• Calabria, un #manifesto per «normalizzare #San_Luca»: esperti e cittadini immaginano insieme un presente diverso

    Su San Luca (Reggio Calabria), dalle cronache spesso associata alla ’ndrangheta, pesano gravi pregiudizi che emarginano i suoi cittadini e aumentano la sfiducia nello Stato. Anna Sergi e Francesco Donnici raccontano l’iniziativa del «Manifesto con San Luca», nata per coinvolgere abitanti, esperti e rappresentati della società civile in una riflessione collettiva che possa eliminare lo stigma e portare a un cambiamento

    San Luca (Reggio Calabria), cittadina di circa tremila abitanti ai piedi dell’Aspromonte, è nota ai più per le cronache che la associano alla storia di “mamma” ‘ndrangheta. Nei giorni scorsi, una delle voci autorevoli del paese, commentando l’ennesimo blitz di alcune emittenti televisive, scriveva: «Per anni San Luca è stata descritta come il luogo delle tenebre. Oggi gli stessi ambienti che hanno contribuito a costruire quell’immagine spiegano che bisogna superarla». Tale atteggiamento, in questa visione critica, viene descritto dalla stessa autorevole voce come sintomo di una «perfetta economia circolare della narrazione». Un’espressione che sintetizza il sentimento di una popolazione spesso illusa e delusa, quando non usata, dalle tante voci avvicendatesi, nel bene e nel male, in iniziative finalizzate a sconfiggere “mostri” alimentati per essere utilizzati a favor di telecamera.

    A San Luca è sorta un’iniziativa che mette al centro il dialogo con le persone; con i suoi cittadini: non per narrarli, ma per provare a essere cassa di risonanza di voci concepite come parte di un tutto più ampio. Ne è nato un documento politico intitolato “Manifesto con San Luca”. Il Manifesto non vuole dare risposte univoche, ma linee guida, spunti di riflessione e pratiche sociali per interpretare e reimmaginare il presente di queste realtà. Si vuole rivolgere principalmente ai cittadini di San Luca e della Locride, poi ai calabresi tutti. La classe politica e amministrativa locale e della regione Calabria è il target diretto, giornalisti, analisti e forze dell’ordine altrettanto.

    L’iniziativa, ancora in divenire, è presentata con la formula del “Manifesto” perché è una sintesi delle riflessioni raccolte tra cittadini, esperte, ricercatrici, docenti, ingegneri e quante più persone vivono e conoscono il territorio calabrese e si siano sentite di offrire con gratuità il proprio contributo alla costruzione di un testo che potesse essere preludio a una riflessione collettiva e condivisa. Il percorso del Manifesto è iniziato nei primi mesi del 2026 e si è servito dei metodi della ricerca sociale in ambito criminologico per iniziare a mettere su una massa critica di opinioni: individuati gli esperti (calabresi), si sono fatte delle brevi interviste con loro; visite al paese, spesso preannunciate sui social, e coadiuvate anche dalla Caritas locale, hanno permesso di interfacciarsi con la popolazione su alcuni punti di primario interesse.

    In altre parole, il “Manifesto con San Luca” aspira a incarnare un soggetto collettivo che apre a una riflessione più ampia sulle sorti delle “aree interne montane” e della Calabria, riconoscendo e non smentendo l’esistenza di taluni problemi, come può essere la presenza e operatività di storici clan di ‘ndrangheta originari del territorio. L’obiettivo, anche in questo caso, non è però quello di prestarsi a strumentali apologie di mafia, né di ridurre la ‘ndrangheta a semplice questione criminale da risolvere, bensì, è scritto, «di prendere coscienza di quali fattori, all’interno delle stesse comunità e delle istituzioni, facilitino il riprodursi e ripresentarsi della ‘ndrangheta»: l’assenza di uno Stato affidabile, la mancanza di opportunità, la marginalità geografica, la frammentazione sociale, la rassegnazione, il silenzio, l’ambiguità delle posizioni individuali, le narrazioni appiattite su certi stereotipi, sono solo alcuni esempi. San Luca viene chiamato in causa come “laboratorio” dell’esistente, non come oggetto di un esperimento, ma perché è una rappresentazione in piccolo di problemi riscontrabili anche altrove, spesso nemmeno reali, ma frutto di percezioni esterne, anche distorte.

    «Normalizzare San Luca»

    A settembre 2023, proprio in un’intervista pubblicata sulle pagine de lavialibera, Bruno Bartolo, ultimo sindaco eletto della cittadina prima del più recente commissariamento del Comune avvenuto circa un anno dopo, dichiarò che il suo obiettivo era quello di «normalizzare San Luca». Il paese, secondo il primo cittadino insediatosi il 27 maggio 2019 dopo una lunga stagione di scioglimenti e commissariamenti, veniva raccontato come un’anomalia e tale racconto rischiava di distrarre dai “normali” problemi che San Luca condivide con tante aree simili. Su tutti, mancanza di lavoro, di luoghi di incontro e confronto permanenti, di iniziative dello Stato che non siano solo un “mordi e fuggi” spesso tradotto in tanti progetti “non finiti” che affollano il panorama e gli archivi del municipio. «I sanluchesi sono in credito con lo Stato fin dall’alluvione che devastò il territorio nel 1973», diceva ancora Bartolo riassumendo un lunghissimo periodo di mancanze che hanno finito per scoraggiare anche i più volenterosi dall’assumersi il compito di rappresentare la “cosa pubblica” sul territorio.

    Cosa pubblica che nel frangente è diventata “cosa di nessuno”, tra l’incuria e l’assenza di progettazione. Di fatti, «la ‘normalizzazione’ del paese passa dai suoi servizi», come poteva essere la strada che porta al Santuario di Polsi, tanto impraticabile da inibire la celebrazione dello storico pellegrinaggio verso la Madonna della Montagna nel 2025, o l’istruzione, come l’ex sindaco aveva scritto (insieme agli omologhi di Platì, Africo e Careri) nella lettera inviata al ministro Giuseppe Valditara, per chiedere un intervento strutturale su scuola e lavoro, tale da togliere i giovani dalla strada incentivando un «comune percorso di antimafia legato a specifici progetti che fanno perno su una scuola qualificata e realmente formativa». Se fosse riuscito in quest’opera di “normalizzazione”, l’ex sindaco avrebbe valutato di ricandidarsi. Così non è stato e all’esito di una tornata elettorale senza liste e candidati, le sorti del Comune sono state affidate a una commissione straordinaria.

    Missioni e Fondazioni

    Nel mentre, a carico di Bartolo e altri è stata aperta un’indagine legata alla concessione dello stadio comunale e all’assegnazione degli spazi nell’area mercatale del Santuario di Polsi, che ha gettato nello sconforto una popolazione sentitasi accerchiata dagli organi inquirenti. Ma non è tutto. Nel giugno del 2024, la Commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo si era recata in missione a San Luca. Una visita che ha lasciato in dote soltanto una foto di dubbio gusto scattata dai parlamentari sotto il vecchio cartello d’ingresso al paese – non più esposto sulla pubblica via – forato dai colpi delle lupare e una relazione di 32 pagine «non esenti da retorica» come scritto da Pablo Petrasso su LaC news.

    Nel documento, al classico racconto sulla ‘ndrangheta e sulla cultura mafiosa che influenza i giovani, venivano accostate considerazioni sulle risorse di un territorio, solo per fare un esempio, dal grande potenziale turistico «limitato dal degrado ambientale dell’intera Locride e dalla mancanza di una cultura imprenditoriale adeguata». Sulla scorta di un tale complesso di riflessioni – per certi versi un po’ stantie, per altri un po’ distratte dalle reali dinamiche territoriali incarnate dalle diverse realtà sociali positive che operano in quella porzione della provincia di Reggio Calabria – l’organo concludeva dichiarandosi «disponibile a fornire spinta e testimonianza concreta a quelle comunità, con la candidatura diretta di propri membri» alle elezioni amministrative.

    Il terremoto si completa con la scossa data dallo scioglimento, disposto dalla prefettura di Reggio Calabria il 21 marzo 2025, del CdA della Fondazione culturale “Corrado Alvaro”, giornalista, antifascista, vincitore del premio Strega e autore del capolavoro “Gente in Aspromonte” oltre che figlio nobile di San Luca. Il provvedimento evidenziava criticità come la ridotta operatività della Fondazione o «un progressivo depauperamento del patrimonio e contestazioni relative alla composizione degli organi di governo, anche per la presenza di soggetti con parentele a famiglie riconducibili a contesti di criminalità organizzata». Una lettura che fin da subito ha destato perplessità, ma soprattutto polarizzato l’opinione pubblica tra coloro i quali sostengono la necessità di questo commissariamento, il primo per un soggetto culturale, e chi ritiene che questa sia l’ennesima – forse la più grave – cicatrice inferta all’identità del popolo sanluchese che vede infangato anche il nome dell’intellettuale a 130 anni dalla sua nascita.

    Dopo alcune proteste social, flashmob, la nomina di un Comitato scientifico, il rinnovo del CdA, lo scorso mese di giugno il Tribunale amministrativo regionale – accogliendo il ricorso presentato da Aldo Maria Morace, presidente del CdA sciolto, e dal vice Tonino Perna – ha ribaltato il provvedimento della prefettura. Tuttavia, la decisione del tribunale amministrativo di primo grado viene congelata a inizio luglio dal Consiglio di Stato. Al di là di quelli che saranno gli esiti del processo amministrativo, è evidente il grave disagio forse non considerato ma certamente arrecato alla popolazione di San Luca. Dinamiche che è impossibile disgiungere da quel pregiudizio di fondo derivato dall’abuso di una certa narrazione fatta nei confronti di un paese dove tutti, indistintamente, rischiano di cadere nel calderone della criminalizzazione, che diventa criminalizzazione della fragilità oltre che della devianza mafiosa.
    Sentenze e movimenti sociali

    Il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 ha rappresentato un altro momento di frattura e incomprensione. L’82,39 per cento degli elettori di San Luca ha votato “Sì”. Percentuale simile a quella di altri comuni dell’area aspromontana e ionica. Tale risultato, complici alcuni spunti derivati dalla campagna referendaria, hanno fatto gridare all’endorsement mafioso. Una lettura superficiale e offensiva per chi, in quei territori, ha creduto – ingenuamente o disperatamente secondo chi scrive – che quella riforma potesse rappresentare una giustizia più equa, dove non si viene marchiati a vita per un cognome o per il luogo di nascita. Quel voto, per chi lo osserva conoscendo il territorio, non è stato un allineamento alla ’ndrangheta, ma un grido contro una magistratura percepita come unica presenza dello Stato: non quella che costruisce scuole o strade, ma quella che arriva con le manette e i titoli di giornale. Un voto di protesta che si è inserito perfettamente in quel solco di risentimento e frustrazione alimentato da decenni di abbandono istituzionale, trasformandosi in un messaggio politico urlato: quello di comunità stanche di sentirsi sospette per nascita e residenza, prima ancora che cittadini.

    A completare il quadro di sfiducia è arrivata, nel mese di giugno, la sentenza di appello del processo Gotha, con l’assoluzione, tra gli altri, del sacerdote di San Luca don Pino Strangio, accusato e condannato in primo grado di concorso esterno in associazione mafiosa. Il provvedimento è arrivato dopo dieci anni di processo, di ambiguità relazionali imposte all’intera comunità, di erosione ulteriore della fiducia nelle istituzioni. Come sempre, gli arresti e le prime condanne hanno riempito le prime pagine; le assoluzioni, quando arrivano, vengono relegate in trafiletti che non restituiscono dignità né riparano il danno. Dopo l’assoluzione si è formato un piccolo movimento sui social che chiede, pretende quasi, il ritorno a Polsi di don Pino Strangio come rettore del Santuario della Madonna della Montagna nel frangente riaperto ai fedeli – con accesso per ora solo a piedi – per l’estate 2026. A prescindere dalle considerazioni tecniche sulle nomine ecclesiastiche e a prescindere anche dalle valutazioni nel merito dell’assoluzione – come della precedente condanna – è necessario notare come questo coro social dimostri ancora una volta che la comunità sanluchese non solo c’è, ma quando si muove lo fa in maniera compatta. Se questa dinamica si osserva dalla prospettiva dei movimenti sociali diventa un’opportunità enorme per aprire a un possibile cambiamento. Tuttavia, se da un lato questa coesione è una risorsa potenziale per il cambiamento, dall’altro rischia di tradursi in vittimismo collettivo quando non si accompagna a un’assunzione di responsabilità e a un senso civico che vada oltre la difesa identitaria.

    Parole chiave

    https://www.youtube.com/watch?v=XPIbAULzTvo&t=187s

    Questa breve ricostruzione aiuta a comprendere il contesto all’interno del quale si è fatta strada l’idea del “Manifesto”. Il documento continua ad essere arricchito di spunti, alcuni dei quali arrivati dopo il primo lancio pubblico avvenuto lo scorso 18 giugno al festival “Trame” di Lamezia Terme. La riflessione emersa a quel tavolo è stata sintetizzata in un elenco di parole chiave suddivise in cinque macrocategorie:

    crisi del territorio, marginalità e abbandono;
    crisi della sfera pubblica e del bene comune:
    crisi morale e culturale;
    crisi della fiducia e delle relazioni;
    prospettive di cambiamento.

    Tra queste, si vogliono evidenziare due concetti che fin dall’inizio, dall’osservazione profonda del territorio di San Luca attraverso il metodo scientifico, hanno fatto da traino all’iniziativa: da un lato si parla di “isolamento e marginalità”, intesa «la condizione geografica e sociale che relega aree come San Luca ai margini delle politiche pubbliche e dell’attenzione collettiva»; dall’altro di “vittimismo come interiorizzazione dello stigma”, ovvero «il rischio che le comunità interiorizzino lo sguardo esterno stigmatizzante (in senso lato, criminalizzante), trasformandolo in rassegnazione e risentimento».

    Sullo sfondo, le aree interne

    Questa riflessione non deve essere concentrata esclusivamente su San Luca, ma da San Luca può trasporsi anche su altri livelli territoriali. Basti pensare al dibattito innescato dal Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai) 2021-2027 letto da alcuni come una condanna a morte nella parte in cui parla di accompagnamento dei territori in un «percorso di spopolamento irreversibile». Alcuni studiosi, tra cui l’antropologo Vito Teti, hanno definito il documento come parte di un lungo percorso di “eutanasia territoriale” che coinvolgerebbe diversi paesi, su più livelli, e non solo contesti come San Luca.

    Come hanno evidenziato i docenti Domenico Cersosimo e Rocco Sciarrone in un più recente contributo sulla rivista Dissonanze, «tutta la Calabria è ormai un’unica grande area interna». Secondo la struttura del “Manifesto con San Luca”, l’inciso potrebbe valere addirittura per l’intera Italia dove i dati Istat raccontano di un processo di spopolamento che coinvolge anche i grandi centri urbani. Per questo motivo, se non maneggiato con cautela, il dibattito sulla sorte delle aree interne rischia anch’esso di diventare fuorviante e scoraggiare le forze buone della popolazione. Servono politiche, servono «forme di resistenza» per dirla sempre con Cersosimo e Sciarrone, che incentivino le persone a restare superando l’idea romantica ma vuota di una “restanza” fine a se stessa, che, come tale, diventa solo un modo elegante per selezionare chi può restare e chi non può andarsene.

    L’incentivo è quello di produrre una forte spinta oltre le retoriche della “resilienza” che in questi anni pur si è vista, ma si è tradotta in un tirare a campare spesso disgiunto dai progetti a lungo termine. Viceversa, il dibattito va traslato sul campo dei servizi, dell’economia sociale legata a doppio filo alla valorizzazione dei territori, della loro storia, risorse e identità. Da poco, il commissariamento del Comune è stato prorogato di sei mesi, ma il prossimo anno le elezioni amministrative torneranno a bussare. Si voterà per dare a San Luca una nuova amministrazione. L’auspicio è che le campagne elettorali tengano conto dei reali bisogni dei cittadini e non siano solo spot. Che siano costruite “con”. In tal senso, questo disegno collettivo e condiviso, è a disposizione di chi saprà farne buon uso, per offrire spunti utili alla costruzione di una visione d’insieme.

    https://lavialibera.it/it-schede-2761-un_manifesto_per_normalizzare_san_luca
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    • La Calabria non è un altro mondo

      La Calabria non è «un altro mondo», ma una versione estrema di problemi che attraversano l’Italia: povertà, disuguaglianze, debolezza dei servizi pubblici, frammentazione sociale. La regione vive una forte dipendenza dalla spesa pubblica e una modernizzazione guidata dall’alto, con scarso protagonismo collettivo. La politica occupa un ruolo centrale, mentre la ’ndrangheta prospera nelle connessioni tra economia e potere. Accanto a rassegnazione ed emigrazione, esistono esperienze di resistenza e innovazione, ma ancora incapaci di produrre un cambiamento strutturale.

