• Der Imker / l’apiculteur

    Le film raconte le destin émouvant d’un #apiculteur. Les troubles de la guerre turco-kurde l’ont dépouillé de tout : de sa femme et de ses enfants, de sa patrie et même, en lui prenant plus de 500 colonies d’abeilles, du fondement de sa vie. Il ne lui reste que son amour des abeilles et sa foi indestructible dans les individus, quelle que soit leur origine. Au bout d’une longue odyssée marquée de privations, l’apiculteur tente de vivre dignement en Suisse, grâce à sa #passion pour l’élevage des abeilles.

    https://www.youtube.com/watch?v=yDvkSo9TeR8


    https://www.swissfilms.ch/fr/movie/der-imker/d732f726d52b4f768da5b4ad84ef925e
    #apiculture
    #film #documentaire #film_documentaire #réfugiés #Suisse #migrations #réfugiés_kurdes

  • Au pays des enfants interdits

    Dans l’ombre de l’histoire suisse : le chapitre méconnu des enfants cachés des saisonniers. Plongez dans la part méconnue de la politique migratoire suisse. Entre 15’000 et 50’000 enfants de saisonniers ont vécu dans la clandestinité en Suisse jusqu’en 2002, une période sombre et oubliée.

    https://www.playsuisse.ch/fr/show/2271040
    #film #documentaire #film_documentaire
    #peur #enfants_du_placard #saisonniers #clandestinité #permis_de_séjour #Suisse #ennui #monotonie #immigrés_italiens #police_des_étrangers #délation #travailleurs_étrangers #expulsions #internat #Domodossola #racisme #solitude #contrôle_médical #logement #baraquement #mal_du_pays #tristesse #regroupement_familial #surpopulation_étrangère #James_Schwarzenbach #Fremdüberfremdung #initiatives_Schwarzenbach #reconnaissance

    • #Bambini_proibiti

      Nel 1924 la Società delle Nazioni Unite redige la Dichiarazione dei diritti del fanciullo in cui sono sanciti i diritti di cui ogni bambino, senza alcuna distinzione o discriminazione, deve godere. Il documento fu stilato in Svizzera , a Ginevra. Proprio in Svizzera, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra fino agli anni ’80, esisteva una categoria di bambini sistematicamente esclusa da questi diritti.

      E non solo. Per le autorità, semplicemente questi bambini non esistevano, o non avrebbero dovuto esistere. Erano i figli degli stagionali, dei lavoratori stranieri che, avendo un permesso di soggiorno limitato alla stagione lavorativa (nove mesi), non avevano diritto al ricongiungimento familiare. I genitori li portavano in Svizzera, clandestinamente oppure con un permesso turistico di tre mesi, ma spesso questi mesi si prolungavano fino a diventare lunghi anni, infanzie e adolescenze passate in poveri appartamenti senza fiatare per interi giorni, in silenzio, senza giochi e senza i compagni, ma con l’angoscia di una fanciullezza strappata via. Nel suo libro Bambini proibiti, Marina Frigerio Martina ne racconta le storie attraverso i racconti dirette di chi le ha vissute.

      Le testimonianze raccolte fanno riferimento a situazioni tra loro diverse, ma tutte segnate dal trauma di un’infanzia resa difficile dalla separazione, dalla solitudine, dalla clandestinità. Con il passare del tempo, la percentuale di stagionali tra i lavoratori immigrati è diminuita e le restrizioni per l’ottenimento di un permesso si sono allentate. D’altra parte, all’applicazione delle norme è sempre stata sottoposta ad una certa arbitrarietà: alcuni cantoni erano meno rigidi di altri, c’erano funzionari più severi e altri più comprensivi, un vicino poteva determinare la disgrazia di una famiglia con una denuncia, oppure offrire sostegno e collaborazione preziosi.

      Non di rado il destino di una famiglia e dei suoi membri dipendeva in larga parte dal caso e dalla fortuna, cosicché le esperienze di vita susseguitesi nel corso dei decenni risultano assai diversificate; a storie di dolore e lontananza si affiancano esempi di integrazione riuscita e di affermazione esistenziale e professionale negli ambiti più vari.

      In genere coloro che offrono la propria testimonianza mostrano di aver superato il trauma o, quanto meno, di essere riusciti a metterlo da parte per dar spazio a nuove vite, fatte di lavoro, figli, nipoti…insomma, vite normali. Eppure, in un modo o nell’altro, nel profondo di sé, continuano a portare il segno di lunghi anni trascorsi nel desiderio e nella speranza di raggiungere un giorno quelle vite normali che a loro, figli di stagionali, erano negate.

      Ancora in anni recenti affrontare questi discorsi in certi ambienti poteva essere difficile per motivi di ordine diverso: la tendenza, da parte delle autorità, a minimizzare la questione (talvolta persino il negazionismo), il dolore ancora troppo forte di esperienze vissute in prima persona, il timore di mettere in pericolo i casi residuali di clandestinità tuttavia ancora presenti, ma, soprattutto, una diffusa volontà di rimozione. Tutto questo ha come effetto una coscienza collettiva ancora poco informata.

      Il grave rischio che può seguirne è quello di ricadere in errori del passato, sebbene in diverse circostanze storiche. Anche perché il principio secondo cui la politica migratoria elvetica va adeguata ai bisogni dell’economia, cui era ispirato lo “statuto dello stagionale”, è tuttora presente nella legge.

      Il libro della Frigerio dovrebbe bastare, da solo, a far riflettere sulle conseguenze di un assetto giuridico che anteponga i bisogni del sistema economico a quelli dell’uomo e alla sua dignità. Le storie raccontate sono storie difficili, esistenze di famiglie unite nella durezza di una vita in terra straniera, o sofferenti per la lontananza e la separazione.

      In ogni caso, sono storie intessute della più autentica umanità che, in considerazione dei continui mutamenti sociologici, oggi più che mai hanno molto da insegnare.

      https://www.italoeuropeo.com/2014/03/17/bambini-proibiti-un-libro-di-marina-frigerio-martina
      #livre #Marina_Frigerio_Martina

  • #The_encampments
    https://www.youtube.com/watch?v=bjS_FdTUkFE

    The Encampments is a 2025 American documentary film directed and produced by Michael T. Workman and Kei Pritsker about the 2024 Gaza Solidarity Encampment and protest movement at #Columbia_University and other pro-Palestinian protests on university campuses during the Gaza war and genocide.[4][5]

    https://the-encampments.com
    #film #résistance #ESR #université #solidarité #Gaza #Palestine #film #documentaire #film_documentaire #campement #USA #Etats-Unis #génocide #dénonciation

    • “The Encampments”, la lotta dei campus universitari contro il genocidio palestinese

      Dal 28 novembre è nei cinema italiani il film sul movimento studentesco e non solo che tanto ha fatto paura ai potenti, a partire dall’amministrazione Trump. Più che un documentario è un vero e proprio documento, girato in presa diretta nei giorni in cui si svolgono le proteste, nell’aprile 2024 negli Stati Uniti, ma anche a Gaza, da dove parla la giornalista Bisan Owda. Le immagini smontano la propaganda

      Perché gli accampamenti di studenti fanno paura ai potenti? E perché un’università prestigiosa come la Columbia di New York, ma non solo, investe in aziende che producono armi o tecnologie utilizzate dall’esercito israeliano anche contro gli abitanti della Striscia di Gaza?

      A queste e altre domande risponde “The Encampments”, il film di Kei Pritsker e Michael T. Workman, nelle sale italiane dal 28 novembre, che racconta la lotta dei campus universitari statunitensi contro il genocidio palestinese.

      Più che un documentario è un vero e proprio documento, girato in presa diretta nei giorni in cui si svolgono i fatti, nell’aprile 2024 negli Stati Uniti, ma anche a Gaza, da dove parla la giornalista Bisan Owda. Bastano le immagini, infatti, a smontare la propaganda e la narrativa feroce scatenatasi fin dai primi momenti contro gli studenti, che non sono solo palestinesi ma che rispecchiano meglio di tanti proclami la multiculturalità della società statunitense.

      E allora, contro l’accusa tanto pesante quanto abusata di antisemitismo, bastano le immagini dei giovani ebrei tra gli accampati, mentre indossano la kippah, il copricapo ebraico, raffigurante a volte un’anguria, simbolo laico dei palestinesi. Rivendicando con orgoglio la propria fede ebraica, sono proprio loro a parlare dei diritti dei palestinesi, sono loro ad arringare le centinaia di studenti accampate dentro la Columbia, dove si svolgono la maggior parte degli eventi. Ed è ancora una di loro a dire a chi li attacca: “Non state proteggendo gli ebrei ma il vostro portafoglio”.

      La migliore risposta alla strumentalizzazione dell’antisemitismo è una rabbina che raggiunge i ragazzi e intona con loro un canto ebraico, a cui si uniscono anche i non ebrei, dentro e fuori la Columbia. Perché la protesta, mentre a Gaza e in Cisgiordania in migliaia vengono uccisi, travalica il campus. Ogni giorno decine di newyorkesi si radunano fuori dai cancelli chiusi della Columbia a testimoniare il loro sostegno: ex alunni, commercianti o semplici cittadini che portano cibo o altro; le donazioni sono così abbondanti che vengono devolute ad altri campus.

      Ma mentre i ragazzi e le ragazze negoziano e lottano con l’amministrazione universitaria, anche al Congresso va in scena una lotta contro Minouche Shafik, la rettrice della Columbia, chiamata a rispondere delle accuse di antisemitismo. Sul banco degli imputati non c’è solo l’università simbolo della libertà di pensiero ma tutti i campus statunitensi dove sono sorte tante “piccole Gaza”: una sessantina negli Usa, a fronte di circa 300 accampamenti nel mondo, con 3.100 arresti solo negli Stati Uniti tra studenti e docenti.

