• The Elimination Project. Israel’s Systematic Dismantling of Palestinian Collective Life in the West Bank

    Since the current Israeli government took office at the end of 2022, and even more so since October 2023, Israel has dramatically escalated its assault on all aspects of Palestinian life in the West Bank. At any moment, Palestinians may be exposed to #violence by soldiers or armed settler militias, arrested and imprisoned, subjected to abuse and humiliation, and sometimes even killed.

    The Elimination Project draws on more than 2,000 testimonies B’Tselem collected from Palestinians since October 2023 and over three decades of documenting the Israeli apartheid regime’s human rights abuses in the West Bank. The report looks at the current reality not as a collection of isolated incidents or specific harms, but as part of a comprehensive mechanism of elimination that works to dismantle the conditions for continued Palestinian existence in the West Bank, while deepening Jewish control and supremacy in an irreversible manner. An examination of the current reality in the West Bank reveals that the project of elimination is now being implemented more openly, directly and violently than before, and increasingly relies on cooperation between official state authorities and settler militias operating in the West Bank with state backing and support.

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=mOsxHzBCll8


    ▻https://www.btselem.org/the_elimination_project
    #Cisjordanie #Israël #Palestine #abus #humiliation #rapport #emprisonnement #droits_humains #milices #intimidation #élimination #déshumanisation #santé_mentale #stress_post-traumatique #seam_zone #routes #apartheid #vallée_du_jordan #checkpoints #colonisation #colons #liberté_de_circulation #accès_aux_soins #travail #économie #permis_de_travail #infrastructure #agriculture #oliviers #oliveraies #éducation #écoles #université #censure #manuels_scolaires #liberté_d'expression #nettoyage_ethnique #dépossession #land_grab #accaparement_des_terres #expulsions #réserves_naturelles #démolition

    • La logica di eliminazione di Israele che sta distruggendo le condizioni della vita palestinese

      Il rapporto “The elimination project” della Ong #B’Tselem ricostruisce la progressiva distruzione della vita palestinese in Cisgiordania sin dalle origini del progetto sionista. Un sistema di violenze strutturali iniziato con la Nakba e che risulta perfettamente integrato nel sistema di colonialismo di insediamento israeliano. Che si è intensificato dopo il 7 ottobre 2023 attraverso cinque meccanismi strettamente interconnessi

      “Da quasi tre anni Israele sta sistematicamente smantellando le condizioni per l’esistenza collettiva palestinese in Cisgiordania. Questo è ‛il progetto di eliminazione’”. Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, ha presentato così “The elimination project”, il rapporto pubblicato a metà settembre dall’organizzazione per i diritti umani israeliana. Il documento, basato su oltre duemila testimonianze e su decenni di documentazione, analizza quanto compiuto da Israele in Cisgiordania come parte di un sistema in cui pratiche diverse agiscono contemporaneamente e si rafforzano a vicenda.

      “Si tratta di un piano strettamente legato alle scelte politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni -spiega ad Altreconomia Yair Dvir, portavoce di B’Tselem-. Se però in passato i politici israeliani hanno sempre cercato di presentare l’occupazione come qualcosa di temporaneo, ora non si preoccupano nemmeno più di nascondere la logica alla base di questo disegno”. Dvir fa riferimento alla “logica di eliminazione” coniata dallo storico australiano Patrick Wolfe, che nel saggio “Settler colonialism and the elimination of the native” descrive il colonialismo di insediamento come un processo che, utilizzando strumenti diversi, -dall’uccisione all’espulsione, dall’espropriazione all’assimilazione- ha come obiettivo la dissoluzione delle comunità e la costruzione di una nuova società sul territorio sottratto.

      B’Tselem individua la “logica di eliminazione” già negli albori del progetto sionista. “Per trovare le prime tracce del piano di eliminazione siamo tornati alle origini del movimento sionista e alla nascita dello Stato di Israele”, prosegue il portavoce della Ong. Il rapporto, infatti, colloca la prima evidente manifestazione di questo sistema nella Nakba, quando “tra il 1947 e il 1949 centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o fuggirono, centinaia di comunità furono distrutte o spopolate e le loro terre rese disponibili all’insediamento israeliano”.

      Nel 1967, con la Naksa e l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, il controllo israeliano si estese ulteriormente a milioni di palestinesi attraverso nuove espropriazioni, la costruzione di insediamenti, restrizioni alla pianificazione territoriale e la frammentazione dello spazio. Come precisa Dvir, “nemmeno gli Accordi di Oslo, negli anni Novanta, interruppero questo processo, lasciando a Israele il controllo di aspetti fondamentali della vita palestinese, tra cui la sicurezza e la pianificazione urbanistica”. In questo quadro, la fase attuale rappresenta quindi un’accelerazione di un processo consolidato, intensificatosi ulteriormente dopo il 7 ottobre 2023.

      La Ong riporta che in questi tre anni “sono aumentati i finanziamenti destinati agli insediamenti, comprese fattorie e avamposti, mentre si è fatto più stretto ed esplicito il coordinamento tra istituzioni statali, esercito, movimento e milizie dei coloni”. B’Tselem richiama a questo proposito il “Decisive plan”, elaborato nel 2017 da Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze del Governo Netanyahu. Il piano prospettava tre possibilità per i palestinesi: rinunciare alle proprie rivendicazioni politiche e vivere sotto la supremazia ebraica, lasciare il territorio o affrontare la repressione violenta in caso di resistenza. “Pur non essendo stato adottato formalmente nella sua interezza -si legge nel report-, alcuni suoi elementi sono oggi rintracciabili in politiche, stanziamenti, trasferimenti di competenze e pratiche attuate sul campo”.

      È su questo sfondo che B’Tselem individua cinque meccanismi attraverso cui in Cisgiordania tale logica si traduce concretamente nella vita dei palestinesi. Il primo è costituito dalla violenza e dall’intimidazione. Il report rivela che tra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2026, in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sono stati uccisi 1.087 palestinesi, tra cui 242 minori e 21 donne. Nello stesso periodo, inoltre, almeno 32 detenuti e prigionieri provenienti dalla Cisgiordania sono deceduti nelle carceri israeliane. E si tratta di una violenza che agisce impunemente. Come sottolinea l’organizzazione, “tra il 2005 e il 2025 il 93% delle indagini aperte per le violenze dei coloni contro palestinesi si è concluso senza incriminazioni e solo il 3% con una condanna”.

