• Venezia mostra che l’Italia è nel mezzo di una crisi climatica

    L’acqua alta che ha sommerso Venezia nella notte tra il 12 e il 13 novembre – la seconda più alta di sempre, dopo la cosiddetta acqua granda del 1966 – è un sintomo emblematico di quanto la crisi climatica stia incidendo sulla fisionomia dell’Italia. Il sindaco della città, Luigi Brugnaro, lo ha sottolineato così: “Questi sono evidentemente gli effetti dei cambiamenti climatici”.

    Provocata da un vortice di venti che ha assunto una velocità fuori dal comune e ha sospinto grandi masse d’acqua verso la laguna, la marea ha raggiunto i 187 centimetri e ha sommerso l’85 per cento della città. Dopo aver segnalato per la serata un livello di 145 centimetri, il centro maree ha rivisto la stima in diretta, trovandosi di fronte a una situazione del tutto inedita. “I nostri modelli non hanno segnalato l’ondata di marea semplicemente perché si è trattato di un evento mai visto da quando facciamo previsioni modellistiche”, dicono dalla sala operativa dell’ente incaricato di prevedere l’innalzamento delle acque e allertare la cittadinanza.

    Ma Venezia è uno specchio di quello che sta succedendo in tutto il paese: non passa giorno senza che un territorio si trovi colpito da un evento meteorologico “mai visto prima”, sia esso un vento di velocità inconsueta, una grandinata fortissima o una pioggia che fa esondare fiumi e torrenti. Nella stessa giornata in cui Venezia finiva sotto l’acqua, il centro di Matera veniva sommerso da un fiume di fango provocato da un temporale di intensità inaudita, e una tromba d’aria si abbatteva sulle coste di Porto Cesareo, in Puglia, facendo letteralmente volare le barche ormeggiate al molo.

    Dati preoccupanti
    Questo è quello che sta accadendo oggi: un ripetersi di eventi estremi che stanno flagellando il paese, distruggendo territori, fiaccando comunità intere. È passato poco più di un anno da quando la tempesta Vaia ha cancellato una parte rilevante dei boschi nel nordest dell’Italia. Venti con una velocità superiore ai 200 chilometri orari hanno divelto in poche ore milioni di alberi: “Quanto è successo qui l’anno scorso è qualcosa di assolutamente inedito”, ricorda Severino Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore, tra i comuni più colpiti dalla tempesta in Veneto. “Qui sono esondati trenta torrenti e si sono schiantati 600mila alberi – 500 per ognuno dei nostri 1.200 abitanti”.

    Il piccolo comune del bellunese è circondato da montagne dove ancora si vedono i segni del disastro: i boschi che ne coprivano i fianchi sono diventati un manto di tronchi abbattuti. Il che aumenta il pericolo di valanghe in caso di nevicate forti. “Ormai passo le giornate a guardare ossessivamente il meteo”, dice il sindaco preoccupato.

    L’acqua alta a Venezia o la tempesta Vaia fanno notizia per l’entità dei danni, per il numero di persone colpite e per l’alto valore simbolico. Ma non sono altro che la punta di un iceberg con cui tutti noi siamo chiamati a fare i conti. Basta prendere i dati dell’European severe weather database per vedere come in Italia l’evento straordinario sia ormai diventato ordinario. Secondo questo database, che registra tutti gli eventi estremi – tornado, piogge torrenziali, grandinate eccezionali, tempeste di neve, valanghe –, dall’inizio del 2019 si sono verificati 1.543 eventi di questo tipo in Italia. Circa cinque al giorno.

    Un dato preoccupante, che assume una valenza ancora più inquietante se lo si confronta con quello di paesi come la Spagna, che nello stesso periodo ne ha avuti 248, o il Regno Unito, che ne ha avuti 190. Se guardiamo alla serie storica di questi tre paesi, osserviamo una progressione ancora più preoccupante: in Italia nel 2009 si sono verificati 213 eventi estremi, in Spagna 219, nel Regno Unito 47. Nel 1999, in Italia se ne sono registrati 17, in Spagna 24, nel Regno Unito 27. Questo vuol dire che nel nostro paese il fenomeno cresce velocemente.

    “Per la sua particolare posizione geografica, in mezzo al mar Mediterraneo, l’Italia è da considerarsi uno hot spot climatico, un luogo cioè dove il cambiamento climatico è più rapido”, dice Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di modellistica climatica e impatti dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), che studia la situazione nel Mediterraneo e ha previsto che da qui al 2100 ci sarà un aumento del livello del mare di almeno un metro. “Il livello del Mediterraneo si alza più rapidamente rispetto all’oceano, e soprattutto si scalda. Il che libera più energia nel sistema atmosfera-mare e rende più probabile i fenomeni estremi”.

    Che fare di fronte a questa serie di disastri? Forse per prima cosa sarebbe il caso di cambiare prospettiva, riconoscendo che siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e che dobbiamo dotarci di strumenti di adattamento il più efficaci possibili per affrontare quella che presumibilmente non sarà un’emergenza inaspettata, ma una nuova normalità.

    https://www.internazionale.it/opinione/stefano-liberti/2019/11/14/venezia-acqua-alta-sommersa
    #Venise #acqua_alta #climat #changement_climatique #inondation #Italie

  • Une vague de mauvais temps submerge Venise Agence France-Presse à Rome - 12 Novembre 2012 - Le devoir
    https://www.ledevoir.com/monde/europe/566840/une-vague-de-mauvais-temps-submerge-venise

    Une vague de mauvais temps, avec d’intenses précipitations, frappait l’Italie mardi, les régions les plus touchées étant la Sicile, la Calabre et la Basilicate, mais aussi Venise où l’on attend une acqua alta (marée haute) exceptionnelle.

    La situation la plus sérieuse concerne le sud de la péninsule, où des inondations ont entraîné des fermetures d’école dans plusieurs villes comme Tarante, Brindisi, Lecce (dans les Pouilles), Pozzallo et Noto (Sicile) ou Matera (Basilicata), selon les services de la météorologie.

    Cette dernière, capitale européenne de la culture 2019, a été balayée dans la nuit de lundi à mardi par une tornade qui a causé des chutes d’arbres et de lampadaires et a endommagé de nombreux toits et bâtiments, sans faire de blessés.

    De très fortes précipitations concernent dans tout le secteur tyrrhénien, de la Toscane à la Campanie et le nord-ouest de la Sardaigne.

    Le Frioul-Vénétie Julienne et la Vénétie connaissent aussi des pluies diluviennes et à Venise, la célèbre place Saint-Marc est submergée par les flots en raison des hautes marées exceptionnelles qui pourront atteindre, voire dépasser, les 140 cm. Le phénomène devrait durer jusqu’à samedi.

    Le vestibule (narthex) de basilique Saint-Marc, joyau de la Sérénissime, a aussi été inondé mardi et le procurateur de l’édifice, Pierpaolo Campostrini, a prévu des tours de garde dans la nuit pour surveiller la montée du niveau des eaux.

    Selon M. Campostrini, une inondation comme celle de mardi s’est seulement produite cinq fois dans l’histoire de la basilique — érigée en 828 et reconstruite après un incendie en 1063 —, la donnée la plus préoccupante étant que sur ces cinq précédents, trois ont été constatés au cours des 20 dernières, dont une fois en 2018.

    L’acqua alta record enregistrée à Venise remonte à 1966 avec 194 cm, ce qui ne signifie pas pour autant que la Cité des Doges s’est trouvée immergée sous près de deux mètres d’eau.

    Il faut en effet retrancher de cette hauteur le niveau moyen de la ville qui se trouve entre un mètre et 1,30 m.

    Pour protéger Venise de ce phénomène, un projet gigantesque, MOSE, est en cours depuis 2003, mais le surcoût et les malfaçons ont entraîné de nombreux retards.

    Le projet consiste à installer 78 digues flottantes qui se lèveraient pour fermer la lagune en cas de montée de la mer Adriatique.

    #climat #changement_climatique #it_has_begun #catastrophe #environnement #eau #Italie #Venise #acqua_alta #eau

  • Imaginez que vous croisiez un patron d’EDF, souriant comme toujours, et qu’il vous invite au resto. Pourquoi pas ? Au moment de payer l’addition, votre convive vous informe que sa responsabilité pour la participation au repas est plafonnée à un montant légal qui correspond à 0.02 % de la note. C’est vous qui payez donc le total et il y en a pour 100 euros. Grand seigneur, votre hôte pose sur la table une petit pièce brillante : deux centimes. Telle est la mesure de l’engagement d’EDF à nos cotés

    Chronique du livre de La Parisienne Libérée (La Fabrique Éditions, 2019)

    https://delivronsnous.home.blog/2019/11/01/la-france-latome-et-nous

    #nucléaire #écologie #laparisienneliberee #EDF #nucleaire #greenwashing #changement_climatique

  • Rising Seas Will Erase More Cities by 2050, New Research Shows - The New York Times
    https://www.nytimes.com/interactive/2019/10/29/climate/coastal-cities-underwater.html

    Rising Seas Will Erase More Cities by 2050, New Research Shows

    By Denise Lu and Christopher FlavelleOct. 29, 2019

    Rising seas could affect three times more people by 2050 than previously thought, according to new research, threatening to all but erase some of the world’s great coastal cities.

    The authors of a paper published Tuesday developed a more accurate way of calculating land elevation based on satellite readings, a standard way of estimating the effects of sea level rise over large areas, and found that the previous numbers were far too optimistic. The new research shows that some 150 million people are now living on land that will be below the high-tide line by midcentury.

    #climat #sea_level_rise #cartographie #nyt

  • #Climat, etc… 24 Oct 2019 - Michèle Janss - Investigaction
    https://www.investigaction.net/fr/climat-etc

    La pollution et l’exploitation abusive des matières premières sont le résultat de l’activité des grandes entreprises. Celles qui exploitent le gaz, le pétrole et le charbon, bien sûr, mais aussi celles qui mettent l’eau en bouteille, fabriquent des armes, des voitures et des avions, celles qui produisent de l’informatique, des vêtements, de la nourriture industrielle, celles qui profitent de moyens de transport extrêmement bon marché afin de délocaliser leur production…

    

 Les causes

    En gros, c’est surtout notre manière de produire des richesses qui est à l’origine de la prédation de la planète. Une production sans réflexion sur son impact, sans planification, une course en avant vers plus de profit et plus d’emplois comme seul moyen de fonctionner. Notre façon de produire a même inventé le droit de polluer ou de sur-consommer contre paiement. Si on en a les moyens, on peut détruire. Et pourvu qu’il reste suffisamment de pauvres, sinon on étoufferait.
     
