• Comment le Triangle de #Gonesse devint une ZAD
    https://metropolitiques.eu/Comment-le-Triangle-de-Gonesse-devint-une-ZAD.html

    Après l’abandon du projet de centre commercial et de loisirs EuropaCity fin 2019, le maintien d’un projet de gare du Grand Paris Express dans les champs du Triangle de Gonesse cristallise les oppositions autour d’une nouvelle « #zone_à_défendre » en bordure de la capitale. Dimanche 7 février 2021, une petite centaine de personnes, membres du Collectif pour le Triangle de Gonesse (ci-après CPTG ou le collectif) et sympathisants à la cause que cette association défend depuis 2011, ont entamé #Débats

    / Gonesse, #écologie, #Île-de-France, #mobilisation, zone à défendre

    https://metropolitiques.eu/IMG/pdf/met-tonnelat3-2.pdf

  • CPT | Le comité anti-torture du Conseil de l’Europe dénonce les conditions de rétention des migrants en Grèce
    https://asile.ch/2019/02/26/la-libre-belgique-grece-le-conseil-de-leurope-denonce-les-conditions-de-retent

    Dans le rapport “Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) from 10 to 19 April 2018“ , le Comité européen pour la prévention de la torture et des peines ou traitements inhumains ou dégradants […]

  • Anti-Torture Committee calls for a co-ordinated European approach to address mass migratory arrivals in Italy

    The European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (#CPT) published today a report on an ad hoc visit conducted in Italy to examine the situation of foreign nationals deprived of their liberty in the so-called “hotspots” and immigration detention centres, in a context of large-scale arrivals from North Africa. The CPT recognises the significant challenges faced by the Italian authorities regarding the influx of new arrivals by sea. It also acknowledges the substantial efforts in carrying out rescue operations and in providing shelter and support to the hundreds of thousands of refugees, asylum seekers and migrants currently present in the country. In this framework, the CPT recalls the need for a co-ordinated European approach and support system to address the phenomenon of mass migratory arrivals.

    CPT’s delegation visited the “hotspots” in #Lampedusa, #Pozzallo and in #Trapani (#Milo), as well as a mobile “hotspot” unit at #Augusta ’s port. Further, it was able to observe a disembarkation procedure at Trapani’s harbour. The Council of Europe experts also visited the closed removal centres (Centri di Permanenza per i Rimpatri, CPRs) in #Caltanissetta, #Ponte_Galeria (#Rome) and #Turin, as well as holding facilities at #Rome Fiumicino’s Airport.

    https://www.coe.int/en/web/portal/-/anti-torture-committee-calls-for-a-co-ordinated-european-approach-to-address-ma
    #hotspots #Italie #asile #migrations #réfugiés #rapport #mobile_hotspots #hotsports_mobiles #port #débarquement #CPR (ex #CIE) #détention_administrative #rétention #aéroport #santé

    Lien vers le rapport:


    https://rm.coe.int/16807b6d56

  • Rimpatri forzati a tutti i costi

    Il potenziamento delle misure di rimpatrio forzato è diventato un obbiettivo prioritario del governo italiano. Il piano per l’immigrazione Minniti, di recente convertito in legge, ha adottato una linea di assoluta determinazione: l’Italia intende riportare nel paese di provenienza tutti coloro che si trovino sul suo territorio in stato di irregolarità. Vi raccontiamo però con quali strumenti lo fa, violando quali diritti, con quali costi ed efficacia, e facendo accordi come, e con chi.

    http://openmigration.org/analisi/rimpatri-forzati-a-tutti-i-costi
    #renvois #expulsions #coûts #prix #asile #migrations #réfugiés #Italie #hotspots #CIE #détention_administrative #cpt #rétention #externalisation

    • La truffa dei rimpatri e la chiusura dell’Hotspot di Lampedusa, mentre in Libia si muore per fame.

