’alta quota, che a Blatten ha toccato con mano la grande ferita ancora visibile sul versante svizzero, constatando anche la prontezza con cui è stata gestita l’emergenza, grazie ai dati del monitoraggio in atto. Tra gli altri esempi simbolo del 2025 ci sono le ripetute colate detritiche – 14 gli eventi documentati nell’estate 2025 – che da giugno a fine agosto hanno tenuto sotto scacco la S.S. 51 di Alemagna (BL), riaprendo il dilemma tra sicurezza e tutela della viabilità, a pochi mesi dall’inizio delle Olimpiadi invernali di Cortina-Milano. Tra i ghiacciai più in sofferenza, il re delle Alpi europee, l’Aletsch, in Svizzera, che dal 2000 al 2023 è arretrato in media di 40 metri l’anno (Glamos, rete di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri), perdendo spessore soprattutto nella sua lingua terminale. L’Adamello-Mandrone, il più esteso ghiacciaio italiano, risulta in costante declino. Qui, a quota 2.600 metri, i dati elaborati da Provincia autonoma di Trento, SAT, MUSE, SGL e Università di Padova, hanno registrato un abbassamento di 4 metri della superficie; più in alto, le perdite si riducono, ma risultano comunque significative fino a 3.200 metri di quota. Per quanto riguarda poi i ghiacciai tedeschi dello Zugspitze, in Germania, lo Schneeferner settentrionale, secondo le proiezioni dei glaciologi tedeschi, entro il 2030 si ridurrà a poche placche residue di ghiaccio. Sullo stesso massiccio, il permafrost è destinato a scomparire entro il 2050.

    Di fronte ad una montagna sempre più instabile e fragile, Legambiente insieme a CIPRA ITALIA e Fondazione Glaciologica Italiana chiede che siano intraprese importanti azioni coordinate. L’avvio di un monitoraggio ambientale dell’alta quota, mirato ma continuativo, modulato caso per caso, sia per la sicurezza delle persone sia per la gestione dei territori montani. L’aggiornamento costante delle carte di pericolosità geomorfologica per supportare correttamente la pianificazione territoriale. L’avvio di campagne di comunicazione per informare la popolazione sulle misure di riduzione del rischio. È inoltre importante colmare le lacune conoscitive tra le quali: un catasto dei ghiacciai e una carta della distribuzione del permafrost aggiornati sull’intero territorio nazionale, fondamentali per rivedere le strategie di valutazione, monitoraggio e mitigazione dei rischi in montagna, tenendo conto dell’entità e della velocità delle trasformazioni in atto. É altrettanto fondamentale lavorare sui piani di mitigazione e di adattamento. Temi e proposte portate in primo piano anche questa estate con le sei tappe di Carovana dei ghiacciai 2025 di Legambiente – in Italia, Svizzera e Germania – e che sono anche al centro del Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse promosso da Legambiente insieme ad altre realtà, tra cui anche il CAI e sottoscritto da oltre 80 soggetti tra associazioni, enti di ricerca e istituzioni nazionali e internazionali.

    https://cittaclima.it/legambiente-presenta-il-vi-report-carovana-dei-ghiacciai
    #rapport #Legambiente #Alpes #montagne #glaciers #climat #changement_climatique

  • Stage de création #Sonore en #Podcast – décembre 2025
    https://radioparleur.net/2025/11/24/formation-stage-creation-podcast

    Trois jours de partages, d’ateliers d’écriture, et d’échanges de savoirs pour appréhender les outils de créations sonore en podcast ! Les ateliers se tiendront à Pantin, avec la possibilité de suivre certains ateliers en distanciel. Pendant trois jours, nous sortons promener nos micros à Pantin pour travailler autour de la notion d’inventaire en création sonore. […] L’article Stage de création sonore en podcast – décembre 2025 est apparu en premier sur #Radio_Parleur.

    #Carousel_2 #Vie_de_la_rédaction #Atelier #Formation

  • L’épouse de Caroline Grandjean, l’institutrice qui s’est donné la mort en septembre, porte plainte contre l’éducation nationale pour « harcèlement »
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/11/13/l-epouse-de-caroline-grandjean-porte-plainte-contre-l-education-nationale-po

    La plainte vise également le maire de Moussages, où l’enseignante, victime de propos homophobes, était directrice de l’école primaire.

    https://seenthis.net/messages/1132582
    https://seenthis.net/messages/1133154

  • Emission live : comment perdurer dans nos luttes malgré la #répression ?
    https://radioparleur.net/2025/10/31/comment-perdurer-dans-nos-luttes-malgre-la-repression

