• “Il caso FreshBox”: successo per la challenge di Confindustria #caserta e #università_vanvitelli
    https://informareonline.com/il-caso-freshbox-successo-per-la-challenge-di-confindustria-caserta

    Una giornata dedicata all’innovazione, alla progettazione imprenditoriale e al confronto diretto tra università e imprese. Si è conclusa presso la sede di Confindustria Caserta la challenge reV:erse – “Il caso FreshBox”, iniziativa promossa dal Gruppo Giovani Imprenditori in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli. L’evento rientra nel progetto accademico reV:erse, format di “reverse incubation” che parte […] L’articolo “Il caso FreshBox”: successo per la challenge di #confindustria_caserta e Università Vanvitelli proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Approfondimenti #Attualità #Il_caso_FreshBox

  • “Ghost trail – Il sentiero dei fantasmi”
    https://www.meltingpot.org/2026/05/ghost-trail-il-sentiero-dei-fantasmi

    Fantasmi. Quelli del passato, le cui voci continuano a riecheggiare nella mente anche a distanza di anni. Quelli del presente, in cui ci trasformiamo mentre inseguiamo la verità nel tentativo di mettere a tacere angosce e tormenti. E quelli del futuro, che saremo costretti a diventare per tutelarci e non essere scoperti. Les Fantômes, distribuito in Italia con il titolo Ghost Trail – Il sentiero dei fantasmi, diretto da Jonathan Millet, racconta la storia di Hamid, ex professore siriano rifugiatosi in #Francia dopo aver lasciato la #Siria nel 2014, durante la guerra civile iniziata nel 2011. Stabilitosi a Strasburgo, l’uomo

    #Approfondimenti #Arti_e_cultura #Conflitti_e_migrazioni #Film_e_documentari #Laura_Pauletto

  • reconnaît qu’elle a drôlement de la chance d’être devenue complètement anhédonique et apathique, parce que n’avoir plus aucun désir d’aucune sorte est la meilleure (pour ne pas dire la seule) façon de ne pas les prendre pour la réalité.

    Quel dommage que ça n’ait pas été comme ça depuis le début ! Quoique… est-elle sûre que ça ne l’était pas ? À bien y réfléchir il lui semble qu’elle s’est toujours fait refourguer des envies qui n’étaient pas les siennes, elle s’est fait refourguer des envies « parce qu’il fallait en avoir », c’était comme ça, c’était « normal », il fallait manger, boire, dormir, dire bonjour, trouver des choses belles, convoiter ceci ou cela — n’importe quoi eût d’ailleurs fait l’affaire, on n’aurait pas été très regardant·e à son égard. Mais elle elle s’en fichait, elle ne s’enthousiasmait que pour faire plaisir à celleux qui voulaient qu’elle s’enthousiasme, et après tout le monde était persuadé qu’elle avait des passions alors qu’elle ne s’y adonnait que par lassitude et pour qu’on lui fiche la paix — entraînant les échecs cuisants et les errements que ce genre de simulacres implique inévitablement.

    Quoi qu’il en soit (ou en coton) désormais elle s’en tamponne, il ne lui reste plus que dix à douze minutes « d’espérance » de vie alors elle ne fait même plus semblant, devant tout ce qui est considéré par autrui comme potentielle tentation elle hausse les épaules et nathaliebaye aux corneilles, un peu comme dans le poème de Tardieu (1) elle ne veut plus rien, ne rêve plus à rien, ne fait plus rien, ne demande plus rien — et d’ailleurs « a’xiste pas », ou en tout cas de moins en moins.

    Libre d’être un légume.

    Enfin.

    #ConfessionsExtimes.
    #VanitasVanitatumEtOmniaVanitas.

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    (1) « La Môme néant ».

  • Come #Big_Tech ha reso segreti i dati ambientali sui data center a livello europeo

    I data center europei dovrebbero essere tenuti a comunicare all’Ue indicatori chiave come il consumo di energia e acqua. Un’inchiesta di Investigate Europe -pubblicata in esclusiva in Italia da Altreconomia- mostra però che una clausola di riservatezza, proposta da #Microsoft e dalla lobby #DigitalEurope, è stata inserita nella normativa comunitaria, impedendo così l’accesso pubblico a informazioni di capitale importanza

    La Commissione europea raccoglie dati chiave sui data center, come l’efficienza energetica e il consumo idrico. Tuttavia, le informazioni sull’impatto ambientale dei singoli impianti restano segrete, dopo che le grandi aziende tecnologiche hanno fatto pressione per modificare una normativa del 2024 collegata alla direttiva sull’efficienza energetica, classificando questi dati come riservati e commercialmente sensibili.

    Un’inchiesta di Investigate Europe rivela come Microsoft e la lobby DigitalEurope -che annovera tra i suoi membri Amazon, Apple, Google e Meta- abbiano guidato questa campagna, incidendo su una normativa pensata per garantire trasparenza in un settore in rapida espansione: quello dei data center, la cui capacità nell’Ue è stimata triplicare nei prossimi cinque anni.

    Il settore dei data center è sempre più sotto pressione per l’elevato consumo di energia e l’impatto su comunità e ambiente. Negli ultimi anni, la Commissione europea ha introdotto alcune norme per ridurne l’impronta ambientale, tra cui il Regolamento Ecodesign, che definisce requisiti di progettazione ecocompatibile per prodotti come server e sistemi di archiviazione dati, e la revisione del 2023 della direttiva sull’efficienza energetica, che per la prima volta obbliga gli operatori a comunicare dati su consumi di energia e acqua.

    Durante la fase di consultazione sulla revisione della direttiva, Microsoft e la lobby DigitalEurope hanno presentato osservazioni convergenti, proponendo l’introduzione di un nuovo articolo per classificare come riservate tutte le informazioni relative ai singoli data center, invocando la tutela degli interessi commerciali. L’obiettivo era andare oltre la proposta iniziale della Commissione e impedire che questi dati potessero essere ottenuti anche tramite richieste di accesso agli atti.

    Quando la Commissione ha pubblicato il testo definitivo nel marzo 2024, l’articolo proposto dall’industria era stato inserito quasi parola per parola.

    L’articolo 5, paragrafo 5, stabilisce infatti che “la Commissione e gli Stati membri interessati mantengono riservate tutte le informazioni e tutti gli indicatori chiave di prestazione dei singoli centri dati che sono comunicati alla banca dati. Tali informazioni sono considerate informazioni riservate che incidono sugli interessi commerciali dei gestori e dei titolari dei centri dati”.

    Per questo, sono stati resi pubblici solo dati aggregati a livello nazionale, mentre le informazioni sull’impatto specifico dei singoli data center restano fuori dalla portata di comunità locali, ricercatori, giornalisti e cittadini.

    Si tratta di un altro esempio di come l’industria stia “intensificando i propri sforzi di lobbying per influenzare la legislazione dell’Ue”, afferma Bram Vranken, che si occupa di questi temi per Corporate Europe Observatory, un’organizzazione con sede a Bruxelles che promuove la trasparenza nelle istituzioni europee. A suo avviso, si tratta di un caso senza precedenti nella modifica della normativa europea.

    “Il fatto che la Commissione abbia copiato e incollato un emendamento di Microsoft è scioccante”, ha aggiunto. “Chi rappresenta davvero la Commissione: le grandi aziende tecnologiche o l’interesse pubblico?”. Contattati da Investigate Europe, Microsoft e DigitalEurope non hanno risposto alle richieste di commento.

    Gli esperti giuridici sostengono che la clausola sia in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e con la Convenzione di Aarhus, che garantisce al pubblico l’accesso alle informazioni ambientali, comprese quelle sulle emissioni.

    “In vent’anni non ricordo un caso simile”, afferma Jerzy Jendrośka, per 19 anni membro dell’organismo di supervisione della Convenzione e oggi professore di Diritto ambientale europeo all’Università di Opole, in Polonia. “Questo chiaramente non è in linea con la Convenzione di Aarhus”.

    Per Luc Lavrysen, ex presidente della Corte costituzionale belga e professore emerito di Diritto ambientale all’Università di Gand, la clausola di riservatezza generalizzata “è chiaramente in violazione” delle norme Ue sulla trasparenza e della Convenzione di Aarhus.

    Sulla stessa linea Kristina Irion, docente di Diritto dell’informazione all’Università di Amsterdam, secondo cui la “presunzione generalizzata di riservatezza” favorisce indebitamente gli interessi delle aziende a scapito dell’accesso pubblico ai dati. “Ciò che merita protezione, in quanto informazione riservata che incide sugli interessi commerciali delle società di data center, dovrebbe essere determinato caso per caso”.

    Contattata per un commento, la Commissione europea ha sostenuto che la riservatezza fosse sempre stata parte della sua proposta e ha rifiutato di fornire una risposta ufficiale. “Durante la consultazione abbiamo ricevuto numerosi commenti su questo tema”, ha affermato un funzionario europeo, parlando a condizione di anonimato. “Abbiamo analizzato i contributi e adottato un testo che li riflette, come da prassi”.

    Gli Stati membri dell’Ue sono stati inoltre incoraggiati a respingere le richieste pubbliche di accesso a queste informazioni, rivela Investigate Europe. In un’e-mail inviata all’inizio del 2025 e condivisa con chi scrive, un alto funzionario della Commissione ha sottolineato alle autorità nazionali che erano “tenute a mantenere riservate tutte le informazioni e gli indicatori chiave di prestazione relativi ai singoli data center”.

    Secondo fonti vicine alla vicenda, la posizione interna della Commissione è che rendere pubbliche le informazioni sui singoli data center potrebbe spingere gli operatori a smettere di comunicare i dati, nonostante gli obblighi previsti. Tuttavia, gli stessi dati dell’Ue mostrano che finora solo il 38% delle strutture interessate ha effettivamente trasmesso le informazioni richieste.

    Il settore ha “un interesse concreto a tenere nascosti i dati”, afferma Alex de Vries-Gao, accademico che studia l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e dei data center presso la Vrije Universiteit di Amsterdam. Le sue analisi si basano per lo più su dati aggregati, proprio per la scarsità di informazioni disponibili. “Le informazioni pubbliche sono estremamente limitate. Di solito bisogna fare i salti mortali per riuscire a ricavarne dei dati”.

    In Italia, l’adesione all’obbligo di trasmissione dei dati all’Ue resta limitata: secondo il Politecnico di Milano, nel Paese ci sono circa 200 data center, ma nel 2024 -stando alla Commissione europea- solo 33 strutture avevano trasmesso le informazioni richieste. Anche considerando che il numero complessivo fosse allora leggermente inferiore rispetto alle stime attuali, il livello di adesione resta molto basso.

