• Meta will use AI to analyze height and bone structure to identify if users are underage
    https://techcrunch.com/2026/05/05/meta-will-use-ai-to-analyze-height-and-bone-structure-to-identify-if-use

    #Meta will start using#AI to #scan #photos and #videos for visual clues to see if a user is under 13 and should be removed from #Facebook and #Instagram, the company announced on Tuesday. These visual clues include a person’s #height or #bone #structure, it said.

    #age_verification

  • Fix #HEIC images not loading in #Ubuntu_26.04_LTS
    https://www.omgubuntu.co.uk/2026/05/fix-heic-images-not-loading-ubuntu-26-04

    If your HEIC photos show a “Could not load image” error in Ubuntu 26.04’s Image Viewer, you’re not alone – it’s an intentional breakage, albeit one that’s easy to fix. HEIC files are a variant of #HEIF which use H.265/HEVC compression. If you own an iPhone or a newer Android device, the stock camera app uses this format by default. But Ubuntu 26.04 LTS longer preinstalls a decoder library for HEIC (though more accurately, it’s tweaked dependency chains to ensure one is no longer pulled in). When you connect your smartphone to a computer running Ubuntu 26.04 LTS to browse […] You’re reading Fix HEIC images not loading in Ubuntu 26.04 LTS, a blog post from OMG! Ubuntu. Do not reproduce elsewhere without permission.

    #How_To #News #loupe

  • Una fattoria solidale al posto della tendopoli di San Ferdinando, il sindaco: «I migranti lì stanno male, entro l’anno sparirà»

    Alcune organizzazioni del terzo settore e sindacati nutrono dubbi sull’attuazione: «Servono scelte condivise». Papà Africa: «Lì è un inferno. Sarei felice, ma solo se venissero accolti tutti»

    Resta al centro dell’attenzione il tema critico riguardante l’emergenza abitativa dei braccianti migranti che vivono in condizioni drammatiche nella tendopoli di San Ferdinando. Nel tempo, diversi tentativi di migliorare l’insediamento in provincia di Reggio Calabria non hanno avuto successo. La situazione è diventata cronica, con l’ormai usuale presenza di tende, baracche e diverse strutture abusive che continuano ad aumentare, così come il degrado con cui convivono i suoi occupanti.

    La riqualificazione della tendopoli

    L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Luca Gaetano, si sta prodigando per risolvere le problematiche. Si è ideata la realizzazione di un insediamento abitativo capace di creare reddito: la fattoria solidale, un luogo in cui oltre a vivere si potrà lavorare. Dopo una fase di elaborazione progettuale, attraverso 4 milioni di euro di fondi del decreto Caivano-bis, si sono acquistati 3 ettari di terreni coltivabili sul territorio comunale, in cui si realizzeranno alloggi e altri edifici di pertinenza capaci di ospitare i migranti. Il sito, inserito nel tessuto sociale, sarà gestito da una cooperativa sociale agricola con comprovata esperienza e, secondo gli auspici, sarà anche sede di un mercato a Km zero.
    I dubbi del terzo settore

    Il sistema adottato, nonostante le buone intenzioni, non convince del tutto, però, alcune organizzazioni del terzo settore e sigle sindacali, che chiedono una regia condivisa, sollecitano soluzioni abitative alternative e un piano più appropriato. Si teme per le modalità di attuazione e il rischio di riproporre, in sostanza, in un altro posto dinamiche di isolamento sociale.

    «Stiamo lavorando per il definitivo superamento della tendopoli – afferma ai nostri microfoni il sindaco di San Ferdinando, Luca Gaetano -. Sono trapelate alcune notizie che parlano di un trasferimento a Taurianova nell’insediamento di Contrada Russo, ma sono vere in parte. Siamo consapevoli delle criticità che riguardano un trasferimento dei migranti, al superamento della tendopoli, che avverrà in maniera virtuosa con la fattoria solidale, ma finché questa soluzione non è pronta è chiaro che suscita alcuni timori nel terzo settore. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, perché il piano è stato studiato in maniera scrupolosa, con le risorse finanziarie adatte, per garantire un’ottimale soluzione delle problematiche esistenti. La tendopoli entro l’anno dovrebbe sparire e a San Ferdinando nascerà questa nuova realtà. I migranti nella tendopoli stanno male, sempre peggio, proprio per questo dobbiamo tirarli via da lì».
    Papà Africa: «Sarebbe bellissimo»

    Per avere una panoramica più ampia sulla questione abbiamo chiesto il parere di “Papà Africa”, Bartolo Mercuri, che da anni aiuta i lavoratori migranti della tendopoli e per diverso tempo l’ha anche gestita: «Secondo me, se tutti i ragazzi venissero trasferiti e accolti nella nuova realtà sarebbe bellissimo, sarei la persona più felice del mondo, e mi offro per aiutare, ma non so in quanti potranno essere trasferiti lì. E quelli che non avranno la possibilità di rientrare nel progetto cosa faranno? Attualmente ci sono 400 ragazzi, ma fino a qualche mese fa ce n’erano oltre 1000. Quando ritorneranno qui per il lavoro stagionale dove li sposteranno? Noi abbiamo bisogno di loro, perché altrimenti tutti gli agrumi resteranno sugli alberi. Nella tendopoli, dove hanno vissuto tutti questi anni, abbiamo calpestato la loro dignità. L’inverno l’hanno passato morti di freddo e senza corrente. È un inferno. Per molti sono invisibili. Lì c’è la sofferenza di Cristo».

    https://www.lacnews24.it/attualita/una-fattoria-solidale-al-posto-della-tendopoli-di-san-ferdinando-il-sindac
    #tendopoli #San_Ferdinando #migrations #travail #conditions_de_travail #campement #logement #hébergement #Calabre #Italie #Luca_Gaetano #ferme_sociale #saisonniers

  • Reggae : si l’Apocalypse m’était contée.
    https://lhistgeobox.blogspot.com/2026/05/reggae-si-lapocalypse-metait-contee.html

    « Les rastas fustigent le système corrompu et oppressif occidental, identifié à Babylone, la ville de l’exil forcé des Hébreux après la destruction du premier Temple par le roi Nabuchodonosor. Ils assimilent leur sort aux tribus perdues d’Israël. Desmond Dekker enregistre "Israelites", Horace Andy "Children of Israel". Ainsi, les références bibliques, à l’Egypte et la Palestine antique abondent dans les paroles des titres de reggae. Sugar Minott chante ainsi "River Jordan". "Rivière Jourdain, roule rivière Jourdain / Elle nous appelle à la maison / Nous devons retourner à la maison, retourner en Afrique / le Mont Sion, là où nous voulons aller / Si longtemps nous sommes restés en esclavage / Et bien, maintenant, ils ne nous restent plus qu’à être libres / Oui, nous voulons être libres." Max Romeo décrit le jugement dernier en train de se produire dans la "Valley of Josaphat". Bob Marley implore "Exode ! Envoie nous un autre frère Moïse ! Depuis l’autre bout de la mer rouge". »

  • Pädagogik: Die Freiheit, sich zu fügen
    https://www.jungewelt.de/artikel/521653.p%C3%A4dagogik-die-freiheit-sich-zu-f%C3%BCgen.html

    4.5.2026 von Christoph Horst - Vor 250 Jahren wurde Johann Friedrich Herbart geboren, einer der Begründer der modernen Pädagogik

    »Man kann die eine und ganze Aufgabe der Erziehung in den Begriff: Moralität fassen.« (J. F. Herbart)

    Als Johann Friedrich Herbart 1809 im Alter von 33 Jahren als zweiter Nachfolger Immanuel Kants auf den Königsberger Lehrstuhl für Philosophie und Pädagogik berufen wurde, war dies stringente Folge eines klassischen Gelehrtenlebens ohne bedeutendere außerakademische Vorkommnisse. Er baute dort im Auftrag unter anderem Wilhelm von Humboldts das Pädagogische Seminar für Lehrerbildung nach den Grundsätzen der preußischen Bildungsreform auf.

    Während seiner 24 Jahre an der Universität Königsberg arbeitete Herbart sein System der philosophisch fundierten Pädagogik und der Zusammenführung von Theorie der Bildung und Praxis der Erziehung aus, zu dem er zuvor unter anderem in Göttingen und Bremen publiziert und gelehrt hatte. In Göttingen, nicht so ganz weit entfernt von seiner Heimatstadt Oldenburg, war er bereits philosophisch promoviert und habilitiert worden. Gerne wäre Herbart 1831 Nachfolger Hegels in Berlin geworden, dies blieb ihm jedoch zu seiner großen Enttäuschung verwehrt. Er war von dem ausgebliebenen Karriereschritt sogar so erschüttert, dass er den preußischen Staatsdienst auf eigenen Wunsch verließ und zurück nach Göttingen ging.
    Von der Theorie her

    Praktische pädagogische Erfahrungen hatte Herbart zeitlebens nur geringe. Wohl arbeitete er nach seinem Studium in Jena als Hauslehrer in der Nähe von Bern und dachte, dies reflektierend, über Fragen der Erziehung nach. Ganz seinem rationalistischen Weltbild entsprechend entwarf er für seinen Schüler einen detaillierten Plan der Bildungsentwicklung. Sein Hauptinteresse galt jedoch damals schon der Philosophie.

    Privat blieb ihm der Umgang mit Kindern weitgehend verwehrt. Zwar hatte er ab Ende seiner 30er Jahre zwei Adoptivkinder, aber zeitgenössische Quellen berichten, dass sich eher seine 17 Jahre jüngere Frau um diese kümmerte. Allerdings war Herbart als junger Akademiker Augenzeuge des größten zeitgenössischen Erziehungsexperiments: Er traf den Sozialreformer und (Sozial-) Pädagogen Johann Heinrich Pestalozzi in Burgdorf in der Schweiz, wo dieser an einer kommunalen Schule pädagogisch laborieren durfte. Herbart blieb fortan mit ihm im Briefkontakt, rezensierte dessen Bücher und publizierte über dessen Ideen.