      «È certo la più strana tra le nostre regioni. [...] Si direbbe che qui siano franati insieme i detriti di diversi mondi; che una divinità arbitraria, dopo aver creato i continenti e le stagioni, si sia divertita a romperli per mescolarne i lucenti frantumi. Si deve a questo se i viaggiatori stranieri, in Calabria, rimangono disorientati. Non riescono a definirla. La trovano diversa, non solo dalle altre regioni italiane, ma da qualsiasi parte del mondo, e stentano a valutarne la civiltà». [Guido Piovene, Viaggio in Italia]

      La Calabria è una terra simbolo al negativo. Area estrema del nostro mondo, non un altro mondo. Una regione pervicacemente fuori squadra. Tra le ultime in Europa per reddito; la più povera tra le venti regioni italiane. Ma anche quella con la disuguaglianza economica interna più elevata tra tutte le regioni dell’Unione europea: il reddito del quinto dei calabresi più ricchi è 8,5 volte quello del quinto dei più poveri (attorno a 5 nell’Unione europea e in Italia), a testimonianza del fatto che i calabresi più ricchi sono relativamente meno ricchi degli italiani che abitano nelle regioni del Nord mentre i calabresi poveri sono molto più poveri dei poveri del Nord.

      Già questi pochi dati di sintesi mostrano l’utilità di guardare alla Calabria come a un’area in grado di rappresentare alcuni tra i più rilevanti problemi di cui si discute attualmente, e che in vario modo riguardano altre regioni, l’Italia e l’Europa. Un’utilità amplificata dal fatto che in Calabria questi problemi sembrano essere concentrati alla massima potenza. Lo stesso può dirsi degli interventi rivolti ad affrontarli.

      D’altra parte, il tessuto sociale e istituzionale della regione risulta frammentato e segmentato, strutturato secondo rigide logiche autoreferenziali, per silos verticali; mancano disegni intenzionali di connessioni funzionali; latitano infrastrutture di collegamento, raccordo, interazione. Di nuovo, una situazione ravvisabile anche in altri contesti, che segnala il progressivo sfilacciamento dei legami sociali, che ha però raggiunto qui livelli estremi.

      Da tempo la Calabria si colloca nelle retrovie delle graduatorie nazionali delle dotazioni e della qualità dell’offerta di servizi pubblici essenziali (sanità, scuola, servizi sociali e culturali, servizi per l’infanzia e gli anziani). I calabresi, di conseguenza, sono cittadini a bassa cittadinanza. L’intera regione, comprese le poche città, è assimilabile ad un’unica grande area interna, un’area lontana dai centri di servizi essenziali: spesso distanti fisicamente, inesistenti, di difficile accessibilità o mediamente scadenti.

      Un calabrese su due è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Un picco scandalosamente alto, il più alto (e di molto) di tutta Europa. Un calabrese benestante convive con un calabrese povero/vulnerabile. Due società slegate.

      I benestanti godono di risorse adeguate per smarcarsi dal malconcio settore pubblico, mentre i poveri/vulnerabili si trovano in condizioni di gravi deprivazioni materiali quotidiane, di lavori poveri, di salari all’osso, di disconoscimento. I benestanti abitano una certa orizzontalità relazionale, potendo contare su reti di sostegno reciproco, di scambio, di potere, di affari. Reticoli che, seppure limitati alla cerchia sociale di riferimento, alimentano comunanze e vantaggi esclusivi, capitale sociale di club.

      I poveri/vulnerabili abitano invece un tessuto sociale disperso e atomizzato: senza adeguate infrastrutture politico-sindacali, spesso persino senza parrocchie di prossimità.

      Le classi alte trovano convenienze nello status quo; i poveri si rassegnano allo status quo perché senza risorse e «capitali» per immaginare un’altra vita, senza rappresentanza collettiva. Sta in ciò la spiegazione dell’enigma calabrese: una situazione estrema che non implica – non può implicare – un conflitto sociale altrettanto estremo, perché ne mancano i presupposti soggettivi e collettivi.

      Lo Stato, con la sua spesa pubblica, è il soggetto pressoché esclusivo della trasformazione post-bellica della Calabria. Una «modernizzazione passiva», eterodiretta, con una mobilitazione dal basso debole e discontinua. I grandi cambiamenti che hanno trasformato più intensamente la società tradizionale del passato sono tutti ideati e promossi dal centro: finanziamenti di opere pubbliche e riforme che, in un quadro di costante incompiutezza, hanno modificato nel profondo le condizioni di vita e dei comportamenti dei calabresi, caratterizzandoli progressivamente come italiani a tutto tondo per consumi e stili di vita.

      Il film diacronico mostra, dunque, una regione in movimento, disposta all’inseguimento, in tendenziale convergenza con il resto della Penisola, tutt’altro che ferma e ossificata nei suoi assetti sociali e civili. A contrario, l’osservazione sincronica palesa una distanza persistente con il resto del Paese, gravato da disparità diffuse non sanate.

      È la politica il «grande tutto» dei processi di mutamento economico e sociale, il fattore dei successi e degli insuccessi, la calamita attrattiva unica per benestanti e poveri, la determinante di allineamenti e scarti infra e inter-regionali.

      Oggi, la vita nuda della grande maggioranza dei calabresi è in larga parte dipendente, nel bene e nel male, dalla spesa pubblica: per i singoli cittadini e per le imprese, per gli agricoltori e per i costruttori, per le università e per le scuole, per la sanità pubblica e privata, per i sindaci e per le associazioni culturali.

      Massimizzare l’accesso ai contributi pubblici è l’assillo di una regione e di una parte consistente del terziario privato della mediazione (padronati, caf, associazioni varie, commercialisti, avvocati), specializzato nel drenaggio e nell’allocazione minuta di questi flussi di spesa. Ancor più ossessiva è l’intercettazione di risorse collettive e della loro torsione a proprio vantaggio da parte di ampi segmenti delle classi dirigenti (politici, imprenditori, agenzie), anche attraverso l’uso strumentale delle relazioni associative professionali e interprofessionali, legali e occulte.

      In filigrana si intravede una società ruminante, impegnata nella captazione e manipolazione di risorse pubbliche, con una speciale abilità a scovare e massimizzare l’accesso a contributi, incentivi, sostegni e sgravi di ogni tipo e a sfruttare le opportunità legate alla spesa pubblica in direzione di interessi particolaristici.

      La ’ndrangheta è tra gli attori economici più attrezzati nella conquista di questi flussi di risorse, spesso con un ruolo da protagonista negli appalti di opere infrastrutturali, nel campo sanitario, nel settore della raccolta e smaltimento dei rifiuti, configurandosi come uno dei soggetti rilevanti della Calabria espansiva.

      Da pericolosa realtà criminale, a lungo sottovalutata, la ’ndrangheta è diventata anche uno stigma culturale e sociale utilizzato per indicare l’intero territorio regionale e la sua popolazione. Prevalgono al riguardo letture riduttive, da quelle che incredibilmente insistono ancora sulle caratteristiche arcaiche di un popolo e della sua mentalità agro-pastorale a quelle che invece riducono il fenomeno a mero problema di ordine pubblico. Di conseguenza, diventa vago e sfumato il problema delle contiguità e delle collusioni che investono il funzionamento dell’economia e soprattutto il raccordo tra economia e politica, che da sempre costituiscono il vero punto di forza della ’ndrangheta.

      Più in generale, la Calabria può essere considerata un laboratorio per osservare le dinamiche di trasformazione della politica contemporanea, stretta nella morsa di spinte contrapposte tra de-politicizzazione e iper-politicizzazione. Una regione in cui la politica resta al centro della scena, anzi la occupa in modo preponderante. Anche se spesso è una politica senza politiche, che rifugge dalle responsabilità, che opera in via emergenziale attraverso deleghe e commissariamenti, condizionando in modo peculiare la configurazione e il funzionamento delle istituzioni e dei processi democratici.

      Nel quadro di netta prevalenza della regolazione politica, non si sono create le condizioni per favorire relazioni di mercato dotate di sufficiente autonomia ed efficacia, anche se sono emerse nel tempo diverse iniziative imprenditoriali «eccellenti» per innovazione e ampiezza dei circuiti economici ma che, tuttavia, non riescono a contaminare i contesti di insediamento.

      La manifattura è ormai un’attività marginale, tanto in termini di contributo al reddito regionale che di occupazione; l’agricoltura più dinamica e le attività complementari si sono sempre più concentrate nelle poche aree di «polpa»; il ciclo dell’edilizia tende a sovrapporsi a quello della congiuntura politica settoriale; le stesse strutture di ricerca sono sempre più orientate a incrociare flussi di spesa pubblica in modo indifferenziato, attraverso alleanze di scopo di breve periodo con imprese e soggetti privati che tuttavia non sortiscono effetti di lunga durata nell’economia e nella società locale.

      Il turismo, a dispetto dell’enfasi retorica corrente, soffre di congenite improvvisazioni, di despecializzazione e di un’infrastruttura organizzativa ancora rudimentale, nonostante l’emersione di un limitato numero di iniziative imprenditoriali di buona qualità, per lo più puntiformi ed esclusive, e talvolta inquinate da contaminazioni mafiose.

      In questo scenario prevalgono logiche di adattamento, da un lato i calabresi che difendono le posizioni di privilegio acquisite, dall’altro i calabresi che cercano di fronteggiare le diffuse condizioni di precarietà e vulnerabilità della loro vita quotidiana. Ancora oggi, come in passato, un’alternativa è quella della fuga, dell’exit: per scelta, quando possibile, o, spesso, per necessità.

      Tra chi resta non mancano i soggetti, in molti casi giovani, che praticano forme di resistenza, soprattutto tra coloro che cercano di percorrere vie di innovazione, faticando non poco a trovare spazi di visibilità e voice. Ci sono dunque i calabresi non rassegnati, che non si arrendono e pensano a un altro mondo possibile. Quelli che, ad esempio, testardamente avviano attività di impresa, sfidando a viso aperto un contesto ostile, ribellandosi persino alla ’ndrangheta. Come stanno facendo diverse donne che, per tutelare sé stesse e soprattutto i propri figli, hanno deciso di recidere i legami familiari per rinnegare ogni forma di appartenenza mafiosa.

      O ancora coloro che praticano azioni di solidarietà a sostegno delle fasce più povere e marginali della popolazione. Pensiamo anche all’esperienza di Mimmo Lucano, che ha contribuito a fare di Riace un luogo iconico globale per ospitalità e inclusione di migranti e rifugiati. Si tratta però di casi esemplari, delimitati, che non hanno la forza di innescare processi di cambiamento sistemici.

      Lo scenario delineato ha un significato che travalica la regione, rendendo evidenti, in modo radicale e amplificato, processi di più ampia portata. Da questo punto di vista, la Calabria può essere dunque considerata un benchmark negativo: una realtà sempre più sfilacciata, senza collante sociale, permeata da crescente sfiducia e incertezza, che non riesce a immaginare un futuro.

      Decifrare la sua patologia aiuta a spiegare la fisiologia. E, forse, come nel paradosso di Hirschman: nascondere un po’ di «negativo» può aiutare a non abbandonare la speranza, a fuggire la trappola della rassegnazione, lasciando spazio alla «passione per il possibile».

      https://rivistadissonanze.it/calabria/la-calabria-non-e-un-altro-mondo

  • Immigration : l’Insee rétablit la vérité sur les flux migratoires et bat en brèche l’#intox de la « submersion migratoire »

    L’Institut national de la statistique a publié, jeudi 4 juin 2026, sa dernière étude sur les immigrés en France. Une parution d’utilité publique, face aux flux continus de désinformations sur le sujet.

    L’Institut national de la statistique et des études économiques (Insee) a levé le voile, jeudi 4 juin, sur sa dernière radiographie de l’immigration en France. À l’heure où des milliardaires comme Elon Musk relaient complaisamment sur leur réseau le fantasme xénophobe d’un « quadruplement » de la population étrangère en Europe, ces nouvelles données sonnent comme un rappel à l’ordre.

    En 2025, selon l’Insee, la France compte 8 millions d’immigrés, soit 11,6 % de sa population totale. Parmi ces 8 millions d’immigrés, un tiers, soit 2,6 millions, a déjà acquis la nationalité française et n’est donc plus comptabilisé comme étranger. Une précision importante à rappeler car souvent, l’extrême droite aime jeter le flou en semant la #confusion dans le #vocabulaire. Lorsque l’Insee emploie le terme « immigré », elle évoque une personne née étrangère à l’étranger, tandis que le terme « étranger » définit simplement le fait de ne pas posséder la #nationalité française.

    La « subversion migratoire » battue en brèche

    L’augmentation de la part d’immigrés dans la population est réelle depuis 1999, mais demeure très progressive. Surtout, loin des vagues de la « submersion migratoire » fantasmée, les flux sont en décélération. En 2024, 313 000 immigrés sont arrivés en France, un chiffre en net recul par rapport aux 347 000 entrées enregistrées en 2023.

    Les flux retrouvent ainsi leur niveau d’avant la crise sanitaire de 2020, absorbant le pic exceptionnel de 2022 – lié à l’accueil des réfugiés qui fuyaient la guerre en Ukraine. L’Insee précise par ailleurs que cette baisse de 10 % des arrivées en un an concerne des personnes originaires de toutes les régions du monde, qu’il s’agisse de l’Afrique, de l’Asie… ou de l’Europe.

    Balayant d’un revers de main les clichés, l’étude révèle la #surqualification de ces femmes, hommes et enfants qui rejoignent notre territoire. Plus de la moitié, 51 %, des immigrés de plus de 25 ans arrivés en 2024 sont diplômés de l’enseignement supérieur.

    Ce chiffre grimpe même à 54 % pour les personnes originaires du Maghreb. Ces personnes s’intègrent, en outre, presque immédiatement dans la vie sociale et économique. 55 % des nouveaux arrivants de plus de 15 ans sont en emploi ou en études dès le début de l’année 2025, indique le rapport de l’Insee.

    Le visage de cette immigration est aussi profondément féminin. Les #femmes représentent aujourd’hui 52 % des immigrés vivant en France et 53 % des arrivées enregistrées en 2024. Par ailleurs, 58 % des immigrés entrés en 2024 vivent en famille et près d’un quart des arrivants (22 %) sont des enfants qui, souvent, cherchent à rejoindre un parent déjà installé à l’issue de son parcours d’exil.

    Face au #vieillissement de la nation, l’Insee confirme que depuis 2022, l’immigration maintient le pays à flot sur le plan démographique, en compensant l’effondrement du #solde_naturel. Entre le 1er janvier 2022 et le 1er janvier 2023, la population résidant en France a crû de 322 000 personnes.

    Sur ce total, le #solde_migratoire a pesé pour 271 000 individus, sauvant littéralement un solde naturel (51 000 personnes) plombé par la hausse des décès. En somme, ces travailleuses et travailleurs, loin d’être la menace brandie sur les plateaux des chaînes Bolloré et dans les trends de la fachosphère, sont aujourd’hui les piliers stabilisateurs de notre société.

    https://www.humanite.fr/politique/immigration/immigration-linsee-retablit-la-verite-sur-les-flux-migratoires-et-bat-en-br
    #INSEE #France #migrations #statistiques #chiffres #fact-checking #désinformation #préjugés #idées-reçues #démographie #afflux #invasion
    ping @reka @karine4

    • L’essentiel sur... les immigrés et les étrangers

      1. Combien y a-t-il d’immigrés ou d’étrangers en France ?

      En 2025, 8,0 millions d’ immigrés vivent en France, soit 11,6 % de la population totale. 2,6 millions d’immigrés, soit 33 % d’entre eux, ont acquis la nationalité française.

      La population étrangère vivant en France s’élève à 6,3 millions de personnes, soit 9,1 % de la population totale. Elle se compose de 5,3 millions d’immigrés n’ayant pas acquis la nationalité française et de 1,0 million de personnes nées en France de nationalité étrangère.

      1,7 million de personnes sont nées de nationalité française à l’étranger. Avec les personnes immigrées (8,0 millions), au total 9,6 millions de personnes vivant en France sont nées à l’étranger, soit 14,0 % de la population.

      2. Comment évolue la population étrangère et immigrée en France ?

      En effectif et en pourcentage de la population totale, la population immigrée en France est plus élevée en 2025 qu’en 1946, 1975 ou 2010. L’évolution de la part des immigrés dans la population totale vivant en France n’est pas régulière. Après une diminution entre 1931 (6,6 %) et 1946 (5,0 %), elle a augmenté jusqu’en 1975 (7,4 %). Elle s’est ensuite stabilisée jusqu’à la fin des années 1990, notamment à la suite des chocs pétroliers et du ralentissement de l’immigration de travail. Depuis le début des années 2000, le nombre d’immigrés croît à nouveau plus rapidement que la population totale, du fait de l’augmentation de la population immigrée et de la baisse de la fécondité : la part d’immigrés passe ainsi de 7,3 % en 1999 à 11,6 % en 2025.

      La population étrangère vivant en France représente 9,1 % de la population totale en 2025, contre 6,5 % en 1975 et 4,4 % en 1946.