    Investigate Europe ha contattato le società proprietarie dei data center in Italia, chiedendo di condividere alcune informazioni di base, tra cui la capacità totale di energia installata, la quota effettivamente utilizzata dai server, la quantità d’acqua impiegata per il raffreddamento e il consumo dei generatori diesel, sia per gli impianti già in funzione sia per quelli pianificati ma non ancora costruiti.

    Delle 102 società contattate, solo 7 hanno fornito i dati richiesti. Tra chi ha risposto rifiutando di condividerli figura proprio Microsoft, che ha motivato il rifiuto citando “ragioni di concorrenza, conformità normativa e sicurezza”.

    Ma la clausola di riservatezza è solo una delle diverse deroghe favorevoli alle imprese che l’industria è riuscita a ottenere nelle normative europee che regolano i data center.

    A dicembre 2025, la Commissione europea ha infatti presentato una proposta di legge per accelerare le valutazioni di impatto ambientale previste dall’Ue per i grandi progetti edilizi, inclusi molti dei più grandi data center. La proposta fa parte di un’iniziativa più ampia volta a ridurre quelli che vengono presentati come “oneri burocratici” per le imprese.

    La legge, alla primavera 2026 ancora in fase di revisione, introduce scadenze rigide per le autorità locali, limita a 90 giorni la consultazione pubblica e apre alla possibilità di iter accelerati per i progetti considerati prioritari.

    Un documento ottenuto tramite una richiesta di accesso agli atti mostra che Microsoft ha incontrato un funzionario dell’Ue alla fine dell’ottobre scorso per discutere delle autorizzazioni, chiedendo di “fissare un limite massimo ai tempi”. L’azienda ha definito la “semplificazione delle procedure autorizzative come un fattore abilitante cruciale”, scrivendo in un’e-mail diretta alla Commissione europea: “Insieme ai nostri team sul campo, abbiamo sviluppato una serie di proposte concrete”.

    Per mesi, Microsoft e Amazon sono state tra le aziende che hanno fatto pubblicamente pressione per accelerare le procedure di autorizzazione dei permessi edilizi, indicando come modello l’approccio dello “sportello unico” adottato nella regione spagnola dell’Aragona per le pratiche ambientali: un sistema che concentra in un’unica autorità tutte le autorizzazioni, accorciando tempi e passaggi burocratici.

    L’area è diventata un importante hub europeo per i data center, con Amazon che, secondo un rapporto pubblicato a marzo dalla stessa azienda, avrebbe investito 33 miliardi di euro in infrastrutture per l’intelligenza artificiale e il cloud nella sola Spagna.

    Le nuove norme favorevoli agli investitori introdotte nella regione sono state criticate dagli attivisti locali, secondo cui consentono agli operatori come Amazon di “modificare la destinazione d’uso dei terreni, eludere tasse e scadenze, con scarsa partecipazione pubblica”.

    Ioannis Agapakis, avvocato dell’organizzazione no profit ClientEarth, avverte che una riduzione dei tempi di consultazione pubblica potrebbe impedire ai cittadini di individuare problemi rilevanti. “Nel peggiore dei casi, potrebbe legittimare progetti affetti da irregolarità procedurali o sostanziali”, ha detto a Investigate Europe.

    Le conseguenze di questi cambiamenti ricadranno soprattutto su chi vive più vicino alla rete in espansione dei data center in Europa. “La società sta pagando il prezzo pieno per le emissioni di carbonio e il consumo idrico dei data center”, ha affermato Alex de Vries-Gao della Vrije Universiteit di Amsterdam.

    La Commissione prevede di pubblicare punteggi di sostenibilità basati su alcuni indicatori per i singoli data center. Si tratta di un passo avanti, ma la maggior parte dei dati comunicati dagli operatori resterà riservata, protetta proprio da quella medesima clausola che l’industria ha contribuito a scrivere.

    https://altreconomia.it/come-big-tech-ha-reso-segreti-i-dati-ambientali-sui-data-center-a-livel
    #données #environnement #data_centers #centres_de_données #énergie #eau #ressources #impact_environnemental #Amazon #Apple #Google #Meta #droit #normes #Ecodesign #empreinte_environnementale #directive #lobbying #convetion_de_Aarhus #confidentialité #EU #Union_européenne #UE #infrastructure #IA #AI #intelligence_artificielle

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    voir aussi:
    https://www.investigate-europe.eu/posts/big-tech-data-centres-secrecy-eu-law-environment-footprint

  • Juifs et juives, d’autres voix possibles | Le Club

    via https://diaspora.psyco.fr/p/12457879

    https://blogs.mediapart.fr/les-invites-de-mediapart/blog/090526/juifs-et-juives-d-autres-voix-possibles

    2026-05-09

    #politique #sionisme

    « Nous refusons, au nom d’une #judéité plurielle, que le #CRIF, l’ambassade d’ #Israël à Paris, ou des responsables publics imposent ce que signifie être juif, ou ce que devrait être notre rapport à l’ #histoire, à la mémoire, à la #diaspora, à la justice, à Israël et à la #Palestine. » Un ensemble de personnalités - parmi lesquelles Michaël Sztanke, Vincent Sornaga, Georges Didi-Huberman, Arthur Harari, Nadav Lapid ou encore Esther Benbassa - dénoncent une #confiscation identitaire et politique.

  • L’Ukraine, le « #Capitalisme_politique » et la guerre – Par #Volodymyr_Ischenko
    https://lvsl.fr/lukraine-le-capitalisme-politique-et-la-guerre-par-volodymyr-ischenko

    Pourquoi la Russie a-t-elle envahi l’Ukraine ? Pour Volodymyr Ishenko, auteur de Towards the Abyss : #Ukraine from Maidan to War (Verso, 2024), l’explication par les ressources naturelles ou l’expansion de l’OTAN sont incomplètes. Dans cet entretien avec Rob Ferguson, il estime que le « capitalisme politique » russe est en cause : à la chute de l’Union soviétique, de nouvelles élites prédatrices sont apparues, organiquement liées à un pouvoir politique qui, pour maintenir leur cohérence, a dû évoluer vers une gestion toujours plus « césariste » de leurs antagonismes. Sociologue, Ischenko est chercheur associé à la Freie Universität de Berlin et publie régulièrement dans les colonnes de nombreuses publications anglophones, parmi lesquelles Jacobin ou The Guardian. Il avait signé en 2023 (…)

    #International #Conflit_ukrainien_:_le_grand_retour_du_militarisme #impérialisme #Volodymyr_Zelensky

  • Il Presidente di #Confindustria Caserta Luigi Della Gatta incontra la redazione di Informare
    https://informareonline.com/il-presidente-di-confindustria-caserta-luigi-della-gatta-incontra-l

    Oggi, giovedì 7 aprile, il Presidente di #confindustria_caserta Luigi Della Gatta ha incontrato i ragazzi di #Magazine_Informare nella storica sede principale di #castel_volturno. Quello tra l’associazione Centro Studi Officina Volturno, che edita il giornale, e la sezione casertana di Confindustria presiedutta da Luigi, è un rapporto ormai consolidato che si è sviluppato […] L’articolo Il Presidente di Confindustria Caserta Luigi Della Gatta incontra la redazione di Informare proviene da Informareonline, scritto da Luca Capone

    #Approfondimenti #Attualità #EVIDENZA

  • L’une des stratégies israéliennes dans la guerre que l’Etat hébreu mène contre le Hezbollah consiste à attiser les haines confessionnelles et à miner les logiques de coexistence et de solidarité, notamment contre les conséquences des déplacements forcés et des destructions. Mais désormais c’est aussi le futur du pays que, par leurs pressions, les Israéliens entendent, directement ou indirectement, fragiliser et fragmenter. On en trouve l’illustration glaçante dans les projets géopolitiques des partisans libanais d’une épuration confessionnelle maquillée en confédération de fédérations. Ces activistes se montrent d’une créativité sans limite et sans complexe dans l’obscène, et en même temps ignorante et de la géographie et de l’histoire, notamment celle de la Palestine voisine où la partition s’est terminée par l’absorption et la Nakba.

    Jean Riachi, banquier chrétien, PDG d’une compagnie financière basée à Dubaï, influent sur X, propose deux cantons : l’un chiite (discontinu), l’autre christiano-druzo-sunnite (qui serait une fédération).

    L’idée repose sur la création de deux entités politiques :

    Un État à caractère chiite unifié en termes d’orientation politique et stratégique ;
    Un État fédéral pluraliste regroupant le reste des composantes, doté d’une autorité centrale qui monopolise les décisions de défense et de politique étrangère.

    Et les deux entités sont liées dans un cadre confédéral flexible, limité à des domaines de coopération spécifiques, sans unifier les options souveraines fondamentales.

    (traduction X)
    https://x.com/riachi_jean/status/2048836153307255136
    Carte des deux cantons confédéraux proposés


    Carte de la "Fédération libanaise" proposée

    Ce projet s’inscrit dans la continuité d’un projet fédéraliste surtout soutenu par des chrétiens (voir notamment), eux-mêmes continuateurs des projets fédéralistes d’inspiration israélo-kissingerienne pendant la guerre civile, en vogue parmi les Forces libanaises et les Kataeb à l’époque.
    Voir :
    https://federallebanon.org (dont le rédacteur principal est Hicham Bou Nassif)
    https://fedleb.org (dont le rédacteur est Iyad Boustany)
    Voir aussi, parmi de nombreuses tribunes : Issa El Khoury, J., 2021, « Pour préserver l’unité du Liban... Fédéralisons son système politique », L’Orient-Le Jour, En ligne : https://www.lorientlejour.com/article/1267464/pour-preserver-lunite-du-liban-federalisons-son-systeme-politique.htm
    Une analyse socio-politique plus détaillée de ces milieux pro-fédéralisation du Liban reste à mener

    Plusieurs réponses proposent des contre-cartes basées sur des principes similaires, où le critère de partition reste toujours la population majoritaire selon l’Etat-civil (et non les populations résidentes).
    Par exemple ici, par le titulaire d’un compte qui s’appelle "The Lebanese Divider" !
    https://x.com/svyoz/status/2048844399656698172