    Trotz dieser Einblicke in erzieherisches Handeln ist es Herbarts akademische Verwissenschaftlichung der deutschsprachigen Pädagogik, die ihm bis heute einen Platz unter den bedeutenden Pädagogen sichert. Zwar hatte schon 1778 Ernst Christian Trapp den ersten Lehrstuhl für Pädagogik in Deutschland, die Disziplin konnte sich jedoch noch nicht klar von ihren Bezugswissenschaften absetzen. Auch Herbarts Pädagogik ist hauptsächlich aus seiner Philosophie und dem Versuch der wissenschaftlichen Fundierung einer Psychologie entstanden. Er bemühte sich aber um ein eigenständiges Fundament einer klar von den anderen Wissenschaften abgegrenzten Terminologie.

    Das pädagogische Denken seiner Zeit war stark geprägt von den Nachwirkungen Jean-Jacques Rousseaus und Immanuel Kants. Rousseau lehnte Herbart ab, da sich in dessen populärem und einflussreichem Erziehungsroman »Emile« zuviel Betonung der Anlage menschlicher Fähigkeiten und zuwenig Einfluss durch die Umwelt, also letztlich den Erzieher, finden. Näher stand ihm der pädagogische Optimismus des Philantropismus, der führend die pädagogischen Debatten der Zeit bestimmte. Johann Bernhard Basedow hatte 1774 in Dessau ein Erziehungsinstitut nach aufklärerischen Prinzipien aufgebaut. Die strenge philantropische Ausrichtung auf moralisches Verhalten als Erziehungsziel – auch Kant fundierte damit seine pädagogischen Vorlesungen – hat Herbart weiterentwickelt, indem er noch stärker eine theoretisch begründete Ethik zum Fundament des Erziehens machte.

    Die Pädagogik ist ihm zwar eigenständige Disziplin, die sich »einheimischer Begriffe« bedient, nachdem sie aus der Philosophie hergeleitet worden sind. In der Pädagogik sah er jedoch zugleich den Anwendungsfall einer ­wissenschaftlichen Ethik auf das Individuum. Die Ethik soll die Erziehungsziele definieren und eine empirisch-naturwissenschaftlich verstandene Assoziationspsychologie die Methodik fundieren. An seinen Vorgängern kritisierte Herbart einen zuwenig theoretischen Zugang zu Fragen der Bildung. Ihm war Erziehungspraxis nur eine konkrete Ausgestaltung der Theorie.
    Pietismus ohne Prügel

    Herbart selbst gab als bedeutendste Inspirationsquelle seiner Pädagogik August Hermann Niemeyer an, der aus dem streng religiösen Pietismus kam, wie er von August Hermann Francke entwickelt wurde. Herbart fasste seinen zentralen Unterschied zu Niemeyer damit zusammen, dass dieser der Zucht den Vorrang gebe und widerspricht: »Die Zucht allein kann keinen Charakter bilden. Derselbe dringt von innen hervor; das Innere also muß man zu bestimmen wissen, um einen Charakter zu bilden.« Die Pietisten hingegen setzen zur Unterstützung der Erziehung gezielt auf die körperliche Züchtigung von Kindern, wie es auch Francke beworben hat, der die Prügelstrafe theologisch herleitete. Eine Absage an pädagogisch legitimierte Fremdbestimmung ist Herbarts Hintanstellung der Zucht nicht, eher der Wunsch einer Internalisierung gesellschaftlich erwünschter Eigenschaften durch das Instrument des Unterrichts.

    Herbart setzt Ziele der Erziehung, die bereits vor der Befassung mit dem konkreten Kind in seiner jeweiligen Lebenswelt feststehen. Anstatt jedoch wie heutige Pädagogen diese Ziele bis in kleinste Schlagworte auszudifferenzieren, fasst er sie in ihrer Vielheit unter den einen Begriff der Moralität. In »Über die ästhetische Darstellung der Welt als Hauptgeschäft der Erziehung« von 1804 – Herbart war gerade 28 Jahre alt, als er dieses bedeutende kleine Werk als Anhang zu einer Auseinandersetzung mit Pestalozzi schuf – heißt es: »Moralität als höchster Zweck des Menschen und folglich der Erziehung, ist allgemein anerkannt.«

    In seinen Erläuterungen darüber, dass die Moral als Bezugswert ja allgemein anerkannt sei und er daher auf ihre Begründung verzichten könne, zeigt er, ohne es zu wollen, auch, was deren Bestimmung ist, wenn er den guten Willen auffasst als den »stete(n) Entschluß, sich, als Individuum, unter dem Gesetz zu denken«. Freiheit äußert sich dabei in der Übernahme des Notwendigen in den eigenen Willen. Somit steht letztlich als oberster Zweck der Pädagogik, die Jugend auf die je existierenden Ausführungsbestimmungen staatlicher Gewalt zu verpflichten.

    Viel kreisten die Pädagogen schon damals um die Frage, ob intellektuelle, moralische oder ästhetische Bildung den Vorrang haben müsse und stritten, ob die römische oder griechische Antike mitsamt ihrer Sprache früher gelehrt werden müsse – Herbart war klar für das frühstmögliche Lesen Homers auf Altgriechisch. In seiner Kulturstufentheorie, die eine Abfolge der Bildungsinhalte vorgab, ging das Griechische dem Lateinischen und der Befassung mit der römischen Geschichte voraus, wie dies auch von den Neuhumanisten favorisiert wurde. Erst im Jugendalter dann sollen die neueren Sprachen gelehrt werden. Zwar war schon John Locke am Anfang des 18. Jahrhunderts gegen die Überbetonung der Bedeutung von Fremdsprachen im Vergleich zu anderen Bildungsinhalten, aber die Frage, ob Latein oder Griechisch wesentlicher sei für die Entwicklung des Kindes spaltete die Pädagogenschaft.
    Produktion loyaler Bürger

    Einigkeit bestand bei allen Pädagogen hingegen in dem Standpunkt der Betrachtung des Edukandus, des zu Erziehenden: Zwar mit mal mehr, mal weniger Schranken seiner Individualität ausgestattet, gilt als unstrittig, dass dieser als möglichst reibungslos funktionierendes Rädchen des Bestehenden herzustellen sei. Zwar betont Herbart den Primat familiärer Erziehung gegenüber einem zu weit gehenden Zugriff des Staates, letztlich ist aber die Familie wieder auf ihre Reproduktionsfunktion für die Gesellschaft verwiesen. Der italienische Herbart-Forscher Bruno Bellerate schreibt über Herbarts Staatsverständnis: »Einen Unterschied zwischen der Erziehung des Bürgers und der des Menschen gibt es für ihn nicht.« Die von Herbart und anderen Pädagogen in den Mittelpunkt ihrer Theorien gestellte Moral ist dann dabei das geistige Rüstzeug, den Kindern das, was sie sollen, als ihren ureigensten Wunsch, gar Bestimmungszweck ihres Wesens darzustellen.

    Die Heranwachsenden – im 18. Jahrhundert noch Zöglinge genannt – werden von Herbart als bildsam dargestellt. Sie sollen vom Erzieher in ihrer Fähigkeit, richtig zu wählen, unterstützt werden: »Machen, daß der Zögling sich selbst finde, als wählend das Gute, als verwerfend das Böse: dies, oder Nichts ist Charakterbildung!« Dazu brauchte Herbart ganz ausdrücklich keine transzendente Freiheit des Schülers, wie sie Kant postuliert hat. Sie steht für Herbart der Bildsamkeit des Heranwachsenden ebenso entgegen wie der Determinismus seines akademischen Lehrers Johann Gottlieb Fichte, dessen Schüler er in Jena war und der ebenfalls als erziehender Hauslehrer seine ersten beruflichen Erfahrungen machte. Statt der Transzendenz, »den gesetzlosen Wundern eines übernatürlichen Wesens«, bemüht Herbart die Freiheit der Wahl. In der Formulierung des Sich-selbst-Findens erkennt man deutlich Herbarts Beschäftigung mit der Psychologie, die den Menschen aufteilt in das, was er tut, macht und denkt, und den angeblichen eigentlichen Faktoren für ihr Verhalten. Sich selbst finden kann man nur, wenn man sich aufgeteilt in mehrere Ichs denkt. Wenn aber das reale Ich das eigentliche Ich finden, gar mit ihm interagieren kann, hängen diese ohnehin zusammen, sind einander zugänglich, letztlich im Subjekt identisch und jedes Ich ist immer – auch in einer vorgestellten Abweichung – vollständig es selbst.

    Foto: Konrad Geyer/gemeinfrei 13.jpg

    Johann Friedrich Herbart (1776–1841)

    Die bedeutsamste Erziehung findet nach Herbart im Unterricht statt. Idealerweise soll dies der Hausunterricht sein – mit der Institution Schule tat sich Herbart wie viele seiner pädagogischen Zeitgenossen schwer. Am damals noch nicht durchgesetzten Unterricht im Klassenverband einer Schule kritisierte er die durch den Betreuungsschlüssel begrenzten Möglichkeiten individueller Förderung. Doch dadurch bekommen seine Vorstellungen auch etwas Elitäres. Er denkt bei den Schülern offenbar nicht an die breite Masse, sondern an die wenigen Kinder aus den gehobenen Ständen, denen Bildung aufgrund der finanziellen Ausstattung von Geburt an zugänglich ist. Schon John Locke hat in seinen berühmten »Thoughts on education« ausschließlich die Kinder aus besserem Hause im Blick. Erst Pestalozzi will die breite Masse, also auch verarmte Bevölkerungsschichten bilden, wodurch er zu einem Wegbereiter der Sozialpädagogik wurde.

    Herbart folgt ihm hier nur bedingt. Herbarts Modell grenzt Unterricht ab von Zucht und Regierung – die den Kindern das angeblich richtige Verhalten vorgebenden Funktionen der Erziehung. Sein Ideal ist ein durch frühe Zucht, »die das Verlangen bändigt«, vorbereiteter erziehender Unterricht: »Und ich gestehe gleich hier, keinen Begriff zu haben von einer Erziehung ohne Unterricht, so wie ich rückwärts (…) keinen Unterricht anerkenne, der nicht erzieht«, heißt es in »Allgemeine Pädagogik aus dem Zweck der Erziehung abgeleitet« von 1806.