      Entre le milieu des années 1940 et le milieu des années 1970, les flux d’immigration étaient majoritairement masculins, comblant les besoins de main-d’oeuvre nés de la reconstruction d’après-guerre, puis de la période des Trente Glorieuses. En 1974, dans un contexte économique dégradé, l’immigration de travail a été ralentie. Depuis cette date, la part des femmes parmi les flux d’immigration a crû que leurs arrivées soient dues au regroupement familial ou à d’autres motifs (suivre des études, trouver un emploi, etc...). En 2025, 52 % des immigrés vivant en France sont des femmes, contre 44 % en 1975 et 45 % en 1946.

      3. Où sont nés les immigrés vivant en France ?

      En 2025, près de la moitié des immigrés vivant en France sont nés en Afrique (49,2 %) et près du tiers en Europe (30,3 %). Les pays de naissance les plus fréquents des immigrés sont l’Algérie (12,6 %), le Maroc (11,7 %), le Portugal (7,2 %), la Tunisie (4,9 %), l’Italie (3,5 %), la Turquie (3,5 %) et l’Espagne (3,0 %). Près de la moitié des immigrés sont originaires d’un de ces sept pays (46,3 %).

      4. Où sont nés les immigrés arrivés en France en 2024 ?

      En 2024, 313 000 immigrés sont entrés en France, contre 347 000 en 2023. 45,9 % des immigrés arrivés en France en 2024 sont nés en Afrique, 26,6 % en Europe. Les pays de naissance les plus fréquents pour les immigrés entrés en France en 2024 sont l’Algérie (7,9 %), le Maroc (7,4 %) et la Tunisie (4,8 %). Les pays et continents d’origine les plus représentés parmi les immigrés vivant en France (stock) et arrivés récemment (flux) sont les mêmes, mais ils représentent une plus faible proportion du flux que du stock : les pays d’origine des immigrés tendent donc à se diversifier.

      Depuis 2006, les sorties d’immigrés sont relativement modestes au regard de leurs entrées. En moyenne entre 2006 et 2021, trois immigrés entrent sur le territoire tandis qu’un en sort, par exemple à la fin d’une expérience scolaire ou professionnelle en France, ou encore au moment de la retraite.

      https://www.insee.fr/fr/statistiques/3633212

  • #Napoli ha perso quasi 90mila giovani in dieci anni: è record di #emigrazione giovanile
    https://informareonline.com/napoli-perde-90mila-giovani-record-emigrazione-giovanile

    Napoli registra il record italiano di emigrazione giovanile: la provincia perde quasi 90mila under 34 in un decennio, più di qualsiasi altra area del Paese. Il record negativo dietro l’emigrazione giovanile a Napoli Ancora un triste record per la provincia di Napoli che guida la classifica negativa delle province italiane per calo demografico giovanile. Lo […] L’articolo Napoli ha perso quasi 90mila giovani in dieci anni: è record di emigrazione giovanile proviene da Informareonline, scritto da Giovanni Basile

    #Approfondimenti #Attualità #campania #Cgia #lavoro

  • Demographic profiles

    Every country has a demographic fingerprint — a distinct combination of how its population is distributed by age, how mortality varies across the lifespan, and where childbearing is concentrated. This visualization brings those three dimensions together in a single interactive profile, letting you explore and compare countries across the world.


    https://visquill.com/gallery/world-demographics
    #visualisation #statistiques #démographie #monde #infographie #cartographie_interactive

    ping @visionscarto @fil

  • En Espagne, les autorités ont trois mois pour examiner les demandes d’un million de candidats à la régularisation
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/06/30/en-espagne-les-autorites-ont-trois-mois-pour-examiner-les-demandes-d-un-mill

    En Espagne, les autorités ont trois mois pour examiner les demandes d’un million de candidats à la régularisation
    Le gouvernement de Pedro Sanchez défend une mesure destinée à soutenir la croissance dans un contexte d’« hiver démographique ». Septième procédure de ce type en quarante ans, elle était initialement plutôt consensuelle, mais suscite désormais des clivages.
    Par Isabelle Piquer (Madrid, correspondante)
    Le processus de régularisation exceptionnelle lancé par l’Espagne en avril a reçu plus d’un million de demandes, soit le double de ce qu’avait initialement estimé le gouvernement de Madrid, a annoncé le premier ministre socialiste Pedro Sanchez, mardi 30 juin, jour où expirait le délai accordé aux étrangers en situation irrégulière pour accomplir les démarches.
    Ce plan constitue « une étape-clé pour sortir de l’invisibilité une réalité qui existe dans notre pays, celle de centaines de milliers de personnes qui vivent parmi nous », a estimé M. Sanchez, défendant une politique migratoire « légale, sûre et ordonnée » et « nécessaire » pour soutenir « les besoins de l’économie » espagnole, qui affiche une santé que ses voisins lui envient : début juin, l’Organisation de coopération et de développement économiques (OCDE) a revu à la hausse ses prévisions de croissance à 2,2 % pour 2026, soit près du triple de la moyenne de la zone euro. Sans immigration, « l’Espagne perdrait 19 % de son PIB [produit intérieur brut] en 2050 et 22 % en 2075 », a assuré M. Sanchez, ce qui équivaudrait à « 90 000 bars fermés, 50 000 salles de classe du primaire et du secondaire sans élèves et la disparition de 220 000 exploitations agricoles, soit une sur trois ».
    Les autorités disposent désormais de trois mois pour traiter les demandes et délivrer, ou non, à ces candidats un titre de séjour et de travail valable uniquement en Espagne. Le pays a déjà procédé à six régularisations extraordinaires de migrants – en 1986, 1991, 1996, 2000, 2001 et 2005 –, trois d’entre elles ayant été décidées par un gouvernement conservateur. La dernière en date, lancée en 2005 par celui du socialiste José Luis Rodriguez Zapatero, avait permis la régularisation d’un peu plus de 576 000 sans-papiers, jusqu’ici la plus importante.
    Pour accompagner la régularisation, M. Sanchez a annoncé, mardi, un « plan d’intégration et de citoyenneté », doté initialement de plus de 500 millions d’euros, destiné à « assurer l’inclusion » des nouveaux arrivants à travers notamment la formation, l’apprentissage des langues officielles des régions et le renforcement des services publics. Le dirigeant socialiste a souligné que « faire partie d’une communauté suppose aussi des règles partagées, qui en Espagne sont claires : valeurs démocratiques, égalité entre les femmes et les hommes, droits des personnes LGBT+, liberté d’expression, laïcité de l’Etat et respect de la loi, que l’on soit né à Amurrio [Pays basque] ou à Dakar ».
    « Le vivre-ensemble n’est pas exempt de tensions, nous le savons », a admis M. Sanchez, disant ne pas vouloir « nier les problèmes, les défis qui se dressent devant nous », mais plutôt « les affronter et les résoudre ». Le président du gouvernement socialiste a par ailleurs accusé le Parti populaire (PP, droite), principal mouvement d’opposition, et Vox (extrême droite), tous deux opposés au plan, d’« alimenter la peur » et d’« agiter des discours xénophobes ».
    « L’Espagne a décidé de croître, et pour cela elle a pris des mesures pour faire face à l’hiver démographique auquel elle est confrontée, comme d’autres pays européens, en choisissant de reconnaître une réalité migratoire et d’agir en conséquence », estime Gonzalo Fanjul, directeur de recherche à la fondation PorCausa, spécialisée dans l’analyse des phénomènes migratoires. « L’ampleur de la régularisation ne fait que confirmer qu’il s’agissait d’une mesure de bon sens nécessaire », en ajoutant que « l’ensemble du processus, en dehors de quelques difficultés administratives, s’est plutôt bien déroulé compte tenu du nombre de personnes concernées et du délai assez court » d’une procédure lancée en avril.
    Mais, prévient-il, « avoir remis les compteurs à zéro ne signifie pas que l’immigration illégale ait cessé pour autant, et c’est là le problème que nous devons résoudre, car cette mesure ne règle pas la question fondamentale de l’encadrement des flux migratoires, ce qui ne signifie pas une politique de portes ouvertes, mais la mise en place de mesures éthiques et efficaces, comme le réclament d’ailleurs de nombreux chefs d’entreprise européens ».
    La régularisation des migrants avait suscité un consensus inhabituel entre les partis espagnols lorsqu’elle s’était imposée dans le débat politique en 2023, portée par la plateforme Regularización Ya (« Régularisation maintenant ») et son initiative législative populaire forte de 700 000 signatures. Après une intense campagne de pression des collectifs sociaux et du patronat, ainsi que des médiations de l’Eglise espagnole, le texte avait été adopté au Congrès en avril 2024 à une large majorité, Vox étant alors seul à s’y opposer. Mais la mesure s’était ensuite enlisée dans la procédure parlementaire, à mesure que l’immigration gagnait du poids dans le débat public et électoral. Selon le baromètre du Centre de recherches sociologiques, l’immigration est passée de la onzième place des préoccupations des Espagnols en janvier 2023 à la cinquième en 2025, pour finalement entrer en juin dans le top 3, citée par 18,9 % des sondés, juste derrière le logement et les difficultés économiques, et presque à égalité avec la corruption.

    #Covid-19#migration#migrant#espagne#politiquemigratoire#regulrarisation#economie#demographie#sante

  • La population française en 2070 : faut‑il s’inquiéter d’un #déclin_démographique ?

    En 2025, la France a enregistré plus de décès que de naissances. Que nous dit cette situation inédite depuis 1945 de l’avenir démographique du pays ? Dans quelle mesure peut-on évaluer les évolutions de population ?

    L’année 2025 aura marqué la fin de la croissance naturelle de la population française : les #naissances sont désormais inférieures aux #décès, à la fois parce que le nombre d’enfants diminue et parce que la génération du baby-boom commence à arriver à la fin de sa vie. La croissance démographique du pays dépend donc désormais, comme dans presque tous les pays européens, de son #solde_migratoire.

    Une partie des observateurs de ces tendances soulèvent la question de la pérennité du système social français, qui reposerait sur les actifs et serait voué à disparaître avec leur diminution.

    Sans nous engager dans une discussion sur le financement de la solidarité nationale, qu’on pourrait envisager par exemple de se faire aussi sur les revenus du capital et non pas uniquement sur le travail (et donc le nombre d’actifs), nous nous proposons ici de voir si le devenir de la population française est prévisible ou non, et comment.

    Des modèles de projection et des incertitudes

    Concernant le futur des populations, il est d’usage de proposer ce que l’on appelle des projections de population. Cela consiste à produire des modèles, qui vont estimer les changements de population dans le temps, en prenant en compte le nombre et la structure par âge des personnes présentes aujourd’hui, et en faisant varier la natalité, la mortalité, l’immigration et l’émigration en fonction de scénarios spécifiques. C’est la méthode « par composante ». Plus on s’éloigne du jour présent, plus l’incertitude augmente et plus les différents scénarios divergent.

    Les instituts statistiques et démographiques nationaux et internationaux s’adonnent à cet exercice régulièrement. Cela permet de proposer des données chiffrées aux décideurs politiques. À l’échelle mondiale, l’Organisation des Nations unies (ONU) publie régulièrement des projections pour l’ensemble des pays, en Autriche le Wittgenstein Centre fait de même avec d’autres paramètres et en proposant en sus des projections sur l’éducation.

    En France, l’Insee produit régulièrement des projections à l’échelle nationale, régionale et locale. Localement, c’est le modèle Omphale qui est mobilisé. Il s’agit d’un modèle qui s’appuie sur les données locales d’un instant donné pour projeter à plusieurs décennies les évolutions de la population. La dernière révision d’Omphale date de 2022, s’appuie sur les données de 2018, et projette jusqu’en 2070.

    L’exercice qui consiste à regarder les projections passées est toujours douloureux puisqu’il montre les erreurs commises. En France, il s’agit le plus souvent depuis les années 1970 d’une sous-estimation de la population, liée à des hypothèses de fécondité basse (qui ne sont pas révélées exactes), d’arrêt des flux migratoires (qui n’ont pas eu lieu) et de faible progression de l’espérance de vie (qui a finalement été plus importante).
    Quelques scénarios pour 2070

    Pour envisager l’avenir de la population, il faut donc se poser la question de ce qu’il va advenir en termes de natalité, de mortalité, et de migrations internationales. La natalité correspond au nombre de naissances observées. Elle dépend donc d’une part au nombre de femmes en âge de procréer, ce qui est assez facile à connaître, puisque, d’après l’Insee, il y a environ 14,7 millions de femmes âgées de 15 à 50 ans – et même en partie à prévoir.

    On sait ainsi ce qu’il en est pour les 15-20 années à venir, puisque l’on peut compter les filles de 0 à 15 ans : elles sont 5,5 millions. D’autre part la natalité dépend aussi de la fécondité (combien les femmes ont d’enfants). Ce second élément est sujet à plus de précautions, car ses déterminants sont difficiles à prévoir. Ainsi, la récente chute de la fécondité française, si elle avait été envisagée par quelques démographes, n’avait pas été anticipée correctement.

    Hors période de crise sanitaire ou de guerre, la mortalité est un élément dont l’évolution est assez stable. On peut, en connaissant la structure par âge de la population, faire des prévisions de mortalité assez réaliste. Il n’en reste pas moins que des accidents majeurs peuvent arriver, comme la survenue d’une épidémie.

    On peut néanmoins faire des hypothèses sur l’amélioration de la durée de vie, puisque l’espérance de vie continue d’augmenter encore aujourd’hui (la baisse de la consommation de tabac, notamment chez les jeunes, est une bonne nouvelle), ou d’une stagnation, voire d’une baisse de celle-ci (par exemple en lien avec l’augmentation de la sédentarité).

    Les mouvements migratoires (immigrations et émigrations) sont aussi difficiles à prévoir, puisqu’ils dépendent de décisions individuelles d’une part, mais aussi de contextes économiques et politiques, voire environnementaux, d’autre part. Par exemple, la guerre en Syrie ou celle en Ukraine, ont provoqué un afflux inattendu de personnes réfugiées dans l’Union européenne. Néanmoins, on constate que les flux migratoires en France restent relativement stables dans le temps.

    C’est donc avec des scénarios, simples à comprendre, et explicables que l’Insee peut proposer des projections pour les années à venir. Le 8 juin dernier, l’Insee a proposé sa vision jusqu’en 2070.

    Ces projections rappellent que, selon les scénarios, à l’échéance de presque 40 années, la population française pourrait être de 55 millions ou 78 millions de personnes contre 69 millions aujourd’hui. Néanmoins, beaucoup de scénarios envisagent une bascule à la fin de la décennie 2030 vers une décroissance.

    Pour bien comprendre les enjeux en termes de composition de la population, l’Insee propose un outil dédié en ligne pour explorer les effets des différents scénarios, ainsi qu’une déclinaison à l’échelle des régions et des départements. On peut les envisager comme réalistes, si l’on n’oublie pas l’incertitude liée à cet exercice.
    La difficulté des estimations locales

    Si l’on souhaite envisager le devenir des populations de manière plus fine, à l’échelle des territoires communaux par exemple, il devient plus compliqué de mettre en œuvre des projections.

    En effet, si les mouvements naturels de la population restent prévisibles dans les mêmes mesures qu’à une échelle plus élargie, les mouvements migratoires sont, eux, plus difficiles à prendre en compte.

    D’une part, on ne peut pas se baser sur les flux observés dans le passé pour envisager ceux à venir. Un territoire peut attirer à un moment donné, et ne plus attirer par la suite, ou être saturé et ne plus être en mesure d’accueillir de nouveaux habitants.

    D’autre part, les migrations locales sont aussi liées à la disponibilité ou non de logements. Les changements de politiques de construction peuvent avoir des impacts locaux forts, complètement imprévisibles.
    Arrêter l’immigration : une accélération du vieillissement

    L’être humain a toujours cherché à se protéger, et les projections démographiques font partie des outils pour appréhender le futur. Elles peuvent néanmoins parfois effrayer, bien qu’elles ne constituent que des futurs possibles, sur lesquels il est en partie possible d’agir, et qui doivent surtout nous amener à anticiper.

    Selon toute vraisemblance, la dynamique naturelle de la population ne devrait pas repartir à la hausse d’ici à plusieurs décennies. Les flux migratoires, quant à eux, sont sujets à plus d’aléas, mais on peut envisager qu’ils ne changeront pas radicalement la donne en matière de croissance démographique. S’ils continuent de la sorte, ils vont offrir une forme d’amortissement aux changements à l’œuvre.

    On doit d’ailleurs alerter sur les conséquences d’un arrêt de l’immigration, qui accélérerait à la fois l’entrée en décroissance démographique du pays, mais aussi son vieillissement et ses conséquences.