      La pressione di Israele sulla popolazione palestinese, però, non passa soltanto dalla violenza diretta. Il rapporto mette in luce un secondo meccanismo nel controllo della mobilità. “Checkpoint, cancelli, blocchi stradali, permessi e barriere di separazione frammentano il territorio e rendono imprevedibili gli spostamenti delle persone”, riprende Dvir. Ricordando che “Dall’ottobre 2023 Israele ha introdotto oltre 200 nuovi checkpoint, per un totale di più di 920 ostacoli alla libertà di movimento dei palestinesi”.

      Le conseguenze di questo sistema si misurano anche nella vita quotidiana di chi deve attraversare la Cisgiordania per lavorare, curarsi o raggiungere i servizi essenziali. È quello che racconta in una delle testimonianze raccolte dalla Ong Isma’il Odeh, residente a Deir ‘Ammar, e socio di un negozio di materiali edili a Bitunya, a Ovest di Ramallah. “Prima del 7 ottobre raggiungevo il lavoro in circa 20 minuti con un taxi collettivo, pagando 7 shekel -ha dichiarato-. Dopo la chiusura della strada diretta da parte dell’esercito, sono costretto a utilizzare un percorso alternativo e in condizioni normali -senza traffico né checkpoint– il tragitto richiede circa 40 minuti e costa 10 shekel”. Tra l’aumento del costo del carburante e la durata degli spostamenti, oggi Odeh riesce a recarsi al lavoro solo a giorni alterni.

      Il terzo meccanismo riguarda invece l’economia. La restrizione degli spostamenti, infatti, finisce per avere conseguenze sul reddito delle famiglie palestinesi e, più in generale, sulle loro condizioni di vita. Come puntualizza Dvir, “nel tempo Israele ha costruito una forte dipendenza dell’economia palestinese dalle proprie decisioni, controllando valichi, risorse e sviluppo del territorio”. Per decenni la forza lavoro palestinese è stata impiegata nel mercato israeliano legando una parte dei redditi all’accesso ai permessi di lavoro oltre la Linea Verde.

      Inoltre, dopo il 7 ottobre 2023, si legge nel report, la revoca della maggior parte di questi permessi “ha aggravato una situazione già fragile: il tasso di disoccupazione in Cisgiordania, pari al 13,1% nel 2022, nel 2025 ha superato il 31%”. A questo si aggiunge il trattenimento da parte di Israele delle entrate fiscali destinate all’Autorità palestinese, che -precisa il portavoce della Ong- “ammontano a oltre 14 miliardi di shekel (quattro miliardi di euro, ndr)”. Gli effetti di queste pratiche si riflettono direttamente sui servizi pubblici, che operano con risorse ridotte. “L’Autorità palestinese fatica a pagare gli stipendi, gli ospedali sono al collasso e le scuole hanno ridotto l’orario delle lezioni perché non ci sono fondi sufficienti”, afferma Dvir.

      Il controllo, però, non condiziona solo la possibilità di spostarsi e di lavorare: Israele colpisce anche la capacità della società palestinese di organizzarsi ed esprimere forme di opposizione. Arresti, sorveglianza e sanzioni nei confronti di organizzazioni, attivisti, giornalisti e studenti comportano la progressiva distruzione del tessuto politico e sociale. È il quarto meccanismo evidenziato da B’Tselem, che a questo proposito ricorda come, tra il 1967 e il 2019, “Israele ha messo fuori legge oltre 400 organizzazioni politiche palestinesi”.

      E alla repressione del dissenso si accompagna la riduzione dello spazio fisico in cui le comunità possono continuare a vivere. Il quinto meccanismo -“pulizia etnica e controllo territoriale”- passa attraverso restrizioni edilizie, demolizioni, la sottrazione di territorio e l’espansione degli avamposti e degli insediamenti dei coloni. “Dal 1967, Israele ha assunto il controllo di oltre due milioni di dunam, più di un terzo della Cisgiordania. A luglio 2026, inoltre, 1,07 milioni di dunam -pari al 18% del territorio- erano sotto il controllo delle milizie dei coloni”, precisa Dvir. E ancora, secondo i dati riportati dalla Ong, tra il 2023 e il 2025 sono stati istituiti 185 nuovi avamposti, mentre a giugno 2026 è stata documentata l’espulsione di 64 comunità palestinesi e l’espulsione parziale di altre 18.

      La logica descritta da B’Tselem non si ferma ai confini della Cisgiordania. La sua forma più estrema è riscontrabile a Gaza, dove la distruzione della società palestinese ha assunto una dimensione genocidaria. “È importante capire che la logica di eliminazione è figlia di un’unica struttura, che comprende il sistema politico suprematista, l’esercito e, purtroppo, gran parte della società israeliana”. Per questo è necessaria una maggiore pressione su Tel Aviv da parte dei governi e della comunità internazionale. “Negli ultimi mesi ci sono state alcune sanzioni legate agli insediamenti e a pochi coloni e di recente alcuni Paesi hanno annunciato misure per interrompere il commercio con le colonie ma si tratta di provvedimenti molto parziali -conclude Dvir-. Israele, però, deve rendere conto di tutti i crimini commessi e questo è il momento in cui continuare ad aumentare la pressione”.

      ▻https://altreconomia.it/la-logica-di-eliminazione-di-israele-che-sta-distruggendo-le-condizioni
      #chiffres #statistiques #visualisation #cartographie #infographie

  • Les survivants du Che
    (un très beau #film)

    Che Guevara partisan de la #révolution internationale, tente de créer un soulèvement populaire dans les #montagnes de #Bolivie à même de renverser le régime dictatorial en place. Les guérilleros « ne reçoivent le soutien ni des paysans [de la région] ni du parti communiste [bolivien]. Traqué par l’#armée_bolivienne, qui a reçu un soutien logistique de la #CIA, le groupe se retrouve finalement encerclé, Che Guevara est capturé par l’armée bolivienne ». Il est exécuté le 9 octobre 1967 à #La_Higuera. Six guérilleros qui lui étaient fidèles entreprennent une #fuite de 2 400 km en cinq mois à travers la #jungle pour rejoindre le #Chili voisin, alors qu’ils sont pourchassés par environ 4 000 soldats de l’armée bolivienne.