    Tant que cela ne sera pas étudié et dénoncé, on restera dans les petites mesures au coup par coup qui ne mèneront pas à grand chose, du genre COP-je-ne sais-quel-numéro. Au mieux, on sauvera des miettes de nature. En espérant que le génie des scientifiques fasse le reste. Mais les scientifiques et les politiques ne pourront rien empêcher si on continue dans un système de compétition effrénée qui creuse les inégalités, qui empêche systématiquement toute redistribution des richesses et qui ne peut pas grand chose contre les activités nuisibles.
     
    Le spectacle
    Dans un tel contexte, les grandes entreprises qui voient monter le mécontentement de la rue, ces mêmes grandes fortunes qui possèdent aussi les médias, doivent certainement être en train de réfléchir. Des équipes spécialisées pour cela sont à l’oeuvre, des think tank. Ces boites à penser, adossées à la presse dominante, sont redoutables. Elles sont capables de vendre une guerre à ceux qui savent qu’ils risquent d’y laisser leur peau.
     
    Elles sont en train de réfléchir et de faire feu de tout bois. C’est ainsi qu’on débat actuellement de Greta Thunberg plutôt que de l’état de la planète. Je ne sais pas si cette jeune fille est manipulée, mal informée, intelligente, sincère, si sa jeunesse est un handicap ou au contraire un atout… peu importe. Surtout, elle tombe à pic. Aussi bien pour les spécialistes du « greenwashing » que pour les climatosceptiques d’extrême droite. Quand le sage désigne la lune, l’idiot regarde le doigt. Et les médias dominants ont trouvé Greta. De quoi organiser le spectacle à moindre frais et occuper les esprits inquiets. Greta, c’est le doigt et tout le monde regarde le doigt.
     
    Organiser la résistance
    A présent, des activistes, prônant la désobéissance civile mais garantissant zéro violence et zéro dégradation, prennent le relai. Heureusement parce que tôt ou tard, on oubliera Greta. Extinction Rébellion assurera la suite. Les activistes se contentent pour le moment de bloquer la circulation, d’occuper un centre commercial… Leur sincérité ne fait aucun doute et leurs actions ont le mérite de mobiliser les consciences. Mais Extinction-Rébellion ne prend pas de position radicale contre l’organisation de notre production. Il faut changer le système, oui, mais l’analyse est plus que confuse. Invité par Amnesty International, Roger Hallam, co-fondateur d’Extinction-Rébellion prononce un curieux discours[1] où il évoque sa mère (qui était pasteure méthodiste) et prédit la famine et la mort pour la génération prochaine [2]. Pour les formateurs du mouvement, il s’agit aussi de contourner les forces d’extrême gauche pour atteindre et mobiliser les citoyens apolitiques[3]. Si on entend bien une dénonciation du « système », tout cela reste très vague. Le catastrophisme est partout, la fin du monde est proche mais l’analyse des causes reste légère. La non-violence est mise au service du mouvement Extinction-Rébellion qui doit durer pour prodiguer la bonne parole. On se trouve face à un discours presque religieux et millénariste, accompagné d’une liste d’exemples de problèmes environnementaux. Mais sans action politique visant directement les industries à l’origine de ces dégradations. Extinction Rébellion en appelle aux gouvernements, aux scientifiques, à l’arrêt de la destruction, à la réduction immédiate de la consommation, à former des assemblées citoyennes…
     
    Les entendra-t-on appeler au boycott des 100 entreprises les plus polluantes de la planète ? A la redistribution des 100 plus grandes fortunes ? A la disparition de l’actionnariat et de la course au profit qu’il génère ? Lorsqu’on sait que les 26 plus grandes fortunes[4] possèdent autant que la moitié des plus pauvres de la planète, il pourrait être tentant de ne s’en prendre qu’à… 26 fortunés !
     
    Diabolisation
    Il est intéressant de noter que les médias s’empressent de diaboliser toutes les tentatives de boycotts. La sortie du capitalisme n’est pas encore à l’ordre du jour, même si de plus en plus d’experts[5] se prononcent pour cette solution qui semble incontournable. Le communisme est également visé par la diabolisation. On ne sait jamais, si certains proposaient aux peuples de reprendre en main les usines, de mettre fin à l’actionnariat et de nationaliser la production d’énergie…
     
    Les grandes entreprises et surtout leurs actionnaires ont tout intérêt à ce qu’on reste dans l’appel aux politiques plutôt que dans l’analyse des causes. Et surtout dans la non-violence. Les gilets jaunes ont dû réellement faire très peur aux puissants et la casse coûte cher. Y compris quand il est question de la répression et de l’image qu’elle renvoie de nos gouvernements. Alors maintenant qu’il s’agit du climat, il faudra canaliser les rebellions. Tout changer pour que rien ne change, polluer moins pour pouvoir polluer plus longtemps.
     
    Reprendre le contrôle
    C’est d’une autre organisation des moyens de production dont nous avons besoin. Où, démocratiquement, nous pourrions contrôler directement ce qui se fait et comment organiser la vie sur notre planète pour le bien de tous. Il faudra arrêter la course au profit et redistribuer les richesses, mais aussi mieux partager les savoirs et les expertises, éduquer aux changements, bousculer les habitudes…
     
    Comment pourrons-nous arriver à un tel résultat ?

    C’est à cela que nous devrons travailler.
     

     
    Notes :
    [1] https://www.youtube.com/watch?v=llNFIuIMPhw


    [2] https://www.youtube.com/watch?v=BrcBYWC4B9M
     
    [3] http://www.entelekheia.fr/2019/10/11/extinction-rebellion-dispense-une-formation-concue-pour-contourner-les-o
    [4] Rapport Oxfam
    [5] Naomi Klein, Thomas Piketti (pour un socialisme participatif), Hervé Kempf, Olivier Bonfond, Géraldine Thiry…

    #extinction_rebellion #Greta_Thunberg #résistance #climat #xr #catastrophe #gilets_jaunes #changement_climatique #politique #écologie #désobéissance #COP #greenwashing #climatosceptiques #boycott
    #gaz #pétrole #charbon #eau en bouteille #armes #voitures #avions #informatique #vêtements #nourriture industrielle #transports

  • Le nouveau visage de #Riace...

    Riace riapre !

    Dopo molta attesa è successo tutto in un giorno abbastanza anonimo, a metà settimana, nel mese di ottobre. Una mattina finalmente i laboratori a Riace sono stati aperti. Gli operatori si son messi a spazzare davanti alle porte, i vetri sono stati lavati, tolta la polvere accumulata in un anno di inattività, sistemati nuovamente gli oggetti di artigianato che costituivano il “patrimonio” di queste botteghe uscite da un presepe vivente. Con timidezza si sono compiuti gesti normali, tanta era stata l’irruenza, la violenza usata per chiudere le botteghe e fermare un progetto di accoglienza e interazione con i migranti. Nell’aria era rimasta la paura delle incursioni della finanza, visite ispettive nel borgo più criminalizzato e infangato d’Italia, attualmente sotto processo.

    Intanto qualche pezzo di puzzle va a posto. Si fa strada la verità. È di una settimana fa la notizia che è caduta una delle accuse a Domenico Lucano per quanto riguarda la gestione nel 2011 dell’Emergenza Nord Africa. Per la gestione di quei progetti il Comune aveva applicato l’Iva del 4% così come avevano fatto tutti i Comuni d’Italia, ma nel 2016 le Fiamme Gialle avevano messo in discussione anche quello e chiesto un pagamento di 324 mila euro per recuperare la maggiorazione Iva che secondo loro doveva essere intesa fra il 20 e il 21%. Ma la Commissione Tributaria ha stabilito che non era così, ritenendo la richiesta “non esigibile ma neanche fondata” e ha condannato l’Agenzia delle Entrate a pagare 10 mila euro di spese al Comune di Riace.

    Nei mesi scorsi l’obiettivo di distruggere il progetto di accoglienza conosciuto in tutto il mondo come un simbolo è purtroppo riuscito. La maggioranza dei migranti presenti in paese è stata trasferita oppure ha deciso di tentare la fortuna altrove. Gli operatori lasciati a casa, i laboratori chiusi. Riace trasformato in un paese fantasma, come uno dei tanti luoghi semiabbandonati delle aree interne non solo della Calabria. Il sindaco allontanato per un anno intero, in “esilio” fuori da Riace. Gli asini della fattoria didattica anche loro messi sotto sequestro, perché le stalle non hanno l’agibilità, e poco importa se la maggioranza degli uffici pubblici compreso il tribunale di Locri si trovano nella stessa situazione… La furia dello Stato è passata su Riace come uno tsunami trascinando tutto e tutti.

    E tuttavia c’è stato, in questi mesi difficili, il sostegno di molti cittadini, di tante associazioni che hanno voluto caparbiamente continuare a credere nel progetto e nella sua rinascita (cosa che faticosamente sta avvenendo), portando linfa anche attraverso la raccolta fondi della Fondazione “È stato il Vento”. E ora la ripresa del progetto sta avvenendo.

    Il nuovo sindaco si è premurato anche lui di fare pulizia e poco prima della festa patronale ha sostituito i cartelli che presentavano un “Paese solidale e accogliente” con l’immagine dei santi Cosma e Damiano, evento inaugurato da due solerti preti con l’abito talare, usciti da un film neorealista di De Sica. Poi è stata la volta del cartello di Peppino Impastato che parlava di bellezza: fatto sparire anche quello. Ma per la nuova giunta non sono tutte rose. Questi sono giorni di attesa sul futuro del neo eletto sindaco #Trifoli dopo che il Ministero degli Interni e la Prefettura hanno scritto nero su bianco che non avrebbe potuto essere eletto in quanto dipendente del Comune, vigile urbano con un contratto a tempo determinato. Inoltre un amico della nuova giunta, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, è stato arrestato perché legato a una potente cosca della ‘ndrangheta.

