• À Bali, bronca contre un gigantesque projet d’îles artificielles​
    https://reporterre.net/A-Bali-bronca-contre-un-gigantesque-projet-d-iles-artificielles%E2%80%8B

    On dénombre une quinzaine de temples disséminés dans la baie de #Benoa, d’envergure différente. Tous sont menacés par le projet d’#îles_artificielles #Nusa_Benoa, porté par la société #TWBI, propriété de l’homme d’affaires indonésien #Tomy_Winata. L’idée est de créer douze îlots d’une superficie totale de 700 hectares au milieu des eaux de la baie, qui pour l’instant sont essentiellement parcourus par les locaux. Un #complexe_touristique d’au moins 2.000 chambres réparties entre #hôtels de luxe et chalets au bord de la #mangrove, avec en prime #parc_d’attractions et #golf.

    #tourisme #Indonésie #Bali #résistance

    • Tiens, voilà un sujet que Reporterre m’avait refusé il y a trois ans, comme tout ce que je leur propose !

      https://asialyst.com/fr/2017/06/27/indonesie-quand-bali-dit-non-tourisme-de-masse

      Ce reportage est mieux que le mien mais il manque un peu de réflexion sur le rapport de force très compliqué entre Bali et les autorités de Jakarta, question sur laquelle cet article-là, par des Français dont l’un, qui a fait de la recherche en SHS, réside sur place et l’autre est une des autorités dans le monde sur la question touristique (et je ne connais pas la troisième) est un trésor. (Et ce rapport de force, sur un projet tenu à bout de bras contre la population locale - ultra motivée, pas que par la question environnementale - puis abandonné puis repris, il est très important entre une région culturellement très différente, qui bénéficie de grosses retombées touristiques et un pouvoir central qui jusqu’ici a eu la main sur elle mais finira par la perdre.)

      https://journals.openedition.org/archipel/412

    • De nombreux travailleurs viennent du reste de l’archipel, de Sumatra et Java, des musulmans de Flores et aux chrétiens de Timor.

      Cette phrase qui ne veut rien dire devait être formulée comme ça quand je l’ai envoyée :
      De nombreux travailleurs viennent du reste de l’archipel, des musulmans de Sumatra et Java aux chrétiens de Flores et de Timor.

  • #Liguria, niente fondi agli alberghi che hanno ospitato i migranti

    La decisione è stata presa dal consiglio regionale. La maggioranza ha votato compatta a favore della proposta di legge scritta dalla Lega. Il capogruppo Pd ha commentato: «Una norma nazista, vergognosa e incostituzionale»

    https://www.open.online/2019/04/30/liguria-niente-fondi-agli-alberghi-che-hanno-ospitato-i-migranti/
    #Ligurie #Italie #migrations #asile #réfugiés #tourisme #hôtels #hotel

    Ajouté à cette métaliste:
    https://seenthis.net/messages/770799

  • #Porto_Recanati . Viaggio tra i tremila invisibili dell’#Hotel_House

    Il grande palazzo cruciforme vicino al qual sono stati ritrovati resti umani, sorge nel quartiere Santa Maria in Potenza dove il boom edilizio ha prodotto caseggiati oggi preda dell’illegalità.

    Piazzali vuoti, saracinesche abbassate e cartelli ’vendesi’ a ogni uscio, strade senza alcun marciapiede dove sfrecciano auto che entrano ed escono dalla Statale adriatica. Non c’è nessuno in giro, solo qualche disoccupato che inganna il tempo davanti a un bar e poco più in là, sedute a dei muriccioli divisori, delle prostitute di origine africana ed est europea. Nella pineta che lambisce la spiaggia si incontrano fra i cespugli un paio di spacciatori che guardano i ficcanaso con espressioni torve. Così si presenta in una mattina di inizio aprile Santa Maria in Potenza, a sud di Porto Recanati.

    Nato negli anni settanta per accogliere i residenti del turismo balneare, ora il quartiere sembra più un limbo di abbandono e marginalità sociale, periferico e lontano, schiacciato dall’orribile profilo di ecomostri in cemento. Il centro cittadino sarebbe solo a pochi minuti, ma sembra lontano anni luce. È in questa zona che da 49 anni sorge l’Hotel House, il grande palazzo cruciforme di 17 piani e 480 appartamenti dove convivono circa duemila persone e una trentina di etnie. Un luogo noto per fatiscenza e microcriminalità, anche se abitato in larghissima parte da immigrati lavoratori, da famiglie di operai in cerca solo di un futuro sereno.

    Ma dove un mix di fattori - fra cui l’aumento della disoccupazione dopo la crisi economica o una serie di amministrazioni condominiali fallimentari - ha generato negli ultimi dieci anni una situazione di caos amministrativo e sociale molto difficile da districare. L’Hotel House è considerato una bomba sociale, sommerso dai debiti, senza acqua potabile, tuttora privo di un sistema anti-incendio a norma. Proprio questi giorni il grattacielo è tornato alla ribalta delle cronache dopo il ritrovamento presso un caseggiato in uno dei campi attorno alla struttura di ossa umane ancora da identificare. Difficile inquadrare tutto il fiume umano che passa per Santa Maria in Potenza, il quartiere è popolato anche da tanti ’invisibili’, migranti di passaggio spesso privi di documenti che nel loro viaggio, guidati dalla catena di contatti fra i connazionali, arrivano a trovare un porto in uno degli appartamenti in zona. Basti pensare che Porto Recanati detiene un record nazionale, il 22% degli abitanti ha origine straniera e la stragrande maggioranza si concentra proprio all’ombra dell’Hotel House.

    Qui la fallimentare esplosione edilizia degli anni 70 ha prodotto vari ecomostri turistici diventati facile preda di speculazioni affittuarie. Come l’ex River Village, il fatiscente condominio verde oliva sede una volta della ormai abbandonata discoteca Green Leaves. O le torri del condominio Pineta. Maxi palazzine da centinaia di persone dove, specie all’ex River Village, si vivono situazioni residenziali estremamente complicate, con forti infiltrazioni microcriminali, problemi di gestione, morosità delle bollette. È qui, lungo via Salvo d’Acquisto che l’area concentra i suoi fenomeni di spaccio e e prostituzione. E dove i carabinieri del comando di Civitanova continuano ad intervenire per sradicare attività illecite che però il giorno dopo ritornano. «Si sentono spesso urla di notte dai condomini, si vedono pusher di ogni nazionalità gironzolare nelle strade tra il River e l’Hotel House – spiega Ciro Guerrieri, portavoce del neonato comitato Riprendiamoci il Territorio – vivo qua da venti anni, ma ho visto la situazione degenerare negli ultimi tempi». Se prima la microcriminalità era concentrata all’Hotel House, oggi sembra aver attecchito anche nelle torri di cemento attorno, come se alcuni piccoli boss avessero allargato la propria residenza in tutto il quartiere, in nuove piccole roccaforti di cemento sempre più isolate.


    https://www.avvenire.it/attualita/pagine/viaggio-tra-i-fantasmi-dellhotel-house
    #Italie #hôtel #migrations #asile #réfugiés

    Ajouté à la métaliste migrations/tourisme :
    https://seenthis.net/messages/770799

    • Hotel House

      L’Hotel House è un edificio residenziale situato a Porto Recanati, in provincia di Macerata e distante circa 25 km dal capoluogo Ancona. Strutturato in 17 piani e 480 appartamenti, con una pianta a croce, al suo interno vive un sesto della popolazione del comune.[1]

      Il palazzo ospita circa 2.000 persone che raddoppiano nel periodo estivo[2] e ha una forte connotazione multietnica: il 90% degli abitanti è infatti di origine straniera, rappresentando 40 nazionalità diverse.[1] Anche a causa di questa concentrazione, il 21,9% della popolazione di Porto Recanati è straniera, percentuale massima nelle Marche e tra le maggiori in Italia.[3]

      Ad oggi questo edificio è noto alla popolazione locale come un luogo decadente[4], dove le attività illecite sono la primaria fonte di sostentamento per molti. Ad aprile 2018 questo luogo è stato al centro di alcune indagini da parte delle autorità, a seguito del ritrovamento di ossa umane in un pozzo sito nell’area circostante.


      https://it.wikipedia.org/wiki/Hotel_House
      #utopie

    • Hotel House. Etnografia di un condominio multietnico

      L’Hotel House è un enorme condominio di architettura razionalista composto da 480 appartamenti, situato nella parte meridionale della cittadina di Porto Recanati, nel Sud delle Marche.

      Luogo peculiare per la sua conformazione urbanistica, nettamente separato dal resto della città, lo è altrettanto per la sua demografia: progettato alla fine degli anni Sessanta per il soggiorno di italiani vacanzieri di ceto medio, a partire dagli anni Novanta si è trasformato in luogo di concentrazione di una popolazione di lavoratori immigrati provenienti da oltre quaranta Paesi.

      Frutto di una prolungata ricerca etnografica, il lavoro di Cancellieri ci porta dritto nel cuore dell’Hotel House: mostrandoci come si vive e come si esperisce quotidianamente la differenza, come si lotta per “farsi spazio”, come ci si mobilita per opporsi al doppio processo di ghettizzazione e stigmatizzazione, Hotel House costituisce una ricchissima fonte di dati e riflessioni.

      Se infatti il caso di Porto Recanati è certamente singolare, se non unico nel nostro Paese, esso è al tempo stesso profondamente sintomatico e significativo delle nuove configurazioni della spazialità contemporanea e delle sue sfide.


      http://www.professionaldreamers.net/?p=3026
      #livre

    • Come sopravvivere alla differenza. Etnografia dei confini sociali in un condominio multiculturale

      In an increasingly multicultural society, it is rather paradoxical that research on the ways multicultural spaces function is still relatively rare; in fact, this kind of place is generally depicted as one entailing (automatic) conflict or (automatic) convergence. The aim of this study is to contribute to opening up the black box of multicultural spaces by analysing a place called Hotel House. This is an enormous building containing four hundred and eighty flats and almost two thousand inhabitants (about 90% of which are immigrants from forty different countries). My objective is to answer the following question: how can one survive difference in a such a place? I have tried to find an answer by focusing on the everyday dialectic relationship between social actors and space and, in particular, by highlighting the role played by the use and the re-appropriation of space in the processes of re-construction/de-construction of social boundaries and forms of membership.

      https://www.rivisteweb.it/doi/10.3240/31596
      #diversité #multiculturalité

  • Les trés trés trés riches se plaignent de la loi de l’offre et de la demande. #MDR
    A Davos (GR), la hausse des prix menace le site du Forum économique ats/ani - 6 Juin 2019 - RTS
    https://www.rts.ch/info/economie/10557327-a-davos-gr-la-hausse-des-prix-menace-le-site-du-forum-economique-.html

    *

    Selon le fondateur du Forum économique mondial (WEF) Klaus Schwab, l’explosion des prix à Davos pourrait devenir un problème si elle se poursuit. Il n’exclut pas un départ de la station grisonne, et donc de la Suisse. *

    Les participants du WEF seraient heureux de payer pour une bonne performance, a déclaré Klaus Schwab dans une interview accordée au quotidien alémanique Südostschweiz et publiée samedi. Cependant, ils réagiraient de manière très sensible s’ils avaient le sentiment d’être exploités.

    « Si une hausse des prix devait se poursuivre, il se pourrait que nous soyons exposés à une pression telle de la part de nos participants que nous devions abandonner le site de Davos malgré notre bonne volonté », a-t-il déclaré. « Mais je dois aussi dire que nous parlons de cas isolés et que nous sommes heureux que les hôteliers, les loueurs d’appartements et les restaurateurs soient conscients de la responsabilité collective », a-t-il encore dit.

    Capacité d’accueil trop faible
    Selon lui, Davos n’est pas une simple collaboration, mais un véritable partenariat à ne pas briser. Après cinquante ans, le WEF ne veut pas dissoudre une communauté qui a fait ses preuves et a grandi ensemble. « Au contraire nous ne voulons pas seulement la maintenir, mais la développer davantage. Il faut pour cela que les conditions nécessaires soient réunies », a ajouté le fondateur du WEF.

    Le Forum économique a récemment indiqué aux autorités de Davos que, pour accueillir les participants, il faudrait au moins 2800 chambres d’hôtel à des prix raisonnables. Il est également souhaité qu’il y ait suffisamment d’appartements pour héberger les collaborateurs.

    « Si ces conditions ne sont pas remplies, nous devrons chercher un autre endroit, le #coeur_lourd ». Cela signifierait qu’il faudrait quitter la Suisse, car il n’y existe aucune alternative en termes d’infrastructure pour les conférences.

    à #davos l’#obscénité doit être considéré comme un #Art , tout comme le #fouttage_de_gueule #prix #inflation #économie #wef #multinationales #en_vedette #international #riches #capitalisme #exploitation #hébergement #hôtel

  • « Mime à la Carte » à Paris à l’Hôtel Plaza Athénée

    Hier dimanche il faisait bien chaud : 30° et il me fallait assurer une animation de Mime à la Carte » pour la compagnie « Le Bateau Ivre »... https://www.silencecommunity.com/blog/view/47417/« mime-a-la-carte »-a-paris-a-l’hotel-plaza-athenee

    #artiste_mime #mime #artiste #journal_de_bord #le_bateau_ivre #philippe_pillavoine #pillavoine #paris #palace #hôtel #Plaza_Athénée #event #animation #événementiel #mime_à_la_carte #silence_community

  • Airbnb joue la carte de « l’amazonisation »
    https://www.lemonde.fr/economie/article/2019/03/08/airbnb-joue-la-carte-de-l-amazonisation_5433193_3234.html

    En rachetant HotelTonight, la plate-forme américaine de location de logement adopte la même stratégie que le champion du e-commerce : l’extension sans limite de ses activités autour de son cœur de métier, observe Philippe Escande, éditorialiste économique du « Monde », dans sa chronique. Brian Chesky est un garçon consciencieux. Il a passé le mois dernier à changer régulièrement d’hôtel à San Francisco, ville où se trouve son entreprise. Le cofondateur d’Airbnb ne s’est pas disputé avec sa femme, mais il (...)

    #Airbnb #Amazon #domination #HotelTonight

  • Un reportage / #enquête sur le système de l’#hébergement au #Tessin, en #Suisse. Et dans le canton des #Grisons...
    Un reportage de 2016, mis ici pour archivage.

    La stanza del profugo - Rifugiati nei Grigioni

    In Ticino a gennaio c’erano 2’000 richiedenti l’asilo. Circa la metà sono in attesa di una decisione per sapere se potranno rimanere in Svizzera oppure no. A tutti il Cantone deve trovare un tetto. Ed è qui che entra in gioco il settore privato: che ospita più di due terzi dei migranti. I profughi, in una prima fase, sono alloggiati in pensioni o hotel e poi, quando appare chiaro il loro diritto di restare, in appartamento. Diventano insomma clienti paganti: un introito sicuro, perché a saldare i conti è lo Stato. In un periodo di crisi del settore alberghiero questo business sembra far gola a molti imprenditori. Il reportage di Falò cerca di far luce sul sistema di accoglienza nelle pensioni: quali sono i guadagni, quali sono i rischi, come vengono scelte le strutture e come ci vivono i richiedenti asilo. E pone una domanda: perché il Cantone non prende in considerazione le offerte di privati cittadini che ospiterebbero gratuitamente, a casa propria, un profugo?

    https://www.rsi.ch/la1/programmi/informazione/falo/La-stanza-del-profugo---Rifugiati-nei-Grigioni-6867071.html
    #vidéo #Suisse #film #réfugiés #asile #migrations #business #hôtels #privatisation #accueil_privé #hôtellerie

  • Contrats courts : l’hôtellerie-restauration planche sur un nouveau type de CDI
    https://www.lesechos.fr/economie-france/social/0600640966948-contrats-courts-lhotellerie-restauration-planche-sur-un-nouve

    L’Umih, le principal syndicat de la branche cafés hôtels-restaurants, propose de créer un « contrat de mobilités » à durée indéterminée ultra-flexible, sans toucher aux droits d’#indemnisation_chômage des #salariés entre deux #missions. L’employeur aurait une surcotisation à payer.