    Dans cet exemple, la réalité démographique de la banlieue sud (en grande majorité chiite) est annihilée.
    Plus généralement dans ces exercices, toutes les situations de mixité chiite-autres sont évacuées. Par ex sur la carte de Riachi, le caza de Zahlé est placé en zone chrétienne-sunnite , en omettant le fait qu’il comporte une très importante population chiite.
    Ces cartes font aussi comme si il n’y avait pas, dans la société libanaise, un nombre non négligeable de mariages interconfessionnels (qu’une analyse des données de l’Etat-civil permettrait sans doute de mesurer de manière assez précise).
    Enfin, la logique d’ilotisation de l’entité chiite, pour ne pas dire de fragmentation (ce qui rappelle terriblement la division des territoires palestiniens entre Cisjordanie et gaza), traduit évidemment aussi une volonté d’affaiblissement et de contrôle du Hezbollah mais plus largement de cette composante de la société libanaise. Elle pose de manière cruciale la question des modalités de déplacement entre ces "cantons" : est-ce le retour des barrages de l’époque de la guerre civile ?
    L’un des paradoxes de ce type de solution, relevé par l’un des commentateurs de ce fil X, et plus largement mis en avant par les critiques du projet fédératif, est que cette solution politique ne résout ni les questions de défense et d’orientation de la politique étrangère du Liban ainsi fédéralisé (quel type de relations avec Israël ? la Syrie ? l’Iran ? les Etats-Unis ?) ni les dilemmes financiers issus de la gestion catastrophique des élites confessionnelles, pour le coup coalisées et solidaires, qui pendant 35 ans ont ruiné l’Etat avec une dette publique gonflée par la corruption et les choix économiques les plus délirants et absurdes, et ruiné la population, classes moyennes bancarisées et classes pauvres sans compte en banque et dépossédées de sécurité sociale, d’écoles, d’un marché de l’emploi permettant de vivre, et maintenant, en tout cas pour ceux du Sud ou de la banlieue sud, privées de villages, privées de maisons, privées de terre... Riachi balaye l’argument en évoquant la liberté d’orientation politique de chacune des entités confédérales, ce qui paraît complètement invraisemblable avec une telle marqueterie territoriale.
    #cauchemar #Liban #Israël #cartographie #confessionnelle
    Je recolle ci-dessous l’une de mes cartes favorites, mais en fait cauchemardesque, qui est à la racine de ces raisonnements cartographiques : cf. un post assez ancien : https://seenthis.net/messages/181141#message181172
    et
    Je renvoie aussi à mes analyses des différences entre ces cartes du Liban "légal" mais fantasmatique (au sens propre d’hallucinations) et du Liban "réel" : Verdeil, Éric, et al. « Chapitre 1 : Construction nationale et géopolitique régionale ». Atlas du Liban, Presses de l’Ifpo, 2007, https://books.openedition.org/10.4000/books.ifpo.414

  • Il nuovo #Cpr di #Castel_Volturno “inaugura” il Panopticon per la detenzione dei migranti

    A fine aprile l’agenzia Invitalia ha pubblicato su incarico del Viminale l’appalto da 41,2 milioni per un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio nel Parco umido La Piana nel Comune casertano. Il progetto prevede moduli radiali e un ballatoio perimetrale per la sorveglianza dall’alto. Per la prima volta sono introdotti i concetti di “confinamento” e di livelli di detenzione differenziati a seconda della “condizione di ostilità” dei trattenuti

    Sono trascorsi 235 anni da quando il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham ideò il progetto di “carcere ideale” che avrebbe permesso a un unico sorvegliante di osservare tutti i reclusi disposti nelle celle circolari. Oggi il Panopticon torna attuale: non per i detenuti ma per le persone straniere senza documenti rinchiuse nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

    Il progetto pubblicato dalla centrale di committenza Invitalia per il nuovo Cpr che verrà costruito a Castel Volturno, in provincia di Caserta, concretizza ciò che era già stato anticipato da Domani nell’ottobre 2023. La volontà del Governo Meloni di un modello in cui i trattenuti si sentano costantemente osservati e monitorati sembra così diventare realtà.

    E per la prima volta compare in un documento ufficiale la parola “confinamento” e si ipotizzano diverse intensità di privazione della libertà a seconda del grado di ostilità del persona rinchiusa.

    I fatti. Il 22 aprile di quest’anno Invitalia ha pubblicato l’appalto da 41,2 milioni di euro comprensivo della progettazione e della costruzione del centro da 120 posti che dovrà terminare entro 540 giorni. Sono previsti dunque poco meno di 18 mesi e si specifica nelle carte che “in sede di gara verranno adottate tutte le possibili misure che consentano di valorizzare le proposte che garantiranno la massima accelerazione delle tempistiche di progettazione e realizzazione dei Cpr”.

    La struttura dovrebbe essere realizzata nell’area denominata “Parco umido La Piana” che si estende per 63 ettari ed è stata consegnata nel 2017 al Reparto biodiversità di Caserta dal Demanio. Nonostante sia considerata preziosa per il transito degli uccelli migratori verrà cementificata senza alcuna Valutazione di impatto ambientale (Via).

    Tra i documenti allegati alla gara, stilati in collaborazione con la Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo, in seno al ministero dell’Interno, c’è anche l’ipotesi progettuale da cui emerge chiaramente l’idea del Panopticon: manca la “torretta” al centro rispetto al modello di Bentham ma la sorveglianza dall’alto viene mantenuta attraverso un ballatoio alto 8,4 metri protetto da un grigliato su cui possono transitare le forze dell’ordine. Gli “alloggi” sono composti da due moduli prefabbricati blindati da sei metri per 2,5: uno dedicato alla “zona letto” da circa 30 metri quadrati con quattro posti su due letti a castello; l’altro alla “zona giorno e ai servizi igienici”. Si garantisce uno spazio di 4,1 metri quadrati a “trattenuto” al netto degli arredi e della zona bagno.

    Ci sarà poi una televisione, la rete internet e il citofono in ogni modulo. Si prevede uno spazio “servizi polifunzionali”, barberia, lavanderia, un luogo di culto oltre che un’area ricreativa e diversi ambienti da adibire a mensa e distribuzione dei pasti. Viene prevista anche tra i diversi moduli una recinzione con offendicula (filo spinato) di quattro metri di altezza mentre, lungo tutto il perimetro esterno della struttura (nel disegno qui sopra il “contorno” blu”), l’altezza della rete raggiunge i sei metri. Tra le diverse “stecche” degli alloggi, infine, è contemplata una copertura in “grigliato orizzontale antidito e antidrone”.

    L’atto allegato alla gara d’appalto intitolato “cross check” contiene una “disamina delle prescrizioni del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt)”. Il documento è abbastanza paradossale. Il ministero dell’Interno mette le mani avanti rispetto alle numerose raccomandazioni fatte dall’organo delle Nazioni Unite sulla conformazione architettonica dei Cpr e sulla vita al loro interno. Così in una tabella il Viminale mette a confronto la “prescrizione Cpt” e la “previsione progettuale” in cui viene ripetutamente utilizzata la parola “confinamento”.

    Nel documento in questione si legge che per garantire “la possibilità di mantenere un vero contatto con il mondo esterno” (come del resto prescrive il Comitato), “all’interno degli alloggi è stata prevista l’installazione di un impianto telefonico e di rete dati per permettere la comunicazione con l’esterno” e che gli ospiti “possono muoversi all’interno della struttura di confinamento liberamente” ma allo stesso tempo è possibile “poter gestire i flussi di spostamento degli ospiti e dei manutentori senza interferenze tra loro e di assicurare la possibilità di confinamento degli ospiti in casi particolari”.

    I diversi “livelli di detenzione” tornano poco dopo. Nella colonna relativa alle richieste del Cpt si legge che i centri devono offrire “condizioni materiali di detenzione e un regime appropriati alla loro situazione legale e circondati da personale adeguatamente qualificato”. Nella proposta progettuale si legge che “il centro è concepito specificamente per garantire livelli di detenzione appropriati e incrementabili a seconda della situazione legale e delle condizioni di ostilità”.

    Per le attività outdoor è stato previsto “uno spazio centrale e lo spazio residuale tra le stecche degli alloggi” mentre per le attività indoor sono stati collocati “10 moduli polifunzionali” che “possono essere adibiti a luoghi di culto, palestre e spazi per i mediatori culturali” ed è una soluzione pensata -parole del Viminale- “con il fine di garantire agli ospiti la possibilità di partecipare ad attività di vario genere, sia di iniziativa propria che di iniziativa dell’ente gestore per prevenire situazioni di disagio che possono alimentare rischio di ostilità”.

    L’ostilità torna, nuovamente, con riferimento al controllo dal ballatoio. “I moduli sono distribuiti planimetricamente in modo radiale in modo da configurare una porzione di spazio al centro dell’area di confinamento e degli spicchi tra le stecche degli alloggi per le attività outdoor e per individuare gli assi della viabilità principale per le forze dell’ordine”. E ancora. “Il sistema di confinamento con passerella sulla sommità del muro ha come fine la mitigazione del rischio di ostilità perché consente ai soggetti preposti al controllo di poter vigilare ad ampio spettro e di intervenire tempestivamente nel miglior modo possibile”. Allievi di Bentham crescono.

    https://altreconomia.it/il-nuovo-cpr-di-castel-volturno-inaugura-il-panopticon-per-la-detenzion
    #migrations #réfugiés #asile #Italie #Invitalia #confinement #privation_de_la_liberté #parco_umido_la_piana #surveillance #hostilité #hostile_environment #hostile_environment

    • Cpr a Castel Volturno. Perché il sindaco non prende posizione? L’analisi…

      Prima di arrivare al punto della questione, occorre fare alcune premesse. Come spiegato dall’on. Cangiano e dalla consigliera regionale Angela Parente, il Cpr a Castel Volturno non è una scelta recente. Se ne è discusso nel 2023 in un Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, in cui Castel Volturno era rappresentato dall’allora sindaco Luigi Petrella.

      Petrella era ed è esponente di Fratelli d’Italia, con Meloni che veniva accompagnata da lui per i comizi e le visite sul territorio. Eppure, dopo quel Comitato, proprio Petrella prese una posizione netta.

      Nonostante la proposta provenisse da Fratelli d’Italia, l’allora sindaco si disse contrario a decisioni calate dall’alto, sostenendo che Castel Volturno non dovesse essere gravata da una struttura del genere. Una dichiarazione forte, di contrasto alla compagine governativa.

      Oggi la situazione, a livello nazionale, è la stessa: il centrodestra è compatto sulla scelta di realizzare un Cpr a Castel Volturno.

      Una sola riserva d’eccezione: Forza Italia regionale, con la neoconsigliera Angela Parente. Anche lei, come il sindaco, si riserva di valutare solo una volta compreso se, dal tavolo di confronto con il Ministero, arriverà l’impegno per ulteriori interventi.

      Al momento, però, un tavolo non è stato ufficializzato. Non c’è una data, non c’è un calendario, non ci sono invitati ufficiali. Tutto si muove sul piano delle ipotesi, mentre nel concreto c’è un bando di gara per un’opera da 43 milioni.
      Lo smacco al Comune

      La proposta del Cpr è una decisione di governo, ed è nel merito che il sindaco dovrebbe prendere posizione. La scelta del Ministero dell’Interno è calata dall’alto, senza aver cercato prima un’interlocuzione con l’ente comunale. Un vero e proprio smacco al Comune e ai cittadini castellani.

      Un bando di gara per un’opera così importante avrebbe dovuto essere condiviso anche con l’amministrazione comunale, che invece si vede posta ai margini e costretta a rincorrere un tavolo per acquisire delle “garanzie”.