      “L’arma più importante di ogni nazione -dice Bisan Owda da Gaza- è l’istruzione”, quella stessa che ora si sta rivoltando proprio contro i suoi studenti che non restano però con le mani in mano.

      I ragazzi organizzano collegamenti con Gaza, parlano di quello che avviene in Cisgiordania, si informano e invitano docenti ed esperti internazionali. Come l’italo-palestinese Mjriam Abu Samra, che da anni studia il movimento studentesco palestinese e che si trovava proprio sul campo nel maggio 2024: “Non lottano solo per Gaza -ci aveva detto in quest’intervista-. Ci indicano un marcio sistema di oppressione”.

      Gli accampati sono consapevoli dal primo all’ultimo momento delle conseguenze fisiche, accademiche e legali delle loro azioni ma proprio con questa consapevolezza vanno avanti, appellandosi al diritto e ai diritti umani. E così alla violenza che scoppia nel campus, provocata da alcuni giovani sionisti che entrano per protestare con bandiere israeliane, ma anche con bastoni e fumogeni, rispondono con la non violenza. E a chi li accusa di antisemitismo perché indossano una kefiah o sventolano a loro volta la bandiera palestinese ricordano che la loro è una lotta che unisce i popoli e che non vogliono cacciare gli ebrei dalla Palestina, ma rivendicare uno Stato per tutti, con uguali diritti.

      È solo quando i negoziati con l’amministrazione falliscono, che decidono di occupare uno dei luoghi simbolo della Columbia, esattamente come avvenne nel 1968, per le proteste contro la guerra in Vietnam. Solo che gli studenti di allora, oggi docenti o professionisti affermati, rifiutano il parallelo, chiedendo l’intervento della polizia e rivendicando gli investimenti e le relazioni con Israele. Intervento che non tarda ad arrivare con centinaia di agenti in tenuta antisommossa che entrano nel campus e mettono fine violentemente all’occupazione.

      Ma negli studenti c’è la stessa convinzione dello storico palestinese, già docente della Columbia, Rashid Khalidi: “I profondi cambiamenti in atto negli atteggiamenti nei confronti di Israele in molti settori dell’opinione pubblica americana -ci aveva detto nel 2020- sono importanti, sebbene il loro impatto sarà avvertito solo a lungo termine”.

      Mahmoud Khalil, laureato alla Columbia, dottorando, tra i leader del movimento e palestinese dice, infatti: “Siamo la generazione del futuro”. La sua famiglia, diventata profuga nel 1948, si era rifugiata in Siria, dove lui è nato e cresciuto in un campo profughi. Di lì a poco diventerà famoso in tutto il mondo per essere stato prelevato di notte da casa sua e soggetto a un procedimento di espulsione nonostante sia residente permanente negli Stati Uniti e non penda su di lui un’accusa di reato. Sarà una delle prime volte in cui vedremo in azione le forze dell’Immigration and customs enforcement (Ice), l’agenzia federale statunitense responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione.

      A costare a Khalil oltre cento giorni di detenzione è stato il suo attivismo, considerato dannoso per la politica estera degli Stati Uniti, ma da allora ci siamo abituati a vedere l’Ice agire con metodi violenti e alla luce del giorno, contro centinaia di migranti verso i quali la seconda amministrazione Trump ha scatenato una vera e propria caccia. “Gli studenti -diceva appunto Abu Samra- ci indicano un marcio sistema di oppressione”.

      https://altreconomia.it/the-encampments-la-lotta-dei-campus-universitari-contro-il-genocidio-pa

  • #Lithium, retour à la #mine”, sur France 3 : un #documentaire tout en finesse

    Une fine analyse des multiples enjeux du retour à l’#industrie_minière en France, à travers un cas précis : celui d’Échassières, minuscule village dans l’#Allier, et sa mine de lithium.

    Résumé :

    Dans le département de l’Allier, le village d’Échassières abrite un trésor : l’un des plus importants gisements de lithium d’Europe. Pour exploiter ce métal, indispensable aux batteries des #voitures_électriques, l’entreprise française #Imerys prévoit d’ouvrir une mine souterraine. Un projet colossal dont l’objectif est de produire 34 000 tonnes #hydroxyde_de_lithium chaque année, soit de quoi équiper 700 000 véhicules par an. Stratégique pour la France, mais aussi pour l’Europe, ce projet de mine est présenté comme une solution pour sortir de la dépendance aux métaux critiques tout en accélérant la #transition_énergétique.

    https://www.telerama.fr/television/lithium-retour-a-la-mine-sur-france-3-un-documentaire-tout-en-finesse_cri-7
    #Echassières #France #terres_rares #film_documentaire #film

  • In questo mondo


    https://www.youtube.com/watch?v=TkTH3ViRGnk

    Il documentario racconta la vita delle donne pastore in Italia ed è il risultato di un viaggio di più di due anni, di circa 17,000 km percorsi e di 100 interviste rivolte a donne di età compresa tra i 20 e i 102 anni. La figura del pastore, nell’immaginario e nella simbologia più diffusa, è sempre stata associata al genere maschile. Ma il settore dell’allevamento ovi caprino si sta femminilizzando, sempre più donne scelgono di svolgere questo lavoro tradizionalmente patriarcale.
    Le donne pastore impegnate quotidianamente nella loro attività vivono spesso sole, ma anche con compagni e con la loro famiglia, pienamente coinvolte nelle attività sociali e economiche della comunità in cui vivono. Il film racconta queste donne attraverso la personale esperienza della regista che ha vissuto con loro per qualche giorno, immergendosi intimamente e profondamente nella loro quotidianità. I legami di amicizia e affetto che si sono creati sono diventati dunque la linea narrativa, intima e spontanea, che ci introduce alle motivazioni delle protagoniste, alle difficoltà incontrate e alle soddisfazioni ricavate. Il documentario è quindi la rappresentazione di questo insolito mondo, dove il distintivo approccio femminile implica il prendersi cura degli animali, e tutelarne la straordinaria biodiversità e insieme a questo, preservare i maestosi paesaggi italiani d’alta quota.

    https://www.film-documentaire.fr/4DACTION/w_fiche_film/77480_0
    #film #documentaire #film_documentaire #élevage #transhumance #moutons #montagne #femmes #bergers #femmes_bergères #Anna_Kauber #Italie #genre #féminisation #travail

    • Caterina De Boni, A passo di pecora, Il viaggio di una pastora transumante

      Il racconto di un anno a piedi con mille pecore, un cane e una fisarmonica, tra le montagne di #Cortina_d'Ampezzo e le pianure friulane. Un racconto che vuole aprire gli occhi dei lettori su un mondo sommerso ma ancora vivo, popolato da gente che non si è adeguata al mondo moderno dominato dalla tecnologia e dal digitale, ma che resiste ancorata a uno stile di vita considerato arcaico, rurale e anticonformista. Una narrazione emozionante caratterizzato da momenti felici e tragici accompagnati dalla fisarmonica che Caterina porta sempre con sé.

      https://www.ediciclo.it/it/libri/dettaglio/a-passo-di-pecora

    • Pascoli fantasma, imprenditrice condannata

      Condannata dal tribunale di Belluno per truffa e falso, Caterina De Boni Fiabane, 34 anni, nata a Belluno, residente a Vivaro (Pn), nota per la sua attività di pastore e per aver interpretato il docufilm In questo mondo, è stata condannata anche dalla Corte dei Conti.
      Dovrà risarcire l’Aveva (Agenzia veneta per i pagamenti in agricoltura) e l’Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) con 20mila 400 euro per aver incassato indebitamente contributi europei riservati all’agricoltura. Secondo l’accusa, la donna avrebbe presentato documenti falsi con i quali attestava di occupare a scopo di pascolo terreni siti tra Belluno, Cortina e Livinallongo del Col di Lana. In questo modo poteva attingere alle misure europee contenute nel Fondo agricolo di garanzia e a quelle previste dal Fondo per lo sviluppo rurale, i primi erogati da Agea i secondi da Avepa.
      «Gli inquirenti - si legge nella sentenza di condanna della Corte dei Conti - contestavano alla convenuta di aver cagionato alle suddette amministrazioni un danno patrimoniale corrispondente alla indebita erogazione di denaro pubblico avvenuta, a valere sui citati fondi europei, in base a specifiche istanze avanzate dalla stessa negli anni dal 2010 al 2015 e ai titoli giustificativi prodotti a corredo, poi risultati inesistenti o falsi».
      Con questa documentazione, l’imprenditrice affermava in sostanza di coltivare, attraverso il pascolo di ovini, superfici di terreno che in realtà non erano nelle sue disponibilità. Da anni l’Europa finanzia questo settore, anche al fine della manutenzione ambientale, sostenendo così il turismo montano.
      La donna non si è costituita davanti alla Corte dei Conti, rinunciando così alla difesa.
      Il procedimento penale si era chiuso nel 2018 davanti al giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Belluno, mentre la sentenza amministrativa è arrivata con decisione di mercoledì 16 gennaio.
      Il caso della pastora non è certo il primo nell’ambito dei presunti abusi nei finanziamenti europei. Sono decine gli imprenditori agricoli finiti a processo anche nella provincia di Belluno. C’è chi si è comportato onestamente, ma anche chi ha abusato dichiarando di lavorare più superficie di quanto realmente faceva prendendo in prestito i terreni altrui lasciati poi incolti.

      https://www.ilgazzettino.it/pay/belluno_pay/pascoli_fantasma_imprenditrice_condannata-4250085.html

    • ’’Più che i lupi i veri nemici dei pastori sono i parassiti che ormai proliferano con il caldo’’, storia di una pastora che vive tra pianure friulane e Dolomiti Ampezzane

      Intervista a Caterina De Boni, pastora e scrittrice autrice di ’’A passo di pecora’’. ’’Il vero pericolo non è il lupo, ma l’aumento dei parassiti, lo sfruttamento di acqua e suolo e la pressione della burocrazia’’. E poi i lati positivi: nel suo libro Caterina racconta il legame con i suoi animali, le tradizioni e gli amici che ritrova in transumanza e il contributo al recupero dei magredi friulani.

