• #Castel_Volturno, l’Istituto “G. Garibaldi” fa visita a #Il_Canile_S.D._Dog
    https://informareonline.com/castel-volturno-listituto-g-garibaldi-fa-visita-a-il-canile-s-d-dog

    “Immaginavo che i canili fossero dei luoghi di segregazione. E invece, mi rendo conto che possono diventare anche luoghi di benessere e di cura per i nostri amici a quattro zampe”. Queste le osservazioni della Dirigente dell’Istituto Comprensivo di #castel_volturno “G. Garibaldi” #Elisabetta_Corvino, in occasione di una visita degli alunni della scuola presso […] L’articolo Castel Volturno, l’Istituto “G. Garibaldi” fa visita a Il Canile S.D. Dog proviene da Informareonline, scritto da Alessandro Giuseppe Terracciano

    #Giuseppe_De_Vivo #istituto_comprensivo_G.Garibaldi

  • Armi e carburante verso Israele: il dossier che smentisce il silenzio italiano

    Oltre 400 spedizioni militari e 224mila tonnellate di greggio e gasolio dall’Italia dopo il 7 ottobre: il report accusa Roma di complicità nelle operazioni a #Gaza

    Nonostante le dichiarazioni ufficiali e l’assenza di nuove autorizzazioni formali, dall’Italia verso Israele il flusso non si è mai fermato. Armi, componenti elettronici, sistemi aerospaziali, carburante. Una rete logistica estesa, continua, documentata. A certificarlo è il dossier “Made in Italy, Delivered to Israel: Italian Military and Energy Transfers Fueling Genocide”, pubblicato da Giovani Palestinesi d’Italia, People’s Embargo for Palestine, Palestine Youth Movement e Weapon Watch, con il contributo dell’European Legal Support Center.

    I numeri sono difficili da ignorare: oltre 400 spedizioni di materiale militare e 224mila tonnellate di greggio e gasolio partite dall’Italia verso Israele tra ottobre 2023 e il 2025. Un’attività che coinvolge almeno 11 regioni italiane e che, secondo il report, dimostra la continuità dei rapporti militari e logistici anche nel pieno delle operazioni su Gaza.

    Il dossier ricostruisce una filiera articolata, fatta di aziende private, infrastrutture statali e hub logistici. Tra i nomi più rilevanti compare #Leonardo S.p.A., di cui vengono tracciate circa 150 spedizioni di componenti aerospaziali. Alcuni di questi materiali sarebbero stati inviati alla società israeliana #Elbit_Systems e includerebbero pannelli di controllo per comunicazioni radio e componenti elettronici destinati alle cabine di pilotaggio. Tecnologie che, secondo il rapporto, contribuiscono direttamente all’operatività di velivoli militari come gli F-15, utilizzati nei bombardamenti su Gaza.

    Accanto a Leonardo, emerge anche il ruolo di aziende attive nel settore della guerra elettronica e della cybersicurezza, come #Elettronica S.p.A. (oggi #Elt_Group), che avrebbe fornito sensori, sistemi radar e dispositivi di disturbo a Elbit Systems e #Israel_Aerospace Industries. Il Lazio appare come uno snodo centrale di questa rete, con l’aeroporto di Fiumicino utilizzato per il transito di componenti destinati a droni e veicoli militari.

    Anche il Nord Italia è coinvolto. Dall’aeroporto di Milano #Malpensa, secondo i registri analizzati, sarebbero transitati componenti aerospaziali, materiali idraulici ed elettrici, polveri metalliche e adesivi chimici utilizzati nella produzione di armi e munizioni. Una catena industriale e logistica che attraversa l’intero paese.

    Ma il dato forse più significativo riguarda il carburante. Secondo il dossier, 85mila tonnellate di greggio sarebbero partite dal porto di Taranto a bordo della nave #Seasalvia, dirette verso #Haifa. In alcune occasioni, l’imbarcazione avrebbe disattivato il sistema di tracciamento durante il tragitto, oscurando la propria rotta. Altre 138mila tonnellate di gasolio sarebbero state spedite dal terminale di #Santa_Panagia, a #Siracusa, contribuendo al rifornimento dei mezzi militari israeliani: blindati, camion, bulldozer utilizzati anche nelle demolizioni di abitazioni e infrastrutture nei territori palestinesi.

    Tutto questo mentre, sul piano ufficiale, il governo italiano sostiene di non aver concesso nuove autorizzazioni all’export militare verso Israele dopo il 7 ottobre. La relazione governativa del 2024, infatti, esclude Israele dalle nuove licenze rilasciate dall’Uama, l’autorità che supervisiona l’applicazione della legge 185/1990 sul commercio di armamenti.

    Eppure, come già segnalato dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, gli scambi non si sono interrotti. I dati dell’Agenzia delle Dogane mostrano esportazioni militari verso Israele per oltre quattro milioni di euro nello stesso periodo. Una contraddizione evidente tra il piano formale e quello sostanziale.

    Il dossier lo afferma in modo diretto: il sostegno italiano non è né casuale né neutrale. Continuare a fornire materiali, tecnologie e carburante significa, secondo gli autori, contribuire attivamente alle operazioni militari israeliane e, quindi, alla distruzione in corso a Gaza.

    Per questo le organizzazioni chiedono misure immediate: un embargo bilaterale completo sulle armi, maggiore trasparenza sui transiti e la sospensione del memorandum d’intesa militare tra Italia e Israele. Non più dichiarazioni di principio, ma atti concreti.

    Il quadro che emerge è quello di una doppia realtà. Da un lato, le dichiarazioni ufficiali sul rispetto del diritto internazionale e sulla sospensione delle autorizzazioni. Dall’altro, una filiera economica e logistica che continua a funzionare, alimentando un conflitto che ogni giorno produce nuove vittime civili. E in mezzo, ancora una volta, il silenzio.

    https://osservatorionomilscuola.com/2026/04/01/dossier-made-italy-industria-genocidio-coinvolgimento-itali
    #armes #commerce_d'armes #armement #Israël #Italie #exportation #rapport

  • #Mégabassines, #data_centers : « La guerre contre l’#eau s’est intensifiée »

    Dans le livre-enquête « Les Assoiffeurs », les journalistes Nicolas Celnik et Fabien Benoit montrent comment certains acteurs privés accaparent, avec la bénédiction de l’État, une ressource de plus en plus rare et de plus en plus polluée.

    DepuisDepuis dix ans, un tiers du territoire français subit des restrictions d’eau et le pays vit désormais au rythme d’épisodes de sécheresse toujours plus longs et plus intenses. Qui demain aura accès à l’eau ? De quelle qualité ? Depuis les années 1980, près de 14 000 captages d’eau potable ont dû fermer en raison de taux de pollution aux pesticides trop importants. Et le scandale de la contamination massive aux PFAS ne fait que commencer…

    À Sainte-Soline, les militants en lutte contre l’accaparement de l’eau par le modèle agricole productiviste ont reçu pour toute réponse du gouvernement un déluge de grenades.

    Dans une enquête fouillée, les journalistes Fabien Benoit et Nicolas Celnik montrent comment certains acteurs privés, des producteurs de maïs aux promoteurs de data centers, font main basse sur l’eau, avec la bénédiction de l’État.

    Les Assoiffeurs. Enquête sur ces entreprises qui accaparent notre eau (Les Liens qui libèrent, 2026) pointe comment certains comptent aussi capitaliser sur la raréfaction de la ressource et sur les inquiétudes concernant la santé. Entretien.

    « Mediapart » : La loi d’urgence agricole qui arrive à l’Assemblée nationale le 19 mai comporte un important volet sur l’eau. Une fois de plus, le gouvernement veut « sécuriser » l’accès à l’eau pour les agriculteurs et agricultrices irrigant·es, au détriment des autres usagers et usagères, en favorisant notamment la construction de mégabassines.

    Fabien Benoit : On a beaucoup parlé de guerre de l’eau, notamment autour des bassines. Pour nous, il y a surtout une guerre contre l’eau, c’est-à-dire contre cette ressource, pour l’accaparer, pour l’abîmer. Cette loi d’urgence agricole en est un nouvel épisode. Si on met d’ailleurs bout à bout la loi d’orientation agricole qui consacre l’intérêt majeur de l’agriculture, les arrêtés sécheresse qui exonèrent régulièrement les plus gros accapareurs de l’eau, et la révision de la directive-cadre eau européenne qui est sur la table…, on se rend compte que cette guerre contre l’eau s’est intensifiée, au détriment de sa qualité, de sa disponibilité.

    Nicolas Celnik : Il y a dans ce projet de loi deux articles qui entrent en résonance avec notre enquête : l’article 6, qui prévoit que le préfet puisse déroger aux schémas d’aménagement et de gestion des eaux (Sage) pour des projets d’ouvrage de stockage de l’eau, et l’article 5, qui rend facultative la consultation publique pour construire une bassine. Cela correspond à ce que le chercheur Sylvain Baron appelle la « préfectorialisation de la politique de l’eau ». C’est la volonté de donner aux préfets des moyens de contourner cette démocratie locale de l’eau, qui est certes imparfaite, mais qui reste une expérimentation démocratique vraiment intéressante. Là, on assiste à une « reverticalisation » des politiques de l’eau au nom des intérêts économiques.

    Vous montrez bien dans votre livre comment ceux que vous appelez les « assoiffeurs » parviennent à s’affranchir du droit commun pour faire main basse sur la ressource.

    N. C. : Nous avons cherché à comprendre les stratégies des grands acteurs économiques (agriculture, data centers, embouteilleurs…) qui s’assurent qu’ils bénéficieront de réserves d’eau, même dans des situations de tension sur la ressource. Leur travail de lobbying a été, effectivement, de normaliser des situations d’exception. Alors qu’il existe en France une hiérarchie des usages de l’eau qui priorise la santé humaine, puis les écosystèmes et enfin les enjeux économiques, être parvenu à imposer l’agriculture comme « d’intérêt général majeur » dans la loi inverse cette hiérarchie. On normalise le fait qu’en cas de sécheresse, l’activité économique vaut autant que la préservation de l’environnement. Une mégabassine est présumée dans la loi Duplomb d’intérêt général majeur.

    F. B. : Et quand on parle de « l’agriculture qui a besoin d’eau », il faut rappeler quelques ordres de grandeur. L’agriculture représente 60 % de la consommation d’eau douce en France, 92 % de cette eau-là va à l’agriculture irriguée. Et les surfaces irriguées en France, c’est 7 à 8 % des surfaces. Donc, 93 % du monde agricole n’a pas besoin de beaucoup d’eau. Ce n’est pas « l’agriculture » qui a besoin d’énormément d’eau mais un certain modèle agro-industriel qui produit de la céréale, dont en bout de chaîne 7 % environ sert finalement à l’alimentation humaine.

    Vous dites que c’est la répression des manifestant·es de Sainte-Soline contre les mégabassines qui vous a donné l’envie de faire ce livre. Pourquoi ?

    F. B. : L’usage extrême de la violence pour réprimer des militants qui défendaient l’eau comme un patrimoine commun, ce qui est inscrit dans la loi, nous a effectivement frappés. L’idée d’accaparement de l’eau était au cœur de cette mobilisation et cela nous a conduits à nous interroger sur les acteurs qui aujourd’hui accaparent cette ressource avec le soutien de l’État.

    N. C. : Concernant l’agriculture, c’était intéressant d’essayer d’enquêter sur le fonctionnement de ce petit monde du lobbying de la FNSEA. Le principal syndicat agricole a un groupe dédié spécialement au lobbying sur la production du maïs, et ce lobby a son propre lobby interne spécialement dédié à l’irrigation du maïs. Pourquoi ? Parce qu’on a besoin de beaucoup d’eau pour le maïs, et en particulier au pic de chaleur, parce que c’est une plante tropicale.

    Ils ont travaillé à diffuser l’idée, notamment dans les médias, qu’il fallait absolument stocker l’eau d’hiver pour l’été parce que sinon l’eau « partirait à la mer ». En fait, d’après les compréhensions du cycle de l’eau, il est au contraire important de laisser l’eau s’infiltrer dans la terre, être stockée dans des zones humides, comme l’expliquent les hydrogéologues. Le lobbying de la FNSEA a aussi consisté à faire travailler le concept de « souveraineté alimentaire », qui signifiait initialement la capacité de manger ce qu’on produit, et qui désigne à présent la capacité de choisir vers qui l’on exporte notre production. Au nom de la « souveraineté alimentaire », on soutient les producteurs de maïs qui exportent pour nourrir le bétail.

    Et vous montrez aussi comment désormais la transition écologique – avec le besoin d’électrifier les usages – sert aussi de prétexte à sécuriser l’accès à l’eau pour les industriels des semi-conducteurs ou des data centers.

    F. B. : Oui, parce qu’on a une transition écologique qui est carbo-réductionniste, c’est-à-dire qui s’intéresse uniquement aux émissions de CO2, en occultant tout le reste. Et, effectivement, l’électrification, comme le numérique, implique une course aux métaux, ce qui veut dire des besoins colossaux en eau.
    C’était important pour nous de déconstruire certaines idées reçues, notamment celle d’une « transition écologique et numérique ».

