• Iraq: Isis sconfitto, ma dopo un anno ci sono 2 milioni di sfollati

    Dall’inizio del conflitto con l’Isis in Iraq, nel 2014, sono stati sfollati oltre 5,8 milioni di iracheni. Oggi, che l’Isis è sconfitto, ne restano ancora quasi 2 milioni. Lo rivela un report dell’agenzia Onu per le migrazioni-Missione in Iraq, che ha fornito aiuti a milioni di persone in tutti i 18 governatorati del Paese.

    Quasi 2 milioni di sfollati. È questa l’eredità lasciata dal cessato conflitto con l’Isis in Iraq. La guerra civile in Iraq è iniziata nel 2014, quando l’Isis aveva lanciato un’offensiva in Siria e Iraq, occupando gran parte del territorio iracheno, dove a giugno prese poi il controllo di Mosul, seconda città del paese, fino a proclamare la costituzione del Califfato e la designazione del suo califfo, Al-Baghdadi, come capo dei musulmani nel mondo.

    Tre anni di conflitto, concluso a dicembre 2017, che lascia oggi milioni di sfollati che non sono ancora in grado di ridurre la propria vulnerabilità, l’impoverimento e l’emarginazione causati dagli spostamenti forzati durante il conflitto.

    A rivelarlo è l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) – Missione in Iraq, che ha fornito aiuti a milioni di persone in tutti i 18 governatorati dell’Iraq e ancora continua a monitorare – oggi, nel post-conflitto – la situazione.

    Secondo il report redatto dall’Oim, dal 2014, a causa del conflitto, sono stati sfollati oltre 5,8 milioni di iracheni: il picco di 570 mila famiglie circa (3,42 milioni di individui) si è toccato ad aprile 2016, per poi scendere a quota 317 mila famiglie (1,9 milioni di persone) a settembre di quest’anno, a quasi un anno di distanza dalla fine del conflitto, dichiarata a dicembre 2017.
    Popolazione e territorio colpiti dal conflitto con l’Isis

    Benché sia difficile individuare cause e spostamenti reali degli iracheni, dal conflitto ad oggi, l’Oim classifica alcune macro-ragioni di quello che definisce come “dislocamento prolungato“, ovvero la condizione degli sfollati interni che non sono in grado di “sanare” la propria situazione e tornare nella propria terra da almeno tre anni. In due terzi dei paesi monitorati per sfollamenti indotti da conflitti nel 2014, almeno il 50% degli sfollati interni è rimasto nella condizione di sfollato per oltre tre anni.

    Gli ostacoli vanno dagli alloggi, dopo la distruzione delle proprie abitazioni, alla mancanza dei servizi, ma non mancano problemi psico-emotivi dovuti al cosiddetto stress post-traumatico, in particolare per ciò che riguarda la fascia di popolazione infantile.

    A farne le spese maggiori sono le fasce più deboli della popolazione, come anziani, famiglie di donne e bambini, malati cronici, individui traumatizzati e appartenenti a gruppi etno-religiosi che sono stati storicamente emarginati o esclusi all’interno di una società più ampia.

    «Il fatto che questi problemi persistano molto tempo dopo la fine del conflitto – si legge nel report dell’Oim – è un’indicazione che il dislocamento provocato dal conflitto si protrae in parte perché lo status quo ante era di per sé ingiusto e che affrontare questi problemi richiede un approccio trasversale che abbraccia gli aspetti umanitari, lo sviluppo, la costruzione della pace e i settori della sicurezza».

    Sfollati interni: dati e composizione dal 2014 al 2018

    Il report dell’Oim fornisce una disamina dettagliata degli sfollati iracheni. Il 60% proviene dal governatorato di Ninewa, seguito dal governatorato di Salah al-Din (13%) e Anbar (12%). Kirkuk, Diyala e, in misura minore, Baghdad e Babilonia, completano l’elenco dei governatorati da cui le persone si sono trasferite con la forza durante la crisi.

    A partire da settembre 2018, tuttavia, la maggior parte delle persone sfollate da Anbar sono tornate ai luoghi di origine, mentre i tassi di ritorno per gli sfollati di Ninewa rimangono bassi.

    Una possibile ragione per questo diverso modello probabilmente si riferisce a quando, in particolare, i distretti all’interno di questi governatorati sono stati riconquistati dalle forze irachene. Grandi porzioni di Anbar sono state riconquistate dall’Isis nel 2015.

    In contrasto, le aree urbane di Ninewa non erano facilmente accessibili agli sfollati interni fino a un anno fa, inclusa la città di Mosul, la seconda più grande città in Iraq. Al culmine del fenomeno, nell’aprile 2016, i campi istituiti per questa crisi hanno protetto solo il 12% degli sfollati interni.

    Questo rapporto è aumentato al 30% a partire da settembre 2018, a causa di un significativo afflusso di sfollati interni ai campi fino alla fine del 2017 durante le ultime fasi del conflitto. In termini di aree di sfollamento, la regione del Kurdistan in Iraq e i governatorati di Baghdad, Anbar e Ninewa hanno storicamente ospitato un gran numero di sfollati durante questa crisi.

    A settembre 2018, la regione del Kurdistan in Iraq rimane l’area che ospita il maggior numero di sfollati, seguito dal Governatorato di Ninewa. Popolazioni che comprendono più dei due terzi di tutti gli sfollati interni. In base ai dati raccolti nell’agosto 2018, quasi i due terzi degli sfollati, nel complesso, hanno intenzione di rimanere nei loro luoghi di dislocamento per i prossimi 12 mesi.
    Case distrutte e nessuna sicurezza dopo gli attentati Isis

    Case distrutte, mancanza di attività generatrici di reddito, mancanza di servizi di base, discriminazione e scarsa percezione di sicurezza. Sono alcune delle ragioni che portano gli sfollati a non tornare nei propri luoghi di origine, nonostante la fine del conflitto. La distribuzione di queste motivazioni definisce i contorni del fenomeno.

    Quando viene chiesto di elencare i tre principali motivi per cui non hanno intenzione di tornare ai loro luoghi di origine all’interno il prossimo anno, il 41% degli sfollati interni elenca la propria casa distrutta o danneggiata come un fattore determinante in questa decisione.
    isis iraq

    Ma non solo: la mancanza di attività generatrici di reddito nel luogo di origine è stata citata dal 21% degli sfollati intervistati. Siamo a quota 9%, invece, per quanto riguarda la fornitura di servizi di base; si sale al 17% per la paura di discriminazione. Circa il 14% degli sfollati interni potrebbe essere involontariamente bloccato nello spostamento perché le autorità non permetterebbero i ritorni nei loro luoghi di origine a causa di problemi di sicurezza, mentre il 26% cita una mancanza di forze di sicurezza nelle loro aree di origine.
    L’isis è sconfitto, ma resta lo stress post-traumatico

    Le violenze estreme perpetrate dall’Isis, e le conseguenti operazioni militari per eliminarle, hanno avuto un forte impatto su grandi fasce della popolazione ed è probabile che in alcuni continuino a verificarsi sintomi di trauma e disagio psicologico, compreso il disturbo post-traumatico da stress.

    Un recente studio sui bambini sfollati e le loro famiglie ha rivelato che i bambini colpiti da questo conflitto hanno vissuto qualche forma di trauma e sofferenza psicologica. I sintomi più gravi sono stati riscontrati in bambini che vivevano sotto l’Isis per lunghi periodi rispetto a quelli che erano stati sfollati ancora prima nel conflitto. Inoltre, i genitori hanno riferito di essere preoccupati per il benessere dei loro figli e per gli effetti che il trauma potrebbe avere su di loro.

    Il 31% degli sfollati interni indica la paura o il trauma come motivo per non tornare ai loro luoghi di origine entro il prossimo anno. Questo è più diffuso tra gli sfollati interni dal governatorato di Diyala. Inoltre, il 13% degli sfollati segnala che i loro bambini (di età inferiore a 18 anni) mostrano segni di disagio psicologico. Gli sfollati originari di Kirkuk denunciano l’angoscia tra i loro figli due volte più frequentemente rispetto ad altri governatorati.
    Guerra civile in Iraq: il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi

    Il conflitto in Iraq ebbe i suoi esordi nell’estate del 2014, quando l’Isis lanciò un’offensiva in Siria e Iraq, occupando gran parte del territorio iracheno, dove a giugno prese il controllo di Mosul, seconda città del paese. L’improvvisa offensiva al Nord dell’Iraq rafforzò notevolmente l’esercito dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che riversò uomini e mezzi dal confine siriano. Benché, infatti, le forze armate irachene fossero più numerose dei miliziani islamisti, l’offensiva dell’Isis costrinse il governo iracheno a dichiarare lo stato di emergenza. Da quel momento la guerra divenne regionale, coinvolgendo Siria e Iraq, ormai privi di una reale frontiera tra i due paesi.

    Il 29 giugno 2014, Da’esh proclamò la nascita del Califfato tra Siria e Iraq. In un audio postato su internet, l’Isis designa il suo capo Abu Bakr al-Baghdadi “califfo”, ovvero il capo dei musulmani nel mondo.

    «In una riunione, la shura (consiglio di Stato islamico) ha deciso di annunciare l’istituzione del Califfato islamico e di designare un Califfo per lo Stato dei musulmani – ha detto nel messaggio audio su internet Abu Mohammad Al-Adnani, portavoce dell’Isis – Lo sceicco jihadista al-Baghdadi è stato designato califfo dei musulmani».

    Dalla presa di Mosul all’annuncio della vittoria sull’Isis

    L’avanzata dell’Isis nel paese iracheno proseguì, fino a quando – nell’ottobre del 2016 – ebbe inizio l’offensiva irachena per riprendere Mosul, che determinò di fatto l’avvio delle operazioni decisive per liberare totalmente lo stato iracheno dall’Isis.

    La guerra civile terminò nel dicembre del 2017 con la caduta di Abu Kamal, ultima grande roccaforte dell’Isis sul confine Siria-Iraq. L’annuncio ufficiale è del 9 dicembre del 2017.

    «Le nostre forze controllano completamente la frontiera Iraq-Siria e annuncio dunque la fine della guerra contro Daesh – sono le parole del primo ministro iracheno Al-Abadi – Le nostre forze hanno assunto il pieno controllo dei confini con la Siria».

    È con il recupero degli ultimi territori controllati dagli jihadisti, le province occidentali di Ninive e Al Anbar, che si dichiara chiusa la guerra contro l’Isis.

    «È avvenuta la liberazione di tutti i territori dell’Iraq dalle bande di Daesh – afferma il vice comandante delle forze irachene congiunte, Abdelamir Yarala – e le nostre forze controllano le frontiere fra Iraq e Siria dal varco di frontiera di Al Walid a quello di Rabia».

    https://www.osservatoriodiritti.it/2018/12/06/isis-iraq-sconfitto-sfollati
    #Irak #asile #migrations #réfugiés #déplacés_internes #IDPs #ISIS #EI #Etat_islamique #trauma #traumatisme #statistiques #chiffres

    • Reasons to Remain: Categorizing Protracted Displacement in Iraq

      As the ISIL conflict ceased across Iraq, conflict-affected areas in the country experienced an uptick in returns of their internally displaced populations. The pace of this return, however, appears to be slowing, leaving the populations who still remain behind either in, or at risk of, protracted internal displacement.

      The result of this kind of displacement is the inability of internally displaced persons to progress toward finding a resolution to their displacement, whether it is eventual return, integration, relocation or some combination thereof.

      At present, there is limited consensus on what exactly these reasons for displacement are and roughly how many people are affected by each of these reasons. Having such knowledge, though, is a key step in developing a comprehensive strategy for durable solutions for Iraq.

      As such, the International Organization for Migration’s (IOM) Displacement Tracking Matrix (DTM) Unit, the Returns Working Group (RWG), and Social Inquiry, with input and support from the Ministry of Migration and Displacement (MoMD) within the Federal Government of Iraq, have conducted an in-depth analysis of existing large-scale datasets as well as other geographically targeted surveys and qualitative studies.

      The report provides a brief overview of the theoretical underpinnings of protracted displacement and their implications in the Iraq context, the methodology for this desk review and analysis, a time series of IDP movements, the categorization of reasons IDPs may still be displaced, and a discussion of findings.

      https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/12/Isis-Iraq.pdf


      https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/12/Isis-Iraq.pdf
      #rapport


  • L’importanza di chiamarsi Stato (Islamico)

    Qualunque studente abbia anche solo distrattamente frequentato temi di geografia politica sa che uno Stato, per ritenersi tale, deve avere tre caratteristiche: territorio, popolazione e sovranità. In particolare quest’ultima ha due dimensioni: una “interna”, nel senso che l’autorità dello stato deve essere riconosciuta dai suoi cittadini, e una esterna, poiché lo stato deve ottenere il riconoscimento degli altri stati o, quantomeno, di quelli che hanno maggior peso nella comunità internazionale (su questo un approfondimento sulla recente approvazione di una mozione della Camera dei Comuni britannica, QUI). Questo elemento è particolarmente importante perché la comunità degli stati è – almeno in linea teorica – una comunità di pari; chi ne fa parte non può tollerare ingerenze nei propri affari interni e contribuisce, tramite lo stabilirsi di consuetudini e accordi, a dare corpo al diritto internazionale. Il riconoscimento della qualità statuale avviene, generalmente, a seguito di periodi di conflitto o, assai più raramente, come esito di processi pacifici (come nel caso della divisione in due stati della ex Cecoslovacchia) ed è un momento determinante per la definizione del nuovo status quo.

