• Comme on les enferme. Dans les centres de rétention, de Paris à Lampedusa

    Partout en Europe, à l’abri des regards, les #centres_de_rétention destinés à organiser l’expulsion des sans-papiers se multiplient. Au nom du contrôle des frontières, des milliers de personnes y voient leurs #droits_fondamentaux bafoués. Surmontant les difficultés d’accès à ces lieux, Louise Tassin est parvenue à enquêter au cœur et autour de ces dispositifs. Grâce à une immersion inédite dans des centres d’Île-de-France et sur les îles de Lesbos et Lampedusa, elle livre un tableau vivant et documenté de cet enfermement de masse.
    Avec elle, on découvre qu’une partie du personnel en charge de la rétention a connu des trajectoires migratoires similaires à celles des « retenu.es ». Autrement dit : pas d’enfermement des étranger.es... sans l’appui d’une main-d’œuvre immigrée précaire.
    Le contrôle des frontières est par ailleurs largement délégué à des acteurs privés (entreprises, associations, collectifs locaux), qui travaillent en coopération avec les fonctionnaires de police, quand ils ne s’y substituent pas. Quid de la responsabilité des États, des conditions d’enfermement, de la transparence des dispositifs dans ce contexte ?
    Les expériences des étrangères et des étrangers retenus résonnent d’un centre à l’autre et d’un pays à l’autre. Partout s’exprime le sentiment d’être injustement traités en criminels. Que fait la rétention à celles et ceux qui y sont placés ? Et comment l’existence de ces lieux façonne-t-elle les représentations de l’étranger ?

    https://www.editionsladecouverte.fr/comme_on_les_enferme-9782348082597

    #livre #rétention #détention_administrative #expulsions #enfermement #sans-papiers #France #Lesbos #Lampedusa #migrations #réfugiés #Italie #France #Grèce

  • Du coté de Thessalonique… (Selanik, Salonico) (2)

    Histoire, Société

    DALEGRE (Joëlle), TZIMAKAS (Ménélaos).- Les populations de la Macédoine Grecque.- Paris, L’Harmattan, 2015
    Bien qu’il « déborde » partiellement, le cadre de ces notes, l’ouvrage aborde les plus importantes questions posées par l’intégration de la Macédoine (et donc évidemment de Thessalonique) dans l’état grec à partir de 1913 : les transferts de population, la politique d’hellénisation du territoire (notamment linguistique par suppression des toponymes slaves), les conséquences de l’afflux des centaines de milliers de réfugiés d’Asie mineure etc…
    Sur un thème analogue (mais cette fois-ci, concernant l’ensemble du territoire) on pourra consulter aussi quelques contributions de l’ouvrage coordonné par Richard CLOGG (Minorities in Greece. Aspects of a plural society.- Londres, Hurst and C°, 2002, qui a cependant le défaut de privilégier prioritairement un critère « religieux » (les Catholiques, les Musulmans, les Protestants etc.)

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2026/02/10/du-cote-de-thessalonique-selanik-salonico-2

    #grece

  • Quello che l’industria petrolchimica europea non dice sul riciclo “chimico” della plastica

    A Bruxelles i lobbisti premono per incentivare il riciclo chimico della plastica, celebrato come soluzione “verde” ma ritenuto inattuabile su larga scala da numerosi esperti. Si potrebbe leggere “100% riciclato” su una bottiglia che contiene tra il 2-3% di polimeri recuperati. Su 78 progetti mappati in Europa da un’inchiesta transnazionale ne risultano operativi 18 (quattro dei quali come impianti pilota). E solo di sei si conosce la quantità di rifiuti processati

    Siamo nel cuore di Bruxelles, in una grigia mattina dell’autunno 2025. In un centro conferenze del “quartiere europeo”, dove si concentrano le istituzioni comunitarie, si sta svolgendo un incontro organizzato dall’Istituto francese del Petrolio (Ifpen): si parla di riciclo “avanzato” della plastica. Durante la pausa caffè, girando tra i tavolini alti, c’è una scena curiosa: un uomo sulla sessantina è circondato da sei trentenni che, solidali tra loro, si rivolgono a lui in modo piuttosto aggressivo.

    Lui è Wolfgang Trunk, funzionario della direzione Ambiente della Commissione europea incaricato di seguire l’attuazione della Direttiva 904/2019 sulla plastica monouso. I giovani sono lobbisti delle aziende petrolchimiche Basf, Bluealp, Lyondell Basel, Dow e dell’associazione dell’industria chimica Cefic (Consiglio europeo delle industrie chimiche). La discussione verte sulla modalità con cui saranno assegnati crediti alle aziende che produrranno nuova plastica attraverso impianti di riciclo chimico. Il tema è al centro della preoccupazione dei lobbisti perché la Direttiva impone ai Paesi membri che almeno il 25% delle bottiglie in Pet prodotte siano composte da plastica riciclata (quota che salirà al 30% nel 2030). E la modalità che verrà stabilita per l’assegnazione dei crediti, sarà probabilmente usata anche per le altre normative europee che regolamentano il riciclo di plastica, a partire dal regolamento imballaggi.

    Il riciclo “chimico” (o “avanzato”) della plastica, indica una serie di tecnologie che permettono di trasformare i rifiuti -ad altissime temperature o tramite solventi- in monomeri, ovvero molecole base per la produzione di nuovi polimeri. È pubblicizzato da aziende petrolchimiche per la capacità di processare oggetti non rigenerabili con l’attuale sistema di riciclo “meccanico” (che consiste nella riduzione dei rifiuti in frammenti). Quello che i comunicati dell’industria -ampiamente ripresi dai media mainstream e di settore- tralasciano di dire, è che la nuova plastica prodotta con la tecnologia di riciclo chimico più utilizzata, ovvero la “pirolisi”, contiene al massimo 2-3% di materiale recuperato. Il motivo è che l’olio risultante dal processo di pirolisi è molto corrosivo e può costituire al massimo il 5% del materiale inserito nell’impianto di steam cracking che romperà i polimeri in monomeri attraverso il vapore: per non danneggiare i macchinari andrà diluito con il 95% di nafta. Inoltre, solo circa il 40% delle sostanze che risultano da questo processo -inquinante ed energivoro- sono monomeri direttamente utilizzabili per produrre nuova plastica.

    Come riconosciuto nel corso della conferenza, da Alexander Röder, portavoce dell’associazione di categoria Plastic Europe, il contenuto di materiale riciclato presente in una bottiglia prodotta attraverso il riciclo chimico è meno del 5%. Ma quanto meno, esattamente? E qui arriviamo al motivo per cui i sei giovani lobbisti circondano il funzionario della direzione Ambiente Wolfgang Trunk e poi lo seguono chiedendogli appuntamenti nel corso di tutta la conferenza. Infiltrandoci tra di loro, durante la pausa caffè, osserviamo il lobbista di Basf -tra i principali produttori al mondo di materie plastiche- riassumere così a Trunk la sua posizione su come dovrebbero essere conteggiati i crediti da materiale riciclato: “È una supposizione matematica. Non si tratta di seguire le molecole”. Concludendo con aria supponente: “Posso suggerire di organizzare una riunione per discuterne?”. Tra un panel e l’altro ci avviciniamo a Trunk per chiedergli un chiarimento sulle richieste dei rappresentanti dell’industria: “Loro dicono che il 5% di ciò che è prodotto in questi grandi impianti proviene dai rifiuti plastici. E vogliono ottenere che questo sia considerato, quasi completamente, contenuto riciclato. Noi dobbiamo evitare che ci sia greenwashing. Questa è una grande lotta”.

    La “lotta”, quindi, è su quanto di questo 5% sarà qualificato come contenuto riciclato, dal momento che solo 40% è costituito da monomeri, il resto sono combustibili e altre sostanze chimiche.

    “Si tratta di processi molto sensibili alle caratteristiche dei materiali d’ingresso e alle condizioni alle quali vengono esercitati -spiega Stefano Consonni, professore di Sistemi per l’energia e l’ambiente al Politecnico di Milano- se l’impianto non è alimentato esattamente con il materiale atteso, succede che o il processo non funziona oppure l’affidabilità è molto inferiore a quella desiderata”. Queste difficoltà per Consonni “hanno tenuto questi processi lontani dalle applicazioni commerciali di grande scala”: “Proposte commerciali a livello industriale, per impianti affidabili che possano funzionare 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana, praticamente non ce ne sono”. “Gli impianti di questo tipo in Europa sono di piccole e medie dimensioni e ancora in fase di ricerca”, conferma Peter Quicker, professore di Trattamento termico dei rifiuti e controllo delle emissioni all’Università di Aquisgrana e autore di diversi studi sulle prospettive del riciclo chimico della plastica. “Questi progetti spesso diventano sempre più piccoli e poi molti scompaiono”.

    La situazione non è diversa negli Stati Uniti, dove la ricerca sul riciclo chimico è iniziata 50 anni fa. Un rapporto pubblicato nel 2023 dall’organizzazione ambientalista Ipen, che ha analizzato gli impianti operanti nel Paese, afferma che almeno otto su undici producono combustibili invece di nuova plastica. “Questo accade perché l’olio di pirolisi contiene sostanze tossiche, quindi, se non è di qualità adeguata, il modo più sicuro per smaltirlo è bruciarlo”, commenta Consonni. “Ma produrlo e poi bruciarlo non ha senso, quindi tanto vale bruciare i rifiuti direttamente”. “Tutto può essere messo in un inceneritore e bruciato -aggiunge Quicker -ma questa non è un’economia circolare”.

    Tuttavia nel centro conferenze di Bruxelles rappresentanti di industria petrolchimica e istituzioni comunitarie concordano nel ritenere che basterà un quadro normativo in grado di incentivare il riciclo chimico per permettere la sua attuazione su larga scala e così la soluzione al problema attraverso la “circolarità” della plastica.

    Per permettere l’attribuzione dei “crediti da materiale riciclato” alla plastica recuperata chimicamente, la Commissione ha inserito nella bozza di decisione attuativa della Direttiva 904/2019 il concetto di “bilancio di massa”. Si tratta di un metodo contabile che non misura la plastica riciclata che fisicamente entra nei prodotti ma permette di attribuire i crediti sulla base della materia prima processata e delle rese stimate. Il suo funzionamento lo spiega Röder (Plastic Europe) durante la conferenza: “Quando hai 100 prodotti plastici fatti da un materiale composto per il 50% da nafta e per il 50% da materiale riciclato, con il bilancio di massa si può dichiarare che la metà dei prodotti sono ‘100% di plastica riciclata’, e l’altra metà sono fatti di sola plastica vergine. Questo significa che i crediti di materiale riciclato, attribuiti da un ente certificatore, una volta ottenuti si possono concentrare, in base ai suggerimenti degli esperti di marketing, negli oggetti che la gente acquisterebbe più volentieri se fossero riciclati, ad esempio bottigliette di plastica”. Röder però specifica che “l’esempio 50-50 non è quello che vedremo, almeno nelle prime fasi del riciclo chimico, nei nostri impianti. Sarà piuttosto il 5% di riciclato contro il 95% di nafta o anche meno”.