    ▻https://fr.wikipedia.org/wiki/Les_Survivants_du_Che
    #film_documentaire #documentaire #Che_Guevara #cavale #montagne #Cuba

  • How Cornrows May Have Helped Free Slaves Navigate

    Cornrows are a hairstyle that holds deep cultural significance within the Black community. The style, named after the agricultural fields, dates back centuries and carries rich ties to African traditions. But did cornrows also serve as a method of covert resistance, allowing slaves to communicate, gain freedom, and preserve their cultural identity? The precise role of cornrows in aiding escapes during slavery is debated.

    Cornrows are often confused with traditional braids, but their distinct interwoven patterns have been a hallmark of various African cultures long before they reached the Americas. The term “cornrow” emerged between the 16th and 19th centuries in colonial America, but its roots extend deep into Africa. In fact, in the Caribbean, cornrows are sometimes referred to as “cane rows,” reflecting their association with the sugar cane fields worked by enslaved Africans.

    In ancient African civilizations, particularly Egypt, both men and women wore cornrows and braids, often adorned with gold or beads. These styles were used to signify social rank, kinship, and even age or marital status. They spread throughout the continent, influencing the hairstyles of various African regions and peoples. Cornrows were a way to maintain African heritage during a time of forced cultural erasure and displacement.

    Enslaved Africans were often stripped of their cultural identities, including having their heads shaved as a means of controlling and dehumanizing them. Yet, despite these efforts, cornrows became a quiet form of resistance. Slaves used cornrows to preserve their African heritage and as a tool for discreet communication.

    One of the most compelling accounts of this practice is found in Colombia, where Benkos Biohò, a formerly enslaved man, escaped and built a Palenque village, creating an underground resistance network. Women in the community would use their cornrows to create “maps” and pass on escape routes or meet-up times without drawing attention. Cornrows, with their complex and varied patterns, offered a hidden language that could guide slaves toward freedom.

    Similarly, historical records mention how enslaved individuals may have hidden seeds or fragments of food in their cornrows, providing sustenance during their perilous escapes. While no conclusive evidence has been found to directly confirm that enslaved people used cornrows as a systematic code for escape, these stories persist within oral histories and seem plausible within the context of slave resistance.

    Historians like Patricia Turner, folklorist and professor of African American studies at the University of California Los Angeles, caution against categorically declaring these practices true, as it remains difficult to verify such claims from the time. Yet, dismissing these stories entirely does a disservice to the resilience and creativity of enslaved peoples who found ways to survive in the harshest of conditions.

    “These are kind of urban legends that serve a function of giving particulars to generalities. Slave messages on quilts and cornrows… give a story to something that is ultimately very true in my mind,” she said.

    For some scholars, the possibility that enslaved people could have hidden messages or food in their cornrows makes logical sense, even if it’s impossible to confirm. Turner’s perspective, shared by others, is that the absence of direct evidence doesn’t necessarily negate the stories; instead, it underscores the importance of telling the broader history of Black resistance and survival, whether through folklore or historical record.

    Oral history in Colombia recounts tales of Black slaves using their hair to send messages. A 2011 Washington Post article about the Smithsonian Folklife Festival explored this history through the perspective of Ziomara Asprilla Garcia, an Afro-Colombian hair braider:

    “It had thick, tight braids, braided closely to the scalp, and was tied into buns on the top,” Asprilla Garcia said. “And another style had curved braids, tightly braided on their heads. The curved braids would represent the roads they would [use to] escape.”

    Cornrows are more than just a style—they are a symbol of Black heritage, strength, and resilience. While many people across the world wear the hairstyle, cornrows continue to hold deep cultural importance for people of African descent. Celebrities such as Beyoncé, Alicia Keys, and Laverne Cox have made the style a fixture of modern fashion, showcasing its versatility while acknowledging its roots in African culture.

    Cornrows, like other natural Black hairstyles such as dreadlocks, are often deemed “unprofessional” or “untidy” by institutions like schools and workplaces. In February 2024, a judge ruled that a Texas high school legally suspended a Black student, Darryl George, for wearing his hair in locs— even though he ties them up instead of allowing them to hang over his face and ears.

    The history of cornrows goes beyond their aesthetic appeal. They symbolize a connection to African heritage, a quiet act of defiance during slavery, and a way for modern Black individuals to express pride in their culture. Whether or not slaves in the U.S. used cornrows as a secret means of communication, the hairstyle remains a symbol of the ingenuity of those who fought to keep their cultural identity intact.

    ▻https://caro.news/how-cornrows-may-have-helped-free-slaves-navigate
    #esclavage #cartographie #tresses #coiffure #cheveux #liberté

  • « Les survivants du Che » : la patrie ou la mort !
    ▻https://lvsl.fr/les-survivants-du-che-la-patrie-ou-la-mort

    Avec Les survivants du Che, présenté en séance spéciale au #Festival_de_Cannes, Christophe Dimitri Réveille narre la fuite rocambolesque des guérilleros qui avaient suivi #Che_Guevara en Bolivie pour exporter la révolution cubaine. Une œuvre hétéroclite qui met en lumière le rôle des combattants ordinaires dans les processus historiques et qui retrace une cavale épique à laquelle la France n’est pas totalement étrangère.

    #Culture #Christophe_Réveille #Cinéma #Régis_Debray

  • #Ikea ou la mafia du #bois

    Ion Holban milite à l’association #Agent_Green, qui lutte contre le #trafic_de_bois en #Roumanie. Rencontré sur le site d’une #coupe_rase illégale, il raconte comment l’#industrie_de_l’ameublement, et notamment Ikea, privatise et détruit les forêts du pays pour vendre des produits rapidement obsolètes.

    Pouvez-vous présenter le site où nous nous trouvons ? Que s’est-il passé ici ?

