• Saudi Arabia: Reports of torture and sexual harassment of detained activists | Amnesty International
    https://www.amnesty.org/en/latest/news/2018/11/saudi-arabia-reports-of-torture-and-sexual-harassment-of-detained-activists

    Several Saudi Arabian activists, including a number of women, who have been arbitrarily detained without charge since May 2018 in Saudi Arabia’s Dhahban Prison, have reportedly faced sexual harassment, torture and other forms of ill-treatment during interrogation, Amnesty International said today.

    According to three separate testimonies obtained by the organization, the activists were repeatedly tortured by electrocution and flogging, leaving some unable to walk or stand properly. In one reported instance, one of the activists was made to hang from the ceiling, and according to another testimony, one of the detained women was reportedly subjected to sexual harassment, by interrogators wearing face masks.

    #torture #agression_sexuelle #Arabie_saoudite #femmes #activisme #les_copains_de_macron



  • 1939 : la IIIe République interne les #femmes « indésirables » dans des #camps réservés : communistes, juives, antifascistes italiennes et espagnoles, délinquantes de droit commun se retrouvent derrière les barbelés... Un #film de l’historienne #Rolande_Trempé.

    http://sms.hypotheses.org/5909

    #histoire, république, #enferment, #camp, #prison, #internement, #communiste, #femmes, #antifascisme, #antifasciste, #espagnoles, #italiennes, #juives


  • Olympe de Gouges, une femme dérangeante - entretien avec l’éditrice de ses oeuvres complètes - Féministes en tous genres
    http://feministesentousgenres.blogs.nouvelobs.com/archive/2018/11/11/olympe-de-gouges-une-femme-derangeante-entretien-avec-l-edit-608197.html

    Beaumarchais n’a pas apprécié qu’Olympe prétende donner une suite au Mariage de Figaro et écrive Le Mariage inattendu de Chérubin. Il a prétendu qu’elle faisait écrire ses textes par ses amants.

    #olympe_de_gouges #femmes #historicisation #misogynie #histoire #invisibilisation #grand_homme


  • Classer les choses, penser les hommes (1/4) : La vie mise en carton
    https://www.franceculture.fr/emissions/lsd-la-serie-documentaire/classer-les-choses-penser-les-hommes-14-la-vie-mise-en-carton

    Les archives nationales se sont installées au cœur de la Plaine Saint Denis en 2012, 380 kilomètres linéaires de magasins d’archives à l’intérieur d’un immense coffre fort aveugle haut de 10 étages. Balade dans les couloirs sombres de ce coffre fort sur les chemins de la mémoire, de sa conservation et de sa mise en scène. Une plongée dans l’histoire de la France et de nos sociétés au regard de ce que nous collectons.

    La bibliothèque nationale de France est chargée de la collecte du dépôt légal du web français depuis 2006. Un travail titanesque pour la préservation d’un objet aussi mouvant et sans frontière que l’internet français. Un travail de mémoire et une prise de conscience qui a débuté en 1996 avec Internet Archive aux Etats-Unis.

    C’est un magasin qui est un espèce de condensé de l’histoire de France et des archives nationales.

    Les archives ce sont dans le présent, les passés possibles du futur.

    Ce qui m’intéresse c’est ce que produisent les autres, j’aime ouvrir les cartons, j’aime ce travail de classement.

    L’archiviste c’est un peu un enquêteur, c’est Indiana Jones.

    Les attentats ont eu particulièrement de résonance sur internet donc on lance le plus rapidement possible une collecte.

    On pourrait continuer à collecter sans frontière et sans arrêt.

    #archives #classement



  • Tous féminins ? (4/4) : Poulain de la Barre, premier philosophe féministe ?
    https://www.franceculture.fr/emissions/les-chemins-de-la-philosophie/tous-feminins-44-poulain-de-la-barre-premier-philosophe-feministe

    François Poulain de la Barre a pris, de son temps, des positions féministes radicales.
    Il désirait se mettre à distance de sa masculinité en devenant philosophe et rationnel, devenir un esprit sans sexe. Il dénonçait tous les préjugés hérités des regards subjectifs masculins sur les femmes et élabora une thèse de l’égalité radicale entre les sexes.
    Il exposa sa philosophie à travers trois ouvrages importants : De l’égalité des deux sexes (1673), De l’éducation des dames pour la conduite de l’esprit dans les sciences et dans les moeurs (1674) et De l’excellence des hommes contre l’égalité des sexes (1675).
    Mais à l’époque, comment était perçu le féminisme d’un homme ?

    Marie-Frédérique Pellegrin, maîtresse de conférences à la faculté de philosophie de l’Université de Lyon
    Autrice de Poulain de la Barre : égalité, radicalité, modernité aux éditions Vrin.

    #histoire #féminisme #philosophie #femmes


  • Dimenticati ai confini d’Europa

    L’obiettivo della ricerca è dare voce alle esperienze dei migranti e dei rifugiati, per rendere chiaro il nesso tra quello che hanno vissuto e le politiche europee che i governi hanno adottato.
    Il report si basa su 117 interviste qualitative realizzate nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia. Ciò che emerge chiaramente è che il momento dell’ingresso in Europa, sia che esso avvenga attraverso il mare o attraverso una foresta sul confine terrestre, non è che un frammento di un viaggio molto più lungo ed estremamente traumatico. Le rotte che dall’Africa occidentale e orientale portano fino alla Libia sono notoriamente pericolose, specialmente per le donne, spesso vittime di abusi sessuali o costrette a prostituirsi per pagare i trafficanti.

    Il report mostra che alle frontiere dell’Unione Europea, e talora anche a quelle interne, c’è una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani. L’assenza di vie legali di accesso per le persone bisognose di protezione le costringe ad affidarsi ai trafficanti su rotte che si fanno sempre più lunghe e pericolose. I tentativi dell’UE e degli Stati Membri di chiudere le principali rotte non proteggono la vita delle persone, come a volte si sostiene, ma nella maggior parte dei casi riescono a far sì che la loro sofferenza abbia sempre meno testimoni.


    http://centroastalli.it/dimenticati-ai-confini-deuropa-2
    #Europe #frontières #asile #migrations #droits_humains #rapport #réfugiés #Sicile #Italie #Malte #Grèce #Roumanie #Croatie #Serbie #UE #EU #femmes #Libye #violence #violences_sexuelles #parcours_migratoires #abus_sexuels #viol #prostitution #voies_légales #invisibilisation #invisibilité #fermeture_des_frontières #refoulement #push-back #violent_borders #Dublin #règlement_dublin #accès_aux_droits #accueil #détention #mouvements_secondaires

    Pour télécharger le rapport :
    https://drive.google.com/file/d/1TT9vefCRv2SEqbfsaEyucSIle5U1dNxh/view

    ping @isskein

    • Migranti, il Centro Astalli: “È emergenza diritti umani alle frontiere d’Europa”

      Assenza di vie di accesso legale ai migranti forzati, respingimenti arbitrari, detenzioni, impossibilità di accedere al diritto d’asilo: è il quadro disegnato da una nuova ricerca della sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati.

      S’intitola “Dimenticati ai confini d’Europa” il report messo a punto dal Centro Astalli, la sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, che descrive, attraverso le storie dei rifugiati, le sempre più numerose violazioni di diritti fondamentali che si susseguono lungo le frontiere di diversi Paesi europei. La ricerca, presentata oggi a Roma, si basa su 117 interviste qualitative realizzate nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia.

      Il report, si spiega nella ricerca, «mostra che alle frontiere dell’Unione europea, e talora anche a quelle interne, c’è una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani». Secondo padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la ricerca mette bene in luce come l’incapacità di gestire il fenomeno migratorio solitamente attribuita all’Ue, nasca anche dalla «volontà di tanti singoli Stati che non vogliono assumersi le proprie responsabilità» di fronte all’arrivo di persone bisognose di protezione alle loro frontiere, al contrario è necessario che l’Europa torni ad essere «il continente dei diritti, non dobbiamo perdere il senso della nostra umanità». «Si tratta di una sfida importante - ha detto Ripamonti - anche in vista delle prossime elezioni europee».

      A sua volta, padre Jose Ignacio Garcia, direttore del Jesuit Refugee Service Europa, ha rilevato come «gli Stati membri dell’Ue continuano ad investire le loro energie e risorse nel cercare di impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l’Europa o, nel migliore dei casi, vorrebbero confinarli in ‘centri controllati’ ai confini esterni». «La riforma della legislazione comune in materia d’asilo, molto probabilmente – ha aggiunto - non verrà realizzata prima delle prossime elezioni europee. I politici europei sembrano pensare che se impediamo ai rifugiati di raggiungere le nostre coste, non abbiamo bisogno di un sistema comune d’asilo in Europa».