    Les négociations dans les branches professionnelles sur les contrats courts n’ont pas eu le succès escompté par les partenaires sociaux. On cite volontiers le cas de l’#hôtellerie-restauration qui figure pourtant parmi les secteurs où le recours aux #CDD de très courte durée est massif. Selon les chiffres de la profession elle-même, les contrats de moins d’un mois sont passés de 1,5 million à 3,8 millions en dix ans.

    Pourtant, l’Union des métiers et des industries de l’hôtellerie (Umih) qui regroupe 740.000 salariés n’est pas restée les bras croisés ces derniers mois. Et le syndicat professionnel a décidé, au vu de la tournure prise par la négociation sur la réforme de l’assurance-chômage, de dévoiler plus tôt qu’il ne l’avait initialement prévu sa proposition, qui vise à sécuriser les parcours professionnels des salariés en contrats de courte durée.

    Flexibilité de la demande

    L’Umih, comme la plupart des branches professionnelles, refuse le #bonus-malus que l’exécutif menace de mettre en oeuvre si la négociation sur l’assurance-chômage échoue. Pour le syndicat, le recours aux contrats courts est intrinsèquement lié aux besoins de flexibilité du secteur, eux-mêmes découlant des exigences des clients de plus en plus habitués à commander ou réserver au dernier moment.

    Pour l’Umih, « face à un marché du travail contraint par les comportements de consommation, on a mis en place un système totalement inadapté, sans garde-fou ». Les effets pervers et les surcoûts entraînés par la « permittence » ne sont donc pas éludés par le syndicat. Et c’est justement pour les supprimer qu’il propose de créer un nouveau contrat de travail.

    Un contrat « ombrelle »

    Baptisé « #contrat_de_mobilités », il s’agirait d’un contrat « ombrelle » à durée indéterminée, porté par une #plate-forme agréée par la branche et qui regrouperait les différentes missions d’un salarié pour différents établissements. Une durée maximum de recours serait imposée pour un même employeur.

    Le coût social de cette flexibilité serait assumé par l’employeur via un double abondement : une cotisation à l’assurance-chômage au taux classique de 4 % du salaire brut, à laquelle s’ajouterait une contribution « sécurisation » sur un compte en euros dont le travailleur pourrait disposer librement lorsqu’il est en inter-missions. Il faudrait encore ajouter des frais de fonctionnement pour la plate-forme en question et un abondement du compte personnel de formation qui représenterait un pourcentage de la rémunération brute du salarié. Ce pourcentage, de même que celui de la contribution « sécurisation », n’a pas été encore fixé (...).

    Sécurité juridique

    Pour le salarié, l’indemnisation entre deux missions serait au même niveau que celle qu’il perçoit aujourd’hui entre deux CDD. La grande différence, c’est que Pôle emploi ne verserait qu’une partie de l’indemnisation due au salarié. Le complément étant assuré par la contribution « sécurisation » de l’employeur.

    L’intérêt du dispositif, qui est une sorte de croisement entre le #groupement_d'employeur et le #CDI_intérimaire, est de transférer une partie du coût de la flexibilité de l’Unedic vers l’employeur (à moindres frais qu’avec l’#intérim). En d’autres termes, l’Umih accepte de renchérir le coût du travail avec une #surcotisation, si cette dernière permet d’assurer la #flexibilité de la main-d’oeuvre, la simplicité administrative et la sécurité juridique des contrats en question.

    La mise en place de ce nouveau contrat suppose une négociation de branche qui démarre à peine. Le Medef pourrait aussi inclure cette proposition dans la liste des solutions qu’il s’est engagé à produire lors de la prochaine séance de négociation sur l’assurance-chômage le 14 février. Avec une difficulté : la mise en place d’un tel contrat déborde largement le cadre des discussions en cours sur la seule assurance-chômage.

    #travail #emploi#droit_au_chômage #chômeurs_en_activité_à_temps_réduit

  • How to build an app like #airbnb ?
    https://hackernoon.com/how-to-build-an-app-like-airbnb-405f3c5872f9?source=rss----3a8144eabfe3-

    Image Source: Photo by Sonnie Hiles on UnsplashWhat do we look for while traveling to a new place? We look forward to a new thrilling experience but at the most economical rate. Imagine that you can find all of it on one platform, A Home away from Home.Airbnb is a travel app which provides a platform for apartment rental opportunities all over the world. Airbnb serves as a tempting marketplace for owners of property and people seeking short-term accommodation. Airbnb has changed the way people tend to look for apartments. It provides captivating opportunities for property owners and travelers. This digital platform serves as an interactive environment for people i.e. the Hosts who earn by renting their property to guests who are looking for affordable accommodation. Airbnb is functional (...)

    #airbnb-clone #homestay #airbnb-india #hotel

  • The Grand Refugee Hotel: The Sequel to My Grandfather’s Germany

    On a visit to one of Germany’s most radical refugee integration experiments, U.S. migration journalist and academic Daniela Gerson went in search of her family history and found an increasingly uneasy relationship between past and present.

    At the #Grand_Hotel_Cosmopolis, an African teenager served cappuccinos to European travelers below clocks telling the time in Kabul, Damascus, Grozny and other global centers of crisis.

    Lamin Saidy – sporting a style he described as “American proper” with tight jeans, lots of earrings and a big smile – was 13 when he fled violence in the Gambia. After he arrived in Germany as a refugee, he was told about this place, where tourists, asylum seekers and artists all share one building. The hotel is run by staff composed of a core group of resident German artists and a diverse team that includes volunteers who may be refugees like Saidy or local college students who want to join the experiment.

    Then, in the fall of 2016, at a meeting in Washington, D.C., on immigration, a public artist gave a presentation on cultural integration initiatives in #Augsburg like none I had seen in more than a decade of reporting on immigration in the United States and Europe.

    The artist flashed images of the migrant job center, cafe and immigrant rights organization called Tuer an Tuer, which helped convince the city to take a stance against large institutional centers. Instead, all asylum seekers in Augsburg have been housed in residences of 100 or fewer people. She also showed photos of the colorful, boundary-bending Grand Hotel. This was Augsburg? It was definitely not the city of my imagination.

    Soon after, my mother forwarded me an invitation. In summer 2017, there was going to be a gathering of Jews from Augsburg and their families to commemorate the 100-year anniversary of the synagogue. I set off, eager to explore my family’s past and to see if a city I associated with historic brutality had succeeded in building a more welcoming society as a result.
    A Welcoming Nation

    When I arrived in Munich, the Bavarian capital, I borrowed a friend’s bike and pedaled down to the vast main train station. In 2015, in what was known as the Welcoming Summer, more than 1 million asylum seekers came to Germany and the station was full of arriving migrants. There was such an outpouring of public support for them that they had to close the station to donations.

    Two years later, the backlash was mounting. Chancellor Angela Merkel’s government had taken steps to slow the tide of arrivals, limiting countries from which people are eligible for asylum and speeding up deportations of people whose applications had been rejected.

    Munich’s size has helped mask the impact of the refugee influx. Augsburg, founded more than 2,000 years ago, is a different story. With a population approaching 300,000, and a popular destination for refugees and foreign laborers, it was a contender to become the first majority minority city in Germany. Now almost 50 percent residents have a “migration background.”

    After a quick train trip an hour east of Munich, I biked across Augsburg’s picture-perfect main square of churches and beer gardens, passing by women strolling in hijabs and Chechnyan kids racing in circles on scooters. And near one of the largest cathedrals, down a cobblestone street, I found the Grand Hotel Cosmopolis. On first impression, it hardly felt grand, but rather like the 1960s old-age home it once was, converted into a lively Berlin artists’ squatter house.

    In a sun-drenched garden, I joined two of the artist founders and a refugee artist for a vegetarian lunch cooked in the communal basement kitchen. As we ate, they explained that the building had been abandoned for six years when some local artists spotted it and inquired about renting it out as a temporary exhibition space. But the owners, a Protestant social enterprise, said they had already entered into negotiations with the government to house asylum seekers.

    That’s when the idea came up to merge the two concepts, and add a hotel. The artists take care of the hotel, cafe and ateliers. The social enterprise, with government support, provides housing for the migrants.

    Three days after the first asylum seekers moved in, it became clear to the artists this was not just a utopian experiment in aesthetics and communal living when the first deportation letter for one of its residents arrived. “Many of the artists stopped their artistic work,” one of my guides, Susa Gunzner, told me. Instead, they focused all of their energies on learning about immigration laws and how to help the refugees.

    After lunch, I toured the 12 uniquely designed hotel rooms: One was bordello hot pink, another constructed to feel like a container ship, a third had a forest growing through it. My stark room, with a long wooden bench of a bed and simple, low table, struck me as a very elegant prison cell.

    Three days after the first asylum seekers moved in, it became clear to the artists this was not just a utopian experiment in aesthetics and communal living when the first deportation letter for one of its residents arrived.

    Gunzner, who teamed up with an Iranian artist to create the room, told me it symbolized freedom. The room is a homage to a Persian woman who moved with her family to Europe at the beginning of the 20th century and later became a spy against the Nazis. Gunzner pointed out illustrations of trees on the wall from Shiraz. “We are always trying to enrich each other and find out – sometimes through very slow processes – who the other person is,” she told me.

    Left on my own, I walked downstairs to the refugee floor, and passed a half-dozen or so baby carriages crowding the stairwell. I had been warned I was only allowed to intrude if an asylum seeker invited me in. The founders of the hotel like to say they “only have guests – with and without asylum.” I was also struck by the strangeness of putting us all in one building as fellow travelers: people on holiday rubbing elbows with people who have been running for their lives.

    Not far from Augsburg, in the aftermath of World War II, my other grandparents – on my father’s side – landed in a very different type of refugee camp, set up by the United Nations and largely funded by the United States. They were Polish Jews whose families had been slaughtered in the streets and in concentration camps. They survived the war in Siberian labor camps and in Uzbek villages, where my father was born.

    In the desperate limbo of the displaced persons camp, they created a community – my grandfather took part in local governance; my father remembers a pet dog, Blackie, a synagogue and a school. What would my grandmother have said if artists lived upstairs and American tourists stayed for a week or two, temporarily sharing her first home outside Poland, the place where my father formed his first memories? Would she have appreciated the attention, or would she have felt like a monkey in the zoo?
    The Shadow of the Past

    It was not the first time that I had traveled to Germany and discovered echoes of my family’s past in my present, as I grapple with issues of migration, persecution and intolerance today as a journalist and academic.

    A decade ago, I spent a little over a year researching contemporary guest worker policies in Berlin and Bonn. Despite my last living relative who survived the Holocaust reprimanding me that Germany was no place for a nice Jewish girl, I fell for the country’s bike and cafe culture, numerous lakes and deliberate approach to its troubled history. I almost always felt welcome as a Jew. Even my neighbor who was a neo-Nazi was dating a Venezuelan and liked to come over and chat with me. Another neighbor, whose grandfather had been active in Hitler Youth, became one of my closest friends.

    Though I was sometimes disturbed by the recent stance that Germany was not a country of immigration, as well as the focus on integration – this notion some leaders interpreted as demanding that newcomers should cede their other cultural identities – I, in many ways, felt that Germany had dealt with its past in ways that could be a lesson to all nations.

    Ten years later, I visited a Germany increasingly conflicted about its moral obligations as it confronted the refugee crisis. And in Augsburg the juxtaposition of this tolerant, generous nation and the pernicious shadow of its intolerant past were in stark relief.

    I left the Grand Hotel on Sunday morning to meet other descendants of Augsburg Jews in the glorious sanctuary of the synagogue built in 1917. The descendants of those who fled the Nazis, or had the foresight or luck to leave before the war, had traveled from South Africa, Norway, Israel and across the United States. Civil leaders turned out in large numbers to pledge “never again.” It was a familiar message. But the synagogue’s attic museum reminded me how quickly a nation can shift toward hate. For the first time, it felt less like a history lesson and more like a warning that struck very close to home.

    In Augsburg, the juxtaposition of this tolerant, generous nation, and the pernicious shadow of its intolerant past were in stark relief.

    Created in 1985, the Augsburg synagogue houses the first independent museum in Germany dedicated to Jewish history. It tells the story of how there were only 1,500 Jews in Augsburg when the Nazis came, but they enjoyed comfortable local prominence. The synagogue is a clear sign of that position. Congregants built the sanctuary – one of the most beautiful I have ever seen, with its 95ft (29m) dome and an architectural style that spans from Byzantine and Oriental elements to Art Noveau – investing in what they imagined would be a vibrant future in Augsburg.

    I was struck by a slide titled “Integration through Achievement.” The museum describes the dreams of these Jews, and it reminded me of the aspirations of many of the asylum seekers I met during my stay in Augsburg. They did not want just to live free from danger, they wanted an opportunity to be productive, successful German citizens. Chillingly, the museum concludes, the local Jewish communities were “extinguished totally.”
    Looking Back, Looking Forward

    In the year since my visit to the synagogue, I have covered U.S. authorities tearing apart asylum-seeking families as part of a larger, often vicious, crackdown. While I wish I could at least point to Germany today as a model of how to do things differently, the picture is unfortunately not so black and white.

    In German elections last fall, the far-right anti-immigrant Alternative for Germany party – whose senior member maintains that the country should be more positive about its Nazi past – won 13 percent of the popular vote. According to current polls, the party is on track to win around a similar proportion of votes in upcoming regional parliamentary elections in Bavaria on October 14.

    This year, the leader of Chancellor Angela Merkel’s sister party in Bavaria, Interior Minister Horst Seehofer, pushed her to clamp down on border policy. In the eastern German city of Chemnitz, far-right protests against immigrants in recent weeks were accompanied by xenophobic tirades.

    In August Seehofer instituted the beginning of a new plan in Bavaria that could soon transform how asylum seekers are treated. In what he described as a national model, the goal is to expedite rapid deportations. Most new asylum seekers will be transported to institutions that can house more than 1,000 people, where they will not be in contact with anyone who is not an official or a lawyer or has specific permission.

    “That’s the opposite of what we tried to do in the last years, now we are going two steps back,” said Tuelay Ates-Brunner, the managing director of Tuer an Tuer. “For people who will be rejected, nobody will see them, nobody will know them.”

    “My first impression was that I felt like I was in a new world,” Saidy told me to the beat of Afro Pop on the jukebox. “The hotel is kind of incomparable.”

    The Grand Hotel is located in Augsburg, an ancient German city on Bavaria’s tourist-trod Romantic Road. It is also the place where my mother’s father was born. He was one of the first boys to have a bar mitzvah in the ornate, domed synagogue in Augsburg – just a few years before the Jews were forced to flee or perished at the hands of the Nazis.

    Nearly a century later, I went to stay at the Grand Hotel – one of Germany’s most radical refugee integration experiments.

    Like so many inherited homelands, Augsburg was a mythical place for me, formed from family memories I had never lived – portraits of stern ancestors, the men with elaborate waxy mustaches, the buxom women with beautifully tailored clothes and lace collars. My Augsburg froze when the Nazis took over.


    https://www.newsdeeply.com/refugees/articles/2018/10/08/the-grand-refugee-hotel-the-sequel-to-my-grandfathers-germany

    #Allemagne #hôtel #réfugiés #travail #migrations #asile

  • Dentro l’Hotel house, il ghetto verticale di Porto Recanati

    “Vedi laggiù quella che chiamano la fossa degli orrori? La scientifica ha scavato qualche giorno, poi l’hanno ricoperta. Non è poi così vicina all’Hotel house”. Dall’undicesimo piano del condominio di 16 piani e quasi cinquecento appartamenti di #Porto_Recanati il colonnello in pensione Alfredo La Rosa mostra il panorama dolce della campagna marchigiana. Intorno al grattacielo avveniristico costruito alla fine degli anni sessanta per offrire una residenza sulla riviera adriatica alle famiglie benestanti della zona, il paesaggio è rimasto rurale: ci sono campi coltivati, vecchi casali abbandonati, strade sterrate.

