• Voilées ou non, elles témoignent : « Ni mon père, ni mon frère ne m’ont obligé à le porter »

    Le débat sur le port du voile existe aussi chez les #femmes de la communauté musulmane. Loin de former un bloc homogène, elles revendiquent de multiples #raisons de le porter. Ou de s’en affranchir.

    Pour beaucoup de croyantes, il s’agit d’abord de répondre à une obligation divine, édictée par le Coran. Une obéissance comprise et mûrie spirituellement puisqu’elle vient rappeler « la soumission à Dieu » et « une certaine vision de la pudeur ». Meyem, journaliste indépendante de 26 ans, précise aussi vite : « Mon voile, ni mon père, ni mon frère ne m’ont obligée à le porter ».
    Le voile, un outil d’émancipation ?

    Sans nier qu’il peut exister une contrainte ou une pression sociale dans certaines situations, toutes les femmes interrogées par La Croix revendiquent farouchement ce libre arbitre. Si bien que le voile est devenu pour certaines d’entre elles, un élément consubstantiel de leur identité. « Il me permet de maîtriser mon image, de contrôler ce que je montre ou pas, dans une société où le corps de la femme est souvent considéré comme un objet », confie Amel, 22 ans, étudiante en quatrième année de médecine.

    Le voile, un outil d’émancipation ? Elles sont nombreuses à l’affirmer. Fanta, 20 ans, dénonce un féminisme à double vitesse qui « laisserait aux femmes la liberté de se dénuder mais pas celle de se couvrir ». Cette incompréhension explique la sidération ressentie par cette aide à domicile devant les termes du débat actuel : « Comment un foulard peut-il créer autant de polémiques, alors que chacun est libre tant qu’on n’empiète pas sur la liberté des autres ? Plus les années passent, et plus je me rends compte à quel point il gêne », souffle-t-elle, soucieuse d’affirmer que son voile n’est pas synonyme de repli.

    « Un signe de religiosité orthodoxe »

    D’autres, à l’inverse, ont fait le choix de ne jamais le porter. « On a détourné le slogan “mon corps, mon choix” pour faire la promotion d’un signe de religiosité orthodoxe », s’étrangle Fatiha Agag-Boudjahlat, professeure de collège en Franche-Comté et auteure de Combattre le voilement (Éditions du Cerf, 2019). Elle dénonce une pratique sexiste, dont le refus viendrait lui rappeler, à elle, que malgré sa « foi profonde », elle serait « une moins bonne croyante que les autres ».

    « Quand j’ai enlevé mon foulard, des musulmans que je connaissais m’ont demandé si je continuais à pratiquer. C’est vraiment typique d’un stéréotype qui vient à la fois des musulmans pratiquants et des non-musulmans », déplore pour sa part Huê Trinh Nguyên. Cette ancienne éditrice qui a porté le turban pendant 27 ans, l’a retiré pour des raisons familiales et personnelles. Et s’est aussi forgée la conviction, après deux ans à « lire et relire » le Coran « qu’il n’y est pas du tout écrit que le port du voile est obligatoire, mais seulement qu’il faut couvrir sa poitrine », ranimant ainsi l’insoluble querelle théologique sur son caractère impératif ou facultatif.

    « Encore une fois, ce sont les hommes qui imposent leur vision »

    Bien qu’elle ne se couvre plus la tête, cette fidèle musulmane est profondément indignée par les querelles récentes. « Interdire aux femmes voilées d’accompagner les sorties scolaires, je trouve ça scandaleux », lâche-t-elle. Avant de renvoyer dos à dos les détracteurs de ces mères et les salafistes qui interdisent aux femmes les sorties dans les piscines pour les empêcher de se mettre en maillot de bain. « Encore une fois, ce sont les hommes qui imposent leur vision et leur nient le droit de faire ce que bon leur semble », plaide-t-elle.

    Les difficultés viennent avant tout des multiples interprétations données, au sein de la communauté comme en dehors, à ce même morceau de tissu. « Moi j’ai grandi dans un milieu où les femmes se voilent à un certain âge », raconte Samia 39 ans, professeure d’anglais au collège en Seine-Saint-Denis. « Ma mère qui a une soixantaine d’années, se met à le porter, mais partiellement. Elle a une pratique religieuse normale : quand on vieillit, on pense à l’au-delà », philosophe l’enseignante, qui n’exclut pas de se couvrir « un jour ».

    Elle croit, à l’inverse, déceler chez les jeunes générations « un moyen de se faire entendre ». « Quand on est toujours ramené à notre différence, l’exacerber est un moyen de l’affirmer », veut-elle croire. En 2003, 24 % des musulmanes déclaraient porter le voile, elles sont 31 % aujourd’hui, selon une étude de l’Ifop, réalisée en septembre 2019.

    https://www.la-croix.com/Religion/Islam/Voilees-non-elles-temoignent-Encore-fois-sont-hommes-imposent-leur-vision-
    #voile #témoignage

  • « 7 giorni con i curdi » : il mio diario dal campo profughi di #Makhmour

    Una settimana nell’Iraq settentrionale per toccare con mano un modello di democrazia partecipata messo in piedi da 13mila profughi. Che sperano in un futuro diverso.

    Questi non sono appunti di viaggio, ma di un’esperienza in un campo profughi che in questi mesi è diventato un campo di prigionia. Il campo di Makhmour è sorto nel 1998, su un terreno arido assegnato dall’Iraq all’ONU per ospitare i profughi di un viaggio infinito attraverso sette esodi, dopo l’incendio dei villaggi curdi sulle alture del Botan nel 1994 da parte della Turchia.

    Niente di nuovo sotto il sole, con Erdogan.

    Quei profughi hanno trasformato quel fazzoletto di terra senza un filo d’erba in un’esperienza di vita comune che è diventata un modello di democrazia partecipata del confederalismo democratico, l’idea di un nuovo socialismo elaborata da Apo Ocalan nelle prigioni turche, attorno al pensiero del giovane Marx e di Murray Bookchin.

    Il campo di Makhmour non è un laboratorio, è una storia intensa di vita.

    Da vent’anni questi tredicimila profughi stanno provando a realizzare un sogno, dopo aver pagato un prezzo molto, troppo elevato, in termini di vite umane. Nel campo vi sono tremilacinquecento bambini e il 70% della popolazione ha meno di 32 anni. La loro determinazione a vivere una vita migliore e condivisa ha superato finora tutti gli ostacoli. Anche l’assalto da parte dell’ISIS, respinto in pochi giorni con la riconquista del campo. Il loro campo.

    Da alcuni mesi sono sottoposti a un’altra dura prova. Il governo regionale del Kurdistan iracheno ha imposto, su istigazione del regime turco, un embargo sempre più restrittivo nei loro confronti. Nessuno può più uscire, né per lavoro né per altri motivi.

    Siamo stati con loro alcuni giorni, in un gruppo di compagni e compagne dell’Associazione Verso il Kurdistan, condividendo la loro situazione: dalla scarsità di cibo, che si basa ormai solo sull’autoproduzione, alla difficoltà di muoversi al di fuori del perimetro delimitato e dimenticato anche dall’ONU, sotto la cui tutela il campo dovrebbe ancora trovarsi.

    Le scritte dell’UNHCR sono sempre più sbiadite. In compenso, le scritte e gli stampi sui muri del volto e dello sguardo di Apo Ocalan sono diffusi ovunque.

    Anche nella Casa del Popolo in cui siamo stati ospiti, dormendo per terra e condividendo lo scarso cibo preparato con cura dagli uomini e dalle donne che ci ospitavano.

    Ma per noi ovviamente questo non è nulla, vista la breve temporaneità della nostra presenza. Per loro è tutto.

    In questi anni hanno provato a trasformare il campo nella loro scelta di vita, passando dalle tende alla costruzione di piccole unità in mattoni grigi, quasi tutte con un piccolo orto strappato al deserto. E, in ogni quartiere, con l’orto e il frutteto comune.

    Ci sono le scuole fino alle superiori, con un un indirizzo tecnico e uno umanistico, suddivise in due turni per l’alto numero degli alunni. Fino a tre mesi fa, terminate le superiori, potevano andare all’università a Erbil, il capoluogo del Kurdistan iracheno.

    Al mattino li vedi andare a scuola, a partire dalle elementari, con la camicia bianca sempre pulita e i pantaloni neri. E uno zaino, quando c’è, con pochi libri essenziali. Ragazzi e ragazze insieme: non è per niente scontato, in Medio Oriente.

    Durante le lezioni non si sente volare una mosca: non per disciplina, ma per attenzione. Non vanno a scuola, per decisione dell’assemblea del popolo, per più di quattro ore al giorno, proprio per evitare che il livello di attenzione scenda fino a sparire. Dovrebbe essere una cosa logica ovunque, ma sappiamo bene che non è così, dove si pensa che l’unico obiettivo sia accumulare nozioni. Le altre ore della giornata sono impegnate in diverse attività di gruppo: dalla cultura al teatro, dalla musica allo sport, autoorganizzate o seguite, in base all’età, da giovani adulti che hanno studiato e che non possono vedere riconosciuto il loro titolo. Perché sono persone senza alcun documento, da quando sono state cacciate dalla loro terra.

    Tenacemente, soprattutto le donne svolgono queste attività, lavorando alla formazione continua per ogni età, dai bambini agli anziani.

    Difficile è capire, se non si tocca con mano, il livello di protagonismo delle donne nell’Accademia, nella Fondazione, nell’Assemblea del popolo, nella municipalità e nelle altre associazioni.

    Si sono liberate dai matrimoni combinati e hanno eliminato il fenomeno delle spose bambine: non ci si può sposare prima dei 18 anni.

    Tutto viene deciso assemblearmente, tutto viene diviso equamente.

    Uno slancio di vitalità comune, in un dramma che dura da vent’anni e in un sogno di futuro che richiede anche di essere difeso, quando necessario, con le armi.

    I giovani armati vegliano sul campo dalle montagne.

    Questo esperimento di democrazia partecipata negli ultimi anni è stato adottato in Rojava, la parte di Siria abitata prevalentemente dal popolo curdo e liberata con il contributo determinante delle donne: un’esperienza da seguire e da aiutare a rimanere in vita, soprattutto in questo momento in cui la Turchia vuole distruggerla.

    Lì abitano tre milioni di persone, le etnie e le religioni sono diverse. Eppure il modello del confederalismo democratico sta funzionando: per questo rappresenta un esempio pericoloso di lotta al capitalismo per i regimi autoritari ma anche per le cosiddette democrazie senza contenuto.

    Nel caos e nel cuore del Medio Oriente è fiorito di nuovo un sogno di socialismo. Attuale, praticato e condiviso.

    Dobbiamo aiutarlo tutti non solo a sopravvivere e a resistere all’invasione da parte della Turchia, ma a radicarsi come forma di partecipazione attiva ai beni comuni dell’uguaglianza e dell’ecologia sociale e ambientale.

    L’obiettivo della missione era l’acquisto a Erbil e la consegna di un’ambulanza per il campo. Non è stato facile, vista la situazione di prigionia in cui vivono gli abitanti, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Il giorno dopo la nostra partenza è stato impedito dal governo regionale l’ingresso a un gruppo di tedeschi, con alcuni parlamentari, che doveva sostituirci.

    Di seguito trovate gli appunti sugli incontri, dal mio punto di vista, più significativi.

    Mercoledì 2 ottobre: il protagonismo delle donne

    Al mattino partecipiamo all’incontro delle madri al Sacrario dei caduti. Sala piena, chiamata a convalidare i risultati dell’assemblea di sabato scorso. Interviene Feliz, una giovane donna copresidente dell’assemblea del popolo, che ci sta accompagnando negli incontri in questi giorni. Il suo è un intervento forte, da leader politico. Questa ragazza è sempre in movimento, instancabile. Attorno, sulle pareti, spiccano le fotografie di almeno millecinquecento uomini e donne, spesso giovani, morti nelle varie lotte di difesa del campo. Millecinquecento su dodicimila abitanti: praticamente non esiste una famiglia che non sia stata coinvolta nella difesa drammatica dei valori comuni. Anche da qui si capisce l’identità forte dei sentimenti condivisi di una comunità.