      La fotografia delle frontiere europee che esce dalla ricerca è inquietante: violazioni di ogni sorta, violenze, detenzioni arbitrarie, respingimenti disumani, aggiramento delle leggi dei singoli Paesi e del diritto internazionale. Un quadro fosco che ha pesanti ricadute sulla vita dei rifugiati già provati da difficoltà a soprusi subiti nel lungo viaggio. «Il Greek Council for Refugees – spiega la ricerca - ha denunciato, nel febbraio del 2018, un numero rilevante di casi di respingimenti illegali dalla regione del fiume Evros, al confine terrestre con la Turchia. Secondo questa organizzazione, migranti vulnerabili come donne incinte, famiglie con bambini e vittime di tortura sono stati forzatamente rimandati in Turchia, stipati in sovraffollate barche attraverso il fiume Evros, dopo essere stati arbitrariamente detenuti in stazioni di polizia in condizioni igieniche precarie». Secondo le testimonianze raccolte in Croazia e Serbia, diversi sono stati gli episodi di violenze fisiche contro rifugiati e di respingimenti immediati da parte della polizia di frontiera.

      E in effetti nel nuovo rapporto del Centro Astalli, più dei soli dati numerici e dei carenti quadri normativi ben descritti, a colpire sono i racconti degli intervistati lungo le diverse frontiere d’Europa. Un ragazzo marocchino, in Sicilia, per esempio ha raccontato «di come i trafficanti gli abbiano rubato i soldi e il cellulare e lo abbiamo tenuto prigioniero in un edificio vuoto con altre centinaia di persone per mesi». «Durante il viaggio – è ancora la sua storia – i trafficanti corrompevano gli ufficiali di polizia e trattavano brutalmente i migranti». Nel corso di un tentativo di attraversamento del Mediterraneo ricorda poi di aver sentito un trafficante dire a un altro: «Qualsiasi cosa succeda non mi interessa, li puoi anche lasciar morire».

      Ancora, una ragazza somala di 19 anni, arrivata incinta in Libia, ha raccontato di come il trafficante la minacciasse di toglierle il bambino appena nato e venderlo perché non aveva la cifra richiesta per la traversata. Alla fine il trafficante ha costretto tutti i suoi compagni di viaggio a pagare per lei ma ci sono voluti comunque diversi mesi prima che riuscissero a mettere insieme la somma richiesta. Storie che sembrano provenire da un altro mondo e sono invece cronache quotidiane lungo i confini di diversi Paesi europei.

      Infine, padre Ripamonti, in merito allo sgombero del centro Baobab di Roma che ospitava diverse centinaia di migranti, ha osservato che «la politica degli sgomberi senza alternative è inaccettabile». Il Centro Astalli «esprime inoltre preoccupazione anche per le crescenti difficoltà di accesso alla protezione in Italia: in un momento in cui molti migranti restano intrappolati in Libia in condizioni disumane e il soccorso in mare è meno efficace rispetto al passato, il nostro Paese ha scelto di adottare nuove misure che rendono più difficile la presentazione della domanda di asilo in frontiera, introducono il trattenimento ai fini dell’identificazione, abbassano gli standard dei centri di prima accoglienza».

      https://www.lastampa.it/2018/11/13/vaticaninsider/immigrazione-il-centro-astalli-c-unemergenza-diritti-umani-alle-frontiere-deuropa-v3qbnNIYRSzCCQSfsPFBHM/pagina.html


  • #Pakistan: Girls Deprived of Education. Barriers Include Underinvestment, Fees, Discrimination

    The Pakistan government is failing to educate a huge proportion of the country’s girls, Human Rights Watch said in a report released today.

    The 111-page report, “‘Shall I Feed My Daughter, or Educate Her?’: Barriers to Girls’ Education in Pakistan,” concludes that many girls simply have no access to education, including because of a shortage of government schools – especially for girls. Nearly 22.5 million of Pakistan’s children – in a country with a population of just over 200 million – are out of school, the majority of them girls. Thirty-two percent of primary school age girls are out of school in Pakistan, compared with 21 percent of boys. By ninth grade, only 13 percent of girls are still in school.

    https://www.hrw.org/news/2018/11/12/pakistan-girls-deprived-education
    #éducation #genre #filles #femmes #discriminations #inégalités #rapport #école


  • Tempête médiatique sur les pesticides : le “Printemps Silencieux” de Rachel Carson [1/5] | Alexandra d’Imperio
    https://troisiemebaobab.com/temp%C3%AAte-m%C3%A9diatique-sur-les-pesticides-le-printemps-silenc

    En 1962, Rachel Carson choque les Américains en leur faisant découvrir la dangerosité des pesticides chimiques dans son livre “Printemps Silencieux”. Un demi-siècle plus tard, cette vieille polémique permet d’éclairer les controverses environnementales actuelles… Source : Le Troisième Baobab


  • Centenaire de l’armistice : au lendemain de la guerre, la cause féministe recule - LCI
    https://www.lci.fr/france/centenaire-de-l-armistice-contre-toute-attente-au-lendemain-de-la-guerre-la-caus

    Entre 1914 et 1918, les femmes participent à l’effort de guerre prenant la place de leur mari ou de leurs fils partis au front. Si la mémoire collective retient l’idée d’une période particulièrement émancipatrice, le bilan de ces quatre années s’avère nettement moins positif. Bien au contraire.
    10 nov. 18:14 - Audrey LE GUELLEC

    Une femme aux cheveux courts abandonnant le corset et affirmant son indépendance. Si l’image de « la Garçonne » comme symbole d’une Grande Guerre émancipatrice pour les femmes est dans les esprits, la réalité est plus nuancée. A la veille de la Grande Guerre, la lutte pour l’obtention des droits politiques est prioritaire pour les organisations féministes. « Déjà à l’époque, on assistait à de nombreux congrès internationaux », explique Françoise Thébaud, spécialiste de l’histoire des femmes, soulignant que contrairement aux idées reçues, il existait bel et bien un féminisme organisé avant 1914. « Des militantes françaises, allemandes, britanniques, américaines ou hollandaises se réunissaient dans ces fameux congrès au cours desquels, elles ont affirmé leur pacifisme tout d’abord mais aussi qu’elles avaient des droits. » C’est le fameux mouvement de la première vague féministe qui court des années 1850 à 1945 en Europe et aux États-Unis.
    Mais à compter du 2 août 1914, la plupart des hommes en âge de travailler est mobilisée, laissant le pays aux mains des femmes. Alors qu’une société nouvelle s’organise, le féminisme perd de son élan. « La guerre est une rupture puisque dans chaque pays on arrête de revendiquer et de considérer les sœurs des pays alliés comme des sœurs de combat », explique l’historienne.

    Que se passe-t-il pendant la guerre ?

    En véritables combattantes de l’arrière, les femmes remplacent peu à peu les hommes partout, des champs aux usines en passant par le foyer. « Ce serait faux de dire que la guerre a mis les femmes au travail parce qu’elles représentaient déjà plus d’un tiers de la population active avant 1914. Néanmoins, dans le secteur industriel et commercial, il y a une forte croissance du travail féminin et il y a surtout un transfert du secteur à main d’œuvre féminine vers des secteurs plus mixtes comme la métallurgie, la mécanique, la chimie », souligne la spécialiste s’appuyant sur l’exemple des usines de guerre où la main d’œuvre est formée d’environ un quart de femmes surnommées les munitionnettes. Tandis que des secrétaires de mairie remplacent les maires mobilisés, des enseignantes remplacent leurs homologues masculins dans les classes de garçons.

    Dans les foyers, les femmes incarnent désormais les « chefs de famille » puisqu’elles sont chargées de pourvoir aux besoins et à l’éducation des enfants, grâce à une mesure temporaire permettant au juge de leur donner procuration. Parallèlement, la séparation massive des couples pendant la Grande Guerre suscite une importante correspondance, incitant maris et femmes à une sorte d’introspection. « Parler de soi, de ses sentiments et même de ses désirs sexuels », détaille l’historienne, évoquant une « écriture proche du journalisme ».

    Une seule revendication concrétisée après-guerre

    « Regardez ce que les femmes ont été capables de faire, elles méritent des droits », diront les militantes à la fin de la guerre dont on commémore le 100e anniversaire. La question du droit de vote des femmes revient dès la fin 1917.

    Pourtant, la seule avancée demeure un décret de 1924 qui invite les lycées de jeunes filles à ouvrir des classes de baccalauréat. Objectif ? Permettre la poursuite d’études, en entrant à l’université. « Ne pas devenir ce qu’était leur mère en somme », résume Françoise Thébaud. Et de détailler : « Qu’attend-on d’une jeune bourgeoise avant 14 ? Qu’elle se marie et qu’elle devienne une maîtresse de maison, une mère de famille et s’occupe éventuellement avec des œuvres charitables. » L’accès aux études peut, éventuellement, lui ouvrir d’autres horizons. Mais peu seront concernées.