    Intanto Riace vive. Si continua a fare pulizia nei laboratori, è stato aperto un asilo parentale, sta andando avanti la ristrutturazione di Palazzo Pinnarò, storica sede di Città Futura dove verrà istituito anche un Centro di documentazione, in collaborazione con alcune Università, con lo scopo di raccogliere tesi di laurea su Riace (chi ha informazioni al riguardo le segnali a fondazioneriaceestatoilvento@gmail.com). Ma la vera botta adrenalinica la sta dando il Frantoio di Comunità, una vera eccellenza, moderno all’avanguardia. Tutto il paese sta partecipando, una processione per assistere agli ultimi ritocchi poi quando sarà tutto a posto i proprietari degli ulivi porteranno il raccolto, e quest’anno sarà particolarmente buono.

    https://volerelaluna.it/territori/2019/10/21/riace-riapre
    #villes-refuge #ville-refuge #SPRAR #Mimmo_Lucano #nouvelle_Riace #new_Riace #Italie #asile #migrations #réfugiés

    Ça... j’aime moyennement... voire pas du tout :

    Il nuovo sindaco si è premurato anche lui di fare pulizia e poco prima della festa patronale ha sostituito i cartelli che presentavano un “Paese solidale e accogliente” con l’immagine dei santi Cosma e Damiano, evento inaugurato da due solerti preti con l’abito talare, usciti da un film neorealista di De Sica. Poi è stata la volta del cartello di #Peppino_Impastato che parlava di bellezza: fatto sparire anche quello. Ma per la nuova giunta non sono tutte rose.

    #doutes #doute #affaire_à_suivre #prêtres #saints #santa_Cosma #Santo_Damiano #changement

  • As the Planet Warms, Diseases Thrive Where They Didn’t Before – Mother Jones
    https://www.motherjones.com/environment/2019/10/as-the-planet-warms-diseases-thrive-where-they-didnt-before

    When the first locally acquired case of Valley fever was diagnosed in Washington in 2010, health officials were stunned. The disease had only appeared in the state in patients who had recently traveled to the warm and dry corners of the Southwest, said Heather Hill, a communicable disease expert for the Benton-Franklin Health District in south-central Washington. But since that time, the disease has been found east of the Cascade Mountains, where an active agricultural industry, and hot, dry summers provide conditions for the disease to thrive. “It’s probably salted all across eastern Washington,” Hill said.

    Now, new research suggests that Valley fever will continue to spread as the climate changes. This growth is a reflection of a greater trend across the nation as mosquito-borne West Nile virus and tick-borne Lyme disease also expand their range.

    #santé #parasites #climat #changement_climatique

  • “You can’t make a living here anymore.” The Honduran climate-movers

    Te espero como la lluvia de mayo. I wait for you like the rain of May — a popular refrain among farmers in Central America, where the first rainfall in May long signaled the end of the dry season. But over the past decade, in what is known as the Central American Dry Corridor — a vast swath that stretches, unbroken, from Guatemala to northern Costa Rica — the rain is no longer guaranteed. Farmers who used to count on two harvests every year are now fortunate to get one.

    In southern Honduras, valleys that were once lush and fertile are now filled with stunted cornstalks and parched riverbeds. Adobe shacks erode on mountainsides, abandoned by those who left with no intention of returning.

    The droughts have forced entire generations to migrate in search of jobs; left behind are the elderly, who often care for grandchildren when their parents depart. “You can’t make a living here anymore,” says José Tomás Aplicano, who is 76 and a lifelong resident of Apacilagua, a village in southern Honduras. Aplicano has watched as countless neighbors, and his own children, moved away. His youngest daughter, Maryori, is the last to stay behind, but he knows she will leave as soon as she finishes high school. “She has to look for another environment to see if she finds work to survive,” he says.

    Many head north; U.S. Customs and Border Patrol data shows that migration from the Dry Corridor has spiked over the past few years. Some spend seasons harvesting coffee or sugar cane in less affected areas of the country. Others move to the city, lured by the prospect of a factory job with steady pay.

    https://story.californiasunday.com/honduras-climate-movers
    #photographie #changement_climatique #migrations #réfugiés_environnementaux #réfugiés_climatiques #réfugiés #asile #sécheresse

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    Et un nouveau mot, en anglais:
    #climate-movers
    #terminologie #mots #vocabulaire
    ping @sinehebdo

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    see as well:
    Why the Migrant Caravan Story Is a Climate Change Story
    https://seenthis.net/messages/739539

  • Montréal : On a marché pour le climat, mais ça ne marchera pas Sylvain Raymond - 2 octobre 2019 - Le devoir
    https://www.ledevoir.com/opinion/libre-opinion/563852/on-a-marche-pour-le-climat-mais-ca-ne-marchera-pas

    J’ai tout d’abord marché d’un pas décidé vers la station de métro Jean-Talon : un camion-benne m’a pourtant klaxonné afin que j’accélère ; certainement pas pour me soutenir dans ma démarche qui visait à affirmer que les changements climatiques représentent un enjeu important pour moi.

    J’ai ensuite senti toute la frénésie qui animait les transports en commun, même si je ne pouvais m’empêcher de remarquer les livreurs de boissons sucrées qui s’affairaient à transporter des centaines de bouteilles en plastique dans les frigos des dépanneurs avoisinants.


    Cependant, je croyais fermement qu’on se rassemblait pour vivre quelque chose de spécial, que c’était peut-être pour cette raison qu’on s’immortalisait à l’aide de selfies sur nos téléphones intelligents pleins de coltan africain.

    Cela dit, il était permis de rêver, car on faisait le nécessaire pour les générations à venir, pour ces enfants dont il n’y a pourtant point de pénurie, mais que nous utilisons comme raison d’agir.

    Et puis on a marché.

    Autour de moi, j’ai vu des gens convaincus de faire quelque chose de symbolique à grands coups de slogans. Mais au-delà des pancartes colorées, j’ai vu les logos #Nike, #Adidas, #Reebok, #Vans, #Converse, #Fila et j’en passe tellement il y en avait ; et ils ne revendiquaient rien. Il n’y a pas si longtemps, manifester en arborant une marque du genre s’apparentait à vaincre le capitalisme en travaillant derrière un comptoir chez McDo ; les marques sont désormais militantes.

    J’en ai donc profité pour faire la pause pipi au Complexe Desjardins, où la foire alimentaire débordait de clients qui souhaitaient prendre une pause de la marche en consommant des aliments transformés industriellement, distribués dans des compartiments difficilement recyclables.

    Lorsque j’ai repris la marche, j’entendais certaines personnes parler de leurs voyages intercontinentaux, en avion, vers l’Inde, ou la Scandinavie. Un petit voyage assez bref, disait-on, question de revenir travailler rapidement avant le prochain voyage.

    Mais on a marché jusqu’au bout.

    Je me suis arrêté autour d’un aménagement paysager composé de quelques plantes et d’arbustes. Il est vrai que les quelque huit kilomètres marchés représentaient une distance relativement longue même si c’était pour démontrer notre intransigeance face à l’inaction politique de nos dirigeants afin d’éviter une apocalypse climatique ; les badauds autour de moi lançaient : « J’ai fait ma part aujourd’hui, je rentre. Et toi ? »

    Mais comme on avait marché, je suis resté.

    Je suis resté pour entendre Greta. La simple mention de son nom a fait qu’une bande de militants s’est ruée dans le bosquet pour mieux la voir, quitte à écraser la verdure. Une femme d’un certain âge, qui tentait de prendre une photo de Greta, n’a pas hésité avant de mettre tout son poids sur les feuilles d’une plante qui n’avait aucun moyen de se défendre. Or, une fois écrasée, cette plante dégageait un passage qui a permis à plus d’une cinquantaine de gens concernés par les changements climatiques de piétiner davantage la végétation : c’était le chemin le plus rapide pour se déplacer à travers la foule.

    J’ai scandé à voix haute : « C’est comme si vous l’écoutez, mais que vous ne l’entendez pas. »
    […]

    Notre ambition pour nous-mêmes dépasse largement notre conception de ce que nous devrons faire pour renverser le désastre climatique. Et c’est tout le défi qui semble même échapper aux avertis : le retour en arrière ne pourra s’opérer que dans le cadre de changements majeurs et profonds de nos manières de consommer ainsi que les manières d’évaluer notre propre confort.

    Les gouvernements ne sont pas le problème, nous ne vivons pas dans un régime dictatorial qui nous impose un mode de vie polluant, et la simple possibilité qu’il puisse y avoir une vague verte aux prochaines élections (mais il n’y en aura fort probablement pas) démontre que le système n’est pas à blâmer ; mais les électeurs…

    Parce qu’on a marché pour se donner bonne conscience.

    On a marché pour dire qu’on a marché, mais encore, on a marché pour publier qu’on a marché afin d’être récompensés par des valeurs algorithmiques qui nous rassurent que nous avions raison de partager le fait que nous avons marché.

    On a marché afin de se conforter dans notre idée que le problème est ailleurs : chez ceux qui ne marchent pas, chez les climatosceptiques, chez les autres. On a marché pour se dire qu’on a fait ce qu’on devait faire. On aurait probablement voté pour Greta si c’était possible, mais surtout pour lui donner la responsabilité de faire quelque chose qui n’altère pas ma perception que je peux avoir de ma propre personne.

    Après avoir marché, j’ai terminé ma journée en sirotant du vin orange importé d’Italie, dans un restaurant à la mode, avant de rentrer chez moi en Uber pour écrire ce texte les poches remplies de factures, mais la tête convaincue que j’avais fait la bonne chose : les trentaines de likes qui s’accumulaient sous une photo que je venais de publier à propos d’une manifestante engagée qui avait trouvé la meilleure manière de viraliser son militantisme ne pouvaient pas mentir.

    Et je me suis dit que c’était précisément ça le problème.

    Moi.

    #climat #santé #changement_climatique #environnement #énergie #manifestation #écologie #pollution #pollutions #responsabilité

  • We’re Sensing Climate Change

    Maybe we need more kinds of climate #data. Maybe we need data that connects climate change to people and places we care about.

    What kind of data might we need to promote action on climate? What kinds of data are “actionable”?

    These are the questions we, the Data Storytelling team of faculty and student interns at Penn, have been wrestling with while we, and probably you too, watch climate trends worsen. Earlier this month, in conjunction with the UN’s Climate Action Summit, the IPCC released its Special Report on the Oceans and Cryosphere in a Changing Climate. The environmental and climate data gathered in this report—like the data presented a year earlier, in the September 2018 Special Report on Global Warming of 1.5 Degrees—have been collected over decades. The data are robust; they show continuing terrible trends: more CO2 in the atmosphere and in the ocean. We’re cooking the planet, and we who listen to the overwhelming majority of scientists have known it for decades now.

    We have the data, but we’re failing to act in ways large enough to slow, stem, and reverse the terrible trends.

    When we hear the words “climate data,” we see biq quant, measurements collected by sophisticated sensing instruments and read and then interpreted by scientists in the field and lab. But maybe there are other measurements that can help spur action. Maybe we need more kinds of climate data. Maybe we need data that connects climate change to people and places we care about.