    Intorno a una delle cascine che si vedono dal balcone del colonnello alla fine di marzo la polizia ha trovato dei resti umani e la stampa locale ha cominciato a parlare di “fossa comune” o anche di “pozzo degli orrori”, ipotizzando che si trattasse di una buca in cui erano stati occultati dei cadaveri, in qualche modo collegati a dei reati commessi nel palazzo, in cui oggi vivono circa duemila persone di quaranta diverse nazionalità.

    “Tutto quello che avviene vicino all’#Hotel_house viene ricondotto sempre ai suoi abitanti e assume tinte mostruose”, racconta sarcastico La Rosa, che è venuto a vivere all’Hotel house nel 1993, quando nel condominio abitavano solo ufficiali dell’aeronautica in servizio a Porto Potenza Picena e famiglie marchigiane della classe medioalta. “Ci passavo vicino e pensavo: ‘Quanto è bello!’. Mi piaceva l’aspetto moderno del condominio con la sua pianta a croce, i suoi ascensori, i montacarichi, i portieri e l’entrata sorvegliata”, racconta rientrando in casa dal lungo balcone, tra le statue di marmo del salotto e vecchi libri impolverati.

    Una navicella spaziale

    “L’Hotel house è un’opera che fa onore alla riviera”, aveva detto il ministro Lorenzo Natali durante l’inaugurazione della struttura. L’aspetto tecnologico che per l’epoca era davvero all’avanguardia era uno dei fiori all’occhiello del palazzo, destinato a essere “la più grande iniziativa edilizia per il turismo residenziale nella riviera adriatica”. Sembrava “una navicella spaziale di Star Trek atterrata davanti al mare”, ricorda La Rosa. Ispirandosi all’Unité d’habitation dell’architetto svizzero Le Corbusier, il costruttore Antonio Sperimenti voleva dare vita a un condominio verticale autosufficiente, che permettesse una “comoda e lussuosa villeggiatura”.

    “Vivere tra mura domestiche con i servizi di un grande albergo”, era uno degli slogan pubblicitari usati per promuovere la vendita degli appartamenti subito dopo la costruzione. Ma nel corso degli anni il progetto visionario e speculativo di Sperimenti naufragò e il palazzo, lontano più di due chilometri dal centro della città e distante quasi un chilometro dalla spiaggia, diventò un ghetto, una specie di periferia urbana in mezzo alla campagna. Un posto in cui le case costavano di meno, quindi erano più abbordabili per gli immigrati che alla fine degli anni novanta arrivavano a Porto Recanati da tutta Italia per lavorare nel ricco distretto industriale della zona. La città costiera a venticinque chilometri da Ancona, infatti, è al centro di una specie di triangolo di piccole e medie imprese che comprende da una parte le aziende del maceratese, dall’altra quelle di Recanati-Osimo-Castelfidardo e infine il distretto di pelli, cuoio e calzature di Civitanova Marche.

    Negli anni novanta gli immigrati che arrivavano a Porto Recanati attirati dall’offerta di lavoro, faticavano a trovare una casa in un territorio che aveva un mercato immobiliare con prezzi proibitivi legati al turismo. “I primi ad arrivare sono stati i senegalesi”, spiega La Rosa. “Le signore raffinate che abitavano nel palazzo li guardavano dall’alto in basso con terrore e curiosità quando gli capitava di incontrarli in ascensore”.

    Nel libro Hotel house. Etnografia di un condominio multietnico (2013), il sociologo Adriano Cancellieri ha spiegato com’è avvenuta la creazione di una sorta di doppio mercato immobiliare: uno per gli stranieri e uno per gli italiani, un sistema che ha prodotto una speculazione edilizia a tutto vantaggio delle agenzie immobiliari e dei costruttori.

    “Il meccanismo per creare guadagni dal mercato duale dei valori immobiliari è abbastanza semplice”, afferma Cancellieri. “Si tratta del cosiddetto #blockbusting: prima si favorisce la vendita di appartamenti provocando ‘paure etniche’ nei proprietari e negli affittuari, per avvantaggiarsi della caduta dei prezzi; in un secondo momento si affittano o si vendono gli appartamenti agli immigrati a prezzi più elevati. Invitando i migranti a spostarsi in un’area già popolata da altri migranti ed evitando più o meno direttamente che prendano in affitto case in altre aree (meccanismo noto come steering), e in questo modo si rafforza la costruzione di un mercato duale”.

    I ragazzini

    Il colonnello Alfredo La Rosa prende una torcia per uscire di casa e fare luce nei lunghi corridoi privi di illuminazione del palazzo, che ospita trenta appartamenti per piano e che dalla fine degli anni duemila è in condizioni fatiscenti. “Bomb the system”, c’è scritto con uno spray rosso su una parete dell’androne. “Ghali sei un eroe”, è scritto ancora più in là. Gli ascensori non funzionano più, l’impianto anti-incendio è fuori uso, ci sono problemi con le fogne, l’acqua potabile è stata razionata, la scala esterna antincendio è danneggiata e i vetri di alcune finestre degli ambienti comuni sono rotte.

    Nonostante tutto, La Rosa non ha mai pensato di vendere il suo appartamento di sessanta metri quadri perché apprezza la dimensione umana del condominio. Ma è uno dei pochi italiani rimasti nel palazzo. Molti hanno venduto, ma la maggior parte ha affittato gli appartamenti agli immigrati senegalesi, bangladesi, pachistani, tunisini. “Oggi il 40 per cento degli appartamenti è di proprietà delle banche, mentre gli italiani che hanno ancora degli appartamenti li danno in affitto. Ma poi spesso non pagano le spese condominiali”. A La Rosa piace il fatto che tra gli abitanti si sia creata una difficile, ma imprescindibile convivenza. Da quando è in pensione si è fatto promotore di corsi d’italiano per le donne straniere del palazzo e ogni tanto dà ripetizioni ai figli dei vicini.

    “Sono figlio di un carabiniere. Sono nato a Sirte, in Libia, e poi con la famiglia abbiamo vissuto un po’ in tutta Italia, in base alle necessità del lavoro di mio padre, per questo ho imparato ad adattarmi in tutte le situazioni e ritrovo una parte di questa capacità di adattamento negli abitanti dell’Hotel house”, racconta. Il condominio multietnico gli ricorda la dimensione popolare di un palazzo in cui ha vissuto per qualche tempo da bambino, a Bari. “Nei caseggiati popolari tutto si svolgeva per le scale, tutti erano coinvolti nella vita degli altri. Questo aspetto mi piaceva molto, mi faceva sentire a casa. E provo la stessa cosa qui all’Hotel house”.

    Per mandare i bambini a scuola dobbiamo pagare di tasca nostra degli autobus

    Ognuno vive nella sua bolla, ogni casa riproduce usi e costumi del paese d’origine degli abitanti, ma poi è necessario trovare un modo di uscire e convivere con gli altri. “Per questo l’Hotel house parla del nostro passato, di quando gli immigrati erano i meridionali che andavano a lavorare al nord ed erano trattati con disprezzo dai torinesi. L’Hotel house parla anche del futuro, della società multietnica che ci aspetta. Questo edificio potrebbe essere una grande occasione per sperimentare delle forme di convivenza”, afferma La Rosa.

    Eppure gli abitanti di Porto Recanati hanno sempre guardato il palazzo con diffidenza, complice il fatto che i costruttori l’avevano concepito come una struttura autosufficiente: questo aspetto nel corso del tempo ha favorito l’isolamento dei suoi abitanti e un’aggressiva speculazione edilizia da parte dei vecchi proprietari. “Per mandare i bambini a scuola dobbiamo pagare di tasca nostra degli autobus, 50 euro ogni tre mesi”, racconta La Rosa, anche se per la verità gli autobus scolastici sono a pagamento in tutta Porto Recanati.

    Sono proprio i ragazzini del palazzo, quasi quattrocento, a vivere con più sofferenza lo strano destino di mediatori che gli è toccato. Alle loro storie l’antropologo Giorgio Cingolani, insieme al regista Claudio Gaetani, ha dedicato il documentario Homeward bound, in cui mostra quanto sia difficile per molti ragazzi fare da ponte tra la cultura d’origine dei genitori e quella della provincia marchigiana in cui sono cresciuti.

    “Per i ragazzi vivere all’Hotel house è come uno stigma, non dicono all’esterno che vivono qui. Molti alla fine non ce la fanno a reggere il conflitto tra dentro e fuori ed emigrano in altri paesi europei, come quasi tutti i protagonisti del mio documentario che se ne sono andati nel Regno Unito”, racconta Cingolani nel libro Hotel/Casa. “Qui l’isolamento produce un confine anche dentro le persone, che a sua volta genera indifferenza o terrore. Per superare questa condizione i giovani del palazzo dovrebbero essere messi al centro di un nuovo piano urbanistico d’inclusione dell’edificio nella città”.

    Il ruolo dei giornali
    “La stampa inoltre ha costruito intorno all’Hotel house una narrazione molto negativa che lo rappresenta come un luogo di degrado e di criminalità, in cui ci sono spaccio e prostituzione e in cui si consumano i peggiori reati”, racconta l’antropologo. Dopo aver analizzato il modo in cui i mezzi d’informazione hanno parlato dell’Hotel house tra il 2002 e il 2007 si è reso conto che “basta dire Hotel house per evocare in maniera persuasiva interpretazioni pregiudiziali, veicolare una serie di significati che fanno del luogo un simbolo di degrado sociale, culturale e civile. Tutto questo al di là della gravità e della portata, spesso insignificante, dei singoli episodi raccontati”. Nel 70 per cento dei casi, infatti, negli articoli dei giornali locali analizzati da Cingolani il palazzo è associato a questioni che riguardano l’ordine e la sicurezza.

    Quello che è successo a fine marzo con il ritrovamento dei resti umani in un terreno vicino al palazzo è un esempio di questo atteggiamento. “Se trovano dei cadaveri nascosti nei pressi di casa mia, non è detto che sia io l’assassino. E invece quando si parla di Hotel house, il registro pruriginoso dello scandalo e del mostruoso è sempre in agguato”, afferma il colonnello De Rosa. “Nel terreno dove hanno trovato quei resti un tempo c’era una rivendita agricola, le donne dell’Hotel house ci andavano a comprare i polli e le uova. C’era un allevamento di maiali. Poi quando la cascina è stata abbandonata è diventato un luogo di ritrovo di spacciatori. Ci andavano molti tossicodipendenti, per tenersi lontani da sguardi indiscreti”.

    Gli abitanti del palazzo hanno organizzato delle ronde interne contro gli spacciatori

    “Non c’è nessun collegamento tra la fossa e il condominio. Inoltre sembra che i corpi ritrovati siano uno o due, non decine come si era detto in un primo momento. Un caso di cronaca che però è stato subito accostato all’Hotel house ed è diventato un fatto mostruoso”, continua serafico La Rosa, anche se non nega che ci siano problemi nell’edificio. “Alcuni pachistani una decina di anni fa gestivano la distribuzione all’ingrosso dell’eroina all’interno del palazzo, ma gli abitanti hanno organizzato delle ronde interne contro gli spacciatori e li hanno picchiati per mandarli via”.

    La marginalità e le condizioni di degrado in cui il condominio versa da anni non hanno favorito l’indipendenza e l’autonomia delle persone che ci vivono, e la criminalità organizzata ha approfittato della situazione. “Ma la prostituzione e lo spaccio di droga qui sono un fenomeno marginale”, spiega l’antropologo Cingolani, “riguardano una minoranza di persone. Mentre sono un problema in tutto il territorio marchigiano, che si trova sulla rotta dell’eroina dall’Afghanistan all’Italia. Non è un problema solo dell’Hotel house, e in fondo basterebbe mettere una volante di pattuglia per scoraggiare le attività illegali nel palazzo. E i primi a ricavarne un vantaggio sarebbero gli abitanti. Tutto questo è provocato dalle politiche italiane sull’immigrazione che si basano sull’invisibilità e la ghettizzazione degli immigrati”.

    Senza ascensore
    Nell’androne del palazzo Gianfranca Zanzi, detta Franca, ed Enzo – due abitanti del tredicesimo e del quattordicesimo piano – hanno piazzato una scrivania e fermano tutti i condomini che entrano ed escono dal portone per raccogliere gli ottomila euro necessari per l’allaccio alle fogne. “Chiediamo quaranta euro a ciascun condomino per portare avanti i lavori nella fossa settica”, spiega Zanzi. La donna, di origini romagnole, si è trasferita qui nel 2010, perché lavorava in un’azienda della zona che produceva impianti fotovoltaici. Qualche anno fa è stata licenziata ed è rimasta disoccupata. Uno dei problemi principali del palazzo sono i debiti accumulati per il mancato pagamento delle rate condominiali da parte di molti residenti. “Uno pensa che siano gli immigrati a non pagare il condominio, ma ci sono anche molti italiani che non pagano, proprio quelli che affittano gli appartamenti agli immigrati”, spiega Zanzi.

    A causa della morosità diffusa, che ha prodotto un buco di circa un milione di euro nel bilancio del condominio, nel 2015 l’amministrazione dell’edificio è stata commissariata, ma anche la nuova non ha raggiunto i risultati di risanamento sperati. Tanto che nel 2017 il sindaco di Porto Recanati, Roberto Mozzicafreddo, ha minacciato di sgomberare la struttura se non sarà messa a norma contro gli incendi e se non saranno ripristinate le fognature. Per Giorgio Cingolani però le autorità non si sono mai interessate al problema, se non per suggerire una sorta di soluzione finale: “L’Hotel house è la storia di una serie di occasioni mancate da parte delle autorità”. Gli abitanti per migliorare la loro condizione si autoorganizzano, fanno collette, fanno ronde contro gli spacciatori, non chiedono mai aiuto alle autorità e questo alimenta una situazione ancora più estrema d’isolamento che fa somigliare il palazzo “a un’enclave”.

    Un emblema di questa situazione è la storia di Messaud Mekhalef, un algerino di 47 anni, che vive in Italia dal 1991 e che da qualche anno è affetto da una grave malattia alla spina dorsale che lo ha ridotto all’infermità. “Messaud non può camminare e vive all’ottavo piano del palazzo. Da quando l’ascensore si è rotto, non può fare fisioterapia, non può andare dal medico o all’ospedale, vive come murato in casa”, racconta Zanzi accompagnandoci a casa di Mekhalef.

    L’uomo è molto religioso e passa le giornate steso o seduto nel lettino d’emergenza ricavato nel salotto a scrivere a mano le sue riflessioni su grandi quadernoni di carta. “La vita è gioia e vorrei lasciare dietro di me quello che ho imparato per quelli che arriveranno dopo, vorrei lasciare una scia di luce”, racconta l’algerino. Ha un cappello di lana calzato sulla testa e fa dei piccoli disegni vicino alle scritte in arabo e in italiano. In Italia Mekhalef è arrivato da ragazzo con un volo dalla sua città, Setif. All’epoca non c’era bisogno nemmeno del visto per venire in Europa. Ha lavorato come bracciante agricolo per dieci anni a Foggia e a Villa Literno, in Campania, poi intorno al 2000 un amico gli ha detto di trasferirisi nelle Marche, dov’era più facile trovare lavoro. Così Mekhalef è venuto a vivere all’Hotel house ed è stato assunto come operaio dal gruppo Ragaini, che produce radiatori in acciaio e alluminio.