    Le donne elette per rappresentare l’Associazione si impegnano a rispettarne i principi, tra cui difendere i valori della memoria e non portare avanti interessi personali o familiari.

    Sempre in mattinata, andiamo alla sede della Fondazione delle donne. Gestiscono cinque asili, una sartoria e l’atelier di pittura. La loro sede è stata rimessa a nuovo dopo la distruzione avvenuta nei giorni di occupazione dell’ISIS. Sulla parte bianca, spicca una frase di Apo Ocalan: “Con le nostre speranze e il nostro impegno, coltiviamo i nostri sogni”. L’impegno principale della Fondazione è per il lavoro e la dignità di donne e bambini. Nei loro laboratori sono impegnate sessanta persone. Seguono poi duecento giovani, bambini e ragazzi, dai sei ai diciassette anni, al di fuori dell’orario scolastico, che si autoorganizzano autonomamente: decidono insieme giochi, regole, organizzano teatri e feste.

    La Fondazione è gestita collettivamente, da un coordinamento, che si trova una volta alla settimana; una volta all’anno l’assemblea generale fa il punto sui risultati, i problemi, le prospettive.

    Vengono seguite anche le famiglie con problemi e si affrontano anche le situazioni di violenza domestica, ricomponibili anche con il loro intervento. Per le situazioni più drammatiche e complesse si porta il problema all’assemblea delle donne, che decide in merito. Ma il loro lavoro sul riconoscimento, il rispetto e il protagonismo delle donne avviene con tutti, anche con gli uomini, e si svolge ovunque, anche con l’educativa di strada.

    La promotrice della Fondazione, Sentin Garzan, è morta combattendo in Rojava. A mezzogiorno siamo ospiti di un pranzo preparato da chi lavora al presidio ospedaliero.

    Nel tardo pomeriggio, in un clima dolce e ventilato con vista sulla pianura e la cittadina di Makhmour, incontriamo l’Accademia delle donne. Tutto, o quasi, al campo di Makhmour, parla al femminile. Bambini e bambine giocano insieme. Le ragazze e le donne giovani non portano nessun velo, se non, a volte, durante le ore più calde della giornata. Ma è un fatto di clima, non di costume o di storia o di costrizione. Le donne più anziane portano semplici foulards.

    All’Accademia le ragazze molto giovani, in particolare psicologhe, sociologhe, insegnanti. Ma soprattutto militanti.

    Per comprendere una storia così intensa, bisogna partire dalle origini del campo, costituito, dopo sette peregrinazioni imposte a partire dal 1995, nel 1998 da rifugiati politici della stessa regione montuosa del Kurdistan in Turchia, il Botan.

    Dopo, si sono aggiunti altri rifugiati. La loro è la storia intensa dell’esodo, con i suoi passaggi drammatici. Ma anche con l’orgoglio dell’autoorganizzazione.

    Le donne dell’Accademia ci parlano del lungo e faticoso percorso svolto dall’inizio dell’esodo fino a oggi. Una delle figure di riferimento più importanti rimane Yiyan Sîvas, una ragazza volontaria uccisa nel 1995 nel campo di Atrux, uno dei passaggi verso Makhmour.

    Era molto attiva nella lotta per i diritti civili e sociali. Soprattutto delle donne. E nella difesa della natura: anticipava i tempi.

    Yiyan Sîvas è stata uccisa, colpita al cuore in una manifestazione contro un embargo simile a quello attuale. Il vestito che indossava, con il buco del proiettile e la macchia di sangue rappreso, è custodito gelosamente nella sede dell’Accademia, aperta nel 2003.

    All’Accademia si occupano di formazione: dall’alfabetizzazione delle persone anziane che non sanno leggere e scrivere, all’aiuto nei confronti di chi incontra difficoltà a scuola, lavorando direttamente nei quartieri.

    Ma il loro scopo principale è la formazione attraverso i corsi di gineologia (jin in curdo significa donna), sulla storia e i diritti di genere; e sulla geografia, che parla da sola delle loro origini. Si confrontano con le differenze, per far scaturire il cambiamento. Che consiste in decisioni concrete, prese dall’assemblea del popolo, come l’abolizione dei matrimoni combinati, il rifiuto del pagamento per gli stessi, il divieto del matrimonio prima dei diciotto anni.

    Per una vita libera, l’autodifesa delle donne è dal maschio, ma anche dallo Stato. Sono passaggi epocali nel cuore del Medio Oriente.

    «Se c’è il problema della fame», dice una di loro, «cerchi il pane. Il pane, per le donne in Medio Oriente, si chiama educazione, protagonismo, formazione. Che è politica, culturale, ideologica. Con tutti, donne e uomini».

    L’Accademia forma, l’Assemblea decide: è un organismo politico. Che si muove secondo i principi del confederalismo democratico, il modello di partecipazione ideato da Apo Ocalan, con riferimento al giovane Marx da una parte e a Murray Bookchin, da “L’Ecologia della Libertà”, a “Democrazia diretta” e a “Per una società ecologica. Tesi sul municipalismo libertario”.

    Ma il confederalismo democratico conosce una storia millenaria. Appartiene alla tradizione presumerica, che si caratterizzava come società aperta: con la costruzione sociale sumerica è iniziata invece la struttura piramidale, con la relativa suddivisione in caste.

    Si parla di Mesopotamia, non di momenti raggrinziti in tempi senza storia.
    Giovedì 3 ottobre: il confederalismo democratico

    Questa mattina incontriamo i rappresentanti dell’Assemblea del popolo. Ci sono la copresidente, Feliz, e alcuni consiglieri. Verso la fine della riunione arriva anche l’altro copresidente, reduce dal suo lavoro di pastore. Di capre e, adesso, anche di popolo.

    Feliz spiega i nove punti cardine del confederalismo democratico:

    La cultura. Si può dire che nel campo di Makhmour da mattina fino a notte si respira cultura in tutte le sue espressioni e a tutte le età;
    La stampa, per diffondere le idee, i progetti e le iniziative che il campo esprime;
    La salute: da qui l’importanza del presidio ospedaliero e dell’attività di informazione e prevenzione;
    La formazione, considerata fondamentale per condividere principi, valori e stili di vita comuni;
    La sicurezza della popolazione: la sicurezza collettiva garantisce quella individuale, non viceversa;
    I comitati sociali ed economici per un’economia comune e anticapitalista;
    La giustizia sociale;
    La municipalità, quindi il Comune, con sindaca, cosindaco o viceversa, con il compito di rendere esecutivi i progetti decisi dall’Assemblea; e, insieme, alla municipalità, l’ecologia sociale, considerata come un carattere essenziale della municipalità.
    L’ecologia sociale va oltre l’ecologia ambientale: è condizione essenziale per il benessere collettivo;
    La politica.

    Ognuno di questi punti viene declinato nelle cinque zone del campo, ognuna composta da quattro quartieri. Il confederalismo democratico parte da lì, dai comitati di quartiere, che si riuniscono una volta alla settimana e ogni due mesi scrivono un rapporto su problemi e proposte, scegliendo alcune persone come portavoce per l’Assemblea del popolo.

    L’Assemblea del popolo è composta dalla presidente, dal copresidente e da 131 consiglieri. Presidente e copresidente sono presenti tutti i giorni, a tempo pieno.

    Le cariche durano due anni, rinnovabili per un mandato. La municipalità viene eletta dal popolo. Non sempre è facile arrivare alle decisioni, perché tutto deve essere condiviso.

    L’incontro non è formale: si discute infatti di come utilizzare il luogo individuato per l’ospedale, a partire dall’ampliamento del poliambulatorio. Si tratta di coprire la struttura e, allo stesso tempo, di decidere come utilizzare gli spazi, visto che sono troppo grandi per un ospedale di comunità. Viene esclusa l’ipotesi della scuola per la dimensione dei locali; vengono prese in considerazione altre ipotesi, come la nuova sede per le attività dell’Associazione che si prende cura dei bambini down, che ha elaborato un proprio progetto, e il laboratorio di fisioterapia. Ma il primo passo, concreto, è l’avvio dei lavori per la copertura della struttura.

    Il confederalismo democratico ritiene che le comunità, per poter coinvolgere tutti, debbano avere una dimensione ottimale di diecimila persone. Il campo è abitato da tredicimila persone e il modello, con le sue fatiche, funziona.

    Il modello in questi anni è stato adottato in Rojava, dove vi sono oltre tre milioni di persone di etnie diverse e lì il banco di prova è decisivo. Se la Turchia non riuscirà a distruggerlo.

    Ma chi lo ha proposto e lo vive non solo ci crede, lo pratica con la grande convinzione che sia il modo per cambiare dalla base la struttura sociale del Medio Oriente.

    Venerdì 4 ottobre: Incontro con “M”

    Incontriamo una rappresentante che ci parla delle donne che hanno combattuto a Kobane. Nel suo racconto, nell’analisi della situazione e nella valutazione delle prospettive, alterna passaggi piani a momenti di forte impatto emotivo.

    Si parla del protagonismo delle donne nella liberazione del Rojava. «La guerra non è mai una bella cosa», racconta, «ma la nostra è stata, è una guerra per l’umanità. Per la difesa della dignità umana. Le donne sono partite in poche: quattro o cinque di nazionalità diverse, ma unite dall’idea che fosse necessario armarsi, addestrarsi e combattere l’oppressione e il fondamentalismo per affermare la possibilità di una vita migliore. Per le donne, ma anche per gli uomini». Per tutti.

    «A Kobane la popolazione aveva bisogno di essere difesa dall’attacco dell’ISIS: da un problema di sicurezza è scaturita una rivoluzione vera. Una rivoluzione che non è solo curda, o araba, ma è una rivoluzione popolare, che sta costruendo un nuovo modello di democrazia partecipata».

    In Medio Oriente, cuore della Terza Guerra Mondiale scatenata dai conflitti interni e orchestrata dalle potenze mondiali.

    «Quando ci si crede, si può arrivare a risultati impensabili. Non importava essere in poche. All’inizio non è stato facile, nel rapporto con le altre donne: per la prima volta si trovavano davanti alla scelta della lotta armata in prima persona, dal punto di vista femminile. Poi hanno compreso, quando hanno visto le loro figlie venire con noi, crescere nella consapevolezza e nella determinazione per organizzare la resistenza popolare. L’organizzazione popolare è diventata determinante, non solo a Kobane, ma in tutto il Rojava.

    Le donne, quando vogliono raggiungere un obiettivo, sono molto determinate. E sono molto più creative degli uomini.

    Così hanno trasformato una guerra di difesa in una possibilità di cambiamento rivoluzionario, in cui tutti possono partecipare alla costruzione di un destino comune, provando a superare anche le divisioni imposte nei secoli dalle diverse religioni». Nel caos del Medio Oriente, dove in questo momento l’Iraq è di nuovo in fiamme.

    «Oggi il nemico per noi rimane l’ISIS: l’YPG (la nostra formazione guerrigliera maschile) e l’YPJ (la nostra formazione guerrigliera femminile) lo hanno sconfitto, ma rimangono sacche sparse dell’ISIS e cellule dormienti all’interno dei territori liberati. Il nemico però è soprattutto la Turchia, la cui strategia sullo scacchiere del Medio Oriente, dove tutte le potenze mondiali vogliono dare scacco al re, è l’occupazione della striscia di terra che corre sotto il confine con la Siria e che collega storicamente l’Occidente e l’Oriente.

    Questo territorio è il Rojava: per questo il regime di Erdogan vuole distruggerci. Sostiene, come ad Afrin, di volersi presentare con il ramoscello d’ulivo: in realtà, ad Afrin ha portato forme di repressione sempre più aspre, nuove forme di violenza etnica, una nuova diffusione dei sequestri di persona. Per arrivare al suo obiettivo, la Turchia sta costruendo un altro ISIS, come ha fatto con l’originale. Solo una parte delle tre milioni di persone presenti in Turchia è costituita da profughi: sono quelli che il regime vuole cacciare e spinge a viaggi disperati e rischiosi verso l’Europa. Gli altri sono integralisti, diretti o potenziali, che il regime di Erdogan intende tenere, avviandoli a scuole di formazione religiosa e militare, fino a quando li manderà di nuovo in giro a seminare il terrore.