    Le vœu pieux du droit de vote
    La guerre a plutôt été un frein, dans l’obtention de droits qui semblaient presque acquis parce qu’une société qui sort d’une guerre est une société en deuil, traumatisée.Françoise Thébaud, historienne

    Au lendemain de la première guerre mondiale, le droit à la contraception, déjà évoqué au début du siècle, fait son retour. Mais au plus mauvais moment. Cette revendication « va être stoppée net par la loi de 1920 qui interdit la contraception », souligne Sylvie Chaperon, spécialisée dans l’histoire du féminisme. Il faut repeupler la France. « Ce texte va permettre de persécuter le mouvement, d’arrêter les leaders et de censurer leur presse », détaille l’historienne.

    Deux autres revendications d’avant-guerre vont rester vaines. La première concerne la modification du code civil napoléonien qui fait de la femme mariée une mineure juridique soumise à son mari. Il faudra attendre 1938 pour que l’incapacité civile de la femme mariée soit supprimée. S’agissant du droit de suffrage des femmes, il faudra attendre 1944 pour que ce droit soit obtenu malgré une première loi française pour le droit de vote des femmes proposée en 1919, puis rejetée par le Sénat en 1922. « La France apparaît extrêmement réactionnaire ou en retard malgré les nombreux débats sur le sujet dans l’entre-deux guerres », souligne Françoise Thébaud. Selon elle, la guerre a « plutôt été un frein, dans l’obtention de droits qui leur semblaient presque acquis à la veille de la guerre parce qu’une société qui sort d’une guerre est une société en deuil, traumatisée. »

    A la fin de la guerre, les discours sont contradictoires. « On dit aux femmes ‘il faut rendre la place aux hommes qui reviennent du front, votre devoir c’est de repeupler le pays’. Mais en même temps il y a un réel besoin de main d’œuvre, » explique Françoise Thébaud. S’enclenche alors une féminisation du secteur tertiaire, de nombreuses femmes quittant des métiers traditionnellement féminins pour devenir factrices, conductrices de tramways ou encore employées de banque. « D’ailleurs, la figure de la femme au travail devient la femme du tertiaire, l’employée. C’est la première guerre mondiale qui permet ça », souligne l’historienne, avant d’ajouter. « Pour le milieu ‘petit Bourgeois’, c’est important aussi que le tertiaire se féminise parce qu’il est accepté socialement que ces filles deviennent des employés. Travailler comme employée de banque c’est plus respectable que comme ouvrière. »

    Des modifications s’opèrent également en dehors du monde du travail, dans la sphère privée. Une récente thèse qui s’intéresse au retour des soldats dans les foyers souligne notamment une augmentation des divorces. « Cela peut être considéré comme un rattrapage car il était difficile de divorcer pendant la guerre, mais ce qui est vraiment nouveau après-guerre c’est que les demandes émanent des hommes, qu’ils accusent leur femme d’adultère. » Ainsi, en 1918, 59% des divorces sont prononcés aux torts de la femme.

    #backlash #femmes #historicisation


  • Adoptez un étudiant-entrepreneur

    Invitation à la soirée « Adoptez un étudiant-entrepreneur » :

    Comme chaque année le Pépite oZer a labellisé une promotion d’étudiants-entrepreneurs en graine (110 cette année) qui ont dorénavant un an pour aller au bout de leur projet et de leur rêve !
    Et comme chaque année, ils seront appuyés par les conseils les plus précieux pour un créateur : les vôtres !

    Vous souhaitez devenir tuteur pour l’année 2018-2019 ? Découvrir les projets des étudiants-entrepreneurs avant de vous positionner ?
    Participez à la soirée de lancement du tutorat le 15 novembre 2018 au Pépite oZer à partir de 18h !
    Inscription (ctrl + clic)

    En une soirée : découvrez le rôle de tuteur, rencontrez les étudiants-entrepreneurs et leurs projets via un speed-meeting et adoptez en un ou plusieurs si le cœur vous en dit !

    Cette soirée sera l’occasion également de vous présenter une série d’évènements préparés en partenariat avec Michel Cezon de Cogiteo à destination de la communauté des tuteurs engagés cette année.
    L’objectif est de permettre aux tuteurs, tutrices de monter en compétence, d’acquérir des savoir-être et savoir-faire liés à la posture d’accompagnant.

    Programme de la soirée « Adoptez un étudiant-entrepreneur » :
    18h-18h15 : accueil des participants
    18h15-18h45 : Présentation du rôle de tuteurs et des évènements tuteurs, co-animé par Cogiteo.
    19h-20h30 : speed tutoring : découvrez et adoptez un ou des étudiants-entrepreneurs !
    20h30-21h00 : Buffet, moment convivial !

    Nous enverrons à tous les inscrits, le catalogue des projets de la promotion étudiants-entrepreneurs actuelle, pour que vous puissiez repérer en amont vos Pépites !
    Si vous ne pouvez pas être présent le 15/11, inscrivez-vous tout de même pour recevoir ce catalogue projet !

    #Entrepreneurialement_vôtre,

    Anaïs ALLEMAND
    Chargée de projets événementiels
    11 rue des mathématiques
    38400 St Martin d’hères
    PÉPITE oZer - Pôle Étudiant Pour l’Innovation, le Transfert et l’Entrepreneuriat
    Communauté Université Grenoble Alpes
    Tel : +33 (0)4 76 82 84 95
    Mail : anais.allemand@univ-grenoble-alpes.fr

    Reçu par email. Pour de vrai. Je vous jure.
    Je pense que je vais mettre sur ce fil toutes ces horreurs qui nous arrivent par mail...

    #start-up_nation #Grenoble #Université_de_Grenoble #entreprenariat #Université_Grenoble_Alpes #France #université

    Notez bien que vous pouvez adopter un « étudiant-entrepreneur », mais pas une étudiante entrepreneuse !
    #genre


  • Femmes et automobiles
    –----

    Ces professions qui n’aiment pas les femmes - L’Express L’Entreprise
    https://lentreprise.lexpress.fr/rh-management/recrutement/ces-professions-qui-n-aiment-pas-les-femmes_2046734.html ?

    Alors que, depuis le 6 novembre 15h35, les femmes travaillent « gratuitement » jusqu’à la fin de l’année, si on tient compte des écarts de salaires avec les hommes, ce testing ajoute une pierre à l’édifice des injustices qu’elles subissent.

    Réalisé par la Fondation des femmes, en collaboration avec l’Observatoire des discriminations de la Sorbonne, il examine le traitement des candidatures pour des postes à dominante masculine - chauffeur-livreur, mécanicien, jardinier. Les résultats sont éloquents : une candidate a 22 % de chances de moins qu’un candidat d’être rappelée, chiffre obtenu en élimant tous les biais. Thomas et Julie, les faux candidats, avaient tous deux le même âge, étaient tous deux célibataires, habitaient non loin l’un de l’autre, avaient mené les mêmes études et connu des expériences professionnelles similaires.

    Une femme a presque 20% de chance en moins de voir son CV sélectionné pour un poste de mécanicien.

    Getty Images/Westend61
    Chauffeur-livreur, jardinier, mécanicien... les employeurs préfèrent les hommes, selon un testing révélateur.

    Alors que, depuis le 6 novembre 15h35, les femmes travaillent « gratuitement » jusqu’à la fin de l’année, si on tient compte des écarts de salaires avec les hommes, ce testing ajoute une pierre à l’édifice des injustices qu’elles subissent.

    Réalisé par la Fondation des femmes, en collaboration avec l’Observatoire des discriminations de la Sorbonne, il examine le traitement des candidatures pour des postes à dominante masculine - chauffeur-livreur, mécanicien, jardinier. Les résultats sont éloquents : une candidate a 22 % de chances de moins qu’un candidat d’être rappelée, chiffre obtenu en élimant tous les biais. Thomas et Julie, les faux candidats, avaient tous deux le même âge, étaient tous deux célibataires, habitaient non loin l’un de l’autre, avaient mené les mêmes études et connu des expériences professionnelles similaires.
    « Personne plutôt qu’une femme »

    Thomas et Julie ont envoyé chacun 173 CV pour des offres de chauffeur-livreur. Il a reçu 38 réponses positives (demande de rappel ou proposition d’entretien), elle 25. Les chances de la candidate sont réduites de 35%. Le tableau est moins caricatural pour les postes de mécanicien automobile (18,5% de chances en moins) et de jardinier (17,5%).

    Ces différences sont d’autant plus troublantes qu’elles interviennent dans des métiers en tension. En atteste le taux de réponses positives (33%), tous sexes confondus, à comparer à celui qui est généralement observé dans les testings.