    This month—inspired by #UniteBehindTheScience, by #FridaysForFuture, by the local organizers and attendees of climate strikes and marches, by the Climate Action Summit, and by the diverse youth activists who insist we must #ActOnClimate—we began a public data storytelling campaign. It challenges the idea that you need a lab coat to collect climate data. Your field site can be your own backyard. Individual, lived experiences of climate change provide valuable companions to the quantifiable science as we continue to struggle to comprehend and to take action on the climate crisis. We’re calling our campaign, #MyClimateStory, and we want to hear yours.

    We introduced the #MyClimateStory initiative on campus at the University of Pennsylvania, as part of the 1.5* Minute Climate Mini-Lectures. Six data storytellers contributed their personal stories and we all talked about how “We’re Sensing Climate Change” in places we love. You can listen to those stories here. And we want you to hear your climate story too! You can contribute it—with text, audio, and video files, as you like, by clicking on the button below. It can be as short or long as you like! Every contribution feeds a growing data storybank, a living archive of climate data filled with local observations of everyday people talking about their favorite places and the changes they’re experiencing.

    https://www.datarefugestories.org/blog/2019/9/23/were-sensing-climate-change
    #storytelling #récit #narration #climat #changement_climatique #témoignage #données #données_sensibles

    #atelier_collapsologie

    voir aussi le hashtag #myclimatestory sur twitter :
    https://twitter.com/hashtag/myclimatestory?src=hashtag_click

  • Rapport du GIEC : le niveau des mers monte plus vite que prévu...


    ... c’est peut-être le bon argument à mettre en avant vis-à-vis de celleux qui ne veulent pas comprendre l’urgence climatique... si ce n’est pas par solidarité et humanité, au moins pour éviter que l’altérité ne viennent chez nous, dans les belles montagnes suisses, à pied et sans passer par l’Italie...
    Car là, la première case #Dublin serait la Suisse...
    #caricature #dessin_de_presse #migrations #changement_climatique #lol #climat #Alpes #montagne #Suisse #Règlement_Dublin

    ping @isskein @reka

  • 680 millions de personnes chassées par la montée des eaux, prévoit le Giec
    https://reporterre.net/680-millions-de-personnes-chassees-par-la-montee-des-eaux-prevoit-le-Gie

    Au total, un quart des habitants de la planète est directement menacé par les conséquences du #changement_climatique sur l’océan et la #cryosphère. Les zones côtières abritent 28 % de la population mondiale, dont 11 % vit à moins de 10 mètres au-dessus du niveau de la mer, et près de 10 % de la population mondiale vit dans les régions arctiques ou de haute montagne.

    Ce document suit le rapport « 1,5 », paru en octobre 2018, et au rapport sur les terres émergées, publié en août 2019. Reporterre a lu le « résumé aux décideurs » issu de ce rapport et vous en révèle les grandes lignes :

    #Giec #climat #océan #élévation_des_océans

  • El clima cambiante obliga a emigrar a los guatemaltecos desesperados

    Eduardo Méndez López alza la vista al cielo esperando ver nubes cargadas de lluvia.

    Tras meses subsistiendo casi exclusivamente a base de tortillas de maíz y sal, sus ojos y sus mejillas parecen hundidos, y solo una piel fina se extiende sobre el hueso. La mayoría de sus vecinos tienen ese mismo aspecto.

    Es el punto álgido de la estación lluviosa en Guatemala, pero en la aldea de Conacaste, Chiquimula, las precipitaciones llegaron meses más tarde y, a continuación, se detuvieron. Los cultivos de Méndez López se marchitaron y murieron antes de poder producir maíz. Ahora, con un suministro de alimentos menguante y sin fuentes de ingresos, se pregunta cómo podrá alimentar a sus seis hijos pequeños.

    «Es la peor sequía que hemos tenido», afirma Méndez López, tocando la tierra seca con la punta de la bota. «Lo hemos perdido absolutamente todo. Si las cosas no mejoran, tendremos que emigrar a otra parte. No podemos seguir así».

    Guatemala suele aparecer en la lista de los 10 países más vulnerables del mundo a los efectos del cambio climático. Los patrones climáticos cada vez más erráticos han provocado pérdidas de cosechas año tras año y la disminución de las oportunidades laborales en el país, haciendo que cada vez más personas como Méndez López piensen en la emigración como medida desesperada para huir de los niveles disparados de inseguridad alimentaria y pobreza.

    De media, en la última década, 24 millones de personas al año se han visto desplazadas por los fenómenos meteorológicos en el mundo y, aunque no está claro cuántos desplazamientos pueden atribuirse al cambio climático antropogénico, los expertos prevén que esta cifra seguirá aumentando.

    Cada vez más, los desplazados intentan trasladarse a otros países como «refugiados del cambio climático», pero existe un problema: la Convención sobre el Estatuto de los Refugiados de 1951, que define los derechos de las personas desplazadas, aporta una lista de elementos de los que deben huir las personas para que se les garantice asilo o refugio. El cambio climático no figura en la lista.

    Los datos de la Oficina de Aduanas y Protección Fronteriza de los Estados Unidos muestran un gran aumento de la cantidad de inmigrantes guatemaltecos, sobre todo familias y menores no acompañados, interceptados en la frontera estadounidense a partir de 2014. No es una coincidencia que este repunte haya tenido lugar junto con la aparición de condiciones graves de sequía relacionadas con El Niño en el Corredor Seco de Centroamérica, que se extiende por Guatemala, Honduras y El Salvador.

    Para entender la tendencia alcista en la emigración de esta región, un gran estudio interinstitucional dirigido por el Programa Mundial de Alimentos (PMA) de la ONU ha entrevistado a familias de distritos fundamentales del Corredor Seco acerca de las presiones que les obligan a marcharse. El principal «factor impulsor» identificado no fue la violencia, sino la sequía y sus consecuencias: falta de alimento, de dinero y de trabajo.

    Sus hallazgos sugieren una relación clara entre la variabilidad climática, la inseguridad alimentaria y la migración, y aportan una perspectiva alarmante de lo que está por venir al empezar a observar efectos reales del cambio climático en el mundo.
    ¿Un país en crisis?

    Para Diego Recalde, director de la FAO en Guatemala, la tendencia actual de migración masiva ante la inseguridad alimentaria y la sequía supone un claro indicador de que el país lleva un tiempo acercándose a una crisis inducida por el cambio climático.

    Las condiciones climáticas adversas en Guatemala afectan a la seguridad alimentaria reduciendo la producción agrícola tanto en la agricultura comercial como en la de subsistencia, limitando las oportunidades laborales en la agricultura que también suponen una parte importante de la economía nacional. Las crecientes tasas de pobreza y el hundimiento de los indicadores sociales pintan una perspectiva funesta para el país, que posee el cuarto nivel más alto de desnutrición crónica en el mundo y el más alto en Latinoamérica. Según el Programa Mundial de Alimentos, se considera que casi el 50 por ciento de los niños menores de cinco años sufren desnutrición crónica en Guatemala, porcentaje que alcanza el 90 por ciento o más en muchas zonas rurales.

    Para los agricultores de subsistencia como Méndez López, que dependen de las precipitaciones para producir los alimentos que comen, solo hacen falta unos pocos meses de patrones climáticos erráticos para limitar u obstaculizar por completo su capacidad de poner comida sobre la mesa. Con el aumento de la frecuencia y la gravedad de las sequías, a Recalde le preocupa que, en el caso de los sectores de población más vulnerables, lo peor esté aún por llegar.

    «Es un desastre nacional», afirma. «Debería haber banderas rojas por todas partes».

    Los científicos atribuyen las inusuales sequías que comenzaron en 2014 y que han acelerado el éxodo de familias hacia el norte a los efectos de El Niño, parte de un ciclo climático natural conocido como El Niño-Oscilación del Sur (ENOS), que provoca oscilaciones entre periodos más fríos y húmedos y otros más cálidos y secos en todo el mundo.
    La erupción del volcán Fuego cubre Guatemala de ceniza y roca

    Este tipo de variabilidad climática natural ha afectado a Guatemala y a otros países Centroamericanos durante cientos —si no miles— de años, llegando a desempeñar un papel en las sequías que acompañaron al derrumbe de la antigua civilización maya.

    «El clima siempre ha sido muy variable aquí», explica Edwin Castellanos, director del Centro para el Estudio del Medio Ambiente y la Biodiversidad en la Universidad del Valle en Guatemala. «Ahora, el problema es que El Niño y La Niña se han vuelto más fuertes e intensos, pero también más erráticos».
    ¿Es culpa del cambio climático?

    Aunque puede parecer que el cambio climático es el impulsor de estas bruscas oscilaciones meteorológicas, es importante distinguir los periodos de variabilidad climática y las modificaciones a largo plazo del cambio climático. Este último se convierte enseguida en una cuestión de política, negociaciones internacionales y reclamaciones por daños y pérdidas según el Acuerdo de París.

    Aunque los científicos saben que El Niño contribuye a los aumentos de la temperatura global, todavía no está claro si el cambio climático antropogénico hace que El Niño se intensifique y ocurra con más frecuencia.

    «Por definición, el cambio climático debería modelarse en periodos de 50 años. Pero lo que los modelos dicen que debería ocurrir en 2050 ya ocurre ahora», afirma Castellanos, refiriéndose a las alteraciones de los patrones de precipitaciones y los niveles de aridez en Guatemala. «La pregunta es: ¿es la variabilidad más alta de lo normal?».

    La falta de datos meteorológicos históricos hace que sea más difícil demostrar la existencia de un vínculo claro entre el cambio climático antropogénico y un aumento de la variabilidad climática. Sin embargo, Castellanos, uno de los principales expertos en cambio climático de Guatemala, cree que es complicado ignorar la transformación que ha visto de primera mano a lo largo de su vida.

    «Todavía nos queda mucho camino por recorrer antes de concluir científicamente que lo que observamos ahora está fuera de lo normal. Pero si sales al campo y preguntas a cualquiera si esto es normal, todo el mundo te dice que no».

    Ya se atribuya a El Niño o al calentamiento global, la situación en Guatemala pinta una perspectiva vívida de las vulnerabilidades que quedan expuestas cuando las sociedades carecen de la capacidad para hacer frente y adaptarse al clima cambiante.
    Economía vulnerable, aldeas vulnerables

    En años anteriores, las familias afectadas por un mal año de cosechas buscaban trabajo como temporeros en explotaciones comerciales y ganaban el dinero suficiente para comprar alimentos básicos como maíz y judías. Pero este año no hay trabajo. Hasta las explotaciones agrícolas comerciales consolidadas se han visto afectadas por la sequía de este año, un presagio de que surgirán mayores problemas a medida que los cultivos sensibles al clima que componen la mayor parte de las exportaciones agrícolas fundamentales (y del mercado laboral nacional) de Guatemala sufren los efectos del aumento de las temperaturas y los desastres vinculados al clima, cada vez más frecuentes.