    La Turchia utilizza i miliardi di dollari forniti dall’Europa per ricostituire un nuovo ISIS da utilizzare nello scenario della Terza Guerra mondiale». La vecchia strategia di destabilizzare per stabilizzare con il terrore.

    «La Turchia utilizza la Russia, la Russia la Turchia, la Turchia gli Europei. L’Europa, aiutando la Turchia, sta diffondendo dei nuovi veicoli di infezione.

    La vittima designata è il popolo curdo, ma il popolo curdo ha la testa dura.

    La minaccia principale incombe sul territorio libero del Rojava, dove è in corso un esperimento concreto di confederalismo democratico, con la partecipazione di tutte le etnie. Lo stiamo facendo con un forte impegno e una grande fatica, ma questa è la via per portare una vita migliore in una regione devastata dai conflitti etnici e religiosi, interni e scatenati dall’esterno».

    Particolarmente importante, in questa situazione, è la condizione della donna. «Quando le condizioni della donna migliorano, migliora la situazione per tutti, perché vincono i principi e l’ideologia della vita contro i nazionalismi e le strumentalizzazioni del capitalismo internazionale.

    Prima tutti dicevano di volerci dare una mano. Ma la memoria di molti è troppo corta. Le organizzazioni umanitarie ufficiali si schierano sempre con gli Stati, non con i movimenti di liberazione.

    Il nostro obiettivo è mantenere il Rojava libero di fronte alla minaccia dell’occupazione. Dobbiamo sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale attorno a questa nuova speranza per il Medio Oriente e costruire un ponte tra il Kurdistan e l’Europa.

    Il potere della società è come un fiume che, scorrendo, cresce in maniera sempre più ampia. Noi vogliamo resistere per creare una vita migliore.

    Voi, delle associazioni non legate al potere degli Stati, potete aiutarci contribuendo a diffondere le nostre idee, la nostra esperienza, la nostra storia».

    Sabato 5 ottobre: incontro con i giovani che difendono il campo

    Nel tardo pomeriggio incontriamo la Guardia Armata del Campo. Ci raccontano che dopo il bombardamento con i droni dell’aprile scorso, non ci sono state altre incursioni da parte dei turchi. La tensione però rimane alta anche perché nelle vicinanze ci sono ancora gruppi sparsi dell’Isis. Facciamo qualche domanda a proposito della loro vita. Ci dicono che chi si dedica alla causa curda può arruolarsi dai 18 anni in poi, anche per sempre. Se si vuol lasciare un impegno così pieno si può farlo senza problemi, anche se i casi sono rari.

    Li vediamo al tramonto. Appartengono alla formazione che ha liberato Makhmour e soprattutto Kirkuk, dove i peshmerga, l’organizzazione armata del governo regionale del Kurdistan iracheno, si trovavano in difficoltà e stavano per essere sopraffatti dall’avanzata dell’ISIS.

    A Makhmour hanno liberato sia il campo che la città, sede del più grande deposito di grano dell’Iraq. Poi sono tornati sulle montagne.

    Con noi parla con grande convinzione uno dei ragazzi, il portavoce: gli altri condividono con gesti misurati le sue parole. Nessuno di loro ha più di venticinque anni, ma tutti e tre ne dimostrano meno.

    Il ragazzo dice che la loro scelta è stata spontanea, e che li guida l’idea della difesa del popolo dall’oppressione degli Stati: non solo quelli che incombono sul popolo curdo (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ma sul popolo in generale. In questi giorni stanno dalla parte delle proteste popolari contro il governo che sono in atto a Bagdad: la loro lotta è contro il capitalismo e durerà fino all’affermazione del socialismo che, nella loro visione, oggi si esprime attraverso il confederalismo democratico.

    L’atmosfera è coinvolgente. Sotto, nella pianura, le prime luci si diffondono sul campo. Sopra, sulla montagna, loro proteggono e tutelano la serenità di bambini, donne e uomini.

    I bambini del campo sono tanti e cantano insieme con un’allegria contagiosa, a ripetere giochi antichi e sempre attuali: insieme, bambini e bambine.

    Loro si alzano alle quattro, poi dedicano il mattino alla formazione politica e all’addestramento fisico per chiudere la giornata con l’addestramento militare. Militanti a tempo pieno.

    Sono convinti che o il futuro del mondo è il socialismo come forma di democrazia diretta e partecipata, o sarà solo morte e distruzione, come da troppi anni è in Medio Oriente, in mano alle oligarchie di potere manovrate dagli interessi del capitalismo internazionale.

    Alla domanda se non li ferisce il fatto che la propaganda turca e di altri Paesi occidentali li chiama terroristi, la loro risposta è: «A noi interessa quello che pensa il popolo, non quello che dicono questi signori».

    Nella quotidianità questi ragazzi non conoscono giorni di riposo o di vacanza, hanno sporadici rapporti con le famiglie per motivi di sicurezza, non sono sposati.

    Proprio adesso, nel momento dell’incontro, dalla pianura salgono le musiche popolari di un matrimonio, alla cui festa vanno tutti quelli che vogliono partecipare, con le danze tradizionali e i costumi rivisitati in chiave attuale.

    Ieri, a un altro matrimonio, ci siamo stati anche noi. Si respirava un’aria autentica, come erano queste feste anche in Occidente prima di diventare un’espressione inautentica di lusso ostentato e volgare.

    I giovani guerriglieri intendono continuare fino a quando momenti come questo, di partecipazione popolare, saranno la regola di pace e non l’eccezione in un clima di guerra.

    Nelle parole e nei gesti sono sobri e austeri, quasi oltre la loro età.

    Dopo un’ora si alzano dalle rocce su cui ci siamo trovati e, dopo averci salutato con un abbraccio intenso, si avviano verso la montagna, veloci e leggeri.

    Non esibiscono le armi; appartengono loro come uno strumento di difesa e di protezione. Come il bastone del pastore, che vigila sul suo gregge.

    Non sono ombre, ma appaiono solari nel tramonto che scende lentamente verso la Siria.
    Domenica 6 ottobre: l’uscita dal campo

    Oggi tocchiamo con mano che cosa vuol dire l’embargo per il campo di Makhmour imposto dal governo regionale del Kurdistan iracheno, in accordo con la Turchia. Il popolo del campo da tre mesi non può uscire, né per lavoro, né per altri motivi. Il rappresentante delle relazioni esterne ha chiesto il permesso per poterci accompagnare fino a Erbil, ma il permesso è stato negato. Potranno accompagnarci solo fino al primo check point, dove ci aspettano dei tassisti della città di Makhmour. Da lì in avanti è una sequenza di controlli: sbrigativi quelli ai due posti di controllo iracheni, sempre più lunghi e insistenti ai tre posti di controllo del governo regionale.

    Tra il campo e l’esterno è stata posta una serie di barriere a ostacoli.

    Ci vogliono oltre due ore per arrivare ad Erbil, dove arriviamo in un normale albergo dopo dieci notti sul pavimento della casa del popolo. Non mi piace per nulla questo passaggio: ho già nostalgia di quei giorni, con il poco cibo curato con grande attenzione, e di quelle notti in sette per stanza, su dei tappeti stesi a terra.

    Lucia e altri compagni del gruppo vanno a chiudere la pratica di acquisto dell’autoambulanza. Finalmente, dopo giorni estenuanti per la difficoltà di comunicare con l’esterno dal campo. La pratica viene risolta subito e inaspettatamente, anche con l’aiuto di alcuni compagni dell’HDP, il partito di sinistra nel Kurdistan iracheno. L’ambulanza, nuovissima, viene portata dallo stesso concessionario, una persona sensibile alla questione curda, al campo (lui, essendo un cittadino di Erbil, può muoversi), dove un video registra l’ingresso al presidio ospedaliero. Missione compiuta.

    Con gli altri del gruppo andiamo a fare un giro in città, verso la cittadella. Ma Erbil mi ricorda troppo il nostro mondo, tra l’inquinamento dei pozzi petroliferi alla periferia, le centinaia di autocisterne in fila per il rifornimento, un traffico caotico. Unica differenza con le città occidentali, il suk mischiato alle firme della moda che hanno infettato le città di tutti i continenti. Torno in albergo e guardo lo scorrere delle code dalle vetrate: ho bisogno ancora di una barriera per affrontare questo mondo. Se è ancora un mondo.
    Lunedì 7 ottobre: la differenza

    Saliamo in gruppo alla cittadella di Erbil, patrimonio mondiale dell’Unesco. La più antica cittadella fortificata del mondo, costruita su undici strati successivi. Incontriamo il direttore del sito, che ci accoglie come dei vecchi amici e ci porta a visitare i luoghi ancora chiusi al pubblico per i lavori di scavo.

    Parla fluentemente tedesco e inglese, ha abitato in Germania; poi, in piena guerra, nel 2002 è stato chiamato a ricoprire il ruolo di sindaco della città.

    Lo ha fatto fino al 2016. Erbil ha più di un milione di abitanti, il Kurdistan iracheno non supera i quattro milioni di abitanti. Eppure negli anni scorsi sono stati accolti oltre due milioni di profughi fuggiti di fronte all’avanzata dell’ISIS. E loro li hanno ospitati senza alcun problema. E chi ha voluto rimanere, è rimasto. Mi viene in mente che da noi, noi?, si parla indecentemente di invasione di fronte a poche migliaia di migranti che rischiano la vita attraversando il mare. C’è chi guarda avanti, e forse ha un futuro; e c’ è chi non sa guardare da nessuna parte, e non ha passato, presente e futuro.

    Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre si parte. Verso la notte dell’Occidente.

    https://valori.it/curdi-diario-viaggio-campo-profughi
    #camp_de_réfugiés #camps_de_réfugiés #Kurdes #Irak #réfugiés_kurdes #asile #migrations #réfugiés #Öcalan #Apo_Ocalan #Ocalan #Confédéralisme_démocratique #utopie #rêve #jardins_partagés #agriculture #éducation #écoles #jardins_potagers #formation_continue #femmes #démocratie_participative #égalité #écologie_sociale #Assemblée_du_peuple #Rojava #Kurdistan_irakien

  • Pourquoi les #travailleuses_du_sexe chinoises à #Paris se sont-elles mobilisées ?

    Lassées des contrôles de #police, des Chinoises migrantes se prostituant à Paris décident, en 2013, de se faire entendre et s’allier à d’autres travailleuses du sexe. Soutenues par Médecins du Monde, qui mène auprès d’elles un programme de prévention santé depuis 2004 avec le #Lotus_Bus, elles rencontrent policiers et élus et se font connaître du #Strass, le #syndicat du Travail Sexuel.
    Hélène Le Bail, politologue spécialiste des migrations chinoises, a suivi cette mobilisation. Elle revient sur ce qui a déclenché le mouvement, la façon dont il a été perçu et sur ce qu’il a représenté pour ces femmes chinoises qui ne s’étaient jamais mobilisées auparavant.

    http://icmigrations.fr/2019/10/15/defacto-012-02
    #mobilisation #lutte #femmes #femmes_migrantes #France #migrantes_chinoises #Chine #femmes_chinoises

  • L’#histoire méconnue des étrangères en grève à #Marseille dans l’entre-deux-guerres

    Précaires parmi les précaires, les #ouvrières étrangères de l’entre-deux-guerres en France ont pris plusieurs fois le risque de se mettre en #grève pour dénoncer leurs #conditions_de_travail. Italiennes, Arméniennes ou Grecques, leurs luttes ont été oubliées.

    http://icmigrations.fr/2019/10/15/defacto-012-01
    #histoire #femmes #migrations #France #précarité #ouvrières_étrangères #intersectionnalité #femmes_migrantes #invisibilisation #invisibilité #historicisation

  • La migration par le travail n’est pas toujours une expérience émancipatrice pour les femmes

    Le #déclassement professionnel est souvent au rendez-vous en migration. Il est particulièrement marqué pour les #femmes_chinoises formées sous le régime communiste qui sont arrivées à #Paris à la fin des années 1990. Elles se retrouvent assignées à des activités qui leur seraient « naturellement » destinées en tant que femmes et surtout femmes chinoises.


    http://icmigrations.fr/2019/10/15/defacto-012-03
    #migrations #émancipation #femmes #travail #France #femmes_migrantes

  • Pourquoi les #femmes qui travaillent s’attirent plus de reproches à la maison | Alternatives Economiques
    https://www.alternatives-economiques.fr/femmes-travaillent-sattirent-plus-de-reproches-a-maison/00090656

    Les stéréotypes ont la vie dure : la gent masculine reste plus légitime à s’investir avant tout dans la sphère professionnelle. En effet, une proportion beaucoup plus grande d’hommes que de femmes (40 % contre 22 %) déclare travailler plus de 40 heures par semaine. En revanche, un quart des femmes travaillant à temps partiel et ayant au moins un mineur à charge justifient le choix du temps partiel par le souhait de s’occuper des enfants. Chez les hommes dans la même situation, cette proportion tombe à… 1 % !

