• #Google_Maps ha cancellato le recensioni delle carceri dell’Ice, togliendo voce ai rinchiusi

    La piattaforma ha fatto sparire le #reviews dalle pagine di tutti i 117 centri di detenzione dell’agenzia governativa e ha disattivato la possibilità di pubblicarne di nuove. Secondo un’indagine della ricercatrice Muira McCammon, quei commenti rappresentavano una rara raccolta di testimonianze dirette di detenuti e familiari su condizioni e violazioni patite. La rimozione silenzia uno spazio di denuncia pubblica e può far perdere prove utili per futuri processi.

    Google Maps ha cancellato e disattivato le recensioni dei centri di detenzione dell’Ice scritte dalle persone rinchiuse lì dentro e dai loro familiari. Con il pretesto di proteggere la reputazione di un’istituzione pubblica la multinazionale ha quindi eliminato contenuti giudicati non coerenti alle “linee guida aziendali”, rimuovendo di fatto potenziali elementi di prova a carico dell’agenzia del governo statunitense che si occupa di immigrazione e che è responsabile di sistematiche violazioni di diritti umani, omicidi e della deportazione di quasi 360mila persone dal 2025 a oggi.

    Lo ha fatto emergere un paper pubblicato a giugno di quest’anno da Muira McCammon, ricercatrice di Comunicazione istituzionale e digital culture presso l’Università di Tulane, a New Orleans, che ha raccolto e analizzato 1.636 recensioni di 26 strutture detentive che, nell’agosto 2025, quando ha iniziato la ricerca, non erano ancora state censurate.

    “La decisione di disattivare l’accesso all’intero archivio delle recensioni dimostra chiaramente che Google sta decidendo quali narrazioni possano essere visibili e, di conseguenza, quali possano avere valore”, spiega McCammon ad Altreconomia, che ritiene che le reviews di Google Maps non siano dei semplici commenti ma costituiscono una raccolta di testimonianze sulle condizioni di detenzione e sulle violazioni di diritti all’interno dei centri.

    Il lavoro di ricerca, ripreso negli Stati Uniti da The Intercept, ne riporta alcune. “Questa è stata una delle esperienze più difficili e disumanizzanti della mia vita -ha scritto un ex detenuto finito nelle mani dell’Ice-. Che cosa succede dentro strutture come questa deve essere visto e capito per quello che è davvero, non un semplice centro di detenzione, ma una vera e propria prigione”.

    Altri utenti hanno invece denunciato le condizioni igieniche e il trattamento ricevuto: “Il posto è infestato da scarafaggi che strisciano su tutto il corpo dei detenuti”, “Pessima esperienza ho speso due mesi in questo inferno, il 99% dello staff è crudele e razzista”.

    Anche alcuni familiari hanno lamentato difficoltà nella comunicazione con l’interno della struttura: “Non si riesce a sentire il detenuto quando fai una chiamata”.

    Questi commenti tuttavia non sono più leggibili online. Quando McCammon ha iniziato la sua analisi nel 2025 Google aveva già disattivato la possibilità di scrivere recensioni in 91 strutture su 117, eliminando anche quelle esistenti. La censura è continuata e dopo che, a luglio 2026, diversi giornali statunitensi -tra cui il San Francisco Standard e, appunto, The Intercept– hanno segnalato il suo paper anche i commenti sotto le restanti strutture sono stati disattivati.

    “Può essere che l’Ice in futuro, e con un governo diverso, venga chiamata a rispondere delle proprie azioni davanti alle corti, se così fosse avremmo perso un’importante fonte di prove”. Non solo, la ricercatrice esprime “forti preoccupazioni che chi ha scritto le recensioni possa essere rintracciato e subire dei controlli da parte dell’Ice”.

    Spesso le reviews di Google Maps sono uno dei pochi mezzi che detenuti e familiari hanno per raccontare e informarsi su cosa succede all’interno, continua McCammon. Questo perché “molte delle persone che transitano nei centri di detenzione non hanno le conoscenze o i mezzi necessari per capire a chi rivolgersi per far sentire la propria voce e contestare l’istituzione. Oltre al fatto che è molto raro che un’agenzia o un ente statale apra altre vie di comunicazione ufficiali come delle consultazioni pubbliche”.

    Google aveva giustificato in precedenza l’eliminazione delle recensioni dei centri detentivi e delle stazioni di polizia in un articolo pubblicato sul suo blog aziendale The Keyword nel novembre 2023. L’azienda ha detto di applicare una “protezione a lungo termine” per i luoghi in cui le persone si recano senza una scelta deliberata (come le prigioni) o quelli che sono accessibili solo al personale autorizzato (come le stazioni di polizia). In questi casi i contributi degli utenti sono ritenuti costantemente “inutili, dannosi o fuori tema”.

    Per McCammon però questa giustificazione lascia dei dubbi: “Non è chiaro in che misura l’Ice si coordini o influenzi le scelte di Google”. E, spiega, “più in generale in molti casi è difficile capire se le informazioni presenti nelle pagine di Google Maps delle carceri siano gestite direttamente dall’agenzia governativa”.

    Interpellata più recentemente dal San Francisco Standard, la società ha ammesso di aver disattivato le recensioni relative ai centri Ice ma che ciò “non era legato a una richiesta del governo”. Tuttavia non c’è modo di verificarlo, considerato che spesso gli accordi tra le aziende tecnologiche e l’amministrazione Trump non sono affatto trasparenti.

    L’esistenza di un controllo da parte del governo sui contenuti online non sarebbe peraltro una novità: solo lo scorso ottobre Donald Trump ha ottenuto da Apple la rimozione della app “IceBlock” che serviva per segnalare gli avvistamenti di agenti Ice. Google stessa è già parte di accordi di collaborazione con l’amministrazione, come quello concluso a fine aprile 2026 con il dipartimento della Difesa per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in operazioni classificate.

    In ogni caso la società non ha preso ad oggi una posizione ufficiale sulla gestione dell’immigrazione e dei centri detentivi Ice e si è limitata a inquadrare le recensioni in un discorso di problemi puramente tecnici e commerciali invece di riconoscere che possano essere atti di contestazione politica e democratica da preservare.

    “Quello che spero è che anche in altri Stati fuori dagli Usa ci si ponga lo stesso problema, considerato che Trump sta collaborando con governi di tutto il mondo per creare, di fatto, ulteriori strutture di detenzione e potrebbero esserci Paesi che hanno già incentivato Google a disattivare le recensioni -conclude McCammon-. Ed è molto difficile documentarne l’assenza”.

    https://altreconomia.it/google-maps-ha-cancellato-le-recensioni-delle-carceri-dellice-togliendo
    #censure #ICE #détention_administrative #rétention #USA #Etats-Unis #témoignage #témoignages #effacement #silenciation #preuves #cartographie

    • Google Is Censoring Reviews of ICE Detention Centers

      In the past year, Google Maps was deleting all the reviews for dozens of ICE jails, a new study found.

      While they’re not as common as reviews for cafes and dry cleaners, reviews have poured into Google Maps by the thousands for the growing network of jails operated by U.S. Immigration and Customs Enforcement. The reviews have come from internet users sharing their often harrowing experiences in the detention facilities.

      Google then purges these reviews and blocks the ability to write new ones, according to newly published research.

      “Google actively suppresses carceral information, narratives, and digital trace data related to the U.S. Immigration and Customs Enforcement’s (ICE) detention facilities,” wrote Muira McCammon, a professor at Tulane University’s Department of Communication who has been scraping and analyzing self-reported accounts of ICE imprisonment posted to Google Maps since last year.

      Much of this record is now permanently deleted, erasing detailed testimony of people ingested by the U.S. deportation machine.

      Last August, McCammon aggregated 1,636 posts from 26 different ICE facilities where Google still allowed users to post reviews and discovered there were 91 other immigration jails on Google Maps with no reviews.

      “Google had already turned off reviews for the remaining 91 facilities,” McCammon told The Intercept. “Almost all of the Google reviews that I originally collected in 2025 are now no longer available.”

      Only four ICE facilities appear to still permit reviews on Google Maps, she said.

      Pulling the reviews has come with no public notice or explanation.

      In 2023, Google said in a corporate blog post that it reserved the right to delete Maps reviews for locations that are “consistently unhelpful, harmful, or off-topic. This includes places that people go to without choice or places only accessible to people stationed or assigned there—such as police stations and prisons.”

      Unhelpful to whom, however, is unclear: While some of the reviews in question were statements of protest that could have been left by anyone, many appeared to come from people directly affected by ICE. They described a variety of issues that would be of great material interest to anyone detained in the facilities or for people close to them.

      “Reviews help people make decisions on where to go,” Google spokesperson Genevieve Park said in a statement, “and we don’t show reviews on several categories of places where people go without choice,” citing the company’s policy of removing Google Maps reviews that are “unhelpful, harmful, or off-topic.”

      In the past, Google has complied with requests to censor speech about ICE. In 2025, the company blocked Android users from downloading ICEBlock, an app that alerted people to crowdsourced sightings of ICE agents.

      Asked if the Department of Homeland Security, ICE’s parent agency, had communicated with Google about the reviews, Park said the takedowns were “unrelated—it was about enforcing our policy that prohibits reviews for places that people go to without choice.”

      In a statement to The Intercept, a spokesperson for DHS denied that ICE requested any reviews of detention facilities be removed.

      “Being in detention is a choice,” the Homeland Security spokesperson said, citing the department’s program to encourage an app-based system for self-deportation.

      Many of the reviews McCammon aggregated were from despairing friends and relatives.

      “My friend’s dad was sentenced to one month in jail,” read one review. “He served the time and then was moved to this facility for another 3 months. How is it not illegal to hold someone 3x longer than what they were sentenced to serve?”

      A Spanish language review McCammon collected read, “You can barely hear the detainee when you make a phone call.”

      Other posts reflect what apparent former detainees described as poor conditions, such as “The place is infested with roaches crawling all over the inmates body there,” or “Very bad experience i spent 2 months in this hell . . . 99% of staff is cruel and racist.”

      One reviewer said many detainees weren’t able to communicate with ICE staff because of the language barrier:

      I stayed there for more than a month. The food there was okay, but very unpalatable. They were all very kind. Due to the language barrier, there was a big barrier to communication. I felt that most people couldn’t express their thoughts and needs. Why didn’t they have a translator? ! Even if it’s not expensive. The air conditioner there was very cold, and many people, including me, caught cold from the cold. Even so, they were unwilling to turn up the air conditioner temperature. When I slept at night, I only had a thin blanket to cover myself, and it felt very cold.

      Although Google’s stance appears to be that the censorship is based on a common-sense, consumer-centric view of Google Maps’ purpose, McCammon argues in her paper that these are essentially political decisions, made by “suppressing the circulation of carceral information and counter-narratives [and] calling into question how the company approaches the ideology of search, when it concerns the reputation of the U.S. administrative state.”

      https://theintercept.com/2026/07/20/google-maps-reviews-ice-detention-centers

    • “You can call it whatever you like, but this is a prison”: A sociotechnical audit of US Immigration and Customs Enforcement Google reviews and ratings

      An informed citizenry is thought to be key to democratic accountability, yet the question of where people can go online to evaluate the US administrative state is a sociotechnically complex one. Drawing on the lens of governmentality, this research argues that in its moderation of ratings and reviews, Google actively suppresses carceral information, narratives, and digital trace data related to the US Immigration and Customs Enforcement’s (ICE) detention facilities. It interrogates Google’s role in shaping the visibility of carceral institutions through content moderation. The study draws on a scraping audit of Google reviews of ICE detention facilities. The governmentality employed by Google shows how search engines can—on an ad hoc basis—limit attempts to circulate carceral narratives. Though this study focuses on carceral institutions in the United States, the method is transferable to other jurisdictions, including to countries, whose governments are now co-producing carceral infrastructure at the request of the Trump administration.

      https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14614448261445062

  • « Yetnahaw Ga3 » du Hirak, l’auteur Sofiane piégé par Rashad et arrêté en 2026 ?
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/spip.php?article4984

    Sept ans après avoir incarné la colère populaire du Hirak avec « Yetnahaw Ga3 », Sofiane est incarcéré. Son affaire révèle les tensions entre militantisme, justice et récupération politique. De cri de ralliement historique du Hirak à la prison : comment Mohamed Bekir Turki, dit Sofiane, est tombé dans le piège tendu par Rachad via un membre surnommé « Bob ». L’affaire qui révèle la stratégie de manipulation du mouvement classé terroriste. #nationale,_fait_politique,_une_et_première_page,_médias,_actualité,_pays,_france,_afrique,_maghreb

    / fait divers, société, fléau, délinquance, religion , #edito, Afrique, Monde Arabe, islam, Maghreb, Proche-Orient,, Maghreb, Algérie, Tunisie, Maroc, Libye, Africa, population, société , censure, presse, journaux, dictature, expressions, liberté, (…)

    #fait_divers,société,_fléau,_délinquance,_religion #Afrique,Monde_Arabe,_islam,_Maghreb,_Proche-Orient, #Maghreb,_Algérie,_Tunisie,_Maroc,_Libye,_Africa,_population,_société #censure,presse,_journaux,_dictature,_expressions,_liberté #Terrorisme_,_islamisme,Al-Qaeda,politique,_

  • Des VPN et autres solutions pour contourner la #censure :

    Contourner la censure internet : le guide complet
    https://webologie.me/contourner-la-censure-internet

    Dans notre article précédent — VPN : l’Europe veut savoir qui vous êtes — nous avions analysé ce qui se joue vraiment derrière ProtectEU, les ambitions de la ministre Le Hénanff et la loi danoise qui entrera en vigueur le 1er juillet 2026. Nous avions conclu ainsi :

    « Il existe des alternatives qui résistent structurellement au contrôle. Webologie y reviendra très prochainement. »

    C’est cet article.

    Il ne s’agit pas d’un guide pour contourner les lois françaises — qui, rappelons-le, n’interdisent aujourd’hui ni les VPN ni aucun des outils présentés ici.Il s’agit d’un inventaire complet, factuel et sourcé, de tout ce qui existe pour contourner la censure internet et maintenir un accès libre et privé— aujourd’hui, et si les textes réglementaires en préparation venaient à s’appliquer demain.

    #cyber-surveillance

  • Bon, je crains que SeenThis ne soit lui aussi, en tant que réseau social, concerné par les opérations de vérification de l’âge.