      “Per anni non mi sono considerata veramente una pastora, forse per umiltà, forse perché oltre a pascolare le pecore ho sempre avuto anche altro da fare, sia per necessità che per diletto. Forse più che una pastora, mi sento una pecora. (…) Questo vuol dire essere pastori transumanti, avere solo una cosa in testa: cercare posti per far pascolare le pecore”. Si apre così “A passo di pecora”, il libro, edito da edicicloeditore, di Caterina De Boni, pastora e scrittrice.

      Nata a Belluno, Caterina è laureata in Tecniche erboristiche e con le sue pecore si sposta tra le pianure friulane e Cortina d’Ampezzo. Nel libro racconta i suoi viaggi tra i pascoli, la vita da pastora e la sua passione per la musica. L’abbiamo intervistata per chiederle uno sguardo diretto sulle difficoltà che oggi incontra chi fa questo mestiere, in particolare le sfide del cambiamento climatico e gli ostacoli della burocrazia.

      I veri nemici dei pastori: non i lupi, ma i parassiti che proliferano con il caldo

      “Quando si parla dell’incidenza del cambiamento climatico, bisogna considerare tre aspetti: le temperature, la disponibilità idrica e la disponibilità di pascolo. Per quanto riguarda le temperature, le gelate invernali sono sempre minori in pianura e abbiamo notato un aumento di insetti come mosche, mosconi, zecche, acari della rogna e parassiti intestinali, che proliferano grazie alle temperature miti. È un danno notevole, decisamente maggiore di quello prodotto dal lupo, poiché mosche e mosconi depongono le uova sia nel sedere degli agnelli, con il rischio che le larve salgano poi fino all’intestino, sia sulla coda sporca di sangue delle pecore che hanno appena partorito, con il rischio che si diffondano su tutto il corpo determinando un forte dimagrimento dell’animale e la morte. Anche la rogna è un problema, per i trattamenti antiparassitari il pastore deve sborsare cifre a tre zeri almeno due volte l’anno. Per questo i veri nemici sono molto più piccoli e insidiosi del lupo”.

      Carenza idrica e consumo di suolo: il problema dello sfruttamento delle risorse

      “Per quanto riguarda la disponibilità idrica, in montagna i temporali estivi non sono mai mancati e in generale non abbiamo mai sofferto la mancanza d’acqua. Diverso il caso della pianura e di alcune montagne più esposte, dove la siccità ha costretto alcuni pastori ad andarsene prima del tempo. Tuttavia, nelle montagne che storicamente soffrono la mancanza di acqua i vecchi malgari si erano attrezzati con pozze artificiali per raccogliere l’acqua piovana, dette lame, mantenute impermeabili dal calpestio degli zoccoli delle pecore. Purtroppo, in certe zone l’abbandono del pascolo ne ha determinato il degradamento. C’è poi da considerare il massiccio uso di acqua per le irrigazioni in pianura e l’interramento delle vecchie canalette per rifornire i sistemi di irrigazione delle colture. L’acqua quindi ci sarebbe ma l’hanno nascosta, e in tempi di siccità pastori e animali selvatici faticano a trovarla. Infine, la disponibilità di erba fresca: più che il cambiamento climatico ci spaventa il consumo di suolo causato dall’agroindustria, in particolare le colture a ciclo continuo come i vigneti e i cereali, destinati questi ultimi ad alimentare le centrali a biogas”.

      Normative stringenti ed eccessiva burocrazia

      Se da un lato le sfide incalzanti del cambiamento climatico sono aggravate dalle attività umane, dall’altro i pastori devono fare i conti anche con una normativa spesso complessa. “Personalmente penso che i pastori debbano essere lasciati liberi di lavorare in pace, invece siamo sottoposti a controlli esasperanti, vincoli di ogni tipo, multe salatissime per infrazioni ridicole, mentre per quanto riguarda l’agroindustria, vedo che sono approvati progetti palesemente impattanti per l’ambiente ma comunque etichettati come “green”. L’impressione è che i decisori politici siano estraniati dalla realtà: lo dimostrano normative troppo complesse e politiche che da un lato incentivano il mantenimento degli habitat naturali, ma dall’altro finanziano, con somme molto più consistenti, realtà come il settore vitivinicolo o attività di conversione green che spesso di green hanno poco. In Friuli i pastori ricevono un contributo per il mantenimento dei pascoli di montagna, che devono essere alpeggiati con un determinato numero di animali per ettaro. È un contributo inferiore rispetto a quello per altri interventi, come lo sfalcio o la coltivazione di piante che attraggono gli impollinatori, tuttavia, quando si tratta di veri pastori che gestiscono a prezzo equo vere malghe, è utile a sostenere i costi di gestione e affitto delle malghe. Purtroppo, sono ormai una realtà consolidata i pascoli montani presi in affitto da grosse aziende di pianura solo per ricevere contributi europei. Alla faccia, mi viene da dire, degli agricoltori che vogliono uscire dall’Europa: c’è chi, grazie a questi fondi, fa molta speculazione”.

      Life Magredi Grassland: un progetto per la conservazione dei magredi friulani

      Nel suo libro, Caterina descrive anche il suo coinvolgimento nel progetto regionale Life Magredi Grassland, di recupero della flora attraverso lo sfalcio e il pascolo, al quale si dice fiera di collaborare. Prevede il mantenimento di prati stabili, che si trovano soprattutto a ridosso dei fiumi Cellina e Tagliamento e fanno parte dei siti Natura 2000.

      “La mia porzione, di circa 50 ettari, è un caso isolato perché nel progetto di gestione è previsto anche il pascolo, seppure a determinate limitate. Siamo riusciti a inserirlo nel progetto in una zona particolarmente degradata anche grazie a un amministratore sensibile e intelligente, mentre per gli altri prati stabili permangono obbligo di sfalcio, divieto di pascolo e, cosa molto discussa, divieto di concimazione per evitare l’eccessiva eutrofizzazione del terreno. Personalmente credo che una concimazione saltuaria giovi alla biodiversità, anche per i pascoli magri. Inoltre, nei Magredi ci sono zone dove, per scomodità o per la presenza di militari, non sono permessi né il taglio del fieno né il pascolo, per cui il prato sta cedendo il posto alla boscaglia. I Magredi sono stati terra di pastori fin dai tempi antichissimi e, se oggi vi troviamo ancora specie rare dopo secoli di pastorizia, sono fiduciosa che, anche in base ai risultati del progetto riferito al mio pascolo, potremo presto tornare a rivederli”.

      https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualit%C3%A0/2024/pi%C3%B9-che-i-lupi-i-veri-nemici-dei-pastori-sono-i-parassiti-che-ormai-

    • #Gabriella_Michelozzi

      Agrichef di Campagna Amica, pastora e titolare con la sorella dell’Agriturismo e Bed & Breakfast “Canto di primavera del sogno antico”, situato sulle colline tra Quarrata e Casalguidi in località Forrottoli. Nel 2009 con sua sorella Stefania ha deciso di lasciare il proprio lavoro presso un’azienda di call center per rimettere in piedi la fattoria di famiglia dalla quale oggi escono marmellate, formaggi, olio, vino e tanti altri prodotti. Ci sono tantissime pecore, capre, vacche, conigli e polli e si pratica un’agricoltura sana che affonda le sue radici in ottant’anni di storia. Qui ogni sostanza chimica è bandita e si cerca di rispettare il più possibile l’animale e la terra. Gabriella è stata inoltre una delle protagoniste del film “In questo mondo” un documentario sulle donne pastore in Italia di Anna Kauber, che percorrendo circa 17000 chilometri ha intervistato e seguito queste donne eccezionali offrendo una bellissima rappresentazione di quello che vuol dire oggi per una donna fare questo difficile e impegnativo mestiere.

      https://pistorienses.it/portfolio/gabriella-michelozzi

    • New life for Italy’s ghost towns

      In 1983, #Rossella_Aquilanti moved to the abandoned village of #Pentedattilo, in southern Italy. Today she is 63 years old and needs help with her farm. She met #Maka_Tounkara from Mali in a refugee shelter. The young farmer agreed to join her.

      Calabria suffers from high unemployment. Many young people have had to leave the region. Rossella Aquilanti, by contrast, has created her own paradise here: 20 goats, a few olive trees and the magnificent surroundings are all she needs to be happy.

      Maka Tounkara came to Italy on a refugee boat. For him, working with Rosella is an opportunity. The wages he earns allow him to support his fiancée back in Mali. Despite being very different, Rosella and Maka get on very well and work side by side.

      The village of Pentedattilo, perched on the side of a mountain in Calabria, is falling increasingly to rack and ruin. But once a year it comes to life for the Pentedattilo Short Film Festival. The event draws cinema lovers, former residents, and inquisitive tourists, who have to walk the steep path up to the village.

