• « 7 giorni con i curdi » : il mio diario dal campo profughi di #Makhmour

    Una settimana nell’Iraq settentrionale per toccare con mano un modello di democrazia partecipata messo in piedi da 13mila profughi. Che sperano in un futuro diverso.

    Questi non sono appunti di viaggio, ma di un’esperienza in un campo profughi che in questi mesi è diventato un campo di prigionia. Il campo di Makhmour è sorto nel 1998, su un terreno arido assegnato dall’Iraq all’ONU per ospitare i profughi di un viaggio infinito attraverso sette esodi, dopo l’incendio dei villaggi curdi sulle alture del Botan nel 1994 da parte della Turchia.

    Niente di nuovo sotto il sole, con Erdogan.

    Quei profughi hanno trasformato quel fazzoletto di terra senza un filo d’erba in un’esperienza di vita comune che è diventata un modello di democrazia partecipata del confederalismo democratico, l’idea di un nuovo socialismo elaborata da Apo Ocalan nelle prigioni turche, attorno al pensiero del giovane Marx e di Murray Bookchin.

    Il campo di Makhmour non è un laboratorio, è una storia intensa di vita.

    Da vent’anni questi tredicimila profughi stanno provando a realizzare un sogno, dopo aver pagato un prezzo molto, troppo elevato, in termini di vite umane. Nel campo vi sono tremilacinquecento bambini e il 70% della popolazione ha meno di 32 anni. La loro determinazione a vivere una vita migliore e condivisa ha superato finora tutti gli ostacoli. Anche l’assalto da parte dell’ISIS, respinto in pochi giorni con la riconquista del campo. Il loro campo.

    Da alcuni mesi sono sottoposti a un’altra dura prova. Il governo regionale del Kurdistan iracheno ha imposto, su istigazione del regime turco, un embargo sempre più restrittivo nei loro confronti. Nessuno può più uscire, né per lavoro né per altri motivi.

    Siamo stati con loro alcuni giorni, in un gruppo di compagni e compagne dell’Associazione Verso il Kurdistan, condividendo la loro situazione: dalla scarsità di cibo, che si basa ormai solo sull’autoproduzione, alla difficoltà di muoversi al di fuori del perimetro delimitato e dimenticato anche dall’ONU, sotto la cui tutela il campo dovrebbe ancora trovarsi.

    Le scritte dell’UNHCR sono sempre più sbiadite. In compenso, le scritte e gli stampi sui muri del volto e dello sguardo di Apo Ocalan sono diffusi ovunque.

    Anche nella Casa del Popolo in cui siamo stati ospiti, dormendo per terra e condividendo lo scarso cibo preparato con cura dagli uomini e dalle donne che ci ospitavano.

    Ma per noi ovviamente questo non è nulla, vista la breve temporaneità della nostra presenza. Per loro è tutto.

    In questi anni hanno provato a trasformare il campo nella loro scelta di vita, passando dalle tende alla costruzione di piccole unità in mattoni grigi, quasi tutte con un piccolo orto strappato al deserto. E, in ogni quartiere, con l’orto e il frutteto comune.

    Ci sono le scuole fino alle superiori, con un un indirizzo tecnico e uno umanistico, suddivise in due turni per l’alto numero degli alunni. Fino a tre mesi fa, terminate le superiori, potevano andare all’università a Erbil, il capoluogo del Kurdistan iracheno.

    Al mattino li vedi andare a scuola, a partire dalle elementari, con la camicia bianca sempre pulita e i pantaloni neri. E uno zaino, quando c’è, con pochi libri essenziali. Ragazzi e ragazze insieme: non è per niente scontato, in Medio Oriente.

    Durante le lezioni non si sente volare una mosca: non per disciplina, ma per attenzione. Non vanno a scuola, per decisione dell’assemblea del popolo, per più di quattro ore al giorno, proprio per evitare che il livello di attenzione scenda fino a sparire. Dovrebbe essere una cosa logica ovunque, ma sappiamo bene che non è così, dove si pensa che l’unico obiettivo sia accumulare nozioni. Le altre ore della giornata sono impegnate in diverse attività di gruppo: dalla cultura al teatro, dalla musica allo sport, autoorganizzate o seguite, in base all’età, da giovani adulti che hanno studiato e che non possono vedere riconosciuto il loro titolo. Perché sono persone senza alcun documento, da quando sono state cacciate dalla loro terra.

    Tenacemente, soprattutto le donne svolgono queste attività, lavorando alla formazione continua per ogni età, dai bambini agli anziani.

    Difficile è capire, se non si tocca con mano, il livello di protagonismo delle donne nell’Accademia, nella Fondazione, nell’Assemblea del popolo, nella municipalità e nelle altre associazioni.

    Si sono liberate dai matrimoni combinati e hanno eliminato il fenomeno delle spose bambine: non ci si può sposare prima dei 18 anni.

    Tutto viene deciso assemblearmente, tutto viene diviso equamente.

    Uno slancio di vitalità comune, in un dramma che dura da vent’anni e in un sogno di futuro che richiede anche di essere difeso, quando necessario, con le armi.

    I giovani armati vegliano sul campo dalle montagne.

    Questo esperimento di democrazia partecipata negli ultimi anni è stato adottato in Rojava, la parte di Siria abitata prevalentemente dal popolo curdo e liberata con il contributo determinante delle donne: un’esperienza da seguire e da aiutare a rimanere in vita, soprattutto in questo momento in cui la Turchia vuole distruggerla.

    Lì abitano tre milioni di persone, le etnie e le religioni sono diverse. Eppure il modello del confederalismo democratico sta funzionando: per questo rappresenta un esempio pericoloso di lotta al capitalismo per i regimi autoritari ma anche per le cosiddette democrazie senza contenuto.

    Nel caos e nel cuore del Medio Oriente è fiorito di nuovo un sogno di socialismo. Attuale, praticato e condiviso.

    Dobbiamo aiutarlo tutti non solo a sopravvivere e a resistere all’invasione da parte della Turchia, ma a radicarsi come forma di partecipazione attiva ai beni comuni dell’uguaglianza e dell’ecologia sociale e ambientale.

    L’obiettivo della missione era l’acquisto a Erbil e la consegna di un’ambulanza per il campo. Non è stato facile, vista la situazione di prigionia in cui vivono gli abitanti, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Il giorno dopo la nostra partenza è stato impedito dal governo regionale l’ingresso a un gruppo di tedeschi, con alcuni parlamentari, che doveva sostituirci.

    Di seguito trovate gli appunti sugli incontri, dal mio punto di vista, più significativi.

    Mercoledì 2 ottobre: il protagonismo delle donne

    Al mattino partecipiamo all’incontro delle madri al Sacrario dei caduti. Sala piena, chiamata a convalidare i risultati dell’assemblea di sabato scorso. Interviene Feliz, una giovane donna copresidente dell’assemblea del popolo, che ci sta accompagnando negli incontri in questi giorni. Il suo è un intervento forte, da leader politico. Questa ragazza è sempre in movimento, instancabile. Attorno, sulle pareti, spiccano le fotografie di almeno millecinquecento uomini e donne, spesso giovani, morti nelle varie lotte di difesa del campo. Millecinquecento su dodicimila abitanti: praticamente non esiste una famiglia che non sia stata coinvolta nella difesa drammatica dei valori comuni. Anche da qui si capisce l’identità forte dei sentimenti condivisi di una comunità.

    Le donne elette per rappresentare l’Associazione si impegnano a rispettarne i principi, tra cui difendere i valori della memoria e non portare avanti interessi personali o familiari.

