• Dalla nuova classificazione dei comuni emerge una montagna più «autentica»? «È una sforbiciata basata su vecchi criteri; si dimentica la ’montanità’ e si considera solo la ’montuosità’»

    «La nuova classificazione dei comuni montani prevista dal Governo è una vera e propria sforbiciata dei comuni montani finora ritenuti tali dalla classificazione Uncem»: esordisce così un comunicato congiunto delle associazioni scientifiche dei geografi e delle geografe italiane/i. «Si afferma che questa è la montagna ’vera’, che questi sono i comuni ’autenticamente’ montani, quando sappiamo che ogni siffatta definizione di montagna è politica, e dunque relativa, sulla base delle soglie che si adottano per misurarla»

    «La nuova classificazione dei comuni montani prevista dal Dpcm di classificazione dei comuni montani è un’autentica sforbiciata dei comuni montani finora ritenuti tali dalla classificazione Uncem»: esordisce così un comunicato congiunto delle associazioni scientifiche dei geografi e delle geografe italiane/i: Associazione dei Geografi Italiani (AGeI), Associazione Italiana di Cartografia (AIC), Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), Centro Italiano per gli Studi Storico-geografici (CISGE), Società Geografica Italiana, Società di Studi Geografici.

    «La geografia italiana sin dagli anni Cinquanta – inalscoltata – ha invocato una definizione complessa di ’area montana’, basata su un’analisi multicriteriale che tenga conto delle caratteristiche territoriali, nel rispetto di tutte le aree montane e della loro varietà. Dispiace che la commissione di sei esperti nominata dal Ministero avesse le mani legate in partenza dai 2 soli criteri imposti dalla Legge 131/2025, ovvero altimetria e pendenza - affermano i geografi -. Un approccio che non distingue la condizione montana fra le diverse regioni e parti del Paese, ma che semplicemente restringe le condizioni di riconoscimento, ne favorisce alcune - in particolare quelle del Nord - a scapito delle altre, perpetuando i divari territoriali che tanto hanno nuociuto allo sviluppo dell’Italia».

    A completare la nota stampa è un testo di Mauro Varotto integrato da Monica Meini, Mauro Pascolini, Cristiano Pesaresi, Sergio Zilli, che riportiamo integralmente di seguito.

    La nuova classificazione dei comuni montani prevista dal Dpcm di classificazione dei comuni montani (ex art. 2, co. 1, legge n. 131 del 2025) è un’autentica sforbiciata dei comuni montani finora ritenuti tali dalla classificazione Uncem: si passa infatti dagli iniziali 4201 comuni (di cui 3546 totalmente montani e 655 parzialmente montani, pari al 54,3% della superficie nazionale e al 19% della popolazione) alla classificazione attuale – secondo il nuovo regolamento trasmesso alla Conferenza Unificata – che considera montani 2844 comuni, pari al 40% della superficie nazionale e al 13% della popolazione.

    Alcune considerazioni scientifiche a margine sulla nuova proposta:

    1. Si afferma che questa è la montagna «vera», che questi sono i comuni «autenticamente» montani, quando sappiamo che ogni siffatta definizione di montagna è politica, e dunque relativa, sulla base delle soglie che si adottano per misurarla.
    2. Si afferma che questa classificazione si basa su «nuovi criteri», mentre i criteri sono sempre gli stessi: l’altimetria e la pendenza. Cambiano soltanto le soglie di riferimento, allo scopo di ridurre la platea degli aventi diritto ai fondi della nuova legge e del FOSMIT (Fondo Sviluppo Montagne Italiane). Non c’è nessuna «nuova definizione» di montagna, semplicemente una diversa taratura di percentuali di pendenza e quota media.
    3. Questi criteri rimangono all’interno della dimensione della «montuosità» fisica (peraltro solo in parte racchiudibile da tali parametri, perché ad essi si potrebbero aggiungere altri valori, dall’insolazione alle caratteristiche microclimatiche, dalle condizioni del suolo a quelle della vegetazione o della disponibilità idrica etc.). Si dimentica del tutto però la «montanità», ovvero i caratteri colturali e culturali dell’ambiente montano, un aspetto considerato dalla prima legge sulla montagna sulla base di parametri di rendita fondiaria, in ottemperanza al dettato dell’articolo 44 della Costituzione. Non vi è in sostanza alcun riferimento in questa classificazione a usi del suolo, livelli di spopolamento, situazione demografica, assetto economico, condizioni reddituali, perifericità o marginalità che caratterizzano e accomunano molti dei comuni montani.
    4. Molti comuni che rimangono fuori da questa nuova classificazione non possono considerarsi «non montani»: anche i comuni attualmente classificati come parzialmente montani possiedono quote di montagna che risultano significative in termini di servizi ecosistemici, uso del suolo, accessibilità. Chiunque può constatare che l’Isola d’Elba con il monte Capanne supera i 1000 metri di quota, o che il territorio comunale di Vieste nel Gargano supera gli 800 metri di quota pur affacciato sul mare, eppure non sono nel novero dei comuni montani.
    5. Una selettività della perimetrazione ancora fondata esclusivamente su criteri di classificazione orografici come quelli finora adottati presenta anche problemi di equità tra i diversi territori della montagna italiana, generando disparità di sostegno e ignorando di fatto delle marginalità storicamente definitesi in varie parti degli Appennini, provocando un aumento dei divari e finendo per mettere in competizione tra loro le aree montane anziché mirare a un’azione di coordinamento per recuperarne l’attrattività in termini di abitabilità e produttività.
    6. La geografia italiana sin dagli anni Cinquanta – inascoltata – ha invocato una definizione complessa di «area montana», basata su un’analisi multicriteriale, in modo da modulare i diversi criteri in base alle caratteristiche territoriali, nel rispetto di tutte le aree montane e della loro varietà. Dispiace che la commissione di sei esperti nominata dal Ministero avesse le mani legate in partenza dai 2 soli criteri imposti dalla Legge 131/2025, ovvero altimetria e pendenza.

    In oltre 70 anni di storia dalla prima legge sulla montagna, la novità di questa nuova classificazione è che rimane ancorata a criteri vecchi. Non si dica che si è finalmente definita la «montagna vera», si dica che si è voluto ridurre e selezionare la platea degli aventi diritto perché i fondi disponibili a sostegno delle aree montane sono troppo pochi. Sarebbe più onesto.

    https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualita/2025/dalla-nuova-classificazione-dei-comuni-emerge-una-montagna-piu-autentica-
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  • Come una definizione parziale di antisemitismo è diventata un meccanismo di repressione

    In Germania l’adozione di una definizione fuorviante e strumentale di antisemitismo che include la critica allo Stato di Israele -la versione dell’Ihra, riproposta di recente anche in Italia- ha costituito una delle tappe principali di una rapida discesa verso l’autoritarismo che, con l’erosione dei diritti civili, ha portato a una profonda crisi di rappresentanza e, di conseguenza, di fiducia nelle istituzioni democratiche. L’intervento di Donatella della Porta.

    È di inizio dicembre la notizia che, per la seconda volta consecutiva, la Germania è stata declassata nel Civicus monitor sui diritti civili, passando da “libero” a “limitato” e poi a “ostacolato”. Sottolineando che “il deterioramento dello spazio civico in Germania è avvenuto a un ritmo allarmante”, il rapporto di Civicus, People power under attack, per il 2025 menziona come particolarmente preoccupanti le novemila denunce che dal 7 ottobre 2023, la polizia di Berlino ha avviato contro attivisti solidali con la Palestina e il taglio dei fondi, le intimidazioni e la sorveglianza delle organizzazioni della società civile che criticano Israele. Civicus ha inoltre osservato che “questo forte calo riflette una repressione continua e onnicomprensiva della solidarietà con la Palestina, con i manifestanti che subiscono gravi violenze da parte della polizia e le organizzazioni della società civile soggette a raid e tagli ai finanziamenti”.

    In particolare, “le autorità tedesche hanno continuato a limitare severamente il diritto di protestare in solidarietà con il popolo palestinese. I partecipanti, i giornalisti e gli osservatori parlamentari a tali proteste sono costantemente sottoposti a gravi violenze da parte della polizia, tra cui accerchiamento, uso di spray al peperoncino, pugni e strangolamento. Qualsiasi violazione percepita delle restrizioni eccessivamente ampie alle proteste porta a un intervento forzato della polizia”.

    Una ricercatrice che ha collaborato al Civicus monitor ha denunciato che “in tutta Europa, i governi hanno cercato di mettere a tacere coloro che denunciano il genocidio invece di ascoltare le loro richieste di coscienza, con la Germania in prima linea nella repressione”. Ciò accade in particolare perché “la Germania ha confuso le critiche a Israele con l’antisemitismo, raffreddando il dibattito a livello nazionale, incoraggiando la destra e mettendo a tacere le voci della società civile”.

    In quello che viene presentato come “un lavoro in corso”, un’organizzazione dal nome significativo “Archive of silence” (Archivio del silenzio) ha elencato, solo tra ottobre 2023 e dicembre 2024, più di 200 casi di silenziamento della solidarietà alla Palestina. Nel suo database di 766 azioni contro la solidarietà con la Palestina in Germania dal 2019 al 2025, l’European legal support center (Elsc) ha contato 175 casi di censura, 107 casi di diffamazione e 89 eventi cancellati. In 83 di questi casi gli obiettivi erano artisti e gruppi culturali; in 49 casi erano accademici, scrittori e insegnanti, in 23 casi personaggi pubblici.

    Tutti questi casi di repressione sono legati a meccanismi di stigmatizzazione, che passano attraverso l’invenzione di nuovi termini o la risignificazione di quelli vecchi al fine di attribuire una connotazione negativa ai gruppi presi di mira come “nemici del popolo”. La stigmatizzazione avviene attraverso l’attribuzione a un individuo o a un gruppo di un nome o di un attributo che mira a suscitare emozioni negative nella società. Gli attivisti vengono così screditati in quanto appartenenti a gruppi che vengono descritti come caratterizzati da tratti considerati socialmente inaccettabili. Attraverso campagne di panico morale, la stigmatizzazione viene portata avanti da molteplici attori: non solo dalle istituzioni pubbliche (dalla polizia alle amministrazioni universitarie), ma anche dalla società civile e dai media.

    Nei casi appena citati, una delle principali accuse mosse contro gli attivisti progressisti oggetto di repressione è stata quella di “antisemitismo legato a Israele”, attraverso l’adozione di una definizione operativa (esplicitamente definita non utilizzabile a fini legali), proposta nel 2016 dall’International Holocaust remembrance alliance (Ihra). In particolare, discostandosi dalla definizione accademica e giuridica prevalente che definiva l’antisemitismo in relazione al popolo ebraico, il documento ha introdotto riferimenti a Israele come forme di antisemitismo, affermando che “le manifestazioni possono includere l’attacco allo Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite”. Tra gli esempi di critiche ad Israele con potenziali connotati antisemiti vengono citate “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”; “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista”; o “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”.

    La definizione dell’Ihra è stata adottata nella formazione educativa e giuridica in Germania, nonché nell’addestramento degli agenti di polizia. Nel novembre 2019, poco dopo l’attacco a una sinagoga a Halle, la Conferenza dei rettori tedeschi ha adottato quella definizione come linea guida vincolante nelle università tedesche. La definizione adottata includeva la disposizione secondo cui “le manifestazioni di antisemitismo possono anche essere dirette contro lo Stato di Israele, inteso come collettività ebraica”, arrivando a eliminare la clausola limitativa contenuta nella definizione originale che affermava che “tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite”. In questo processo, un “nuovo anti-semitismo” è stato definito come diffuso nella sinistra e fra i migranti, mentre l’anti-semitismo della destra radicale è stato via via meno tematizzato.

    Fin dal momento della sua pubblicazione, la definizione dell’Ihra è stata molto contestata sia nella forma sia nel contenuto. In particolare, gli esempi forniti sono stati criticati per la loro mancanza di chiarezza sulle condizioni in cui le critiche a Israele sono considerate antisemite o meno, estendendone arbitrariamente l’uso per limitare le critiche alle politiche israeliane. Inoltre, è stata criticata la tendenza generale a considerare antisemita non solo la negazione dell’Olocausto, ma anche qualsiasi riferimento a concetti legati all’Olocausto come simili ad altri eventi storici, a maggior ragione se Israele è considerato il responsabile. In particolare, è stato detto che la difesa del diritto di Israele a esistere rimane vaga in quanto non specifica la configurazione fisica dello Stato, che di solito esclude la Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e le Alture del Golan. Infatti, la definizione dell’Ihra è stata considerata essa stessa antisemita, poiché confonde tutti gli “ebrei” con lo Stato specifico di “Israele” e lo Stato di Israele con il suo governo. In questo modo, è la stessa definizione dell’Ihra che, assimilando gli ebrei a Israele, è stata criticata come antisemita.

    Non a caso, nel 2020, un gruppo di 220 studiosi che lavorano sull’Olocausto e l’antisemitismo ha contestato la definizione dell’Ihra firmando la Dichiarazione di Gerusalemme, che nel tentativo di distinguere l’antisemitismo dalla critica a Israele, definisce il primo come “discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”. Come è stato osservato, “poiché la definizione dell’Ihra è poco chiara sotto alcuni aspetti fondamentali e ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo”. Commentando l’attuazione della definizione da parte dell’amministrazione tedesca come violazione dei diritti costituzionali, un gruppo di avvocati ha osservato che la sua adozione come strumento normativo è problematica in quanto essa è troppo imprecisa per creare certezza giuridica. Pertanto, il suo utilizzo tende a creare distorsioni costituzionali, violando leggi di rango superiore come la Legge fondamentale e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, compromettendo così il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di insegnamento e alla libertà artistica.

    In un suo dettagliato commento, uno di principali esperti tedeschi di antisemitismo, Peter Ullrich, ha osservato che “la debolezza della ‘definizione operativa’ apre la porta alla strumentalizzazione politica, ad esempio per screditare moralmente la posizione opposta nel conflitto arabo-israeliano con l’accusa di antisemitismo. Ciò ha implicazioni rilevanti per i diritti fondamentali”.

    La definizione dell’Ihra è stata infatti spesso richiamata nella repressione delle proteste in solidarietà con la Palestina, in nome di una violazione di una definizione che è formalmente non vincolante dal punto di vista giuridico, a che ha acquisito uno status giuridico ambivalente. Particolarmente influente sullo scioglimento amministrativo di eventi e proteste filopalestinesi da parte di studenti e docenti tedeschi è stato l’Aktionsplan gegen antisemitismus und israelfeindlichkeit (Piano d’azione contro l’antiasemitismo e la ostilità a Israele) pubblicato dalla Conferenza dei ministri della cultura il 7 dicembre 2023, che chiedeva la creazione di organismi speciali contro l’antisemitismo e l’”odio verso Israele” e “l’intensificazione della cooperazione con Israele”.

    Sebbene la definizione dell’Ihra sia stata adottata da 25 Stati membri dell’Ue dagli Stati Uniti, è proprio in Germania che sono state investite risorse pubbliche nella creazione di una burocrazia statale dedicata alla lotta contro l’antisemitismo in modo tale da separarla dalla lotta più ampia contro il razzismo e la discriminazione. Sotto la pressione di commissari speciali per la protezione della vita ebraica e la lotta contro l’antisemitismo, con lo scandalo suscitato dai gruppi filoisraeliani e dallo stesso ambasciatore di Israele, la definizione di antisemitismo è stata utilizzata per soffocare il dibattito e limitare i diritti civili e politici. In molti dei casi di censura sopra citati, la definizione dell’Ihra è stata presa come punto di riferimento per stigmatizzare e punire le critiche ai crimini contro l’umanità commessi da Israele. Ne sono un esempio le cosiddette “clausole antidiscriminatorie” attraverso le quali l’allora senatore alla Cultura dello Stato di Berlino voleva subordinare i finanziamenti pubblici per eventi artistici e culturali all’impegno obbligatorio a riconoscere la sicurezza dello Stato di Israele, o il divieto (già nel 2021) di eventi di protesta a Berlino nella giornata della Nakba, poiché, citando la definizione di antisemitismo dell’Ihra, un divieto emesso dalla polizia avvertiva che “la propagazione dell’inesistenza e dell’annientamento dello Stato di Israele con parole e immagini è, secondo tutte le definizioni comuni di antisemitismo, da considerarsi la più concisa espressione di ostilità verso gli ebrei”.