      Rossella and Maka are convinced that their simple, self-sufficient way of life could be an inspiration to others. The last two residents of Pentedattilo are hoping that other young people and migrants will follow their example and bring new life to Italy’s ghost towns.

      https://www.youtube.com/watch?v=Cpevu80LZ5o

    • Italie, à deux dans un village fantôme

      Situé à l’extrême sud de l’Italie, Pentedattilo est un village fantôme. Il y a 40 ans, Rossella Aquilanti a décidé de vivre dans ce paradis abandonné. Elle en a été la seule habitante jusqu’à l’installation d’un jeune Malien, Maka Tounkara, arrivé dans la péninsule italienne il y a deux ans sur une embarcation de fortune. Ensemble, ils veulent sauver Pentedattilo.

      https://www.dailymotion.com/video/x94nyeq

  • Des #films sur #Bruno_Manser :

    Bruno Manser - La voix de la forêt tropicale

    Le film raconte l’histoire de Bruno Manser qui se rend à Bornéo en 1984 et apprend la survie dans la jungle avec les #Penan. L’avenir des populations autochtones est menacé par la déforestation et Bruno Manser mène les Penan dans une lutte contre les acteurs de l’industrie du bois et le gouvernement malaisien.

    https://fr.wikipedia.org/wiki/Bruno_Manser_%E2%80%93_La_voix_de_la_for%C3%AAt_tropicale
    #Malaisie

    voir aussi :
    https://seenthis.net/messages/848359

    –-

    et des livres sur Bruno Manser :
    https://seenthis.net/messages/1145525

  • "The Ashes of Moria"
    https://www.youtube.com/watch?v=3ISMAJPcAUg

    A cinque anni dall’incendio che lo ha distrutto (8-9 settembre 2020) l’impatto del campo di Moria è ancora presente nelle vite delle persone che lo hanno vissuto, mentre l’approccio alla migrazione da parte dell’Europa continua a essere quello della deterrenza, del contenimento e della detenzione.

    Attraverso una serie di interviste con persone migranti che hanno vissuto nel campo greco, operatori sociali e attivisti che lo hanno conosciuto da vicino, questo documentario esplora l’eredità di Moria, raccontando la durissima realtà del campo, le ripercussioni che ha causato sulla vita delle persone e il suo ruolo nelle politiche di detenzione e deterrenza e nei processi di integrazione.

    #Moria #réfugiés #migrations #Grèce #camp_de_réfugiés #incendie #Lesbos #ce_qui_reste #silence #feu #camps_de_réfugiés #2020 #traces #hotspot #accord_UE-Turquie #asile #accampement #tente #froid #chaleur #tentes #sécurité #peur #nuit #viols #toilettes #survie #vols #criminalité #violence #faim #attente #santé_mentale #dépression #PTSD #queue #suicide #tentatives_de_suicide #enfer #dissuasion #politique_de_dissuasion #déshumanisation #propagande #nationalisme #racisme #instrumentalisation #instrumentalisation_politique #discriminations #bruits #sons #8_septembre_2020 #honte #contrôle_biopolitique #Kos #Samos #Kios #prisons #closed_controlled_accesse_centres (#CCACs) #éloignement #isolement #marginalisation #marges #camps_fermés #îles #Vastria

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    ajouté à la métaliste sur l’#incendie de #septembre_2020 dans le #hotspot de #Moria, #Lesbos (#Grèce) :
    https://seenthis.net/messages/876123
    #film #documentaire #film_documentaire

    • “The Ashes of Moria”: che cosa rimane del campo profughi più grande d’Europa?

      Il film di Davide Marchesi e Majid Bakhshi, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, ripercorre la storia di quello che è stato il simbolo del fallimento europeo in tema di “accoglienza” e “protezione”, sull’isola greca di Lesbo. A cinque dall’incendio che lo ha distrutto, il documentario porta nel cuore del campo, tra odori, rumori, paure e violenze. Allo stesso tempo offre le coordinate per capire i meccanismi attuali delle brutali politiche europee

      Mo Zaman cammina tra le macerie di un posto di cui riconosce gli odori, “gli stessi di albero di ulivo”, ma non i suoni. “Non avevamo questo silenzio prima qui”. Ricorda le sensazioni, il freddo e la paura, il terrore ma non gli spazi vuoti. Il suo è un ritorno in un luogo di cui conosce le strade a memoria nonostante di fatto non esista più. Mo Zaman è uno dei protagonisti di “The Ashes of Moria” (52′), il documentario di Davide Marchesi e Majid Bakhshi, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, che a cinque anni dalla distruzione del campo di Moria sull’isola greca di Lesbo ripercorre la storia di quello che è stato l’emblema del fallimento europeo.

      È lui a raccontare che a Moria gli incendi erano frequenti e difficili da gestire, proprio come quelli che finirono per distruggerlo completamente. Il centro di identificazione e registrazione di richiedenti asilo e migranti più grande d’Europa, pensato come risposta a quella che erroneamente viene ancora definita la “crisi dei rifugiati” del 2015, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 2020 bruciò irrimediabilmente.

      Eppure, come afferma Mo Zaman, “anche se possono cancellare Moria da questo posto, non potranno mai cancellare il nome di Moria”. Di certo non lo potranno mai cancellare dalla memoria delle migliaia di persone, al momento dell’incendio erano intorno alle 15mila, che vi sono passate e che vi hanno trascorso giorni, mesi, ma anche anni, in attesa. Le conseguenze, i residui, le ceneri di un’immensa crisi di salute mentale capace di fare più danni che quelli della guerra stessa da cui queste persone scappavano, come si racconta nel film, rimangono nella loro mente.

      “Mancava acqua potabile, cibo, elettricità, igiene -ricorda infatti Majid Bakhshi, uno dei due autori che ha vissuto nel campo-. È importante parlare della mia esperienza a Moria e, in generale, di persona che cerca di trovare la propria strada in condizioni difficili. Ciò che intendo dire è che, quando arrivi come migrante o rifugiato in Europa, o in qualsiasi altro paese del mondo, inizi un processo che sarà piuttosto difficile e per nulla, incerto e molto stressante. Può essere molto opprimente, soprattutto se non ricevi alcun supporto puntuale, e se devi affrontare tutti i problemi da solo. E trovo molto difficile anche staccarmi in qualche modo da alcuni di quei ricordi. Sono nella mia testa, come se dovessero restare con me per non so quanto tempo”.

      “Uno degli aspetti che spero che emerga è l’impatto psicologico a lungo termine della vita nel campo, non solo sulle singole persone che è sicuramente importantissimo, ma anche sulla società in generale -spiega il regista Davide Marchesi-. Avvicinarsi a queste persone e guardare le loro vite è struggente anche perché è doloroso pensare che noi abbiamo reso così difficile la loro vita”.

      Alternando immagini di archivio e fotografie, anche satellitari, alle interviste di chi ci ha vissuto, degli operatori sociali e degli attivisti, il documentario ci porta dentro il campo fino a farcene sentire la “puzza oscena” e le grida notturne, a farci provare il senso di insicurezza di ritrovarsi in un luogo pensato per accogliere fino tremila persone e arrivato a contenerne 25mila. Un posto dove i nervi a fior di pelle erano micce accese, dove si viveva giorno per giorno e contava solo sopravvivere.

      “Da una parte a Moria non ti veniva data possibilità di fare nient’altro se non preoccuparti di cose molto elementari, della sopravvivenza quotidiana -prosegue Marchesi-. Dall’altra ognuno si portava dentro questa gigantesca preoccupazione di che cosa gli sarebbe successo nel futuro, dell’attesa di una risposta alla richiesta di asilo”.

      La fame, le lunghe code, la mancanza di qualsiasi bene necessario trasformava le persone in poco tempo, cambiandone le mentalità e portandole a perdere qualsiasi tipo di fede. In una parola sola era l’inferno, usandone qualcuna in più Mo Zaman dice che “Moria eccelleva nell’essere orribile”.

      “Non credo che per noi sia possibile veramente capire che cosa significasse stare lì, perché è peggio che stare in prigione -aggiunge Marchesi-. Se non sai quando finirà l’attesa, psicologicamente è molto peggio. Per questo se da una parte le immagini di questo documentario testimoniano molto bene com’era Moria, dall’altra non gli rendono in nessun modo giustizia, perché manca il fattore temporale”.

      Dal cuore del campo “The Ashes of Moria” ci porta anche al di fuori, dandoci le giuste coordinate per ricostruire e comprendere quello che stava accadendo nel frattempo all’esterno. Non tanto una “crisi dei rifugiati” quanto del sistema di accoglienza di un’Europa lenta, impreparata, per certi versi anche sadica, che diventa una promessa tradita di una vita migliore e di diritti umani finalmente riconosciuti e protetti.

      “Abbiamo rischiato le nostre vite attraversando l’Egeo e non siamo venuti qui per essere abbandonati”, protestano le persone migranti. “Quando sono arrivata in Grecia ho subito discriminazione perfino per la mia esistenza. Come rifugiati non vogliono neppure che esistiamo”. E la domanda: “Dov’è finita l’umanità?” ricorre spesso nelle loro parole. Tutti sapevano che cosa succedeva ma nessuno faceva nulla per cambiare la situazione tanto che, come osserva nel film Carlotta Passerini, psicologa che lavorava con i residenti del campo “penso davvero che questo sia stato fatto per disumanizzare le persone. È più facile condannare qualcuno che non si considera umano o una persona che si comporta come te”.

      Moria sembra essere dunque il punto di partenza, l’origine di tutto quello che di peggio abbiamo ancora oggi: la propaganda che racconta le persone migranti come una minaccia pronta a invaderci, i nazionalismi e i razzismi. “In un certo senso è così -riflette Marchesi-. Ma allo stesso tempo nel momento in cui ho iniziato a fare ricerca, a cercare di capirne di più, mi sono accorto che alla fine l’approccio è sempre lo stesso. A Moria non è stato inventato nulla di nuovo. L’Europa da Schengen in poi ha reso evidente in tutti i modi che va bene la libera circolazione delle persone all’interno, ma chi viene da fuori deve essere ipercontrollato e se possibile tenuto fuori. Possiamo infatti chiamare le nuove costruzioni realizzate dopo Moria campi ad accesso controllato, possiamo chiamarli strutture ricettive, possiamo chiamarli Cpr, alla fine il modo di operare è uno: quello della detenzione e della deterrenza”.

