• Women pioneered computer programming. Then men took their industry over.
    https://timeline.com/women-pioneered-computer-programming-then-men-took-their-industry-over-c29
    https://cdn-images-1.medium.com/focal/1200/632/50/96/1*O7KxGwj_oUzq8Nok__rZrA.jpeg

    Between 30 and 50 percent of programmers were women in the 1950s, and it was seen as a natural career for them, as evidenced by a 1967 Cosmopolitan feature about “Computer Girls.”

    “It’s just like planning a dinner…You have to plan ahead and schedule everything so that it’s ready when you need it,” Dr. Hopper told the magazine. “Women are ‘naturals’ at computer programming.”

    But things were already changing. Programming was being recognized as intellectually strenuous, and salaries were rising significantly. More men became interested in it and sought to increase their own prestige, according to historian Nathan Ensmenger. They formed professional organizations, sought stricter requirements to enter the field, and discouraged the hiring of women.

    One of they key takeaways of the personality tests was the best programmers were antisocial, and that that was a male trait.

    By the time we entered the personal computer age in the 1980s, the stereotype of the programmer as antisocial super-nerd was set, aided by the rise of wonder boys like Steve Jobs and Bill Gates. Films like Weird Science, War Games, and Real Genius perpetuated the stereotype. And since you could play video games on early personal computers, advertisers marketed them primarily to men and boys (even though girls liked them, too).

    “This idea that computers are for boys became a narrative. It became the story we told ourselves about the computing revolution,” wrote Steven Henn on the Planet Money blog. “It helped define who geeks were, and it created techie culture.”

    #Histoire_informatique #féminisme #stéréotypes



  • « Les propos de Trump font montre d’irresponsabilité, d’arrogance. Mais ce n’est pas le premier président américain à essayer de mettre à bas les lois de protection l’environnement. Avant le Sommet de la terre, Bush père a dit “Notre style de vie n’est pas à négocier”, alors que 20 % du public américain consommait 80 % des richesses de la Terre. Le temps est venu de déclarer l’écocide comme crime contre l’humanité. »
    https://www.franceculture.fr/personne-vandana-shiva
    #Vandana_Shiva #écocide #féminisme #écologie


  • Maschilista e femminista non sono parole equivalenti - Il Post
    In molti lo pensano ancora: e la similitudine delle due parole inganna, ma sono concetti molto distanti

    http://www.ilpost.it/2017/06/16/maschilista-femminista-non-sono-parole-equivalenti
    http://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2017/06/pub5.jpg

    Alcuni recenti articoli del Post che riguardavano il femminismo hanno ricevuto da diversi lettori commenti e reazioni che mostravano un’errata comprensione dei termini “femminista” e “maschilista”, ponendoli sullo stesso piano e dando loro significati speculari e analoghi, alternativi: come faremmo con “europeo” e “americano”, o “conservatore” e “progressista”, e come se il maschilismo chiedesse per gli uomini ciò che il femminismo chiede per le donne. È forse opportuno quindi spiegare meglio che – linguisticamente e storicamente – non è così.

    Che cos’è il maschilismo
    Il vocabolario Treccani definisce così il “maschilismo”: «Termine, coniato sul modello di femminismo, usato per indicare polemicamente l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, psicologico, biologico, ecc. e intenderebbero così giustificare la posizione di privilegio da loro occupata nella società e nella storia». Il dizionario Garzanti: «Atteggiamento psicologico e culturale fondato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna; comportamento sociale determinato da questo atteggiamento».

    Il maschilismo è dunque un atteggiamento che si manifesta in contesti sociali e privati e che si traduce in pratiche quotidiane che possono essere violente, repressive, offensive o anche semplicemente paternalistiche, basate sulla convinzione che gli uomini siano superiori alle donne: partendo da una innata differenza biologica, la minore forza fisica femminile, e dalle sue conseguenze storiche, il maschilismo stabilisce una gerarchia tra uomini e donne, in cui le donne sono considerate “naturalmente” inferiori anche sul piano intellettuale, sociale e politico. Il maschilismo è dunque una forma di sessismo, cioè una discriminazione nei confronti delle persone basata sul genere sessuale. Come ogni discriminazione, trasforma le differenze in pretese di superiorità, confondendo le due cose.

    Che cosa non è il femminismo
    Per quanto riguarda il femminismo e la sua distinzione dal maschilismo è più immediato dire che cosa non sia: non è, innanzitutto, un atteggiamento psicologico basato su alcune convinzioni. Non è cioè un comportamento basato sul pensiero di una presunta superiorità della donna sull’uomo, né su un’idea di ruoli basata sul sesso, quanto invece su un’analisi storica. Il femminismo è un movimento che ha una nascita (la cui data è oggetto di discussione), più di due secoli di storia e dei soggetti che lo hanno inaugurato e portato avanti. Essendo un movimento storico non ha sinonimi, come non hanno sinonimi l’Illuminismo o il nazionalsocialismo: “egualitarismo”, “umanismo” o “diritti umani” sono concezioni politico-sociali che in qualche caso hanno o hanno avuto con il movimento femminista delle convergenze di contenuti o di finalità, ma che non sono né sostituibili né sovrapponibili a quello specifico processo storico. I contenuti del femminismo sono molto vari e complessi, ma l’obiettivo del femminismo nelle sue varie declinazioni teoriche e pratiche non è quello di affermare una “supremazia delle donne”.

