• Musiques populaires, une épopée française – série de podcasts à écouter – France Culture
    https://www.franceculture.fr/emissions/series/musiques-populaires-une-epopee-francaise

    Folklore musical des années 30, mouvement folk des années 70, ou musiques trad’ d’aujourd’hui : chaque époque s’empare à sa manière des traditions et expressions populaires et les réinvente.

    Ces renouvellements obéissent aux préoccupations propres de chaque période, dont elles portent l’empreinte, parfois le stigmate.

    Une série documentaire de Péroline Barbet, réalisée par Nathalie Battus

    Passionnant premier épisode très centré sur la collecte.

    #musique #musiques_traditionnelles #ethnomusicologie

  • http://www.archiviosonoro.org

    Il progetto

    Restituire alle comunità locali documenti rappresentativi delle proprie tradizioni culturali, facilitandone la consultazione a studiosi ed appassionati in strutture pubbliche come le sedi regionali dell’Archivio di Stato o della Biblioteca Nazionale: questo l’obiettivo di un progetto che, di anno in anno, si è rivelato più ricco di quanto si potesse inizialmente supporre.

    Grazie alla collaborazione con le principali strutture di settore e il concorso di numerosi ricercatori, è stato possibile raccogliere un’ingente mole di materiali sonori, audiovisivi e fotografici che, per ogni regione, costituisce la più ampia documentazione esistente sulle musiche di tradizione orale, colte in una dimensione diacronica, dalle prime rilevazioni degli anni Cinquanta del secolo scorso fino ai nostri giorni.

    Nello scorrere fondi e raccolte risalta la continuità di un’attività che, a dispetto dei ricorrenti lamenti sulla morte della tradizione, ha impegnato diverse generazioni di ricercatori che spesso hanno proseguito in solitaria un impegno nel frattempo dismesso da gran parte delle istituzioni pubbliche: un patrimonio culturale sommerso perché raccolto da appassionati locali, in molti casi sconosciuti agli stessi addetti ai lavori, e finora inaccessibile ai più, come le rilevazioni sui carnevali campani dell’équipe guidata da Annabella Rossi e Roberto De Simone.

    In questa prospettiva l’approdo alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma costituisce il coronamento di un lavoro svolto negli anni su basi regionali e, allo stesso tempo, rappresenta la legittimazione definitiva dell’importanza delle forme dell’espressività popolare, sia sul versante musicale che su quello linguistico e poetico, ai fini di una rappresentazione esaustiva della cultura nazionale.

    Malgrado la rilevanza dei risultati raggiunti, ancora molto resta da fare al fine di offrire una rappresentazione in presa diretta e il più possibile estensiva delle forme dell’espressività popolare, soggette a continue trasformazioni sia pure nel solco di tenaci persistenze.

    Da parte nostra coltiviamo propositi ancora più ambiziosi, nella convinzione che la restituzione a una fruizione pienamente pubblica di questi patrimoni possa alimentare anche un diverso agire culturale. In particolare, ripristinando la connessione tra ricerca e spettacolo, che ha contrassegnato le stagioni di massimo interesse per le culture di tradizione orale, il riuso e la rivisitazione dei repertori popolari potranno forse realizzarsi in modo più consapevole e meno disordinato di quanto sia accaduto negli ultimi anni, mentre è solo attraverso il coinvolgimento delle comunità locali che questi patrimoni potranno essere percepiti come un ’bene comune’, condiviso e partecipato, del quale – secondo quanto previsto dalla Commissione Rodotà – l’intervento pubblico dovrebbe garantire una “fruizione collettiva, diretta e da parte di tutti, anche in favore delle generazioni future”.

    COME COLLABORARE

    Lavoro sempre in fieri, la Rete degli Archivi è un cantiere aperto ad ogni collaborazione, secondo forme e modalità da concordare di volta in volta ma con alcuni punti fermi e inderogabili.

    Non acquistiamo fondi e raccolte, la cui piena proprietà rimane al ricercatore o agli aventi diritto originari. A fronte della disponibilità a rendere fruibili i materiali delle proprie ricerche (integralmente presso le sedi locali degli archivi e parzialmente online), ci impegniamo a un riversamento conservativo dei materiali e alla loro catalogazione e immissione nel sistema di fruizione, con il vantaggio, per il depositario di un fondo, di riaverlo in ordine e al riparo dal rischio di deterioramenti o perdite irreparabili.

    Il lavoro di catalogazione e immissione dei materiali nel sistema di fruizione è realizzato, per ogni archivio, da una redazione composta da ricercatori e studiosi competenti nei relativi ambiti regionali. Spesso l’autore delle registrazioni si è assunto questo compito che, per ragioni più che evidenti, nessun altro potrebbe svolgere con altrettanta cognizione di causa: solo questo lavoro aggiunto è stato oggetto di un compenso, almeno fino a quando abbiamo avuto le risorse finanziarie per farlo.