    Der Bildungsforscher Heinz-Elmar Tenorth erkennt in Herbarts Unterrichtsideen den Versuch der Herstellung einer »legitimen Verbindung von Zwang und Freiheit«. Gesellschaftlich Gefordertes wird hier dem Kind vermittelt und dem Kind bleibt die Freiheit, sich dem zu fügen. In seinem zum Schlagwort gewordenen »erziehenden Unterricht« entwickelt der Pädagoge beim Schüler einen »Gedankenkreis« sittlicher Bildung, indem er auf seinen Willen einwirkt. Dabei bildet sich der Charakter des Edukandus, was für Herbart wesentlich bedeutsamer ist, als das reine Erlernen der jeweiligen Unterrichtsinhalte.
    Begründer der Didaktik

    Hier steht Herbart in direktem Gegensatz zu Pestalozzi, dem es viel um die Didaktik der konkreten Sachverhalte ging. Durch Schulung entsteht bei Herbart ein ästhetisches Urteil, das auf Sittlichkeit fußt und über das Empirische hinausweist. Dadurch, dass er mit naturwissenschaftlicher Präzision vorgegeben hat, wie sich dies vollziehen soll, ist er zum Begründer der Didaktik neuzeitlichen Schulwesens geworden. Die in den Grundzügen noch heute gültigen aufeinander folgenden Schritte sind Klarheit, Assoziation, System und Methode. Am Beginn einer Unterrichtsstunde steht die Klärung, worum es geht, wenn möglich durch Wiederholung des bestehenden Wissens (Klarheit). Dem folgt die Verknüpfung mit anderen Wissensbeständen (Assoziation), die dann nach einer Phase der Besinnung systematisiert werden (System). Zuletzt wird das Gelernte angewendet (Methode). Diese Folge steht als Gerüst noch vor der inhaltlichen Befassung mit dem Stoff fest. Daher werden diese Schritte auch Formalstufen genannt. Herbart wollte sie einigermaßen flexibel halten, doch es bleibt der grundsätzliche Fehler, den zu erklärenden Gegenstand ungeachtet seiner Besonderheiten in ein festes Korsett zwängen zu wollen.

    Eine Herbart-Schule, die sich 1868 im Verein für wissenschaftliche Pädagogik organisierte, entstand erst posthum 27 Jahre nach dem Tod des Pädagogen. Die Herbartianer Karl Volkmar Stoy, Tuiskon Ziller und Wilhelm Rein haben Herbarts System noch weiter formalisiert und bis in die Weimarer Republik hinein zur Grundlage staatlicher Lehrpläne im öffentlichen Schulwesen gemacht. Dies geschah in einer methodischen Starrheit, die später der Reformpädagogik zur Zielscheibe wurde. Häufig wurde von reformpädagogischen Vertretern jedoch eher die Herbart-Schule kritisiert als dieser selbst. Für Ziller musste der Unterricht den fünf Stufen: Vorbereitung, Darbietung, Verknüpfung, Zusammenfassung, Anwendung folgen, andere verkürzten sie auf die drei Stufen Anschauen, Denken, Anwenden. Die Grundidee einer Strukturierung des Lehrens blieb dabei immer bestehen.

    Besonders der in der zweiten Hälfte des 19. Jahrhunderts wirkende Herbartianer Otto Willmann hat zudem der (katholischen) Religiosität wieder Zugang in die Didaktik verschafft. Herbart selber brauchte für seinen Begriff der Sittlichkeit keinen Gott, hat ihn aber im Gegensatz zu progressiveren Zeitgenossen nicht grundsätzlich verworfen. Gott war für Herbart immerhin »das reelle Centrum aller practischen Ideen, und ihrer schrankenlosen Wirksamkeit; der Vater des Menschen und das Haupt der Welt«.

    Die größte politische Wirkung in seinem eher ruhigen Gelehrtenleben erzielte Herbart durch eine Positionierung auf Seiten der Reaktion. 1837 wurden sieben Gelehrte der Universität Göttingen ihres Amts enthoben, weil sie sich gegen rückschrittliche Tendenzen Ernst August von Hannovers wehrten. Dieser verbot als neuer König das gerade erst erkämpfte Parlament und die zugehörige, erst 1833 verabschiedete Verfassung und wollte die Professoren zu einem Huldigungseid auf sich selbst verpflichten. Die liberalen »Göttinger Sieben«, darunter die Philologen Jacob und Wilhelm Grimm, verweigerten dies und protestierten dagegen mit Flugschriften, woraufhin sie ihre Anstellungen verloren. Herbart war zur Zeit dieses Konflikts nicht nur einfacher Mitarbeiter der Universität Göttingen, sondern sogar Dekan ihrer Philosophischen Fakultät. Als solcher bezog er klar Stellung – indem er sich in einer Ergebenheitsadresse an Ernst August von seinen Kollegen distanzierte. Zu seinen Beweggründen zählte, dass praktische Einflussnahme seinem Ideal eines Intellektuellen zuwiderlief.

    Die mehr als nur zeitgenössische Wirkung Herbarts in der akademischen Philosophie ist überschaubar. In den üblicherweise gelesenen Philosophiegeschichten kommt er kaum vor – und wenn, dann kurz genannt als Nachkantianer oder Schüler Fichtes. Tatsächlich arbeitete sich Herbart wie viele Zeitgenossen an Kant ab. Er folgte ihm in vielem, setzte sich in einigem aber auch von ihm ab – so in der Frage der Erkennbarkeit des Wesens der Dinge, die er prinzipiell für möglich hielt.
    Der Lehrer als Führer

    Herbarts Beitrag zur Pädagogik jedoch wirkt bis heute. Die Pädagogik als akademische Disziplin, zu deren Konstituierung Herbart einen bedeutenden Beitrag lieferte, hat ihn schon kurz nach seinem Tod zu einem ihrer Klassiker geadelt. Die Intensität der Beschäftigung mit ihm verlief jedoch im Gegensatz zu anderen Größen seines Faches, die generationenübergreifend geehrt werden, eher wellenförmig. Nach dem Zweiten Weltkrieg war es Hermann Nohl aus der Schule der Geisteswissenschaftlichen Pädagogik, der Herbart mit reichlich romantischem Pathos wieder in Erinnerung rief: »Das Genie bleibt aber stets lebendig und eines Tages springt seine Quelle wieder auf.« Eine Unterrichtsmethode, die Herbart sehr sachlich »Vertiefung und Besinnung« (der Bildungsinhalte) nannte, wird bei Nohl zu etwas Mystischem: »Das geistige Leben geht in einem polaren Prozess vor sich, ›ein Atmen des Geistes‹: wir müssen uns hingeben an eine Erfahrung und müssen sie dann einordnen in unseren seelischen Zusammenhang.«

    Nohl kann man jedoch nicht erwähnen, ohne auf seine problematischen Seiten hinzuweisen: Er schrieb seinen Aufsatz »Der lebendige Herbart« 1958, als sich nicht nur die universitären Kreise Westdeutschlands nicht mehr erinnern wollten, dass Nohl 1934 noch eine »Front gegen den Osten« gefordert hatte, »die das weitere Einströmen nicht bloß der jüdischen, sondern auch der slawischen Volkselemente, die den Prozess der deutschen Rassenbildung stören und die Festigkeit unserer Nationalität lockern, verhindert«.

    Nicht zufällig wollte Nohl Herbart als Kronzeugen gegen ein Zuwenig an Autorität einsetzen, wenn er ihn interpretiert: »Solche Ordnung und solche bewußte verantwortliche Gestalt erwächst aber nicht von selbst im Kind, sondern nur in der guten Willensgemeinschaft mit einem führenden Menschen, der bloß selbst diese finale Energie besitzen muß, die den Charakter erst wahrhaft ganz und lebendig macht.« Dass das reaktionäre Bild des Lehrers als Führer sich auf Herbart berufen kann, ist nicht zuletzt dessen Schuld, da er sich oft an romantischen Ideen orientierte. Insgesamt wird ihm eine Einreihung in den Konservatismus der akademischen Pädagogik aber im Ganzen nicht gerecht. Denn das sachbezogene Führen des Herbartschen Lehrers ist nicht das einer dionysischen Schicksalsgemeinschaft, wie es Nohl vorschwebt.

    Würde man in der pädagogischen Historiographie aufhören, Herbart zu einer pädagogischen Lichtgestalt aufzubauschen, bliebe eine historische Figur, die sich um das Nachdenken über Erziehung verdient gemacht hat und neben manchen guten Ideen auch einige reaktionäre Ansätze im Kopf hatte. Mehr nicht, aber auch nicht weniger.

    Am 14. August 1841 starb Herbart im Alter von 65 Jahren in Göttingen. Erst am 11. August hatte er dort seine letzte Vorlesung gehalten, aber ansonsten weitgehend zurückgezogen gelebt.

    Herbartstraße
    https://berlin.kauperts.de/Strassen/Herbartstrasse-14057-Berlin

    Postleitzahl 14057
    Ortsteil Charlottenburg
    ÖPNV Zone A Zone B Bus X34, X49, M49, 104, 139 — Zone A S‑Bahn 41, 42, 46 Messe Nord/ICC ♿
    Straßenverlauf von Dernburgstraße bis Neue Kantstraße und Wundtstraße
    Falk‑Stadtplan Planquadrat M 10
    Geschichte von Herbartstraße
    Ehemaliger Bezirk Charlottenburg
    Name seit 27.8.1905

    Herbart, Johann Friedrich, * 4.5.1776 Oldenburg, + 14.8.1841 Göttingen, Philosoph, Pädagoge.

    Der Sohn eines Justizrates besuchte das Gymnasium in Oldenburg und begann 1794 ein Studium der Philosophie an der Universität Jena. Dort setzte er sich vor allem mit Fichtes Auffassungen auseinander. Er war 1797-1800 Hauslehrer in der Schweiz, wo er seine pädagogischen Prinzipien entwarf und publizierte. 1802 habilitierte er sich an der Universität Göttingen; 1805 erhielt er dort eine Professur. 1808 wurde er auf den Lehrstuhl Kants in Königsberg berufen und wirkte dort innerhalb der Reformbewegung Preußens für die Ideen einer Nationalerziehung. In seiner Königsberger Zeit publizierte er mehrere Schriften, u. a. seine „Metaphysik“ (1829). Ab 1833 lehrte Herbart erneut in Göttingen. Durch seine systematische Erziehungs- und Unterrichtstheorie, die den Weg der Erziehung an der Psychologie und ihr Ziel an der Ethik orientierte, wurde er zu einem der Begründer einer wissenschaftlichen Pädagogik.