    Quant à s’inquiéter des conséquences possibles de ces changements démographiques, oui, cela peut sembler nécessaire. Mais il ne s’agit pas tant de craindre un avenir qui déchante que de s’adapter aux changements en cours et à venir, par exemple en prenant mieux en compte la démographie et ses conséquences dans la nécessaire réorientation des politiques sociales et économiques.

    https://theconversation.com/la-population-francaise-en-2070-faut-il-sinquieter-dun-declin-demog
    #démographie #France #déclin #projection #scénario #statistiques #chiffres #vieillissement_de_la_population

  • Arzt über Sparen bei der Gesundheit: „Soziale Ungleichheit schreibt sich in den Körper ein“
    https://taz.de/Arzt-ueber-Sparen-bei-der-Gesundheit/!6187307

    27.6.2026 von Manuela Heim - Die aktuellen Sparvorhaben werden Ungerechtigkeiten im Gesundheitswesen verschärfen, befürchtet der Arzt Benjamin Wachtler.

    taz: Herr Wachtler, wie sehr beschäftigen Sie als Arzt die aktuellen Sparvorhaben der Bundesregierung?

    Benjamin Wachtler: Genau diese Sparmaßnahmen können sehr starke Auswirkungen auf die Gesundheit der Bevölkerung haben. Das sollte eigentlich zu einem Aufschrei führen. Weil der Schwerpunkt meiner Arbeit auf der Bevölkerungsgesundheit liegt, beunruhigt mich das jedenfalls sehr.

    taz: Die Regierung plant Reformen in nahezu allen sozialpolitischen Bereichen. Was bekommen wir da aus Ihrer Sicht?

    Wachtler: Es hat angefangen mit der Neuausrichtung des Bürgergelds also der Grundsicherung. Deutlich wird, dass hier die Einsparungen und die Konsolidierung des Haushalts im Vordergrund steht. Diese Austeritätspolitik setzt sich jetzt bei den Sozialversicherungen, also Rente, Krankenkassen und Pflege, fort – obwohl gerade hier grundlegendere Reformen nötig wären.

    taz: Regierungen sparen ja aber in der Regel nicht, weil es ihnen Spaß macht.

    Wachtler: Tatsächlich bewegt sich der öffentliche Diskurs in die Richtung, dass Sparen in diesen Bereichen als unumgänglich wahrgenommen wird. Dass die Politik so stark auf Einsparungsprogramme setzt, folgt aber vor allem einer neoliberalen politischen Ideologie.

    Wenn eine Erhöhung der Einnahmenseite, durch höhere Besteuerung reicherer Menschen über eine Vermögens- oder Erbschaftssteuer zum Beispiel, ausgeschlossen wird, dann bleibt nur noch eine solche Sparpolitik, die vor allem weniger gut gestellte Menschen belastet. Die hat aber eben Folgen für die Gesundheit der Bevölkerung.

    taz: Woher wissen Sie das?

    Wachtler: Das sehen wir jetzt sogar schon an der Entwicklung der Lebenserwartung. 2010 wurde zuerst für Großbritannien und die USA eine Verringerung der Lebenserwartung beschrieben. Inzwischen sehen wir es auch in Deutschland.

    taz: Hat der Anstieg der Lebenserwartung nicht einfach natürliche Grenzen?

    Wachtler: Das spielt sicher eine Rolle, aber nicht die entscheidende. Tatsächlich sehen wir diese Verlangsamung beziehungsweise sogar einen Rückgang der Lebenserwartung vor allem bei benachteiligten Bevölkerungsgruppen, während sie bei besser gestellten Gruppen weiter steigt. Das ist alarmierend, weil es eben nicht auf biologische, sondern auf gesellschaftliche Bedingungen zurückzuführen ist.

    taz: Wir kennen die Diskussion um die ungleiche Verteilung von Ressourcen bisher vor allem aus den Bereichen Bildung, Wohnraum, Einkommen, Erbe.

    Wachtler: Das ist interessant, nicht wahr? Auch bei den aktuellen Sparvorhaben spielen die Auswirkungen auf die Verteilung von Gesundheit bisher keine Rolle.

    taz: Woran könnte das liegen?

    Wachtler: Es herrscht immer noch die Erzählung vor, dass Gesundheit ein individuelles Problem ist. Tatsächlich wird sie aber durch gesellschaftliche Bedingungen ganz maßgeblich beeinflusst. Soziale Ungleichheit schreibt sich über verschiedene Wege in den Körper ein.

    Welche Produkte können wir uns leisten? Welche Möglichkeit der gesellschaftlichen Teilhabe haben wir? Wieviel Zeit und Energie bleibt nach der Arbeit für uns selbst gut zu sorgen und unsere Kinder zu fördern?

    Wo sich Menschen im Vergleich zu anderen innerhalb der Gesellschaft verorten, finanzielle Sorgen und andere Stressfaktoren – das hat alles erheblichen Einfluss auf die psychische und körperliche Gesundheit.

    taz: Wenn Menschen durch Alkoholkonsum, Rauchen, wenig Sport, schlechte Ernährung ihr Leben verkürzen – was kann der Staat dafür?

    Wachtler: Gesundheitsschädliches Verhalten existiert nicht losgelöst von gesellschaftlichen Bedingungen, in denen Menschen leben und arbeiten. Wie stark ein Mensch überhaupt in der Lage ist in die eigene Gesundheit zu investieren, hängt von seinen Perspektiven auf eine lebenswerte Zukunft ab.

    taz: Wie messbar ist dieser Zusammenhang?

    Wachtler: Es gibt zunehmend Studien, die Auswirkungen konkreter politischer Maßnahmen auf die Bevölkerungsgesundheit untersuchen, insbesondere seit der Finanzkrise 2008.

    taz: Haben Sie ein Beispiel?

    Wachtler: In Großbritannien gab es ab den 1980ern eine stark neoliberal ausgerichtete Politik, die zu großen sozialen Ungleichheiten führte. Und gleichzeitig eine erstarkende Public-Health-Wissenschaft, die sich das genau angeschaut hat.

    Die Labour-Regierung griff das Thema ab 1997 auf und führte weitreichende Reformen durch: In einem ganzen Bündel aus sozialen Maßnahmen wurden zum Beispiel Alleinerziehende besser abgesichert und Gesundheitsversorgung dorthin gebracht, wo sie am meisten gebraucht wird.

    Diese Maßnahmen hatten einen nachweislich positiven Effekt auf die Entwicklung der Lebenserwartung, der Kindersterblichkeit und der gesundheitlichen Ungleichheit.

    taz: Diesen Ruf als Positivbeispiel für Bevölkerungsgesundheit haben die Briten dann aber wieder sausen lassen.

    Wachtler: Auf jeden Fall. Nach Abwahl der Labour-Regierung 2010 und der Übernahme der Tories hat sich die Situation rasant verschlechtert – vor allem durch Austeritätspolitik.

    Enorme Summen wurden über kurze Zeit eingespart und diese überproportional stark in den Regionen, die ohnehin schon schlechter dastanden. Diese Politik hatte katastrophale Folgen für benachteiligte Bevölkerungsgruppen.

    taz: Sind die britischen Maßnahmen vergleichbar mit dem, was Merz und Co. jetzt in Deutschland planen?

    Wachtler: Das war schon weitreichender, aber es gibt Parallelen. Zum Beispiel wurde in Großbritannien mittellosen Personen ähnlich wie jetzt in Deutschland nur noch ein Teil der Wohnkosten finanziert.

    Verbunden mit einer sogenannten Lebenskostenkrise, steigenden Mieten und einem immer schwieriger werdenden Wohnungsmarkt, führte das zu mehr Wohnungs- und Obdachlosigkeit. Das können wir auch in Deutschland erwarten.

    taz: Und in Großbritannien hat sich dann binnen weniger Jahren die Lebenserwartung wieder negativ entwickelt?

    Wachtler: In der älteren Bevölkerung sieht man das tatsächlich sehr schnell. Bei jüngeren Kohorten werden sich die Effekte erst sehr viel später zeigen.

    taz: Die Entwicklung der Lebenserwartung zeigt also zunächst nur die Spitze des Eisbergs?

    Wachtler: Ganz bestimmt. Denken Sie nur daran, welche katastrophalen Effekte vor allem die Armut von Kindern hat. Wir wissen, dass Menschen, die jetzt in benachteiligten Situationen groß werden, Erfahrungen machen, die Auswirkungen auf das ganze weitere Leben haben, zu einer schlechteren Gesundheit und höheren Sterblichkeit führen.

    taz: Wie groß sind in Deutschland aktuell die Unterschiede in der Lebenserwartung?

    Wachtler: Frauen in als sozioökonomisch benachteiligt definierten Regionen leben durchschnittlich 4,3 Jahre, Männer 7,2 Jahre weniger als die in besser gestellten Regionen.

    taz: Einen Großteil der Bevölkerung betrifft das aber nicht – warum sollte sich Politik dann um mehr Gleichheit kümmern?

    Wachtler: Weil das Effekte auf den gesellschaftlichen Zusammenhalt hat. Und weil die meisten Menschen dieser Gesellschaft es immer noch als ungerecht begreifen dürften, wenn zum Beispiel Kinder von Anfang an schlechtere Bedingungen haben, die sich auf ihr ganzes weiteres Leben auswirken.

    Wenn man einmal versteht, dass die Unterschiede in der Gesundheit nicht nur auf individuelle Lebensentscheidungen zurückzuführen sind, dann ist es eigentlich nicht hinnehmbar, dass Regierungen ganz offensichtlich Teilen der Gesellschaft keine lebenswerten Lebensbedingungen mehr schaffen können oder diese sogar verschlechtern.

    taz: Rechtspopulistische Parteien argumentieren anders: Die, die weniger leisten, dürfen nicht gepampert werden.

    Wachtler: … und gleichzeitig gehören die schlechter gestellten Menschen zu deren Wählern. Das zeigt einmal mehr, dass die Entscheidung der Menschen für rechtspopulistische Parteien nicht deren Interessen widerspiegelt, sondern eher eine allgemeine Verdrossenheit mit den gesellschaftlichen Bedingungen.

    taz: Selbst in neoliberaler Denkweise: Wenn Menschen durch politische Maßnahmen kränker werden und früher sterben, kann das doch auch nicht gut für die Wirtschaft sein.

    Wachtler: Der Wohlstand unserer Gesellschaft beruht vor allem auf Wissensgenerierung und Arbeitskraft. Dafür sind Bildung und Gesundheit essentiell. Umso beunruhigender ist es, dass beides zunehmend als Ressourcenproblem begriffen wird und nicht mehr als Investition in die Zukunft. Damit schreibt man Teile der Gesellschaft ab und verschenkt ein großes Potential.

    taz: Wenn Gesundheit schon jetzt ungleich verteilt ist, müsste Politik dann nicht auch dafür sorgen, dass die Gesundheitsversorgung gerade für benachteiligte Menschen verbessert wird?

    Wachtler: Selbst wenn sie es wollte: Diese Möglichkeit hat Politik aktuell gar nicht. Die Steuerung der ambulanten medizinischen Maßnahmen wurde zum großen Teil der Ärzteschaft und deren Selbstvertretung – den kassenärztlichen Vereinigungen – überlassen.

    Politik kann nur noch über finanzielle Anreize beeinflussen. Das führt zu einem Effekt, den wir auch als „Inverse Care Law“ bezeichnen: Leistungen werden im Gesundheitsbereich vor allem dort angeboten, wo sie am wenigsten gebraucht werden. In reicheren Vierteln gibt es mehr Ärzte als in ärmeren.

    taz: Obwohl es dort um die Gesundheit schlechter bestellt ist …

    Wachtler: Genau. Ärzte sind letztlich auch Unternehmer und folgen ökonomischen Anreizen.

    taz: Das sagen Sie als Arzt.

    Wachtler: Individuell gibt es natürlich Ärztinnen und Ärzte, denen man damit unrecht tut. Es gibt außerdem ein großes Gefälle zwischen den Facharztgruppen.

    Fakt ist aber, dass es keinen Steuerungsmechanismus für die ärztliche Versorgung in Deutschland gibt, der die Bevölkerungsgesundheit ausreichend berücksichtigt. Es liegt weder im Interesse noch im Vermögen der kassenärztlichen Vereinigungen, das zu leisten.

    Das ließe sich durch Reformen ändern, aber bisher hat kein Gesundheitsminister Interesse daran gezeigt. Dabei ist das Grundrecht auf gleichwertige Lebensverhältnisse im Grundgesetz festgeschrieben. Daraus ergibt sich eine Verantwortung des Staates gegenüber seinen Bürgern.

    taz: Sind Po­li­ti­ke­r*in­nen dafür verantwortlich, wenn Teile der Bevölkerung früher sterben?

    Wachtler: Die Auswirkungen einzelner politischer Entscheidungen sind in der Regel nicht isoliert betrachtbar. Aber wenn man entgegen wissenschaftlicher Erkenntnisse Politik macht, dann muss man auch davon ausgehen, dass es eine gewisse Form von Verantwortung gibt.

    taz: Was genau könnte die Politik jetzt gegen eine ungleiche Verteilung von Gesundheit tun?

    Wachtler: Sparmaßnahmen dürfen die Perspektiven von Menschen auf ein lebenswertes Leben nicht weiter verschlechtern. Gesundheitsversorgung muss dorthin, wo sie am dringendsten gebraucht wird – auch wenn dafür eine Reform der Steuerung nötig ist.

    Bei einer Reform der Finanzierung der Sozialversicherungen sollten anders als bisher alle Einkommensformen in die Beitragspflicht genommen werden, statt vor allem die zu belasten, die auf ihr Gehalt angewiesen sind.

    Eine höhere Besteuerung von Vermögen sollte zur Konsolidierung des Haushalts herangezogen werden. Das alles würde auch soziale Ungleichheit mit all ihren Folgen für die Gesundheit reduzieren.

    taz: Dann würde die Union ihre Wahlversprechen brechen.

    Wachtler: Ich glaube aber auch nicht, dass es zum Wahlversprechen von Union und SPD gehörte, stattdessen Menschen sozial und gesundheitlich abzuhängen.

    taz: Und wer genau sollte jetzt dafür kämpfen? Die Lobby armer Menschen ist nicht groß.

    Wachtler: Es gibt schon einzelne Initiativen. Aber entschiedener Widerspruch sollte auch aus der Ärzteschaft selbst, anderen Gesundheitsberufen und von den Gewerkschaften kommen.

    Benjamin Wachtler

    ist Arzt, Epidemiologe und Vorstand des Vereins demokratischer Ärz­t*in­nen Vdää*. Er forscht zu sozioökonomischer Ungleichheit in der Gesundheit.

    #Allemagne #iatrocratie #démographie

  • L’initiative anti-immigration, visant à plafonner la population, rejetée par les Suisses - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/71891/linitiative-antiimmigration-visant-a-plafonner-la-population-rejetee-p