    Adottando la definizione dell’Ihra nella raccolta di dati sull’antisemitismo, sia la polizia sia organizzazioni private hanno fomentato l’allarme per un cosiddetto antisemitismo di sinistra e dei migranti, contando nelle statistiche sugli atti di antisemitismo espressioni verbali di critica a Israele rilevate in manifesti o graffiti o anche sui social media.

    Così, ad esempio, secondo le statistiche della polizia, i crimini antisemiti sono aumentati da 2.641 nel 2022 a 6.236 nel 2024, ma la crescita si riferisce soprattutto a espressioni verbali di critica a Israele (1.367 casi di “propaganda”, 2.920 di istigazione all’odio razziale e 846 di così detto danneggiamento, principalmente attraverso graffiti). L’aumento dei casi da 2.616 nel 2022 a 8.627 nel 2024 rilevati nelle spesso citate statistiche Rias dipende dall’aumento dei cosiddetti casi di antisemitismo legati a Israele (che passano da 633 a 5.857). La definizione dell’Ihra è anche sempre più utilizzata per privare dell’accesso alla cittadinanza e deportare i residenti con background migratorio con promesse incendiarie da parte del governo di togliere addirittura la cittadinanza tedesca a coloro che, in possesso di doppia cittadinanza, non obbediscono alla peculiare richiesta di riconoscere il diritto dello Stato di Israele a esistere.

    Particolarmente preoccupante è stata l’adozione della risoluzione parlamentare sull’antisemitismo e l’ostilità verso Israele nelle scuole e nelle università, presentata nel 2024 da Spd, Cdu/Csu, Bündnis 90/Die Grünen e Fdp e votata anche dall’estrema destra Alternative für Deutschland, che chiaramente confonde la critica a Israele con l’antisemitismo. Persino la moderatissima Conferenza dei rettori aveva criticato la proposta di risoluzione, sottolineando che essa “non è oggettivamente necessaria e non è utile nel contesto dell’autonomia universitaria e della libertà accademica”.

    La libertà accademica è alla base di tutte le azioni delle università. Le università si aspettano che i poteri esecutivo e legislativo considerino questa libertà accademica come un principio guida nella stesura delle risoluzioni sulle università. Nella situazione attuale, ciò significa che la discussione sulla definizione di antisemitismo è oggetto e compito del dibattito accademico. Le decisioni politiche non possono e non devono compromettere o impedire questo discorso accademico. L’intervento dello Stato nel modo in cui questo discorso accademico viene condotto nelle università non è ammissibile. Deve essere garantito che i finanziamenti statali per la ricerca e l’insegnamento siano distribuiti esclusivamente sulla base di principi e procedure scientifici”. Sebbene la scelta di una risoluzione parlamentare piuttosto che di una legge abbia permesso di evitare un controllo di costituzionalità, come hanno osservato alcuni giuristi critici, “la risoluzione rischia di vincolare l’accesso alle risorse statali per gli attori della società civile, delle arti e del mondo accademico a una risposta semplicistica a questa controversa questione. Sebbene la risoluzione non sia giuridicamente vincolante, essa può indirettamente e di fatto ledere i diritti fondamentali alla libertà di espressione, all’arte e alla scienza”.

    Il pesante uso strumentale della definizione dell’Ihra nella stigmatizzazione e nella repressione della sinistra e dei migranti ha prodotto non solo una grave rottura nella fiducia istituzionale e nella società, chiudendo le istituzioni accademiche, culturali e artistiche al dialogo, ma anche una profonda crisi di rappresentanza, poiché la convergenza di tutti i partiti politici (con, solo di recente, la parziale eccezione di Die Linke) nella difesa cieca di Israele non è sostenuta dall’opinione pubblica che, nella sua maggioranza, condanna il genocidio israeliano e la fornitura di armi tedesche da impiegare a Gaza. Secondo il rapporto “Gaza, Israele e la politica estera tedesca: uno sguardo sull’opinione pubblica” (2025) pubblicato dal Giga (un’istituzione di ricerca con una seria reputazione), degli oltre mille intervistati nell’agosto 2025, solo il 10% è pienamente d’accordo con l’affermazione che “la sicurezza di Israele è la ragion di Stato della Germania”, mentre più di due terzi (69%) affermano che la politica estera tedesca dovrebbe essere guidata non da un’alleanza incondizionata con Israele, ma piuttosto dal diritto internazionale e dai diritti umani universali. Sulla stessa linea, il 59% degli intervistati considera l’offensiva militare di Israele a Gaza un genocidio (solo il 21% non è d’accordo) mentre un ancora più alto 65% è convinto che l’esercito israeliano stia commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza (solo il 15% non è d’accordo). E ancora, il 63% ritiene che il precedente governo tedesco avrebbe dovuto condannare esplicitamente i crimini di guerra israeliani sin dall’inizio dell’aggressione a Gaza; il 66% è favorevole a un’immediata sospensione delle esportazioni di armi verso Israele e il 51% alla sospensione di ogni cooperazione militare e di polizia con Israele; il 68% chiede al governo di esortare Israele a porre fine al blocco di Gaza e ad accettare un cessate il fuoco permanente. Infine, quasi due terzi degli intervistati (61%) ritengono che le critiche a Israele debbano essere separate dall’antisemitismo.

    Un altro sondaggio rappresentativo condotto da YouGov ha mostrato che il 62% degli intervistati considera la campagna militare di Israele come un genocidio contro i palestinesi, con percentuali piuttosto simili tra gli elettori del partito conservatore Cdu/Csu (60%) e del Partito Socialdemocratico (Spd) (71%). Secondo tale sondaggio, ben due terzi (67%) dei tedeschi hanno un’opinione negativa o piuttosto negativa di Israele, contro un esiguo 19% che esprime un giudizio positivo o piuttosto positivo. Quindi, mentre l’adozione e l’applicazione della definizione dell’Ihra non sono riuscite a placare l’indignazione per i crimini di guerra in corso a Gaza e nei territori illegalmente occupati da Israele, gli effetti deleteri della strumentalizzazione dell’antisemitismo (spesso denunciata dagli intellettuali ebrei) sui diritti civili e sulla democrazia in Germania sono chiaramente visibili.

    https://altreconomia.it/come-una-definizione-parziale-di-antisemitismo-e-diventata-un-meccanism
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  • La nuova geografia dei Comuni montani non può esser disegnata con criteri vecchi

    Secondo Mauro Varotto, geografo dell’Università di Padova, la riforma della classificazione voluta dal governo ha il solo scopo di ridurre la platea di possibili beneficiari di risorse scarse, senza tener conto di criteri in grado di rispondere in modo più oggettivo alla finalità della nuova legge sulla montagna, ovvero creare le condizioni perché più persone possano restare a vivere nelle terre alte.

    Il 17 dicembre, intervenendo alla Camera dei deputati, il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli ha ribadito che la ridefinizione dell’elenco dei Comuni montani ha l’obiettivo di “ridurre l’attuale elenco di oltre quattromila Comuni, che contiene realtà quali Roma e Bologna che, con un’altimetria media rispettivamente di 67 e 82 metri, non hanno certo le caratteristiche geografiche della montagna”.

    Quando, nel mese di settembre, la Legge 131/2025 è stata approvata in via definitiva al Senato, il comunicato stampa del ministro ribadiva più volte la volontà di “valorizzare la vera montagna”, asciugando di fatto la platea di soggetti che possono aspirare ai circa 200 milioni di euro all’anno stanziati dallo Stato per promuovere lo sviluppo economico e tutelare l’accesso ai servizi essenziali nelle terre alte.

    La riduzione ha portato a qualificare come montani 2.844 Comuni (il 36% dei municipi italiani), che si sviluppano sul 40% della superficie del Paese e hanno una popolazione residente di 7,8 milioni di abitanti (il 13,2% della popolazione nazionale), con una netta riduzione rispetto alla classificazione precedente, che elencava 4.201 Comuni montani. Il decreto contenente i parametri per la riclassificazione avrebbe dovuto essere discusso il 18 dicembre dalla Conferenza Stato-Regioni, ma ciò non è avvenuto su pressione delle Regioni, che lunedì 22 dicembre incontreranno il ministro Calderoli per chiedere di rivedere un elenco che da un lato faceva uscire Roma e dall’altro, come ricorda una nota l’Unione nazionale dei Comuni, comunità ed enti montani (Uncem), vedeva “inserite Reggio Calabria o Varazze, Cuneo o Biella”, cosa che “ha veramente poco senso”.

    Il problema principale, forse, è che la Legge 131/2025, da cui discende il decreto, prevede la classificazione dei Comuni montani sulla base dei criteri altimetrico e della pendenza, una scelta contestata in un comunicato congiunto delle Associazioni scientifiche dei geografi e delle geografe italiane/i: Associazione dei geografi italiani (Agei), Associazione italiana di cartografia (Aic), Associazione italiana insegnanti di geografia (Aiig), Centro italiano per gli studi storico-geografici (Cisge), Società geografica italiana, Società di studi geografici.

    Altreconomia ha intervistato Mauro Varotto, docente di Geografia all’Università di Padova, membro del Comitato scientifico de L’AltraMontagna, già autore del libro “Montagne di mezzo. Una nuova geografia”.

    Professor Varotto, come geografi avete detto che “la novità di questa nuova classificazione è che rimane ancorata a criteri vecchi”. Che cosa significa?
    MV La retorica governativa fa leva sull’idea di una definizione di montagna “nuova” e più “vera” rispetto alla precedente, suggerendo implicitamente che la classificazione dei Comuni montani redatta in passato dall’Uncem annoverasse montagne “false”. Come geografi non possiamo avallare questo messaggio: i parametri utilizzati sono gli stessi di prima, ovvero altimetria e pendenza, cambiano semplicemente le soglie altimetriche e i valori percentuali oltre i quali si considerano “montani” i territori comunali, in modo da escludere la montagna più bassa e la platea dei Comuni che avranno diritto a fondi e agevolazioni previsti dalla legge. In altre parole: i soldi a disposizione sono pochi, tanto vale accorciare la coperta. Si tratta però di accorciarla sulla base di parametri “vecchi”, perché nel frattempo il dibattito ha messo in luce -in linea con il dettato costituzionale- l’importanza di considerare anche altri aspetti, che riguardano la perifericità (pensiamo al concetto di “area interna”), le condizioni di reddito o di marginalità e spopolamento. In questo modo le misure avrebbero potuto cadere più precisamente dove serve: si sarebbe insomma potuto usare il bisturi, per un’azione politica più aderente alla varietà di situazioni che caratterizza la montagna italiana; invece, si è continuato a usare l’accetta.

    Perché sarebbe opportuno distinguere tra “montuosità” fisica e “montanità”?
    MV Nella legge si separano montuosità fisica e montanità antropologica e si prende in considerazione solo la prima, come base di partenza. Da sempre i geografi sostengono che il concetto di “montagna” non può essere disgiunto dai caratteri della presenza umana, soprattutto in catene montuose come quelle alpina e appenninica che sono la risultante di percorsi millenari di civiltà, in altre parole sono tra le più vissute e addomesticate del Pianeta. La ratio dell’articolo 44 della Costituzione -che invoca provvedimenti a favore delle zone montane- non è la salvaguardia dell’ambiente naturale o del turismo, ma il vissuto umano che su di esse insiste, con una funzione di cura e controllo del territorio. Separare i due aspetti porta al rischio di concepire -come del resto è avvenuto nel corso del Novecento- una montagna senza uomo da un lato e una presenza umana disconnessa dalla montagna dall’altro.

    Tra gli esclusi, risultano tra gli altri alcuni dei Comuni romagnoli colpiti dalle alluvioni del 2023, con frane e smottamenti “tipicamente” montani, territori che toccano i mille metri sul livello del mare, una bassissima densità abitativa. Quali diversi criteri sarebbe stato opportuno prevedere o inserire?
    MV Partiamo dal presupposto che non esiste una visione “oggettiva” della montagna ma una definizione funzionale all’obiettivo politico che si intende perseguire. Per questo non ha senso imporre una sola classificazione di montagna e non necessariamente classificazioni diverse significano scarsa chiarezza o confusione. Se lo scopo è quello di favorire il reinsediamento nelle “terre alte”, come di fatto la legge 131/2025 dichiara, allora sarebbe stato opportuno, ad esempio, distinguere le aree soggette a spopolamento, oppure le aree più periferiche e marginali, oppure ancora quelle a reddito più basso o a economia primaria mista. Il legislatore demanda ad altri decreti attuativi questi aspetti, ma in questo modo si tengono comunque dentro “montagne ricche”, magari ad alta quota, o città come Cuneo e Reggio Calabria, che forse non hanno nemmeno bisogno di tali agevolazioni, lasciando fuori una montagna più in difficoltà, magari a bassa quota ma marginale, che invece andrebbe sostenuta e aiutata.

    È una legge “contro l’Appennino”?
    MV Sicuramente, per come è stata concepita, la legge taglia fuori in prevalenza la montagna a quote basse e dunque la montagna appenninica è più penalizzata di quella alpina (ma pure il Piemonte vede ridotti del 22% i Comuni montani). Con questa proposta Nord-Ovest e Nord-Est mantengono valori di superficie montana che superano il 40% del territorio, mentre al Centro e al Sud essi sono di poco superiori al 30%. Se andiamo invece a vedere la percentuale regionale di territorio italiano sopra i 600 metri di quota troviamo ai primi posti tre Regioni appenniniche: Abruzzo, Molise e Basilicata, con valori che oscillano tra il 43% e il 58% per la Regione abruzzese, la più montuosa d’Italia in termini statistici. La differenza con la nuova classificazione mi pare piuttosto evidente, anche senza contare indicatori di sviluppo economico o di marginalità, che a maggior ragione dovrebbero favorire la montagna appenninica, se si intende perseguire una qualche forma di perequazione territoriale. In questo senso è una montagna tagliata con l’accetta, che genera una classificazione grossolana che rischia di non fare nemmeno l’interesse che la legge stessa dichiara di perseguire.

    https://altreconomia.it/la-nuova-geografia-dei-comuni-montani-non-puo-esser-disegnata-con-crite
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  • “Sono uno studioso di genocidio. Lo riconosco a prima vista”: il prof. Omer Bartov parla del crescente consenso ad applicare questa definizione a Gaza
    https://www.assopacepalestina.org/2025/07/20/sono-uno-studioso-di-genocidio-lo-riconosco-a-prima-vista-il-prof

    di Omer Bartov, Democracy Now, 17 luglio 2025. Omer Bartov è uno studioso israeliano-americano, professore di studi sull’Olocausto e il genocidio alla Brown University. Trascrizione dell’intervista fatta dal programma Democracy Now! a Omer Bartov. NERMEEN SHAIKH (co-conduttrice di Democracy Now): L’esercito israeliano continua ad attaccare i civili in tutta la Striscia di Gaza, con almeno ... Leggi tutto

    #Notizie #definizione_di_Genocidio

    • Traduction de :
      https://www.democracynow.org/2025/7/17/omer_bartov

      –—

      I’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It.

      A month after the Hamas attack on Israel on Oct. 7, 2023, I believed there was evidence that the Israeli military had committed war crimes and potentially crimes against humanity in its counterattack on Gaza. But contrary to the cries of Israel’s fiercest critics, the evidence did not seem to me to rise to the crime of genocide.
      By May 2024, the Israel Defense Forces had ordered about one million Palestinians sheltering in Rafah — the southernmost and last remaining relatively undamaged city of the Gaza Strip — to move to the beach area of the Mawasi, where there was little to no shelter. The army then proceeded to destroy much of Rafah, a feat mostly accomplished by August.
      At that point it appeared no longer possible to deny that the pattern of I.D.F. operations was consistent with the statements denoting genocidal intent made by Israeli leaders in the days after the Hamas attack. Prime Minister Benjamin Netanyahu had promised that the enemy would pay a “huge price” for the attack and that the I.D.F. would turn parts of Gaza, where Hamas was operating, “into rubble,” and he called on “the residents of Gaza” to “leave now because we will operate forcefully everywhere.”
      Mr. Netanyahu had urged his citizens to remember “what Amalek did to you,” a quote many interpreted as a reference to the demand in a biblical passage calling for the Israelites to “kill alike men and women, infants and sucklings” of their ancient enemy. Government and military officials said they were fighting “human animals” and, later, called for “total annihilation.” Nissim Vaturi, the deputy speaker of Parliament, said on X that Israel’s task must be “erasing the Gaza Strip from the face of the earth.” Israel’s actions could be understood only as the implementation of the expressed intent to make the Gaza Strip uninhabitable for its Palestinian population. I believe the goal was — and remains today — to force the population to leave the Strip altogether or, considering that it has nowhere to go, to debilitate the enclave through bombings and severe deprivation of food, clean water, sanitation and medical aid to such an extent that it is impossible for Palestinians in Gaza to maintain or reconstitute their existence as a group.
      My inescapable conclusion has become that Israel is committing genocide against the Palestinian people. Having grown up in a Zionist home, lived the first half of my life in Israel, served in the I.D.F. as a soldier and officer and spent most of my career researching and writing on war crimes and the Holocaust, this was a painful conclusion to reach, and one that I resisted as long as I could. But I have been teaching classes on genocide for a quarter of a century. I can recognize one when I see one.
      This is not just my conclusion. A growing number of experts in genocide studies and international law have concluded that Israel’s actions in Gaza can only be defined as genocide. So has Francesca Albanese, the U.N. special rapporteur for the West Bank and Gaza, and Amnesty International. South Africa has brought a genocide case against Israel at the International Court of Justice.