      Ma lo smacco al sindaco, e quindi alla città tutta, è avvenuto poche ore fa con le dichiarazioni dell’on. Gianpiero Zinzi. Il deputato leghista afferma che il Ministro Piantedosi è aperto al confronto con il Vescovo Lagnese.

      Una scelta emblematica: se c’è un interlocutore a cui dare priorità assoluta, è proprio l’ente comunale. L’Italia è uno Stato laico e, per quanto meritorie siano le tesi della Chiesa, sarebbe politicamente grave scavalcare il primo cittadino e la Giunta per dialogare con una guida spirituale.

      Perché il Ministro evita l’interlocuzione con l’ente? C’è forse l’imbarazzo di Piantedosi a mettersi al tavolo con un sindaco su cui ci sono quattro indagini giudiziarie?

      Non solo. Meritano di essere analizzate ulteriori dinamiche. L’amministrazione dice di non aver avuto alcuna notizia circa il Cpr dal suo insediamento, anche se fonti parlamentari ci riferiscono che la Prefettura di Caserta ha svolto sopralluoghi fisici sui terreni oggetto del bando.

      Di tutte queste fasi l’amministrazione non è mai stata messa al corrente, come ribadito sia dal sindaco che dalla consigliera Parente. È chiaro che l’azione del Ministero su Castel Volturno si è mossa senza un’interlocuzione con il Comune che ospiterà il Cpr.
      Quali garanzie si chiederanno?

      Nel frattempo, il sindaco auspica che nelle prossime settimane il governo delinei “un programma più ampio e strutturale per Castel Volturno, fatto di sicurezza, investimenti, infrastrutture, servizi e attenzione concreta”. La verità è che, se l’Esecutivo avesse avuto un piano per Castel Volturno, lo avrebbe già annunciato.

      Ma se un tavolo ci sarà, la domanda consequenziale è: quale sarà il prezzo del Cpr? Quali garanzie si chiederanno a un governo vicino alla scadenza elettorale e che ha annunciato misure mai realizzate a Castel Volturno?

      Il comune litoraneo, nel corso della sua storia, ha subìto scelte scellerate emerse da trattative che non sono mai state condotte con l’obiettivo di difendere il territorio e il suo sviluppo. L’esempio più emblematico è quello del terremoto degli anni ’80, con la requisizione delle seconde case da parte dello Stato in cambio di una manciata di posti di lavoro garantiti al Comune e di alcuni riconoscimenti finanziari.

      Continuando negli anni, ricordiamo il riconoscimento di 1 milione di euro all’anno da parte della Regione Campania come “ristoro” per tutti i danni patiti da Castel Volturno e dai suoi cittadini. Un vero e proprio contentino legalizzato, così come il Protocollo d’intesa firmato dall’allora Ministro Minniti, un documento che non è mai riuscito a incidere seriamente sul territorio.

      Il rischio concreto è che dal futuro ed eventuale tavolo emerga un altro accordo-contentino. Tutto in cambio di un centro di detenzione per immigrati in un’area di 60 ettari, l’unico in Campania.
      Quindi?

      La palla passa all’amministrazione comunale, che dovrà comprendere se ci sia davvero un piano serio e ampio per Castel Volturno. Ciò che rende inverosimile questa ipotesi, però, è proprio l’estromissione dal confronto dello stesso sindaco.

      Insomma: davanti a uno scenario di smacchi istituzionali, il sindaco, evitando di prendere una posizione netta, non rischia di arrivare più forte al tavolo, ma più debole. Castel Volturno è in perenne trattativa con le istituzioni superiori, senza mai avere un riferimento politico forte, capace di affrontare le sfide di un comune bistrattato da tutti.

      Il tempo ce lo dirà. L’importante sarà evitare il disastro di un accordo fatto di qualche milioncino di ristoro, un po’ di posti di lavoro agli amici, l’abbattimento di qualche catapecchia sul mare e l’eco inconfondibile di una pernacchia.

      https://informareonline.com/cpr-a-castel-volturno-perche-il-sindaco-non-prende-posizione-lanali

  • #Olivier_Schmitt, #expert #militaire : « Il existe un vrai risque de #conflit avec la #Russie dans les cinq prochaines années »
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/24/olivier-schmitt-expert-militaire-il-existe-un-vrai-risque-de-conflit-avec-la

    Avec ce retour de la conflictualité de haute intensité, les pays occidentaux doivent-ils se préparer à remettre en cause le principe de zéro mort ?
    Techniquement, le zéro mort n’a jamais été un principe militaire, c’était plutôt une ambition de certains responsables politiques. Il existe un vrai risque de conflit avec la Russie dans les cinq prochaines années. Un tel conflit serait sanglant pour deux raisons : d’abord, les Russes ont une armée entraînée et en guerre depuis quatre ans ; ensuite, leur doctrine prévoit que l’ouverture d’un conflit implique nécessairement le ciblage des populations civiles occidentales, par sabotage ou par frappes de missiles à longue portée, pour exercer une forte pression politique sur les dirigeants. Malheureusement, en cas de conflit avec la Russie, il y aura des pertes civiles et, comme on l’a vu en #Ukraine, le respect du droit international humanitaire n’est pas une priorité pour les Russes.

    #chine
    #technologie
    #efficience_militaire

  • George Orwell × Raoul Peck : 2×-2=-4
    Ou comment dissoudre en images le totalitarisme dans la critique du monde occidental

    Dès ses premières minutes, le film donne la mesure de son ambition – et de son égarement. Sur un extrait en voix off de The Prevention of Literature , ce texte de 1946 où #George_Orwell décrit une société devenue totalitaire parce que sa classe dirigeante se maintient au pouvoir par la force et la fraude, #Raoul_Peck déploie un carrousel de visages : Orbán, Pinochet, Museveni, Min Aung Hlaing, Poutine, Ferdinand Marcos, et pour finir George W. Bush. Le procédé est visuellement efficace. Il est aussi d’une confondante approximation. Car de tous les dirigeants convoqués dans cette galerie, un seul – Poutine – gouverne un régime totalitaire. Les autres relèvent de catégories certes peu aimables, mais profondément différentes : dictature militaire, kleptocratie, junte, Big Man africain cramponné au pouvoir, démocratie illibérale. Quant à la présence de Bush, elle procède d’un réflexe anti-impérialiste qui n’entretient avec le totalitarisme qu’un rapport de métaphore paresseuse.
    Est-ce un défaut de mise en scène ? Plutôt une faute de pensée, qui contamine tout le film, car le totalitarisme n’est pas l’#autoritarisme monté d’un cran ; il en diffère par nature : là où l’un se satisfait du silence, l’autre exige l’adhésion, et entreprend de substituer à la réalité une fiction obligatoire. En alignant sur un même plan une junte birmane, un autocrate ougandais et un président américain élu, le documentaire sert le contraire de ce qu’il prétend : il dilue la pensée orwellienne dans un brouet.
    Dans 1984 , Winston Smith posait un axiome sur lequel reposait tout l’édifice de la résistance intérieure : la liberté, c’est la liberté de dire que deux et deux font quatre. Or le film de Peck prend l’équation orwellienne et produit un résultat négatif. Orwell multiplié par Peck, ce n’est pas quatre : c’est moins quatre. Le cinéaste ne manque pas de talent, mais sa grille de lecture – anti-impérialiste, anticapitaliste, héritière d’une tradition marxiste qui n’a jamais admis et compris le concept de #totalitarisme – le conduit à retrancher d’Orwell ce qui en constitue le cœur. Le spectateur en sort plus confus qu’il n’était entré. C’est ce rendez-vous manqué qu’il faut examiner : il dit quelque chose de la difficulté de l’intelligentsia occidentale à nommer le monde dans lequel nous vivons.

    #cinéma #documentaire #film #anticapitalisme #marxisme

    Simon Leys avait noté avec une ironie tendre qu’Orwell avait toujours fait sereinement face à ses nombreux ennemis, mais qu’on se demandait s’il aurait pu garder son sang-froid devant certains de ses admirateurs. Peck est de ceux-là – un admirateur sincère, un cinéaste de talent, un homme dont l’indignation ne fait aucun doute. Mais l’admiration qui se trompe d’objet peut faire sous les apparences de l’hommage presque autant de dégâts que l’hostilité franche. Orwell nous demandait une seule chose : tenir bon sur le fait que deux et deux font quatre. Peck, en multipliant Orwell par ses certitudes personnelles, arrive à moins quatre.
    #Pierre_Raiman,
    docteur en Histoire, spécialiste des totalitarismes.

    Article publié sur le site Desk Russie le 6 avril 2026.
    https://desk-russie.eu/2026/04/06/george-orwell-x-raoul-peck-2x-2-4.html

    Dans un entretien avec Raoul Peck dans Libération du 24 février 2026, il déclare :

    Déjà dans les années 1980, Georges Marchais était ridiculisé comme un clown… C’était difficile à supporter - une arme pour ridiculiser les idées de gauche.

    https://www.liberation.fr/idees-et-debats/raoul-peck-cest-un-film-qui-fait-le-catalogue-du-present-comme-orwell-dan

    Georges Marchais , secrétaire général du Parti communiste français (PCF) de 1972 à 1994, c’est-à-dire un stalinien : une personne qui prétendait défendre la classe ouvrière et qui dans les faits en a été un des actifs fossoyeurs.
    Manifestement, Peck n’a pas très bien compris le sens de La Ferme des animaux d’un certain George Orwell...

    #confusionnisme #gauchisme

  • GrapheneOS contre Projets Libres - L’élitisme technique étouffe la pédagogie du Libre
    https://romainleclaire.com/grapheneos-contre-projets-libres-lelitisme-technique-etouffe-la-peda

    L’excellent podcast Projets Libres (animé par Walid Nouh) a publié un nouvel épisode passionnant intitulé « Mets de la vie privée dans ton smartphone ! », avec Antoine (alias Fla, bien connu au sein de Framasoft). Le but de l’émission était simple, salutaire et grand public. L’invité voulait expliquer la différence entre nos ordinateurs et nos téléphones portables en matière de collecte de données et présenter des alternatives viables (comme /e/OS, #Ubuntu_Touch, etc.) pour échapper à la surveillance de #Google et d’#Apple.

    Pourtant, cette belle démarche de vulgarisation a rapidement été prise pour cible sur #Mastodon par le compte officiel du projet #GrapheneOS. Une réaction virulente, malheureusement coutumière de leur part, qui mérite qu’on s’y attarde pour remettre les choses dans leur contexte.

    Les éléments de la polémique - Que reproche GrapheneOS ?

    GrapheneOS n’a pas fait dans la dentelle, accusant à demi-mot Projets Libres de désinformer ses auditeurs en mettant en avant des systèmes comme /e/OS. Selon eux, ce dernier offrirait une #confidentialité extrêmement médiocre et de graves lacunes de sécurité par rapport à leur propre #OS #mobile.