      “Moria era usato per mettere paura alle persone -afferma infatti nel film Lefteris Papagiannakis, direttore del Greek council for refugees-. Ma non ha funzionato perché la deterrenza non funziona mai”. Così come non funzionerà per i cinque nuovi closed controlled access centre, vere e proprie prigioni in posti isolati, lontano da tutto e tutti. La loro costruzione nelle isole dell’Egeo settentrionale Chios, Kos, Leros, Lesbo e Samos è iniziata subito dopo la distruzione di Moria, già a partire dalla primavera del 2021, ricevendo più 250 milioni di finanziamenti dall’Ue (si veda su questo il progetto “Chiusi dentro. Dall’alto” pubblicato da Altreconomia in collaborazione con PlaceMarks nel settembre 2024).

      Da qui l’importanza di questo documentario: quella di “creare una testimonianza” affinché si mantenga alta l’attenzione su temi che nonostante il centro di Lesbo non esista più ancora ci riguardano. “Moria e in generale i campi sono dei laboratori di come si vogliono gestire le politiche migratorie e non solo -dice l’autore-. In questi luoghi, ad esempio, si testano nuove tecnologie di sorveglianza che poi verranno applicate non solo in ambito detentivo ma anche di controllo sociale. Per questo è importante creare documenti che possano rimanere nel tempo”.

      “The Ashes of Moria” è quindi un documentario sul campo di Moria e sulle persone migranti che ne sono stati prigioniere, ma si rivolge a noi, europei, occidentali e ci chiede di fare i conti con quello che siamo e abbiamo lasciato o contribuito a far accadere. “Non dobbiamo nasconderci o dimenticarci di quello che succede sui nostri confini -conclude Marchesi-. È importante riflettere su quello che come società, siamo capaci di fare a persone che in questo caso sono parte di una popolazione in movimento ma in un altri casi potrebbero essere le persone lgbtqi+ e in altri ancora i dissidenti politici o altro. Una società che è stata capace di fare quello che ha fatto a Moria nei confronti di persone che considerava una minoranza e che reputava in qualche modo ‘scomode’ sarà capace di farlo sempre e con chiunque”.

      https://altreconomia.it/the-ashes-of-moria-che-cosa-rimane-del-campo-profughi-piu-grande-deurop

  • In questo mondo

    Il documentario racconta la vita delle donne pastore in Italia ed è il risultato di un viaggio di più di due anni, di circa 17,000 km percorsi e di 100 interviste rivolte a donne di età compresa tra i 20 e i 102 anni. La figura del pastore, nell’immaginario e nella simbologia più diffusa, è sempre stata associata al genere maschile. Ma il settore dell’allevamento ovi caprino si sta femminilizzando, sempre più donne scelgono di svolgere questo lavoro tradizionalmente patriarcale.
    Le donne pastore impegnate quotidianamente nella loro attività vivono spesso sole, ma anche con compagni e con la loro famiglia, pienamente coinvolte nelle attività sociali e economiche della comunità in cui vivono. Il film racconta queste donne attraverso la personale esperienza della regista che ha vissuto con loro per qualche giorno, immergendosi intimamente e profondamente nella loro quotidianità. I legami di amicizia e affetto che si sono creati sono diventati dunque la linea narrativa, intima e spontanea, che ci introduce alle motivazioni delle protagoniste, alle difficoltà incontrate e alle soddisfazioni ricavate. Il documentario è quindi la rappresentazione di questo insolito mondo, dove il distintivo approccio femminile implica il prendersi cura degli animali, e tutelarne la straordinaria biodiversità e insieme a questo, preservare i maestosi paesaggi italiani d’alta quota.

    https://www.youtube.com/watch?v=TkTH3ViRGnk


    #film #documentaire #film_documentaire #élevage #montagne #femmes #Italie

  • La marquise, la nonne, la folle et l’espionne

    À la fin des années 1920, un étrange petit bâtiment a été construit au sommet du #Monte_Generoso. L’emplacement choisi pour cette construction insolite, surplombant la paroi rocheuse et difficile d’accès, offrait une vue sur toute la région. Qui était la mystérieuse femme pour laquelle il a été construit ? Une espionne ? Une folle ? Ou un ermite extravagant ?

    https://www.playsuisse.ch/fr/show/3089461
    #film_documentaire #documentaire #Suisse #Tessin #histoire #Carla_Nobili_Vitelleschi #montagne #femme

    • La Marchesa, La Monaca, La Matta e La Spia

      SINOSSI

      Nel 1929, sulla cima del Monte Generoso, a strapiombo sulla parete rocciosa, fu costruito uno piccolo e strano edificio. Situato a 1’700 metri d’altitudine e di difficile accesso, pareva un nido d’aquila che dominava la regione, simile a certi bunker di guerra o a luoghi di eremitaggio abbarbicati alle rocce. Chi era quella misteriosa donna di origini nobiliari, per la quale l’edificio venne costruito? Una spia come si mormorava, o una stravagante studiosa in cerca di pace contemplativa? A distanza di quasi un secolo l’enigma sussiste.

      Attraverso una lunga indagine, la regista si immerge in intricate vicende e periodi storici complessi, alla ricerca di risposte.

      Note dell’autrice:

      Ho condotto approfondite ricerche biografiche sulla marchesa Carla Nobili Vitelleschi sull’arco di una quindicina di anni.

      In questo documentario, ho scelto di focalizzare la narrazione mostrando principalmente gli eventi biografici rilevanti alla costruzione del misterioso eremo abbarbicato alle rocce del Monte Generoso, rivelando, le motivazioni più profonde e intime della marchesa riguardo al suo desiderio di allontanarsi dalla società e isolarsi per scopi meditativi e di studio.

      Una più estesa e dettagliata narrazione delle vicende della ‘multiforme’ e misteriosa vita della marchesa prenderanno luce in un romanzo a lei inspirato al quale sto lavorando.

      https://antonellakurzen.com/documentari

  • « #Hitch, une histoire iranienne », sur les #traces des mémoires interdites

    La République islamique d’Iran a assis son pouvoir sur l’effacement des traces de ses crimes, notamment à l’égard des opposants politiques. Dans son film, à voir sur Mediapart, l’anthropologue Chowra Makaremi, dont la mère a été emprisonnée et assassinée par les mollahs, part en quête de celles et ceux qui peuvent témoigner, contre le silence imposé.

    QueQue reste-t-il des disparu·es, des prisonniers et prisonnières politiques exécuté·es en Iran ? De celles et ceux dont le régime s’est ingénié à effacer la mémoire, interdisant jusqu’à l’évocation de leur souvenir, rasant et goudronnant jusqu’à leurs tombes ?

    En 1981, Fatemeh Zarei est arrêtée. La mère de l’anthropologue Chowra Makaremi est alors candidate aux législatives, pour les Moudjahidine du peuple. Elle passe sept ans en prison avant d’être exécutée en 1988, au cours d’un massacre de milliers d’opposant·es au régime des mollahs.

    De Fatemeh Zarei, que reste-t-il ? Dans son film Hitch, une histoire iranienne, Chowra Makaremi, qui avait 8 mois quand sa mère a été jetée en prison, part en quête des traces qui subsistent malgré l’acharnement du régime à effacer les mémoires. Elle repart en Iran pour retrouver les témoins de cette époque, affronter les silences imposés dans « ce pays dont [elle] ne peu[t] pas supporter les trous de mémoire ».

    « De son visage je n’ai plus de souvenir », explique la réalisatrice en filmant une courette bétonnée en Iran. Elle qui a rendu visite, enfant, à sa mère durant plusieurs années en prison se souvient des parloirs, de la cour de la prison, mais plus de son visage. Celui qu’aucune photo, coupure de presse, ne peut rendre.

    Comment le lui redonner ? Faire parler sa grand-mère en train de cuisiner et qui soudain s’interrompt par peur de dire le mot de trop, celui qui renverrait tout le monde en prison, puisque la dictature règne encore, implacable, sur l’Iran ?

    Les objets qui ont appartenu à la militante politique assassinée après avoir subi les pires tortures parlent alors à la caméra de l’anthropologue. Ce tchador rapiécé cinquante-cinq fois en prison, puisque sa famille n’est pas autorisée à lui fournir des vêtements neufs, ce sac à main dont les feuillets laissés pour témoigner de sa condition de détenue ont été confisqués, sont les témoins vivants de la cruauté du régime, comme de la détermination à vivre et à lutter de Fatemeh Zarei.

    Un tel héritage oblige… mais à quoi ? Un dialogue sensible s’élabore entre la réalisatrice, son père et son frère autour de la manière d’honorer au mieux cet écrasant passé. Si se souvenir est évidemment un acte de résistance, on sent ce que vivre au milieu de reliques a de mortifère. Dans une scène incroyablement drôle, et en même temps poignante, Chowra Makaremi s’empare d’une boîte d’allumettes ayant appartenu à sa mère et défie son père, qui la garde religieusement, en tentant de gratter un de ces bâtonnets soufrés.