    L’initiative anti-immigration, visant à plafonner la population, rejetée par les Suisses
    Par FRANCE 24 Publié le : 15/06/2026
    Les Suisses ont voté dimanche sur une initiative populaire anti-immigration proposant notamment de plafonner la population du pays. Le projet a été rejeté à 54 %, provoquant un « soulagement » de ses opposants, notamment les principaux partis, les syndicats et le patronat.Les Suisses ont rejeté par plus de 54 % des votants, dimanche 14 juin, l’initiative populaire anti-immigration de la droite radicale proposant de plafonner la population du pays à 10 millions d’habitants."Par leur décision d’aujourd’hui, les citoyennes et citoyens ont donné un signal de stabilité, d’ouverture et de fiabilité", a déclaré le ministre suisse de la Justice et Police, Beat Jans, en conférence de presse, après avoir annoncé le résultat.
    Dans les sondages précédant le vote, le non était donné légèrement gagnant pour cette initiative, dont l’adoption aurait pu compromettre les relations entre la Suisse et l’Union européenne, son principal partenaire commercial, avec laquelle elle entretient des liens économiques étroits malgré sa non-appartenance à l’UE.
    Portée par l’Union démocratique du centre (UDC, droite radicale), premier parti du pays, cette initiative, dans une Suisse où les étrangers représentent plus d’un quart de la population, visait à limiter l’immigration afin d’empêcher que la population résidente permanente dépasse les 10 millions d’habitants d’ici à 2050 alors que le pays en compte actuellement 9,5 millions.
    La proposition a également été rejetée par une majorité de cantons, les scores les plus élevés en faveur du non ayant été enregistrés à Bâle-Ville (73,48 %), Neuchâtel (67,26 %) et Genève (65,42 %)."En rejetant l’initiative de l’UDC, la population suisse a dit non au repli sur soi et à la xénophobie. Ce non exprime le refus clair d’un retour en arrière vers des temps sombres, marqués par le statut de saisonnier et la privation de droits pour certaines personnes", a réagi l’Union syndicale suisse.
    « C’est un dimanche décevant pour nous, mais aussi pour toute la Suisse », malgré un large soutien dans les zones rurales, a déclaré aux journalistes le patron de l’UDC, Marcel Dettling.L’initiative était combattue par le gouvernement, le Parlement, les principaux partis, les syndicats et le patronat.Les Vert-e-s se sont dit « soulagé-e-s par le rejet clair de l’initiative du chaos de l’UDC »."Je suis rassuré. Cette initiative mettait en pratique une politique du bouc-émissaire", a déclaré Benoît Gaillard, député socialiste, à la télévision.
    Selon Jess Middleton, de la société d’analyse des risques Verisk Maplecroft, le rejet de l’initiative « a permis à la Suisse d’éviter une perturbation majeure pour son économie et ses relations avec Bruxelles ».Le scrutin a enregistré une forte participation, proche de 59 %, nettement supérieure à la moyenne d’environ 49 % observée ces dernières années."Ce n’est pas surprenant, vu l’intensité de la campagne" et « ce n’est pas étonnant (...) puisqu’au-delà de la question de la politique d’immigration, on jouait en partie aussi la politique européenne de la Suisse », a déclaré à l’Agence France-Presse (AFP) Pascal Sciarini, politologue à l’université de Genève.
    Si le seuil des 10 millions avait été dépassé avant 2050, la Suisse aurait dû dénoncer l’accord de libre circulation avec l’UE dans les deux ans, et d’autres accords bilatéraux portant sur l’asile et la sécurité viendraient également à tomber.Pénurie de logements, hausse des loyers, bétonnage du paysage, bouchons, trains bondés, augmentation de la criminalité, système de santé à bout et baisse de la qualité de l’enseignement sont les principaux arguments des promoteurs de cette initiative."L’UDC subit une défaite aujourd’hui, mais une petite défaite", a souligné Pascal Sciarini, relevant que pour un parti qui recueille 30 % des voix au parlement, convaincre autour de 45 % des votants représente un soutien bien supérieur à sa seule base électorale.
    Thomas Aeschi, chef du groupe UDC au Parlement, partage cette analyse : 45 % de oui, « c’est un message très fort » qui montre qu’"une très large partie de la population suisse ne souhaite pas que l’immigration telle que nous la connaissons aujourd’hui se poursuive", a-t-il dit à l’AFP.Tout en saluant le rejet de l’initiative, l’organisation patronale suisse a jugé qu’"il est également clair que l’immigration préoccupe la population".
    Dans un référendum distinct, les Suisses ont accepté un durcissement des conditions d’accès au service civil, défendu par le gouvernement dans un contexte de renforcement des capacités militaires en Europe.
    La gauche s’y opposait, estimant que cette réforme menace à terme l’existence même de cette alternative au service militaire.
    La Suisse impose un service militaire obligatoire aux hommes dans le cadre d’un système de milice. Depuis l’assouplissement en 2009 des conditions d’accès au service civil pour les objecteurs de conscience, leur nombre a fortement augmenté, une évolution jugée problématique par le gouvernement.

    #Covid-19#migration#migrant#suisse#demographie#immigration#droit#sante#economie#extremedroite#politiquemigratoire

  • Suisse : l’initiative visant à plafonner le nombre d’habitants rejetée par plus de 54 % des votants
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/06/14/suisse-l-initiative-visant-a-plafonner-le-nombre-d-habitants-rejetee-par-plu

    Suisse : l’initiative visant à plafonner le nombre d’habitants rejetée par plus de 54 % des votants
    Cette initiative, portée par l’extrême droite, visait à limiter l’immigration afin d’empêcher que les résidents permanents soient plus de 10 millions avant 2050.
    Le Monde avec AFP
    En Suisse, le gouvernement, les milieux économiques, les partenaires sociaux et les principaux partis ont exprimé dimanche 14 juin leur soulagement à la suite du rejet, par plus de 54 % des votants, de l’initiative anti-immigration portée par l’extrême droite, qui visait à plafonner le nombre d’habitants du pays alpin.
    « Par leur décision d’aujourd’hui, les citoyennes et citoyens ont donné un signal de stabilité, d’ouverture et de fiabilité », a salué le ministre de la justice et de la police suisse, Beat Jans, lors d’une conférence de presse, après avoir annoncé le résultat. Le scrutin a enregistré une forte participation, proche de 59 %.
    Portée par l’Union démocratique du centre (UDC, droite radicale), premier parti du pays, cette initiative, dans une Suisse où les étrangers représentent plus d’un quart de la population, visait à limiter l’immigration afin d’empêcher que les résidents permanents soient plus de 10 millions avant 2050 – le pays en compte actuellement 9,5 millions.La proposition a été rejetée par une majorité de cantons, les scores les plus élevés en faveur du non ayant été enregistrés à Bâle-Ville (73,48 %), à Neuchâtel (67,26 %) et à Genève (65,42 %).« En rejetant l’initiative de l’UDC, la population suisse a dit non au repli sur soi et à la xénophobie. Ce non exprime le refus clair d’un retour en arrière vers des temps sombres, marqués par le statut de saisonnier et la privation de droits pour certaines personnes », a réagi l’Union syndicale suisse.
    « C’est un dimanche décevant pour nous, mais aussi pour toute la Suisse », malgré un large soutien dans les zones rurales, a pour sa part déclaré aux journalistes le patron de l’UDC, Marcel Dettling. Pour Thomas Aeschi, chef du groupe UDC au Parlement, la réponse positive à 45 % est « un message très fort » qui montre qu’« une très large partie de la population suisse ne souhaite pas que l’immigration [d’]aujourd’hui se poursuive », a-t-il déclaré à l’Agence France-Presse.
    L’initiative était combattue par le gouvernement, le Parlement, les principaux partis, les syndicats et le patronat. Les Vert-e-s se sont dits « soulagé-e-s par le rejet clair de l’initiative du chaos de l’UDC ». « Je suis rassuré. Cette initiative mettait en pratique une politique du bouc émissaire », a déclaré Benoît Gaillard, député socialiste, à la télévision. Tout en saluant le rejet de l’initiative, l’organisation patronale Economiesuisse a pour sa part jugé qu’« il est également clair que l’immigration préoccupe la population ». Dans l’hypothèse d’un accueil favorable de la proposition, si le seuil des 10 millions avait été dépassé avant 2050, la Suisse aurait dû dénoncer l’accord de libre circulation avec l’UE dans les deux années suivantes, et d’autres accords bilatéraux portant sur l’asile et la sécurité seraient également devenus caducs

    #Covid-19#migration#migrant#suisse#immigration#extremedroite#politiquemigratoire#demographie#sante#economie

  • Emmanuel Todd – Front Nord, Front Sud : le point sur la Troisième Guerre mondiale

    https://diaspora.psyco.fr/p/12532040

    https://www.youtube.com/watch?v=lC5jJtw5Baw


    2026-06-11 — 1,5 h

    par Fréquence Populaire Média

    Alors que les regards restent tournés vers l’Ukraine, le Moyen-Orient et les tensions internationales, Emmanuel Todd estime que nous sommes en réalité confrontés à des transformations beaucoup plus profondes que les seuls événements du moment.

    Dans ce nouvel entretien animé par Diane Lagrange et enregistré le 10 juin 2026, l’historien, anthropologue et démographe revient d’abord sur son nouveau projet intellectuel. Après plusieurs décennies consacrées à l’étude des structures familiales et à leur influence sur les systèmes politiques, religieux et sociaux, Emmanuel Todd explique pourquoi il réévalue aujourd’hui certains aspects de son travail et pourquoi il redécouvre l’intérêt du matérialisme historique de Marx et Engels pour comprendre les grandes évolutions de l’humanité.

    Mais très vite, la discussion bascule vers les grands foyers de tension contemporains.

    #Ukraine, #Russie, #UE / #EU Union européenne, #OTAN, #Iran, #États-Unis, #Allemagne, #démographie, #crise économique, #retraites, #immigration, vieillissement des sociétés occidentales, #désindustrialisation, #souveraineté énergétique, #déclin européen… aucun sujet n’est évité.

    Pour Emmanuel Todd, les événements que nous observons ne peuvent être compris qu’en prenant du recul sur les dynamiques historiques longues. Il analyse la guerre en Ukraine comme l’expression d’un affrontement plus vaste entre un #Occident en difficulté et des puissances émergentes qui raisonnent désormais sur plusieurs décennies.

    L’entretien aborde également le rôle croissant de l’Allemagne dans le financement de l’effort de guerre européen, les conséquences de la crise énergétique mondiale, l’évolution de la stratégie russe, le rapprochement entre Moscou, Téhéran et Pékin, ainsi que les risques que ferait peser une poursuite de l’escalade sur l’ensemble du continent européen.

    La situation de l’Iran fait l’objet d’une analyse particulièrement approfondie. Emmanuel Todd revient sur la transformation spectaculaire de la société iranienne, son niveau de formation scientifique, sa capacité de résistance face aux sanctions et aux conflits, ainsi que sur la chute extrêmement rapide de sa fécondité qui rapproche désormais le pays des standards démographiques des sociétés les plus développées.

    La France occupe également une place centrale dans la discussion.

    À l’approche de l’élection présidentielle de 2027, Emmanuel Todd s’interroge sur la capacité du système politique français à répondre aux défis réels du pays. Il revient longuement sur le vieillissement accéléré de la population, la crise des retraites, l’effondrement de la fécondité, les difficultés d’assimilation, la dépendance économique croissante du pays et les limites du débat politique actuel.

    L’entretien se conclut sur une réflexion plus large concernant l’avenir de l’Europe, le déclin démographique mondial, l’évolution des rapports de puissance et les conséquences possibles des choix politiques effectués aujourd’hui.

  • La Suisse pourrait devenir le premier pays au monde à fixer un plafond démographique
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/06/13/la-suisse-pourrait-devenir-le-premier-pays-au-monde-a-fixer-un-plafond-demog

    La Suisse pourrait devenir le premier pays au monde à fixer un plafond démographique
    Par Serge Enderlin (Genève, correspondance) (avec AFP)
    Publié aujourd’hui à 07h00
    Partout à travers le pays, les affiches ont essaimé, comme à chaque « votation populaire », ces consultations de démocratie directe qui scandent la vie politique helvétique à intervalles trimestriels. Parfois elles sont désopilantes, comme en novembre 2018, quand les Suisses avaient voté pour soutenir ou rejeter une initiative visant à accorder des subventions aux éleveurs décidant de préserver les cornes de leur bétail.
    Plus souvent, elles s’avèrent cruciales. Ainsi, dimanche 14 juin, le peuple suisse devra se prononcer sur une proposition radicale de frein à l’immigration. Le scrutin a valeur de laboratoire alors que, dans toute l’Europe et au-delà, la gestion des flux migratoires par les autorités figure en tête des préoccupations de l’opinion. Aucun autre pays au monde ne s’est jusqu’ici exprimé dans les urnes sur sa propre croissance démographique.
    Concrètement, l’initiative de l’Union démocratique du centre (UDC, extrême droite, premier parti du pays) exige du gouvernement fédéral qu’il bloque le droit d’asile et le regroupement familial dès le seuil des 9,5 millions habitants franchi. A partir de 10 millions d’habitants, Berne aurait l’obligation constitutionnelle de dénoncer l’accord de libre circulation avec l’Union européenne (UE), ce qui ferait tomber par effet domino l’ensemble des accords bilatéraux liant la Confédération à l’UE, ainsi que les dispositifs de sécurité Schengen et Dublin auxquels la Suisse participe.
    Selon les projections, le seuil des 10 millions de personnes présentes sur le territoire pourrait être atteint entre 2033 et 2041. C’est la dixième fois depuis 1970 que les Suisses doivent se prononcer sur un texte lancé par l’extrême droite proposant de fermer les frontières aux étrangers. Tous ont été refusés à une exception près, en 2014. Les raisons de la crispation actuelle sont paradoxalement les mêmes que celles assurant au pays un succès économique insolent depuis un quart de siècle, la courbe démographique ascendante suivant celle du produit intérieur brut. Depuis que les ressortissants européens ont la possibilité de s’installer librement en Suisse (2002), ils plébiscitent le pays, à commencer par les Français et les Allemands. La population est ainsi passée de 7,2 à 9,1 millions d’habitants (+ 26 %) en un quart de siècle. Il s’agit, pour les quatre cinquièmes, d’une immigration de ressortissants de l’UE. En parallèle, le pays accueille également des réfugiés, balkaniques dans les années 1990 et ukrainiens depuis 2022 ; avec un droit d’asile de plus en plus restrictif pour ceux fuyant des conflits plus lointains (Erythrée, Soudan, Afghanistan, Syrie).
    L’argumentaire de l’UDC met le doigt sur la principale irritation actuelle : le quotidien d’un pays calibré pour 8 millions d’habitants, réglé comme une horloge, et soudainement confronté aux mêmes pathologies que les grandes nations : trains bondés, autoroutes bouchées, hôpitaux saturés, pénurie d’enseignants, et marché du logement atteint de folie spéculative, à la location comme à l’achat. « S’il n’y a pas de place dans les transports publics, c’est parce qu’il n’y a pas eu assez d’investissements », conteste Tamara Funiciello, députée socialiste bernoise. L’UDC préfère mettre en avant ce qu’elle a nommé une « initiative pour la durabilité », évoquant le « bétonnage du paysage provoqué par une immigration hors de contrôle ». « Il s’agit de reprendre le contrôle de l’immigration pour préserver notre environnement et notre paysage », martèle le député (UDC) valaisan Jean-Luc Addor.
    Pourtant, la prospérité actuelle de la Suisse repose sur cette même main-d’œuvre qu’elle pourrait commencer à bloquer en cas d’acceptation de l’initiative. Dans les hôpitaux du pays, un tiers du personnel soignant dispose d’un passeport étranger ; dans les Ehpad, la proportion frôle les 50 %. Sans les frontaliers et les immigrés européens, la machine de soins s’arrête, la construction se fige, la restauration met la clé sous la porte.
    « Dans l’hôtellerie, plus de 50 % des employés sont étrangers », confirme Martin von Moos, président de la fédération hôtelière nationale, selon qui l’initiative menace un secteur en manque constant de personnel. Les barons du parti, qui sont aussi souvent de grands patrons, continuent d’ailleurs de recruter activement dans l’UE pour faire tourner leurs usines, sans peur des contradictions. « La cohérence n’est peut-être pas une qualité précieuse en politique. Mais si cette initiative est si dangereuse et le débat qu’elle suscite si conflictuel, c’est parce qu’elle dépasse largement le cadre de la migration. C’est une sorte de Brexit suisse », explique Joseph de Weck, chercheur suisse au German Council on Foreign Relations, un centre de réflexion à Berlin.
    Pour les milieux économiques et la majorité politique, gauche et droite libérale confondues, le scénario relève du film catastrophe. « Faire tomber ces accords avec l’UE dans le contexte géopolitique actuel serait un suicide diplomatique et économique », prévient le député centriste Benjamin Roduit, tandis que le Vert vaudois Raphaël Mahaïm prophétise un « chaos programmé ».
    Le fait que l’UDC désigne l’immigration comme la cause des infrastructures saturées « est plutôt osé, alors que ce parti soutien l’affaiblissement des protections des locataires, la dépriorisation des investissements ferroviaires au profit de la route et la promotion de politiques fiscales avantageuses qui attirent en premier lieu les entreprises et les étrangers fortunés », ajoute le chercheur Joseph de Weck, selon qui « le parti rêve depuis longtemps de faire de la Suisse une plaque tournante déréglementée, un Dubaï alpin ».
    Député UDC et banquier milliardaire à Zurich, Thomas Matter ne dit pas vraiment le contraire : « Nous avions auparavant une immigration qualitative, aujourd’hui c’est une immigration ​quantitative. La Suisse a toujours la même superficie qu’en 1848, et de plus en plus de personnes vivent sur le même territoire. » Selon un dernier sondage, l’initiative serait rejetée à 52 %.