      The continued denial of this designation by states, international organizations and legal and scholarly experts will cause unmitigated damage not just to the people of Gaza and Israel but also to the system of international law established in the wake of the horrors of the Holocaust, designed to prevent such atrocities from happening ever again. It is a threat to the very foundations of the moral order on which we all depend.
      *
      The crime of genocide was defined in 1948 by the United Nations as the “intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such.” In determining what constitutes genocide, therefore, we must both establish intent and show that it is being carried out. In Israel’s case, that intent has been publicly expressed by numerous officials and leaders. But intent can also be derived from a pattern of operations on the ground, and this pattern became clear by May 2024 — and has since become ever clearer — as the I.D.F. has systematically destroyed the Gaza Strip.
      Most genocide scholars are cautious about applying this term to contemporary events, precisely because of the tendency, since it was coined by the Jewish-Polish lawyer Raphael Lemkin in 1944, to attribute it to any case of massacre or inhumanity. Indeed, some argue that the categorization should be entirely discarded, because it often serves more to express outrage than to identify a particular crime.
      Yet as Mr. Lemkin recognized, and as the United Nations later agreed, it is crucial to be able to distinguish the attempt to destroy a particular group of people from other crimes under international law, such as war crimes and crimes against humanity. This is because, while other crimes entail indiscriminate or deliberate killing of civilians as individuals, genocide denotes the killing of people as members of a group, geared at irreparably destroying the group itself so that it will never be able to reconstitute itself as a political, social or cultural entity. And, as the international community signaled by adopting the convention, it is incumbent upon all signatory states to prevent such an attempt, to do all they can to stop it while it is occurring and to subsequently punish those who were engaged in this crime of crimes — even if it occurred within the borders of a sovereign state.
      The designation has major political, legal and moral ramifications. Nations, politicians and military personnel suspected of, indicted on a charge of or found guilty of genocide are seen as beyond the pale of humanity and may compromise or lose their right to remain members of the international community. A finding by the International Court of Justice that a particular state is engaged in genocide, especially if enforced by the U.N. Security Council, can lead to severe sanctions.
      Politicians or generals indicted on a charge of or found guilty of genocide or other breaches of international humanitarian law by the International Criminal Court can face arrest outside of their country. And a society that condones and is complicit in genocide, whatever the stand of its individual citizens may be, will carry this mark of Cain long after the fires of hatred and violence are put out.
      *
      Israel has denied all allegations of war crimes, crimes against humanity and genocide. The I.D.F. says it investigates reports of crimes, although it has rarely made its findings public, and when breaches of discipline or protocol are acknowledged, it has generally meted out light reprimands to its personnel. Israeli military and political leaders repeatedly describe the I.D.F. as acting lawfully, say they issue warnings to civilian populations to evacuate sites about to be attacked and blame Hamas for using civilians as human shields.
      In fact, the systematic destruction in Gaza not only of housing but also of other infrastructure — government buildings, hospitals, universities, schools, mosques, cultural heritage sites, water treatment plants, agriculture areas, and parks — reflects a policy aimed at making the revival of Palestinian life in the territory highly unlikely.
      According to a recent investigation by Haaretz, an estimated 174,000 buildings have been destroyed or damaged, accounting for up to 70 percent of all structures in the Strip. So far, more than 58,000 people have been killed, according to Gazan health authorities, including more than 17,000 children, who make up nearly a third of the total fatality count. More than 870 of those children were less than a year old.
      More than 2,000 families have been wiped out, the health authorities said. In addition, 5,600 families now count only one survivor. At least 10,000 people are believed to still be buried under the ruins of their homes. More than 138,000 have been wounded and maimed.
      Gaza now has the grim distinction of having the highest number of amputee children per capita in the world. An entire generation of children subjected to ongoing military attacks, loss of parents and long-term malnutrition will suffer severe physical and mental repercussions for the rest of their lives. Untold additional thousands of chronically ill persons have had little access to hospital care.
      The horror of what has been happening in Gaza is still described by most observers as war. But this is a misnomer. For the last year, the I.D.F. has not been fighting an organized military body. The version of Hamas that planned and carried out the attacks on Oct. 7 has been destroyed, though the weakened group continues to fight Israeli forces and retains control over the population in areas not held by the Israeli Army.
      Today the I.D.F. is primarily engaged in an operation of demolition and ethnic cleansing. That’s how Mr. Netanyahu’s own former chief of staff and minister of defense, the hard-liner Moshe Yaalon, in November described on Israel’s Democrat TV and in subsequent articles and interviews the attempt to clear northern Gaza of its population.

      On Jan. 19, under pressure from Donald Trump, who was a day away from resuming the presidency, a cease-fire went into effect, facilitating the exchange of hostages in Gaza for Palestinian prisoners in Israel. But after Israel’s breaking of the cease-fire on March 18, the I.D.F. has been executing a well-publicized plan to concentrate the entire Gazan population in a quarter of the territory in three zones: Gaza City, the central refugee camps and the Mawasi coastline in the Strip’s southwestern edge.
      Using large numbers of bulldozers and huge aerial bombs supplied by the United States, the military appears to be trying to demolish every remaining structure and establish control over the other three-quarters of the territory.
      This is also being facilitated by a plan that provides — intermittently — limited aid supplies at a few distribution points guarded by the Israeli military, drawing people to the south. Many Gazans are killed in a desperate attempt to obtain food, and the starvation crisis deepens. On July 7, Defense Minister Israel Katz said the I.D.F. would build a “humanitarian city” over the ruins of Rafah to initially accommodate 600,000 Palestinians from the Mawasi area, who would be provisioned by international bodies and not allowed to leave.
      *
      Some might describe this campaign as ethnic cleansing, not genocide. But there is a link between the crimes. When an ethnic group has nowhere to go and is constantly displaced from one so-called safe zone to another, relentlessly bombed and starved, ethnic cleansing can morph into genocide.
      This was the case in several well-known genocides of the 20th century, such as that of the Herero and Nama in German South West Africa, now Namibia, that began in 1904; the Armenians in World War I; and, indeed, even in the Holocaust, which began with the German attempt to expel the Jews and ended up with their murder.
      To this day, only a few scholars of the Holocaust — and no institutions dedicated to researching and commemorating it — have issued warnings that Israel could be accused of carrying out war crimes, crimes against humanity, ethnic cleansing or genocide. This silence has made a mockery of the slogan “Never again,” transforming its meaning from an assertion of resistance to inhumanity wherever it is perpetrated to an excuse, an apology, indeed, even a carte blanche for destroying others by invoking one’s own past victimhood.
      This is another of the many incalculable costs of the current catastrophe. As Israel is literally trying to wipe out Palestinian existence in Gaza and is exercising increasing violence against Palestinians in the West Bank, the moral and historical credit that the Jewish state has drawn on until now is running out.
      Israel, created in the wake of the Holocaust as the answer to the Nazi genocide of the Jews, has always insisted that any threat to its security must be seen as potentially leading to another Auschwitz. This provides Israel with license to portray those it perceives as its enemies as Nazis — a term used repeatedly by Israeli media figures to depict Hamas and, by extension, all Gazans, based on the popular assertion that none of them are “uninvolved,” not even the infants, who would grow up to be militants.
      This is not a new phenomenon. As early as Israel’s invasion of Lebanon in 1982, Prime Minister Menachem Begin compared Yasir Arafat, then hunkered down in Beirut, to Adolf Hitler in his Berlin bunker. This time, the analogy is being used in connection with a policy aimed at uprooting and removing the entire population of Gaza.
      The daily scenes of horror in Gaza, from which the Israeli public is shielded by its own media’s self-censorship, expose the lies of Israeli propaganda that this is a war of defense against a Nazi-like enemy. One shudders when Israeli spokespeople shamelessly utter the hollow slogan of the I.D.F. being the “most moral army in the world.”
      Some European nations, such as France, Britain and Germany, as well as Canada, have feebly protested Israeli actions, especially since Israel breached the cease-fire in March. But they have neither suspended arms shipments nor taken many concrete and meaningful economic or political steps that might deter Mr. Netanyahu’s government.
      For a while, the United States government seemed to have lost interest in Gaza, with President Trump initially announcing in February that the United States would take over Gaza, promising to turn it into “the Riviera of the Middle East,” and then letting Israel get on with the Strip’s destruction and turning his attention to Iran. At the moment, one can only hope that Mr. Trump will again pressure a reluctant Mr. Netanyahu to at least reach a new cease-fire and put an end to the relentless killing.
      *
      How will Israel’s future be affected by the inevitable demolition of its incontestable morality, derived from its birth in the ashes of the Holocaust?
      Israel’s political leadership and its citizenry will have to decide. There seems to be little domestic pressure for the urgently needed change of paradigm: the recognition that there is no solution to this conflict other than an Israeli-Palestinian agreement to share the land under whatever parameters the two sides agree on, be it two states, one state or a confederation. Robust external pressure from the country’s allies also appears unlikely. I am deeply worried that Israel will persist on its disastrous course, remaking itself, perhaps irreversibly, into a full-blown authoritarian apartheid state. Such states, as history has taught us, do not last.
      Another question arises: What consequences will Israel’s moral reversal have for the culture of Holocaust commemoration, and the politics of memory, education and scholarship, when so many of its intellectual and administrative leaders have up to now refused to face up to their responsibility to denounce inhumanity and genocide wherever they occur?
      Those engaged in the worldwide culture of commemoration and remembrance built around the Holocaust will have to confront a moral reckoning. The wider community of genocide scholars — those engaged in the study of comparative genocide or of any one of the many other genocides that have marred human history — is now edging ever closer toward a consensus over describing events in Gaza as a genocide.
      In November, a little more than a year into the war, the Israeli genocide scholar Shmuel Lederman joined the growing chorus of opinion that Israel was engaged in genocidal actions. The Canadian international lawyer William Schabas came to the same conclusion last year and has recently described Israel’s military campaign in Gaza as “absolutely” a genocide.
      Other genocide experts, such as Melanie O’Brien, president of the International Association of Genocide Scholars, and the British specialist Martin Shaw (who has also said that the Hamas attack was genocidal), have reached the same conclusion, while the Australian scholar A. Dirk Moses of the City University of New York described these events in the Dutch publication NRC as a “mix of genocidal and military logic.” In the same article, Uğur Ümit Üngör, a professor at the Amsterdam-based NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, said there are probably scholars who still do not think it’s genocide, but “I don’t know them.”
      Most Holocaust scholars I know don’t hold, or at least publicly express, this view. With a few notable exceptions, such as the Israeli Raz Segal, program director of Holocaust and genocide studies at Stockton University in New Jersey, and the Hebrew University of Jerusalem historians Amos Goldberg and Daniel Blatman, the majority of academics engaged with the history of the Nazi genocide of the Jews have stayed remarkably silent, while some have openly denied Israel’s crimes in Gaza, or accused their more critical colleagues of incendiary speech, wild exaggeration, well-poisoning and antisemitism.
      In December the Holocaust scholar Norman J.W. Goda opined that “genocide charges like this have long been used as a fig leaf for broader challenges to Israel’s legitimacy,” expressing his worry that “they have cheapened the gravity of the word genocide itself.” This “genocide libel,” as Dr. Goda referred to it in an essay, “deploys a range of antisemitic tropes,” including “the coupling of the genocide charge with the deliberate killing of children, images of whom are ubiquitous on NGO, social media, and other platforms that charge Israel with genocide.”
      In other words, showing images of Palestinian children ripped apart by U.S.-made bombs launched by Israeli pilots is, in this view, an antisemitic act.
      Most recently, Dr. Goda and a respected historian of Europe, Jeffrey Herf, wrote in The Washington Post that “the genocide accusation hurled against Israel draws on deep wells of fear and hatred” found in “radical interpretations of both Christianity and Islam.” It “has shifted opprobrium from Jews as a religious/ethnic group to the state of Israel, which it depicts as inherently evil.”
      *
      What are the ramifications of this rift between genocide scholars and Holocaust historians? This is not merely a squabble within academe. The memory culture created in recent decades around the Holocaust encompasses much more than the genocide of the Jews. It has come to play a crucial role in politics, education and identity.
      Museums dedicated to the Holocaust have served as models for representations of other genocides around the world. Insistence that the lessons of the Holocaust demand the promotion of tolerance, diversity, antiracism and support for migrants and refugees, not to mention human rights and international humanitarian law, is rooted in an understanding of the universal implications of this crime in the heart of Western civilization at the peak of modernity.
      Discrediting genocide scholars who call out Israel’s genocide in Gaza as antisemitic threatens to erode the foundation of genocide studies: the ongoing need to define, prevent, punish and reconstruct the history of genocide. Suggesting that this endeavor is motivated instead by malign interests and sentiments — that it is driven by the very hatred and prejudice that was at the root of the Holocaust — is not only morally scandalous, it provides an opening for a politics of denialism and impunity as well.
      By the same token, when those who have dedicated their careers to teaching and commemorating the Holocaust insist on ignoring or denying Israel’s genocidal actions in Gaza, they threaten to undermine everything that Holocaust scholarship and commemoration have stood for in the past several decades. That is, the dignity of every human being, respect for the rule of law and the urgent need never to let inhumanity take over the hearts of people and steer the actions of nations in the name of security, national interest and sheer vengeance.

      What I fear is that in the aftermath of the Gaza genocide, it will no longer be possible to continue teaching and researching the Holocaust in the same manner as we did before. Because the Holocaust has been so relentlessly invoked by the state of Israel and its defenders as a cover-up for the crimes of the I.D.F., the study and remembrance of the Holocaust could lose its claim to be concerned with universal justice and retreat into the same ethnic ghetto in which it began its life at the end of World War II — as a marginalized preoccupation by the remnants of a marginalized people, an ethnically specific event, before it succeeded, decades later, in finding its rightful place as a lesson and a warning for humanity as a whole.
      Just as worrisome is the prospect that the study of genocide as a whole will not survive the accusations of antisemitism, leaving us without the crucial community of scholars and international jurists to stand in the breach at a time when the rise of intolerance, racial hatred, populism and authoritarianism is threatening the values that were at the core of these scholarly, cultural and political endeavors of the 20th century.
      Perhaps the only light at the end of this very dark tunnel is the possibility that a new generation of Israelis will face their future without sheltering in the shadow of the Holocaust, even as they will have to bear the stain of the genocide in Gaza perpetrated in their name. Israel will have to learn to live without falling back on the Holocaust as justification for inhumanity. That, despite all the horrific suffering we are currently watching, is a valuable thing, and may, in the long run, help Israel face the future in a healthier, more rational and less fearful and violent manner.
      This will do nothing to compensate for the staggering amount of death and suffering of Palestinians. But an Israel liberated from the overwhelming burden of the Holocaust may finally come to terms with the inescapable need for its seven million Jewish citizens to share the land with the seven million Palestinians living in Israel, Gaza and the West Bank in peace, equality and dignity. That will be the only just reckoning.

      https://www.nytimes.com/2025/07/15/opinion/israel-gaza-holocaust-genocide-palestinians.html

      #Omer_Bartov #génocide #Gaza #définition #intention #intentionnalité

  • « #Wokisme » : pourquoi ce mot est piégé

    Le « wokisme », idéologie incertaine, enkystée dans la gauche des mouvements sociaux, menacerait la société, la famille, le progrès et les Lumières.

    Voilà le refrain seriné à longueur de journée par Donald Trump, par le Rassemblement national et des médias d’extrême droite, par des politiques conservateurs. Mais aussi par des essayistes qui se réclament de la gauche, et également, peut-être, par des membres de votre famille ou vos amis.