    Per Helmut Maurer, ex esperto della direzione Ambiente della Commissione per i rifiuti e le sostanze chimiche, l’inserimento del principio del “bilancio di massa” nella bozza della decisione attuativa della direttiva sulla plastica monouso è un passo pericoloso: “In futuro compreremo oggetti di plastica con un’etichetta che dice ‘riciclato all’80%’. E sarà legale anche se fisicamente, contengono appena l’1% di materiale recuperato. I numeri esposti non avranno nulla a che vedere con la realtà. Tutto diventerà virtuale e non potremo fidarci di ciò che vediamo”. La decisione attuativa della Direttiva sulla plastica monouso, che stabilisce le regole per il calcolo, la verifica e la rendicontazione del contenuto di materiale riciclato, in particolare per le bottiglie di bevande in plastica, verrà adottata tramite voto da parte di un comitato tecnico formato da rappresentanti degli Stati membri dell’Ue. Il principio del “bilancio di massa” è stato già incluso nella bozza. L’adozione dell’atto, prevista per la fine del 2025 è stata posticipata. Se approvato, per Maurer, “l’industria controllerà sé stessa” perché i libri contabili tenuti dagli enti certificatori “come l’Icss che è costituito anche da industrie, come Basf”, “difficilmente verranno a loro volta controllati da funzionari pubblici, a causa della complessità del lavoro di monitoraggio”.

    Per quest’inchiesta abbiamo analizzato informazioni ufficiali presenti online e contattato direttamente le società proprietarie degli impianti di riciclo chimico -annunciati o operativi- nei nove Paesi europei più rilevanti in questo settore, scoprendo che la realtà è meno luminosa da quella comunicata dagli annunci che celebrano questi impianti evidenziandone la capacità di ridurre le emissioni di CO2. Di 78 impianti annunciati negli ultimi anni in Italia, Francia, Spagna, Germania, Belgio, Olanda, Danimarca, Regno Unito e Svezia, solo 18 sono entrati in funzione e -di questi- quattro funzionano solo saltuariamente come progetti pilota. Mentre la capacità complessiva dei progetti annunciati, cancellati e posposti è di 2,5 milioni di tonnellate di plastica, quella degli impianti operativi e pilota raggiunge appena 0,24 milioni. Gli impianti che risultano effettivamente operativi sono 14, piccoli e poco trasparenti: solo per sei di questi le società hanno pubblicamente fornito l’input di plastica annualmente riciclata e in nessun caso hanno condiviso con noi il documento Life cycle assessment (Lca) sulla base del quale hanno calcolato la riduzione delle emissioni di CO2.

    “Questi documenti non servono ad altro che a fare pubblicità, poiché le aziende possono controllare i parametri in modo favorevole e ottenere i risultati desiderati”, afferma Quicker. In ogni caso, tutti i Lca mostrano il riciclo chimico come vantaggioso a livello di impatto ambientale perché lo mettono a confronto con l’incenerimento o la produzione di nuova plastica, senza considerare come alternativa il riutilizzo o la riduzione degli oggetti monouso. E mentre organizzazioni come Greenpeace criticano il riciclo chimico come elemento che potrebbe distogliere dalla necessità di tagliare la produzione di plastica e adottare misure di prevenzione e riuso, l’Agenzia internazionale per l’energia, prevede che dal 2026 l’industria petrolchimica -e in particolare la produzione di plastica- sarà il principale traino all’estrazione di petrolio.

    https://altreconomia.it/quello-che-lindustria-petrolchimica-europea-non-dice-sul-riciclo-chimic
    #recyclage #plastique #lobby #green-washing #Basf #Bluealp #Lyondell_Basel #Low #Cefic #bouteilles_en_plastique #pet #plastique_recyclé #technologie #pyrolyse #steam_cracking #marketing #industrie_pétrochimique

  • Grèce : 15 migrants meurent après une « violente collision » de leur canot avec un patrouilleur grec en mer - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/69622/grece--15-migrants-meurent-apres-une-violente-collision-de-leur-canot-

    Grèce : 15 migrants meurent après une « violente collision » de leur canot avec un patrouilleur grec en mer
    Par La rédaction Publié le : 04/02/2026
    Quinze migrants, dont quatre femmes, ont été tués mardi 3 février dans la soirée dans la collision de leur embarcation avec un bateau des gardes-côtes grecs au large de l’île de Chios, en mer Égée. « En raison de la violence de la collision, le canot a chaviré et coulé, entraînant la chute de tous ses passagers dans la mer », écrit la garde-côtière dans un communiqué. Deux membres des gardes-côtes grecs ont été transférés à l’hôpital général de Chios, ainsi que 25 migrants secourus, selon les informations des gardes-côtes. Parmi les blessés figurent 11 mineurs et sept femmes. « Mais par la suite, une des femmes est décédée », précise le communiqué des autorités. Quatorze corps (11 hommes et trois femmes) ont été sortis de l’eau par les secours. « Les dépouilles ont été transportées par les bateaux de sauvetage au port, puis à l’hôpital Skylitseio pour y subir une autopsie », ajoutent les autorités. Le nombre total de migrants à bord n’est pas pour l’instant connu et une opération de sauvetage au large de Chios avec cinq patrouilleurs et un hélicoptère de la police portuaire est en cours ce mercredi matin pour retrouver les personnes portées disparues.
    Selon les gardes-côtes, le patrouilleur de la police portuaire qui avait repéré l’embarcation de migrants au large de Chios a émis des signaux sonores mais le bateau a fait des manœuvres pour échapper aux autorités. « Le pilote a fait demi-tour et ensuite le canot a percuté le flanc droit du patrouilleur des gardes-côtes », poursuit le communiqué. Les gardes-côtes et l’armée de l’air grecque avec un hélicoptère participent à l’opération de recherche en cours. (...)
    Après avoir exprimé « sa tristesse pour les morts », le ministre a félicité les gardes-côtes « qui ont sauvé les personnes et secouru les personnes retrouvées en mer ». Cela « montre le combat que nous devons mener contre les passeurs meurtriers de migrants en situation irrégulière et le projet de loi d’aujourd’hui comporte des dispositions spécifiques qui durcissent les peines pour ces meurtriers, les seuls responsables de ce qui se passe ». « Il va de soi qu’une enquête est en cours », a-t-il ajouté.
    De son côté, Sevi Voloudaki, la vice-ministre des Migrations, a affirmé que les gardes-côtes « agissaient dans des conditions de guerre ». « Le gouvernement doit des explications au-delà de tout doute (sur cette tragédie), surtout après l’aggravation de sa politique anti-immigration qui favorise des logiques xénophobes », a indiqué dans un communiqué le parti de gauche Syriza
    Cette collision n’est pas la première : en mai 2024, un migrant avait été tué, et cinq autres blessés, dans une collision survenue entre un canot et un patrouilleur des gardes-côtes grecs au large de l’île de Symi. Selon les autorités, le pilote du bateau pneumatique avait sauté par-dessus bord pour éviter d’être arrêté, provoquant une collision avec l’un des patrouilleurs. Ces dernières années, les gardes-côtes grecs ont été accusés par plusieurs organisations et associations de pratiquer des refoulements illégaux et de faire preuve de violences envers les exilés. Dix-huit membres des gardes-côtes sont d’ailleurs accusés d’homicide involontaire par négligence dans le naufrage d’un chalutier au large de Pylos, ville en Péloponnèse (sud) en 2023, l’un de plus importants naufrages en Méditerranée orientales ces dernières années ayant fait des centaines de morts. Parmi les 104 survivants de ce naufrage, plusieurs dizaines ont fait une plainte collective contre la police portuaire grecque, alléguant que les gardes-côtes avaient mis des heures à intervenir lorsque le bateau était en difficulté, malgré les avertissements de Frontex, police portuaire de l’UE, et de l’ONG Alarm Phone.
    De nombreuses personnes en quête d’asile dans l’Union européenne tentent la périlleuse traversée entre les côtes turques et les îles grecques de la mer Égée qui lui font face. Les naufrages - sans collision - restent aussi fréquents dans cette zone maritime. En janvier 2026, une femme et un petit garçon ont été retrouvés morts au large de l’île grecque d’Ikaria, dans le nord de la mer Égée, après le naufrage d’une embarcation transportant plus de 50 migrants.
    Début décembre, 17 personnes avaient été retrouvées mortes après le naufrage de leur embarcation au large de la Crète (sud) et 15 autres portées disparues. Seules deux personnes avaient survécu.
    Selon Missing Migrants, un projet de l’Organisation internationale pour les migrations (OIM), 291 migrants ont perdu la vie en Méditerranée orientale en 2025, et quelque 33 000 migrants sont morts ou ont été portés disparus dans toute la Méditerranée depuis 2014.

    #Covid-19#migrant#migration#grece#asile#migrationirreguliere#sante#mortalite

  • La Grèce va ouvrir trois centres pour migrants en Crète - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/69617/la-grece-va-ouvrir-trois-centres-pour-migrants-en-crete