    La parola
    Non ci sono notizie certe sulla nascita della parola e anzi, quando il femminismo era già praticato la parola non esisteva: si è detto che l’inventore del termine “femminismo” sia stato all’inizio dell’Ottocento il filosofo socialista Charles Fourier, favorevole all’uguaglianza tra uomini e donne, ma sembra che non sia vero. Il termine era secondo alcuni già utilizzato in medicina e indicava un disturbo dello sviluppo negli uomini che aveva a che fare con la loro “virilità” e li faceva sembrare femminili (“femminismo” era dunque inteso come “effeminatezza”).

    La parola si ritrova poi in quello stesso periodo nel libro L’Homme-femme del 1872 dello scrittore francese Alexandre Dumas (figlio) in cui dice: «Le femministe, chiedo perdono per il neologismo, dicono: tutto il male viene dal fatto che non si voglia riconoscere che la donna sia uguale all’uomo, che devono avere la stessa istruzione e gli stessi diritti degli uomini». Pur descrivendo le loro ragioni, Dumas usò comunque la parola per sminuire le donne che lottavano per i loro diritti e per essere pari agli uomini. Sembra, infine, che sia stata la suffragetta francese Hubertine Auclert, nel 1882, ad appropriarsi della parola “femminismo” nella sua accezione moderna, rivendicata.

    Che cos’è il femminismo
    Va detto, semplificando, che a differenza di altri movimenti storici il femminismo è assolutamente originale, per forma, contenuti e modalità, e che (almeno in parte) proprio da questa sua originalità possono nascere le difficoltà di inquadrarlo o i molti equivoci che lo circondano.

    Il femminismo non è monolitico, non ha un gesto eclatante che lo abbia inaugurato (paragonabile ad esempio alla presa della Bastiglia), non ha una precisa data di inizio né una data finale. Spesso si scrive che è un movimento carsico, che appare, scompare e poi appare di nuovo e all’improvviso. In realtà secondo alcune pensatrici è più corretto dire che il femminismo è un processo che in alcuni momenti storici si decompone: le protagoniste della sua storia non sono un soggetto politico permanente inserite in un contesto sempre uguale e la peculiarità di quello stesso soggetto viene prima delle altre, è cioè una differenza sessuale, originaria. Nel femminismo ci sono stati momenti di lotta organizzata, identificabili e molto riconoscibili, ma altri no, e senza che questo significasse mai la dispersione dell’eredità politica e teorica precedente.

    La terza specificità del femminismo rispetto ad altri movimenti storici è che nel corso del tempo e dei luoghi geografici in cui si è sviluppato ha avuto modi, pratiche, parole e itinerari sempre differenti tra loro, persino conflittuali, molto articolati e complessi tanto che si preferisce parlare di femminismi al plurale, per darne conto in modo più corretto. Infine, nei movimenti femministi teoria e pratica sono sempre andate insieme alimentandosi a vicenda: accostandosi, traendo forza e occasioni anche da saperi diversi e da altri movimenti storici, ma senza mai confondersi con questi. Si potrebbe dire che il femminismo è un movimento che si è sovrapposto alla storia politica dell’Occidente stesso e a tutte le discipline.

    Quello che si può affermare con certezza è che il femminismo è nato da una semplice e concreta constatazione: che appartenere al sesso femminile, nascere donne invece che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione di svantaggio, di difficoltà (nei migliori dei casi) e di inferiorità. I femminismi si sono infatti prodotti nel corso della storia a partire dai processi di esclusione a cui le donne sono state sottoposte. Come a dire che uno è il punto di partenza, le donne, che a un certo punto prendono parola e mettono in discussione, per modificarla, una certa relazione di potere.
    Semplificando, è perché è sempre esistito il maschilismo, che è cresciuto il femminismo.

    La differenza col maschilismo è dunque il suo nascere da una condizione storica di non libertà e di non parità, non dall’auto-attribuzione di una presunta superiorità basata sul genere. Qualche giorno fa sul New York Times, la modella e attrice ceca Paulina Porizkova ha scritto una lettera in cui dice di essere femminista e spiega quando e perché lo è diventata. Racconta che inizialmente pensava che la parola “femminista” fosse superflua: «Lo pensavo perché in quel momento ero una donna svedese». Arrivata in Svezia dalla Cecoslovacchia quando aveva nove anni si accorse da subito che in Svezia il suo «potere era uguale a quello di un maschio», che i compiti domestici erano divisi equamente, che le relazioni sessuali tra uomini e donne erano equilibrate, che la libertà sessuale di una donna non era considerata disdicevole o motivo di giudizio da parte degli altri, che a scuola durante l’ora di educazione sessuale le avevano spiegato la masturbazione e le avevano insegnato che la maternità è una scelta che le donne potevano fare o non fare. In questo contesto la parola “femminista” le sembrava antiquata, le sembrava cioè che non avesse alcun senso. Porizkova racconta poi che in Francia aveva trovato le cose molto diverse così come in America dove, dice, «il corpo di una donna sembrava appartenere a tutti tranne che a lei stessa»: «La sessualità apparteneva al marito, la sua opinione su di sé apparteneva ai suoi ambienti sociali e il suo utero apparteneva al governo. Doveva essere madre, amante e donna di carriera (ma con una retribuzione inferiore) pur rimanendo eternamente giovanile e magra. In America, gli uomini importanti erano desiderabili. Le donne importanti dovevano esserlo». La sua conclusione: «Mi sono unita a quelle donne che intorno a me si stavano sforzando ad avere tutto, fallendo miseramente. Ora non ho altra scelta se non quella di tirare fuori la parola “femminista” dal cassetto polveroso e darle una lucidata».