    Vorher Straße der Abt. V des Bebauungsplanes. Auf der Karte von 1904 war ihre Trasse ohne Bezeichnung eingetragen.

    Örtliche Zuständigkeiten für Herbartstraße
    Arbeitsagentur Berlin Nord
    Jobcenter Charlottenburg-Wilmersdorf
    Amtsgericht Charlottenburg
    Grundbuchamt Charlottenburg
    Familiengericht Kreuzberg
    Finanzamt Charlottenburg
    Polizeiabschnitt A 24
    Verwaltungsbezirk Charlottenburg-Wilmersdorf

    #Berlin #Charlottenburg #Witzleben #Herbartstraße #Pädagogik #Geschichte

  • Al #museo_diocesano di #caserta la mostra #HeART_of_Gaza
    https://informareonline.com/al-museo-diocesano-di-caserta-la-mostra-heart-of-gaza

    All’inaugurazione della mostra l’11 aprile di HeArt of Gaza, svoltasi presso il Museo Diocesano di Caserta, abbiamo avuto l’opportunità di vedere, attraverso i loro disegni, la realtà che vivono quotidianamente i bambini della Striscia. «Quando disegnano, ci mettono quello che stanno provando e quello che stanno vivendo in questa difficile situazione – ci ha riferito […] L’articolo Al Museo Diocesano di Caserta la mostra HeArt of Gaza proviene da Informareonline, scritto da Ilaria Morlando

    #Approfondimenti #Cultura #Mohammed_Timraz

  • Il caso Leggeri e l’impunità di #Frontex

    Il 2026 è l’anno in cui il mandato dell’agenzia sarà rivisto

    L’indagine su Fabrice Leggeri apre per la prima volta uno spiraglio su un’agenzia che ha fatto dei respingimenti la propria politica. Nel frattempo, però, l’Europa si prepara a darle ancora più poteri.

    Fabrice Leggeri, ex direttore esecutivo di Frontex, è indagato in Francia per complicità in crimini contro l’umanità e tortura. Il 18 marzo, la Corte d’Appello di Parigi ha aperto formalmente l’inchiesta, accogliendo una denuncia presentata due anni prima dalla Ligue des droits de l’homme (LDH) e Utopia 56. Le due organizzazioni lo accusano di aver facilitato, attraverso i suoi agenti, l’intercettazione di imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche e greche, costruendo una politica volta a ostacolare l’ingresso delle persone migranti in Europa a qualunque prezzo, compreso quello in vite umane.

    Si tratta di un avvenimento inedito: per la prima volta, la giustizia francese esaminerà l’eventuale responsabilità penale di un ex vertice di Frontex in relazione alla strage che ha causato e continua a causare migliaia di morti nel Mediterraneo. Il suo percorso professionale dice molto del clima politico in cui questa storia si inserisce: dopo essersi dimesso dalla direzione dell’agenzia nell’aprile 2022, sotto la pressione di un’indagine interna dell’Agenzia europea antifrode, Leggeri non si è ritirato dalla scena pubblica. Nel giugno 2024 è stato eletto al Parlamento europeo con il Rassemblement National, partito di estrema destra. Leggeri rimane dunque attivo nello spazio politico europeo, contribuendo ancora alla definizione di politiche migratorie restrittive.
    Vent’anni di espansione

    Frontex nasce nel 2004 con un mandato chiaro: aiutare gli stati membri a sorvegliare le frontiere esterne dello spazio Schengen. Attraverso revisioni del mandato, l’agenzia ha progressivamente ampliato il proprio ruolo. La svolta arriva nel 2019: da allora Frontex può operare anche fuori dai confini dell’Unione, in cooperazione con le autorità di paesi terzi, e dispone di un corpo permanente di agenti armati – il cosiddetto Standing Corps – destinato a raggiungere i 10.000 effettivi entro il 2027. A questa espansione corrisponde una crescita vertiginosa delle risorse. Nel 2025 la Commissione europea ha assegnato a Frontex 1,1 miliardi di euro: dieci volte il budget dell’Agenzia europea per l’ambiente. Di questi, 133 milioni sono destinati ai rimpatri e appena 2,5 milioni alle attività relative ai diritti umani, una proporzione che parla da sola.

    I numeri sui rimpatri completano il quadro: nel 2019 Frontex aveva contribuito al trasferimento “volontario” di 155 persone, mentre nel 2024 di 35.637. Questa crescita del 2.181% riflette l’immagine di un’istituzione che ha moltiplicato le proprie competenze e risorse a una velocità che non ha trovato un corrispettivo nei meccanismi di controllo e responsabilità.
    L’agenzia che respinge i diritti

    Gli scandali e le controversie di cui Frontex è protagonista sono soprattutto legati ai pushbacks, i respingimenti, ovvero misure statali volte a costringere rifugiati e migranti ad abbandonare il proprio territorio, negando loro l’accesso alla protezione internazionale.

    Cosa significhi un respingimento nella realtà, lo racconta la storia del palestinese Amjad Naim. Il 13 maggio 2020, Naim era a pochi metri dall’isola di Samos (Grecia) insieme ad altri 30 migranti, quando un elicottero sorvolò l’area. Poco dopo si avvicinò una nave con bandiera greca: uomini con il volto coperto spararono in acqua e distrussero il motore della loro imbarcazione, costringendo il gruppo a salire su due gommoni di salvataggio senza motore. La Guardia costiera greca li trainò fino al confine turco, con l’acqua che filtrava a bordo, poi sganciò la corda lasciandoli soli in mare. Solo ore dopo la Guardia costiera turca li soccorse. Questo è solo uno dei tanti casi che mostrano la collaborazione di Frontex in una pratica contraria al diritto internazionale.

    Nel 2021 Frontex era stata accusata di partecipare a respingimenti anche lungo la rotta balcanica. Diversi migranti hanno dichiarato di aver riconosciuto gli agenti di Frontex grazie alle fasce sul braccio, con le stelle simbolo dell’Unione Europea. Lo stesso accade nel Mediterraneo centrale: secondo Liminal, tra il 2019 e il 2023, Frontex ha collaborato al respingimento verso Libia e Tunisia di almeno 27.288 persone.

    Nel 2022, un gruppo di giornali europei ha pubblicato un’inchiesta che documentava il coinvolgimento di Frontex nel respingimento di circa un migliaio di persone tra Grecia e Turchia tra marzo 2020 e settembre 2021, un dato quasi certamente sottostimato. Questi episodi erano registrati nel database dell’agenzia con la formula “prevenzione della partenza”, ma due funzionari di Frontex e un membro della Guardia costiera greca hanno confermato che dietro quella denominazione si celavano respingimenti illegali. Frontex, così come Leggeri, ha sempre smentito le accuse, senza però fornire spiegazioni convincenti, alimentando l’immagine di un organismo caratterizzato dalla scarsa trasparenza.

    È in questo contesto che Leggeri lascia l’agenzia nell’aprile 2022, dopo sette anni di mandato. Le sue dimissioni vengono presentate lo stesso giorno in cui il consiglio di amministrazione di Frontex avrebbe dovuto discutere una serie di azioni disciplinari, in seguito a un rapporto dell’Agenzia europea antifrode. Questo documentava le responsabilità di Leggeri e di altri vertici in una serie di respingimenti avvenuti in Grecia, individuando comportamenti irregolari nella gestione dei flussi verso l’Europa. La sua linea difensiva, anche in quell’occasione, fu quella della negazione.
    Dopo Leggeri, la stessa rotta

    Dal dicembre 2022 Hans Leijtens prende la guida di Frontex. Nonostante il cambio ai vertici, la linea dell’agenzia rimane immutata. Interrogato sui rapporti con la Guardia costiera libica, Leijtens ha dichiarato: “Non voglio che le persone vengano riportate in Libia ma è l’unico modo in cui possiamo agire”. Una frase che dice molto: l’agenzia riconosce implicitamente cosa accade a chi viene riconsegnato ai libici, ma presenta questa scelta come inevitabile, ignorando gli obblighi che vietano espulsioni verso paesi in cui la vita delle persone è a rischio.

    Anche gli scandali continuano a emergere. Nel luglio 2025 diversi media europei pubblicano una nuova inchiesta che rivela come tra il 2016 e il 2023 Frontex abbia trasmesso illegalmente i dati di oltre 13.000 persone all’Europol, che li consegnava a sua volta alle forze di polizia nazionali. Le informazioni erano state raccolte interrogando i migranti appena arrivati in Europa, in contesti di forte vulnerabilità e senza adeguate tutele giuridiche. Ogni nome citato veniva automaticamente registrato nel database dell’agenzia come persona potenzialmente coinvolta nel traffico di esseri umani. Nella lista figurava persino Helena Maleno, attivista spagnola per i diritti dei migranti, accusata di tratta di esseri umani e favoreggiamento all’immigrazione clandestina e poi assolta. Il Garante europeo della protezione dei dati ha dichiarato la pratica illegale, costringendo Frontex a modificare i propri protocolli.
    La riforma del 2026

    Il 2026 è l’anno in cui il mandato di Frontex sarà rivisto. La Commissione europea ha avviato la procedura nell’estate del 2025 e nei prossimi mesi dovrebbe presentare la proposta al Parlamento e al Consiglio. Il quadro che emerge dai documenti già trapelati e dalle linee guida politiche della Commissione è quello di un’agenzia destinata a essere ulteriormente potenziata: lo Standing Corps dovrebbe crescere da 10.000 a 30.000 effettivi, l’agenzia riceverebbe tecnologie più avanzate per la sorveglianza e un ruolo più esteso nelle deportazioni, inclusa la gestione dei cosiddetti “return hubs”, ovvero centri di detenzione e rimpatrio in paesi terzi.