    La Grèce va ouvrir trois centres pour migrants en Crète
    Par La rédaction Publié le : 03/02/2026 Dernière modification : 04/02/2026
    Le gouvernement grec va ouvrir d’ici le printemps deux centres temporaires pour migrants en Crète, et une autre structure permanente, selon la presse locale. L’île a connu en 2025 une hausse de 200 % des arrivées d’exilés venus de la ville de Tobrouk, à l’est de la Libye. Le ministre grec des Migrations, Thanos Plevris, a annoncé, lundi 2 février, que trois centres pour migrants allaient prochainement être ouverts en Crète, selon la presse locale. Le premier sera construit à l’est de l’île, dans la zone industrielle d’Héraklion ; et le deuxième à l’ouest, dans l’ancien centre d’exposition de la Canée, qui sert déjà de structure d’accueil. Les deux sites, temporaires en fonction du flux migratoire, devraient être opérationnels d’ici le printemps prochain, a précisé le ministre. Le troisième sera permanent, sa localisation n’a pas été précisée.
    La Crète, confrontée à une forte hausse des arrivées de migrants l’an dernier, ne dispose pas de centres d’accueil. Les exilés qui viennent de débarquer peuvent passer quelques nuits sur l’île avant d’être rapidement transférés en Grèce continentale.
    Dans ces trois nouveaux sites, les autorités procéderont à un examen de la situation du demandeur d’asile. Les personnes dont la demande de protection a peu de chances d’aboutir, selon les critères d’Athènes, seront transférées dans des centres de détention en attendant le traitement accéléré de leur dossier, puis leur éventuelle expulsion du territoire grec. Les autres seront prises en charge dans le système d’accueil classique des demandeurs d’asile. Avec ce nouveau processus, le gouvernement vise particulièrement les ressortissants d’Égypte, du Pakistan et du Bangladesh. « La plupart [de ces personnes] n’ont pas le droit à l’asile », a insisté lundi Thanos Plevris. La Grèce est par ailleurs en pourparlers avec ces trois États pour faciliter le retour de ces migrants dans leur pays d’origine.
    En 2025, près de 20 000 exilés sont arrivés en Crète et sur la petite île voisine de Gavdos, contre un peu plus de 5 000 en 2024. Soit une hausse de plus de 200 %. Parmi ces personnes, 7 300 étaient originaires du Soudan, plus de 7 000 d’Égypte et 3 500 du Bangladesh, d’après les données du ministre des Migrations. Pour atteindre la Crète, les exilés partent de la ville de Tobrouk, à l’est de la Libye, située à 300 km de l’île grecque. La route dite de Tobrouk s’est largement développée l’année dernière au dépend de celle passant de la Turquie vers les îles de la mer Égée. En 2024, 78 % des arrivées en Grèce se faisait via les îles de la mer Égée, et seulement 8 % via la Crète. Alors qu’en 2025, 44 % des migrants sont arrivés en Grèce via la Turquie et 40 % en partant de Libye, selon le ministre.
    Face à cette hausse, les autorités locales se sont vite retrouvées débordées, et le gouvernement grec a rapidement tenté de dissuader les migrants de venir sur l’île.
    En juillet 2025, Athènes a annoncé qu’elle allait déployer trois navires de guerre au large des eaux libyennes, pour stopper les embarcations de migrants en route vers la Grèce. En août, les autorités ont décidé de suspendre pour trois mois le traitement des demandes d’asile des personnes arrivant en bateaux depuis l’Afrique du Nord. Mi-octobre, l’enregistrement des dossiers a finalement repris. Mais malgré cette reprise, « la situation politique ne change pas », expliquait début novembre à InfoMigrants Agapi Chouzouraki, chargée de plaidoyer à l’ONG du Conseil grec pour les réfugiés. « Le but du gouvernement est d’expulser un maximum d’étrangers hors de Grèce » rapportait-elle. En septembre, le gouvernement a aussi voté une loi criminalisant les migrants. Le séjour irrégulier n’est plus une irrégularité administrative mais un délit pénal. Les étrangers restés sur le territoire grec après le rejet de leur demande d’asile risquent une peine de deux à cinq ans de prison, et une amende de 10 000 euros. « Le message est clair […] Si votre asile est rejeté, vous avez deux choix : soit vous rentrez dans votre pays, soit vous irez en prison », avait déclaré le ministre des Migrations, Thanos Plevris, fin août

    #Covid-19#migrant#migration#grece#crete#libye#tobrouk#routemigratoire#asile#migrationirreguliere#sante

  • #barrages hydroélectriques : le discret retour de la #privatisation voulue par l’UE
    https://lvsl.fr/barrages-hydroelectriques-le-discret-retour-de-la-privatisation-voulue-par-lue

    Depuis au moins dix ans, la Commission européenne presse Paris d’ouvrir à la #concurrence les concessions des barrages hydroélectriques. Deuxième source d’électricité, amortis et rentables, pilotables et jouant un rôle central dans la gestion de l’eau, ceux-ci ont été préservés de la rapacité du secteur privé depuis un siècle. Tout en prétendant maintenir les barrages dans le giron public, une proposition de loi directement issue des négociations avec l’UE prépare en réalité leur privatisation rampante et instaure un mécanisme similaire à l’ARENH, qui a ruiné #EDF. Alors que la bataille pour sauver nos barrages va reprendre, l’option alternative de la quasi-régie et surtout la désobéissance à l’idéologie du marché continuent à être (...)

    #Économie #alstom #Engie #General_Electric #Grenoble #hydroélectricité #Macron #néolibéralisme #Union_Européenne

  • Kommeno

    Le 16 août 1943, la 12ème compagnie du 98ème régiment de la 1ère division de montagne allemande assassinait 317 habitant.es du village de Kommeno proche d’Arta en Epire.

    Günter Baby Sommer raconte qu’invité par un ami grec (batteur lui-même) à participer au festival de percussions organisé par la municipalité, il ignorait tout de ce massacre. Le maire de Kommeno l’accueillant la veille du concert lui donna un livre en allemand qu’il lu la nuit même. Avec hésitation il décida finalement de maintenir le concert et de le faire précéder d’une déclaration le dédiant à la mémoire des enfants assassinés. Resté sur place il se lia avec les habitant.es, revint l’année suivante et décida ce créer ce morceau. Il est entouré notamment de Savina Yannatou, immense compositrice et chanteuse collaborant notamment avec le groupe Primavera en Salonico et Evguenio Voulgaris éminent interprète du « rebetiko ».

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2026/01/12/kommeno

    #grece

  • Ukraine Awards Major Lithium Project to Investors With Links to Trump
    https://www.nytimes.com/2026/01/08/world/europe/trump-lauder-ukraine-lithium.html

    The winning consortium is closely connected to the Trump administration. It includes #Ronald_Lauder, a cosmetics heir who has known Mr. Trump since college and planted the idea in his mind of buying resource-rich Greenland. The other investor is TechMet, an energy firm partly owned by a U.S. government investment agency created during Mr. Trump’s first term.

    [...]

    Last spring, Kyiv signed a deal granting the United States a stake in its mineral resources, a move that was widely seen as an effort by Kyiv to lock in American support through business ties.

    The agreement created a joint U.S.-Ukraine fund to invest in future natural resource projects. Ukrainian officials have since sought to show they can deliver results and pitched the lithium field that was ultimately awarded to Mr. Lauder and TechMet as a potential pilot project under the deal.

    The deposit, known as the #Dobra #lithium field, in central #Ukraine, is one of the country’s largest reserves of lithium, a key component for technologies such as electric batteries. It will be developed under a production-sharing contract that allows investors to extract minerals in exchange for sharing output with the Ukrainian government.

    Under the U.S.-Ukraine minerals deal, half of the revenue the Ukrainian government receives from the Dobra lithium field will be directed to the joint investment fund.

    https://archive.ph/RGLWu

    Trump ally who inspired Greenland purchase idea quietly invests in Greenlandic companies
    https://www.arctictoday.com/trump-ally-who-inspired-greenland-purchase-idea-quietly-invests-in-gree

    Ronald Lauder, the billionaire Estée Lauder heir who, according to former U.S. national security adviser John Bolton, first put the idea of “buying” #Greenland into Donald Trump’s mind, has quietly taken ownership stakes in Greenlandic companies. The revelations come from a major investigation by the Danish newspaper Politiken.

    Lauder even offered to act as an intermediary with Denmark when Trump began exploring the idea; a notion that triggered a diplomatic rift in 2019 and later shaped Trump’s revived Arctic ambitions when he returned to office in 2025.

    Now Politiken reports that Lauder, at age 81, has begun investing directly in Greenland.

    According to Politiken, Lauder is a participant in Greenland Development Partners, a Delaware-registered investor consortium that has bought into Greenland Investment Group — a company with ambitions that stretch well beyond consumer products.

    Greenland Investment Group has expressed interest in bidding for a major hydropower project at Lake Tasersiaq, Greenland’s largest lake. The project is envisioned as the energy source for a future aluminum smelter and, according to company projections, could markedly increase the island’s export revenues and boost the territory’s public finances.

    The company is chaired by Josette Sheeran, the former U.S. deputy secretary of state under Condoleezza Rice and former head of the UN World Food Programme. Sheeran also leads the investor group’s Greenland portfolio more broadly.

    Ronald Lauder
    https://fr.wikipedia.org/wiki/Ronald_Lauder

    Le 6 février 2013, il est décoré de la Légion d’honneur par François Hollande, qui salue l’"homme de paix, de culture et d’engagement". Le 3 juin 2022, le président Emmanuel Macron l’élève au grade de commandeur.

    • #Chemin_faisant

      Avant d’aller plus loin, un billet “préliminaire” qui vise à poser les bases, décrire la démarche, expliquer les contenus… bref à justifier, si besoin était, le pourquoi du comment de ce carnet, qu’on peut résumer avec quelques mot-clé : #critique du #tout-voiture, #alternatives, #imaginaire, #pratiques et #modes_de_vie, #Grenoble et sa cuvette, quartier, rue, #émancipation

      On peut vivre (volontairement) sans bagnole (à Grenoble notamment)

      Si, malheureusement, certains territoires et certains modes de vie contraignent à vivre avec une bagnole, pour aller bosser, pour se nourrir, se divertir ou pour faire ses démarches diverses, force est de constater que, quand on vit dans l’agglomération la plus plate de France, qui plus est un milieu urbain dense, bien desservi et fourni en services, se passer volontairement de voiture paraît relativement aisé et justifié. Et pourtant, à Grenoble comme ailleurs, assez peu de gens, et sans doute encore moins des familles, font le #choix de ne pas en avoir (et de ne pas en louer une, ou s’en faire prêter, tous les 4 matins), quand bien même ils et elles en possèdent une juste pour les loisirs…

      Ce carnet est donc d’abord là pour montrer que l’on vit bien sans bagnole dans cette cuvette saturée mais attachante : pour peu que l’on ne calque pas ses envies de mobilité sur la ‘culture du tout-bagnole’, une multitude de #solutions existent en effet pour satisfaire autrement nos besoins de bouger, à proximité de la métropole ou au-delà. Marcher et pédaler évidemment, mais aussi monter dans un bus, un tram ou un train, pour profiter de ce que le coin de la rue, le quartier ou les premiers bouts de forêts et les près et champs qui touchent la ville ont à nous offrir : les possibilités sont inépuisables. Et le plaisir est souvent au rendez-vous, ne serait-ce que celui de savoir qu’on contribue, mine de rien, par l’acte et par l’exemple, à construire un monde plus beau et plus juste. Rien que ça.

      Commençons par déconstruire l’imaginaire de la bagnole

      La voiture et son monde sont une drogue dont les ravages, contrairement à la clope ou à la boisson, sont encore largement escamotés : ces boites en métal d’une tonne peuvent passer devant une école à 30 km/h, et frôler des gamins qui ne dépassent pas les rétroviseurs sans que ça ne soit insupportable pour la majorité des gens. Dans le même ordre d’idée, il y a quelques décennies en arrière, laisser des enfants enfermés pendant des heures dans une pièce enfumée était normal, ce qui n’est heureusement plus le cas aujourd’hui. Les mentalités évoluent, les connaissances et les perceptions également, et aujourd’hui le tabagisme passif n’est plus toléré. Mais alors, comment se fait-il qu’on continue à vivre, sans broncher ou presque, dans un monde saturé à ce point-là de bagnoles, avec tous les méfaits, proches ou lointains, que cela engendre ?

      Probablement que l’usage de la voiture ne serait pas si dominant et ses méfaits ne seraient pas tant tolérés si l’imaginaire de la bagnole et de son monde n’était pas profondément ancré dans nos têtes, modelé par des décennies de matraquage publicitaire et de modelage culturel. L’état de fait physique - le tout-voiture- est donc avant tout une construction sociale, pronée par certains et acceptés par une majorité. Partant de là, tous les moyens sont donc bons pour déconstruire cet enfumage généralisé, en partie inconscient : asséner les chiffre-massue des accidentés ou des taux de pollution, mettre en regard la réalité et la perception qu’on en a, tisser des contre-récits… C’est en tout cas ces recettes que je tente de mettre en oeuvre dans ce carnet.