    La team GrapheneOS a la fâcheuse habitude d’attaquer frontalement les autres systèmes d’exploitation alternatifs (#LineageOS, #/e/OS, #CalyxOS) sous prétexte qu’ils ne respectent pas leurs standards très stricts en matière de sécurité pure (délais d’application des correctifs, utilisation de #microG, politique de #sandboxing, etc.). Dans leur viseur cette fois-ci, un podcast coupable à leurs yeux d’avoir donné la parole à un défenseur d’une approche différente de la leur.

    (...)

  • Comment faire encore #confiance à la #justice (quand on est féministe)

    La justice française est sous-financée, sexiste, épuisante pour les victimes. Alors pourquoi continuer à la défendre ? Voilà dont on discute avec maître Élodie Tuaillon-Hibon, avocate au barreau de Paris depuis 23 ans. Elle défend des femmes victimes de #violences_sexuelles, des militantes, des syndicalistes. Elle connaît les failles de l’intérieur, et pourtant elle n’a pas renoncé.

    Faut-il toujours porter plainte ?
    Pourquoi les enquêtes sur les VSS sont-elles si mal menées ?
    Qu’est-ce qu’une « mauvaise victime » ?
    Faut-il fermer toutes les #prisons ?
    Un épisode pour comprendre ce qui dysfonctionne, et ce qui vaut la peine d’être sauvé.

    https://podcasts.360.audion.fm/en/renverser-la-table/comment-faire-encore-confiance-a-la-justice-quand-on-est-feminis
    #podcast #audio #féminisme #sexisme #VSS

  • ne dit pas ça pour rebondir sur son précédent dazibao, hein, mais elle rappelle qu’elle n’a pas touché à la diacétylmorphine ni à l’ester méthylique de benzoylecgonine depuis près de quarante ans, elle n’a pas touché au diéthyllysergamide depuis trente-sept ans, elle n’a pas touché à la psilocybine depuis trente-quatre ans, elle n’a pas touché à la tétrahydropapavéroline depuis vingt-neuf ans, elle n’a pas touché au tétrahydrocannabinol ni à la nicotine depuis dix-neuf ans… et surtout elle n’a pas joué à Candy Crush Saga® depuis dix minutes.

    Alors voyez, si avec ça elle n’est pas la prochaine sur la liste des béatifications, c’est à n’y rien comprendre.

    #ConfessionsExtimes.

  • Chi dissente è nemico della patria. La “lezione” del Tribunale del duce

    Cento anni fa veniva istituita la corte speciale fascista per criminalizzare il dissenso e aggirare la magistratura ordinaria. Lo storico Mimmo Franzinelli, che ne ha studiato per anni il funzionamento, spiega perché è una vicenda attuale

    Sono passati cento anni da quando nel novembre del 1926 con le “leggi fascistissime” veniva istituito al Palazzo di Giustizia di Roma il #Tribunale_speciale_per_la_difesa_dello Stato (#Tsds), un organismo giudiziario straordinario destinato alla repressione dell’antifascismo.

    L’attività di resistenza veniva generalmente sanzionata con pene comprese tra uno e trent’anni e addirittura la pena di morte abolita nel 1889 e reintrodotta proprio per il Tribunale. Le decisioni emesse dai giudici -ufficiali delle camicie nere della milizia, magistrati sia militari sia ordinari- non prevedevano possibilità di ricorso.

    La più importante ricostruzione storica dei suoi quasi 17 anni di vita è di Mimmo Franzinelli, storico esperto dell’Italia nera e autore del libro “Il tribunale del Duce” (2017) edito da Mondadori. Lo abbiamo intervistato per chiedergli che cosa ci può insegnare ancora la storia del Tribunale un secolo dopo.

    Franzinelli, alla luce di ciò che racconta nel libro, quali furono le strategie decisive che permisero al fascismo di instaurarsi al potere e mantenerlo per tutti quegli anni?
    MF Mussolini ebbe l’abilità di giocare su due piani in contemporanea. Il fascismo combinava repressione del dissenso da una parte e costruzione del consenso dall’altra. La polizia politica, l’Ovra, il Tribunale speciale e le camicie nere -milizie volontarie di sicurezza nazionale, un po’ come l’Ice statunitense- coesistevano con le misure populiste quali bonifiche e costruzioni di città. Se a questo aggiungiamo il martellante condizionamento ideologico del ministero della Stampa e della Propaganda e l’appoggio ufficiale della chiesa in un Paese predominantemente agricolo vediamo prendere corpo un consenso di massa. Il fascismo non era un regime “da operetta”: riuscì a creare diffidenza tra i cittadini al punto da trasformare intere categorie professionali quali osti e portinai in spie che operavano per il potere.

    Quale fu il ruolo del Tribunale speciale in questo processo?
    MF La corte funzionava terrorizzando i potenziali dissidenti. La sola denuncia rendeva obbligatorio il mandato di cattura e la prigionia. A volte si cita il fatto che il Tribunale abbia assolto circa il 60% degli imputati. In realtà anche chi veniva prosciolto passava comunque mesi, se non anni, in carcere in attesa di giudizio, in condizioni durissime e ne usciva profondamente piegato. Aggiungiamo poi al Tribunale speciale il confino politico, un’altra misura molto importante per il regime che permetteva l’internamento senza diritto di difesa. Qualunque dissidente che venisse denunciato da un fascista veniva processato non solo in sua assenza, ma senza neanche essere informato, e poi veniva mandato al confine dai tre ai cinque anni. Combinando questi due strumenti giudiziari, esce un sistema veramente ragguardevole per l’autotutela di una dittatura.

    Nel libro c’è una lunga riflessione sullo scioglimento del Tsds.
    MF Il passaggio dalla dittatura alla democrazia in Italia è stato molto problematico. Non c’è stata soltanto la rottura, con l’arresto di Mussolini il 25 luglio 1943, ma anche una considerevole continuità di apparati e di funzionari. Quando salì al potere il maresciallo Pietro Badoglio e sciolse il Tribunale speciale, i magistrati che vi avevano fatto parte -quelli ordinari e quelli militari- rientrarono nelle loro sedi di servizio mentre altri, a partire dal presidente Guido Cristini, beneficiarono dell’amnistia Togliatti del 1946. Inoltre l’archivio e i migliaia di fascicoli in elaborazione non vennero archiviati ma passati alla magistratura militare. La continuità delle istituzioni è evidente.

    Perché queste dinamiche restano rilevanti anche oggi?
    MF Il fascismo rappresenta un caso emblematico di un sistema di potere che tende a diventare assoluto. Studiandolo si imparano a riconoscere dei meccanismi che pur con delle variazioni si ripetono in ogni tipo di regime. Ancora oggi, per chi vuole imporre il proprio potere, la gestione della giustizia resta una questione sensibile, che va osservata da due angolazioni differenti: da una parte il fastidio verso i magistrati con orientamenti più liberali, dall’altra la tentazione di piegare la giustizia a strumento di repressione e di punizione. Mussolini infatti soffriva la persistenza nella magistratura di personale giudiziario formatosi nell’Italia giolittiana e che operava con un certo garantismo. Ebbe allora la geniale intuizione di creare un proprio collegio che servisse proprio a criminalizzare il dissenso. Oggi, pur in un contesto formalmente democratico e fatte salve le diversità, si percepisce ancora una tendenza al controllo della magistratura. Il criterio della separazione dei poteri viene percepito come un intollerabile fastidio da eliminare, come mostrato dal “Ddl sicurezza” o da alcune proposte di referendum. Lo si osserva anche negli Stati Uniti, che attualmente rappresentano un laboratorio interessante e che mostrano segnali significativi che si ritrovano senza dubbio anche in Italia.

    La narrazione del “nemico interno” è stata essenziale per rappresentare la repressione come necessaria. Vede analogie con i meccanismi attraverso cui oggi si individuano nuovi “nemici” in nome della sicurezza?
    MF Queste istituzioni eccezionali sono il prodotto di una situazione eccezionale che il regime -perché è necessario usare questo termine- contribuisce in modo cruciale a creare. Per determinarla il regime deve e vuole alimentare la crisi e la conflittualità interna, così da dipingere l’esistenza di un nemico sul punto di conquistare il potere, un nemico che turba la vita quotidiana ordinata della nazione e dei cittadini. Attraverso la rappresentazione di una sorta di guerra civile -presente anche in Italia tra il 1919 e il 1922- si costruisce la giustificazione della necessità di ristabilire l’ordine e la legalità e la narrazione che chi detiene il potere lo eserciti non per motivi egoistici ma a fin di bene, nell’interesse generale. Mussolini, che rappresentava solo una parte della popolazione, con un’operazione ideologica e propagandistica magistrale è riuscito a identificare la fazione fascista con la totalità dello Stato. Ha creato l’identità “fascismo uguale patria” -si pensi che il tricolore divenne simbolo del fascismo- e la conseguenza diretta ne è stata che chi non era con il fascismo era contro la nazione. Manipolando il linguaggio gli antifascisti non venivano più chiamati antifascisti ma elementi “antinazionali”. Questa sottile strumentalizzazione si ritrova, con tutte le sue diversità, anche oggi in alcune dichiarazioni della presidente del Consiglio, per cui chi non è per le sue idee è presentato come contro la patria, mentre in realtà è solo opposizione legittima al governo attuale e al suo partito.

    Quali parallelismi e differenze vede tra il fascismo storico e fenomeni contemporanei come il trumpismo?
    MF A questo proposito penso sia interessante ricordare che storicamente anche alcuni intellettuali antiliberali sostennero il fascismo all’inizio. Tra questi c’era Benedetto Croce, per esempio, che appoggiò convintamente Mussolini prima di diventarne uno dei più accaniti oppositori nell’autunno 1924. Questo perché Croce era conservatore e inizialmente credeva in un fascismo restauratore del principio di autorità, il cui ruolo era quello di tagliare gli artigli della belva sovversiva. Diventa antifascista quando si rende conto che il fascismo era eversione, che andava contro lo Statuto Albertino del marzo 1848, quindi per gli stessi motivi per i quali illudendosi lo aveva sostenuto in primis. Anche oggi, soprattutto a sinistra, si tende sempre a vedere la destra come tradizionalista e conservatrice quando in realtà l’aspetto innovativo e attualmente più interessante è che la destra non è più conservazione, è sovversione istituzionale. Basta osservare Donald Trump mentre cerca di distruggere la separazione dei poteri e dello Stato di diritto, rappresentando una situazione di disordine interno sull’orlo della guerra civile per poter fare da giocatore e da arbitro allo stesso tempo.

    https://altreconomia.it/chi-dissente-e-nemico-della-patria-la-lezione-del-tribunale-del-duce
    #justice #fascisme #histoire #Italie #tribunal_spécial #ennemi_interne #répression #chemises_noires #police_politique #Ovra #confinement_politique #internement_administratratif #Mussolini #Benito_Mussolini #Pietro_Badoglio #Guido_Cristini #patrie #fascisme_égal_patrie #Benedetto_Croce #subversion

    • Il tribunale del Duce

      Novant’anni fa, il 1° febbraio 1927, s’insediava a Roma, nell’Aula IV del Palazzo di Giustizia, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo composto da magistrati e giudici in camicia nera reclutati tra gli squadristi. Mussolini, dopo il discorso del 3 gennaio 1925 e l’introduzione delle «leggi fascistissime» – che avevano soppresso la libertà di stampa, di associazione e il diritto allo sciopero –, mostrava il suo vero volto, quello di un dittatore disposto ormai a tutto. Per i nemici del regime, ma anche per i semplici cittadini che osavano criticarlo, non c’era più spazio per il dissenso. Anzi, non c’era più spazio per la libertà. Agli imputati, condotti di fronte alla corte e rinchiusi in un gabbione, non rimaneva che attendere il verdetto: d’altra parte, come potevano difendersi se l’istruttoria era segreta?