    È in questo scenario che si inserisce l’indagine su Leggeri. Valutare la responsabilità penale di un ex vertice dell’agenzia è una novità significativa, in un sistema che ha storicamente operato nell’impunità. Ma Leggeri oggi siede al Parlamento Europeo e l’agenzia che ha guidato per sette anni si appresta a ricevere nuovi poteri e nuove risorse. Le morti nel Mediterraneo continuano, così come i respingimenti e la retorica istituzionale che li nasconde o li giustifica. Il caso giudiziario aperto a Parigi pone una domanda precisa: chi risponde delle politiche che hanno contribuito alla morte di oltre 34.000 persone nel Mediterraneo?

    1. Eva Castelletti lavora come Policy and Advocacy Assistant su tematiche migratorie e di politica sociale. È autrice del libro C’è di mezzo il mare (Temperatura Edizioni, 2025: https://www.temperaturaedizioni.com/2025/10/ce-di-mezzo-il-mare-di-eva-castelletti.html), che affronta la cooperazione tra Italia e Libia nel Mediterraneo e le violazioni dei diritti delle persone migranti. Con questa pubblicazione supporta attivamente l’organizzazione Refugees in Libya.

    https://www.meltingpot.org/2026/05/il-caso-leggeri-e-limpunita-di-frontex
    #impunité #Fabrice_Leggeri #réforme #2026 #crimes_contre_l'humanité #procès #justice #responsabilité_pénale #responsabilité #extrême_droite #refoulements #push-backs #Hans_Leijtens #Libye #Europol #Helena_Maleno #Standing_Corps #budget #return_hubs

  • World #malaria Day: what #frontline_health_workers are saying about malaria, and why it matters
    https://redasadki.me/2026/05/03/world-malaria-day-what-frontline-health-workers-are-saying-about-malaria-a

    The Geneva Learning Foundation (TGLF) is pleased to announce ‘Malaria: Turning the Tide’, the first #peer_learning course by and for #health_workers. Learn more about the course… Enroll now in English or French. This article is based on experiences shared by health workers during the live event ‘Malaria: Turning the Tide’ on 23 April […]

    #The_Geneva_Learning_Foundation #climate_and_health #Community_Health_Workers #data_quality_and_use #health_workforce #immunization #insights_report #knowing-in-action #Malaria:_Turning_the_Tide #peer_learning_course #vaccination #WHO #World_Malaria_Day

  • Glaucome, en garde à vue | France Culture
    https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/la-science-cqfd/glaucome-en-garde-a-vue-8249133

    Silencieux et souvent diagnostiqué tard, le glaucome détruit progressivement le nerf optique et réduit le champ de vision. Deuxième cause de cécité en France, il touche 1 à 2 % des plus de 40 ans. Mais un dépistage précoce et un traitement adéquat permettent d’en stopper l’évolution.

    Le glaucome est une maladie chronique qui détruit progressivement le nerf optique, à cause d’une pression trop élevée à l’intérieur de l’œil. Un liquide, l’humeur aqueuse, circule en permanence dans l’œil et doit s’évacuer par un filtre appelé trabéculum. Quand ce drainage est perturbé, la pression monte et endommage les fibres nerveuses de l’œil de façon irréversible.

    La maladie évolue sans douleur ni symptôme visible pendant des années. La vision périphérique se dégrade en premier mais, durant un temps, l’autre œil compense, donnant l’illusion que tout va bien. Ce n’est que lorsque la vision centrale est atteinte que le patient s’en aperçoit. Il est alors trop tard pour récupérer ce qui a été perdu.

    Parmi les signaux d’alerte l’augmentation de la #pression_occulaire appelée à tord « tension occulaire » (y compris par les intervenants de cette émission, ce qui alimente la confusion : « la tension ? J’en ai pas. »)
    Une #maladie_neurologique pour laquelle l’#hérédité est un facteur déterminant.

  • World #immunization Week: 5 years of #visual_storytelling by and for the people who make vaccines work
    https://redasadki.me/2026/05/01/world-immunization-week-5-years-of-visual-storytelling-by-and-for-the-peop

    During #World_Immunization_Week, Gifty Akosua Adzigbey, an interpreter for the deaf community in Ghana’s Mankrong health district, shared a photo of her daily work. She had spent the week, as she spent most weeks, moving between #vaccination posts and households where parents with hearing disabilities needed a translator, and sometimes needed to be walked […]

    #The_Geneva_Learning_Foundation #Charlotte_Mbuh #Chris_de_Bode #health_workers #Immunization_Agenda_2030 #Movement_for_Immunization_Agenda_2030 #peer_learning #photography #TGLF #VaccinesWork

  • Pourquoi les États-Unis sont en guerre contre l’Iran et pourquoi cette guerre pourrait marquer une pause, mais ne prendra pas fin

    via https://diaspora.psyco.fr/posts/12439060

    source : New Eastern Outlook April 28, 2026
    (pas très apprécié dans le monde occidental ->
    https://en.wikipedia.org/wiki/New_Eastern_Outlook)

    https://journal-neo.su/2026/04/28/why-the-us-is-at-war-with-iran-and-why-the-war-might-pause-but-wont-end

    by Brian Berletic

    While much discussion of the US war of aggression against Iran has focused on region-specific factors, including the myth that the US is fighting Iran on “behalf of Israel,” there are far more realistic and important global factors that have led to the war and will unfold because of it.
    [...]

    • https://reseauinternational.net/pourquoi-les-etats-unis-sont-en-guerre-contre-liran-et-pourquoi

      par Brian Berletic

      Si une grande partie du débat sur la guerre d’agression menée par les États-Unis contre l’Iran s’est concentrée sur des facteurs propres à la région, notamment le mythe selon lequel les États-Unis combattent l’Iran « au nom d’Israël », il existe des facteurs mondiaux bien plus réalistes et importants qui ont conduit à cette guerre et qui se manifesteront en raison de celle-ci.

      La guerre contre l’Iran s’inscrit dans un projet américain s’étendant sur plusieurs décennies visant à prendre le contrôle total du Moyen-Orient ainsi que du pétrole et du gaz produits et exportés depuis cette région. Il ne s’agit pas de s’approprier cette énergie pour la consommation des États-Unis, mais d’établir et de renforcer le monopole américain sur la production et les exportations d’énergie provenant des États-Unis eux-mêmes et des pays et régions sur lesquelles les États-Unis exercent leur contrôle.

      Cela concerne notamment le Venezuela en #Amérique_latine. La guerre d’agression menée par les États-Unis début 2026 contre l’État vénézuélien, l’enlèvement du président vénézuélien et la prise en otage du reste du gouvernement vénézuélien ont conduit à la suspension quasi immédiate des exportations de pétrole vénézuélien vers la Chine et à la redistribution des richesses pétrolières vénézuéliennes au profit des entreprises américaines.

      Ce que les États-Unis qualifient souvent de « garanties de sécurité » pour leurs « alliés » n’est qu’un euphémisme pour désigner l’occupation militaire américaine, la mainmise politique et le contrôle de ce qui sont en réalité des mandataires – et non des alliés.

      Une guerre d’agression similaire menée par les États-Unis contre la Russie via l’Ukraine s’étend également rapidement pour devenir une guerre visant directement les infrastructures russes de production, de stockage et d’exportation d’énergie, grâce à l’utilisation de drones qui – bien qu’attribués à l’Ukraine – sont en réalité supervisés par la CIA et l’armée américaine, comme l’a révélé le New York Times.

      De même, les États-Unis encouragent leurs mandataires européens, dans le cadre d’une « division du travail », à intensifier le suivi maritime, l’interception et la saisie des pétroliers transportant les exportations énergétiques russes, ainsi qu’une campagne américaine utilisant des drones maritimes pour attaquer ces pétroliers. Là encore, le NYT a identifié la #CIA et l’armée américaine comme ayant « suralimenté » ce qui est prétendument présenté comme des opérations « ukrainiennes ».

      Conjugué à la guerre contre l’Iran, un schéma mondial clair se dessine : il s’agit d’une perturbation, d’une destruction et même d’un arrêt délibérés par les États-Unis des exportations d’énergie vers l’Asie en général, mais vers la Chine en particulier.

      Alors que les États-Unis tentaient probablement aussi de renverser rapidement le gouvernement iranien pour renforcer leur contrôle sur la région et isoler davantage la Russie et la Chine, un objectif beaucoup plus large et plus global consistait à couper l’approvisionnement énergétique non seulement de l’Iran vers l’Asie et plus particulièrement la Chine, mais de l’ensemble du Moyen-Orient vers l’Asie et la Chine.

      La phase la plus récente de l’agression américaine contre l’Iran – qui a débuté fin février et s’inscrit dans la continuité des violences lancées contre l’Iran en 2025 sous l’administration #Trump et même en 2024 à la fin de l’administration #Biden – a consisté à cibler la production énergétique iranienne ainsi qu’à mener des frappes sur l’île de #Kharg, principale installation d’exportation d’énergie de l’Iran.

      Les frappes américaines contre la production énergétique iranienne ont conduit à des frappes de représailles de l’Iran contre les États arabes du golfe Persique alliés des États-Unis, notamment le Koweït, le Qatar, les Émirats arabes unis et l’Arabie saoudite.

      Collectivement, ces violences ont entraîné une baisse de la production dans toute la région, ce qui a par la suite conduit à une diminution des exportations d’énergie (gaz et pétrole) de l’ensemble du Moyen-Orient vers la Chine par rapport aux niveaux d’avant-guerre.

      Depuis le début des hostilités fin février jusqu’au récent accord de cessez-le-feu, les exportations d’énergie de l’ensemble de la région vers la Chine sont passées d’environ 52% des besoins totaux importés de la Chine à environ 30%, selon Reuters.

      Un article de Politico datant de mars 2026 montre clairement qu’au-delà de la simple dépendance de la Chine vis-à-vis de la région en matière d’énergie, l’Asie dans son ensemble dépend des importations d’énergie en provenance du Moyen-Orient pour 70% à plus de 90% de ses besoins totaux en importations d’énergie – en particulier les pays alliés des États-Unis comme le Japon, la Corée du Sud, les Philippines et la province insulaire de Taïwan.