    Nous sommes sur un site naturel protégé du nom de #Podiciul_Hartibatiului, au centre de la Roumanie. C’est le plus grand site Natura 2000 du pays, avec 250 hectares. Ici, à côté de la ville de #Cincu, il y a eu une coupe rase : sur 10 hectares, tous les arbres ont été coupés en même temps, ce qui est illégal. Cette #forêt, composée à 60-70% de #chênes, avait une grande valeur, car c’est l’espèce la plus rentable que nous avons. Au lieu d’intervenir de façon modérée, en laissant une partie des arbres, l’entreprise #Silva 1 a décidé de tout couper. Ce groupe, basé près de #Sibiu, coupe et transporte du bois. Nous avons suivi leur activité et constaté que le bois a été acheminé, stocké puis envoyé vers plusieurs clients, dont les usines d’Ikea. Elles ont beau ne pas porter la marque “Ikea”, nous savons que la majorité des grosses usines roumaines - qui s’appellent #Aviva 1, #Sortilemn 2 ou #Plimob 3 - produisent pour Ikea.

    Cette chaîne de sous-traitance brouille les pistes ?

    Oui, c’est une façon de cacher la #chaîne_de_production. Si vous demandez à des représentant.es d’Ikea d’où vient leur bois, on vous répondra qu’il vient de différents entrepôts, d’entreprises comme Silva, mais on ne vous dira pas où il a été coupé. Lorsque des journalistes les questionnent, ils et elles répondent que tout va bien. Or, depuis 10 ans, nous avons suivi énormément de #cartels du bois, d’entreprises mafieuses qui abiment la forêt roumaine de façon intensive et, selon moi, la pire est de loin Ikea. C’est l’entreprise la plus opaque à laquelle nous avons affaire, la seule qui refuse de changer quoi que ce soit dans sa manière de faire, qui ne nomme jamais ses partenaires, ne partage jamais ses enquêtes, et nous renvoie vers des institutions bidon comme #FSC. Or les forêts certifiées FSC sont coupées exactement comme ici, car FSC n’est pas un organisme de certification indépendant : c’est un #label bidon créé par l’industrie, payé par l’industrie, pour protéger l’industrie.

    Dans quels autres pays d’Europe constate-t-on des problèmes similaires ?

    Dans les pays où il est possible d’acheter de la forêt. Dans des pays comme l’Ukraine ou la Pologne, c’est très difficile, mais en Roumanie, #Estonie ou #Lettonie, c’est possible et ce n’est pas cher. Vu le niveau de #corruption ici, vous pouvez facilement en acheter beaucoup si vous connaissez les bonnes personnes. Et Ikea a à l’évidence de grosses connections avec les politiques et le ministère de l’environnement roumain. Ils sont donc devenus rapidement les plus gros propriétaires privés de forêts, avec plus de 50 000 hectares. Et leur gestion est déplorable, comme on le voit ici. Les équipes d’Ikea ne voient pas la forêt comme un écosystème, ni comme une alliée indispensable dans la lutte contre le changement climatique. Ils la voient comme une #monoculture intensive : ils coupent agressivement de riches forêts mixtes, puis replantent les espèces qui sont les plus rentables.

    À propos de changement climatique, cet été a-t-il été particulièrement chaud en Roumanie ?

    Oui. Ici, dans le centre du pays on a atteint des records de température. Or les monocultures d’arbres sont les plus exposées au #changement_climatique, aux incendies, aux attaques d’insectes... Une #forêt_mixte est beaucoup plus résiliente : si certains arbres sont touchés par le scolyte, par exemple, certaines espèces mourront, mais d’autres subsisteront et les remplaceront. Là où vous avez 100% d’espèces identiques, la forêt toute entière est soumise aux mêmes vulnérabilités.

    Un autre impact de cette industrie, ce sont les déchets d’ameublement, que nous appelons en France "#bois_B" et dont l’incinération se développe. Comment expliquer le fait que tant de produits du bois soient jetés - ce qui engendre toujours plus de production, de coupes, de #gaspillage ?

    Je pense que c’est une question de mentalité et de business plan. Ikea a développé ce modèle économique de #fast_furniture : on vient en magasin, on achète le #mobilier de cette année, qu’on aime pour sa couleur jaune, mais l’année prochaine on voudra du vert. Alors on jette et on rachète, vu que le prix est relativement bas et qu’ils encouragent cette mentalité, cette idée selon laquelle les meubles sont en quelque sorte jetables : on peut les recycler et les remplacer si on en a envie. C’est complètement insoutenable. La forêt n’en est pas capable. Si toutes les compagnies de meubles adoptaient le modèle d’Ikea, nous viendrions à bout de nos forêts, car elles ne poussent pas aussi vite que les meubles sont fabriqués et jetés.

    Comment fait Ikea pour vendre si peu cher ?

    Une combinaison de stratégies permet de réduire les coûts de production : abuser de la forêt, couper autant que possible, transporter aussi vite que possible, et payer très peu les travailleur.ses. Dans beaucoup de leurs usines, les gens gagnent le salaire mininum 4. On a donc des #coûts_de_production très bas pour un bois de valeur.

    Ce modèle de consommation rencontre-t-il du succès en Roumanie ?

    Il y a quinze ans, il n’y avait qu’un seul magasin Ikea, à Bucarest. Aujourd’hui, il y en a dans la plupart des grandes villes. Il y a donc un marché pour ces meubles à bas coût. L’industrie qui produisait des meubles de qualité il y a 30 ans était dispersée en petites entreprises et s’est complètement effondrée. Nous savons qu’à l’époque communiste les conditions de travail étaient très mauvaises dans les usines, la santé des travailleur.ses n’était pas prise en compte, les produits chimiques employés généraient des cancers et d’autres pathologies. Aujourd’hui, les usines utilisent toujours des produits dangereux comme du #formaldéhyde, ne respectent pas non plus la vie des travailleur.ses ou des riverain.es. Concernant la consommation, il y avait tellement de pauvreté qu’on n’avait pas les moyens de jeter des meubles : si le lit était fonctionnel, on le gardait, si la chaise était cassée, on la réparait et on l’utilisait jusqu’à ce qu’elle soit complètement hors-service. Mais aujourd’hui, alors même qu’il y a plus d’argent en Roumanie et que ces objets de l’ère communiste atteignent la fin de leur cycle de vie, on constate que très peu de gens peuvent se permettre de dépenser dans du bon matériel, ce qui résulte aussi de la #pauvreté.

    La pauvreté incitait à faire durer les choses, aujourd’hui elle incite à acheter du jetable ?