    Sempre in mattinata, andiamo alla sede della Fondazione delle donne. Gestiscono cinque asili, una sartoria e l’atelier di pittura. La loro sede è stata rimessa a nuovo dopo la distruzione avvenuta nei giorni di occupazione dell’ISIS. Sulla parte bianca, spicca una frase di Apo Ocalan: “Con le nostre speranze e il nostro impegno, coltiviamo i nostri sogni”. L’impegno principale della Fondazione è per il lavoro e la dignità di donne e bambini. Nei loro laboratori sono impegnate sessanta persone. Seguono poi duecento giovani, bambini e ragazzi, dai sei ai diciassette anni, al di fuori dell’orario scolastico, che si autoorganizzano autonomamente: decidono insieme giochi, regole, organizzano teatri e feste.

    La Fondazione è gestita collettivamente, da un coordinamento, che si trova una volta alla settimana; una volta all’anno l’assemblea generale fa il punto sui risultati, i problemi, le prospettive.

    Vengono seguite anche le famiglie con problemi e si affrontano anche le situazioni di violenza domestica, ricomponibili anche con il loro intervento. Per le situazioni più drammatiche e complesse si porta il problema all’assemblea delle donne, che decide in merito. Ma il loro lavoro sul riconoscimento, il rispetto e il protagonismo delle donne avviene con tutti, anche con gli uomini, e si svolge ovunque, anche con l’educativa di strada.

    La promotrice della Fondazione, Sentin Garzan, è morta combattendo in Rojava. A mezzogiorno siamo ospiti di un pranzo preparato da chi lavora al presidio ospedaliero.

    Nel tardo pomeriggio, in un clima dolce e ventilato con vista sulla pianura e la cittadina di Makhmour, incontriamo l’Accademia delle donne. Tutto, o quasi, al campo di Makhmour, parla al femminile. Bambini e bambine giocano insieme. Le ragazze e le donne giovani non portano nessun velo, se non, a volte, durante le ore più calde della giornata. Ma è un fatto di clima, non di costume o di storia o di costrizione. Le donne più anziane portano semplici foulards.

    All’Accademia le ragazze molto giovani, in particolare psicologhe, sociologhe, insegnanti. Ma soprattutto militanti.

    Per comprendere una storia così intensa, bisogna partire dalle origini del campo, costituito, dopo sette peregrinazioni imposte a partire dal 1995, nel 1998 da rifugiati politici della stessa regione montuosa del Kurdistan in Turchia, il Botan.

    Dopo, si sono aggiunti altri rifugiati. La loro è la storia intensa dell’esodo, con i suoi passaggi drammatici. Ma anche con l’orgoglio dell’autoorganizzazione.

    Le donne dell’Accademia ci parlano del lungo e faticoso percorso svolto dall’inizio dell’esodo fino a oggi. Una delle figure di riferimento più importanti rimane Yiyan Sîvas, una ragazza volontaria uccisa nel 1995 nel campo di Atrux, uno dei passaggi verso Makhmour.

    Era molto attiva nella lotta per i diritti civili e sociali. Soprattutto delle donne. E nella difesa della natura: anticipava i tempi.

    Yiyan Sîvas è stata uccisa, colpita al cuore in una manifestazione contro un embargo simile a quello attuale. Il vestito che indossava, con il buco del proiettile e la macchia di sangue rappreso, è custodito gelosamente nella sede dell’Accademia, aperta nel 2003.

    All’Accademia si occupano di formazione: dall’alfabetizzazione delle persone anziane che non sanno leggere e scrivere, all’aiuto nei confronti di chi incontra difficoltà a scuola, lavorando direttamente nei quartieri.

    Ma il loro scopo principale è la formazione attraverso i corsi di gineologia (jin in curdo significa donna), sulla storia e i diritti di genere; e sulla geografia, che parla da sola delle loro origini. Si confrontano con le differenze, per far scaturire il cambiamento. Che consiste in decisioni concrete, prese dall’assemblea del popolo, come l’abolizione dei matrimoni combinati, il rifiuto del pagamento per gli stessi, il divieto del matrimonio prima dei diciotto anni.

    Per una vita libera, l’autodifesa delle donne è dal maschio, ma anche dallo Stato. Sono passaggi epocali nel cuore del Medio Oriente.

    «Se c’è il problema della fame», dice una di loro, «cerchi il pane. Il pane, per le donne in Medio Oriente, si chiama educazione, protagonismo, formazione. Che è politica, culturale, ideologica. Con tutti, donne e uomini».

    L’Accademia forma, l’Assemblea decide: è un organismo politico. Che si muove secondo i principi del confederalismo democratico, il modello di partecipazione ideato da Apo Ocalan, con riferimento al giovane Marx da una parte e a Murray Bookchin, da “L’Ecologia della Libertà”, a “Democrazia diretta” e a “Per una società ecologica. Tesi sul municipalismo libertario”.

    Ma il confederalismo democratico conosce una storia millenaria. Appartiene alla tradizione presumerica, che si caratterizzava come società aperta: con la costruzione sociale sumerica è iniziata invece la struttura piramidale, con la relativa suddivisione in caste.

    Si parla di Mesopotamia, non di momenti raggrinziti in tempi senza storia.
    Giovedì 3 ottobre: il confederalismo democratico

    Questa mattina incontriamo i rappresentanti dell’Assemblea del popolo. Ci sono la copresidente, Feliz, e alcuni consiglieri. Verso la fine della riunione arriva anche l’altro copresidente, reduce dal suo lavoro di pastore. Di capre e, adesso, anche di popolo.

    Feliz spiega i nove punti cardine del confederalismo democratico:

    La cultura. Si può dire che nel campo di Makhmour da mattina fino a notte si respira cultura in tutte le sue espressioni e a tutte le età;
    La stampa, per diffondere le idee, i progetti e le iniziative che il campo esprime;
    La salute: da qui l’importanza del presidio ospedaliero e dell’attività di informazione e prevenzione;
    La formazione, considerata fondamentale per condividere principi, valori e stili di vita comuni;
    La sicurezza della popolazione: la sicurezza collettiva garantisce quella individuale, non viceversa;
    I comitati sociali ed economici per un’economia comune e anticapitalista;
    La giustizia sociale;
    La municipalità, quindi il Comune, con sindaca, cosindaco o viceversa, con il compito di rendere esecutivi i progetti decisi dall’Assemblea; e, insieme, alla municipalità, l’ecologia sociale, considerata come un carattere essenziale della municipalità.
    L’ecologia sociale va oltre l’ecologia ambientale: è condizione essenziale per il benessere collettivo;
    La politica.

    Ognuno di questi punti viene declinato nelle cinque zone del campo, ognuna composta da quattro quartieri. Il confederalismo democratico parte da lì, dai comitati di quartiere, che si riuniscono una volta alla settimana e ogni due mesi scrivono un rapporto su problemi e proposte, scegliendo alcune persone come portavoce per l’Assemblea del popolo.

    L’Assemblea del popolo è composta dalla presidente, dal copresidente e da 131 consiglieri. Presidente e copresidente sono presenti tutti i giorni, a tempo pieno.

    Le cariche durano due anni, rinnovabili per un mandato. La municipalità viene eletta dal popolo. Non sempre è facile arrivare alle decisioni, perché tutto deve essere condiviso.

    L’incontro non è formale: si discute infatti di come utilizzare il luogo individuato per l’ospedale, a partire dall’ampliamento del poliambulatorio. Si tratta di coprire la struttura e, allo stesso tempo, di decidere come utilizzare gli spazi, visto che sono troppo grandi per un ospedale di comunità. Viene esclusa l’ipotesi della scuola per la dimensione dei locali; vengono prese in considerazione altre ipotesi, come la nuova sede per le attività dell’Associazione che si prende cura dei bambini down, che ha elaborato un proprio progetto, e il laboratorio di fisioterapia. Ma il primo passo, concreto, è l’avvio dei lavori per la copertura della struttura.