    “A nessuno piace una femminista”
    I contenuti del femminismo sono molto vari e complessi, ma l’obiettivo del femminismo nelle sue varie declinazioni teoriche e pratiche non è mai stato quello di affermare una “supremazia delle donne”. Il cosiddetto “conflitto tra i sessi” è stato in certi momenti molto aspro – ci sono state ribellioni e rotture – ma combattuto almeno da una parte senza volontà di prevalere sull’altro. Eppure da molti è così che il femminismo viene considerato, in modo analogo al maschilismo, e definito in modo sprezzante “veterofemminismo”. Parte del problema riguarda l’originalità e l’articolazione stessa dei movimenti femministi che sfuggono a logiche identitarie e monolitiche chiaramente definibili. C’è poi la questione se il femminismo stesso non abbia qualche responsabilità nel fatto di essere così malamente interpretato e il dibattito interno è molto vivace su questo punto. Come fare i conti con una cultura – il maschilismo – che pensandosi superiore si sente diminuita dal femminismo, è un tema.

    Parte del problema, secondo alcune, sta però altrove. Oggi è certamente sempre più raro sentire o leggere che “le donne sono inferiori rispetto agli uomini”, ma è molto diffuso, invece, un anti-femminismo che secondo alcune pensatrici non è altro che una forma mascherata di maschilismo: si chiede dunque o di superare la parola “femminista” o le si attribuiscono significati che quella parola non ha mai avuto. Lo ha spiegato bene la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie nel suo libro “Dovremmo essere tutti femministi” secondo cui negare la parola è negare la sostanza:

    «Non è facile parlare di genere. È un argomento che crea disagio, a volte persino irritazione. Tanto gli uomini quanto le donne sono restii a discuterne, o si affrettano a liquidare il problema, perché pensare di cambiare lo status quo è sempre una scocciatura. C’è chi chiede: “Perché la parola “femminista”? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?”. Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere o opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto».

    Laurie Penny, giornalista britannica che collabora tra l’altro con il Guardian e che è molto attenta alle questioni di genere, si è spinta oltre provando a spiegare la questione della resistenza al femminismo e delle numerose critiche anti-femministe come una deviazione dal reale problema, una nuova forma di negazione:

    «A nessuno piace una femminista. Almeno non secondo i ricercatori dell’Università di Toronto; da uno studio è emerso che le persone ancora sono aggrappate ai tipici stereotipi sulle attiviste femministe, stereotipi come “odiatrici-di-uomini” e “poco igieniche”. Questi stereotipi sembra stiano seriamente limitando la possibilità, per le donne, di abbracciare l’impegno per la liberazione della donna come una scelta di vita. Il femminismo è un casino e c’è bisogno di venirne fuori. Per diventare “importante per le giovani donne di oggi” ha bisogno di radersi le gambe e di un nuovo taglio di capelli.

    (…) Innanzi tutto c’è la questione della parola femminismo, con la quale alcune persone sembrano avere un problema. Queste persone sentono il bisogno di tenere da conto innanzi tutto i sentimenti degli uomini, quando si parla di lavoro, retribuzione o violenza sessuale, per risultare meno minacciose, più eleganti; meglio parlare di “uguaglianza di genere” se dobbiamo parlare a tutti. Quelli cui interessa mantenere lo status quo preferirebbero vedere le giovani donne che agiscono, come dire, nel modo più grazioso e piacevole possibile; anche quando protestano.

    (…) Purtroppo non c’è modo di creare una “nuova immagine” del femminismo senza privarlo della sua energia essenziale, perché il femminismo è duro, impegnativo e pieno di rabbia (giusta). Puoi ammorbidirlo, sessualizzarlo, ma il vero motivo per cui molte persone trovano la parola femminismo spaventosa è che il femminismo è una cosa spaventosa per chiunque goda del privilegio di essere maschio. Il femminismo chiede agli uomini di accettare un mondo in cui non ottengono ossequi speciali semplicemente perché sono nati maschi. Rendere il femminismo più “carino” non lo renderà più facile da digerire.

    Lo stereotipo della brutta femminista che nessuno “si farebbe mai” esiste per una ragione: esiste perché è ancora l’ultima, migliore linea di difesa contro qualsiasi donna che è un po’ troppo forte, un po’ troppo interessata alla politica. Allora le si fa notare che se va avanti così, nessuno la amerà mai».

    #féminisme #machisme #genre @cdb_77



  • Lutte contre la corruption, appropriation des biens communs : la révolution « municipaliste » qui vient
    https://www.bastamag.net/Lutte-contre-la-corruption-appropriation-des-biens-communs-la-revolution

    Elles sont 180 « villes sans peurs » qui se sont réunies à Barcelone, ces 10 et 11 juin. Des mégapoles, villes moyennes ou modestes bourgades de tous les continents dont les élus et les citoyens engagés ambitionnent de construire une alternative de grande ampleur au péril xénophobe, à la menace terroriste et à la soumission aux marchés financiers. La capitale catalane, dirigée depuis deux ans par une coalition de mouvements sociaux et de partis politiques de gauche, accueillait cette première rencontre. (...)