    Hoy, hacia el final de otra «estación lluviosa» que no ha traído lluvias, muchas comunidades rurales parecen estar atrapadas en una vorágine catastrófica vertiginosa. Años de meteorología errática, cosechas perdidas y una escasez crónica de oportunidades de empleo han erosionado poco a poco las estrategias que las familias guatemaltecas habían conseguido usar para hacer frente a uno o dos años de sequías sucesivas y cosechas perdidas. Pero ahora, aldeas enteras parecen estar derrumbándose desde dentro a medida que cada vez más comunidades se quedan aisladas, a horas de la ciudad más cercana, sin alimento, trabajo o forma de buscar ayuda.

    «No hay transporte. La gente se ha quedado sin dinero para pagar las tarifas, de forma que los autobuses ya no pasan por aquí», afirma José René Súchite Ramos de El Potrerito, Chiquimula. «Queremos irnos, pero no podemos».

    Muchos describen la situación actual como la más desesperada que han vivido nunca. En el asentamiento de Plan de Jocote, Chiquimula, los cultivos de Gloria Díaz no han producido maíz.

    «Aquí, al 95 por ciento nos han afectado las sequías que comenzaron en 2014, pero este año lo hemos perdido todo, hasta las semillas», afirma Díaz. «Nos hemos quedado atrapados, sin salida. No podemos planificar la segunda cosecha y nos hemos quedado sin los recursos que teníamos para poder comer».

    Como otros miembros de su comunidad, Díaz ha recurrido a buscar raíces de malanga en la naturaleza en un intento por mantener a raya el hambre, pero estas también escasean. Sin una fuente fiable de agua potable, los brotes de diarrea y sarpullidos son cada vez más habituales, sobre todo entre los niños.

    En el departamento vecino de El Progreso, la hermana Edna Morales pasa muchos días recorriendo en burro las montañas secas que rodean la pequeña localidad de San Agustín Acasaguastlán en busca de niños desnutridos cuyas familias son demasiado pobres o estén demasiado débiles para buscar ayuda. En la actualidad, el centro de alimentación nutricional que dirige funciona a plena capacidad.

    «Estos niños tienen muchos problemas de salud que se ven agravados por una grave desnutrición crónica. Se les cae el pelo o son incapaces de caminar», explica. «Cuando vives aquí, se oye hablar de muchos casos de niños que mueren de desnutrición. Ni siquiera aparecen en las noticias».

    No son solo los niños quienes sufren las consecuencias de la grave escasez de alimento y la pobreza aplastante. En Chiquimula, Díaz muestra una antigua fotografía de grupo de la organización comunitaria que preside, la Asociación de Mujeres Progresistas del Sector Plan del Jocote. Señala una por una a las mujeres que han fallecido o que están muriendo lentamente por causas evitables que la pobreza extrema y la desnutrición han vuelto intratables.

    Cuando los agricultores de subsistencia pierden sus cosechas, se ven obligados a comprar los alimentos básicos que acostumbran a cultivar —normalmente a precios muy inflados— para dar de comer a sus familias. Sin una fuente de ingresos, este gasto adicional deja a muchos sin los recursos económicos para permitirse otras necesidades básicas como las medicinas o el transporte a centros médicos.

    A medida que el hambre obliga a padres desesperados a recurrir a medidas desesperadas para alimentar a sus familias, los robos y los ataques violentos se han disparado.

    «Gente de nuestra propia comunidad empieza a robar a otras personas porque es la única opción que tienen», afirma Marco Antonio Vásquez, líder comunitario de la aldea de El Ingeniero en Chiquimula.
    Migraciones masivas

    Muchos consideran la emigración la última opción, por sus enormes riesgos para la seguridad personal y las consecuencias impensables si son incapaces de completar su viaje.

    «Mucha gente se marcha, mucha más que nunca», afirma Vásquez. «Se van a Estados Unidos en busca de un nuevo futuro, llevándose consigo a los niños pequeños porque tienen la presión de arriesgarlo todo».

    Quienes tienen casas o pequeñas parcelas de tierra las usan como aval para pagar a los contrabandistas humanos conocidos como «coyotes» entre 8.800 y 13.000 euros a cambio de tres oportunidades para atravesar la frontera hacia Estados Unidos. Pero familias de las regiones más pobres del país suelen verse obligadas a escoger la opción con las mínimas garantías y los mayores riesgos: ir solos, normalmente con niños pequeños a cuestas.

    En Ciudad de Guatemala, dos o tres aviones aterrizan cada día en la base de la Fuerza Aérea guatemalteca, cada uno con unos 150 ciudadanos guatemaltecos que han sido deportados o interceptados mientras intentaban cruzar a Estados Unidos. Muchos huyen del hambre y la pobreza extrema de su país natal.

    Ernesto, que nos pidió que cambiáramos su nombre, parecía agotado mientras esperaba en la fila para recoger una pequeña bolsa que contiene las pertenencias que le arrebataron cuando le interceptaron en la frontera estadounidense: sus cordones, un teléfono móvil maltrecho y una pequeña biblia. Su familia en Guatemala había puesto en juego su hogar y su subsistencia con la esperanza de que lograra cruzar y encontrara trabajo en Estados Unidos, lo que le permitiría apoyar a su familia. Era la segunda vez que lo deportaban.

    «Me queda una oportunidad. Si no lo consigo, estaré en graves problemas».

    https://www.nationalgeographic.es/medio-ambiente/2018/10/el-clima-cambiante-obliga-emigrar-los-guatemaltecos-desesperados

    #climat #changement_climatique #migrations #émigrations #Guatemala #réfugiés_climatiques #réfugiés_environnementaux

  • Battling for survival on the frontier of climate change

    When the rains stopped coming two years ago, transforming Denise Reid’s once flourishing banana fields into an expanse of desiccated wasteland, she was bewildered at first.

    Here in rural Portland, Jamaica’s wettest parish for as long as anyone can remember, farmers like Mrs Reid are battling for survival on the frontier of climate change.

    “I couldn’t understand why it was so dry. We used to have lovely seasons; now everything has changed,” she says.

    Evolving weather patterns are making their impact felt across the Caribbean in prolonged droughts, incessant bush fires and worsening storms.

    And Jamaica’s reliance on rain-fed farming, with many smallholdings set on mountain slopes prone to landslides, has left the sector particularly vulnerable.

    In a nation where one in six working people earns a living from agriculture, the losses are far-reaching and sorely felt.
    Smart tools

    Now, experts behind a trailblazing venture with innovative technology at its core hope to give islanders the tools to fight back.

    A climate-smart project is being implemented and funded by the Netherlands-based Technical Centre for Agricultural and Rural Cooperation (CTA) in three parishes in the east of Jamaica, which is most susceptible to extreme weather.

    Working closely with government agencies, the aim is to boost productivity and food security, while improving planters’ resilience and income.

    Data is gleaned from weather satellites, combined with local met offices’ predictions and delivered to farmers via sophisticated weather apps. The free apps, downloaded onto smartphones, are capable of forecasting three months ahead.

    Farmers can also sign up for planting tips via text message and early warning alerts for hazards like flash floods and fires.

    The work has seen 5,000 farmers across Portland, St Mary and St Thomas digitally profiled for the first time. Storing their personal details, plus information about their farms and produce, onto a national database means they can receive location-specific advice.

    Coupled with savvy land management training and the development of drought-resistant seeds by the Jamaican government, farmers are expected to see up to a 40% increase in output within two to three years.

    CTA’s senior programme coordinator Oluyede Ajayi, who heads similar work in Mali and Ethiopia, says the weather apps boast an impressive 88% reliability.

    Mrs Reid may have lost hope for her beloved bananas but expects to reap thousands of pounds of hardier pineapples this year instead.

    “I started with just 17 plants,” she says proudly, surveying the abundance of fruit thriving again at her Belle Castle orchard.

    Mulching to retain moisture is just one of the techniques she was taught by attending local farmer forums. The regular gatherings are also used to share information from the apps to growers with limited internet connectivity.
    ’The river took it’

    In neighbouring St Mary, parts of the Pagee River, used for irrigation by farmers for decades, have been bone dry since March.

    Vultures soar above a former coconut plantation destroyed by one of hundreds of fires that have plagued the parish this summer.

    Howard White lost his previous farm to intense floods.

    “The river came and took it by night,” he recalls with a shudder. “My two feet trembled when I saw that but I knew I had to stay strong and replant.”

    It is not just erratic rainfall giving him headaches but crucifying heat too, he continues, wiping his brow.

    June was the hottest month ever recorded in Jamaica with temperatures topping 39C.

    Still, thanks to the weather apps which tell him precisely how much rain he can expect for the next five days, along with wind direction and speed, temperature and humidity, his new farm higher up the hillside is thriving.

    Mr White now plans to extend beyond plantain and coca plants and plant scotch bonnet peppers too.

    He has also been taught to create contours in the sloped land, fringed with log barriers to prevent soil erosion.
    ’Leaps and bounds ahead’

    CTA’s involvement has taken government efforts to help farmers to a new dimension, says Dwayne Henry, of Jamaica’s Rural Agricultural Development Authority (RADA).

    “We are leaps and bounds ahead of where we were,” he tells the BBC.

    “Some of the older folk take longer to warm up to the apps but they get there and are now relying on us to send out the information.”

    The user-friendly, interactive design with brief, pithy text helps accommodate all literacy levels, Mr Henry explains.


    Since the project began in June 2018, it has proved so popular the government now hopes to roll it out nationwide.

    CTA’s Bertil Videt hopes the initiative will reap the rewards seen in Africa.

    “We’ve seen vast differences in the yields of farmers in Mali using the project, compared to those who did not,” he explains.

    Success cannot come soon enough for planters like Elaine Reid who says drought has reduced the size of her onions, slashing the income from her half-acre Belle Castle holding by half.

    Her neighbour Kofi Mendes agrees. “We see climate change first-hand; we live it each day,” he says. “It makes me angry, sad, confused. Knowing how to adapt to it is crucial.”

    https://www.bbc.com/news/world-latin-america-49661455

    #smart_technology #technologie #changement_climatique #agriculture #Jamaïque

  • Bangladesh’s disappearing river lands

    ‘If the river starts eroding again, this area will be wiped off’.

    Every year in Bangladesh, thousands of hectares of land crumble into the rivers that wind through this South Asian nation, swallowing homes and pushing families away from their rural villages.