    Se si tiene conto di questi elementi, certamente ben noti alle cancellerie di tutto il mondo (essendo l’ABC dei rapporti internazionali), appare assolutamente sorprendente (e perfino irresponsabile) il fatto che sia divenuta di uso comune la denominazione ISIS (o IS), condensata in «Stato Islamico», per denominare non tanto un gruppo che contemporaneamente si definisce terroristico, ma un vasto territorio che questo gruppo tende a controllare militarmente. Ciò non avviene soltanto in ambito giornalistico, ma anche ufficiale: se Obama generalmente utilizza la formula “gruppo che chiama se stesso Islamic State” (QUI, minuto 1.38), ormai generalmente non si usa più neanche questa blanda cautela. Tra gli innumerevoli esempi possibili, prendiamo la trascrizione della conferenza stampa del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon (16 settembre 2014) pubblicata sul sito web delle Nazioni Unite (QUI): questa riporta, nella domanda rivolta al Segretario dalla giornalista Pamela Falk (CBS news): “My question is about the very difficult question of foreign terrorist fighters and ISIS [Islamic State in Iraq and the Shams]”. Le parentesi quadre indicano una precisazione redazionale inserita dallo staff delle Nazioni Unite, che traduce l’acronimo riportando senza remore (né perifrasi, come “il sedicente”) la dicitura di “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”. Nello stesso testo l’uso dell’acronimo viene attribuito direttamente al Segretario Generale in una sua risposta a una domanda sull’Iraq (“This is all the more important when it comes to critical posts related to security in view of the threat the country is now facing, particularly by ISIL [Islamic State in Iraq and the Shams]”). Curioso notare come, in questo caso, ci sia anche una incongruenza “geografica”: l’acronimo usato da Ban Ki-moon terminava con la lettera L (per “Levant”: ISIL, Islamic State in Iraq and Levant è infatti uno degli acronimi usati in particolare dagli anglosassoni), ma evidentemente lo staff che trascrive le conferenze stampa ha avuto indicazioni di adottare “the Sham”, che in arabo sta per Siria, in luogo del più vasto e indistinto “Levant”. Così fa anche in questo caso, “correggendo” addirittura il Segretario Generale.

    Quella sollevata sin qui potrebbe apparire una questione di secondo piano o di dettaglio, soprattutto di fronte ai disastri della guerra e alle atroci decapitazioni divenute ormai drammaticamente abituali nelle immagini dei media; in realtà è ben evidente come in questa guerra si stia puntando molto sull’uso dei media per la propaganda, ed esattamente quello dell’affermazione dell’esistenza di un soggetto statuale (lo Stato Islamico) appare tra i principali obiettivi – peraltro acquisiti – dei combattenti jhadisti.

    Interessante in proposito il fatto che la denominazione sia nel tempo mutata, a rappresentare il salto di scala che i combattenti vogliono raggiungere. Se inizialmente si puntava all’Iraq e alla Siria o all’Iraq e al Levante (ISIS o ISIL), successivamente la connotazione geografica specifica è stata rimossa, passando a un più generico Islamic State (IS). In questo modo, puntando sull’elemento religioso, la denominazione può risultare più attrattiva (o insultante, a seconda del punto di vista, come si vedrà più oltre) su scala globale. Il risultato è anche quello di “occupare” l’immaginario collettivo: sui non-musulmani il continuo tam tam mediatico che mette in relazione “Stato Islamico” con efferatezza, inusitata violenza e terrore potrebbe provocare, nel breve quanto nel medio termine, effetti tanto gravi quanto facilmente prevedibili. D’altro canto è sufficiente un esperimento mentale per comprendere meglio la situazione. Immaginiamo che il gruppo estremista fosse stato cristiano. Al di là dell’auto-denominazione scelta, si sarebbe ugualmente diffusa a livello mondiale la definizione “Stato Cristiano”? Se mentalmente il primo pensiero che ci viene in mente fosse “i cristiani non fanno mica quelle cose”, l’”occupazione dell’immaginario” cui si faceva riferimento poco sopra diverrebbe ancor più chiara.

    Se in molti casi la categoria di Stato può generare imponenti tensioni e persino crisi internazionali (è di ieri il riconoscimento della Palestina in quanto Stato da parte della Svezia, e la conseguente durissima reazione di Israele: vedi QUI e QUI), sembra che i portatori delle bandiere nere abbiano ottenuto uno dei risultati più notevoli con ferocissima semplicità, e viene allora da chiedersi se vi fosse una (più o meno inconscia) predisposizione all’accettazione dell’accostamento tra il concetto di Stato Islamico e quello di inusitata violenza.

    La riflessione sulla denominazione non è però stata del tutto ignorata. In Francia, ad esempio, la direttrice dell’Associated France Press ha spiegato, in un editoriale (QUI) la scelta della prestigiosa agenzia di stampa di non utilizzare più la denominazione “Stato Islamico” (scelta per la verità contraddetta da alcuni titoli e didascalie dell’editoriale stesso). Michèle Lérindon motiva così la decisione: “Nous jugeons que l’expression « Etat islamique » est inappropriée pour deux raisons : un, il ne s’agit pas d’un véritable Etat, avec des frontières et une reconnaissance internationale. Et deux, pour de nombreux musulmans, les valeurs dont se réclame cette organisation ne sont en rien « islamiques ». Le nom « Etat islamique » est donc susceptible d’induire le public en erreur”. In sintesi: non si tratta di uno vero Stato e, per molti musulmani, i valori di questa organizzazione non hanno nulla di “islamico”; per questo la denominazione “Stato Islamico” potrebbe indurre il pubblico in errore e non la useremo. Lo Stato francese utilizza la denominazione “Daesh”; in questo articolo Lettera 43 dà credito all’ipotesi in base alla quale questo termine avrebbe un carattere peggiorativo per assonanza con “dèche” (rotto); France 24 riporta invece, come origine, una denominazione in arabo (QUI).

    La riflessione sulla denominazione non si limita alla sola Francia: le autorità religiose egiziane suggeriscono l’uso di QSIS, che sta per “Al-Qaeda Separatists in Iraq and Syria”. A parte il riferimento ad Al-Qaeda, in questo caso appare evidente come la denominazione avrebbe un senso diametralmente opposto: definendo il gruppo come “separatista”, rafforzerebbe il concetto delle entità statuali di Siria e Iraq. Il che è perfettamente coerente con i possibili timori dell’Egitto, che, uscendo a fatica da anni di fortissime tensioni interne, può temere il fattore d’attrazione propagandistica che l’idea di uno “Stato Islamico” potrebbe rappresentare. Come riporta The Guardian (QUI) anche un gruppo di Imam e organizzazioni di musulmani britannici premono affinché il loro governo rigetti la denominazione di “Stato Islamico”. Pure in Italia sono stati ripresi spunti di questo dibattito (tra gli altri, ad esempio La Stampa - ed Il Post), ma non sembra che la discussione si sia realmente focalizzata sulle questioni di fondo né che abbia avuto particolari esiti. Proprio per questo come LuogoeSpazio abbiamo deciso di occuparcene, considerando che alcune comuni nozioni di geografia politica, purtroppo, appaiano in Italia scarsamente diffuse. Il danno che potrebbe derivarne, anche nella prospettiva della convivenza tra culture differenti e considerata l’inerzia dell’immgainario collettivo, non è da sottovalutare.

    http://nuke.luogoespazio.info/HOMEDILUOGOESPAZIOINFO/tabid/466/EntryID/299/Default.aspx
    #Etat #Etat_islamique #ISIS #EI #terminologie #vocabulaire #mots


  • The Vulnerability Contest

    Traumatized Afghan child soldiers who were forced to fight in Syria struggle to find protection in Europe’s asylum lottery.

    Mosa did not choose to come forward. Word had spread among the thousands of asylum seekers huddled inside Moria that social workers were looking for lone children among the general population. High up on the hillside, in the Afghan area of the chaotic refugee camp on the Greek island of Lesbos, some residents knew someone they suspected was still a minor. They led the aid workers to Mosa.

    The boy, whose broad and beardless face mark him out as a member of the Hazara ethnic group, had little reason to trust strangers. It was hard to persuade him just to sit with them and listen. Like many lone children, Mosa had slipped through the age assessment carried out on first arrival at Moria: He was registered as 27 years old. With the help of a translator, the social worker explained that there was still time to challenge his classification as an adult. But Mosa did not seem to be able to engage with what he was being told. It would take weeks to establish trust and reveal his real age and background.

    Most new arrivals experience shock when their hopes of a new life in Europe collide with Moria, the refugee camp most synonymous with the miserable consequences of Europe’s efforts to contain the flow of refugees and migrants across the Aegean. When it was built, the camp was meant to provide temporary shelter for fewer than 2,000 people. Since the European Union struck a deal in March 2016 with Turkey under which new arrivals are confined to Greece’s islands, Moria’s population has swollen to 9,000. It has become notorious for overcrowding, snowbound tents, freezing winter deaths, violent protests and suicides by adults and children alike.

    While all asylum systems are subjective, he said that the situation on Greece’s islands has turned the search for protection into a “lottery.”

    Stathis Poularakis is a lawyer who previously served for two years on an appeal committee dealing with asylum cases in Greece and has worked extensively on Lesbos. While all asylum systems are subjective, he said that the situation on Greece’s islands has turned the search for protection into a “lottery.”

    Asylum claims on Lesbos can take anywhere between six months and more than two years to be resolved. In the second quarter of 2018, Greece faced nearly four times as many asylum claims per capita as Germany. The E.U. has responded by increasing the presence of the European Asylum Support Office (EASO) and broadening its remit so that EASO officials can conduct asylum interviews. But the promises that EASO will bring Dutch-style efficiency conceal the fact that the vast majority of its hires are not seconded from other member states but drawn from the same pool of Greeks as the national asylum service.

    Asylum caseworkers at Moria face an overwhelming backlog and plummeting morale. A serving EASO official describes extraordinary “pressure to go faster” and said there was “so much subjectivity in the system.” The official also said that it was human nature to reject more claims “when you see every other country is closing its borders.”

    Meanwhile, the only way to escape Moria while your claim is being processed is to be recognized as a “vulnerable” case. Vulnerables get permission to move to the mainland or to more humane accommodation elsewhere on the island. The term is elastic and can apply to lone children and women, families or severely physically or mentally ill people. In all cases the onus is on the asylum seeker ultimately to persuade the asylum service, Greek doctors or the United Nations Refugee Agency that they are especially vulnerable.

    The ensuing scramble to get out of Moria has turned the camp into a vast “vulnerability contest,” said Poularakis. It is a ruthless competition that the most heavily traumatized are often in no condition to understand, let alone win.

    Twice a Refugee

    Mosa arrived at Moria in October 2017 and spent his first night in Europe sleeping rough outside the arrivals tent. While he slept someone stole his phone. When he awoke he was more worried about the lost phone than disputing the decision of the Frontex officer who registered him as an adult. Poularakis said age assessors are on the lookout for adults claiming to be children, but “if you say you’re an adult, no one is going to object.”

    Being a child has never afforded Mosa any protection in the past: He did not understand that his entire future could be at stake. Smugglers often warn refugee children not to reveal their real age, telling them that they will be prevented from traveling further if they do not pretend to be over 18 years old.

    Like many other Hazara of his generation, Mosa was born in Iran, the child of refugees who fled Afghanistan. Sometimes called “the cursed people,” the Hazara are followers of Shia Islam and an ethnic and religious minority in Afghanistan, a country whose wars are usually won by larger ethnic groups and followers of Sunni Islam. Their ancestry, traced by some historians to Genghis Khan, also means they are highly visible and have been targets for persecution by Afghan warlords from 19th-century Pashtun kings to today’s Taliban.

    In recent decades, millions of Hazara have fled Afghanistan, many of them to Iran, where their language, Dari, is a dialect of Persian Farsi, the country’s main language.

    “We had a life where we went from work to home, which were both underground in a basement,” he said. “There was nothing (for us) like strolling the streets. I was trying not to be seen by anyone. I ran from the police like I would from a street dog.”

    Iran hosts 950,000 Afghan refugees who are registered with the U.N. and another 1.5 million undocumented Afghans. There are no official refugee camps, making displaced Afghans one of the largest urban refugee populations in the world. For those without the money to pay bribes, there is no route to permanent residency or citizenship. Most refugees survive without papers on the outskirts of cities such as the capital, Tehran. Those who received permits, before Iran stopped issuing them altogether in 2007, must renew them annually. The charges are unpredictable and high. Mostly, the Afghan Hazara survive as an underclass, providing cheap labor in workshops and constructions sites. This was how Mosa grew up.

    “We had a life where we went from work to home, which were both underground in a basement,” he said. “There was nothing (for us) like strolling the streets. I was trying not to be seen by anyone. I ran from the police like I would from a street dog.”

    But he could not remain invisible forever and one day in October 2016, on his way home from work, he was detained by police for not having papers.

    Sitting in one of the cantinas opposite the entrance to Moria, Mosa haltingly explained what happened next. How he was threatened with prison in Iran or deportation to Afghanistan, a country in which he has never set foot. How he was told that that the only way out was to agree to fight in Syria – for which they would pay him and reward him with legal residence in Iran.

    “In Iran, you have to pay for papers,” said Mosa. “If you don’t pay, you don’t have papers. I do not know Afghanistan. I did not have a choice.”

    As he talked, Mosa spread out a sheaf of papers from a battered plastic wallet. Along with asylum documents was a small notepad decorated with pink and mauve elephants where he keeps the phone numbers of friends and family. It also contains a passport-sized green booklet with the crest of the Islamic Republic of Iran. It is a temporary residence permit. Inside its shiny cover is the photograph of a scared-looking boy, whom the document claims was born 27 years ago. It is the only I.D. he has ever owned and the date of birth has been faked to hide the fact that the country that issues it has been sending children to war.

    Mosa is not alone among the Hazara boys who have arrived in Greece seeking protection, carrying identification papers with inflated ages. Refugees Deeply has documented the cases of three Hazara child soldiers and corroborated their accounts with testimony from two other underage survivors. Their stories are of childhoods twice denied: once in Syria, where they were forced to fight, and then again after fleeing to Europe, where they are caught up in a system more focused on hard borders than on identifying the most damaged and vulnerable refugees.

    From Teenage Kicks to Adult Nightmares

    Karim’s descent into hell began with a prank. Together with a couple of friends, he recorded an angsty song riffing on growing up as a Hazara teenager in Tehran. Made when he was 16 years old, the song was meant to be funny. His band did not even have a name. The boys uploaded the track on a local file-sharing platform in 2014 and were as surprised as anyone when it was downloaded thousands of times. But after the surprise came a creeping sense of fear. Undocumented Afghan refugee families living in Tehran usually try to avoid drawing attention to themselves. Karim tried to have the song deleted, but after two months there was a knock on the door. It was the police.