      Vers un #monde_dévoituré

      Un monde qui lâcherait la voiture… c’est tout un univers de possibles qui s’ouvre, fait de ré-appropriation des espaces et du temps, de re-connexion avec ce qui nous entoure, de ré-ensauvagement de nos vies. Plus concrètement, dévoiturer nos villes et nos vies, c’est rendre les rues plus sûres et vivables, pacifiées et mieux partagées, l’air moins toxique, c’est faire régresser le goudron et béton pour laisser la place à de la vie animale et végétale : de quoi rendre autant désirable le coin de la rue, que l’autre bout du monde où l’herbe n’est pas forcément plus verte… Alors, laissons-nous aller à imaginer ce nouveau monde et posons-nous la question : comment occuperons-nous cette rue, ce parking, cette autoroute ou cette zone commerciale une fois que les bagnoles n’y circuleront plus ?


      #voiture #mobilité #alternative #transports #espace
      #géographie_culturelle #ressources_pédagogiques

  • La grève de la faim au Royaume-Uni dépasse les 60 jours, les militants palestiniens souffrant de graves complications de santé
    Par Areeb Ullah - 6 janvier 2026 14:08 GMT | Middle East Eye
    Les militants avertissent que les détenus, dont *Heba Muraisi , risquent une défaillance organique alors que la protestation entre dans son troisième mois*
    https://www.middleeasteye.net/news/uk-palestine-action-hunger-strike-passes-60-days-palestine-activists-

    Les militants ont critiqué le gouvernement britannique pour avoir refusé de les rencontrer afin de discuter des huit grévistes de la faim liés à Palestine Action (AFP)

    Une militante palestinienne en détention provisoire dans une prison britannique souffre de complications médicales de plus en plus graves, notamment des spasmes musculaires et des difficultés respiratoires, alors que sa grève de la faim dépasse les 60 jours.
    Prisoners for Palestine (P4P) a déclaré que Heba Muraisi , en détention provisoire depuis plus d’un an pour son activisme en faveur de la Palestine, en est maintenant à 64 jours sans nourriture, ce qui fait d’elle la gréviste de la faim la plus ancienne du groupe.
    Muraisi a commencé sa grève le 3 novembre 2025 après avoir été transférée sans préavis de la prison de Bronzefield à celle de New Hall, à des centaines de kilomètres de sa famille et de son réseau de soutien.
    Muraisi a déclaré à P4P qu’elle « souffrait de spasmes musculaires et de contractions dans le bras » et qu’elle avait parfois « l’impression de retenir son souffle sans savoir pourquoi, comme si elle devait se rappeler de respirer ».
    P4P affirme que ces symptômes pourraient indiquer l’apparition de lésions neurologiques.

    Muraisi a juré de ne pas mettre fin à sa grève de la faim tant qu’elle ne sera pas renvoyée à la prison de Bronzefield et qu’elle ne sera pas immédiatement libérée sous caution - des demandes qui, selon elle, reflètent la tension causée par une détention provisoire prolongée qui, selon les militants, a déjà dépassé les limites standard au Royaume-Uni.
    Sa mère, Dunya, qui n’a pas pu rendre visite à sa fille, lui a exprimé son soutien dans une lettre partagée par P4P :
    « Nous sommes là pour te soutenir et t’aimer sans limites », a déclaré Dunya. « Peu importe la durée de cette nuit d’attente, le soleil de la liberté se lèvera forcément. »

    « Un grave danger menace »
    Muraisi fait partie des huit militants liés à Palestine Action qui ont entamé une grève de la faim pour protester contre la décision du gouvernement de les maintenir en détention provisoire et d’interdire le groupe d’action directe.
    Quatre des militants ont suspendu leur grève de la faim et ont déclaré qu’ils reprendraient leur protestation au début de l’année prochaine.
    La semaine dernière, un autre gréviste de la faim, Kamran Ahmed, a été hospitalisé pour la cinquième fois depuis le début de sa grève.

    Sa famille a déclaré à Middle East Eye qu’Ahmed avait déclaré avoir été menotté pendant toute la durée de son séjour à l’hôpital, ce qui lui a valu des gonflements aux poignets, tandis que le personnel soignant avait du mal à lui insérer des canules car ses veines s’étaient rétrécies.
    Ahmed en est maintenant à 58 jours de grève de la faim et a signalé une perte auditive intermittente, signe que des dommages irréversibles pourraient être imminents, ont averti les experts médicaux cités par les militants.

    P4P affirme avoir exprimé à plusieurs reprises ses inquiétudes concernant les mesures de contention utilisées lors des admissions à l’hôpital de Kamran Ahmed et le manque général de prise en charge médicale des grévistes.
    Le gouvernement britannique a jusqu’à présent refusé de rencontrer les grévistes de la faim ou leurs représentants malgré les risques sanitaires croissants, a déclaré le groupe, avertissant que les défaillances organiques, la paralysie, les lésions cérébrales et la mort subite devenaient « de plus en plus probables ».
    « Alors que la grève de la faim entre dans son troisième mois, l’état de santé des grévistes continue de se détériorer et un grave danger les menace », a déclaré Francesca Nadin, porte-parole de P4P.

    « Malgré cela, ils restent fermes dans leurs actions et leurs convictions, estimant que poursuivre la grève est le seul moyen d’obtenir justice face au mépris du gouvernement pour la vie humaine. »

    Pause dans la grève de la faim
    Entre-temps, une troisième prisonnière, Teuta Hoxha, a temporairement suspendu sa grève de la faim après que les autorités lui ont remis un arriéré de lettres datant de six mois, lui ont fourni un livre accompagné d’excuses pour le retard et ont confirmé une réunion avec la Joint Extremism Unit (JEXU) pour discuter de ses conditions de détention.
    Cependant, les militants affirment que la prison a depuis refusé de l’envoyer à l’hôpital, malgré l’avertissement des médecins selon lequel elle ne peut pas s’alimenter seule sans risque de syndrome de réalimentation, une complication potentiellement mortelle.

    P4P soutient que le traitement réservé aux trois prisonniers reflète une tendance plus large aux transferts punitifs, aux détentions provisoires prolongées et à une protection médicale inadéquate dont sont victimes les détenus liés au militantisme de solidarité avec la Palestine.

    Le ministère de la Justice et l’administration pénitentiaire ont été contactés pour commenter cette affaire.
    Le mois dernier, sept experts des droits de l’homme des Nations unies ont également averti le gouvernement britannique que les huit militants pro-palestiniens en grève de la faim risquaient une défaillance organique et la mort.
    Les sept experts, qui travaillent indépendamment les uns des autres, ont déclaré que la décision des militants de refuser de s’alimenter reflétait une « mesure de dernier recours » prise par des personnes qui estiment que « leur droit de protester et d’obtenir réparation a été épuisé ».

    Les avocats engagent désormais une action en justice contre le gouvernement britannique pour avoir refusé de les rencontrer.
    Les huit détenus sont placés en détention provisoire dans cinq prisons pour leur implication présumée dans des effractions dans des usines appartenant à la société d’armement israélienne Elbit Systems et dans une base de la Royal Air Force dans l’Oxfordshire.
    Ils nient les accusations.

    #grève_de_la_faim #Royaume-Uni

  • Save Prosfygika !@0
    https://radioblackout.org/2026/01/save-prosfygika

    Oggi abbiamo ascoltato, dalla voce di due compagnx che ci vivono, il racconto della situazione della comunità di Prosfygika, che comprende 8 blocchi di abitazioni occupate nel centro di #atene. In questo spazio liberato, la comunità sta costruendo da 15 anni una controproposta al mondo irrazionale di oggi, promuovendo uno stile di vita comunitario basato […]

    #L'informazione_di_Blackout #grecia #occupazione #repressione #squat
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/prosfygika.mp3

  • Grèce : une jeune femme décédée et plus de 840 migrants secourus en cinq jours - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/68937/grece--une-jeune-femme-decedee-et-plus-de-840-migrants-secourus-en-cin

    Grèce : une jeune femme décédée et plus de 840 migrants secourus en cinq jours
    Par La rédaction Publié le : 29/12/2025
    Une jeune femme noyée a été repêchée par les gardes-côtes grecs ce lundi, lors d’une opération de recherche et de sauvetage en mer Égée, près de l’île de Samos. Ces derniers jours, l’activité des gardes-côtes grecs a été particulièrement intense plus au sud, du côté de la Crète et de Gavdos, avec plus de 840 exilés secourus en cinq jours. Plusieurs exilés, dont un mineur, sont toujours portés disparus.
    Lundi 29 décembre, les garde-côtes grecs ont repêché le corps d’une femme de 22 ans lors d’une opération de recherche et de sauvetage menée au nord de l’île de Samos, dans l’est de la mer Égée, rapporte l’AFP d’une source de la police portuaire. Un navire, un hélicoptère et des équipes au sol ont été déployés pour cette opération lancée après qu’un groupe de rescapés a été découvert près de la plage de Petalides, sur la côte nord de l’île de Samos. Les rescapés ont indiqué aux autorités que quatre personnes qui voyageaient sur le même bateau qu’eux étaient disparues en mer.
    Selon l’AFP, 40 exilés étaient initialement à bord du bateau. Après la découverte du corps de la jeune femme, dont la noyade est rattachée à ce naufrage par les autorités grecques, les trois disparus manquants sont encore recherchés.
    L’île de Samos est située à moins de 10 km des côtes turques. Ces îles face à la Turquie demeurent une porte d’entrée en Europe, bien que les traversées depuis la Libye comme depuis la Turquie se soient intensifiées plus au sud, sur les routes maritimes de la Crète et de Gavdos, jusqu’à y devenir bien plus importantes ces derniers mois.
    En effet, selon le Haut-Commissariat des Nations unies pour les réfugiés, plus de 16 770 exilés sont arrivés en Crète depuis le début de l’année. Un chiffre bien supérieur à celui enregistré sur les autres îles de la mer Égée.
    La fin de semaine dernière a ainsi été marquée par une activité intense de sauvetage du côté de la Crète et de Gavdos. Au total, plus de 840 migrants ont été secourus par les gardes-côtes grecs en cinq jours au sud de la Crète, a annoncé samedi à l’AFP un porte-parole de la police portuaire. Les gardes-côtes ont porté secours à 131 migrants samedi matin qui se trouvaient à bord d’un bateau de pêche naviguant à 14 milles nautiques au sud de Gavdos. Leurs nationalités n’ont pas été précisées. Ils ont été transportés à bord de deux navires vers le port de Gavdos. Au total, dans la journée de samedi, 209 personnes migrantes ont été secourues, selon la radio publique grecque. La veille déjà, 395 autres personnes avaient été secourues vendredi au large de Gavdos, rapporte encore l’AFP.
    En 2025, la Crète a connu trois fois plus d’arrivées de migrants qu’en 2024. En incluant l’île voisine de Gavdos, pas moins de 18 000 migrants ont débarqué sur l’une de ces deux îles au cours de l’année, contre un peu plus de 5 000 en 2024. Soit une hausse de plus de 200%. Cette augmentation s’explique par la hausse de la fréquentation de la route maritime de Tobrouk, qui part de l’Est de la Libye.
    En plus des trois personnes toujours recherchées ce lundi autour de Samos, la disparition d’un mineur a aussi été signalée la semaine dernière. Le 25 décembre, treize migrants ont été découverts sur la petite île inhabitée de Farmakonisi, située elle aussi face aux côtes turques, selon l’agence de presse grecque ANA. Après ce sauvetage, un garçon a été signalé disparu. Deux navires et un hélicoptère ont été déployés au-dessus de la zone pour tenter de retrouver la trace du mineur. Pour l’heure, les autorités grecques n’ont pas communiqué sur un quelconque succès de l’opération de recherche.
    Dans la même journée, 39 migrants, cette fois toujours en mer à bord de leur embarcation pneumatique, avaient été secourus au sud de la Crète. Ils ont été transportés sains et saufs vers le port de Kaloi Limenes, sur la côte sud de l’île. En plus des disparitions de ces derniers jours, l’hiver est meurtrier sur ces routes maritimes : le 6 décembre, 17 personnes avaient été retrouvées mortes au large de la Crète après le naufrage de leur embarcation.