    #Inventer

    / A la une, #Gauche_radicale, #Féminisme, Démocratie !, Indignés de tous les pays..., #Altermondialisme, #Innovation_politique, #Solidarités_internationales, #Reportages, Services (...)

    #Démocratie_ ! #Indignés_de_tous_les_pays... #Services_publics


  • Intersectional feminism: Wonder Woman, Palestinians, Wakanda and Zionism | Jaime Omar Yassin
    http://mondoweiss.net/2017/06/intersectional-feminism-palestinians

    Is it possible to openly call for the death of women in a neighboring state, to support a political and economic regime that without a doubt contributes to their subjugation both at the hands of Israel, and in Palestinian society, and still be a feminist? If so, that Gal Gadot is champion of feminism. Source: Mondoweiss


  • Madame Badinter allez porter une robe à fleurs à l’Assemblée ! – Le blog de Christine Delphy
    https://christinedelphy.wordpress.com/2017/06/11/madame-badinter-allez-porter-une-robe-a-fleurs-a-lassembl

    Oui, le harcèlement sexiste sévit et jouit d’une quasi-totale impunité dans tous les environnements à forte concentration masculine, les places au soleil, des terrasses de cafés, les manifestations en passant près des cortèges syndicaux très masculins, les partis qui sont souvent des zones d’omerta, les festivals, les RDV d’hommes puissants en cols blancs au Carlton où ils ont fait subir des « boucheries » à des personnes prostituées, dans le milieu journalistique comme le dénonce le collectif « Prenons la Une » etc.

    #fémo-nationalisme #féminisme #racisme


  • C’est à ça que servent les féministes ! - Mon blog sur l’écologie politique
    http://blog.ecologie-politique.eu/post/C-est-a-ca-que-servent-les-feministes

    http://blog.ecologie-politique.eu/public/.nom_jeune_fille_m.jpg

    « Mademoiselle », « nom de jeune fille »… au-delà du caractère symbolique qu’a le renvoi systématique des femmes à leur statut marital, faire jongler les femmes avec plusieurs noms leur porte préjudice en compliquant leurs démarches administratives et en étant source d’erreurs. Rencontre avec l’une des petites mains d’un chantier de refonte des sites administratifs qui permettent d’effectuer des démarches en ligne. Elle est ergonome et développeuse mais également féministe et blogueuse.

    #langue #administration #féminisme #femmes #démarches_en_ligne #ergonomie #madame_ou_mademoiselle


  • L’ordre divin

    Nora est une jeune mère au foyer. En 1971, elle vit avec son mari et ses deux fils dans un paisible village suisse où l’on a peu senti les bouleversements du mouvement de 68. Pourtant, la paix dans les chaumières et dans son foyer commence à vaciller quand Nora se lance dans le combat pour le suffrage féminin...

    « L’ordre divin » est le premier long-métrage de fiction sur le #droit_de_vote des femmes en Suisse et son introduction tardive en 1971. La scénariste et réalisatrice #Petra_Volpe (scénario de « Heidi ») invite le public à plonger dans l’atmosphère et les émotions de la Suisse rurale des années 70, une période riche en changements. « #L'ordre_divin » est un hommage à toutes les personnes qui se sont battues à l’époque pour l’égalité des droits politiques et toutes celles et ceux qui s’engagent aujourd’hui pour l’égalité des sexes et l’autodétermination.

    http://www.filmcoopi.ch/P/H4sIAAAAAAAAAFvzloG1uIhBKTlDLysxOTEvUa80Uy85Py8vNbkkv0gvuLI4KLU4v7QoOfXctPX+lf7BLEwMrJ4M7PEZqZnpGSWeDMzxmSmeDGzx5ZkpJRk+DPzxaZk5qX6JuamueSmZeeklDEI+WYllifo5iXnp+sElRUAxa5Cy4sSyVMdiN6jiQoY6BsaKIgZphDsQjggoyk9OLS4+6Mi6t2FBWjQTA0NFAQMDIx8Dg7YvAwPD/hIG5qyC9AIAJgAN/csAAAA=.jpg
    http://www.filmcoopi.ch/filmreel-ordre-fr_CH.html
    #film #suisse #féminisme #histoire #politique #égalité


    • Etre gentil, c’est la base. Ça ne mérite pas une récompense. Pourtant c’est très souvent récompensé ! Par un sourire, par un merci, par de l’amitié ou des chèques cadeaux valables dans toutes les enseignes participantes.

      Mais si vous attendez une récompense, vous n’êtes pas gentil mais simplement calculateur. Montez donc une startup et disruptez la gentillesse en envoyant des autoentrepreneurs à vélo faire des actes gentils contre rémunération. Je ne vais pas vous arrêter. Mais vous n’êtes pas un vrai gentil.

      haha

    • Parlons de nos sentiments – Le Mecxpliqueur
      https://lemecxpliqueur.wordpress.com/2017/04/14/parlons-de-nos-sentiments

      Sur environ 10 000 victimes de suicide par an en France, près de trois quarts sont des hommes. Pourtant les femmes ont plus de pensées suicidaires, font davantage de tentatives de suicide et sont deux fois plus sujettes à la dépression. Pourquoi donc plus d’hommes victimes de suicide ? Plusieurs théories peuvent l’expliquer : d’abord, les hommes utilisent plus souvent les armes à feu que les femmes qui préfèrent elles les médicaments. Notre amour des flingues et de la violence fait qu’on se rate moins.