    Extinction Rebellion Paris fait face à une suite de procès qui s’accumulent depuis quelques mois. Pendant une soirée de soutien à ces militant·es arrêté·es et jugé·es, l’organisation défendait une idée forte : il existe encore des leviers d’actions contre la répression des actions militantes. La pente glissante depuis 2015 Amnesty International France constatait déjà en […] L’article Emission live : comment perdurer dans nos luttes malgré la répression ? est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Ecologie

  • NorthKapp Bolig Northermost Dispatch – ep.0
    https://radioblackout.org/podcast/northkapp-bolig-northermost-dispatch-ep-0

    A partire da questa sera, e per ciascun giovedì a venire nell’arco di sei mesi, saremo chiamati a testimoniare—con attenzione e in tempo reale—l’impresa singolare del Signor Francesco #carella, intento a raggiungere le più remote propaggini dell’estremo polare. Si sappia che non si tratta di un viaggio mosso da curiosità oziosa, bensì di una ricerca […]

    #arsider #caro_mattia #DROGA_PURA #noise #pazzia #polonord #sampling #viaggi #wifimerda
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/10/CARELLA00WIFICLASH_09102025.mp3

  • Gender, technology, and resistance : An interview with #Caroline_Bassett

    Professor Caroline Bassett MAE reflects on the promises and perils of digital technologies, and why critical feminist perspectives remain vital in shaping our technological futures.

    What motivated you and your co-authors to write Furious: Technological Feminism and Digital Futures and what core issues does the book address regarding gender and digital culture?

    “The cheap response to why we wrote Furious is that we were – separately and together – furious! What we were furious about was the way computational technology was being hailed as the future, and as a better future for all, when in fact many developments created problems for many, did little to improve lives, and often exacerbated inequalities. The claims made for technology endlessly revert to the universal; tech, we are told, is ‘for good’ – but the urgent question is always: good for whom, in what way, and where? These questions need to be continually revived in response to new waves of technological innovation, both in relation to industry hype and boosterish academic discourse.

    We all recognise that computational technology is powerful, and that it brings genuinely new developments. But we don’t believe it resets the world or pushes old issues – such as centuries of gendered discrimination, intersecting with other inequalities – to the sidelines. The core issue of the book, then, concerns what we might term, following Berlant, the cruel optimism of promises made about digital developments, particularly as these promises pertain to gender and sexuality.

    We are also furious about waste – the waste of work and opportunity. We’re not anti-computing in a global sense; we are against the waste, the misdirection, and the failure to weigh the costs and possibilities of computational technology against real measures: costs to specific groups, to particular regions, to the environment. We explored this especially in relation to future forms of life, visions of the future, and developments in biotech and health.

    All of this could have produced a very dark book. But we also wanted, through writing, to suggest forms of disruption, possibility, engagement, and solidarity.”

    In Furious, you highlight concerns about the problematic nature of much of the existing discourse on digital culture. Could you elaborate on what makes this writing problematic, and how it influences our understanding of the digital world?

    “One real issue – already clear from the above perhaps – is the fake universalism that pervades much existing discourse on digital culture. Even when the dial shifts from ‘this stuff is good’ to ‘this stuff is evil,’ the assumption is still that it applies equally to everyone. Of course, that’s not the case: what is good for one group often exacerbates suffering and discrimination for another.

    A second issue is the failure on digital culture to historicise. Somebody once said that every generation believes its own technology is exceptional – that it breaks through old barriers and rules, even disrupting earlier possibilities for resistance. In short, that it changes the order of things and determines the future. If you believe this, then history, context, previous injustices and inequalities all become irrelevant in the face of the so-called new. The only thing that matters is the present moment and the possibilities it generates for the future. This kind of short-termism produces a demand to develop technologies to safeguard “future people,” while overlooking the threats, possibilities, and discriminations of contemporary computational culture as a mode of informational capitalism. And because it refuses to recognise the past, it ends up entirely trapped in the present.”

    How do digital technologies, particularly artificial intelligence, both reinforce and challenge existing gender biases? Are there examples where AI has either perpetuated stereotypes or been utilised to promote gender equity?

    “Of course, there are many – and often notorious – examples of how big data has perpetuated existing gender and racial biases; AI bots that became Nazis, or image systems that consistently made doctors male and nurses female. The rise of large language models (today’s AI, if we accept the term) has amplified some of these issues, producing new problems and at larger scales.

    It’s obvious why and how language models are gender biased: they learn from us. Moreover, they have no bodies to ground their assumptions – they are pure discourse. This is partly why they are also highly normative. Homogenisation, the tendency of LLMs to narrow discourse and reproduce the canonical, means dominant ideas are likely to become more powerful and ubiquitous, and oppositional ones less so. I don’t think this is inevitable, but the direction of funding is certainly pushing us that way.

    On the other hand, there are many ways to use AI tools, and artists, teachers, activists, and students are already doing so. Still, the environmental cost of these technologies is urgent and must be addressed.”