    #Covid-19#migrant#migration#grece#routemigratoire#migrationirreguliere#sante#mortalite#mediterranee

  • Grèce : une jeune femme décédée et plus de 840 migrants secourus en cinq jours - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/68937/grece--une-jeune-femme-decedee-et-plus-de-840-migrants-secourus-en-cin

    Grèce : une jeune femme décédée et plus de 840 migrants secourus en cinq jours
    Par La rédaction Publié le : 29/12/2025
    Une jeune femme noyée a été repêchée par les gardes-côtes grecs ce lundi, lors d’une opération de recherche et de sauvetage en mer Égée, près de l’île de Samos. Ces derniers jours, l’activité des gardes-côtes grecs a été particulièrement intense plus au sud, du côté de la Crète et de Gavdos, avec plus de 840 exilés secourus en cinq jours. Plusieurs exilés, dont un mineur, sont toujours portés disparus. Lundi 29 décembre, les garde-côtes grecs ont repêché le corps d’une femme de 22 ans lors d’une opération de recherche et de sauvetage menée au nord de l’île de Samos, dans l’est de la mer Égée, rapporte l’AFP d’une source de la police portuaire.
    Un navire, un hélicoptère et des équipes au sol ont été déployés pour cette opération lancée après qu’un groupe de rescapés a été découvert près de la plage de Petalides, sur la côte nord de l’île de Samos. Les rescapés ont indiqué aux autorités que quatre personnes qui voyageaient sur le même bateau qu’eux étaient disparues en mer.
    Selon l’AFP, 40 exilés étaient initialement à bord du bateau. Après la découverte du corps de la jeune femme, dont la noyade est rattachée à ce naufrage par les autorités grecques, les trois disparus manquants sont encore recherchés. L’île de Samos est située à moins de 10 km des côtes turques. Ces îles face à la Turquie demeurent une porte d’entrée en Europe, bien que les traversées depuis la Libye comme depuis la Turquie se soient intensifiées plus au sud, sur les routes maritimes de la Crète et de Gavdos, jusqu’à y devenir bien plus importantes ces derniers mois. En effet, selon le Haut-Commissariat des Nations unies pour les réfugiés, plus de 16 770 exilés sont arrivés en Crète depuis le début de l’année. Un chiffre bien supérieur à celui enregistré sur les autres îles de la mer Égée.
    La fin de semaine dernière a ainsi été marquée par une activité intense de sauvetage du côté de la Crète et de Gavdos. Au total, plus de 840 migrants ont été secourus par les gardes-côtes grecs en cinq jours au sud de la Crète, a annoncé samedi à l’AFP un porte-parole de la police portuaire. Les gardes-côtes ont porté secours à 131 migrants samedi matin qui se trouvaient à bord d’un bateau de pêche naviguant à 14 milles nautiques au sud de Gavdos. Leurs nationalités n’ont pas été précisées. Ils ont été transportés à bord de deux navires vers le port de Gavdos. Au total, dans la journée de samedi, 209 personnes migrantes ont été secourues, selon la radio publique grecque. La veille déjà, 395 autres personnes avaient été secourues vendredi au large de Gavdos, rapporte encore l’AFP.
    En 2025, la Crète a connu trois fois plus d’arrivées de migrants qu’en 2024. En incluant l’île voisine de Gavdos, pas moins de 18 000 migrants ont débarqué sur l’une de ces deux îles au cours de l’année, contre un peu plus de 5 000 en 2024. Soit une hausse de plus de 200%. Cette augmentation s’explique par la hausse de la fréquentation de la route maritime de Tobrouk, qui part de l’Est de la Libye.
    En plus des trois personnes toujours recherchées ce lundi autour de Samos, la disparition d’un mineur a aussi été signalée la semaine dernière. Le 25 décembre, treize migrants ont été découverts sur la petite île inhabitée de Farmakonisi, située elle aussi face aux côtes turques, selon l’agence de presse grecque ANA. Après ce sauvetage, un garçon a été signalé disparu.
    Deux navires et un hélicoptère ont été déployés au-dessus de la zone pour tenter de retrouver la trace du mineur. Pour l’heure, les autorités grecques n’ont pas communiqué sur un quelconque succès de l’opération de recherche. Dans la même journée, 39 migrants, cette fois toujours en mer à bord de leur embarcation pneumatique, avaient été secourus au sud de la Crète. Ils ont été transportés sains et saufs vers le port de Kaloi Limenes, sur la côte sud de l’île. En plus des disparitions de ces derniers jours, l’hiver est meurtrier sur ces routes maritimes : le 6 décembre, 17 personnes avaient été retrouvées mortes au large de la Crète après le naufrage de leur embarcation.

    #Covid-19#migration#migrant#grece#libye#mediterranee#routemigratoire#mortalite#sante#migrationirreguliere#samos#crete

  • Reporters’ diary: IOM uses UN immunity to avoid scrutiny of Greek returns

    The agency’s refusal to disclose more information underscores a recurring disregard for accountability.

    https://assets.thenewhumanitarian.org/s3fs-public/styles/responsive_medium/public/2025-12/1.jpg

    IOM, the UN’s migration agency, is claiming UN immunity to justify its refusal to release documents about its EU-funded Assisted Voluntary Returns and Reintegration (AVRR) programme in Greece.

    The documents – annual reports from the programme – were submitted by the agency to Greece’s European Programs Management Agency (YDEAP) and the European Commission. The New Humanitarian requested them under access-to-information laws in Greece and the European Union.

    The amount of publicly available information on the programme has been shrinking for years. Until 2020, IOM’s website routinely published data on the number of so-called voluntary returns the agency had facilitated. However, it stopped updating its figures that December, and by January 2022, the platform had been taken offline entirely.

    In July 2023, IOM Greece finally published a single brochure on its AVRR programme (https://greece.iom.int/sites/g/files/tmzbdl1086/files/documents/2025-07/avrr_brochure_en-.pdf). Information about its staff’s continued visits to detention facilities, which had been included in earlier reports, was missing.

    The New Humanitarian revealed in October how IOM Greece regularly visits detained migrants to encourage them to sign up for returns. The programme has nonetheless failed to meet its deportation targets over the past six years, despite receiving more than $60 million in funding, mostly from the EU.

    In requesting the YDEAP documents, we had hoped to fill in the information gap left by IOM’s dwindling disclosures and shed light on why the AVRR programme has failed for so long to meet its targets.

    Instead, the agency’s refusal underscores a recurring disregard for accountability.

    “Not subject to the national law”

    YDEAP, which oversees the distribution of EU funds for migration control in Greece, told us it could not process our request after IOM claimed it “is not subject to the national law of the Hellenic Republic”.

    “The property, funds and assets of IOM shall be immune from search, requisition, confiscation, expropriation and any other form of interference, whether by executive, administrative, judicial or legislative action,” IOM Greece said in its correspondence with YDEAP. The New Humanitarian obtained a copy of this correspondence as part of its information request.

    According to IOM, this immunity stems from a July 2024 agreement that its Director General promoted as a landmark partnership to further protect migrants in Greece.

    “As expressly provided for in Article 8 of the Agreement, IOM… shall enjoy immunity from legal process,” IOM Greece said in its correspondence.

    This would mean that Greece’s government cannot compel the agency to release any documents concerning its operations in the country, even though these operations are funded by Greece and the EU.

    Chris Jones, executive director at the pro-transparency NGO Statewatch, said IOM’s position was a “structural absurdity”.

    “International organisations are now carrying out what are, in effect, sensitive state functions,” he told The New Humanitarian. “Yet they remain insulated from the very accountability mechanisms that supposedly bind states.”

    In response to a request for comment on the findings presented in this article, an IOM spokesperson in Geneva said: “The reporting by The New Humanitarian contains material inaccuracies and misrepresents key aspects of IOM’s work.”

    The spokesperson declined to specify what these alleged inaccuracies were, despite a request for clarification.
    IOM stonewalls EU lawmaker

    In July, we asked European Parliament member Tineke Strik to file a similar request for IOM Greece’s documents with the European Commission. This new request was also refused.

    IOM objected to the release of its documents, again citing its “privileges and immunities”. With this came another justification: The disclosures would “endanger the internal security of Greece”.

    Asked about IOM’s claims, Strik was unequivocal: “UN immunity cannot be used as a shield against democratic oversight,” she said. “The European Commission has a duty to ensure that all its implementing partners, including international organisations, are subject to the same transparency and reporting requirements as any other beneficiary of EU funds.”

    “Invoking immunity to avoid scrutiny is not only contrary to that, it undermines public trust in the EU’s migration governance as a whole,” Strik added.

    The IOM spokesperson, in their reply to The New Humanitarian, insisted that “we maintain full transparency with our donors and Member States and regularly publish organisational data and reports”.
    A similar case in Nigeria

    Through our reporting, we found that this was not the first time IOM has tried to use its UN status to dodge public scrutiny.

    In 2019, IOM’s mission in Nigeria refused to release information about services it purported to provide to returnees in Edo state after a local NGO, FOI Counsel, filed a request under the country’s Freedom of Information Act.

    FOI Counsel’s Executive Director, President Aigbokhan, had been trying to verify claims by the agency that returnees were running a pineapple processing plant in the state as a cooperative.

    “I went to that place and discovered that there was no such factory. It never existed,” Aigbokhan said. “Then, we decided to ask questions.”

    In its response to Aigbokhan, IOM said it “enjoys privileges and immunities in Nigeria since 2002”, which would exempt it from the country’s laws.

    Aigbokhan sued IOM Nigeria to obtain access to the information, but ultimately had to drop the suit after costs piled up.

    “Litigation is not cheap. It is very expensive for NGOs to track public records,” Aigbokhan said.

    A pineapple processing factory ultimately opened in December 2020, but instead of being run by returnees as a cooperative – as IOM had originally announced – it was operated by a local company.
    The cost of immunity

    Blanket invocations of UN immunity hamper the work of journalists and researchers. For migrants enrolled in return programmes, they can have far more serious consequences.