    #Covid-19#migration#migrant#suisse#demographie#immigration#economie#sante#politiquemigratoire#extremedroite

  • L’immigration, un sujet politique et une nécessité économique dans le contexte du déclin démographique en France
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2026/06/11/l-immigration-un-sujet-politique-et-une-necessite-economique-dans-un-context

    L’immigration, un sujet politique et une nécessité économique dans le contexte du déclin démographique en France
    Par Julia Pascual
    C’est un nombre, parmi beaucoup d’autres, dans la grande projection démographique, à l’horizon 2070, réalisée par l’Institut national de la statistique et des études économiques (Insee), publiée lundi 8 juin. Mais c’est un nombre, plus que d’autres, qui constitue une matière politiquement inflammable. Les projections de l’Insee tablent sur un solde migratoire positif (le nombre d’entrées moins le nombre de sorties) de 150 000 personnes par an. Un scénario, tempère l’Insee, à plus ou moins 80 000 personnes, tant la prévision, en la matière, dépend de multiples paramètres.
    Le raisonnement est le suivant. Selon l’hypothèse principale de cette étude, la population française devrait décroître à partir de 2037. Face à cette tendance, liée au recul de la fécondité et au vieillissement de la population, l’immigration apparaît incontournable, même si elle ne suffit pas à contrecarrer le déclin. Pour les opposants à l’immigration, c’est cependant la promesse d’un flux dangereux. Pour la plupart des acteurs économiques, qui ont besoin de bras et de cerveaux, c’est à l’inverse du bon sens. Pour les démographes, enfin, c’est le scénario le plus probable, mais en aucun cas une certitude : les politiques publiques, ou des bouleversements géopolitiques, peuvent changer la donne.
    D’un point de vue démographique, la recherche d’un équilibre de la population n’a pas de justification scientifique. « En démographie, l’homéostasie [processus de retour naturel à l’équilibre] est un modèle idéologique », rappelle François Héran, professeur honoraire au Collège de France et ancien directeur de l’Institut national d’études démographiques. Cependant, note-t-il, « beaucoup de pays engagés dans la seconde transition démographique [espérance de vie élevée et fécondité durablement faible] mènent des politiques d’immigration utilitaristes, à l’image de l’Allemagne, à des fins économiques, car les politiques natalistes ne peuvent enrayer les baisses de population ».
    Outre-Rhin, en effet, où les décès l’emportent sur les naissances depuis 1972, la politique migratoire a permis de faire en sorte que la population, alors de 78,5 millions d’habitants, passe à 84,4 millions en 2023, relève le démographe Hervé Le Bras, dans un article de la revue Politique étrangère, de l’IFRI (juin 2026).
    La réponse de la France au déclin démographique relèvera d’un choix politique. Et, à moins d’un an de l’élection présidentielle, les candidats déclarés ou pressentis affirment leur position sur l’immigration, souvent dans un sens restrictif. Récemment, le ministre de la justice, Gérald Darmanin, a défendu un « moratoire » de trois ans sur l’ensemble des flux, le candidat et ex-premier ministre Gabriel Attal a affirmé vouloir réduire l’immigration familiale au profit de la seule immigration économique, tout comme le candidat Edouard Philippe, qui prône une immigration économique « choisie et contrôlée ». Le patron des Républicains, Bruno Retailleau, répète vouloir réduire « drastiquement » les arrivées. Le Rassemblement national, lui, laboure depuis longtemps ce terrain.« Il y a une méconnaissance très répandue de la classe politique à propos de la migration économique », regrette Gilles Spielvogel, maître de conférences à l’université Paris-I Panthéon-Sorbonne. Les acteurs de l’économie plaident en effet, eux, pour plus d’immigration, dans de nombreux secteurs.
    « Le premier frein à la réindustrialisation de la France, ce sont les tensions dans le recrutement, souligne par exemple Philippe Mutricy, directeur des études de la banque publique d’investissement Bpifrance. On fait face à un besoin structurel de compétences, surtout au niveau des techniciens et des ouvriers qualifiés. » « Dire qu’on ne veut plus d’immigrés, c’est une bêtise économique immédiate, appuie Michel Picon, le président de l’Union des entreprises de proximité (U2P), qui représente les artisans, les commerçants et les professions libérales. Dans la restauration, l’hôtellerie, le bâtiment, les services à la personne… répondre à nos besoins passe par l’immigration. »
    L’U2P fait partie des organisations patronales qui, au côté de syndicats de salariés, ont été reçues le 26 mai par les ministres du travail et de l’intérieur pour aborder la question migratoire. Lors de cette réunion, les difficultés rencontrées par les entreprises et les travailleurs migrants dans les démarches d’obtention ou de renouvellement de titres de séjour ont été abordées. Un sujet sur lequel, après le passage Place Beauvau de Bruno Retailleau, tenant d’une ligne dure, son successeur Laurent Nuñez entend faire « bouger les lignes ». Un décret et une circulaire sont attendus, pour simplifier les démarches d’autorisation de travail des immigrés et la régularisation de ceux exerçant, sans papiers, une activité salariée. « On a besoin d’une immigration de travail dans ce pays », a aussi défendu lundi sur LCP le ministre du travail, Jean-Pierre Farandou.
    L’observation n’a rien de nouveau. Le 29 avril, l’Union européenne a adopté un règlement sur la création d’un réservoir de talents, visant à faciliter la venue de travailleurs étrangers qualifiés. « Compte tenu de l’ampleur actuelle des pénuries sur le marché du travail et des évolutions démographiques (…), la migration légale et ordonnée est essentielle pour (…) garantir la qualité des systèmes de protection sociale, la compétitivité et une croissance économique soutenue », affirme le règlement dans son introduction.« Dans un marché mondialisé des talents, dans lequel 75 % des employeurs dans le monde disent avoir des difficultés à recruter, l’immigration est plus stratégique aujourd’hui qu’hier », soutient Violaine Jaussaud, avocate au sein de Vialto, un cabinet spécialisé dans la mobilité internationale.
    Selon une note de conjoncture internationale de l’Insee, parue en décembre 2025, « les dynamiques migratoires ont largement soutenu l’emploi depuis 2019 dans trois des principales économies européennes » – l’Allemagne, l’Espagne et l’Italie.
    D’après le dernier rapport au Parlement sur les étrangers en France, il y avait fin 2024 plus de 450 000 titres de séjour en cours de validité émis pour un motif économique, sur un ensemble de 4,3 millions. Ce volume a quadruplé en dix ans. « La tendance est forte », convient Ludovic Guinamant, sous-directeur du séjour et du travail au sein du ministère de l’intérieur.Axelle Bodmer, secrétaire générale de l’Union des armateurs à la pêche de France, raconte par exemple comment, chaque année, « le nombre de marins étrangers progresse », en provenance d’Espagne, du Portugal, mais aussi, de plus en plus, du Sénégal et de l’Indonésie. « Il faut compléter les équipages pour éviter que les bateaux restent à quai », explique-t-elle. En cause : la désaffection pour un métier difficile. Pour faciliter le recours à ces travailleurs, l’organisation a plaidé auprès du ministère de l’intérieur pour que les métiers de matelot et de mécanicien figurent dans les listes des métiers en tension révisées en 2025, dans des régions comme la Bretagne, ce qui permet un allègement des procédures de recrutement des ressortissants extra-européens.C’est aussi ce dont bénéficie le Seasonal Businesses in Travel (SBIT), un syndicat britannique d’entreprises de voyages qui fait venir des travailleurs dans les stations de ski alpines, où les métiers de l’hôtellerie sont classés « en tension ». En 2025, les quelque 1 400 Britanniques employés dans ces stations ont représenté le troisième contingent de saisonniers étrangers en France.
    Pour consolider leurs ressources humaines, certains secteurs ont entrepris de structurer, depuis plusieurs années, des filières de recrutement à l’étranger. A l’image de l’agriculture, qui ne tournerait pas sans l’apport de plus de 10 000 saisonniers marocains et 3 000 tunisiens. « Le travail de la terre a toujours été dur et a attiré les groupes de population les plus pauvres, constate Sylvestre Bertucelli, le directeur de Légumes de France, qui représente 32 000 exploitations pour lesquelles il a participé au recrutement de quelque 800 ouvriers agricoles marocains en 2025. Sur les dix dernières années, on a recruté beaucoup de Polonais, puis des Roumains, des Bulgares, des Moldaves. Au fur et à mesure que leur niveau de vie augmentait, ils sont allés faire autre chose. » Le manque de main-d’œuvre est toujours important.

    #Covid-19#migration#migrant#france#demographie#vieillissement#economie#travailleurmigrant#migrationqualifiee#sante

  • En Italie, l’émigration des jeunes aggrave le vieillissement de la population
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/05/18/en-italie-l-emigration-des-jeunes-aggrave-le-vieillissement-de-la-population

    En Italie, l’émigration des jeunes aggrave le vieillissement de la population
    Allan Kaval
    Le premier décret pris par Giorgia Meloni à son arrivée au pouvoir en Italie avait de quoi surprendre. Adopté le 31 octobre 2022, il était porteur de mesures urgentes visant à interdire un certain type de fêtes. Baptisé « décret anti-rave », il punissait les fêtes dites « invasives » de plus de cinquante participants, prévoyant jusqu’à six ans de prison pour les organisateurs.Ce même jour, en Emilie-Romagne, avait tranquillement pris fin un rassemblement où des personnes – dont l’âge, 49 ans, était inférieur à la moyenne italienne, la plus élevée d’Europe – avaient dansé au rythme de la musique électronique. Au cours des jours précédents cependant, le voisinage s’était plaint, attirant l’intérêt des médias.
    Le ton de l’ère Meloni était donné et se confirmerait par la suite. Il s’agissait de la première traduction d’une méthode consistant à légiférer par décret pour rebondir sur des faits divers, en se prévalant d’une urgence contestable. Mais ce décret inaugurait aussi le durcissement répressif qui allait accompagner son mandat, à chaque fois justifié par la désignation d’un ennemi de l’intérieur.
    Après les jeunes amateurs de musique électronique, les militants pour le climat furent les suivants sur la liste, bientôt rejoints par les fils d’immigrés arabes, les féministes de la quatrième vague, les partisans de l’émancipation des groupes marginalisés et les étudiants solidaires de la Palestine. Certains sont des adversaires idéologiques, d’autres des cibles stigmatisées, mais la plupart ont un point commun : ils appartiennent à une minorité peu coûteuse à prendre pour cible car réputée inoffensive sur le plan électoral : la jeunesse.
    Si les personnes âgées de 65 ans et plus représentaient un cinquième de la population en 2005, elles en formaient le quart en 2025 et, selon les prévisions, pourraient en constituer le tiers en 2045. Les jeunes, en revanche, n’ont jamais été aussi rares. Les moins de 25 ans ne représentent que 12 % de la population du pays, la proportion la plus basse d’Europe. Et ils sont de moins en moins nombreux – leur part a baissé de 5 points de pourcentage entre 2004 et 2024.
    D’abord parce que les Italiens font moins d’enfants, mais aussi parce que, lorsqu’ils grandissent, ceux-ci ont tendance à quitter le pays. Entre 2011 et 2024, le pays a perdu 630 000 jeunes, partis pour des horizons plus cléments, fuyant la précarité sans issue et les bas salaires, caractéristiques d’un marché du travail particulièrement hostile aux jeunes générations. En augmentation, le taux de chômage des jeunes était de 18,1 % en mars, contre 5,2 % dans la population générale.
    Ignorés politiquement, les jeunes ont cependant contribué à mettre fin à la phase ascendante de la législature de Giorgia Meloni. La défaite qu’elle a subie en mars lors du référendum constitutionnel, censé transformer l’organisation de la magistrature, a notamment été permise par la mobilisation de cet électorat, pourtant perçu comme quantité négligeable. Et 61 % des 18-34 ans ont voté contre, pour un score global de 54 % en faveur du non.
    Ces résultats arrivaient après plus de trois ans d’un gouvernement qui n’avait mené aucune réforme orientée vers l’amélioration de la situation économique de ce groupe démographique. Celui-ci était plutôt la cible d’offensives hostiles de la part de l’exécutif. Dès 2022, les actions des militants écologistes d’Ultima Generazione – des blocages de rues ou des jets de peinture – leur avaient valu d’être réprimés par de nouvelles lois qui les ont fait disparaître de la circulation.Au moment des Jeux olympiques d’hiver de Milan-Cortina 2026, les jeunes Italiens d’origine arabe étaient confondus par le camp gouvernemental et ses alliés sous le terme infamant de « maranza », l’équivalent italien de « racaille ». De son côté, le chanteur Ghali, d’origine tunisienne, très populaire chez les plus jeunes, avait été censuré par la télévision publique. Le chef d’orchestre de la cérémonie d’ouverture, un partisan de Giorgia Meloni, lui avait interdit de dire quelques vers en arabe d’un poème pacifiste.
    Dans le même temps, on faisait passer des étudiants par ailleurs progressistes pour complaisants avec le Hamas, du fait de leur opposition aux crimes de guerre israéliens contre les Palestiniens. Les matraquages lors d’une manifestation, en 2024, avaient choqué le pays, mais laissé Giorgia Meloni inflexible. Elle était allée jusqu’à critiquer le rappel à l’ordre démocratique du président de la République, Sergio Mattarella, face aux violences policières.
    Alors que l’ère Meloni est entrée dans un nouveau cycle, dans la perspective des élections législatives prévues pour 2027, la majorité a l’occasion de rattraper le temps perdu et de s’adresser à cet électorat. Mercredi 13 mai, la présidente du conseil a déclaré souhaiter qu’un jour, pour les jeunes, « rester en Italie soit un choix compétitif et non un acte de courage », tout en considérant leur émigration comme un phénomène « structurel ».« Il ne faudrait pas que ce soit un alibi pour dire qu’on ne peut pas y faire grand-chose », lui a répondu, dans le quotidien La Stampa, le démographe Alessandro Rosina, de l’Université catholique du Sacré-Cœur de Milan. « Retourner en Italie après un début de carrière à l’étranger n’est pas un acte de courage, c’est suicidaire », a-t-il ajouté, en référence aux données du marché du travail. Ce constat pessimiste, qui est aussi celui de l’Organisation pour la sécurité et la coopération en Europe, dans une étude publiée fin avril, appellerait des politiques publiques en matière de formation et de transition entre les études et l’activité professionnelle – des sujets qui ne sont pas à l’ordre du jour du gouvernement de Giorgia Meloni

    #Covid-19#migration#migrant#italie#demographie#vieillissement#emigration#sante#economie

  • "Pas de #Suisse à 10 millions" (d’habitant·es). Initiative ’#pour_la_durabilité'

    commentaire de Jérémie Savioz sur LinkedIn :

    Et si on s’arrêtait quelques minutes sur cette image, qui en dit long sur l’initiative « pour la durabilité » lancée par l’UDC ?

    On peut y voir à droite un « #écureuil terrestre à manteau doré », un rongeur d’Amérique du Nord. J’imagine que les auteurs du montage voulaient faire figurer une #marmotte « bien de chez nous ». Cette confusion peut faire sourire, mais elle est surtout révélatrice du manque d’intérêt sincère que porte l’UDC à la protection de la nature.

    Si l’UDC se souciait sincèrement de cette nature (et de la durabilité, puisqu’il s’agit du titre de son initiative), elle n’aurait sans doute pas torpillé l’initiative Biodiversité en 2024. Ni la Loi cantonale sur le climat. Ni celle pour des multinationales responsables. Ni, ni, ni… En clair, elle ne mettrait pas tant d’effort à saborder systématiquement, avec une rare ténacité, toute proposition allant dans le sens d’une meilleure protection de l’environnement.

    Fait amusant, l’UDC valaisanne s’est d’ailleurs battue il y a quelques mois pour supprimer le concept de « durabilité » de la nouvelle loi cantonale sur la culture. Concept qu’elle érige aujourd’hui en vertu cardinale pour porter son initiative.

    https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:7460691454676393984

    #UDC #Suisse #démocratie_directe #nature #démographie #migrations #initiative #votation #propagande #image #affiche #durabilité #animaux

    –-

    ajouté à la métaliste sur comment l’#UDC instrumentalise la #nature et les #animaux pour ces campagnes, sa #propagande, ses initiatives #anti-immigrants racistes et xénophobes

  • Au Maroc, le secteur agricole est dépendant des travailleurs migrants - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/71035/au-maroc-le-secteur-agricole-est-dependant-des-travailleurs-migrants