    Oui. Il y a aussi cette représentation : il faut se débarrasser du vieux mobilier communiste et acheter des produits avec de jolies couleurs et un joli design, sans prêter attention à la qualité ou à la traçabilité du bois. Lorsque nous parlons avec des jeunes, ils sont souvent surpris, ils s’attendent à ce que des compagnies comme Ikea soient responsables. Si vous lisez les textes publiés sur leur site Internet, vous pouvez croire que leurs produits sont des dons que Dieu envoie aux terrien.nes, ce qu’il y a de plus soutenable. Les gens croient à ces folies. Nous voulons changer ça, que les gens y réfléchissent à deux fois avant d’acheter ces produits.

    Quelles victoires avez-vous remportées ?

    De petites victoires. Ici, à Cincu, nous avons déposé plusieurs plaintes auprès de la commune et des gardes forestiers, et le maire a accepté de placer 10% de la forêt sous stricte protection - auparavant on était à 1%. Nous voyons des résultats au niveau local, mais peu au niveau international. Les grandes batailles seront longues : il faudra des années avant d’avoir des réponses d’organisations aussi opaques qu’Ikea.

    De l’autre côté de l’Europe, et à l’autre bout du cycle de vie du meuble, d’autres activistes se battent contre les effets néfastes de la fast furniture : je pense aux opposant.es au projet d’incinérateur de bois B "Thermo-sur-Seine", dans le 94. Quels conseils leur donneriez-vous ?

    Il faut continuer à se battre, tenir bon, ne pas être abattu.es par les premiers échecs. Il faut se fixer des objectifs à long terme et persévérer dans la lutte parce que le bien triomphe toujours. C’est ma conviction : si vous vous battez pour la nature, vous êtes du bon côté de l’histoire. Et à la fin, on va gagner.

    –-

    1Entreprise fondée en 2007 à Bucarest, qui produisait initialement des sapins de Noël.

    1Entreprise fondée en 1999 à Sighetul Marmatiei, fabriquant du parquet, des plans de travail, des meubles et ustensiles de cuisine.

    2Entreprise fondée en 1961 à Gherla, privatisée en 1991, fabriquant des meubles en bois.

    3Entreprise également basée à Sighetul Marmatiei, née en 1995 de la scission de plusieurs sites de production, fabriquant notamment des chaises en bois pour Ikea qui est son partenaire principal.

    4En 2026 le salaire minimum net en Roumanie équivaut à 515 € net (815 € brut).

    ▻https://blogs.mediapart.fr/jeanne-guien/blog/050926/ikea-ou-la-mafia-du-bois
    #meubles #privatisation

  • Donald #Trump s’attaque à la science américaine et prend le risque qu’elle soit distancée par la Chine
    ▻https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/09/01/donald-trump-s-attaque-a-la-science-americaine-et-prend-le-risque-qu-elle-so

    Vu de Paris, cela ressemble à un mystère. Comment les Etats-Unis, qui depuis près d’un siècle donnent le tempo de la science mondiale, peuvent-ils détruire méthodiquement leur position dominante, et, surtout, pourquoi le font-ils ? Pourquoi le pays renonce-t-il à un instrument fondamental de son soft power, alors qu’il semble obsédé par sa propre puissance ? Jusqu’où peut-il laisser des pans entiers de sa recherche s’effondrer, au risque de laisser à son premier concurrent, la Chine, le nouveau leadership planétaire ?

    Dès son retour aux affaires, en janvier 2025, le président américain, Donald Trump, a pris plusieurs décrets afin de s’attaquer à une science selon lui rongée par le gauchisme et par l’« idéologie woke ». Les programmes de diversité, équité et inclusion, qui encadraient l’organisation universitaire, ont été supprimés. Plus de 350 mots ou expressions, parmi lesquels « crise climatique », « mixité », « pollution » ou encore « femme », ont été prohibés, sous peine de retrait de financement. Des centaines de bases de données ont vu leur accès bloqué, quand elles n’étaient pas simplement détruites.

    Les agences fédérales ont toutes vu leurs têtes tomber, des départements entiers disparaître dans la recherche sur le climat, les discriminations, l’environnement. Près de 300 000 emplois ont été supprimés en dix-huit mois. L’administration Trump a annoncé une saignée budgétaire pour 2026 : − 24 % pour l’agence spatiale (la NASA), − 40 % pour les Instituts nationaux de la santé (NIH), et même − 56,9 % pour la National Science Foundation, qui finance la recherche universitaire. Cette fois, ce ne sont plus des domaines précis qui sont visés pour leur portée idéologique, mais la science dans son ensemble.

    Des dégâts déjà visibles
    Au Congrès, les élus démocrates, mais aussi de nombreux républicains, sont sous le choc. La #Constitution de 1787 n’a-t-elle pas pris soin d’inclure, dès son article premier, une clause visant à « promouvoir le progrès de la #science et des arts utiles » ? Depuis le projet Manhattan sur la bombe atomique jusqu’à la conquête spatiale, la science a rythmé l’histoire des Etats-Unis. Les parlementaires ont fini par rétablir l’essentiel des crédits, mais l’administration ne s’avoue pas vaincue. Elle a bloqué la distribution des fonds fédéraux et annoncé une réforme du bureau chargé de l’exécution budgétaire (Office of Management and Budget, #OMB). Ce ne sont plus des commissions de #chercheurs qui désormais décideront des projets à soutenir – leur avis ne sera plus que consultatif –, mais un représentant de l’OMB. Son rôle : s’assurer de la « #conformité des #recherches avec les priorités gouvernementales ».

    Le président américain, Donald Trump, au centre spatial Lyndon B. Johnson de la NASA, à Houston (Texas), le 28 août 2026. WIN MCNAMEE/AFP
    La réforme doit s’appliquer le 1er octobre. D’ici là, l’OMB devra examiner les 496 000 commentaires qui se sont déversés sur son site – dont 95 % sont opposés à la #réforme, selon un examen par la presse américaine des 52 000 premiers commentaires publiés. Outre le #contrôle_politique, ces messages dénoncent l’« interdiction de fonds fédéraux pour les #collaborations_étrangères », explicitement prévue par le texte, la possibilité d’interrompre à tout moment un soutien fédéral, ou encore l’accès limité aux conférences et aux #publications scientifiques, pourtant au cœur du processus de #recherche.