    Your career transitioned from technology journalism to academia. How has this journey shaped your approach to studying digital cultures and gender?

    “My time as a tech journalist had a big influence on how I understand and study digital cultures, and questions of gender and intersectional discrimination. When I first started, I worked on a tech business magazine and saw how far vapourware and industry hype – what we might call “industrial imaginaries” – often diverged from the reality of what was actually made or what tech could do. I was also acutely aware of how male this world was, and watched digital technologies being “gendered masculine,” (to quote Judy Wajcman) – from how they were designed to how they were marketed.

    So, from the beginning of my academic life, I was sceptical about promises that technology would deliver universal benefits. Later, working for magazines focusing on Apple technologies, I became very aware of Silicon Valley myth-making. Beautiful design that looked – and in some ways was – radical could also be socially as conservative as ever: designed for the West, with Western culture in mind, and with the ideal user imagined as a white, Western male.

    At the same time, I also had a blast – and met many brilliant women who were hackers, designers, digital media artists, writers, journalists, and campaigners. Some identified as cyber-feminists, and I learned a lot alongside them. Being immersed in industrial tech culture also showed me what could be done with computational technology. Another – better, more equal, freer – world is possible. The fact that technologies that could support building that world are instead so often made for profit takes me back to Furious…”

    How has the intersection of gender studies and digital humanities evolved since you began your career, and what changes do you anticipate in the coming years?

    “I didn’t begin my career in Digital Humanities, at least not in the emerging discipline that later took that name. I was in digital media studies. But I would argue that digital media studies, software studies, and feminist technoscience are all key tributaries of what now constitutes DH. One positive development in DH is that this is increasingly recognised by more people who align themselves, in whole or in part, with the field.

    DH has also begun to move beyond the highly gendered and crudely binary distinction between “hacking” and “yacking” – where one term signalled valued work and the other dismissed as “just talking,” often a cover for the accusation of “uselessly theorizing.” These days, the argument that practice without critical thinking makes no sense has more traction. Feminists – and particularly intersectional feminists – within DH have been central to this shift, and that work needs recognition.

    For me, DH is a cultural study, or it is nothing. It is easier to argue that now than it used to be, and that places DH, amidst all the chaos and violence around us, in a good position to advocate for critical, intersectional feminist perspectives on emerging computational cultures and technologies – and the worlds they don’t determine, but can be used both to secure and to disrupt. I guess in the end, I am hopeful.”

    https://aecardiffknowledgehub.wales/2025/09/30/gender-technology-and-resistance-an-interview-with-caroline
    #genre #technologie #résistance #inégalités #discriminations #environnement #universalisme #faux_universalisme #historicisation #futur #biais #IA #AI #intelligence_artificielle #big_data #LLMs #normativité #homogénéisation #intersectionnalité #gendered_masculine #digital_humanities #féminisme

  • Après Mazan

    Que faire face à l’ampleur des violences sexistes et sexuelles ? En 2024, le procès des viols de Mazan a remis cette question au cœur du débat public. 51 hommes de tous horizons y ont été jugés pour avoir violé Gisèle Pelicot sur l’invitation de son mari. Pendant près de 10 ans, il l’a droguée pour la livrer à des inconnus rencontrés sur internet.

    Si elle peut paraître hors-normes, cette affaire n’est que la face visible d’un scandale massif qui implique tous les rouages de notre société : en France, un viol ou une tentative de viol se produit toutes les 2 minutes 30.

    Qu’est-ce que l’affaire Mazan révèle sur la masculinité, sur les rapports entre hommes et femmes, et sur la façon dont les institutions traitent les victimes et les auteurs de violences sexuelles aujourd’hui en France ?

    Dans « Après Mazan », Naomi Titti donne la parole à des femmes spécialistes du sujet qui ont assisté à ce procès, ainsi qu’à des professionnel·les de la santé, de la police et de la justice.

    Comment transformer l’ampleur du procès Mazan en action politique pour éradiquer les violences sexuelles ?

    « Après Mazan » est une série documentaire en 4 épisodes écrite par Naomi Titti et réalisée par Paul Bertiaux. À écouter à partir du jeudi 13 mars 2025 dans Les Couilles sur la table.

    https://www.binge.audio/podcast/les-couilles-sur-la-table/apres-mazan

    #podcast #audio
    #procès #Gisèle_Pelicot #VSS #viols #masculinité #condamnation #discours #patriarcat #échafaudage_culturel_du_viol #culture_du_viol #viol_conjugal #audience #consentement #libertinage #excuses #banalité_du_mal #non-pensée #responsabilité #pulsion #plaidoiries #manipulation #piège #soumission_chimique #solidarité_masculine
    #clivage #psychologisation #rapports_de_pouvoir #soumission #bon_père_de_famille #stratégie_de_contrôle #violence_conjugale #violence #inceste #viols_incestueux #ordre_social #grammaire_du_silence #tabou #cycle_de_la_violence #pornographie #sexe #déni