      Isoler la Chine, contrôler l’Asie

      Tout comme les États-Unis l’avaient fait auparavant avec l’Europe en provoquant la guerre contre la Russie en Ukraine, la destruction des gazoducs Nord Stream et la mise en place de sanctions sur toutes les autres importations d’énergie en provenance de Russie – et maintenant notamment les frappes contre les installations russes de production, de stockage et d’exportation d’énergie, ainsi que contre les pétroliers transportant les exportations énergétiques russes – tout cela forçant l’Europe à dépendre des exportations américaines pour son approvisionnement énergétique – les États-Unis mènent désormais une politique similaire visant la Chine et le reste de l’Asie en perturbant délibérément l’accès aux exportations énergétiques du Moyen-Orient.

      La guerre contre l’Iran a conduit à une réglementation stricte du trafic maritime dans le détroit d’Ormuz par l’Iran, suivie d’un blocus imposé par les États-Unis visant principalement les navires exportant de l’énergie de l’Iran vers la Chine. Bien que les affirmations des États-Unis selon lesquelles ils contrôlent totalement le trafic maritime à destination et en provenance de l’Iran soient fausses, le blocus américain a refoulé ou saisi au moins la moitié de tout le trafic maritime tentant de quitter l’Iran, principalement à destination de la Chine, a rapporté le Financial Times.

      Cela signifie que les exportations totales d’énergie de la région vers la Chine ont encore chuté – les États-Unis disposant de nombreuses autres options en réserve pour réduire encore davantage les exportations régionales vers l’Asie, et plus particulièrement vers la Chine.

      L’une de ces options est la menace d’une reprise de l’agression militaire américaine contre l’Iran, qui pourrait se traduire à la fois par le ciblage délibéré et la destruction à grande échelle des infrastructures iraniennes de production et d’exportation d’énergie, et par de nouvelles frappes de représailles iraniennes contre la production énergétique des mandataires arabes des États-Unis dans le golfe Persique.

      Les conséquences émergentes de la guerre menée par les États-Unis contre l’Iran et son impact régional sont analogues à la destruction par les États-Unis des gazoducs #Nord_Stream et au ciblage, aux sanctions et aux restrictions progressives des flux énergétiques russes vers l’Europe, ne laissant comme seule option que les exportations énergétiques américaines – une option qui n’était pas viable économiquement jusqu’à ce que les États-Unis éliminent les alternatives existantes, moins chères et fiables.

      La guerre menée par les États-Unis étant sans limite de durée – elle se poursuit depuis fin 2024 jusqu’à aujourd’hui -, avec seulement quelques mois de calme relatif entre les campagnes d’agression militaire américaines, les perspectives d’accès à une énergie abordable et fiable en provenance du Moyen-Orient s’amenuisent progressivement pour la Chine et le reste de l’Asie.

      « Par un heureux hasard », les États-Unis ont déjà entamé l’expansion d’une industrie de production et d’exportation d’énergie déjà massive, ciblant spécifiquement l’Asie.

      En 2025, la société énergétique américaine Glenfarne et son PDG Brendan Duval ont maintes fois évoqué le fait que leur nouveau projet de GNL en cours de construction en Alaska pourrait exporter de l’énergie vers l’Asie « via des voies maritimes sûres et non contestées ».

      Il n’a pas été mentionné à l’époque que ce seraient les États-Unis eux-mêmes qui contesteraient ces voies maritimes et les rendraient dangereuses, renforçant ainsi la viabilité tant du projet de GNL de #Glenfarne en #Alaska que de l’expansion de la capacité d’exportation énergétique américaine en général.

      Il convient de noter que Glenfarne avait perfectionné son expertise en matière d’exportation/importation de GNL grâce à un projet en Colombie rendu possible uniquement par les sanctions américaines contre le #Venezuela voisin et la fermeture des #gazoducs qui auraient autrement approvisionné la Colombie en gaz. Ce n’est que grâce à la fermeture des gazoducs imposée par les États-Unis au Venezuela que l’importation de GNL du Texas vers la Colombie par Glenfarne a eu un sens économique.

      De même, ce n’est que grâce aux menaces de conflit des États-Unis et aux conflits réels mettant en danger des goulets d’étranglement maritimes vitaux à travers le monde que l’exportation de GNL vers l’Asie et au-delà a un sens économique – tout comme l’exportation de GNL américain vers l’Europe n’a eu de sens qu’après la destruction de #NordStream et l’imposition de #sanctions sur l’ #énergie russe, bien moins chère et plus facilement disponible.
      La charrue avant les bœufs, mais pour une bonne raison

      D’ici le début des années 2030, les États-Unis devraient doubler leur capacité d’exportation de #GNL, ce qui leur permettra de répondre à la demande de leurs principaux alliés asiatiques, notamment la Corée du Sud et le Japon, ainsi que la province insulaire de #Taïwan – mais là encore, uniquement si des alternatives moins chères et plus fiables restent absentes du marché.

      Cela signifie que si les États-Unis mettent en quelque sorte la charrue avant les bœufs, ils s’assurent que lorsque les bœufs arriveront enfin, les conditions seront idéales pour que les États-Unis, et eux seuls, en tirent profit.

      Tout comme pour l’Europe et la suppression de son accès aux importations d’énergie russe bon marché, la dépendance énergétique totale des alliés asiatiques des États-Unis les transformera davantage et pleinement en prolongements des ambitions géopolitiques américaines dans la région et à travers le monde.

      Tout comme pour l’Europe, servir les intérêts américains se fera au détriment de chaque mandataire américain en Asie, ainsi qu’au détriment de la paix et de la stabilité de toute la région, et plus particulièrement au détriment de l’ascension continue de la Chine, tout comme l’Europe a été utilisée pour cibler la Russie au détriment tant de la Russie que du reste de l’Europe.

      Outre la mainmise politique des États-Unis sur ces mandataires asiatiques, la présence de forces militaires américaines sur leur territoire et désormais l’imposition d’une dépendance énergétique à leur égard, une récente audition au Sénat américain a clairement montré que des pays comme le Japon, la Corée du Sud et les Philippines seront transformées en avant-postes militaro-industriels de la puissance américaine dans la région, contribuant ainsi à minimiser la « tyrannie de la distance » à laquelle les États-Unis sont confrontés lorsqu’ils cherchent à provoquer une guerre contre la Chine, située à l’autre bout du monde par rapport à leur emplacement.

      La création d’usines fabriquant des armes américaines en #Asie et d’installations portuaires dans la région pour effectuer des réparations sur les navires américains est déjà en cours, le #Japon ayant fabriqué et, dans certains cas, même renvoyé aux États-Unis des missiles intercepteurs Patriot, et la Corée du Sud ayant conclu des contrats pour l’entretien des navires de transport de la marine américaine.

      Toutes ces préparations ont lieu en prévision de ce que les États-Unis considèrent comme une confrontation inévitable avec la Chine elle-même – ce qui est en fin de compte la priorité qui motive le conflit américain contre la Russie, l’Iran, le Venezuela et de nombreux autres pays, tout cela dans le but d’isoler et de contenir la Chine avant de l’affronter directement.

      Compte tenu des coûts que l’Europe et les États arabes du golfe Persique paient pour leur subordination aux États-Unis et leur rôle dans l’accueil et la facilitation des guerres d’agression américaines dans leurs régions respectives du monde, le Japon, la #Corée_du_Sud et les #Philippines se désignent eux aussi comme des cibles avant toute confrontation avec la #Chine.

      Ce que les États-Unis appellent souvent des « garanties de sécurité » pour leurs « alliés » n’est qu’un euphémisme pour désigner l’occupation militaire, la mainmise politique et le contrôle par les États-Unis de ce qui sont en réalité des mandataires – et non des alliés. L’objectif du maintien d’un réseau mondial de mandataires, de l’ #Europe au #Moyen-Orient en passant par l’ #Asie-Pacifique, est précisément de faire payer à d’autres pays tous les coûts de la politique étrangère américaine, permettant ainsi aux États-Unis de s’approprier tous les bénéfices pour eux-mêmes.

      La perspective d’une escalade continue des guerres menées par les États-Unis à travers le monde dans un avenir proche à moyen terme est inévitable, car les guerres qui ont lieu actuellement sont menées spécifiquement pour préparer une future confrontation avec la Chine elle-même. Pour cette raison, les chances que les États-Unis parviennent à un quelconque accord de « paix » avec la #Russie ou l’ #Iran sont quasi nulles.

      Tant que les intérêts qui motivent la politique étrangère américaine – notamment l’industrie de l’armement, les géants du pétrole et du gaz, les géants de la technologie, l’industrie automobile et bien d’autres – ne soient supplantés à l’échelle mondiale par les alternatives offertes par le multipolarisme, et tant que le monde multipolaire ne sera pas en mesure de créer une dissuasion suffisante non seulement contre l’agression militaire américaine, mais aussi contre la coercition économique, l’ingérence politique et la mainmise qui mènent à cette agression, les #États-Unis continueront de prendre en otage la #paix, la prospérité et la stabilité mondiales au nom de leurs exigences d’une #hégémonie unipolaire continue sur la planète.

      #unipolarité #proxywar #guerre_par_procuration
      #géopolitique

  • #AI_agents can now cost more than the humans they were supposed to replace
    https://startupfortune.com/ai-agents-can-now-cost-more-than-the-humans-they-were-supposed-to-re

    A growing body of analysis is puncturing one of enterprise AI’s core assumptions: that #automation is inherently #cheaper than #headcount , with fully loaded #agentic AI costs regularly exceeding equivalent #human #labor for complex, multi-step knowledge work tasks.

    Encore des écoloterroristes qui veulent tuer notre insouciance béate devant le Progrès.

  • Menschenleerer Ort des Tages: Helmut-Kohl-Allee
    https://www.jungewelt.de/artikel/521673.menschenleerer-ort-des-tages-helmut-kohl-allee.html

    Keine Anwohner, nur ab und an eine durchziehende Demo ohne Publikum: In der Hofjägerallee/Helmut-Kohl-Allee herrscht Ordnung (9.4.2026)

    Kein April-Endscherz, der #Zeitgeist frisst sich weiter ins Berliner Stadtbild. Meist ist er grünlich, hier istver rechts. Man hätte gerne erfahren, wer den vor der Geschichte ins Rampenlicht gespülten Provinzkanzler gepusht hat. Ist aber auch egal, der Schaden ist angerichtet, und niemand wird es auffallen, weil keiner mehr für eine Ortskundeprüfung büffelt. Google Maps weiß es. Das reicht. Ein Name für den digitalen Orkus.