    « Les Etats-Unis ont bâti la plus grande entreprise scientifique de l’histoire de l’humanité sur une idée simple : financer les meilleures idées, choisies par les meilleurs experts, et ne pas s’en mêler, écrit ainsi David Miller, physicien de l’université de Chicago, dans un commentaire repris par le site d’enquête Propublica. Ce n’est pas un principe partisan. C’est le principe qui a donné naissance au transistor, à Internet, au GPS, à l’IRM et à tous les vaccins modernes. (…) Ce projet de règlement démantèle entièrement ce principe. »

    D’ores et déjà les dégâts sont visibles. Le nombre d’entrées en thèse a diminué de 15 % cette année dans les 55 principales universités américaines. Les meilleurs étudiants étrangers ne veulent plus se confronter à l’arbitraire du système des visas. Des sociétés savantes américaines délocalisent leurs congrès à l’étranger pour accueillir la fine fleur de la science mondiale.

    L’annonce, début juillet, par le Jordano-Palestinien Omar Yaghi, Prix Nobel de chimie 2025, qu’il quittait l’université de Californie à Berkeley pour l’université Tsinghua, à Pékin, a fait sensation. La Chine supplante désormais les Etats-Unis dans de nombreux domaines scientifiques. Depuis 2019, elle est passée au premier rang mondial dans les dépôts de brevet ; depuis 2023, elle domine le Nature Index des publications scientifiques et ne cesse de creuser l’écart. En 2024, elle a aussi dépassé les Etats-Unis dans les dépenses de recherche et développement. Un déclin amorcé avant le second mandat de Donald Trump, qui promet de s’accélérer.

    Alors pourquoi un tel sabordage ? Par bêtise, disent certains. Inutile de financer la recherche en biologie, puisque les nouveaux médicaments seront découverts grâce à l’intelligence artificielle, a ainsi expliqué le secrétaire américain à la santé, Robert Kennedy Jr. Présidente de #Stand_Up_for_Science, le mouvement d’opposition à l’offensive gouvernementale né en janvier 2025, la psychologue Colette Delawalla rappelle que le secteur des sciences, technologies et médecine représente 39 % du produit intérieur brut des Etats-Unis.

    Le business devrait donc, au contraire, conduire les trumpistes à soutenir la science… mais une autre dimension intervient. « A leurs yeux, embrasser la science revient à s’éloigner de Dieu, explique-t-elle. Leur vision nationaliste chrétienne du monde ne laisse aucune place à une réalité où la science et la religion pourraient coexister. » Le puritanisme contre la science : une vieille histoire à laquelle les Etats-Unis offrent une nouvelle jeunesse.

  • À Guerlesquin, un couple d’éleveurs-fromagers face à une fermeture d’un mois jugée sévère
    ▻https://splann.org/ferme-trofalher-guerlesquin-fermeture

    Élevage caprin et bovin certifié biologique, la ferme de #trofalher, à Guerlesquin (29), a vu son activité stoppée durant un mois à la suite d’un contrôle inhabituel et ressenti comme brutal. Une situation qui illustre la difficulté des petits producteurs à composer avec la rigueur de normes pensées pour l’agro-industrie. L’article À Guerlesquin, un couple d’éleveurs-fromagers face à une fermeture d’un mois jugée sévère est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Industrie_agroalimentaire #agriculture #agriculture_bio #agriculture_paysanne #chèvres #contrôles #élevage #finistère #fromage

  • Serge Joncour, romancier : « Depuis 2026, l’été n’a plus rien de léger, quelque chose a changé. L’été nous a été volé »
    ▻https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/08/01/serge-joncour-romancier-depuis-2026-l-ete-n-a-plus-rien-de-leger-quelque-cho

    En temps normal, une telle grisaille un 26 juillet, un jour frisquet de plein été, ce devrait être une journée foutue, une journée ratée, un crève-cœur pour qui avait prévu d’aller à la plage ou au bord d’une rivière. Mais, aujourd’hui, ce mauvais temps se vit comme un don du ciel, un pur bienfait où tout le monde souffle, enfin les corps respirent. La journée pourrie devient la journée bénie. D’autant qu’on le sait tous, la météo l’a dit, dès demain ça repart, les cartes repasseront au rouge dans presque tous les départements, une fois de plus on dépassera 40 °C, on battra tous les records de la semaine d’avant.

    [...]

    Pour 2026, on s’est tous trouvé un job d’été, tous le même : survivre. Quel que soit l’âge ou notre rang dans le règne animal, l’été ne propose qu’une seule activité : tenir. Parce que tout autour de nous des aînés meurent de chaud dans leurs appartements bouilloires, des forêts partent en fumée, des rivières s’assèchent et des terres se fissurent. En plus de ça, dans ce qu’il reste d’eau les noyés se comptent par centaines, presque 1 000 noyades à ce jour et près de 300 qui y sont restés. On fait déjà les comptes alors que l’été n’en est qu’à son premier mois.

    ▻https://justpaste.it/dtsgb

    Alors ? Encore heureux qu’on va vers l’été ?

    #climat #canicules #été #fraîcheur

    • Depuis 2019, année des premiers coups de chalumeaux sur le Maine-et-Loire (40,7 °C relevé à la station de Beaucouzé le 23/07/2019), l’été est devenu pour moi « une saison en enfer ».

      Au mois de juin de cette année 2026 (le 23), on a tapé les 42,6 °C sur cette même station. Sans parler des « nuits tropicales » : le 13 juillet au thermomètre dans le passage entre ma baraque et celle des voisins (centre bourg + habitat ancien) il faisait encore 27 °C à 5h du mat’.

      Il est de plus en plus fréquent que sur les Pays de la Loire, on se retrouve avec le climat de l’Andalousie en juin juillet pendant des périodes de plus en plus longues.

      Ce lien vers les relevés météo de la station météo de Beaucouzé faisant partie du réseau Infoclimat :
      ▻https://www.infoclimat.fr/climatologie-mensuelle/07230/juin/2026/angers-beaucouze.html

      #L'été_meurtrier

    • « Un jour, les habitants du dernier étage chercheront des responsables » : vivre sous les toits par 40 °C
      ▻https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/06/23/vivre-sous-les-toits-par-40-c-un-jour-les-habitants-du-dernier-etage-cherche

      Quand l’orage a éclaté au-dessus de #Paris, un peu avant 19 heures, jeudi 18 juin, le thermomètre de cette chambre d’un septième et dernier étage, dans le quartier de Barbès, dans le nord de la capitale, à triple exposition (est, sud et ouest), affichait 42 °C. Dehors, il a soudain fait un peu plus frais ; dedans, la température n’est pas descendue sous 36 °C. Le week-end, l’étuve est montée d’un cran.