    L’algerino si è messo anche a studiare e ha preso la terza media e la specializzazione da operaio saldatore. Poi ha scoperto di essere gravemente malato e ha dovuto smettere di lavorare. Ora vive grazie all’interessamento dei vicini, che gli vanno a fare la spesa e lo aiutano con le pratiche burocratiche. Ma non può uscire, perché ci vorrebbero quattro persone per trasportarlo a braccio fino al piano terra. Almeno fino a quando l’ascensore non sarà riparato.

    Messaud Mekhalef ha un solo rimpianto: “Ho sbagliato a non sposarmi, ma qualche anno fa pensavo solo a lavorare”. Ora alla sua famiglia in Algeria non ha il coraggio di dire che non può più camminare. Le autorità italiane non s’interessano alla sua salute né a quella degli altri disabili e degli anziani del palazzo. “Una famiglia con un bambino disabile ha dovuto trasferirsi in un’altra casa, perché il ragazzino non poteva scendere le scale”, racconta Zanzi, che ha un grande affetto per Mekhalef e lo sta aiutando perché gli venga riconosciuta l’invalidità.

    “Gli uomini non pensano mai che prendersi cura della propria salute è come preoccuparsi della propria felicità”, dice Mekhalef. Anche per questo detesta gli spacciatori che girano intorno al palazzo. “Ci vorrebbe il pugno di ferro”, afferma. Della stessa idea è Zakiri, un ragazzo bangladese che vive all’Hotel house e coordina la squadra di cricket dei bangladesi di Porto Recanati. Zakiri ha ottenuto la cittadinanza italiana, lavora in una fabbrica della zona con un contratto regolare e parla un ottimo italiano. Lui e sua moglie aspettano un figlio, che nascerà all’Hotel house.

    “Ci sentiamo portorecanatesi, ci troviamo bene qui nonostante tutti i problemi. Ci piacerebbe che le autorità ci stessero più vicine, ci aiutassero a mandare via i criminali e a risolvere i problemi di sicurezza dell’edificio. La maggior parte delle persone qui vivono con la famiglia, lavorano nelle aziende della zona”, racconta Zakiri, che sta preparando gli allenamenti della squadra di cricket. “Siamo una delle squadre più forti delle Marche, quelli di Pesaro ci temono. Ma non abbiamo nemmeno un campo regolamentare in cui allenarci”, racconta. Nel pomeriggio la squadra è convocata nella piscina dismessa dell’Hotel house, che con molta immaginazione è stata trasformata in un campo di cricket. Prima di scendere a giocare Zakiri confessa: “Il nostro sogno è di partecipare ai campionati nazionali a Roma”.

    https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/05/03/hotel-house-porto-recanati-immigrazione
    #logement #hébergement #migrations #Italie #ghetto #marché_immobilier

    • Hotel house. Etnografia di una condominio multietnico

      L’Hotel House è un enorme condominio di architettura razionalista composto da 480 appartamenti, situato nella parte meridionale della cittadina di Porto Recanati, nel Sud delle Marche. Luogo peculiare per la sua conformazione urbanistica, nettamente separato dal resto della città, lo è altrettanto per la sua demografia: progettato alla fine degli anni Sessanta per il soggiorno di italiani vacanzieri di ceto medio, a partire dagli anni Novanta si è trasformato in luogo di concentrazione di una popolazione di lavoratori immigrati provenienti da oltre quaranta Paesi. Frutto di una prolungata ricerca etnografica, il lavoro di Cancellieri ci porta dritto nel cuore dell’Hotel House: mostrandoci come si vive e come si esperisce quotidianamente la differenza, come si lotta per «farsi spazio», come ci si mobilita per opporsi al doppio processo di ghettizzazione e stigmatizzazione, Hotel House costituisce una ricchissima fonte di dati e riflessioni. Se infatti il caso di Porto Recanati è certamente singolare, se non unico nel nostro Paese, esso è al tempo stesso profondamente sintomatico e significativo delle nuove configurazioni della spazialità contemporanea e delle sue sfide.

      http://www.professionaldreamers.net/?p=3026
      #livre

  • mulliez : Une place dans les grands projets parisiens Eric Treguier - 3 Juillet 2018 - chalenge

    Sur ces quatres appels d’offres, le plus gros, le plus visible aussi, c’est sans conteste le chantier de la Gare du Nord. Les Lillois du groupe #Mulliez sauront, dans quelques jours, sinon dans quelques heures, s’ils emportent le morceau face au des autres finalistes, spécialistes eux aussi de l’immobilier commercial : Apsys et Altaréa-Cogédim. Pour la foncière nordiste, c’est l’opération qui ferait basculer son modèle et fera entrer #Ceetrus dans le monde des grands de l’aménagement urbain. L’ex-Immochan deviendrait alors un animateur de lieux, et plus seulement le gestionnaire des magasins des marques du groupe (Pimckie, Norauto, Auchan, Leroy-Merlin…). Ce qu’il a été pendant 40 ans. Il s’agit d’un budget de plusieurs centaines de millions d’euros et qui vise à rénover la première gare parisienne, qui a déjà eu un coup de lifting entre 2014 et 2017, et à la préparer pour 2024, c’est à dire pour les Jeux olympiques. Avec ses architectes du cabinet Valode & Pistre, les Nordistes ont conçu une toiture végétalisée et à des innovations sur la mobilité qui pourrait, selon des spécialistes, leur permettre de décrocher le chantier...


    Derrière ce gros projet, Ceetrus devrait annoncer dans les prochains jours deux autres dossiers sur lesquels elle a été sélectionnée en short-list, avec là encore, de bonne chances d’être retenue. Il s’agit de l’ex-usine de pompage d’eau de Seine dite « Usine d’#Auteuil », dans le 16ème arrondissement, un ensemble de 3500 m² (deux halles et un bâtiment annexe) qu’il faut réhabiliter, dans le cadre de l’appel à projets «  Réinventer #Paris  », et qu’il faut densifier avec des commerces et des logements. Ceetrus est aussi finaliste sur un autre chantier : l’#Hôtel-Dieu. C’est le plus ancien hôpital de la capitale, en plein cœur de #Paris, à deux pas de Notre-Dame. Il a déjà été en partie attribué, l’an dernier, mais il reste une partie non négligeable (environ 17 000 m²) à restructurer. La présélection de Ceetrus montre sa détermination à se battre face à de nombreux concurrents pour ce projet situé dans un quartier parmi les plus prisés de la capitale. La foncière a aussi été présélectionnée, avec deux autres concurrents, pour construire trois passerelles au-dessus de la Seine, et en faire des lieux de passage et d’animation, dans le cadre de «  Reinventing Cities  »…

    Enfin, le groupe a aussi été retenu sur un dernier appel d’offre, ultra-parisien s’il en est : le déménagement des réserves du #Centre_Pompidou. Le musée national d’Art moderne (#MNAM) du Centre Pompidou, au coeur de Paris, cherche en effet 30000 mètres carrés en #Ile-de-France à l’horizon 2025 pour des espaces de stockage, d’exposition et de recherche. Car il est confronté à un problème de stockage de ses 120 000 œuvres. Et il cherche activement à pouvoir les stocker à moins de 45 minutes des tuyauteries de #Beaubourg. «  On pourrait très bien imaginer que ces réserves puissent être accueillies sur notre pôle d’exposition de 12000 m² de notre projet #EuropaCity, à #Gonnesse, dans le Val d’Oise. Nous avons ce qu’il faut pour cela...  » se plait à espérer Benoit Lheureux, directeur général de la foncière présidée par Vianney Mulliez, fils d’un cousin germain du fondateur du groupe nordiste. Il faut dire que pour le moment, son projet a été stoppé en rase campagne. En mars dernier, le tribunal de Cergy-Pontoise avait annulé la ZAC créant Europacity. Depuis, l’Etat et l’agence Grand Paris Aménagement ont fait appel, mais la candidature d’Europacity comme Réserve de Beaubourg ressemble beaucoup à un dernier espoir pour relancer ce #méga-projet de plusieurs milliards, créé il y a maintenant une dizaine d’années et financé par les chinois du groupe #Wanda et… la famille Mulliez.

    #Gare #auchan #centre_commercial #centres_commerciaux #Auchan_dégage #les_hagards_du_Nord #immobilier #carambouille

  • Hotel Aviation Brussels - Welcome
    https://www.aviation-hotel.com/en

    Hotel Aviation is located in Anderlecht, a 6-minute walk from Brussels-South Train Station with the Eurostar and Thalys terminals. Free Wi-Fi access is available. The Manneken Pis Statue is 1 km away.

    At Hotel Aviation, you can start the day with a freshly prepared breakfast. Lunch time or evening, you can eat in our restaurant “Brasserie l’Escale”.

    Brussels Airport is 17 km away. Brussels-Central Train Station and the Grand Place are within 2 km. The well-known Atomium is a 19-minute drive.

    #Belgique #Bruxelles #hôtel

  • Le touriste, un « colon en puissance » ?

    Étudiant l’essor du #tourisme dans l’#Algérie coloniale, #Colette_Zytnicki montre que les #hôtels, les #stations_balnéaires et les #parcs_nationaux renforcent matériellement et psychologiquement la présence française. La #patrimonialisation du territoire est une autre manière de se l’approprier.


    http://www.laviedesidees.fr/Le-touriste-un-colon-en-puissance.html
    #appropriation #colonisation #colonialisme #livre #histoire

  • Avec les « Kellys », les #Femmes_de_ménage espagnoles sortent de l’ombre
    https://www.mediapart.fr/journal/international/240318/avec-les-kellys-les-femmes-de-menage-espagnoles-sortent-de-l-ombre

    Une femme de ménage à Madrid en mai 2011. © Paul Hanna / Reuters Elles sont environ 2 000 femmes dans toute l’Espagne à se battre contre la précarité de leur secteur, exacerbée par la récente réforme du code du travail. Preuve de leur succès, une « loi Kellys » est en débat au Congrès des députés. Troisième volet de notre série sur les mouvements de précaires en #europe.

    #International #Economie #Espagne #hôtels #Las_Kellys #précarité

  • FDP Senat soll Gebäude öffnen: SED-Zentrale bald nicht mehr Geisterhaus? | Berliner-Kurier.de
    https://www.berliner-kurier.de/fdp-senat-soll-gebaeude-oeffnen-sed-zentrale-bald-nicht-mehr-geister


    So ändern sich die Zeiten. Vor wenigen Jahren noch Geisterhaus, heut Luxus-Absteige. Der heutige Name Soho-House erinnert passend an kriminelle Vergangenheit und Aufstieg zu Glanz und Ruhm des internationalen Jet Set.

    22.01.05 Mitte - Bis 1956 war es die Machtzentrale der SED-Führung, heute ist es nur noch ein Geisterhaus. Gestern besuchten FDP-Abgeordnete das ehemalige Pieck-Haus und forderten: „Hier muss sich was tun!“.Von der Decke blättert die Farbe, das graue Linoleum im Treppenhaus wellt sich, die Fenstergitter rosten. Seit der Wende steht das Haus des ehemaligen Zentralen Parteiarchivs der SED an der Ecke Prenzlauer Allee/Torstraße leer. Im zweiten Stock hatte Wilhelm Pieck, einer der beiden SED-Vorsitzenden und Präsident der DDR, sein Zimmer. Große Fenster, vor denen noch eingestaubte Stores hängen, holzgetäfelte Wände. Aus einem Wandschrank quellen mit Schreibmaschine betippte Manuskripte. Martin Lindner, Chef der FDP-Fraktion im Abgeordnetenhaus, zieht ein Blatt heraus, liest ein Zitat über die „militärische Verteidigung der Arbeiterklasse“ vor. „Das ist unmöglich“, sagt er. „Der Senat muss was tun, dass jeder diese Stätte der SED-Diktatur sehen kann.“ Noch ist offen, was aus dem Haus wird, das zu 80 Prozent jüdischen Erben gehört. Projektentwickler Stefan Klingsöhr: „Wir haben eine Baugenehmigung für Büros oder ein Hotel. Beide Bereiche sind momentan nicht so gefragt.“.BU: In diesem Zimmer stand einst der Schreibtisch von Wilhelm Pieck.

    https://de.wikipedia.org/wiki/Kaufhaus_Jona%C3%9F

    #Berlin #Mitte #Torstraße #Prenzauer_Allee #Immobilien #Geschichte #Hotel #Nazis

  • #Hotel_Jugoslavija

    La Yougoslavie n’existe plus, mais l’Hôtel Jugoslavija hante encore le paysage belgradois tel un miroir tendu à une #Serbie en quête de nouveaux repères. En explorant le bâtiment à différentes époques, en sondant la #mémoire de ceux qui l’ont habité, le réalisateur, d’origine yougoslave mais né et ayant toujours vécu en Suisse, crée un espace-temps singulier d’où émergent un forme d’inconscient collectif et une part de sa propre identité.


    http://www.swissfilms.ch/fr/film_search/filmdetails/-/id_film/2147112216

    #film #Belgrade #documentaire #Nicolas_Wagnières
    cc @albertocampiphoto @reka

  • Croatian media report new ‘Balkan route’

    Croatian media have reported the emergence of a new ’Balkan route’ used by migrants to reach western Europe without passing through Macedonia and Serbia.

    Middle Eastern migrants have opened up a new ’Balkan route’ in their attempt to find a better life in western Europe after the traditional route through Macedonia and Serbia was closed. This is according to a report by Zagreb newspaper Jutarnji list.

    From Greece, the new route takes them through Albania, Montenegro, Bosnia Herzegovina, Croatia and Slovenia.

    http://www.infomigrants.net/en/post/7522/croatian-media-report-new-balkan-route?ref=tw
    #parcours_migratoires #route_migratoire #Balkans #ex-Yougoslavie #route_des_balkans #Albanie #Monténégro #Bosnie #Croatie #Slovénie #migrations #asile #réfugiés

    • Bosnia and the new Balkan Route: increased arrivals strain the country’s resources

      Over the past few months, the number of refugees and asylum seekers arriving to Bosnia has steadily increased. Border closures – both political and physical – in other Balkan states have pushed greater numbers of people to travel through Bosnia, in their attempt to reach the European Union.

      In 2017, authorities registered 755 people; this year, in January and February alone, 520 people arrived. The trend has continued into March; and in the coming weeks another 1000 people are expected to arrive from Serbia and Montenegro. Resources are already strained, as the small country struggles to meet the needs of the new arrivals.

      https://helprefugees.org/bosnia-new-balkan-route

    • Le Monténégro, nouveau pays de transit sur la route des migrants et des réfugiés

      Ils arrivent d’#Albanie et veulent passer en #Bosnie-Herzégovine, étape suivante sur la longue route menant vers l’Europe occidentale, mais des milliers de réfugiés sont ballotés, rejetés d’une frontière à l’autre. Parmi eux, de nombreuses familles, des femmes et des enfants. Au Monténégro, la solidarité des citoyens supplée les carences de l’État. Reportage.

      Au mois de février, Sabina Talović a vu un groupe de jeunes hommes arriver à la gare routière de Pljevlja, dans le nord du Monténégro. En s’approchant, elle a vite compris qu’il s’agissait de réfugiés syriens qui, après avoir traversé la Turquie, la Grèce et l’Albanie, se dirigeaient vers la Bosnie-Herzégovine en espérant rejoindre l’Europe occidentale. Elle les a conduits au local de son organisation féministe, Bona Fide, pour leur donner à manger, des vêtements, des chaussures, un endroit pour se reposer, des soins médicaux. Depuis la fin du mois d’avril, 389 personnes ont trouvé un refuge temporaire auprès de Bona Fide. L’organisation travaille d’une manière indépendante, mais qu’après quatre mois de bénévolat, Sabina veut faire appel aux dons pour pouvoir nourrir ces migrants. Elle ajoute que le nombre de migrants au Monténégro est en augmentation constante et qu’il faut s’attendre à un été difficile.