    Protéger les mineurs des risques auxquels les expose l’utilisation des réseaux sociaux - Dossiers législatifs - 17e législature - Assemblée nationale
    https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/dossiers/proteger_mineurs_reseaux_sociaux_17e

    Texte adopté ✅
    Mardi 21 juillet 2026
    Proposition de loi, adoptée par l’Assemblée nationale, dans les conditions prévues à l’article 45, alinéa 3, de la Constitution, visant à protéger les mineurs des risques auxquels les expose l’utilisation des réseaux sociaux le 21 juillet 2026, T.A. n° 339

    Texte adopté provisoire
    https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/textes/l17t0339_texte-adopte-provisoire.pdf

    « Section 3 bis
    « Protection des mineurs en ligne
    « Art. 6-9. – I. – L’accès à un service de réseaux sociaux en ligne fourni
    par une plateforme en ligne est interdit aux mineurs de quinze ans.
    « Pour l’application du présent article, une plateforme en ligne et un
    service de réseaux sociaux en ligne s’entendent au sens de l’article 6.

    Loi n° 2004-575 du 21 juin 2004 pour la confiance dans l’économie numérique (1). - Légifrance
    https://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000000801164

    Article 6

    Version en vigueur depuis le 17 février 2024

    Modifié par LOI n°2024-449 du 21 mai 2024 - art. 48

    (...)

    5. On entend par “ service de réseaux sociaux en ligne ” un service défini au paragraphe 7 de l’article 2 du règlement (UE) 2022/1925 du Parlement européen et du Conseil du 14 septembre 2022 relatif aux marchés contestables et équitables dans le secteur numérique et modifiant les directives (UE) 2019/1937 et (UE) 2020/1828 (règlement sur les marchés numériques).

    Règlement - 2022/1925 - EN - EUR-Lex
    https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2022/1925/oj/eng

    Article 2

    Définitions

    Aux fins du présent règlement, on entend par :

    (...)

    7) « service de réseaux sociaux en ligne » : une plateforme permettant aux utilisateurs finaux de se connecter ainsi que de communiquer entre eux, de partager des contenus et de découvrir d’autres utilisateurs et d’autres contenus, sur plusieurs appareils et, en particulier, au moyen de conversations en ligne (chats), de publications (posts), de vidéos et de recommandations ;

    • Je ne suis pas forcément d’accord. Ce site s’apparente plus à un blog ou à un journal en ligne avec un flux d’information commun à tous que l’on peut filtrer et commenter, plutôt qu’au réseaux sociaux habituels où chacun est dans son coin et échange des messages avec sa communauté.

      Sinon n’importe quel site ouvert aux commentaires tomberait sous le coup de cette loi, par exemple un site de vente avec les avis des acheteurs.

    • Mais #seenthis n’est qu’un blog collectif qui n’a aucune des fonctions dangereuses des réseaux asociaux. Il est libre d’accès et n’a pas d’algorithme de manipulation de sélection de contenus personnalisés.

      D’ailleurs si je me ne trompe pas l’article deux considère tout l’intenet comme un réseau social. C’est une définition tellement imprécise qu’elle serait anticonstitutionelle en Allemagne. C’est ubuesque ce gouvernement et ses projets de loi.

      https://seenthis.net/messages/1183030#message1183131

      Article 2
      Définitions
      Aux fins du présent règlement, on entend par :
      (...)
      7) « service de réseaux sociaux en ligne » : une plateforme permettant aux utilisateurs finaux de se connecter ainsi que de communiquer entre eux, de partager des contenus et de découvrir d’autres utilisateurs et d’autres contenus, sur plusieurs appareils et, en particulier, au moyen de conversations en ligne (chats), de publications (posts), de vidéos et de recommandations ;

      C’est une collection incomplète des capacités de l’internet, ce n’est même pas une défintion, alors si c’est ca le point de départ on peut clore la discussion et attendre tranquillement que la construction juridique soit démantelée par des intéressés plus puissants que seenthis ;-)

      #internet #censure #anonymous #blog_collectif

  • RT Deutsch ohne Lizenz zum Senden
    https://www.nd-aktuell.de/artikel/1200817.medien-rt-deutsch-ohne-lizenz-zum-senden.html

    Le texte de la constitution d’Allemagne interdit la censure. Les tribumaux décident autrement. Les émissions de RT Allemagne restent interdites et n’auront pas lieu.

    1.7.2027 von Andreas Fritsche - Verwaltungsgericht bestätigte jetzt die im Februar 2022 erfolgte Unter­sagung des Programms durch die Medien­anstalt Berlin-Brandenburg.

    »Von den Mainstream-Medien in der Bundesrepublik Deutschland wird eigentlich alles das ignoriert – und bewusst ignoriert –, was der Wahrheit entspricht«, erklärte der ehemalige Berliner DKP-Landesvorsitzende Stefan Natke im Oktober vergangenen Jahres im russischen Auslandssender RT Deutsch. Die bundesdeutschen Medien seien »relativ gleichgeschaltet, um die Politik der Herrschenden durchzusetzen und die Bevölkerung massiv zu beeinflussen«. Russland werde »dämonisiert«, sein Präsident Wladimir Putin »diffamiert«.

    Während Natke – vom Moderator versehentlich als »KPD-Politiker« angekündigt – dies erzählt, wird unten im Bildschirm als Nachricht eine Äußerung von Putin eingeblendet, dass dank Professionalität und Aufrichtigkeit das RT-Publikum rasant wachse. Im September 2021 war RT Deutsch via Satellit auf Sendung gegangen und wurde auch im Internet übertragen. Bereits seit 2014 hatte es deutschsprachige Videos und Nachrichten von Russia Today gegeben. »Wir zeigen und schreiben das, was sonst verschwiegen oder weggeschnitten wird«, so lautete das Versprechen. »Wir sind der fehlende Part in der deutschsprachigen Medienlandschaft.«

    Am 24. Februar 2022 brach der Krieg zwischen Russland und der Ukraine offen aus. Bereits am 8. Februar 2022 hatte die Medienanstalt Berlin-Brandenburg (MABB) der in Berlin-Adlershof mit einem Studio vertretenen RT DE Productions GmbH untersagt, das Fernsehprogramm in Deutschland zu verbreiten. Im März 2022 stellte das Verwaltungsgericht Berlin in einer Eilentscheidung fest, dass die MABB aller Voraussicht nach rechtmäßig gehandelt habe.

    Am Dienstag hat das Verwaltungsgericht die Klage der GmbH nun abgewiesen. Rechtskräftig ist das Urteil allerdings noch nicht. Denn beim Oberverwaltungsgericht kann die Zulassung einer Berufung beantragt werden.

    »Die Gesetzeslage ist nicht kompliziert: Wer in Deutschland einen Fernsehsender betreiben will, braucht eine Zulassung.« Eva Flecken Medienanstaltsdirektorin

    Die MABB sieht sich bestätigt. »Die Gesetzeslage ist nicht kompliziert: Wer in Deutschland einen Fernsehsender betreiben will, braucht eine Zulassung«, erläutert MABB-Direktorin Eva Flecken. RT Deutsch habe nie eine Zulassung beantragt, »sondern ist schlicht und einfach auf Sendung gegangen«. Das Verwaltungsgericht habe ebenfalls erkannt, dass es sich um einen in Berlin ansässigen Sender gehandelt habe – »und der sendete ohne Lizenz«, so Flecken.

    Die GmbH hatte vor Gericht geltend gemacht, nicht sie selbst, sondern die russische Muttergesellschaft TV Novosti gestalte das Programm. Die GmbH produziere lediglich einzelne Sendungen und liefere diese zu. Doch dafür fehle es an stichhaltigen Belegen, teilt das Verwaltungsgericht mit. Die GmbH habe selbst verlauten lassen, dass letztlich bei ihr in Deutschland und nicht in Russland die redaktionelle Verantwortung für die gesendeten Inhalte liege. Auch habe sich die GmbH in Stellenausschreibungen selbst als Fernsehkanal bezeichnet und das dafür erforderliche Personal gesucht. Den Einwand, dass dies von ungeschultem Personal so geäußert worden sei und deshalb nicht maßgeblich, ließ das Gericht nicht gelten.

    Aufgrund der Sanktionen gegen Russland ist das Verbreiten des RT-Programms inzwischen in der gesamten EU untersagt. Über Umwege ist der Online-Zugriff auf Inhalte gleichwohl möglich. DKP-Mann Natke erklärte 2025 im RT-Interview, er äußere sich hier auch in Anbetracht möglicher Repressionen, die ihm wegen des Interviews drohen könnten. Denn er wolle die Möglichkeit nutzen, die Menschen zu informieren. Im Mai 2026 kam Natke erneut zu Wort, als RT Deutsch über seine Klage gegen das Verbot sowjetischer Flaggen an sowjetischen Ehrenmalen in Berlin berichtete.

    Die bereits 2014 gegründete RT DE Productions GmbH befindet sich der Justiz zufolge mittlerweile in Liquidation und entfaltet keine Geschäftstätigkeit mehr. MABB-Direktorin Flecken beteuert, ihre Anstalt sei eine »staatsferne Medienaufsicht«.

    #Allemagne #censure

  • „Dies ist eine politisch motivierte Entscheidung der FSK“ : Warum Uwe Boll seinen neuen Film zensiert sieht
    https://www.berliner-zeitung.de/article/dies-ist-eine-politisch-motivierte-entscheidung-der-fsk-warum-uwe-b

    Uwe Boll est un con fini, mais il a raison quand il parle de la censure de son dernier film.. Entre nous, si cela ne dépendait que de moii, tous ses films seraient interdits hors cabinet de torture masochiste ;-)

    https://de.wikipedia.org/wiki/Uwe_Boll

    In Uwe Bolls „Citizen Vigilante“ macht ein Mann Jagd auf migrantische Täter und einheimische Richter. In Deutschland bekommt der Film keine FSK-Freigabe. Lesen Sie die Reaktion des Regisseurs.

    22.6.2026 von Uwe Boll - „Citizen Vigilante“ ist nach „Hanau“ (FSK 16) und „Run“ der letzte Teil von Uwe Bolls Trilogie „Deutschland im Winter“. Armie Hammer spielt darin Sanders, der sich auf einen Selbstjustiz-Kreuzzug begibt, auch gegen migrantische Täter, die eine junge Frau vergewaltigt haben. Boll möchte laut eigenem Bekunden Gefahren und politische Konsequenzen unserer Zeit offenlegen – und durch den radikalen Erzählstil klarmachen, dass Gewalt keine Lösung ist. Die Freiwillige Selbstkontrolle der Filmwirtschaft (FSK) verhindert nun allerdings, dass „Citizen Vigilante“ (anders als in vielen anderen Ländern der Welt) in Deutschland vertrieben werden kann. Mit einem offenen Brief, den Boll an die Filmakademie, den Regieverband, PEN Deutschland, den Drehbuchverband, Prog Producers, die Produktionsallianz, die Schauspielgewerkschaft und den Deutschen Presse-Verband geschickt hat, wirft er der FSK politische Zensur vor. Hier dokumentieren wir Uwe Bolls Mail als Gastbeitrag im Wortlaut.

    Einen Film zu entwickeln, zu finanzieren und zu produzieren dauert oft jahrelang und ist ein immenser finanzieller, nervlicher und zeitlicher Aufwand. In jedem meiner Filme steckt nicht nur Geld, sondern auch Herzblut und die Energie von Hunderten von Mitarbeitern.

    Für alle Leser, die keine Lust haben, einen längeren Artikel über die FSK (Freiwillige Selbstkontrolle der Filmwirtschaft) zu lesen, hier die Kurzzusammenfassung zuerst: Ich habe in Kroatien in englischer Sprache einen Action-Thriller mit dem US-Star Armie Hammer gedreht, der in jedem anderen Land der Welt gezeigt werden wird und in der Regel sogar ab 16 Jahren zugänglich sein wird. In den USA ist er am 19.6. gestartet!

    Nicht aber in Deutschland, denn nach Auffassung der FSK promotet der Film Selbstjustiz, und deshalb hat eine Sichtungsjury von acht Personen beschlossen, den Film nicht ab 18 Jahren freizugeben, sondern mit dem Label KK (Kein Kennzeichen) zu versehen. Das bedeutet, dass nicht nur Jugendliche unter 18 Jahren den Film nicht sehen sollen, sondern eben gar niemand – egal wie alt. Was wiederum bedeutet, dass acht von der FSK ausgewählte Personen entscheiden, was erwachsene Bürger in Deutschland sehen dürfen und was nicht.

    Das Label KK sorgt dafür, dass alle Outlets in Deutschland, die Filme zeigen oder verkaufen – also von Amazon über Märkte wie Müller und MediaMarkt, alle Kinos, Streamer und Fernsehsender –, den Film nicht anbieten werden. Der Witz ist, dass der Film weder pornografisch ist noch extrem brutal. Das Gewaltlevel ist mit Filmen wie „John Wick“ (mit Keanu Reeves) oder „Equalizer“ (mit Denzel Washington) gleichwertig.

    Also, was ist denn nun der wirkliche Grund für das Verbot? Unsere Hauptfigur wird zum gesuchten Terroristen und parallel zum Social-Media-Helden, weil er Verbrecher zur Strecke bringt und auch gegen Massenvergewaltiger vorgeht.

    Die Massenvergewaltiger im Film sind junge Migranten, was ja bei Massenvergewaltigungen gemäß der Kriminalitätsstatistik leider die Regel ist. Erinnern wir uns mal an einen Fall in Hamburg, der mich unter anderem zum Drehbuch inspirierte, denn ich bin ein Filmemacher, der sich gerne mit der Realität klar und hart auseinandersetzt:

    Von den neun verurteilten jungen Männern musste zum Zeitpunkt des Urteils nur einer tatsächlich ins Gefängnis.

    Strafmaß: Das Landgericht Hamburg verhängte im November 2023 gegen neun Männer im Alter zwischen 19 und 23 Jahren Jugendstrafen zwischen einem Jahr und zwei Jahren und neun Monaten wegen der Vergewaltigung einer 15-Jährigen.

    Bewährung: Bei acht der neun Verurteilten wurde die Strafe entweder direkt zur Bewährung ausgesetzt oder die Entscheidung darüber wurde im Rahmen einer sogenannten Vorbewährung zunächst offengehalten.

    Gründe für das milde Urteil: Da die Täter zur Tatzeit zwischen 17 und 20 Jahre alt waren, wurde das Jugendstrafrecht angewendet, bei dem der Erziehungsgedanke vor der Bestrafung steht. Das Gericht begründete die Bewährungsstrafen unter anderem mit dem langen zeitlichen Abstand zur Tat (2020) und der seither positiven sozialen Entwicklung der Täter.

    Freisprüche: Zwei weitere Angeklagte wurden freigesprochen, da ihnen eine Tatbeteiligung nicht sicher nachgewiesen werden konnte.