      ▻https://justpaste.it/elln5

    • Piqûre de rappel (car déjà évoqué ici même).
      Le #Ministère_du_Futur.
      ▻https://usbeketrica.com/fr/article/trois-raisons-de-lire-le-ministere-du-futur-le-roman-de-sf-le-plus-impo

      Avant de trouver son rythme de croisière, le livre s’ouvre sur un court chapitre brutal et saisissant, consacré à la description de la fameuse vague de chaleur inouïe qui touche le nord de l’Inde à l’été 2025. Le réseau électrique sature, les systèmes de climatisation plantent, les hôpitaux sont débordés. Pire : ce que les scientifiques appellent la « température du thermomètre mouillé », une unité qui combine la mesure de la chaleur et celle du taux d’humidité, se stabilise autour de 38 °C. Le chiffre paraît relativement bas  ; il est pourtant suffisant pour que le corps humain cesse de produire la sueur qui lui sert à se refroidir. Des citoyens ordinaires s’effondrent instantanément en pleine rue. Beaucoup ne se relèveront jamais : en une semaine, le pays dénombre 20 millions de morts.

      #KSR (pour Kim Stanley Robinson)
      ▻https://fr.wikipedia.org/wiki/Kim_Stanley_Robinson

    • Un nouveau crochet par la Loire, en aval de Tours : Entre Angers et Nantes, la Loire retrouve une partie de sa naturalité pour mieux résister aux aléas climatiques
      ▻https://www.liberation.fr/environnement/biodiversite/entre-angers-et-nantes-la-loire-retrouve-une-partie-de-sa-naturalite-pour

      Une chose est sûre : depuis que les travaux effectués par l’Etat sur le lit du fleuve ont été achevés à l’automne dernier, sur plus d’une centaine de sites, ces données sur les libellules sont scrutées avec attention, comme celles recueillies sur les poissons migrateurs ou les oiseaux nicheurs des berges. Le but des travaux en question, envisagés depuis une quinzaine d’années et qui ont duré cinq ans ? « Rééquilibrer » la Loire et lui rendre sa naturalité. Une affaire complexe, menée par l’établissement public Voies navigables de France, désigné dès 2013 comme maître d’ouvrage.

      Car si durant des décennies les écoliers ont appris que la Loire était le dernier fleuve sauvage de France, ce n’est en réalité plus le cas depuis longtemps. « Il est juste plus sauvage que les autres, c’est tout », corrige d’un haussement d’épaules Jacques Birgand, le président du Comité Loire de demain, un mouvement écocitoyen fondé en 2005 pour préserver le fleuve.

      « La ressource a été pillée »

      Dès le XVe siècle, la #Loire a été endiguée par tronçons pour la #navigation. Mais c’est surtout au XXe siècle que plus de 700 épis, ces enrochements perpendiculaires au cours d’eau, ont été construits entre Bouchemaine, près d’Angers, et Nantes sur une petite centaine de kilomètres. L’idée était de canaliser le cours de ce fleuve, connu pour ses bancs de sable vagabonds, afin d’accroître sa profondeur. Tout cela pour favoriser le transport, notamment pétrolier.

      « La Loire a une typicité », reprend Jacques Birgand, qui la connaît bien pour habiter sur ses rives « presque les pieds dans l’eau ». Contrairement à la Seine, dont le fond calcaire est lisse, « c’est un fleuve à fond mobile. Il coule sur ses propres sédiments, il y en a peu dans le monde. Le Niger est comme ça, l’Elbe aussi, mais il a été beaucoup aménagé ». A cela s’ajoute une extraction de sable « pharaonique » à partir de l’après-guerre jusque dans les années 80. « La ressource a été pillée, entre trois et six millions de m³ extraits par an sur les départements de Loire-Atlantique et du Maine-et-Loire pendant quinze ans, poursuit le professeur retraité en génie mécanique à l’Ecole centrale de Nantes. Il faudrait entre deux cent cinquante et quatre cents années pour reconstituer le stock. »

      En conséquence, le lit de la Loire s’est creusé. Un mouvement qui se nourrit lui-même : sa chenalisation accélère le courant, ce qui approfondit encore son chenal, par érosion. A Nantes, elle s’est enfoncée de quatre mètres au cours du XXe siècle. « Enorme pour un fleuve de plaine », appuie Jacques Birgand. Certaines de ses berges ont dû être enrochées pour ne pas s’écrouler. Filant plus vite vers son embouchure, le fleuve s’est ainsi déconnecté de ses bras secondaires, ces « boires » où se réfugient les poissons, les oiseaux et les insectes. Autre conséquence, si son eau coule plus vite, la marée y remonte aussi plus haut, tout comme le bouchon vaseux, ce magma marron formé à la rencontre de l’eau douce et salée qui menace régulièrement l’approvisionnement en #eau_potable de la métropole nantaise.

      ▻https://justpaste.it/eibua

      #chenalisation #sable #béton

  • [Entretien] Agrochimie, État et #pesticides : « Tout est consanguin, là-dedans », alerte l’activiste environnementale #Hélène_Grosbois
    ▻https://splann.org/interview-helene-grosbois-pesticides

    L’ONG dont Hélène Grosbois est présidente dit tout de son combat. En évaluant la toxicité des pesticides de synthèse achetés en France, entre 2013 et 2023, la carte réalisée par #chemical_interests met à jour plus qu’une « bombe à retardement » : l’ampleur d’une catastrophe provoquée par des produits « faits pour tuer ». L’article [Entretien] Agrochimie, État et pesticides : « Tout est consanguin, là-dedans », alerte l’activiste environnementale Hélène Grosbois est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Santé_publique #loi_d'urgence_agricole #loi_duplomb

  • L’IA rend l’#édition_scientifique « plus lente, de moins bonne qualité et plus chère »

    Alors que de plus en plus d’#articles_scientifiques sont créés en utilisant l’IA générative, le rédacteur en chef de Science, Holden Thorp, considère qu’elle fait plus de mal que de bien à l’édition scientifique.