    28.4.2026 von Nico Popp - Leute, die in Berlin eine Demo organisieren, wählen regelmäßig den Tiergarten als Schauplatz. Dadurch wird in den allermeisten Fällen allerdings nur sichergestellt, dass niemand von der Manifestation Notiz nimmt, denn dort wohnt kein Mensch. Das Publikum bilden – so wie am ähnlich beliebten Pariser Platz auf der anderen Seite des Brandenburger Tores – Touristen. Aus der Nachbarschaft des Bundeskanzleramtes und des Reichstagsgebäudes wird der falsche Schluss gezogen, der Tiergarten sei ein politischer Ort.

    Allerdings ist das in einem Land, in dem es sowieso schier unvorstellbar ist, die Bevölkerung mit Demonstrationen direkt anzusprechen und auf die Straße zu holen, auch nur folgerichtig. So wie es folgerichtig ist, eine Straße im menschenleeren Tiergarten nach Helmut Kohl zu benennen. Der Kanzler der Einheit hatte für brodelnde Protestkundgebungen nichts übrig. Im Mai 1991 hat er im befreiten Halle sogar eigenhändig versucht, für Disziplin zu sorgen.

    Fast auf den Tag genau 35 Jahre später wird nun im Mai die Hofjägerallee im Tiergarten in Helmut-Kohl-Allee umbenannt. Die Umbenennung »würdigt öffentlich sichtbar die historische Leistung des früheren Bundeskanzlers«, steht in einer Mitteilung der Senatskanzlei vom Montag. Eier werden hier auf absehbare Zeit keine fliegen, und wütende Ossis hat in diesem Winkel Westberlins noch nie jemand gesehen. Hier rollen, vom und zum Großen Stern, nur Autos.

    Also alles gut? Bild, Fachblatt für den Kohl-Personenkult, ist nicht ganz zufrieden. Eine schnelle Umfrage in den relevanten Vorzimmern hat ans Licht gebracht, dass es für die »Festveranstaltung« prominente Absagen gibt: Bei Merkel lässt sich das »zeitlich nicht einrichten«, und Merz ist »auf Auslandsreise«. Offen ist auch, ob Kohls streitlustige Witwe anreist. Sie liegt mit der Stiftung »im Clinch« (Bild), die die Feierstunde ausrichtet. Nur der wahlkämpfende Regierende Bürgermeister und Tennisspieler Kai Wegner hat ausrichten lassen, dass er am Start ist (»Ich freue mich sehr«). Durchaus riskant: Der Mann zieht wütende Demonstranten an.


    So sah der alte Kaupert-Eintrag aus.

    #Berlin #Tiergarten #Hofjägerallee #Helmut-Kohl-Alle #Straßenumbenennung

  • Neuköllner Kulturhaus bietet Bühne für Extremisten: „Radau-Antizionisten machen radikale Positionen salonfähig“
    https://www.tagesspiegel.de/berlin/neukollner-projekthaus-bietet-buhne-fur-extremisten-radau-antizionisten

    Allet Terror oder wat?

    25.4.2026 von Sebastian Leber, Silvia Stieneker - In der Neuköllner „Spore“ breiten Terrorverharmloser und Szeneaktivisten ihr Weltbild aus. Nicht nur die Integrationsbeauftragte ist entsetzt.

    An einem Donnerstagabend im September in Neukölln. Auf dem Podium der „Spore Initiative“ diskutieren die Teilnehmer, ob die Gewalttaten der islamistischen Terrormiliz Hamas nicht im Grunde legal seien. Die Politikwissenschaftlerin Helga Baumgarten sagt, sie weigere sich, den Begriff Terrorismus zu verwenden. Dieser werde heute „inflationär benutzt“. Die Palästinenser hätten bei der ersten Intifada bloß einen „unbewaffneten Aufstand“ durchgeführt. Auch von Notwehr spricht sie.

    Helga Baumgarten war als Professorin an der Universität Bir Zait im Westjordanland tätig. Vom Publikum der Spore erhält die umstrittene Politikwissenschaftlerin immer wieder Beifall. Der Titel des Abends lautet: „Das Recht auf Widerstand unter Terrorverdacht“.

    Laut Selbstdarstellung geht es um Respekt und Inklusion

    Offiziell versteht sich die „Spore Initiative“ in der Neuköllner Hermannstraße als Ort für „ökologische Regeneration, gemeinschaftliche Teilhabe und Wissensaustausch“. So steht es auf der Homepage. Es gehe um Inklusion, Respekt und Solidarität. Doch statt als Hort des Respekts erscheint die Spore zunehmend als Hort von Israelhass und Antisemitismus.

    Denn Besucher berichten, diese Selbstdarstellung stehe in Widerspruch zu vielem, was sie in dem Gebäude tatsächlich erleben. Während die Proteste der radikalen israelfeindlichen Szene auf Berlins Straßen seit Anfang 2025 deutlich zurückgegangen sind, finden ihre zentralen Akteure und Vordenker in der Spore eine Bühne. Dort können sie damit rechnen, dass falsche Behauptungen nicht korrigiert werden und Sympathiebekundungen für die Hamas unwidersprochen bleiben.

    Bei der Diskussionsrunde im September sagt Helga Baumgarten, die Hamas wolle „ein freies Palästina, in dem alle Religionen und Gruppen friedlich zusammenleben können“. Auch den offenen Antisemitismus in der Gründungscharta der Hamas redet sie klein. Die Gewalt der Hamas sei Selbstverteidigung und durch das Völkerrecht gedeckt.

    Seit Frühjahr 2023 residiert die „Spore Initiative“ in einem Neubau auf einem ehemaligen Friedhofsgelände direkt neben dem Anita-Berber-Park. Das Haus an der Hermannstraße mit den modernen Glasfassaden, die die alten Friedhofsmauern und Masten des ehemaligen Flughafens Tempelhof teilweise integrieren, wurde 2025 vom Deutschen Architekturmuseum für herausragende zeitgenössische Architektur ausgezeichnet.

    United 4 Gaza Demo in Berlin Am 11.10.2025 haben sich ca. 14000 Menschen zu einer israelfeindlichen Demonstration unter dem Titel United 4 Gaza zusammengefunden. Gegen Ende der Demo gab es mehrere Festnahmen, nachdem verbotene Parolen gerufen wurden.

    _Berlin Berlin Deutschland Mitte * United 4 Gaza demonstration in Berlin On 11 10 2025 about 14000 people gathered for an anti-Israel demonstration under the title United 4 Gaza Towards the end of the demonstration there were several arrests after banned slogans were shouted , Berlin Berlin Germany center_

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    Antisraelische Proteste in Berlin. © IMAGO/Carsten Thesing

    Die Spore bietet Raum für Workshops, Diskussionen, Lesungen und Konzerte, außerdem ein Café im Erdgeschoss und einen Hörsaal. Im Eingangsbereich stehen Kinderwagen, es gibt einen Bereich zum Basteln und Spielen. Über einer Tür steht in großen Lettern: „Until Liberation“ – „Bis zur Befreiung“.

    Die Veranstaltungsreihe, in der Helga Baumgarten über die Legitimität bewaffneten Widerstands sprechen darf, nennt sich „Zeit zu reden“. Als Moderatorin fungiert meist die Journalistin Kristin Helberg. Die Runde findet regelmäßig im Auditorium der Spore statt, die Abende sind sehr gut besucht. Der jüdische Staat erscheint dann meist als Täter, antiisraelische Gewalttäter dagegen als Opfer, die von den Medien falsch dargestellt würden.

    Präsentiert werden die Abende von „Public Solidarity“, einem Medienprojekt, das die Videos der Veranstaltungen anschließend auf seine Webseite stellt. Verantwortet wird diese von Doris Ghannam, einer der wichtigsten Akteurinnen der Berliner Sektion der Boykottbewegung BDS („Boycott, Divestment and Sanctions“).

    Sobald es in der Spore um Israel und Palästina geht, prägen auffallend häufig Akteure und Narrative aus dem radikal israelfeindlichen Spektrum den Ton. Bei der „Zeit zu reden“-Veranstaltung mit Helga Baumgarten meldet sich eine Frau und stellt die rhetorische Frage, wie jemand denn bitteschön ernsthaft „die Legitimität der Hisbollah als Widerstand“ hinterfragen könne. Ein Mann erklärt, der Westen stufe die Hamas nur deshalb als Terrororganisation ein, um Palästinenser diskriminieren und in Gaza einen Völkermord legitimieren zu können. Er ruft auf, dafür zu kämpfen, dass die Hamas in Deutschland als „Befreiungsorganisation“ eingestuft wird.

    Ähnlich radikal verläuft im Oktober 2025 der Themenabend „Missverstanden, diffamiert, kriminalisiert – Palästinasolidarität in Deutschland“. Zweieinhalb Stunden lang beklagen die Podiumsteilnehmer, wie ungerecht die propalästinensischen Proteste in der Öffentlichkeit dargestellt würden. Die Bewegung sei drangsaliert, dämonisiert und entmenschlicht worden, habe „massive Repression“ und „unglaublich harte Urteile“ erlebt. In dieser Erzählung erscheint die Bundesrepublik wie ein diktatorischer Polizeistaat.

    Dass die Proteste dieser Szene maßgeblich von Extremisten organisiert wurden, wird nicht erwähnt. Die offene Verherrlichung von Terrorgruppen, die zahlreichen Gewalttaten, die Angriffe auf Pressevertreter werden großteils verschwiegen. Gewalt wird ausschließlich der Polizei zugeschrieben.