  • Cemil Şanlı @Cemil
    4:24 PM · 23 juil. 2025
    https://x.com/Cemil/status/1948026491075178614

    Où l’on apprend, de la bouche même de la problématique Caroline Yadan, qu’elle fait pression sur la direction de @franceinfo
    pour imposer les mots du récit israélien au sujet des Palestiniens. Le journaliste auteur du bandeau avait même été mis à pied.

    https://video.twimg.com/amplify_video/1947950289375612928/vid/avc1/640x360/0G3sXah0AtrVYHJ9.mp4

  • #Goliaths, saison 2 ! Le podcast qui explore la face cachée des multinationales
    https://radioparleur.net/2025/07/18/goliaths-podcast-enquete-splann

    Comment enquêter sur les multinationales ? Avec patience, courage, et détermination. Iels sont journalistes, chercheur·euses, syndicalistes, juristes pour des ONG. Iels ont enquêté sur les pratiques réelles des entreprises géantes, présentes sur tous les continents ou presque. Cette saison, co-produite par le studio La Houle et Splann !, média indépendant d’investigation, ouvre les portes de multinationales […] L’article Goliaths, saison 2 ! Le podcast qui explore la face cachée des multinationales est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Carousel_2 #Toujours_en_lutte #enquête #Lutte_locale

  • Une #fusion de l’audiovisuel public ? Le vrai visage de la réforme Dati
    https://radioparleur.net/2025/06/23/une-fusion-de-laudiovisuel-public-le-vrai-visage-de-la-reforme-dati

    Depuis les années 80, d’une main les gouvernements étiquetés à gauche, ou à droite dépouillent des services publics de leurs moyens. De l’autre, ils les concentrent en des entités toujours plus grandes, plus grosses. Est-ce le sort qui attend l’audiovisuel public ? L’examen de la réforme de l’audiovisuel public a repris la semaine dernière, le […] L’article Une fusion de l’audiovisuel public ? Le vrai visage de la réforme Dati est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Carousel_1 #Penser_les_luttes_-_L'émission #audiovisuel_public #journalisme #Politique

  • #Formation : la post-production pour le #Podcast de création
    https://radioparleur.net/2025/06/17/formation-podcast-montage-mixage

    Deux jours pour partager méthodes et techniques accessibles sur Reaper ! Le podcast est un outil puissant de transmission, et #Radio_Parleur poursuit son cycle de transmission d’écritures et de techniques pour permettre son appropriation. Pendant ces deux jours de formation, co-organisé par le studio La Houle, et animés par le réalisateur de Radio Parleur, […] L’article Formation : la post-production pour le podcast de création est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Carousel_4 #Vie_de_la_rédaction #Atelier #Sonore

  • Silence ! On vous indemnise ! – Podcast
    https://radioparleur.net/2025/06/16/silence-on-vous-indemnise-podcast

    “Silence ! On vous indemnise.” est un podcast en quatre épisodes sur les risques et les conséquences des accidents industriels. Pour se faire, on donne la parole aux maraîcher·es touché·es par l’incendie de Lubrizol à Rouen en 2019. Et à travers leurs témoignages, on décortique la mécanique d’invisibilisation des impacts de cet évènement.  En […] L’article Silence ! On vous indemnise ! – Podcast est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1

  • #Palestine Vivra – Podcast
    https://radioparleur.net/2025/06/10/palestine-vivra-podcast

    Palestine Vivra est un podcast en 5 épisodes. Il témoigne de l’impérialisme israélien et de ses pratiques d’appropriation d’enjeux de #Lutte pour justifier le sionisme, la colonisation et le génocide contre le peuple palestinien. Face à la sidération Ce projet est né lorsque j’ai débuté un service civique au sein de Radio Parleur, un […] L’article Palestine Vivra – Podcast est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #anti-apartheid #antisionnisme #colonialisme #décolonialisme #greenwashing #Impérialisme #pinkwashing #Solidarité

  • Dans la #Manche, des morts sans identité, des familles sans réponses

    Procédures interminables, manque de coordination entre les services de police, absence de partage d’informations avec les proches : l’#identification des corps d’exilés anonymes retrouvés sur les côtes de la Manche reste très laborieuse. Et repose essentiellement sur le travail des associations.

    Le 6 octobre 2023, des restes humains, deux jambes, s’échouent sur une plage de l’île de Texel, au nord des Pays-Bas. Les premières analyses de ces restes de corps, dans un état de décomposition avancée, permettent d’établir l’hypothèse d’un lien avec un naufrage, survenu à 300 kilomètres de là, entre la France et l’Angleterre, deux mois plus tôt.