      Au cours des trois premiers mois de l’année 2018, 458 demandes d’asiles ont été enregistrées au Monténégro, plus que la totalité des demandes pour l’année 2016 et plus de la moitié des 849 demandes enregistrées pour toute l’année 2017. Il est peu vraisemblable que ceux qui demandent l’asile au Monténégro veuillent y rester, parce le pays offre rarement une telle protection. En 2017, sur 800 demandes, seules sept personnes ont reçu un statut de protection et une seule a obtenu le statut de réfugié. Cette année, personne n’a encore reçu de réponse positive. Il suffit néanmoins de déposer une demande pour avoir le droit de séjourner à titre provisoire dans le pays. C’est un rude défi pour le Monténégro de loger tous ces gens arrivés depuis le mois d’août 2017, explique Milanka Baković, cadre du ministère de l’Intérieur. Les capacités d’accueil du pays sont largement dépassées. Selon les sources du ministère, un camp d’accueil devrait bientôt ouvrir à la frontière avec l’Albanie.

      “Nous prenons un taxi pour passer les frontières. Ensuite, nous marchons. Quand nous arrivons dans un nouveau pays, nous demandons de l’aide à la Croix Rouge.”

      Ali a quitté la Syrie il y a trois mois avec sa femme et ses enfants mineurs. Ils vivent maintenant à Spuž, dans un centre pour demandeurs d’asile établi en 2015. Avant d’arriver au Monténégro, la famille a traversé quatre pays et elle est bien décidée à poursuivre sa route jusqu’en Allemagne, pour rejoindre d’autres membres de leur famille. « Nous prenons un taxi pour passer les frontières. Ensuite, nous marchons. Quand nous arrivons dans un nouveau pays, nous demandons de l’aide à la Croix Rouge ou à qui peut pour trouver un endroit où nous pouvons rester quelques jours… Nous avons peur de ce qui peut nous arriver sur la route mais nous sommes optimistes et, si Dieu le veut, nous atteindrons notre but. »

      Comme tant d’autres avant eux, Ali et sa famille ont traversé la Grèce. Certains ont franchi la frontière entre l’Albanie et le Monténégro en camionnette en payant 250 euros des passeurs. Les autres ont emprunté une route de montagnes sinueuse et des chemins de traverse difficiles avant de traverser la frontière et de redescendre jusqu’à la route de Tuzi, sur les bords du lac de Skadar. Là, il y a une mosquée où les voyageurs peuvent passer la nuit. Certains poursuivent leur route et tentent de traverser les frontières de la Bosnie-Herzégovine, en évitant de se faire enregistrer.

      S’ils sont appréhendés par la police, les migrants et réfugiés peuvent demander l’asile et le Monténégro, comme n’importe quel autre pays, est obligé d’accueillir dans des conditions correctes et en sécurité tous les demandeurs jusqu’à ce qu’une décision finale soit prise sur leur requête. Dejan Andrić, chef du service des migrations illégales auprès de la police des frontières, pense que la police monténégrine a réussi à enregistrer toutes les personnes entrées sur le territoire. « Ils restent ici quelques jours, font une demande d’asile et peuvent circuler librement dans le pays », précise-t-il. Toutefois des experts contestent que tous les migrants traversant le pays puissent être enregistrés, ce qui veut dire qu’il est difficile d’établir le nombre exact de personnes traversant le Monténégro. La mission locale du Haut commissariat des Nations Unies aux réfugiés (UNHCR) se méfie également des chiffres officiels, et souligne « qu’on peut s’attendre à ce qu’un certain nombre de personnes traversent le Monténégro sans aucun enregistrement ».

      Repoussés d’un pays à l’autre

      Z. vient du Moyen-Orient, et il a entamé son voyage voici cinq ans. Il a passé beaucoup de temps en Grèce, mais il a décidé de poursuivre sa route vers l’Europe du nord. Pour le moment, il vit au centre d’hébergement de Spuž, qui peut recevoir 80 personnes, ce qui est bien insuffisant pour accueillir tous les demandeurs d’asile. Z. a essayé de passer du Monténégro en Bosnie-Herzégovine et en Croatie mais, comme beaucoup, il a été repoussé par la police. Selon la Déclaration universelle des droits humains, chaque individu a pourtant le droit de demander l’asile dans un autre pays. Chaque pays doit mettre en place des instruments pour garantir ce droit d’asile, les procédures étant laissées à la discrétion de chaque Etat. Cependant, les accords de réadmission signés entre Etats voisins donnent la possibilité de renvoyer les gens d’un pays à l’autre.

      Dejan Andrić affirme néanmoins que beaucoup de migrants arrivent au Monténégro sans document prouvant qu’ils proviennent d’Albanie. « Dans quelques cas, nous avons des preuves mais la plupart du temps, nous ne pouvons pas les renvoyer en Albanie, et même quand nous avons des preuves de leur passage en Albanie, les autorités de ce pays ne répondent pas de manière positive à nos demandes. » Ceux qui sont repoussés en tentant de traverser la frontière de Bosnie-Herzégovine finissent par échouer à Spuž, mais plus souvent dans la prison de la ville qu’au centre d’accueil. « Si les réfugiés sont pris à traverser la frontière, ils sont ramenés au Monténégro selon l’accord de réadmission. Nous notifions alors au Bureau pour l’asile que cette personne a illégalement essayé de quitter le territoire du Monténégro », explique Dejan Andrić.

      Selon la loi, en tel cas, les autorités monténégrines sont dans l’obligation de verbaliser les personnes pour franchissement illégal de la frontière. Cela se termine devant le Tribunal, qui inflige une amende d’au moins 200 euros. Comme les gens n’ont pas d’argent pour payer l’amende, ils sont expédiés pour trois ou quatre jours dans la prison de Spuž, où les conditions sont très mauvaises. Des Algériens qui se sont retrouvés en prison affirment qu’on ne leur a donné ni lit, ni draps. En dépit de ces accusations portées par plusieurs demandeurs d’asile, le bureau monténégrin du HCR réfute toutes les accusations de mauvais traitements. « Le HCR rend visite à ces gens et les invite à déposer une demande d’asile pour obtenir de l’aide, jamais nous n’avons eu de plainte concernant la façon dont ils étaient traités. »

      Néanmoins, un grand nombre de personnes qui veulent poursuivre leur route parviennent à gagner la Bosnie-Herzégovine. La route la plus fréquentée passe entre les villes de Nikšić et Trebinje. Du 1er janvier au 31 mars, la police a intercepté 92 personnes qui avaient pénétré dans la zone frontalière orientale en provenant du Monténégro, alors que 595 personnes ont été empêchées d’entrer en Bosnie par la frontière sud du pays. Des Monténégrins affirment avoir vu des gens qui marchaient vers la frontière durant les mois d’hiver, cherchant à se protéger du froid dans des maisons abandonnées. La police des frontières de Bosnie-Herzégovine explique que depuis le début de l’année 2018, les familles, les femmes et les enfants sont de plus en plus nombreux à pénétrer dans le pays, alors qu’auparavant, il s’agissait principalement de jeunes hommes célibataires.

      Violences sur les frontières croates

      Farbut Farmani vient d’Iran, il que son ami a tenté à cinq ou six reprises de franchir la frontière de la Bosnie-Herzégovine, et lui-même deux fois. « Une fois en Bosnie, j’ai contacté le bureau du HCR. Ils m’ont dit qu’ils allaient m’aider. J’étais épuisé parce que j’avais marché 55 kms dans les bois et la neige, c’était très dur. Le HCR de Sarajevo a promis qu’il allait s’occuper de nous et nous emmener à Sarajevo. Au lieu de cela, la police est venue et nous a renvoyé au Monténégro ». Parmi les personnes interpelées, beaucoup viennent du Moyen Orient et de zones touchées par la guerre, mais aussi d’Albanie, du Kosovo ou encore de Turquie.

      La police des frontières de Croatie affirme qu’elle fait son devoir conformément à l’accord avec l’accord passé entre les gouvernements de Croatie et du Monténégro. Pourtant, depuis l’été dernier, les frontières monténégrino-croates ont été le théâtre de scènes de violences. Des volontaires ont rapporté, documents à l’appui, des scènes similaires à celles que l’on observe aux frontières serbo-croates ou serbo-hongroises, alors que personne n’a encore fait état de violences à la frontière serbo-monténégrine.

      La frontière croate n’est d’ailleurs pas la seule à se fermer. En février, l’Albanie a signé un accord avec Frontex, l’agence européenne pour la protection des frontières, qui doit entrer en vigueur au mois de juin. L’accord prévoit l’arrivée de policiers européens, des formation et de l’équipement supplémentaire pour la police locale, afin de mieux protéger les frontières. Pour sa part, le gouvernement hongrois a annoncé qu’il allait offrir au Monténégro des fils de fer barbelés afin de protéger 25 kilomètres de frontière – on ne sait pas encore quel segment de la frontière sera ainsi renforcé. Selon le contrat, le fil de fer sera considéré comme un don, exempté de frais de douanes et de taxes, et la Hongrie enverra des experts pour l’installer.

      Pratiquement aucun migrant n’imagine son avenir dans les Balkans, mais si les frontières se ferment, ils risquent d’être bloqués, et pourraient connaître le même sort que les réfugiés du Kosovo qui sont venus au Monténégro pendant les bombardements de l’OTAN en 1999. D’ailleurs, beaucoup de Roms, d’Egyptiens ou d’Ashkali du Kosovo vivent toujours à Podgorica, souvent dans des conditions abominables comme à Vrela Ribnička, près de la décharge de la ville. L’été risque de voir beaucoup de réfugiés affluer dans les Balkans. Il est donc urgent de créer des moyens d’accueil dignes de ce nom.

      https://www.courrierdesbalkans.fr/Migrants-le-trou-noir-des-Balkans

    • Cittadini di Bosnia Erzegovina: solidali coi migranti

      La nuova ondata di migranti che passano dalla Bosnia Erzegovina per poter raggiungere l’UE ha trovato riluttanti e impreparate le autorità ma non la gente. I bosniaco-erzegovesi, memori del loro calvario, si sono subito prodigati in gesti di aiuto


      https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Cittadini-di-Bosnia-Erzegovina-solidali-coi-migranti-188155
      #solidarité

    • La Bosnie-Herzégovine s’indigne des réfugiés iraniens qui arrivent de Serbie

      Les autorités de Sarajevo ne cachent pas leur colère. Depuis que Belgrade autorise l’entrée des Iraniens sur son sol sans visas, ceux-ci sont de plus en plus nombreux à passer illégalement par la Bosnie-Herzégovine pour tenter de rejoindre l’Union européenne.

      Par la rédaction

      (Avec Radio Slobodna Evropa) - Selon le Commissaire serbe aux migrations, Vladimir Cucić, à peine quelques centaines de réfugiés en provenance d’Iran auraient « abusé » du régime sans visa introduit en août 2017 pour quitter la Serbie et tenter de rejoindre l’Europe occidentale. « Environ 9000 Iraniens sont entrés légalement en Serbie depuis le début de l’année 2018. Il n’agit donc que d’un petit pourcentage », explique-t-il à Radio Slobodna Evropa.

      Pourtant, selon le ministre bosnien de la Sécurité, le nombre d’Iraniens arrivant en Bosnie-Herzégovine a considérablement grimpé après l’abolition par Belgrade du régime des visas avec Téhéran. Le 31 mai, Dragan Mektić a mis en garde contre un nombre croissant d’arrivées clandestines d’Iraniens en Bosnie-Herzégovine via la frontière serbe, dans la région de Zvornik et de Višegrad.

      Depuis le mois de mars 2018, quatre vol hebdomadaires directs relient Téhéran et Belgrade. Pour Vladimir Cucić, la plupart des visiteurs iraniens sont des touristes à la découverte de la Serbie. « Les Iraniens figurent à la septième place des nationalités représentées dans les centres d’accueils serbes », ajoute-t-il, où sont hébergées 3270 personnes. « Nous comptons actuellement un peu moins de 400 réfugiés iraniens dans les camps d’accueil. Rien de dramatique ».

      https://www.courrierdesbalkans.fr/Bosnie-Herzegovine-de-plus-en-plus-de-refugies-iraniens-en-proven
      #Iran #réfugiés_iraniens

    • Bosnie : à Sarajevo, des migrants épuisés face à des bénévoles impuissants (1/4)

      Depuis plusieurs mois, des dizaines de migrants affluent chaque jour en Bosnie, petit État pauvre des Balkans. En traversant le pays, les exilés entendent gagner la Croatie tout proche, et ainsi rejoindre l’Union européenne. L’État bosnien se dit dépassé et peu armé pour répondre à ce défi migratoire. Les ONG et la société civile craignent une imminente « crise humanitaire ». InfoMigrants a rencontré de jeunes bénévoles à Sarajevo, devant la gare centrale, unique lieu de distribution de repas pour les migrants de passage dans la capitale bosnienne.


      http://www.infomigrants.net/fr/post/10148/bosnie-a-sarajevo-des-migrants-epuises-face-a-des-benevoles-impuissant

    • Réfugiés : bientôt des centres d’accueil en Bosnie-Herzégovine ?

      Au moins 5000 réfugiés sont présents en Bosnie-Herzégovine, principalement à Bihać et Velika Kladuša, dans l’ouest du pays, et leur nombre ne cesse d’augmenter. Débordés, les autorités se renvoient la patate chaude, tandis que l’Union européenne songe à financer des camps d’accueil dans le pays.

      La Fédération de Bosnie-Herzégovine possède à ce jour trois centres d’accueils, à Sarajevo, Delijaš, près de Trnovo, et Salakovac, près de Mostar, mais leur capacité d’accueil est bien insuffisante pour répondre aux besoins. Pour sa part, la Republika Sprska a catégoriquement affirmé qu’elle s’opposait à l’ouverture du moindre centre sur son territoire.

      Les réfugiés se concentrent principalement dans le canton d’Una-Sava, près des frontières (fermées) de la Croatie, où rien n’est prévu pour les accueillir. Jeudi, le ministre de la Sécurité de l’État, le Serbe Dragan Mektić (SDS), a rencontré à Bihać le Premier ministre du canton, Husein Rošić, ainsi que les maires de Bihać et de Cazin, tandis que celui de Velika Kladuša a boycotté le rencontre. Aucun accord n’a pu être trouvé.

      La mairie de Velika Kladuša, où 2000 réfugiés au moins séjournent dans des conditions extrêmement précaires, s’oppose en effet à l’édification d’un centre d’accueil sur son territoire. Pour leur part, les autorités centrales envisageaient d’utiliser à cette fin les anciens bâtiments industriels du groupe Agrokomerc, mais l’Union européenne refuse également de financer un tel projet, car ce centre d’accueil se trouverait à moins de cinq kilomètres des frontières de l’Union.

      « Nous allons quand même ouvrir ce centre », a déclaré aux journalistes le ministre Mektić. « Et ce sera à l’Union européenne de décider si elle veut laisser mourir de faim les gens qui s’y trouveront ». Pour Dragan Mektić, l’objectif est que la Bosnie-Herzégovine demeure un pays de transit. « Nous ne voulons pas que la Bosnie devienne un hot spot, et les routes des migrants sont telles qu’il faut que les centres d’accueil soient près des frontières, car c’est là que les migrants se dirigent », explique-t-il.

      “Nous ne voulons pas que la Bosnie devienne un hot spot, et les routes des migrants sont telles qu’il faut que les centres d’accueil soient près des frontières.”