    Mein Film ist fiktional – und unterliegt anderen Kriterien

    Sowohl der Richter als auch die Presse sprachen damals von den „armen traumatisierten Tätern“. Natürlich ein Witz und eine Verhöhnung des Opfers, denn eine Vergewaltigung ist eine schwere Straftat. Dem Gericht schien der Opferschutz egal, denn das arme Mädchen lebt ja weiter in derselben Stadt wie die nicht einsitzenden Täter.

    Mein Film ist fiktional – und unterliegt vollkommen anderen Kriterien als eine Dokumentation. Nach meiner Einschätzung will die FSK mit dem Rating nicht nur sicherstellen, dass Jugendliche vor dem Film geschützt werden, sondern dafür sorgen, dass möglichst wenige Menschen den Film in Deutschland überhaupt sehen können.

    Da „Citizen Vigilante“ allerdings nach meiner Recherche der einzige Film ist, der sich kritisch mit Migrantenkriminalität beschäftigt, wird hier der einzige Film verhindert, der die Realität auf den Straßen, Hinterhöfen und Gebüschen in Europa so abbilden will, wie es wirklich zugeht. Dies ist eine politisch motivierte Entscheidung der FSK, die nach meiner Einschätzung das größere Problem in unserer Gesellschaft spiegelt.

    Dieses Problem ist die seit Jahren klar sichtbare Tendenz der Regierungsparteien in Zusammenarbeit mit dem öffentlich-rechtlichen Rundfunk, NGOs wie Correctiv und vom Steuerzahler finanzierten Social-Media-Kampagnen und Meldestellen wie Trusted Flagger, unter dem Deckmantel des „Gutmenschentums“ und „Kampf gegen Nazis“ ihre Macht, Pfründe und Positionen zu erhalten und zu stärken. Jeder, der sich gegen sie wendet, wird als Antidemokrat verunglimpft und im Zweifel strafrechtlich oder zivilrechtlich belangt. Das Ziel des Jugendschutzes und auch des European Digital Service Act ist nur eine Fassade für politische Zensur und Meinungskontrolle.
    „Kunst und Wissenschaft, Forschung und Lehre sind frei“

    Auch bei uns müsste die Kunstfreiheit angewendet werden, und zwar nach Art. 5 Abs. 3 Satz 1 des Grundgesetzes (GG). Dort heißt es schlicht: „Kunst und Wissenschaft, Forschung und Lehre sind frei.“

    Dieses Grundrecht gehört zu den am stärksten geschützten Freiheiten der deutschen Verfassung:

    Kein Gesetzesvorbehalt: Im Gegensatz zur Meinungsfreiheit (Art. 5 Abs. 2 GG) enthält die Kunstfreiheit keine ausdrücklichen Schranken durch „allgemeine Gesetze“. Der Staat darf Kunst weder inhaltlich zensieren noch bewerten, ob sie „gut“ oder „schlecht“ ist (sog. Verbot des Kunstrichtertums).

    Umfassender Schutz: Geschützt sind sowohl das Schaffen des Werkes (Werkbereich) als auch dessen Präsentation und Verbreitung (Wirkbereich), damit die Kunst die Öffentlichkeit überhaupt erreichen kann.

    Historischer Hintergrund: Die Mütter und Väter des Grundgesetzes verankerten dieses starke Recht in direktem Bezug auf die Diktatur des Nationalsozialismus, in der Kunst als „entartete Kunst“ diffamiert und verboten wurde.
    Die FSK nutzt den Jugendschutz, um das GG auszuhebeln

    Die FSK nutzt den Jugendschutz, um das GG hier dahingehend auszuhebeln, obwohl ja die Jugend durch eine Freigabe ab 18 Jahren geschützt würde. In meinem Fall eben weil dieser spezielle Teil des Films eine Realität zeigt, die sie nicht wahrhaben wollen. Die Realität, dass Massenmigration aus vorangig islamistischen Ländern die Sicherheitslage in Deutschland schwer geschädigt hat. Anstatt für die Bevölkerung Sicherheit herzustellen, zum Beispiel durch direkte Abschiebung von nichtdeutschen Straftätern und weniger Migration aus Afrika, wird versucht, die Berichterstattung über die Gefahrenlage zu unterdrücken.

    Die FSK verdingt sich mit dieser Entscheidung, gegebenenfalls ohne es selbst zu ahnen, nicht dem Jugendschutz, sondern nur dem Erhalt der derzeitigen Regierung und des Status quo derselben unter Aufgabe der Meinungs-, Presse- und Kunstfreiheit. Die Tausenden Strafanzeigen, die in Deutschland Politiker gegen unzufriedene Bürger, die sich im Internet Luft machen, stellen, sind ein weiterer Beweis für den Willen der Regierenden, Freiheit durch Einschüchterung zu unterdrücken.

    Während selbst in Österreich alle meine Filme ungekürzt zu sehen sind und in hundert anderen Ländern auch, hatte ich auch in der Vergangenheit mit sechs Filmen bei der FSK große Probleme; sie wurden nur mit Schnittauflagen in Deutschland herausgebracht. Das wurde diesmal bei „Citizen Vigilante“ unmöglich gemacht, da ich quasi den halben Film wegschneiden müsste. So stellen acht Personen sicher, was mehr als 50 Millionen Erwachsene in Deutschland konsumieren dürfen.

    „Citizen Vigilante“ ist nach „Hanau“ (FSK 16) und „Run“ der letzte Teil meiner Trilogie „Deutschland im Winter“, die die Gefahren und politischen Konsequenzen unserer Zeit offenlegen soll und eben durch den radikalen Erzählstil klarmacht, dass Gewalt keine Lösung ist. Unser Charakter Sanders ist kein guter Mensch und wird auch nicht als guter Mensch porträtiert. Er ist eben nicht eine Comicfigur wie Batman, sondern ein egoistischer und sehr reicher Geschäftsmann, der quasi aus Langeweile anfängt, die Justiz in die eigenen Hände zu nehmen.
    Ich bin schon immer auch politischer Filmemacher

    Drogengangster, jugendliche Bullis oder zwei Männer, die Frauen mit Drogen gefügig machen wollen, werden zur Rechenschaft gezogen. Er geht ins Bordell, weil ihn niemand liebt und er auch niemanden liebt, sondern lieber für Sex bezahlt. Wenn er dann am Ende jugendliche Vergewaltiger plus eine ganze Familie erschießt und den Richter umbringt, der diese Vergewaltiger nicht ins Gefängnis geschickt hat, dann ist das so hart und schockierend, dass der Zuschauer eher so reagiert, dass diese Gewalt zu weit geht.

    Ich bin ein Genre-, aber auch schon immer ein politischer Filmemacher („Darfur“, „Postal“, „Assault on Wallstreet“, „Rampage“, „Barschel“ etc.), und alle meine Filme haben in Amerika und allen anderen Ländern der Welt R-Ratings (ab 16 Jahren) bekommen – nur in Deutschland oft nicht, und viele Filme mussten geschnitten werden, um ein „ab 18 Jahren“ zu bekommen.

    Im Falle von „Rampage“, wo ein Massenmörder davonkommt, musste ich, um eine Freigabe zu bekommen, mehrere Blutszenen schneiden und in die Endcredits schreiben, dass der Protagonist von der Polizei gefasst wurde. Als dann „Rampage 2“ kam, fragten viele Zuschauer in Deutschland, wie es denn sein kann, dass er nicht im Gefängnis sitzt! Das war ein direkter Eingriff in die Kunstfreiheit und hat mir Schaden zugefügt, denn „Rampage“ und alle anderen zensierten Boll-Filme wären ungeschnitten besser von der Kritik und den Zuschauern aufgenommen worden.
    Die FSK hat jeglichen Existenzanspruch verloren

    Filme müssen Realität zeigen, kommentieren und auch wehtun. Sie müssen Menschen wütend machen können, Diskussionen auslösen. In „Run“ zeige ich meine Empathie mit Migranten, in „Hanau“ den Wahnsinn eines verblendeten rassistischen Amokläufers und in „Citizen Vigilante“ einen düsteren Charakter, der nicht wirklich für Gerechtigkeit sorgt, auch wenn er Taten begeht, die einige gut finden.

    Die FSK hat in Zeiten, wo schon Kinder bei Streamern und auf Social-Media-Plattformen jederzeit reale Tötungen und Pornos schauen können, ohnehin jeglichen Existenzanspruch verloren! Wir müssen sogar noch über 1000 Euro für diese überflüssigen Sichtungen bezahlen. In den meisten Ländern, zum Beispiel in Österreich, Skandinavien oder Benelux, gibt es keine FSK. Dort schreiben die Filmverleiher selbst auf eine DVD oder im Stream, ab wie vielen Jahren der Film geeignet ist.

    Bei Horrorfilmen zum Beispiel steht ab 18 Jahren auf dem Cover, denn Horrorfilme ab zwölf Jahren wird niemand sehen wollen, da man Gewalt und Blut als Fan erwartet. Also sind die selbstgemachten Ratings keinesfalls irreführend, sondern ausreichend. Die FSK gehört abgeschafft, oder ersatzweise sollten sich DVD-Händler und wenigstens die Streamingplattformen davon distanzieren und bekannt geben, dass sie sich nicht mehr an FSK-Kennzeichen halten werden.

    Gez.
    Dr. phil. Uwe Boll

    #Allwmagne #cinéma #censure #wtf

  • BR-Direktor Hinrichs : Staatsräson als Redaktionsprinzip ?
    https://www.telepolis.de/article/Aeusserungen-von-BR-Direktor-Hinrichs-Staatsraeson-als-Redaktionsprinzip-1

    Voilà pourquoi vous n’apprendez rien d’important par les reportages de la radio-télévision publique allemande au sujet d’Israel.

    16.6.2026 von Marcel Kunzmann - Bekenntnis zur „Staatsräson“ sei Voraussetzung für Israel-Berichterstattung. Warum ein öffentlich-rechtlicher Auftrag anders aussieht. Ein Kommentar.

    Der Bayerische Rundfunk ist für einen erheblichen Teil der ARD-Auslandsberichterstattung aus dem Nahen Osten zuständig. Dessen Programmdirektor Thomas Hinrichs verantwortet die Studios in Tel Aviv, Teheran und Istanbul.

    Auf einer Veranstaltung der CDU-nahen Konrad-Adenauer-Stiftung zum Thema „Antisemitismus und Israelberichterstattung in den Medien“ vergangenen Freitag in Berlin machte er deutlich, wie er seine Rolle dabei versteht. Darüber berichtete zuerst das nd.

    „Wenn euch das nicht passt, dann bleibt da, wo ihr seid“

    „Israel ist Staatsräson“, erklärte Hinrichs auf dem Podium – und zwar nicht nur als politisches Bekenntnis, sondern als redaktionelles Steuerungsprinzip. Das Bekenntnis zur Staatsräson sei eine „Voraussetzung“, um aus Israel zu berichten. Zugleich scheue er sich nicht, als Direktor in die redaktionelle Arbeit einzugreifen, damit bestimmte Perspektiven stärker berücksichtigt würden. Er sprach dabei ausdrücklich „als Bürger, als Freund Israels“.

    Mit Blick auf den Gaza-Krieg äußerte Hinrichs auf dem Podium ohne Beleg: „Die platzieren Kinder dort, wo Waffen sind, damit diese Kinder getötet werden und man dann sagen kann: Schaut mal, die armen Kinder! Das ist Tatsache.“ Es müsse daran gearbeitet werden, „das in die Köpfe hineinzubekommen von einem Mitteleuropäer“.

    Migranten, die nach Deutschland kommen, müssten akzeptieren: „Israel ist Staatsräson [...] und wenn euch das nicht passt, dann bleibt da, wo ihr seid.“
    Eine Veranstaltung, ein Konsens

    Moderiert wurde die Diskussion von Jürgen Kaube, Herausgeber der FAZ. Neben Hinrichs saßen auf dem Podium der Antisemitismusbeauftragte der Bundesregierung Felix Klein, Daniel Neumann als Landesvorsitzender der Jüdischen Gemeinden in Hessen sowie Dorothea Schupelius, Redakteurin bei Axel Springers Welt TV. Schupelius hob die „Solidarität mit Israel“ als einen der fünf Grundsätze ihres Arbeitgebers hervor.

    Klein hatte in seiner einführenden Rede die Hamas als „hauptverantwortlich“ für die Lage in Gaza bezeichnet. Wer das nicht sage, schaffe ein „falsches Bild“, so Klein. Er nannte in seiner Rede auch namentlich Sophie von der Tann, die ARD-Korrespondentin in Tel Aviv, und kritisierte einen ihr verliehenen Journalismuspreis. Der israelische Botschafter in Deutschland hatte von der Tann zuvor „Aktivismus“ vorgeworfen.

    Hinrichs verteidigte seine Mitarbeiterin – es blieb der einzige erkennbare Streitpunkt des Abends. Moderator Kaube fragte sogar, warum von der Tann nicht „einmal ganz explizit“ in einer ihrer Sendungen auf die Vorwürfe eingehen könne.
    Wenn Haltung zur Bedingung wird

    Was Hinrichs in Berlin sagte, verdient einen zweiten Blick: Dass der Informationsdirektor eines öffentlich-rechtlichen Senders offen erklärt, das Bekenntnis zu einer politisch proklamierten, rechtlich aber nirgends kodifizierten „Staatsräson“ sei eine „Voraussetzung“ für die Berichterstattung aus Israel und er greife als Direktor in redaktionelle Prozesse ein, ist nicht weniger als ein Eingeständnis, dass politische Vorgaben journalistische Unabhängigkeit ersetzen.

    Hinrichs spricht „als Freund Israels“ – und genau das ist das Problem. Ein Informationsdirektor, der sich öffentlich als Freund einer Konfliktpartei bezeichnet und daraus Konsequenzen für die Redaktionsführung ableitet, hat die Grenze zwischen Meinung und Berichterstattung verlassen. Und muss seine Redakteure in der Folge anhalten, sich mitunter unangenehmen Tatsachen zu verweigern, wenn dies der politischen Richtlinie widerspricht. Frei nach dem Motto: Es kann nicht sein, was nicht sein darf.

    Der öffentlich-rechtliche Rundfunk wird aus Beiträgen aller finanziert. Sein Auftrag ist Unabhängigkeit, nicht Gefälligkeit gegenüber staatlichen Leitlinien. Was Hinrichs beschreibt, klingt nach dem Gegenteil.