      E’ poi completamente fallita la pratica di polizia della detenzione amministrativa dei migranti da internare nei CPR ( Centri per i rimpatri) come avrebbe voluto Minniti (http://www.corriere.it/cronache/16_dicembre_30/migranti-via-retate-ed-espulsioni-minniti-cie-ogni-regione-f076b8f2-cedb-11), che lo scorso anno proponeva di aprirne uno per regione, o quasi. Una proposta respinta al mittente, oltre che dai Cinque Stelle, dalle comunità locali, anche da quelle a guida leghista. La politica della detenzione amministrativa e dei rimpatri di massa era stata già denunciata dalla Relazione della Commissione Diritti Umani del Senato e dal Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libetrtà personale, nella Relazione consegnata al Parlamento lo scorso anno. Anche le sei relazioni della Commissione di inchiesta della Camera sui centri per stranieri avevano messo in luce la insostenibilità del sistema di accoglienza basato sui centri di Lampedusa e Mineo. Di fronte ai fatti ed ai fallimenti, negli ultimi mesi, nell’ultima campagna elettorale si sono cumulate soltanto proposte demagogiche ed irrealizzabili.
      Ed adesso che il CPR di Pian del Lago (Caltanissetta) è chiuso per lavori (dopo un incendio appiccato durante una protesta lo scorso dicembre), anche il Centro Hotspot di Contrada Imbriacola a Lampedusa viene chiuso per la stessa ragione. Come già si era verificato nel 2009 e nel 2011. Il centro è stato chiuso in via provvisoria, afferma il ministero dell’interno. Questa chiusura non cancella le pessime condizioni igieniche e i lamentati abusi amministrativi, trattandosi di un centro Hotspot, nel quale i migranti, in assenza di qualsiasi base normativa e di provvedimenti formali, venivano trattenuti per settimane in attesa del rimpatrio. Una situazione già denunciata da anni, ma sulla quale nessuna autorità di controllo era riuscita ad intervenire.


      https://www.a-dif.org/2018/03/13/la-truffa-dei-rimpatri-e-la-chiusura-dellhotspot-di-lampedusa-mentre-in-libia

  • Conseil de l’Europe | Rétention des migrants : fiche thématique sur les normes du CPT
    https://asile.ch/2017/03/28/conseil-de-leurope-retention-migrants-fiche-thematique-normes-cpt

    La rétention des migrants en situation irrégulière est un thème essentiel du travail du Comité européen pour la prévention de la torture et des peines ou traitements inhumains ou dégradants (CPT).

  • Tiré du #livre «#Lager italiani» de Marco ROVELLI
    sur les #Centres_de_Permanence_Temporaire (#CPT), en #Italie

    «Perché ci sono buchi dello spirito che si vorrebbero dimenticare più in fretta possibile, non si possono ricucire, e solo l’oblio può fare da cicatrice: vorremmo cancellare ciò che ci ha fatto male, e che continua a farci male a parlarne. Ma nessuno di loro si è rifiutato di parlarne, tutti quanti hanno voluto dare un nome a quel vuoto che li ha inghiottiti per un tempo privo di forma»

    Stefca Stefanova, «Voci salvate (come un’introduzione)», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.11.

    «Il centro di detenzione di Vincennes è nel cuore di un bosco. Nascosto, separato, invisibile. […] Il rifiuto, e in generale degli europei, di voler prendere su di sé lo sguardo dell’altro. Il rifiuto di voler guardare. La scelta di dormire. E per una di quelle astuzie della storia piene di senso, è proprio a Vincennes che venivano imprigionati i militanti del Fronte di Liberazione Nazionale di Algeria»

    Alì, «Prima profezia», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.28.

    «Il luogo di passaggio tra il dentro e il fuori è il nulla di un campo. CPT, si chiama, centro di permanenza temporanea, ma Abdelali non conosce ancora così bene l’italiano da far notare l’incongruenza dell’espressione alla legge che lo costudisce».

    Abdelali, «Il rovescio del sangue», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.41.