    Le film Hitch, une histoire iranienne, qui mêle images d’archives, entretiens, déambulation en Iran, est à cet égard tout sauf un mausolée, cet imposant monument funéraire des puissants. Il est bien plutôt une réflexion sensible sur la transmission souterraine des luttes.

    https://www.mediapart.fr/studio/documentaires/culture-et-idees/hitch-une-histoire-iranienne-sur-les-traces-des-memoires-interdites
    #Iran #histoire #histoire_familiale #Chowra_Makaremi #mémoire #film #film_documentaire

    voir aussi :
    https://seenthis.net/messages/982992

  • La Scomparsa di Bruno Breguet

    En 1970, Bruno Breguet, lycéen d’à peine vingt ans, est arrêté en Israël alors qu’il tente de faire entrer des explosifs dans le pays pour la résistance palestinienne. Il se radicalise durant sa détention et à sa sortie de prison, il rejoint le groupe du terroriste Carlos. Il disparaît mystérieusement en 1995. Le film cherche à reconstituer l’histoire de Breguet en rencontrant d’anciens compagnons de route tessinois.

    https://www.film-documentaire.fr/4DACTION/w_fiche_film/70241

    #film #documentaire #film_documentaire #Bruno_Bréguet #justice #Carlos #OLP #disparition #terrorisme #Movimento_giovanile_progressista (#MGP) #Fronte_popolare_per_la_liberazione_della_Palestina (FPLP) #terrorisme #prison #Organizzazione_rivoluzionaria_internazionale (#ORI) #Giorgio_Bellini #Gianluigi_Galli #CIA #FDBONUS/1 #Marina_Berta #lutte_armée #Palestine

  • Il est temps d’atterrir

    Autour de la figure du penseur Bruno Latour, disparu en 2022, Vincent Gaullier et Raphaël Girardot tissent des fils de réflexion en hommage à ce pionnier de l’#écologie_politique, dans un essai documentaire stimulant.

    « Où atterrir ? », interrogeait dans l’un de ses derniers essais l’anthropologue et philosophe des sciences Bruno Latour (1947-2022). Face à la #dérégulation, à l’explosion des #inégalités et au déni persistant des conséquences de la mutation climatique, il y proposait un #guide d’#orientation_politique à la hauteur de ces enjeux : une réflexion de terrain, puissamment ancrée dans la « #zone_critique », ce mince territoire que nous partageons avec l’ensemble du monde vivant. Trois ans après sa disparition, sa pensée reste plus vivace que jamais : aux côtés de ses écrits, les leçons que Bruno Latour a diffusées sur le Web pendant le Covid-19 continuent de circuler et donnent lieu à l’émergence d’un véritable mouvement d’éducation populaire.

    « Classe écologique »
    Pour rendre hommage à ce père de l’écologie politique et explorer sa pensée à contre-courant de la marche du monde, les réalisateurs Vincent Gaullier et Raphaël Girardot composent un essai documentaire qui en déniche les mille et un échos, glanés auprès de citoyens engagés – apprentis maraîchers, hydrologues, pêcheurs, simples curieux de l’œuvre de Bruno Latour constitués en groupe de lecture… Autant de « #Terrestres » qui s’essaient, depuis un champ du Finistère, une cité en Wallonie, aux abords d’un port sénégalais ou au pied des Alpes, à décrire leur territoire, explorer leurs liens de dépendance, et à tenter de marier géologie, biologie et sociologie : une filiation joyeuse et fertile, riche en échanges et en débats d’idées. Chacun à leur manière, ils et elles participent de l’émergence de cette « #classe_écologique » que Bruno Latour appelait de ses vœux : la prise de conscience des #limites_planétaires, alliée à un désir de revenir à l’#essentiel, constitue un premier pas crucial dans la mise en place d’un rapport de force indispensable à la construction et à la défense d’un #monde_habitable.

    https://www.arte.tv/fr/videos/120477-000-A/il-est-temps-d-atterrir

    #documentaire #film #film_documentaire #où_atterrir #Bruno_Latour #habitabilité #hectares_fantômes #monde_dont_on_vit #monde_dans_lequel_on_vit #inquiétude #culpabilité #terrestres #univers #expérience_directe #décrire_à_l'endroit #décrire_à_l'envers #description #local #déconnexion #limites #subsistance #zone_critique #écologie #autonomie #libération #émancipation #habitabilité_de_la_terre #boussole #alliés #menaces #dépendance #auto-description #enracinement #identité #représentation #non-humains #classe_géo-sociale #engendrement #classe_écologique #doléances #politisation

  • Chasseurs de mafia

    Les coulisses de l’opération « #Eurêka », #coup_de_filet géant mené en 2023 dans huit pays européens contre la redoutable pieuvre calabraise ’Ndrangheta. Une traque haletante, de la petite ville allemande de #Siegen jusqu’à San Luca, fief de l’organisation criminelle.

    J’avais vu cette mini-série très intéressante sur arte, mais elle n’est plus disponible sur la chaîne franco-allemande...

    on peut néanmoins la regarder sur youtube, je vous la recommande :
    https://www.youtube.com/watch?v=LeMHJpq5kZE&t=9s


    https://www.youtube.com/watch?v=Osj6GxIcaxs

    https://www.youtube.com/watch?v=8U0RNlO_0lA

    https://www.youtube.com/watch?v=bKQ3aMedZGU

    https://www.youtube.com/watch?v=eZS6iY0ri1U

    #série #mafia #ndrangheta #film #documentaire #film_documentaire #série_documentaire #San_Luca #Allemagne #Italie #opération_eureka #Calabre #criminalité_organisée #opération_policière

    ping @fil @reka @isskein

  • Quand l’armée française attaquait trois villages kabyles : premières traces d’un massacre

    Pendant plusieurs années, la documentariste #Safia_Kessas, rejointe par l’historien Fabrice Riceputi, a remonté le fil d’un souvenir enfoui dans sa #mémoire_familiale. Celui d’un #massacre commis par les forces françaises en #Kabylie, en mai #1956. Une enquête qu’ils racontent dans une série en cinq épisodes.

    https://www.mediapart.fr/journal/culture-et-idees/180825/quand-l-armee-francaise-attaquait-trois-villages-kabyles-premieres-traces-
    #histoire #histoire_coloniale #France #film #film_documentaire #documentaire #armée_française

    • Au nom de Safia

      Une interview inachevée de son père Tayeb Kessas en février 2019 a laissé des questions en suspens. Dans cet échange, l’ombre d’une autre Safia, sa tante, est apparue. Les circonstances de sa mort lors de la guerre d’indépendance algérienne sont restées extrêmement floues.

      Il y autour de cette disparition un immense voile de mystère, le poids du #silence, de la mémoire brouillée.

      À partir de ce fragment d’histoire familiale que l’autrice porte sur sa carte d’identité, cette série documentaire part sur les #traces de cette autre Safia, sa tante, pour tenter de retracer le fil de cette femme, une vie qui, comme tant d’autres lors de la guerre d’indépendance algérienne, a été silenciée.

      Alors qu’on célèbre cette année les 60 ans de l’indépendance de l’Algérie, et pour raconter cette histoire du brouillage mémoriel, de cette #non-transmission de l’histoire, des non-dits, ou des effacements de mémoire, Safia part à la recherche de sa propre histoire familiale pour contrer la transmission des #silences et faire éclore la #vérité, parfois contre les versions officielles de l’Histoire.

      https://www.binge.audio/podcast/programme-b/au-nom-de-safia
      #podcast #audio

  • Rosarno : il tempo delle arance

    Volevano braccia e sono arrivati uomini...

    Documento video realizzato da InsuTv a Rosarno nei giorni del pogrom e della deportazione dei migranti.
    Per ritrovare, nelle immagini e nei racconti dei protagonisti, le ragioni della ribellione contro la violenza e l’apartheid. Cui è seguita la vendetta della mafia e del governo...

    https://vimeo.com/8851852


    #Italie #Calabre #agriculture #exploitation #racisme_anti-Noirs #Rosarno #racisme #oranges #logement #conditions_de_travail #documentaire #film_documentaire #violence

  • Fondi rubati all’agricoltura

    L’inchiesta svela come i fondi europei per l’agricoltura siano finiti nelle mani della mafia e del crimine organizzato. Contadini minacciati di morte e costretti ad abbandonare la propria terra, uomini dello Stato sotto scorta, totale assenza di controlli e un business milionario che rende più della droga.

    https://openddb.it/film/fondi-rubati-allagricoltura
    #documentaire #mafia #Sicile #film_documentaire #UE #Union_européenne #fonds_européens #criminalité_organisée #Parco_dei_Nebrodi #Italie

  • Les Ours du #Tian_Shan : Architectes Génétiques des Pommiers


    Dans les #montagnes du Tian Shan, les ours ont été les architectes génétiques des pommes. En choisissant les fruits les plus sucrés et gros, en dispersant leurs graines via leurs excréments, ils ont façonné #Malus_sieversii pendant des millénaires. Une histoire de #sélection_naturelle fascinante !

    https://homohortus31.wordpress.com/2025/01/25/les-ours-du-tian-shan-architectes-genetiques-des-pommiers
    #montagne
    #ours #pommes #pommiers

  • Ein Glücksfall: Die wiederentdeckten Filme der Staatlichen Filmdokumentation der DDR
    https://www.berliner-zeitung.de/open-source/die-wiederentdeckten-filme-der-staatlichen-filmdokumentation-der-dd

    11.7.2025 von Frank Schirrmeister - Im Staatsauftrag wurden Dokumentationen des Alltags in der DDR hergestellt, verschwanden aber ungesehen im Archiv. Nun können sie kostenlos besichtigt werden.

    Sämtliche Filme, die in der DDR gedreht wurden, unterlagen der behördlichen Zensur und verbreiteten demzufolge höchst selten ein reelles Abbild des sozialistischen Alltags. Alle Filme? Nein! Es gab eine Nische, in der Filmemacher weitgehend frei von staatlicher Bevormundung arbeiten und (Dokumentar-)Filme drehen konnten, die keiner Abnahmepflicht durch die Hauptverwaltung Film im Kulturministerium unterlagen. Einzige, aber wesentliche Voraussetzung war, dass kein gewöhnlicher Zeitgenosse diese Filme jemals zu Gesicht bekommen sollte, sie zeitlebens der DDR also weder im Kino noch im Fernsehen oder auf Festivals liefen. Klingt seltsam? Durchaus, aber genau das war der Auftrag der Staatlichen Filmdokumentation, einer Abteilung des Filmarchivs der DDR.