    Facteur aggravant, « ce que ne montrent pas les résultats mais qui ressort de nos observations, c’est que Julie était contactée souvent deux ou trois semaines après Thomas, alors que son CV avait été envoyé plus tôt, ajoute Maïlys Vignoud, de la Fondation des femmes. Et quand Thomas était relancé plusieurs fois par l’employeur, Julie ne recevait qu’un appel. Certains employeurs préfèrent n’avoir personne plutôt qu’une femme. »
    Des voies de recours diverses

    Comment agir lorsqu’on s’estime victime ? En se rapprochant de la Fondation des femmes, qui entend multiplier les procédures judiciaires aux côtés des discriminées. Léonore Bocquillon est avocate, au service de l’organisation. Elle rappelle la nécessité de conserver des éléments de preuve : « Imprimez les e-mails et les textos échangés avec l’entreprise, en attendant le lendemain de leur envoi pour que s’affiche une date et qu’il ne soit pas seulement inscrit ’aujourd’hui’ en haut du SMS. Et si vous recevez des messages vocaux, faites les transcrire par un huissier, cela coûte entre 80 et 100 euros. »

    Au civil, l’aménagement de la charge de la preuve fait qu’il est possible de gagner contre un employeur s’il ne parvient pas à démontrer sa bonne foi contre des éléments de preuve laissant supposer l’existence d’une discrimination. Au pénal, en revanche, ces preuves doivent être irréfutables.

    Il est également possible de faire appel au Défenseur des droits. Il dispose de pouvoirs d’enquête et s’il juge qu’il y a eu discrimination, il peut recommander à l’entreprise de réparer le préjudice subi. C’est ce qu’a fait une femme refusée à un poste de conducteur de travaux et dont le cas est en passe d’être résolu. L’employeur, « dans un sentiment d’impunité remarquable », note Léonore Bocquillon, lui avait laissé un message téléphonique dans lequel il lui disait expressément qu’il n’y a « pas de femmes à ces postes dans l’entreprise ».
    Marlène Schiappa contre le CV anonyme

    Comment venir à bout, de manière préventive, de ces discriminations ? « D’autres testings ont prouvé qu’une femme de 32 ans avec enfants a 40% de chances d’embauche en moins qu’un homme du même âge, ou encore qu’une femme sans enfants entre 24 et 30 ans a 58% de chances en moins de survivre au tri de CV », indique Jean-François Amadieu, professeur à Paris I, qui dirige l’Observatoire des discriminations.

    Alors que Marlène Schiappa, secrétaire d’État chargée de l’Egalité entre les femmes et les hommes, a indiqué en début de semaine qu’elle s’opposait au CV anonyme, Jean-François Amadieu plaide pour que soit abandonné le « CV à la française », avec photo et mention de la situation matrimoniale. Pour avoir une chance de passer le premier barrage.

    Ici une vidéo montre comment les professionnels dans les domaines masculins traitent leurs clientes.
    https://www.youtube.com/watch?v=SEirg5WbP5s

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    Vers mes 18 ans, je me souviens d’une amie qui ne pouvait pas allé seule faire réparer sa voiture et me demandait toujours de l’accompagnée là bas. Le garagiste pratiquait systématiquement du harcelement sexuel contre elle et elle avait très peur qu’il l’agresse sexuellement un jour. C’était le seul garagiste de la région à posséder les pièces de son modèle de voiture. C’était une forme de chantage, viol contre liberté de se déplacé.
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    + « des hommes et des bagnoles » des couilles sur la table
    https://www.binge.audio/des-hommes-et-des-bagnoles

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    Étude sur les clichés sexistes autour de la voiture en France financé par une marque de pneu
    https://www.tiregom.fr/guide/data/etude-cliches-femmes-automobile

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    Témoignage d’une garagiste
    https://lamecaniquepourlesfilles.com/interview-dune-mecanicienne-professionnelle-fiere-de-letre

    Mon apprentissage dans l’automobile a été très rude. J’avais déjà une vie personnelle sinistre et déchue. J’étais insulté par l’autre apprentie de l’entreprise et il n’y avait aucune organisation. J’étais sans cesse en train de me faire critiquer, je finissais mes journées en pleur car ma passion était devenue mon pire cauchemar. Il m’a fallu un an pour m’en remettre, je ne pouvais plus rentrer dans un garage. J’étais laissé dans le tas de m**** sans formation, juste bonne à nettoyer des voitures à longueur de journée. Ma vie n’était pas facile, je vivais seule et mon patron bien sûr au courant de ma situation familiale particulière en avait rien à faire et me laissait échouer sans maître d’apprentissage. Si je dois donner un conseil : ne pas lâcher, j’étais destinée au casse-pipe, aujourd’hui je suis une passionnée qui vit son rêve.

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    Sur le permis de conduire et le sexe :

    Le taux d’échec des femmes à l’épreuve de conduite de l’examen du permis de conduire est plus élevé de 10 % que celui des hommes. Cet écart persiste depuis des décennies, alors que les femmes sont toujours plus nombreuses à décrocher le permis : de 22 % en 1967, elles sont passées à 76 % en 2007, contre 91 % des hommes.

    ...

    Fait intéressant, la situation peut être renversée : « Lorsqu’on évalue les performances au test du Code de la route avec des hommes et des femmes dans la même pièce, en expliquant que l’on souhaite comprendre les différences liées au sexe dans la conduite, ce sont les performances des hommes qui diminuent, comme s’il existait un effet de » menace du stéréotype « sur les hommes. »

    https://www.challenges.fr/automobile/actu-auto/stereotypes-femmes-et-automobile-entretiennent-la-precarite-et-les-inegal

    Pourtant :

    Les femmes sont plus dépendantes de la voiture que les hommes

    Plus inattendu dans ce rapport Jouanno-Hummel est le rappel que les femmes sont les premières touchées par la précarité qui naît de l’absence de mobilité. Partant de l’idée que l’auto est indispensable à bien des femmes pour assumer leur rôle de mère, elles en sont plus dépendantes que les hommes. Ces derniers sont pourtant moins nombreux que les femmes à utiliser les transports en commun.

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    Sur les femmes et l’automobile : un enjeu de lutte contre la précarité, d’orientation professionnelle et de déconstruction des stéréotypes

    Rapport d’information n° 835 (2015-2016) de Mmes Chantal JOUANNO et Christiane HUMMEL, fait au nom de la délégation aux droits des femmes, déposé le 20 septembre 2016

    http://www.senat.fr/rap/r15-835/r15-835_mono.html
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    #femmes #mobilité #voiture #auto #sexisme #discrimination #harcelement_de_rue


  • Pour accroître l’efficacité de ses missions de #paix, l’#ONU recrute davantage de #femmes officiers de #police | ONU Info
    https://news.un.org/fr/story/2018/11/1028551

    Pour être plus efficaces, les missions de #maintien_de_la_paix des Nations Unies ont besoin de recruter davantage de femmes au sein de leurs effectifs de police, a insisté mardi devant le Conseil de sécurité un haut responsable de l’ONU.


  • Viol conjugal : « Mon corps ne m’appartenait plus » - Libération
    https://www.liberation.fr/france/2018/11/05/viol-conjugal-mon-corps-ne-m-appartenait-plus_1690092

    Nadège, Vanessa et Christelle ont toutes les trois porté plainte contre Luis D. pour viol conjugal. Elles racontent leur calvaire, entre harcèlement, coups et violences sexuelles.