    Comme si, en soi, le numérique était synonyme de mieux-disant écologique. C’est absolument faux et c’est le fruit d’un récit, forgé depuis des décennies, pour nous faire croire que le numérique s’affranchirait de la matière et de la pression sur les écosystèmes.

    En réalité, depuis les mines, en passant par la production de semi-conducteurs, le fonctionnement des data centers, jusqu’à tous les appareils numériques qu’on a entre nos mains, on a un continuum qui demande beaucoup, beaucoup de matières premières et, à chacune des étapes, énormément d’eau. À un moment, ce n’est plus soutenable.

    Face à ce secteur-là qui est dans une croissance exponentielle, notamment en raison du développement de l’intelligence artificielle (IA), il y a une forme de gouffre hydrique qui se présente devant nous. Il faut se rappeler que le secteur des data centers, c’est 30 % de croissance par an. Aux États-Unis, on construit plus de data centers que de bureaux. Là, le côté systémique est intéressant, car qui pointe le bout de son nez dans cette équation-là ? Ce sont les acteurs industriels de l’eau, qui disent : « Vous n’y arrivez pas, mais on peut vous construire une usine de désalinisation, on peut produire de l’eau pour vous. »

    Effectivement, vous le montrez bien, plus la ressource en eau est dégradée, plus il y a un marché.

    N. C. : Oui, ce sont des sortes d’intérêts bien compris où le secteur des technologies de dépollution de l’eau devient l’acteur qui permet aux autres leur forme d’accaparement. Sans ces « solutions » de traitement de l’eau de plus en plus complexes et chères, on serait obligés de se demander justement comment on utilise l’eau, comment on se la partage. En somme, de questionner les usages de l’eau.

    Là-dessus, nous racontons comment des géants de l’eau comme Veolia, Suez et d’autres, qui faisaient leur business en distribuant l’eau dans les villes, ont été obligés de revoir leur modèle, prenant acte d’un mouvement de remunicipalisation (à la suite de nombreux scandales financiers notamment). Ils se présentent depuis une dizaine d’années comme des champions de la « transition écologique » et de la dépollution. D’après leurs déclarations aux investisseurs, leurs clients ne sont pourtant pas les usagers individuels, vous et moi, qui avons besoin d’eau pure au robinet : leurs principales cibles commerciales sont les infrastructures industrielles, comme les data centers ou les usines de semi-conducteurs, qui ont besoin d’eau très pure pour ne pas corroder leurs équipements, etc.

    Ces procédés sont aussi extrêmement énergivores et ont des effets délétères sur les écosystèmes. L’eau relève d’enjeux éminemment locaux. Ce qui est prélevé ici ne peut pas être compensé en remplissant une nappe à l’autre bout du pays. Et puis derrière, quid de tous les autres effets de l’extraction minière, sur la biodiversité, sur la destruction des terres arables qu’on utilise pour alimenter cette machine ?

    F. B. : Ce solutionnisme technologique est un autre nom pour le business as usual et la destruction du vivant. La réutilisation des eaux grises, qui semble être du bon sens, c’est une façon de ne pas questionner les usages, de les pérenniser, et c’est de l’eau qui n’est pas rendue aux milieux. Donc, cela portera atteinte à la bonne santé des écosystèmes.

    Et puis, on peut dérouler le même raisonnement sur la désalinisation, qui répond à la même logique, avec toujours des conséquences très lourdes d’un point de vue écologique. L’impensé, c’est celui des interdépendances. On ne peut pas traiter le sujet de l’eau isolément, sans traiter celui de la biodiversité, de la santé des milieux, de la santé humaine. Alors que dans le débat public, dans les discours politiques, le sujet a tendance à être traité de manière uniquement technique, comme une question de flux, de stocks. Les industriels de l’eau parlent de « produire de l’eau », comme si on pouvait en fabriquer de toutes pièces, ce qui est complètement inepte.

    L’eau en bouteille a historiquement construit son modèle économique sur celui de la santé. Les industriels ne voient pas d’un mauvais œil l’inquiétude grandir sur la qualité de l’eau.

    F. B. : Le risque avec l’eau en bouteille, deux mille fois plus énergivore que l’eau du robinet, c’est que cela devienne effectivement une réponse de marché à un problème public, qui est celui de la qualité de l’eau. Et en même temps, l’industrie de l’embouteillage a subi quand même des revers, des polémiques qui font que la pureté supposée des eaux en bouteille en a pris un coup. Un doute est en train de se diffuser autour des eaux en bouteille, avec, évidemment, le cas emblématique de Nestlé, mais pas uniquement.

    Et il y a tout ce qu’on ne veut pas voir quand on parle de qualité de l’eau au sens large, qu’il s’agisse de l’eau en bouteille ou du robinet. Il y a plein de choses qu’on ne tente pas de détecter. Sur la question des PFAS, c’est particulièrement interpellant. On se rend compte qu’on contrôle 20 PFAS depuis janvier 2026, alors que l’EPA américaine parle de 14 000 variétés de PFAS ou qu’une autre agence américaine évoque plutôt 2 millions. Il y aurait sans doute une panique morale totale si on commençait à essayer de détecter tout ça.

    N. C. : Face aux pollutions au PFAS, aux pesticides, on se dit : soit on boit de l’eau en bouteille, soit on « maxifiltre » l’eau qui va arriver au robinet. Et c’est ce qu’on voit en Île-de-France avec le projet du Syndicat des eaux de la région, qui est un projet à 1 milliard pour avoir de l’eau potable pour une partie des communes d’Île-de-France, dont Paris ne fait pas partie. Ce projet mise très majoritairement sur le traitement, alors qu’il serait entre cinq et dix fois moins cher de prévenir plutôt que guérir, d’après certaines études. La régie publique Eau de Paris, par exemple, a essayé de passer des pactes avec les agriculteurs pour avoir moins d’épandage de pesticides, donc ils peuvent se permettre de mettre en place des solutions de traitement moins coûteuses.

    Mais certains y trouvent leur compte. L’entreprise DuPont, qui est une grande émettrice de PFAS, est la même qui vend des membranes de filtration des PFAS pour potabiliser l’eau. Water Europe, qui est le lobby européen des entreprises de traitement de l’eau, dont Suez-Veolia et autres, demande à la Commission européenne 255 milliards sur cinq ans, juste pour investir dans ces technologies de traitement. Il y a un risque de système à deux vitesses, entre les grandes métropoles qui pourront investir dans ces systèmes très coûteux de dépollution de l’eau et des communautés de communes rurales pour lesquelles ce sera beaucoup trop cher.

    https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/080526/megabassines-data-centers-la-guerre-contre-l-eau-s-est-intensifiee
    #centres_de_données #guerre_de_l'eau #privatisation #rareté #pollution #sécheresse #eau_potable #pesticides #PFAS #Sainte-Soline #accaparement #guerre_contre_l’eau #agriculture #préfectorialisation #démocratie #démocratie_locale #reverticalisation #économie #intérêts_économiques #lobbying #santé #écosystèmes #intérêt_général_majeur #loi_Duplomb #irrigation #industrie_agro-alimentaire #répression #résistance #violence #FNSEA #maïs #cycle_de_l’eau #souveraineté_alimentaire #élevage #bétail #transition #numérique #matières_premières #IA #AI #intelligence_artificielle #data_centers #centres_de_données #dépollution #Veolia #Suez #business #remunicipalisation #municipalisation #semi-conducteurs #énergie #techno-solutionnisme #eaux_grises #désalinisation #interdépendances #biodiversité #eau_en_bouteille #Nestlé #qualité #qualité_de_l'eau #pesticides #business #DuPont #filtration #Water_Europe

    • Les Assoiffeurs. Enquête sur ces entreprises qui accaparent notre eau

      Le 25 mars 2023, à Sainte-Soline, un déluge de grenades s’abat sur les manifestants. Plusieurs personnes restent à terre. Deux tombent dans le coma. Marqués par cet épisode, Fabien Benoit et Nicolas Celnik se lancent dans une vaste investigation et découvrent que les mégabassines ne sont que l’arbre qui cache la forêt.

      Ils livrent ici les résultats de leur enquête, menée sur plus de deux ans, sur ces entreprises qui ont fait main basse sur l’eau, ces « assoiffeurs » qui ont privatisé ce bien commun et prévoient désormais de tirer profit de la pénurie qui s’annonce, avec le soutien de l’État.

      Cet ouvrage entend mettre à jour les stratégies et plans pensés par ces entreprises pour accroître encore leur emprise en faisant appel au solutionnisme technologique, qui nous enserre collectivement et nous empêche d’enclencher une véritable discussion politique et démocratique sur le partage de l’eau.

      Du lobbying en faveur des mégabassines aux efforts des grands acteurs du numérique pour masquer leur consommation d’eau, en passant par les manœuvres des producteurs de PFAS pour vendre des solutions dépolluantes à des prix exorbitants, ce livre-enquête révèle l’ampleur du dévoiement de la « démocratie de l’eau à la française », court-circuitée par des collusions politiques et jeux de pouvoir.

      https://www.editionslesliensquiliberent.fr/livre-Les_Assoiffeurs-9791020923691-1-1-0-1.html
      #livre

    • et Veolia c’est qui ? c’est Bolloré.
      Et quels sont les députés qui ont refusé de laisser les premiers m3 d’eau gratuits aux pauvres ? c’est les députés fachos, oups les nazis, oups les députés du parti fondé par des nazis.
      A Toulouse ils te collent du Eau-Toulouse-Metropole mais en fait derrière c’est Véolia Bolloré. Du Moudenc tout craché. Et l’eau est devenue plus cher l’été, tour de passe passe.

  • Élisée Reclus (1830-1905), géographe, rebelle et libertaire | France Culture
    https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/les-nuits-de-france-culture/elisee-reclus-1830-1905-geographe-rebelle-et-libertaire-4540630

    Géographe, rebelle, libertaire, communard, voyageur... Voici Élisée Reclus, à qui l’émission « Une vie, une œuvre » est consacrée en 1997. Mais Élisée Reclus est aussi un visionnaire dont les idées sur la société et l’écologie restent pertinentes, près d’un siècle après sa mort.

    • Élisée Reclus. Un géographe anarchiste contre l’antisémitisme
      https://librairie-quilombo.org/elisee-reclus-10851

      Comment peut-on entendre sur #France_Culture, concernant Élisée Reclus et l’antisémitisme : « Mais c’est un homme du XIXe siècle, et la gauche, anarchiste ou pas anarchiste, marxiste, a toujours été un peu antisémite. » Et ce, sans aucune justification. Voici une réponse à cette assertion. Avec les contributions de Christophe Brun, Nicolas Eprendre, Federico Ferretti et Philippe Pelletier.

      https://www.academia.edu/145505782/Christophe_Brun_Nicolas_Eprendre_Federico_Ferretti_Philippe_Pelletier_2025

      La guerre sans fin qui meurtrit la terre de Palestine exacerbe la sensibilité aux atrocités qui s’y déroulent et somme chacun de choisir un camp. Toute critique trop appuyée de la politique israélienne risque de se voir apposer le sceau d’infamie de l’antisémitisme. Dans ce contexte, qualifier d’« antisémite » un auteur, même s’il est mort depuis plus d’un siècle, ne peut se faire à la légère. Tout particulièrement quand il s’agit d’Élisée Reclus (1830-1905), géographe et anarchiste qui s’est opposé sa vie durant à toute forme de haine raciale, de domination d’une population sur une autre. Un homme qui n’a pas cessé de décrire généreusement les peuples qui vivent ou ont vécu sur notre planète. Refusant d’établir la moindre hiérarchie entre les civilisations, il s’est attaché à décrire des sociétés qui évoluent avec leur milieu, notant que les plus « primitives » ne sont pas les moins riches sur cette Terre « où il serait si bon de vivre en frères ». N’est-ce pas lui qui écrit que « si l’Inquisition tortura et brûla ceux qui se permettaient de penser librement, que de paysans sincères et bons, que d’enfants de la nature restèrent en dehors de ses atteintes, gardant en la sincérité de leur âme naïve une franche indépendance » ? L’accusation d’antisémitisme est d’autant plus incongrue que des anarchistes célèbres se réfèrent explicitement à Élisée Reclus et à ses textes pour étayer le combat anarchiste contre l’antisémitisme. C’est notamment le cas de Vsevolod Mikhaïlovitch Eichenbaum alias Voline (1882-1945), qui, né dans une famille d’intellectuels juifs de Voronej au sud de la Moscovie, rédige l’article « Antisémitisme » pour l’Encyclopédie anarchiste (1934) pilotée par Sébastien Faure (1858-1942) .