    Il confederalismo democratico ritiene che le comunità, per poter coinvolgere tutti, debbano avere una dimensione ottimale di diecimila persone. Il campo è abitato da tredicimila persone e il modello, con le sue fatiche, funziona.

    Il modello in questi anni è stato adottato in Rojava, dove vi sono oltre tre milioni di persone di etnie diverse e lì il banco di prova è decisivo. Se la Turchia non riuscirà a distruggerlo.

    Ma chi lo ha proposto e lo vive non solo ci crede, lo pratica con la grande convinzione che sia il modo per cambiare dalla base la struttura sociale del Medio Oriente.

    Venerdì 4 ottobre: Incontro con “M”

    Incontriamo una rappresentante che ci parla delle donne che hanno combattuto a Kobane. Nel suo racconto, nell’analisi della situazione e nella valutazione delle prospettive, alterna passaggi piani a momenti di forte impatto emotivo.

    Si parla del protagonismo delle donne nella liberazione del Rojava. «La guerra non è mai una bella cosa», racconta, «ma la nostra è stata, è una guerra per l’umanità. Per la difesa della dignità umana. Le donne sono partite in poche: quattro o cinque di nazionalità diverse, ma unite dall’idea che fosse necessario armarsi, addestrarsi e combattere l’oppressione e il fondamentalismo per affermare la possibilità di una vita migliore. Per le donne, ma anche per gli uomini». Per tutti.

    «A Kobane la popolazione aveva bisogno di essere difesa dall’attacco dell’ISIS: da un problema di sicurezza è scaturita una rivoluzione vera. Una rivoluzione che non è solo curda, o araba, ma è una rivoluzione popolare, che sta costruendo un nuovo modello di democrazia partecipata».

    In Medio Oriente, cuore della Terza Guerra Mondiale scatenata dai conflitti interni e orchestrata dalle potenze mondiali.

    «Quando ci si crede, si può arrivare a risultati impensabili. Non importava essere in poche. All’inizio non è stato facile, nel rapporto con le altre donne: per la prima volta si trovavano davanti alla scelta della lotta armata in prima persona, dal punto di vista femminile. Poi hanno compreso, quando hanno visto le loro figlie venire con noi, crescere nella consapevolezza e nella determinazione per organizzare la resistenza popolare. L’organizzazione popolare è diventata determinante, non solo a Kobane, ma in tutto il Rojava.

    Le donne, quando vogliono raggiungere un obiettivo, sono molto determinate. E sono molto più creative degli uomini.

    Così hanno trasformato una guerra di difesa in una possibilità di cambiamento rivoluzionario, in cui tutti possono partecipare alla costruzione di un destino comune, provando a superare anche le divisioni imposte nei secoli dalle diverse religioni». Nel caos del Medio Oriente, dove in questo momento l’Iraq è di nuovo in fiamme.

    «Oggi il nemico per noi rimane l’ISIS: l’YPG (la nostra formazione guerrigliera maschile) e l’YPJ (la nostra formazione guerrigliera femminile) lo hanno sconfitto, ma rimangono sacche sparse dell’ISIS e cellule dormienti all’interno dei territori liberati. Il nemico però è soprattutto la Turchia, la cui strategia sullo scacchiere del Medio Oriente, dove tutte le potenze mondiali vogliono dare scacco al re, è l’occupazione della striscia di terra che corre sotto il confine con la Siria e che collega storicamente l’Occidente e l’Oriente.

    Questo territorio è il Rojava: per questo il regime di Erdogan vuole distruggerci. Sostiene, come ad Afrin, di volersi presentare con il ramoscello d’ulivo: in realtà, ad Afrin ha portato forme di repressione sempre più aspre, nuove forme di violenza etnica, una nuova diffusione dei sequestri di persona. Per arrivare al suo obiettivo, la Turchia sta costruendo un altro ISIS, come ha fatto con l’originale. Solo una parte delle tre milioni di persone presenti in Turchia è costituita da profughi: sono quelli che il regime vuole cacciare e spinge a viaggi disperati e rischiosi verso l’Europa. Gli altri sono integralisti, diretti o potenziali, che il regime di Erdogan intende tenere, avviandoli a scuole di formazione religiosa e militare, fino a quando li manderà di nuovo in giro a seminare il terrore.

    La Turchia utilizza i miliardi di dollari forniti dall’Europa per ricostituire un nuovo ISIS da utilizzare nello scenario della Terza Guerra mondiale». La vecchia strategia di destabilizzare per stabilizzare con il terrore.

    «La Turchia utilizza la Russia, la Russia la Turchia, la Turchia gli Europei. L’Europa, aiutando la Turchia, sta diffondendo dei nuovi veicoli di infezione.

    La vittima designata è il popolo curdo, ma il popolo curdo ha la testa dura.

    La minaccia principale incombe sul territorio libero del Rojava, dove è in corso un esperimento concreto di confederalismo democratico, con la partecipazione di tutte le etnie. Lo stiamo facendo con un forte impegno e una grande fatica, ma questa è la via per portare una vita migliore in una regione devastata dai conflitti etnici e religiosi, interni e scatenati dall’esterno».

    Particolarmente importante, in questa situazione, è la condizione della donna. «Quando le condizioni della donna migliorano, migliora la situazione per tutti, perché vincono i principi e l’ideologia della vita contro i nazionalismi e le strumentalizzazioni del capitalismo internazionale.

    Prima tutti dicevano di volerci dare una mano. Ma la memoria di molti è troppo corta. Le organizzazioni umanitarie ufficiali si schierano sempre con gli Stati, non con i movimenti di liberazione.

    Il nostro obiettivo è mantenere il Rojava libero di fronte alla minaccia dell’occupazione. Dobbiamo sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale attorno a questa nuova speranza per il Medio Oriente e costruire un ponte tra il Kurdistan e l’Europa.

    Il potere della società è come un fiume che, scorrendo, cresce in maniera sempre più ampia. Noi vogliamo resistere per creare una vita migliore.

    Voi, delle associazioni non legate al potere degli Stati, potete aiutarci contribuendo a diffondere le nostre idee, la nostra esperienza, la nostra storia».

    Sabato 5 ottobre: incontro con i giovani che difendono il campo

    Nel tardo pomeriggio incontriamo la Guardia Armata del Campo. Ci raccontano che dopo il bombardamento con i droni dell’aprile scorso, non ci sono state altre incursioni da parte dei turchi. La tensione però rimane alta anche perché nelle vicinanze ci sono ancora gruppi sparsi dell’Isis. Facciamo qualche domanda a proposito della loro vita. Ci dicono che chi si dedica alla causa curda può arruolarsi dai 18 anni in poi, anche per sempre. Se si vuol lasciare un impegno così pieno si può farlo senza problemi, anche se i casi sono rari.

    Li vediamo al tramonto. Appartengono alla formazione che ha liberato Makhmour e soprattutto Kirkuk, dove i peshmerga, l’organizzazione armata del governo regionale del Kurdistan iracheno, si trovavano in difficoltà e stavano per essere sopraffatti dall’avanzata dell’ISIS.

    A Makhmour hanno liberato sia il campo che la città, sede del più grande deposito di grano dell’Iraq. Poi sono tornati sulle montagne.

    Con noi parla con grande convinzione uno dei ragazzi, il portavoce: gli altri condividono con gesti misurati le sue parole. Nessuno di loro ha più di venticinque anni, ma tutti e tre ne dimostrano meno.