      Une autre option serait de loger les familles avec enfants dans l’hôtel Sedra de Cazin, mais les autorités locales s’y opposent, estimant que cela nuirait au tourisme dans la commune. Une manifestation hostile à ce projet, prévue vendredi, n’a toutefois rassemblé qu’une poignée de personnes. Les autorités municipales et cantonales de Bihać demandent l’évacuation du pensionnat où quelques 700 personnes ont trouvé un refuge provisoire, dans des conditions totalement insalubres, mais avec un repas chaud quotidien servi par la Croix-Rouge du canton. Elles réclament également la fermeture des frontières de la Bosnie-Herzégovine, qui serait, selon elles, la seule manière de dissuader les réfugiés de se diriger vers le canton dans l’espoir de passer en Croatie.

      Le président du Conseil des ministres de Bosnie-Herzégovine, Denis Zvizdić (SDA), a lui aussi mis en garde contre tout projet « de l’Union européenne, notamment de la Croatie », de faire de la Bosnie-Herzégovine « une impasse pour les migrants ». Les réfugiés continuent néanmoins à affluer vers ce pays depuis la Serbie, et surtout depuis le Monténégro. Pour sa part, le gouvernement autrichien a annoncé l’envoi de 56 tentes en Bosnie-Herzégovine.

      https://www.courrierdesbalkans.fr/Crise-des-migrants-bientot-des-centres-d-accueil-en-Bosnie-Herzeg

    • Migrants : la Bosnie refuse de devenir la sentinelle de l’Europe

      La Bosnie refuse de devenir la sentinelle de l’Union européenne, qui ferme ses frontières aux milliers de migrants bloqués sur son territoire.

      Le ministre de la Sécurité de ce pays pauvre et fragile Dragan Mektic, a du mal à cacher son agacement face à Bruxelles.

      « Nous ne pouvons pas transformer la Bosnie en +hotspot+. Nous pouvons être uniquement un territoire de transit », a-t-il averti lors d’une visite la semaine dernière à Bihac (ouest).

      La majorité des migrants bloqués en Bosnie se regroupent dans cette commune de 65.000 habitants, proche de la Croatie, pays membre de l’UE.

      Le ministre a récemment regretté le refus de Bruxelles de financer un centre d’accueil dans une autre commune de l’ouest bosnien, Velika Kladusa. Selon lui, l’UE le juge trop proche de sa frontière et souhaite des centres plus éloignés, comme celui prévu près de Sarajevo.

      Le Premier ministre Denis Zvizdic a lui mis en garde contre tout projet « de l’Union européenne, notamment de la Croatie », de faire de la Bosnie « une impasse pour les migrants ».

      Ceux-ci « pourront entrer en Bosnie proportionnellement au nombre de sorties dans la direction de l’Europe », a-t-il encore prévenu.

      – ’Finir le voyage’ -

      Malgré des conditions de vie « très mauvaises » dans le campement de fortune où il s’est installé à Velika Kladusa, Malik, Irakien de 19 ans qui a quitté Bagdad il y a huit mois avec sa famille, n’ira pas dans un camp l’éloignant de la frontière : « Les gens ne veulent pas rester ici, ils veulent finir leur voyage. »

      Dans ce camp, chaque jour des tentes sont ajoutées sur l’ancien marché aux bestiaux où plus de 300 personnes survivent au bord d’une route poussiéreuse, à trois kilomètres d’une frontière que Malik et sa famille ont déjà tenté deux fois de franchir.

      La municipalité a installé l’eau courante, quelques robinets, mis en place un éclairage nocturne et posé quelques toilettes mobiles.

      Pour le reste, les gens se débrouillent, explique Zehida Bihorac, directrice d’une école primaire qui, avec plusieurs enseignants bénévoles, organise des ateliers pour les enfants, aide les femmes à préparer à manger.

      « C’est une situation vraiment désespérée. Personne ne mérite de vivre dans de telles conditions. Il y a maintenant beaucoup de familles avec des enfants, entre 50 et 60 enfants, dont des bébés qui ont besoin de lait, de nourriture appropriée », dit-elle.

      « Ces gens sont nourris par les habitants, mais les habitants ne pourront pas tenir encore longtemps parce qu’ils sont de plus en plus nombreux », met-elle en garde, déplorant l’absence de l’État.

      Selon le ministère de la Sécurité, plus de 7.700 migrants ont été enregistrés en Bosnie depuis le début de l’année. Plus de 3.000 seraient toujours dans le pays, la majorité à Bihac, où l’un d’eux s’est noyé dans l’Una la semaine dernière.

      Dans cette ville, 800 à 900 déjeuners sont désormais servis chaque jour dans la cité universitaire désaffectée investie par les migrants depuis plusieurs mois, selon le responsable local de la Croix Rouge Selam Midzic.

      Le bâtiment étant désormais trop petit, des tentes sont plantées dans un bosquet proche. D’autres squats sont apparus. « Le nombre de migrants augmente chaque jour », dit Selam Midzic.

      – Motif supplémentaire de zizanie -

      Le maire, Suhret Fazlic, accuse le gouvernement de l’abandonner. « Nous ne voulons pas être xénophobes, nous souhaitons aider les gens, et c’est ce qu’on fait au quotidien. Mais cette situation dépasse nos capacités », dit-il.

      La question s’est invitée dans la campagne des élections générales d’octobre, dans un pays divisé aux institutions fragiles. Le chef politique des Serbes de Bosnie, Milorad Dodik, a plusieurs fois prévenu que son entité n’accueillerait pas de migrants.

      Il a même accusé des dirigeants Bosniaques (musulmans) de vouloir modifier l’équilibre démographique du pays en y faisant venir 150.000 migrants pour la plupart musulmans.

      La Bosnie est peuplée pour moitié de Bosniaques musulmans, pour un tiers de Serbes orthodoxes et pour environ 15% de Croates catholiques.

      http://www.liberation.fr/planete/2018/07/09/migrants-la-bosnie-refuse-de-devenir-la-sentinelle-de-l-europe_1665144

    • Migrants : en Bosnie, la peur de « devenir Calais »

      De plus en plus de #réfugiés_pakistanais, afghans et syriens tentent de rejoindre l’Europe en passant par la frontière bosno-croate. Alors que les structures d’accueil manquent, cet afflux ravive des tensions dans un pays divisé en deux sur des bases ethniques.

      Le soir tombé, ils sont des dizaines à arriver par bus ou taxi. Samir Alicic, le tenancier du café Cazablanka à Izacic, un petit village situé à la frontière entre la Bosnie et la Croatie, les observe depuis trois mois faire et refaire des tentatives pour passer côté croate dans l’espoir de rejoindre l’Europe de l’Ouest. En 2017, ces voyageurs clandestins en provenance du Pakistan, de la Syrie et de l’Afghanistan étaient seulement 755 en Bosnie-Herzégovine, selon les chiffres officiels. Ils sont plus de 8 000 à la mi-juillet 2018 et leur nombre va sans doute exploser : d’après les autorités, ils pourraient être plus de 50 000 à tenter de transiter par le pays dans les prochains mois.

      Depuis le début de l’année, un nouvel itinéraire les a menés en Bosnie, un pays pauvre au relief accidenté qu’ils évitaient jusqu’ici et qui ne dispose que de deux centres d’accueil officiels, saturés, près de Sarajevo et de Mostar. Désormais, ils arrivent - chose inédite - par l’Albanie et le Monténégro. La route des Balkans par laquelle plus d’un million de migrants sont passés en 2015 et 2016 est fermée depuis mars 2016. Et les frontières entre la Serbie et la Hongrie et la Serbie et la Croatie sont devenues infranchissables.

      Catastrophe humanitaire

      Le nouvel itinéraire est ardu. D’abord, il faudrait franchir la frontière bosno-croate. Elle s’étale sur plus de 1 000 kilomètres, mais on y est facilement repérable. Plusieurs centaines de migrants auraient été renvoyés de Croatie vers la Bosnie sans même avoir pu déposer une demande d’asile. « On les voit revenir le visage tuméfié. Ils nous racontent qu’ils ont été tabassés et volés par les flics croates », raconte Alija Halilagic, un paysan dont la maison se trouve à quelques encablures de la frontière. Ici, ils essaient de passer par les champs, la forêt, la rivière ou même par une ancienne douane éloignée seulement d’une cinquantaine de mètres de l’actuelle. Pour qu’ils ne tombent pas sur les champs de mines, encore nombreux en Bosnie, la Croix-Rouge leur distribue un plan.

      Entre la Croatie et la Slovénie, la frontière est une bande étroite : la franchir sans être repéré est quasi impossible. Ce qui fait le jeu des passeurs qui demandent jusqu’à 5 000 euros pour faire l’itinéraire depuis la Bosnie, selon des sources rencontrées à Sarajevo. Parmi ces migrants bloqués en Bosnie, seuls 684 ont demandé l’asile politique depuis le début de l’année. Les Etats balkaniques restent perçus comme des pays de transit.

      La majorité s’est massée dans le nord-ouest du pays. Surtout à Bihac, une ville de 60 000 habitants à une dizaine de kilomètres d’Izacic, où sont concentrés 4 000 migrants. Ils sont rejoints par une cinquantaine de nouveaux arrivants chaque jour.

      Sur les hauteurs de la ville, ce jour-là à 13 heures passées, des centaines de personnes patientent sous un soleil de plomb. La distribution du repas durera deux heures et demie. Ils sont plus d’un millier à être hébergés dans cet ancien internat sans toit ni fenêtre. Le sol boueux, jonché de détritus, est inondé par endroits par l’eau de pluie. Le bâtiment désaffecté sent l’urine. Entre 15 et 40 personnes dorment dans chaque pièce, sur des matelas, des couvertures, quelques lits superposés. De grandes tentes sont installées dans un champ boisé, à côté du bâtiment. « Cet endroit n’est pas safe la nuit, raconte un migrant kurde. Il y a des bagarres, des couteaux qui circulent. La police refuse d’intervenir. » Une centaine d’enfants et une cinquantaine de femmes sont hébergés ici. Le lendemain, huit familles seront relogées dans un hôtel de la région.

      « Nous manquons de tout : de vêtements, de chaussures, de couvertures, de sacs de couchage, de tentes, de lits de camp. Chaque jour, nous courons pour aller chercher et rendre aux pompiers de la ville le camion qu’ils nous prêtent pour qu’on puisse livrer les repas », raconte le responsable de la Croix-Rouge locale, Selam Midzic. Les ONG craignent que le prochain hiver ne tourne à la catastrophe humanitaire. Pour tenter de l’éviter, le bâtiment devrait être rénové à l’automne. Les migrants pourraient être déplacés vers un centre d’accueil qui serait monté dans la région. Mais aucune ville des alentours n’en veut pour l’instant.

      L’afflux de migrants, souvent en provenance de pays musulmans, ravive des tensions. Depuis la fin de la guerre, la Bosnie est divisée sur des bases ethniques en deux entités : la République serbe de Bosnie (la Republika Srpska, RS) et la Fédération croato-musulmane. Elle est composée de trois peuples constituants : les Bosniaques musulmans (50 % de la population), les Serbes orthodoxes (30 %) et les Croates catholiques (15 %). Des migrants, le président de l’entité serbe, qui parle d’« invasion », n’en veut pas. « En Republika Srpska, nous n’avons pas d’espace pour créer des centres pour les migrants. Mais nous sommes obligés de subir leur transit. Nos organes de sécurité font leur travail de surveillance », a déclaré Milorad Dodik dans une interview au journal de référence serbe, Politika.

      Vols par effraction

      « La police de la République serbe expulse vers la Fédération tous ces gens dès qu’ils arrivent. Il y a des villes de la RS qui sont aussi frontalières avec la Croatie. Et pourtant, tout le monde vient à Bihac », s’indigne le maire de la ville, Suhret Fazlic. L’élu local estime que les institutions centrales sont trop faibles pour faire face à l’afflux de migrants. En outre, le gouvernement, via son ministère de la Sécurité, « se défausse sur les autorités locales. Et les laisse tous venir à Bihac en espérant qu’ils vont réussir à passer en Croatie. Nous avons peur de devenir Calais, d’être submergés ».

      A Izacic, les esprits sont échauffés. On reproche à des migrants de s’être introduits par effraction dans plusieurs maisons, appartenant souvent à des émigrés bosniens installés en Allemagne ou en Autriche. Ils y auraient pris des douches et volé des vêtements. Quelques dizaines d’hommes se sont organisés pour patrouiller la nuit. Des migrants auraient également menacé les chauffeurs de taxi qui les conduisaient jusqu’au village et tabassé un groupe qui descendait du bus, la semaine dernière. « Moi, ils ne m’embêtent pas. Mais ce qui me dérange, c’est qu’ils détruisent nos champs de maïs, de pommes de terre, de haricots quand ils les traversent à trente ou à cinquante. On en a besoin pour vivre. Ma mère âgée de 76 ans, elle les a plantés, ces légumes », se désole Alija Halilagic, attablé au Cazablanka. Certains habitants, comme Samir Alicic, aimeraient voir leurs voisins relativiser. « Les années précédentes, les récoltes étaient détruites par la sécheresse et la grêle. A qui pourrait-on le faire payer ? » fait mine de s’interroger le patron du bar.

      http://www.liberation.fr/planete/2018/07/29/migrants-en-bosnie-la-peur-de-devenir-calais_1669607
      #réfugiés_afghans #réfugiés_syriens

    • A contre-courant, #Sarajevo affiche sa solidarité

      Quelque 600 migrants parmi les 8 000 entrés dans le pays depuis le début de l’année sont actuellement en transit dans la capitale.

      La scène est devenue familière. Sur le parking de la gare de Sarajevo, ils sont environ 300 à former une longue file en cette soirée chaude de juillet. S’y garera bientôt une camionnette blanche d’où jailliront des portions des incontournables cevapcici bosniens, quelques rouleaux de viande grillée servis dans du pain rond, accompagnés d’un yaourt. Une poignée de femmes et quelques enfants se mêlent à ces jeunes hommes, venus de Syrie, d’Irak, du Pakistan ou d’Afghanistan et de passage en Bosnie sur la route vers l’Europe de l’Ouest. Environ 600 des 8 000 migrants entrés dans le pays depuis le début de l’année sont actuellement en transit dans la capitale. La majorité est bloquée dans le nord-ouest, en tentant de passer en Croatie.

      « Ici, l’accueil est différent de tous les pays par lesquels nous sommes passés. Les gens nous aident. Ils essaient de nous trouver un endroit où prendre une douche, dormir. Les flics sont corrects aussi. Ils ne nous tabassent pas », raconte un Syrien sur les routes depuis un an. Plus qu’ailleurs, dans la capitale bosnienne, les habitants tentent de redonner à ces voyageurs clandestins un peu de dignité humaine, de chaleur. « Les Sarajéviens n’ont pas oublié que certains ont été eux-mêmes des réfugiés pendant la guerre en Bosnie[1992-1995, ndlr]. Les pouvoirs publics ont mis du temps à réagir face à l’arrivée des migrants, contrairement aux habitants de Sarajevo qui ont d’emblée affiché une solidarité fantastique. Grâce à eux, une crise humanitaire a été évitée au printemps », affirme Neven Crvenkovic, porte-parole pour l’Europe du Sud-Est du Haut Commissariat des Nations unies pour les réfugiés.

      En avril, 250 migrants avaient mis en place un campement de fortune, quelques dizaines de tentes, dans un parc du centre touristique de Sarajevo. L’Etat qui paraissait démuni face à cette situation inédite ne leur fournissait rien. « Dès que nous avons vu venir des familles, nous nous sommes organisés. Des gens ont proposé des chambres chez eux, ont payé des locations », raconte une bénévole de Pomozi.ba, la plus importante association humanitaire de Sarajevo. L’organisation, qui ne vit que des dons des particuliers en argent ou en nature, sert actuellement un millier de repas par jour dans la capitale bosnienne et distribue vêtements et couvertures. Lors du ramadan en mai, 700 dîners avaient été servis. Des nappes blanches avaient été disposées sur le bitume du parking de la gare de Sarajevo.