    Une autre étude, menée cette fois par la Caisse des allocations familiales (CAF), confirme que la naissance d’un enfant génère des attitudes différentes face au travail suivant le sexe du parent. Parmi l’ensemble de ceux en emploi avant la naissance de leur enfant, 52 % des mères ont réduit ou cessé leur activité professionnelle pour s’en occuper, contre seulement 6 % des pères. Plus d’un tiers des mères interrogées par la CAF déclare d’ailleurs que l’arrivée de leur enfant pourrait pénaliser leur carrière, contre 12 % des pères.

  • #Artemisia

    Come face-to-face with Artemisia and her paintings in the first major exhibition of her work in the UK.

    At a time when women artists were not easily accepted, Artemisia Gentileschi was exceptional. She enjoyed a long and successful career as a painter, spanning more than 40 years, and she was the first woman to gain membership to the artists’ academy – the Accademia delle Arti del Disegno – in Florence.

    Around 35 works from public and private collections around the world come together to give a selective overview of Artemisia’s career: From her training in Rome, where she learnt to paint under the guidance of her father Orazio Gentileschi, to her time in Florence, where she established herself both personally and professionally, and the last 25 years of her life, during which she set up a studio in Naples and undertook a brief trip to London.

    The exhibition features some of her best-known paintings and self portraits, as well as more recently discovered works, and gives visitors a unique chance to encounter Artemisia.

    https://www.nationalgallery.org.uk/exhibitions/artemisia
    #femmes_peintre #historicisation #art #femmes #exposition #musée

    • Quelques passages sélectionné par Aldo Brina :

      “This is meant to be a practical handbook for those who work with refugee women. You can be working in an NGO, in a municipality or in a reception centre as a social worker, lawyer, psychologist, health care professional, or similar, giving psychosocial and/or legal assistance to refugee women. We hope that this handbook will give you a better understanding on the causes and consequences of gender-based violence faced by refugee women, and help you to develop new skills as well as motivation to assist these women.”

      “The project data reveals that violence against women does not stop at the EU border. Quite the opposite: one fifth of the women identified in the project as victims of violence had been victimised within the EU. The risk of (re)victimisation in the destination country is heightened by the circumstances and processes related to seeking asylum. Unclear residence status, including being undocumented, makes female refugees vulnerable to, in particular sexual abuse and trafficking. Sexual harassment and stalking, in particular of single women in the reception centres, and in the streets, including some rape cases, were mentioned in the journals. Selling sex for goods or for money in the refugee camps and reception centres has also been identified by the counsellors. The counsellors have encountered cases of forced prostitution in the refugee accommodation centres, but women are very reluctant to reveal this due to lack of other options, fear of being punished or that reporting might affect their asylum claim.”

      “However, the most important background factor for low reporting rates seems to be that refugee women do not consider reporting crime as their utmost concern. Other barriers to reporting crime are poor language skills, lack of trust and fear of authorities, emotional and economic dependency on the perpetrator, fear of revenge by the perpetrator or pressure from the family or the community. Also authorities’ non-sensitive attitudes and processes might deter victims from reporting crime, or lead to re-traumatisation of the victim during the criminal justice process. Many of these barriers can be overcome, but resolving the root cause, namely, that refugee women do not see the benefit or need to report crime, would be important.”

      “Gender-based violence remains a private and sensitive issue, and many of the forms of gender-based violence are not considered as crimes by the refugee women themselves. Feelings of guilt and self-blame prevent victims from reporting. Victims can also be afraid of the reaction of the perpetrator or the community. An important hindrance to reporting is attitudes within a family or in a community e.g. blaming a wife for being a “bad wife” if she considers leaving a violent relationship or shaming a victim of sexual violence. Sometimes communities even pressure a victim to stay silent. Within a community there can also be misconceptions related to reporting crime, such as that if you report crime, authorities will take away your children.”

      “One reason why refugee women do not feel comfortable in reporting to the police or to other officials is lack of trust towards authorities. Mistrust can be a consequence of very unpleasant experiences with authorities in the countries of origin, including corruption, violence by authorities or a total lack of respect for women’s rights. Detention-like experiences in the destination countries’ asylum system are also not ideal for creating a relationship of trust towards authorities.”

      “There are two systems aimed at protecting and upholding the human rights for asylum seeking victims of violence; the asylum system, which is aimed at protecting those in danger of persecution or serious harm, and the victims’ rights regime, which seeks to ensure protection for victims of crime. Most asylum seeking women could, in theory, claim rights from either one, or both, of these systems, because they need protection from persecution in their home countries, and protection from violence in the EU. But these systems seem to operate in silos, and do not correspond to the realities of the refugee women.

      Many refugee women are traumatised by the past or recurring violent crime, but these incidents are not of their utmost concern while they are in the refugee status determination process. Their foremost concern is their and their children’s future i.e. to receive an assurance that they can stay in a safe country. A dilemma is that in order to be able to build a future, and to recover from violence, the women would need asylum; but to receive asylum they need to concentrate on and emphasize the most intimate and shameful incidents of their life.

      In order to receive asylum a person has to go through an interview in which she needs to tell her life story highlighting the most negative and traumatic experiences. Also the claimant needs to tell about her experiences in a manner that corresponds to the institutional expectations. To meet the institutional expectations asylum seekers need to be aware of what kinds of experiences are considered relevant in the context of an asylum claim. Furthermore, an applicant needs to be able to explain the individual basis for a claim and give detailed information on concrete incidents of persecution.

      This can be very demanding. The women may not understand that gender-based violence is a relevant experience in this context and they are usually deeply traumatised, ashamed and afraid to talk about their experiences.”

      “Two important practises in counselling, which can help in overcoming the dilemma are; 1) informing women on their procedural rights, such as a right to an individual interview and confidentiality of the interview and 2) mentally supporting women to tell their story of violence highlighting the issues that are relevant for the claim.”

      “Our evidence suggests that a multidisciplinary team, including a psychologist, a lawyer/ legal advisor and a social worker, is the most efficient in tackling the challenges female refugee victims of gender-based violence face. Teamwork improves the quality of counselling because in a team professionals can exchange opinions and support each other.”

      “Even the most skilled and dedicated counsellors cannot succeed without solid support from the management. All counsellors should be provided with supervision, debriefing opportunities and peer-support to emotionally recover from the counselling sessions and to be able to efficiently assist clients.”

      Les quatre étapes du conseil à une victime de violences basées sur le genre:

      1. Build trust with her

      2. Inform her on her rights

      3. Help her to reclaim her story

      4. Support her choice

  • « Les Kurdes nous ont dit "sortez, courez !" » : le témoignage de djihadistes françaises

    Prises sous le feu de l’armée turque, les forces kurdes ouvrent les portes des camps de #prisonniers #djihadistes. Témoignages recueillis par deux journalistes qui les avaient suivies dans le cadre d’un livre.

    Dix Françaises, membres de l’organisation Etat islamique (EI), sont libres en Syrie, après avoir pu sortir du camp d’Aïn Issa, à 50 km au nord de Raqqa. Selon nos informations, les forces kurdes, qui les détenaient, ne pouvaient plus les garder.

    Ces dix Françaises et leurs 25 enfants ont été sortis du camp, dimanche 13 octobre au matin, alors que l’armée turque prenait pour cible Aïn Issa, ville sous contrôle kurde dans le nord de la #Syrie. Dans l’incapacité de gérer ces centaines de femmes djihadistes étrangères retenues dans cette prison, les gardes kurdes ont quitté les lieux, les laissant libres.

    Comme les autres, les dix Françaises sont donc sorties dans la précipitation avec leurs enfants. Toutes sont connues des services de renseignement et sont sous le coup d’un mandat international pour avoir rejoint #Daech.

    http://www.leparisien.fr/international/en-syrie-les-kurdes-laissent-s-echapper-des-djihadistes-francaises-14-10-
    #femmes #camps #Kurdistan #EI #ISIS #Etat_islamique #prison #Aïn_Issa #France #françaises #fuite

  • Pour Julian Assange Monika Karbowska - Librairie-tropiques.over-blog.com - 14 Octobre 2019 La situation de Julian Assange, à la date du 10 octobre 2019
    http://www.librairie-tropiques.fr/2019/10/assange.html

    Pour Julian Assange et tous ceux qui osent affronter la "Bête".
    Depuis qu’il s’est avisé de révéler à la "communauté internationale" les turpitudes de toutes les classes dirigeantes qui la composent, et singulièrement ses prétendus "démocrates" donneurs de leçons, du genre de ceux qui ont dévasté le monde ces dernières années ( voir : "la stratégie du chaos" ), et non plus seulement les croquemitaines qui leurs servent commodément d’exutoire, Julian Assange n’est plus (du tout) en odeur de sainteté parmi les médias "de référence" et l’appareil idéologique qu’ils servent, de FOX News à France Television, en passant Le Monde, le New-York Times, Libération, CNN, Mediapart et le Figaro.
    
Désormais, les "lanceurs d’alerte" sont vivement incités à remiser leurs sifflets, sauf si c’est pour siffler la mi-temps et protéger l’appareil d’État en alimentant l’enfumage généralisé qui le pérennise (voir dernièrement à ce propos : Eleanor Goldfield ou le reportage de Vincent Lenormant sur les "démocrates radicaux" qui ont maintenant la faveur de cet appareil idéologique).

    Aujourd’hui au déni de justice, au droit bafoué, risque fort de s’ajouter un crime d’État, qui ne semble pourtant guère émouvoir notre (go)gauche morale et ses "intellectuels d’influence", et pas davantage les donneurs de leçon, ordinairement si prompts à farouchement dénoncer les atteintes aux droits de l’homme (et du citoyen)...

    En pratique...

    La situation de Julian Assange, à la date du 10 octobre 2019
    
Julian Assange n’est pas en bonne santé, son moral n’est pas bon.

    Il est détenu à Belmarsh dans une cellule individuelle dans l’unité médicale dont il ne sort qu’une heure ou deux par jour.

    Il peut recevoir des visites :
- il rencontre ses avocats plusieurs fois par semaine et a accès régulièrement à eux.
- il peut également recevoir des visites de ses proches trois fois par semaine.

    Les visites de ses avocats comme celles de ses proches sont en "principe" privées.

    Il peut recevoir du courrier et en reçoit beaucoup, mais tout est lu dans les 2 sens.
On peut lui écrire et il peut correspondre si on lui envoie une enveloppe timbrée
avec adresse du destinataire.

    Pour lui rendre visite :
    Julian doit d’abord en faire la demande
et inscrire le nom sur une liste de "visiteurs
Ensuite, il faut en faire la demande à la prison ;
cela peut prendre deux semaines pour obtenir l’autorisation de la prison.
La demande doit mentionner le nom du visiteur, sa date de naissance,
son numéro de téléphone, son adresse, deux preuves de résidence.
Et montrer sa carte d’identité ou son passeport le jour de la visite.
Donc :
1) lui écrire pour lui proposer de lui rendre visite
2) attendre sa réponse
3) celle-ci reçue, faire une demande de visite à la prison.

    Julian a accès depuis peu à un ordinateur fourni par la prison, mais pas à internet.
Julian a toujours son passeport australien et n’est donc pas apatride.

    Historique des faits.
    Julian Assange était détenu depuis le 11 avril (date de son arrestation) pour avoir violé les termes de sa mise en liberté sous caution lorsqu’il est allé se réfugier à l’Ambassade de l’Equateur en 2012. 