      #Élisée_Reclus

  • En #Virginie, la capitale mondiale des #data_centers confrontée à la #contestation croissante des habitants

    Cet Etat de la Côte est des Etats-Unis concentre 12 % des capacités mondiales des centres de données géants essentiels à l’intelligence artificielle, qu’elle a attirés notamment grâce à des exemptions fiscales. Un essor de plus en plus contesté par les riverains, notamment inquiets de leur impact écologique.

    C’est donc ça, l’envers du décor de cette révolution. De gigantesques entrepôts cerclés de clôtures et des chantiers non moins colossaux qui en annoncent de futurs. Impossible de déambuler entre ces parcelles sans âme, disposées le long de grandes artères de la banlieue de Washington. Bienvenue à Loudoun County, dans le nord de la Virginie, qui détient le record mondial du nombre de centres de données.
    La zone, qui a logiquement hérité du surnom « Data Center Alley », est à la fois le cœur du réacteur de la révolution de l’intelligence artificielle (IA) et le laboratoire d’un contre-mouvement : ici, comme partout aux Etats-Unis, la contestation monte contre ces excroissances visibles d’une technologie énergivore qui fascine autant qu’elle inquiète.
    Pour mesurer ce que les centres de données sont à la Virginie, il faut fournir quelques chiffres. Cet Etat de la Côte est américaine concentre à lui seul 12 % des capacités mondiales des « hyperscalers », les géants de la gestion des données Internet, selon le cabinet Synergie Group Research. Le comté de Loudoun compte 200 centres de données, soit environ 5 kilomètres carrés d’entrepôts, l’équivalent des quatre arrondissements du centre de Paris. Et ce n’est que le début. « Plus de 26 kilomètres carrés de nouveaux data centers sont déjà approuvés ou en cours d’approbation dans l’Etat, cela correspond à l’équivalent d’environ 1 500 supermarchés Walmart », explique Julie Bolthouse, directrice de l’aménagement du territoire au conseil environnemental de Piedmont, une large zone du nord de la Virginie, où est massé l’essentiel des infrastructures.
    45 % des recettes fiscales
    Le compagnonnage de la Virginie avec les géants du numérique remonte à la naissance d’Internet. Avec la proximité du Pentagone et de la capitale, ainsi que le développement d’infrastructures de communication, le comté de Loudoun devient rapidement un lieu incontournable pour le stockage de données. A partir des années 2000 et 2010, une large portion du trafic Internet mondial transite par cet Etat.
    Les habitants plébiscitent (ou ignorent) alors cette industrie discrète, qui occupe des espaces dans des zones industrielles, paie des taxes foncières importantes et génère un peu d’emplois. « Nous avons tiré durant toutes ces années un bénéfice financier maximal des centres de données », explique Mike Turner, le vice-président du conseil exécutif de Loudoun County. Ces derniers représentent aujourd’hui 45 % des recettes fiscales du comté, soit 1,3 milliard de dollars (environ 1,15 milliard d’euros). Cela se répercute sur la feuille d’impôt des habitants : les taxes foncières sont en moyenne 25 % plus basses que dans les circonscriptions voisines.
    Mais, depuis le début des années 2020, les choses ont radicalement changé. La révolution de l’intelligence artificielle s’appuie sur la puissance de calcul des puces électroniques, les semi-conducteurs contenus dans des serveurs, eux-mêmes stockés dans ces fameux centres de données. Une requête dans ChatGPT, le robot conversationnel d’OpenAI, mobilise en moyenne beaucoup plus de puissance de calcul qu’une recherche Google. Si l’on compare l’IA au développement de la voiture au XXe siècle, les puces sont l’essence et les data centers sont les stations-service. Tout à la conquête de ce marché en devenir, les hyperscalers – Amazon, Google et Microsoft en tête – ne reculent aucun investissement pour en construire le maximum.
    Jusqu’à la saturation ? C’est, en tout cas, ce qui menace Loudoun County. « On reçoit de plus en plus de messages d’habitants qui nous disent d’arrêter d’approuver des data centers, témoigne Mike Turner. La différence avec avant, c’est que quand on explique que ça fait baisser les impôts locaux ils nous répondent : “Je m’en fiche, augmentez les impôts, mais arrêtez ça.” » Les comtés voisins observent la même tendance. Un gigantesque projet a été abandonné début avril à Prince William County, sous la pression de la population : il prévoyait l’installation de 37 unités aux abords de Manassas National Battlefield Park, le site protégé des deux batailles de Bull Run, pendant la guerre de Sécession (1861-1865).
    Désagréments visuels et sonores
    Le mouvement est national. Le Maine vient de voter un moratoire sur tous les grands projets de centre de données, d’ici à 2027. Et d’autres Etats pourraient rapidement leur emboîter le pas. Terry Clower, professeur de politiques publiques à la Schar School of Policy and Government de l’université George-Mason, située à Fairfax, en Virginie, s’étonne de cette évolution rapide. « Je me demande de plus en plus si cette opposition virulente n’est désormais pas autant liée à la peur de l’intelligence artificielle qu’aux centres de données eux-mêmes. Ils sont l’infrastructure qui permet de faire fonctionner l’IA, et le discours dominant aujourd’hui est que celle-ci vient prendre nos emplois. »
    Un sondage mené par son université montre que désormais, 40 % des habitants de Loudoun County pensent que les centres de données détériorent leurs conditions de vie, contre 19 % qui estiment que cela les améliore, et 40 % qui jugent que cela ne change rien. Les griefs des opposants sont nombreux, à commencer par les désagréments visuels et sonores : ces entrepôts sont massifs, peu esthétiques et génèrent en général une sorte de vrombissement. Construits à côté de zones d’habitation, ils peuvent représenter une réelle nuisance.

    Aux yeux (et aux oreilles) de Terry Clower, ce rejet est largement exagéré. « Vous achetez une maison et vous vous installez à proximité d’un terrain classé en zone industrielle, commerciale ou autre. Préféreriez-vous y voir s’implanter un centre de données, ou plutôt un pôle de distribution Amazon, avec 400 ou 500 camions entrants et sortant du site chaque jour ? » Selon lui, la nuisance sonore est similaire au bruit de fond d’une autoroute située à quelques kilomètres.

    Il n’est pas aisé de trancher, car il existe plusieurs types et plusieurs générations de data centers, avec des systèmes de refroidissement différents, plus ou moins bruyants. Les concepteurs travaillent sur l’isolation et sur le design, en mettant des fausses fenêtres ou des couleurs plus gaies. Difficile, cependant, de faire des miracles : in fine, il s’agit toujours d’un entrepôt bourdonnant de la taille de deux ou trois terrains de football. Contactée par Le Monde, la Data Center Coalition, qui regroupe les grands acteurs du secteur, n’a pas répondu.
    Une pollution importante
    La cause principale du rejet est, de toute façon, ailleurs. C’est l’empreinte énergétique et écologique des centres qui inquiète le plus les habitants. La consommation en électricité nécessaire pour faire tourner les serveurs est colossale. Et certaines installations disposent de générateurs au diesel qui engendrent une pollution importante.
    Selon Julie Bolthouse, si la totalité des projets en cours étaient effectivement construits dans le nord de la Virginie, cela nécessiterait un quadruplement de la capacité actuelle du réseau d’électricité. « C’est complètement fou, on a mis cent ans à construire le réseau actuel », s’exclame-t-elle, en pointant l’échelle des risques, de la simple panne liée à la surcharge temporaire jusqu’à l’effondrement du système.

    Le sujet empêche parfois Mike Turner de dormir, lui qui constate l’existence d’une forme de pensée magique chez les constructeurs. « Je dis aux industriels : “Pourquoi vous voulez encore construire ici, alors que vous n’aurez pas l’électricité qu’il faut avant dix ans ?” Ils me répondent : “L’opérateur trouvera une solution, et le jour où il la trouvera, nos installations seront prêtes.” Avec mes équipes, on a beau chercher, on ne voit pas comment ils pourront faire. » La relation idyllique avec ces constructeurs s’est quelque peu refroidie ces derniers temps, alors que les permis sont désormais délivrés au compte-gouttes. « La tension dans les réunions est plus palpable qu’avant », euphémise le vice-président du conseil exécutif.
    Si le prix de l’électricité explose globalement aux Etats-Unis, il est difficile pour le moment d’attribuer cela à l’IA. Tous les experts s’accordent néanmoins à dire qu’une forte hausse des coûts est attendue dans les années à venir. Les Etats cherchent la parade, en obligeant par exemple les hyperscalers à construire leurs propres centrales ou à prendre en charge une partie de l’augmentation. Mais le consommateur ne sera pas épargné, quel que soit le scénario.
    Limiter le foncier disponible
    Les opposants aux hyperscalers de Virginie ont bien une idée pour ralentir la ruée : mettre fin à l’exemption de taxes sur les achats dont bénéficie l’industrie dans l’Etat. Un cadeau fiscal à 1,9 milliard de dollars en 2025 pour le secteur le plus riche du monde, qui explique en grande partie, avec la qualité de la fibre, la disponibilité du foncier et les conditions météo clémentes, l’attrait pour la Virginie. Le renouvellement de cette exemption, qui allait de soi jusque-là, est suspendu, cette année, à une décision des parlementaires locaux, signe d’un changement d’époque.
    Les opposants soulignent que cela découragerait les nouvelles installations, sans faire fuir l’industrie déjà présente. Mike Turner n’en est pas si sûr. Il craint le départ pur et simple de la poule aux œufs d’or : avec les progrès fulgurants de la technologie des semi-conducteurs, les hyperscalers remplacent les équipements très régulièrement et l’exemption de taxe leur permet de faire à chaque fois de précieuses économies.

    Les autorités locales misent davantage sur une meilleure gestion de l’urbanisme, afin de cantonner les centres aux zones éloignées des habitations, et sur une limitation du foncier disponible. La partie ouest de Loudoun County a ainsi été décrétée « data center free », en prenant pour prétexte la préservation des cultures, notamment viticoles.
    La Virginie conservera-t-elle sa position dominante aux Etats-Unis et dans le monde ? Une analyse réalisée par Synergie Research Group montre une migration progressive depuis la Côte ouest et la Côte est, les deux pôles technologiques du pays, vers le centre du pays, où l’électricité est moins chère et le foncier abondant. Pour John Dinsdale, analyste en chef au sein de ce cabinet, se battre contre ces installations revient à lutter contre des moulins à vent : « Si le centre ne se construit pas dans une localité, l’opérateur ira dans une ville différente, dans un autre comté, un autre Etat ou un autre pays. Mais il sera construit quoi qu’il arrive. » On n’arrête pas une révolution en marche.

    https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/05/08/en-virginie-la-capitale-mondiale-des-data-centers-confrontee-a-la-contestati
    #résistance #infrastructure #AI #IA #intelligence_artificielle #centres_de_données #Etats_Unis #pollution #impact_écologique #riverains #Loudoun_County #Data_Center_Alley #fisc #fiscalité #exonération_fiscale #pollution_sonore #bruit #électricité

  • Profs non remplacés : l’Education nationale condamnée à remplacer une enseignante après plus de 60 heures perdues
    https://www.liberation.fr/societe/education/profs-non-remplaces-leducation-nationale-condamnee-a-remplacer-une-enseig
    https://www.liberation.fr/resizer/v2/YFGJ3CFRMVD4HGEZ4GBMMDIQIM.jpg?auth=dbbe5a63839f284a811ae95604dbd3a25ebaa

    Dans le Val-de-Marne, une professeure était absente depuis plus de quinze jours et a été remplacée juste après le dépôt du recours. Près de 200 requêtes similaires ont été entreprises contre l’État depuis 2018, selon la Cour des comptes.

    [...]

    Selon la Cour des comptes, ces absences constituent un préjudice reconnu par les tribunaux administratifs. 191 requêtes ont été introduites contre l’État depuis 2018 pour réclamer des indemnisations et ont conduit à 49 condamnations.

    En revanche, les condamnations forçant les rectorats à trouver des remplaçants sont rares, dit Me Joyce Pitcher, qui engage des poursuites contre l’État avec le mouvement #OnVeutDesProfs depuis 2022. A sa connaissance, seul le tribunal administratif de Nice a rendu une décision comparable, consultée par l’AFP, en avril 2025, enjoignant au ministère de remplacer le professeur de français d’une classe de 6e d’un collège de Grasse, dans les Alpes-Maritimes.

    https://justpaste.it/ntmhr

    • De notre côté, on a donc notre aînée qui est en terminale, et dont une des matières de spécialité est Physique-Chimie (parce que c’est fun). Et depuis le 23 mars dernier, pour une cause aussi inattendue qu’imprévisible pour le rectorat, sa prof est en congé maternité.

      Sans remplaçant(e).

      Depuis le 14 avril, elle a un remplaçant pour les 2 heures de TP (sur les 6 heures de cette spécialité).

      Elle devait avoir un prof remplaçant (pas clair : apparemment pour seulement deux heures de plus), mais comme c’est le sportif qui s’est illustré nationalement pour avoir mis une mandale à un gamin : suspension. Puis ça a été les vacances. Et la première semaine de reprise, le monsieur était en grève, donc toujours pas de cours.