      Pourquoi les femmes ont-elles des seins ? – Le Mecxpliqueur
      https://lemecxpliqueur.wordpress.com/2017/04/12/pourquoi-les-femmes-ont-elles-des-seins

      On pourrait dire beaucoup de choses sur la façon dont les hommes érotisent les seins et imposent leur contrôle sur le corps de la femme de cette façon. Mais aujourd’hui je veux surtout vous en parler parce que c’est un super exemple de la psychologie évolutionniste. Cette discipline cherche à expliquer les comportements humains par les lois de l’évolution, et elle est souvent appelée à la rescousse pour justifier tout un tas de comportements patriarcaux, tous ceux qu’on cherche justement à démonter sur ce blog, en les faisant passer pour “naturels”.

      Contre le syndrome du Nice Guy : Non, vous n’êtes pas un Gentil Garçon – Le Mecxpliqueur
      https://lemecxpliqueur.wordpress.com/2017/05/30/contre-le-syndrome-du-nice-guy-non-vous-netes-pas-un-genti

      Même si vous détruisez le patriarcat par amour, donc, l’objet de votre affection ne vous devra ni affection, ni sexe. Le consentement, ça ne marche pas comme ça.


  • En lisant Gloria Steinem - La méridienne
    http://www.la-meridienne.info/En-lisant-Gloria-Steinem

    http://www.la-meridienne.info/local/cache-vignettes/L672xH446/16107487_10211346399394214_6381850100681423513_o-6bad7.jpg?1496952827

    Comment se fait-il que Gloria Steinem (née en 1934), icône du féminisme américain, ne soit quasiment pas traduite en France ? Comme je découvre ses livres avec enthousiasme, en voici deux extraits, juste pour le plaisir.

    #féminisme




  • Enregistrement sonore de la conférence de Carine Guérandel
    http://universitepopulairetoulouse.fr/spip.php?article961

    "La fabrique des filles et des garçons dans les cités" Toulouse le 16 mai 2017, au Bijou. Maître de conférences en sociologie, Carine Guérandel enseigne à l’IUT « Carrière sociale » de l’université de Lille où elle est responsable de l’option « Animation sociale et socioculturelle »., "Elle est membre du laboratoire CERIES (Centre de Recherches Individus Épreuves et Société) de Lille 3. Elle a publié de nombreux articles sur le sport et la mixité. Dès le début des années 80, les pouvoirs publics (...)

    #Féminisme_-_Question_de_genres




  • Lexique féministe - Blog de Cretch
    https://cretch.net/lexique-feministe

    Je vous pro­pose ci-des­sous une sorte de glos­saire de la cause fémi­niste et des luttes contre les dis­cri­mi­na­tions. Elle n’est pas de mon fait mais d’un groupe de parole fémi­niste. Ils peuvent ser­vir pour les non-ini­tié-es qui sou­haitent com­prendre cer­tains de ces termes peu cou­rants. Et non, le fémi­nisme n’est pas la gynar­chie n’en déplaise à cer­tain-es

    #vocabulaire #féminisme

    • #Biphobie habituelle (pluôt que de lire le manifeste bi, on invente un truc et on propose pansexualité, comme ça, on ne parle plus de biEs du tout...) : « Bisexua­li­té orien­ta­tion sexuelle pour les per­sonnes du genre oppo­sé au sien ain­si que pour les per­sonnes de son propre genre, dans le cadre où le genre du par­te­naire importe vrai­ment dans l’attirance. Si le genre importe peu, on par­le­ra plu­tôt de pan­sexua­li­té »

      Manifeste bi : « Nous sommes attirés affectivement ou sexuellement par des personnes de tout sexe et de tout genre sans nécessairement avoir de pratiques sexuelles, et nous l’assumons. »

    • Pansexualité englobe les personnes non binaires, trans et intersexes ce qui est pas forcement le cas avec la bisexualité. « Bi » ca renvoie a quelque chose de binaire alors que « pan » est plus général. Les bisexuels n’ont pas tou·te·s du lire le manifeste bi et tou·te·s ne sont probablement pas d’accord avec ce manifeste.
      Est-ce que les gens qui se revendiquent pansexuels sont biphobes ?

    • Pourquoi toujours nier la définition de la bisexualité telle que les biEs (et j’en suis) la vivent ? Pourquoi toujours y opposer un néologisme ? Pourquoi surtout, ne surtout pas créer une assoce pan et prendre la relève plutôt que de taper sans cesse sur les assoces Bies qui sont là depuis 20 ans ? Pourquoi sexualiser les biEs ?
      J’en deviens panphobe (et là on voit que le mot est radicalement idiot...)
      les pansexuels « militants » sont aussi utiles à la cause LGBT qu’un pneu crevé sur la bicyclette d’un poisson rouge.