    Le 12 août 2023, six personnes, toutes d’origine afghane, meurent dans un naufrage dans la Manche. Ils essayaient de rejoindre les côtes anglaises dans un zodiac surchargé dans lequel avaient pris place plus de soixante personnes. Mais le bilan ne s’arrête pas là : Ahmadi Ahmad Jan, 29 ans, et Samiullah Abdulrahimzaï, 22 ans, sont portés disparus depuis.

    Dans les semaines qui suivent le naufrage, les noms des deux disparus sont connus, et leurs familles sont identifiées grâce à un homme, qui n’est ni enquêteur ni gendarme. Mohammad Amin Ahmadzai est le président de l’Association solidarité culture et insertion des Afghans (Ascia), qui vient en aide aux Afghan·es du nord de la France dans leurs démarches administratives ou organise des événements culturels. À partir d’août 2023, le président de l’association change drastiquement ses missions et devient l’intermédiaire privilégié des autorités durant tout le processus d’identification.

    Mohammad Amin Ahmadzai parvient à retrouver les familles des deux disparus en Afghanistan. Il leur explique les démarches à effectuer pour envoyer des échantillons d’#ADN et il fait la liaison entre les policiers néérlandais et ceux de la gendarmerie maritime française, chargée de l’enquête.

    Une brosse à dents et un casse-tête

    C’est dans une simple brosse à dents que la famille de Samiullah Abdulrahimzaï plaçait tous ses espoirs. Début 2024, elle se rend au Comité international de la Croix-Rouge (CICR) de Kaboul, la capitale du pays, contrôlée depuis août 2021 par les talibans. L’ONG est toutefois dans l’incapacité de réaliser un test ADN, « à cause de la situation du pays et par manque de moyens techniques », soutient Mohammad Amin Ahmadzai, en contact régulier avec les familles. Le président de l’Ascia leur conseille alors d’envoyer, par eux-mêmes, des échantillons d’ADN.

    Plusieurs frères du disparu glissent deux brosses à dents et un peigne dans un petit sac en plastique. Un cousin de Samiullah Abdulrahimzaï, qui vit en France, récupère le colis en Iran, puis le confie, en France, au président de l’ASCIA. À son tour, il le transmet, en septembre 2024, aux enquêteurs français chargés de l’affaire.

    Finalement, fin 2024, le résultat de la comparaison ADN tombe : il est négatif. Mais au sein de la police néerlandaise, une source bien au fait de l’enquête indique ne pas avoir de certitude quant à la qualité de l’échantillon ADN envoyé ni sur sa provenance, rendant ce résultat peu fiable. Contactée en juin 2025, le cousin de Samiullah Abdulrahimzaï, qui vit en France, indique ne pas avoir été prévenu, tout comme sa famille en Afghanistan.

    Un téléphone retrouvé dans la poche du pantalon encore accroché aux jambes a permis à la police française d’établir un lien avec Ahmadi Ahmad Jan, le deuxième disparu. Mais sans une comparaison ADN fiable, indique notre source au sein de la police néerlandaise, son identification ne peut être confirmée avec certitude.

    La famille d’Ahmadi Ahmad Jan n’a pas trouvé de moyen de faire parvenir un test ADN, bien que l’un de ses frères travaille dans un cabinet d’avocats à Kaboul. « Notre famille attend jour et nuit des nouvelles », confiait Muslim Hanafi Ahmadi, un an après le naufrage. Interrogé fin mai 2025, il n’avait toujours aucune information des autorités françaises : « Personne ne nous a contactés », regrette-t-il.

    Car si aux Pays-Bas, où les corps ont été retrouvés, la priorité est donnée à l’identification et à la remise des corps aux familles, en France, l’enjeu est tout autre. Pour faire la lumière sur le naufrage meurtrier du 12 août 2023, c’est la #juridiction_nationale_de_lutte_contre_la_criminalité_organisée (#Junalco) qui tient les rênes de l’enquête.

    Son objectif : remonter la filière de passeurs et faire porter aux organisateurs et aux petites mains la responsabilité des six personnes mortes lors du naufrage et faire peser, sur les organisateurs de la traversée et les petites mains, la responsabilité des six personnes décédées lors du naufrage et du corps nouvellement identifié.

    Selon la police néerlandaise, aucune analyse fiable, au regard des critères scientifiques dont répond la médecine légale, n’a permis d’identifier ces deux morceaux de corps. Pourtant, le tribunal judiciaire de Paris indique, fin mai, qu’un des corps retrouvés est « visé comme victime dans la procédure du 13 août 2023 ».

    L’enquête a été close le 5 mai 2025, et le dossier est désormais entre les mains du parquet de Paris. Parmi les huit personnes mises en examen, deux sont des exilés, présumés pilotes de l’embarcation et considérés comme « passeurs » aux yeux de la justice. Ils risquent dix ans de prison.