      Et aujourd’hui, alors qu’elle aurait dû avoir son premier cours avec le monsieur, ils ont appris au dernier moment que finalement non, il n’a pas le droit de prendre de classe supplémentaire. Donc cours annulé.

      Donc, pour l’intégralité du troisième trimestre, au motif que sa prof a surpris tout le monde en tombant soudainement en congé maternité, mon aînée a sa matière de spécialité qui a sauté.

      Bref, je trouve cette information extrêmement inspirante, je commence à me renseigner (même si c’est désormais trop tard pour avoir un remplacement, puisqu’il n’y a plus cours en juin pour les terminales).

    • Ce que montre l’article, faute d’info plus détaillée, c’est que le nombre de procédures est infime. Alors que ce phénomène de non-remplacement et de « perte de temps scolaire » peut prendre des proportions absolument massiveS.

      La Seine-Saint-Denis se distingue encore par un pourcentage élevé d’enseignants non remplacés quand ils s’absentent en raison de congés maladie, maternité ou de formation. Au point d’engendrer une perte de temps scolaire.

      Dès 2018, le rapport parlementaire des députés François Cornut-Gentille (Haute-Marne, Les Républicains) et Rodrigue Kokouendo (Seine-et-Marne, La République en marche) sur l’évaluation de l’action de l’Etat en Seine-Saint-Denis reprend les estimations de la Fédération des conseils de parents d’élèves (FCPE 93) sur cette perte, qui s’élèverait en moyenne à une année sur l’ensemble de la scolarité des enfants de Seine-Saint-Denis.

      https://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2024/04/22/les-problemes-de-l-enseignement-en-seine-saint-denis-en-chiffres_6229161_435

      #école #sous_effectifs #non_remplacement

    • Remplacement des enseignants : les #élèves des collèges et des lycées perdent toujours 10 % de leurs heures de cours annuelles
      https://www.lemonde.fr/societe/article/2026/05/12/remplacement-des-enseignants-les-eleves-des-colleges-et-des-lycees-perdent-t

      Alors que le ministère en a fait une priorité depuis 2022, les heures non remplacées sont beaucoup plus élevées qu’en 2018. Ce résultat questionne la stratégie du gouvernement, focalisée sur les absences ponctuelles, alors que les besoins augmentent pour des remplacements de longue durée.

      #éducation

  • Saper stare al confine: una conversazione con YĪN YĪN
    https://scomodo.org/saper-stare-al-confine-una-conversazione-con-yin-yin

    Esiste una parola olandese, grensgebied, che significa letteralmente “territorio di confine” – quella zona geografica e mentale in cui le cose smettono di essere definite, in cui un paese finisce e un altro non è ancora cominciato. Non è terra di nessuno: è terra di tutti, e proprio per questo nessuna bandiera ci sta davvero […] L’articolo Saper stare al confine: una conversazione con YĪN YĪN proviene da Scomodo.

    #Avanguardie_Culturali #elettronica #intervista #musica #yinyin

  • Quand je vous dis qu’il faut sans délai mettre fin à la gabegie de la « concurrence libre et non faussée » à propos du « marché de l’électricité » ...

    Les prix de l’électricité deviennent négatifs en Europe : pourquoi ce n’est pas une bonne nouvelle | Euronews
    https://fr.euronews.com/2026/05/05/les-prix-de-lelectricite-deviennent-negatifs-en-europe-pourquoi-ce-nest

    La flambée de l’énergie solaire et éolienne est attribuée à l’augmentation des prix négatifs de l’électricité qui déferlent sur l’Europe.

    Selon le cabinet d’analyses Montel (source en anglais), les prix négatifs de l’électricité ont atteint un niveau record dans la péninsule Ibérique au premier trimestre 2026. Cela se produit lorsque le prix de gros de l’électricité passe sous zéro, l’offre dépassant la demande.

    L’Espagne a été la plus touchée, avec 397 heures de prix négatifs entre janvier et mars, un bond spectaculaire par rapport aux 48 heures enregistrées sur la même période en 2025, tandis que le Portugal a atteint 222 heures de prix inférieurs à zéro sur la même période.

    Une autre analyse de Bloomberg (source en anglais), fondée sur des données d’Epex Spot SE, a montré qu’en France, le nombre d’heures de prix inférieurs à zéro a presque doublé cette année par rapport à 2025, tandis que l’Allemagne a également enregistré une hausse de 50 %.

    La plupart des prix négatifs ont été enregistrés en avril, en raison d’un pic de production solaire lié à l’allongement des journées. Des conditions venteuses balayant l’Europe ont aussi dopé la production éolienne, ce qui signifie que plus d’énergie est produite que nécessaire.

    Le cabinet de conseil espagnol AleaSoft Energy Forecasting a constaté que l’Allemagne avait enregistré, le 5 avril, le prix moyen journalier de l’électricité le plus bas, à −16,34 €/MWh. Le même jour, le marché français affichait un prix moyen journalier négatif de −3,56 €/MWh, tandis que la Belgique enregistrait un prix moyen de 0,05 €/MWh.

    Les marchés britannique, nordiques et néerlandais ont enregistré leurs plus bas niveaux moyens quotidiens depuis octobre 2025, à respectivement 6,85, 7,61 et 14,46 €/MWh.

    Si les prix négatifs de l’électricité peuvent sembler une bouffée d’oxygène dans un contexte de flambée des coûts de l’énergie, ce phénomène en hausse ne fera en réalité pas baisser vos factures.
    Pourquoi les prix de l’électricité deviennent-ils négatifs ?

    Les prix de l’électricité deviennent négatifs lorsque l’offre dépasse la demande. Sur le marché européen au jour le jour, les producteurs d’énergie soumettent des offres indiquant quelle quantité d’électricité ils vendront et à quel prix. Normalement, ce prix est positif.

    Cependant, à l’arrivée du printemps et avec des journées plus longues, des conditions météorologiques idéales peuvent fortement doper la production de solaire et d’éolien, ce qui entraîne une production d’énergie supérieure aux besoins. Cela se produit souvent lors des jours fériés, quand la consommation est plus faible que d’habitude.

    Les producteurs peuvent alors se surenchérir à la baisse, en fonction de leurs coûts d’exploitation et de redémarrage, afin d’éviter d’être arrêtés (bridés). Ils le font parce qu’ils continuent soit à gagner de l’argent grâce aux subventions ou aux contrats, soit perdraient davantage en cas de limitation de leur production.

    L’an dernier, par exemple, le Royaume-Uni a gaspillé la somme stupéfiante de 1,47 milliard de livres (environ 1,67 milliard d’euros) en arrêtant des éoliennes et en payant des centrales à gaz pour qu’elles se mettent en marche.

    #marchandisation #électricité #privatisation #libéralisation

  • Da Pinetamare alla Capitale: #Elisa_Terracciano e l’arte del massaggio
    https://informareonline.com/da-pinetamare-alla-capitale-elisa-terracciano-e-larte-del-massaggio

    C’è una #Castel_Volturno che brilla per competenza, passione e voglia di distinguersi. È quella rappresentata da Elisa Terracciano, giovane operatrice olistica e massaggiatrice professionista della zona di Pinetamare, che lo scorso 2 e 3 maggio ha preso parte al CIM (acronimo di “Campionato Italiano Massaggi”) svoltosi a Roma. Elisa non è solo una professionista […] L’articolo Da Pinetamare alla Capitale: Elisa Terracciano e l’arte del massaggio proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Comunicati_Stampa #AIOB #Campionato_Italiano_Massaggi #castel_volturno #LAICIS

  • Un anarchiste appelle à voter Mélenchon
    https://bellaciao.org/Un-anarchiste-appelle-a-voter-Melenchon

    Je n’ai jamais cru aux urnes pour changer le monde. En tant qu’anarchiste, ma boussole reste l’autonomie, l’action directe, et la conviction profonde que l’État, quelle que soit sa couleur, demeure un instrument de domination. L’émancipation des travailleurs sera l’œuvre des travailleurs eux-mêmes, dans nos luttes et nos syndicats, et non celle d’un président providentiel. Pourtant, lors de la prochaine élection présidentielle, je ferai le choix de glisser un bulletin pour Jean-Luc (…) #Contributions

    / #Elections_-_Elu.e.s, #Partis, #Présidentielle_2027

  • De l’esprit du #Capitalisme
    https://ecologiesocialeetcommunalisme.org/2026/05/04/de-lesprit-du-capitalisme

    Réflexion 30 avril 2026 #Andrea_Zhok Les analyses d’inspiration marxiste restent les plus efficaces pour interpréter la société contemporaine, les plus aptes à expliquer et à anticiper ses dynamiques sous-jacentes. Cependant, elles pèchent souvent par un manque d’intuition et de perspective figurative. Si l’on explique à quelqu’un que ses actions, indépendamment de ce qu’il pense […] L’article De l’esprit du capitalisme est apparu en premier sur Atelier d’Écologie Sociale et Communalisme.

    #Articles_d'intérêt_et_liens_divers #El_Viejo_Topo #l'Interferenza

  • Les élites britanniques
    https://laviedesidees.fr/Aaron-Reeves-Sam-Friedman-Born-to-Rule

    Les #élites britanniques se caractérisent par une très grande permanence de leurs stratégies de #reproduction_sociale. A partir d’une enquête originale sur les notices du Who’s Who, Aaron Reeves et Daniel Friedman tentent d’identifier les logiques sociales d’évolution de ce groupe sur le long terme.

    #International #Grande-Bretagne
    https://laviedesidees.fr/IMG/pdf/20260504_elitesbritanniques-2.pdf

  • Faire barrage aux travaux du Drac

    Youpi youpla, cette année toutes les institutions fêtent le centenaire de « l’exposition internationale de la #houille_blanche », qui a eu lieu à Grenoble en 1925. L’occasion de célébrer encore et encore cette fameuse « houille blanche », surnom donné à l’#hydroélectricité, qu’on présente encore aujourd’hui comme de « l’#énergie_verte ».
    Bien entendu, les hourras de la communication ne s’intéressent jamais aux #dégâts considérables créés sur les #rivières par cette hydroélectricité. Pourtant les exemples ne manquent pas. Ainsi, dans la métropole grenobloise, le Drac s’apprête à subir cinq années de travaux afin de « réduire les #risques_d’inondation », entraînant notamment la #destruction de quantité d’#espaces_naturels sauvages tout le long de la rivière. C’est en tout cas ce que prévoit l’avant-projet, qui programme 86 millions d’euros de travaux à partir de 2027. Il reste un an et demi pour empêcher ce désastre.

    Connaissez-vous le #Drakistan ? C’est le nom – non officiel – donné à toutes ces bandes de terre, presqu’îles ou îlots le long du Drac, du côté de #Fontaine et #Seyssinet-Pariset. Des endroits situés dans le lit de la rivière et donc susceptibles d’être submergés en cas de #montée_des_eaux, par exemple suite à un lâcher d’un des nombreux barrages présents en amont.

    Ces lieux ont le charme des endroits non aménagés. Juste au-dessus, il y a la #digue, avec sa bande d’#asphalte bien droite, lieu de passage ou de promenade fonctionnel mais dénué d’enchantement. La digue est dédiée aux « modes doux » mais trace tout droit comme l’autoroute, on ne s’y perd pas, on reste bien sagement sur le chemin. Il faut emprunter une des nombreuses sentes pour descendre quelques mètres afin d’arriver au Drakistan. Ici aucun urbaniste ou paysagiste n’a planifié quoi que ce soit. Ici, la seule créatrice, c’est la rivière, qui façonne ces espaces au fil de ses #crues et de ses #retraits. Et a priori, elle se débrouille plutôt pas mal. En tous cas, malgré l’interdiction, ces lieux attirent – et pas seulement des animaux sauvages (voir Le Postillon n°75). Des chiens et leurs maîtres, des familles et leur barbecue, des solitaires, des en-couples ou des en‑groupes. Il y a l’impressionnante « Platane cabane » pour les enfants et puis des restes d’habitations utilisées par des sans-toits. Le Drakistan de Fontaine n’est pas loin du local du Postillon, on y vient souvent manger un sandwich ou faire une pause, regarder dévaler l’eau pour se laver le cerveau des heures passées devant l’ordinateur.

    En fonction des jours et même des heures, ces lieux ne sont jamais vraiment identiques. Un passage à sec peut se retrouver sous un demi-mètre d’eau une heure plus tard, des rives aperçues un jour peuvent avoir été « mangées » par la rivière la semaine d’après, un nouvel espace pour se poser peut émerger en quelques mois. Mais ce qui est sûr, c’est que globalement, les bandes de terre, presqu’îles ou îles grossissent d’année en année, à cause de tous ces cailloux que la rivière charrie et qui sont empêchés d’aller plus bas par le barrage de #Saint-Égrève. Comme on le racontait dans Le Postillon n°73, quand le #barrage a été construit à la fin des années 1980, les cailloux du Drac étaient « dragués », sortis de la rivière pour alimenter les besoins nombreux en construction. Mais dans les années 1990, différentes lois sur l’eau interdisent d’exploiter les rivières dans leur « #lit_mineur » – pour d’évidentes raisons écologiques et sécuritaires (plus la rivière se creuse, plus ça peut fragiliser des ponts). Alors depuis une trentaine d’années, les cailloux du Drac s’accumulent dans les kilomètres avant le barrage de Saint-Égrève, et font grossir peu à peu le Drakistan.