    • En regardant sur wikipédia le mot pansexualité ( https://fr.wikipedia.org/wiki/Pansexualit%C3%A9 ) il y a une possible origine chez Freud (ce qui fait que c’est mal parti à mes yeux ) et c’était réservé à la psychanalyse. Après ca à été utilisé pour désigné la sexualité de Bonobos par Frans de Waal qui sont effectivement elleux vraiment pan-sexuels vu que c’est effectivement une sexualité sans limites de sexe ou d’age et même de race car je sais que les bonobos sont par exemples sexuels avec les orang-outangs en captivité et probablement les humains, les chats et tout ce qui doit pouvoir se frotter à elleux.
      C’est utilisé depuis peu par certaines personnalités du show-biz et certaines personnalistes trans-activistes dit wikipédia. Le mot marque une certaine conception du genre mais c’est à mon avis une vision du genre opposé à la mienne (radfem) et du coup tu as bien fait de me faire regarder de plus près ce mot de pansexualité. Personnellement j’en avais une définition très abstraite,le mot m’avait toujours plus gênée pour son potentiel pedocriminel et zoophile car il les inclu dans son origine ethymologique, et le coté biphobe m’etait complètement étrangé. Mais je commence à comprendre ce qui te chiffonne dans la définition donné par ce lexique en rapport au contexte actuel et pas dans mon délire abstrait sur les bonobos ^^

      Merci pour le pointage de cette biphobie du lexique @fsoulabaille je l’ai linké sans le lire ce lexique et il y a peut être d’autres définitions problématiques du même acabit car fondé sur une conception dépolitisé du genre.

    • être féministe (radicalE comme toi ou) sex-positive et genderfluid (coucou, c’est moi), c’est mathématiquement incompatible avec 99% des définitions de la pansexualité trouvées sur le web. Et les 1% restantes sont totalement vidées de tout argument qui justifie l’emploi de ce mot plutôt que bisexualité.
      Mais ce n’est que mon expérience, je peux me tromper puisque les pans, savent mieux que moi ce qu’est la bisexualité...



  • « Les moutons ont des amis et des conversations »

    Comment les animaux désarçonnent la science
    Entretien avec Vinciane Despret

    Propos recueillis par Romain André et Bruno Thomé

    http://jefklak.org/?p=3895

    http://jefklak.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Une_Moutons.jpg

    Est-ce que ces primatologues revendiquent une histoire féministe ?

    Certaines oui. Elles disent qu’elles ont pu observer ce qu’elles observent parce qu’elles étaient dans une position historique très clairement déterminée, ce qui est déjà un point de vue féministe. D’autres ajoutent que nous étions plus attentives aux relations de pouvoir à cette époque. Remettre en question le rôle des femelles, c’est être attentive aux relations de pouvoir et de subordination, à la conscience de genre, à ce qui fait que nos observations nous confortent trop vite dans l’idée que les femelles sont passives. C’est être attentive aux grandes dichotomies passivité/activité, sujet/objet – catégories que le féminisme avait commencé à sérieusement remettre en cause. C’est être méfiante vis-à-vis de ces grandes théories que sont la hiérarchie et la compétition, suspectes d’un point de vue féministe, car trop proches de la manière dont les humains s’imaginent une société. C’est remettre en cause aussi les notions de harem, de guerre de tous contre tous, de mâle alpha, tout ce qui est schème guerrier, grandes épopées héroïques – l’homme qui se redresse par-dessus les herbes de la savane, invente les armes et compagnie. À cette époque, les féministes ont commencé à revisiter ces grandes histoires, et cela a nourri la primatologie.



  • Alexandre Baumann, Les #inégalités #hommes-femmes en question. Entre choix, éducation et rationalité
    http://lectures.revues.org/22995

    En publiant sur ce sujet, l’auteur annonce vouloir susciter, en particulier auprès des décideurs, des politiques publiques et des éducateurs, une prise de conscience de l’étendue et des conséquences négatives de la #domination_masculine. En raison de cette démarche militante, l’ouvrage se destine à un large public et adopte une approche « pratique ». Pour ce faire, les considérations théoriques sont limitées et le développement s’appuie sur des illustrations chiffrées et des exemples tirés d’études sociologiques. De plus, des encadrés où sont citées d’autres publications, leurs thèmes et leurs apports incitent le lecteur à aller plus loin dans sa réflexion, faisant de ce livre une porte d’entrée dans le sujet.

    • A lire le résumé la thèse du mec en 4 partie c’est que le sexisme c’est ;
      1 - la faute des femmes qui font le choix des secteurs mal payés,
      2 - la faute des femmes qui font le choix « rationnel » (c’est lui qui trouve ca rationnel !) de laver les chiottes dans leurs couples.
      3 - la faute des femmes qui n’ont pas autant d’assurance que les hommes pour négocié leurs augmentations de salaire.
      4 -

      le mode d’organisation des entreprises ne serait pas sexiste mais pragmatique et la preuve en serait que les hommes gravissent les échelons plus vite que les femmes dans les organisations féministes

       !!!!! Je trouve pas les mots tellement ca me semble incohérent. Si les hommes gravissent plus vite les échelons des organisations féministes, c’est que dans ces organisations comme ailleurs ils sont privilégiés.

      En fait c’est simple dans le monde de l’entreprise les seules qui sont sexistes ce sont les femmes, puisqu’elles font des choix tellement WTF.

      127 pages d’un tel #mansplanning aveugle à toute notion de #sexisme et qui s’approprie les recherches féministe pour les détruire, et les rendre inopérantes, je pense que le bouquin a un très gros potentiel médiatique.

    • Alexandre Baumann est étudiant en droit et signe ici son troisième ouvrage, les deux premiers ayant respectivement traité de l’impact économique du téléchargement illégal1 et des recherches scientifiques autour des propriétés des huiles essentielles2.

      Comme il est « publié » chez L’Harmattan qui fait généralement de l’édition à compte d’auteur, ça veut dire que le monsieur a beaucoup de sous à dépenser. Pas qu’un éditeur a été séduit par sa capacité à s’emparer d’un thème complexe alors qu’il débarquait.