    “I asked them how they found me,” he said. “I had no documents but they knew where I lived.”

    Already estranged from his family, the teenager was transported from his life of working in a pharmacy and staying with friends to life in a prison outside the capital. After two weeks inside, he was given three choices: to serve a five-year sentence; to be deported to Afghanistan; or to redeem himself by joining the Fatemiyoun.

    According to Iranian propaganda, the Fatemiyoun are Afghan volunteers deployed to Syria to protect the tomb of Zainab, the granddaughter of the Prophet Mohammad. In reality, the Fatemiyoun Brigade is a unit of Iran’s powerful Revolutionary Guard, drawn overwhelmingly from Hazara communities, and it has fought in Iraq and Yemen, as well as Syria. Some estimates put its full strength at 15,000, which would make it the second-largest foreign force in support of the Assad regime, behind the Lebanese militia group Hezbollah.

    Karim was told he would be paid and given a one-year residence permit during leave back in Iran. Conscripts are promised that if they are “martyred,” their family will receive a pension and permanent status. “I wasn’t going to Afghanistan and I wasn’t going to prison,” said Karim. So he found himself forced to serve in the #Fatemiyoun.

    His first taste of the new life came when he was transferred to a training base outside Tehran, where the recruits, including other children, were given basic weapons training and religious indoctrination. They marched, crawled and prayed under the brigade’s yellow flag with a green arch, crossed by assault rifles and a Koranic phrase: “With the Help of God.”

    “Imagine me at 16,” said Karim. “I have no idea how to kill a bird. They got us to slaughter animals to get us ready. First, they prepare your brain to kill.”

    The 16-year-old’s first deployment was to Mosul in Iraq, where he served four months. When he was given leave back in Iran, Karim was told that to qualify for his residence permit he would need to serve a second term, this time in Syria. They were first sent into the fight against the so-called Islamic State in Raqqa. Because of his age and physique, Karim and some of the other underage soldiers were moved to the medical corps. He said that there were boys as young as 14 and he remembers a 15-year-old who fought using a rocket-propelled grenade launcher.

    “One prisoner was killed by being hung by his hair from a tree. They cut off his fingers one by one and cauterized the wounds with gunpowder.”

    “I knew nothing about Syria. I was just trying to survive. They were making us hate ISIS, dehumanizing them. Telling us not to leave one of them alive.” Since media reports revealed the existence of the Fatemiyoun, the brigade has set up a page on Facebook. Among pictures of “proud volunteers,” it shows stories of captured ISIS prisoners being fed and cared for. Karim recalls a different story.

    “One prisoner was killed by being hung by his hair from a tree. They cut off his fingers one by one and cauterized the wounds with gunpowder.”

    The casualties on both sides were overwhelming. At the al-Razi hospital in Aleppo, the young medic saw the morgue overwhelmed with bodies being stored two or three to a compartment. Despite promises to reward the families of martyrs, Karim said many of the bodies were not sent back to Iran.

    Mosa’s basic training passed in a blur. A shy boy whose parents had divorced when he was young and whose father became an opium addict, he had always shrunk from violence. He never wanted to touch the toy guns that other boys played with. Now he was being taught to break down, clean and fire an assault rifle.

    The trainees were taken three times a day to the imam, who preached to them about their holy duty and the iniquities of ISIS, often referred to as Daesh.

    “They told us that Daesh was the same but worse than the Taliban,” said Mosa. “I didn’t listen to them. I didn’t go to Syria by choice. They forced me to. I just needed the paper.”

    Mosa was born in 2001. Before being deployed to Syria, the recruits were given I.D. tags and papers that deliberately overstated their age: In 2017, Human Rights Watch released photographs of the tombstones of eight Afghan children who had died in Syria and whose families identified them as having been under 18 years old. The clerk who filled out Mosa’s forms did not trouble himself with complex math: He just changed 2001 to 1991. Mosa was one of four underage soldiers in his group. The boys were scared – their hands shook so hard they kept dropping their weapons. Two of them were dead within days of reaching the front lines.

    “I didn’t even know where we were exactly, somewhere in the mountains in a foreign country. I was scared all the time. Every time I saw a friend dying in front of my eyes I was thinking I would be next,” said Mosa.

    He has flashbacks of a friend who died next to him after being shot in the face by a sniper. After the incident, he could not sleep for four nights. The worst, he said, were the sudden raids by ISIS when they would capture Fatemiyoun fighters: “God knows what happened to them.”

    Iran does not release figures on the number of Fatemiyoun casualties. In a rare interview earlier this year, a senior officer in the Iranian Revolutionary Guard suggested as many as 1,500 Fatemiyoun had been killed in Syria. In Mashhad, an Iranian city near the border with Afghanistan where the brigade was first recruited, video footage has emerged of families demanding the bodies of their young men believed to have died in Syria. Mosa recalls patrols in Syria where 150 men and boys would go out and only 120 would return.

    Escaping Syria

    Abbas had two weeks left in Syria before going back to Iran on leave. After 10 weeks in what he describes as a “living hell,” he had begun to believe he might make it out alive. It was his second stint in Syria and, still only 17 years old, he had been chosen to be a paramedic, riding in the back of a 2008 Chevrolet truck converted into a makeshift ambulance.

    He remembers thinking that the ambulance and the hospital would have to be better than the bitter cold of the front line. His abiding memory from then was the sound of incoming 120mm shells. “They had a special voice,” Abbas said. “And when you hear it, you must lie down.”

    Following 15 days of nursing training, during which he was taught how to find a vein and administer injections, he was now an ambulance man, collecting the dead and wounded from the battlefields on which the Fatemiyoun were fighting ISIS.

    Abbas grew up in Ghazni in Afghanistan, but his childhood ended when his father died from cancer in 2013. Now the provider for the family, he traveled with smugglers across the border into Iran, to work for a tailor in Tehran who had known his father. He worked without documents and faced the same threats as the undocumented Hazara children born in Iran. Even more dangerous were the few attempts he made to return to Ghazni. The third time he attempted to hop the border he was captured by Iranian police.

    Abbas was packed onto a transport, along with 23 other children, and sent to Ordugah-i Muhaceran, a camplike detention center outside Mashhad. When they got there the Shia Hazara boys were separated from Sunni Pashtuns, Afghanistan’s largest ethnic group, who were pushed back across the border. Abbas was given the same choice as Karim and Mosa before him: Afghanistan or Syria. Many of the other forced recruits Abbas met in training, and later fought alongside in Syria, were addicts with a history of substance abuse.

    Testimony from three Fatemiyoun child soldiers confirmed that Tramadol was routinely used by recruits to deaden their senses, leaving them “feeling nothing” even in combat situations but, nonetheless, able to stay awake for days at a time.

    The Fatemiyoun officers dealt with withdrawal symptoms by handing out Tramadol, an opioid painkiller that is used to treat back pain but sometimes abused as a cheap alternative to methadone. The drug is a slow-release analgesic. Testimony from three Fatemiyoun child soldiers confirmed that it was routinely used by recruits to deaden their senses, leaving them “feeling nothing” even in combat situations but, nonetheless, able to stay awake for days at a time. One of the children reiterated that the painkiller meant he felt nothing. Users describe feeling intensely thirsty but say they avoid drinking water because it triggers serious nausea and vomiting. Tramadol is addictive and prolonged use can lead to insomnia and seizures.

    Life in the ambulance had not met Abbas’ expectations. He was still sent to the front line, only now it was to collect the dead and mutilated. Some soldiers shot themselves in the feet to escape the conflict.

    “We picked up people with no feet and no hands. Some of them were my friends,” Abbas said. “One man was in small, small pieces. We collected body parts I could not recognize and I didn’t know if they were Syrian or Iranian or Afghan. We just put them in bags.”

    Abbas did not make it to the 12th week. One morning, driving along a rubble-strewn road, his ambulance collided with an anti-tank mine. Abbas’ last memory of Syria is seeing the back doors of the vehicle blasted outward as he was thrown onto the road.

    When he awoke he was in a hospital bed in Iran. He would later learn that the Syrian ambulance driver had been killed and that the other Afghan medic in the vehicle had lost both his legs. At the time, his only thought was to escape.

    The Toll on Child Soldiers

    Alice Roorda first came into contact with child soldiers in 2001 in the refugee camps of Sierra Leone in West Africa. A child psychologist, she was sent there by the United Kingdom-based charity War Child. She was one of three psychologists for a camp of more than 5,000 heavily traumatized survivors of one of West Africa’s more brutal conflicts.

    “There was almost nothing we could do,” she admitted.

    The experience, together with later work in Uganda, has given her a deep grounding in the effects of war and post-conflict trauma on children. She said prolonged exposure to conflict zones has physical as well as psychological effects.

    “If you are chronically stressed, as in a war zone, you have consistently high levels of the two basic stress hormones: adrenaline and cortisol.”

    Even after reaching a calmer situation, the “stress baseline” remains high, she said. This impacts everything from the immune system to bowel movements. Veterans often suffer from complications related to the continual engagement of the psoas, or “fear muscle” – the deepest muscles in the body’s core, which connect the spine, through the pelvis, to the femurs.

    “With prolonged stress you start to see the world around you as more dangerous.” The medial prefrontal cortex, the section of the brain that interprets threat levels, is also affected, said Roorda. This part of the brain is sometimes called the “watchtower.”

    “When your watchtower isn’t functioning well you see everything as more dangerous. You are on high alert. This is not a conscious response; it is because the stress is already so close to the surface.”

    Psychological conditions that can be expected to develop include post-traumatic stress disorder (PTSD) and attention deficit hyperactivity disorder (ADHD). Left untreated, these stress levels can lead to physical symptoms ranging from chronic fatigue syndrome (CFS or ME) to high blood pressure or irritable bowel syndrome. Also common are heightened sensitivity to noise and insomnia.

    The trauma of war can also leave children frozen at the point when they were traumatized. “Their life is organized as if the trauma is still ongoing,” said Roorda. “It is difficult for them to take care of themselves, to make rational well informed choices, and to trust people.”

    The starting point for any treatment of child soldiers, said Roorda, is a calm environment. They need to release the tension with support groups and physical therapy, she said, and “a normal bedtime.”

    The Dutch psychologist, who is now based in Athens, acknowledged that what she is describing is the exact opposite of the conditions at #Moria.

    Endgame

    Karim is convinced that his facility for English has saved his life. While most Hazara boys arrive in Europe speaking only Farsi, Karim had taught himself some basic English before reaching Greece. As a boy in Tehran he had spent hours every day trying to pick up words and phrases from movies that he watched with subtitles on his phone. His favorite was The Godfather, which he said he must have seen 25 times. He now calls English his “safe zone” and said he prefers it to Farsi.

    When Karim reached Greece in March 2016, new arrivals were not yet confined to the islands. No one asked him if he was a child or an adult. He paid smugglers to help him escape Iran while on leave from Syria and after crossing through Turkey landed on Chios. Within a day and a half, he had passed through the port of Piraeus and reached Greece’s northern border with Macedonia, at Idomeni.

    When he realized the border was closed, he talked to some of the international aid workers who had come to help at the makeshift encampment where tens of thousands of refugees and migrants waited for a border that would not reopen. They ended up hiring him as a translator. Two years on, his English is now much improved and Karim has worked for a string of international NGOs and a branch of the Greek armed forces, where he was helped to successfully apply for asylum.

    The same job has also brought him to Moria. He earns an above-average salary for Greece and at first he said that his work on Lesbos is positive: “I’m not the only one who has a shitty background. It balances my mind to know that I’m not the only one.”

    But then he admits that it is difficult hearing and interpreting versions of his own life story from Afghan asylum seekers every day at work. He has had problems with depression and suffered flashbacks, “even though I’m in a safe country now.”

    Abbas got the help he needed to win the vulnerability contest. After he was initially registered as an adult, his age assessment was overturned and he was transferred from Moria to a shelter for children on Lesbos. He has since been moved again to a shelter in mainland Greece. While he waits to hear the decision on his protection status, Abbas – like other asylum seekers in Greece – receives 150 euros ($170) a month. This amount needs to cover all his expenses, from food and clothing to phone credit. The money is not enough to cover a regular course of the antidepressant Prozac and the sleeping pills he was prescribed by the psychiatrist he was able to see on Lesbos.

    “I save them for when it gets really bad,” he said.

    Since moving to the mainland he has been hospitalized once with convulsions, but his main worry is the pain in his groin. Abbas underwent a hernia operation in Iran, the result of injuries sustained as a child lifting adult bodies into the ambulance. He has been told that he will need to wait for four months to see a doctor in Greece who can tell him if he needs another operation.

    “I would like to go back to school,” he said. But in reality, Abbas knows that he will need to work and there is little future for an Afghan boy who can no longer lift heavy weights.

    Walking into an Afghan restaurant in downtown Athens – near Victoria Square, where the people smugglers do business – Abbas is thrilled to see Farsi singers performing on the television above the door. “I haven’t been in an Afghan restaurant for maybe three years,” he said to explain his excitement. His face brightens again when he catches sight of Ghormeh sabzi, a herb stew popular in Afghanistan and Iran that reminds him of his mother. “I miss being with them,” he said, “being among my family.”

    When the dish arrives he pauses before eating, taking out his phone and carefully photographing the plate from every angle.

    Mosa is about to mark the end of a full year in Moria. He remains in the same drab tent that reminds him every day of Syria. Serious weight loss has made his long limbs – the ones that made it easier for adults to pretend he was not a child – almost comically thin. His skin is laced with scars, but he refuses to go into detail about how he got them. Mosa has now turned 18 and seems to realize that his best chance of getting help may have gone.

    “Those people who don’t have problems, they give them vulnerability (status),” he said with evident anger. “If you tell them the truth, they don’t help you.”

    Then he apologises for the flash of temper. “I get upset and angry and my body shakes,” he said.

    Mosa explained that now when he gets angry he has learned to remove himself: “Sometimes I stuff my ears with toilet paper to make it quiet.”