    Pour nous, simples flâneurs inconscients, c’est plutôt charmant, mais pour les autorités c’est un sacré problème. Pas tant parce que de plus en plus de monde fréquente ces zones, mais parce qu’en toute logique, ça augmente considérablement le #risque_d’inondation : vu qu’il y a plus de matériaux solides dans le lit de la rivière, l’eau a moins de place pour circuler et en cas de crue exceptionnelle (on redoute surtout la « crue bicentennale »), risque de passer par‑dessus les digues et d’inonder les milliers d’habitations présentes de part et d’autre, voire de faire céder une digue (« 31 000 habitants et 25 000 emplois concernés » en cas de rupture de digue).

    Alors ça fait un moment que ça turbine sévère afin de préparer les « travaux de protection contre les #inondations du Drac » aussi connus sous le nom de « #programmes_d’actions_de_préventions_des_inondations » (#Papi du Drac), portés par le #Symbhi (#Syndicat_mixte_des_bassins_hydrauliques_de_l’Isère). La déclaration d’intention de juin 2025, disponible sur le site de la préfecture, nous apprend par exemple que depuis 2018, ce ne sont pas moins de 181 réunions qui se sont tenues entre les différents « acteurs » du projet (Métropole, différents services de l’État, #EDF, acteurs environnementaux, etc.). On vous passe les détails de la « gouvernance » (comités techniques restreints et élargis, comité de pilotage, comité consultatif, etc.) et de la « stratégie de concertation et de communication ambitieuse » mise en place les sept dernières années. Tous ces comités, ces réunions publiques, ces « balades pédagogiques » ont donc abouti à la #planification de #travaux_d’aménagements prévus sur cinq années, entre 2027 et 2031, validés notamment par le vote en faveur de l’avant-projet par la #Métropole en avril dernier.

    Pour saisir leur importance, un chiffre suffit : 86 millions d’euros d’argent public sont pour l’instant budgétés (selon le site du Symbhi). Concrètement, ça veut dire que pendant cinq ans, un paquet de machines, de moteurs, de camions vont venir triturer le lit du Drac. Et anéantir – ou radicalement bouleverser – les charmants espaces du Drakistan.

    Dans le langage technocratique, on parle de « rajeunissement des bancs et îlots sur le linéaire de la traversée urbaine du Drac ». « #Rajeunissement » (détaillé en « enlèvement de la végétation et abaissement du banc ou îlot »), c’est un joli mot pour désigner la #dévastation de beaucoup de ces bancs ou îlots. Concrètement, la #déclaration_d’intention nous apprend que si certains #bancs, très minoritaires, restent « sans modification à l’étude », la plupart vont être « arasés » (soit « mis à ras, aplanis ») de façon plus ou moins importante : certains pour être en « immersion 80 % du temps », d’autres « 50 % du temps » (sachant que pour l’instant la plupart de ces bancs ne sont presque jamais immergés).

    Il n’y a pas que dans sa « traversée urbaine » que le Drac va subir les assauts des pelleteuses et des pompes de dragage. Les travaux envisagés concernent la vingtaine de kilomètres entre le barrage de #Notre-Dame-de-Commiers et la confluence avec l’Isère, les machines devant autant s’activer au niveau de #Comboire ou des champs captants de #Rochefort pour extraire des cailloux et aménager des « espaces de bon fonctionnement » de cette rivière autrefois sauvage et aujourd’hui corsetée et maltraitée tout du long.

    Mais qu’est-ce qu’on va faire de tous les matériaux enlevés ? Un peu plus haut, la réserve naturelle des #Isles_du_Drac (voir dernier numéro) est « déficitaire en sédiments grossiers du fait de la présence de la chaîne hydroélectrique en amont ». En clair : comme les quatre grands barrages du Drac empêchent les #cailloux de passer (la majorité des sédiments arrivant en ville proviennent en fait de la Romanche, affluent du Drac), il n’y a pas assez de sédiments dans cette zone, ce qui fait que « tous les milieux et espèces associés sont menacés sans action de réinjection de sédiments ».

    Alors le Symbhi prévoit des « #recharges_sédimentaires » dans cette zone, c’est-à-dire de transporter en camion des cailloux qui étaient auparavant transportés par la rivière. Et forcément, ça signifie pas mal de va-et-vient. Il est question d’une première recharge de « 37 000 m3 », suivie d’apports de « 4 000 m3 par an ». Sachant qu’un camion-benne peut transporter « environ 10 à 16 m3 », la première recharge nécessitera environ 2 800 aller-retours en camion. Merci « l’énergie verte » !
    Face aux grands dégâts annoncés, pas de panique ! Le Symbhi prétend bien entendu faire au moins pire. Toujours selon sa novlangue, si le « processus de rajeunissement » va entraîner un « éclaircissement de la végétation », il est quand même prévu de « replanter des arbres une fois les travaux terminés », ceci « afin de limiter l’impact sur le #paysage, la #végétation d’ambiance et le maintien d’#îlots_de_fraîcheur dans l’agglomération ». Par contre, il n’est pas précisé comment compenser la perte des « boisements développés dans l’espace intra-digues » qui « représentent également un enjeu écologique non négligeable », notamment parce qu’ils « hébergent une #biodiversité remarquable : de nombreux #oiseaux, le Castor d’Europe, l’Inule de Suisse, ainsi que des milieux variés tels que pelouses sableuses, bras secondaires ou zones humides phréatiques ». Ça va prendre un paquet d’années « une fois les travaux terminés » pour que toutes ces espèces repointent le bout de leur nez… On pourra toujours se consoler en posant des questions à ChatGPT et en se disant que les supercalculateurs nécessaires au développement de l’IA, comme celui en construction à Eybens, sont peut-être alimentés par « l’énergie verte » des barrages.

    Pour ne pas nommer « #désastre_environnemental » ce qui est un désastre environnemental, le Symbhi agite quelques mesurettes : « Afin de limiter les émissions de CO2 et de micro-particules liées au transport », le syndicat promet de « favoriser les circuits courts », « d’utiliser des véhicules à faibles émissions », d’arroser les pistes au niveau des zones de chargement/déchargement pour « limiter les émissions de poussière » et même – ultime audace – de « former les conducteurs à l’écoconduite ». C’est quelle part du budget sur les 86 millions d’euros ?

    Pour une telle somme d’#argent_public, il est quand même prévu quelques travaux pour le bien-être des simples habitants. Ainsi entre Champagnier et Fontaine, une vingtaine de « haltes paysagères » devraient être aménagées, notamment afin de « renforcer les îlots de fraîcheur le long de la rivière »… Pour être plus précis, il s’agit d’abord de raser la plupart des « îlots de fraicheur » et ensuite de les « renforcer ».

    La seule bonne nouvelle dans cette affaire, c’est que ce programme n’est pour l’instant qu’un « avant-projet ». Même s’il a déjà été voté par la Métropole, il reste encore un an et demi avant le début annoncé des travaux, autant de temps pour essayer de mettre la pression sur le Symbhi pour qu’il revoie à la baisse ses projets destructeurs ou qu’il les abandonne. À ce propos, une réunion publique sur les travaux est annoncée le 8 octobre à 18h30 à la mairie de Fontaine.

    Comment croire qu’il n’y ait pas d’autre solution, face au risque d’inondation, que l’ « #arasement » de ce qui constitue aujourd’hui les seuls endroits encore sauvages dans notre cuvette en béton ? Allons-nous vraiment supporter la vue, pendant cinq ans, des bulldozers du Symbhi écrasant à l’ancienne les îles du Drac, ses forêts, ses bras morts, et toutes les bestioles qui y font leur vie ?
    Si la raison principale du projet est la protection de l’agglo face au risque de « #crue_bicentennale », n’y a-t-il vraiment pas d’autre option à envisager que ce désastre écologique à 86 millions d’euros ?

    Le débit du Drac, faut-il le rappeler, est entièrement asservi par EDF et ses quatre grands lacs de barrages en amont de Grenoble : le #Sautet (1 077 millions de m3), #Saint-Pierre-Cognet (28 millions de m3), #Monteynard (275 millions de m3) et #Notre-Dame-de-Commiers (34 millions de m3). Sur les affluents du Drac, il y a aussi les grands lacs de barrage présents sur la #Romanche (le #Chambon) ou l’#Eau_d’Olle (#Grand’Maison). Serait-il délirant d’imaginer fermer les bonnes vannes au bon moment (en cas d’épisode hydro­logique faisant redouter une « crue bicentennale »), pour faire monter de quelques mètres le niveau des retenues afin de « lisser » la crue, comme ils disent ? Et si cela implique, une fois par siècle, une production d’#électricité dégradée pendant quelques jours, des pertes d’argent sur le « marché de l’énergie », voire des coupures d’électricité ciblées, on pourrait arriver à s’en remettre, non ?

    Dans la « déclaration d’intention », on apprend qu’un autre scénario « reposait sur une intervention minimale visant à préserver l’état actuel du lit du Drac, notamment en conservant les bancs végétalisés. Il comprenait le confortement et la sécurisation des ouvrages de protection contre les inondations ainsi que des solutions de gestion des excédents sédimentaires. » Si ce scénario n’a pas été retenu, c’est parce qu’il ne « permettait pas l’abaissement des lignes d’eau en crue de contribuer au déficit sédimentaire au sein de la réserve naturelle des Isles du Drac et il n’apportait qu’une faible contribution à la biodiversité, impliquant des compensations hors site ». Ce charabia difficilement compréhensible affirme néanmoins que pour le risque d’inondation, on peut ne pas raser le Drakistan même si les technocrates écrivent que laisser ces espaces naturels n’apporterait « qu’une faible contribution à la biodiversité » (!). Si ce scénario n’a pas été choisi, c’est uniquement pour résoudre les problèmes de « déficit sédimentaire » causés par les barrages. Encore et toujours, la rivière est considérée pour les seuls intérêts de la « houille blanche ».

    Ce nouvel épisode à venir du saccage du Drac devrait donc d’abord inciter à réfléchir sur le véritable bilan de la « houille blanche » et d’un siècle d’électrification [1]. Avec le centenaire de « l’exposition internationale de la houille blanche », la mairie de Grenoble, comme toutes les institutions locales, préfère célébrer sans retenue cette pseudo « énergie verte » qui a en réalité contribué à saccager l’environnement.

    **

    Le « #collectif_des_gens_qui_ont_chaud » prié d’aller se rhabiller (pour l’instant)

    86 millions d’euros de travaux, mais rien de prévu pour permettre la #baignade dans ces millions de mètres cubes d’eau dévalant depuis les montagnes. Cet été, le « collectif des gens qui ont chaud » a organisé deux #baignades_sauvages dans le Drac (voir photo page 28) afin de « montrer que la baignade dans les lieux naturels est possible et mettre le débat sur la place publique ». Une initiative qui a entraîné des arrêtés municipaux de la part des maires de Fontaine et Seyssinet-Pariset pour « interdire la baignade » et même un tweet de la préfète de l’Isère afin d’inciter à « privilégier les zones réglementées pour vous baigner en toute sécurité » et de déconseiller la baignade « dans ce cours d’eau particulièrement instable dont la variation de débit peut fluctuer très vite ». Pour les autorités, même après plusieurs étés caniculaires, il n’est toujours pas envisageable que les 400 000 habitants de la cuvette puissent profiter de la fraîcheur des cours d’eau qui la traversent... Si 181 réunions et 86 millions d’euros ne prévoient rien pour la baignade, c’est que sur cette rivière comme sur les autres, c’est la fameuse « houille blanche » qui dicte sa loi. On reviendra sur la baignade dans un prochain numéro.

    https://lepostillon.org/Faire-barrage-aux-travaux-du-Drac.html

    #rivière #Drac #Grenoble #Isère #castors #budget #coût

  • L’#Europe est en pleine #ébullition climatique | Mediapart
    https://www.mediapart.fr/journal/ecologie/290426/l-europe-est-en-pleine-ebullition-climatique

    L’été dernier, en l’espace d’une semaine à peine, les mégafeux qui ont ravagé l’Espagne et le Portugal ont entraîné le plus haut niveau annuel d’#émissions de polluants et de #CO2 liés aux feux de forêt jamais mesuré en Europe.

    « À cause du changement climatique, l’Europe du Sud est une #zone_anticyclonique de plus en plus sous cloche, affectée par les masses chaudes du continent africain qui remontent, avance Philippe Drobinski. Cela entraîne des canicules plus intenses, une aridification de cette partie du continent et, par conséquent, des risques d’incendie plus importants. »

    Le débit des cours d’eau du réseau fluvial européen dans son ensemble est pour sa part resté inférieur à la moyenne pendant onze mois de l’année 2025. Dès le mois de mai, plus de la moitié du territoire continental était atteinte de sécheresse.