    Que signifie ce terme ? Pourquoi est-il devenu si présent ? Que veut dire cette présence dans le contexte politique actuel ?

    Si le « wokisme » n’existe pas, est-ce qu’il ne faudrait pas l’inventer ?

    Nos invité·es :

    - #Laure_Bereni, sociologue, directrice de recherche au CNRS, autrice de Management de la vertu. La diversité en entreprise à New York et à Paris (éd. Presses de Sciences Po, 2023) ;
    - #Solène_Brun, sociologue, chargée de recherche au CNRS, coautrice avec - - - Claire Cosquer de La Domination blanche (éd. Textuel, 2024). Elle a aussi publié Derrière le mythe métis. Enquête sur les couples mixtes et leurs descendants en France (éd. La Découverte, 2024) ;
    - #Pierre_Tevanian, philosophe et enseignant, auteur de Soyons woke. Plaidoyer pour les bons sentiments (éd. Divergences, 2025). Il coanime le site collectif Les mots sont importants (lmsi.net) et a publié plusieurs ouvrages, comme On ne peut pas accueillir toute la misère du monde. En finir avec une sentence de mort (éd. Anamosa, 2022).

    https://www.youtube.com/watch?v=9NE9Jj0Ud5c


    #woke #piège #vidéo #ressources_pédagogiques #définition #liberté_d'expression #menace #terminologie #mots #panique_morale #genre #race #racisme #panique #violences_sexuelles #racialisme #décolonial

  • « Le viol n’est pas une pénétration non consentie, mais imposée », Emmanuelle Piet, Ernestine Ronai
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/04/01/le-viol-n-est-pas-une-penetration-non-consentie-mais-imposee_6589446_3232.ht

    Alors que l’Assemblée nationale s’apprête à débattre d’une nouvelle définition légale du #viol, un détail sémantique d’apparence anodine s’avère en réalité décisif. La proposition actuelle définit le viol comme une « pénétration non consentie ». Nous demandons qu’elle soit remplacée par une définition plus juste et juridiquement efficace : « Le viol est une pénétration imposée. »

    Pourquoi ce changement est-il crucial ? Parce qu’il recentre la loi sur la réalité du crime et sur son auteur. Le viol n’est pas un problème de consentement flou, soumis à des interprétations douteuses, mais un acte de domination, une violence imposée. En l’état actuel, la formulation proposée place le projecteur sur la victime et son #consentement – ou son absence de consentement – plutôt que sur l’acte commis par l’agresseur.

    Dans les tribunaux, cela a des conséquences dramatiques. Aujourd’hui déjà, des victimes doivent prouver qu’elles ont résisté, qu’elles ont dit non avec suffisamment de force, qu’elles ne se sont pas laissé faire. Le consentement devient une arme retournée contre elles.

    L’agresseur, lui, peut se contenter d’affirmer qu’il n’a pas compris, qu’il pensait que c’était « ambigu ». Une défense qui fonctionne trop souvent et qui permet à des violeurs d’échapper à la justice. Si la charge de la preuve reste la même, les victimes seront toujours, demain, obligées de prouver qu’elles n’ont pas consenti et qu’il en était conscient.

    Mettre fin à une logique perverse

    Or, ce qui fait un viol, ce n’est pas l’absence d’un « oui » foncièrement enthousiaste, ce n’est pas la subjectivité de la victime (et comment le prouver ?), c’est la présence d’une contrainte, d’une menace, d’un abus de pouvoir ou d’une ruse pour parvenir à imposer l’acte sexuel. C’est cela, la stratégie de l’agresseur. C’est cela qu’il faut regarder, ce sont ces preuves-là qu’il faut chercher, c’est cela qu’il faut graver dans le droit. Cette conviction profonde vient de nos quarante années passées auprès des victimes de viols et de violences sexuelles.

    Changer cette simple phrase de la proposition de loi, ce n’est pas qu’une question de mots. C’est mettre fin à une logique perverse qui pèse sur les victimes. C’est dire clairement que le viol est un acte de l’agresseur, et non un défaut de réaction de la victime. C’est aligner notre droit sur la réalité de la #violence_sexuelle en renforçant la portée de la violence, de la menace, de la contrainte et de la surprise.

    Les législateurs ont une responsabilité historique. Si la France veut être à la hauteur de son ambition féministe, elle doit inscrire dans sa loi une définition du viol qui protège véritablement les victimes et empêche les prédateurs de se cacher derrière des faux-semblants.

    Nous appelons donc les députés à voter cette modification essentielle. Pour que le droit dise enfin ce qu’il doit dire : le viol est une pénétration imposée à une victime. Elle n’y est pour rien. Il n’avait pas le droit.

    Emmanuelle Piet est présidente du Collectif féministe contre le viol ; Ernestine Ronai est présidente de l’Observatoire des violences envers les femmes du département de la Seine-Saint-Denis et coordinatrice de la Mission interministérielle pour la protection des femmes contre les violences et la lutte contre la traite des êtres humains.

    « Inscrire le non-consentement dans la loi sur la définition du viol est au mieux inutile, au pire contre-productif » (17 février 2025)
    https://archive.ph/q8xAd#selection-2039.0-2039.117

    Introduire le consentement dans la définition du viol : piège ou avancée ? (14 octobre 2024)
    https://archive.ph/gBg5X#selection-1999.0-1999.74

    #féminisme #renversement

    • Cosa si intende per “woke”

      La parola finita in prima pagina su Repubblica indicava un atteggiamento consapevole delle ingiustizie sociali, ma oggi ha una connotazione spesso dispregiativa e sarcastica.

      Nell’ampio dibattito che ha interessato i paesi anglosassoni negli ultimi anni sulle rivendicazioni delle cosiddette minoranze, che si parli di orientamento sessuale o identità di genere, di origini etniche o di disabilità, sono emerse diverse nuove parole che hanno poi cominciato ad affiorare nelle discussioni anche in Italia, prima nelle nicchie e poi in modo sempre più trasversale. Giovedì per esempio Repubblica ha pubblicato in prima pagina un editoriale del giornalista statunitense Bret Stephens, che era uscito pochi giorni prima sul New York Times, dal titolo “Perché l’ideologia woke fallirà”.

      L’articolo dà per inteso il significato di woke, una parola che in realtà non si è mai davvero affermata nel dibattito italiano, nel quale solitamente si fa ricorso ad altre espressioni che rientrano più meno nello stesso campo semantico, come “politicamente corretto” oppure “cancel culture”. Peraltro, negli stessi Stati Uniti l’aggettivo woke e il sostantivo wokeness sono parole sempre meno usate, se non con una chiara connotazione dispregiativa: a complicare ulteriormente la spiegazione non solo del suo significato, ma anche degli sviluppi nelle sue accezioni e usi.

      “Woke” non è davvero traducibile in italiano – vuol dire qualcosa come “consapevole” – ma indica, o almeno indicava originariamente, l’atteggiamento di chi presta attenzione alle ingiustizie sociali, legate principalmente a questioni di genere e di etnia, e non ne rimane indifferente, solidarizzando ed eventualmente impegnandosi per aiutare chi le subisce.

      Nel Novecento l’espressione “woke” esisteva già ed era usata soprattutto tra gli afroamericani, sia con l’accezione di “stare all’erta” rispetto a un pericolo, sia con quella più generica di essere a conoscenza di qualcosa.

      La sua diffusione col significato attuale però risale allo scorso decennio, quando fu usata nell’ambito delle proteste di Black Lives Matter per esprimere il concetto a cui è stata poi associata negli ultimi anni: cioè la consapevolezza su una serie di questioni e problemi legati al razzismo e al sessismo sistemico – nel senso di radicati nelle istituzioni e nelle dinamiche sociali – della società americana (e per estensione di quelle occidentali).

      Un termine quindi con un’accezione positiva, per chi lo usava riferendosi a un obiettivo e un’ambizione: si definivano woke per esempio le persone – perlopiù della cosiddetta generazione dei “millennial”, cioè i nati tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta – che facevano attivismo in piazza e sui social network, che partecipavano alle proteste antirazziste o alle marce per i diritti delle donne, che sensibilizzavano sull’importanza di utilizzare un linguaggio rispettoso e inclusivo per riferirsi alle minoranze.

      Man mano che la diffusione della parola è uscita dalle proteste di Black Lives Matter, ha iniziato a essere usata in altri modi.

      Con l’aumentare del coinvolgimento dei giovani americani nelle battaglie per i diritti, woke è diventata un’espressione riferita spesso a persone che sono considerate “alleate” delle minoranze ma che appartengono a categorie identitarie ritenute in una posizione di maggiore potere. Per esempio perché bianche, di sesso maschile, eterosessuali, cisgender (cioè che si riconoscono nel genere associato al sesso di nascita) o ricche, tutte caratteristiche che nell’ambito dei discorsi su questi temi vengono associate spesso al concetto di “privilegio”, inteso come vantaggio nella società contemporanea occidentale.

      Più recentemente, però, woke è diventata sempre meno una parola rivendicata dalle persone che teoricamente dovrebbe descrivere, e sempre più usata invece dai loro critici e dai conservatori americani per indicare quella che considerano una pericolosa tendenza della sinistra, dei progressisti e più in generale dei Democratici. Con woke, cioè, la destra americana intende solitamente quello che identifica come un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio, applicato nei confronti delle parole e delle idee che vanno contro le più moderne sensibilità sulle questioni delle minoranze e dei diritti civili.

      Woke quindi è diventato un termine perlopiù negativo, usato con l’intento di ridicolizzare e attaccare i movimenti giovanili progressisti, associandoli alle loro espressioni più intransigenti e aggressive, presenti principalmente sui social network.

      Per esempio le campagne portate avanti in diversi campus universitari americani per allontanare professori accusati – spesso pretestuosamente o ingiustamente – di aver usato parole offensive, oppure quelle che chiedono il licenziamento di personaggi pubblici di vario tipo per via di dichiarazioni considerate controverse, o che mobilitano grandi e bellicose masse di account contro qualcuno che abbia detto una cosa considerata disdicevole rispetto alle suddette sensibilità.

      Queste dinamiche, che sono oggetto di riflessioni e studi anche preoccupati, soprattutto in ambito accademico, fanno più precisamente riferimento al fenomeno della “cancel culture”, e sono legate secondo molti non tanto all’impostazione ideologica woke quanto alle modalità con cui le piattaforme dei social network hanno reso il confronto tra idee diverse spesso violento, intollerante e polarizzato.

      Questi aspetti non sono soltanto discussi e criticati dai conservatori, tutt’altro: è in corso un vivace dibattito anche tra progressisti e persone di sinistra sui problemi che derivano da questo tipo di approccio al confronto politico e alla ricerca accademica. Anche tra opinionisti liberal, la parola woke viene talvolta usata per riferirsi genericamente a questo atteggiamento ritenuto in contrasto con i valori di tolleranza e dialogo a cui si ispira storicamente la sinistra.

      Ma insieme all’intenzione offensiva, negli Stati Uniti i principali utilizzatori del termine woke oggi se ne servono anche spesso come strumento di propaganda e polemica, evocando con un termine efficace un pericolo disegnato come universale e prevalente, “un’ideologia” estremista che governerebbe il pensiero progressista. È una minaccia che sfrutta la particolare e minacciosa visibilità degli atteggiamenti e dei toni aggressivi e perentori usati nelle polemiche virali sui social network, e ha permesso in più occasioni di mobilitare il complesso di persecuzione e la reazione di parte dell’elettorato conservatore (una pratica di comunicazione simile è quella, familiare anche in Italia, attivata dai predicatori contro “la teoria gender”).

      Nel suo editoriale tradotto da Repubblica, Stephens usa la parola woke in senso evidentemente dispregiativo. È un autore conservatore, i cui interventi sul New York Times sono stati spesso contestati, e tra le altre cose è noto per le sue posizioni scettiche riguardo alle responsabilità dell’uomo nella crisi climatica. Nel suo editoriale, dice in sostanza che quella che chiama “ideologia woke” non avrà successo in quanto movimento che «distrugge, divide gli americani, rifiuta e sostituisce i valori fondanti della nostra nazione», e che agisce «in modo prescrittivo, non per un vero dibattito o una vera riforma ma per indottrinamento e sradicamento».

      Stephens se la prende in particolare con la “critical race theory”, una teoria accademica che interpreta la storia, la cultura e le strutture politiche statunitense indagandone il ruolo nel razzismo sistemico della società. Da tema di nicchia, recentemente la “critical race theory” è diventata effettivamente un punto importante della campagna elettorale per il governatore dello stato della Virginia. I Repubblicani l’hanno usata come spauracchio, distorcendola e ingigantendola e insistendo sulle intenzioni dei Democratici di introdurla nelle scuole. Secondo alcuni analisti, questo aspetto della campagna elettorale ha effettivamente avuto un ruolo nell’esito delle elezioni, vinte dai Repubblicani, per quanto ci siano opinioni discordanti su quanto sia stato effettivamente determinante.

      All’editoriale di Stephens ha risposto il giorno dopo Charles Blow, editorialista del New York Times di orientamento liberal, che ha scritto che «la wokeness è stata descritta nei modi più iperbolici immaginabili, da ideologia a religione a culto» e per questo è stata abbandonata dai giovani che la usavano, ed è oggi prerogativa principalmente di chi vuole ridicolizzarla sottolineandone certi aspetti contraddittori, difficilmente comprensibili, elitari.

      In ogni caso, perlomeno quando non aveva ancora una connotazione così politicizzata, anche l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva criticato alcuni aspetti dell’atteggiamento di chi «si sente sempre politicamente woke», e ha «quest’idea di purezza, che non si debba mai scendere a compromessi». Aveva invitato i giovani a superare questo approccio:

      «Il mondo è incasinato, ci sono ambiguità, le persone che fanno cose molto buone hanno dei difetti, le persone contro cui combattete possono amare i loro figli e avere cose in comune con voi. Penso che un pericolo che vedo nei giovani e in particolare nei campus, accelerato dai social media, è l’idea che il cambiamento passi attraverso l’essere il più giudicante possibile verso le altre persone, e che questo basti.

      Se twitto o uso un hashtag su come hai fatto qualcosa di sbagliato, o hai usato la parola sbagliata, allora posso sedermi e sentirmi molto bene con me stesso perché avete visto quanto sono woke? Ti ho sgridato. Non è attivismo. (…) Se tutto quello che fai è lanciare pietre, probabilmente non vai molto lontano. È facile fare così.

      https://www.ilpost.it/2021/11/12/woke-significato

  • Measuring with Double Legal Standards – Verfassungsblog
    https://verfassungsblog.de/measuring-with-double-legal-standards-germanys-intervention-in-suppo

    Via https://twitter.com/humanprovince/status/1751514370482307193

    […] in the [Myanmar (Rohingya case)], Germany joined Gambia in upholding a purposive construction of Article II Genocide Convention, which would seem to present a serious obstacle to support Israel. Thus, this contribution investigates whether Germany, in its intervention in the Genocide in the Gaza Strip case, would be able to abandon its previous submissions in the Rohingya case and instead adopt a more restrictive construction of the Article II Genocide Convention.

    At a press conference on 15 January 2024, a spokesperson for the Federal Foreign Office, in response to a query as to why Germany had dismissed South Africa’s claims without any prior assessment, stated that, the Foreign Office ‘cannot see [a genocidal] intent in Israel’s actions’. Therefore, it would appear reasonable to assume that the latter will argue in its intervention that Israel lacks genocidal intent. Given Germany’s submissions in its intervention in the Rohingya case, this may prove an arduous task.

    In its intervention in the Rohingya case, Germany observed that the ICJ’s ‘standard of “the only inference that could reasonably be drawn” sets the bar unduly high’ [p. 12, para. 51]. Consequently, it proposed that the Court should ‘adopt a balanced approach that recognizes the special gravity of the crime of genocide, without rendering the threshold for inferring genocidal intent so difficult to meet so as to make findings of genocide near-impossible’ [ibid].

    Furthermore, Germany argued that the ‘[l]arge-scale killing of group members is the most obvious and immediate manifestation of an intention to destroy a group in whole or in part’ and that ‘other acts such as injuring […] members of the targeted group may also strongly evidence an intent’ [p. 13, para. 56]. In the same vein, South Africa took the view that ‘the vast number of civilians killed and injured’ clearly infers genocidal intent [p. 65, para. 103].

    Germany also argued ‘that the targeting of children is relevant to the determination of specific intent’ [p. 16, para. 71]. Concerning the underlying acts of genocide, Germany held that ‘there is a lower threshold for “serious bodily or mental harm” when the victim is a child’ [p. 9, para. 40].