      Fino al luglio 1943 la magistratura, sottoposta agli ordini del duce, processerà migliaia di oppositori politici (tra loro, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Altiero Spinelli, Sandro Pertini, solo per citarne alcuni) e persone comuni, accusate di spionaggio, contrabbando valutario, mercato nero… Le condanne a morte, mediante fucilazione alla schiena, saranno un’ottantina.

      Eppure, la storia del Tribunale speciale dello Stato è rimasta sostanzialmente sconosciuta. Poco studiata. Persino l’imponente biografia mussoliniana di Renzo De Felice, punto di riferimento irrinunciabile per chiunque si occupi del Ventennio, gli dedica meno di due pagine.

      https://www.mondadori.it/libri/il-tribunale-del-duce-mimmo-franzinelli
      #livre

  • « Beaucoup d’élus ne savaient même pas ! » : près de Grenoble, l’implantation rapide et sans recours d’un data center

    Le #supercalculateur dédié à l’#IA porté par l’entreprise #DataOne est en service, un peu plus d’un an après l’annonce du projet. Alors que les pouvoirs locaux et les citoyens ont été relégués au rang de spectateurs, les ambitions du centre de données, présenté comme le plus puissant d’Europe, se heurtent à la réalité du terrain.

    À Eybens, commune de 10 500 habitants, voisine de Grenoble, le « cloud » ressemble à un ensemble de bâtiments en béton, longs et bas, comme il en existe à l’infini dans les zones industrielles. Le centre de données dédié à l’IA, présenté par DataOne comme le plus grand supercalculateur d’Europe, est saucissonné entre la rocade, la régie des transports grenoblois et un centre d’exposition démesuré.

    Sur la façade de tôle noire — du plastique repêché de l’océan, si l’on en croit le propriétaire, l’entreprise étale son slogan. « DataOne, sustainable datacenter ». Son « data center durable » #Charles-Antoine_Beyney, le PDG, rêve de le faire fonctionner à la puissance de 200 mégawatts. L’équivalent de la consommation de la ville de Bordeaux. Pour l’heure, la première tranche de travaux prévoit de monter des 15 MW actuellement utilisés à une capacité de 80 MW pour 2028, la cible des 200 mégawatts restant conditionnée à l’étude de raccordement RTE. La métropole grenobloise, de son côté, reste prudente sur l’objectif de DataOne et penche davantage sur un scénario à max 100 MW dans une étude d’impact commandée en 2025.

    Les collectivités locales désarmées par l’État

    Lors de la réunion publique à la salle des fêtes d’Eybens début janvier 2026, Antoine Beyney tentait de rassurer citoyens et membres d’associations mobilisés contre le supercalculateur. « C’est un projet français, regardez-moi, je suis Français ! » . Dans les faits, l’investisseur, qui a posé 800 millions d’euros sur la table, est le sulfureux groupe émirati #G42. Les #puces informatiques qui équiperont les installations seront fournies par l’américain #AMD. DataOne émane d’une entreprise irlandaise et sa holding est basée au Luxembourg. Quant à son PDG, il vit à Dubaï depuis des années.

    Dans la région, les collectivités locales n’ont pu que constater l’implantation du data center. « DataOne est arrivé avec ses gros sabots. Ils ont contacté la presse avant les interlocuteurs locaux. Nous n’avons pas pu intervenir au moment de la vente des bâtiments. Notre ambition est de réduire notre empreinte environnementale numérique, mais l’IA vient tout foutre en l’air ! », se désole Florent Cholat, vice-président à la Métropole de Grenoble, en charge du numérique.

    Nicolas Richard, le maire d’Eybens (récemment réélu) est tout autant réduit au rôle de figurant, comme beaucoup d’autres élus dépourvus de véritables moyens juridiques pour encadrer ces infrastructures très spécifiques. Il a alerté la préfecture et demandé la mise en place d’un dialogue entre les différentes parties. Sans résultats. De son côté, l’État a cherché à accélérer les procédures administratives en déclarant les data centers « #projet_d’intérêt_national_majeur », dans l’article 15 de sa loi de simplification de la vie économique (dont le vote a été repoussé après les élections municipales).

    Ce #label pourrait considérablement accélérer l’implantation des data centers en France et permettre au gouvernement de respecter le calendrier fixé par Emmanuel Macron. En février 2025, celui-ci a érigé la souveraineté nationale en matière d’#intelligence_artificielle en priorité, faisant du déploiement de 35 data centers sur tout le territoire, la colonne vertébrale de sa stratégie.

    Concrètement donc, l’État pourrait se substituer aux #collectivités_locales pour l’instruction des projets. Les consultations publiques seraient allégées, les règles environnementales pourraient être drastiquement assouplies et le nombre de recours réduit.

    Un data center qui souffle le chaud et le froid

    Si la loi de modernisation de l’économie devait, dans l’hypothèse de son adoption par le parlement, exonérer le centre de données d’Eybens d’une étude d’impact en bonne et due forme, la Métropole grenobloise en a tout de même commandé une. Résultat : le data center se situe dans un #îlot_de_chaleur, où la température est 3,5 degrés plus chauds que le reste d’Eybens. En cas de fonctionnement à 100 MW, le data center ajouterait de 0,1 à 0,2 degré à la fournaise ambiante.

    Pour refroidir son matériel, le data center demanderait l’équivalent de trois piscines olympiques (soit 12 000 m3) chaque année. Infiniment moins que ce que les data centers IA américains nécessitent à l’heure actuelle, mais un volume d’#eau important dans un département régulièrement classé en vigilance rouge en juillet et en août. Cette performance serait permise, selon Charles-Antoine Beyney, par un « système de #refroidissement révolutionnaire ». Contacté pour plus de précision, il n’a pas donné suite à nos sollicitations.

    Pour l’hiver, M. Beyney a proposé à la métropole de mettre à sa disposition l’eau usagée et chauffée. Après avoir étudié la question, la collectivité a refusé. « L’eau du data center sort à 65 degrés. Celle qu’on utilise est chauffée à 100 degrés. La seule possibilité aurait été d’installer une pompe à chaleur pour un coût de 20 millions d’euros. Au final nous aurions payé plus cher la chaleur du data center que la nôtre », explique Florent Cholat.

    Côté jobs, le data center n’aura pas non plus de #retombées positives sur la commune d’Eybens. L’ancien propriétaire des bâtiments, le géant américain HP, employait il y a encore quelques mois 350 collaborateurs. Loin de la centaine d’emplois avancée par le PDG de DataOne. Une différence qui se traduit sur la #taxe_foncière : DataOne paiera près de 200 000 euros de moins que HP. M. Beyney promet de les rendre à la municipalité « quand le data center fera du profit ».

    « Les gens ne sont pas du tout au courant »

    À Grenoble, ville où les écologistes ont obtenu 9 % des suffrages lors de l’élection présidentielle de 2022, soit le double du score national des verts, un quasi-silence accompagne l’installation du data center. Une pétition portée par #STOP_DataOne et soutenue par une quinzaine d’organisations locales réclamant un moratoire sur le projet et des études d’impact a récolté près de 6500 signatures. Mais mis à part cela, ce projet de grande envergure ne semble pas faire lever le moindre sourcil du côté du grand public.

    Marina Quenard, membre du collectif à l’origine de la pétition, s’étonne : « J’ai tracté dans la rue, et les gens ne sont pas du tout au courant. Et beaucoup d’élus ne savaient même pas ! » Le sujet n’a pas non plus affleuré d’un poil lors de la campagne pour les élections municipales. Pourtant, les inquiétudes sont bien là. Les citoyens au courant craignent notamment les générateurs de secours au fioul, de 22 mégawatts, particulièrement polluants. Une étude de 2024, de l’Université de Californie et CalTech a d’ailleurs démontré que ces générateurs causaient de l’asthme chez les populations avoisinantes, et participait même à l’accroissement des risques de décès dû à la pollution de l’air.

    Les habitants redoutent également le #conflit_d’usage électrique, c’est à dire des tensions d’arbitrage lorsqu’il y a plus de demandes que d’#énergie disponible. Le risque est clairement évoqué par un rapport du Shift Project sorti mi 2025, qui estime que la consommation énergétique des data centers français pourrait quadrupler en dix ans pour atteindre 7,5 % de la demande totale de courant électrique.

    « Plus connu pour ses coups de comm’ que ses réussites »

    Du côté de la métropole, Florent Cholat dit rester vigilant, et évoque l’utilisation de moyens juridiques si le data center venait à atteindre la puissance annoncée. « On sait qu’il y a un accord avec #Enedis pour monter à 100 MW, mais on ne sait même pas s’ils y arriveront. Charles-Antoine Beyney est plus connu pour ses coups de comm’ que ses réussites. Notre indice de confiance dans le projet est faible. »

    Car la réalité freine les ambitions de DataOne. À l’annonce du projet, l’entreprise envisageait d’atteindre un gigawatt (soit la consommation d’un million d’habitants). Il n’est plus question du gigawatt, l” ambition du projet a été divisé par cinq pour atteindre les 200 mégawatts l’an prochain, mais seuls 15 mégawatts sont d’ores et déjà disponibles sur site. Les travaux nécessaires pour mutualiser les deux calculateurs isérois et atteindre 80 mégawatts fin 2025 n’ont pas encore commencé, mais devraient durer trois ans. Comme beaucoup d’autres projets de data centers, la puissance annoncée, argument massif destiné aux investisseurs, est souvent délirante. Et face à la réalité, les chiffres retombent systématiquement comme un soufflé.