    Dernier triste record battu en 2025 : la température annuelle à la surface de la mer pour la région océanique européenne a été la plus forte jamais enregistrée. Une tendance à long terme, puisque 2025 marque la quatrième année consécutive de chaleur marine hors norme.

    Les chercheurs et chercheuses ont estimé que 86 % des mers européennes avaient subi, l’an dernier, un fort épisode de #canicule. Ici aussi, l’impact sur la biodiversité est massif. À titre d’illustration, rien qu’entre 2015 et 2019, les canicules marines en Méditerranée ont entraîné la disparition récurrente d’une cinquantaine d’espèces d’éponges, de mollusques ou de coraux aux longs cycles de régénération.

    Pour résumer, entre sa partie nord à proximité de l’Arctique qui fond et son arc méditerranéen en proie à l’assèchement, l’Europe « se réchauffe deux fois plus vite que la moyenne mondiale », ont alerté les scientifiques de l’OMM et de Copernicus. Ce qui en fait « le continent qui se réchauffe le plus rapidement sur Terre » – à un rythme de + 0,56 °C par décennie depuis les années 1990. Alors qu’on estime que le réchauffement global actuel est d’environ 1,4 °C supérieur au niveau préindustriel (1850-1900), en Europe, la hausse des températures avoisine déjà les 2,5 °C.

    Pis, 2026 pourrait déjà s’annoncer comme une nouvelle année de records climatiques en Europe. Le 24 avril, l’OMM a signalé le développement « de plus en plus probable », à partir de cet été, d’un nouvel épisode #El_Niño, un phénomène naturel cyclique qui réchauffe le Pacifique équatorial, engendrant des bouleversements importants sur la météo des différentes régions du globe.

    Selon l’institution météorologique, cette fluctuation du climat, qui se produit en moyenne tous les deux à sept ans, pourrait se traduire à partir du mois de mai par un accroissement des températures de surface « particulièrement fort » en Europe.

  • Scarsa affluenza alle urne nelle prime elezioni palestinesi dopo la guerra di Gaza
    https://www.assopacepalestina.org/2026/04/25/scarsa-affluenza-alle-urne-nelle-prime-elezioni-palestinesi-dopo-

    della Redazione di The New Arab e Agenzie, The New Arab, 25 aprile 2026. Le elezioni comunali in Cisgiordania e a Gaza registrano un’affluenza limitata, mettendo in luce le sfide alla legittimità dell’Autorità Palestinese. I palestinesi della Cisgiordania e della zona centrale di Gaza hanno votato sabato alle elezioni comunali, le prime dallo scoppio della guerra ... Leggi tutto

    #Notizie #elezioni_locali_in_Cisgiordania

  • Elezioni senza sovranità: cosa rappresentano le elezioni locali in Palestina
    https://www.assopacepalestina.org/2026/04/25/elezioni-senza-sovranita-cosa-rappresentano-le-elezioni-locali-in

    di Mariam Barghouti, Al Jazeera, 25 aprile 2026. Queste elezioni offrono una partecipazione priva di potere, mettendo in luce come l’occupazione modella e limita la vita politica palestinese. Il 25 aprile i palestinesi voteranno alle elezioni locali per scegliere i rappresentanti dei consigli comunali e dei villaggi per un mandato di quattro anni. Queste elezioni arrivano ... Leggi tutto

    #Iniziative #elezioni_locali_in_Cisgiordania

  • La droite et son extrême se font chasseurs d’arc-en-ciel (les cons !) #LGBT #Homophobie

    On aurait pu penser que l’homophobie avait quasiment disparu de notre pays, hormis peut-être encore dans quelques milieux très fermés de masculinistes misogynes et ridicules, pétris de haine indistincte envers la femme comme envers les hommes suspects de sensibilité féminine (dont je n’ai aucune honte à dire que j’en suis, bien qu’hétéro). Mais non.

    https://forgedelopinion.blogspot.com/2026/04/la-droite-et-son-extreme-se-font.html #elne #canohes #fachesthumesnil #fachosphere

  • [Vidéo] « Splann ! » dresse le bilan breton des municipales sur « #mediapart » avec l’autrice #Juliette_Rousseau et l’universitaire #Olivier_Tonneau
    https://splann.org/video-splann-fait-le-bilan-des-municipales-sur-mediapart-avec-lautrice-julie

    Partenaire de l’émission de Mediapart, Splann ! a pu présenter ses enquêtes, dresser le bilan des municipales en #Bretagne et engager la discussion autour des imaginaires indispensables pour éviter le pire en 2027. L’article [Vidéo] « Splann ! » dresse le bilan breton des municipales sur « Mediapart » avec l’autrice Juliette Rousseau et l’universitaire Olivier Tonneau est apparu en premier sur Splann ! | ONG d’enquêtes journalistiques en Bretagne.

    #La_vie_de_« Splann !_ » #élections_municipales #gauche #présidentielle

  • Donald #Trump et le crony capitalism : un enrichissement personnel sans bornes
    https://lvsl.fr/donald-trump-et-le-crony-capitalism-un-enrichissement-personnel-sans-bornes

    Du marché des cryptos à la spéculation sur la #guerre en Iran, les dernières années auront été extrêmement profitables pour les occupants de la Maison Blanche. Nul n’ignore le goût du président-milliardaire Donald Trump pour l’or. Après tout, c’est sa personnalité d’affairiste impitoyable qui lui a valu d’être élu dans un pays où son Art of the Deal est un best-seller. Un motif obsessionnel de son discours est l’idée selon laquelle les États-Unis auraient été traités de manière injuste par leurs partenaires commerciaux, et qu’il était temps de rétablir l’équilibre via la mise en place de droits de douane exorbitants. Cette approche victimaire se décline cependant sur le plan strictement personnel. Ainsi, Donald Trump déclare régulièrement qu’il trouve injuste d’avoir été empêché de (…)

    #International #Capitalisme #corruption #délits_d'initiés #Elon_Musk #Larry_Ellison #Nancy_Pelosi #Pentagone #pétrole

    • oAnth:

      #NATO 3.0 and #Europe:

      If you really want to know what strategic goals the U.S. Department of Defense is pursuing in the war in #Ukraine, don’t listen to the disinformation campaigns of the White House and the media, but rather to Under Secretary of Defense for Policy #Elbridge_Colby, one of the chief architects of the U.S.’s proxy wars (in the Pacific to deter China – “The Strategy of Denial,” 2021). The Israeli-American #Gulf War is part of this, and one of the goals will be to draw the Europeans into it by blackmailing them with energy shortages.

      #OTAN #Pentagon #Chine #Golfe

  • Elsenbrücke entlastet Berlin: Doch an einer Stelle wird der Stau schlimmer
    https://www.berliner-zeitung.de/mensch-metropole/neuer-stau-trotz-entlastungen-das-ist-die-bilanz-fuer-die-elsenbrue

    Wer Straßen sät wid Verkehr ernten.

    15.4.2026 von Peter Neumann - Die Spreequerung zwischen Friedrichshain und Treptow hat für Autos jetzt die doppelte Kapazität. TomTom analysiert, wer profitiert und wer nicht.

    Erst die gute Nachricht: Viele Kraftfahrer profitieren davon, dass die Kapazität der Elsenbrücke verdoppelt wurde. Das zeigt eine umfangreiche Auswertung, die der Karten- und Verkehrsdatenanbieter TomTom für die Berliner Zeitung erstellt hat. Doch es gibt auch eine schlechte Nachricht: Für andere Autonutzer läuft es jetzt viel schlechter.

    „Die Öffnung der zweiten Fahrstreifen auf der Elsenbrücke hat den Verkehrsfluss auf wichtigen Zufahrtsstrecken spürbar verbessert – vor allem im Berufsverkehr“, sagt Tobias Kuderna, der für TomTom spricht. „Gleichzeitig zeigt die Analyse, dass die Entlastung nicht in alle Richtungen gleich wirkt: Während einige Relationen klar profitieren, verschlechtert sich der Verkehr in mindestens einer Richtung deutlich.“

    Mit der TomTom-Studie gibt es jetzt erstmals aktuelle Zahlen, wie sich eine weitreichende Änderung im Hauptstadt-Verkehr ausgewirkt hat.

    Autofahrer profitieren vor allem auf drei Straßen

    Nachdem vor rund viereinhalb Wochen die erste Hälfte der neuen Elsenbrücke fertiggestellt wurde, konnte die Leistungsfähigkeit der wichtigen Spreequerung zwischen Treptow und Friedrichshain erhöht werden. Seit dem 14. März gibt es sowohl stadteinwärts als auch stadtauswärts statt einem nun zwei Fahrstreifen pro Richtung.

    Auf Bitte der Berliner Zeitung hin haben die TomTom-Experten analysiert, wie sich der Verkehrsfluss seitdem entwickelt hat. Im Zentrum steht ein Vorher-Nachher-Vergleich. Dabei wurden Daten für die Werktage vom 2. bis zum 13. März sowie vom 16. bis 27. März 2026 gegenübergestellt. Es ist ein Schlaglicht auf die Situation vor Ort.

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    So sah es im September 2025 in der Elsenstraße vor der Elsenbrücke aus. Auch ein BVG-Bus steht im Stau. Danach wurde die Busspur in der Elsenstraße verlängert.Peter Neumann/Berliner Zeitung

    Tobias Kuderna hat die Ergebnisse zusammengestellt.

    Wer profitiert besonders von der Kapazitätsverdoppelung? „Die zweite Spur hat den Verkehr auf mehreren Zufahrten zur Elsenbrücke deutlich verbessert“, so die Bilanz. Am klarsten sei der Effekt in Treptow auf der Elsenstraße sowie in Friedrichshain auf der Stralauer Allee und dem Markgrafendamm. Auf allen drei Zufahrten zur Elsenbrücke sinken die Fahrzeiten teils massiv, während die Geschwindigkeit deutlich steigt.

    Verbesserungen am größten? „Sie zeigen sich vor allem dann, wenn sie verkehrlich wirklich zählen: im Berufsverkehr“, fasst Kuderna zusammen. „Besonders stark sind die Effekte morgens zwischen 7 und 10 Uhr sowie nachmittags zwischen 15 und 18 Uhr.“ Genau in diesen Stunden waren die bisherigen Engpässe am wirksamsten.

    Wo gibt es die größten Verbesserungen? Auf der Elsenstraße stadteinwärts zwischen Am Treptower Park und der Elsenbrücke. Die Bilanz für den Morgenverkehr zwischen 6 und 10 Uhr: Brauchten die Autofahrer für diesen Abschnitt vorher im Schnitt 205,8 Sekunden, sind es nachher nur noch 66,5 Sekunden – ein Rückgang um fast 68 Prozent. Die durchschnittliche Geschwindigkeit steigt von acht auf 20,7 Kilometer pro Stunde. Zwischen 15 und 19 Uhr sinkt die Fahrzeit von 362,8 auf 81,8 Sekunden – ein Rückgang um 77,5 Prozent. Das Durchschnittstempo steigt von 4,6 auf 15,9 Kilometer pro Stunde.

    Wie sieht es stadtauswärts aus? Auch in der Stralauer Allee von der Modersohnstraße zur Elsenbrücke gebe es eine große Verbesserung. Morgens sinkt die Median-Fahrtzeit um 53 Prozent um 90,8 Sekunden, im Abendverkehr um fast 40 Prozent auf 80 Sekunden. Am Morgen steigt die durchschnittliche Geschwindigkeit von 9,6 auf 19,5 Kilometer in der Stunde. Am Nachmittag und frühen Abend beobachten die Experten einen Anstieg von 7,6 auf 12,2 Kilometer pro Stunde.

    Wo kommen Autos nun ebenfalls schneller voran? Auch auf weiteren Routen zur Spreequerung rollt der Autoverkehr besser. Für den Markgrafendamm von der Hauptstraße in Richtung Elsenbrücke zeigen die Daten zum „Harmonic Average Speed“ ebenfalls einen Anstieg: im Morgenverkehr von 6,4 auf 11,4 Kilometer pro Stunde. Für die Gegenrichtung ist kein klarer Effekt belegbar. In der Puschkinallee von der Bulgarischen Straße in Richtung Elsenbrücke geht es zwischen 15 und 19 Uhr schneller voran: 37,7 statt 25,1 Kilometer pro Stunde.

    Welche weiteren Effekte gibt es? „Es geht nicht nur um Tempo, sondern auch um Verlässlichkeit“, sagt Tobias Kuderna. Auf den genannten und anderen Strecken werden Fahrten nach der Öffnung der zweiten Spur nicht nur kürzer, sondern auch planbarer, so die TomTom-Experten. Besonders extreme Stauphasen nehmen deutlich ab. Das spricht dafür, dass der frühere Flaschenhals tatsächlich entschärft wurde.