    We spoke to returnees who, after their deportation, were unable to access the services IOM promised them in Greece. In fact, between 2016 and 2023, only about a quarter of returnees from Greece received reintegration assistance in their home countries, according to Greece’s National Centre for Social Research.

    To join the AVRR programme, individuals must sign a waiver that discharges IOM, as well as the Greek government, from any liability, including in the event of injury or death. The waiver remains valid even after a returnee’s participation in the programme ends, and it also applies to one’s “dependents, heirs and estate”.

    Valeria Hänsel, a migration expert at the German NGO Medico International, reported on the mistreatment of asylum seekers who signed up to IOM’s AVRR programme on the Greek island of Lesvos in 2017.

    “It is shocking that IOM forces people to sign that neither they, nor any other actor, is liable in any way if people in the AVRR programme die or are harmed during their participation in the programme,” Hänsel said.

    In her view, many of the abuses within the programme stemmed from the language used by IOM in its waiver, which would prevent victims from seeking recourse.

    “People are driven to such despair that they agree to return to life-threatening situations, and yet the responsibility is shifted entirely onto the individual – even if those affected die in detention pending deportation.”

    She added: “It goes without saying that such waivers are illegitimate and should not exist.”

    Ultimately, unless IOM decides to change the way it responds to accountability efforts, it will continue to pay lip service to its touted principles of transparency and migrant protection in Greece. And not even the Greek government will be able to do anything about it.

    https://www.thenewhumanitarian.org/opinion/2025/12/22/reporters-diary-iom-uses-un-immunity-avoid-scrutiny-greek-return
    #IOM #OIM #Grèce #transparence #retours_volontaires #renvois #expulsions #migrations #réfugiés #propagande #affiche #AVRR

  • Greece a testing ground for smart surveillance technologies

    Europe is rapidly building an AI-ready smart-border regime — bankrolled by the EU, pushed by Germany and tested in Greece. Defense and security firms are among the biggest winners. Much of it is unfolding under the radar, with safeguards for people on the move lagging behind.

    Border guards patrolling Greece’s frontier with North Macedonia to prevent irregular crossings have long relied on an unusual early-warning system: the storks nesting on a bridge over the Axios River. When the birds suddenly scatter, officers know someone is likely moving in the bushes below – usually migrants trying to slip out of Greece and head toward Northern Europe. Soon, their role will be obsolete.

    Smart border technology, cameras and drones, will take their place – tireless, unblinking, and financed by Brussels. Greece plans to extend the high-tech surveillance model it built along the Evros land border with Turkey – designed to stop asylum seekers entering the European Union – to its northern frontier. The aim this time is to seal the exit routes used for secondary movement toward Western Europe.

    What is being planned here is part of a broader shift driven by Berlin, Brussels and Athens: Germany wants fewer arrivals, the EU is funding new technologies, and Greece has become the test bed for Europe’s AI-enabled border regime.

    This cross-border investigation by Solomon, Die Tageszeitung (Germany), SWI Swissinfo (Switzerland) and Inkstick Media (US) took us to eight countries – including on-the-ground reporting in seven – and involved interviews with more than two dozen officials, insiders and frontline officers. We also reviewed hundreds of pages of public and internal documents, freedom-of-information request responses, procurement records and technical documentation. Taken together, the findings show how Europe is rapidly building a smart border system, who profits from it, and what risks it creates. Among the key findings:

    - How Brussels’ efforts to seal the Balkan route, combined with Berlin’s demand to curb onward movement to Germany, are driving the expansion of Greece’s new border architecture;

    – Previously unpublished details about Greece’s plan to replicate the “Evros model” – the high-tech fence-and-sensor system along the Turkish land border – at its northern borders with North Macedonia and Albania;

    - How E-Surveillance, the EU-funded program backing Greece’s new automated border monitoring, reflects a wider European trend: powerful systems advancing with vague data rules and thin public oversight;

    - How defense giants, security firms, university labs and research institutions, backed by an influential Brussels lobby, profit from a new ecosystem of EU-funded border projects.

    Drones and AI at the border

    Last September, senior EU border officials attended an internal meeting to be briefed on innovation at the headquarters of Frontex, the EU border agency, in Warsaw. According to participants, a Frontex-tested drone surveillance network was presented. It featured vertical-take-off (V-BAT) drones hovering along the Bulgarian-Turkish border, transmitting real-time video to a command hub where the system alerted the police about migrant-crossing attempts and “criminal activities.”

    One of the contractors is Shield AI. The California-based company is run by a former Navy SEAL, Brandon Tseng. Tseng claimed that the 60-day pilot in Bulgaria – a country which, like Greece, is accused of systematically violating asylum seeker rights – significantly reduced irregular border crossings and crime, citing Bulgarian officials. Shield AI declined to answer questions about the system, its deployment, costs, or data use. Frontex confirmed in a written response that the pilot demonstrated a prevention effect “contributing to a visible reduction or temporary stop of criminal activities,” adding that the deployment had “comprehensive fundamental-rights safeguards” and that the preventive effect was “an indirect outcome.”

    Such pilots illustrate the agency’s strategy for deploying “next-generation European border surveillance capabilities” across the EU’s external frontiers – and how pilots can be hard to distinguish from operational deployments.

    Frontex has also created an internal AI Hub and an AI Roundtable to identify which of the agency’s AI systems could be classified as “high-risk” under the EU AI Act. According to the regulation, systems used in migration, asylum and border control management “affect persons who are often in particularly vulnerable positions” and should, “in no circumstances,” be used either to circumvent asylum seeker rights such as through surveillance-assisted pushbacks, in which people located with the help of drones and sensors are forced back across the border before they can apply for international protection.

    Frontex stated that it “does not operate or deploy high-risk AI systems.” Greece’s Hellenic Coast Guard also said it “does not operate artificial-intelligence systems” and that all procurements include data-protection clauses — even as it acknowledged using EU-provided “electronic platforms which have an AI mechanism.” The Coast Guard declined to specify which platforms it uses, citing the confidential nature of this information and the need to protect operations.

    The choice of words is not accidental, as authorities prefer to talk about “algorithms,” “automation” or “innovation,” says Dr. Niovi Vavoula, an Associate Professor and Chair in Cyber Policy at the University of Luxembourg. “They hide behind broader words to avoid scrutiny and to keep systems upgradeable without relabelling them as AI.”

    The European Commission has said that, contrary to deployed systems, research pilots remain outside the full legal framework — a distinction that Vavoula calls increasingly untenable. Pilots at live borders now closely resemble operations, yet are still shielded from full transparency, data protection impact assessments and public scrutiny. In her view, once such systems are tested on real people in uncontrolled, active operations (as in the Bulgaria pilot), “we are past the purely testing research phase” and any research exceptions “shouldn’t be applicable”.

    The Evros Model Goes North

    Such concerns are often dismissed at a time when migration has been reframed as a security threat across Europe. “Everything to do with borders is being more and more exempt from democratic oversight, accountability, transparency,” said Bram Vranken, a researcher at Corporate Europe Observatory, a Brussels-based watchdog tracking tech and defense lobbying.

    This new narrative is evident in the replication of the “Evros model” — the high-tech fence-and-sensor system Greece installed along its border with Turkey to spot and stop irregular migration, equipped with long-range cameras, thermal sensors, drones, and central command hubs.

    Under the EU’s €35.4 million“E-Surveillance” program, Greece is bringing the Evros system to its northern borders.

    Meeting minutes and technical and other documents reviewed for this investigation detail plans for Mobile Incident-Management Centers: 4×4 vehicles with thermal cameras, drones, and encrypted communications systems, operating alongside new fixed surveillance sites and feeding real-time alerts to regional and national command centers.

    Internal documents describe these units as “essential” for monitoring blind spots where “no other advanced electronic or automated surveillance systems” exist.

    Tender documents reviewed by our team include broad secrecy clauses and stiff penalties for disclosure – standard, officials say, for national security contracts. But the same documents are thin on key safeguards: for example, daytime footage has a 15-day deletion limit, but no such explicit rule exists for thermal images. Encryption and auditing requirements are exhaustive, while privacy and data protections for people caught in the system are not.

    Dr. Vavoula calls this a “second black box”: technical opacity layered with legal omissions.

    In Evros, the system has proven effective in deterring asylum seekers from reaching EU soil, according to Greek and EU officials, as shown in a previous Solomon investigation. Which is why Evros is now more of a blueprint than a test site: the same technology used to keep migrants out of Europe will be used to keep them inside Greece, limiting movement toward the Balkans and beyond.

    For years, Greece resisted EU pressure to bolster checks at its northern exits. After a scathing 2021 Schengen evaluation, the EU demanded upgrades. The new system is expected to be fully operational in 2027. Police sources briefed on the plans say the system will automate what once depended on human observation: a crossing detected on thermal camera, auto-tracked by drone, and relayed to a rapid-response unit.
    Ample funding and political pressure

    Greece’s northern frontier has long served as a quiet exit route for people trying to reach Western Europe via the Balkan corridor, and Greek policy was to tolerate the movement to a degree, seeing it as a way to ease pressure inside the country.

    Greece’s new rush to secure those exits is partly driven by German pressure, according to Greek migration and security officials involved in the deliberations. Berlin has taken one of Europe’s hardest lines on migration, tightening asylum rules and insisting on tougher border controls across the bloc.

    When Germany’s new chancellor, Friedrich Merz, met Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis in May 2025, the message was blunt: “Secondary migration from Greece to Germany must decrease. Returns must increase.” Germany received over 25,000 asylum applications in 2024 from people already recognized as refugees in Greece.

    Asked by this investigation whether the German Interior Ministry could confirm that it was putting pressure on Greece, the official line was: “The Federal Government supports measures that contribute to an effective protection of the EU’s external borders and the fight against inhumane smuggling.”

    A senior Greek official summed up the dynamics: “Brussels wants results. Berlin wants fewer arrivals. Athens delivers both – it is that simple.” The political pressure is palpable, driven by the fact that migration remains one of the top voter concerns across much of Europe.
    Smart border winners

    The EU money at stake is vast. For 2021-2027, Greece has over €1.5 billion in EU Home Affairs funding at its disposal. Greece’s border allocation (BMVI) is the largest in the EU. Its Home Affairs package is second only to Germany’s.

    Our investigation found that much of it is earmarked for surveillance and automation:

    – a unified maritime surveillance system using radars, cameras and patrol vessels;

    - new surveillance equipment;

    - encrypted police communications in border zones;

    - offshore patrol vessels with Vertical Take-Off and Landing (VTOL) drones;

    - €100 million to extend and equip the Evros fence.

    Greek officials say one of the goals is full coverage of the land border with Turkey through a mix of personnel and high-tech detection systems. Some 2,000 border guards are currently deployed there, assisted “by technology, equipment, the fence, which is an important means of deterrence,” said Michalis Chrisochoidis, Greece’s civil protection minister.

    Spending on high-tech deterrence dwarfs investment in search and rescue or services for asylum seekers. A Solomon investigation found that just €600,000 (or 0,07 percent) of total EU border management funding to Greece was earmarked for search and rescue. In October 2025 the Greek Migration Ministry decided to cut spending and benefits for asylum related services by a hefty 30 percent.