    Il ragazzo dice che la loro scelta è stata spontanea, e che li guida l’idea della difesa del popolo dall’oppressione degli Stati: non solo quelli che incombono sul popolo curdo (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ma sul popolo in generale. In questi giorni stanno dalla parte delle proteste popolari contro il governo che sono in atto a Bagdad: la loro lotta è contro il capitalismo e durerà fino all’affermazione del socialismo che, nella loro visione, oggi si esprime attraverso il confederalismo democratico.

    L’atmosfera è coinvolgente. Sotto, nella pianura, le prime luci si diffondono sul campo. Sopra, sulla montagna, loro proteggono e tutelano la serenità di bambini, donne e uomini.

    I bambini del campo sono tanti e cantano insieme con un’allegria contagiosa, a ripetere giochi antichi e sempre attuali: insieme, bambini e bambine.

    Loro si alzano alle quattro, poi dedicano il mattino alla formazione politica e all’addestramento fisico per chiudere la giornata con l’addestramento militare. Militanti a tempo pieno.

    Sono convinti che o il futuro del mondo è il socialismo come forma di democrazia diretta e partecipata, o sarà solo morte e distruzione, come da troppi anni è in Medio Oriente, in mano alle oligarchie di potere manovrate dagli interessi del capitalismo internazionale.

    Alla domanda se non li ferisce il fatto che la propaganda turca e di altri Paesi occidentali li chiama terroristi, la loro risposta è: «A noi interessa quello che pensa il popolo, non quello che dicono questi signori».

    Nella quotidianità questi ragazzi non conoscono giorni di riposo o di vacanza, hanno sporadici rapporti con le famiglie per motivi di sicurezza, non sono sposati.

    Proprio adesso, nel momento dell’incontro, dalla pianura salgono le musiche popolari di un matrimonio, alla cui festa vanno tutti quelli che vogliono partecipare, con le danze tradizionali e i costumi rivisitati in chiave attuale.

    Ieri, a un altro matrimonio, ci siamo stati anche noi. Si respirava un’aria autentica, come erano queste feste anche in Occidente prima di diventare un’espressione inautentica di lusso ostentato e volgare.

    I giovani guerriglieri intendono continuare fino a quando momenti come questo, di partecipazione popolare, saranno la regola di pace e non l’eccezione in un clima di guerra.

    Nelle parole e nei gesti sono sobri e austeri, quasi oltre la loro età.

    Dopo un’ora si alzano dalle rocce su cui ci siamo trovati e, dopo averci salutato con un abbraccio intenso, si avviano verso la montagna, veloci e leggeri.

    Non esibiscono le armi; appartengono loro come uno strumento di difesa e di protezione. Come il bastone del pastore, che vigila sul suo gregge.

    Non sono ombre, ma appaiono solari nel tramonto che scende lentamente verso la Siria.
    Domenica 6 ottobre: l’uscita dal campo

    Oggi tocchiamo con mano che cosa vuol dire l’embargo per il campo di Makhmour imposto dal governo regionale del Kurdistan iracheno, in accordo con la Turchia. Il popolo del campo da tre mesi non può uscire, né per lavoro, né per altri motivi. Il rappresentante delle relazioni esterne ha chiesto il permesso per poterci accompagnare fino a Erbil, ma il permesso è stato negato. Potranno accompagnarci solo fino al primo check point, dove ci aspettano dei tassisti della città di Makhmour. Da lì in avanti è una sequenza di controlli: sbrigativi quelli ai due posti di controllo iracheni, sempre più lunghi e insistenti ai tre posti di controllo del governo regionale.

    Tra il campo e l’esterno è stata posta una serie di barriere a ostacoli.

    Ci vogliono oltre due ore per arrivare ad Erbil, dove arriviamo in un normale albergo dopo dieci notti sul pavimento della casa del popolo. Non mi piace per nulla questo passaggio: ho già nostalgia di quei giorni, con il poco cibo curato con grande attenzione, e di quelle notti in sette per stanza, su dei tappeti stesi a terra.

    Lucia e altri compagni del gruppo vanno a chiudere la pratica di acquisto dell’autoambulanza. Finalmente, dopo giorni estenuanti per la difficoltà di comunicare con l’esterno dal campo. La pratica viene risolta subito e inaspettatamente, anche con l’aiuto di alcuni compagni dell’HDP, il partito di sinistra nel Kurdistan iracheno. L’ambulanza, nuovissima, viene portata dallo stesso concessionario, una persona sensibile alla questione curda, al campo (lui, essendo un cittadino di Erbil, può muoversi), dove un video registra l’ingresso al presidio ospedaliero. Missione compiuta.

    Con gli altri del gruppo andiamo a fare un giro in città, verso la cittadella. Ma Erbil mi ricorda troppo il nostro mondo, tra l’inquinamento dei pozzi petroliferi alla periferia, le centinaia di autocisterne in fila per il rifornimento, un traffico caotico. Unica differenza con le città occidentali, il suk mischiato alle firme della moda che hanno infettato le città di tutti i continenti. Torno in albergo e guardo lo scorrere delle code dalle vetrate: ho bisogno ancora di una barriera per affrontare questo mondo. Se è ancora un mondo.
    Lunedì 7 ottobre: la differenza

    Saliamo in gruppo alla cittadella di Erbil, patrimonio mondiale dell’Unesco. La più antica cittadella fortificata del mondo, costruita su undici strati successivi. Incontriamo il direttore del sito, che ci accoglie come dei vecchi amici e ci porta a visitare i luoghi ancora chiusi al pubblico per i lavori di scavo.

    Parla fluentemente tedesco e inglese, ha abitato in Germania; poi, in piena guerra, nel 2002 è stato chiamato a ricoprire il ruolo di sindaco della città.

    Lo ha fatto fino al 2016. Erbil ha più di un milione di abitanti, il Kurdistan iracheno non supera i quattro milioni di abitanti. Eppure negli anni scorsi sono stati accolti oltre due milioni di profughi fuggiti di fronte all’avanzata dell’ISIS. E loro li hanno ospitati senza alcun problema. E chi ha voluto rimanere, è rimasto. Mi viene in mente che da noi, noi?, si parla indecentemente di invasione di fronte a poche migliaia di migranti che rischiano la vita attraversando il mare. C’è chi guarda avanti, e forse ha un futuro; e c’ è chi non sa guardare da nessuna parte, e non ha passato, presente e futuro.

    Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre si parte. Verso la notte dell’Occidente.

    https://valori.it/curdi-diario-viaggio-campo-profughi
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  • Comment les riches détruisent la planète ? Hervé Kempf à Lille 10 Octobre 2019 - Radio Campus Lille
    https://www.campuslille.com/index.php/entry/comment-les-riches-detruisent-la-planete-herve-kempf-a-lille

    Comment les riches détruisent la planète ? C’est sous ce titre que Hervé Kempf a publié un livre sur la question en 2007, voici donc 12 ans. Relire ce livre ne peut laisser indifférent tant les énoncés sont d’actualité.

    L’observation du changement climatique terrestre s’impose chez les scientifiques mais le monde politique dans sa grande majorité regarde ailleurs. Les printemps silencieux se succèdent d’année en année sans que nos dirigeants s’en émeuvent. Nos métropoles ne cessent de grossir et s’asphyxient par trop de perfusion routière. Cet emballement crée des disparités territoriales et des injustices environnementales qui deviennent insoutenables. Et si la crise sociale était liée à la crise écologique elle-même tirée par nos premiers de cordée ? Cette classe dirigeante qui s’érige en modèle fait obstacle au changement de cap nécessaire. Ce sont bien les riches qui détruisent la planète. C’est la thèse que développe notre auteur, journaliste et essayiste, fondateur du quotidien de l’écologie Reporterre. Un événement dans le cadre de l’exposition bienvenue chez les riches.
    http://www-radio-campus.univ-lille1.fr/ArchivesN/LibrePensee/AMD191010a.mp3


    Prise de parole par Hervé Kempf à 7mn38s.