    Pour cette violation mineure il a avait été condamné à 50 semaines de réclusion, ce qui était pratiquement la peine maximale (1 an).
Ses avocats avaient fait appel contre cette condamnation, mais comme le tribunal a traîné pour nommer un juge pour entendre l’appel et que ce dernier étai hostile à Julian, ses avocats ont retiré leur appel.

    D’autant que, passé la moitié de cette peine, il devait être libéré pour bon comportement.

    Le 22 septembre dernier, le tribunal en a jugé autrement...

    Alors qu’il aurait du être libéré sous caution en attendant le déroulement de la procédure judiciaire relative à sa demande d’extradition, le juge a décidé de le maintenir en détention provisoire,
rejetant préemptivement la mise en liberté sous caution - avant même que Julian n’en ait fait la demande.

    Le juge a argué du fait que vu que Julian Assange avait violé les conditions de sa liberté sous caution en 2012 en se réfugiant à l’Ambassade d’Equateur, sa parole n’avait pas de valeur car s’il était libéré, il risquerait probablement de s’enfuir de nouveau.

    Le juge n’a envisagé aucune mesure alternative permettant à Julian Assange de recouvrer au moins une semi-liberté, confirmant le parti pris évident de la justice britannique dans son cas.

    Tous les documents personnels de Julian Assange, ont été saisis à l’ambassade par le gouvernement de l’équateur puis remis avec le département américain de la justice.
L’avocat de Julian Assange en Équateur a reçu fin septembre une notification officielle de la justice équatorienne l’informant que le gouvernement équatorien remettrait le contenu des ordinateurs de Julian
(saisis arbitrairement par l’Ambassade équatorienne lors de son arrestation) au ministère de la Justice des États-Unis le 2 octobre 2019.

    Ce fait est confirmé de source officielle équatorienne.
C’est une nouvelle violation flagrante de son droit à la vie privée
Articles

    12 de la Déclaration universelle ;
    17 de la Convention internationale sur les droits civils et politiques ;
    11 de la Convention interaméricaine sur les droits de l’homme,auxquelles est tenu l’Equateur, mais le gouvernement actuel, dans la main des Etats-Unis,n’en a cure.
    Les documents saisis contiennent tout ce dont disposait Julian Assange à l’Ambassade depuis 2012 (ordinateurs, disques durs, carnets de notes, manuscrits, y compris ses notes d’entretien avec ses avocats quant à la préparation de sa défense).

    Remettre ces documents au gouvernement qui le persécute et cherche à le juger revient à mettre Julian Assange à la merci de ses futurs juges.

    Au vu de la saisie des documents personnels de Julian Assange et leur mise
à la disposition de la justice américaine, sans aucune procédure pour ce faire,
le Rapporteur spécial sur la vie privée Joseph Cannataci est intervenu
plusieurs fois auprès des Equatoriens, en privé et publiquement,
pour leur demander de remettre ces documents à ses ayants droits.
Sans succès.

    Du côté des Nations Unies, les 4 rapporteurs spéciaux (experts indépendants) qui se sont prononcés sur le cas de Julian Assange poursuivent leurs efforts, dans le cadre limité qui est le leur :

    le Groupe de travail sur la détention arbitraire,qui continue de demander sa libération ;

    Le rapporteur spécial sur la torture (Nils Melzer)

    Le rapporteur spécial sur le droit à la vie privée (Joseph Cannataci)

    Le rapporteur spécial sur les défenseurs des droits de l’homme (Michel Forst)

    Leur action se poursuit sur trois niveaux :
    – niveau diplomatique : le Rapporteur Spécial sur la torture a écrit
aux gouvernements suédois, britannique, US et équatorien,
arguant du fait que leur action conjuguée,
publique et juridique constitue une forme de torture psychologique incompatible
avec leurs engagements internationaux en vertu des conventions ratifiées
(Convention sur les droits civils et politiques et convention contre la torture).

    La Suède, les Etats-Unis et l’Equateur ont répondu par écrit.
Le Royaume Uni vient finalement de répondre à l’intervention (la semaine dernière)
du Rapporteur Spécial sur la torture ;

    Les lettres du Rapporteur Spécial et les réponses des 3 gouvernements sont
publiques (elles deviennent publiques automatiquement après 60 jours).
Donc à ce jour les 4 gouvernements ont répondu et les lettres de Nils Melzer
et leurs réponses sont publiques.
    – niveau juridique à travers la défense organisée par Gareth Peirce.

    Toujours au niveau juridique, une injonction du droit international des droits de l’homme et du droit européen des droits de l’homme lors de la défense de Julian Assange est indispensable.
La question est comment y procéder de la manière la plus efficace.
    – au niveau public : le Rapporteur Spécial sur la torture continue de s’exprimer publiquement comme en témoignent ses interviews aux différents médias afin de maintenir une mobilisation publique.

    La première audience d’extradition serait prévue en février 2020.


    Quand le sort d’un homme se joue aux dés 
Julian Assange jugé le 11 octobre 2019
    WikiJustice Julian Assange - Vendredi 11 octobre 2019
    Monika Karbowska

    Comme le 20 septembre 2019 son nom figurait en premier des jugés pour être extradés, mais c’est parce qu’il commence à la lettre A et que la liste des 21 hommes, majoritairement Polonais et Roumains et d’une femme azerbaidjanaise, est alphabétique. A la Westminster Magistrate Court, ce 11 octobre 2019, le greffier et le secrétaire du greffe préparait la séance dans la petite salle numéro 3 alors que le public a vite rempli les dix chaises réservées derrière la vitre. Julian Assange figurait donc à la séance du jour parmi les migrants d’Europe de l’Est vivant en Grande Bretagne et réclamés par la justice de leur pays à grand renfort de Mandats d’Arrêt Européens. Comme sur la liste du 20 septembre, certains des prolétaires accusés de vols, escroqueries ou autre bagarres et délit de pauvres étaient aussi menacés d’être livrés aux USA. Et Julian Assange est sur la même liste. Etrange sensation de le savoir en compagnie du prolétariat européen le plus vulnérable, le moins conscient de ses droits, le moins politisé. Mais ce jour-là, après toutes les avanies de cette justice expéditive ou l’on juge les hommes en leur absence, les militants de l’Association Wikijustice, ne s’attendaient même pas à le voir comparaitre.

    Notre soucis était de savoir si un minimum de défense serai présent pour lui, contrairement au 20 septembre dernier. Les dix places du public ont été vite remplies par Wikijustice et par les membres du comité de soutien britannique. Andrej Hunko, député de die Linke, était également présent dans le public, lui le combattant de longue date pour la justice en Europe, notamment pour une enquête internationale indépendante sur l’assassinat de 100 personnes brulées vives dans la Maison des Syndicat à Odessa le 2 mai 2014 au cours du Maidan ukrainien. Les familles des autres prévenus ont du hélas se contenter de places debout. Malheureusement, pour leurs hommes comme pour Julian Assange, la justice britannique fut rapide, sèche et dénuée de la moindre analyse.

    Madame Emma Arbuthnot, juge et présidente du tribunal a pris place à l’estrade et nous nous sommes tous levés. Le greffier lui a présenté le plan de travail. Julian Assange figurait sur la liste comme le numéro 11, mais finalement c’est dans un ordre tout à fait différent que les « cas », les hommes, ont été présentés à la juge. Le secrétaire du greffe commença par le cas numéro 16, et après avoir dit son nom à haute voix, appela le prévenu polonais de la prison de Belmarsh après avoir actionné la vidéo. Sur l’écran apparait alors un gardien qui affirme que M. K. est trop malade pour comparaitre ce jour-là. Et c’est tout. Terrible justice dématérialisée ou l’étrange comparution en vidéo déporte le tribunal ipso facto en prison et nous ramène vers une forme d’ancien régime, tellement le détenu est devenu immatériel, caché, inaccessible.
    . . . . . . . . . . .
    Madame la juge se lève alors et nous nous levons car elle sort de la salle. Nous croyons à une pause et nous apprêtons à discuter de ce que nous avons vu. Mais le greffier annonce que le cas de Julian Assange est discuté. Nous nous levons car un autre juge, un homme de 45 ans, arrive. Et la sinistre farce politique peut commencer. La vidéo s’anime et Julian Assange apparait devant nos yeux. Il s’assied sur une chaise dans un espèce de box ou un petit local avec des cadres derrière lui comme des miroirs sans teints. Il parait amaigri, en s’asseyant il se crispe nerveusement sur la chaise, une jambe posée sur l’autre, les bras croisés, les mains cachées, repliées. Il porte une longue barbe et des cheveux longs gris et blancs, le même sweat-shirt bleu délavé et ce même pantalon gris que sur la vidéo de Wandsworth d’avril et fuitée en mai. J’ai l’impression qu’il a froid et il fait froid en cette matinée humide d’automne à Londres.

    Je ne peux m’empêcher de me demander si quelqu’un lui a quand même fourni des vêtements ou de l’argent pour en acheter à l’intérieur de la prison, des produits de première nécessité auxquels tout être humain a droit, même enfermé. Je me remémore mon voyage d’hier à la prison de Belmarsh ou les gardiens du « visitor center » ont refusé de certifier s’il avait bien reçu nos colis avec les chaussettes chaudes. C’est bouleversant de le voir ainsi et je pense alors que nos chaussettes envoyées ne sont pas superflues.

    Julian Assange dit juste une phrase, « Paul Julian Assange » et sa date de naissance. Puis il garde jusqu’au bout un air absent. Il est légèrement penché en avant, le regard fixant le sol, comme s’il refusait de participer à cette mascarade. Nous ne savons pas exactement ce qu’il peut voir de la salle, probablement uniquement son avocate, l’accusation au premier rang, le greffier et le juge. Nous ne le voyons pas en entier, la caméra le coupant à la taille. Justement son avocate, Gareth Peirce est là, arrivée à 10h mais absente de la salle pendant la présentation des autres cas. Elle dialogue avec le juge, cela dure quelques minutes. Il me frappe qu’elle ne regarde pas Julian Assange. Elle ne se tourne pas une seule fois vers la vidéo et il n’y a entre eux aucun regard ni signe de connivence. On a l’impression d’assister à une pièce de théâtre dont tous les acteurs connaissent le jeu, les ficelles du jeu et naturellement le dénouement de l’intrigue. Normal, ils se connaissent tous car ils jouent dans la même troupe du système judiciaire alors que nous assistons à la comédie humaine en spectateurs impuissants. Mais il s’agit d’un homme dont le sort se joue à pile ou à face… Nous comprenons que Gareth Peirce demande la comparution physique de Julian Assange au tribunal la semaine prochaine, le 21 octobre. Ce n’est pas une mauvaise idée, mais je pensais, suite à nos consultations juridiques avec les avocats spécialisés dans l’extradition, qu’à cette audience du 11 octobre seraient présentés les arguments de la défense et que le « management hearing » de la semaine suivante sert à lister les arguments des deux parties, défense et accusation. Puis le juge a 3 semaines pour trancher. Justement l’accusation est bien présente à l’audience en la personne d’une femme élégante qui parle en dernier, assise juste à côté de Gareth Peirce. Après l’audience elle m’explique qu’elle est la « request barrister », l’avocate de la « partie adverse », c’est-à-dire, me dit-elle, qu’elle défend les intérêts américains. Obligeamment elle me donne son nom,Clair Dobbin. Son CV fourni apparait immédiatement sur internet, et je remarque que ses bureaux d’avocat sont situés dans le même bâtiment que ceux de Matrix Chambers, le cabinet de barristers 1 dont l’un, Mark Summers, avait lu la fameuse lettre d’excuses de Julian Assange lors de l’audience du 2 mai.

    Le juge finit en demandant d’une voix forte à Gareth Peirce : pas « d’application » aujourd’hui ? Pas de requête, de demande de libération sous caution ? Non. Gareth Peirce, l’avocate de Julian Assange ne demande rien. Elle veut que tout se joue le 21 octobre. Son client fixe le sol de la prison et on ne sait s’il entend et comprend, ni s’il est d’accord. C’est fini. Le juge sort, nous nous levons et nous sortons dans le couloir ou se joue le reste de la comédie humaine et politique.