    Across the EU, member states plan to spend less than 0.04 percent of their border funds on assistance and protection for people on the move, funnelling nearly all resources into infrastructure and surveillance.
    A corporate windfall

    Defense and security companies are major beneficiaries of Europe’s border-security boom.

    Shield AI, the US company behind the Bulgaria pilot, sells its V-BAT drones not only to Greece but also to the Netherlands and the US Coast Guard and Navy.

    Israeli defense giants, long embedded in Europe’s border-security market, are also deeply involved. Israel’s Aerospace Industries (IAI) and Elbit Systems – the country’s biggest defense company – provide Heron and Hermes drones to Frontex and Greece, including for the monitoring of vessels departing Libya for Crete.

    In 2023, IAI acquired Greece’s Intracom Defense (IDE), embedding Israeli industry inside Greece’s defense ecosystem. Other Israeli companies — including Aeronautics and Rafael — supply UAVs, sensors and analytics to Greek and EU missions. Earlier investigations have documented the reach of Israeli-made surveillance tools in Europe’s border systems and in Greek refugee camps, with companies tied to Israel’s defense sector providing key software and hardware.

    Greek firms profit too. Construction giant GEK Terna helped extend the Evros fence; Space Hellas led a multi-million expansion of the Automated Border Surveillance System in Evros; And companies like ESA Security and Byte delivered the “smart” camp monitoring systems (Centaur and Hyperion).

    Behind the contracts is a powerful lobbying network in Brussels. A web of interlocking associations – including ASD (representing Europe’s aerospace, security and defense industries); EOS (the security-industry association); and ECSO (set up in 2016 as the European Commission’s cybersecurity public-private partner) – pushes for a tech-first agenda and more public money for security R&D. Industry figures often rotate across associations advising the Commission.
    The Great Tech Bazaar

    At a major defense expo in Athens last spring, the future of Europe’s border control was on full display: radar-fusion platforms, AI powered camera networks, “heat maps” predicting migration flows. Startups pitched tools that blur the line between civil and military tech – a trend encouraged by EU policy. Even the European Commission had a booth. Its Joint Research Centre is heavily involved in, among other things, migration-route forecasts.

    The line between civilian and military tech is increasingly blurred. Programs like the EU Defense Innovation Scheme bring start-ups, companies, research centers and universities into defense and policing supply chains, creating a pipeline where tools built for commercial use are quickly turned into surveillance products.

    One example is ROBORDER, an EU-funded project to build a “fully-functional autonomous border surveillance system.” Its consortium spanned major research institutions — including the center for Research and Technology Hellas, the University of Athens and a German R&D behemoth (the Fraunhofer Society) — as well as NATO and Greece’s Defense Ministry. The project’s results then fed into REACTION, the EU-funded AI border surveillance program coordinated by Greece’s Migration Ministry. Due by the end of 2025, it promises an “automated picture” of Greek land and sea borders for early warning and response.

    Beyond winning contracts, the real prize, according to experts, is data. Dr. Vavoula said migration has become “a primary testing ground” for harvesting mass amounts of personal data that can be used to train AI models predicting movements or “riskiness” — with huge potential for bias.
    EU “set on” AI

    The EU sets the technological direction, funds it, and expects member states to align. Greece has become one of the most enthusiastic adopters.

    The EU’s Integrated Border Management Strategy is backed by the €6.7 billion BMVI fund (2021–27), while Horizon Europe adds hundreds of millions for security and border-tech research.

    Greece is building its own AI-powered surveillance hub, THORAX – a nearly €49 million system fusing radar, drone, and sensor data from the army, police and coast guard, using machine learning to flag and deal with threats.

    In 2025, the Commission proposed tripling overall home-affairs funding to €81 billion for 2028–2034, including €15.4 billion for border management, €12 billion for migration and €11.9 billion for Frontex. One of the explicit goals is to “fully digitalise border control management” and modernise law-enforcement capacities.

    Lobbying has played a key role: Companies like Airbus, Thales, Leonardo and Indra lobbied for a unified security market and then won many of the resulting contracts.

    “The EU is set on the idea of imposing AI in border management,” said Theofanis Papadopoulos, head of Greece’s Managing Authority for Migration and Home Affairs Funds. “They make these calls, fully oriented toward AI and e-surveillance. They provide funding, launch calls with this very specific orientation and this gives reason for the Member States to move towards this direction.”

    Minutes from a meeting of the committee that oversees how Greece uses EU migration and home-affairs funds confirm it: a Hellenic Police official described an integrated surveillance system as “a requirement of the European Commission” for closing the northwest route and curbing secondary migration.

    Similar tools are already being tested outside the EU — including in Britain, where a Home Office pilot using facial-age estimation algorithms on asylum seekers, uncovered through freedom-of-information requests, has raised concerns about bias and reliability and the checkered track record of some of the companies involved.
    The Human Cost

    Hans Leijtens, the executive director of Frontex, has said cutting-edge technologies can “sav[e] lives that otherwise may have been lost.” The Commission has argued they will enhance efficiency while respecting fundamental rights.

    But on the ground, the record is troubling. In June 2023, an overcrowded fishing vessel carrying hundreds of migrants from Libya sank inside Greece’s search and rescue zone. The deadliest shipwreck in the Mediterranean in recent history unfolded in plain view of Europe’s surveillance systems — not for lack of sensors or aircraft, but amid what critics describe as a failure of political will. In a written response, the Hellenic Coast Guard insisted its primary mission is the protection of life at sea, noting that its crews have rescued more than 268,000 people in over 6,500 incidents.

    Rights groups warn that “technology contributes to the growing trend of human rights violations at borders,” and that drones and cameras frequently support pushbacks and abuse. “These tools are not trained to show compassion,” Dr. Vavoula cautions. At the border, she added, the rationale is deterrence, not protection.

    Safeguards remain minimal. Tender files for Greece’s E-surveillance program this investigation reviewed are detailed on technical requirements but vague on oversight, data retention, or remedies.

    Insiders described the paperwork involved in data protection impact assessments as box-ticking exercises.

    In 2024, Greece’s Data Protection Authority issued a record fine on the country’s Migration Ministry for deploying two EU-funded camp surveillance systems without proper safeguards – violations first exposed by Solomon journalists.

    Other EU projects show similar weaknesses. Nestor, a “next generation” pre-frontier surveillance system detecting movements well before people reach the EU’s borders, relied heavily on self-assessment, with an ethics board made up mostly of consortium members, according to documents reviewed for this investigation. The European Commission said that the project was evaluated by independent experts through the European Research Executive Agency.

    Stergios Aidinlis, associate professor of AI law at the University of Durham, argues that ethics and legal oversight in such programs can be “too formalistic” and warns about the potential conflicts of interest when governments or companies are the ones doing the oversight, as in the case of NESTOR, where the Athens-based, state-affiliated Center for Security Studies heads the ethics advisory board. The center declined to comment.

    From Warsaw’s conference rooms to the Evros riverbanks the same trend appears: systems are expanding faster than the safeguards meant to govern them. Across Europe, billions in public money are flowing into an increasingly automated border infrastructure. Oversight and projections, officials and experts acknowledge, have not kept pace.

    https://wearesolomon.com/mag/format/investigation/greece-a-testing-ground-for-smart-surveillance-technologies
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  • Après la fusillade à l’université Brown, les Etats-Unis suspendent les « visas diversité »
    https://www.lemonde.fr/international/article/2025/12/19/apres-la-fusillade-a-l-universite-brown-les-etats-unis-suspendent-les-visas-

    Après la fusillade à l’université Brown, les Etats-Unis suspendent les « visas diversité »
    Le Monde avec AFP
    La ministre de la sécurité intérieure américaine, Kristi Noem, a annoncé, vendredi 19 décembre, « une pause » dans la délivrance de « visas diversité » par tirage au sort, un programme dont le suspect des tirs à l’université Brown avait bénéficié.
    « Claudio Manuel Neves Valente, l’auteur de la fusillade de l’université Brown, est entré aux Etats-Unis en 2017 grâce au programme de visa diversité (DV1) et a obtenu une “carte verte”. Cet individu odieux n’aurait jamais dû être autorisé à entrer dans notre pays », a écrit la ministre sur X en ordonnant la suspension de ce programme. « J’ordonne immédiatement à l’USCIS [le service de citoyenneté et d’immigration] de suspendre ce programme afin d’éviter que d’autres Américains ne soient les victimes de ce programme désastreux », a affirmé Mme Noem.
    Depuis le début de son second mandat, le président américain, Donald Trump, ne cesse de durcir la politique migratoire de son administration. Au début de novembre, le département d’Etat a donné pour consigne aux agents consulaires de considérer plusieurs pathologies comme des critères pour refuser des visas aux étrangers souhaitant entrer aux Etats-Unis. Le même mois, après l’attaque survenue à Washington lors de laquelle une militaire est morte, l’administration Trump avait annoncé le gel de toute décision sur l’octroi de l’asile aux Etats-Unis, ainsi que d’autres mesures visant à durcir sa politique migratoire.
    Le système de visas par loterie a été instauré en 1990 et permet la délivrance de cartes de résident aux Etats-Unis à quelque 50 000 personnes chaque année, à condition qu’elles remplissent les critères d’éligibilité requis, notamment qu’elles possèdent un diplôme d’études secondaires ou une expérience professionnelle. Un examen et un entretien sont par ailleurs nécessaires avant de se voir délivrer un visa. Chaque année, des dizaines de millions de personnes tentent leur chance à cette loterie.
    Claudio Manuel Neves Valente, ressortissant portugais âgé de 48 ans, suspecté d’avoir tué deux étudiants à l’université Brown et d’avoir abattu un professeur du Massachusetts Institute of Technology (MIT), a été retrouvé mort, a annoncé jeudi soir la police de Providence, la ville du nord-est des Etats-Unis où se trouve la prestigieuse institution. Le Portugais « s’est donné la mort », a précisé le chef de la police de la ville, Oscar Perez, lors d’une conférence de presse. Son corps a été retrouvé dans un conteneur de stockage du New Hampshire avec deux armes à feu. Il semble avoir agi seul. L’homme avait ouvert le feu dans le bâtiment d’ingénierie et de physique de Brown, où des examens se déroulaient. Deux étudiants, Ella Cook et Mukhammad Aziz Umurzokov, sont morts et neuf autres ont été blessés. Il est également soupçonné d’avoir tiré lundi soir, à quelque 70 kilomètres de là, sur Nuno Loureiro, professeur depuis 2016 au MIT, où il enseignait les sciences et le génie nucléaire. Ce dernier a été retrouvé blessé par balle lundi soir à son domicile de Brookline, dans l’Etat du Massachusetts. Agé de 47 ans, il a été déclaré mort à l’hôpital le lendemain. Aucun motif n’a encore été avancé pour expliquer ces événements, survenus dans deux des universités les plus prestigieuses du pays.
    Le suspect a lui-même étudié à l’université Brown au début des années 2000. Entre 1995 et 2000, il avait suivi les mêmes études de physique que Nuno Loureiro dans une université de Lisbonne, rapporte le New York Times. Il est venu aux Etats-Unis en 2000 avec un visa d’étudiant avant d’obtenir une carte verte de résident permanent en 2017. Selon la procureure du Massachusetts, Leah Foley, il est probable que Valente et Loureiro se connaissaient, mais elle n’a pas précisé quelle pouvait être la nature de leur relation.