    It is 10 months since Mosa had his asylum interview. The questions he expected about his time in the Fatemiyoun never came up. Instead, the interviewers asked him why he had not stayed in Turkey after reaching that country, having run away while on leave in Iran.

    The questions they did ask him point to his likely rejection and deportation. Why, he was asked, was his fear of being persecuted in Afghanistan credible? He told them that he has heard from other Afghan boys that police and security services in the capital, Kabul, were arresting ex-combatants from Syria.

    Like teenagers everywhere, many of the younger Fatemiyoun conscripts took selfies in Syria and posted them on Facebook or shared them on WhatsApp. The images, which include uniforms and insignia, can make him a target for Sunni reprisals. These pictures now haunt him as much as the faces of his dead comrades.

    Meanwhile, the fate he suffered two tours in Syria to avoid now seems to be the most that Europe can offer him. Without any of his earlier anger, he said, “I prefer to kill myself here than go to Afghanistan.”

    #enfants-soldats #syrie #réfugiés #asile #migrations #guerre #conflit #réfugiés_afghans #Afghanistan #ISIS #EI #Etat_islamique #trauma #traumatisme #vulnérabilité

    ping @isskein


  • C.I.A. Drone Mission, Curtailed by Obama, Is Expanded in Africa Under Trump

    The C.I.A. is poised to conduct secret drone strikes against Qaeda and Islamic State insurgents from a newly expanded air base deep in the Sahara, making aggressive use of powers that were scaled back during the Obama administration and restored by President Trump.

    Late in his presidency, Barack Obama sought to put the military in charge of drone attacks after a backlash arose over a series of highly visible strikes, some of which killed civilians. The move was intended, in part, to bring greater transparency to attacks that the United States often refused to acknowledge its role in.

    But now the C.I.A. is broadening its drone operations, moving aircraft to northeastern Niger to hunt Islamist militants in southern Libya. The expansion adds to the agency’s limited covert missions in eastern Afghanistan for strikes in Pakistan, and in southern Saudi Arabia for attacks in Yemen.

    Nigerien and American officials said the C.I.A. had been flying drones on surveillance missions for several months from a corner of a small commercial airport in Dirkou. Satellite imagery shows that the airport has grown significantly since February to include a new taxiway, walls and security posts.

    One American official said the drones had not yet been used in lethal missions, but would almost certainly be in the near future, given the growing threat in southern Libya. The official spoke on the condition of anonymity to discuss the secretive operations.

    A C.I.A. spokesman, Timothy Barrett, declined to comment. A Defense Department spokeswoman, Maj. Sheryll Klinkel, said the military had maintained a base at the Dirkou airfield for several months but did not fly drone missions from there.

    The drones take off from Dirkou at night — typically between 10 p.m. and 4 a.m. — buzzing in the clear, starlit desert sky. A New York Times reporter saw the gray aircraft — about the size of Predator drones, which are 27 feet long — flying at least three times over six days in early August. Unlike small passenger planes that land occasionally at the airport, the drones have no blinking lights signaling their presence.

    “All I know is they’re American,” Niger’s interior minister, Mohamed Bazoum, said in an interview. He offered few other details about the drones.

    Dirkou’s mayor, Boubakar Jerome, said the drones had helped improve the town’s security. “It’s always good. If people see things like that, they’ll be scared,” Mr. Jerome said.

    Mr. Obama had curtailed the C.I.A.’s lethal role by limiting its drone flights, notably in Yemen. Some strikes in Pakistan and elsewhere that accidentally killed civilians, stirring outrage among foreign diplomats and military officials, were shielded because of the C.I.A.’s secrecy.

    As part of the shift, the Pentagon was given the unambiguous lead for such operations. The move sought, in part, to end an often awkward charade in which the United States would not concede its responsibility for strikes that were abundantly covered by news organizations and tallied by watchdog groups. However, the C.I.A. program was not fully shut down worldwide, as the agency and its supporters in Congress balked.

    The drone policy was changed last year, after Mike Pompeo, the C.I.A. director at the time, made a forceful case to President Trump that the agency’s broader counterterrorism efforts were being needlessly constrained. The Dirkou base was already up and running by the time Mr. Pompeo stepped down as head of the C.I.A. in April to become Mr. Trump’s secretary of state.

    The Pentagon’s Africa Command has carried out five drone strikes against Qaeda and Islamic State militants in Libya this year, including one two weeks ago. The military launches its MQ-9 Reaper drones from bases in Sicily and in Niamey, Niger’s capital, 800 miles southwest of Dirkou.

    But the C.I.A. base is hundreds of miles closer to southwestern Libya, a notorious haven for Al Qaeda and other extremist groups that also operate in the Sahel region of Niger, Chad, Mali and Algeria. It is also closer to southern Libya than a new $110 million drone base in Agadez, Niger, 350 miles west of Dirkou, where the Pentagon plans to operate armed Reaper drone missions by early next year.

    Another American official said the C.I.A. began setting up the base in January to improve surveillance of the region, partly in response to an ambush last fall in another part of Niger that killed four American troops. The Dirkou airfield was labeled a United States Air Force base as a cover, said the official, who spoke on the condition of anonymity to discuss confidential operational matters.

    The C.I.A. operation in Dirkou is burdened by few, if any, of the political sensitivities that the United States military confronts at its locations, said one former American official involved with the project.

    Even so, security analysts said, it is not clear why the United States needs both military and C.I.A. drone operations in the same general vicinity to combat insurgents in Libya. France also flies Reaper drones from Niamey, but only on unarmed reconnaissance missions.

    “I would be surprised that the C.I.A. would open its own base,” said Bill Roggio, editor of the Foundation for Defense of Democracies’ Long War Journal, which tracks military strikes against militant groups.

    Despite American denials, a Nigerien security official said he had concluded that the C.I.A. launched an armed drone from the Dirkou base to strike a target in Ubari, in southern Libya, on July 25. The Nigerien security official spoke on the condition of anonymity to discuss the classified program.

    A spokesman for the Africa Command, Maj. Karl Wiest, said the military did not carry out the Ubari strike.

    #Ubari is in the same region where the American military in March launched its first-ever drone attack against Qaeda militants in southern Libya. It is at the intersection of the powerful criminal and jihadist currents that have washed across Libya in recent years. Roughly equidistant from Libya’s borders with Niger, Chad and Algeria, the area’s seminomadic residents are heavily involved in the smuggling of weapons, drugs and migrants through the lawless deserts of southern Libya.

    Some of the residents have allied with Islamist militias, including Al Qaeda in the Islamic Maghreb, which operates across Algeria, Mali, Niger and Libya.

    Dirkou, in northeast Niger, is an oasis town of a few thousand people in the open desert, bordered by a small mountain range. For centuries, it has been a key transit point for travelers crossing the Sahara. It helped facilitate the rise of Islam in West Africa in the 9th century, and welcomed salt caravans from the neighboring town of Bilma.

    The town has a handful of narrow, sandy roads. Small trees dot the horizon. Date and neem trees line the streets, providing shelter for people escaping the oppressive midday heat. There is a small market, where goods for sale include spaghetti imported from Libya. Gasoline is also imported from Libya and is cheaper than elsewhere in the country.

    The drones based in Dirkou are loud, and their humming and buzzing drowns out the bleats of goats and crows of roosters.

    “It stops me from sleeping,” said Ajimi Koddo, 45, a former migrant smuggler. “They need to go. They go in our village, and it annoys us too much.”

    Satellite imagery shows that construction started in February on a new compound at the Dirkou airstrip. Since then, the facility has been extended to include a larger paved taxiway and a clamshell tent connected to the airstrip — all features that are consistent with the deployment of small aircraft, possibly drones.

    Five defensive positions were set up around the airport, and there appear to be new security gates and checkpoints both to the compound and the broader airport.

    It’s not the first time that Washington has eyed with interest Dirkou’s tiny base. In the late 1980s, the United States spent $3.2 million renovating the airstrip in an effort to bolster Niger’s government against Col. Muammar el-Qaddafi, then the leader of Libya.

    Compared with other parts of Africa, the C.I.A.’s presence in the continent’s northwest is relatively light, according to a former State Department official who served in the region. In this part of Niger, the C.I.A. is also providing training and sharing intelligence, according to a Nigerien military intelligence document reviewed by The Times.

    The Nigerien security official said about a dozen American Green Berets were stationed earlier this year in #Dirkou — in a base separate from the C.I.A.’s — to train a special counterterrorism battalion of local forces. Those trainers left about three months ago, the official said.

    It is unlikely that they will return anytime soon. The Pentagon is considering withdrawing nearly all American commandos from Niger in the wake of the deadly October ambush that killed four United States soldiers.

    https://www.nytimes.com/2018/09/09/world/africa/cia-drones-africa-military.html
    #CIA #drones #Niger #Sahel #USA #Etats-Unis #EI #ISIS #Etat_islamique #sécurité #terrorisme #base_militaire

    • Le Sahel est-il une zone de #non-droit ?

      La CIA a posé ses valises dans la bande sahélo-saharienne. Le New-York Times l’a annoncé, le 9 septembre dernier. Le quotidien US, a révélé l’existence d’une #base_de_drones secrète non loin de la commune de Dirkou, dans le nord-est du Niger. Cette localité, enclavée, la première grande ville la plus proche est Agadez située à 570 km, est le terrain de tir parfait. Elle est éloignée de tous les regards, y compris des autres forces armées étrangères : France, Allemagne, Italie, présentes sur le sol nigérien. Selon un responsable américain anonyme interrogé par ce journal, les drones déployés à Dirkou n’avaient « pas encore été utilisés dans des missions meurtrières, mais qu’ils le seraient certainement dans un proche avenir, compte tenu de la menace croissante qui pèse sur le sud de la Libye. » Or, d’après les renseignements recueillis par l’IVERIS, ces assertions sont fausses, la CIA a déjà mené des opérations à partir de cette base. Ces informations apportent un nouvel éclairage et expliquent le refus catégorique et systématique de l’administration américaine de placer la force conjointe du G5 Sahel (Tchad, Mauritanie, Burkina-Faso, Niger, Mali) sous le chapitre VII de la charte des Nations Unies.
      L’installation d’une base de drones n’est pas une bonne nouvelle pour les peuples du Sahel, et plus largement de l’Afrique de l’Ouest, qui pourraient connaître les mêmes malheurs que les Afghans et les Pakistanais confrontés à la guerre des drones avec sa cohorte de victimes civiles, appelées pudiquement « dégâts collatéraux ».

      D’après le journaliste du NYT, qui s’est rendu sur place, les drones présents à Dirkou ressembleraient à des Predator, des aéronefs d’ancienne génération qui ont un rayon d’action de 1250 km. Il serait assez étonnant que l’agence de Langley soit équipée de vieux modèles alors que l’US Air Force dispose à Niamey et bientôt à Agadez des derniers modèles MQ-9 Reaper, qui, eux, volent sur une distance de 1850 km. A partir de cette base, la CIA dispose donc d’un terrain de tir étendu qui va de la Libye, au sud de l’Algérie, en passant par le Tchad, jusqu’au centre du Mali, au Nord du Burkina et du Nigéria…

      Selon deux sources militaires de pays d’Afrique de l’Ouest, ces drones ont déjà réalisé des frappes à partir de la base de Dirkou. Ces bombardements ont eu lieu en Libye. Il paraît important de préciser que le chaos existant dans ce pays depuis la guerre de 2011, ne rend pas ces frappes plus légales. Par ailleurs, ces mêmes sources suspectent la CIA d’utiliser Dirkou comme une prison secrète « si des drones peuvent se poser des avions aussi. Rien ne les empêche de transporter des terroristes de Libye exfiltrés. Dirkou un Guantanamo bis ? »

      En outre, il n’est pas impossible que ces drones tueurs aient été en action dans d’autres Etats limitrophes. Qui peut le savoir ? « Cette base est irrégulière, illégale, la CIA peut faire absolument tout ce qu’elle veut là-bas » rapporte un officier. De plus, comment faire la différence entre un MQ-9 Reaper de la CIA ou encore un de l’US Air Force, qui, elle, a obtenu l’autorisation d’armer ses drones (1). Encore que…

      En novembre 2017, le président Mahamadou Issoufou a autorisé les drones de l’US Air Force basés à Niamey, à frapper leurs cibles sur le territoire nigérien (2). Mais pour que cet agrément soit légal, il aurait fallu qu’il soit présenté devant le parlement, ce qui n’a pas été le cas. Même s’il l’avait été, d’une part, il le serait seulement pour l’armée US et pas pour la CIA, d’autre part, il ne serait valable que sur le sol nigérien et pas sur les territoires des pays voisins…

      Pour rappel, cette autorisation a été accordée à peine un mois après les événements de Tongo Tongo, où neuf militaires avaient été tués, cinq soldats nigériens et quatre américains. Cette autorisation est souvent présentée comme la conséquence de cette attaque. Or, les pourparlers ont eu lieu bien avant. En effet, l’AFRICOM a planifié la construction de la base de drone d’Agadez, la seconde la plus importante de l’US Air Force en Afrique après Djibouti, dès 2016, sous le mandat de Barack Obama. Une nouvelle preuve que la politique africaine du Pentagone n’a pas changée avec l’arrivée de Donald Trump (3-4-5).