    IL TRACCIATO CATALOGRAFICO

    Il bene etnomusicologico presenta una complessità tale da non potersi risolvere linearmente nelle categorie adottate per i materiali demoetnoantropologici né in quelle in uso per i fenomeni musicali in senso lato, dovendosi considerare, per ogni singolo documento, l’aspetto contestuale (cioè le occasioni, le modalità e le funzioni d’uso), l’aspetto verbale e quello musicale. Le “voci” di un thesaurus capace di assolvere a queste funzioni sarebbero però tanto numerose da risultare uno strumento poco efficace sia per il lavoro del catalogatore che per la ricerca dell’utente finale, mentre la riduzione di queste voci determinerebbe una drastica perdita in termini di definizione analitica, ricadendo nella genericità di gran parte dei sistemi di archiviazione attualmente in uso, organizzati per lo più attorno a uno solo dei tre elementi di un canto o di una musica popolare.

    Da qui la nostra scelta, che denuncia l’esistenza di un problema ma, allo stesso tempo, offre una sua parziale, oltre che provvisoria, soluzione. Pur presentando tutti i campi presenti nei sistemi attualmente in uso, il tracciato catalografico adottato per la Rete degli Archivi è impostato su un campo a testo libero – descrizione – dove possono ritrovarsi tutti gli aspetti che concorrono alla definizione di un canto, secondo quanto già si conosce attorno ad esso e in una logica di progressione continua, aperta a integrazioni successive con l’ampliarsi delle conoscenze.

    Decisione maturata sulla base di quanto sostenuto da Walter Brunetto nella densa introduzione al Piccolo vocabolario etnomusicologico, che costituisce il primo, sistematico, contributo alla definizione di un lessico strutturato per le musiche di tradizione orale d’Italia: anche per questo ne consigliamo l’adozione a tutti i collaboratori della Rete degli Archivi.

    #archive_sonore #son #ethnomusicologie #italie #musique_traditionelle @cdb_77 @wizo

  • The Magnificent Cross-Cultural Recordings of Kenya’s Kipsigis Tribe - The New Yorker
    http://www.newyorker.com/culture/cultural-comment/the-magnificent-cross-cultural-recordings-of-kenyas-kipsigis-tribe

    In 1950, Hugh Tracey, a British-born ethnomusicologist, travelled to Kapkatet, Kenya, to record the native songs of the Kipsigis, a pastoral tribe based in the western highlands of the Rift Valley. Tracey had been studying African music since 1921,

    Tracey believed that the indigenous music of Africa was being slowly eradicated and that this was a grave tragedy, and he was right. But while the impulse toward preservation is laudable—Tracey wanted to protect something he respected, and was acting in service of a population he loved—very few creative expressions, no matter how remote, are ever actually free of foreign winds. “Chemirocha III,” it turns out, is no exception. The more the Kipsigi girls repeat the song’s title—with a deliberate pause between the second and third syllable, as if it were two words, Chimi Rocha, Chimi Rocha, Chimi Rocha—the more it becomes clear that, as Tracey discovered, the Kipsigi girls were in fact singing the name of the American country star Jimmie Rodgers.

    At some point between 1927 and 1950, a handful of 78-r.p.m. records containing songs yodelled by Rodgers were brought to East Africa, played on portable turntables, and then left behind by Christian missionaries. Rodgers has long been considered one of the forefathers of commercial country music; at the time of his death, in 1933 (he died young, of tuberculosis), he accounted for nearly ten per cent of RCA Victor’s record sales. Rodgers’s “blue yodels,” in which his voice leaps and undulates wildly—maybe in an approximation of a lonesome train whistle, a sound that Rodgers, who had worked for years as a brakeman on the New Orleans and Northeastern Railroad, had likely internalized—were hugely popular. Bob Dylan later said that Rodgers’s yodel “defies the rational and conjecturing mind.”

    The Chemirocha-as-Jimmie-Rodgers story can seem apocryphal—it is too strange, too funny—but both Tracey and the Kipsigis themselves later corroborated and repeated it. “Chemirocha III” is the sound of Rodgers’s strange, melancholy warble, refracted through the imaginations of giddy Kenyan girls. And it is captivating.

    The story of “Chemirocha III” feels like an object lesson in the inadvertent benefits of intercultural melding, and of the slipperiness of “purity” itself—as a musical idea, or otherwise. The fact that a record of mid-century African field recordings made by a British folklorist contains a Kenyan folk song inspired by an early country singer from Meridian, Mississippi, himself supposedly inspirited by Swiss yodellers and Celtic hymns and African-American gandy dancers, themselves the descendants of slaves brought to America from Africa, is dizzying, but it still raises important questions about how culture actually moves.

    #musique #domaine_public #ethnomusicologie #échanges_culturels

  • Et un autre #histoire_vivante sur l’Afghanistan (l’autre série sur l’Afghanistan, ici : http://seen.li/97dg) :

    « Histoire Vivante » s’arrête sur quelques épisodes d’une histoire proche mais également fort lointaine de l’Afghanistan. Il est question de guerres, de conflits et de massacres mais aussi d’influence culturelle, de poètes ou encore de peinture et d’écritures.