    Le 21 octobre ou le 18 octobre sont évoqués à l’audience. Nous savons maintenant qu’il faut nous précipiter au secrétariat du tribunal pour demander la confirmation des dates. Revenez demain, nous ne les avons pas encore dans l’ordinateur. Gareth Peirce reste un moment seule dans le couloir, à l’écart des Anglais des comités de soutien et des journalistes. Je me présente et je lui demande si je peux lui demander des explications. Elle commence à me parler, mais déjà le secrétaire du greffe la sollicite. Elle me propose de parler avec son assistante et le suit.

    Le 21 octobre une partie, ou tous les dés seront jetés.

    Que faire pour renforcer la défense de Julian Assange avant qu’il ne soit trop tard ?
    1- Dans le système anglais il existe une hiérarchie entre les avocats – les sollicitors sont les avocats en contact avec le clients qui peuvent plaider devant les tribunaux de première instance, les Magistrate Court. Mais pour aller à la Crown Court, tribunal de seconde instance il doivent louer les services d’avocats plus spécialisés, les barrister. Jennifer Robinson et Mark Summers ont été les barristers de Julian Assange alors que Gareth Peirce est son sollicitor.
    Monika Kabrowska

    Pour celles et ceux qui veulent écrire à la cour. Voici l’adresse, ainsi que le numéro de dossier de Julian Assange

    N°dossier European Arrest Warrant
AM 131226-10 :
N°dossier RCJ CO/1925/2011

    Mr/Mrs Président Magistrate of Westminster Court
181 Marylebone Road
London
    ECRIVEZ A JULIAN ASSANGE. WRITE TO JULIAN ASSANGE

    Julian Assange, éditeur de wikileaks. Participez à notre campagne de lettres de masse. Inondons la prison de Belmarsh de messages de soutien !

    Si vous pouvez joindre une photo d’actions ou le descriptif d’une action, ce n’est que mieux (une lettre envoyée à un parlementaire ou un ministre par exemple)
    Mr. Julian Assange (A 93 79 AY)
HMP Belmarsh
Western Way
London SE28 0EB
UK

    Il faut préciser son nom et son adresse complète au dos de l’enveloppe sinon le courrier n’est pas distribué.
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Le numéro d’écrou doit être mentionné sans espace : A9379AY
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    Association WIKIJUSTICE JULIAN ASSANGE
    2 rue Frédéric Scheider, 75018 Paris
    Présidente Véronique Pidancet Barrière
    wikijusticejulianassange@gmail.com

     #assange #julian_assange #angleterre #prison #tribunal #justice #surveillance #nsa #etats-unis #en_vedette #activisme #usa #pouvoirs #politique #equateur #actualités_internationales #wikileaks #lanceurs_d'alerte #lanceur_d'alerte #répression #prison #prisons

  • British orphans found trapped in Syria IS camp

    The war in Syria has been reignited on new fronts by Turkey’s incursion into the north east of the country.

    In camps across the regions are thousands of terrified children whose parents supported the Islamic State group, but most of their countries don’t want them home.

    In one camp, the BBC has discovered three children, believed to be from London, whose parents joined IS five years ago, and were subsequently killed in the fighting.

    The children - Amira, Heba and Hamza - are stranded, in danger and they want to come home.

    https://www.bbc.com/news/av/world-middle-east-50030567/british-orphans-found-trapped-in-syria-is-camp
    #enfants #enfance #ISIS #EI #Etat_islamique #camps #orphelins #Syrie #conflit #guerre #combattants_étrangers

    • Gli svizzeri della Jihad

      Chi sono gli jihadisti elvetici, di che reti facevano parte e cosa li ha spinti a partire? Da Winterthur a Ginevra, dai palazzi popolari ai quartieri borghesi, siamo andati a cercare i giovani che si sono uniti all’ISIS.

      Sono svizzeri e sono partiti per fare la jihad. Molti di loro hanno combattuto per lo stato islamico, altri sono entrati in contatto con gli attentatori che hanno colpito l’Europa. Sono stati catturati in Siria e adesso si trovano nelle prigioni nel nord del paese.Con loro ci sono donne e bambini. Per ora nessun tribunale sta giudicando i loro crimini, tutti quanti sono in attesa che i rispettivi paesi d’origine decidano come procedere nei loro confronti. Uno stallo che sembra però sbloccarsi: secondo alcune indiscrezioni Berna starebbe considerando l’ipotesi di far rientrare le donne e i bambini.Una squadra di Falò è stata nei campi di prigionia che ospitano donne e bambini dell’ISIS; tendopoli al collasso in cui l’ideologia radicale sta risorgendo. Ma ci sono anche svizzeri che hanno fatto parte dello Stato Islamico e sono già rientrati in Svizzera.Chi sono questi jihadisti elvetici, di che reti facevano parte e cosa li ha spinti a partire? Da Winterthur a Ginevra, dai palazzi popolari ai quartieri borghesi, siamo andati a cercare i giovani che si sono uniti all’ISIS. Alcuni si dicono pentiti, altri sembrano aver mantenuto dei legami con gli ambienti radicalizzati. A che punto stanno i processi nei loro confronti? Chi si occupa di sorvegliare le loro attività? Quanto pericolosi li dobbiamo considerare?

      https://www.rsi.ch/play/tv/falo/video/gli-svizzeri-della-jihad----------?id=12256843
      #documentaire #film #suisse #femmes #al-Hol #camps_de_réfugiés #détention #prison

    • UK special forces may help British orphans escape Syria

      Home Office reverses stance and says it will consider repatriating children in camps.
      https://i.guim.co.uk/img/media/d0a1d88ba6202391e12730afd5aac7dc8694af18/0_235_5616_3370/master/5616.jpg?width=620&quality=85&auto=format&fit=max&s=204f73a9482a4debc42258

      Britain will consider repatriating orphans and unaccompanied children in north-east Syria if they are alerted to their presence by local military or aid agencies.

      Home Office officials said the UK would assist British orphans trapped in Syria after the Turkish invasion, reversing a previous policy that children had to be taken out of the country before they might get any help.

      Officials would not say exactly how children might be extracted from the country, implying that SAS or other special forces, still understood to be based in the region, could be involved in the repatriations.

      They said children thought to be British would be assessed on a case-by-case basis once removed from Syria and only orphans and unaccompanied children would be eligible to be brought back to the UK.

      The shift in policy comes after a BBC reporting team found three English-speaking orphans aged 10 or under in a Syria camp over the weekend. The children are believed to have been taken by their parents to live under Islamic State five years ago.

      The eldest, Amira, 10, told the film crew that their parents and other immediate adult family members were killed in an air assault on Baghouz, the last Isis stronghold, which fell in March, and she wanted to return to the UK.

      Save the Children, one of the few charities operating in north-east Syria, said the Home Office developments were a step in the right direction but more detail was required.

      “For this to translate into a real change of policy, we need to know that the government is working on how to bring all British children to the UK while we still can, not just those featured in the media,” the charity said.

      It is not clear how many British unaccompanied children remain in the crowded refugee camps in the Kurdish region of Syria. Some unofficial estimates put the figure at around 30.

      Any child born to a Briton – whether inside or outside the UK – is a British citizen. Before the Turkish invasion the government had said it was too risky to try to attempt any rescue children with a legitimate claim.

      When Shamima Begum was deprived of her UK citizenship in February, the British government said her infant son was still British. After the child died at a Syrian refugee camp at the age of three weeks, Jeremy Hunt, then foreign secretary, said it had been too dangerous for British officials to attempt to a rescue.

      Opposition MPs questioned whether the change in stance would lead to more orphaned children getting help. Stephen Gethins, the SNP’s foreign affairs spokesman, said: “We know the UK government’s record on resettling refugees and vulnerable people leaves a lot to be desired. Beyond the rhetoric there is very little substance from the UK government.”

      On Tuesday the foreign secretary, Dominic Raab, had hinted at a change of policy when, during an urgent debate on the Syrian crisis, he said: “We are looking at whether orphans and unaccompanied minors who bear UK nationality can be given safe passage to return to the UK.”

      Further details were spelled out on Wednesday by the Home Office, which has been leading on repatriations from Syria.

      The government does not want former Isis fighters and adult supporters to return to the UK, although around 450 are thought to have previously done so, and it is suggesting they could be put on trial in the region.

      https://www.theguardian.com/politics/2019/oct/16/uk-shifts-stance-on-helping-british-orphans-escape-syria?CMP=Share_iOSA
      #orphelins #rapatriement

  • #Cinturini

    Semo de Cinturini
    lasciatece passa’,
    semo belle e simpatiche
    ce famo rispetta’.

    Matina e sera, ticchetettà,
    infinu a sabadu ce tocca d’abbozza’
    matina e sera, ticchetettà,
    infinu a sabadu ce tocca d’abbozza’.

    Quanno fischia la sirena
    prima innanzi che faccia jiurnu,
    ce sentite atturnu atturnu
    dentro Terni da passa’.

    Matina e sera, ticchetettà [...]

    Quanno a festa ce vedete
    quanno semo arcutinate
    pe’ signore ce pijate
    semo scicche in verità.

    Matina e sera, ticchetettà [...]

    Se quarcunu che se crede,
    perché semo tessitore,
    ma se noi famo all’amore
    lo facemo pe’ scherza’.

    E se ce dicono, tant’accuscì,
    je dimo squajatela, pe’ me tu poli jì
    e se ce dicono, tant’accuscì,
    je dimo squajatela, pe’ me tu poli jì

    Version chantée par #Lucilla_Galeazzi :
    https://www.youtube.com/watch?v=T3Oafe5bDo4

    Le sens de la chanson :

    Chanson des ouvrières d’une usine de sacs de jute (activité très malodorante) près de Pérouse en Ombrie (Italie), qui dit : Nous sommes de Cinturini, laissez-nous passer, nous sommes belles et sympathiques, nous faisons respecter / Matin et soir, tiketeka (son de la machine à coudre) jusqu’au samedi on doit s’y résigner / Quand sonne la sirène, avant même qu’il ne passe jour, notre odeur se sent partout dans la ville de Terni / Quand vous nous voyez à la fête et que nous sommes bien propres, vous nous prenez pour des dames, nous sommes chic en vérité / Si certains se la jouent parce que nous ne sommes que des couturières, lorsque nous faisons l’amour (avec eux) c’est pour nous amuser (à leur dépens) / Et s’ils nous disent des méchancetés, on leur dit « cassez-vous, parce que pour nous c’est vous qui puez ! »…

    #femmes #chanson #chanson_populaire #classe_ouvrière #ouvrières #histoire #usines #Italie

    ping @sinehebdo

  • ‘We don’t need to bleed’: why many women are giving up on periods | Life and style | The Guardian
    https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2019/jul/18/women-dont-need-to-bleed-why-many-more-of-us-are-giving-up-periods
    https://i.guim.co.uk/img/media/60e03d1a3e5634a3652466cf1cb59ee7a0c01436/139_0_2559_1536/master/2559.jpg?width=1200&height=630&quality=85&auto=format&fit=crop&overlay-ali

    With recent confirmation that periods have no health benefit, an increasing number of women are using contraception to stop them altogether

    “Having so many periods is a modern phenomenon: historically, women would spend much of their time pregnant or breastfeeding.”
    "So, if women do not want a period, is there a medical reason that they should? The short answer is: no."

    #règles #femmes #santé #pilule

  • « Toutes les femmes sont discriminées sauf la mienne » | Entre les lignes entre les mots
    https://entreleslignesentrelesmots.blog/indispensable

    Je choisis cette phrase emblématique, extraite de travaux dirigés par Patricia Roux, comme introduction, résonance, à ma lecture de l’ouvrage de Léo Thiers Vidal : De « L’Ennemi principal » aux principaux ennemis. Position vécue, subjectivité et conscience masculines de domination. Autant le dire tout de suite, il s’agit, pour moi, de l’ouvrage lu, le plus important depuis le début du nouveau siècle.

    Je découvre que Didier Epsztajn a mis en exergue l’ouvrage de Léo Thiers-Vidal comme jamais blogueur ne le fit.
    #femmes #féminisme #hommes #masculinisme #proféministe

  • Les mots et la réalité Féminicide 1

    En France, le mot « féminicide » est récemment devenu d’usage assez courant. Il est intéressant d’essayer de comprendre comment et pourquoi un mot apparait et aussi pourquoi une population se l’approprie. Il s’agit, de fait, de réfléchir à une série de questions : pourquoi avoir créé un mot ? Quelle est sa définition ? En quoi reflète-t-il la réalité ? Peut-il aider à mieux appréhender le monde voire à le changer ? Ce qu’il désigne existait-il avant lui ? etc.