      À noter, que la personne qui le recense est community manager au chômage https://fr.linkedin.com/in/carole-helissen-schuster et ne met en avant aucune publication académique... J’ai eu peur d’un vieux copinage mais en fait non.

      Sur le fond, le problème tient pas mal à la définition du #choix (#féminisme_du_choix) :

      L’auteur commence par définir le « choix » comme étant « l’action de décider une chose plutôt qu’une autre » (p. 16) qui comporte nécessairement des contraintes

      Selon Alexandre Baumann, le temps partiel est choisi et non pas contraint.

      Ah ben oui, tiens. Non seulement il est contraint dans une foule de métiers mal payés, mais en plus, quand madame prend son mercredi il est contraint par les nécessités du partage des tâches inéquitables et de la difficulté pour les hommes d’accéder à un 80 % (un copain a demandé pendant un an, au final il l’a eu et tous les mecs du service se sont engouffrés dans la brèche : était-ce leur choix de travailler à 100 % ?).
      #c'est_mon_choix #merde_libérale

      les qualités informelles qui sont propices aux avancements (notamment, être sûr de soi, affirmer son point de vue, prendre facilement la parole, savoir gérer les relations tendues et les violences verbales – des qualités qui seraient perçues comme masculines).

      Et qui le sont ! Viens voir comment j’ai été plus vraiment bienvenue à La Brique ce printemps pour avoir mal « géré les relations tendues et les violences verbales » une seule fois. Avoir ces qualités, c’est avoir bénéficié d’une socialisation qui permet aux garçons d’exprimer ce genre de qualités mais les fait taire chez les filles. C’est un #privilège, comme dit bien @mad_meg. Et il n’y a rien sur la sociabilité informelle (pour caricaturer, quand les rencontres after-work où se décident plein de trucs se tiennent dans un club de strip-tease).

      Cette position nous semble critiquable : comment peut-on rendre compte des négociations qui ont lieu au sein d’un couple selon une démarche scientifique ? Comment évaluer la place du sexisme dans ces négociations quand les stéréotypes de genre sont intériorisés, influençant les choix ?

      C’est con, elle critique le seul truc un peu intéressant que j’ai noté ici ! Et oui, c’est tout le problème, de dégager des observations qui sont valides pour une foule de gens qui pensent faire des choix individuels, ça s’appelle la #sociologie et les choix conjugaux aussi sont un terrain d’observation sociologique.

      il critique les politiques publiques qui ont été mises en place pour lutter contre ces inégalités et dénonce leurs effets pervers. Il revient en particulier sur la formation des professionnels du secteur éducatif autour de ces problématiques, qu’il juge insuffisante, voire inexistante ou contre-productive

      C’était le but de l’#ABCD_de_l'égalité.

      Cependant, malgré le nombre important de références sociologiques sur lesquelles l’auteur s’appuie, les sciences sociales ne semblent pas être ses disciplines de prédilection, à en juger par la construction de l’ouvrage et les postulats qui y sont développés. Il est d’ailleurs difficile de rendre compte de certains d’entre eux, tant ils ne semblent pas fondés sur des recherches rigoureuses (le fait de privilégier la carrière de l’homme résulterait d’un choix rationnel du couple, le mode d’organisation des entreprises ne serait pas sexiste mais pragmatique et la preuve en serait que les hommes gravissent les échelons plus vite que les femmes dans les organisations féministes – pour n’en citer que deux). De plus, le lecteur doit faire un effort pour remettre la pensée de l’auteur en ordre et en combler les manques. La mise en page approximative et les coquilles ne font que renforcer cette impression que l’ouvrage a été publié à compte d’auteur et n’est pas abouti.

      Bon, elle finit par dire que c’est une merde.

    • Tiens, un truc intéressant en note :

      Dans les métiers où on compte environ 73 % de femmes, le salaire horaire moyen est de 11,30 €, alors qu’il est de de 14 € dans les métiers masculins équivalents, et de 16,80 € dans les métiers mixtes. Voir Chamki Amine et Fabien Toutlemonde, « Ségrégation professionnelle et écarts de salaire femmes-hommes », DARES Analyses, n° 82, 2015, disponible en ligne : http://dares.travail-emploi.gouv.fr/IMG/pdf/2015-082.pdf.

      Au lycée général on était couplé avec un lycée pro, j’avais bien compris que les boulot subalternes étaient genrés, quasiment toutes les classes étaient non-mixtes.


  • [infokiosques.net] - Si on se touchait ?
    https://infokiosques.net/lire.php?id_article=1413

    Je suis un homme cissexuel [1], blanc, avec des papiers français, presque la trentaine, hétérosexuel, valide, avec une formation universitaire relativement élevée, issu d’une famille bourgeoise de gauche et qui joue parfois avec son apparence de genre.

    Si ces deux textes m’ont touché c’est parce qu’ils portent sur deux thèmes de réflexion qui m’accompagnent beaucoup ces derniers temps.

    Le premier, Les hommes #proféministes et leurs ami.e.s, essaye de comprendre pourquoi les hommes hétérosexuels ayant des réflexions féministes n’arrivent à entretenir, majoritairement, des relations amicales sincères, sensuelles, confiantes et intimes qu’avec des femmes. Je me retrouve beaucoup là-dedans, même si je ne me définis pas comme proféministe. Il m’est rarement arrivé dans ma vie de vivre des relations d’amitié intense avec d’autres garçons et je cherche toujours à comprendre pourquoi (même si je sais en partie) et surtout comment changer cela.