    Les associations de terrain, moteur des enquêtes

    Tous les autres dossiers d’identification liés à des naufrages dans la Manche sur lesquels Mediapart a enquêté entre 2020 et 2024, en lien avec des proches en attente, se caractérisent par cette lenteur procédurale, des lacunes dans le partage d’information aux familles et la multiplication des interlocuteurs.

    En théorie, la chaîne de l’identification en #France est claire. Lorsqu’un cadavre est retrouvé sur une plage du littoral, une enquête est ouverte par le procureur du territoire concerné et confiée au service de police ou de gendarmerie du lieu de découverte du corps. La dépouille est transférée dans un institut médico-légal, où l’équipe travaille elle aussi sous le contrôle du parquet.

    Par exemple, dans les semaines qui suivent le naufrage du 23 octobre 2024, dont le bilan officiel fait état de « seulement » trois victimes – Mediapart avait révélé que treize personnes étaient en réalité portées disparues –, la Manche recrache successivement des corps sur les plages du littoral de la côte d’Opale. Le 2 novembre, un cadavre est découvert sur la plage de Sangatte. Le 5 novembre, deux corps sont retrouvés en mer au large de Calais, un autre immergé près de Douvres, dans les eaux territoriales anglaises. Le lendemain, une dépouille est retrouvée sur la plage de Calais, tandis que deux nouvelles victimes sont repêchées en mer au large de la cité portuaire. Au total, entre le 23 octobre et le 21 décembre 2024, la Manche rejette quatorze corps.

    Différents services de police ou de gendarmerie sont alors mobilisés dans le but de collecter des éléments qui permettraient d’identifier les victimes. Dans les faits, les forces de l’ordre, qui ont pour habitude de procéder toutes les quarante-huit heures à des expulsions de campements d’exilé·es, se retrouvent rapidement démunies pour obtenir des informations auprès de compagnons de route ou des proches des personnes exilées mortes.

    Elles se reposent dès lors sur le tissu associatif local, dont les bénévoles sont en contact quasi quotidiennement avec les exilé·es sur le terrain, pour faire remonter des informations. Le service de rétablissement des liens familiaux de la Croix-Rouge joue également le rôle d’interface entre autorités et associations.

    « Les autorités laissent les personnes solidaires essayer d’obtenir des informations comme elles peuvent, déplore Flore Judet, coordinatrice de L’Auberge des migrants. Pourtant le seul moyen que les personnes solidaires ont, c’est de parler avec les exilés, d’essayer de faire du lien, une chose qui malheureusement n’est pas faite aujourd’hui par les autorités. »

    Les parquets, qui instruisent chaque acte de police ou de médecine légale nécessaire à l’identification, reconnaissent sans mal leur dépendance aux informations détenues et diffusées par les bénévoles des associations. « Le “milieu des migrants” a un rapport compliqué avec les services d’enquête, pour différentes raisons. C’est pour ça que j’ai peu de signalements de disparitions qui viennent naturellement », admettait Guirec Le Bras, ex-procureur de Boulogne-sur-Mer, interrogé sur le sujet en février 2024.

    Dans le cadre des procédures d’identification, « il y a des enquêtes qui sont faites dans les associations d’aide aux migrants présentes dans le Dunkerquois et le Calaisis, pour savoir si elles reconnaissent les personnes, exposait pour sa part le procureur de Saint-Omer, Mehdi Benbouzid. D’autres fois, ce sont elles qui viennent vers nous pour nous dire : on était censés avoir un appel d’Angleterre d’Untel, ça peut être lui qui a disparu. Ça va dans les deux sens. »

    Le dialogue n’est cependant pas aussi fluide, à en croire les associations. « Les contacts avec les autorités, c’est compliqué. C’est un peu de la pêche à la ligne, on ne sait pas qui est responsable de quoi », déplore une source souhaitant rester anonyme.

    Une nouvelle cellule à l’efficacité limitée

    Depuis peu, l’État tente d’améliorer son fonctionnement : une cellule de gendarmerie spécialement dédiée à l’identification des corps retrouvés dans la Manche a été créée : la #Nodens. Celle-ci est constituée de cinq enquêteurs, sous l’autorité de la préfecture maritime de la Manche et de la mer du Nord, et dont les actes d’enquête sont là aussi réalisés à la demande du procureur.

    Elle est impliquée dans l’identification des corps retrouvés dans les semaines ayant suivi le naufrage d’octobre 2024. Or, sept mois après, sur les quatorze corps retrouvés, dix demeurent non identifiés. Dans les pays d’origine, de nombreuses familles restent sans nouvelles de leurs disparus.