    Pour écouter / télécharger les réponses aux questions : https://www.campuslille.com/index.php/entry/comment-les-riches-detruisent-la-planete-herve-kempf-a-lille

    Bertrand Bocquet  : https://theconversation.com/profiles/bertrand-bocquet-669128
    Bertrand Bocquet est Professeur à l’Université de Lille, docteur en Électronique et titulaire d’une Habilitation à Diriger des Recherche en Sciences Physiques. Il enseigne la physique, la communication scientifique et les sciences en société. Ses recherches interdisciplinaires ont porté sur le développement de systèmes biomédicaux et de laboratoires sur puce pour la biologie. Depuis 2012, il s’intéresse aux questions des Sciences en société. Il effectue ses recherches au sein du laboratoire "Histoire des technosciences en société" du CNAM à Paris. Il développe des interfaces expérimentales STS (Sciences, Techniques, Société) par la voie de la Recherche Action Participative et analyse leurs effets sur la co-production des connaissances, l’expertise collective et l’innovation responsable. Il dirige actuellement la Boutique des Sciences Nord de France. Il est auteur ou co-auteur de plus de 200 publications dont 118 articles et communications internationales, cinq chapitres de livre et quatre brevets.

    – L’exposition « Bienvenue chez les riches »  : https://mres-asso.org/Expo-Bienvenue-chez-les-riches

    Hervé Kempf est le rédacteur en chef de Reporterre.net. https://reporterre.net/Comment-les-riches-detruisent-la-planete

    – Une conférence débat en partenariat avec Les Amis du Monde Diplomatique, Espaces Marx et la MRES . C’était le jeudi 10 octobre 2019. https://www.amis.monde-diplomatique.fr/Comment-les-riches-detruisent-la-planete.html

    L’Espace Marx. http://lille.pcf.fr/partenaires-15/les-debats-d-espace-marx

    #Hervé_Kempf #Reporterre #radio #audio #radios_libres #médias #écologie #climat #capitalisme #multinationales #oligarchie #radio_campus_lille #poscast

  • Repolitiser l’écologie : c’est toujours un champs de bataille ! Les traces - Rencontre des Continents
    http://www.rencontredescontinents.be/Repolitiser-l-ecologie-c-est-toujours-un-champs-de-bataille-L

    Ci-dessous, vous trouverez les traces du cycle (3 rencontres et ateliers) organisé entre janvier et juin 2019 par Rencontre des Continents, Bxl Laïque et Présence et Action Culturelles (PAC), qui ont choisi en 2019 de s’associer pour proposer un cycle de rencontres/ateliers sur le thème suivant :

    Traces et comptes-rendus

    ▶ Rencontre n°1 - 5 avril : L’effondrement : un concept à débattre. Avec Renaud Duterme et Gauthier Chapelle.
    http://www.rencontredescontinents.be/Rencontre-no1-L-effondrement-un-concept-a-debattre.html

    ▶ Rencontre n°2 - 14 mai : Liens entre les enjeux sociaux et écologique à travers le prisme des inégalités et des rapports de domination. Avec Thierry Amougou, Claudine Drion, Luis Martinez

    http://www.rencontredescontinents.be/Rencontre-no2-Liens-entre-les-enjeux-sociaux-et-ecologique-a- ?

    ▶ Rencontre n°3 - 19 juin : Histoire et actualité des stratégies politiques et des luttes. Avec Brigitte Gloire, Daniel Tanuro, Alain Adriaens

    http://www.rencontredescontinents.be/Rencontre-no3-Histoire-et-actualite-des-strategies-politiques

    En guise de RAPPEL :

    Quelle était l’intention de ce cycle ?

    Ce cycle s’est déroulé entre janvier et juin 2019, dans un contexte de mobilisations climatiques sans précédent en Belgique sur les questions sociales et écologiques. Alors que les craintes et interrogations se multiplient, pas seulement sur l’état et le devenir de notre planète, mais aussi sur le fonctionnement du système social et économique dans son ensemble, nous avons souhaité prendre le temps de mieux comprendre ces questions à travers un regard qui articule les enjeus sociaux et écologiques. Le cycle a été structuré de la façon suivante :

    > 3 thèmes « porte d’entrée » différents
    > 3 conférences / rencontres en soirée & 3 ateliers dynamiques d’un 1/2 jour en plus petit groupe.

    #écologie_sociale #écosocialisme

  • Ce que les catastrophes technologiques disent de la technologie
    http://www.internetactu.net/2019/10/15/ce-que-les-catastrophes-technologiques-disent-de-la-technologie

    Les catastrophes technologiques mettent à vif les lacunes démocratiques de nos choix technologiques. Remédier aux catastrophes nécessite donc de réintroduire de la démocratie dans nos choix technologiques. Tel est le propos de la sociologue américaine Sheila Jasanoff que décrypte pour nous Irénée Régnauld. Si la science a participé à l’allongement de la durée de vie et à une meilleure connaissance du monde, il convient de ne pas se mettre des œillères : la civilisation technologique n’est pas toute rose ! (...)

    #Facebook #algorithme #solutionnisme #écologie #éthique #manipulation #domination (...)

    ##discrimination
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  • [critiquer pour mieux converger]
    Lettre ouverte aux militant-e-s d’Extinction Rebellion
    « Ce n’est pas uniquement aux mouvements sociaux de faire un pas vers les écolos »
    La rédaction de Grozeille a reçu et publie cette lettre ouverte aux militant-e-s de Extinction Rebellion France participant à la Rébellion Internationale d’Octobre (RIO).
    par des jeunes de Désobéissance Ecolo Paris, et signée par d’autres collectifs : ACTA, Cerveaux non disponibles, le CLAQ, et le Comité Adama.
    https://grozeille.co/lettre-ouverte-aux-militant-e-s-de-extinction-rebellion

    Ce n’est donc pas en tant qu’adversaires, ou critiques acerbes tirant un plaisir particulier du fait de dénigrer tout ce qui ne leur paraît pas être assez radical, que nous nous adressons à vous aujourd’hui.

    C’est plutôt en tant que celles et ceux, qui ayant noué des liens avec vous, sommes préoccupé-e-s par la tournure que pourrait prendre votre mouvement et qui, nous le craignons fort, enterrerait toute convergence réelle entre les divers mouvements sociaux se battant pour un monde plus juste et le mouvement écolo en France. Pourquoi des paroles si alarmantes, demanderez-vous ?

    Malgré l’atmosphère festive des premiers jours de la Rébellion Internationale d’Octobre, certaines des attitudes militantes et de leurs modes de fonctionnement nous interpellent, voire nous indignent. Nous considérons essentiel que ces questions précises puissent être réglées sincèrement et de bonne foi, pour nous permettre de continuer à nous allier de plein gré et sans sacrifier nos principes contre la morbidité omniprésente.

    Les voici :

    - Banalisation des violences policières
    – Violence invisible de la non-violence dogmatique
    – Le manque d’inclusivité du cadre d’action envers les classes populaires
    – Massification ou apolitisme ?
    – Une écologie du non-dérangement ?
    – Quelques propositions pour fuir les lignes toutes tracées

    #Convergence19 #ExtintionRebellion #RebellionWeek #RIO #ecologie

  • Greenpeace - Comment tout a commencé | ARTE
    https://www.arte.tv/fr/videos/067794-000-A/greenpeace-comment-tout-a-commence

    Un retour nostalgique sur les débuts du mouvement pionnier de l’écologie dans les années 1970. Tout à la fois drôle, dramatique et nostalgique, il présente des personnalités hautes en couleur : #Bob_Hunter, ex-journaliste pragmatique, l’agitateur #Paul_Watson, infatigable pourfendeur de la chasse à la baleine, ou encore #Patrick_Moore.