    Aus heutiger Sicht mutet es wie die Ausgeburt einer kafkaesken Bürokratie an, dass eine kleine Schar von Filmemachern im Staatsauftrag zwischen 1971 und 1986 filmische Dokumentationen des Alltags in der DDR herstellte, die dann jedoch nie öffentlich gezeigt werden durften und im Archiv verschwanden. Dort lagerten sie und gerieten in Vergessenheit. Erst seit etwa zehn Jahren wird der Bestand systematisch erschlossen und im Bundesarchiv digital aufbereitet.

    Foto
    Auch die Arbeit wurde vom SFD dokumentiert.fossiphoto/imago

    Das Berliner Zeughauskino präsentierte gerade erstmals in einer Filmreihe eine Auswahl dieses hochinteressanten Materials einer staunenden Öffentlichkeit. Tatsächlich hat man solcherart ungeschminkte, authentische filmische Einblicke in verschiedenste Aspekte des Alltags- und Arbeitslebens der DDR nie bisher gesehen. Eine Fundgrube für Historiker, Ethnologen, Interessierte, Nostalgiker, Soziologen ...!

    Faszinierende Reportage über die Berliner Stadtreinigung

    Gemäß dem Selbstverständnis als Arbeitsgesellschaft spielte die Dokumentation der Arbeitswelt eine zentrale Rolle. In den zahlreichen Filmen, in denen Arbeiter beobachtet und befragt, Arbeitsprozesse sowie Fort- und Rückschritte untersucht werden, wird deutlich, welch hohen Stellenwert die Arbeit für den Alltag der Menschen hatte, zugleich aber auch, unter welch widrigen Umständen die Arbeit oft verrichtet wurde.

    In einem Bericht über den VEB Elektrokohle Berlin, dem einzigen Hersteller für Graphitprodukte in der DDR, spricht der Werksleiter freimütig über den völlig überalterten Maschinenpark; die Bilder aus den Werkshallen dazu unterstreichen das eindrücklich, unterstützt durch das körnige Schwarzweiß des 16mm-Filmmaterials.

    Ebenso faszinierend ist eine Reportage über die Berliner Stadtreinigung. Einen Tag lang werden die Männer eines Müllautos auf ihrer Tour durch den Prenzlauer Berg begleitet. Fast hat man vergessen, in welchem Ausmaß die Gebäudesubstanz des Altbaubezirks von Baufälligkeit und Verfall gezeichnet war. An verwitterten Fassaden vorbei geht die Fahrt durch die Gegend um den Kollwitzplatz; wo sich heute die bourgeoise Bohème in den unbezahlbaren Eigentumswohnungen räkelt, schleppen die Müllmänner die schweren Tonnen durch finstere Treppenhäuser und verwahrloste Hinterhöfe. Am Ende der Schicht sortieren sie den Müll notdürftig beim Ausladen auf der Deponie. Auffällig viel Brot befindet sich darunter, was vom Irrsinn einer fehlgeleiteten Subventionspolitik erzählt, die zu solcherart Missachtung von Lebensmitteln führte, die letztlich oftmals an die Schweine verfüttert wurden.

    Andere Themenfelder beschäftigen sich mit Familiensituationen und Formen des Zusammenlebens, sei es eine Straßenumfrage zum Thema „Was halten Sie von Partnerschaft ohne Trauschein?“ (die meisten finden das tolerabel) oder eine Untersuchung von Lebens- und Wohnverhältnissen im Gebiet des Berliner Scheunenviertels.

    Überhaupt das Wohnen: Kaum etwas beschäftigte die Menschen mehr und griff in ihr Leben ein, wie der Mangel an Wohnraum bzw. dessen schlechter Zustand. Zwar versuchte die Parteiführung, mit massenhaftem, standardisiertem Wohnungsbau diesen Mangel zu mildern, gleichzeitig verfielen jedoch die Innenstädte, mussten Familien in eigentlich unzumutbaren Verhältnissen wohnen, entstand das Phänomen illegal besetzter Wohnungen.

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    Wohnraum war eines der kontinuierlichen Problemfelder der DDR-Gesellschaft und wurde auch von der SFD dokumentiert.Sächsische Zeitung/imago

    Jeder Anflug von Nostalgie vergeht beim Anblick der Schlange vor der „Wohnraumlenkung“ genannten Behörde und den dort geführten Bittgesprächen im Kampf um eine bewohnbare Wohnung. Zitat: „Nun bitte ich den Herrn Stadtbezirksrat für Wohnungswesen, für meinen Sohn doch nun die Möglichkeit zu suchen, eine Wohnung zu bekommen.“

    Vollends die Fassung verliert der Betrachter beim Report über zwei Familien mit jeweils einem Kind, die sich eine kleine Hinterhof-Zweiraumwohnung teilen müssen und deren Fazit auf die entsprechende Frage hin tatsächlich lautet: „Als Notfall würde ich uns nicht unbedingt bezeichnen.“ Immerhin kostet die Wohnung lediglich 37,50 Mark, auch das eine unsinnige Subventionierung, erwachsen aus der Erfahrung der Wohnungsnot in den 1920er Jahren, in der die führenden Genossen des Landes politisiert wurden.

    Auch Bühnenstücke und Musik wurden gemaßregelt

    Die ideellen Anfänge der Staatlichen Filmdokumentation (SFD) liegen im Dunkel der Eiszeit nach dem 11. Plenum des Zentralkomitee der SED 1965, auf dem fast eine ganze Jahresproduktion der Deutschen Film AG (Defa) dem Verbot anheim fiel und auch Bücher, Bühnenstücke und Musik gemaßregelt wurden. In den Jahren danach reifte unter den Funktionären die Idee, den widersprüchlichen Weg hin zum wahren Sozialismus filmisch zu dokumentieren, ihn aber fürs Erste ins Archiv zu verbannen, um „unsere Menschen“ nicht zu verwirren.

    Das hat wohl mit dem paternalistischen Grundverständnis der führenden Genossen zu tun, die am besten wussten, was man dem Volk, dem „großen Lümmel“ (H. Heine) zumuten durfte und was lieber nicht. Wenn schon die offizielle Kunstproduktion einen propagandistischen Auftrag zu erfüllen hatte, sollte wenigstens inoffiziell ein unverstellter Einblick in realsozialistische Lebensverhältnisse festgehalten und für die Nachwelt archiviert werden.

    Das entsprach dem marxistischen Sendungsgedanken von der „historischen Mission“, demzufolge der Weg hin zum Kommunismus ein gesetzmäßiger war. Wenn dann sozusagen das Ende der Geschichte erreicht wäre, sollten die Filme vor zukünftigen Generationen Zeugnis ablegen vom schwierigen Anfang und den mühevollen Schritten, die gegangen werden mussten.

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    Der Prenzlauer Berg in der DDR-ZeitJürgen Ritter/imago

    Für Recherchen außerhalb der Hauptstadt fehlte oft das Geld

    Unter diesen Vorzeichen entstanden ungefähr 300 sehr unterschiedliche Filme, die einen ungeschminkten und vor allem unzensierten und propagandafreien Einblick in den realen DDR-Alltag zeigten. Man kann gar nicht genug betonen, welchen Schatz dieser Bestand für Historiker darstellt, weil er die Quellenlage zur DDR-Geschichte erheblich erweitert.

    Bemerkenswert ist die erratische Vielfalt der Themen und Herangehensweisen, mit denen die Filmemacher dem Volk sozusagen auf´s Maul schauten. Mit dem Auftrag, möglichst die gesamte Gesellschaft zu dokumentieren, drangen sie in sonst ungesehene Nischen vor und fingen Stimmungen und Momente ein, in denen sie einen ungewöhnlich offenen Blick auf die DDR und ihre Menschen warfen. Unter filmischen Gesichtspunkten ist das Material durchaus spröde und manchmal unbeholfen; da die Filme ja nie zur Veröffentlichung vorgesehen waren, verzichtete man weitgehend auf filmische Stilmittel wie eine narrative Montage oder einen Spannungsbogen; häufig wirken sie wie ungeschnittenes Rohmaterial, was es ja auch war.

    Die Spannung ergibt sich nicht aus einer geschickten Dramaturgie, sondern aus der Authentizität des Gezeigten. Manch Unzulänglichkeit war den begrenzten finanziellen Mitteln geschuldet. Das ist auch der Grund, weshalb die meisten Filme in Berlin gedreht wurden; für Recherchen außerhalb der Hauptstadt fehlte oft das Geld oder das einzige Fahrzeug der Abteilung war kaputt.

    Eine Zensur war gar nicht notwendig

    Eine Aufgabe der SFD war es auch, wichtige Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens, aus Kunst und Kultur zu ihren Lebzeiten filmisch festzuhalten. Etwa die Hälfte der Produktion besteht aus „Personendokumentationen“, darunter Künstler, Schauspieler, Schriftsteller, aber auch Handwerker aussterbender Gewerke, Puppenspieler. Sogar ein Keramiker, überzeugter Christ und Wehrdienstverweigerer, bereichert die illustre Runde, womit die Kollegen bei der SFD bis an die Grenze des Mach- bzw. Zeigbaren gingen.

    Eine staatliche Abnahme, also Zensur, musste es für diese Filme gar nicht geben, auch ohne wusste jedermann, wie weit er gehen durfte. Die berühmte Schere im Kopf hatten die meisten auch ohne behördliche Überwachung verinnerlicht. Deutlich wird das in einem gefilmten Gespräch zwischen dem Chefredakteur der Literaturzeitschrift „Sinn und Form“ Wilhelm Girnus sowie dem Schriftsteller Günther Rücker und Autor Wolfgang Kohlhaase. Die drei reden über die Freiheit der Kunst, zu früh abgebrochene Diskussionen und die Notwendigkeit, abweichende Meinungen zuzulassen.