    C’est le cas de celle d’Amanuel, disparu dans le naufrage du 23 octobre 2024. « Je pleure toutes les nuits », confie son père, Terfe Berhe, qui est parti s’installer dès novembre dans la capitale de l’Éthiopie, Addis-Abeba, pour se signaler auprès de la Croix-Rouge éthiopienne, espérant l’envoi rapide d’un kit ADN pour identifier son fils parmi les corps retrouvés. Pendant tous ces mois, les meilleurs amis d’Amanuel, résidant eux-mêmes en Belgique, ont envoyé de l’argent à son père, « pour l’aider à rester à la capitale, où la vie est chère », racontent-ils.

    C’est la nouvelle cellule Nodens qui est chargée de son cas et de l’envoi postal du #kit_ADN. Or, fin février 2025, cinq mois après le naufrage, Terfe Berhe n’avait toujours pas reçu ce précieux colis. Il est donc reparti chez lui : « J’ai attendu tellement longtemps l’envoi de ce kit ADN. » En ce début du mois de juin, la situation n’a toujours pas évolué : le père d’Amanuel n’a toujours rien reçu et il n’a toujours pas d’interlocuteur identifié à qui s’adresser. La Nodens n’a pas donné suite aux sollicitations de Mediapart.

    Les lenteurs procédurales dans le cas d’Amanuel sont dues à plusieurs facteurs : l’absence d’un protocole clair d’envoi postal du kit ADN, la difficulté de coordination entre les différentes #Croix-Rouge éthiopienne et européenne, et surtout l’absence de lien direct entre les acteurs de l’identification et les proches d’Amanuel, pourtant susceptibles de fournir un test ADN. Selon nos informations, s’agissant des complications d’envois postaux, la cellule indique travailler avec La Poste pour faciliter le renvoi des kits ADN sans frais pour les familles.

    Des spécialistes de l’identification qui innovent

    Face à ces dysfonctionnements, de nombreux chercheurs, chercheuses et médecins légistes en Europe plaident pour le recours à de nouveaux moyens d’identification. Depuis Liverpool au Royaume-Uni, #Caroline_Wilkinson, professeure d’identification craniofaciale, dirige l’unité pour l’identification des victimes de catastrophes migratoires (#Migrant_Disaster_Victim_Identification). Cette unité structure un réseau qui identifie les personnes exilées dont les corps sont retrouvés dans certaines zones frontalières européennes.

    « Il s’agit de faciliter l’émergence de nouvelles recherches et innovations sur le plan de l’identification. C’est important pour composer avec les obstacles géopolitiques des pays d’origine et la disparité des réponses politiques données par les pays où les corps sont retrouvés », expose Caroline Wilkinson.

    Le réseau forme les acteurs de l’identification à ces nouvelles techniques. Là où les procédés d’identification aujourd’hui se concentrent sur l’ADN, la #denture et les #empreintes_digitales, de nombreuses autres pistes pourraient en fait être explorées, telles que les images qui circulent sur les réseaux sociaux, l’analyse des courants marins ou encore des caractéristiques visuelles aujourd’hui considérées comme « secondaires » (tatouages, piercings, etc.).

    En Espagne, La Croix-Rouge utilise depuis 2023 un nouvel outil technologique développé par le #CICR et l’Institut national des sciences appliquées de Lyon. Baptisé #Scan (pour Share, Compile and Analyze, « partager, compiler et analyser »), celui-ci repose sur le partage d’informations en temps réel sur les naufrages, la collecte de témoignages des rescapé·es et la mise en relation avec les acteurs de la société civile recevant les alertes des proches. Il permet d’apporter des réponses aux proches sur les circonstances des disparitions et d’aider à l’identification des corps retrouvés.

    Médecins légistes, chercheurs et chercheuses insistent sur la nécessité d’un partage plus approfondi des compétences et sur la mise en place d’une coordination européenne sur ces enjeux. « À un niveau européen, si on avait plus de possibilités d’échanger les données, ce serait plus facile », abonde Tania Delabarde, médecin légiste à l’IML de Paris. Pour les exilé·es qui meurent dans la Manche, « les moyens ne sont pas mis » : « Nous, on voudrait réveiller les consciences : ces gens-là sont morts, et en plus, on leur nie leur identité. »

    https://www.mediapart.fr/journal/france/060625/dans-la-manche-des-morts-sans-identite-des-familles-sans-reponses
    #mourir_en_mer #mourir_aux_frontières #morts_aux_frontières #France #Calais #Angleterre #La_Manche #GB #identité

  • Entretien avec Annie Chemla : l’histoire du MLAC et des avortements illégaux
    https://radioparleur.net/2025/06/03/entretien-avec-annie-chemla-lhistoire-du-mlac-et-des-avortements-illeg