    Le second, A genoux : connaissance charnelle, dissolution masculine, faire du #féminisme, parle d’#hétéronormativité et de désir. Il utilise les concepts de déterritorialisation, puissance et pouvoir de Deleuze et Guattarri et les applique au corps des hommes. Pourquoi cherchons-nous si souvent à conquérir l’espace, prendre de la place, tout en nous protégeant constamment contre les attaques, en fermant notre corps ? Pourquoi avons-nous si peur de la pénétration ? Pourquoi ai-je vécu l’extrême majorité de ma vie sexuelle hétéro sans même imaginer que je pouvais être attiré par d’autres hommes ? Comment atteindre le désir féministe ?

    Sans toujours en parler explicitement, ces textes proposent tous les deux des pistes particulières par rapport à la place des hommes dans les luttes contre le #patriarcat. Plutôt que de se demander si et comment un homme pourrait être féministe, ou si un oppresseur peut participer aux luttes des individus qu’il opprime (ce qui reste une bonne question), ils proposent que les hommes ne soient plus seulement des soutiens aux luttes féministes mais travaillent sur leurs relations au sein de leur #classe de genre. En dehors des propositions de #déconstruction de l’#éducation genrée masculine, peu de mecs prônent aussi ça. J’ai moi-même longtemps plus travaillé sur mon rapport aux femmes, sur comment je peux prendre de la place, comment je rabaisse mes copines, comment je fais pas toujours gaffe au #consentement, comment je profite parfois de mes #privilèges sans m’en rendre compte, etc., sans réfléchir à pourquoi je trainais surtout avec des non-hommes et me sentais plus à l’aise en leur compagnie. C’est sûr qu’il ne faut pas arrêter de se poser ces questions. Mais j’ai de plus en plus le sentiment que de soutenir les copines dans leurs luttes (quotidiennes ou non) en participant à des groupes de réflexion et d’action en #mixité, est nécessaire mais pas suffisant. Il faut aussi qu’entre personnes construites comme oppresseurs (par exemple par la non-mixité), on arrive à faire un travail que seuls nous pouvons faire, et qui va dans le sens de l’#abolition du patriarcat. Sans tomber dans la solidarité masculine, il faut qu’on arrive à casser cette froideur souvent ressentie face aux autres hommes, qu’on bosse sur nos amitiés, nos intimités, nos sexualités... qu’on supprime notre homophobie et les relations de pouvoir entre hommes. Cela permettra peut être, comme le dit Pronger, d’incarner le désir féministe et comme le dit Schmitt, de rééquilibrer le rapport genré à la prise en charge affective.

    • Une précision importante par rapport au titre de la brochure et à certaines thèses de Pronger : quand je propose en titre qu’on se touche, émotionnellement et physiquement, cela reste évidemment dans les limites nécessaires du consentement ! Pronger dit que « ceux qui sont les plus réticents à ouvrir leurs bouches et anus à d’autres hommes sont ceux qui ont le plus besoin de le faire ». Une pote m’a dit que ça sonnait beaucoup comme une obligation à sucer et se faire enculer. En relisant l’article en entier, j’ai l’impression qu’il essaye plutôt de pousser les hommes à réfléchir sur ces questions dans le but de faire taire leur homophobie et d’en avoir envie, pas de se forcer à avoir des relations homosexuelles avec pénétration. Si je n’interprétais pas son texte comme ça, j’aurais abandonné cette traduction.

      Bon, c’est clair, parfois, les deux textes que j’ai traduits sont chiants à lire ! C’est écrit par et pour des universitaires. J’ai pas envie de vous dire de faire un effort (ce serait trop facile de ma place d’ex étudiant universitaire) mais je pense que ça vaut le coup d’essayer. J’ai moi-même pas compris tous les concepts utilisés. Après, je pense que c’est possible de sauter des passages et de quand même comprendre le fond.

      et d’aller se faire enculer pour les plus perspicace.


  • Réédition des Questions féministes - Féministes radicalesFéministes radicales
    http://www.feministes-radicales.org/2012/05/08/reedition-des-questions-feministes

    Au nom de quoi devrions-nous accepter de vivre avec ce fil à la patte  ? Ce fil qui vous entrave, c’est votre féminité, nous répond-on, portez-le donc avec grâce, comme votre sac à main… et s’il vous pose un problème, c’est que vous avez un problème. C’est ainsi qu’on enferme à nouveau les femmes, en les persuadant que si elles sont malheureuses ce n’est pas à cause de la domination qu’elles subissent, mais bien parce qu’elles ont, individuellement, un problème. Voilà comment on fait croire à des millions de femmes qui se posent les mêmes questions, qu’elles sont seules à se les poser. Voilà comment on leur fait croire qu’elles ont des problèmes personnels à résoudre éventuellement avec un·e psy, ou dans les pages d’un livre de développement personnel, alors qu’elles ont les problèmes que le patriarcat pose à la moitié de la population du globe. C’est bien contre cet isolement et cette individualisation que le mouvement féministe a lutté. C’est pourtant à cette situation d’isolement, d’individualisation des problèmes et de pathologisation des souffrances psychologiques des femmes que l’on est revenu.

    Superbe introduction de #Sabine_Lambert. #féminisme