    Moreover, Germany acknowledged a potential link between genocide and forced displacement, observing that ‘[a]lthough forced displacement of persons does not in and of itself amount to an enumerated underlying act of genocide, […] forced displacement may [nevertheless], depending on the facts, lead to the underlying acts of genocide’ [p. 10-1, para. 45].’ Germany also pointed out ‘that a violent military operation triggering the forced displacement of members of a targeted group may similarly contribute to evidence of a specific intent to destroy the protected group, regardless of whether the acts triggering the forced displacement fall within one of the five categories of underlying acts of genocide’ [p. 17, para. 74]. Similarly, South Africa argued that the forced displacements in Gaza should be considered genocidal [p. 39, para. 60].

    When assessing whether there is specific intent, Germany further noted that UN reports ‘must be regarded as having particular probative value in establishing [a] specific intent’ [p. 17-8, para. 76]. In line with this, South Africa extensively referenced the reports and statements of the UN and its experts in its application, directly citing passages from these sources to support its claim that Israel has genocidal intent [p. 67-70, para. 108].

    #Allemagne #définition #génocide

  • Les féminicides ont-ils vraiment baissé de 20 % en 2023 ?

    Le 2 janvier, le garde des Sceaux Eric Dupont-Moretti a affirmé au Figaro que le nombre de #meurtres de #femmes par leur conjoint ou ex-conjoint était en baisse en 2023, et atteignait 94, contre 118 en 2022, soit une diminution de 20 %.

    « Nous savons que lutter contre ce fléau prend du temps (…). Mais l’engagement de la justice française pour endiguer les féminicides porte tout de même ses premiers fruits », a-t-il commenté. Ces chiffres ont rapidement été contestés par plusieurs associations et collectifs féministes. Qu’en est-il ?

    Premier sujet d’étonnement : en évoquant les 118 féminicides de 2022, le #garde_des_Sceaux fait référence aux chiffres de la #Délégation_aux_victimes (#DAV) du #ministère_de_l’Intérieur, « l’étude nationale sur les morts violentes au sein du couple », publiée chaque année depuis 2006. Or pour l’année 2023, la DAV n’a publié aucun chiffre et indique qu’aucun bilan provisoire ne sera disponible avant le 31 janvier 2024.

    Le chiffre avancé par Eric Dupont-Moretti correspond, selon Franceinfo, aux remontées des parquets, et pourrait être corrigé ultérieurement, même si ce sera vraisemblablement à la marge. Reste une question : pourquoi le garde des Sceaux ouvre-t-il l’année en communiquant sur le sujet au mépris du calendrier retenu par le ministère de l’Intérieur ?

    Des écarts avec les associations féministes

    Deuxième sujet d’étonnement : les associations et collectifs féministes qui ont contribué depuis plusieurs années à mettre le sujet des féminicides sur le devant de la scène obtiennent des chiffres plus élevés, à partir de la veille qu’elles font de la presse nationale et de la presse quotidienne régionale.

    Le #collectif_des_féminicides par compagnon ou ex, qui mène ce travail depuis 2016, en est ainsi à 102 féminicides conjugaux en 2023 et souligne que plusieurs enquêtes pour mort suspecte sont toujours en cours. De son côté, l’#Inter-Orga_Féminicides (#IOF), constituée en 2021, recense 134 féminicides en 2023, dont 72 % conjugaux, soit 97.

    Précisons que les écarts entre les chiffres associatifs sont aisés à expliquer : le travail est entièrement réalisé par des bénévoles et repose sur les articles de presse. Il peut donc y avoir des « trous dans la raquette ».

    A l’inverse, les chiffres du ministère de l’Intérieur reposent sur les déclarations des causes d’#homicides par les services de police et de gendarmerie, complétées par une vérification auprès des parquets afin de préciser la qualification pénale. Sachant que le #droit français ne reconnaît pas la notion de féminicide – le #meurtre d’une femme en raison de son #genre –, mais distingue le meurtre, l’#assassinat (meurtre avec préméditation) et les violences volontaires ayant entraîné la mort sans intention de la donner.

    Une #définition institutionnelle trop restreinte

    Si les chiffres avancés par le ministre font réagir, c’est aussi que la définition du féminicide retenue par les institutions françaises est très restreinte : elle ne tient compte que des #féminicides_conjugaux et laisse de côté d’autres féminicides, les meurtres de mères par leurs fils, celui de femmes par des collègues ou un inconnu, ou encore les meurtres par des clients ou d’autres personnes sur des femmes exerçant le travail du sexe.

    Si la notion de féminicide fait l’objet de discussions dans les milieux féministes depuis de longues années, c’est avec la publication en 1992 du livre des chercheuses Diana Russel et Jill Radford Femicide : the politics of women killing qu’il gagne en popularité, rappelle la journaliste Laurène Daycard dans Nos Absentes. A l’origine des féminicides (Seuil, 2023).

    Les institutions internationales retiennent elles aussi une définition plus large que celle de la France. Les #Nations_unies distinguent depuis 2012 les #féminicides_intimes, commis par des proches, qu’ils soient conjoints ou parents de la victime, des #féminicides_non_intimes, ceux commis contre les professions stigmatisées comme la #prostitution, et les #féminicides_sexuels_systémiques où il n’y a pas de lien préalable entre la victime et son meurtrier, comme les massacres de femmes parce qu’elles sont des femmes.

    D’autres typologies sont possibles. En Espagne, comme le rapporte Le Monde, cinq types de féminicides sont comptabilisés : conjugaux, familiaux, sociaux (exécuté par un inconnu, un collègue de travail, un ami), sexuels (lié à la violence ou à l’exploitation sexuelle ainsi qu’au travail du sexe, mariage forcé ou mutilation génitale), et enfin, les féminicides par procuration, soit l’assassinat d’une personne (proches, enfants) pour nuire à une femme.

    En France, si le #collectif_Féminicides_par_compagnon_ou_ex recense les féminicides conjugaux, l’Inter-Orga Féminicides retient une définition plus extensive. Elle distingue les féminicides conjugaux, familiaux (commis par un enfant ou un parent) et sociaux.

    Au-delà des féminicides ?

    Au-delà de la définition même du féminicide, d’autres phénomènes s’inscrivent dans le continuum des #violences_de_genre qui structurent encore les sociétés contemporaines et doivent être a minima pris en compte.

    C’est le cas des #suicides_forcés, reconnus dans le Code pénal depuis 2020, et définis comme des suicides ou tentatives de suicides provoquées à la suite de #harcèlement dans le cadre de #violences_conjugales.

    Certains plaident pour leur intégration dans la définition du féminicide. En 2022, les services du ministère de l’Intérieur en ont recensé 759, presque exclusivement des femmes. Cela correspond à une multiplication par 3,3 depuis 2020, qui dit aussi une meilleure appréhension du phénomène.

    A cela s’ajoutent les #tentatives_de_féminicides, qui, si elles n’aboutissent pas à la mort de la victime, ont pourtant des conséquences destructrices. Le ministère de l’Intérieur recense ainsi 366 tentatives d’homicides au sein du couple en 2022, dont 267 contre des femmes. Cela, sans compter les infanticides commis dans le cadre de violences conjugales, ou les traumatismes d’enfants survivants d’un féminicide. Bref, pas de quoi pavoiser.

    https://www.alternatives-economiques.fr/feminicides-ont-vraiment-baisse-de-20-2023/00109303
    #féminicides #statistiques #chiffres #France #typologie

    ping @_kg_

  • #Gaza, les hantises du #génocide

    S’il faut être prudent sur la #qualification définitive de génocide, et qu’il faut être conscients que ce terme, malgré les détournements, est avant tout juridique et non pas politique, une question doit se poser aujourd’hui : « assistons-nous à un nouveau génocide ? »

    Le 16 novembre 2023, 33 experts onusiens ont signé une déclaration appelant à une réaction internationale urgente et évoquant que « les graves violations commises par Israël contre les Palestiniens au lendemain du 7 octobre, notamment à Gaza, laissent présager un génocide en devenir ». Cette position de l’#ONU sur la question d’un génocide n’est pas inédite.

    Le 2 novembre, le rapporteur spécial sur les territoires palestiniens occupés alertait déjà sur le risque de génocide. Si le mot n’est plus tabou pour qualifier ce que subit la population de Gaza, sa #définition_juridique internationale (fixée par la #Convention_sur_le_génocide et par le #Statut_de_Rome sur la CPI) commande une certaine prudence. Malgré cela, la question d’un génocide à Gaza se pose avec gravité et acuité eu égard aux circonstances de l’offensive militaire israélienne à Gaza.

    La notion de génocide est une #catégorie_juridique complexe qui a évolué au fil du temps pour devenir l’un des #crimes les plus graves de nos ordres juridiques. Il est imprescriptible et plusieurs États se reconnaissent une compétence universelle pour instruire et juger de tels agissements.

    Ce concept a, évidemment, des origines historiques importantes. En combinant les mots grec « genos » (peuple) et latin « cide » (tuer), le juriste polonais #Raphael_Lemkin en 1944 a voulu décrire et caractériser les atrocités commises pendant la Seconde guerre mondiale, en particulier l’Holocauste, qui a vu l’extermination systématique de millions de Juifs par le régime nazi. #Lemkin a plaidé pour la reconnaissance légale de ces crimes et a joué un rôle clé dans l’élaboration de la Convention pour la prévention et la répression du crime de génocide, adoptée par les Nations Unies en 1948.

    Cette Convention, communément appelée la « Convention sur le génocide », est l’instrument juridique principal qui définit le génocide dans le #droit ^_international en définissant en son article 2 le génocide comme : « Tout acte commis dans l’intention de détruire, en tout ou en partie, un groupe national, ethnique, racial ou religieux, en tant que tel. ».

    De cette définition ressortent plusieurs éléments clefs : la question des actes commis, du groupe spécifiquement visé et celui de l’#intention_génocidaire. Au regard des destructions, des bombardements nourris et aveugles notamment sur des camps de réfugiés, sur des écoles gérées par l’ONU servant d’abris aux civils, sur les routes censées être sûres pour permettre aux populations civiles de fuir, mais aussi de ce ratio calculé par des observateurs selon lesquels pour un membre du Hamas tué il y aurait 10 civils massacrés, il apparaît que les premiers critères de la définition sont potentiellement remplis.

    Reste la question décisive de l’intention génocidaire. Celle-ci suppose l’identification de textes, d’ordres, d’actes et de pratiques… En l’état, une série de déclarations d’officiels israéliens interpellent tant elles traduisent une déshumanisation des Palestiniens. Le 19 novembre, point d’orgue d’une fuite en avant en termes de déclarations, l’ancien général et dirigeant du Conseil de Sécurité National israélien, #Giora_Eiland, a publié une tribune dans laquelle il appelle à massacrer davantage les civils à Gaza pour faciliter la victoire d’Israël.

    Avant cela et suite à l’attaque du 7 octobre, le ministre israélien de la Défense, #Yoav_Galant, avait déclaré : « Nous imposons un siège complet à Gaza. Pas d’électricité, pas d’eau, pas de gaz, tout est fermé […] Nous combattons des #animaux_humains et nous agissons en conséquence ».

    Dans une logique similaire, le Premier ministre #Benjamin_Netanyahu a opposé « le peuple des lumières » à celui « des ténèbres », une dichotomie bien connue dans la rhétorique génocidaire. Récemment, le ministre israélien du patrimoine a déclaré : « Le nord de Gaza est plus beau que jamais. Nous bombardons et aplatissons tout (....) au lendemain de la guerre, nous devrions donner des terres de Gaza aux soldats et aux expulsés de Gush Katif ».

    Enfin, en direct à la radio, le même #Amichay_Eliyahu a déclaré qu’il n’était pas entièrement satisfait de l’ampleur des représailles israéliennes et que le largage d’une bombe nucléaire « sur toute la #bande_de_Gaza, la raser et tuer tout le monde » était « une option ». Depuis, il a été suspendu, mais sans être démis de ses fonctions …

    Au-delà de ces déclarations politiques, il faut apprécier la nature des actes commis. Si un « plan » génocidaire en tant que tel n’est pas exigé pour qualifier de génocidaire, une certaine #organisation et ‎une #préparation demeurent nécessaires. Une politique de #colonisation par exemple, le harcèlement criminel quotidien, la #détention_arbitraire de Palestiniens, y compris mineurs, peuvent laisser entendre la mise en place de ce mécanisme.

    La Cour pénale internationale a d’ailleurs déjà ouvert des enquêtes sur ces faits-là avec des investigations qui ne progressent cependant pas notamment car Israël conteste à la Cour – dont il n’est pas membre – toute compétence. Actuellement, les pénuries impactant notamment des hôpitaux, le refus ou la limitation de l’accès de l’aide humanitaire et évidemment les #bombardements_indiscriminés, sont autant d’éléments susceptibles de matérialiser une intention génocidaire.

    Un positionnement politique pour une caractérisation juridique

    Le silence de nombreux pays est assourdissant face à la situation à Gaza. Il suffit de lire le communiqué du Quai d’Orsay sur le bombardement du camp de réfugiés Jabaliya : « La France est profondément inquiète du très lourd bilan pour les populations civiles palestiniennes des frappes israéliennes contre le camp de Jabaliya et exprime sa compassion à l’égard des victimes ».

    Aucune condamnation et, évidemment, aucune mention de la notion de génocide ni même de #crimes_de_guerre ou de #crime_contre_l’Humanité. Cela s’explique en partie par le fait que la reconnaissance du génocide a d’importantes implications juridiques. Les États signataires de la Convention sur le génocide sont tenus de prévenir et de réprimer le génocide sur leur territoire, ainsi que de coopérer entre Etats ainsi qu’avec la Cour pénale internationale pour poursuivre et punir les auteurs présumés de génocide.

    Ainsi, si un État reconnaît la volonté génocidaire d’Israël, il serait de son devoir d’intervenir pour empêcher le massacre. À défaut d’appel à un #cessez-le-feu, le rappel au respect du droit international et l’exigence de « pauses humanitaires » voire un cessez-le-feu par les Etats-Unis ou la France peuvent aussi s’interpréter comme une prévention contre une éventuelle accusation de complicité…

    S’il faut être prudent sur la qualification définitive de génocide, et qu’il faut être conscients que ce terme, malgré les détournements, est avant tout juridique et non pas politique, une question doit se poser aujourd’hui, « assistons-nous à un nouveau génocide ? » et si la réponse est « peut-être », alors il est du devoir des États signataires de la Convention de prévention des génocides de tout faire pour empêcher que le pire advienne.

    https://blogs.mediapart.fr/collectif-chronik/blog/221123/gaza-les-hantises-du-genocide
    #mots #vocabulaire #terminologie #Israël #7_octobre_2023

  • MobiDic

    MobiDic est un projet de publication en ligne d’un Dictionnaire critique des mobilités. Il est élaboré dans le cadre de la transversalité « Mobilités et territoires : vers une approche relationnelle de l’espace » portée par l’UMR 8504 Géographie-cités.
    L’objectif de MobiDic est de fournir un outil en ligne pour rendre compte des usages des mots et des notions relatifs à la thématique de la mobilité, dans les controverses et les débats qui animent ces usages.

    Au-delà de textes définitionnels, le dictionnaire présentera un aperçu réflexif des concepts, catégories et approches méthodologiques majeures dans l’étude des mobilités. L’ambition, à moyen terme, est de sortir des présentations linéaires pour donner une dimension très relationnelle à la présentation de ce dictionnaire en ligne.

    https://mobidic.cnrs.fr
    #ressources_pédagogiques #mots #terminologie #concepts #définition #mobilité

  • Comparez la définition de la page en français versus la page en anglais.

    Terrorisme d’État — Wikipédia
    https://fr.wikipedia.org/wiki/Terrorisme_d%27%C3%89tat

    Le terrorisme d’État consiste en l’exercice de la terreur par un État sur sa propre population comme méthode de gouvernement.

    State terrorism - Wikipedia
    https://en.wikipedia.org/wiki/State_terrorism

    State terrorism refers to acts of terrorism which a state conducts against another state or against its own citizens.

  • Moore Perspective: Studying Romans and Galatians: An Introduction (Part 1 of 2)
    http://kmooreperspective.blogspot.com/2023/09/studying-romans-and-galatians.html

    Judaizers were Jewish converts to Christianity who held on to tenets of the Jewish religion and tried to bind them on non-Jewish Christians as conditions of salvation and fellowship (cf. Acts 15:1-5, 24; 2 Cor. 10–13; Gal. 1:7; 2:4-5, 11-16; 3:1; 4:17; 5:7-12; 6:12-13; Phil. 3:1-11).