    This land erosion peaks during the June-to-October monsoon season, which brings torrential rains and swells the country’s rivers. This year, erosion destroyed the homes of at least 8,000 people in Bangladesh’s northern districts during heavy July floods that swept through the region and displaced at least 300,000 people across the country. Hundreds more households have been stranded in recent days.

    Rita Begum understands the dangers. Last year, she was one of some 44,000 people in Shariatpur, an impoverished district south of the capital, Dhaka, who lost their homes in what people here say was the worst erosion in seven years. Over four months, the Padma River gobbled up two square kilometres of silt land in Naria, a sub-district.

    Rita, a 51-year-old widow, saw her home and garden destroyed. Now, she lives on rented land in a makeshift shed pieced together with iron sheeting from the remnants of her old house.

    “I have no soil beneath my feet,” she said. “My relatives’ homes are now under water too.”

    Erosion has long been a part of life in Bangladesh, which sits on a massive river delta. The Padma’s rushing waters constantly shift and transform the shape of the river, eating away at its sandy banks. Deforestation, weather extremes, strong currents, and the accumulation of silt all contribute to erosion. But researchers say a warming climate is accelerating today’s risks by intensifying rains and floods – sinking communities deeper into poverty.

    The UN says Bangladesh is one of the world’s most vulnerable to climate change – and one of the least prepared for the rising sea levels, weather extremes, and food security threats that could follow.

    And the World Bank estimates there could be 13 million climate migrants here halfway through this century.

    Now, she lives on rented land in a makeshift shed pieced together with iron sheeting from the remnants of her old house.

    Bangladesh already faces frequent disasters, yet the yearly crises ignited by erosion see little of the spotlight compared to monsoon floods, landslides, and cyclones.

    “Even our policymakers don’t care about it, let alone the international community,” said Abu Syed, a scientist and a contributing author of a report by the UN body assessing climate research.

    But erosion is quietly and permanently altering Bangladesh’s landscape. From 1973 through 2017, Bangladesh’s three major rivers – the Padma, the Meghna, and the Jamuna – have engulfed more than 160,000 hectares of land, according to statistics provided by the UN. That’s roughly five times the land mass of the country’s capital.

    And the Centre for Environmental and Geographic Information Services, a government think-tank, forecasts that erosion could eat up another 4,500 hectares by the end of 2020, potentially displacing another 45,000 people.

    Experts who study Bangladesh’s rivers say the government response to erosion, while improving, has largely been ad hoc and temporary – sandbags thrown against already crumbling land, for example, rather than forward-looking planning to better adapt to the waterways.

    And many who have already lost their homes to erosion, like Rita, have struggled to rebuild their lives without land, or have been forced to join the 300,000 to 400,000 people each year estimated to migrate to teeming Dhaka driven in part by environmental pressures.

    Disaster deepens poverty, fuels migration

    Today Rita shares her shed with her three sons; she’s just scraping by, earning the equivalent of less than $4 a month as a maid. There is no running water or sanitation: Rita treks down a steep slope to fetch water from the same river that devoured her home.

    In nearby Kedarpur village, Aklima Begum, 57, lost not only her home, but her rickshaw-puller husband, who died when a chunk of earth crumpled from beneath a riverside market last August. The sudden collapse washed away 29 people, though some were later rescued.

    “We didn’t find his body,” Aklima said.

    Last year’s disaster has had a lasting impact on both rich and poor here. Year Baksh Laskar, a local businessman, saw most of his house vanish into the river, but he invited 70 neighbouring families to set up makeshift homes on his remaining land.

    “They are helpless,” he said. “Where will these people go?”

    With homes and farmland disappeared, many in the area have left for good, according to Hafez Mohammad Sanaullah, a local government representative.

    “This erosion is severe. People got scattered,” he said.

    Humanitarian aid helped to prevent hunger in the disaster’s aftermath last year, but emergency support doesn’t fix longer-term problems faced by a landless community. Sanaullah singled out housing and jobs as the two biggest problems: “People who used to do farming can’t do it any longer,” he said.

    Babur Ali, the municipality’s mayor, estimated at least 10 percent of the people displaced by last year’s erosion have moved to Dhaka or other urban areas in Bangladesh.

    The government’s Ministry of Disaster Management and Relief, which oversees response and recovery programmes, is building three projects in the area to house some 5,000 erosion survivors, an official told The New Humanitarian.

    The Bangladesh Red Crescent Society said it has asked district officials for land to set up a “cluster village” – barrack-like housing where people share common facilities. But the land has not yet been granted, said Nazmul Azam Khan, the organisation’s director.
    Preparing for future threats

    The Bangladesh Water Development Board – the government agency that oversees the management of rivers – in December started a $130-million project intended to shield a nine-kilometre stretch of Naria from further erosion.

    This includes the dredging of waterways to remove excess sediment – which can divert a river’s flow and contribute to erosion – and installing sandbags and concrete blocks to buttress the steep riverbanks.

    There are also plans to erect structures in the river that would redirect water away from the fragile banks, said project head Prakash Krishna Sarker.

    But these changes are part of a three-year project; the bulk of the work wasn’t ready in time for this year’s monsoon season in Naria, and it won’t be finished by next year’s either.

    “People are concerned. If the river starts eroding again, this area will be wiped off,” said Sanaullah.Bangladesh’s government last year approved a multi-billion-dollar infrastructure plan to better manage the country’s rivers, including tackling erosion. AKM Enamul Hoque Shameem, the deputy minister for water resources, said the plans include dredging, river training, and bank protection. He told The New Humanitarian that erosion-vulnerable areas like Shariatpur are a “top priority”.
    Climate pressures

    But this work would be carried out over decades – the current deadline is the year 2100.

    By then, researchers say, the impacts of climate change will be in full force. A 2013 study published in the International Journal of Sciences forecasts that the amount of land lost annually due to erosion along Bangladesh’s three main rivers could jump by 18 percent by the end of the century.

    As with floods, drought, storms, and other disasters that strike each year, erosion is already pushing displaced Bangladeshis to migrate.

    Rabeya Begum, 55, was a resident of Naria until last August. After her home washed away, she packed up and fled to a Dhaka slum – the destination for most migrants pushed out by disasters or other environmental pressures.

    “I don’t feel good staying at my son-in-law’s house,” said Rabeya, who lost her husband to a stroke months after the erosion uprooted her.

    Life without her own land, she said, is like being “afloat in the water”.

    https://www.thenewhumanitarian.org/Bangladesh-river-erosion-engulfs-homes-climate-change-migration
    #Bangladesh #érosion #réfugiés_climatiques #réfugiés_environnementaux #migrations #inondations #climat #changement_climatique #Shariatpur #Dhaka #Padma_River #Naria #destruction #terre #sécurité_alimentaire #pauvreté

  • Le #capitalisme est la cause du dérèglement climatique

    #Naomi_Klein est journaliste, réalisatrice et l’auteure de plusieurs essais remarqués : No Logo : La tyrannie des marques (Actes Sud, 2001), La Stratégie du choc : Montée d’un capitalisme du désastre (Actes Sud, 2008) et Tout peut changer : Capitalisme et changement climatique (Actes Sud, 2015). Nous vous proposons la traduction inédite d’un de ses derniers articles publié le 3 août dernier sur le site américain TheIntercept.com : « Capitalism killed our climate momentum, not “human nature” ».

    Demain Dimanche [4 août – ndlr], un seul article occupera l’intégralité du magazine du New York Times, et portera sur un sujet unique : l’absence de réaction face à la crise climatique mondiale dans les années 80, à l’époque où du point de vue scientifique la question était réglée, mais aussi où les opinions politiques semblaient tenir compte de ce point de vue. L’auteur de l’article est Nathaniel Rich, dont le travail d’historien foisonne de révélations d’initiés sur le refus de prendre certaines décisions, ce qui me fit jurer à voix haute à de nombreuses reprises. Au cas où le moindre doute subsisterait quant au fait que les conséquences de ces non-décisions graveront une empreinte suffisamment profonde pour définir une ère géologique, un reportage de photographie aérienne de George Steinmetz ponctue le texte de Rich, et notre regard ne peut se détacher de ces témoignages sur le délitement accéléré des systèmes planétaires, depuis la transformation de la glace du Groenland en un déchaînement d’eaux vives, jusqu’aux gigantesques efflorescences algales du troisième lac chinois par la taille.

    La longueur de l’article est celle d’un court roman ; il constitue un exemple du type de prise de position médiatique que la crise climatique mérite depuis longtemps, mais dont elle ne bénéficie presque jamais. Un sujet aussi trivial que le pillage de notre unique habitat ne mérite pas de faire les gros titres, et la litanie de justifications à une telle affirmation ne nous est que trop familière : « Le changement climatique est un problème de bien trop long terme » ; « Il est malvenu de parler politique, au moment où des gens périssent, victimes d’ouragans ou d’incendies » ; « Les journalistes s’adaptent à l’actualité, ne la créent pas » ; sans oublier, bien entendu : « Rien de tel pour fracasser l’audimat ».
    La responsabilité des médias

    Aucune de ces excuses ne saurait dissimuler le manquement au devoir. Les médias dominants ont toujours eu le pouvoir de décider, tout seuls, que la déstabilisation planétaire était un sujet d’actualité de la plus haute importance ; parmi ceux du moment, il est sans aucun doute le plus lourd de conséquences. Ils ont toujours eu cette capacité de mobilisation des talents de leurs journalistes et photographes, qui leur permettrait de mettre en évidence le lien entre sciences abstraites et évènements climatiques extrêmes, tels qu’ils sont vécus. Le feraient-ils avec constance, qu’ils atténueraient le besoin pour les journalistes de déterminer l’agenda politique, dans la mesure où un public mieux au fait de la menace comme des solutions concrètes, tend à pousser ses élus à prendre des mesures courageuses.

    Ainsi s’explique l’exaltation ressentie en apprenant que le Times mobilisait l’intégralité des troupes de sa machine éditoriale pour soutenir l’opus de Rich – à coups de film promotionnel, de lancement télévisé en direct depuis le Times Center, en passant par la publication de matériel pédagogique dédié.

    Ainsi s’explique également, la colère qui nous étreint à la lecture d’un article dont les prémisses sont à ce point erronées. Selon Rich, entre 1979 et 1989, la science fondamentale du changement climatique était comprise et acceptée, le sujet n’avait pas encore provoqué de clivage partisan, les compagnies d’exploitation des énergies fossiles n’avaient pas encore entamé de véritable campagne de désinformation, enfin une puissante dynamique politique semblait entraîner le monde vers la conclusion d’un accord international de réduction des émissions, à la fois ambitieux et contraignant. Lorsqu’il parle de cette période-clé, à la fin des années 80, Rich écrit : « Toutes les conditions du succès étaient réunies ».