    Dans un premier temps, il faut s’interroger sur le sens du mot. Qu’est-ce donc que le féminicide ? Introduit dans le dictionnaire « Le petit Robert » en 2015, la définition est la suivante : « Meurtre d’une ou plusieurs femmes ou filles en raison de son sexe ». Le terme en lui-même est un « mot-valise » constitué d’une contraction entre les mots « féminin » et la racine « -cide » qui signifie « frapper, tuer ». Il complète une série de mots ayant la même logique de construction : homicide, parricide, infanticide. Ainsi, à l’intérieur de ce champ lexical, il désigne explicitement le meurtre d’une femme ou d’une jeune fille du fait de sa condition de femme.

    Avant que le terme ne soit utilisé en France, il a été légitimé par les instances internationales. Tout au long des années 1990, elles vont progressivement s’en emparer. Du point de vue de celles-ci, le féminicide regroupe quatre grandes catégories de meurtres de femmes ou de jeunes filles. Premièrement le féminicide « intime » est le fait du meurtre d’une femme par son conjoint ou un ex-conjoint. Deuxièmement le féminicide « non intime » est l’agression ou le meurtre de femmes parce qu’elles sont femmes comme la tuerie de l’école polytechnique de Montréal en 1989. Troisièmement les crimes « d’honneur » sont le meurtre d’une femme pour protéger la réputation de sa famille à cause d’une « transgression » morale. Enfin le féminicide lié à la « dot » est le meurtre d’une femme parce qu’elle n’a pas amené une dot suffisamment importante pour son mariage. Avec ces premiers éléments, nous pouvons voir que les régions du monde ne sont pas toutes confrontées aux mêmes types de féminicides. Ainsi en France si la première catégorie est majoritaire et la deuxième est imaginable, les deux autres dimensions sont a priori absentes. Dans tous les cas, aucune région du monde n’est épargnée par les meurtres de femmes ou filles en raison de leur sexe.

    Si le mot apparait dans un dictionnaire en 2015 pour la France et si les instances internationales s’en emparent dans les années 1990, cela ne résout pas la question de son origine. Il faut pour cela remonter un peu plus loin dans le temps. Selon Margot Giacinti, doctorante en science politique, le terme apparait pour la première fois au tribunal international des crimes contre les femmes à Bruxelles en 1976. En parallèle Diana E. H. Russel, une sociologue féministe sud-africaine mène de nombreuses recherches sur les violences dont les femmes sont victimes. Elle utilise rapidement le terme et publie en 1992 avec Jill Radford Femicide : the Politics of Woman Killing. Cet ouvrage va connaître un écho particulier dans les institutions internationales donc mais également dans les milieux et mouvements féministes. Porté et mobilisé par ces deux ensembles, l’usage du terme n’a fait que se multiplier depuis.

    Ainsi, si nous comprenons un peu mieux comment un mot peut apparaitre, se diffuser et finalement être adopté par une partie des sociétés et des populations, reste à comprendre quels sont ses liens avec le réel. Et c’est ce que nous essayerons d’appréhender dans le post de demain en particulier pour le cas français.

    https://geoprag.wordpress.com/2019/10/08/les-mots-et-la-realite-le-debat-feminicide-1

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    Les mots et la réalité Féminicide 2

    Le terme féminicide ne s’est pas imposé facilement et il est encore discuté aujourd’hui. Quels sont les arguments contre son usage ? Tout d’abord, en suivant la définition, si une femme est tuée en raison de son sexe, cela ne concerne donc pas tous les homicides. En effet, une femme qui meurt dans un cambriolage n’entre évidemment pas dans cette catégorie. Mais cela pose une question fondamentale : comment savoir qu’une femme est tuée parce qu’elle est une femme ? Faut-il que le meurtrier l’avoue, qu’il le dise ou l’écrive ? Si pour définir un féminicide il faut attendre un aveu de culpabilité, il n’y en aurait alors probablement pas ou très peu en France. Or, à la date du 8 octobre 2019, il est estimé qu’il y a déjà eu 115 féminicides en France. Ce sont les femmes tuées par leur conjoint ou ex-conjoint qui rentrent dans cette statistique. Et c’est en parti cela qui est remis en cause par celles et ceux qui refusent l’usage du terme. Pourquoi ? Tout simplement parce qu’ils n’ont pas manifesté ou revendiqué ce meurtre au nom d’un sentiment anti-femmes. Il n’y pas de liens évidents et clairs entre le meurtre des femmes et la notion de féminicide.

    Le deuxième argument contre l’usage du terme féminicide se situe au niveau de ce qu’est un meurtre. En effet, pour les opposant-es, le meurtre d’une personne par un proche est toujours le résultat d’une histoire personnelle particulière. Les raisons concrètes du meurtre (jalousie, colère, tristesse, etc.) permettent d’appréhender cette histoire unique et l’isole en quelques sortes des autres meurtres. Et dans aucun des cas recensés, le meurtre n’a fait l’objet d’une revendication anti-femme. Comment alors passer d’un fait divers individuel à la dénonciation d’un comportement social récurrent contre les femmes ? Le pas à franchir est impossible. Comment appréhender alors l’usage du terme féminicide ? Quel serait l’intérêt de l’employer ? Cela relèverait en fait des mouvements féministes, toujours agressifs, qui visent ainsi à déstabiliser les rapports entre femmes et hommes dans la société. Cela relèverait donc plus de l’idéologie, d’une démarche politique et militante que d’une réalité sociale. Un écran de fumée en quelques sortes ?

    A ces arguments des opposant-es, plusieurs niveaux de réponses peuvent être apportés. Le premier s’appuie sur la réalité statistique et celle-ci est comme souvent têtue. En 2017, 130 femmes sont mortes tuées par leur conjoint ou ex-conjoint tandis que 19 hommes ont été tués par leur conjointe ou ex-conjointe. Ces femmes représentent donc 87,2% des morts violentes au sein du couple. Parmi les femmes ayant tué leur conjoint ou ex-conjoint, plus de la moitié avait subi des violences antérieurement. Cette différence de situation entre les hommes et les femmes ne peut être le simple fait du hasard ou de la malchance, d’autant plus qu’elle se répète année après année. Elle ne peut donc pas non plus être réduite à une série de cas individuel dont on refuserait systématiquement de faire la somme. En France, les femmes meurent, tuées par des hommes.

    Deuxièmement, ce déséquilibre entre les meurtres d’hommes et de femmes n’était pas visible à l’échelle nationale. Jusque-là ces meurtres relevaient de la rubrique fait divers des quotidiens régionaux et les articles évoquaient plus des « drames » (souvent déclinés : drame passionnel, conjugal, de séparation, etc.) que des meurtres. Ces histoires sont bien présentées de façon unique souvent sans lien les unes avec les autres. Ce sont les militantes féministes et les journalistes qui ont commencé à faire le recensement systématique de ces meurtres. Une des premières à le faire est Titiou Le Coq, journaliste de Libération, à partir de 2015. Pour parler de ces histoires individuelles, il a bien fallu trouver un terme, un mot et c’est celui de féminicide qui fut mis en avant. Comme le dit très bien Margot Giacinti : « À l’inverse, il semble que le terme de féminicide permette de relire un certain nombre de faits que l’on analysait comme de simples homicides, alors qu’il s’agit d’un fait social à part entière. Cette relecture oblige à s’interroger sur les raisons de ces meurtres et à se rendre compte de la permanence de meurtres de femmes dans la société. Un certain nombre de femmes ne sont pas tuées pour les mêmes raisons que les hommes, notamment dans le cadre intime. Lorsqu’on dit qu’une femme « est tuée en tant que femme », c’est pour signifier qu’elle est tuée en raison de la position de vulnérabilité dans laquelle les structures sociales la placent. »

    Enfin, il y a un troisième argument qui permet de mieux comprendre pourquoi le terme de « féminicide » est socialement utile et pourquoi il désigne non pas un fantasme de féministes mais une réalité. Cet argument sera abordé dans le troisième et dernier volet de cette étude.

    https://geoprag.wordpress.com/2019/10/09/les-mots-et-la-realite-feminicide-2

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    Les mots et la réalité Féminicide 3

    Pour essayer de mieux comprendre pourquoi la dimension sociale du meurtre d’une femme par son conjoint ou son ex-conjoint semble invisible à certain-es, il faut aborder le troisième et dernier volet, celui de l’histoire, du temps long et de la dimension juridique des rapports entre les femmes et les hommes.

    Nous sommes des sociétés héritières de rapports largement inégalitaires entre les femmes et les hommes. Dans le domaine qui nous intéresse ici, c’est tout particulièrement visible : pendant longtemps les régimes qui se sont succédés en France ont largement assumé et autorisé le meurtre à l’intérieur du couple. Le droit romain, le droit monarchique puis le code pénal de 1810 ont autorisé l’« uxoricide » c’est-à-dire le meurtre par le conjoint de son épouse quand elle est prise en flagrant délit d’adultère.

    « ARTICLE 324. &1 Le meurtre commis par l’époux sur l’épouse, ou par celle-ci sur son époux, n’est pas excusable, si la vie de l’époux ou de l’épouse qui a commis le meurtre n’a pas été mise en péril dans le moment même où le meurtre a eu lieu. &2 Néanmoins, dans le cas d’adultère, prévu par l’article 336, le meurtre commis par l’époux sur son épouse, ainsi que sur le complice, à l’instant où il les surprend en flagrant délit dans la maison conjugale, est excusable. »

    Les hommes ont ainsi eu pendant plusieurs millénaires le droit juridique et l’onction sociale de tuer leur conjointe. Situation aberrante mais d’autant plus inégalitaire que l’inverse n’était pas du tout autorisé. Les femmes ayant tué leur mari ont toujours été très largement condamnées. Pour l’homme le meurtre de sa femme est juridiquement une circonstance atténuante, là où pour la femme tuer son mari est une circonstance aggravante. Ainsi sur le temps long, les sociétés ont considéré comme au mieux naturel au pire normal le meurtre d’une femme par son conjoint. Cette situation a laissé des traces dans nos comportements contemporains.

    Ce droit légal au meurtre est accompagné dans le droit civil et dans le droit pénal de très fortes inégalités entre les hommes et les femmes et vouloir distinguer ici l’intégralité des domaines où elles s’exprimaient prendrait plusieurs articles dans ce blog. Nous pouvons retenir que jusqu’à récemment, les hommes étaient des personnes juridiques à part entière tandis que les femmes étaient des mineures éternelles. Sur elles s’exerçaient un droit de propriété, comme à un objet : elles appartenaient littéralement et juridiquement à leur père d’abord à leur mari ensuite. Cette situation sociale fut largement gravée dans le marbre du code civil et du code pénal de Napoléon. Et même si la situation n’est plus la même aujourd’hui, le poids historique des rapports inégaux a laissé des traces dans les esprits et dans les comportements. D’autant plus que le détricotage de ces rapports inégalitaires entre femmes et hommes ne datent finalement pas de si longtemps que cela.

    Progressivement, l’égalité entre les femmes et les hommes se travaillant et s’améliorant lentement, cette situation est devenue intolérable. Il n’est plus devenu possible de justifier, « d’excuser » le meurtre légal d’une femme par son mari. Il faudra toutefois attendre 1975 pour que le deuxième paragraphe de la loi de 1810 soit effacé et que ce droit disparaisse. Néanmoins ce n’est pas parce que quelque chose n’est plus autorisé qu’il ne se fait plus. Le droit collectif que les hommes se sont donnés, le droit qu’ils se sont attribués de tuer leurs conjointes pendant des millénaires parce qu’elles étaient des femmes a disparu mais les traces de ce droit dans les mentalités, dans le corps social et dans les rapports entre genres est encore vivace. C’est bien ce passé qui explique la situation contemporaine. Des hommes considèrent encore trop souvent leur compagne comme leur propriété et préfère les tuer que de les laisser être libres. Cela est d’autant plus criant dans le cas où ils se suicident après. Ces hommes pensent donc qu’ils doivent emporter dans leur mort ce qui leur appartient et empêchent donc littéralement leur conjointe de leur survivre.