    A good definition.

    #definitions #Judaizers #Christianity #Bible

  • #PAUVRETÉ : “IL Y A LARGEMENT ASSEZ DE RICHESSES POUR TOUT LE MONDE”

    Les pauvres sont paresseux, ils ne savent pas gérer leur argent, et ils méritent la situation qui est la leur. Voici quelques clichés sur la pauvreté que l’économiste #Esther_Duflo démonte depuis des années, au travers de son vaste travail sur la pauvreté.
    A l’heure où les #inégalités explosent, qu’une poignée de privilégiés détiennent un niveau de richesses toujours plus important, et ce alors qu’ils sont ceux qui polluent le plus, comment réduire ce fossé, comment lutter contre la pauvreté et offrir des conditions de vie dignes à toutes et à tous ?
    Comment les économistes peuvent-ils impacter les prises de décision des dirigeants politiques, comment lutter contre les #clichés sur les pauvres ? Esther Duflo répond à toutes ces questions au micro de Salomé Saqué.

    0:00 : Introduction
    1:36 : La pauvreté expliquée aux enfants
    8:09 : #Définition de la pauvreté
    9:29 : Pauvreté et #universalité
    12:35 : Le bond en arrière de la pauvreté
    14:13 : L’#extrême_pauvreté
    16:35 : Comment répartir les richesses ?
    20:42 : Un #impôt_international sur les #grandes_fortunes ?
    27:07 : Pauvreté : quel est le #discours_politique ?
    34:38 : Faut-il distribuer de l’argent aux pauvres ?
    36:34 : L’impact de l’#économie sur la #politique
    44:46 : Que peut-on faire en tant que citoyen ?

    https://www.youtube.com/watch?v=H7syPQvbHOU


    #richesse #idées-reçues #répartition_des_richesses #préjugés #interview #vidéo

  • Comment la #France verrouille son #passé_colonial

    La polémique en France sur la notion de #crime_contre_l'humanité du temps de la #colonisation rappelle les vifs débats causés dans ce même pays il y a plus de dix ans par l’adoption de la loi du 23 février 2005 qui ne retenait que le « rôle positif de la présence française outre-mer ». L’« #affaire_Macron » met en exergue le profond malaise lié au passé colonial de la France, souligne la professeure de droit Sévane Garibian.

    Quoi que l’on pense des propos récents d’#Emmanuel_Macron sur la #colonisation_française, il est utile d’observer leurs effets en recourant à une temporalité plus longue, dépassant le court terme médiatico-politique. La #polémique née il y a quelques jours en France rappelle, en symétrie inversée, les vifs débats causés dans ce même pays il y a plus de dix ans par l’adoption de la loi du 23 février 2005 qui ne retenait que le « #rôle_positif de la présence française outre-mer ». La disposition litigieuse (finalement abrogée par décret en 2006), tout comme les rebondissements et double discours dans ladite « affaire Macron », auront eu pour mérite de mettre en acte le profond #malaise lié au passé colonial de la France.

    Ce trouble s’est régulièrement nourri de résistances dont nous trouvons de multiples traces dans le champ du #droit, grand absent des commentaires de ces derniers jours. Abordons donc cette polémique de biais : par ce qu’elle ne dit pas, par ce qu’elle occulte. Rappelons ainsi que la Cour de cassation française eut l’occasion de produire une jurisprudence relative aux #crimes commis en #Algérie (#affaires_Lakhdar-Toumi_et_Yacoub, 1988) ainsi qu’en #Indochine (#affaire_Boudarel, 1993). Une #jurisprudence méconnue, ou tombée dans l’oubli, qui soulevait pourtant directement la question de la qualification ou non de crime contre l’humanité pour ces actes.

    Les précédents

    Plusieurs historiens ont pu souligner dernièrement la distinction entre les usages juridiques, historiques et moraux du concept de crime contre l’humanité, tout en rappelant que ce dernier ne peut se trouver, aujourd’hui en France, au cœur de #poursuites_pénales visant les #crimes_coloniaux. Quelle est donc l’histoire du droit menant à un tel constat ? Afin de mieux comprendre ce dont il s’agit, il est possible d’ajouter deux distinctions à la première.

    D’abord, une distinction entre le problème de la #qualification de crime contre l’humanité (qui renvoie à la question complexe de la #définition de ce crime en #droit_français), et celui de l’#amnistie prévue, pour les crimes visés, par des lois de 1966 et 1968. Ces deux points fondent les justifications discutables du refus de poursuivre par la #Cour_de_cassation dans les affaires précitées ; mais seul le premier constituait déjà le réel enjeu. En l’état du droit, et contrairement à ce qu’affirmaient alors les juges de cassation, la qualification de crime contre l’humanité aurait en effet pu permettre, au-delà du symbole, de constater une #imprescriptibilité (inexistante en France pour les crimes de guerre) défiant l’amnistie.

    Plus tard, la Cour de cassation admettra d’ailleurs en creux le caractère « inamnistiable » des crimes contre l’humanité, non reconnus en l’espèce, dans l’affaire de la manifestation du 17 octobre 1961, en 2000, puis dans l’#affaire_Aussaresses en 2003 – toutes deux en relation avec les « évènements d’Algérie ». Entre les deux, elle confirmera dans l’#affaire_Ely_Ould_Dah (2002) la poursuite, en France, d’un officier de l’armée mauritanienne pour des faits de #torture et des actes de #barbarie amnistiés dans son propre pays : il semble manifestement plus aisé d’adopter une attitude claire et exigeante à l’encontre de lois d’amnistie étrangères.

    Volonté de verrouillage

    En outre, et c’est là que se niche la seconde distinction, une analyse plus poussée du raisonnement de la Cour dans les affaires Lakhdar-Toumi, Yacoub et Boudarel met en lumière une volonté des juges de verrouiller toute possibilité de traitement des crimes coloniaux. Il importe donc de distinguer ici les questions de droit et les politiques juridiques qui sont à l’œuvre. L’historienne Sylvie Thénault écrivait récemment que « toute #définition_juridique est le résultat d’une construction par des juristes et d’une évolution de la jurisprudence » (Le Monde du 16 février). Or il n’existait à l’époque des affaires précitées que des définitions jurisprudentielles, plus (#affaire_Barbie) ou moins (#affaire_Touvier) larges du crime contre l’humanité en France, lequel ne fera son apparition dans le Code pénal qu’en 1994.

    A y regarder de plus près, on comprend que les juges de cassation rejettent la qualification de crime contre l’humanité pour les crimes coloniaux à plusieurs reprises, en choisissant de s’appuyer exclusivement sur la #jurisprudence_Touvier. Celle-ci limite, à l’inverse de la #jurisprudence_Barbie, la définition du crime contre l’humanité aux crimes nazis commis « pour le compte d’un pays européen de l’Axe ». Si la jurisprudence Touvier permit en son temps d’esquiver habilement le problème de la #responsabilité de la France de Vichy, elle bloquera aussi, par ricochet, toute possibilité de répression des crimes perpétrés par des Français pour le compte de la France, jusqu’en 1994.

    Le verrouillage est efficace. Et le #refoulement créé par cette configuration juridique, souvent ignorée, est à la mesure du trouble que suscitent encore aujourd’hui les faits historiques survenus dans le contexte de la #décolonisation. Plus généralement, l’ensemble illustre les multiples formes d’usages politiques de l’histoire, comme du droit.

    https://www.letemps.ch/opinions/france-verrouille-passe-colonial

    ping @cede @karine4

    • Pour connaitre un peu wikipédia je ne nie pas que des contributeurices puissent etre transphobe. Il y a par contre une opposition total entre les croyances transactivistes et ce qu’est un travail encyclopédique.

      Qu’une encyclopédie mentionne le nom de naissance des personnes atteintes de dysphorie ne me semble pas etre un acte de discrimination. Qu’une encyclopédie demande des sources et documents pour affirmer une chose n’est pas non plus une brimade infligée aux trans. Qu’une encyclopédie ne se fie pas au seul ressenti des individus pour établir ses articles me semble etre necessaire. C’est le propre des catégories d’exclure certains critères et ce n’est pas un acte de haine, les chats sont exclus de la catégorie des lapins, c’est pas de la haine anti féline pour autant. Si des croyant·es affirment que la vierge leur parle chaque matin ou qu’illes ont un esprit de femme prisonnier d’un corps d’homme c’est pas pour autant un fait, ca reste une croyance qui doit être mentionnée comme telle dans une encyclopédie.

      Pour ce qui est des intersexes leurs problématiques n’ont rien en commun avec celles des trans et non binaires, beaucoup d’entre elleux se plaignent d’etre instrumentalisé·es par les transactivistes. Les intersexes sont assigné·es à la naissances mais pas les trans ni les non binaire, ni les gender fluide, gender neutres, agender, xénogender... chez qui on ne fait qu’observer le sexe de naissance, ce qui n’est pas une assignation.
      Ici le témoignage d’une personne intersexe qui affiche son opposition à l’idéologie transactiviste libérale.
      https://www.youtube.com/watch?v=hNpW6QGYQso

      Les transactivistes s’attaquent aux encyclopédies puisqu’illes refusent toute forme de définition collective, et préfèrent une autodéfinition du reel par le ressenti individuel.

      Ainsi que Butler le souligne, la critique des catégories et des politiques identitaires et leur contestation n’impliquent pas, comme c’est le cas pour les notions de catégorie femmes, de sujet et de plusieurs autres, la répudiation totale de ces dernières[25]. Il suffit plutôt de faire une utilisation critique et prudente de ces catégories et de ces politiques, en les laissant ouvertes aux changements, aux redéfinitions, à l’inclusion de nouvelles ou de nouveaux membres , etc. (Butler 2001a : 147 ; 2005b ; 2006 : 52-53). Voici comment Butler exprime sa thèse concernant la catégorie « lesbienne » (2001a : 143-144) :

      Je ne suis pas à l’aise avec les « théories lesbiennes » et les « théories gay », car […] les catégories identitaires tendent à servir d’instruments aux régimes de contrôle, soit comme catégories normalisantes des structures d’oppression, soit comme points de ralliement pour la contestation libératoire de cette oppression même. Je ne suis pas en train de dire qu’en quelque occasion politique, je refuserai de défiler sous la bannière lesbienne, mais j’aimerais que la signification de cette bannière ne soit jamais ni trop claire ni trop précise.

      https://www.erudit.org/fr/revues/rf/2007-v20-n2-rf2109/017606ar

      Si on laisse les catégories ouvertes aux redéfinitions constantes et à l’inclusion de tous nouvelleaux membres qui en exprime le désir, alors plus aucun travail de définition ni de catégorisation ni d’encyclopédie, n’est possible. Si les « bannières » ne doivent etre ni claires ni précises les encyclopédies sont à mettre au feu et c’est tout naturellement que ces idéologues s’attaquent à wikipédia.

      #transactivisme #identitaires #liberalisme #sexisme #discrimination #définition #wikipédia #identité

    • En l’absence d’exemples, le texte de l’Obs est assez difficile à suivre. Alors prenons l’exemple de la fiche de Chelsea Manning :
      https://en.wikipedia.org/wiki/Chelsea_Manning

      Si je lis le texte de l’Obs, il me semble que je devrais admettre que cette fiche est transphobe (son ancienne identité est « dévoilée », il y a des photos d’elle avant sa transition…). Alors qu’il semble tout de même que, dans la logique exposée par Mad Meg, ce qui est reproché (ce qu’on trouve donc dans cette fiche en particulier) relève du travail de documentation normal de l’encyclopédie.

      En ajoutant aussi le fait que l’encyclopédie n’est censée documenter que des personnalités publiques ayant une certaine notoriété, pas d’outer des personnes transgenres dont l’histoire ne serait pas déjà connue. Si on gomme l’identité passée Chelsea Manning, on se condamne à ne plus pouvoir comprendre les archives des journaux ; or c’est bien à cela que sert l’encyclopédie.

    • Clap Clap Clap 👏
      (j’ajoute néanmoins pour relativiser mon intervention que je ne suis pas équipé pour réfléchir au transactivisme ; je pourrais dire la même chose si on me demandait de réfléchir à la théorie de la relativité afin de donner le change à Einstein car oui, je ne suis pas au niveau pour discuter avec des théoriciens de la transidentité, ces gens sont dans des sphères inatteignables par le commun, et le commun ne peut que rester coi, pour sûr).

    • Merci Meg. Mais je ne comprends pas bien en quoi ces deux pages correspondent aux accusations de la tribune de l’Obs : une part des critiques concerne clairement les articles publics (mégenre, photos avant transition, rappel de l’identité avant transition…), et pour ce qui est de « harcèlement », qui là relèverait des échanges dans les espaces de discussion, ça n’est pas clair non plus dans ces deux pages. Ou alors, il faut considérer que les gens qui contredisent leurs interlocuteur·ices trans sont transphobes, et avec ce genre de tribune qui ne donnent pas d’exemple concret, c’est une tendance qu’on sent poindre rapidement (et ce serait ce que tu veux me dire avec ces deux liens : ce qui suscite cette tribune, c’est d’abord que les transactivistes sont contredit·es dans les forums de Wikipédia).

      Sinon, j’avais particulièrement tiqué sur ce passage :

      La société contemporaine à tradition coloniale semble se rendre compte de notre existence depuis peu alors que nous avons toujours existé à travers le monde. Avant d’être envahies, décimées ou réduites en esclavage, nombre de cultures pré-coloniales comptaient en leur sein des sujets trans et non binaires dont la plupart avaient un rôle social voire spirituel, ce qui reste le cas dans certaines cultures (10).

      Wikipédia étant un média attaché à un système de sources écrites et mainstream, sa vision élitiste et blanche ne rend pas justice aux cultures à tradition orale.

      C’est pratique, ça, de dénoncer une encyclopédie, au motif qu’elle repose sur « un système de sources écrites et mainstream », et donc « élitiste et blanche ».

    • @biggrizzly on sent bien que tu n’as pas envie d’en parler ! ^^

      @arno J’ai mis ces articles pour montrer des exemples de discutions sur des sujets potentiellement polémiques. C’est pas « le bistrot » dont parle l’article mais je vais aller voire.
      Et sans nier que les transactivistes subissent du harcelement sur wikipédia, je pense qu’il y a une part d’opportunisme de mauvaise foie dans leurs déclarations. Le fait de ne pas donner d’exemples précis ni liens pour en juger ne me donne pas une bonne impression.

    • J’ai parfois essayé de discuter avec des personnes bourrées, et ça a souvent été décevant. L’incommunicabilité, c’est un truc qui me met terriblement mal à l’aise. Les discussions sur la transidentité, ça me fait pareil. A partir du moment où un des interlocuteurs peut décider de changer le sens des mots quand cela LUI chante... je décroche. Je ne suis pas de taille. Je le laisse avec LUI même.

    • Pour le deadname c’est assez proche de la question du pseudonymat. Quand la personne a eu une vie médiatique sous plusieurs pseudonymes ou plusieurs noms ca peut etre utile de le mentionné mais la plus part du temps c’est le nom d’usage qui doit être utiliser. En lisant le forum je trouve les propositions de discuter au cas par cas plus judicieuses.

  • #Wokisme

    Une #définition proposée par #Mame-Fatou_Niang.

    Wokisme est un #néologisme dérivé de l’anglais #woke, éveillé. En France, il désigne des courants progressistes supposément importés des USA, et qui auraient comme point commun de remettre en question les valeurs de notre République, voire de chercher à la détruire.

    Woke a une histoire étasunienne révélée au monde en 2013 par BLM (Les Vies Noires comptent). Mais avant BLM, ce mot traverse la culture afro-américaine et accompagne des décennies de mobilisations pour les Droits civiques, ainsi qu’une demande à la société de s’éveiller à ses inégalités.

    L’inversion de valeurs qui consiste à diaboliser l’éveil aux inégalités sociales sert justement à entretenir les régimes de pouvoir qui continuent de prospérer grâce à elles.

    Que faire face à ces inversions ?