      Les USA seuls maîtres à bord dans le Sahel

      Dès lors, le véto catégorique des Etats-Unis de placer la force G5 Sahel sous chapitre VII se comprend mieux. Il s’agit de mener une guerre non-officielle sans mandat international des Nations-Unies et sans se soucier du droit international. Ce n’était donc pas utile qu’Emmanuel Macron, fer de lance du G5, force qui aurait permis à l’opération Barkhane de sortir du bourbier dans lequel elle se trouve, plaide à de nombreuses reprises cette cause auprès de Donald Trump. Tous les présidents du G5 Sahel s’y sont essayés également, en vain. Ils ont fini par comprendre, quatre chefs d’Etats ont boudé la dernière Assemblée générale des Nations Unies. Seul, le Président malien, Ibrahim Boubacar Keïta, est monté à la tribune pour réitérer la demande de mise sous chapitre VII, unique solution pour que cette force obtienne un financement pérenne. Alors qu’en décembre 2017, Emmanuel Macron y croyait encore dur comme fer et exigeait des victoires au premier semestre 2018, faute de budget, le G5 Sahel n’est toujours pas opérationnel ! (6-7) Néanmoins, la Chine a promis de le soutenir financièrement. Magnanime, le secrétaire d’Etat à la défense, Jim Mattis a lui assuré à son homologue, Florence Parly, que les Etats-Unis apporteraient à la force conjointe une aide très significativement augmentée. Mais toujours pas de chapitre VII en vue... Ainsi, l’administration Trump joue coup double. Non seulement elle ne s’embarrasse pas avec le Conseil de Sécurité et le droit international mais sous couvert de lutte antiterroriste, elle incruste ses bottes dans ce qui est, (ce qui fut ?), la zone d’influence française.

      Far West

      Cerise sur le gâteau, en août dernier le patron de l’AFRICOM, le général Thomas D. Waldhauser, a annoncé une réduction drastique de ses troupes en Afrique (9). Les sociétés militaires privées, dont celle d’Erik Prince, anciennement Blackwater, ont bien compris le message et sont dans les starting-blocks prêtes à s’installer au Sahel (10).


      https://www.iveris.eu/list/notes_danalyse/371-le_sahel_estil_une_zone_de_nondroit__


  • L’Etat Islamique revendique l’explosion d’une ampoule dans une cafétéria de Fréjus — Le Gorafi.fr Gorafi News Network
    http://www.legorafi.fr/2017/09/25/letat-islamique-revendique-lexplosion-dune-ampoule-dans-une-cafeteria-de-fr

    L’incident survenu dans la commune du Var vient d’être revendiqué par l’organisation Etat Islamique dans un communiqué ce matin.

    Alors celle là elle m’a mise par terre mdrrrr
    #état_islamique #terrorisme


  • Retour de l’État et concurrence milicienne dans le nord de l’#Irak - Noria Research

    http://www.noria-research.com/retour-etat-concurrence-milicienne-nord-irak

    La fin de la guerre contre l’État Islamique s’est traduite en octobre 2017 par un redéploiement de l’État irakien dans le nord du pays. Ce dernier s’opère à travers la mise en place de réseaux économiques et sécuritaires tenus par les élites miliciennes locales, cooptées par les grands partis chiites nationaux. À l’approche des élections parlementaires prévues en mai 2018, cette nouvelle réalité socio-politique constitue la clef du développement de l’Irak post-État Islamique mais porte également les germes de futures violences 1.

    La guerre contre l’#État_Islamique (EI) a offert à l’État irakien une opportunité historique pour réaffirmer son autorité dans les « territoires disputés » dans le nord du pays, où il se trouvait, depuis 2003, concurrencé par les forces kurdes et les mouvements insurrectionnels arabes sunnites. Ce retour de l’État s’est majoritairement fait à travers les groupes miliciens de la « mobilisation populaire » (al-hashd al-sha‘bi) composés de la jeunesse locale et liés aux grands partis chiites nationaux. Exclusivement décliné sur le mode sécuritaire et par délégation à des acteurs qui jouissent d’une grande autonomie, ce redéploiement de l’État se traduit ainsi par la généralisation d’un modèle politico-milicien. Celui-ci semble bien constituer le premier obstacle à un assainissement du fonctionnement des institutions et du rapport de l’État à la population. Le manque de moyens alloués aux services publics contribue à une situation de vide institutionnel qui profite principalement à une nouvelle élite, composée de chefs miliciens qui se sont imposés dans le Nord à la faveur de la guerre. Désormais à la tête des appareils sécuritaires et des réseaux économiques locaux, positionnés pour capter l’aide à la reconstruction du pays, les groupes armés issus du hashd empêchent la reconstitution de l’insurrection dans la région. Cependant, ceux-ci entrent aujourd’hui dans une phase de pénétration du champ politique qui, à la veille des premières élections post-EI, prévues en mai 2018, a toutes les chances de les voir s’assurer durablement le contrôle des structures de gouvernance locale, et de s’autonomiser vis-à-vis de leurs parrains à Bagdad. La pérennisation à moyen et long terme de ces nouvelles élites locales, supplétives de l’État central, mais sur lesquelles ce dernier exerce une autorité de plus en plus formelle pourrait alors attiser les conflits politiques et identitaires et favoriser le retour d’une résistance armée organisée.


  • Les Américains enquêtent sur les liens entre Lafarge/GBL et les groupes terroristes en Syrie. Martin Buxant - 4 Mai 2018 - L’Echo
    https://www.lecho.be/tablet/newspaper/une/les-activites-syriennes-de-gbl-interessent-les-americains/10008983.html

    Cela commence à faire tache du côté de Gerpinnes, le QG de la famille Frère, actionnaire de référence de GBL. Depuis plusieurs mois, le holding financier du baron Albert Frère est dans le collimateur des enquêteurs belges et, singulièrement, du parquet fédéral, la plus haute autorité belge en matière d’antiterrorisme. Celui-ci a ouvert un dossier en novembre dernier et désigné un juge d’instruction pour enquêter sur des faits commis par le cimentier #Lafarge en Syrie – une entreprise dont #GBL est aujourd’hui actionnaire à 9,43% (20% jusqu’en 2015, date de la fusion avec le Suisse Hocim).


    680 millions de dollars
    Deux préventions sont, à ce stade, explorées par les enquêteurs. Financement d’un groupe #terroriste et participation aux activités d’un groupe terroriste. Lafarge a en effet travaillé entre autres avec l’organisation État islamique (EI) et le Front al Nosra (lié à Al-Qaïda) en vue de préserver les intérêts de son implantation de Jalabiya, une usine située à 90 kilomètres de Raqqa, capitale de l’EI. Cette implantation a représenté un investissement de 680 millions de dollars pour Lafarge en 2010.

    Entre 2011 et 2015, des dizaines millions de dollars auraient été versés via différents canaux (commissions, droits de passage, revente de matériel,…) aux groupes terroristes – ceci alors que la Belgique et les forces de la coalition étaient engagées en pleine guerre contre l’EI en Syrie et en Irak.

    D’après une source judiciaire, « les billets de banque retrouvés dans la poche d’un #Abaaoud ou d’un autre provenaient peut-être de Lafarge. C’est de cela qu’il s’agit. C’est ce cercle du financement du terrorisme que l’on doit casser ».

    Le parquet fédéral a donc ouvert un dossier GBL. Dans un premier temps, les Belges se sont contentés d’épauler les autorités judiciaires françaises qui mènent le dossier Lafarge mais le volet belge a pris de l’ampleur, entre autres via des perquisitions et saisies chez GBL mais aussi via la mise sur écoute téléphonique de plusieurs responsables du holding financier.

    L’ampleur du dossier est devenue telle qu’il a aujourd’hui éveillé la curiosité des autorités américaines. Deux agences, le #FBI et le DOJ (Ministère de la Justice), ont demandé l’accès à toutes les pièces des dossiers « syriens » Lafarge/GBL.

    Interrogé, le parquet fédéral n’indique pas si les pièces ont été transmises. Étant donné le haut degré de collaboration antiterroriste entre Belges, Français et Américains, il apparaît peu probable que l’accès au dossier Lafarge/GBL soit refusé aux autorités américaines…
    Une seule question se pose désormais avec acuité aux enquêteurs dans ce dossier : est-il possible que les représentants de GBL au sein de Lafarge aient pu tout ignorer des agissements du cimentier en Syrie en vue de préserver les intérêts de leur usine ?

    Dommages collatéraux
    A ce stade, les documents saisis sont encore en cours d’analyse. « Le degré d’implication et de connaissance des dirigeants de GBL n’est pas arrêté, mais une chose est déjà certaine : on se trouve à tout le moins face à des comportements complètement #immoraux et #anti-éthiques. C’est très grave », selon une source.

    Plusieurs responsables du groupe, dont Gérald Frère, Gérard Lamarche, Thierry de Rudder, Victor Delloye et Albert Frère, ont été mis sur écoute, selon certains compte-rendus consultés par Le Monde.
    D’après plusieurs sources, l’intérêt américain pour le dossier n’est pas encore très clair mais Washington met en avant la théorie des effets, c’est-à-dire que potentiellement les activités de Lafarge en Syrie ont impacté son économie et sa sécurité nationale. Potentiellement, pour Lafarge/GBL, les dommages collatéraux peuvent être importants puisque les Etats-Unis, en vertu des législations antiterroristes, peuvent empêcher certains groupes qu’ils ont dans leur viseur judiciaire de travailler sur leur territoire.

    Autre effet potentiel, souligne un analyste, le Suisse #Holcim pourrait se retourner contre Lafarge/GBL pour ne pas avoir été mis au courant des déboires judiciaires de Lafarge.

    À ce stade, il est peu probable qu’un procès du groupe GBL se tienne en Belgique : la voie privilégiée par les autorités judiciaires belges est de fournir tous les éléments aux Français qui, eux, pilotent le dossier Lafarge.

    Les autorités belges ont fait de la lutte contre la #corruption internationale une priorité. Des trafics de faux passeports aux dossiers d’adoption bidouillés en République démocratique du Congo, jusqu’aux commissions payées en #Syrie. Une directive a été donnée aux enquêteurs de pousser leur travail le plus loin possible.

    « C’est notre enquête interne qui a permis de révéler ces faits »
    Chez GBL, on trouve la pilule judiciaire particulièrement amère et – pour tout dire – injuste. Le holding financier a engagé les services de #Linklaters, un important cabinet d’avocats bruxellois pour défendre ses intérêts. Les conseils du groupe préfèrent s’exprimer off the record mais la ligne de défense est claire : « Le groupe GBL et ses représentants n’avaient strictement aucune connaissance des activités et du mode opératoire de Lafarge en Syrie et actuellement le groupe GBL collabore pleinement et entièrement avec la justice belge. »

    Du côté de GBL, on met l’accent sur le fait que c’est un audit diligenté au sein de Lafarge à la demande expresse de GBL qui est à l’origine des révélations sur les agissements avec l’#État_islamique. Cet audit a été réalisé par le cabinet Baker & McKenzie et toutes les conclusions ont été transmises aux enquêteurs belges et français, insiste-t-on du côté de GBL. « C’est quand même à souligner : c’est nous-mêmes qui avons permis que ces faits soient mis au jour via un travail de bénédictin », dit-on.

    GBL pointe le fait que tous les documents nécessaires ont pu être saisis lors des perquisitions dans les bureaux du groupe. Et les conseils du groupe expliquent ceci : GBL est une holding financière détenant des participations dans une dizaine de sociétés. Le fonctionnement du groupe est celui-ci : GBL délègue des représentants dans les conseils et comités des structures où elle a investi, mais c’est d’abord et avant tout les aspects financiers qui sont scrutés. « Le profil des représentants le prouve, ce ne sont pas des opérationnels. Ils reçoivent des dossiers de la part du management, ils discutent des ordres du jour, mais ils sont actifs sur les points financiers. Nos représentants n’ont évidemment jamais entendu parler de #Daech ou quoi que ce soit et dès que ça a été le cas il y a eu audit interne et transmission des pièces à la justice. »

    La justice estime que certaines pièces et PV sont manquants : « Si des pièces sont manquantes, c’est chez Lafarge, nous n’avons jamais eu accès à ces pièces. » Sur le fait que les comptes rendus de certaines écoutes téléphoniques laissent entendre que des représentants de GBL auraient pu se douter des agissements de Lafarge en Syrie : l’instruction judiciaire est en cours et les avocats du groupe GBL n’ont pas encore eu accès au dossier judiciaire complet et ne peuvent donc prendre position. « Personne chez GBL n’était au courant. Ces informations ne sont pas remontées depuis Lafarge. À présent, c’est à la justice à déterminer qui savait quoi, comment et à quel moment. » Interrogé également, le CEO du groupe GBL Gérard Lamarche assure ne jamais avoir été mis au courant des agissements de Lafarge en Syrie.

    #grand_homme #grand_patron #javel #terrorisme #argent #LafargeHolcim #multinationales #influence #attentats #BNB

    Suite de https://seenthis.net/messages/652093



  • #Dawla

    Dawla in arabo significa Stato ed è uno dei modi in cui gli affiliati dello Stato islamico chiamano la propria organizzazione. Gabriele Del Grande è andato a incontrarli in un avventuroso viaggio partito nel Kurdistan iracheno e terminato con il suo arresto in Turchia. Questo libro è il racconto delle loro storie intrecciate alla storia più grande dell’ascesa e della caduta dello Stato islamico.

    Un racconto che parte nel 2005 nei sotterranei del carcere di massima sicurezza di Saydnaya, in Siria, e che passa per la rivoluzione fallita del 2011, la guerra per procura contro al-Asad, il ritorno del Califfato e gli attentati che hanno sconvolto l’Europa.

    Senza mai cedere ai toni della saggistica, Del Grande mette in scena una galleria di personaggi le cui vicende si snodano in un intreccio di storytelling e geopolitica. Un manifestante siriano spinto da un’autentica sete di giustizia a prendere le armi e che, davanti alla corruzione dell’Esercito Libero, sceglie di arruolarsi nel Dawla, dove farà carriera come agente dei servizi segreti interni ed emiro della polizia morale, hisba. Un hacker giordano in fissa con l’esoterismo giunto in Siria seguendo le profezie sulla fine del mondo e finito nel braccio dei condannati a morte in una prigione segreta del Dawla. E un avventuriero iracheno ingaggiato da un ex colonnello dell’Anbar che grazie alla propria intraprendenza si addentrerà nel livello più oscuro dei servizi segreti del Dawla, quello responsabile della pianificazione degli attentati in Europa.