    « On ne peut pas se comprendre »

    Dans la salle des fêtes d’Eybens, lors de la réunion publique, Charles-Antoine Beyney et les habitants engagent un débat sur l’intérêt d’un tel projet, et de la course à l’IA plus généralement. Pour le patron de DataOne, investir dans l’IA n’est même pas une question. « On est dans une guerre du savoir. Ce qui nous a placé au sommet de la chaîne alimentaire, c’est notre cerveau, pas notre force physique. Aujourd’hui, celui qui dispose de la plus grande intelligence, c’est celui qui dominera le monde de demain. Si tu n’as pas cet armement, tu es mort, obsolète. ».

    Une rhétorique proche de celle des Tech bros de la Silicon Valley qui tranche avec les préoccupations locales sur les conditions de vie, la pollution, les nuisances. « Il nous a dit qu’à Dubaï, où il vit, ses enfants apprenaient l’IA à l’école. J’ai l’impression qu’on ne parle pas le même langage, qu’on ne peut pas se comprendre », soupire Marina Quenard en se rappelant les échanges.

    https://synthmedia.fr/vie-quotidienne/beaucoup-delus-ne-savaient-meme-pas-pres-de-grenoble-limplantation-rapide
    #data_center #Grenoble #Eybens #infrastructure #centre_de_données

    signalé aussi par @biggrizzly :
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  • Alerte : les #forêts françaises sont rasées pour partir à l’étranger

    Le point le plus stupéfiant du livre : ce désastre n’est pas un sujet. Pas dans les campagnes électorales. À peine dans les médias.

    En #Chine, un parquet issu de chênes français. En #France, des massifs rasés, des sols dévastés, des promesses creuses. #Pillage, #lobbies, illusions vertes - nos forêts souffrent en silence. Sophie Coignard signe un livre-enquête sur le #saccage programmé de nos forêts.

    Chaque année, des milliers de #grumes partent de nos campagnes en direction des ports, puis de l’Asie. Elles reviennent sous forme de lames de plancher ou d’objets de bazar — quand elles reviennent.

    Pendant ce temps, des millions de Français se promènent dans des forêts qu’ils croient protégées, gérées, aimées. Ils ont tort.

    La journaliste Sophie Coignard, autrice de « Arbres en danger, enquête sur un carnage végétal », a mené l’investigation là où personne ne regardait vraiment : entre les souches, les contrats d’export, les lobbies de la filière #bois et les cabinets ministériels. Ce qu’elle a trouvé est accablant.

    « La France : un pays d’extraction coloniale »

    Le déclic, pour Sophie Coignard, n’est pas une statistique. C’est une image. Celle de #chênes magnifiques, abattus à quelques kilomètres de chez elle, embarqués pour la Chine.

    « Ces chênes avaient été coupés pas très loin de chez moi. Et ils allaient partir en Chine, comme si la France était devenue un pays d’#extraction_coloniale. »

    La métaphore est forte, mais elle n’est pas gratuite. La Chine et la #Russie — deux pays que l’on n’associe pas spontanément à l’écologie — ont depuis longtemps instauré des mesures protectionnistes drastiques pour préserver leurs propres forêts.

    La France, elle, a laissé la porte ouverte, les #labellisations européennes se révélant aisément contournables, sans embargo, sans politique d’interdiction réelle.

    Un paradoxe que Sophie Coignard qualifie sobrement de « #connivence des pouvoirs publics avec des lobbies particulièrement problématiques. »

    Le #lobby, le confort administratif, et la loi enterrée

    Le mécanisme est bien huilé : une #loi d’initiative parlementaire, portée par un groupe transpartisan, vise à réorienter les #subventions vers la #sylviculture mélangée, plutôt que vers les #monocultures ravageuses. Elle est déposée, soutenue, débattue — et reste pendante à l’Assemblée nationale depuis des années.

    « La puissance des lobbies essaie de disqualifier tous les acteurs qui portent une parole différente. Cela existe dans plein d’autres secteurs », observe Sophie Coignard, rodée à ce type de blocage après des années d’enquête sur les élites françaises.

    Elle décrit ce qu’elle appelle le « confort administratif » : les administrations préfèrent traiter avec un interlocuteur puissant, compétent, structuré — c’est-à-dire le lobby de la #filière_bois — plutôt qu’avec une myriade de voix discordantes, propriétaires forestiers inquiets, forestiers de terrain, chercheurs. Résultat : le robinet à subventions coule dans le mauvais sens.

    « À partir du moment où vous avez un robinet à subventions en place, vous trouvez forcément un débouché. Et ce débouché n’est pas forcément vertueux. »

    Brûler des arbres pour sauver la planète ?

    Le #chauffage_au_bois, vendu comme énergie renouvelable, représente l’un des paradoxes les plus explosifs du livre.

    Sophie Coignard est directe : « La question de considérer le bois comme une #énergie_renouvelable quand il s’agit du #chauffage, à mon avis, est extrêmement dangereuse. »

    La formule est simple. Ses implications sont vertigineuses. Le bois utilisé pour la construction stocke du carbone pendant des décennies. Le bois brûlé le relâche immédiatement dans l’atmosphère. Or, pour que la ressource se renouvelle, il faut attendre — des années, des décennies, parfois un siècle. Le problème, c’est la #temporalité.

    « Le temps que fait une bûche de bois à brûler n’a rien à voir avec le temps que mettra son équivalent à pousser. »

    Les grandes chaufferies urbaines, qui se sont converties au bois pour décarboner leurs réseaux, engloutissent désormais des volumes colossaux de bois coupé exprès pour les alimenter. Les #coopératives_forestières suivent la demande. Les forêts trinquent. Et le CO2 relâché en quelques heures mettra des décennies à être réabsorbé par de nouveaux arbres — si tant est qu’ils poussent.

    Brûler trop d’arbres, c’est aussi se priver d’eau verte. Cette #eau issue de l’#évapotranspiration est indispensable au cycle des pluies. Un chêne peut produire jusqu’à une tonne d’eau par jour peut-on lire sur le site de Francis Hallé.

    Sophie Coignard le confesse avec une honnêteté désarmante : « Quand je me suis équipée moi-même, j’étais convaincue de faire un choix vertueux. Aujourd’hui, je me dis que c’est plus complexe que ça n’en avait l’air. »

    « On plante un milliard d’arbres » — et ensuite ?

    La promesse présidentielle de planter un milliard d’arbres fait bondir Sophie Coignard — non pas parce qu’elle est fausse, mais parce qu’elle est creuse.

    « Les Français adorent la forêt, adorent les #arbres. Et en même temps, le sort qui leur est réservé par la puissance publique leur est indifférent. Il suffit d’un coup de communication, et youpi, on va planter un milliard d’arbres. »

    Derrière l’annonce : des plantations en #monoculture sur des sols dévastés par les #coupes_rases, des échecs en série, des arbres morts avant d’avoir grandi. La #compensation_carbone repose sur une fiction : on ne peut pas comparer un arbre nouvellement planté à un arbre mature en matière de capture de CO2.

    « Il y a peut-être deux questions à se poser : pour compenser quoi ? Et avec quelles chances de longévité pour cet arbre ? »

    Des forestiers en voie de disparition

    Sur le terrain, ceux qui connaissent vraiment la forêt regardent, impuissants, leur métier se vider de sa substance. L’#ONF, l’Office national des forêts, a perdu des milliers de postes en vingt ans. Les agents de terrain sont de moins en moins nombreux. Les territoires à couvrir, de plus en plus vastes.

    « Leur connaissance est immense – des puits de science. Et ce réservoir de savoirs se tarit. L’ONF ressemble désormais à une pyramide avec beaucoup de chefs et peu de gens sur le terrain. »

    Ce savoir-là — reconnaître une espèce à son écorce, lire un sol, anticiper une maladie — ne s’apprend pas dans un bureau. Il se transmet sur le terrain, de forestier à forestier, au fil des saisons. Quand il disparaît, il ne revient pas.

    Un problème commun à toute la fonction publique, certes. Mais dans une forêt, les erreurs ne se rattrapent pas en quelques mois. Elles se paient sur des décennies.

    Les collectivités territoriales bougent aussi. L’exemple de Chantilly est éclairant : quand tout un écosystème — le musée, le château, les rentes, l’attractivité touristique — dépend de la santé de la forêt, le dépérissement des arbres devient une urgence économique autant qu’écologique. Les communes forestières commencent à se fédérer, à comparer leurs expériences, à peser collectivement.

    Le silence : le vrai scandale

    Le point le plus stupéfiant du livre : ce désastre n’est pas un sujet. Pas dans les campagnes électorales. À peine dans les médias.

    “Je ne me l’explique pas », admet Sophie Coignard. « C’est un des nombreux mystères de cette distorsion entre opinion publique et ressenti public. »

    Et pourtant, les solutions existent. Elles sont documentées, pratiquées, rentables. La #sylviculture_mélangée à couvert continu permet de couper du bois, d’en tirer profit, tout en préservant la biodiversité, les sols, le réseau mycorhizien. Elle ne nécessite pas de renoncer à la forêt productive — juste de renoncer à la cupidité à courte vue.

    L’association Pro Silva promeut depuis des années une sylviculture dite « mélangée et à #couvert_continu » : on n’abat jamais tous les arbres d’une parcelle, on favorise la diversité des espèces, on laisse la forêt se régénérer naturellement. Les résultats sont là, documentés, mesurables.

    La cause que Sophie Coignard défend en priorité ? « Permettre à la loi d’initiative parlementaire et transpartisane, de pouvoir être débattue et soumise au vote. Ça paraît être la base, mais ce serait un premier pas. »

    Un premier pas, oui. Avant que les derniers chênes ne prennent le bateau.

    Un autre monde est possible. Tout comme vivre en harmonie avec le reste du Vivant. Notre équipe de journalistes œuvre partout en France et en Europe pour mettre en lumière celles et ceux qui incarnent leur utopie. Nous vous offrons au quotidien des articles en accès libre car nous estimons que l’information doit être gratuite à tou.te.s. Si vous souhaitez nous soutenir, la vente de nos livres financent notre liberté.

    https://lareleveetlapeste.fr/alerte-les-forets-francaises-sont-rasees-pour-partir-a-letranger
    #France #exportation

  • Bilan de la loi italienne permettant l’#usage_social des #biens_confisqués aux mafieux

    La #loi italienne n°109 du 7 mars 1996 fête ses 25 ans : l’occasion pour l’association Crim’HALT, en partenariat avec CrimOrg.com, de faire un #bilan à partir des études, rapports et autres articles publiés en Italie sur le sujet.

    Bilan : En 1982, la #loi_Rognoni-La Torre (article 416-bis du Code Pénal italien) a permis à l’autorité judiciaire de s’attaquer au #patrimoine_économique des mafias grâce à une procédure de confiscation préventive #antimafia, aussi appelée hors d’Italie “sans condamnation pénale du propriétaire”. Les experts s’accordent sur la #confiscation d’au moins 100.000 biens confisqués définitivement par la #justice depuis 1982. Il s’agit de #biens_meubles (voitures, bateaux,…), de #biens_immeubles et d’#entreprises.