    #Covid-19#migrant#migration#etatsunis#visadiversité#greencard#politiquemmigratoire#sante

  • Des Soudanais en grève de la faim contre l’emprisonnement massif des exilés en Grèce

    Depuis les camps de réfugié·es en Grèce, des exilé·es soudanais·es ont entamé mercredi dernier une grève de la faim pour dénoncer la criminalisation grandissante des personnes en quête d’un refuge, détenues illégalement par les autorités grecques financées par l’Union Européenne. Voici leur communiqué traduit en français.

    Depuis plusieurs mois, les Soudanais·es en quête de refuge arrivent nombreux·ses sur les côtes grecques et particulièrement en Crète. La Grèce a décidé de fermer ses portes aux exilé·es en suspendant pendant plusieurs mois toute possibilité de demander l’asile en Crète. Elle a, de plus, mené une politique d’incarcération massive des réfugié·es en les accusant faussement « d’aide à l’entrée irrégulière », comme nous l’avons expliqué dans un article en septembre dernier. Cette criminalisation insensée des exilé·es soudanais·es a suscité des mobilisations de soutien de nombreux·ses activistes grec·ques et européen·nes, dont le collectif Decolonize, ainsi que des mobilisations initiées par des collectifs de Soudanais·ses en Grèce comme le collectif Mataris.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/08/10/grece-amnesty-international-denonce-les-detentions-arbitraires-et-illegales-des-migrants-du-camp-ferme-de-samos/#comment-70943

    #soudan #grece

  • Grèce : trois fois plus d’arrivées de migrants en Crète sur un an - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/68874/grece--trois-fois-plus-darrivees-de-migrants-en-crete-sur-un-an

    Grèce : trois fois plus d’arrivées de migrants en Crète sur un an
    Par Leslie Carretero Publié le : 22/12/2025
    Depuis le début de l’année, quelque 18 000 migrants sont arrivés en Crète et sur l’île voisine de Gavdos, contre un peu plus de 5 000 en 2024. Soit une hausse de plus de 200 %. Cette augmentation s’explique par l’émergence d’une nouvelle route maritime, celle de Tobrouk, qui part de l’Est de la Libye.
    Vendredi 19 décembre, 539 migrants entassés sur un bateau de pêche ont été secourus par un navire de patrouille de Frontex, l’agence européenne de surveillance des frontières, et de la garde côtière grecque, près de la petite île de Gavdos. Les occupants du bateau, originaires du Bangladesh, du Pakistan, d’Égypte, d’Érythrée, de la Somalie, du Soudan et des territoires palestiniens, ont ensuite été déposés au port d’Agia Galini, en Crète, l’île grecque voisine située à une trentaine de kilomètres. Cette arrivée, bien qu’impressionnante par son nombre d’exilés présents à bord du bateau, n’est pas une exception. Ce week-end, les débarquements ont été nombreux dans la région : dimanche, 114 personnes ont accosté au port de Paleochora, en Crète, après un sauvetage en mer.
    La journée de samedi a été particulièrement intense aussi. Plus de 300 migrants ont été pris en charge au large de la Crète et de Gavdos au cours d’au moins huit opérations de sauvetage. Parmi ces exilés se trouvaient une mère de famille et son nourrisson d’à peine un mois, ont indiqué les gardes-côtes grecs dans un communiqué. Toutes deux, originaires du Soudan, ont été transférées à l’hôpital d’Agios Nikolaos, en Crète.
    Au total, en trois jours, ce sont donc près de 900 exilés qui ont atteint ces deux îles grecques. Selon la garde-côtière grecque, la grande majorité d’entre eux avait pris la mer depuis la ville de Tobrouk, à l’est de la Libye, en échange d’une somme comprise en 1 200 et 1 800 euros. Cette année, la route dite de Tobrouk, qui part donc de l’est de la Libye vers la Crète et Gavdos, s’est largement développée au dépend de celle passant de la Turquie vers les îles de la mer Égée.Depuis le début de l’année, plus de 18 000 personnes sont arrivées de manière irrégulière en Crète, contre un peu plus de 5 000 en 2024, d’après les chiffres des autorités grecques. Soit une augmentation de plus de 200 %. C’est six fois plus que les arrivées à Lesbos (3 777) et quatre fois plus qu’à Samos (4 747), selon les données du Haut-commissariat des Nations unies aux réfugiés (HCR). Face à cette hausse, les autorités locales se sont vite retrouvées débordées : la Crète et Gavdos ne disposent pas de structures d’accueil adéquates, contrairement aux îles du nord-est de la mer Égée. Généralement, les migrants sont logés dans le parc d’exposition d’Agia, à La Canée, avant leur transfert sur le continent. Mais les conditions de vie y sont critiquées.
    Dans ce contexte, le gouvernement grec a décidé de durcir le ton. En juillet, Athènes a annoncé qu’elle allait déployer trois navires de guerre au large des eaux libyennes, pour stopper les embarcations de migrants en route vers la Grèce. Le gouvernement grec a aussi fait part de sa volonté de signer un accord avec Tripoli, sur le même modèle que celui conclu en 2017 avec l’Italie, confiant aux autorités libyennes la charge d’intercepter les exilés en mer. Ce partenariat a commencé à se mettre en place cet été avec les premières formations délivrées à des gardes-côtes libyens par la Grèce sur l’île de Crète.
    En août aussi, les autorités ont décidé de suspendre pour trois mois le traitement des demandes d’asile des personnes arrivant en bateaux depuis l’Afrique du Nord. Mi-octobre, l’enregistrement des dossiers a finalement repris. Mais malgré cette reprise, « la situation politique ne change pas », expliquait début novembre à InfoMigrants Agapi Chouzouraki, chargée de plaidoyer à l’ONG du Conseil grec pour les réfugiés. « Le but du gouvernement est d’expulser un maximum d’étrangers hors de Grèce » rapportait-elle.
    En septembre, le gouvernement a aussi voté une loi criminalisant les migrants. Le séjour irrégulier n’est plus une irrégularité administrative mais un délit pénal. Les étrangers restés sur le territoire grec après le rejet de leur demande d’asile risquent une peine de deux à cinq ans, et une amende de 10 000 euros. « Le message est clair […] Si votre asile est rejeté, vous avez deux choix : soit vous rentrez dans votre pays, soit vous irez en prison », avait déclaré le ministre des Migrations, Thanos Plevris, fin août. « Nous devenons l’un des premiers pays à criminaliser le séjour irrégulier, nous envoyons ainsi un message clair ».
    « L’idée avec cette loi, c’est un durcissement pour augmenter les retours forcés des déboutés [du droit d’asile] », avait alors précisé à infoMigrants une source de l’OIM. "Le ministre a un objectif clair : intégrer les personnes qui peuvent l’être le plus rapidement possible [...] pour qu’ils puissent devenir une main-d’œuvre disponible le plus rapidement possible. Et expulser tous les autres".

    #Covid-19#migrant#migration#grece#crete#libye#routemigratoire#migrationirreguliere#asile#politiquemigratoire#sante

  • #porcherie #Avel_Vor à #landunvez : le correspondant local du « Télégramme » témoigne contre des opposants à l’extension
    https://splann.org/porcherie-landunvez-correspondant-telegramme

    Alors qu’une audience vient d’avoir lieu au sujet de la demande d’annulation d’autorisation d’extension de la porcherie Avel vor, à Landunvez (29), des opposants à cet élevage porcin dénoncent la procédure engagée à leur encontre. Ils s’interrogent sur le rôle joué par le correspondant de presse local du quotidien finistérien dans la plainte en #diffamation que #Philippe_Bizien a déposé contre eux. L’article Porcherie Avel vor à Landunvez : le correspondant local du « Télégramme » témoigne contre des opposants à l’extension est apparu en premier sur Splann ! | ONG d’enquêtes journalistiques en Bretagne.

    #Industrie_agroalimentaire #Pollutions #Santé_publique #eau_et_rivières_de_bretagne #greenpeace #justice #le_télégramme

  • Der Imker / l’apiculteur

    Le film raconte le destin émouvant d’un #apiculteur. Les troubles de la guerre turco-kurde l’ont dépouillé de tout : de sa femme et de ses enfants, de sa patrie et même, en lui prenant plus de 500 colonies d’abeilles, du fondement de sa vie. Il ne lui reste que son amour des abeilles et sa foi indestructible dans les individus, quelle que soit leur origine. Au bout d’une longue odyssée marquée de privations, l’apiculteur tente de vivre dignement en Suisse, grâce à sa #passion pour l’élevage des abeilles.

    https://www.youtube.com/watch?v=yDvkSo9TeR8


    https://www.swissfilms.ch/fr/movie/der-imker/d732f726d52b4f768da5b4ad84ef925e
    #apiculture
    #film #documentaire #film_documentaire #réfugiés #Suisse #migrations #réfugiés_kurdes

  • Les militants de Palestine Action en grève de la faim depuis 37 jours
    Centre Palestinien d’Information, 10.10.2025.– - International Solidarity Movement
    https://ismfrance.org/index.php/2025/12/12/les-militants-de-palestine-action-en-greve-de-la-faim-depuis-37-jours

    Huit militants de Palestine Action au Royaume-Uni poursuivent leur grève de la faim illimitée depuis plus de trente jours, en protestation contre leur arrestation après l’interdiction du groupe en juillet dernier.

    Des articles de la presse britannique indiquent que certains grévistes ont reçu des soins médicaux, au milieu de craintes croissantes concernant les conséquences de la prolongation de la grève.

    Cette grève est classée comme étant la plus longue de son genre dans les prisons britanniques depuis les années 1980, et les militants estiment qu’elle reflète une intensification de la confrontation entre les autorités britanniques et les groupes opposés aux politiques israéliennes.

    Le site « The Canary » a publié un article critiquant l’absence de couverture médiatique de la part de la BBC, malgré la dimension humanitaire et politique de l’affaire. L’article indique que des médias alternatifs publient des mises à jour quotidiennes sur la situation, tandis que l’organisme officiel continue d’ignorer l’événement.

    Des militants ont manifesté près du siège de la BBC à Londres, considérant que l’absence de couverture représente un parti pris évident, surtout dans le contexte des critiques généralisées sur le rôle des médias pendant la guerre à Gaza, comme l’ont montré des vidéos diffusées sur les réseaux sociaux.

    Le Canary a rapporté que le ministre britannique de la Justice, David Lammy, a déclaré qu’il n’était « pas au courant » de l’affaire, ce qui a suscité le mécontentement des militants qui ont affirmé que l’ignorance d’un dossier de cette ampleur était injustifiable.

    #grève_de_la_faim #Royaume-Uni