    Il faut résister à ces écrans de fumée et continuer d’ancrer ces interrogations dans leur terreau français. C’est la condition pour une réalisation pleine de l’hospitalité républicaine et des promesses de liberté, d’égalité et de fraternité.

    https://blogs.mediapart.fr/abecedaire-des-savoirs-critiques/blog/140422/wokisme

    –-

    ajouté à cette métaliste :
    https://seenthis.net/messages/943271

    et plus précisément ici :

  • Batailles de la #faim

    La faim est un phénomène construit, inhérent aux sociétés humaines, quels que soient le niveau de #ressources disponibles, les #régimes_politiques ou de #gouvernance. Les relations entre faim et #politique sont étroites : la faim cristallise des #rapports_de_force et de pouvoir, donnant lieu à des batailles plurielles, tant matérielles que symboliques. Dans ce numéro, les textes soulignent les expériences vécues, les pratiques et les normes des acteurs, individuels, collectifs et institutionnels, et leurs multiples conflits et intérêts en jeu. Le double prisme politique et empirique retenu ici apparaît généralement comme un angle mort, voire un impensé, pour de nombreuses institutions (appareils d’État, acteurs de l’aide et du développement, etc.), qui déclinent la lutte contre la faim en objectifs normés, selon un processus souvent présenté comme consensuel. Or, la nature des pouvoirs et des visions antagoniques de la faim contredit les lectures technocratiques : les batailles naissent et se cristallisent du fait de #rapports_de_domination, de logiques et d’intérêts opposables. Le dossier aborde ainsi les controverses autour de la #définition et de la délimitation de la faim ; la faim comme source de revendication de #droits et de ressources, ou comme outil de #protestation et d’#actions_collectives ; l’utilisation de la faim à des fins de #contrôle_social et politique des populations. Ce faisant, nous espérons apporter des connaissances et des pistes de réflexion qui contribueront à faire de la faim un #problème_public et de l’#alimentation un #bien_commun.

    https://journals.openedition.org/traces/12520

    #revue #famine

  • Les métiers du jeu vidéo en 2021 : Level designer
    https://www.afjv.com/news/10698_metiers-jeu-video-2021-level-designer.htm

    Le Level Designer (concepteur de niveau en français) conçoit les différents niveaux qui composeront le jeu vidéo en suivant un cahier des charges établi par le Game Designer (le concepteur du jeu). D’abord sur papier, puis par ordinateur, il détermine l’intensité de la difficulté qui participera grandement au plaisir de jouer et à la structure du jeu. Il imagine la position des objets, des personnages et le séquencement de l’action niveau après niveau.

    #jeu_vidéo #jeux_vidéo #game_designer #métier #découverte #définition #développement_informatique #nicolas_tézé #isart_digital

  • La nouvelle #définition du #rural encore perfectible, estime le chercheur Olivier Bouba-Olga
    https://www.banquedesterritoires.fr/la-nouvelle-definition-du-rural-encore-perfectible-estime-le-ch

    Définir le rural en plein et non plus en creux ? C’est ce à quoi s’emploie l’#Insee dans sa dernière édition de « La France et ses territoires » parue le 29 avril 2021 (voir notre article du 29 avril 2021), conformément à l’une des mesures de l’Agenda rural de 2019. Jusque-là, définir le rural revenait simplement à identifier ce qui n’était pas urbain. Ainsi, l’Insee définissait les communes rurales comme étant celles qui n’appartenaient pas à une unité urbaine (c’est-à-dire des regroupements de plus de 2.000 habitants dans un espace présentant une certaine continuité du bâti). Pour mettre fin à cette approche « en creux », un groupe de travail associant des personnalités d’horizons divers (statisticiens publics, associations d’élus, universitaires) a planché sur le sujet. À l’issue de leurs travaux, il a été décidé de définir les communes rurales à partir de la grille de densité : sont ainsi considérées comme rurales toutes les communes peu denses ou très peu denses. Cette nouvelle définition, validée lors du comité interministériel des #ruralités du 14 novembre 2020, permet de mettre en exergue une population rurale bien plus importante que ce qui était considéré auparavant. « Les territoires ruraux désignent désormais l’ensemble des communes peu denses ou très peu denses d’après la grille communale de densité, détaille ainsi l’Insee. Ils réunissent 88% des communes en France et 33% de la population en 2017. » En effet, avec cette nouvelle définition, le poids du rural en France est largement réévalué. Le « rural » passe de 4,5% de la population (si l’on retient comme zonage celui en aires urbaines, et que l’on considère que le rural correspond aux communes isolées hors influence des pôles), à 32,8% si l’on retient comme critère les communes très peu denses et peu denses. Le nombre de ruraux passe ainsi en nombre absolu, selon les données du recensement millésime 2017, d’environ 3 millions à près de 22 millions de personnes !

    Insee, La France et ses territoires 2021, https://www.insee.fr/fr/statistiques/5040030

    Olivier Bouba-Olga, Qu’est-ce que le « rural » ? Analyse des nouveaux zonages, https://territoires.nouvelle-aquitaine.fr/sites/default/files/2021-03/note_d%C3%A9finition_rural.pdf

    Étude de l’#ANCT : Les fonctions de centralité d’équipements et de services dans les dynamiques territoriales https://agence-cohesion-territoires.gouv.fr/sites/default/files/2020-11/0233_ANCT-etude_petite%20centralit%C3%A9_HD_sans_tr

  • #Intersectionnalité : une #introduction (par #Eric_Fassin)

    Aujourd’hui, dans l’espace médiatico-politique, on attaque beaucoup l’intersectionnalité. Une fiche de poste a même été dépubliée sur le site du Ministère pour purger toute référence intersectionnelle. Dans le Manuel Indocile de Sciences Sociales (Copernic / La Découverte, 2019), avec Mara Viveros, nous avons publié une introduction à ce champ d’études. Pour ne pas laisser raconter n’importe quoi.

    « Les féministes intersectionnelles, en rupture avec l’universalisme, revendiquent de ne pas se limiter à la lutte contre le sexisme. »

    Marianne, « L’offensive des obsédés de la race, du sexe, du genre, de l’identité », 12 au 18 avril 2019

    Une médiatisation ambiguë

    En France, l’intersectionnalité vient d’entrer dans les magazines. Dans Le Point, L’Obs ou Marianne, on rencontre non seulement l’idée, mais aussi le mot, et même des références savantes. Les lesbiennes noires auraient-elles pris le pouvoir, jusque dans les rédactions ? En réalité si les médias en parlent, c’est surtout pour dénoncer la montée en puissance, dans l’université et plus largement dans la société, d’un féminisme dit « intersectionnel », accusé d’importer le « communautarisme à l’américaine ». On assiste en effet au recyclage des articles du début des années 1990 contre le « politiquement correct » : « On ne peut plus rien dire ! » C’est le monde à l’envers, paraît-il : l’homme blanc hétérosexuel subirait désormais la « tyrannie des minorités ».

    Faut-il le préciser ? Ce fantasme victimaire est démenti par l’expérience quotidienne. Pour se « rassurer », il n’y a qu’à regarder qui détient le pouvoir dans les médias et l’université, mais aussi dans l’économie ou la politique : les dominants d’hier ne sont pas les dominés d’aujourd’hui, et l’ordre ancien a encore de beaux jours devant lui. On fera plutôt l’hypothèse que cette réaction parfois virulente est le symptôme d’une inquiétude après la prise de conscience féministe de #MeToo, et les révélations sur le harcèlement sexiste, homophobe et raciste de la « Ligue du Lol » dans le petit monde des médias, et alors que les minorités raciales commencent (enfin) à se faire entendre dans l’espace public.

    Il en va des attaques actuelles contre l’intersectionnalité comme des campagnes contre la (supposée) « théorie du genre » au début des années 2010. La médiatisation assure une forme de publicité à un lexique qui, dès lors, n’est plus confiné à l’univers de la recherche. La polémique a ainsi fait entrevoir les analyses intersectionnelles à un public plus large, qu’articles et émissions se bousculent désormais pour informer… ou le plus souvent mettre en garde. Il n’empêche : même les tribunes indignées qui livrent des noms ou les dossiers scandalisés qui dressent des listes contribuent, à rebours de leurs intentions, à établir des bibliographies et à populariser des programmes universitaires. En retour, le milieu des sciences sociales lui-même, en France après beaucoup d’autres pays, a fini par s’intéresser à l’intersectionnalité – et pas seulement pour s’en inquiéter : ce concept voyageur est une invitation à reconnaître, avec la pluralité des logiques de domination, la complexité du monde social.

    Circulations internationales

    On parle d’intersectionnalité un peu partout dans le monde – non seulement en Amérique du Nord et en Europe, mais aussi en Amérique latine, en Afrique du Sud ou en Inde. Il est vrai que le mot vient des États-Unis : c’est #Kimberlé_Crenshaw qui l’utilise d’abord dans deux articles publiés dans des revues de droit au tournant des années 1990. Toutefois, la chose, c’est-à-dire la prise en compte des dominations multiples, n’a pas attendu le mot. Et il est vrai aussi que cette juriste afro-américaine s’inscrit dans la lignée d’un « #féminisme_noir » états-unien, qui dans les années 1980 met l’accent sur les aveuglements croisés du mouvement des droits civiques (au #genre) et du mouvement des femmes (à la #race).

    Cependant, ces questions sont parallèlement soulevées, à la frontière entre l’anglais et l’espagnol, par des féministes « #chicanas » (comme #Cherríe_Moraga et #Gloria_Anzaldúa), dans une subculture que nourrit l’immigration mexicaine aux États-Unis ou même, dès les années 1960, au Brésil, au sein du Parti communiste ; des féministes brésiliennes (telles #Thereza_Santos, #Lélia_Gonzalez et #Sueli_Carneiro) développent aussi leurs analyses sur la triade « race-classe-genre ». Bref, la démarche intersectionnelle n’a pas attendu le mot intersectionnalité ; elle n’a pas une origine exclusivement états-unienne ; et nulle n’en a le monopole : ce n’est pas une « marque déposée ». Il faut donc toujours comprendre l’intersectionnalité en fonction des lieux et des moments où elle résonne.

    En #France, c’est au milieu des années 2000 qu’on commence à parler d’intersectionnalité ; et c’est d’abord au sein des #études_de_genre. Pourquoi ? Un premier contexte, c’est la visibilité nouvelle de la « #question_raciale » au sein même de la « #question_sociale », avec les émeutes ou révoltes urbaines de 2005 : l’analyse en termes de classe n’était manifestement plus suffisante ; on commence alors à le comprendre, pour les sciences sociales, se vouloir aveugle à la couleur dans une société qu’elle obsède revient à s’aveugler au #racisme. Un second contexte a joué un rôle plus immédiat encore : 2004, c’est la loi sur les signes religieux à l’école. La question du « #voile_islamique » divise les féministes : la frontière entre « eux » et « nous » passe désormais, en priorité, par « elles ». Autrement dit, la différence de culture (en l’occurrence religieuse) devient une question de genre. L’intersectionnalité permet de parler de ces logiques multiples. Importer le concept revient à le traduire dans un contexte différent : en France, ce n’est plus, comme aux États-Unis, l’invisibilité des #femmes_noires à l’intersection entre féminisme et droits civiques ; c’est plutôt l’hypervisibilité des #femmes_voilées, au croisement entre #antisexisme et #antiracisme.

    Circulations interdisciplinaires

    La traduction d’une langue à une autre, et d’un contexte états-unien au français, fait apparaître une deuxième différence. Kimberlé Crenshaw est juriste ; sa réflexion porte sur les outils du #droit qu’elle utilise pour lutter contre la #discrimination. Or aux États-Unis, le droit identifie des catégories « suspectes » : le sexe et la race. Dans les pratiques sociales, leur utilisation, implicite ou explicite, est soumise à un examen « strict » pour lutter contre la discrimination. Cependant, on passe inévitablement de la catégorie conceptuelle au groupe social. En effet, l’intersectionnalité s’emploie à montrer que, non seulement une femme peut être discriminée en tant que femme, et un Noir en tant que Noir, mais aussi une femme noire en tant que telle. C’est donc seulement pour autant qu’elle est supposée relever d’un groupe sexuel ou racial que le droit peut reconnaître une personne victime d’un traitement discriminatoire en raison de son sexe ou de sa race. Toutefois, dans son principe, cette démarche juridique n’a rien d’identitaire : comme toujours pour les discriminations, le point de départ, c’est le traitement subi. Il serait donc absurde de reprendre ici les clichés français sur le « communautarisme américain » : l’intersectionnalité vise au contraire à lutter contre l’#assignation discriminatoire à un groupe (femmes, Noirs, ou autre).

    En France, la logique est toute différente, dès lors que l’intersectionnalité est d’abord arrivée, via les études de genre, dans le champ des sciences sociales. La conséquence de cette translation disciplinaire, c’est qu’on n’a généralement pas affaire à des groupes. La sociologie s’intéresse davantage à des propriétés, qui peuvent fonctionner comme des variables. Bien sûr, on n’oublie pas la logique antidiscriminatoire pour autant : toutes choses égales par ailleurs (en l’occurrence dans une même classe sociale), on n’a pas le même salaire selon qu’on est blanc ou pas, ou la même retraite si l’on est homme ou femme. Il n’est donc pas ou plus possible de renvoyer toutes les explications à une détermination en dernière instance : toutes les #inégalités ne sont pas solubles dans la classe. C’est évident pour les femmes, qui appartiennent à toutes les classes ; mais on l’oublie parfois pour les personnes dites « non blanches », tant elles sont surreprésentées dans les classes populaires – mais n’est-ce pas justement, pour une part, l’effet de leur origine supposée ? Bien entendu, cela ne veut pas dire, à l’inverse, que la classe serait soluble dans une autre forme de #domination. En réalité, cela signifie simplement que les logiques peuvent se combiner.

    L’intérêt scientifique (et politique) pour l’intersectionnalité est donc le signe d’une exigence de #complexité : il ne suffit pas d’analyser la classe pour en avoir fini avec les logiques de domination. C’est bien pourquoi les féministes n’ont pas attendu le concept d’intersectionnalité, ni sa traduction française, pour critiquer les explications monocausales. En France, par exemple, face au #marxisme, le #féminisme_matérialiste rejette de longue date cette logique, plus politique que scientifique, de l’« ennemi principal » (de classe), qui amène à occulter les autres formes de domination. En 1978, #Danièle_Kergoat interrogeait ainsi la neutralisation qui, effaçant l’inégalité entre les sexes, pose implicitement un signe d’égalité entre « ouvrières » et « ouvriers » : « La #sociologie_du_travail parle toujours des “#ouvriers” ou de la “#classe_ouvrière” sans faire aucune référence au #sexe des acteurs sociaux. Tout se passe comme si la place dans la production était un élément unificateur tel que faire partie de la classe ouvrière renvoyait à une série de comportements et d’attitudes relativement univoques (et cela, il faut le noter, est tout aussi vrai pour les sociologues se réclamant du #marxisme que pour les autres. »

    Or, ce n’est évidemment pas le cas. Contre cette simplification, qui a pour effet d’invisibiliser les ouvrières, la sociologue féministe ne se contente pas d’ajouter une propriété sociale, le sexe, à la classe ; elle montre plus profondément ce qu’elle appelle leur #consubstantialité. On n’est pas d’un côté « ouvrier » et de l’autre « femme » ; être une #ouvrière, ce n’est pas la même chose qu’ouvrier – et c’est aussi différent d’être une bourgeoise. On pourrait dire de même : être une femme blanche ou noire, un garçon arabe ou pas, mais encore un gay de banlieue ou de centre-ville, ce n’est vraiment pas pareil !

    Classe et race

    Dans un essai sur le poids de l’#assignation_raciale dans l’expérience sociale, le philosophe #Cornel_West a raconté combien les taxis à New York refusaient de s’arrêter pour lui : il est noir. Son costume trois-pièces n’y fait rien (ni la couleur du chauffeur, d’ailleurs) : la classe n’efface pas la race – ou pour le dire plus précisément, le #privilège_de_classe ne suffit pas à abolir le stigmate de race. Au Brésil, comme l’a montré #Lélia_Gonzalez, pour une femme noire de classe moyenne, il ne suffit pas d’être « bien habillée » et « bien élevée » : les concierges continuent de leur imposer l’entrée de service, conformément aux consignes de patrons blancs, qui n’ont d’yeux que pour elles lors du carnaval… En France, un documentaire intitulé #Trop_noire_pour_être_française part d’une même prise de conscience : la réalisatrice #Isabelle_Boni-Claverie appartient à la grande bourgeoisie ; pourtant, exposée aux discriminations, elle aussi a fini par être rattrapée par sa couleur.