    Mais nous avons tout gâché – « nous », c’est à dire les humains, dont la myopie sévère nous empêche de sauvegarder notre avenir. Et au cas où nous n’aurions pas bien compris sur qui, ou sur quoi, rejeter la responsabilité de notre « perte de la terre », la réponse de Rich se présente sous la forme d’un cri indigné en pleine page : « Tous les faits nous étaient connus, aucun obstacle ne barrait la voie. C’est à dire … aucun, à part nous-mêmes. »

    Ouais … vous, moi. Selon Rich, pas les compagnies pétrolières, qui participèrent à chacune des réunions politiques dont l’article fait mention. (Essayez d’imaginer un gouvernement étasunien qui chargerait l’industrie du tabac de rédiger les politiques visant à interdire de fumer. Au cas où ce type de réunions échouerait à prendre la moindre mesure concrète, devrait-on en conclure à la tendance suicidaire des populations ? Devrait-on, au contraire, pencher pour la corruption d’un système politique à l’agonie ?).

    Depuis mercredi, date de la mise en ligne de la première version de l’article, de nombreux scientifiques et historiens ont souligné ce contresens. D’autres ont attiré l’attention sur les invocations insupportables à la « nature humaine », ainsi que sur le « nous » de majesté, utilisé pour décrire un groupe de personnages très influents, dont l’homogénéité est à mourir de rire. On ne trouve, dans le compte rendu de Rich, pas la moindre allusion à ces dirigeants de « Pays du Sud », qui exigèrent des mesures contraignantes, pendant et après cette période-clé, et dont l’humanité, bizarrement, ne les empêchait pas de se soucier des générations futures. Parallèlement, il est aussi rare de percevoir l’écho d’une voix féminine dans le texte de Rich, que d’observer des pies à bec ivoire en pleine nature – et si nous, mesdames, finissons bien par apparaître, c’est avant tout dans le rôle de déesses de douleur, épouses de héros tragiques.
    Des politiques tout aussi coupable

    Rich finit par conclure que tout fut gâché par l’intervention de quelque chose du nom de « nature humaine », sans pour autant se soucier de fournir la moindre preuve, ni sociale, ni politique. Il affirme que « les êtres humains, qu’ils soient membres d’organisations mondiales, de démocraties, d’entreprises, de partis politiques, ou simplement en tant qu’individus, ont conscience du châtiment qu’ils infligeront aux générations futures, mais ils se révèlent incapables de sacrifier leurs habitudes de consommation présentes pour autant. On dirait que nous sommes incapables de nous détacher de « notre obsession du présent, notre souci du moyen terme, notre tendance à chasser le long terme de nos esprits, comme on recrache un poison ».

    Mon analyse de la même période me fit aboutir à une conclusion diamétralement opposée : avec le recul, ce qui ressemblait au premier abord à l’opportunité idéale de mise en œuvre de politiques de préservation du climat, se révèle avoir été un anachronisme historique de première ampleur. En effet, l’analyse rétrospective de ce moment le fait apparaître clairement comme la conjonction du rassemblement de gouvernements enfin bien décidés à brider l’industrie pétrolière, et de la transformation en tsunami de la vague néolibérale, dont les objectifs de déconstruction économique et sociale entrèrent en collision frontale avec les impératifs de la science du climat d’une part, de l’imposition de règles permanentes aux grandes entreprises d’autre part. L’absence de la moindre allusion, même infime, à l’apparition de cette autre caractéristique du monde de l’époque, trace au cœur de l’article de Rich, un angle mort dont l’énormité donne le vertige. Après tout, le métier de journaliste offre cet avantage essentiel de pouvoir revenir sur le passé récent, en étant capable de discerner alors des tendances, des structures, demeurées invisibles aux yeux de celles et ceux qui furent emportés par ces bouleversements, en temps réel. Par exemple, en 1988, la communauté scientifique ne pouvait avoir conscience d’être en équilibre sur le bord d’un précipice, prête à basculer dans le creuset d’une révolution libérale dont les convulsions allaient remodeler toutes les principales économies de la planète.

    Mais nous, nous savons. Lorsqu’on se penche sur la fin des années 80, il apparaît très clairement que 1988-89 étaient très loin de rassembler « des conditions de réussite on ne peut plus propices » ; en fait, pour une humanité décidée à prendre la résolution ferme de placer la santé de la planète en tête de ses priorités, loin devant les dividendes, il s’agissait très probablement du pire moment.

    Situons le contexte. En 1988, les États-Unis signèrent avec le Canada un accord de libre-échange qui allait servir de prototype aux innombrables traités du même genre conclus par la suite. La chute du Mur de Berlin était toute proche, un événement dont les idéologues étasuniens d’extrême-droite allaient réussir à s’emparer pour en faire à la fois la preuve de la « fin de l’histoire », et le blanc seing les autorisant à exporter aux quatre coins de la planète privatisations, dérégulation, austérité, à savoir les trois ingrédients de base de la recette Reagan-Thatcher.

    Ce fut cette convergence de tendances historiques – l’émergence au niveau mondial de deux architectures, l’une en prévision de la lutte contre le changement climatique, et l’autre, beaucoup plus solide, destinée à libérer le capital de toute contrainte -, qui enraya le mouvement dont Rich procède à la juste identification. En effet, fait-il remarquer à de nombreuses reprises, la relève du défi de la lutte contre le changement climatique, aurait réclamé d’une part l’imposition de règles strictes aux pollueurs, d’autre part un plan d’investissements dans les services publics, afin de transformer nos modes d’alimentation en énergie, nos habitudes de vies dans les grandes villes, nos moyens de transport.

    Tout ceci était possible dans les années 80-90 (et continue à l’être) – mais uniquement au prix d’une bataille frontale contre le projet néolibéral, qui lançait, à ce moment précis, une offensive contre l’idée même de service public (« La société est une chimère », nous répétait Thatcher). Parallèlement, les accords de libre-échange conclus à l’époque, faisaient tout leur possible pour rendre illégales au regard du droit du commerce international, de nombreuses initiatives bienvenues pour le climat – comme les subventions, ou la priorité accordées à l’économie verte localisée, ou le refus opposé aux nombreux projets polluants, comme les oléoducs ou la fracturation hydraulique.

    J’ai écrit un livre de 500 pages sur cette collision entre planète et capitalisme, dont je ne vais pas ressasser les détails ici-même. Cependant, cet extrait traite le sujet en profondeur, c’est pourquoi je me permets d’en citer un court extrait :

    Nous n’avons pas fait le nécessaire pour réduire les émissions, parce que la nature même de ce type d’actions entre en conflit avec le capitalisme dérégulé, à savoir l’idéologie dont le règne couvre toute la période au cours de laquelle nous nous sommes démenés pour trouver le moyen de sortir de cette crise. Nous n’avançons pas, parce que les mesures qui constitueraient notre meilleure chance d’éviter la catastrophe – et dont la très grande majorité bénéficierait – représentent une menace extrême pour une élite minoritaire qui tient en laisse les médias dominants, et bride nos économies comme notre fonctionnement politique. Ce problème n’aurait probablement rien eu d’insurmontable, s’il était survenu à tout autre moment de notre histoire. Mais pour notre grand malheur à tous, c’est au moment précis où la communauté scientifique présentait la menace pesant sur le climat sous forme de diagnostic irréfutable, que cette élite put jouir sans entraves de pouvoirs politique, culturel, intellectuel, qui n’avaient plus été aussi étendus depuis les années 20. En fait la diminution drastique des émissions de gaz à effet de serre avait fait l’objet de discussions sérieuses entre gouvernements et scientifiques dès 1988 – l’année même où se leva l’aube de ce que nous allions connaître sous le nom de « mondialisation ».

    Un socialisme démocrate vert comme solution ?

    Pourquoi l’absence de mention par Rich de cette collision, remplacée chez lui par l’affirmation selon laquelle c’est bien la « nature humaine » qui scella notre sort, nous importe-t-elle ? Son importance tient au fait que, si « nous-mêmes » sommes la force qui enraya la mobilisation en faveur de l’action, alors la une fataliste du magazine du New York Times, – « La Perte de la Terre » – est effectivement appropriée. Si nous sommes incapables de faire des sacrifices à court terme, même dans l’espoir d’améliorer notre santé et notre sécurité dans le futur, et si cette inaptitude est une composante fondamentale de notre ADN collectif, alors nous ne saurions espérer être capables de changer le cours des évènements assez tôt, pour éviter un réchauffement vraiment catastrophique.

    En revanche, si nous autres humains étions vraiment à deux doigts de nous tirer d’affaire dans les années 80, jusqu’au moment où un raz-de-marée élitiste de libre-échangisme fanatique nous submergea – en dépit de millions d’opposants aux quatre coins de la planète -, alors nous pouvons agir de manière on ne peut plus concrète. Nous pouvons faire face à cet ordre économique, afin d’essayer d’y substituer une alternative soucieuse de sécurité humaine et planétaire, qui ne maintiendrait pas en son centre, coûte que coûte, la recherche de la croissance et du profit.

    Quant à la bonne nouvelle – car il y en a une – elle tient au fait qu’aujourd’hui, contrairement à 1989, un jeune mouvement, en pleine expansion, de socialistes démocrates « verts », fait campagne aux États-Unis autour d’un tel projet. Cette alternative n’est pas uniquement électorale – elle donne à voir notre seul et unique horizon vital.

    Soyons clairs cependant : cet objectif, qu’il est indispensable d’atteindre, ne s’appuie sur aucun essai préalable, en tout cas pas à l’échelle requise. Lorsque le Times publia sur Twitter une accroche pour l’article de Rich, évoquant « l’inaptitude de l’humanité à juguler la catastrophe climatique », l’excellente aile écolo-judiciaire des Socialistes Démocrates d’Amérique, s’empressa de proposer cette correction : « LE CAPITALISME ; S’ils voulaient vraiment chercher les causes du déraillement, leur enquête porterait sur un capitalisme incapable de s’attaquer au problème posé par la catastrophe du changement climatique ». Malgré le capitalisme, l’humanité est tout à fait capable de s’organiser en modèles florissants de sociétés, délimités par les contraintes de l’écologie ».