    #Allemagne #médias #raison_d_état #censure #Israel

  • Falsche Bewegung, 1975, Wim Wenders
    via https://diaspora.psyco.fr/p/12511819

    https://www.deutschlandfunk.de/wim-wenders-zieht-film-falsche-bewegung-vorerst-zurueck-104.html

    Das Drehbuch wurde von Peter Handke auf der Basis von Goethes „Wilhelm Meisters Lehrjahre“ erstellt. - Wikipedia
    https://de.wikipedia.org/wiki/Falsche_Bewegung

    oAnth:

    Wir können, wie das aktuelle Beispiel zu verstehen gibt, davon ausgehen, dass von nun an je nach politisch-ideologischer Großwetterlage oder individueller Befindlichkeit, Bücher, Filme und alle Arten von Kunst zensiert oder dem Publikum vorenthalten werden dürfen - was als ein Warnsignal verstanden werden sollte und es hoch an der Zeit ist, einen Online-Index über „der Öffentlichkeit nicht mehr zugängliche oder zensierte Kunstwerke“ einzurichten.

    Bei Filmen und Werken, die noch zugänglich gehalten werden, wäre es m.E. geboten auszuweisen, inwieweit sie der ursprünglich vom Autor, Regisseur, Künstler freigegebene Version entsprechen, und unter welchen Bedingungen Orginalversionen zugänglich gemacht werden können. Hierzu hieße es auch einen Kommentar mitzugeben, woraus sich die jeweiligen Beweggründe für dgl. Einschränkungen unmissverständlich entnehmen lassen.

    Der Gefahr, dass sich weiße Flecken in der Kulturlandschaft herausbilden, die sich so gut wie von niemandem mehr vermuten lassen, da man es nicht für nötig hielt, zu den zurückgenommenen und nachträglich veränderten Artefakten eine Dokumentation bereit zu stellen, gilt es rechtzeitig zuvor zu kommen, denn die Prozesse des kulturellen Vergessenwerdens und qualitativ mindernden Nivellierens nehmen mit zunehmender Medien- und PR-orientierter Wahrnehmungs- und Verhaltensprägung rasant zu, ein Prozess, der sich bereits jetzt in hohem Maße bei den Entscheidungsträgern der durch den Neoliberalismus geprägten westlichen Hemisphäre in deren medial zugänglichen Äußerungen ablesen lässt und der das gesamte öffentliche Leben qualitativ auszuhölen droht.

    #Kino #Film #Kunst #Literatur #Zensur #Deutschland #CancelCulture #Biografie #Index #Nivellierung

    • cf. l’article chez franceinfo.fr ici :
      https://seenthis.net/messages/1175565

      [...]

      En 2024, dans le média RTL(Nouvelle fenêtre), Nastassja Kinski racontait des souvenirs douloureux de ce tournage « Pourquoi ne l’ont-ils pas filmée autrement ? », se demande-t-elle en racontant qu’elle pleurait après le tournage de cette scène. « Je veux confronter les responsables. Je veux des excuses pour ce qui s’est passé », exige l’actrice d’aujourd’hui 65 ans.

      Elle a tout d’abord tenté de négocier avec le réalisateur, sans l’intermédiaire d’un avocat. Sans succès. L’entourage du cinéaste fait valoir qu’il n’existe aucun droit légal à la suppression de la scène ou à la modification du film. L’avocat de Nastassja Kinski regrette que Wim Wenders soit « intouchable en Allemagne ».

      « Les sensibilités ont changé, nous vivons dans un monde complètement différent de celui d’il y a cinquante ans », a expliqué le 29 mai le réalisateur, alors qu’il recevait le Prix d’honneur de l’Académie allemande du cinéma lors du gala à Berlin.

      [...]

      #cinéma #Art #censure #Allemagne #Culture de l’annulation #biographie #index #nivellement

  • Medicide à Gaza : le rapport CIR révèle la destruction systématique des hôpitaux (2024-2026)
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/spip.php?article4904

    Une enquête en sources ouvertes menée sur deux ans cartographie les frappes, les sièges et la destruction systématique des hôpitaux et des infrastructures de santé à travers Gaza. Le Medicide dans un ghetto coupé du Monde et caché aux journalistes et médias, n’a pas d’égal dans l’Histoire de l’humanité. Le rapport CIR expose la destruction méthodique de tous les grands hôpitaux. Sièges, snipers, bombardements répétés et démolitions systématiques sur Al-Shifa, Nasser et Kamal Adwan… Deux ans d’enquêtes OSINT implacables. Une cartographie qui accuse de destruction systématique des hôpitaux de Gaza. Sièges, snipers, démolitions sur Al-Shifa, Nasser et Kamal Adwan, l’analyse OSINT (ou « Open Source Intelligence ») d’un “medicide” pour extermination. [Lire l’analyse complète →] Grands (…)

    #Grands_événements_:_Gigantisme_de_l’inattendu. #Israël,_Proche-Orient,_droits_de_l’homme,_ONU #USA,_Maison_Blanche,_CIA #Data_-_Données #Palestine #technologie,_drone,_citoyen,_USA,_google,_High_Tech #censure,_presse,_journaux,_dictature,_expressions,_liberté
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/IMG/mp3/medicide_a_gaza_le_rapport_cir_revele_la.mp3

  • « Ils nous interdisent tout » : ces jeunes Russes qui contournent le blocage d’Internet par Poutine - Basta !
    https://basta.media/Jeunes-Russes-qui-contournent-blocage-Internet-Telegram-Whatsapp-par-Poutin

    Une peinture représentant Vladimir Poutine sur fonds rouge, blanc et bleu, dans une rue.
    Une peinture représentant Vladimir Poutine dans une rue de Yalta, en Crimée annexée. ©Fiora Garenzi

    Katia* doit l’admettre, « les coupures d’Internet, il y a un an, personne n’aurait pensé que c’était possible ». La première fois que la vingtenaire a été confrontée à la coupure totale de réseau, elle s’est perdue pour aller chez le dentiste « à l’autre bout de Saint-Pétersbourg ». Un détail, mais qui rappelle dans le quotidien la situation politique, qui est devenue « très dure », souffle Katia. « La vie était plus facile avant. » Par « avant », Katia veut dire avant la guerre lancée par la Russie contre l’Ukraine en 2022. Mais elle préfère ne pas dire le mot en public. En Russie, il est interdit de parler de cette invasion comme d’une guerre. Il faut dire « opération militaire spéciale ».

    Le pouvoir russe, avec Vladimir Poutine à sa tête, a fait voter la loi sur l’Internet « souverain » dès 2019. Celle-ci permet à l’État d’acquérir les moyens d’isoler numériquement la Russie du reste du monde. Les restrictions se sont accentuées depuis l’invasion de l’Ukraine de février 2022. Et encore plus ces derniers mois, où des coupures totales d’Internet ont affecté plusieurs villes russes, officiellement « pour des raisons de sécurité » liées aux attaques de drones ukrainiens.

    #Internet #Russie #Censure

  • Schlapphut-Republik - Der Verfassungsschutz ist ein Instrument im Rechtsruck
    https://www.akweb.de/politik/schlapphut-republik-verfassungsschutz-spitzel-bremen-rechtsruck-extremismusthe

    A propos de la transoirmation de l’Allemagne dans une société en état de guerre sous un régime d’extrême droite

    19.5 2026 |von Interventionistische Linke Bremen - Acht Jahre lang hat uns der Verfassungsschutz von einem V-Mann in unseren Reihen bespitzeln lassen – und große Teile der Bremer Stadtgesellschaft gleich mit. Die Rechtfertigung für diese krasse Form autoritärer Überwachung und psychischer Gewalt: Wir, die Bremer Ortsgruppe der Interventionistischen Linken (IL), sollen »extremistisch« sein. Seit der Enttarnung des Spitzels im Januar dieses Jahres führt die Bremer CDU eine rechte Kampagne gegen alles Linke in der Stadt. Darunter sind Anwält*innen, der Kulturort Kukoon, die Linkspartei und einer ihrer Mitarbeiter – unterstützt vom Spiegel und lokalen Medien. Die Aufdeckung jahrelanger staatlicher Bespitzelung wurde so erfolgreich zu einer Debatte um »Linksextremismus« gemacht.

    Der Fall reiht sich in einen Trend ein: Immer wieder schieben Behörden zur Rechtfertigung von autoritären Maßnahmen die Bekämpfung von »Extremismus« vor, wenn es unbequeme linke Gruppen oder einfach die Zivilgesellschaft trifft. Einschüchterung, Repression und Zensur treffen linke und migrantische Gruppen, dieser Tage allen voran die Palästina-Solidaritätsbewegung. Dem Iraner Danial Bamdadi wird die Einbürgerung verweigert, weil er sich bei der IG Metall antifaschistisch engagiert und der Verfassungsschutz ihm deshalb eine Nähe zum »Linksextremismus« attestiert. Hamburg führt voraussichtlich noch dieses Jahr standardmäßig Berufsverbote im öffentlichen Dienst für »Extremist*innen« ein. Das Bundesamt für Familie und zivilgesellschaftliche Aufgaben (BAFzA) führt eine Extremismusklausel ein, die Projekte, wie »Demokratie leben« verpflichtet, sicherzustellen, dass »extremistische« Strukturen weder materiell noch ideell unterstützt werden. Die aktuelle Reform des Baurechts ermöglicht staatliche Eingriffe in Immobilienkäufe, wenn die Käufer*innen beim Verfassungsschutz unter Verdacht stehen. Was neu ist: Es geraten zunehmend nicht mehr »nur« migrantische und linksradikale Akteur*innen, sondern weite Teile der progressiven, sozial- und bildungspolitischen Zivilgesellschaft in das Fadenkreuz staatlicher Repression. Wir erinnern uns an die »551 Fragen« in einer parlamentarischen Anfrage der CDU 2025, mit denen zivilgesellschaftliche Organisationen eingeschüchtert werden sollten.
    Extrem bedenklich

    All diese autoritären Vorstöße teilen eine ideologische Legitimationsgrundlage: die Extremismustheorie. Eine breit geteilte Kritik an ihr ist Voraussetzung, damit Bündnisse, die über die radikale Linke hinausreichen, bestehen können. Ausgangspunkt dessen, was als extremistisch gilt, ist in der Extremismustheorie nicht ein klar bestimmbarer demokratischer Maßstab, sondern die jeweils herrschende »Mitte« – also jene politische Selbstbeschreibung, die sich selbst als vernünftig, legitim und demokratisch setzt. Extrem ist in dieser Logik, wer von dieser Mitte zu weit abweicht. Die »Mitte« ist keine stabile oder normativ eindeutige Kategorie, sondern historisch und politisch verschiebbar. Was gestern noch als unsagbar, radikal oder randständig galt, kann morgen bereits zum Konsens der politischen Mitte gehören.

    Wer auf öffentliche Gelder angewiesen ist, wird vorsichtiger, leiser, angepasster.

    Entscheidend ist dabei nicht, welche gesellschaftlichen Verhältnisse kritisiert oder verteidigt werden, sondern allein die behauptete Distanz zur »Mitte«. Genau dadurch setzt die Extremismustheorie linke Kritik an Herrschaft, Ausbeutung und struktureller Gewalt mit rechter, rassistischer und autoritärer Gewalt gleich. Die Mitte spricht sich dadurch selbst frei und schreibt sich Objektivität und Rationalität zu. Menschenfeindliche Ideologien finden sich aber nicht nur an den sogenannten Rändern, sondern mitten in der Gesellschaft. Und historisch wurde auch der Faschismus nicht von außen gegen das Bürgertum durchgesetzt, sondern von ihm mitgetragen.

    Das Extremismusnarrativ bleibt nicht bloß Theorie. Staatliche Autorität erhält es vor allem durch den Inlandsgeheimdienst Verfassungsschutz. Mit seinen Berichten, Einschätzungen und Beobachtungen bestimmt er, welche gesellschaftlichen Akteur*innen, Strömungen und Organisationen als legitimer Teil politischer Auseinandersetzung gelten – und welche als extremistisch markiert werden. Der Geheimdienst beschreibt das politische Feld nicht, er ordnet es. Seit seiner Gründung richtet der Verfassungsschutz dieses vermeintlich symmetrische Extremismussystem vor allem gegen Linke – während Rechte mindestens verharmlost wurden. In den ersten Jahrzehnten nach dem Zweiten Weltkrieg verbanden sich NS-Kontinuitäten im Apparat mit dem Antikommunismus des Kalten Krieges: Ehemalige NSDAP-Kader und Gestapo-Mitarbeiter wirkten im Dienst mit, während Linke, Gewerkschafter*innen und Antifaschist*innen überwacht, verfolgt oder mit Berufsverboten aus dem Staatsdienst gedrängt wurden. Nach 1990 setzte sich diese Linie fort: Die Terrorgefahr von rechts wurde kleingeredet, während V-Leute des Verfassungsschutzes den NSU mit aufbauten und förderten; gleichzeitig tauchte selbst die Linkspartei bis heute immer wieder in Verfassungsschutzberichten auf.

    Das gilt bis in die Gegenwart. Im aktuellen Rechtsruck erhält der Verfassungsschutz eine wachsende Rolle bei der staatlichen Disziplinierung linker und progressiver Akteur*innen. Um den Rechtsruck abzusichern, versucht die Merz-CDU Schritt für Schritt, den Einfluss aller weitestgehend progressiver Akteur*innen durch Extremismusklauseln und Gesinnungsprüfungen einzuschränken. Das verändert die Arbeit vieler Projekte schon vor jedem offiziellen Verbot oder Förderentzug. Wer auf öffentliche Gelder angewiesen ist, wird vorsichtiger, leiser, angepasster. Kritik an Regierungspolitik wird zum Existenzrisiko. Dem Geheimdienst, der im Verborgenen arbeitet und demokratisch nicht kontrollierbar ist, wird dabei eine enorme Macht übertragen. Er entscheidet faktisch über die Mittelvergabe an Projekte mit, ohne seine Einschätzungen öffentlich begründen zu müssen. Genau darin liegt die autoritäre Qualität dieser Entwicklung.
    Wen beißen die Hunde?

    Wenn Demokratieprojekte und zivilgesellschaftliche Organisationen sich in vorauseilendem Gehorsam der Gesinnungsprüfung eines politisch agierenden Geheimdienstes anpassen, verlieren sie ihren Zweck und Begriffe wie »Demokratie« verkommen zu einer leeren Hülle im Sinne eines autoritärer werdenden Systems. Es geht uns auch nicht darum, Demokratieprojekte als solche zu retten, sondern darum, zu ringen, dass sie zu einer unbequemen, kritischen und progressiven Zivilgesellschaft beitragen. Wenn niemand mehr links von ihnen übrig ist, sind sie die Nächsten, die in ihrer Arbeit eingeschränkt oder komplett aufgekündigt werden.

