#Google_Maps ha cancellato le recensioni delle carceri dell’Ice, togliendo voce ai rinchiusi
La piattaforma ha fatto sparire le #reviews dalle pagine di tutti i 117 centri di detenzione dell’agenzia governativa e ha disattivato la possibilità di pubblicarne di nuove. Secondo un’indagine della ricercatrice Muira McCammon, quei commenti rappresentavano una rara raccolta di testimonianze dirette di detenuti e familiari su condizioni e violazioni patite. La rimozione silenzia uno spazio di denuncia pubblica e può far perdere prove utili per futuri processi.
Google Maps ha cancellato e disattivato le recensioni dei centri di detenzione dell’Ice scritte dalle persone rinchiuse lì dentro e dai loro familiari. Con il pretesto di proteggere la reputazione di un’istituzione pubblica la multinazionale ha quindi eliminato contenuti giudicati non coerenti alle “linee guida aziendali”, rimuovendo di fatto potenziali elementi di prova a carico dell’agenzia del governo statunitense che si occupa di immigrazione e che è responsabile di sistematiche violazioni di diritti umani, omicidi e della deportazione di quasi 360mila persone dal 2025 a oggi.
Lo ha fatto emergere un paper pubblicato a giugno di quest’anno da Muira McCammon, ricercatrice di Comunicazione istituzionale e digital culture presso l’Università di Tulane, a New Orleans, che ha raccolto e analizzato 1.636 recensioni di 26 strutture detentive che, nell’agosto 2025, quando ha iniziato la ricerca, non erano ancora state censurate.
“La decisione di disattivare l’accesso all’intero archivio delle recensioni dimostra chiaramente che Google sta decidendo quali narrazioni possano essere visibili e, di conseguenza, quali possano avere valore”, spiega McCammon ad Altreconomia, che ritiene che le reviews di Google Maps non siano dei semplici commenti ma costituiscono una raccolta di testimonianze sulle condizioni di detenzione e sulle violazioni di diritti all’interno dei centri.
Il lavoro di ricerca, ripreso negli Stati Uniti da The Intercept, ne riporta alcune. “Questa è stata una delle esperienze più difficili e disumanizzanti della mia vita -ha scritto un ex detenuto finito nelle mani dell’Ice-. Che cosa succede dentro strutture come questa deve essere visto e capito per quello che è davvero, non un semplice centro di detenzione, ma una vera e propria prigione”.
Altri utenti hanno invece denunciato le condizioni igieniche e il trattamento ricevuto: “Il posto è infestato da scarafaggi che strisciano su tutto il corpo dei detenuti”, “Pessima esperienza ho speso due mesi in questo inferno, il 99% dello staff è crudele e razzista”.
Anche alcuni familiari hanno lamentato difficoltà nella comunicazione con l’interno della struttura: “Non si riesce a sentire il detenuto quando fai una chiamata”.
Questi commenti tuttavia non sono più leggibili online. Quando McCammon ha iniziato la sua analisi nel 2025 Google aveva già disattivato la possibilità di scrivere recensioni in 91 strutture su 117, eliminando anche quelle esistenti. La censura è continuata e dopo che, a luglio 2026, diversi giornali statunitensi -tra cui il San Francisco Standard e, appunto, The Intercept– hanno segnalato il suo paper anche i commenti sotto le restanti strutture sono stati disattivati.
“Può essere che l’Ice in futuro, e con un governo diverso, venga chiamata a rispondere delle proprie azioni davanti alle corti, se così fosse avremmo perso un’importante fonte di prove”. Non solo, la ricercatrice esprime “forti preoccupazioni che chi ha scritto le recensioni possa essere rintracciato e subire dei controlli da parte dell’Ice”.
Spesso le reviews di Google Maps sono uno dei pochi mezzi che detenuti e familiari hanno per raccontare e informarsi su cosa succede all’interno, continua McCammon. Questo perché “molte delle persone che transitano nei centri di detenzione non hanno le conoscenze o i mezzi necessari per capire a chi rivolgersi per far sentire la propria voce e contestare l’istituzione. Oltre al fatto che è molto raro che un’agenzia o un ente statale apra altre vie di comunicazione ufficiali come delle consultazioni pubbliche”.
Google aveva giustificato in precedenza l’eliminazione delle recensioni dei centri detentivi e delle stazioni di polizia in un articolo pubblicato sul suo blog aziendale The Keyword nel novembre 2023. L’azienda ha detto di applicare una “protezione a lungo termine” per i luoghi in cui le persone si recano senza una scelta deliberata (come le prigioni) o quelli che sono accessibili solo al personale autorizzato (come le stazioni di polizia). In questi casi i contributi degli utenti sono ritenuti costantemente “inutili, dannosi o fuori tema”.
Per McCammon però questa giustificazione lascia dei dubbi: “Non è chiaro in che misura l’Ice si coordini o influenzi le scelte di Google”. E, spiega, “più in generale in molti casi è difficile capire se le informazioni presenti nelle pagine di Google Maps delle carceri siano gestite direttamente dall’agenzia governativa”.
Interpellata più recentemente dal San Francisco Standard, la società ha ammesso di aver disattivato le recensioni relative ai centri Ice ma che ciò “non era legato a una richiesta del governo”. Tuttavia non c’è modo di verificarlo, considerato che spesso gli accordi tra le aziende tecnologiche e l’amministrazione Trump non sono affatto trasparenti.
L’esistenza di un controllo da parte del governo sui contenuti online non sarebbe peraltro una novità: solo lo scorso ottobre Donald Trump ha ottenuto da Apple la rimozione della app “IceBlock” che serviva per segnalare gli avvistamenti di agenti Ice. Google stessa è già parte di accordi di collaborazione con l’amministrazione, come quello concluso a fine aprile 2026 con il dipartimento della Difesa per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in operazioni classificate.
In ogni caso la società non ha preso ad oggi una posizione ufficiale sulla gestione dell’immigrazione e dei centri detentivi Ice e si è limitata a inquadrare le recensioni in un discorso di problemi puramente tecnici e commerciali invece di riconoscere che possano essere atti di contestazione politica e democratica da preservare.
“Quello che spero è che anche in altri Stati fuori dagli Usa ci si ponga lo stesso problema, considerato che Trump sta collaborando con governi di tutto il mondo per creare, di fatto, ulteriori strutture di detenzione e potrebbero esserci Paesi che hanno già incentivato Google a disattivare le recensioni -conclude McCammon-. Ed è molto difficile documentarne l’assenza”.
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