    Au Maroc, le secteur agricole est dépendant des travailleurs migrants
    Par Sertan Sanderson Publié le : 24/04/2026
    Alors que le Maroc est traditionnellement un pays de transit pour les migrants qui espèrent rejoindre l’Europe, de plus en plus de personnes choisissent d’y rester. Le secteur agricole marocain, en manque de main d’oeuvre, y voit une bouée de secours.Le Maroc passe progressivement d’un pays de transit à un pays de destination pour de nombreux migrants. Cela s’explique notamment par l’urbanisation du Maroc, qui a entraîné un exode massif vers les villes, au détriment des zones rurales qui abritent les secteurs de l’agriculture et de l’élevage. Cette évolution a ainsi créé de nouvelles opportunités d’emploi.
    Le renforcement des contrôles aux frontières maritimes par les autorités marocaines, en étroite collaboration avec les partenaires européens, a également rendu plus difficiles les dangereuses traversées en mer vers l’Union européenne (UE). Beaucoup de migrants se retrouvent donc bloqués à long terme au Maroc et se mettent à chercher du travail sur place.
    Il est difficile de quantifier précisément l’ampleur de cette tendance, car près des trois quarts des migrants qui restent au Maroc occupent un travail illégal et les autorités marocaines se montrent réticentes à régulariser leur situation. De plus, les statistiques officielles ne reflètent pas l’ampleur de la migration irrégulière.
    L’agence de presse Reuters s’est rendue dans une exploitation agricole près de la ville côtière d’Agadir, où les migrants comblent désormais d’importantes pénuries de main-d’œuvre. Plus de 24 000 hectares de serres s’étendent sur les plaines de la région de Souss-Massa, à environ 50 kilomètres au sud d’Agadir, où sont produites plus de 80 % des exportations marocaines de fruits et légumes. Le poids économique de la région est considérable.L’un des migrants qui a trouvé du travail ici est Abdulfattah Aliou, un homme de 23 ans originaire du Togo, dont l’histoire est similaire à celle de nombreuses personnes en situation irrégulière bloquées au Maroc.
    Le Togolais a expliqué à Reuters qu’il avait initialement tenté de rejoindre l’UE en entrant dans l’une des enclaves espagnoles situées à l’extrême nord du Maroc, où il a été intercepté par les gardes-frontières espagnols avant d’être renvoyé au Maroc. Depuis le nord du Maroc, les autorités ont ensuite renvoyé Abdulfattah Aliou et d’autres migrants par bus vers le sud du pays. Certaines organisations de défense des droits de l’Homme ont dénoncé cette pratique, la qualifiant de « refoulement interne », et estimant qu’elle porte atteinte au droit de demander l’asile. Débarqué dans le sud du pays, Abdulfattah Aliou a commencé à travailler sur des exploitations agricoles. « Travailler, c’est mieux que de mendier dans la rue », a-t-il expliqué en rentrant d’une journée de travail dans un champ de tomates.
    Alioun Dialou, un Sénégalais de 48 ans, s’est également installé ici. Il travaille dans des exploitations agricoles de la région depuis près de 20 ans et a été témoin de l’évolution démographique de ses propres yeux. Alioun Dialou vit dans la ville d’Aït Amir, dans la région de Souss-Massa, où la population locale a quadruplé pour atteindre 113 000 habitants depuis la fin des années 1990, sous l’effet de l’augmentation de la main-d’œuvre migrante. Il dort actuellement dans la rue, essayant d’économiser de l’argent pour pouvoir s’acheter un téléphone, afin de rester en contact avec sa famille restée au pays, et de nouvelles chaussures. Malgré ces difficultés, il n’a toujours pas l’intention de quitter le Maroc, du moins pour le moment. « Je dois gagner un peu d’argent pour vivre et me reposer, dit-il. J’essaierai l’Europe plus tard. »
    Pourtant, à son arrivée au Maroc, Alioun Dialou avait espéré continuer le voyage vers l’Europe. Aujourd’hui, il a une fille de 11 ans scolarisée dans une école marocaine. Elle parle le français, la langue locale berbère et l’arabe marocain. Nombre de Marocains sont allés chercher du travail dans des grands centres urbains depuis le début des années 2000 et une longue période de sècheresse qui a presque décimé le secteur agricole. Cette dernière a supprimé 1,7 million d’emplois agricoles, selon les statistiques officielles citées par Reuters qui précise que le nombre de Marocains travaillant activement dans l’agriculture a été divisé par deux au cours des vingt dernières années.
    Dans des villes comme Tanger, Rabat et Casablanca, qui ont connu ces dernières années une croissance annuelle de 1 %, de nombreux Marocains se sont depuis longtemps construit une nouvelle vie, n’ayant plus beaucoup d’attaches dans les zones rurales.
    Rachid Benali, président de la Confédération nationale des producteurs agricoles (COMADER), estime que cette tendance ne va pas s’inverser. Selon lui, « une fois que les gens se sont habitués à la vie urbaine, il est difficile de les faire revenir travailler dans les exploitations agricoles des zones rurales ». Or, il est devenu difficile de trouver de la main-d’œuvre. La forte demande a également poussé les travailleurs agricoles marocains à exiger des salaires plus élevés. Dans le même temps, des migrants comme Abdulfattah Aliou travaillent pour des bas salaires. Selon Reuters, ils gagnent moins d’un cinquième du salaire en vigueur pour les Marocains.
    Abdelaziz El Maanaoui, président d’une association de producteurs dans les plaines de Souss-Massa, confirme que le secteur est devenu dépendant de la main-d’œuvre immigrée : "Sans la main-d’œuvre subsaharienne, un certain nombre d’exploitations auraient dû fermer
    Ainsi, des voix s’élèvent aujourd’hui pour demander la régularisation d’environ 150 000 personnes au Maroc. Abdelaziz El Maanaoui se dit favorable à cette initiative. D’autant que les taux de natalité chez les Marocains est en forte baisse et un déclin démographique est désormais en cours. Cela signifie que la pénurie de main-d’œuvre va encore s’amplifier dans le secteur agricole. De plus, l’urbanisation se poursuit : le gouvernement marocain a investi massivement dans le renforcement de ses infrastructures des villes, en construisant de nouvelles voies ferrées, des routes et des aéroports. Rachid Benali a expliqué à Reuters qu’une « pénurie structurelle de main-d’œuvre agricole, tant qualifiée que non qualifiée, dans le pays » mettait gravement en péril la compétitivité de l’agriculture marocaine

    #Covid-19#migration#migrant#maroc#subsaharien#agriculture#economie#travailleurmigrant#sante#demographie#regularisation#droit

  • En Allemagne, l’immigration ne compense plus le déclin démographique
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/15/en-allemagne-l-immigration-ne-compense-plus-le-declin-demographique_6680317_

    En Allemagne, l’immigration ne compense plus le déclin démographique
    Par Elsa Conesa (Berlin, correspondante)
    Près de trente-six ans après la réunification, l’Allemagne est à nouveau confrontée à l’un de ses fantômes : le déclin démographique. En 2025, le pays a perdu près de 100 000 habitants, l’immigration ne suffisant plus à compenser le recul des naissances. Et les projections montrent qu’il ne s’agit pas d’un accident, cette tendance est là pour durer. L’institut pour l’économie allemande de Cologne (DIW), réputé proche du patronat, a publié lundi 13 avril un scénario d’évolution estimant la population à 81 millions d’habitants en 2045, contre 83,5 millions à fin 2025. Dans ses prévisions précédentes, il tablait encore sur une croissance modérée de la population allemande jusqu’en 2040.
    Le recul de la population en Allemagne n’est pas inédit. Mais les derniers épisodes de baisse démographique prolongée remontent au début des années 2000, dans la période qui a suivi la réunification, alors que l’économie du pays souffrait. L’année de la pandémie de Covid-19, en 2020, a aussi été marquée par une baisse ponctuelle des chiffres du fait de la fermeture des frontières. Mais, hormis cette année particulière, la population en Allemagne avait augmenté de façon continue depuis 2011, principalement du fait de l’immigration.
    Le retournement est cette fois perçu comme durable parce qu’il est lié non pas à la baisse de la natalité, mais à la diminution des flux migratoires, qui résulte à la fois de tendances de fond et de choix de politique publique.
    La chute de la natalité en Allemagne remonte aux années 1970. « Le baby-boom a été plus tardif en Allemagne qu’ailleurs en Europe, explique Philipp Deschermeier, économiste au DIW. Depuis 1972, il y a chaque année plus de décès que de naissances. » Cet écart n’a cessé de se creuser depuis la réunification et, depuis 2022, il manque chaque année plus de 300 000 naissances pour compenser le nombre de décès. En 2025, cet écart a atteint 350 000 naissances.
    L’immigration avait largement compensé ce phénomène, notamment au cours des dix dernières années, avec l’arrivée de deux millions à trois millions de personnes dans le sillage des « printemps arabes » puis de la guerre en Ukraine. En 2025, toutefois, le solde migratoire n’a pas suffi à effacer le recul des naissances. Selon les statistiques officielles publiées par Destatis, celui-ci a reculé de 40 % en 2025, même s’il est resté positif, à la fois du fait du tour de vis mené par le gouvernement à Berlin et parce que l’Europe est devenue moins attractive. En 2025, le solde migratoire a avoisiné 250 000 personnes, contre plus de 430 000 en 2024. Il était, en moyenne, de 356 000 personnes chaque année entre 1990 et 2024.
    « La démographie est une force très sous-estimée, poursuit Philipp Deschermeier. Nous continuons à considérer que le changement va se produire dans le futur sans tirer les conclusions qui s’imposent. Or, nous subissons déjà les conséquences de ce changement de paradigme sur le marché du travail et la prospérité en Allemagne. Nous devons reconnaître que notre population est désormais en déclin. »Les répercussions économiques d’un recul démographique sont de fait considérables. Dans le scénario central de l’institut de Cologne, la population active diminuera de plus de 8 % dans les vingt prochaines années, amputant la capacité du pays à générer de la croissance et créer de la richesse, tandis que la population âgée de plus de 67 ans passera de 17 millions à plus de 20 millions de personnes.
    L’Allemagne compte aujourd’hui 33 retraités pour 100 personnes en âge de travailler, selon les statistiques officielles parues fin 2025. D’après l’Institut de recherche sur le marché du travail et la formation professionnelle (IAB), le pays perd chaque année environ 460 000 travailleurs du seul fait de l’évolution démographique. Cette évolution menace la viabilité du système de financement de la protection sociale allemand, lequel repose, comme en France, largement sur le travail. « Le marché du travail et la sécurité sociale pourraient être soumis à une pression beaucoup plus forte et beaucoup plus tôt que ce que l’on craignait jusqu’à présent, résume Philipp Deschermeier. Les responsables politiques doivent faciliter l’immigration de main-d’œuvre qualifiée, par exemple en accélérant les procédures de visa et en simplifiant la reconnaissance des diplômes étrangers. »
    Le gouvernement du chancelier conservateur Friedrich Merz, sous pression du fait de la progression du parti d’extrême droite Alternative für Deutschland (AfD), a promis, pendant la campagne pour les élections législatives de 2025, de restreindre fortement l’immigration. Cherchant à rompre avec la politique d’accueil incarnée par Angela Merkel à partir de 2015, accusée d’avoir alimenté la popularité de l’AfD, il espère même inciter les réfugiés syriens et ukrainiens installés en Allemagne à rentrer dans leur pays d’origine, y compris ceux qui sont bien intégrés.
    Mardi 14 avril, alors que le chancelier recevait le président ukrainien, Volodymyr Zelensky, à Berlin, son ministre de l’intérieur, Alexander Dobrindt, inaugurait ainsi dans la capitale un centre destiné aux Ukrainiens vivant en Allemagne, et dont l’un des objectifs est « de discuter avec eux des perspectives d’un éventuel retour », a expliqué le ministre allemand.« L’immigration est essentiellement liée au développement économique, indique Philipp Deschermeier. Mais le contexte politique joue aussi un rôle dissuasif sur les personnes qui envisagent de venir en Allemagne et dont nous avons peut-être un besoin urgent. » L’exécutif est, par ailleurs, déjà confronté à la nécessité d’une réforme des retraites et du système de santé, percutés par le vieillissement de la population, et qui s’annonce très impopulaire. Ce vieillissement démographique a longtemps été plus marqué à l’Est qu’à l’Ouest. Alors qu’en 1990, les Allemands de l’Ouest étaient quatre fois plus nombreux que les Allemands de l’Est, ils étaient en 2024 plus de cinq fois plus nombreux, selon Destatis, l’Est ayant notamment subi un exode de jeunes femmes qui se répercute encore aujourd’hui sur les indicateurs de fécondité. Désormais, « l’Allemagne dans son ensemble se dépeuple », résume Philipp Deschermeier.

    #Covid-19#migrant#migration#allemagne#immigration#demographie#vieillissement#sante#economie

  • Le Portugal adopte une réforme facilitant l’expulsion d’étrangers en situation irrégulière - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/70477/le-portugal-adopte-une-reforme-facilitant-lexpulsion-detrangers-en-sit

    Le Portugal adopte une réforme facilitant l’expulsion d’étrangers en situation irrégulière
    Par La rédaction Publié le : 20/03/2026
    Le gouvernement portugais a adopté, jeudi, une réforme législative destinée à faciliter et accélérer l’expulsion d’immigrés en situation irrégulière. Le projet de loi prévoit notamment un allongement du délai de rétention à 2 ans ou encore l’allongement des interdictions de retour (IRT) des personnes expulsées.
    C’est une étape de plus dans le durcissement de la politique migratoire du Portugal entamé il y a deux ans. Le gouvernement portugais de droite a adopté jeudi 19 mars une réforme législative visant à faciliter et accélérer l’expulsion d’immigrés clandestins.
    Concrètement, le projet de loi prévoit notamment une réduction des délais administratifs des procédures de reconduction, une révision des critères permettant aux migrants d’éviter une telle décision, le traitement en parallèle des procédures de demande d’asile, pour que celles-ci ne deviennent pas une « manoeuvre dilatoire », ou encore l’allongement des interdictions de retour (IRT) sur le territoire portugais de personnes expulsées, a indiqué le porte-parole du Conseil de ministres Antonio Leitao Amaro.
    La réforme prévoit également un allongement du délai pendant lequel les migrants peuvent être placés dans des centres de détention provisoire, et qui pourraient dorénavant atteindre 18 mois, contre 60 jours actuellement. « Il doit y avoir des conséquences à l’illégalité et cela implique la reconduction, et une reconduction plus rapide », a déclaré Antonio Leitao Amaro à l’issue d’une réunion de l’exécutif. « Le Portugal se comptait parmi les pays d’Europe avec des taux de reconduction les plus bas », a-t-il fait valoir.
    Le texte doit encore être soumis au vote du Parlement, où le gouvernement ne dispose pas de majorité mais a jusqu’ici pu compter sur les voix de l’extrême droite pour voter d’autres mesures de contrôle de l’immigration. « Toute l’Europe allonge [l]es délais [de placement en détention provisoire] », a argumenté M. Leitao Amaro. En effet, l’Union européenne se prépare a adopter une législation fixant le délai maximum de rétention à deux ans - prévu dans la nouvelle « directive retour ». Depuis son arrivée au pouvoir en 2024, l’exécutif du Premier ministre Luis Montenegro a pris plusieurs mesures de durcissement de la politique migratoire, qui était sous le précédent gouvernement socialiste une des plus ouvertes d’Europe.
    En revanche, le volet de ces réformes portant sur les conditions d’accès à la nationalité portugaise reste toujours en discussion après avoir été retoquées par la Cour constitutionnelle.
    Longtemps pays d’accueil, le Portugal bénéficiait d’une politique migratoire parmi les plus ouvertes d’Europe. Pendant de nombreuses années, les migrants pouvaient obtenir un statut légal en travaillant, en créant une entreprise ou en étant freelance, qu’ils soient entrés de manière régulière ou non dans le pays. Cette disposition a été abrogée.Désormais, les autorités opèrent un net virage. Arrivé au pouvoir en mars 2024, le gouvernement de droite modérée du Premier ministre Luis Montenegro a décidé de durcir sa ligne politique autour de l’immigration.
    En mai 2025, le gouvernement avait déjà annoncé son projet d’expulser à court terme environ 18 000 étrangers en situation irrégulière dans le pays. Cette annonce a été suivie en juillet d’un nouveau durcissement des conditions de vie des étrangers dans le pays. Les visas pour rechercher du travail ne sont plus accordés qu’à des immigrés hautement qualifiés et les conditions permettant le regroupement familial sont plus exigeantes. Par ailleurs, les Brésiliens, qui constituent le plus important contingent immigré dans le pays, ne bénéficient plus d’une règle qui leur permettait de régulariser leur situation après leur arrivée au Portugal. Une nouvelle unité au sein de la police nationale chargée de lutter contre l’immigration illégale et d’organiser l’expulsion des migrants en situation irrégulière a également été créée.Fin 2024, le nombre d’étrangers établis au Portugal a dépassé 1,5 million, soit environ 15 % de la population totale et près de quatre fois plus qu’en 2017.

    #Covid-19#migration#migrant#portugal#politiquemigratoire#expulsionn#demographie#migrationirreguliere#sante

  • Places en #Ehpad, #autonomie, #emplois… La mise en garde de la Drees sur le #vieillissement de la #population

    Selon le service statistique du ministère de la Santé, d’ici vingt-cinq ans, il faudra créer des centaines de milliers de places en Ehpad et embaucher massivement du personnel dans le secteur du grand âge

    La population française vieillit, et le service statistique du ministère de la Santé (#Drees) alerte sur le fait que si les prochains gouvernements ne se saisissent pas du sujet, il va devenir impossible de gérer ce virage démographique.

    Une étude de la Dress, dévoilée jeudi 5 février, montre que d’ici vingt-cinq ans en France, il y aura 23 millions de personnes de plus de 60 ans contre 18 millions en 2021. Parmi elles, 750 000 de plus qu’aujourd’hui ne seront plus autonomes.

    Le service statistique du ministère de la Santé estime qu’il faudra créer 365 000 places supplémentaires dans les Ehpad et embaucher entre 150 000 et 200 000 personnes dans les #maisons_de_retraite et dans le secteur de l’#aide_à_domicile pour gérer le vieillissement de la population.

    À ce jour, moins de la moitié des 50 000 embauches promises par Emmanuel Macron lors de sa campagne pour l’élection présidentielle de 2022 ont eu lieu.

    https://www.franceinfo.fr/societe/prise-en-charge-des-personnes-agees/places-en-ehpad-autonomie-emplois-la-mise-en-garde-de-la-drees-sur-le-vie
    #démographie #France #projections #statistiques #chiffres #personnes_âgées

  • #Dénatalité, manque de main d’œuvre : pourquoi la France a besoin d’immigration

    Tandis que la France a fortement limité le nombre de #régularisations, l’Espagne en a annoncé ce mardi 500 000. Une solution absente du débat français malgré une #économie atone.