    #Greenpeace #histoire #écologie #environnement

  • Dans les #Kiosques : La Décroissance N° 163 – octobre 2019 : Les idiots utiles du capitalisme
    Le Journal de la joie de vivre
    http://www.ladecroissance.net/?chemin=accueil
    Sommaire :
    Page 2 : Courriers – dessins

    Page 3 : Contre l’eugénisme et l’anthropocide, par Pièces et main d’œuvre et Resistenze al nanomondo – Éditorial : Ça chauffe !, par Bruno Clémentin

    Page 4 : Chronique d’Alain Accardo : Exo-planète

    Page 5 : « Le discours des Républicains c’est “la high-tech nous sauvera !” », interview de Gilles Laroyenne

    Page 6 : Salo­perie : Le Mediator, par Denis Bayon – Écotartufe : Isabelle Saporta, par Vincent Cheynet 

    Page 7 : Simplicité volontaire : Insubordonnés, interview de François et ses amis – L’action du mois : Dégager les trottinettes

    Page 8-9 : « Nous sommes devenus les outils du numérique », interview de Christophe Cailleaux – Lectures

    Page 10 : Chronique d’Alain Gras : Rouler, jeter : la trottinette électrique, symbole du nihilisme technologique – Bédé : Léa la décroissante, par Domi et Druilhe

    Page 11 : Le petit économiste : Pourquoi tant de haine ?, par Denis Baba – Casseurs de pub : L’agression publicitaire est une monnaie, par Jean-Luc Coudray

    Page 12-13 : International : « Homo Erasmus, “loukoum de la jouissance immédiate et du confort permanent” » interview de Léos Van Melckebeke – Vacciner contre la tourista, par Thierry Brulavoine

    Page 13 : Quand l’écologie perd la tête, par Vincent Cheynet – Professeur Foldingue : Greta le dérèglement

    Page 14 : Lectures – Débat : Y a-t-il un sens à prédire la fin du monde ?, avec Corinne Morel Darleux, Renaud Duterme, et Thierry Caminel

    Page 15 : Nicolas Bertrand : Bonheur à volonté

    Page 16 : Chronique antinucléaire de Stéphane Lhomme : Nucléaire français : une chute sans fin

    #décroissance #écologie #croissance #capitalisme #économie #politique #critique_techno #énergie #lutte_sociale #france #Les_casseurs_de_pub

  • Montréal : On a marché pour le climat, mais ça ne marchera pas Sylvain Raymond - 2 octobre 2019 - Le devoir
    https://www.ledevoir.com/opinion/libre-opinion/563852/on-a-marche-pour-le-climat-mais-ca-ne-marchera-pas

    J’ai tout d’abord marché d’un pas décidé vers la station de métro Jean-Talon : un camion-benne m’a pourtant klaxonné afin que j’accélère ; certainement pas pour me soutenir dans ma démarche qui visait à affirmer que les changements climatiques représentent un enjeu important pour moi.

    J’ai ensuite senti toute la frénésie qui animait les transports en commun, même si je ne pouvais m’empêcher de remarquer les livreurs de boissons sucrées qui s’affairaient à transporter des centaines de bouteilles en plastique dans les frigos des dépanneurs avoisinants.


    Cependant, je croyais fermement qu’on se rassemblait pour vivre quelque chose de spécial, que c’était peut-être pour cette raison qu’on s’immortalisait à l’aide de selfies sur nos téléphones intelligents pleins de coltan africain.

    Cela dit, il était permis de rêver, car on faisait le nécessaire pour les générations à venir, pour ces enfants dont il n’y a pourtant point de pénurie, mais que nous utilisons comme raison d’agir.

    Et puis on a marché.

    Autour de moi, j’ai vu des gens convaincus de faire quelque chose de symbolique à grands coups de slogans. Mais au-delà des pancartes colorées, j’ai vu les logos #Nike, #Adidas, #Reebok, #Vans, #Converse, #Fila et j’en passe tellement il y en avait ; et ils ne revendiquaient rien. Il n’y a pas si longtemps, manifester en arborant une marque du genre s’apparentait à vaincre le capitalisme en travaillant derrière un comptoir chez McDo ; les marques sont désormais militantes.

    J’en ai donc profité pour faire la pause pipi au Complexe Desjardins, où la foire alimentaire débordait de clients qui souhaitaient prendre une pause de la marche en consommant des aliments transformés industriellement, distribués dans des compartiments difficilement recyclables.

    Lorsque j’ai repris la marche, j’entendais certaines personnes parler de leurs voyages intercontinentaux, en avion, vers l’Inde, ou la Scandinavie. Un petit voyage assez bref, disait-on, question de revenir travailler rapidement avant le prochain voyage.

    Mais on a marché jusqu’au bout.

    Je me suis arrêté autour d’un aménagement paysager composé de quelques plantes et d’arbustes. Il est vrai que les quelque huit kilomètres marchés représentaient une distance relativement longue même si c’était pour démontrer notre intransigeance face à l’inaction politique de nos dirigeants afin d’éviter une apocalypse climatique ; les badauds autour de moi lançaient : « J’ai fait ma part aujourd’hui, je rentre. Et toi ? »

    Mais comme on avait marché, je suis resté.

    Je suis resté pour entendre Greta. La simple mention de son nom a fait qu’une bande de militants s’est ruée dans le bosquet pour mieux la voir, quitte à écraser la verdure. Une femme d’un certain âge, qui tentait de prendre une photo de Greta, n’a pas hésité avant de mettre tout son poids sur les feuilles d’une plante qui n’avait aucun moyen de se défendre. Or, une fois écrasée, cette plante dégageait un passage qui a permis à plus d’une cinquantaine de gens concernés par les changements climatiques de piétiner davantage la végétation : c’était le chemin le plus rapide pour se déplacer à travers la foule.

    J’ai scandé à voix haute : « C’est comme si vous l’écoutez, mais que vous ne l’entendez pas. »
    […]

    Notre ambition pour nous-mêmes dépasse largement notre conception de ce que nous devrons faire pour renverser le désastre climatique. Et c’est tout le défi qui semble même échapper aux avertis : le retour en arrière ne pourra s’opérer que dans le cadre de changements majeurs et profonds de nos manières de consommer ainsi que les manières d’évaluer notre propre confort.

    Les gouvernements ne sont pas le problème, nous ne vivons pas dans un régime dictatorial qui nous impose un mode de vie polluant, et la simple possibilité qu’il puisse y avoir une vague verte aux prochaines élections (mais il n’y en aura fort probablement pas) démontre que le système n’est pas à blâmer ; mais les électeurs…

    Parce qu’on a marché pour se donner bonne conscience.

    On a marché pour dire qu’on a marché, mais encore, on a marché pour publier qu’on a marché afin d’être récompensés par des valeurs algorithmiques qui nous rassurent que nous avions raison de partager le fait que nous avons marché.

    On a marché afin de se conforter dans notre idée que le problème est ailleurs : chez ceux qui ne marchent pas, chez les climatosceptiques, chez les autres. On a marché pour se dire qu’on a fait ce qu’on devait faire. On aurait probablement voté pour Greta si c’était possible, mais surtout pour lui donner la responsabilité de faire quelque chose qui n’altère pas ma perception que je peux avoir de ma propre personne.