    C’est un poids, un fardeau, mais aussi un combat. Nadège, Vanessa et Christelle ont toutes trois porté plainte contre le même homme pour viol conjugal. Chacune à leur manière, elles sont devenues - malgré elles - des porte-voix pour faire entendre des récits qui trop souvent dérangent. Celles de femmes que leur compagnon oblige à des fellations, des sodomies, brutalise physiquement, détruit psychologiquement, dans l’intimité de leur foyer. Dans son appartement de Chambéry, où elle nous reçoit, Nadège, qui fut la première à dénoncer les faits, annonce : « Je n’ai pas à avoir honte, c’est pour cela que je témoigne à visage découvert. » Malgré cette force apparente, les yeux en amande de Nadège s’embuent parfois, comme assombris par le poids des récits qui lui parviennent depuis qu’elle a décidé de parler publiquement. La jeune femme a rejoint plusieurs groupes Facebook de femmes victimes et tente de les aider comme elle peut. Vanessa, elle aussi, veut en finir avec la honte qui scelle souvent les bouches des victimes. « L’union fait la force », dit-elle par téléphone, comme un mantra. Christelle, elle, préfère ne pas trop s’exposer, mais espère toutefois que son récit et ceux des autres anciennes compagnes de Luis D. appelées à témoigner pourra éveiller les consciences : « J’espère vraiment arriver à me reconstruire, et qu’il prenne conscience de ce qu’il a fait. Pas pour lui souhaiter du mal, mais pour son salut. »

    Christelle, 33 ans

    Pendant longtemps, Christelle a préféré ne pas prendre la parole. Aujourd’hui, elle dit avoir « l’espoir d’aider d’autres victimes et de faire évoluer les mentalités ». En couple entre 2003 et 2006 avec Luis D., elle a mis des mots sur ce qu’elle a subi bien plus tard, après le coup de fil de la policière chargée de l’enquête concernant ses autres compagnes, à qui elle a décrit les faits, qui seraient allés selon elle jusqu’à des sévices sexuels pratiqués plusieurs heures durant. Entendre le mot « viol » a été pour Christelle « un énorme choc, le début de la descente aux enfers : au départ, j’ai fait une déposition pour aider les autres filles, sans vraiment réaliser dans quoi je m’embarquais. Six ans de procédure, c’est terrible, je ne suis plus du tout la fille que j’étais avant. Cela m’a sérieusement atteinte, mais je ne regrette pas pour autant », dit-elle aujourd’hui. A l’époque, elle et Luis D. vivaient dans un box, avec un seau pour leurs besoins et une voiture équipée d’un matelas. Christelle sait aujourd’hui qu’il n’était pas normal qu’il « prenne quelque chose quand il le voulait sur le plan sexuel ». « Si je disais non ou que je cherchais à résister, je me faisais insulter de plus belle, et si je pleurais, je prenais une claque dans la gueule. Alors j’ai vite compris que si je m’exécutais, ce serait moins violent, même si je ne voulais pas », se souvient-elle. A cette période, elle était « comme un fantôme », à qui son conjoint aurait interdit toute féminité. « Il me forçait à porter ses caleçons, me dévalorisait sans cesse. Il disait que je n’étais "qu’une pute", "une sous-merde", "une salope", que j’aimais ça… Il m’avait isolée de tout. » Christelle décrit sa « peur extrême » permanente et son isolement, et souhaite dire aux femmes qui « vivent des choses similaires qu’elles ne sont pas seules ». « Il ne faut pas se laisser abattre, il faut continuer de croire en soi, essayer de parler à quelqu’un, même si c’est un inconnu, et ce, dès les premiers signes que quelque chose ne va pas », exhorte-t-elle. Et de poursuivre : « C’est important pour moi qu’on s’attaque à ce problème sociétal profond, en faisant prendre conscience aux hommes que leurs gestes peuvent être douloureux pour nous. Et qu’il y en a marre d’entendre parler de sexe fort. Le changement peut commencer très tôt, en apprenant par exemple aux petits garçons à ne pas être violents avec leurs camarades, en travaillant véritablement sur le fond. »

    Vanessa, 40 ans, Toulon

    Quand elle rencontre Luis D., en juillet 2008, Vanessa est courtière d’assurances en région parisienne. Elle a 30 ans, et lui 35. « Au départ, je ne l’appréciais pas plus que cela. Et puis on s’est revus, et tout est finalement allé assez vite. » Une relation de couple s’établit, que Vanessa décrit comme « compliquée, voire chaotique ». A l’époque, l’homme est placé sous surveillance électronique, « soi-disant pour une histoire de bagarre », selon le récit qu’il livre à Vanessa. En réalité, pour violences conjugales. Vanessa découvre rapidement un homme excessivement jaloux. Surgit ensuite la violence physique et verbale. « Un jour, il a débarqué chez moi à 8 heures du matin, persuadé que je l’avais trompé la veille, alors que je buvais un verre avec un ami. Il m’a cogné la tête contre les murs, il sentait mes sous-vêtements en disant que je "puais la capote". Il m’a mise à quatre pattes par terre, et il m’a prise comme ça. Je me suis mise à pleurer. Ça a été le choc de ma vie », dit-elle. La suite de cette relation est à l’avenant : Vanessa affirme que Luis l’a poussée à quitter son travail, la plaçant dans une situation de dépendance financière et d’isolement social et affectif. Autrefois souriante et volubile, elle devient « renfermée, éteinte ». Dans le huis-clos de cette relation sur laquelle elle n’ose se confier, la brutalité et les viols sont omniprésents. En octobre 2008, Vanessa porte plainte pour violences. Son compagnon écope de six mois de prison. La jeune femme découvre alors qu’elle est enceinte. Elle accouche d’une petite fille en juillet 2009. Selon son récit, Luis D. serait allé jusqu’à lui imposer une fellation à la maternité. Pour autant, la jeune femme n’arrivera à poser le mot « viol » sur ce qu’elle a vécu que des années plus tard, quand une policière lui a demandé si elle avait été forcée à des relations. « J’ai répondu "oui, plusieurs fois par jour." Et elle m’a dit "c’est du viol". A l’époque, je n’étais plus moi-même. Et lui avait plusieurs visages », poursuit Vanessa. « J’espérais qu’il change, pour ma fille », poursuit-elle. C’est finalement par crainte pour cet enfant qu’elle trouve le courage d’appeler sa famille à l’aide et de se rendre à la police. « Si cela ne tenait qu’à moi, je ne témoignerais pas », précise Vanessa. « Mais je réalise que cela peut permettre à des femmes de prendre conscience de ce qu’est le viol conjugal. J’ai envie de leur dire qu’on a évidemment le droit de ne pas faire ce dont on n’a pas envie, de ne pas être d’accord. On a le droit de dire non », conclut-elle.

    Nadège, 35 ans, Chambéry

    Près de huit ans plus tard, la « cassure » est toujours là. Nadège n’est plus vraiment la fille « joyeuse, pétillante souriante et sûre d’elle » qu’elle était en 2010, quand elle a rencontré celui qu’elle refuse d’appeler par son prénom. A l’époque, la jeune femme travaille dans une brasserie des Hauts-de-Seine dont il est un habitué. Tous deux finissent par faire connaissance après que l’homme lui a proposé son aide pour réparer sa voiture. Après quelques jours seulement, Luis D. présente Nadège comme « la femme de sa vie » à sa famille. « Il évoquait tout ce dont je rêvais : une vie simple, à la campagne… Je me suis laissé porter », résume-t-elle. Il s’installe chez elle, la convainc de quitter son travail. Les premiers coups surviennent à peine deux mois plus tard, alors que le couple rend visite à la famille de Nadège. « Il avait fait une remarque désobligeante sur ma mère. J’ai pris son bras et lui ai demandé de partir. Il m’a attrapée, m’a jetée contre l’accoudoir en bois d’un fauteuil du salon, m’a craché dessus. Je saignais du nez. Je suis entrée dans un monde parallèle. Il ne m’était jamais venu à l’esprit qu’un homme puisse me frapper, décrit Nadège. Comme beaucoup de femmes, je pensais : à la première gifle, je me casse. » La peur la pousse pourtant à repartir avec lui en région parisienne. « Je sentais à son intonation que ce n’était pas un homme qu’on quittait comme ça », résume-t-elle. En chemin, sur une aire d’autoroute, selon son récit, il la frappe de nouveau et la menace de l’enterrer dans un bois. « J’ai vraiment cru que j’allais mourir », relate Nadège. Vient ensuite l’emménagement dans une maison isolée de Seine-et-Marne. Nadège découvre qu’elle est enceinte, et le piège se referme. « J’étais totalement isolée, je n’avais plus de portable, pas de téléphone fixe, mes seules sorties, c’était pour faire les courses avec lui. J’étais anéantie psychologiquement, et malgré tout, j’espérais que ça s’arrange », explique-t-elle. Crises de jalousie, menaces, contrôle vestimentaire, dépendance financière… Et les viols, survenus eux aussi très tôt, qui deviennent réguliers, pour ne pas dire quotidiens, y compris la nuit, sans que Nadège ne les nomme ainsi. « Pour moi, c’était de l’abus. Il me forçait à des sodomies. Et les fellations, c’était à longueur de journée : en voiture, quand je cuisinais, devant la télé… » Y compris pendant sa grossesse. « Un soir, il a dit qu’il allait me "prendre comme une pute". Il y est allé direct par derrière. J’essayais de le retenir, je le suppliais, je criais de douleur. Et lui m’insultait. J’ai saigné, et j’ai eu peur pour mon bébé. » « Mon corps ne m’appartenait plus. Lui disait d’ailleurs que j’étais sa femme, sa chienne, sa pute, son amante. » Nadège tente à plusieurs reprises de fuir, en vain. Jusqu’à la naissance de sa fille : « Je lui ai fait une promesse : faire en sorte que si elle avait survécu à tout cela, ce n’était pas pour rien. Quand j’ai pris contact avec ses ex, c’était pour comprendre. Peut-être qu’il avait été pareil avec elles ? Il fallait me sauver la vie. Sinon, j’allais y retourner », résume-t-elle.
    Virginie Ballet

    Article sur le procès de Luis D : https://www.liberation.fr/france/2018/11/05/viol-conjugal-le-proces-d-un-fleau-domestique_1690089

    #viol #violences_conjugales #femmes #procès #justice


  • Contre un Goncourt misogyne : le Femina, un prix tour à tour militant, volcanique et collabo
    https://www.franceculture.fr/litterature/prix-femina

    Nous sommes en 1904 et le jury du prix Goncourt, créé l’année précédente, s’apprête à décerner son deuxième prix. Avec son roman La conquête de Jérusalem, l’orientaliste Myriam Harry est jugée favorite. Lorsque les dix jurés attribuent finalement le prix à Léon Frapié pour son roman La Maternelle, la déconvenue est grande. Entre stupéfaction et indignation, les réactions ne tardent pas à se faire entendre.