    Wo gibt es seit der Kapazitätsverdopplung mehr Stau? Stadtauswärts auf der Treptower Seite, berichtet Tobias Kuderna. „Auf der Elsenstraße von der Elsenbrücke in Richtung Am Treptower Park verschlechtert sich der Verkehrsfluss deutlich. Dort steigen die Fahrzeiten, die Geschwindigkeiten sinken, und auch die Verlässlichkeit nimmt ab.“

    Das sind die Daten für diesen Abschnitt: Im Morgenverkehr steigt die durchschnittliche Fahrzeit um 70,2 auf 149,3 Sekunden, fast eine Verdoppelung, am Nachmittag und frühen Abend um 75,5 auf 172,5 Sekunden. Morgens sinkt das Durchschnittstempo von 15,5 auf 9,7 Kilometer pro Stunde, am Nachmittag und frühen Abend sogar von 13,4 auf 8,6 Kilometer pro Stunde. Das sei ein „sehr klarer Hinweis auf eine Verschlechterung“, fasst Kuderna in seiner Analyse zusammen.

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    Stau auf der neuen Autobahn von Neukölln nach Treptow: In Richtung Am Treptower Park ist die A100 stark störanfällig, analysiert der Karten- und Verkehrsdatenanbieter TomTom.Silke Sullivan/dpa

    Wer öfter mal vor Ort in Treptow ist oder im Internet die Lagekarte der Verkehrsinformationszentrale Berlin nutzt, der stellt fest: Die Ampel an der Einmündung der Martin-Hoffmann-Straße scheint eine neue Staustelle zu sein. Der dort auflaufende Stau in der Elsenstraße reicht nicht selten weit auf die neue Elsenbrücke zurück. Immer wieder stockt stadtauswärts der Autoverkehr. Dann erscheint der Bereich auf der Lagekarte gelb (Verkehrsbehinderungen) oder sogar rot (Stau).

    Senat will Schaltung der Stauampel nicht verändern

    Am Mittwoch äußerte sich die Senatsverkehrsverwaltung. „Der Verkehr fließt seit Einrichtung der 2+2-Verkehrsführung grundsätzlich in allen Richtungen besser“, stellte Sprecherin Petra Nelken fest. „Gleichwohl kommt es auch nach der Umstellung insbesondere in den nachmittäglichen Verkehrsspitzenstunden infolge des insgesamt gestiegenen Verkehrsaufkommens zu vermehrt stockendem Verkehr.“

    Bei Verkehrssenatorin Ute Bonde hofft man, dass sich der Verkehr weiter einspielen wird. „Aktuell wird die Verkehrsführung weiterhin für eine belastbare Grundlage beobachtet und ausgewertet“, so Nelken.

    Was passiert am Knotenpunkt Elsen-/ Martin-Hoffmann-Straße? Derzeit wird dort der Mittelstreifen wiederhergestellt. Der Fahrstreifen, der deshalb gesperrt ist, kann Ende April wieder freigegeben werden. Das vergrößert den Stauraum, so dass künftig mehr Fahrzeuge aus Richtung Markgrafendamm den Knotenpunkt passieren können.

    An der Ampelanlage Ecke Martin-Hoffmann-Straße wird sich dagegen nichts ändern. Dort queren viele Fußgänger die Elsenstraße – meist sind sie vom und zum S-Bahnhof Treptower Park unterwegs, so Nelken. Bei nahezu jedem Umlauf fordern sie per Knopfdruck grünes Licht an. Das unterbricht zwar jedes Mal den Autoverkehr, doch die Steuerung soll nicht angepasst werden. Das wäre mit „erheblichen Nachteilen für die Sicherheit und Leistungsfähigkeit des Fußverkehrs verbunden“.

    Der Bereich zwischen der Elsenbrücke und dem Ende der A100 war seit dem Sommer immer wieder Schauplatz langer Staus. Die Freigabe der neuen Autobahn von Neukölln nach Treptow Ende August 2025 hat das Stauproblem, das aus der reduzierten Kapazität der Spreequerung mit damals nur einem Fahrstreifen pro Richtung resultierte, verschärft. Die Verwaltung versuchte, mit mehreren Maßnahmen gegenzusteuern.

    TomTom hat ebenfalls analysiert, wie sich die Verkehrslage auf dem neuen Autobahnabschnitt vom vergangenen September bis März 2026 entwickelt hat. In Richtung Treptow sei der Verkehr im Vergleich zur Gegenrichtung „deutlich störanfälliger und über die Monate hinweg volatil“. Im September dauerte eine Fahrt von Sonnenallee bis Am Treptower Park bis zu zwölfeinhalb Minuten, das Durchschnittstempo sank auf 9,1 Kilometer. Im Herbst und Winter habe sich die Lage etwas beruhigt, im März wieder verschärft.

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    Erzwungener Umweg: Für Fußgänger hat sich die Situation auf der Kreuzung nördlich der Elsenbrücke in Friedrichshain verschlechtert, so Aktionsbündnis „A100 stoppen“.Aktionsbündnis A100 stoppen

    Wie berichtet führten die Staus zwischen dem Autobahnende und der Elsenbrücke dazu, dass die Berliner Verkehrsbetriebe (BVG) ihren Busverkehr unterbrechen oder Busse umleiten mussten. Betroffen waren vor allem die Fahrgäste der Linien 194 und M43.

    Nach der Kapazitätsverdopplung zieht das Landesunternehmen nun ein erstes, positives Fazit. „Die Situation im Bereich Elsenbrücke hat sich entspannt, einige Anpassungen werden aber derzeit noch abgestimmt. Zurückziehungen von Buslinien sind mit der neuen Verkehrssituation nicht mehr nötig. In Richtung Norden fließt der Verkehr flüssig“, teilt ein BVG-Sprecher auf Anfrage der Berliner Zeitung mit.

    BVG plant stadtauswärts längere Fahrzeiten ein

    Auch die BVG hat die Elsenstraße stadtauswärts als Problembereich identifiziert. „In Richtung Süden kommt es noch zu Staus, weil Bauampeln und reguläre Lichtsignalanlagen noch nicht optimal aufeinander abgestimmt sind“, so der Sprecher.

    Die BVG-Fachleute tauschen sich mit der Senatsverkehrsverwaltung aus, hieß es. „Bis das angepasst ist, planen wir in Fahrtrichtung Süden etwas mehr Fahrzeit ein, um die Verlässlichkeit für die Fahrgäste zu erhöhen. Außerhalb der Stoßzeiten läuft der Verkehr aus unserer Sicht gut“, fasst das Verkehrsunternehmen zusammen.

    Das Aktionsbündnis „A100 stoppen“ zieht eine negative Bilanz. „Die Hoffnung auf eine spürbare Verkehrsentlastung hat sich nicht erfüllt. Stattdessen zeigt sich ein vertrautes Bild: Stop-and-Go, Stau und eine dramatisch verschlechterte Situation für Fußgänger“, heißt es.

    Jeden Morgen Chaos auf den Straßen: Wir sind das Problem – nicht nur die Politiker!
    Studie zur A100 nach Lichtenberg soll Mitte 2026 vorliegen

    Während der Autoverkehr priorisiert wird, müssten Fußgänger Nachteile hinnehmen: „Die direkte Querung an der Kreuzung Stralauer Allee/Elsenbrücke/Alt-Stralau wurde gesperrt. Statt einer Ampelphase sind nun drei separate Ampeln nötig – eine Schikane, die das Bündnis als bewusste Benachteiligung der schwächsten Verkehrsteilnehmer bezeichnet. Die Wege werden länger, die Sicherheit sinkt.“

    Das Bündnis kritisiert die Verkehrspolitik des Senats als rückwärtsgewandt und fordert einen sofortigen Stopp des Autobahnausbaus. Doch der Bund setzt die Vorbereitungen für den geplanten 17. Bauabschnitt der A100 fort. Er soll zum Teil in einem Tunnel nach Friedrichshain und Lichtenberg führen. Die Autobahn GmbH arbeitet an einer Machbarkeitsuntersuchung, bei der es auch um die Spreequerung geht. Die Studie soll Mitte 2026 vorliegen.

    #Berlin #Treptow #Elsenbrücke #Verkehr

  • L’allongement de la rétention des étrangers jugés « les plus dangereux » de retour devant le Parlement
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2026/04/11/l-allongement-de-la-retention-des-etrangers-juges-les-plus-dangereux-de-reto

    L’allongement de la rétention des étrangers jugés « les plus dangereux » de retour devant le Parlement
    Alors qu’une première loi avait été censurée, en 2025, par le Conseil constitutionnel, un nouveau texte, porté par les députés Charles Rodwell, Gabriel Attal et Michel Barnier, vise à porter la durée maximale à deux cent dix jours.
    Par Julia Pascual
    Allonger à sept mois la durée de rétention des étrangers jugés dangereux. L’ancien ministre de l’intérieur (2024-2025) Bruno Retailleau, président du parti Les Républicains (LR), l’a voulu, le « socle commun » va-t-il bientôt le faire ? Lundi 13 avril, l’Assemblée nationale doit se pencher sur une proposition de loi portée par les députés Charles Rodwell (Renaissance), Gabriel Attal (Renaissance) et Michel Barnier (LR), qui vise à rectifier une loi censurée le 7 août 2025 par le Conseil constitutionnel.
    Initialement porté par la sénatrice (LR) du Val-d’Oise Jacqueline Eustache-Brinio, et soutenu tant par le bloc central que par le Rassemblement national, un premier texte avait en effet été jugé contraire à l’article 66 de la Constitution, selon lequel « nul ne peut être arbitrairement détenu ». Le texte prévoyait de passer de quatre-vingt-dix jours à deux cent dix jours la durée maximale de rétention de certains étrangers sans s’assurer du caractère exceptionnel, nécessaire et circonscrit de la mesure.
    Charles Rodwell, défenseur d’une immigration « massivement réduite et choisie », ainsi qu’il se présentait au Monde lors d’un entretien début février, explique avoir été contacté par Bruno Retailleau en septembre 2025, un mois avant que ce dernier ne quitte son poste de ministre. « Nous portions une proposition de loi sur la psychiatrie, et il m’a demandé de la retirer et de la retravailler en y incluant des articles sur la rétention qui tiennent compte de la censure du Conseil constitutionnel », expliquait l’élu. Le texte ainsi remanié a été soumis pour avis au Conseil d’Etat, amendé, et a fini par être adopté, le 11 février, en commission des lois.
    L’idée principale est de pouvoir maintenir en rétention et jusqu’à deux cent dix jours les étrangers « les plus dangereux », ceux condamnés pour des actes de terrorisme (c’était déjà le cas auparavant, mais la censure a fait sauter cette possibilité) et, « à titre exceptionnel », les étrangers en situation irrégulière qui ont été « définitivement condamnés pour des faits d’atteinte aux personnes punis d’au moins trois ans d’emprisonnement et qui représentent une menace réelle, actuelle et d’une particulière gravité pour l’ordre public ». Un autre article de la proposition de loi permettra de placer une personne en rétention à plusieurs reprises sur la base d’une même mesure d’éloignement, sans aller au-delà de quatre placements et cinq cent quarante jours de privation de liberté au total, pour les profils jugés les plus dangereux. Un dispositif qui existait déjà mais qui a été censuré, là encore, par le Conseil constitutionnel, en octobre 2025, car jugé disproportionné, avec effet différé au 1er novembre 2026.
    Charles Rodwell rappelle que la jeune Philippine tuée le 21 septembre 2024 était originaire de sa circonscription. Cette étudiante de 19 ans a été la victime d’un Marocain déjà condamné pour viol, visé par une obligation de quitter le territoire et libéré de sa rétention faute de laissez-passer consulaire de son pays d’origine. Un drame dont s’émouvait régulièrement Bruno Retailleau pour justifier sa ligne dure en matière migratoire. Si le nouveau texte est adopté, il devrait toucher, en dehors des individus condamnés pour terrorisme, entre 25 et 30 personnes par an, selon le député, qui se targue d’avoir le soutien de l’actuel ministre de l’intérieur, Laurent Nuñez. « C’est de la pure posture », raille néanmoins un cadre de la place Beauvau, sous le couvert de l’anonymat, qui met en garde contre les effets contre-productifs de la mesure : « Si on garde les gens plus longtemps dans les CRA [centres de rétention administrative], on placera moins de monde et on éloignera moins, c’est mathématique. C’est de la rétention de sûreté, pas de l’éloignement. »
    Dans un rapport publié en 2025, les associations présentes en CRA – dont La Cimade et Forum réfugiés – ont dénoncé l’allongement de la rétention et son caractère « trop souvent illégal, car sans perspective d’un éloignement effectif ». Un peu plus de 16 000 personnes ont été retenues en France métropolitaine en 2024, réparties à travers les 2 000 places que comptent les CRA. En moyenne, leur rétention a duré trente-trois jours, et moins de 40 % d’entre elles ont été in fine éloignées. Selon un communiqué du 10 avril, France Terre d’asile, Forum réfugiés et Groupe SOS ont indiqué que près de 2 000 personnes ont été retenues quatre-vingt-dix jours sans être éloignées en 2025. La directive européenne Retour de 2008 prévoit une rétention maximale de dix-huit mois, mais le futur règlement « retour » – qui est entré dans sa phase finale de négociation – prévoit de porter cette durée à vingt-quatre mois.