    Après avoir marché, j’ai terminé ma journée en sirotant du vin orange importé d’Italie, dans un restaurant à la mode, avant de rentrer chez moi en Uber pour écrire ce texte les poches remplies de factures, mais la tête convaincue que j’avais fait la bonne chose : les trentaines de likes qui s’accumulaient sous une photo que je venais de publier à propos d’une manifestante engagée qui avait trouvé la meilleure manière de viraliser son militantisme ne pouvaient pas mentir.

    Et je me suis dit que c’était précisément ça le problème.

    Moi.

    #climat #santé #changement_climatique #environnement #énergie #manifestation #écologie #pollution #pollutions #responsabilité

  • Civilisation numérique : vers la fin de la blague ?
    https://usbeketrica.com/article/civilisation-numerique-vers-la-fin-de-la-blague

    Pour François Houste, directeur conseil au sein d’une agence de design digital, les Trente glorieuses du numérique sont passées : place à la prise de conscience des professionnels et des usagers pour favoriser la décroissance d’un marché très énergivore. La réflexion commence par une question, faisant débat lors d’un déjeuner entre collègues comme tant d’autres : Peut-on rire du numérique, et plus particulièrement de nos métiers ? On ne va pas refaire le débat, ni réinvoquer Pierre Desproges. On peut bien (...)

    #Alphabet #Google #algorithme #solutionnisme #écologie #éthique #domination

  • Kate Crawford : « l’IA est une nouvelle ingénierie du pouvoir »
    http://www.internetactu.net/2019/09/30/kate-crawford-lia-est-une-nouvelle-ingenierie-du-pouvoir

    Kate Crawford (@katecrawford) est la cofondatrice (avec Meredith Whittaker, @mer__edith) de l’AI Now Institute (@AINowInstitute, blog). Chercheuse à Microsoft Research, professeur à l’université de New York, elle est spécialiste de l’étude des implications sociales des systèmes techniques et notamment des effets du Big Data, des algorithmes et de l’Intelligence artificielle. À l’occasion de l’inauguration de la chaire invitée IA et Justice, ouverte à l’École normale supérieure, elle a livré une (...)

    #CambridgeAnalytica #Axon #Google #HireVue #IBM #Amazon #algorithme #Alexa #Echo #écologie #biométrie #facial #criminalité #BigData #éthique #discrimination #LGBT (...)

    ##criminalité ##santé
    /assets/images/logo_ia.png

  • Crise écologique : l’impact environnemental du jeu vidéo, un sujet d’inquiétude grandissant
    https://www.lemonde.fr/pixels/article/2019/09/29/crise-ecologique-l-impact-environnemental-du-jeu-video-un-sujet-d-inquietude

    La course à la puissance et la démocratisation du streaming ont un impact négatif sur l’environnement, alertent les experts. Consommer des jeux vidéo, serait-ce contribuer au game over de la planète ? L’idée, encore marginale il y a quelques années commence à faire son chemin. Elle est même devenue omniprésente depuis l’annonce du lancement du service de jeux vidéo en streaming de Google, Stadia, qui doit sortir en novembre. Cette offre par abonnement doit fonctionner sans console grâce à de (...)

    #Sony #Google #Microsoft #Nvidia #Amazon #streaming #game #jeu #écologie

  • L’impossible estimation de la pollution générée par son smartphone
    https://www.lemonde.fr/planete/article/2019/09/28/l-impossible-estimation-de-la-pollution-generee-par-son-smartphone_6013390_3

    L’évaluation de l’impact écologique du numérique est, pour la recherche, une équation aux inconnues multiples, rendue difficile par le manque de données disponibles. Envoyée par e-mail à plusieurs chercheurs, la question semble simple : « Disons que lors d’un voyage en train, je regarde, sur mon téléphone, une vidéo de cinq minutes en streaming. Est-ce qu’il est possible d’estimer la pollution générée par ce geste ? » La première réponse ne se fait pas attendre : « Je ne suis pas certaine que quiconque ait (...)

    #Apple #Samsung #écologie #smartphone

  • Cinq réflexes à adopter pour réduire sa pollution numérique
    https://www.lemonde.fr/pixels/article/2019/09/27/cinq-reflexes-a-adopter-pour-reduire-sa-pollution-numerique_6013255_4408996.

    Les 34 milliards de smartphones, ordinateurs, consoles de jeu et téléviseurs que compte la planète occupent par leur nombre une place centrale dans l’impact sur l’environnement dû à l’utilisation de l’informatique et la navigation sur Internet. Leur coût écologique dépasse même celui des data centers, ces entrepôts de serveurs dans lesquels est stocké l’ensemble des données mises en ligne sur Internet, souvent désignés comme la face cachée polluante du numérique. Quelques bons réflexes d’usage de ces (...)

    #smartphone #écologie

  • #Greta_Thunberg répond à ses détracteurs
    http://tradfem.wordpress.com/2019/09/27/greta-thunberg-repond-a-ses-detracteurs

    J’ai vu récemment beaucoup de rumeurs circuler à mon sujet, ainsi que d’énormes quantités de haine. Ce n’est pas une surprise pour moi. Je sais que comme la plupart des gens ne sont pas conscients de la pleine signification de la crise climatique (ce qui est compréhensible puisqu’elle n’a jamais été traitée comme une crise), une grève scolaire pour le climat peut généralement sembler très étrange aux gens.

    Permettez-moi donc de clarifier certaines choses au sujet de ma grève scolaire.

    En mai 2018, j’ai été l’une des lauréates d’un concours de rédaction sur l’environnement organisé par Svenska Dagbladet, un journal suédois. J’ai soumis mon article pour publicaton et certaines personnes m’ont contactée, entre autres Bo Thorén de l’organisation Fossil Free Dalsland (Dalie sans Carburants Fossiles). Thorén animait une sorte de groupe avec des gens, surtout des jeunes, qui voulaient faire quelque chose au sujet de la crise climatique.

    J’ai eu quelques réunions téléphoniques avec d’autres militantes. Nous avions pour but de trouver des idées de nouveaux projets pour attirer l’attention sur la crise climatique. Bo avait quelques idées de ce qu’on pourrait faire. Cela allait de défilés jusqu’à l’idée vague d’une sorte de grève scolaire (que les élèves fassent quelque chose dans les cours d’école ou dans les salles de classe). Cette idée nous était venue des Parkland Students, des écolières et écoliers qui avaient refusé de retourner à l’école après la fusillade dans leur école.

    J’aimais l’idée d’une grève scolaire. Je l’ai donc développée et ai essayé d’amener les autres jeunes à se joindre à moi, mais personne n’était vraiment intéressé. Ils et elles pensaient qu’une version suédoise de la Marche mondiale pour le climat aurait un impact plus important. J’ai donc continué à planifier la grève scolaire toute seule et, après cela, je n’ai plus participé à d’autres réunions.

    Quand j’ai parlé de mes projets à mes parents, ils n’ont pas beaucoup aimé cela. Ils n’étaient pas favorables à l’idée d’une grève dans les écoles et m’ont dit que si je l’organisais, je devrais le faire entièrement seule, sans soutien de leur part.

    Traduction : #Tradfem
    #écologie #urgence_climatique #remettre_les_pendules_à_l'heure #vieux_réac_agiste

  • Vu de l’étranger. La #France bientôt pionnière en matière d’#économie_circulaire ?