    C’est tout l’intérêt d’étudier les classes moyennes (ou supérieures) de couleur. Premièrement, on voit mieux la logique propre de #racialisation, sans la rabattre aussitôt sur la classe. C’est justement parce que l’expérience de la bourgeoisie ne renvoie pas aux clichés habituels qui dissolvent les minorités dans les classes populaires. Deuxièmement, on est ainsi amené à repenser la classe : trop souvent, on réduit en effet ce concept à la réalité empirique des classes populaires – alors qu’il s’agit d’une logique théorique de #classement qui opère à tous les niveaux de la société. Troisièmement, ce sont souvent ces couches éduquées qui jouent un rôle important dans la constitution d’identités politiques minoritaires : les porte-parole ne proviennent que rarement des classes populaires, ou du moins sont plus favorisés culturellement.

    L’articulation entre classe et race se joue par exemple autour du concept de #blanchité. Le terme est récent en français : c’est la traduction de l’anglais #whiteness, soit un champ d’études constitué non pas tant autour d’un groupe social empirique (les Blancs) que d’un questionnement théorique sur une #identification (la blanchité). Il ne s’agit donc pas de réifier les catégories majoritaires (non plus, évidemment, que minoritaires) ; au contraire, les études sur la blanchité montrent bien, pour reprendre un titre célèbre, « comment les Irlandais sont devenus blancs » : c’est le rappel que la « race » ne doit rien à la #biologie, mais tout aux #rapports_de_pouvoir qu’elle cristallise dans des contextes historiques. À nouveau se pose toutefois la question : la blanchité est-elle réservée aux Blancs pauvres, condamnés à s’identifier en tant que tels faute d’autres ressources ? On parle ainsi de « #salaire_de_la_blanchité » : le #privilège de ceux qui n’en ont pas… Ou bien ne convient-il pas de l’appréhender, non seulement comme une compensation, mais aussi et surtout comme un langage de pouvoir – y compris, bien sûr, chez les dominants ?

    En particulier, si le regard « orientaliste » exotise l’autre et l’érotise en même temps, la #sexualisation n’est pas réservée aux populations noires ou arabes (en France), ou afro-américaines et hispaniques (comme aux États-Unis), bref racisées. En miroir, la #blanchité_sexuelle est une manière, pour les classes moyennes ou supérieures blanches, de s’affirmer « normales », donc de fixer la #norme, en particulier dans les projets d’#identité_nationale. Certes, depuis le monde colonial au moins, les minorités raciales sont toujours (indifféremment ou alternativement) hypo- – ou hyper- –sexualisées : pas assez ou bien trop, mais jamais comme il faut. Mais qu’en est-il des majoritaires ? Ils se contentent d’incarner la norme – soit d’ériger leurs pratiques et leurs représentations en normes ou pratiques légitimes. C’est bien pourquoi la blanchité peut être mobilisée dans des discours politiques, par exemple des chefs d’État (de la Colombie d’Álvaro Uribe aux États-Unis de Donald Trump), le plus souvent pour rappeler à l’ordre les minorités indociles. La « question sociale » n’a donc pas cédé la place à la « question raciale » ; mais la première ne peut plus servir à masquer la seconde. Au contraire, une « question » aide à repenser l’autre.

    Les #contrôles_au_faciès

    Regardons maintenant les contrôles policiers « au faciès », c’est-à-dire fondés sur l’#apparence. Une enquête quantitative du défenseur des droits, institution républicaine qui est chargée de défendre les citoyens face aux abus de l’État, a récemment démontré qu’il touche inégalement, non seulement selon les quartiers (les classes populaires), mais aussi en fonction de l’âge (les jeunes) et de l’apparence (les Arabes et les Noirs), et enfin du sexe (les garçons plus que les filles). Le résultat, c’est bien ce qu’on peut appeler « intersectionnalité ». Cependant, on voit ici que le croisement des logiques discriminatoires ne se résume pas à un cumul des handicaps : le sexe masculin fonctionne ici comme un #stigmate plutôt qu’un privilège. L’intersectionnalité est bien synonyme de complexité.

    « Les jeunes de dix-huit-vingt-cinq ans déclarent ainsi sept fois plus de contrôles que l’ensemble de la population, et les hommes perçus comme noirs ou arabes apparaissent cinq fois plus concernés par des contrôles fréquents (c’est-à-dire plus de cinq fois dans les cinq dernières années). Si l’on combine ces deux critères, 80 % des personnes correspondant au profil de “jeune homme perçu comme noir ou arabe” déclarent avoir été contrôlées dans les cinq dernières années (contre 16 % pour le reste des enquêté.e.s). Par rapport à l’ensemble de la population, et toutes choses égales par ailleurs, ces profils ont ainsi une probabilité vingt fois plus élevée que les autres d’être contrôlés. »

    Répétons-le : il n’y a rien d’identitaire dans cette démarche. D’ailleurs, la formulation du défenseur des droits dissipe toute ambiguïté : « perçus comme noirs ou arabes ». Autrement dit, c’est l’origine réelle ou supposée qui est en jeu. On peut être victime d’antisémitisme sans être juif – en raison d’un trait physique, d’un patronyme, ou même d’opinions politiques. Pour peu qu’on porte un prénom lié à l’islam, ou même qu’on ait l’air « d’origine maghrébine », musulman ou pas, on risque de subir l’#islamophobie. L’#homophobie frappe surtout les homosexuels, et plus largement les minorités sexuelles ; toutefois, un garçon réputé efféminé pourra y être confronté, quelle que soit sa sexualité.

    Et c’est d’ailleurs selon la même logique qu’en France l’État a pu justifier les contrôles au faciès. Condamné en 2015 pour « faute lourde », il a fait appel ; sans remettre en cause les faits établis, l’État explique que la législation sur les étrangers suppose de contrôler « les personnes d’#apparence_étrangère », voire « la seule population dont il apparaît qu’elle peut être étrangère ». Traiter des individus en raison de leur apparence, supposée renvoyer à une origine, à une nationalité, voire à l’irrégularité du séjour, c’est alimenter la confusion en racialisant la nationalité. On le comprend ainsi : être, c’est être perçu ; l’#identité n’existe pas indépendamment du regard des autres.

    L’exemple des contrôles au faciès est important, non seulement pour celles et ceux qui les subissent, bien sûr, mais aussi pour la société tout entière : ils contribuent à la constitution d’identités fondées sur l’expérience commune de la discrimination. Les personnes racisées sont celles dont la #subjectivité se constitue dans ces incidents à répétition, qui finissent par tracer des frontières entre les #expériences minoritaires et majoritaires. Mais l’enjeu est aussi théorique : on voit ici que l’identité n’est pas première ; elle est la conséquence de #pratiques_sociales de #racialisation – y compris de pratiques d’État. Le racisme ne se réduit pas à l’#intention : le racisme en effet est défini par ses résultats – et d’abord sur les personnes concernées, assignées à la différence par la discrimination.

    Le mot race

    Les logiques de domination sont plurielles : il y a non seulement la classe, mais aussi le sexe et la race, ainsi que l’#âge ou le #handicap. Dans leur enchevêtrement, il est à chaque fois question, non pas seulement d’#inégalités, mais aussi de la #naturalisation de ces hiérarchies marquées dans les corps. Reste que c’est surtout l’articulation du sexe ou de la classe avec la race qui est au cœur des débats actuels sur l’intersectionnalité. Et l’on retrouve ici une singularité nationale : d’après l’ONU, les deux tiers des pays incluent dans leur recensement des questions sur la race, l’#ethnicité ou l’#origine_nationale. En France, il n’en est pas question – ce qui complique l’établissement de #statistiques « ethno-raciales » utilisées dans d’autre pays pour analyser les discriminations.

    Mais il y a plus : c’est seulement en France que, pour lutter contre le racisme, on se mobilise régulièrement en vue de supprimer le mot race de la Constitution ; il n’y apparaît pourtant, depuis son préambule de 1946 rédigé en réaction au nazisme, que pour énoncer un principe antiraciste : « sans distinction de race ». C’est aujourd’hui une bataille qui divise selon qu’on se réclame d’un antiracisme dit « universaliste » ou « politique » : alors que le premier rejette le mot race, jugé indissociable du racisme, le second s’en empare comme d’une arme contre la #racialisation de la société. Ce qui se joue là, c’est la définition du racisme, selon qu’on met l’accent sur sa version idéologique (qui suppose l’intention, et passe par le mot), ou au contraire structurelle (que l’on mesure à ses effets, et qui impose de nommer la chose).

    La bataille n’est pas cantonnée au champ politique ; elle s’étend au champ scientifique. Le racisme savant parlait naguère des races (au pluriel), soit une manière de mettre la science au service d’un #ordre_racial, comme dans le monde colonial. Dans la recherche antiraciste, il est aujourd’hui question de la race (au singulier) : non pas l’inventaire des populations, sur un critère biologique ou même culturel, mais l’analyse critique d’un mécanisme social qui assigne des individus à des groupes, et ces groupes à des positions hiérarchisées en raison de leur origine, de leur apparence, de leur religion, etc. Il n’est donc pas question de revenir aux élucubrations racistes sur les Aryens ou les Sémites ; en revanche, parler de la race, c’est se donner un vocabulaire pour voir ce qu’on ne veut pas voir : la #discrimination_raciste est aussi une #assignation_raciale. S’aveugler à la race ne revient-il pas à s’aveugler au racisme ?

    Il ne faut donc pas s’y tromper : pour les sciences sociales actuelles, la race n’est pas un fait empirique ; c’est un concept qui permet de nommer le traitement inégal réservé à des individus et des groupes ainsi constitués comme différents. La réalité de la race n’est donc ni biologique ni culturelle ; elle est sociale, en ce qu’elle est définie par les effets de ces traitements, soit la racialisation de la société tout entière traversée par la logique raciale. On revient ici aux analyses classiques d’une féministe matérialiste, #Colette_Guillaumin : « C’est très exactement la réalité de la “race”. Cela n’existe pas. Cela pourtant produit des morts. [...] Non, la race n’existe pas. Si, la race existe. Non, certes, elle n’est pas ce qu’on dit qu’elle est, mais elle est néanmoins la plus tangible, réelle, brutale, des réalités. »

    Morale de l’histoire

    A-t-on raison de s’inquiéter d’un recul de l’#universalisme en France ? Les logiques identitaires sont-elles en train de gagner du terrain ? Sans nul doute : c’est bien ce qu’entraîne la racialisation de notre société. Encore ne faut-il pas confondre les causes et les effets, ni d’ailleurs le poison et l’antidote. En premier lieu, c’est l’#extrême_droite qui revendique explicitement le label identitaire : des États-Unis de Donald Trump au Brésil de Jair Bolsonaro, on assiste à la revanche de la #masculinité_blanche contre les #minorités_raciales et sexuelles. Ne nous y trompons pas : celles-ci sont donc les victimes, et non pas les coupables, de ce retour de bâton (ou backlash) qui vise à les remettre à leur place (dominée).

    Deuxièmement, la #ségrégation_raciale que l’on peut aisément constater dans l’espace en prenant les transports en commun entre Paris et ses banlieues n’est pas le résultat d’un #communautarisme minoritaire. Pour le comprendre, il convient au contraire de prendre en compte un double phénomène : d’une part, la logique sociale que décrit l’expression #White_flight (les Blancs qui désertent les quartiers où sont reléguées les minorités raciales, anticipant sur la ségrégation que leurs choix individuels accélèrent…) ; d’autre part, les #politiques_publiques de la ville dont le terme #apartheid résume le résultat. Le #multiculturalisme_d’Etat, en Colombie, dessinerait une tout autre logique : les politiques publiques visent explicitement des identités culturelles au nom de la « #diversité », dont les mouvements sociaux peuvent s’emparer.

    Troisièmement, se battre pour l’#égalité, et donc contre les discriminations, ce n’est pas renoncer à l’universalisme ; bien au contraire, c’est rejeter le #communautarisme_majoritaire. L’intersectionnalité n’est donc pas responsable au premier chef d’une #fragmentation_identitaire – pas davantage qu’une sociologie qui analyse les inégalités socio-économiques n’est la cause première de la lutte des classes. Pour les #sciences_sociales, c’est simplement se donner les outils nécessaires pour comprendre un monde traversé d’#inégalités multiples.

    Quatrièmement, ce sont les #discours_publics qui opposent d’ordinaire la classe à la race (ou les ouvriers, présumés blancs, aux minorités raciales, comme si celles-ci n’appartenaient pas le plus souvent aux classes populaires), ou encore, comme l’avait bien montré #Christine_Delphy, l’#antisexisme à l’antiracisme (comme si les femmes de couleur n’étaient pas concernées par les deux). L’expérience de l’intersectionnalité, c’est au contraire, pour chaque personne, quels que soient son sexe, sa classe et sa couleur de peau, l’imbrication de propriétés qui finissent par définir, en effet, des #identités_complexes (plutôt que fragmentées) ; et c’est cela que les sciences sociales s’emploient aujourd’hui à appréhender.

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    Ce texte écrit avec #Mara_Viveros_Vigoya, et publié en 2019 dans le Manuel indocile de sciences sociales (Fondation Copernic / La Découverte), peut être téléchargé ici : https://static.mediapart.fr/files/2021/03/07/manuel-indocile-intersectionnalite.pdf

    À lire :

    Kimberlé Crenshaw, « Cartographies des marges : intersectionnalité, politique de l’identité et violences contre les femmes de couleur » Cahiers du Genre, n° 39, février 2005, p. 51-82

    Défenseur des droits, Enquête sur l’accès aux droits, Relations police – population : le cas des contrôles d’identité, vol. 1, janvier 2017

    Christine Delphy, « Antisexisme ou antiracisme ? Un faux dilemme », Nouvelles Questions Féministes, vol. 25, janvier 2006, p. 59-83

    Elsa Dorlin, La Matrice de la race. Généalogie sexuelle et coloniale de la nation française, La Découverte, Paris, 2006

    Elsa Dorlin, Sexe, race, classe. Pour une épistémologie de la domination, Presses universitaires de France, Paris, 2009

    Didier Fassin et Éric Fassin (dir.), De la question sociale à la question raciale ? Représenter la société française, La Découverte, Paris, 2009 [première édition : 2006]

    Éric Fassin (dir.), « Les langages de l’intersectionnalité », Raisons politiques, n° 58, mai 2015

    Éric Fassin, « Le mot race – 1. Cela existe. 2. Le mot et la chose », AOC, 10 au 11 avril 2019

    Nacira Guénif-Souilamas et Éric Macé, Les féministes et le garçon arabe, L’Aube, Paris, 2004

    Colette Guillaumin, « “Je sais bien mais quand même” ou les avatars de la notion de race », Le Genre humain, 1981, n° 1, p. 55-64

    Danièle Kergoat, « Ouvriers = ouvrières ? », Se battre, disent-elles…, La Dispute, Paris, 2012, p. 9-62

    Abdellali Hajjat et Silyane Larcher (dir.), « Intersectionnalité », Mouvements, 12 février 2019

    Mara Viveros Vigoya, Les Couleurs de la masculinité. Expériences intersectionnelles et pratiques de pouvoir en Amérique latine, La Découverte, Paris, 2018

    https://blogs.mediapart.fr/eric-fassin/blog/050321/intersectionnalite-une-introduction#at_medium=custom7&at_campaign=10

    #définition #invisibilisation #antiracisme_universaliste #antiracisme_politique #racisme_structurel

    voir aussi ce fil de discussion sur l’intersectionnalité, avec pas mal de #ressources_pédagogiques :
    https://seenthis.net/messages/796554

  • Ethical Source: Open Source, Evolved
    https://ethicalsource.dev

    « Social Good, Source Available.

    Christine Peterson coined the term ‹open source› in 1998.

    Coalescing around the ideal of software freedom, over the past 20 years the open source community has come to thrive, enjoying wild success and permanently changing the technology landscape. But the world has also changed in the past two decades. It’s time for open source to evolve to meet the magnitude and complexity of today’s social, political and technological challenges.

    Today, the same open source software that enriches the commons and powers innovation also plays a critical role in mass surveillance, anti-immigrant violence, protester suppression, racist policing, the deployment of cruel and inhumane weapons, and other human rights abuses all over the world.

    We want to do something about this misuse of our software. But as developers we don’t seem to have any recourse, no way to prevent our work from being used to harm others.

    We want to change that.
    We are creating ways to empower developers, giving us the freedom and agency to ensure that our work is being used for social good and in service of human rights.

    We are building tools to enforce fair, ethical, and community-minded terms for those who benefit from or are affected by our work.

    We are united in our conviction that software freedom must always be in service of human freedom.

    We are the Ethical Source Movement. »

    #openSource #ethicalSource #governance #licence #values #definition