      Non loin de la gare, un petit restaurant de grillades, « le Broadway », est tenu par Mirsad Suceska. Bientôt la soixantaine, cet homme discret apporte souvent des repas aux migrants. Ses clients leur en offrent aussi. Il y a quelques semaines, ils étaient quelques-uns à camper devant son établissement. Un groupe d’habitués, des cadres qui travaillent dans le quartier, en sont restés sidérés. L’un d’eux a demandé à Mirsad de donner aux migrants toute la nourriture qui restait dans sa cuisine. « Quand je les vois, je pense aux nôtres qui sont passés par là et je prends soin de ne pas les heurter, les blesser en lançant une remarque maladroite ou un mauvais regard », explique Mirsad. Dans le reste du pays, la population réserve un accueil plus mitigé à ces voyageurs.

      http://www.liberation.fr/planete/2018/07/29/a-contre-courant-sarajevo-affiche-sa-solidarite_1669608

    • La région de #Bihać attend une réponse des autorités de Bosnie-Herzégovine

      10 août - 17h30 : Le Premier ministre du canton d’#Una-Sava et les représentants de communes de Bihać et #Velika_Kladuša ont fixé à ce jour un ultimatum au Conseil des ministres de Bosnie-Herzégovine, pour qu’il trouve une solution pour le logement des réfugiés qui s’entassent dans l’ouest de la Bosnie. « Nous ne pouvons plus tolérer que la situation se poursuive au-delà de vendredi. Nous avions décidé que les réfugiés qui squattent le Pensionnat devaient être relogés dans un camp de tentes à Donja Vidovska, mais rien n’a été fait », dénonce le Premier ministre cantonal Husein Rošić.

      A ce jour, 5500 migrants et réfugiés se trouveraient dans l’ouest de la Bosnie-Herzégovine, dont 4000 dans la seule commune de Bihać, et leur nombre ne cesse de croître.


      https://www.courrierdesbalkans.fr/Bosnie-police-renforts-frontieres
      #Bihac ##Velika_Kladusa

    • EASO assesses potential support to Bosnia Herzegovina on registration, access to procedure, identification of persons with special needs and reception

      Due to an increased number of mixed migration flows in Bosnia and Herzegovina, the European Commission has been in contact with #EASO and the project partners 1 of the IPA funded Regional Programme “Regional Support to Protection-Sensitive Migration Management in the Western Balkans and Turkey” on how to best support the Bosnian ‘Action Plan to Combat Illegal Migration’ 2 within the scope of the project and possibly beyond.

      Within that framework, an assessment mission with six EASO staff from the Department for Asylum Support and Operations took place from 30 July to 3 August in Bosnia and Herzegovina. The objective of the mission was to further assess the situation in the country and discuss the scope and modalities of EASO’s support, in cooperation with #Frontex, #IOM, #UNHCR and EU Delegation.
      #OIM

      After a meeting with the Bosnian authorities, UNHCR and IOM in Sarajevo, the EASO reception team travelled throughout Bosnia to visit current and future reception facilities in #Delijas and #Usivak (Sarajevo Canton), #Salakovac (Herzegovina-Neretva Canton), #Bihac and #Velika_Kladusa (Una-Sana Canton, at the country`s western border with Croatia). The aim of the visit was to assess the conditions on the ground, the feasibility of an increase of reception capacity in Bosnia and Herzegovina and the potential for dedicated support to the Bosnian authorities by EASO on the topic of reception conditions. EASO experts met with Bosnian officials, mobile teams from IOM, field coordinators from UNHCR and various NGO partners active in reception centres.

      The reception mission visited #Hotel_Sedra near Bihac, which since the end of July has started to host families with children relocated from informal settlements (an abandoned dormitory in Bihac and an open field in Velika Kladusa) within the Una-Sana Canton. It will soon reach a capacity of 400, while the overall capacity in the country is expected to reach 3500 before winter. A former military camp in Usivak (near Sarajevo) will also start to host families with children from September onward after the necessary work and rehabilitation is completed by IOM.

      The EASO reception team is currently assessing the modalities of its intervention, which will focus on expert support based on EASO standards and indicators for reception for the capacity building and operational running of the reception facilities in Bihac (Hotel Sedra) and Ušivak.

      In parallel, the EASO experts participating in the mission focusing on registration, access to asylum procedure and identification or persons with special needs visited reception facilities in Delijas and Salakovac as well as two terrain centres of the Service for Foreigners’ Affairs, namely in Sarajevo and Pale. Meetings with the Ministry of Security’s asylum sector allowed for discussions on possible upcoming actions and capacity building support. The aim would be to increase registration and build staff capacity and expertise in these areas.

      Currently, the support provided by EASO within the current IPA project is limited to participation to regional activities on asylum and the roll-out of national training module sessions on Inclusion and Interview Techniques. This assessment mission would allow EASO to deliver more operational and tailor made capacity building and technical support to Bosnia and Herzegovina in managing migration flows. These potential additional actions would have an impact on the capacity of the country for registration, reception and referral of third-country nationals crossing the border and will complement the special measure adopted by the European Commission in August 2018. The scope and modalities of the actions are now under discussions with the relevant stakeholders and will be implemented swiftly, once agreed by the Bosnian authorities and the EU Delegation.

      https://www.easo.europa.eu/easo-assessment-potential-support-bosnia-herzegovina

      Avec cette image postée sur le compte twitter de EASO:


      https://twitter.com/EASO/status/1038804225642438656

    • No man’s land. Un reportage sulla nuova rotta balcanica

      Nel 2018 sono state circa 100.000 le persone che hanno attraversato i Balcani nel tentativo di raggiungere lo spazio Schengen. Esaurite le rotte migratorie che nel 2015 erano raccontate da tutti mass media i profughi hanno aperto nuove vie, sempre più pericolose e precarie. Il cuore nevralgico della rotta è ora la Bosnia Erzegovina. No man’s land il reportage di William Bonapace e Maria Perino lo racconta.

      Dopo la chiusura di frontiere e l’innalzamento di muri e recinti il flusso migratorio da unico e compatto si è disciolto in una serie di vie parallele e trasversali che, partendo dalla Grecia puntano in parte ancora verso la Serbia (nel tentativo questa volta di passare attraverso la Croazia), in parte verso la Bulgaria e, in altri casi, direttamente dalla Turchia imbarcandosi sul mar Nero per raggiungere la Romania. Ma oggi la via più rilevante passa attraverso l’Albania e il Montenegro per giungere in Bosnia Erzegovina e, quindi, puntare verso nord-ovest, nel cantone bosniaco di Una Sana, dove il tratto croato da dover superare, oltre il confine bosniaco, per raggiungere la Slovenia è più breve.

      In Bosnia Erzegovina nel corso del 2018 secondo l’UNHCR sono transitati circa 22.400 migranti, 20 volte in più rispetto a quelli che transitarono nel 2017 (circa 1.166). Questi numeri, nonostante non facciano la stessa impressione di quelli del 2015, vanno rapportati alla situazione che vive il piccolo paese balcanico che “si è trovato coinvolto in una vicenda di proporzioni internazionali senza reali capacità di reagire a una tale emergenza, a causa della sua disastrata situazione economica e di una politica lacerata da contrapposizioni etnico-nazionali gestite in modo spregiudicato da parte di gruppi di potere che stanno spingendo il paese in un vortice di povertà e di disperazione, sempre più ai margini dell’Europa stessa.”

      La risposta europea è stata quella di inviare soldi (in aiuti umanitari), in una misura talmente ridotta che le tensioni interne stanno aumentando e molti profughi hanno deciso di rientrare nei campi serbi per passare l’inverno viste le precarie e drammatiche condizioni delle strutture di fortuna allestite in Bosnia Erzegovina.

      http://viedifuga.org/no-mans-land-un-reportage-sulla-nuova-rotta-balcanica

      –-> Per approfondire e leggere integralmente il reportage No man’s land si può consultare il sito (http://www.dossierimmigrazione.it/comunicati.php?tipo=schede&qc=179) di Dossier Statistico Immigrazione (IDOS).

    • People on the Move in Bosnia and Herzegovina in 2018: Stuck in the corridors to the EU

      Bosnia and Herzegovina (BiH) has been part of the “Balkan route” for smuggling people, arms and drugs for decades, but also a migrant route for people who have been trying to reach Western Europe and the countries of the EU in order to save their lives and secure a future for themselves. While in 2015, when millions of people arrived in Europe over a short period of time, BiH was bypassed by mass movements, the situation started changing after the closure of the EU borders in 2016, and later on, in 2017, with the increase of violence and push backs in Croatia, and other countries at the EU borders. This report offers insight into the situation on the field: is there a system responsible for protection, security, and upholding fundamental human rights? What has the state response been like? What is the role of the international community?


      https://ba.boell.org/en/2019/02/21/people-move-bosnia-and-herzegovina-2018-stuck-corridors-eu
      #rapport #limbe #attente

  • « Dans la sous-traitance hôtelière, c’est de l’esclavage moderne » - Libération
    http://www.liberation.fr/france/2017/11/26/dans-la-sous-traitance-hoteliere-c-est-de-l-esclavage-moderne_1612701

    En charge du nettoyage du Holiday Inn de Clichy-la-Garenne, les salariés de Héméra sont en grève depuis le 19 octobre contre des mutations et les cadences infernales. La direction reste sourde .

    La grève s’éternise. Depuis plus d’un mois, des salariés d’une entreprise sous-traitante, Héméra, qui gère le nettoyage de l’hôtel Holiday Inn de Clichy-la-Garenne (Hauts-de-Seine), ont entamé leur mouvement de protestation. Multipliant les actions pour faire entendre leurs revendications face à une direction impassible. Jeudi soir, onze fantômes ouvrent le cortège dans la nuit. C’est le déguisement qu’ont choisi ces salariés en grève pour attirer l’attention sur leur sort. Une centaine de personnes sont venues à Clichy manifester à leurs côtés. « Ces travailleurs sont des salariés invisibles », lance le responsable du syndicat CGT des hôtels de prestige et économiques (HPE), Claude Levy.

    Le défilé est parti du Holiday Inn de Clichy et s’est terminé devant la mairie. « Sous-traitance, maltraitance ! » « Frottez, frottez, il faut payer. L’esclavage, c’est fini ! » : voilà quelques-uns des slogans qui ont retenti dans le centre-ville. En soutien au mouvement, des travailleurs, des Clichois et des syndiqués ont protesté contre les méthodes de travail de Héméra. Lancé pour dénoncer la mutation d’une gouvernante, la deuxième en six mois, le mouvement s’est étendu à d’autres revendications. Outre la suppression de la clause de mobilité figurant dans leurs contrats, les grévistes demandent l’arrêt du paiement à la chambre (illégal pour un salarié), le règlement des heures supplémentaires, une prime de 13e mois et, surtout, leur embauche directe par le donneur d’ordre, Holiday Inn.

    « Six jours sur sept »

    L’entreprise de sous-traitance Héméra a décroché le 19 décembre 2016 un contrat d’un an avec l’hôtel de Clichy. Elle a récupéré de fait les 35 salariés du nettoyage, en majorité immigrés, qui travaillaient déjà pour le précédent prestataire - comme le prévoit la convention collective du secteur si ceux-ci ont au moins quatre mois d’ancienneté. Depuis, leurs acquis sociaux seraient « bafoués », dénonce Mirabelle Nsang, 43 ans, gouvernante d’origine camerounaise et représentante de la section syndicale CNT-Solidarité ouvrière à Héméra. Elle s’insurge : « Nos plannings ont changé, on travaille six jours sur sept. Nos deux jours de repos consécutifs ont disparu. Avant, les femmes de chambre devaient nettoyer 17 chambres en sept heures. Avec Héméra, on leur demande de faire 20 à 25 chambres. On finit plus tard et on n’est pas payés. On avait droit à un week-end par mois et certains salariés n’en ont même pas eu. Héméra a tout détruit. » La situation concerne selon elle des femmes de chambre, des gouvernantes, des équipiers et des plongeurs. Mirabelle Nsang dénonce également le « harcèlement » de la cheffe de site : « Elle ne te donne que des chambres à faire après des séjours de longue durée, où elles sont plus sales, pour te faire mal. Elle veut réformer son équipe pour être entourée de gens qui disent oui à tout. »

    Douleurs physiques

    « Nous, les immigrés, on mène ce combat car nous n’avons pas d’autre choix », assure Mirabelle Nsang. Ils espèrent que l’issue sera positive, comme cela a été le cas dans différents dossiers ces dernières années : en 2015 notamment, un mouvement de grève avait contraint le groupe Louvre Hotels à intégrer des femmes de chambre dans cinq de ses établissements.

    A Clichy, au premier jour du mouvement, 33 salariés sur 35 étaient en grève. Leur nombre a ensuite diminué progressivement pour se stabiliser à 11, « le noyau dur », comme l’indique cette mère de famille qui travaille dans l’hôtel depuis onze ans. « Les autres grévistes ont repris le travail après avoir subi des pressions d’autres syndicats », accuse la représentante CNT-SO. Pour Eric, 35 ans, équipier dans l’hôtel depuis dix ans et délégué syndical de FO, « le conflit est légitime. On en avait ras-le-bol de cette situation, c’est un système qui pousse les gens à craquer ». Il n’oublie pas les provocations de la cheffe de site, qui lui répétait : « L’aspirateur est ta copine », ou encore « mon petit-fils de 2 ans passe l’aspirateur mieux que toi ». Ce père de deux enfants raconte avoir été « blessé » par ces « propos désobligeants » et qu’il se rendait sur son lieu de travail la « boule au ventre ». Les mutations de deux salariées de Héméra, qu’il qualifie d’« arbitraires et brutales », ont été l’élément déclencheur de la grève qui a débuté le 19 octobre.

    Contactées par Libération, la société Héméra et la directrice de l’hôtel Holiday Inn de Clichy, dont le comportement est mis en cause par les grévistes, n’ont pas souhaité répondre à nos sollicitations. Le groupe Intercontinental, poids lourd hôtelier à l’échelle mondiale et propriétaire de la marque Holiday Inn, nous a fait parvenir cette unique réponse : « Un petit nombre d’employés travaillant pour un prestataire de services ont choisi de se mettre en grève en raison d’un différend avec leur employeur à propos de leurs salaires et de leurs avantages. L’équipe de direction de ce sous-traitant a immédiatement ouvert le dialogue pour trouver un accord avec les syndicats et faire en sorte que le personnel puisse retourner rapidement au travail, sans que cela n’affecte nos clients ni la qualité de nos services. »

    « Peur de parler »

    Juriste au syndicat CNT-SO, Etienne Deschamps n’a pas le même souvenir des négociations. Au premier jour de la grève, il a rencontré avec d’autres représentants Carlos Goncalvez, le directeur d’exploitation de Héméra : « Nous lui avons dit que si les mutations prévues étaient annulées, les salariés reprendraient le travail immédiatement, avec le paiement de la journée de grève et un calendrier de négociations fixé maintenant pour le reste des revendications. » Une réponse de l’entreprise de nettoyage devait arriver dans l’après-midi. Une délégation, accompagnée du juriste de la CNT-SO, est finalement reçue le 26 octobre, sept jours après, par le PDG de Héméra, Denis Schiavone, en présence de Goncalvez : le refus de revenir sur la clause de mobilité est notifié aux grévistes. Le lendemain, des policiers en verbalisent neuf d’entre eux pour nuisances sonores. 68 euros d’amende chacun. Depuis le début de la grève, déplore Mirabelle Nsang, « la directrice de l’hôtel n’est même pas sortie nous voir pour nous demander ce qui se passe ». Alors qu’elle nous parle, un salarié de l’hôtel sort de l’établissement et bouscule une syndicaliste tandis qu’un autre, dont la journée de travail vient de se terminer, insulte une gréviste.