    Le projet de #loi sur l’économie circulaire et la lutte contre le #gaspillage est étudié par les sénateurs depuis le 24 septembre et jusqu’au 26. Si celle-ci entre en vigueur, la France deviendrait un précurseur dans ce domaine, redorant au passage la politique écologique du gouvernement.

    https://www.courrierinternational.com/revue-de-presse/vu-de-letranger-la-france-bientot-pionniere-en-matiere-decono

    #écologie

  • Le design pour lutter contre le changement climatique
    http://www.internetactu.net/a-lire-ailleurs/le-design-pour-lutter-contre-le-changement-climatique

    Comment le design pourrait-il devenir un acteur significatif et positif dans la lutte contre le changement climatique ? C’est la question qui anime le designer Gauthier Roussilhe (@aswalterrobin) dans une interview publiée par We Make Money Not Art (@wmmna). Il y a 2 ans, nous avions évoqué son excellent documentaire, Ethics for Design, qui interrogeait le rôle et le sens du design. Cette question de la responsabilité du design, après l’avoir posé aux autres, Gauthier Roussilhe se l’est adressée à (...)

    #écologie

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  • Défiance écolière contre autorité nucléaire
    https://labrique.net/index.php/38-ecologie/1078-defiance-ecoliere-contre-autorite-nucleaire

    https://labrique.net/images/numeros/numéro58/ecole_nucleaire.png

    À l’école, on demande rarement aux enfants leur avis. Ce qui ne les empêchent pas de manifester leur désaccord si besoin. L’État en a fait les frais le 28 mai 2019, lors de la première réunion publique sur la gestion des déchets nucléaires, à Lille. Plusieurs collectifs anti-nucléaire et écolos se sont invités au débat public, et leurs militant.es ont plus la verve de l’écolier.ère indiscipliné.e que la diplomatie apathique du député.

    #En_vedette #Écologie

  • Une écologiste assassinée au Guatemala
    Diana Isabel Hernández Juárez – HRD Memorial
    https://hrdmemorial.org/hrdrecord/diana-isabel-hernandez-juarez

    At 05.20pm on the evening of Saturday 7 September 2019, she was attacked and shot dead by unknown gunmen as she was taking part in a procession in her community of Monte Gloria in Santo Domingo, Suchitepéquez.

    The Professor was a community activist devoted to the protection of the environment and its natural resources. She devoted a large part of her life to creating environmental awareness and recovering rare native species as part of a reforestation programme. She worked particularly closely with communities in her parish to help them address environmental issues.

    #assassinat #Guatemala #activisme #militantisme #environnement #écologie via reporterre

  • La Grande Mue. Un site dédié à la pensée de #Bernard_Charbonneau (1910-1996).


    https://lagrandemue.wordpress.com

    Bernard Charbonneau

    Bernard Charbonneau, né le 28 novembre 1910 à Bordeaux et mort le 28 avril 1996 à Saint-Palais, est un penseur français, auteur d’une vingtaine de livres et de nombreux articles, parus notamment dans La Gueule ouverte, Foi et vie, La République des Pyrénées et Combat Nature.

    Toute son œuvre est marquée par l’idée que « le lien qui attache l’individu à la société est tellement puissant que, même dans la soi-disant “société des individus”, ces derniers sont si peu capables de prendre leurs distances avec les entraînements collectifs que, spontanément, ils consentent à l’anéantissement de ce à quoi ils tiennent le plus : la #liberté. »1

    Durant les années 1930, il dénonce ce qu’il considère être la dictature de l’#économie et du #développement et s’impose comme pionnier de l’#écologie_politique. Se méfiant toutefois de l’écologie partidaire, il propose de concevoir une forme d’organisation de la société, radicalement différente des idéologies du XXe siècle, solidement ancrée sur l’expérience personnelle. En cela, il affirme sa dette intellectuelle envers le #personnalisme. De même, il voit dans le #progrès_technique la source de toujours plus d’organisation, donc de plus de #conformisme, donc de moins de liberté. Ses travaux le rapprochent de #Jacques_Ellul, dont il est l’ami intime durant six décennies.

    https://fr.wikipedia.org/wiki/Bernard_Charbonneau

    #Charbonneau #blog #citations #livres

  • C’est pratique - Mon blog sur l’écologie politique
    http://blog.ecologie-politique.eu/post/C-est-pratique

    Visiblement, ça nous touche moins que la dernière vidéo de pandas mignons qui fait le buzz. Mais ça devrait. Et bien que notre marge de manœuvre soit limitée, bien qu’une défection individuelle ne signifie pas grand-chose numériquement, même si c’est dur de se passer des centaines de likes qui saluent vos traits d’esprit et vos indignations sur Twitter, même si votre organisation a fait son trou sur Facebook, il me semble que la première chose à faire, dans cette situation, c’est de quitter ces réseaux pour en faire vivre de plus démocratiques, sobres et décentralisés. Votre engagement anti-capitaliste, écologiste et anti-autoritaire le mérite bien…

  • Les Verts autrichiens font campagne à gauche, mais n’excluent pas de gouverner avec la droite
    https://www.mediapart.fr/journal/international/240919/les-verts-autrichiens-font-campagne-gauche-mais-n-excluent-pas-de-gouverne

    Les Autrichiens sont appelés aux urnes le 29 septembre pour des législatives anticipées, conséquence de la chute de la coalition entre droite et extrême droite sur une affaire de corruption. Une chance pour les Verts qui avaient quitté le Parlement après un résultat désastreux aux législatives de 2017. Ce nouveau scrutin pourrait marquer leur retour sur les bancs de l’Assemblée.

    #EUROPE #Ecologie,_Verts,_Kurz,_Autriche

  • A Roubaix, Edouard Philippe promet une « écologie souriante » - Challenges
    https://www.challenges.fr/politique/a-roubaix-edouard-philippe-promet-une-ecologie-souriante_671466

    L’écologie souriante. En visite à Roubaix, dans le Nord, pour son premier déplacement depuis les vacances, Edouard Philippe n’a eu que ces mots à la bouche. “C’est réjouissant de voir qu’ici les initiatives qui sont prises le sont collectivement et s’inscrivent dans une dynamique économique, sociale et écologique. Nous voulons battre en brèche l’idée que l’économie circulaire est un truc de bobos. Nous sommes dans l’écologie souriante, l’écologie du quotidien !”, s’est extasié le Premier ministre, accompagné de la ministre de la Transition écologique Elisabeth Borne et sa secrétaire d’Etat Brune Poirson, devant un parterre d’entrepreneurs locaux réunis pour l’occasion.

    Le choix d’Edouard Philippe de se rendre à Roubaix pour effectuer sa rentrée politique ne doit rien au hasard. Ville pionnière en France en matière de réduction des déchets mais également territoire fortement touché par le chômage et la pauvreté, l’ancienne capitale textile doit illustrer la nouvelle politique qu’entend mettre en oeuvre la majorité après la forte percée des écologistes aux européennes et le mouvement des gilets jaunes. Un acte 2 du quinquennat qui se veut plus vert, alors que le score de la liste EELV aux dernières européennes est encore dans toutes les têtes. Les sondages surveillés de très près par Matignon notent un socle solide de l’électorat écologiste dans les grandes métropoles. Pour illustrer ce tournant, le gouvernement défendra début septembre, l’examen du projet de loi sur l’économie circulaire : “J’ai retenu du grand débat que les Français avaient envie de s’engager pour la planète mais pas forcément par l’impôt ou par des normes, a expliqué Edouard Philippe. Il faut les encourager mais que ce soit librement consenti."

    La suite derrière #paywall.

  • Paris : il dort dans un arbre depuis trois jours pour sauver des platanes d’une commune du Gers
    https://www.francetvinfo.fr/monde/environnement/paris-il-dort-dans-un-arbre-depuis-trois-jours-pour-sauver-des-platanes

    Pour faire annuler une décision municipale d’abattre 25 platanes à Condom (Gers), un militant écologiste est installé depuis le milieu de la semaine au sommet d’un arbre à Paris, devant le ministère de la Transition écologique et solidaire.

    Il y était encore hier.