    Asciutto e spietato come una tragedia classica, avvincente come un action movie, questo libro straordinario ci racconta storie forti, piene di colpi di scena, avventure, sentimenti, rabbia, amore, vita, morte, punti di vista opposti sulla guerra e sul mondo.

    https://www.librimondadori.it/libri/dawla-gabriele-del-grande
    #EI #Etat_islamique #Syrie #djihad #daech #ISIS #Gabriele_del_Grande #livre


  • Au #Sahel, #sécheresse et #jihad créent une « #crise_pastorale » explosive

    Au Sahel, la sécheresse chasse les troupeaux et leurs bergers vers des contrées plus accueillantes, déclenchant une « crise pastorale » qui risque d’aggraver l’insécurité alimentaire dans une région déjà fragilisée par la présence de groupes jihadistes, alertent les spécialistes.

    Traditionnelles, les migrations transfrontalières de troupeaux en #Afrique_de_l'ouest ont été cette semaine au centre d’une réunion de trois jours des membres du Réseau de prévention des crises alimentaires (RPCA), au siège de l’OCDE à Paris.

    Dans plusieurs pays, « il n’y a pas assez de fourrage, et les troupeaux sont partis plus tôt que prévu, en octobre au lieu de janvier, car ils n’avaient plus rien à manger », explique à l’AFP Maty Ba Dio, coordinatrice régionale du projet régional d’appui au pastoralisme au Sahel, basée à Ouagadougou.

    « La difficulté, c’est qu’ils sont arrivés alors que les populations agricoles du sud n’avaient pas complètement fini les récoltes, les animaux ont envahi et détruit les parcelles de culture (...), cela a créé des conflits énormes », regrette-t-elle. Les investissements en semences et engrais ont été anéantis.

    Dans les pays côtiers qui reçoivent les migrations de troupeaux, « comme le #Nigeria, le #Ghana, ou le #Togo », les conflits « ont abouti à des morts d’hommes, avec des images difficiles à regarder », souligne aussi Mme Ba Dio.


    https://afrique.tv5monde.com/information/au-sahel-secheresse-et-jihad-creent-une-crise-pastorale-explosive
    #pastoralisme #élevage #EI #Etat_islamique #ISIS #djihadisme


  • « Qui sait, Bachar sera peut-être jugé un jour ? »

    Alors que le régime de Damas redouble d’atrocités, magistrats et ONG instruisent – en secret parfois – les crimes du régime. « La Croix » a rencontré les acteurs de cette #traque hors norme, menée du nord de l’Europe au cœur de la Syrie.


    https://services.la-croix.com/webdocs/pages/longform_Syrie/index.html
    #crimes #Bachal_al-Assad #Syrie #Cour_pénale_internationale (#CPI) #justice

    • En tous cas, Bachar el-Assad est un homme soigneux.

      On ne peut pas en dire autant de notre président El à Zad.

      _ Mon commentaire ne veux pas dire que je partages les actes et idées du Président de la République Arabe Syrienne.

    • Je suis en train de lire le livre de #Gabriele_Del_Grande sur la naissance de l’#Etat_islamique (#EI #daesh)...
      Il a interviewé des dizaines de personnes et décidé de raconter l’histoire de quatre combattants de l’Etat islamique : des biographies passionnantes, des parcours de vie tourmentés, des corps qui sont souvent passés par des mois de #torture subie dans les prisons du #régime_syrien. Un livre nécessaire (j’en suis à la page 100 de 600), mais qui fait très très mal.

      #Dawla

      Dawla in arabo significa Stato ed è uno dei modi in cui gli affiliati dello Stato islamico chiamano la propria organizzazione. Gabriele Del Grande è andato a incontrarli in un avventuroso viaggio partito nel Kurdistan iracheno e terminato con il suo arresto in Turchia. Questo libro è il racconto delle loro storie intrecciate alla storia più grande dell’ascesa e della caduta dello Stato islamico.

      Un racconto che parte nel 2005 nei sotterranei del carcere di massima sicurezza di Saydnaya, in Siria, e che passa per la rivoluzione fallita del 2011, la guerra per procura contro al-Asad, il ritorno del Califfato e gli attentati che hanno sconvolto l’Europa.

      Senza mai cedere ai toni della saggistica, Del Grande mette in scena una galleria di personaggi le cui vicende si snodano in un intreccio di storytelling e geopolitica. Un manifestante siriano spinto da un’autentica sete di giustizia a prendere le armi e che, davanti alla corruzione dell’Esercito Libero, sceglie di arruolarsi nel Dawla, dove farà carriera come agente dei servizi segreti interni ed emiro della polizia morale, hisba. Un hacker giordano in fissa con l’esoterismo giunto in Siria seguendo le profezie sulla fine del mondo e finito nel braccio dei condannati a morte in una prigione segreta del Dawla. E un avventuriero iracheno ingaggiato da un ex colonnello dell’Anbar che grazie alla propria intraprendenza si addentrerà nel livello più oscuro dei servizi segreti del Dawla, quello responsabile della pianificazione degli attentati in Europa.

      Asciutto e spietato come una tragedia classica, avvincente come un action movie, questo libro straordinario ci racconta storie forti, piene di colpi di scena, avventure, sentimenti, rabbia, amore, vita, morte, punti di vista opposti sulla guerra e sul mondo.

      Dawla nasce da un progetto di crowdfunding che ha avuto un appoggio appassionato e generoso da parte dei sostenitori di Del Grande, qui impegnato ad affrontare con la massima competenza e un piglio narrativo eccezionale lo scomodo punto di vista dei carnefici. “Non per giustificare, non per umanizzare. Ma unicamente per raccontare e, attraverso una storia, cercare una risposta, ammesso che ve ne sia una, a quell’antica domanda sulla banalità del male che da sempre riecheggia nelle nostre teste dopo ogni guerra.”

      https://www.librimondadori.it/libri/dawla-gabriele-del-grande
      #livre


  • Pas écouté mais pour info : le New York Times lance son #podcast sur l’#État_islamique : Caliphate
    https://www.nytimes.com/interactive/2018/podcasts/caliphate-isis-rukmini-callimachi.html

    A new audio series following #Rukmini_Callimachi as she reports on the Islamic State and the fall of Mosul.

    Pas de flux RSS repérable pour l’instant (le contraire eut été étonnant), mais il est téléchargeable via les applis de podcast sans abonnement au New York Times.


  • Entre la Turquie et Daech, des échanges de prisonniers qui interrogent

    A plusieurs reprises depuis 2014, la #Turquie aurait envoyé en Syrie des dizaines de détenus djihadistes, dont des Français, livrés contre des prisonniers de #Daech. Des informations recueillies par le JDD confirment ces tractations inavouables qui mettent en cause la coopération antiterroriste avec Ankara.

    http://www.lejdd.fr/international/enquete-entre-la-turquie-et-daech-des-echanges-de-prisonniers-qui-interrogent-
    #échange_de_prisonniers #EI #Etat_islamique


  • Quatre morts dans un attentat commis par « un soldat de l’Etat islamique »
    https://www.mediapart.fr/journal/france/230318/quatre-morts-dans-un-attentat-commis-par-un-soldat-de-l-etat-islamique

    Après la prise d’otages à #Trèbes, dans l’Aude, le 23 mars 2018. © Reuters Quatre victimes sont à déplorer, ce vendredi 23 mars, après une double attaque survenue dans l’Aude, où un individu armé a tiré sur des CRS et des automobilistes avant de prendre en otages plusieurs personnes dans un supermarché. Au cours de l’assaut, le terroriste a été abattu par le GIGN. L’État islamique a revendiqué l’attentat.

    #France #Amedy_Coulibaly #Arnaud_Beltrame #Aude #Carcassonne #Etat_islamique #Gérard_Collomb #Larossi_Abballa #Redouane_Lakdim #Salah_Abdeslam


  • Trois morts dans un attentat commis par « un soldat de l’Etat islamique »
    https://www.mediapart.fr/journal/france/230318/trois-morts-dans-un-attentat-commis-par-un-soldat-de-l-etat-islamique

    Après la prise d’otages à #Trèbes, dans l’Aude, le 23 mars 2018. © Reuters Au moins trois victimes sont à déplorer, ce vendredi 23 mars, après une double attaque survenue dans l’Aude, où un individu armé a tiré sur des CRS et des automobilistes avant de prendre en otages plusieurs personnes dans un supermarché. Au cours de l’assaut, le terroriste a été abattu par le GIGN. L’État islamique a revendiqué l’attentat.

    #France #Amedy_Coulibaly #Aude #Carcassonne #Etat_islamique #Gérard_Collomb #Larossi_Abballa #Redouane_Lakdim #Salah_Abdeslam


  • Raytheon-Jordan Border Defense Against ISIS Enters Final Phase

    A US-funded partnership between Jordan and #Raytheon is entering the final phase of a nearly $100 million program to guard the Hashemite Kingdom against infiltrators from the Islamic State group and other extremist organizations operating beyond its border with Syria and Iraq.


    https://www.defensenews.com/global/mideast-africa/2016/05/26/raytheon-jordan-border-defense-against-isis-enters-final-phase
    #Jordanie #Syrie #Irak #murs #frontières #barrières_frontalières #ISIS #EI #Etat_islamique


  • Les enfants tueurs de l’État islamique
    https://www.mediapart.fr/journal/france/050318/les-enfants-tueurs-de-l-etat-islamique

    Capture d’écran d’une vidéo de propagande intitulée « Mon père a dit » et diffusée fin décembre 2016. © DR Un djihadiste toulousain a expliqué, lors de son audition à son retour de Syrie, que l’État islamique projetait en Europe des attentats commis par des enfants. Si un seul cas suspect a été détecté parmi les quelque soixante-dix mineurs rentrés en #France, le parquet de Paris adapte sa politique pénale. Selon nos informations, les enfants âgés de 13 ans seront désormais placés en garde à vue à leur arrivée dans l’Hexagone.

    #Abou_Moussab_al-Zarqaoui #DGSI #enfants_soldats #Etat_islamique #Jonathan_Geffroy #Kevin_Guiavarch #Laurent_Nunez #Lionceaux_du_Califat #Oussama_Ben_Laden #Patrick_Calvar #Reda_Hame



  • Shifting relationships, growing threats: Who’s who of insurgent groups in the Sahel

    In the six years since a separatist rebellion broke out in northern #Mali in January 2012, armed groups in West Africa’s Sahel region have grown considerably in both number and the complexity of their ever-evolving relationships with one another.


    http://www.irinnews.org/analysis/2018/02/15/Sahel-militant-groups-Mali-Niger-threat
    #Sahel #Niger #Nigeria #Burkina_Faso #Tchad #ISIS #Etat_islamique #EI #boko_haram #djihadisme
    cc @reka


  • Prisonniers en #Irak ou en #Syrie, les Français de l’Etat islamique piègent le gouvernement
    https://www.mediapart.fr/journal/france/160218/prisonniers-en-irak-ou-en-syrie-les-francais-de-letat-islamique-piegent-le

    Photo de propagande d’un tireur d’élite de l’État islamique © DR Prisonniers des Irakiens, des Syriens, des Kurdes et des Turcs, des #djihadistes français et leurs familles sont une épine dans le pied de l’État français. Un peu moins d’une centaine d’individus, dont, selon nos informations, 32 mineurs, sont concernés. Faut-il les laisser juger sur place ou réclamer leur extradition ?

    #France #attentats #Attentats_du_13-Novembre #califat #Djihad #Etat_islamique #François_Molins #Justice #Kurdistan #revenants #terrorisme


  • La #Syrie est en feu
    https://www.mediapart.fr/journal/international/110218/la-syrie-est-en-feu

    Après un bombardement à Hamoria, dans la plaine de la Ghouta, vendredi 9 février 2017. © REUTERS/Bassam Khabieh La défaite de l’État islamique a encore aggravé la situation en Syrie, où les pays impliqués dans le conflit se retrouvent désormais face à face. Avec une attaque aérienne d’envergure contre des cibles syriennes et iraniennes, #Israël entre à son tour dans la bataille.

    #International #Etat_islamique #Etats-Unis #Iran #Russie #turquie


  • Anatomie de la menace terroriste en #France
    https://www.mediapart.fr/journal/france/060218/anatomie-de-la-menace-terroriste-en-france

    L’Etat islamique en 2018, vu par les services secrets (2/2). La France a surtout été frappée en 2017 par un terrorisme endogène, visant les forces de sécurité 9 fois sur 11, dans des attaques au mode opératoire sommaire. Depuis trois ans, sur les 20 auteurs d’attentats recensés, seulement trois étaient en situation irrégulière.

    #Ahmed_Hanachi #Champs-Elysées #DGSI #Didier_Deschamps #EMOPT #Etat_islamique #Karim_Cheurfi #opération_Sentinelle #Tour_Eiffel #UCLAT #Xavier_Jugelé


  • L’Etat islamique en 2018, vu par les services secrets
    https://www.mediapart.fr/journal/international/040218/l-etat-islamique-en-2018-vu-par-les-services-secrets

    Photo d’un djihadiste dans un tunnel de Mossoul Depuis plusieurs mois, l’organisation terroriste anticipait la perte de son califat. Les services de renseignement français craignent désormais la relocalisation des troupes sur d’autres théâtres de djihad et l’envoi de clandestins en Europe par le biais d’un mystérieux « Comité d’émigration et de logistique », basé en Turquie, au Liban et en Jordanie.

    #International #Abou_Bakr_Al-Baghdadi #Abou_Mohamed_al-Joulani #Amniyat #Attentats_du_13-Novembre #comité_d'émigration_et_de_logistique #DGSI #Emmanuel_Macron #Etat_islamique #Hay’at_Tahrir_al-Sham #Omar_Diaby #Tracfin


  • Migranti soccorsi nel Mediterraneo, cade l’obbligo di trasferirli in Italia

    Il nuovo accordo siglato dal Dipartimento Immigrazione del Viminale con #Frontex

    I migranti soccorsi nel Mediterraneo dovranno essere trasferiti nel porto più vicino. E dunque cade l’obbligo che vengano portati direttamente in Italia, come era invece previsto dalla missione Triton. È quanto prevede il nuovo accordo siglato dall’Italia con Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Nell’intesta siglata dai rappresentati del Dipartimento di immigrazione del Viminale con i rappresentanti Ue si prevede di arretrare la linea di pattugliamento dei nostri mezzi navali a 24 miglia, restringendo in questo modo il campo d’azione.
    In una nota Frontex sottolinea come la nuova operazione nel mar Mediterraneo centrale, «servirà per assistere l’Italia nelle attività di controllo dei confini». La nuova operazione congiunta si chiamerà Themis, «inizierà il 1 febbraio e sostituirà l’operazione Triton lanciata nel 2014. L’operazione Themis continuerà a includere la ricerca e soccorso come componente cruciale. Allo stesso tempo, la nuova operazione avrà un focus rafforzato sulle forze dell’ordine». L’area in cui sarà operativa «coprirà il mar Mediterraneo centrale, dalle acque che coprono i flussi da Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Turchia e Albania».