    Niemand sollte sich in die Rolle drängen lassen, die eigene Harmlosigkeit beweisen zu müssen. Nötig ist eine offensive Kritik: an der Gleichsetzung von links und rechts, an der Konstruktion einer angeblich neutralen Mitte und daran, dass linke Politik durch den Extremismusverdacht delegitimiert wird. Eine linke Antwort muss deshalb darin bestehen, diesen Rahmen kollektiv zu verweigern. Anstatt zu erklären, warum wir nicht in das Bild des »Extremismus« passen, das andere von uns zeichnen, sollte sichtbar werden, wozu dieses Bild dient. Es soll die radikale Linke isolieren, progressive Akteur*innen disziplinieren und die gesamte Linke spalten.

    Es ist bereits Realität, dass fördermittelabhängige Projekte um ihre Existenz kämpfen. Wenn solche Kämpfe unabhängig voneinander und nur vereinzelt geführt werden, ist dies aussichtslos. Die Gegenwehr muss miteinander koordiniert und gemeinsam aufgestellt werden. Es braucht ein großes Bündnis aus all denen, die gerade durch Extremismusverdacht angegriffen werden. Damit meinen wir etwa Kulturorte, Buchläden, Demokratieprojekte, NGOs und die radikale Linke. In diesem Bündnis braucht es weniger abstrakte Bekenntnisse zur Demokratie und mehr konkrete Auseinandersetzung um die Bedingungen politischer Arbeit. Jetzt ist das Zeitfenster, sich gegen Extremismusklauseln und Gesinnungsprüfung zu wehren.

    Interventionistische Linke Bremen ist eine Ortsgruppe der bundesweit aktiven Interventionistischen Linken.

    #Allemagne #politique #services_secrets #répresdion #censure

  • Une victoire de Mélenchon en 2027 : une révolution dans le système ?
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/spip.php?article4864

    Présidentielle 2027 : Jean-Luc Mélenchon s’engage dans son quatrième pari. Après 2012, 2017 et 2022, le fondateur de La France Insoumise lance sa nouvelle campagne présidentielle. Fort des succès locaux de 2026 et d’un socle électoral consolidé, il entend s’imposer comme le candidat naturel de la rupture. Décryptage d’une stratégie qui vise à la fois l’unité populaire et le dépassement des cadres traditionnels de la gauche. #nationale,_fait_politique,_une_et_première_page,_médias,_actualité,_pays,_france,_afrique,_maghreb

    / #UE_-_Union_Européenne, #Socialisme,_Amérique_Latine,_Chine,_marxisme,_égalité,_pauvreté,_justice,_sociale, #France_justice_politique_scandale_PS_PCF, censure, presse, journaux, dictature, expressions, liberté

    #censure,_presse,_journaux,_dictature,_expressions,_liberté
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/IMG/mp3/une_victoire_de_melenchon_en_2027_une_revolution_dans_le_systeme.mp3

  • Developer of #VeraCrypt #encryption #software says #Windows users may face boot-up issues after #Microsoft locked his account
    https://techcrunch.com/2026/04/08/veracrypt-encryption-software-windows-microsoft-lock-boot-issues

    The developer of the popular file encryption software VeraCrypt says #Microsoft has blocked access to the account he used for sending updates to Windows users, and warned that anyone who encrypts their #PCs with his software may soon face issues accessing their #computers.

    #Mounir_Idrassi

  • En France, Rima Hassan subit le Lawfare parce que militante de gauche
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/spip.php?article4838

    Rima Hassan : Anatomie d’un acharnement judiciaire LE CHIFFRE | 13/16. C’est le nombre de procédures visant l’eurodéputée déjà classées sans suite. Un bilan qui interroge sur la pertinence des accusations d’« apologie du terrorisme » multipliées contre elle. L’ENQUÊTE | Alors qu’elle doit comparaître le 7 juillet prochain, Populi-Scoop revient sur la mécanique du lawfare à la française. Qui sont les organisations derrière ces plaintes ? Comment le pouvoir exécutif et des lobbies liés à des intérêts étrangers coordonnent-ils cette stratégie de l’épuisement ? PORTRAIT | De la boue du camp de réfugiés d’Alep aux bancs du Parlement européen, récit d’une trajectoire hors-norme que ni l’isolement dans les prisons israéliennes, ni les gardes à vue à Paris ne semblent pouvoir dévier. [Lire la (…)

    #Politique,France,_francophonie,_Algérie,_Maroc,_Tunisie,_Afrique,_monde_arabe,_vie_politique,_nation,_nationale, #fait_divers,_société,_fléau,_délinquance,_religion #facebook,twitter,_google+ #France_justice_politique_scandale_PS_PCF #Netanyahou,_Israël #censure,_presse,_journaux,_dictature,_expressions,_liberté #immigration,_High-Tech,_recrutement,_Web,_Internet

  • Rima Hassan et la génération Palestine
    Chronique d’Emilie Nicolas | 1 avril 2026 | Le Devoir
    Anthropologue, l’autrice est chroniqueuse au Devoir, à Radio-Canada et à CBC.
    https://www.ledevoir.com/opinion/chroniques/968822/rima-hassan-generation-palestine

    En novembre 2024, la rapporteuse spéciale de l’ONU sur la situation des droits de l’homme dans les territoires palestiniens occupés depuis 1967, Francesca Albanese, entame une visite au Canada. Elle doit donner une série de conférences dans les universités, en plus de rencontrer des groupes de défense des droits en privé. B’nai Brith lance une campagne de dénonciation de sa venue au pays. Selon le groupe de pression pro-israélien, Albanese « défend des groupes terroristes responsables de la mort de Canadiens et d’Israéliens », et endosse « l’antisémitisme et la violence ». B’nai Brith met donc de la pression sur la direction de chacune des universités où elle doit prendre la parole pour tenter — sans succès — de faire annuler ses prises de parole. Le groupe en profite, sur ses réseaux sociaux, pour « presser le gouvernement d’empêcher les orateurs pro-terreur et antisémites d’entrer au Canada, et de reconsidérer le rôle du Canada à l’ONU, étant donné le rôle d’agences comme l’UNRWA qui encouragent l’antisémitisme ».

    J’ai eu l’occasion de rencontrer Francesca Albanese en privé à Montréal en novembre 2024. Je vous annonce formellement aujourd’hui les conclusions de mon enquête : elle ne mord pas. Assez de gens hautement plus qualifiés que moi en sont venus à la même conclusion, si bien qu’elle est pressentie pour un prix Nobel de la paix.

    Vendredi dernier, B’nai Brith célèbre. L’eurodéputée française Rima Hassan est empêchée d’entrer au Canada, après que des « informations » ont été fournies à l’agence frontalière par le groupe. Il met aussi de la pression sur l’Université Concordia pour faire annuler une conférence qui doit se tenir en virtuel, car « le Canada n’est pas une plateforme pour ceux qui justifient le terrorisme et glorifient la violence ». Or, Rima Hassan, pas plus que Francesca Albanese, ne fait l’objet d’aucun procès ou d’aucune condamnation en justice qui viendrait appuyer la grave nature des accusations lancées. Il lui est arrivé, à propos du Hamas, d’avancer que les peuples colonisés ont droit à la résistance en droit international, tout en condamnant les prises d’otages et les attaques contre les civils du 7 octobre 2023.

    À titre de chroniqueuse, j’ai été invitée à participer à un panel, mardi soir, à la suite d’une allocution que Rima Hassan a dû tenir en virtuel, sur les résistances contre l’extrême droite et le fascisme. Et nous nous sommes entretenues au téléphone pendant plus d’une heure, mardi matin. Vite comme ça, les conclusions de cette deuxième enquête, c’est que Rima Hassan ne mord pas non plus. (...)

    • Honte à la justice française qui cède aux génocidaires ! La loi Yadan n’a pas été votée mais elle s’applique déjà.

      Le député * Matthias Renault [ RN, énarque et ancien magistrat financier ] annonce saisir la procureure de la République de Paris après une publication de l’eurodéputée LFI Rima Hassan évoquant Kōzō Okamoto, membre de l’Armée rouge japonaise impliqué dans l’attentat de l’aéroport de Lod en 1972. Dans un message publié sur X, Rima Hassan citait Okamoto :
      « J’ai consacré ma jeunesse à la cause palestinienne. Tant qu’il y aura oppression, la résistance ne sera pas seulement un droit, mais un devoir. »
      Or Kōzō Okamoto est l’un des auteurs de l’attaque terroriste menée le 30 mai 1972 à l’aéroport de Lod (aujourd’hui Ben Gourion), qui a fait 26 morts et plus de 80 blessés parmi les civils.
      Dans son courrier adressé au parquet de Paris, le député [ RN ] estime que cette publication pourrait relever de l’article 421-2-5 du code pénal, qui sanctionne l’apologie publique d’actes de terrorisme, notamment lorsqu’elle est diffusée en ligne.
      📌La justice devra désormais déterminer si la publication constitue une simple citation dans un contexte politique ou une valorisation d’un auteur d’attentat terroriste.

      https://x.com/SlMONWEINBERG/status/2037553432651759893

      « Soutien à Rima Hassan. Dans son tweet, elle a simplement partagé une citation de Kōzō Okamoto. Elle n’a pas glorifié ou soutenu des actes dont il pourrait être l’auteur.
      Pendant ce temps, ceux qui soutiennent à longueur de plateaux télés le génocide à Gaza ne sont pas inquiétés. »Camille @K1000Journalist

      * Prise de positions dudit personnage :

      En janvier 2025, à la suite d’une enquête évoquant un monopole de certification halal au profit de la Grande mosquée de Paris pour des exportations vers l’Algérie, il adresse un signalement à la procureure de la République de Paris. Il s’interroge sur l’attribution d’un opérateur unique et qualifie le mécanisme de droit de douane « de fait » imposé aux exportateurs, obligatoire et payant. Il estime qu’un tel montage pourrait relever de l’extorsion et souligne la dimension de souveraineté et de sécurité liée aux circuits de financement.

      En juillet 2025, dans le cadre de la polémique liée à des messages antisémites attribués à une étudiante gazaouie accueillie en France, il interpelle les autorités sur les procédures de sélection et de « criblage » avant entrée sur le territoire. Il questionne explicitement les protocoles de sécurité ayant permis l’arrivée de la jeune femme, l’affaire conduisant le ministre des Affaires étrangères, Jean-Noël Barrot, à reconnaître une défaillance et à annoncer une enquête interne.

      En novembre 2025, en écho aux manifestations au Royaume-Uni, il affiche un drapeau français à la fenêtre son bureau de l’Assemblée nationale, ce qui suscite des discussions internes sur les règles applicables et la conduite à tenir. Le député revendique un geste de nature patriotique, tandis que l’administration de l’Assemblée « tergiverse » sur la réponse à apporter. L’épisode est présenté comme un différend de protocole et de symboles au sein de l’institution.

      En janvier 2026, il signe un amendement contre le financement par le contribuable de « structures idéologiques et militantes » citant en exemple les Rencontres trans musicales qui seraient un festival de musique d’artistes transgenres, alors que ce n’est pas le cas, et lui vaut d’être moqué dans plusieurs médias.https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-depute-rn-matthias-renault-verse-dans-le-ridicule-en-essayant-d-at

    • https://www.franceinfo.fr/politique/la-france-insoumise/l-eurodeputee-lfi-rima-hassan-placee-en-garde-a-vue-pour-apologie-du-terr

      Lors de cette garde à vue, une petite quantité de drogue de synthèse a été découverte dans le sac de l’eurodéputée, rapporte par ailleurs à franceinfo une source proche du dossier. Selon cette même source, Rima Hassan a expliqué aux enquêteurs avoir acheté du CBD à Bruxelles, et que la drogue lui avait été donnée à son insu. Sa garde à vue a été étendue aux faits de « transport », « détention », « usage de stupéfiants » et « refus de se soumettre aux relevés signalétiques ».

    • Régis de Castelnau :

      Coucou les amis magistrats !
      Eh bien dites donc, quand il s’agit de faire plaisir à Netanyahu et Ben Gvir, vous faites progresser la jurisprudence. Voilà que le procureur fait mettre en garde à vue une parlementaire sans respecter son immunité issue de la Constitution. Et ce sur un signalement d’un député du RN devenu le petit télégraphiste zélé des génocidaires israéliens. On imagine que pour le remercier, Ben Gvir va lui offrir le pin’s avec le nœud coulant.
      Alors on convoque Rima Hassan, qui commet l’erreur de se rendre à la convocation, on fouille son sac (!!!!!!) et on prétend y avoir trouvé de la drogue. Et on prévient la presse. Astuce ! Comme ça on prétend qu’il y a un flagrant délit et que l’immunité parlementaire ne fonctionne pas. Décidément vous êtes créatifs quand il s’agit de complaire à Netanyahu.
      Jusqu’où allez-vous déshonorer ?

      https://x.com/R_DeCastelnau/status/2039723747750363282

    • Rima Hassan. @RimaHas
      12:40 AM · 3 avr. 2026
      https://x.com/RimaHas/status/2039835443722645981

      Je réserve l’ensemble de mes déclarations à la conférence de presse que mon avocat et moi tiendrons demain après-midi.

      Pendant toute la journée, sur la base de fuites illégales, j’ai dû subir des accusations m’imputant la possession de plusieurs drogues. Ces accusations sont totalement fausses : seule la présence de CBD a été constatée parmi mes effets personnels, ce qui est parfaitement légal et que j’utilise à des fins médicales.

      Mon avocat engagera des poursuites pour diffamation contre toute personne ayant propagé ou relayé ces fausses rumeurs.

    • Rima Hassan :

      Quelques éléments importants avant la conférence de presse de 17h :

      • C’est toutes les procédures pour lesquelles j’ai été auditionnée jusqu’à présent en audition libre qui ont été classées sans suite, 13 sur 16 au total en grande majorité des plaintes déposées par le lobby pro israélien en France ciblant mes opinions politiques sur le génocide à Gaza et la Palestine. (Plainte de Bellamy classée, appel au soulèvement à Sciences po classée, légitimité de la lutte armée à Gaza et sur l’action du Hamas classée et toutes les autres qui s’y assimilent 13 sur 16 donc ).

      • Sur les 3 procédures restantes encore ouvertes
      – celle d’hier sur la citation de Kozo Okamoto qui donnera lieu à une audience le 7 juillet ✌️
      – et les 2 auditions de ce matin (sur le one by one de l’article faisant référence aux activités du Hamas contre les milices affiliées à l’Etat islamique soutenues et financées par Israël à Gaza, plainte là aussi déposée par l’organisation juive européenne OJE et l’organisation juive française OJF, puis une plainte déposée par le collectif d’extrême droite Némésis pour un post en collab d’un collectif étudiant qui dans sa publication a relayé un tag ciblant Némésis , post qui a été supprimé par ce même collectif étudiant le même jour à ma demande).