    Ancienne militante du MLF et du MLAC (Mouvement pour la liberté de l’avortement et de la contraception), Annie Chemla a en 2024 sorti “Nous l’avons fait, récit d’une libération féministe” aux éditions du Détour. Elle nous y livre son journal intime de militante, de septembre 1973 à 1980. Il y est question de la lutte […] L’article Entretien avec Annie Chemla : l’histoire du MLAC et des avortements illégaux est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Entretiens #droit_à_l'avortement #Féminisme #Témoignage

  • Le Révizor par la compagnie Populo : un miroir sur notre conscience
    https://radioparleur.net/2025/06/02/le-revizor-par-la-compagnie-populo-un-miroir-sur-notre-conscience

    Le Révizor, d’après Nicolas Gogol, était présenté ce week-end au #Théâtre du 3T, à Saint-Denis. Adaptée par la compagnie Populo et nécessitant trois ans de travail, cette pièce nous interpelle grâce à une vision #Politique intemporelle, radicale et une scénographie attachante. La troupe a beau être jeune, elle ne laisse pas de marbre. Si vous […] L’article Le Révizor par la compagnie Populo : un miroir sur notre conscience est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Antifascisme #Droits_humains

  • La #Guerre_globale contre les peuples. Entretien avec Mathieu Rigouste
    https://radioparleur.net/2025/05/28/la-guerre-globale-contre-les-peuples-entretien-avec-mathieu-rigouste

    Comment l’ordre international fondé sur la domination de la majeure partie de l’humanité fait-il pour perdurer face à ce qui lui résiste ? C’est la question que se pose Mathieu Rigouste dans son essai La guerre globale contre les peuples. Docteur en sciences sociales, Mathieu Rigouste est avant tout une « personne révoltée », […] L’article La guerre globale contre les peuples. Entretien avec Mathieu Rigouste est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Colonisation #Etats #Etats-Unis #France #Impérialisme #répression #Sécurité

  • Les menaces sur l’État de droit en France
    https://radioparleur.net/2025/05/21/les-menaces-sur-letat-de-droit-en-france

    Le rapport annuel d’Amnesty International tire la sonnette d’alarme sur la situation des #Droits_humains dans le monde. L’ONG dénonce une dégradation continue des droits fondamentaux en France. Le rapport, publié le 28 avril,s’intitule « 2025, menaces sur l’État de droit ». La présidente d’Amnesty International France, Anne Savinel-Barras présente les principaux éléments du […] L’article Les menaces sur l’État de droit en France est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Amnesty_International #Discriminations #Libertés #Migrations #Mouvements_sociaux #Politique #répression

  • La Peur au Ventre : enquête dans l’urgence
    https://radioparleur.net/2025/05/07/la-peur-au-ventre-film-face-a-lurgence

    Aux États-Unis, sonne l’alarme d’une bascule historique dans les luttes féministes : le droit à l’avortement est enterré. Dans La Peur au Ventre, la réalisatrice, Léa Clermont-Dion, nous promène dans un film documentaire hésitant, au cœur des mouvements pro-choix et “pro-vie” étasuniens comme canadiens. Anti-avortement : jeunes et mobilisé·es Iels sont vieux, adultes mais […] L’article La Peur au Ventre : enquête dans l’urgence est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Antifascisme #avortement #cinéma #cinéma_documentaire #droit_à_l'avortement #Etats-Unis #Féminisme #International #intersectionnel #liberté

  • Hot Pussy Show de Maïmouna Coulibaly
    https://radioparleur.net/2025/04/24/hot-pussy-show-de-maimouna-coulibaly

    Hot Pussy Show est un spectacle de Maïmouna Coulibaly, percutant, drôle et touchant, adapté de son livre, Je me relève publié en 2021 aux Éditions Anne Carrière. Elle y livre un témoignage sans filtre de son parcours de femme, entre résilience, révolte et quête de liberté. Entretien.  Originaire du Mali et de Grigny, […] L’article Hot Pussy Show de Maïmouna Coulibaly est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Adelphité #Danse #Féminisme #Théâtre #violences_sexistes_et_sexuelles

  • « De la guerre froide à la guerre verte » d’Anna Recalde Miranda
    https://radioparleur.net/2025/04/11/de-la-guerre-froide-a-la-guerre-verte-danna-recalde-miranda

    À la sortie du #Film_documentaire De la guerre froide à la guerre verte, l’équipe de Radio Parleur s’est rendue à la projection-rencontre organisée au cinéma Le Méliès, à Montreuil. L’occasion de rencontrer la réalisatrice Anna Recalde Miranda, la journaliste Paloma Moritz du média Blast (partenaire du film), et de s’interroger sur les enjeux environnementaux […] L’article « De la guerre froide à la guerre verte » d’Anna Recalde Miranda est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #agriculture #climat #Ecologie #International #justice #Paraguay #Soja