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_31/migranti-soccorsi-mediterraneo-cade-l-obbligo-trasferirli-italia-168b6

    #Italie #asile #migrations #réfugiés #Méditerranée #contrôles_frontaliers #frontières #opération_Themis #frontières_mobiles
    cc @isskein

    • Frontex lance une opération en Méditerranée centrale, nommée Thémis
      Dénommée Themis, cette opération démarre ce 1er février. Elle remplace l’opération Triton, lancée en 2014. L’opération Themis continuera d’inclure la recherche et le sauvetage. Des missions menées sous la coordination des « différents centres de coordination du sauvetage maritime responsables ». Mais la nouvelle opération aura aussi un axe plus important sur le respect de la loi. Sa zone opérationnelle s’étendra sur la mer Méditerranée centrale dans les eaux couvrant les flux venant d’Algérie, de Tunisie, Libye, Egypte, Turquie et Albanie. NB : la zone d’opération est donc plus large que celle de l’opération Sophia, puisqu’elle couvre également le flanc est (Egypte, Turquie) et le flanc ouest (Algérie) et l’Adriatique.

      Dans le cadre de cette opération, Frontex va aussi poursuivre sa présence dans les hotspots en Italie, où les agents déployés par l’agence aideront les autorités nationales à enregistrer les migrants, notamment en prenant leurs empreintes digitales et en confirmant leur nationalité.

      –-> sauf que le programme de #relocalisations n’est plus actif... pauvre Italie, obligée de prendre des empreintes digitales, mais plus possible de compter sur le programme de relocalisation (même si c’était un échec)

      Le volet sécurité de l’opération Themis comprendra également la collecte de #renseignements et d’autres mesures visant à détecter les #combattants_étrangers et autres menaces terroristes aux frontières extérieures.

      #terrorisme #ISIS #Etat_islamique

      http://www.bruxelles2.eu/2018/01/31/frontex-lance-une-operation-en-mediterranee-centrale-nommee-themis

      –-> Dans cet article il n’est pas fait mention d’un élément mis en avant par Il Corriere :

      I migranti soccorsi nel Mediterraneo dovranno essere trasferiti nel porto più vicino. E dunque cade l’obbligo che vengano portati direttamente in Italia, come era invece previsto dalla missione Triton. È quanto prevede il nuovo accordo siglato dall’Italia con Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Nell’intesta siglata dai rappresentati del Dipartimento di immigrazione del Viminale con i rappresentanti Ue si prevede di arretrare la linea di pattugliamento dei nostri mezzi navali a 24 miglia, restringendo in questo modo il campo d’azione.

      –-> les personnes sauvées en Méditerranée devront être transférées dans le #port_le_plus_proche, il n’y a plus l’obligation de les transporter en Italie... Le port le plus proche = retour en Libye, notamment...
       :-(

    • Frontex launching new operation in Central Med

      Frontex, the European Border and Coast Guard Agency, is launching a new operation in the Central Mediterranean to assist Italy in border control activities.

      The new Joint Operation Themis will begin on 1 February and will replace operation Triton, which was launched in 2014. Operation Themis will continue to include search and rescue as a crucial component. At the same time, the new operation will have an enhanced law enforcement focus. Its operational area will span the Central Mediterranean Sea from waters covering flows from Algeria, Tunisia, Libya, Egypt, Turkey and Albania.

      “Operation Themis will better reflect the changing patterns of migration, as well as cross border crime. Frontex will also assist Italy in tracking down criminal activities, such as drug smuggling across the Adriatic,” said Frontex Executive Director Fabrice Leggeri.

      The security component of Operation Themis will include collection of intelligence and other steps aimed at detecting foreign fighters and other terrorist threats at the external borders.

      “We need to be better equipped to prevent criminal groups that try to enter the EU undetected. This is crucial for the internal security of the European Union,” Leggeri said.

      As part of Operation Themis, Frontex will continue its presence in the hotspots in Italy, where officers deployed by the agency will assist the national authorities in registering migrants, including taking their fingerprints and confirming their nationalities.

      Frontex vessels will continue search and rescue operations under the coordination of the responsible Maritime Rescue Coordination Centres. Last year, Frontex assisted in the rescue of 38 000 people at sea in operations in Italy, Greece and Spain.


      http://frontex.europa.eu/news/frontex-launching-new-operation-in-central-med-OESzij

    • FRONTEX ed il governo italiano contro il diritto internazionale del mare, contro il diritto alla vita dei migranti

      Un articolo del Corriere della Sera ha anticipato la nuova operazione Themis di Frontex che dovrebbe sostituire la precedente operazione TRITON e limitare il ruolo dei mezzi italiani nelle attività di soccorso, addirittura a 24 miglia a sud di Lampedusa, con la possibilità di sbarcare i naufraghi soccorsi in alto mare ( in acque internazionali) nel “porto più vicino” e non nel “place of safetty” imposto dalle Convenzioni internazionali di Montego Bay (UNCLOS) del 1984 e di Amburgo (SAR) del 1979.

      Risalendo alla fonte della notizia le informazioni diffuse dal Corriere appaiono frutto di una visione fortemente influenzata dai rapporti con le polizie e i servizi di informazione. La posizione ufficiale di Frontex è affidata ad un comunicato. Ma un comunicato di polizia non costituisce fonte del diritto. Almeno finora.

      https://www.a-dif.org/2018/02/01/frontex-ed-il-governo-italiano-contro-il-diritto-internazionale-del-mare-cont

    • Con Themis le navi Ue riporteranno i migranti salvati in Libia? No, ma...

      La nuova Operazione dell’agenzia europea Frontex fa prevalere l’opzione del porto più vicino rispetto a quello più sicuro: stop alla prassi di arrivo esclusivo in Italia e incertezza sui futuri luoghi di sbarco, anche se Frontex stessa rassicura sul rispetto della legge marittima internazionale. Manzione, sottosegretario agli Interni: “L’Europa si conferma a due velocità sul tema migranti: per le operazioni di controllo delle frontiere si decide rapidamente, per le alternative ai drammatici viaggi in mare - come i corridoi umanitari - non si arriva mai al dunque”

      http://www.vita.it/it/article/2018/02/01/la-ue-riportera-i-migranti-salvati-in-libia-dietro-le-quinte-della-nuo/145828

    • Opération Thémis. L’agence Frontex agit-elle sans contrôle démocratique ?

      Le lancement récent d’une nouvelle opération au large de la Méditerranée par le corps européen de garde-frontières et de garde-côtes (l’agence Frontex) est interpellant.

      Un objectif très flou

      Le communiqué diffusé à cette occasion laisse planer un certain flou et pose plus de questions qu’il n’en résout. La nouvelle opération s’occupe à la fois de recherche et sauvetage en mer, de renforcement de la loi, de lutte contre la criminalité, contre les réseaux terroristes (lire : Frontex lance une opération en Méditerranée centrale, nommée Thémis). Mais on ne comprend pas vraiment bien l’objectif de la nouvelle mission.

      Une proximité d’objectifs avec EUNAVFOR Med

      Nous avons demandé des précisions à Frontex (basée à Varsovie), surtout sur la façon dont les deux opérations EUNAVFOR Med et Thémis allaient se coordonner. La réponse reçue tout à l’heure (à 13h) est un peu vasouillarde…. Tout d’abord, on nous a annoncé doctement que THEMIS était civile là où EUNAVFOR Med militaire. Une vraie information ! (1). Ensuite, on nous a expliqué que cette mission n’avait pour fonction que le sauvetage en mer et n’avait pas pour tâche la lutte contre les trafics de migrants. Ce qui est, là, en pleine contradiction avec l’énoncé même du communiqué officiel.

      « At the same time, the new operation will have an enhanced law enforcement focus. Its operational area will span the Central Mediterranean Sea from waters covering flows from Algeria, Tunisia, Libya, Egypt, Turkey and Albania. « Operation Themis will better reflect the changing patterns of migration, as well as cross border crime. (…) said Frontex Executive Director Fabrice Leggeri.

      Les mots ne sont pas totalement identiques. Mais ils sont très proches des mots employés pour l’opération EUNAVFOR Med. En tout cas, rien ne permet de faire un réel distinguo entre les deux opérations.

      Une opération déployée sans contrôle démocratique

      Ce raté dans la communication révèle en fait un problème plus général. A la différence des opérations PSDC, qui opèrent dans un cadre précis, ces opérations sont menées sans aucun cadre ni autorisation légale. Certes il y a un règlement définissant l’action du corps européen, certes il y a eu un plan d’opération approuvé au sein de Frontex, en accord avec le pays d’origine. Mais tout cela se fait de façon discrète, « sous la table », à un niveau infrapolitique, sans approbation formelle, ni transparence. Bref, sans contrôle démocratique d’une façon ou d’une autre et sans aucune transparence. Ce qui est contraire aux règles, et surtout, à l’esprit européen.

      … sans aucun cadre légal publié

      Aucune autorité politique compétente au niveau de l’Union européenne — le conseil des ministres par exemple — n’a approuvé une telle opération. Aucune décision cadre n’en a fixé l’objectif, les moyens, les limites, voire la zone d’opération. Aucune décision n’a été publiée au journal officiel ou sur un autre support. Aucune information n’a été donnée sur le coût de cette opération, ni sa durée. Aucun procès verbal n’a été constaté et est accessible publiquement. Aucune information au parlement européen n’a été effectuée officiellement. Aucune traduction même dans les principales langues concernées par cette opération n’a été publiée.

      Une absence de justification expliquant l’exception

      Les bons esprits estimeront sans doute que la nécessité opérationnelle impose cette absence de formalisme. On peut douter de la pertinence de cet argument, du moins au plan européen. Une opération militaire menée au nom de l’Union européenne, financée par les seuls États membres, respecte toutes ces conditions : une décision cadre est approuvée par les ministres et publiée au journal officiel dans toutes les langues. Elle fixe l’objectif, les missions, les moyens, les règles tenant au secret et à la protection des données, donne des indications sur la zone d’opération, le budget affecté, la durée de l’opération et le contrôle politique de l’opération.

      Commentaire : les militaires respectent une certaine obligation démocratique, pourquoi pas les garde-frontières ?

      On peut se demander pourquoi une opération civile, menée toujours au nom de l’Union européenne, dans un cadre communautaire, avec de l’argent communautaire, sous une hiérarchie communautaire, puisse s’abstraire du respect de ces procédures. Quel est le raisonnement politique, démocratique, constitutionnel, juridique, qui peut justifier pareille exception ? (2) Les militaires y arrivent très bien, le corps des garde-frontières et des garde-côtes européens s’il veut garder sa pertinence et sa légitimité devrait y arriver fort bien.

      (Nicolas Gros-Verheyde)

      (1) Ce qui est un peu prendre le public européen pour un imbécile. Nos questions sur l’utilité d’avoir deux opérations plus ou moins dans la même zone, avec plus ou moins les mêmes objectifs, les moyens de coordination, l’utilisation adéquate des financements européens est en revanche restée sans réponse.

      (2) Nous avons demandé la raison d’un tel manque. Aucune réponse satisfaisante n’a été fourni.

      https://www.bruxelles2.eu/2018/02/01/lagence-frontex-est-elle-democratique

    • #Themis: la missione di Frontex voluta da Minniti di cui ora dispone Matteo Salvini

      Themis sostituisce la vecchia missione #Triton, con un mandato allargato e che poco si concentra sugli sbarchi dalla Libia. Per la prima volta una missione dell’agenzia europea Frontex supporta le forze dell’ordine marittime di un governo che dice di voler respingere i “clandestini” direttamente in mare.

      Il 28 agosto 2014 la Lega non era ancora al governo, e Matteo Salvini si esprimeva così sulla sua pagina Facebook: “Secondo voi dire che FRONTEX PLUS è una PRESA PER IL CULO è troppo forte??? Il 18 ottobre TUTTI A MILANO per dire NO a Mare Nostrum, Frontex, Frontex Plus o come diavolo vorranno chiamare operazioni che, invece di respingere i clandestini, favoriscono l’invasione!”.

      #Frontex_Plus, diventata poi Triton, è stata fino a febbraio di quest’anno la missione di Frontex a difesa della frontiere marittime italiane. Non è “indipendente”: infatti lo scopo è il supporto ai mezzi italiani impiegati per la ricognizione in mare, cioè Guardia di Finanza, Guardia costiera e Polizia di stato. L’Agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere – Frontex appunto – finanzia e aiuta il coordinamento della missione Themis, mentre i paesi partecipanti contribuiscono mettendo a disposizione uomini e mezzi, a seconda delle esigenze espresse dall’Italia.

      Alla fine del 2016, la storia tra Salvini e Frontex ha preso un’altra piega: il Financial Times ha pubblicato il famoso report interno (ve ne raccontammo qui: http://openmigration.org/analisi/accuse-alle-ong-cosa-ce-di-falso-o-di-sviante) in cui l’agenzia sosteneva che i trafficanti dessero ai migranti “precise indicazioni prima di partire per raggiungere le navi delle Ong”. Luigi Di Maio, ad aprile 2017, ha attribuito a un altro report di Frontex (Risk Analysis 2017: https://frontex.europa.eu/assets/Publications/Risk_Analysis/Annual_Risk_Analysis_2017.pdf) la tanto citata espressione “taxi del mare” per definire le Ong. Quella frase nel report non c’è, ma ci sono critiche all’atteggiamento poco collaborativo delle Ong e a salvataggi che avverrebbero “prima di chiamate d’emergenza”.