    Leur argument se tient, en dépit de ses failles. Rien n’oblige les humains à vivre sous le règne du capitalisme ; nous, les humains, sommes capables de nous organiser sous les formes de toutes sortes d’ordres sociaux différents, parmi lesquels des sociétés dont l’horizon temporel serait beaucoup plus éloigné, ou plus aptes à respecter les systèmes soucieux de préserver les conditions de survie de la nature. En fait, c’est ainsi que les humains vécurent, sauf pendant une infime partie de notre histoire, et de nos jours encore bien des cultures indigènes perpétuent des cosmologies géocentriques. Le capitalisme n’est qu’une anomalie minuscule dans l’histoire collective de notre espèce.

    Mais il ne suffit pas de pointer la seule responsabilité du capitalisme. Sans contestation possible, on peut affirmer que le capitalisme, en raison de sa soif inextinguible de croissance et de profits, se dresse comme un obstacle sur l’unique chemin menant à la transition rapide vers la sortie des énergies fossiles. Sans contestation possible, on peut également affirmer que la propagation sur toute la planète, dans les années 80-90, d’une forme débridée du capitalisme connue sous le nom de néolibéralisme, explique à elle seule le pic désastreux des émissions au cours des dernières décennies, au niveau mondial, et constitue aussi l’unique pierre d’achoppement, sur laquelle les gouvernements continuent de buter, depuis qu’ils se réunissent (et parlent, encore et encore), au moment de prendre des mesures de sauvegarde du climat, d’inspiration scientifique. Il s’agit aujourd’hui encore de l’obstacle principal, même dans des pays, comme la France et le Canada, qui se vantent d’être en première ligne dans la bataille climatique.

    Cela dit, il nous faut faire preuve d’honnêteté, et admettre que le socialisme industriel autocratique fut tout aussi désastreux pour l’environnement, comme le prouve la chute brève mais spectaculaire des émissions au début des années 90, soit au moment où s’effondrèrent les économies de l’ex-Union Soviétique. Ainsi que je l’écrivais dans Tout Peut Changer, le populisme pétrolier du Venezuela perpétue cette tradition toxique de nos jours, avec des conséquences désastreuses.

    Reconnaissons-le, tout en soulignant que des pays de forte tradition social-démocrate – comme le Danemark, la Suède, ou l’Uruguay – appliquent des politiques qui comptent parmi les plus visionnaires au monde en matière d’environnement. Ce qui nous amène à conclure que, si socialisme et écologie ne vont pas forcément de pair, une nouvelle forme d’éco-socialisme démocratique, suffisamment humble pour retenir les leçons des enseignements indigènes sur nos devoirs envers les générations futures, comme sur l’interconnexion de toutes les formes de vie, a toutes les apparences du pari le moins risqué, pour une humanité en quête de survie collective.

    Tel est l’enjeu de la floraison de candidatures politiques issues du tissu associatif, dont les campagnes en faveur d’un projet éco-socialiste démocratique, révèlent les liens entre les déprédations économiques consécutives à plusieurs décennies d’hégémonie néolibérale, et l’état dévasté de notre habitat naturel. En partie inspirés par la campagne présidentielle de Bernie Sanders, plusieurs candidats, d’origines multiples – à l’image d’Alexandra Ocasio-Cortez, à New York, de Kanelia Ing, à Hawaï, et de bien d’autres encore – font campagne sur des programmes appelant à un « New Deal Vert », apte à satisfaire les besoins matériels fondamentaux de chacun, à offrir de vraies solutions en matière d’injustices envers certaines communautés, de race ou de genre, tout en catalysant une transition rapide vers un recours exclusif aux énergies renouvelables. Plusieurs d’entre eux, comme Cynthia Nixon, candidate au poste de gouverneur de l’état de New York, ou Zephyr Teachout, candidat au poste de procureur général du même état, ont promis, non seulement de refuser l’argent des compagnies pétrolières, mais encore de les poursuivre en justice.

    Tous ces candidats, qu’ils se revendiquent ou non du socialisme démocratique, rejettent le centrisme néolibéral des élites du Parti Démocrate, et la fadeur de leurs solutions « compatibles avec l’économie de marché » à la crise écologique, tout comme le guerre totale de Trump contre la nature. Ils incarnent également une alternative concrète aux socialistes extractivistes peu soucieux de démocratie, ceux d’hier comme ceux d’aujourd’hui. Par dessus-tout, cette nouvelle génération de dirigeants politiques, se refuse à faire de « l’humanité » le bouc-émissaire, condamné à expier les péchés d’avarice et de corruption d’une élite restreinte. Elle cherche, au contraire, à aider l’humanité – notamment celles et ceux dont on ignore systématiquement la parole, voire l’identité – à se constituer en un pouvoir soudé, doté d’une voix unique, et capable de tenir tête à cette élite.

    Nous ne perdons pas la terre – mais son réchauffement accéléré la place sur une trajectoire menant un grand nombre d’entre nous à leur perte. Une nouvelle voie politique se présente, juste à temps, pour nous emmener en lieu sûr. Le temps n’est pas aux lamentations sur les années perdues. Le moment est venu de s’engager sur cette voie, sans perdre un instant.

    https://www.luxediteur.com/le-capitalisme-est-la-cause-du-dereglement-climatique
    #climat #changement_climatique #responsabilité

  • Mais pourquoi les chênes d’Alsace meurent-ils par dizaines ?
    https://www.europe1.fr/societe/pourquoi-les-chenes-dalsace-meurent-par-dizaine-3916208

    Il symbolise la force et la longévité. Le voilà chétif et menacé. Le #chêne, l’arbre-prince des forêts françaises depuis des millénaires, est désormais touché et menacé par le #changement_climatique. A cause de la #sécheresse, il en meurt par dizaines dans la forêt de la Harth, en #Alsace. [...]

    On se tourne donc désormais vers des essences d’avenir, avec des cèdres d’Afrique du nord : " Ce sont des cèdres qui sont originaire de l’Atlas, en Afrique du nord, et qui sont adaptés au climat actuel que nous avons en Alsace "explique Bruno Gaston.

  • De la #neige_artificielle pour sauver les #glaciers_alpins

    Les glaciers alpins disparaissent en raison du réchauffement climatique. Alors que dans les #montagnes certains font appel à la divine providence, des chercheurs tentent de freiner la fonte grâce à des solutions technologiques. Mais sera-ce suffisant ?


    https://www.swissinfo.ch/fre/s%C3%A9rie-sur-les-glaciers-suisses--3000-4500-m%C3%A8tres_de-la-neige-artificielle-pour-sauver-les-glaciers-alpins/45170356
    #glaciers #Alpes #changement_climatique #climat #technologie #Suisse

  • #Biorégions_2050

    Biorégions 2050 est le résultat d’un atelier de #prospective sur l’#Île-de-France #post-effondrement, téléchargeable gratuitement. Nous sommes presque en 2050. L’Île-de-France a subi une #fragmentation forcée résultant du #Grand_Effondrement. À partir de 2019, les effets du #dérèglement_climatique sont devenus de plus en plus perceptibles, obligeant une partie de la population francilienne – la plus aisée – à quitter la région. En raison d’une #crise_économique liée à l’interruption erratique des flux de la #mondialisation, la carte des activités a dû être redessinée et la capacité d’autoproduction renforcée. Le tissu des bassins de vie s’est redéployé autour de localités plutôt rurales et s’est profondément relocalisé. La vie quotidienne a retrouvé une forme de #convivialité de #proximité, à base d’#entraide et de #solidarité. Les #hypermarchés ont disparu, démontés pour récupérer le #fer et l’#aluminium. Certains #centres_commerciaux ont été transformés en #serres de #pépinières. Le #périphérique a été couvert de verdure et transpercé de radiales cyclistes et pédestres qui conduisent aux #biorégions limitrophes. La fin des #moteurs_thermiques, liée à la pénurie de #pétrole et à des décisions politiques, a induit une atmosphère nouvelle. L’#ozone_atmosphérique et les #microparticules ne polluent plus l’#air. Les #cyclistes peuvent pédaler sans s’étouffer. Mais les épisodes de #chaleurs_extrêmes interdisent encore la circulation sur de grandes distances par temps estival.


    http://fr.forumviesmobiles.org/publication/2019/03/27/bioregions-2050-12915
    #pollution #climat #changement_climatique #collapsologie #effondrement #scénario

    Le pdf :
    http://fr.forumviesmobiles.org/sites/default/files/editor/bioregions_2050.pdf

  • Avec 21 °C, un record de chaleur enregistré près du pôle Nord
    https://www.lemonde.fr/planete/article/2019/07/16/avec-21-c-un-record-de-chaleur-enregistre-pres-du-pole-nord_5490121_3244.htm


    Alert, au Canada, est l’endroit habité le plus septentrional de la planète.
    STEPHANIE PERTUISET / AFP

    Le changement climatique n’est pas étranger à cette hausse exceptionnelle des températures, estime un météorologue du ministère canadien de l’environnement.

    C’est un « record absolu de chaleur » pour cette station. Le mercure a atteint 21 °C dimanche 14 juillet à Alert, au Canada, l’endroit habité le plus septentrional de la planète, à moins de 900 km du pôle Nord. « C’est assez phénoménal comme statistique, c’est un exemple parmi des centaines et des centaines d’autres des records établis du fait du réchauffement climatique », a souligné auprès de l’Agence France-presse (AFP) Armel Castellan, météorologue du ministère canadien de l’environnement.

    Base militaire permanente établie sur le 82e parallèle, servant notamment à intercepter les communications russes, Alert abrite depuis 1950 une station météo. Il y a fait 21 °C le 14 juillet, 20 °C le 15 juillet : « On n’a jamais vu ça », a déclaré M. Castellan. Mardi, à la mi-journée, il faisait déjà 17 °C.

    #n'est_pas_étranger_à
    #changement_climatique

  • Méditerranée : La température de l’eau dépasse 30 °C, les scientifiques craignent le pire avec ce « record »
    https://www.20minutes.fr/planete/2559663-20190708-mediterranee-temperature-eau-depasse-30-scientifiques-cra

    Un record dans l’histoire contemporaine des relevés météorologiques. La température de la mer Méditerranée atteint des sommets, avec pas moins de 30 °C sur le littoral, à Marseille. « La température est de 28 °C à planier [au large des côtes], et elle atteint localement 31, voire 32 °C en surface près du littoral le littoral », précise Paul Marquis, prévisionniste météo.

    Une situation « pas du tout normale », selon lui. « Même en 2003, la mer n’avait pas atteint ces températures. Jamais dans l’époque contemporaine des relevés météo, nous n’avons atteint ces températures, que ce soit à la fin ou au début de l’été », avance-t-il. En cause, les fortes chaleurs observées depuis la fin du mois de juin, couplées à l’absence de mistral.