    Pour Holden Thorp, le responsable éditorial de toutes les revues de l’éditeur scientifique Science, l’arrivée de l’IA générative pousse l’édition scientifique dans une forme de « #taylorisme ». « Ce défi exige encore plus d’efforts humains, ce qui rend l’ensemble du processus plus lent et plus coûteux », explique-t-il dans un édito de la revue phare (▻https://www.science.org/doi/10.1126/science.aek5570).

    L’année dernière, des chercheurs prévenaient que l’IA pourrait faire, au final, « plus de mal que de bien » à la recherche sans pour autant nier certaines avancées qu’elle pouvait amener. Fin 2025, submergée par les propositions d’articles générées par IA, la plateforme de prépublications #arXiv décidait de modérer plus strictement. Elle a ensuite mis en place une mesure de suspension d’un an des chercheurs qui soumettent des articles erronés générés par IA.

    #Hallucinations, #cherry_picking et #manipulation_de_données

    Mais les revues et les conférences scientifiques sont aussi touchées par le phénomène. Holden Thorp ne nie pas la capacité des grands modèles de langage (LLM) à permettre des avancées scientifiques comme la prédiction des structures protéiques ou l’accélération de la découverte de nouveaux matériaux.

    Mais il s’appuie sur un article scientifique récent (▻https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz4351) qui explique que les LLM « éprouvent encore des difficultés dans les domaines qui exigent un jugement clinique nuancé, un raisonnement expérimental ou une réflexion et une synthèse approfondies en biologie » et sur l’existence des hallucinations (dont même les chercheurs d’OpenAI avouent avoir du mal à se débarrasser) pour expliquer que leur utilisation dans la rédaction d’articles scientifiques peut être problématique.

    « De plus, certains de ces agents sont plus enclins que les humains à se livrer à ce qui s’apparente à des #fautes_professionnelles en matière de recherche, telles que la #sélection_arbitraire_de_données [cherry picking] et la manipulation des analyses statistiques jusqu’à l’obtention du résultat souhaité », ajoute-t-il, citant un autre article mis en ligne sur arXiv (▻https://arxiv.org/pdf/2509.08713).

    Et, alors que l’ajout d’erreurs par l’IA générative dans les articles demande une attention accrue, elle accélère aussi le rythme de soumission d’articles aux revues scientifiques et crée des #goulots_d’étranglement. Certains éditeurs, comme Elsevier, laissent facilement passer des #erreurs parfois impardonnables. « La prolifération d’#AI_slop [informations erronées liées à l’IA] dans la littérature scientifique et, plus généralement, sur Internet, nuit à la #crédibilité de la #science », déplore le responsable éditorial de Science.

    Le taylorisme arrive dans l’édition scientifique

    Holden Thorp compare ce moment de l’arrivée de l’IA générative dans l’édition scientifique à l’arrivée du taylorisme dans l’économie américaine. Frederick Winslow Taylor « a encouragé les entreprises à recourir à la surveillance pour pousser les salariés à travailler plus dur et plus longtemps, une approche qui a épuisé et découragé les travailleurs et a conduit au transfert des connaissances et de tout pouvoir décisionnel des travailleurs vers la direction », explique-t-il.

    Remarquons quand même que, si Holden Thorp déplore l’utilisation massive de l’IA générative dans les articles scientifiques, son article est lui-même parsemé de liens accompagnés de paramètres UTM laissant la trace de l’utilisation de ChatGPT (par exemple : ▻https://arxiv.org/abs/2605.07723.

    ▻https://next.ink/247785/lia-rend-ledition-scientifique-plus-lente-de-moins-bonne-qualite-et-plus-chere
    #AI #intelligence_artificielle #vitesse #qualité #ESR #recherche #revues_scientifiques

  • [Entretien vidéo] « Un texte abominable sur le plan #scientifique », #philippe_grandcolas déconstruit la #loi_duplomb
    ▻https://splann.org/grand-entretien-philippe-grandcolas-loi-duplomb

    Chercheur reconnu dans le domaine de la biodiversité, Philippe Grandcolas publie « Loi Duplomb, le débat confisqué » aux éditions du Faubourg. Nous l’avons rencontré dans son bureau du Muséum national d’Histoire naturelle, à Paris, au moment où sénateurs et députés s’apprêtent à permettre la remise sur le marché de l’acétamipride et du #flupyradifurone, deux insecticides nocifs pour les #abeilles. L’article [Entretien vidéo] « Un texte abominable sur le plan scientifique », Philippe Grandcolas déconstruit la loi Duplomb est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Pollutions #acétamipride #agences_sanitaires #agriculteurs #agriculture #agroécologie #annie_genevard #anses #assemblée_nationale #biodiversité #chercheur #cnrs #écologie #écologue #écosystème #efsa #FNSEA #grand_entretien #insectes #interview #laurent_duplomb #les_républicains #loi_d'urgence_agricole #muséum_national_d'histoire_naturelles #néonicotinoïdes #pesticide #pesticides #pollinisateurs #pollution #sénat #toxicité

  • Learning What Substance Is Suspected of Causing Alzheimer’s May Throw You Into an Existential Crisis
    ▻https://futurism.com/health-medicine/chemical-causing-alzheimers-disease-brain-damage-tires

    If you drive, your car’s tires are shredding more than just tread: they may be mincing up our grey matter too.

    New research by a team in China discovered an alarming link between a chemical commonly found in tires and the onset of Alzheimer’s disease. The chemical, called #6PPD-Q, is formed when fine tire particles meet ozone. That happens anytime new chunks of tire are exposed to the air, meaning the particle may be nearly ubiquitous in car-heavy environments.

    According to the findings, recently published in the journal Open Medicine, when the ozone-treated chemical meets our #brain cells, it can cause oxidative stress — wear and tear, basically — and inflammation, while also reducing how effectively individual cells “communicate” with one another. These factors strongly correlate to the development of early-stage Alzheimer’s, suggesting anyone who regularly comes into contact with rubber tires may be inadvertently exposing themselves to brain-altering #chemicals.

    #Alzheimer #pneu #voiture #automobile #cerveau #ozone #particules_fines