    Vingt-deux femmes de lettres, présidées par la poétesse Anna de Noailles, se réunissent et décident d’instituer un prix pour revendiquer leur légitimité littéraire. Le 28 janvier 1905, elles remettent rétrospectivement le prix à Myriam Harry, acte de rébellion contre la misogynie des “dix du Goncourt”. Pour Sylvie Ducas, il s’agit clairement d’une revendication placée dans le registre du genre :

    Les femmes de lettres revendiquent leur droit d’entrée dans les sphères de légitimation littéraire et trouvent précisément dans le Goncourt le contre-modèle idéal avec lequel elles entendent rivaliser.

    “Pas de jupons chez nous !”, l’exclamation de Joris-Karls Huysmans dès les débuts du prix Goncourt donne à elle seule la température de l’époque. Une vingtaine d’années plus tard, la pilule n’est toujours pas passée, et certains journalistes ne reculent pas devant les métaphores animalières et autres dénigrements pour critiquer ce jury féminin. Dans sa thèse de doctorat consacrée aux prix Goncourt et Femina, Sylvie Ducas a analysé la virulence de la presse de l’époque. Ces mots publiés dans L’Humanité en 1925 en donnent un parfait exemple, le journaliste allant jusqu’à comparer le jury du Femina au "tribunal des pintades" :

    Il est un spectacle qui dépasse en horreur comique la réunion Goncourt, c’est l’assemblée de poules qui décerne le prix Femina - Vie Heureuse. Quelques femmes plus ou moins de lettres ont coutume de couvrir de fleurs, chaque année, l’écrivain assez heureux pour émouvoir leur épaisse sensibilité [...] Le ridicule des duchesses de lettres qui fut de tout temps notoire n’avait pas encore réalisé ce prodige : s’instituer en jury littéraire ! Ce doit être un bien beau tableau de moeurs, ce salon où ces Corine [sic] sans talent défendent chacun [sic] leur protégé et exaltent la gloire du romancier qui a su le mieux chatouiller leurs petites passions [...] Petits cris, piaillements, ces mots prennent toute leur valeur quand on a vu la photographie de ce grotesque comité, l’image de ces lourdes quadragénaires crevant de vanité sous leurs perles et dans leur graisse molle ; tout le sinistre d’un salon du monde uni au comique (un comique qui ne fait pas rire), au ridicule de bas bleus ratés et croulants [...] [au] snobisme du tribunal des pintades.


  • Gertrude Abercrombie - Wikipedia
    https://en.wikipedia.org/wiki/Gertrude_Abercrombie

    In 1932 she began to focus strictly on her art. The following summer she made her first sale at an outdoor art fair in Chicago and received an honorable mention in the newspaper for the event.[3] In the mid-1930s she moved out of her family’s home and became active in the regional art scene.[3] From 1934 to 1940 she served as a painter for the Works Progress Administration and in 1934 the Chicago Society of Artists held a solo show of her work.[3] During the 1930s and 1940s she also began creating woodcuts.

    In 1940 she married lawyer Robert Livingston, and in 1942 gave birth to their daughter Dinah. In 1948 the couple divorced. That same year she married music critic Frank Sandiford, with Dizzy Gillespie performing at the wedding. The couple were active in the bohemian lifestyle and jazz scene of Chicago hence their connection with Gillespie. They met musicians through Sandiford and through Abercrombie’s own skills as an improvisational pianist. The couple would divorce in 1964.[3]
    Dizzy Gillespie with Abercrombie on his birthday, 1964

    Within Abercrombie’s avant-garde social circle she was the inspiration for the song “Gertrude’s Bounce” by Richie Powell, who claimed that she walked “just like the way the rhythm sounds in the Introduction”,[5] and she appeared as herself in James Purdy’s Gertrude of Stony Island Avenue and as a fictional character in Purdy’s Malcolm, Eustace Chisholm.[3]

    She painted many variations of her favored subjects: sparsely furnished interiors, barren landscapes, self-portraits, and still-lifes. Many compositions feature a lone woman in a flowing gown, often depicted with attributes of sorcery: an owl, a black cat, a crystal ball, or a broomstick.[3] These works were often self-portraits, as she stated in an interview with Studs Terkel shortly before her death: “it is always myself that I paint”.[7] Tall and sharp-featured, she considered herself ugly;[8] in life she sometimes wore a pointed velvet hat to accentuate her witch-like appearance, “enjoy[ing] the power this artifice gave her over others who would fear or recoil from her”.[9] The 1940s and ’50s are described as her most prolific and productive period; a time when she no longer painted many portraits, but retained the themes mentioned above.[3]

    Abercrombie’s mature works are painted in a precise, controlled style. She took little interest in other artists’ work, although she admired Magritte.[10] Largely self-taught, she did not regard her lack of extensive formal training as a hindrance.[11] She said of her work:

    I am not interested in complicated things nor in the commonplace. I like and like to paint simple things that are a little strange. My work comes directly from my inner consciousness and it must come easily. It is a process of selection and reduction.[4]

    Her work evolved into incorporating her love for jazz music, inspired by parties and jam sessions she hosted in her Hyde Park home. Musicians such as Sonny Rollins, Max Roach, Jackie Cain and the Modern Jazz Quartet were considered friends. Dizzy Gillespie described her “the first bop artist. Bop in the sense that she has taken the essence of our music and transported it to another art form”.[12]

    #femmes #art #historicisation #surréalisme #peinture




  • Commentaire sur twitter :

    Étudiant en médecine, j’étais très impressionné par ce corridor de l’#Hôpital_Notre-Dame avec les photos des médecins décédés. Aujourd’hui, je me dis « Il est où, le mur d’hommage aux infirmières, préposés.e.s, physio, ergo, pharmaciens ? »

    https://twitter.com/LussiD/status/1058419394131431424

    #invisibilité #invisibilisation #hommes #femmes #médecine #hôpitaux #hommages #travail #genre #classe_sociale


  • Avorter à Monaco ? C’est interdit. RTBF avec Brut - 2 Novembre 2018 RTBF
    https://www.rtbf.be/info/societe/detail_avorter-a-monaco-c-est-interdit?id=10062584
    Sauf en cas de viol, de danger pour la santé de la mère ou de l’enfant. _

    À Monaco, l’accès à l’avortement est extrêmement restreint pour les femmes. Il y a près de 10 ans, l’avortement était même totalement interdit. C’est seulement en 2009 que la loi a évolué et ouvert l’avortement aux femmes victimes de viol ou encore qui voient leur santé ou celle de leur enfant en danger. Toute personne qui a recours à l’IVG en dehors du cadre déterminé par cette loi encourt une peine d’emprisonnement allant de 6 mois à 3 ans ainsi qu’une amende de 9000 à 18 000 euros. Les médecins qui pratiquent l’intervention, eux, risquent la même amende et 1 à 5 ans de prison.

    Une forte pression de l’Église
    Une telle législation s’explique notamment par l’article 9 de la Constitution monégasque de 1962 qui indique que « la religion catholique, apostolique et romaine est religion d’État. » Ne pouvant avorter à Monaco, les femmes monégasques sont donc contraintes de se diriger vers la France, principalement à Nice. Mais, pour cela, elles doivent obligatoirement être rattachées à la caisse primaire d’Assurance maladie française pour être remboursées, une démarche qui demande parfois plusieurs semaines alors que le délai légal pour pratiquer l’IVG est de 12 semaines de grossesse, soit 14 semaines d’aménorrhée.

    #monaco #IVG #interdiction #Femmes #catholicisme #droits_des_femmes #religion #catholicisme


  • Maria da Penha Law: A Name that Changed Society | UN Women – Headquarters
    http://www.unwomen.org/en/news/stories/2011/8/maria-da-penha-law-a-name-that-changed-society

    In May 1983, biopharmaceutist Maria da Penha Fernandes was fast asleep when her husband shot her, leaving her a paraplegic for life. Two weeks after her return from the hospital, he tried to electrocute her.