      • Enfin sur la question de la drogue, j’avais sur moi du CBD hier en me rendant à ma garde à vue utilisé à des fins médicales, sur les 2 CBD que j’avais l’un a été testé conforme à ce qui se vend légalement, et le deuxième selon les enquêteurs contenait des traces de drogue de synthèse qui aurait été ajoutée à la résine de CBD, jai fait savoir où j’avais acheté légalement ce CBD. Des vérifications sont simplement en cours sur l’origine de ce CBD pour corroborer mes déclarations. J’ai aussi effectué un test urinaire qui a confirmé la seule présence de faible trace de THC dû à la consommation du CBD ce qui a été confirmé par le médecin. Toutes les informations qui font référence à la détention de drogues sont fausses et ont été sciemment relayées dans le seul but de me nuire dans le cadre des procédures dont je fais l’objet et je me réserve la possibilité d’engager des poursuites en ce sens.

      Merci pour tous les mots de soutien et de solidarité.

      https://x.com/RimaHas/status/2040020134287282629

    • Dans l’extrait, [ où intervient le minable Paul Larrouturu ] on comprend bien que le journaliste a imaginé sa séquence et cherche LA phrase. Peut être même que ça l’arrange que R. Hassan l’ai renvoyé à l’audience du 7 juillet, ça permet de dire dans son reportage « elle n’a pas voulu répondre ».

      Il ne porte que peut d’intérêt au fond de l’affaire, à savoir, est ce que c’est de « l’apologie du terrorisme » de citer le responsable d’un attentat dans un tweet (vrai question, intéressante, qui en plus aura permis de parler de cette histoire méconnue de Kozo Okamoto)

      Autre moment tendu : l’échange avec un journaliste de BFM qui défend la couverture de sa chaîne télé alors qu’on lui dit qu’elle a diffusé des fake news et a contribué à l’acharnement médiatique injustifié de Rima Hassan.

      C’est pas tout à fait la même dynamique : un journaliste se sent obligée de portée secours au média qui l’embauche. Alors que la vraie question c’est : BFM a été en boucle sur cette affaire, quitte à raconter de la D, parce que c’est son fond de commerce / son modèle économique.

      Tout ça c’est pas nouveau. Ce qui l’est, c’est que des différences de manière de travailler / de déontologie ont été exposées de manière crue, en public et en direct. Pour moi c’est hyper positif :
      Pour une fois, les journalistes ont montré autre chose qu’une petite corporation bourgeoise/parisienne qui se soutien coûte que coûte (j’exagère à peine).

      Les médias, les journalistes, n’ont pas la même ligne éditoriale, ne répondent pas aux mêmes exigences, ne sont pas soumis aux mêmes pressions et impératifs économiques.

      Ça veut pas dire qu’il y d’un côté les bons et de l’autre les mauvais, ça veut dire que « les journalistes » ou « les médias » ça veut pas dire grand chose, que c’est pas un ensemble homogène. Et vu la défiance (méritée) envers nous, ce genre d’épisode permet de montrer tout ça.

      Bref, force à la journaliste Khadija Toufik, soutenez la presse indépendante !
      https://x.com/Theo_Bouh/status/2040150406441914548

    • Quand sa consœur Khadija Toufik qui risque sa vie sur le terrain l’interpelle sur le génocide perpétré par Netanyahou, Paul Larrouturou la prend de haut et affiche un sourire insolent. C’est vrai qu’il y a de quoi se marrer...

      Paul Larrouturou m’a demandé, de façon arrogante, « qui je suis » lorsque je l’ai interpellé sur le génocide à Gaza, alors qu’il posait les mauvaises questions à Rima Hassan. Je suis grande reporter indépendante de terrain. J’ai couvert les crimes israéliens en Palestine et je n’ai pas vu grand monde en Cisjordanie occupée, qui est pourtant accessible contrairement à Gaza. Les grands médias doivent se remettre en question et poser les bonnes questions.
      Pourquoi personne n’évoque le terrorisme de Benyamin Netanyahou, recherché par la CPI pour crimes de guerre et crimes contre l’humanité dans un contexte d’occupation illégale au regard du droit international ? C’est tout le sujet aujourd’hui ! Les médias ont une responsabilité ! Khadija Toufik

    • « C’est ce qu’on appelle une masterclass : bravo !

      Avec l’usage pervers de la parole, il faut toujours être clair comme le fait le député ici. »
      https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=icSZ2jf-pbs

      Franceinfo m’invite pour parler des dépendances de nos armées vis-à-vis de l’étranger.
      Je me retrouve à commenter la garde à vue de #RimaHassan, juste après un conseiller municipal LR présenté comme « politologue ».
      Le service public mérite mieux que ce propagandisme à la CNEWS.

      Le recadrage ferme et salutaire au tout début de la vidéo de 00:00 à 02:01 ! Excellente remise en place du service public !

    • Même la barbouzerie demande du professionnalisme. C’est pourquoi il faut remercier l’amateurisme du cabinet du ministre de la Justice dont le porte-parole a téléphoné de tous côtés pour commenter le déroulement de la garde à vue de Rima Hassan. « Le Canard enchaîné » l’a entendu ! Peut-être le conseiller bavard en lisait-il le déroulement grâce à un code d’accès sur le matériel de ceux qui sur place en relevaient le contenu. Je dis sans doute. Car je n’ai pas pu le voir moi-même, quoique j’habite le quartier du commissariat où Rima Hassan a été détenue. Mais j’ai été très sensible au message sicilien que cette proximité m’adressait peut-être. J’ai dit : peut-être. Tout avait été calculé aux petits oignons par monsieur Nuñez et ses potes au ministère de la Justice. Peut-être, aussi. Patatras ! L’ivresse de l’action, le flot de l’adrénaline et hop, le dérapage ! On aurait trouvé de la drogue dans le sac de Rima ! De la drogue ! Rima Hassan « pro terroriste et camée » comme dit le subtil David Lisnard pour l’insulter sans vergogne, tout président de l’Association des maires de France qu’il est censé être encore. « Des maires » peut-être, mais pas de tous puisqu’il n’a pas eu le temps ni le réflexe de prendre contact avec ses collègues de la Seine-Saint-Denis grossièrement insultés par l’officialité médiatique. Mais revenons au sujet. Bien sûr, il n’y avait pas de drogue ni rien qui y ressemble dans le sac de Rima. Seulement un produit légal à usage médical dont Rima a aussitôt donné la facture et la carte de visite du lieu d’achat. Mais d’ailleurs imagine-t-on sérieusement qu’une personne se droguant viendrait au commissariat avec ses produits le jour d’une garde à vue ? Donc pas de drogue. Mais grâce à la fuite organisée au ministère et au circuit barbouzard de diffusion de « l’information » ce fut un déchaînement. Tous les rigolos de la presse audiovisuelle et leurs compères abrutis de haine anti-insoumise dans la presse écrite régionale se sont lâchés. Habitués à recopier les infos données par la police moyennant on ne sait quoi, ils n’ont rien vérifié, rien discuté. Bilan pour tous ces pieds nickelés : l’Arcom est saisie et les plaintes pleuvent sur les auteurs des articles diffamatoires. Il fallait en voir plus d’un se tortiller sur les plateaux de télé pour diminuer leur responsabilité et combien de chaînes de télé continuer d’afficher des bandeaux ambigus pour créer de la confusion. Quant au barbouze du ministère, c’est une première : l’inspection générale lui tombe dessus. Sans précèdent : une enquête pour un viol du secret de l’instruction. Nous savons à quel point c’est incroyable vu comment ont été traitées plus d’une d’entre nous dans des conditions identiques. La justice n’a jamais ni poursuivi une seule personne responsable de ce délit ni puni une seule fuite. Personnellement, je suis convaincu que personne ne le sera, comme d’habitude. Ce sera parfait car le ridicule dans toute cette affaire est promis à se montrer bientôt encore plus crûment.

      Je mets à la suite de ce post le relevé des « affaires » déclenchées contre Rima Hassan. Et les non-lieux qui vont avec. Treize sur seize ! Et quoique le déclenchement vienne des mêmes personnes, jamais une sanction pour abus de recours comme d’autres parmi nous en ont connu. On va voir la suite. Ni la justice ni la police ne sont acquises de la cave au grenier aux manipulateurs de tout ce harcèlement. Rappelons-le : les informations sur les manquements dans l’affaire de Lyon sont venues de la police elle-même. Les non-lieux rendus à propos des mises en cause de Rima Hassan sont des décisions de justice prises par des juges. Il ne faut pas désespérer de notre pays. Mais plus vite viendra la libération, mieux ce sera. Rendez-vous en 2027.

      L’affaire « barbouze contre Rima Hassan » ne fait que commencer. On peut promettre ici d’autres épisodes savoureux.

      Et nous n’oublions pas l’affaire de Lyon où police, justice et médias se sont bien tenus par la barbichette pour produire un récit sans rapport avec les faits. Ils ont manqué à tous leurs devoirs en laissant faire le jour de la rixe à laquelle participait Quentin Deranque et dont il est mort. Tout cela pour pouvoir coller à Rima une responsabilité dont les barbouzes savaient de façon documentée qu’elle était innocente. Et cela alors que le même ministère et celui de l’Intérieur connaissaient minute par minute la situation. Et même la photographiait. Et n’ont pas apporté assistance à personne en danger. Vous allez voir, chers lecteurs, comme la suite va être intéressante dans ce domaine aussi !

      Encore une histoire de pieds nickelés macronistes. « Non à la loi Yadan » ! Une pétition utile collecte les signatures sur le site de l’Assemblée nationale. Plus de six cent mille personnes ont déjà signé. Il s’agit de contrer le vote de la proposition de loi présentée par madame Yadan, députée des Français de l’étranger. Son texte vise à rendre obligatoire l’approbation de la politique du gouvernement israélien en assimilant toute critique de celui-ci à de l’antisémitisme. Ce texte devait être voté à la sauvette par une modification de l’ordre du jour de l’Assemblée jeudi dernier. Ce coup tordu a été démasqué par Mathilde Panot, la présidente du groupe parlementaire insoumis. En effet Yadan avait envoyé un mail à divers « amis » pour qu’ils soient présents le jour du vote alors même que celui-ci n’avait été ni décidé ni même demandé ! Le lièvre étant levé, nul ne peut plus l’arrêter. La loi a bénéficié de la conjonction de plusieurs composants caractéristiques du moment. D’abord l’indignation de savoir que quelqu’un pouvait manipuler l’ordre du jour de l’Assemblée de la veille pour le lendemain. Ensuite le dégoût suscité par la loi sur la peine de mort pour les résistants palestiniens en Israël. Enfin la nouvelle vague de crimes de guerre au Liban.

      En effet et pour ne citer que cela, il faut dire combien, au lendemain du vote de la loi raciste de la Knesset (Chambre parlementaire en Israël) sur la peine de mort réservée aux Palestiniens, nombre de parlementaires commencent à prendre la mesure de ce que représente moralement et politiquement le « soutien inconditionnel » que la loi Yadan rendrait obligatoire. Beaucoup ont déjà regretté publiquement même leur conduite passée sur le sujet et reconnu le génocide. On a vu récemment de hauts décideurs socialistes dénoncer le génocide et les autres crimes de guerre de l’armée de Netanyahu comme un tout. C’est le cas d’Olivier Faure pour ne citer que la figure du repenti la plus spectaculaire. Je crois que cette fois-ci beaucoup vont encore changer de camp. Certes leur sincérité est voisine de zéro et leur opportunisme au top niveau. Peu importe. Ce qui compte, c’est le résultat. C’est-à-dire l’isolement croissant du gouvernement Netanyahu devenu désormais quasi absolu en France. Par exemple, le groupe socialiste a retourné sa veste et décidé de ne pas voter la loi. Cela même si Guedj, Hollande et Grégoire étaient ses premiers signataires et le restent. En tous cas le texte de la pétition expose avec une grande clarté les raisons rationnelles de la signer.

      « Ce projet de loi, porté par Caroline Yadan, prétend lutter contre de nouvelles formes d’antisémitisme.

      Cependant, lorsque l’on lit l’exposé des motifs, on remarque un amalgame entre l’antisémitisme et la critique d’Israël (antisionisme). On peut lire par exemple : « Cette haine de l’État d’Israël est aujourd’hui consubstantielle à la haine des Juifs. L’appel à la destruction de cet État, parce qu’il forme un collectif de citoyens juifs, est une manière détournée de s’attaquer à la communauté juive dans son ensemble. »

      Cet amalgame opéré par Caroline Yadan n’est pas innocent. En effet, en 2025, un tribunal correctionnel a relaxé une personne accusée d’antisémitisme pour avoir soutenu la cause palestinienne. Ce même tribunal a énoncé : “La référence à Israël ou au sionisme, défini comme un mouvement politique et religieux visant à l’établissement puis à la consolidation d’un État juif en Palestine, ne peut, à elle seule, être interprétée comme visant la communauté juive dans son ensemble”.

      On peut donc craindre que ce projet de loi ne cherche à contrer ces relaxes et à obliger les juges à opérer cet amalgame entre antisémitisme et antisionisme afin de faire taire toute critique contre Israël.

      Cet amalgame est scandaleux pour trois raisons :

      – Il représente un réel danger pour la liberté d’expression, en muselant tout soutien à la cause palestinienne. Si ce projet de loi devait être voté, des slogans pacifistes comme « l’égalité et la liberté pour tous de la mer au Jourdain » pourraient faire l’objet de condamnations judiciaires. Le travail des journalistes et des chercheurs.e.s pourrait également s’en retrouver censuré.

      – Il appuie indirectement la colonisation de la Palestine par Israël, illégale au regard du droit international.

      – Il dessert la lutte contre l’antisémitisme en assimilant les Juives et les Juifs à la politique de Benjamin Netanyahou alors que nombre d’entre elleux critiquent ouvertement (et à juste titre) cette politique mortifère.