    #Covid-19#migrant#migration#france#droit#retention#sante#CRA#retour#eloignement#politiquemigratoire

  • Widersprüchlicher Alltagsverstand
    https://www.nd-aktuell.de/artikel/1198869.rechte-und-gewerkschaften-widerspruechlicher-alltagsverstand.html

    Un message de la classe ouvrière : fascistes aux urnes, social-démocrates au travail, voici la nouvelle schizophrénie prolétaire.

    8.4.2026 von Benjamin-Immanuel Hoff - Unter Gewerkschaftern schnitt die Rechte bei den Landtagswahlen überdurchschnittlich ab – bei den Betriebsratswahlen fiel sie durch

    Die Landtagswahlen in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz waren nicht weniger als ein Beben. Den Grünen gelang es als erster Partei seit der Gründung der Bundesrepublik, jenseits von SPD und Union einen Ministerpräsidentenposten auch über den erstmaligen Amtsinhaber hinaus zu gewinnen. Die SPD sicherte in Baden-Württemberg ihren Verbleib im Landtag denkbar knapp mit 5,5 Prozent. Ob ihr dies in Sachsen-Anhalt am 6. September ebenfalls gelingen oder sie zum ersten Mal aus einem Landtag herausgewählt wird, ist gegenwärtig offen.

    In Rheinland-Pfalz gelang es dem Sozialdemokraten Alexander Schweitzer nicht, die Staatskanzlei für die SPD zu halten. Nach 35 Jahren zieht erneut die CDU ein, die von der Gründung des Landes bis 1991 dort amtierte. Damit wird das seit einigen Jahren fast zum Naturgesetz erhobene Diktum durchbrochen, dass populäre Amtsinhaber*innen ihre Parteien nach oben ziehen. Dies wirft einen Schatten auf die Wahlkämpfe in Sachsen-Anhalt und Mecklenburg-Vorpommern – im Nordosten wird am 20. September parallel zu Berlin gewählt.

    In beiden südwestdeutschen Ländern ist die AfD nunmehr drittstärkste Partei: in Baden-Württemberg mit 18,8 Prozent und in Rheinland-Pfalz mit 19,5 Prozent. Entgegen der immer noch verbreiteten Fehlannahme, die AfD würde vor allem aus Enttäuschung über die anderen Parteien gewählt, ist der Anteil der Überzeugungswähler*innen deutlich gestiegen. Gaben 2016 noch knapp zwei Drittel der AfD-Wähler*innen in Rheinland-Pfalz der Partei aus Enttäuschung die Stimme, waren dies 2026 nur noch 40 Prozent, während fast die Hälfte aus Überzeugung ihr Kreuz machte.

    Die von der Forschungsgruppe Wahlen bereitgestellte Analyse zeigt, dass die Zustimmung von Gewerkschaftsmitgliedern zur AfD mit 22,8 Prozent in Rheinland-Pfalz und 23,9 Prozent in Baden-Württemberg höher ausfällt als im Landesschnitt. Dies liegt nicht zuletzt am Wahlverhalten der gewerkschaftlich organisierten Arbeiter*innen. Sie stimmten in Baden-Württemberg zu 36 Prozent und in Rheinland-Pfalz zu 32,9 Prozent für die AfD. Für eine Reihe von Kommentator*innen liegt daher die Schlussfolgerung nahe: Das männlich-dominierte Industrieproletariat wählt rechts. Schlimm, wenn es so einfach wäre.

    Denn parallel zu den Landtagswahlen finden von Anfang März bis Ende Mai die Betriebsratswahlen statt, und die Ergebnisse dort zeigen – auch im Widerspruch zu manch medial geschürter Erwartung – ein anderes Bild. Statt dem prognostizierten Aufstieg rechter Betriebslisten wie des AfD-nahen Vereins »Zentrum« liegen sie in der Automobilindustrie nach bisherigen Auszählungen deutlich unterhalb der Wahrnehmungsschwelle. Vielmehr dominiert hier die IG Metall, die künftig mehr als 80 Prozent der Sitze besetzt.

    Auch die Industriegewerkschaft Bergbau Chemie Energie (IG BCE) zeigt sich zufrieden mit dem bisherigen Verlauf. In den meisten Betrieben sei es gelungen, die Wahlbeteiligung gegenüber der vorangegangenen Wahl 2022 zu steigern, und die DGB-Gewerkschaft errang an den großen Standorten Zustimmungswerte zwischen 65 und über 80 Prozent.
    Zwei Arenen

    Die Lage ist also weder eindeutig noch gibt es das eine gewerkschaftliche Milieu. Gleichzeitig lässt sich der offenbare Widerspruch immerhin deuten, indem zwei Arenen unterschieden werden: Bei der Landtagswahl entscheiden viele Beschäftigte aufgrund einer allgemeinen politischen Stimmungslage: Zukunftsangst, Entwertungserfahrungen, Misstrauen gegenüber Parteien, Migration als symbolisch aufgeladene und bis weit in die politische Mitte hinein instrumentalisierte Konfliktlinie.

    Nur 18 Prozent der Wahlberechtigten in Baden-Württemberg schauten Infratest dimap zufolge mit Zuversicht auf die Verhältnisse in Deutschland, 76 Prozent hingegen waren beunruhigt. Rund zwei Drittel sind in großer Sorge, dass die Automobilindustrie in Baden-Württemberg keine Zukunft mehr hat. Sahen bei der Landtagswahl 2021 noch zwei Drittel der Wahlberechtigten das Land Baden-Württemberg gut gerüstet, waren es bei der diesjährigen Wahl weniger als die Hälfte. Knapp die Hälfte sieht das Land gegenwärtig schlecht vorbereitet. In Rheinland-Pfalz stellte sich die Lage ähnlich dar.

    Kollektive Handlungsfähigkeit übersetzt sich nicht automatisch in politische Orientierung.

    Konkrete Sorgen um die soziale Absicherung im Alltag bestimmten die Wahlen im Südwesten. Rund die Hälfte der Wahlberechtigten befürchtet, im Alter Geldprobleme zu haben, die Rechnungen aufgrund des Preisanstiegs nicht mehr zahlen zu können oder den eigenen Lebensstandard nicht mehr halten zu können. Die CDU verstärkt diese Abstiegsangst. Nach Zahlen der Forschungsgruppe Wahlen hatten die Wähler*innen in Baden-Württemberg zur CDU-Debatte über Arbeitszeit, Krankenstand und Rente eine klare Meinung: Rund drei Viertel finden sie schädlich, nur sieben Prozent hilfreich. Selbst mehr als die Hälfte der Unions-Anhänger*innen stimmte in die Kritik ein.

    Die das Wahlergebnis analysierenden Medien sollten angesichts dessen ihren Fokus nachjustieren. Neben den parteizentrierten Erklärungsansätzen, die sich personalisiert gut erzählen lassen, aber sozio-ökonomisch blind sind, müssen jene Grundstimmungen in den Blick genommen werden, die maßgeblich zum Wahlverhalten und den langfristig tektonischen Verschiebungen beitragen.

    Bei den Betriebsratswahlen wiederum entscheiden dieselben oder ähnliche Beschäftigtengruppen deutlich stärker nach der Frage, wer im Betrieb konkret schützt, verhandelt, organisiert und Ergebnisse liefert. Deshalb stehen hohe AfD-Werte unter Gewerkschaftsmitgliedern und zugleich starke Ergebnisse von IG Metall oder IG BCE nebeneinander. Der Soziologe Klaus Dörre argumentiert seit Jahren, dass die Zustimmung zu autoritärem Populismus in der Arbeitswelt auf einem Dualismus von Abstiegsangst beziehungsweise tatsächlicher materieller Benachteiligung und Anerkennungsdefiziten beruht, die er als Wahrnehmung einer »Entehrung« beschreibt. Die autoritäre Rechte nutze diesen »Problemrohstoff«, um die soziale Frage nationalistisch umzudeuten.

    Gewerkschaften verfügen dort, wo sie organisiert sind, über Organisations- und institutionelle Macht; Betriebsräte sind nicht bloß Symbolfiguren, sondern Teil einer realen Interessenvertretung. Das macht einen Unterschied. In Krisenzeiten der Auto-, Chemie- und Pharmaindustrie suchen Beschäftigte nicht nur eine politische Erzählung, sondern auch belastbare Schutzmechanismen. Wo Gewerkschaften diese sichtbar anbieten, bleiben sie für viele die glaubwürdigere Adresse.

    Eine vergleichbar überzeugende politische Repräsentation ihrer sozialen Lage, Anerkennung des wahrgenommenen Statusverlusts und damit verbundener Zukunftsängste findet sich im Parteiensystem bei jenem Drittel autoritär-populistisch wählender Arbeiter*innen nicht. In diese Repräsentationslücke stößt die AfD und besetzt sie – zunehmend erfolgreich, wie die Vergleichsdaten 2016 und 2026 zeigen.

    Der Befund einer »gespaltenen« Orientierung – gewerkschaftliche Praxis hier, AfD-Wahl dort – lässt sich über Dörre hinaus mit dem italienischen Philosophen und Kommunisten Antonio Gramsci fassbarer machen. Sein Satz »Jeder Mensch ist Philosoph« meint, dass alle Menschen sich die Welt erklären – allerdings nicht systematisch, sondern aus Erfahrungen, Deutungen und übernommenen Vorstellungen. Dieser sogenannte Alltagsverstand ist kein geschlossenes Weltbild, sondern oft widersprüchlich. Es ist kein Ausnahmefall, dass Beschäftigte im Betrieb solidarisch handeln und zugleich politische Positionen vertreten, die dieser Solidarität widersprechen. Im Arbeitsalltag entsteht aus gemeinsamen Erfahrungen ein »gesunder Menschenverstand«: Man organisiert sich, unterstützt sich gegenseitig und vertraut auf kollektive Interessenvertretung. Im politischen Raum greifen dagegen andere Deutungen, die Unsicherheit und Abwertung etwa national oder kulturell rahmen.

    Unterschiedliche Kräfte prägen, wie Menschen ihre Erfahrungen deuten. Gewerkschaften tun dies im Betrieb sehr konkret durch ihre Praxis. Politische Akteure wie die AfD setzen dagegen stärker auf Deutungsangebote im öffentlichen Raum und knüpfen an vorhandene Unzufriedenheit an. Beschäftigte handeln nicht inkonsequent, sondern folgen unterschiedlichen Logiken ihres Alltagsverstands. Sie entscheiden im Betrieb entlang konkreter Erfahrungen gemeinsamer Interessen und im politischen Raum entlang symbolischer Deutungen von Krise und Zugehörigkeit.

    Solidarische Gegenhegemonie

    Für die gewerkschaftliche und betriebliche Praxis bestätigt der Befund zunächst die eigene Stärke – und legt zugleich ihre strategische Grenze offen. Gewerkschaften sind dort hegemonial, wo sie konkrete Erfahrungen organisieren: in Tarifkonflikten, bei Standortfragen, in der alltäglichen Interessenvertretung. Diese Verankerung bleibt stabil, selbst unter Bedingungen eines politischen Rechtsrucks.

    Zugleich endet betriebliche Solidarität zuweilen am Werkstor. Kollektive Handlungsfähigkeit übersetzt sich nicht automatisch in politische Orientierung. Wer im Betrieb stark ist, organisiert nicht automatisch außerbetriebliche politische Hegemonie. Ohne politische Deutung bleibt auch erfolgreiche Interessenvertretung gesellschaftlich begrenzt.

    Aus gewerkschaftlicher Perspektive und für progressive Politik ergibt sich daraus die Herausforderung, dass nicht primär die »moralische« Abgrenzung nach rechts bedeutsam ist, sondern die politische Bearbeitung jener Erfahrungen, die Dörre beschreibt: materielle Unsicherheit, Kontrollverlust, wahrgenommene Missachtung. Diese Erfahrungen glaubwürdig aufzugreifen und in ein konsistentes politisches Projekt zu übersetzen, wäre die Aufgabe, um an den Alltagsverstand anzuschließen und die entstandene Lücke zwischen betrieblicher Erfahrung und politischer Repräsentation zu schließen. Progressive Politik muss die Erfahrungen der Arbeitswelt vertreten, deuten und organisieren – sonst wird dies von anderen übernommen.
    Benjamin-Immanuel Hoff leitet das Ressort Grundsatzfragen und Gesellschaftspolitik der IG Metall und ist Ko-Host des Podcasts »Kunst der Freiheit«. Er gibt hier ausschließlich seine persönliche Meinung wieder.

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