    «’Ti assicuro – dice Jihad. Ti assicuro che stare in un CPT è stata l’esperienza forse più traumatica di tutto il moi percorso di vita. Perché ti trovi con delle persone che non hanno un futuro. Chi finisce nel CPT è una persona annullata. Tu non esisti, è questo ciò che tutto intorno, ripete fino ad assordare»
    Non più esistenza. Non più tempo. Non più dimensioni. Solo un grande vuoto, senza orizzonte, senza prospettiva. E senza la prospettiva, lo sguardo non vede nulla. ’Si st anel buio totale’, dice Jihad. Nel buio totale lo sguardo si sforza, ma per quanto si sforzi continua a non vedere nulla, l’unico risultato è che i nervi si tendono, e a un certo momento si spezzano"

    Jihad, «L’umano cagnesco», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.53.

    «In carcere, del resto, è così: lì un futuro ce l’hai, lo spazio che ti è toccato è in qualche misura tua, e lo curi. In un CPT, invece, in un posto dove si è tutte persone provvisorie, persone provvisoriamente annullate, si tende a lasciarsi andare, e questo non è sano»

    Jihad, «L’umano cagnesco», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.54.

    «Annullati. Fino al riconoscimento stesso del proprio essere. In carcere, almeno, qualche diritto lo si detiene. Per quanto la pena sia lunga, per quanto il carcere sia un carnaio, non si cessa di essere una persona. Dire che qualcuno è una persona equivale a dire che ha dei diritti. Ma in un CPT, sebbene si sia detenuti peggio che in carcere, non si ha diritto neppure a dirsi detenuti. Il giudice e la guardia si sentono offesi, se tu dici di essere un detenuto. Non sei un detenuto, ti dicono sei un ospite. Tienilo bene a mente, tu sei un ospite. Qui sei trattenuto, non sei ristretto. Non è possibile essere presi, catturati, vinti più di così. Privati perfino del riconoscimento della cattura»

    Jihad, «L’umano cagnesco», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.54.

    «La cella di Samir diventa una stanza di preghiera, la moschea provvisoria. C’è il posto per la devozione, il Corano per essere recitato insieme a Rashid, che quando arriva nel centro occupa il letto libero accanto a Samir, e si fanno amici. E’ lì che Samir attende, e lì fa tre scioperi della fame per protestare contro la condizione di detenzione. Scioperano tutti, anche se sono scioperi brevi, di un giorno, il giorno dopo si riprende a mangiare, non si vedono sbocchi a quelle lotte. Una volta si sciopera perché quando si mangia viene sonno, cosa può essere se non il sedativo che mettono dentro al cibo. Già in infermeria le gocce si danno a valanga, vai dal medico, gli dici ’ho il mal di testa’. ’Prendi le gocce’, ti dice. Così tutti mettono il mangiare fuori dalla sezione, ’non vogliamo mangiare questa roba’, e arriva uno della Croce rossa, ’è normale – dice. Anch’io quando mangio mi viene sonno’. Ci sarebbe da ridere. ’Scusa – gli dice Samir. Non è mica la prima volta nella vit ache mangiamo, prima di entrare qui dentro mangiavo e non mi veniva sonno…’».

    Samir, «Lo strappo del Corano», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.65-66.

    «Quando fai un viaggio, prova a lasciare il portafoglio a casa, vai a vivere come una persona clandestin ache non ha casa. Devi fare questo prima di giudicare»

    Samir, «Lo strappo del Corano», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.73.

    «Fatawu aspetta. Non ha un lavoro. Va a scuola, ma impara poco, non riesce a concentrarsi. ’Ho la mente piena di problemi – dice. Non mi ci entra niente»

    Fatawu, «Exodus», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.109.

    «E pure, Jamal vede sempre il lato in luce delle cose. ’Il centro di accoglienza di Crotone era un posto veramente meraviglioso’, dice contro ogni tua aspettativa. Ti delude, Jamal. Ti attendevi parole aspre. E scopri, invece, che anche tu sei preso nel gioco di ruolo infernale in cui le parti principali sono quelle del carnefice, anche se ti disponi al tradimento – attendi dalla vittima che adempia al ruolo di vittima. Che invece la vittima trovi in sé la forza vitale di gioire pur nella tragedia – questo rimane escluso dal tuo orizzonte sacrificale. Jamal ti fa fare un passo nella tragedia: e ti offre il modo di sfuggire al gioco di ruolo. Jamal ha una forza vitale che tu non hai – ed è lui che si sporge a te, adesso»

    Jamal, «Lo specchio della fortuna», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.137.