      Quello è stato l’inizio delle intese tra Lega e Cinque Stelle sull’immigrazione, con Frontex citata a sostegno delle argomentazioni anti-Ong – il primo atto della campagna condotta dalla procura di Catania e dal suo capo Carmelo Zuccaro. “Io sto con Zuccaro, io sto con Frontex”, diceva Salvini a maggio 2017, “che certificano, sostengono e confermano quello che qualunque normodotato in Italia e nel mondo ha ormai intuito: l’immigrazione clandestina è organizzata, finanziata, è un business da 5 miliardi di euro e ha portato a 13 mila morti sul fondo del mare”.

      Ora la missione di Frontex cominciata a febbraio è cambiata per nuove esigenze dell’Italia. La “revisione” del mandato è cominciata a luglio del 2017 per volere dell’allora ministro Marco Minniti, che aveva inserito questa missione nella strategia più complessiva dell’Italia in Libia. Come vedremo, il compito principale di raccordo con le autorità marittime locali lo svolge la Marina Militare.

      La nuova missione di Frontex è stata battezzata Themis. È la prima a supporto di un governo che dice di voler respingere i “clandestini” in mare.
      Da paese di frontiera, è ovvio che l’Italia sia uno dei principali interlocutori di Frontex. Il fatto che il governo Lega-Cinque Stelle abbia in animo di respingere i migranti prima che sbarchino, presumibilmente anche con l’ausilio dei mezzi messi a disposizione da Themis, è invece un fatto unico.

      Queste sono le caratteristiche della missione pensata da Minniti e che si ritroverà a gestire, invece, Matteo Salvini. E questo è il modo in cui la missione si inserisce all’interno del piano italiano ed europeo sulla Libia, spesso scoordinato e incomprensibile.
      Le novità di Themis e l’allargamento del mandato deciso dal Viminale

      Nella missione Themis partecipano insieme a Frontex 27 stati membri. La missione dispone di dieci navi, due elicotteri e altrettanti aerei e un budget annuale di 39 milioni di euro, con i quali Frontex paga sia per i propri mezzi, sia per quelli appartenenti ai paesi europei impiegati poi nella missione.

      Themis ha alcune caratteristiche differenti rispetto alla precedente Triton. In primo luogo, come spiega il Viminale, il limite dalle coste italiane della linea di pattugliamento: Triton arrivava fino a 30 miglia nautiche dalle nostre coste, Themis si fermerà a 24, ossia il confine delle cosiddette acque continue. È il limite canonico delle acque di competenza di un paese, superato in occasione della missione Triton a causa delle condizioni particolari del 2014, il suo anno di nascita. C’è da ipotizzare che il lieve indietreggiare di Themis sia anche un modo per dare maggiore spazio di manovra alle nuove autorità libiche, alle quali l’Italia sta fornendo assistenza per realizzare a Tripoli un nuovo Mrcc, il centro di coordinamento dei salvataggi a Tripoli.

      Una seconda differenza tra Triton e Themis riguarda il mandato. Themis non ha come unico scopo il contrasto all’immigrazione irregolare, né si concentra solo sul Mediterraneo centrale: copre anche i flussi di uomini e droga nel Mediterraneo orientale (Albania e Turchia) e occidentale (Tunisia e Algeria), che erano fuori dal mandato di Triton. Uno spostamento di focus legato anche al calo negli sbarchi.

      Le nuove aree interessano a Frontex e agli inquirenti italiani soprattutto per gli “sbarchi fantasma” dalla Tunisia. Pescherecci, barche a vela, motoscafi con poche decine di persone a bordo che sbarcano sulle coste della Sicilia meridionale senza che i migranti a bordo passino da strutture di accoglienza o identificazione: ogni loro spostamento è gestito da organizzazioni italo-tunisine. Sono vittime di tratta? Lavoratori forzati? Manodopera criminale? Potenziali terroristi? Le ipotesi sono tutte al vaglio degli inquirenti.

      Sulla carta, poi, Themis rompe il vincolo stabilito da Triton per il quale ogni migrante salvato nella missione doveva sbarcare in un porto sicuro italiano. Al momento, però, non sono registrati sbarchi, a parte per urgenze mediche individuali, in porti diversi da quelli italiani. E il 7 giugno c’è stato l’ennesimo braccio di ferro tra Malta e l’Italia, quando le autorità dell’isola non hanno concesso a Sea Watch di sbarcare 120 migranti in un momento in cui l’imbarcazione dell’Ong era in difficoltà per le condizioni del mare. Ora, con il caso Aquarius, lo scontro con La Valletta è diventato aperto e duro.
      Poca trasparenza

      Da parte di Frontex c’è molta riservatezza sulle operazioni in corso. Piano operativo e contratti di utilizzo di ogni mezzo impiegato in mare sono i documenti fondamentali per capire esattamente cosa faccia Themis. L’agenzia per il pattugliamento delle frontiere, però, fino a oggi ha diffuso questo genere di documenti soltanto a missioni concluse.

      “Nella mia esperienza, Frontex è molto riluttante a condividere i dati delle proprie missioni, soprattutto i piani operativi”, spiega Luisa Izuzquiza, ricercatrice indipendente che da un anno e mezzo deposita richieste di accesso agli atti presso gli uffici dell’Agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere. La motivazione con cui le viene negato l’accesso è sempre la stessa: la pubblica sicurezza.

      A gennaio 2018, dopo l’ennesimo rifiuto, Luisa Izuzquiza ha portato Frontex di fronte alla Corte di giustizia europea per ottenere la pubblicazione dei contratti impiegati nella scorsa missione, Triton. Alcuni Stati membri, come la Svezia, non hanno avuto problemi a rendere pubblici i documenti con cui mettono a disposizione di Triton i propri mezzi. Tipologia di accordi e costi sono certamente molto simili anche nel caso di Themis. Le spese coperte interamente da Frontex sono un forte incentivo affinché i paesi diano il proprio contributo alle missioni.
      Il coordinamento e i sistemi di condivisione dei dati

      A partire da settembre 2015, la Commissione europea ha introdotto gli hotspot, sviluppati in via sperimentale in Grecia e in Italia, come prime strutture di identificazione dei migranti. A Catania c’è la sede della Task force regionale (Eurtf), che coordina le strutture italiane. Qui, per evitare sovrapposizioni fra le missioni gestite da ciascuno, siedono nello stesso ufficio uomini di Frontex, Easo (l’ufficio europeo per il sostegno all’asilo), Europol, Eurojust, operazione Sophia, polizia, Guardia di finanza e Guardia costiera.

      Meno chiara, però, è la situazione dei canali di comunicazione delle diverse missioni, specialmente fuori dai confini europei. Il principale canale di condivisione dei dati per i paesi del Mediterraneo si chiama Seahorse Mediterraneo Network, una piattaforma utilizzata dalle polizie dei paesi dell’area allo scopo di “rafforzare il controllo delle frontiere”. È un database al momento adottato da Spagna, Italia, Malta, Francia, Grecia, Cipro e Portogallo. La Commissione europea ha messo sul piatto 10 milioni di euro per fare in modo che possano partecipare allo scambio anche Libia, Egitto, Tunisia e Algeria. Se ne discute da ormai tre anni, ma l’unico paese che sembra poterci (e volerci) entrare – tramite l’Italia – è la Libia. Vuol dire che la guardia costiera locale avrà accesso, almeno via Seahorse, agli stessi database marittimi delle nostre forze dell’ordine.

      Nella “Relazione sulla performance per il 2016” (http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/332676.pdf) del Viminale si legge che Seahorse “è stata installata nel Centro Interforze di Gestione e Controllo (Cigc) Sicral di Vigna di Valle (Roma), teleporto principale del Ministero della Difesa, mentre presso il Centro Nazionale di Coordinamento per l’immigrazione “Roberto Iavarone” – Eurosur, sede del Mebocc [Mediterranean Border Cooperation Center], sono stati installati gli altri apparati funzionali alla rete di comunicazione”.

      Il nodo italiano, dunque, sembrerebbe operativo: Seahorse è gestito dal Cigc Sicral, mentre il database-ombrello per mappare in tempo reale tutto ciò che sta accadendo in mare, Eurosur, è gestito dal Centro Roberto Iavarone, che è anche sede del Mebocc, la centrale operativa da cui passano le comunicazioni tra paesi europei, Frontex e paesi terzi.

      Nella stessa relazione c’è anche un secondo passaggio, che conferma la partecipazione dei libici: si legge che nel 2016 in tutto sei “ufficiali della Guardia Costiera-Marina Militare Libica” sono stati ospitati in Italia “con funzioni di collegamento con le autorità libiche e per migliorare/stimolare la cooperazione nella gestione degli eventi di immigrazione irregolare provenienti dalla Libia” nell’ambito del progetto Sea Horse Mediterranean Network. Non è chiaro, al momento, se gli ufficiali libici hanno poi avuto l’accesso al sistema Seahorse anche da Tripoli.
      La sovrapposizione fra Marina militare italiana e autorità marittima libica

      Nel Mediterraneo centrale agisce poi la Marina militare. Rispetto alle tre forze dell’ordine che collaborano con Frontex ha altre regole di ingaggio e un’altra linea di comando. Come ora vedremo, ha anche altre priorità.

      Oltre a partecipare alle operazioni congiunte di Eunavformed, infatti, la Marina militare italiana ha riattivato la cooperazione con la Libia nata nel 2002, all’epoca di Gheddafi, con il nome in codice di Nauras. Difficile sapere quali navi vengono utilizzate e quali siano gli obiettivi strategici attuali dell’accordo militare tra Roma e Tripoli.

      I pochi elementi certi sono emersi grazie al caso giudiziario che ha portato questa primavera prima al sequestro e poi al dissequestro della nave Open Arms, fermata alla fine di marzo 2018 dopo un salvataggio in zona Sar, che aveva visto un duro scontro con le motovedette libiche. Attraverso le informative del comando generale della Guardia costiera italiana, i magistrati – prima di Catania e poi di Ragusa – hanno potuto ricostruire la gestione dei salvataggi del 15 marzo, quando il Mrcc di Roma aveva affidato il coordinamento delle operazioni alle motovedette libiche. Lì emergeva che la nave Capri della Marina militare italiana era intervenuta fin dalle prime ore del mattino parlando con Roma per conto di Tripoli e chiedendo espressamente di fermare l’intervento della Ong – le informative riportano anche un messaggio partito dall’addetto militare italiano a Tripoli.

      Dai brogliacci delle comunicazioni partite e ricevute dal Mrcc di Roma durante le operazioni di salvataggio si ricava inoltre che la Marina militare è intervenuta più volte – sia da unità navali inserite nell’operazione Nauras, sia dal Comando della squadra navale (Cincinav), che dipende direttamente dallo Stato maggiore della Difesa. Tra le carte dell’inchiesta c’è anche una relazione del comando di un’altra nave militare coinvolta, la Alpino – qui nelle vesti di polizia giudiziaria e presente a poche miglia dall’area di salvataggio dove stavano agendo contemporaneamente la Open Arms e la Guardia costiera di Tripoli.

      Lo stretto legame che esiste tra la Guardia costiera libica e la Marina Militare italiana appare ancora più evidente da un messaggio inviato dal comando delle motovedette libiche al Mrcc di Roma. Il numero di telefono del mittente – ovvero dell’autorità marittima libica – ha il prefisso +39 della rete italiana, e porta direttamente alla nave Capri. In altre parole, se chiami la Guardia costiera libica risponde la Marina militare italiana. E non è l’unico caso. Un paio di mesi dopo, la nave di soccorso tedesca Sea Watch ha ricevuto una telefonata dai libici durante un’operazione di salvataggio, che appariva sul display con un numero italiano.

      Quanto siano coinvolte la Marina militare e la Guardia costiera italiana nel respingimento dei migranti è un tema che presto verrà affrontato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, chiamata a discutere una denuncia presentata nei mesi scorsi contro le autorità di Roma.


      http://openmigration.org/analisi/themis-la-missione-di-frontex-voluta-da-minniti-di-cui-ora-dispone-ma
      #Eurtf #Mebocc #Eurosur #Eunavfor_med

    • Themis: la missione di Frontex voluta da Minniti di cui ora dispone Matteo Salvini

      Themis sostituisce la vecchia missione Triton, con un mandato allargato e che poco si concentra sugli sbarchi dalla Libia. Per la prima volta una missione dell’agenzia europea Frontex supporta le forze dell’ordine marittime di un governo che dice di voler respingere i “clandestini” direttamente in mare.

      http://openmigration.org/analisi/themis-la-missione-di-frontex-voluta-da-minniti-di-cui-ora-dispone-ma
      cc @albertocampiphoto


  • Binxet. Sotto il confine

    “Binxet – Sotto il confine” è un viaggio tra vita e morte, dignità e dolore, lotta e libertà. Si svolge lungo i 911 km del confine turco-siriano. Da una parte l’ISIS, dall’altra la Turchia di Erdogan. In mezzo il confine ed una speranza. Questa speranza si chiama #Rojava, soltanto un punto sulla carta di una regione tormentata, terra di resistenza ma anche laboratorio di democrazia dal basso, luogo in cui, sui fucili di chi combatte, sventolano bandiere di colori diversi ma che che parlano lo stesso linguaggio; quello dell’ uguaglianza di genere, dell’autodeterminazione dei popoli e della convivenza pacifica. E’ su questa striscia di terra che si sta giocando la partita più importante; la battaglia contro daesh, il controllo e la chiusura del confine su sui si basa l’accordo tra Unione Europea e Turchia, la violenza repressiva ed autoritaria del dittatore Erdogan. Un racconto di denuncia sulle pesanti responsabilità dell’Europa nel sottoscrivere un accordo che violenta le vite di migliaia di persone, solo un piccolo tassello nella storia di un popolo che continua a non rassegnarsi all’idea di essere diviso dai confini, storie di uomini, donne e bambini che sono l’immagine del non arrendersi.

    https://www.openddb.it/film/binxet-sotto-il-confine
    #film #frontières #Turquie #Syrie #ISIS #Daesh #Etat_islamique #fermeture_des_frontières #accord_UE-Turquie #migrations #asile #réfugiés