    The case da Penha filed languished in court for two decades, while Maria’s husband remained free. Years later, in a landmark ruling, the Court of Human Rights criticized the Brazilian government for not taking effective measures to prosecute and convict perpetrators of domestic violence. In response to this, the Brazilian government in 2006 enacted a law under the symbolic name “Maria da Penha Law on Domestic and Family Violence.

    On the fifth anniversary of Law in August 2011, the National Council of Justice of Brazil collected data showing positive results: more than 331,000 prosecutions and 110,000 final judgments, and nearly two million calls to the Service Center for Women.

    Positive results that da Penha shares with some reservations.


  • Israa Al-Ghomgham, a Saudi woman facing the death penalty for peaceful protest · Global Voices
    https://globalvoices.org/2018/10/31/israa-al-ghomgham-a-saudi-woman-facing-the-death-penalty-for-peaceful-

    uman rights advocate Israa Al-Ghomgham is facing the death penalty in Saudi Arabia, for her non-violent human rights related activities.

    Al-Ghomgham was arrested in 2015 along with her husband, activist Mousa Al-Hashim, over their roles in anti-government protests in Al-Qatif back in 2011, when pro-democracy protests spread across the Middle East and North Africa.

    #arabie_saoudite #barbares #droits_humains


  • “You Cry at Night but Don’t Know Why”. Sexual Violence against Women in North Korea

    Oh Jung Hee is a former trader in her forties from Ryanggang province. She sold clothes to market stalls in Hyesan city and was involved in the distribution of textiles in her province. She said that up until she left the country in 2014, guards would regularly pass by the market to demand bribes, sometimes in the form of coerced sexual acts or intercourse. She told Human Rights Watch:

    I was a victim many times … On the days they felt like it, market guards or police officials could ask me to follow them to an empty room outside the market, or some other place they’d pick. What can we do? They consider us [sex] toys … We [women] are at the mercy of men. Now, women cannot survive without having men with power near them.

    She said she had no power to resist or report these abuses. She said it never occurred to her that anything could be done to stop these assaults except trying to avoid such situations by moving away or being quiet in order to not be noticed.

    Park Young Hee, a former farmer in her forties also from Ryanggang province who left North Korea for the second time in 2011, was forced back to North Korea from China in the spring of 2010 after her first attempt to flee. She said, after being released by the secret police (bowiseong) and put under the jurisdiction of the police, the officer in charge of questioning her in the police pre-trial detention facility (kuryujang) near Musan city in North Hamgyong province touched her body underneath her clothes and penetrated her several times with his fingers. She said he asked her repeatedly about the sexual relations she had with the Chinese man to whom she had been sold to while in China. She told Human Rights Watch:

    My life was in his hands, so I did everything he wanted and told him everything he asked. How could I do anything else? … Everything we do in North Korea can be considered illegal, so everything can depend on the perception or attitude of who is looking into your life.

    Park Young Hee said she never told anybody about the abuse because she did not think it was unusual, and because she feared the authorities and did not believe anyone would help.

    The experiences of Oh Jung Hee and Park Young Hee are not isolated ones. While sexual and gender-based violence is of concern everywhere, growing evidence suggests it is endemic in North Korea.

    This report–based largely on interviews with 54 North Koreans who left the country after 2011, when the current leader, Kim Jong Un, rose to power, and 8 former North Korean officials who fled the country–focuses on sexual abuse by men in official positions of power. The perpetrators include high-ranking party officials, prison and detention facility guards and interrogators, police and secret police officials, prosecutors, and soldiers. At the time of the assaults, most of the victims were in the custody of authorities or were market traders who came across guards and other officials as they traveled to earn their livelihood.

    Interviewees told us that when a guard or police officer “picks” a woman, she has no choice but to comply with any demands he makes, whether for sex, money, or other favors. Women in custody have little choice should they attempt to refuse or complain afterward, and risk sexual violence, longer periods in detention, beatings, forced labor, or increased scrutiny while conducting market activities.

    Women not in custody risk losing their main source of income and jeopardizing their family’s survival, confiscation of goods and money, and increased scrutiny or punishment, including being sent to labor training facilities (rodong danryeondae) or ordinary-crimes prison camps (kyohwaso, literally reform through labor centers) for being involved in market activities. Other negative impacts include possibly losing access to prime trading locations, being fired or overlooked for jobs, being deprived of means of transportation or business opportunities, being deemed politically disloyal, being relocated to a remote area, and facing more physical or sexual violence.

    The North Koreans we spoke with told us that unwanted sexual contact and violence is so common that it has come to be accepted as part of ordinary life: sexual abuse by officials, and the impunity they enjoy, is linked to larger patterns of sexual abuse and impunity in the country. The precise number of women and girls who experience sexual violence in North Korea, however, is unknown. Survivors rarely report cases, and the North Korean government rarely publishes data on any aspect of life in the country.

    Our research, of necessity conducted among North Koreans who fled, does not provide a generalized sample from which to draw definitive conclusions about the prevalence of sexual abuse by officials. The diversity in age, geographic location, social class, and personal backgrounds of the survivors, combined with many consistencies in how they described their experiences, however, suggest that the patterns of sexual violence identified here are common across North Korea. Our findings also mirror those of other inquiries that have tried to discern the situation in this sealed-off authoritarian country.

    A 2014 United Nations Commission of Inquiry (UN COI) on human rights in the Democratic People’s Republic of Korea (DPRK) concluded that systematic, widespread, and gross human rights violations committed by the North Korean government constituted crimes against humanity. These included forced abortion, rape, and other sexual violence, as well as murder, imprisonment, enslavement, and torture on North Koreans in prison or detention. The UN COI stated that witnesses revealed that while “domestic violence is rife within DPRK society … violence against women is not limited to the home, and that it is common to see women being beaten and sexually assaulted in public.”

    The Korea Institute for National Unification (KINU), a South Korean government think tank that specializes in research on North Korea, conducted a survey with 1,125 North Koreans (31.29 percent men and 68.71 percent women) who re-settled in South Korea between 2010 and 2014. The survey found that 37.7 percent of the respondents said sexual harassment and rape of inmates at detention facilities was “common,” including 15.9 percent that considered it “very common.” Thirty-three women said they were raped at detention and prison facilities, 51 said they witnessed rapes in such facilities, and 25 said they heard of such cases. The assailants identified by the respondents were police agents–45.6 percent; guards–17.7 percent; secret police (bowiseong) agents –13.9 percent; and fellow detainees–1.3 percent. The 2014 KINU survey found 48.6 percent of the respondents said that rape and sexual harassment against women in North Korea was “common.”

    The North Koreans we spoke with stressed that women are socialized to feel powerless to demand accountability for sexual abuse and violence, and to feel ashamed when they are victims of abuse. They said the lack of rule of law and corresponding support systems for survivors leads most victims to remain silent–not seek justice and often not even talk about their experiences.

    While most of our interviewees left North Korea between2011 and 2016, and many of the abuses date from a year or more before their departure, all available evidence suggests that the abuses and near-total impunity enjoyed by perpetrators continue to the present.

    In July 2017, the North Korean government told the UN committee that monitors the implementation of the Convention on the Elimination of Discrimination Against Women (CEDAW) that just nine people in all of North Korea were convicted of rape in 2008, seven in 2011, and five in 2015. The government said that the numbers of male perpetrators convicted for the crime of forcing a woman who is his subordinate to have sexual intercourse was five in 2008, six in 2011, and three in 2015. While North Korean officials seem to think such ridiculously low numbers show the country to be a violence-free paradise, the numbers are a powerful indictment of their utter failure to address sexual violence in the country.

    Sexual Abuse in Prisons and Detention Facilities

    Human Rights Watch interviewed eight former detainees or prisoners who said they experienced a combination of verbal and sexual violence, harsh questioning, and humiliating treatment by investigators, detention facility personnel, or prison guards that belong to the police or the secret police (bowiseong).

    Six interviewees had experienced sexual, verbal, and physical abuse in pre-trial detention and interrogation facilities (kuryujang)–jails designed to hold detainees during their initial interrogations, run by the MSS or the police. They said secret police or police agents in charge of their personal interrogation touched their faces and their bodies, including their breasts and hips, either through their clothes or by putting their hands inside their clothes.

    Human Rights Watch also documented cases of two women who were sexually abused at a temporary holding facility (jipkyulso) while detainees were being transferred from interrogation facilities (kuryujang) to detention facilities in the detainees’ home districts.