    Le quotidien des employés de la sous-traitance est rude. De nombreuses femmes seules habitent loin de leur lieu de travail. Illiana Saintulme, 48 ans, mère de quatre enfants, fait les allers-retours depuis Sarcelles (Val-d’Oise). « Je mets une heure trente en transports, avec trois changements, pour venir travailler. » Cette femme de chambre est employée dans l’hôtel depuis onze ans. Elle se plaint de douleurs physiques. Mais aussi de pressions morales. Et dénonce les cadences infernales qui seraient imposées par l’entreprise de sous-traitance. Soit trois chambres par heure (alors que, selon la CGT, il faut au moins vingt-cinq à trente minutes pour en nettoyer une seule). Elle assure avoir dû parfois venir travailler « sept jours sur sept ». Pourtant, malgré un contrat à temps plein (sept heures par jour), Illiana Saintulme explique ne pas toujours recevoir l’intégralité de sa paie. « A la fin du mois, leur salaire est calculé en fonction du nombre de chambres qu’elles ont réussi à faire, dénonce Claude Levy, de la CGT HPE. Et quand le compte n’y est pas, au regard des cadences imposées de manière informelle, on leur enlève des jours en prétextant des absences autorisées. » « Celles qui sont vraiment prises pour de la chair à canon, ce sont les femmes de chambre qui ont un contrat à temps partiel de quatre à cinq heures par jour, avec 20 à 30 chambres à faire, sans être payées pour les heures supplémentaires. Ce sont essentiellement des femmes immigrées qui sont concernées », poursuit le syndicaliste. Avant d’ajouter : « Ce qui se passe dans la sous-traitance hôtelière, c’est de l’esclavage moderne. » Selon le militant cégétiste, les onze grévistes ont saisi les prud’hommes pour travail dissimulé. Pour tenir financièrement, les syndicats CGT HPE et CNT-SO ont distribué un chèque de solidarité de 400 euros à chacun.

    Depuis le début du mouvement, « la direction de Holiday Inn refuse de laisser entrer les délégués syndicaux dans le hall de l’hôtel, c’est un délit d’entrave à l’exercice du droit syndical », dénonce Claude Levy.

    Sur demande du syndicat, un huissier de justice s’est rendu jeudi sur le site. La direction a du coup autorisé l’accès à Mirabelle Nsang et son collègue de FO pour la journée, mais l’huissier mandaté par l’hôtel « veillait et notait ce que disaient les délégués au personnel Héméra non gréviste », selon un syndicaliste. « Une femme de chambre non gréviste a expliqué que les conditions de travail restent identiques, tandis que deux autres nous ont dit "avoir peur de parler" », raconte Mirabelle Nsang. Ces derniers jours, les grévistes sont allés manifester dans les halls d’entrée des Holiday Inn de Paris-Notre-Dame et Paris-Gare de l’Est. Le soir de Halloween, ils s’étaient déguisés pour dénoncer « des patrons sorciers ». La grève continue.
    Rémy Descous-Cesari

    #exploitation #hôtellerie #femmes_de_chambre #sous_traitance #syndicats ##Holyday_Inn #grève #droit_du_travail

  • Jacques Attali : « La Suisse doit se penser comme un hôtel » Par Roland Rossier - 24 Heures - Mardi 17 Octobre 2017
    https://mobile2.24heures.ch/articles/59e62cd8ab5c3768aa000001

    De passage à Genève, l’écrivain et essayiste français Jacques Attali s’est exprimé, mercredi à Uni Dufour, sur l’intelligence artificielle, à l’occasion de la remise des Prix Latsis universitaires, récompensant chaque année, notamment, des chercheurs de l’UNIGE et de l’EPFL. Interview

    Est-ce que la France peut se réformer ?
    La France change à une vitesse folle. Et chacun des 60 millions de Français évolue et change chaque jour. On dit que la France est crispée. Mais elle se réforme en permanence et change sans cesse, sur le plan des mœurs, de l’innovation, de l’art, de la culture.

    Alors, à quoi est dû ce sentiment largement partagé qui évoque les blocages de la France ?
    Ce qui est vrai, c’est que la France modifie assez peu ses lois. Pour une mauvaise raison d’ailleurs, car nous avons de la peine à admettre les changements homéopathiques. Et pour une autre raison : les nations maritimes valorisent le changement, les nations rurales valorisent la permanence.

    La France borde pourtant plusieurs mers. Elle aurait pu être une nation maritime ?
    Elle a essayé de le faire à huit reprises, comme je l’aborde dans mon dernier livre. Mais la France a choisi d’être une nation rurale car elle possède des terres et une agriculture très riches.

    Le gouvernement Macron peut-il réussir à changer la France ?
    Lorsque je suis à l’étranger, je n’aborde jamais les questions de politique française. Ce que je peux dire, c’est que la France n’avance pas par réformes lentes, mais par révolutions. Soit sanglantes, soit plus symboliques. Depuis 1945, nous avons connu trois révolutions : 1945, 1958, 1980. Et la quatrième se déroule en ce moment. La France accumule pendant longtemps des besoins de changement, puis elle se met en mouvement. Cela prend du temps car nous sommes une nation centralisée. Notre modèle est très intégrateur : tout le monde y parle la même langue.

    Quand a débuté la « révolution » actuelle ?
    Cela a commencé il y a trois ans, avec une prise de conscience. Une maturation des réformes s’est ensuite effectuée, poursuivie par la dernière élection présidentielle.

    La France va donc garder un rôle moteur en Europe ?
    Je suis convaincu que la France est la première puissance européenne déjà aujourd’hui et qu’elle le sera encore davantage demain, car l’Allemagne est malade, démographiquement, technologiquement et financièrement. Dans vingt ans, la France sera de loin la première puissance d’Europe. Economiquement, nous sommes présents dans les meilleurs secteurs : la santé, l’éducation, la culture, l’assurance, les start-up. Sans compter deux autres domaines, peu utilisés : la mer et la francophonie.

    Pourquoi à travers la francophonie ?
    Aujourd’hui, 180 millions de personnes parlent français. Avec le développement de l’Afrique, il y en aura 700 millions. L’Afrique regroupe un milliard d’habitants, et dans trente ou quarante ans, elle en comptera deux milliards. C’est la grande question du XXIe siècle. Pour l’Europe, cette explosion démographique peut déboucher sur une catastrophe, parce que des centaines de millions d’Africains s’installeront ici, ou alors nous les aidons à bien se développer et le continent sera un formidable marché. Pour l’Europe et pour la France grâce à cette langue commune.

    L’immigration a tendance à diviser l’Europe. L’Europe doit-elle accueillir des migrants ?
    Malheureusement, tous les pays européens sont d’accord pour contenir l’immigration, et même la réduire. Mais regardons les chiffres : nous sommes 600 millions d’habitants en Europe et nous parlons d’accueillir 200 000 migrants par an. En trois ans, cela ferait 600 000, soit 1 pour mille de la population de l’Europe. Vous vous rendez compte ? 1 pour mille ! Ce n’est pas assez. Nous sommes capables d’en accueillir bien plus. Le Liban doit se débrouiller avec 25% de migrants syriens. L’Europe est aussi confrontée à un effondrement démographique. Et l’accueil des réfugiés fait partie de ses valeurs.

    N’existe-t-il pas un décalage entre vos espoirs et les politiques des pays européens ? Et puis l’Europe se met-elle en danger en voulant contenir l’immigration ?
    Non, elle se protège. Mais trop, à mon avis. Je sais que je suis très isolé face à ce consensus européen. Mais c’est honteux de ne pas accueillir tous ces gens dignes, magnifiques, souvent bien formés, jeunes, pleins de dynamisme.

    Traversons l’Atlantique et tournons-nous vers les Etats-Unis. Donald Trump est-il un homme dangereux ?
    Oui. Les Etats-Unis sont représentatifs d’un courant mondial qui se renforce, celui des dictatures de marché. Pourquoi ? Parce que les gens ont besoin de sécurité mais ils veulent aussi gagner de l’argent. Ce cocktail est dangereux. Et le monde est instable, comme en 1910. Les gens vivaient alors très bien. Ils avaient déjà la radio, l’automobile, l’électricité. La démocratie, la globalisation. Et puis le terrorisme – qu’on appelait alors nihilisme –, la crise financière et le protectionnisme ont globalement précipité le monde dans 75 ans de barbarie, de 1914 à 1989. Aujourd’hui, c’est pareil : nous connaissons des progrès technologiques, un potentiel de croissance énorme, des moyens de faire des économies d’énergie massives, une espérance de vie qui augmente. Nous avons tout pour être heureux.

    Mais tout peut donc basculer ?
    La question environnementale est urgente. Il faut sauver la mer. Nous devons aussi régler le problème de la répartition inégale des richesses et celui d’un désordre mondial dû au fait que les marchés sont plus puissants que les Etats. La probabilité d’une guerre mondiale est considérable. Elle peut se déclencher sur un rien, sur un incident entre les Chinois et les Américains à propos de la Corée du Nord, ou entre les Polonais et les Russes au sujet des pays Baltes…

    Et Donald Trump pourrait être un élément déclencheur ?
    Oui, car il est imprévisible et erratique. Nous avons échappé à un conflit majeur depuis 1945 car toutes les puissances nucléaires étaient dirigées par des gens raisonnables. Aujourd’hui, à la tête des Etats-Unis et de la Corée du Nord, nous avons affaire à deux personnes peu raisonnables, même si le président des Etats-Unis ne peut pas appuyer sur le bouton nucléaire tout seul. Mais il peut presque le faire tout seul.

    Les GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) ne représentent-ils pas également une forme de menace ?
    Ceux-là, ce sont les dictateurs du marché. Ils ont prospéré dans une économie libre et parfaite qui a abouti à la formation de cartels. Les GAFA sont dangereux car ils sont en train de maîtriser les instruments de prédiction.

    Faut-il casser ces cartels ?
    Cela viendra comme ce fut le cas avec l’ancien géant des télécoms ATT aux Etats-Unis. Mais un autre cartel est encore plus dangereux : celui de l’industrie agrochimique, qui prétend breveter la vie sans aucun droit. Les GAFA s’approprient nos données, mais les groupes vendant notamment les semences s’approprient la vie. Ils sont de moins en moins nombreux, après le rachat de Syngenta par ChemChina et de Monsanto par Bayer. Nous devons agir avant qu’ils n’atteignent une trop grande taille.

    Comment peut-on contrôler ces groupes ? Il faudrait un gouvernement mondial ?
    Oui, il faudrait un Etat de droit mondial. La seule institution internationale se situe d’ailleurs à Genève. C’est l’OMC (Organisation mondiale du commerce), qui s’appuie sur son système de règlement des conflits. Il faut au moins une institution internationale de décartellisation, mais l’OMC a perdu une partie de son pouvoir.

    Qui est le mieux armé pour maîtriser les défis de la numérisation, du big data et de l’intelligence artificielle : la Silicon Valley ? La France ? L’Europe ?
    C’est en effet un enjeu majeur. Dans ce cadre, c’est la propriété des données, et ce que l’on en fait, qui va être déterminante. L’analyse des comportements des consommateurs permettra de déduire quels biens ou services peuvent être vendus. J’ai écrit en 2006 que les compagnies d’assurances seraient les mieux armées dans ce domaine, en particulier celles qui seront liées aux groupes maîtrisant les données. Les GAFA sont puissants quand ils sont installés dans de vastes marchés homogènes où ils peuvent accumuler les données et les prédictions. Aujourd’hui, deux marchés se détachent : les Etats-Unis et la Chine. Le marché chinois va combler son retard et sera encore plus rapide que le marché américain, car il s’agit, comme je l’ai dit, d’une dictature de marché.

    Et la Suisse ? Depuis plusieurs années, le Forum de Davos classe ce pays en tête en termes de compétitivité. A quoi est dû le miracle suisse ?
    La Suisse, puissance de taille moyenne, est le contre-exemple absolu de la thèse de mon livre. Je n’ai qu’une explication à ce miracle : le travail. Ce pays est aussi avantagé par le fait de ne pas avoir connu de guerre, par un consensus social très fort et par l’utilisation de rentes de situation qui sont en train de disparaître. Je parle du secteur bancaire, dont les services, d’ailleurs, n’ont pas besoin d’accès à la mer. Mais la finance n’a pas respecté les règles du jeu. Cela ne dure jamais bien longtemps. La Suisse est un pays hors jeu. En termes militaires comme en termes bancaires.

    Un pays hors jeu peut-il être pérenne ?
    Non. Pas de façon durable. Donc, un processus de banalisation de la Suisse est en marche. Cela dit, la Suisse joue remarquablement bien sa normalisation, de la manière la plus lente possible (sourire). La Suisse a aussi de grandes capacités à accueillir les étrangers. Le secteur de l’hospitalité, au sens large, sera l’un des principaux de l’avenir. Pas seulement sur le plan hôtelier. Le grand métier de demain sera celui de l’empathie.

    Les Suisses sont empathiques ?
    Oui, à leur façon. D’une manière particulière : c’est ce que j’appelle l’altruisme intéressé !

    C’est de l’empathie par rapport à soi-même ?
    Ce qui se passe à l’EPFL, par exemple, est assez génial. J’envie l’EPFL. Je regrette qu’elle ne soit pas française. L’EPFL est une sorte d’hôtel d’entreprises. Tout pays doit se penser comme un hôtel et ses habitants comme des hôteliers. Recevoir sans cesse des étrangers. Etre accueillant. C’est ce qui rend la Suisse symboliquement maritime.

    Et Genève ?
    C’est un cas particulier, Genève est à la fois suisse et française, suisse et internationale. Genève est un paradis particulier. Je me suis souvent dit que si j’avais à m’exiler, ce serait à Montréal ou à Genève. Des gens de toutes sortes de cultures y vivent et s’y croisent.

    La Suisse peut-elle rester hors de l’Europe ?
    Si j’avais un conseil à donner à la Suisse, c’est d’entrer dans l’Union européenne tout en gardant sa spécificité.

    L’Union européenne le permettrait-elle ?
    Tout se négocie, tout se négocie… A terme, la Suisse perdra beaucoup en restant à l’extérieur de l’Union européenne, qui est un formidable aiguillon pour accomplir des réformes. Rester dehors, c’est se condamner à s’enkyster au moment où ses particularités sont en train de disparaître. Etre hors jeu et se banaliser, c’est embêtant.

    Thémes : Récupérés dans les commentaires de https://www.les-crises.fr/jacques-attali-tout-pays-doit-se-penser-comme-un-hotel
    #Jacques_Attali #jacquatalisme Leurs #Réves Des #cauchemars pour les #Suisses et pour nous #néo_libéralisme #géopolitique #hôtel_de_passe #intelligence_artificielle #intelligence_grabataire #soupe_prétentieuse #union_européenne #consternant #gouvernement_mondial #contre-nature #homo_economicus #répugnant #creux #scientologue #vent #vide #domination_des_Gaga
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  • Hôtel de ville de Saint-Denis : des Étuves à la rue Royale
    http://7lameslamer.net/saint-denis-pondichery-comme-deux-933.html

    Le 21 avril 1860, l’#hoteldeville de #SaintDenis est inauguré. L’édifice qui se dresse rue Royale (future rue de Paris) a coûté plus de 800.000 francs. Sa construction a duré 14 ans. Comment s’est déroulée cette cérémonie d’inauguration ? Récit.

    #LaReunion #architecture #patrimoine #creole #histoire #oceanIndien