    Depuis 1982, 39.295 biens immeubles (maisons, terrains et parcelles cadastrales) ont été définitivement confisqués.

    Depuis une quinzaine d’années, la #saisie des #biens_mafieux a connu une forte augmentation. On estime que la justice italienne procède à la saisie des biens pour une valeur d’environ 11 milliards d’euros tous les deux ans. Il faut noter que 36,4% des procédures des saisies sont annulées par les tribunaux administratifs. Néanmoins, le ministère de la justice récupère chaque année 500 millions d’euros en cash !

    En 1996, suite à une pétition d’un million de signatures, l’association antimafia « #Libera » obtient la #loi_109 qui permet la #réutilisation_publique_et_sociale des biens saisis ou confisqués aux mafias. En Italie, les biens immeubles ne peuvent pas être revendus et doivent être redistribués aux institutions ou aux citoyens (associations, coopératives). La plupart du temps, les biens sont versés au #patrimoine_inaliénable des collectivités territoriales qui s’occupent de mettre à disposition le bien à une organisation d’intérêt général.

    Longtemps, les biens confisqués n’étaient pas mis à disposition de la société civile : seulement 34 mis à disposition pour 1.263 confiscations au cours de la période 1982-1996 (Il n’y avait pas loi nationale mais il existant des initiatives au sein des Cour d’Appel qui gérait les biens. A contrario, pour la seule année 2019, 1.512 biens confisqués ont été distribués aux collectivités territoriales…

    Depuis 2008, une Agence vient rationaliser le dispositif. L’ANBSC (« Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati ») centralise la gestion des biens.

    Le bilan en 2022 est le suivant : le pourcentage de biens mis à disposition de l’intérêt général est de 48 %. Près de la moitié des biens confisqués fait donc toujours partie du portefeuille de l’Agence italienne des biens confisqués (19.309 biens immeubles et entreprises dans son stock au 5 mars 2021, dont 11.000 confisqués définitivement au 31 décembre 2019).

    Mais 17.300 biens immeubles ont été mis à disposition des institutions (ministères, collectivités territoriales, forces de l’ordre, préfectures, protection civile, pompiers, Croix Rouge,…).

    Environ 1.000 biens immeubles sont gérés directement par les citoyens.

    947 biens sont au service de l’économie sociale et solidaire ;
    - 505 associations ;
    - 198 coopératives + 40 entreprises provisoires + 16 consortiums de coopératives
    - 59 structures ecclésiastiques
    - 33 établissements publics en co-gestion avec le secteur privé « Welfare »
    - 26 fondations ;
    - 27 écoles ;
    - 16 associations sportives ;
    - 16 organisations scoutes ;
    - 5 organismes de formation et ordres professionnels

    L’usage social des biens confisqués est un dispositif unique au monde qui comporte son lot de freins.

    Les problèmes bureaucratiques
    Un problème important a surgi dès lors de la toute première opération de saisie. La police judiciaire souhaitant intervenir dans le secret, elle ne prévient pas l’administrateur judiciaire à l’avance de la procédure de saisie. Une fois les scellés posés sur 20 à 100 biens saisies en une seule journée, ce dernier est déjà surchargé de dossiers et n’a pas le temps de faire le tour des biens. Il ne peut donc pas s’en occuper avant un long délai qui peut prendre plusieurs mois. Les propriétaires mafieux ont donc tout loisir de détruire le bien, de vider les lieux, de transférer les actifs, ou de récupérer la clientèle d’une entreprise.

    La mise à disposition d’un bien à une association n’est que la dernière étape du très long processus judiciaire. Par exemple, une moyenne de 7 ans s’écoule entre la première saisie provisoire du terrain et la confiscation en seconde instance par un tribunal administratif. Le bien n’est alors plus sous la responsabilité d’un administrateur judiciaire mais il est confié par le tribunal administratif d’appel à l’ANBSC. A ce stade de la procédure de distribution des biens, un problème est détecté : 470 jours s’écoulent entre la confiscation en deuxième instance et la communication à l’Agence, avant que celle-ci ne commence réellement à disposer des biens.

    Une fois responsable du bien, l’ANBSC doit encore attendre un éventuel recours en Cassation pour qu’il soit directement confisqué. Néanmoins, elle peut chercher un gestionnaire temporaire des biens en attendant l’ordonnance de confiscation de troisième instance. Ce point soulève également certains aspects critiques. Bien que de nombreuses coopératives sociales proposent de gérer les biens, elles sont souvent découragées par la proposition locative au lieu du prêt à l’usage ou du commodat (prévu par le Code Antimafia) qui prévaut après une confiscation définitive. Ce contrat locatif, en attendant la décision de la Cour de Cassation, est souvent proposé pour un an sans renouvellement tacite. Il empêche toute perspective à long terme. Il en résulte un délai moyen d’environ 10 ans entre la saisie d’un bien et sa réutilisation réelle.

    Le problème des entreprises
    Un des autres points noirs de la confiscation concerne les entreprises.

    Le tableau devient encore plus problématique si l’on ne considère que ces dernières : « sur un total de 4.384 entreprises confisquées depuis 1982, la quasi-totalité des entreprises gérées par un administrateur judiciaire a été liquidée. 2.919 autres sont toujours sous la direction de l’Agence. Toutefois, selon des données datant d’il y a un an, 1.931 entreprises étaient confisquées définitivement et seulement 481 étaient actives ».

    D’une part, la marge de manœuvre est réduite parce que les entreprises mafieuses « sont souvent des boites vides, des société-écran avec lesquelles la continuité de la production est impossible » ; d’autre part, les faillites et liquidations continues d’entreprises auparavant mafieuses peuvent représenter un signal dévastateur pour les citoyens qui sont amenés à croire en la supériorité entrepreneuriale de la mafia sur l’État.

    Le manque d’informations sur les biens confisqués
    Le 5 mars 2021, l’association « Libera » a publié le dossier Fattiperbene, une évaluation des données permettant de juger l’efficacité des procédures de confiscation des biens mafieux, de 1982 à nos jours.

    Pour les 25 ans de la loi, « Libera » met en lumière les succès et les enjeux critiques des pratiques d’application de cette loi.

    L’association « Libera » a récemment obtenu ces données grâce à une intense et prolongée activité de recherche, mais a jugé important de partager dans le dossier les difficultés rencontrées dans la collecte de ces informations. Pour ce faire, elle a publié un rapport (RimanDATI) sur la transparence des biens confisqués dans les administrations locales.

    L’article 48 du Code Antimafia prévoit que les collectivités territoriales fassent « une liste des biens confisqués qui leur sont transférés ». Toutefois, 62% des communes font défaut. Seules 38% des communes étudiées appliquent la loi. Dans trois régions (Frioul, Molise et Val d’Aoste), aucune municipalité n’a fourni la liste des biens qu’elles gèrent.

    Parfois, la qualité des informations fournies est insuffisante. Sur les 406 communes étudiées qui ont fourni la liste, 86 % ont soumis un format fermé et seulement 14 % un format ouvert.

    Face à ces conclusions, « Libera » demande donc la pleine accessibilité des informations sur les biens confisqués. Cette mesure pourrait peut-être favoriser l’adoption d’un document à envoyer à toutes les autorités territoriales, avec des instructions détaillées sur les méthodes et les contenus à publier.

    En outre, l’association appelle à « l’allocation d’outils et de ressources adéquats aux bureaux judiciaires compétents et à l’ANBSC tout au long du processus d’administration des biens, en prévoyant le lien entre la phase de saisie et de confiscation jusqu’à la destination finale du bien et en assurant le soutien nécessaire aux autorités locales ». Cela permettrait de réduire le période d’entre-deux et d’accroitre l’efficacité de la destination des biens. Enfin, « Libera » propose « l’extension effective aux “corrompus” des règles sur les saisies et confiscations prévues pour les membres des mafias”. Cependant, cette mesure au caractère courageux sera probablement impopulaire, du moins dans la classe politique.

    En résumé, le cadre législatif italien sur la confiscation et la réutilisation sociale des biens mafieux reste un excellent modèle à suivre pour les pays européens, et ce principalement la France. Toutefois, l’application pratique des dispositions légales peut et doit être considérablement améliorée en suivant, entre autres, les idées proposées par l’organisation « Libera ».

    https://archivescrimhalt.org/2021/04/12/bilan-de-la-loi-italienne-permettant-la-saisie-de-biens-mafieux-a-
    #chiffres

  • Despite Doubts, #Federal #Cyber #Experts Approved #Microsoft #Cloud Service — ProPublica
    https://www.propublica.org/article/microsoft-cloud-fedramp-cybersecurity-government

    Reporting Highlights

    – “Cloud First”: To move federal #agencies to the cloud, the #government created a program known as #FedRAMP, whose job was to ensure the #security of new #technology.
    – Security #Breakdown: ProPublica found that FedRAMP authorized a Microsoft product called #GCC High to handle #sensitive government #data, despite years of concerns about its security.
    – Potential #Conflict_of_Interest: The government relies, in part, on #third-party firms to vet cloud technology, but those firms are hired and paid by the company being assessed.

    These highlights were written by the reporters and editors who worked on this story.

  • La variabile turca nella partita #Nucleare mediorientale
    https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/la-variabile-turca-nella-partita-nucleare-mediorientale

    La partita nucleare mediorientale non si gioca solo lungo l’asse #Iran-Arabia Saudita-Israele. Ha un fianco settentrionale spesso trascurato, eppure cruciale: quello turco-cipriota, dove le tensioni geopolitiche del Mediterraneo orientale si sovrappongono alle ambizioni di potenza regionale di Ankara. La Turchia occupa una posizione strutturalmente ambigua. È membro NATO e ospita sulla base aerea di İncirlik [...]

    #Conflitti

  • Gli Stati Uniti potranno utilizzare le basi in Romania per la guerra in Medio Oriente
    https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/gli-stati-uniti-potranno-utilizzare-le-basi-in-romania-per-la-guerra

    La Romania ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare alcune infrastrutture militari sul proprio territorio per sostenere operazioni logistiche legate al conflitto in Medio Oriente. La decisione è stata presa mercoledì 11 marzo dal Consiglio Supremo di Difesa Nazionale (CSAT) e successivamente approvata dal Parlamento riunito in seduta comune, con 272 voti favorevoli, 18 contrari [...]

    #Conflitti

  • Kosovo: milioni per l’esercito
    https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/kosovo-milioni-per-lesercito

    Nel comune di Gjakova, nella regione occidentale del Kosovo e a soli 90 chilometri da Pristina, verrà costruita la prima fabbrica di munizioni nel paese sotto l’egida delle Forze di sicurezza del Kosovo. Il primo ministro Albin Kurti ha firmato l’accordo nel dicembre 2024 con l’azienda statale turca per la #Difesa, Machinery and Chemical Industry [...]

    #Conflitti