      Oui, il faut lutter contre l’antisémitisme de toutes nos forces, comme contre toutes les autres discriminations. Mais pas en muselant la liberté d’expression ni en assimilant la communauté juive à la politique de Benjamin Netanyahou.

      https://melenchon.fr/2026/04/10/meme-la-barbouzerie-demande-du-professionnalisme

    • https://www.acrimed.org/Rima-Hassan-et-la-drogue-fiasco-mediatique

      Jeudi 2 avril 2026, trop pressées de taper sur l’une de leurs cibles favorites, de nombreuses rédactions ont propagé des fausses informations à propos de la garde à vue de la députée européenne LFI Rima Hassan, distillées au goutte-à-goutte et en direct par leurs sources policières. Ce naufrage médiatique illustre à merveille la dynamique du journalisme de préfecture, enclenchée par des services « police-justice » n’ayant aucun mal à fouler au pied les principes élémentaires du journalisme, pour peu que leur source fût la police.

  • « Nous, journalistes pigistes et de médias indépendants, nous nous désolidarisons de la couverture médiatique de la guerre au Moyen-Orient » - Acrimed | Action Critique Médias
    https://www.acrimed.org/Nous-journalistes-pigistes-et-de-medias

    "Nous ne comprenons pas les choix éditoriaux concernant les invité·es convié·es à commenter ces événements. Trop souvent, les plateaux sont occupés par des intervenant·es insuffisamment qualifié·es pour analyser des situations d’une telle complexité. Couvrir ces conflits exige pourtant une connaissance fine du terrain, une maîtrise des contextes historiques et une capacité à mobiliser des analyses géopolitiques rigoureuses. Nous dénonçons également un manque criant de pluralisme. Les prises de parole de représentants israéliens sont fréquentes, parfois hégémoniques, alors même que le chef du gouvernement fait l’objet d’un mandat d’arrêt international. Dans le même temps, les représentants politiques des autres parties impliquées sont marginalisés, disqualifiés ou absents des (…)

    #journalisme

  • Kontosperrung in Deutschland, weil ich als Russland-Korrespondent in einem „Hochrisikoland“ lebe
    https://overton-magazin.de/top-story/kontosperrung-in-deutschland-weil-ich-als-russland-korrespondent-in-

    Ulrich Heyden. Bild : eigenes Foto

    Il est désormais impossible de lire des nouvelles de Russie de souce indépendante et assez fiable. On prive de compte en banque les journalistes de langue allemande qui ne travaillent pas pour les médias proches de l’état et du militaire allemand.

    Ceci est la demande de soution d’Ulrich Heyden au président allemand.

    Sachant que ce type a laisse pourrir Murat Kurnaz à Guantanamo alors qu’il aurait pu le faire libérer ce texte n’a qu’une valeur symbolique. L’appel restera sans suite.

    Moskau, 13.3.26 von Ulrich Heyden - Sehr geehrter Herr Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier,

    ich bin Russland-Korrespondent und schreibe ihnen, weil ich seit heute von einer Kontokündigung betroffen bin. Diese Maßnahme ist nicht nur geeignet, meine Existenz zu zerstören, sie widerspricht auch den Grundsätzen der Demokratie und der Pressefreiheit. Ich bitte Sie, sich dafür einzusetzen, dass die Kontokündigung rückgängig gemacht wird.

    Mein Konto bei der Hamburger Sparkasse habe ich seit Anfang der 1990er. Am Telefon erklärte mir gestern ein Mitarbeiter der Sparkasse, die Kündigung habe mit den EU-Sanktionen gegen Russland zu tun. Der Mitarbeiter der Sparkasse meinte, ich würde in einem „Hochrisiko-Land“ leben.

    Wenn ich in einem „Hochrisiko“-Land lebe, müsste die Bundesregierung und die EU-Kommission mich dann nicht unterstützen? Stattdessen wirft man mir Knüppel zwischen die Beine.

    In dem Kündigungsschreiben, das ich heute erhielt, ist nur die Rede von einer „Überprüfung“ aller unserer „Geschäftsverbindungen zu Kunden, die ihren Wohnsitz in Russland haben“. Konkrete Vorwürfe gegen mich werden nicht erhoben.

    Ich bin nicht der Erste, in Russland lebende deutsche Journalist, der von einer Kontokündigung betroffen ist. Vor mir wurde schon meinen Kollegen Thomas Röper und Alina Lipp die Konten gekündigt und damit die Existenzgrundlage entzogen.

    Dass man ausgerechnet uns drei für Kontokündigungen auswählt und nicht die Moskau-Korrespondenten der Zeit, der FAZ, des ZDF und der ARD liegt auf der Hand. Wir drei berichten über Russland mit Verständnis und nicht mit Schaum vor dem Mund. Doch Verständnis passt nicht zu der von der Bundesregierung geforderten Kriegsertüchtigung.

    Wie geht das an, Herr Steinmeier? Projekte russischer Oppositioneller und Journalisten, die in Deutschland leben, werden durch Förderprogramme des Auswärtigen Amtes unterstützt und ein deutscher Journalist, wie ich, der in Moskau lebt und seit 34 Jahren für deutsche Leser und Radiohörer, Informationen und Hintergrundberichte aus Russland, der Ukraine und Zentralasien und dem Kaukasus liefert, wird die Existenzgrundlage entzogen?

    Ich lebe ausschließlich von Einkünften deutscher, Schweizer und österreichischer Medien, die ich auf meinem Konto bei der Hamburger Sparkasse sammelte. In den letzten zwei Jahren ließ die Hamburger Sparkasse online-Überweisungen nach Moskau schon nicht mehr zu, mit der Begründung, sie sei eine „Regionalbank“.

    Ich werde in diesem Jahr 72 Jahre alt. Was soll ich meinem Großonkel, Ulrich Wilhelm Graf Schwerin von Schwanenfeld, sagen, wenn ich ihn im Himmel treffe? Er wurde im September 1944 in Berlin-Plötzensee als Widerstandskämpfer gegen das Hitler-Regime mit einer Drahtschlinge ermordet. Ich trage meinen Vornamen zu seinen Ehren. Was wird mein Großonkel sagen? Er wird sagen, dass es Mord und Terror gegen Andersdenkende auch in der Nazizeit gab, und dass er sich nicht hätte vorstellen können, dass sich so etwas in Deutschland wiederholt.

    Zu meiner Person: Zehn Jahre lieferte ich als freier Mitarbeiter Radio-Features zu Russland-Themen für den Deutschlandfunk. 13 Jahre war ich Moskau-Korrespondent der Sächsischen Zeitung. 30 Jahre berichtete ich für die Wochenzeitung „der Freitag“. Außerdem schrieb ich für den Tagesspiegel, den Rheinischen Merkur, die Financial Times, die Märkische Allgemeine, die Thüringer Allgemeine und die Mittelbayerische Zeitung. Heute arbeite ich für die Nachdenkseiten und andere deutsche Internetportale. Ich bin Autor mehrerer Bücher zu den Themen Russland, Ukraine und deutsche Nachkriegsgeschichte. 2024 erschien von mir im Promedia-Verlag das Buch „Mein Weg nach Russland. Erinnerungen eines Reporters.“

    mit freundlichen Grüßen

    Ulrich Heyden

    Mail: heyden@list.ru

    Telefon: +7 916 165 25 50

    Ulrich Heyden

    Ulrich Heyden, Jahrgang 1954, ist in Hamburg geboren. Er ist Korrespondent und Autor, lebt seit 1992 in Russland und schreibt für deutschsprachige Medien, u.a. Nachdenkseiten, Overton-Magazin, Globalbridge, Manova. 2022 erschien von ihm im Verlag tredition »Der längste Krieg in Europa seit 1945. Augenzeugenberichte aus dem Donbass« und 2024 im Verlag Promedia «Mein Weg nach Russland. Erinnerungen eines Reporters».

    https://de.wikipedia.org/wiki/Murat_Kurnaz

    ... Schließlich flogen im September 2002 zwei Mitarbeiter des Bundesnachrichtendienstes (BND) und ein Mitarbeiter des Bundesamtes für Verfassungsschutz (BfV) zusammen mit einem CIA-Mitarbeiter zum Verhör nach Guantánamo. Der Mitarbeiter des BfV war zuvor in Bremen auf das Verhör vorbereitet worden, darüber hinaus gab es Fragelisten von BKA und LKA.

    Nach Auffassung der deutschen vernehmenden Beamten war Kurnaz nie terroristisch tätig, sondern nur zur falschen Zeit am falschen Ort. Da die US-Stellen diese Auffassung teilten, sollen die Vereinigten Staaten kurz darauf Kurnaz’ Rückkehr nach Deutschland angeboten haben. Die deutschen Behörden hätten jedoch eine Abschiebung in die Türkei, nicht aber nach Deutschland befürwortet. Daraufhin hätten die Vereinigten Staaten ihr Angebot zurückgezogen, obwohl der damalige Außenminister Joschka Fischer persönlich im US-Außenministerium für seine Freilassung intervenierte.[24] Laut Aussage des damaligen US-Sonderbotschafters und Guantánamo-Beauftragten Pierre-Richard Prosper war Kurnaz seit 2002 zur Freilassung vorgesehen, was der deutschen Bundesregierung auch bekannt war oder hätte sein müssen.

    Der damalige Innensenator Bremens, Thomas Röwekamp, kündigte 2004 an, dass Kurnaz nach seiner Freilassung nicht wieder nach Deutschland einreisen dürfe, da seine unbefristete Aufenthaltserlaubnis wegen eines mehr als sechsmonatigen Auslandsaufenthalts erloschen sei. Kurnaz habe versäumt, die in solchen Fällen vorgeschriebene Verlängerung der Wiedereinreisefrist zu beantragen. Zu diesem Schluss kam ursprünglich ein Dossier des damals zuständigen Referatsleiters im Bundesinnenministerium Hans-Georg Maaßen, das Jahre später bei der politischen Aufarbeitung des Falles Kurnaz Hauptgegenstand des dafür eingerichteten Untersuchungsausschusses wurde.[25] Das Verwaltungsgericht Bremen entschied im November 2005, dass die Aufenthaltserlaubnis weiterhin gültig sei, da Kurnaz keine Gelegenheit hatte, rechtzeitig die sonst erforderliche Genehmigung für eine längere Abwesenheit ohne Verlust des Aufenthaltsrechtes einzuholen.
    ...
    Der CIA-Sonderausschuss des Europäischen Parlaments stellte in seinem Abschlussbericht vom Januar 2007 fest, die deutsche Bundesregierung habe 2002 ein Angebot der Vereinigten Staaten, Kurnaz freizulassen, ausgeschlagen.[28] Dies sei geschehen, obwohl die Nachrichtendienste beider Staaten von seiner Unschuld überzeugt waren. Mitverantwortung für die Entscheidung soll nach Presseberichten der damalige Chef des Bundeskanzleramtes und Beauftragte für die Nachrichtendienste Frank-Walter Steinmeier tragen.[29] Steinmeier bestritt diese Vorwürfe 2007: Es habe kein offizielles belastbares Angebot der Vereinigten Staaten gegeben und es bestehe kein Zusammenhang zwischen der Entscheidung, Kurnaz wegen Terrorismusverdachts nicht in die Bundesrepublik einreisen zu lassen, und seiner langen Haft in Guantánamo. Er sagte im Januar 2007: „Ich würde mich heute nicht anders entscheiden“ und „Man muss sich ja nur vorstellen, was geschehen würde, wenn es zu einem Anschlag gekommen wäre, und nachher stellte sich heraus: Wir hätten ihn verhindern können“.

    #Allemagne #journalisme #censure #debanking

  • EU-Sanktionen gegen Berliner Journalisten: „Sein Nachbar macht sich strafbar, wenn er ihm Brot bringt“
    https://www.berliner-zeitung.de/politik-gesellschaft/geopolitik/hueseyin-dogru-eu-sanktionen-journalist-interview-li.10023240

    15.3.2026 von Raphael Schmeller - Die EU hat den Journalisten Hüseyin Doğru wegen angeblicher Russlandpropaganda sanktioniert. Sein Anwalt warnt im Interview vor einem Präzedenzfall für die Pressefreiheit in Europa.

    Seit Mai 2025 steht der deutsche Journalist Hüseyin Doğru auf der Sanktionsliste der Europäischen Union. Seine Konten sind eingefroren, wirtschaftliche Kontakte weitgehend untersagt. Begründet wird die Maßnahme mit dem Vorwurf, er verbreite Desinformation im Sinne Russlands. Doğrus Anwalt Alexander Gorski weist das zurück und kritisiert ein Verfahren mit gravierenden rechtsstaatlichen Defiziten. Im Interview mit dieser Zeitung erklärt er, welche Belege die EU anführt, warum er die Sanktion für politisch hält und welche Folgen sie für seinen Mandanten und dessen Familie hat.

    Herr Gorski, der Rat der Europäischen Union hat Hüseyin Doğru im Mai 2025 wegen Russlandpropaganda sanktioniert. Welche Belege führt der Rat dafür an?

    Hüseyin Doğru wurde am 20. Mai 2025 im Rahmen der EU-Sanktionspakete gegen Russland auf Initiative Deutschlands vom Rat der Europäischen Union sanktioniert. Interessant ist, dass die Sanktionierung auf seiner Arbeit als Journalist basiert. In der offiziellen Begründung wird ausdrücklich seine Berichterstattung zum Thema Palästina erwähnt. Der Vorwurf lautet, er verbreite damit Desinformation im Sinne der Russischen Föderation. Allerdings findet sich in den Akten, die wir von der EU erhalten haben, keinerlei Nachweis für eine Verbindung zu Russland. Stattdessen bestehen sie im Wesentlichen aus Äußerungen meines Mandanten in sozialen Medien, die er im Rahmen seiner Meinungs- und Pressefreiheit getätigt hat, sowie aus Zeitungsartikeln deutscher Medien über ihn. Darauf stützt sich die Sanktionierung.

    Welche Aussagen werden in den Akten angeführt?

    Die Behörden haben verschiedene Äußerungen meines Mandanten betrachtet. Der Großteil seiner Beiträge in sozialen Medien kritisiert westliche Geopolitik und imperialistisches Verhalten von Staaten, darunter übrigens auch das imperialistische Verhalten Russlands. Außerdem finden sich verschiedene Posts meines Mandanten in der Akte, in denen er sich kritisch zur Außen- und Innenpolitik Deutschlands äußert.

    Sie sagen, Hüseyin Doğru sei auf Initiative Deutschlands sanktioniert worden. Haben Sie dafür Belege?

    Direkte Belege aus dem Verfahren selbst haben wir nicht. Die Akte, die wir von der EU erhalten haben, ist sehr dünn und gibt keinen Aufschluss über den konkreten Verfahrensablauf. Allerdings lassen Äußerungen auf der Bundespressekonferenz im Juli 2025, insbesondere von einem Vertreter des Auswärtigen Amtes, darauf schließen, dass die Bundesregierung die Sanktionierung initiiert hat.