    Féminicide c’est le mot qui permet de dire cela. Féminicide c’est le mot qui affirme qu’une société qui connait ce type de meurtre a un problème. Féminicide c’est le mot qui permet de montrer que derrière les histoires individuelles, il y a un fait social. Féminicide c’est le mot qui permet de rappeler qu’en France des femmes meurent parce qu’elles sont des femmes.

    https://geoprag.wordpress.com/2019/10/10/les-mots-et-la-realite-feminicide-3

    #féminicide #mots #vocabulaire #France #terminologie #femmes #décès #morts

  • Isère : la collégienne visée par une procédure disciplinaire pour un débardeur jugé provocant ne sera pas sanctionnée (France 3 Auvergne-Rhône-Alpes)
    https://france3-regions.francetvinfo.fr/auvergne-rhone-alpes/isere/isere-collegienne-visee-procedure-disciplinaire-debarde

    Une collégienne iséroise de 14 ans faisait l’objet d’une procédure de discipline pour avoir porté des tenues jugées inappropriées par son établissement.

    Que le règlement intérieur intègre des éléments sur la tenue vestimentaire cela paraît raisonnable. Mais la lourdeur de la sanction envisagée intrigue. Et on découvre avec stupéfaction l’argumentaire de l’établissement tel que rapporté par la mère de la collégienne :

    "Les principaux arguments sont : « ça excite les garçons, ils sont en pleine crise d’adolescence, il faut cacher le corps car vous comprenez, il peut arriver des accidents »", déclarait Marion, ​​la mère de cette jeune fille de 14 ans […].

    Donc :
    #culture_du_viol : la tenue vestimentaire justifie les « accidents ».
    #regard_masculin : ce n’est pas tant l’adéquation de la tenue vestimentaire au règlement intérieur qui pose problème que le regard masculin sexualisant qui est porté sur la collégienne.
    NB : le regard masculin est attribué aux collégiens adolescents mais comme les propos sont tenus par l’institution et non par ses camarades, on peut penser qu’il s’agit d’abord d’un regard d’adulte, la réaction putative des collégiens servant de prétexte oratoire.

    Notons que dans le collège d’à-côté d’autres jeunes filles seront exclues pour une robe trop longue ou aux couleurs trop ternes.
    cf. https://www.lemonde.fr/big-browser/article/2015/04/28/une-jupe-trop-longue-peut-elle-etre-consideree-comme-une-atteinte-a-la-laici

    #éducation #collège #sexisme #contrôle_des_corps #patriarcat

  • L’un des plus grands guerriers vikings était une femme | National Geographic
    https://www.nationalgeographic.fr/histoire/lun-des-plus-grands-guerriers-vikings-etait-une-femme

    Depuis la fin des années 1880, les archéologues ne pouvaient envisager que cette sépulture viking découverte à Birka ne soit autre chose que la dernière demeure d’un grand guerrier. Non parce que les restes de l’inhumée le laissaient penser, mais parce que les artefacts découverts à ses côtés étaient, dans leur imaginaire, forcément des attributs masculins.

    Comme National Geographic le reportait dans son magazine de mars 2017 consacré aux Vikings, cette perception change quelque peu depuis que la bio-archéologue Anna Kjellström de l’Université de Stockholm a procédé à un premier examen minutieux des os pelviens et mandibulaires du supposé guerrier. Leur dimension correspondait sans équivoque à l’ossature d’une femme.

    #herstory #femmes #viking

  • La véhémence (5/5) : Ouvrir la voix
    https://www.franceculture.fr/emissions/matieres-a-penser/la-vehemence-55-ouvrir-la-voix

    Membres du National Women’s Party, mouvement féministe créé en 1916 aux Etats-Unis pour promouvoir le droit de vote des femmes.
    Membres du National Women’s Party, mouvement féministe créé en 1916 aux Etats-Unis pour promouvoir le droit de vote des femmes.• Crédits : © Universal History Archive / Contributeur - Getty

    D’où vient notre sentiment de dégradation haineuse de la parole publique, et comment ce durcissement s’accompagne-t-il paradoxalement d’un rétrécissement de l’espace de discussion ? Toute la semaine, on s’interroge sur les formes actuelles du débat public à la lumière de l’histoire des controverses.

    Appel à la sororisation générale ! Le manifeste féministe de l’écrivaine et éditrice #Chloé_Delaume n’est pas seulement une charge joyeuse contre le patriarcat : c’est une défense et une illustration de la littérature, où la langue éructe pour ne pas être « cette langue pâteuse blanchie dans une bouche tétanique ».

    #audio #femmes #féminisme #littérature #herstory
    cc @monolecte

  • #UE : Sylvie Goulard, la candidate commissaire française, renvoyée en deuxième sess Sandro Calderon - 9 Octobre 2019 - RTBF
    https://www.rtbf.be/info/monde/europe/detail_ue-sylvie-goulard-la-candidate-commissaire-francaise-renvoyee-en-deuxiem

    Sylvie Goulard est priée de venir s’expliquer une deuxième fois devant le Parlement européen. La candidate commissaire française est sous forte pression. Une large partie des eurodéputés se posent encore beaucoup des questions sur son intégrité.

    Deux dossiers mettent la protégée du président Emmanuel Macron en difficultés. D’abord, une grosse rémunération perçue d’un groupe de réflexion américain du temps où Sylvie Goulard était eurodéputée. Mais c’est surtout une affaire d’emplois fictifs supposés qui provoque le plus de remous.

    La semaine dernière lors de son grand oral, Sylvie Goulard, qui brigue un portefeuille XXL avec le marché intérieur, l’industrie, le numérique et la défense, n’a pas convaincu les eurodéputés sur les questions éthiques. Et les 54 pages de réponses écrites qu’elle leur a envoyés entretemps n’ont pas suffisamment clarifié les choses.

    Il faut dire que la Française reste sur sa ligne de défense. Concernant l’enquête ouverte en France sur des assistants parlementaires fictifs présumés, elle réclame toujours le respect de la présomption d’innocence. Si elle venait à être inculpée, elle mettrait son mandat entre les mains d’Ursula von der Leyen, la présidente de la Commission. Sylvie Goulard ne démissionnerait de son propre chef qu’après une « condamnation définitive », précise-t-elle par écrit.

    Une mise au point insuffisante pour une majorité de groupes parlementaires. Et surtout pour le PPE. Les démocrates-chrétiens, allemands en particulier, mettent en doute l’éthique de la candidate française. C’est aussi pour eux une façon de se venger du Président français Emmanuel Macron qui avait dégommé Manfred Weber, leur candidat au poste de président de la Commission via la procédure dite des Spitzenkandidaten.

    La vengeance est un plat qui se mange froid. On verra demain si Sylvie Goulard en fera les frais.

    #Sylvie_Goulard #femme #corruption #enMarche + #emplois_fictifs #eurodéputés #éthique en toc

  • Des femmes ouïghoures « stérilisées » dans des camps de « rééducation » en Chine | Le Club de Mediapart
    https://blogs.mediapart.fr/silk-road/blog/150919/des-femmes-ouighoures-sterilisees-dans-des-camps-de-reeducation-en-c

    La #Chine #stérilise de force les #femmes détenues dans son vaste réseau de camps de « #rééducation » abritant des #prisonniers_politiques et religieux, ont affirmé des survivantes.

    Une #femme, détenue pendant plus d’un an, a déclaré à la télévision française qu’une substance lui avait été injectée à plusieurs reprises par des médecins dans une #prison de l’extrême ouest du #Xinjiang.

    « Nous devions passer la main par une petite ouverture dans la porte », a déclaré à France 24 Gulbahar Jalilova, une survivante âgée de 54 ans.

    "Nous avons vite compris qu’après les injections, les femmes n’avaient plus leurs règles."

    Elle et 50 autres femmes ont été entassées dans une cellule minuscule, « comme si nous étions juste un morceau de viande », a-t-elle déclaré.

    Lors d’une conférence récente à Amnesty International, une autre femme, Mehrigul Tursun, 30 ans, a raconté une histoire similaire, à savoir qu’elle avait été stérilisée à son insu.

    #stérilisation_forcée #ouïghoures #torture #discrimination

  • Le Syndicat des immenses | I.M.M.E.N.S.E.S : Individus dans une Merde Materielle Enorme mais Non Sans ExigenceS

    http://syndicatdesimmenses.be


    Dans le cadre des "24h du droit a un toit" lancé les 10-11 mai 2019 par le mouvement DROIT À UN TOIT (https://droitauntoit-rechtopeendak.brussels) pour une fin du sans-abrisme à Bruxelles, le "Syndicat des immenses" a été officiellement lancé. "Immense" est l’acronyme de "Individu dans une Merde Matérielle Enorme mais Non Sans Exigences" (http://syndicatdesimmenses.be). Contact : syndicatdesimmenses@gmail.com.
    Merci à Karine pour la vidéo.

    https://www.youtube.com/watch?v=fSMn_jhU0dY

    Exemples :
    Une petite centaine d’immenses poussent quotidiennement la porte de cette association. En devenant immense, du jour au lendemain, j’ai perdu beaucoup d’amis. S’il n’y a pas assez de sandwiches, priorité aux immenses ! OK, je suis immense, mais de là à me manquer de respect ! Comment faire entendre la voix des immenses ? Si l’activité n’intéresse plus aucun immense, on y met fin. Votre public est constitué exclusivement d’immenses ? On compte quelques immenses parmi nos bénévoles. Les immenses seraient plus forts s’ils se regroupaient. Les immenses sont de plus en plus visibles dans la ville. Encore une immense qui a retrouvé un logement ! La seule différence entre vous et nous, les immenses, c’est qu’on est dans une sacrée merde matérielle ! Le Syndicat des immenses a été officiellement lancé le 10 mai 2019 en face du Parlement européen, square Léopold, à la faveur des « 24 heures du droit à un toit »organisé par le mouvement bruxellois DROIT ÀUN TOIT (www.droitauntoit-rechtopeendak.brussels).

    Avantages :
    • Fin de l’hypocrite euphémisme qui ne trompe personne (« usagers », « bénéficiaires », « gens », « public » voire « clients ») : on spécifie le problème matériel de la personne.
    • Fin de la stigmatisation(« SDF », « sans-abri », « sans-papiers », « précaires »...) : on ne réduit pas les personnes à leur problème matériel, et, partant, on a moins la détestable tentation de les mettre toutes dans le même sac.
    • Fin de la pirouette faussement non-négative (« habitants de la rue ») : qui veut d’un trottoir en guise de salon ?
    • Le nom immense est clairement positif, valorisant, enviable.Une proposition du Syndicat des immenses − #Bruxelles, 31mars 2019

    Fondé en mars 2019 dans la foulée de la première Assemblée ouverte du mouvement Droit à un toit / Recht op een dak https://droitauntoit-rechtopeendak.brussels , le Syndicat des immenses (SDI) s’est d’abord appelé « Les précaires en colère », mais précaire, comme SDF, sans-abri ou sans-papiers, est stigmatisant. A surgi alors l’appellation immense , acronyme de Individu dans une Merde Matérielle Énorme mais Non Sans Exigences. Le SDI est un groupe de pression et d’action, non un groupe de parole. Il porte des revendications http://syndicatdesimmenses.be/wp-content/uploads/2019/09/Revendications-SDI.pdf , défend les droits des immenses et intervient chaque mois dans l’espace public. Il a un logo, une bannière, un site http://syndicatdesimmenses.be , un compte bancaire, un groupe Facebook https://www.facebook.com/login/?next=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fgroups%2Fsyndicatdesimmenses.be%2F , une adresse mail, des cartes de membre, des cartes de visite, et bientôt des statuts.

    Le 20 mars 2020 aura lieu la première « Université d’été des immenses ».

    #pauvreté #SDF #inégalités #femmes #hommes #enfants #précarité #chômage #logement #pauvres #logement #sans-abri #pauvreté 
    #sans-abris #hébergement #guerre_aux_pauvres #espace_public #stigmatisation #sans-papiers #précaires