    Dimanche 20 septembre 2015, vous pouvez découvrir sur RTS Deux : « Le dernier calife d’Afghanistan », un documentaire de Claire Billet (France / 2014) :

    « Le mollah Omar, chef des talibans afghans, a été officiellement déclaré mort en juillet 2015. Peu avant, trois journalistes occidentales en burqa ont sillonné le pays à la recherche de ceux qui l’ont connu. Leur enquête révèle les facettes inattendues d’un homme discret et pieux, qui a vécu un destin hors du commun. »

    Entretien avec Laurent Aubert, ethnomusicologue

    Entretien avec Laurent Aubert, ethnomusicologue et directeur des Ateliers dʹ#ethnomusicologie de Genève. Une rencontre autour des influences des cultures persanes et indiennes sur la musique afghane.

    http://www.rts.ch/docs/histoire-vivante/7042237-l-afghanistan-1-5-14-09-2015.html
    #musique

    Invasion et poèmes

    Les forces soviétiques envahissent l’Afghanistan le 25 décembre 1979. Ils prennent brusquement contrôle de la ville de Kaboul. Dʹautres villes vont suivre. Les Russes exécutent le président Haffizullah Amin. Un autre homme le remplace à la tête du pays, Babrak Karmel. Sitôt en place, celui-ci dénonce les politiques tyranniques de son prédécesseur et promet du changement.

    http://www.rts.ch/docs/histoire-vivante/7073144-l-afghanistan-2-5.html
    #poésie #nationalisme (à partir de la minute 48’50) #panislamisme #islam #religion #art #littérature #

    Histoire dʹun kaléidoscope

    LʹAfghanistan est un territoire enclavé placé entre plusieurs grands pays mais aussi entre plusieurs grandes civilisations. La persane et lʹindienne. La culture afghane est née en partie de son étroit contact avec la culture perse jusquʹà ce que plusieurs gouvernements officiels au début du 20e siècle ne finissent par nier ce lien. En jouant sur le nom même des langues, les gouvernements en question finiront par donner à la langue parlée, le farci iranien, un tout autre nom le dari. A ce titre, pour lʹethnologue Michael Barry, il est possible de considérer lʹAfghanistan comme une sorte dʹIran oriental. Un Iran tourné vers lʹInde.

    http://www.rts.ch/docs/histoire-vivante/7073142-l-afghanistan-3-5.html
    #langue #culture

    Modernité et coups dʹétat

    Lʹhistoire de lʹAfghanistan passe inévitablement par celle des relations avec ses voisins et des réactions que ceux-ci exercent sur lui. Ses voisins sont alors à la fin du 19ème siècle lʹEmpire britannique, installé aux Indes et lʹEmpire russe qui se sont lʹun et lʹautre entendu pour faire de lʹAfghanistan un état tampon avec toutefois une prédominance anglaise. LʹAngleterre possède en effet un droit de regard sur les affaires du pays. Ceci jusquʹen 1919. Cette année une troisième guerre anglo-afghane a lieu. Plus courte que les autres mais dont les conséquences sont importantes : lʹAfghanistan acquiert son #indépendance.

    http://www.rts.ch/docs/histoire-vivante/7073141-l-afghanistan-4-5.html

    Entretien avec la réalisatrice Claire Billet
    Rencontre avec Claire Billet, réalisatrice du #documentaire « Le dernier calife d’Afghanistan » que vous pouvez découvrir dimanche 20 septembre 2015 sur RTS Deux :

    « Le #mollah_Omar est l’un des hommes les plus connus et les plus énigmatiques au monde. A l’heure du retrait des soldats occidentaux d’Afghanistan, après une décennie de présence militaire, nous ne savons rien de lui. Est-il un monstre islamiste ? A-t-il été diabolisé pour justifier la présence militaire en Afghanistan ? Ou serait-il, selon la vulgate léniniste, un » idiot utile « à une cause qui l’aurait dépassé ? Intriguées par le secret le mieux gardé d’Afghanistan, trois jeunes femmes connaissant très bien le pays pour y avoir vécu de longues années, ont décidé de partir sur les traces du mollah Omar. Pas pour le retrouver, mais pour découvrir, raconter et essayer de comprendre l’homme qui se cache derrière l’un des mythes les plus effrayants de notre siècle.

    Ce #film est l’histoire de leur enquête. Elles ont réussi à passer les nombreuses barrières culturelles, politiques, sécuritaires qui séparent les Occidentaux des Afghans. Leur obstination s’est heurtée à des portes fermées et leur esprit cartésien a un peu souffert face aux tortueux mensonges de certains de leurs interlocuteurs. Mais avec humour ou colère, elles ont pu démêler le vrai du faux. Avec leurs caméras et leurs burqas (très utiles pour cacher lesdites caméras), elles se sont employées à détricoter les légendes, pulvériser les canulars et démonter les propagandes. En recueillant faits, iconographies exactes et témoignages irréfutables, elles sortent le mollah Omar de l’ombre et du mystère. »

    http://www.rts.ch/docs/histoire-vivante/7073143-l-afghanistan-5-5.html