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    Der Berliner Journalist Hüseyin Doğru wurde am 20. Mai 2025 im Rahmen der EU-Sanktionspakete gegen Russland sanktioniert.Lauryn Zoe Hinsch/Berliner Zeitung

    Hüseyin Doğru hat früher für Redfish gearbeitet, das vom russischen Sender Ruptly finanziert wurde. Hat Ihr Mandant heute noch Verbindungen nach Russland?

    Es ist richtig und öffentlich bekannt, dass Herr Doğru Teil von Redfish war, einem alternativen Medienunternehmen. Ebenso ist bekannt, dass dieses Medienunternehmen teilweise von Ruptly finanziert wurde, das hat Redfish selbst veröffentlicht. Allerdings wurde Redfish bereits vor Beginn des Ukrainekriegs liquidiert. Das Unternehmen existiert nicht mehr. Seitdem gibt es keinerlei materielle Verbindungen zwischen Herrn Doğru und staatlichen oder privaten Akteuren aus der Russischen Föderation.

    Wie bewerten Sie die Vorwürfe gegen Hüseyin Doğru?

    Als Jurist bin ich entsetzt darüber, wie wenig dieses Verfahren auf EU-Ebene mit rechtsstaatlichen Grundsätzen zu tun hat. Mein Mandant wurde vor der Sanktionierung nicht angehört. Die Begründung umfasst nur wenige Sätze und ist äußerst vage. Die gesamte Akte besteht aus wenigen dutzend Seiten und enthält ausschließlich Screenshots frei zugänglicher Internetveröffentlichungen. Aus diesen Unterlagen geht weder hervor, was auf EU-Ebene konkret besprochen wurde, noch welche Staaten welche Position vertreten haben oder von wem die Initiative ausging. All das müssen wir aus dem Kontext rekonstruieren. Schon formal halte ich dieses Verfahren daher für hochproblematisch und grundrechtsfeindlich. Auch inhaltlich stellt es eine große Gefahr für Presse- und Meinungsfreiheit dar, wenn Journalisten aufgrund ihrer Arbeit als Desinformationsakteure gebrandmarkt und anschließend einem so harten Sanktionsregime unterworfen werden können.

    Handelt es sich aus Ihrer Sicht um einen politischen Prozess?

    Es handelt sich eindeutig um einen politischen Prozess. Uns steht zwar der Rechtsweg auf europäischer Ebene offen, den wir auch beschreiten. Die große Herausforderung besteht jedoch darin, dass das Verfahren schon formal problematisch ist und faktisch eine Beweislastumkehr entsteht: Wir müssen gewissermaßen die Unschuld meines Mandanten beweisen. Das macht eine erfolgreiche Verteidigung erheblich schwieriger.

    Im Fall von Hüseyin Doğru greift das Gefahrenabwehrrecht. Was bedeutet das konkret für das Verfahren?

    Wir haben es nicht mit einem Strafverfahren zu tun. Es gibt keine Anklage wegen einer Straftat. Das Sanktionsregime greift auch bei vollständig legalem Verhalten. Meinem Mandanten wird keinerlei Straftat vorgeworfen. Das EU-Sanktionsregime soll eigentlich dazu beitragen, destabilisierende Aktivitäten der Russischen Föderation zu verhindern oder zu erschweren. Seit 2014 richtet es sich daher typischerweise gegen Personen aus dem Umfeld des Kremls, gegen Mitglieder des russischen Machtapparats oder gegen Teile der wirtschaftlichen Elite. Inzwischen trifft es aber auch Journalisten, die kein Fehlverhalten begangen haben und denen – wie im Fall meines Mandanten – keine konkrete Verbindung zu Russland nachgewiesen werden kann. Das Gefahrenabwehrrecht richtet sich hier also gegen eine Gefahr, die nicht besteht. Tatsächlich handelt es sich schlicht um einen Journalisten, der seine Arbeit macht und Meinungen äußert, denen man zustimmen kann oder nicht. Eine konkrete Gefahr wird von der EU lediglich behauptet, aber an keiner Stelle nachgewiesen.

    Die EU und die Bundesregierung sprechen Hüseyin Doğru faktisch ab, Journalist zu sein. Wie bewerten Sie das?

    Das ist äußerst problematisch. Wenn Regierungen nach eigenem Ermessen entscheiden können, wer Journalist ist und wer nicht, wird der Schutz der Pressefreiheit ausgehöhlt. Herr Doğru ist offensichtlich Journalist: Er hat Dokumentationen produziert, Artikel geschrieben, Pressearbeit geleistet sowie Interviews geführt und veröffentlicht, also klassisches journalistisches Handwerk. Journalismus bedeutet auch, Stellung zu beziehen und Missstände zu benennen. Deshalb halte ich es für sehr problematisch, wenn das Auswärtige Amt auf der Bundespressekonferenz erklärt, er sei Aktivist oder Desinformationsakteur. Dann stellt sich nämlich die Frage: Wer gilt noch als Journalist – und wer nicht? Am Ende zählt möglicherweise nur noch als Journalist, wer der Regierung genehm ist.

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    Die EU-Kommissionspräsidentin Ursula von der Leyen behauptet, sie wolle Desinformation aus Russland bekämpfen.Nicolas Tucat/AFP

    Warum hat sich die EU ausgerechnet Hüseyin Doğru herausgegriffen?

    Das wissen wir nicht. Wir haben keinen Zugang zu den internen Verwaltungsvorgängen, die erklären könnten, wie Herr Doğru ausgewählt wurde und warum gerade er sanktioniert wurde. Was wir allerdings beobachten, ist, dass insbesondere die Bundesregierung sehr hart gegen Menschen vorgeht, die zum Russland-Ukraine-Krieg oder zum Thema Palästina abweichende Meinungen vertreten. In diesem Fall sehen wir die Anwendung des EU-Sanktionsrechts gegen eine solche kritische Stimme. Wir befürchten, dass daraus ein Trend entstehen könnte.

    Hüseyin Doğru ist seit fast einem Jahr sanktioniert. Wie wirkt sich das auf sein Leben aus?

    Herr Doğru ist verheiratet und hat drei kleine Kinder. Die Auswirkungen auf ihn und seine Familie sind verheerend. Von einem Tag auf den anderen wurden seine Konten eingefroren. Er darf keinerlei wirtschaftliche Transaktionen tätigen und muss jede Verfügung über sein Vermögen von der Bundesbank genehmigen lassen. Derzeit sind lediglich 506 Euro monatlich genehmigt, mit denen er seine Existenz sichern muss. Zudem ist unklar, ob eine Arbeitsaufnahme von den Behörden als Umgehung der Sanktionen gewertet würde. Eine entsprechende Anfrage beim Bundesamt für Wirtschaft und Ausfuhrkontrolle ist bis heute unbeantwortet. Wir versuchen derzeit, eine Antwort gerichtlich zu erzwingen. Hinzu kommt, dass seine Bank, die Comdirect, immer wieder zusätzliche Einschränkungen bei der Nutzung dieser 506 Euro vornimmt. Auch dagegen müssen wir regelmäßig gerichtlich vorgehen. Die Gefahr, sich strafbar zu machen, wenn man wirtschaftlichen Kontakt mit meinem Mandanten hat, ist insbesondere seit der Verschärfung des deutschen Sanktionsstrafrechts sehr hoch. Unter diesen Umständen ein normales Familienleben zu führen, ist kaum möglich. Oft wird dieser Zustand als „zivilrechtlicher Tod“ beschrieben – und genau das trifft hier zu. Seit dem 20. Mai 2025 steht das Leben meines Mandanten und seiner Familie komplett auf dem Kopf.

    Der Bundestag hat im Januar eine Verschärfung des deutschen Sanktionsstrafrechts beschlossen. Welche Folgen hat das?

    Die Schwelle für eine Strafbarkeit wurde gesenkt. Das bedeutet, dass sich Menschen schneller strafbar machen können, wenn sie in irgendeiner Form wirtschaftlichen Kontakt zu einer sanktionierten Person haben. Damit sollen sanktionierte Personen noch stärker vom wirtschaftlichen Leben ausgeschlossen werden. Gleichzeitig führt das im Alltag zu absurden Situationen, weil ständig unklar ist, was noch erlaubt ist und was nicht.

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    Alexander Gorski sieht durch das Verfahren gegen seinen Mandanten Hüseyin Doğru die Pressefreiheit in der EU gefährdet.Markus Scholz/dpa

    Konkret gefragt: Darf Hüseyin Doğru Geldspenden empfangen?

    Nein.

    Darf er Lebensmittelhilfe erhalten?

    Nein.

    Das heißt: Wenn ein Nachbar an seine Tür klopft und ihm Brot bringen will, macht er sich strafbar?

    Ja, der Nachbar würde sich damit theoretisch strafbar machen.

    In welchem Stadium befindet sich das Verfahren derzeit?Wir haben im Juli 2025 Klage beim Gericht der Europäischen Union eingereicht. Nach unserer Einschätzung wird die Entscheidung im Frühjahr oder spätestens im Sommer dieses Jahres fallen. Sollte sie negativ ausfallen, können wir Berufung beim Europäischen Gerichtshof einlegen.

    Welchen Ausgang erwarten Sie?

    Sollten wir in der ersten Instanz verlieren, wäre das ein sehr schlechtes Zeichen für die Meinungs- und Pressefreiheit in der Europäischen Union. Eine solche Entscheidung würde es der EU ermöglichen, unliebsame Stimmen relativ leicht zu sanktionieren. Das lässt sich jedoch nicht mit den wesentlichen Grundfreiheiten vereinbaren, welche für alle EU-Staaten verbindlich in der Charta der Grundrechte der Europäischen Union niedergelegt sind.

    Wäre das ein Präzedenzfall?

    Der Fall hat aus mehreren Gründen große Tragweite. Zum einen handelt es sich um den ersten Fall, in dem ein in der EU lebender EU-Bürger sanktioniert wurde. Zum anderen richtet sich die Sanktion gegen einen Journalisten wegen seiner Berichterstattung. Die Kombination aus der Sanktionierung eines in der EU ansässigen EU-Bürgers und der Bestrafung journalistischer Tätigkeit hätte gravierende Folgen, wenn sie vor Gericht Bestand hätte. Die Meinungs- und Pressefreiheit wären damit akut gefährdet.

    Zur Person

    Alexander Gorski ist Rechtsanwalt mit den Schwerpunkten Straf- und Migrationsrecht. Er studierte Rechtswissenschaften in Passau, Mexiko-Stadt und München und erwarb anschließend einen Master im Internationalen Menschenrechtsschutz und humanitären Recht an der Europa-Universität Viadrina in Frankfurt (Oder). Seit 2023 ist er zudem Lehrbeauftragter an der Alice-Salomon-Hochschule Berlin und Partneranwalt des European Legal Support Center (ELSC).

    #journalisme #liberté_d_expression.#censure #boycott #Allemagne #Union_européenne

  • Guerre au Moyen-Orient : une censure des autorités israéliennes de plus en plus stricte
    10/03/2026 - RFI Avec notre correspondant à Jérusalem, Michel Paul
    https://www.rfi.fr/fr/moyen-orient/20260310-guerre-au-moyen-orient-une-censure-des-autorit%C3%A9s-isra%C3%A9liennes

    Un véritable « rideau de fer » médiatique : alors que les tirs de missiles iraniens se multiplient, la censure militaire a drastiquement durci ses directives.

    Tout reportage depuis une zone d’impact ou de combat nécessite une autorisation écrite préalable. Le censeur menace de poursuites pénales quiconque documente les dégâts, tandis qu’une loi d’urgence prévoit jusqu’à cinq ans de prison pour la publication de vidéos non autorisées, notamment sur les réseaux sociaux.
    Empêcher les diffusions en direct

    L’objectif affiché par l’armée est technique : empêcher les diffusions en direct, notamment via les caméras fixes des agences de presse, qui pourraient servir de « correction de tir » en temps réel pour les services de renseignement iraniens.

    Mais sur le terrain, la réalité est plus brutale. Les Israéliens ne reçoivent qu’une information très filtrée sur les dégâts réels provoqués par les tirs en provenance d’Iran ou du Liban. (...)

    #censure

    • On se rappelle que l’an dernier, on nous avait expliqué que le gouvernement israélien s’était donné comme marge de tolérance jusqu’à 5000 victimes israéliennes. Quand on en est à planifier 5000 victimes de son côté, et qu’en fait, ce nombre est très inférieur, tu comprends que finalement, d’une certaine façon, ça encourage à continuer à faire la guerre. Puisque l’ennemi n’est pas si cruel que ce qu’on pensait (parce qu’on ne te le dira pas comme ça, il faudra que tu le devines toi même, mais l’ennemi de l’Occident continue de refuser de faire la guerre comme l’Occident).

    • Ce verrouillage s’accompagne d’un climat de tension croissante pour les reporters. Les autorités ne sont plus les seules à patrouiller : l’hostilité a franchi un nouveau cap, des militants d’extrême droite s’en prennent physiquement à des équipes de journalistes sur des sites de frappes dans la région de Tel-Aviv.

      Pendant ce temps là, le terrorisme des colons en Cisjordanie continu
      https://rfi.my/CWDP

      Le groupe israélien de défense des droits humains Yesh Din a signalé une hausse de la violence des colons, dans le contexte de la guerre en Iran qui a débuté le 28 février. Environ 50 incidents ont été enregistrés au cours des quatre premiers jours du conflit, et cinq Palestiniens ont été tués en Cisjordanie occupée. Une violence en toute impunité. Reportage dans un village endeuillé entre Ramallah et Naplouse.

  • Zimmerman, Radinsky, Rothenberg, Meyers, Vers une science pour le peuple, 1971
    https://sniadecky.wordpress.com/2026/03/04/sftp-manifeste-fr

    Si les savants veulent aider à empêcher que la science soit appliquée à des fins destructrices pour la société, ils doivent cesser d’agir de façon ad hoc ou bien purement moraliste, et commencer à répondre collectivement à partir d’une position de force , fondée sur une analyse politique et économique de leur travail. Cette analyse doit être solidement ancrée dans la compréhension des structures monopolistes de la société américaine.

    Nous montrerons ci-dessous que la science est inévitablement politique et que, dans le contexte du capitalisme américain contemporain, elle contribue largement à l’exploitation et à l’oppression de la majorité des gens, aussi bien dans ce pays qu ‘au-delà de ses frontières. Nous réclamons une réorientation du travail scientifique et suggérerons des voies que les chercheurs peuvent maintenant emprunter pour diriger leurs recherches dans le sens d’un changement social déterminant.

    #science #histoire #capitalisme #critique_techno #politique #censure #années_70 #1971