    "’Quando loro mi danno il permesso, da questo momento è la partenza, è come se fossi venuto dal Marocco adesso’.
    La partenza. Ancora Jamal non è partito. Sono quattro anni che vive prima dell’inizio. Fa cose, lavora, si muove, ma ancora deve iniziare. Vive in un tempo sospeso, un tempo che non scorre, un tempo che non è davvero tempo. C’è solo la misura del suo travaglio, nella sua storia, nessun tempo. Il tempo inizierà solo quando gli daranno il permesso di soggiorno. ’Da questo momento – dice – comincia la partenza’. Comincia. La partenza. Da questo momento, dice non dice da quel momento, ché il momento della partenza lo vede sempre davanti a sé, ce l’ha sempre presente come ossessione, senza mai saperlo afferrare. ’La partenza comincia quando mi danno il permesso – dice – allora sei regolare’. Regolare è lo stato in cui si troverà nell’istante successivo alla partenza. ’Regolare – è una cosa… - una persona… una persona, come dicono loro, positiva. Sennò sempre trovi qualcuno che ti rompe l’anima, o qualcosa…’.

    Jamal, «Lo specchio della fortuna», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, p.142.

    «Il clandestino è l’ebreo di oggi. Egli è ridotto a ’sotto uomo’ prima dalla sinistra cultura retorica ’securitaria’, poi da una legge fascista che lo dichiara criminale per il solo fatto di essere ciò che è, un essere umano che ha fame e cerca futuro per sé e i suoi cari e che per questo viene privato di qualsivoglia status, sottoposto alla violenza della reclusione, sottratto alle tutele minime che spettano a un essere umano per diritto di nascita. Una volta sepolto in uno spazio di eccezione, il clandestino è alla mercé di arbitrii, percosse, torture, privazioni, abusi sessuali. Il suo ’rimpatrio’ lo sottopone a ulteriori brutali abusi e talora al rischio reale di perdere la vit anel modo più atroce».

    Moni OVADIA, «Il nazismo che è in noi», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, pp.282-283.

    #sans-papiers #migration #renvoi #expulsion #détention #rétention

    • Extraits de ce livre sur la #police et la #violence_policière:

      «Said li vede quando esce dalla stanza. I poliziotti sono in tenuta antisommossa, bardati di scudi, caschi e manganelli. Spedizione punitiva. Insieme a loro Said vede il responsabile della Croce rossa, che è il solo ad avere tutte le chiavi del campo. Said corre nella stanza del caffè, ’stanno arrivando – grida. Chiudiamoci dentro’. Come topi in trappola, certo, sono sei topi in trappola, e sanno bene che ciudersi dentro non servirà a fermarli. Ma è come per le urla, questo è l’unico modo di affermare la propria esistenza: resistere, anche se la resistenza è votata al fallimento.
      I poliziotti sono davanti alla porta, adesso. Cominciano a picchiare con i manganelli. Un compagno di Said ci prova. ’Ispettore – dice – non c’è bisogno che sfondi la porta, la apriamo e ne parliamo». Non sa – o forse sì, lo sa, ma è sempre il grido della disperazione – che questo peggiora la sua situazione: loro sono uomini senza parola, e parlare non è cos ache gli compete. Infatti l’ispettore non accetta di trattare. «No – dice. Io la porta la sfondo, e sfondo anche voi». L’ispettore è un uomo di parola. Appena entra lo colpisce con il manganello. Poi entrano altre guardie, una decina. Il sangue si sparge dappertutto, sulla macchina del caffè, sulle sedie, sulla tv. A Said gli aprono la testa e rompono un dito.
      Quando hanno fatto, e non è restato più nessuno in piedi, se ne vanno. Lanciano dei lacrimogeni e si chiudono la porta alle spalle. Nella stanza non ci sono finestre, si soffoca, ma i ragazzi non hanno il coraggio di alzarsi e uscire. Sentono urla, dalle altre stanze. Tocca a tutti, non deve mancare nessuno all’appello. Bisogna che gli si scriva sul corpo, a ognuno di loro, che sono uomini senza parola.
      Finito l’appello, tutti quanti vengono radunati nel corridoio, in fila. Sono stati tutti scritti con cura, ma è evidente che ci vuole il sigillo, una firma ben chiara e indelebile. Il sigillo dura tre ore. Tutti in piedi, esposti a nuove manganellate, pugni, schiaffi. A Said un poliziotto spacca lo scudo in testa. Sputi in faccia, insulti gridati nelle orecchie. E tu che devi stare fermo, immobile, per non subire di peggio. Accanto a Said qualcuno sviene. Un agente gli mette un piede sul torace, come il cacciatore sulla bestia accoppata, guarda soddisfatto la sua collega, «E’ un motore a tre cilindri, questo bastardo, funziona ancora».
      […]
      ’Non avete capito che qui comanda la polizia? Che questo è un territorio separato dall’Italia? Che la legge l’hanno fatta per noi? Non avete capito che possiamo fare tutto quello che vogliamo? Se non volete andare al vostro paese in carne e ossa, vi ci facciamo andare noi a pezzi, pezzi di merda…’
      […]
      Dice ’Secondo me è stata un’azione preparata nei più piccoli dettagli, per dare l’esempio agli ospiti del CPT che quel posto è tagliato fuori dal mondo e che in quel posto solo la polizia detta la legge. Noi clandestini, come ci chiamano loro, dobbiamo solo subire, perché, come ci dice la polizia non abbiamo il diritto di denunciarli. Siamo carne da macello, solo quello’.

      Said «Il buio dentro gli occhi», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, pp. 47-48.

      «’E i poliziotti, loro sono razzisti: anche il primo giorno, quando siamo arrivati a Lampedusa, nessuno che ci abbia detto una parola buona. Parlavano con noi come fossimo animali. E questo anche dopo, al Regina Pacis, anche ad Agrigento, anche fuori, anche adesso’. Quando viene la polizia o carabinieri Montassar cambia strada»

      Montassar, «Mare Nostrum», in: Marco ROVELLI, Lager italiani, BUR, 2006, pp. 94.

  • #Mare_Nostrum - Documentario di #Stefano_Mencherini

    Il film-inchiesta mette a nudo alcuni aspetti dell’incostituzionalita’ della legge sull’immigrazione (la 189 del 30 luglio 2002) detta Bossi-Fini.
    Alcune immagini di questo film hanno permesso alla magistratura salentina di istruire un processo contro i gestori di un «Centro di permanenza temporanea» gestito dalla Curia arcivescovile di Lecce, la Fondazione «Regina pacis».
    Il documentario è un viaggio in presa diretta nell’Italia dei diritti negati agli stranieri.

    «Dopo 4 anni dalla autoproduzione questo film-inchiesta è ancora più attuale che mai, lo testimoniano le decine di proiezioni che vengono ancora richieste all’autore da Università, scuole, centri sociali, parrocchie, associazioni. Soprattutto alla luce di una delle denunce contenute in apertura di Mare Nostrum: quella che riguarda una storia di violenze e sevizie dentro ad un Cpt, quello di Lecce, fondato e gestito per quasi 10 anni dalla Curia salentina.
    Da sottolineare che il lavoro che vedrete non è mai stato mandato in onda integralmente da nesuna televisione italiana, neppure dalla Rai di cui Mencherini è regista e autore da circa 15 anni»
    Stefano Mencherini

    http://www.youtube.com/watch?v=AGgOww84fps

    #film #documentaire #migration #Italie #CPT #centre_de_permanence_temporaire #loi_Bossi-Fini #Lecce #Regina_Pacis #détention #rétention #église #carabinieri #Pouilles #Lecce #Albanie #trafic_de_drogue #mourir_en_mer #naufrage #fosse_commune #legge_Bossi-Fini

    Interview avec le régisseur :
    https://www.youtube.com/watch?v=7-f_DDVebds