    Sexual Abuse of Women Engaged in Trade

    Human Rights Watch interviewed four women traders who experienced sexual violence, including rape, assault, and sexual harassment, as well as verbal abuse and intimidation, by market gate-keeper officials. We also interviewed 17 women who were sexually abused or experienced unwanted sexual advances by police or other officials as they traveled for their work as traders. Although seeking income outside the command economy was illegal, women started working as traders during the mass famine of the 1990s as survival imperatives led many to ignore the strictures of North Korea’s command economy. Since many married women were not obliged to attend a government-established workplace, they became traders and soon the main breadwinners for their families. But pursuing income in public exposed them to violence.

    Traders and former government officials told us that in North Korea traders are often compelled to pay bribes to officials and market regulators, but for women the “bribes” often include sexual abuse and violence, including rape. Perpetrators of abuses against women traders include high-ranking party officials, managers at state-owned enterprises, and gate-keeper officials at the markets and on roads and check-points, such as police, bowiseong agents, prosecutors, soldiers, and railroad inspectors on trains.

    Women who had worked as traders described unwanted physical contact that included indiscriminately touching their bodies, grabbing their breasts and hips, trying to touch them underneath their skirts or pants, poking their cheeks, pulling their hair, or holding their bodies in their arms. The physical harassment was often accompanied by verbal abuse and intimidation. Women also said it was common for women to try to help protect each other by sharing information about such things, such as which house to avoid because it is rumored that the owner is a rapist or a child molester, which roads not to walk on alone at night, or which local high-ranking official most recently sexually preyed upon women.

    Our research confirms a trend already identified in the UN COI report:

    Officials are not only increasingly engaging in corruption in order to support their low or non-existent salaries, they are also exacting penalties and punishment in the form of sexual abuse and violence as there is no fear of punishment. As more women assume the responsibility for feeding their families due to the dire economic and food situation, more women are traversing through and lingering in public spaces, selling and transporting their goods.

    The UN COI further found “the male dominated state, agents who police the marketplace, inspectors on trains, and soldiers are increasingly committing acts of sexual assault on women in public spaces” and “received reports of train guards frisking women and abusing young girls onboard.” This was described as “the male dominated state preying on the increasingly female-dominated market.”

    Almost all of the women interviewed by Human Rights Watch with trading experience said the only way not to fall prey to extortion or sexual harassment while conducting market activities was to give up hopes of expanding one’s business and barely scrape by, be born to a powerful father with money and connections, marry a man with power, or become close to one.

    Lack of Remedies

    Only one of the survivors of sexual violence Human Rights Watch interviewed for this report said she had tried to report the sexual assault. The other women said they did not report it because they did not trust the police and did not believe police would be willing to take action. The women said the police do not consider sexual violence a serious crime and that it is almost inconceivable to even consider going to the police to report sexual abuse because of the possible repercussions. Family members or close friends who knew about their experience also cautioned women against going to the authorities.

    Eight former government officials, including a former police officer, told Human Rights Watch that cases of sexual abuse or assault are reported to police only when there are witnesses and, even then, the reports invariably are made by third parties and not by the women themselves. Only seven of the North Korean women and men interviewed by Human Rights Watch were aware of cases in which police had investigated sexual violence and in all such cases the victims had been severely injured or killed.

    All of the North Koreans who spoke to Human Rights Watch said the North Korean government does not provide any type of psycho-social support services for survivors of sexual violence and their families. To make matters worse, they said, the use of psychological or psychiatric services itself is highly stigmatized.

    Two former North Korean doctors and a nurse who left after 2010 said there are no protocols for medical treatment and examination of victims of sexual violence to provide therapeutic care or secure medical evidence. They said there are no training programs for medical practitioners on sexual assault and said they never saw a rape victim go to the hospital to receive treatment.

    Discrimination Against Women

    Sex discrimination and subordination of women are pervasive in North Korean. Everyone in North Korea is subjected to a socio-political classification system, known as songbun, that grouped people from its creation into “loyal,” “wavering,” or “hostile” classes. But a woman’s classification also depends, in critical respects, on that of her male relatives, specifically her father and her father’s male relations and, upon marriage, that of her husband and his male relations. A woman’s position in society is lower than a man’s, and her reputation depends largely on maintaining an image of “sexual purity” and obeying the men in her family.

    The government is dominated by men. According to statistics provided by the DPRK government to the UN, as of 2016 women made up just 20.2 percent of the deputies selected, 16.1 percent of divisional directors in government bodies, 11.9 percent of judges and lawyers, 4.9 percent of diplomats, and 16.5 per cent of the officials in the Ministry of Foreign Affairs.

    On paper, the DPRK says that it is committed to gender equality and women and girl’s rights. The Criminal Code criminalizes rape of women, trafficking in persons, having sexual relations with women in a subordinate position, and child sexual abuse. The 2010 Law on the Protection and Promotion of the Rights of Women bans domestic violence. North Korea has also ratified five international human rights treaties, including ones that address women and girl’s rights and equality, such as the Convention on the Rights of the Child (CRC) and CEDAW.

    During a meeting of a North Korean delegation with the CEDAW Committee, which reviewed North Korean compliance between 2002 and 2015, government officials argued all of the elements of CEDAW had been included in DPRK’s domestic laws. However, under questioning by the committee, the officials were unable to provide the definition of “discrimination against women” employed by the DPRK.

    Park Kwang Ho, Councilor of the Central Court in the DPRK, stated that if a woman in a subordinate position was forced to engage in sexual relations for fear of losing her job or in exchange for preferential treatment, it was her choice as to whether or not she complied. Therefore, he argued, in such a situation the punishment for the perpetrator should be lighter. He later amended his statement to say that if she did not consent to having sexual relations, and was forced to do so, the perpetrator was committing rape and would be punished accordingly.

    https://www.hrw.org/report/2018/10/31/you-cry-night-dont-know-why/sexual-violence-against-women-north-korea
    #abus_sexuels #violence_sexuelle #viols #Corée_du_nord #femmes #rapport


  • Pendant ce temps, dans les lycées français...


    Il s’agit du livre de Français pour les classes de secondes de chez Magnard, programme 2011, en usage aujourd’hui.
    Donc du XVIIe au XXe siècle en France (pardon Shakespeare), la littérature a été l’œuvre des mâles... Parmi la centaine d’extraits cités dans le corps du livre, cinq sont tirés d’œuvres de femmes. Et dire que Simone trouvait les femmes écrivassières (cf. Le deuxième sexe)
    Ich weiß nicht, was soll es bedeuten, daß ich so traurig bin...
    (Je ne sais pas pourquoi je suis si triste...)
    #neiges_d'antan #invisibilisation_des_femmes


  • * Une députée LREM demande la position de la France sur la pénalisation de l’avortement en Andorre AFP - 31 Octobre 2018 - La croix
    https://www.la-croix.com/France/Politique/deputee-LREM-demande-position-France-penalisation-avortement-Andorre-2018-

    La députée LREM des Pyrénées-Orientales Laurence Gayte a demandé au gouvernement de préciser la position de la France sur la pénalisation de l’avortement dans la principauté d’Andorre, dont Emmanuel Macron est coprince, un des derniers États en Europe à interdire l’IVG.

    Dans une question écrite adressée au ministre de l’Europe et des Affaires étrangères Jean-Yves Le Drian, Mme Gayte précise que la principauté est « l’un des derniers États d’Europe - avec Malte, Saint-Marin et le Vatican - à interdire l’avortement, y compris en cas de viol, d’inceste, de maladie ou malformation du fœtus, ou de danger pour la vie de la mère ».

    « L’avortement y constitue un délit passible de six mois d’emprisonnement pour la femme enceinte, et de trois ans de prison et cinq ans d’interdiction d’exercice pour le médecin qui pratique l’intervention », ajoute Mme Gayte, membre de la délégation aux droits des femmes de l’Assemblée nationale et députée d’un département ayant une frontière commune avec la Principauté d’Andorre, rappelle-t-elle.

    Des femmes ont cependant recours à l’avortement, soit en se rendant en Espagne ou en France, soit « par des méthodes peu sûres ou clandestines », souligne la députée.

    Dans le cadre de la journée mondiale du droit à l’avortement, fin septembre, « de nombreuses Andorranes ont défilé dans les rues d’Andorre-la-Vieille afin de demander la dépénalisation de l’avortement dans leur pays », poursuit-elle dans sa question écrite. Elles souhaiteraient « savoir la position de la France sur cette question ».

    Lors de la manifestation, selon un correspondant de l’AFP, certaines affiches réclamaient « Pas de tutelle ni de l’État ni de l’Église » ou encore « Laissez vos chapelets en dehors de nos ovaires », en référence à la position anti-avortement d’un des deux coprinces d’Andorre, l’évêque d’Urgell Mgr Joan-Enric Vives.

    #Laurence_Gayte #Andorre #IVG #interdiction #emmanuel_macron #Andorre #Femmes #catholicisme #droits_des_femmes #religion #catholicisme