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    Gegen Ende der DDR war die Vision aufgebraucht und die Staatliche Filmdokumentation wurde eingestellt. Im Bild: Honecker im Palast der RepublikStana/imago

    Einerseits ist es berührend zu sehen, mit welch nachdenklicher Ernsthaftigkeit abgewogen und gesprochen wird, mit einem (naiven) Glauben daran, dass Gespräch nützlich und Veränderung möglich ist. Andererseits wirkt die Runde zugleich wie ein groteskes Schauspiel, denn alle drei reden gekonnt um den großen Elefanten im Raum herum – das Wort Zensur fällt kein einziges Mal. Noch größer wird der Elefant, wenn man erfährt, dass dieser Film 1978 entstand, keine zwei Jahre nach der Ausbürgerung Wolf Biermanns und den sich anschließenden Repressalien gegen missliebige Künstler.

    1986 wurde die Abteilung schließlich aufgelöst. Folgt man der Historikerin Anne Barnert, die ein Buch über diesen Komplex herausgegeben hat, wurde das Privileg der SFD, unzensierte Einblicke in den DDR-Alltag zu geben, für die Funktionäre zunehmend zum Problem. Die Visionen waren aufgebraucht, der Zukunftsoptimismus verblasst. Und wann sollte diese Zukunft überhaupt sein? In dreißig, fünfzig oder hundert Jahren?

    Das Bundesarchiv hat diese Antwort vorweggenommen, in dem sie die filmischen Dokumente eines gesellschaftlichen Experiments (und dessen Scheitern) dem Vergessen entzogen und damit sozusagen festgelegt hat, dass jetzt die Zukunft ist – die freilich kaum etwas mit der einst imaginierten zu tun hat.

    Nun werden Sie, liebe Leserinnen und Leser, vermutlich bedauern, die (durchgehend ausverkaufte) Filmreihe im Zeughauskino verpasst zu haben, aber dem kann abgeholfen werden: Mittlerweile kann der gesamte Bestand der Staatlichen Filmdokumentation online im digitalen Lesesaal des Bundesarchivs besichtigt werden, kostenlos und ohne Anmeldung. Über die letzten Jahre sind die erhaltenen Filmkopien komplett digitalisiert worden. Angesichts knapper Kassen eine bemerkenswerte Leistung, die auch für die Bedeutung dieses Konvoluts für Zeithistoriker spricht.

    Frank Schirrmeister ist studierter Historiker, Fotograf und Bildredakteur aus Berlin. Außerdem schreibt er. Mehr Infos unter www.bildstelle.net

    #DDR #film_documentaire

  • “Ultima neve”, perché lo sci non ha frenato lo spopolamento nell’Appennino centrale

    https://vimeo.com/1080920556

    Il documentario di #Veronica_Machiavelli dà voce ai comitati e alle associazioni attive nell’area colpita dai terremoti del 2016 e 2017, dove il governo immagina la “ricostruzione” anche degli impianti di risalita, nonostante la riduzione delle precipitazioni. L’obiettivo, a quasi dieci anni dal sisma, è quello di stimolare una riflessione sul futuro di coloro che vivono nell’area del cratere

    https://altreconomia.it/ultima-neve-perche-lo-sci-non-ha-frenato-lo-spopolamento-nellappennino-

    #film #documentaire #film_documentaire #neige #ski #montagne #Apennins #résistance #séisme #tremblement_de_terre #reconstruction

  • Macron contre l’info Tout ce qu’il fait pour qu’on ne sache rien
    https://www.off-investigation.fr/macron-contre-info-tout-ce-qu-il-fait-pour-qu-on-ne-sache-rien

    Dès 2017, Emmanuel Macron s’en prend à la liberté de l’information : mensonges dans l’affaire Benalla, connivence avec les milliardaires des médias, instrumentalisation de la presse "people", espionnage, voire censure de journalistes. Pendant plusieurs mois, Off Investigation s’est plongé dans les rouages d’une mise à mal de la liberté d’informer, dont les perdants sont les citoyens. Un documentaire signé Matéo Larroque et Étienne Millies-Lacroix. Dès son arrivée à l’Élysée en 2017, le couple Macron ouvre grand les portes du palais présidentiel à Michèle Marchand, dite « Mimi ». L’ancienne trafiquante de drogue et gérante de boite de nuit organise la […]Lire la suite : Macron contre l’info Tout ce qu’il fait pour qu’on ne sache (...)

    #Propagande,les_puissants_contre_la_démocratie–_S3 #Vidéos #Réservé_aux_abonnés

  • « De la guerre froide à la guerre verte » d’Anna Recalde Miranda
    https://radioparleur.net/2025/04/11/de-la-guerre-froide-a-la-guerre-verte-danna-recalde-miranda

    À la sortie du #Film_documentaire De la guerre froide à la guerre verte, l’équipe de Radio Parleur s’est rendue à la projection-rencontre organisée au cinéma Le Méliès, à Montreuil. L’occasion de rencontrer la réalisatrice Anna Recalde Miranda, la journaliste Paloma Moritz du média Blast (partenaire du film), et de s’interroger sur les enjeux environnementaux […] L’article « De la guerre froide à la guerre verte » d’Anna Recalde Miranda est apparu en premier sur Radio Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #agriculture #climat #Ecologie #International #justice #Paraguay #Soja

  • SPK Complex
    https://www.goethe.de/prj/gfo/en/kal/ver/sho/spk.html

    L’Institut Goethe aussi se trompe dans son annonce du Film. Sur son site on apprend que les droits des patients psychiatriques, la résistance, et l’autonomisation constituaient le contenu initial du travail du SPK. C’est faux. La déscription prend les problèmes et conditions générales de la pratique médicale pour le contenu de la réflection et de l’action du SPK.

    Si on voulait décrire rétroactivement les idées et actions du SPK on pourrait évoquer son travail d’élaboration d’une analyse des relations entre patients et médecins et leurs sbires. À travers ce travail chaque membre et le collectif partit sur le chemin vers la liberté. Les auteurs d’aujourd’hui se situent hors de ce travail collectif de libération et n’ont alors aucune compétence pour juger de la force de libération propre à l’action pathopratique.

    Available to watch for a streaming rental fee of $10

    Documentary, 2018, 111 min, digital
    Original title: SPK Komplex
    Language: German with English subtitles
    Director: Gerd Kroske

    In 1970, Dr. Wolfgang Huber and a group of patients founded the anti-psychiatric “Socialist Patients’ Collective,” or SPK, in Heidelberg, Germany. Controversial therapy methods, political demands, and a massive interest in the movement from patients deeply distrustful of conventional “custodial psychiatry” led to run-ins with the University of Heidelberg and local authorities. The conflict quickly escalated and resulted in the radicalization of the SPK. Their experiment in group therapy ultimately ended in arrests, prison, and the revocation of Huber’s license to practice medicine.

    The SPK court cases – with their exclusion of defense attorneys, the total non-compliance of the defendants, and harsh penalties for both Huber and his wife – anticipated the later Stammheim trials of the members of the Red Army Faction/Baader-Meinhof Group. Indeed, the allegation of having supported the RAF, and thus of being complicit in their terrorism, would cling to the SPK and obscure what the movement was originally about: the rights of psychiatric patients, resistance, and self-empowerment. SPK Complex sheds light on these events that anticipated the “German Autumn,” and on their continuing relevance today.

    Price: $10 general admission, $8 AFA members
    Availability: US and Canada only

    #iatrocratie #SPK #film_documentaire

  • Icarus Films : SPK Complex
    https://icarusfilms.com/if-spk

    Cet article prétend que le film de Kroske nous explique les théories du SPK. C’est faux, Kroske n’a rien compris de la réflexion sur la maladie comme elle a été pratiquée par le collectif de patients.

    In 1970, Dr. Wolfgang Huber and a group of patients founded the anti-psychiatric “Socialist Patients’ Collective” or SPK in Heidelberg, Germany. Controversial therapy methods, political demands, and a massive interest in the movement from patients deeply distrustful of convention “custodial psychiatry,” led to run-ins with the University of Heidelberg and local authorities. The conflict quickly escalated and resulted in the radicalization of the SPK. Their experiment in group therapy ultimately ended in arrests, prison, and the revocation of Huber’s license to practice medicine.

    From a historical perspective, the SPK court cases seem to anticipate the Stammheim trials, with the exclusion of defense attorneys, the total non-compliance of the defendants, and harsh penalties for both Huber and his wife. The severity of the sentences handed down appears hardly proportional to the actual deeds of the accused. The allegation of having supported the RAF, and thus of being complicit in their terrorism, still clings to the SPK and overlies what the movement was originally about: the rights of psychiatric patients, resistance, and self-empowerment - issues that are still relevant today.

    SPK COMPLEX focuses on the untold story of events before the “German Autumn” and their consequences up to the present day. A story of insanity, public perception, and (un)avoidable violence.

    “As documentary SPK Complex [shows], the theories behind Germany’s Socialist Patients Collective (SPK) turned medical treatment on its head–but led some of them to the Red Army Faction.” —The Guardian

    “An intriguing, enlightening documentary; SPK Complex provides an eye-opening revelation of a significant moment in political history.” —The Upcoming

    “An astute work of art.” —Der Tagesspiegel

    “A precise picture of the social climate in Germany shortly before the German Autumn.” —RBB Radio 1

    “Highly recommended! Examines a highly contentious and politically violent event; of interest to higher educational classes concentrating on recent German history, social and political movements, and violence in modern society.” —Educational Media Reviews Online (EMRO)

    “SPK COMPLEX provides an intriguing glimpse into a nearly forgotten footnote in the radical movements of the 70’s.” —Video Librarian

    #iatrocratie #SPK #film_documentaire