    Il aura donc fallu plus de dix ans de politique migratoire européenne répressive, des dizaines de milliers de noyades en mer d’hommes, de femmes et d’enfants cherchant à fuir la guerre ou la misère, pour que l’on comprenne enfin que l’immigration, soigneusement encadrée, est sans doute la clé de la puissance économique et donc politique de l’Europe. Les chiffres ne trompent pas : le nombre d’enfants par femme ne cesse de diminuer dans l’Union européenne. La France par exemple, on l’a appris récemment, a enregistré pour la première fois depuis la Seconde Guerre mondiale moins de naissances que de décès en 2025. Et cette tendance devrait se poursuivre au vu de l’état actuel du monde.

    Alors que faire ? Décroître tranquillement ou profiter des compétences et de l’énergie de celles et ceux qui frappent à la porte, désireux de travailler là où il y a des postes à pourvoir ? Alors que le Medef, en France, pousse à ouvrir davantage le pays à seule fin de récupérer de la main-d’œuvre, la confédération allemande des syndicats s’est récemment félicité qu’Angela Merkel ait accueilli en 2015 quelque 1,2 million de réfugiés. Dix ans plus tard, 69 % ont un emploi et participent à la croissance de l’Allemagne. Aussi la confédération appelle-t-elle à en admettre davantage encore « pour continuer à prospérer ». C’est exactement ce qui pousse aujourd’hui le gouvernement espagnol à adopter un plan de régularisation d’environ 500 000 sans-papiers. Ce n’est pas par bonté d’âme mais pour donner de l’élan à l’économie du pays.

    C’est bien sûr pain bénit pour l’extrême droite qui, en Allemagne comme en France ou en Espagne, ne cesse de brandir les spectres de la délinquance et de la criminalité, les associant systématiquement à l’immigration. On ne va pas verser dans l’angélisme, il y a des cas particuliers problématiques, mais les études montrent que, globalement, il n’y a pas de cause à effet entre l’immigration et le niveau moyen de délinquance. Tout dépend des conditions d’accueil : plus elles sont dégradées, plus le risque de délinquance augmente. L’Europe s’est construite depuis des décennies sur l’immigration, cela doit continuer à être sa force.

    https://www.liberation.fr/idees-et-debats/editorial/denatalite-manque-de-main-doeuvre-pourquoi-la-france-a-besoin-dimmigratio
    #migrations #immigration #démographie #travail #main-d'oeuvre
    ping @reka @karine4

    • J’entendais des trotskistes qui disaient : le manque de jeunes à long terme, faut faire avec. Pas besoin d’immigration en masse. Ca ne doit pas être la boussole pour ce PB. Ca n’est pas un PB. Ni non plus demander un boost de natalité. On adaptera les pensions, les consommations...
      Car c’est encore une fois se considérer dans une concurrence avec le reste du monde (qui n’a pas ces problèmes)
      (en très gros)

  • L’Espagne mise sur l’immigration légale pour revitaliser ses campagnes et contrer la baisse des naissances - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/69338/lespagne-mise-sur-limmigration-legale-pour-revitaliser-ses-campagnes-e

    L’Espagne mise sur l’immigration légale pour revitaliser ses campagnes et contrer la baisse des naissances
    Par RFI Publié le : 21/01/2026
    Pour lutter contre la baisse des naissances, l’Espagne a fait le pari d’une immigration légale et choisie. Deux millions d’étrangers pour la plupart originaires d’Amérique latine se sont installés en Espagne au cours des sept dernières années. C’est le cas dans la région de Zamora, en Castille-et-León, dans le nord de l’Espagne, où, depuis 2022, une entreprise céréalière fait venir des conducteurs de camions du Pérou ou de Colombie. Ces embauches ont permis de remettre à flot le céréalier et, au passage, de redonner vie au village de Bóveda de Toro.
    REP internat 2’30 21-01-26 migration économique légale en Espagne

    #COvid-19#migrant#migration#espagne#immigration#etranger#demographie#natalite#economie#sante

  • To Give Birth or Not to Give Birth
    https://jacobin.com/2026/01/birth-rates-children-pronatalism-gender

    Pronatalist and antinatalist positions are becoming magnified in reaction to falling birth rates. Both miss aspects of a deeper problem: care being privatized, moralized, and foisted onto the family unit alone. (Billie Weiss / Boston Red Sox / Getty Images)

    Les chef de l’état socialiste allemand #DDR considéraient la famille comme noyau du socialisme. Pourtant à cause des nécesdités économiques et à cause de l’influence des féministes prolétaires ils considéraient la prise en charge collectuve des enfants et des femnes enceintes comme élément clé de la nouvelle société. L’avortement autorisé, gratuit et facilement accessible la décision d’avoir ou non des enfants fut une décision á prendre librement par les femnes et les familles.

    18.1.2026 by Evelina Johansson Wilén - Global fertility decline has made reproduction a site of reactionary family policies and moralized childlessness. But a healthy society would let people choose to have children or not without turning that choice into a moral adjudication.

    In her book The Argonauts, Maggie Nelson describes pregnancy as an experience marked by a peculiar duality. On the one hand, it is deeply transformative, bodily alien, sometimes almost incomprehensible to the person undergoing it. On the other hand, pregnancy is one of the most socially accepted — nearly invisible — states one can inhabit. The same paradox applies to parenthood. At a societal level, it appears as an almost self-evident life choice: something statistically expected of most people and silently assumed as a precondition for the survival of the state and the welfare system. Yet for the individual, the decision to become a parent is rarely self-evident. On the contrary, it is often one of the most far-reaching and irreversible decisions a person can make, saturated with hope, anticipation, fear, and anxiety. Having children is simultaneously norm and exception, routine and existential leap.

    In a time marked by economic and political uncertainty, fewer and fewer people are taking that leap. Birth rates are falling, and what long appeared stable now looks fragile. In 2024, the Swedish government appointed a commission on “A Future with Children” after the fertility rate dropped to around 1.4 children per woman — a historic low, not seen since the eighteenth century. This development is far from unique. Declining fertility has become a global pattern, particularly pronounced in high-income countries but increasingly visible in parts of Asia and Latin America as well. Across much of Europe and North America, fertility lies well below replacement level, with Italy, Spain, and South Korea as extreme cases. Even countries long associated with high birth rates, such as India, have seen sharp declines. Only parts of sub-Saharan Africa maintain relatively high fertility rates, though even there a downward trend is evident.

    This is therefore not a cultural quirk or national anomaly but a worldwide shift with profound implications for the global economy and future systems of care. Ultimately, it reflects how political instability and increasingly conditional promises of the future intervene in the most basic of human decisions. A 2025 report from the Swedish Trade Union Confederation (LO) shows that young working-class households often postpone or forgo having children due to economic precarity and fear of future hardship. Other studies suggest that climate anxiety also affects people’s willingness — or courage — to take the existential leap of parenthood.

    Fewer births pose problems, particularly for the state. Over time, low fertility produces aging populations, placing pressure on pension systems, health care, and the balance between working and dependent populations. In capitalist economies dependent on growth and labor supply, this is often framed as a systemic threat: fewer workers, a shrinking tax base, weaker growth. As the future of the capitalist welfare state appears increasingly uncertain, reproduction reemerges as an explicit political problem. Governments speak of the need to “enable” childbearing, while a different language gains traction — one focused on demographic balance, dependency ratios, and future labor supply.
    The Repoliticization of Reproduction

    This framing is not merely economic or administrative. Falling birth rates are frequently nationalized, as when Hungarian prime minister Viktor Orbán, at the Budapest Demographic Summit, criticized Western countries for addressing population decline through immigration and instead advocated aggressive pronatalist family policies. Anxiety over the nation’s future fuels restrictive immigration regimes alongside efforts to steer reproduction through financial incentives, moralizing discourse, and, in some cases, direct curtailments of women’s reproductive rights. In countries such as the United States and Poland, the “pro-life” movement has made alarming advances. By August 2024, seventeen US states had enacted sweeping abortion bans, some as early as six weeks into pregnancy. Poland allows abortion only in cases of rape, incest, or threat to the woman’s life — rendering access practically impossible for most.

    These assaults on bodily autonomy coincide with the normalization of the “great replacement” conspiracy theory, which claims that white populations in Europe and North America are being deliberately replaced by nonwhite migrants. This ideology fuels a politics that restricts reproductive rights for some while encouraging reproduction among others to preserve a white demographic majority. Here the nuclear family becomes a political instrument, mobilized in service of an exclusionary and racist vision of society. Reactionary family policy is never for all families — only for certain ones. While the great replacement theory is often associated with fringe extremism, it has pedigreed antecedents: at the 1965 United Nations World Population Conference, “overpopulation” was framed as a central global problem, and population control measures targeting the Global South were actively promoted.

    At the same time, as welfare states retreat, we see a clear trend toward the “refamilialization” of social reproduction — the shifting of care responsibilities back onto families. When public services such as childcare, eldercare, health care, and income support are cut or privatized, the burden falls on private households. The family becomes a central node in the social safety net, concentrating economic support, physical care, and emotional labor within the same unit. This development reinforces traditional gender roles. Women, who already perform the majority of unpaid care work globally, are disproportionately affected, while social inequalities deepen as resource-poor families struggle to meet rising demands.
    The Pronatal Position

    A crucial blind spot of pronatalist policy is unpaid female care labor. Pronatalism focuses on births, not on the long-term labor of care that children require. Care is treated as a logistical issue to be solved by institutions, markets, or private families. But care is relational, time-consuming, and emotionally demanding. When states call for more children without renegotiating how care is distributed, they reproduce a gendered division of responsibility. Women are expected not only to give birth but to shoulder most of the labor that follows. Pronatalism thus fits into a broader pattern in which reproductive labor is rhetorically acknowledged but practically devalued — treated as an invisible background condition.

    Pronatalism is hardly new. Throughout the twentieth century, population policy was central to many states’ self-understanding, often intertwined with nationalism, pseudoscientific racism, and social engineering. Fascist Italy launched a “Battle for Births” in the 1920s and ’30s, linking women’s reproduction directly to national strength, offering incentives for large families while criminalizing contraception and abortion. The Soviet Union introduced pronatalist measures during and after World War II to offset demographic losses, including taxes on childless adults. Nazi Germany fused family policy and racial ideology, rewarding “Aryan” reproduction while violently excluding others.

    Given this history, pronatalism appears unequivocally reactionary. Yet it can also be understood differently. Any society, regardless of its political system, depends on people being born and caring for one another. From this perspective, concern over declining fertility can be linked to traditions of welfare and feminist politics rather than racial discipline or authoritarian control. The key question becomes why people do not have children — and how states might make family formation easier without coercion.

    In “After the Family Wage: Gender Equity and the Welfare State,” feminist political theorist Nancy Fraser distinguishes between different welfare state regimes. In the male breadwinner model, childbearing is enabled through women’s economic dependence and unpaid care labor, excluding them from full participation in paid work. The universal breadwinner model promotes women’s employment without reorganizing care, producing a double burden and privatizing the problem of reproduction. Only the caregiver parity (or dual-earner-dual-carer) model — which socializes care through public childcare and generous parental rights — creates real conditions for combining work and childbearing by recognizing care as a collective responsibility. In such contexts, women are more likely to have children. Sociologist Gøsta Esping-Andersen similarly argues that both deeply traditional and genuinely egalitarian societies tend to have higher fertility, while societies caught between declining patriarchy and incomplete gender equality experience falling birth rates. Where ideals and material conditions clash, the nuclear family falters; where they align, it thrives.

    These ideas shaped feminist family policy aimed at building a “women-friendly state,” shifting responsibility for care and provision from private families to public institutions through individual rights, expanded care services, and gender equality policies. Yet this tradition has increasingly been dismissed as tepid reformism or disguised heteronormativity — criticized for failing to challenge the nuclear family and reproduction as ideals.
    Family Abolitionism and Antinatalist Ethics

    As reproduction becomes a political flash point across the spectrum, an opposing tendency has gained visibility: family abolitionism and antinatalism. These currents reject both conservative and traditional feminist family politics. Family abolitionists argue that the nuclear family reproduces gender oppression and capitalism itself, socializing individuals into capitalist subjects and supplying labor power. From this perspective, abolishing the nuclear family is essential to anti-capitalist struggle. Any pro-family rhetoric is seen as inherently reactionary — what writer Dustin Guastella calls a “nuclear weapon” that must be dismantled.

    Antinatalism goes further, questioning whether it is ethical to bring children into the world at all. Reproduction appears not as a contribution to the future but as a moral problem: another life that will consume resources, generate emissions, and inevitably suffer amid ecological collapse and political instability. In climate debates, this has taken the form of movements like BirthStrike, urging people to forgo parenthood as climate action, as well as philosophical arguments such as David Benatar’s claim that it is always better never to be born. These ideas resonate in contemporary lifestyle discourse, where childlessness is framed as an enlightened, responsible choice — a refusal to burden an already strained system.

    Both family abolitionism and antinatalism articulate alternative ethics of responsibility beyond the call to reproduce society through the nuclear family. Abolitionists urge us to rethink solidarity and care beyond exclusive family units, arguing that the nuclear family blocks more collective and inclusive forms of care while promoting possessive, antisocial relations. Antinatalism frames childlessness as moral action — sometimes as solidarity with future generations — redefining responsibility as refusal rather than reproduction.
    Reproduction, Guilt, and Moral Economy

    A striking feature of pronatalist, antinatalist, and abolitionist discourses alike is how reproduction becomes saturated with guilt. Pronatalism frames childlessness as withdrawal and free riding. Antinatalism casts parenthood as irresponsible harm. Abolitionism condemns exclusive familial attachment as selfish possessiveness. This moralization reflects a broader moral economy in which responsibility is increasingly framed as individual choice rather than collective arrangement. Reproduction becomes a decision to be justified before an imagined moral ledger — to the state, the planet, or future generations. Yet these future generations often function as political fictions, mobilized to legitimize action or inaction in the present while lacking agency themselves. When reproduction is reduced to utility — national, economic, or ecological — something essential is lost. Children become either investments or liabilities. What disappears is the question of what it means to live through relationships that cannot be reduced to instrumental value.

    Is it possible to think about reproduction without falling into pronatalist or antinatalist calculus — and without dismissing people’s desire for family as false consciousness? I suggest that we treat reproduction as an existential choice: one some people want to make, others do not, without either choice being morally superior by default. This choice is always shaped by political and social conditions. Sometimes refusing reproduction is a response to conditions that make a dignified life difficult. But the most effective way to change those conditions is not to regulate reproduction through norms or calculations but to expand people’s political capacity to choose what they want — grounding reproductive decisions in meaning, relationships, and life projects rather than imperatives.

    Such a politics is simultaneously pro- and anti-natalist. It acknowledges the ambivalence of reproduction: that it can be meaningful for some and constraining for others. A noninstrumental approach does not deny the political dimensions of parenthood but refuses to reduce it to a means — whether for national survival, economic growth, or ecological management. Responsibility, then, is not about maximizing or minimizing birth rates, but about creating conditions in which relationships can be formed and sustained without systematically sacrificing certain bodies or groups.

    Reproduction thus becomes not merely a matter of family policy, but an ethical and existential project — a way of shaping our lives together in a shared world, where we are allowed to take, or refuse, the existential leap of giving birth. To make that possible, we don’t need anti- or pronatalist politics, but a just society.

    #société #enfants #réproduction #grossesse #famille #état_de_providence #natalité #démographie #socialisme

  • En Chine, le déclin de la population s’accélère
    https://www.lesechos.fr/monde/chine/en-chine-le-declin-de-la-population-saccelere-2210446

    Dix ans après la fin de la politique de l’enfant unique, la population chinoise continue de décliner. La Chine a enregistré l’an dernier 7,9 millions de naissances, soit 5,63 pour 1.000 habitants (contre par exemple 9,4 naissances pour 1.000 habitants en France). C’est 17 % de moins que l’année dernière. Le taux de natalité est ainsi tombé à son plus bas niveau depuis 1949, année à partir de laquelle ces données ont commencé à être compilées par les services de statistiques.

    La population chinoise, estimée à 1,4 milliard, a perdu 3,39 millions de personnes l’année dernière , compte tenu d’un taux de mortalité de 8,04 pour mille (soit 11,31 millions de décès). L’ancien « pays le plus peuplé du monde », dont la main-d’oeuvre bon marché a longtemps servi de moteur à la croissance économique, a été dépassé en nombre d’habitants par l’Inde en 2023. Les modèles démographiques des Nations unies prévoient que la population chinoise pourrait diminuer jusqu’à atteindre 633 millions en 2100.

    #natalité

    Il suffit d’augmenter la connaissance pour faire baisser la natalité (ou quelque chose d’approximatif) écrivait #Albert_Jacquard. Il y a quelque chose de réjouissant à l’autorégulation globale des êtres humains, il faut bien qu’à un moment décroissance se fasse, et ce ne sont ni les politicards ni les industriels de la tech qui en décideront.