    Dafür erhalten Extremisten ein Podium. An diesem Tag ist es Qassem Massri, Mitgründer der Gruppe „Palästina Spricht“. Die Gruppe wird vom Verfassungsschutz beobachtet und als „gesichert extremistische Bestrebung“ eingestuft. Massri sagt Sätze wie: „Israel sollte auf den Leichen der Palästinenserinnen gegründet werden …“. Den Zionismus bezeichnet er als „rassistische, suprematistische, nationalistische Bewegung“, die er bis zum letzten Tag seines Lebens bekämpfen werde.

    Es ist ein Abend wie aus einem Paralleluniversum. Palästina müsse von der „deutschen Schuld“ befreit werden, heißt es. Ein Lehrer aus den Niederlanden erzählt, er sei gerade am Holocaust-Mahnmal gewesen und habe eine „israelische Delegation“ beobachtet. Daher wolle er wissen, wie stark die „Israel-Lobby“ in Deutschland sei – und wie diese „gebrochen“ werden könne.

    Es gebe „Bedarf an einer offenen, ehrlichen, differenzierten, vielleicht auch schmerzhaften Debatte zum Thema Israel und Palästina“, hatte Kristin Helberg zum Auftakt der Reihe erklärt. Man müsse „möglichst viele verschiedene Menschen zusammenbringen, um überhaupt wieder ins Gespräch zu kommen“. Doch in dem angeblich offenen Kultur- und Lernort geht es häufig nur um eine israelfeindliche Perspektive.

    Es ist eine Bühne für Terror-Apologeten, für Leute, die Gewalt als legitimes Mittel gegen jede Form von Israelsolidarität feiern. Güner Balci, Integrationsbeauftragte von Neukölln

    Gegründet wurde die Spore Initiative 2020 als Stiftung. Ihr Geldgeber ist der Unternehmer Hans Schöpflin, Erbe der Versandhausfamilie Schöpflin, die ihr Unternehmen an den Konkurrenten Quelle verkaufte. Schöpflin vermehrte sein Vermögen ab den 1980er Jahren als Risikokapitalgeber in den USA und ist heute Mäzen mehrerer Stiftungen. Seine Tochter Lisl Schöpflin und er sitzen im Stiftungsbeirat der Spore Initiative.

    Inwiefern sind die Sympathiebekundungen für Terrorgruppen, die wiederholte Dämonisierung Israels sowie die Verleugnung des Existenzrechts des jüdischen Staates mit den offiziellen Zielen der Initiative vereinbar? Der Tagesspiegel hat Hans Schöpflin angeschrieben und gefragt, ob er zu einem Interview bereit sei. Er ging nicht darauf ein.

    Auch die Nachfrage, wann ihm zum ersten Mal von Missständen berichtet wurde und was er als Gründer unternommen habe, um diese Missstände abzustellen, beantwortet Schöpflin nicht.

    Ein „Sammelbecken für Judenhass“

    Wer allerdings spricht, ist Neuköllns Integrationsbeauftragte Güner Balci. Sie beobachtet das Treiben in der Spore seit langem. Dem Tagesspiegel sagt sie, die Initiative sei ihrer Ansicht nach zu einem „Sammelbecken für Judenhass“ geworden. Was im Gewand vermeintlicher „Israelkritik“ daherkomme, entlarve sich als „Bühne für Terror-Apologeten, für Leute, die Gewalt als legitimes Mittel gegen jede Form von Israelsolidarität feiern.“

    Güner Balci spricht von einem „Schlag ins Gesicht all jener Muslime und Menschen mit Zuwanderungsgeschichte, die sich mutig und vorbildlich jeder Form von Antisemitismus entgegenstellen“. Zudem handle es sich um eine „Kriegserklärung an alle Palästinenser, die sich nicht mit der mörderischen Hamas-Ideologie gemein machen wollen.“

    In der Spore, warnt Neuköllns Integrationsbeauftragte, dockten Inhalte „unverhohlen an wachsenden Judenhass in migrantischen Milieus und extremistischen Szenen an“. Es sei bestürzend zu sehen, dass ein derartiges Projekt im Herzen Neuköllns ausgerechnet von einem Mitglied einer Familie gegründet wurde, deren „Eltern- und Großelterngeneration in der Hitler-Zeit zum gehobenen NS‑Schergenkreis gehörte, der von Vertreibung, Entrechtung und Vernichtung jüdischer Nachbarn massiv profitiert hat“.

    Wie stark die Verbindungen aus der radikal israelfeindlichen Szene in die Spore reichen, zeigt auch das Personaltableau. Ein Beispiel ist Esra Gültekin, die Veranstaltungskoordinatorin. Auf der Website der Spore wird sie als „engagierte Fotojournalistin“ gepriesen.

    Das kommt nicht von ungefähr: Seit dem 7. Oktober 2023 dokumentiert Gültekin antiisraelische Proteste in Berlin, die sie allerdings ikonografisierend inszeniert. Zu ihren Motiven gehören prominente Akteure der radikal israelfeindlichen Szene und Vermummte, die mit Kufiyas oder rotem Hammer-und-Sichel-Tuch posieren, während ihnen das Licht im Hintergrund eine Art Heiligenschein zu verleihen scheint.

    Wiederholt tritt Gültekin auf Instagram als „Collab-Partner“ extremistischer Gruppierungen auf, zum Beispiel von „Young Struggle“. Bei dieser Gruppe handelt es sich laut Verfassungsschutz um eine der „aktivsten extremistischen Akteure in Bezug auf Mobilisierung, Organisation und Teilnahme an propalästinensischen Versammlungen“. Gültekin agierte auch als „Collab-Partner“ der trotzkistischen Gruppierungen „Arbeiterinnenmacht“ sowie „Sozialismus von unten“. Beide konnten bereits Vertreter aufs Spore-Podium schicken.

    Bei all dem fällt auf, wie stark in der Spore sprachlich und argumentativ daran gearbeitet wird, antisemitische Vorfälle umzudeuten oder zu relativieren. Bei der Veranstaltung zur „Palästinasolidarität in Deutschland“ erklärt eine Podiumsteilnehmerin, es würde helfen, wenn der Begriff „israelbezogener Antisemitismus“ wieder verschwände. Ein Teilnehmer lehnt den Begriff Antisemitismus an sich ab: Er spreche lieber von antijüdischem Rassismus, denn Antisemitismus sei ein europäisches rassistisches Phänomen und die Palästinenser seien ja selbst Semiten.

    Die Moderatorin Kristin Helberg berichtet an diesem Abend, wie sie selbst als Korrespondentin durch die besetzten Gebiete gereist sei und Palästinenser häufig bei Interviews gebeten habe, bestimmte Sätze zu wiederholen, aber dabei auf das Wort Jude zu verzichten. Sie habe nämlich jeweils nachgefragt und erfahren, dass die Interviewten eigentlich gar nicht die Juden an sich, sondern die israelische Armee gemeint hätten. In diesen Fällen habe sie jeweils gefragt: „Können Sie das noch mal sagen?“ So verhinderte Helberg, dass die Übersetzung antisemitisch klang.

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    Spore Initiative in der Hermannstraße
    Das Kulturhaus der „Spore Initiative“ grenzt direkt an den Anita-Berber-Park.© Tagesspiegel/Lydia Hesse

    Vom Anspruch von „Zeit zu reden“, viele Perspektiven wieder miteinander ins Gespräch zu bringen, bleibt wenig übrig, wenn Vertreter extremistischer Positionen die Diskurshoheit haben. In Medien- und Politikwissenschaft wird das Konzept der False Balance diskutiert, also die verzerrende Gleichsetzung extremer und gemäßigter Positionen in öffentlichen Debatten. Für die Spore greift selbst dieser Begriff zu kurz. Denn hier werden extreme Positionen nicht bloß neben andere gestellt, sondern treten oftmals als selbstverständlicher Ausgangspunkt auf. Sie dominieren.

    In der Spore darf der BDS-Campaigner Lucas Febraro eine Podiumsdiskussion moderieren und den BDS-Aktivisten Shir Hever zum Erfolg der Kampagne BDS befragen. In der Spore kann Merchandising mit Slogans wie „There is only one solution: Intifada Revolution“ oder „Viva viva Intifada: long live the resistance“ angeboten werden. Auch die israelfeindliche Aktivistin Greta Thunberg war bereits mehrfach zu Gast.

    Im Februar 2025 stört sich eine Podiumsteilnehmerin daran, dass Deutsche zwar die aktuelle israelische Regierung kritisieren, aber nicht den Staat. Man unterscheide ja auch nicht zwischen amerikanischem Staat und amerikanischer Regierung. „Damit müssen wir aufhören“, fordert die Teilnehmerin.

    Moderatorin Helberg übernimmt: „Und das ist genau das große Problem in Deutschland, wirklich, das ist die knifflige Frage für Deutschland. Weil wir uns mit der Staatsräson wirklich klar aussprechen für das Existenzrecht des Staates Israel als jüdischer und demokratischer Staat. Das ist das große Problem in Deutschland ...“

    Landkarten zum Ausmalen – ohne Israel

    Auch der Aktivist Salah Said ist in der Spore willkommen. Als Teilnehmer einer Podiumsdiskussion erklärt er, Israel sei eine „absolute Propagandamaschine“, die die Geschichte verfälscht habe, und betreibe eine seit 76 Jahren andauernde „ethnische Säuberung“. Es gehe ihm nicht nur um die israelische Regierung, sagt Said, sondern um die israelische Gesellschaft – um Menschen, die bis heute sagen: „Ich lebe in Israel, und das ist mein Recht.“ Said sagt dazu: „I’m sorry, it’s not!“ Auch hier brandet Applaus auf.

    Neben der polizeibekannten Aktivistin Yasemin Acar zählt Salah Said zu den wichtigsten Köpfen des Netzwerks „PA Allies“, das die radikal israelfeindlichen Proteste der vergangenen Jahre in Berlin wesentlich mitgeprägt hat.

    „PA Allies“ durfte in der Spore bereits mehrfach zum „Familienfest für Gaza und seine Kinder“ laden. Das Programm versprach „Spiele und Bastelspaß“ sowie Kinderschminken, doch Aufnahmen auf Social Media zeigen verstörende Details: Auf einem Tisch liegt Werbematerial für eine extremistische Demonstration. Kinder malen Landkarten aus, auf denen es keinen Staat Israel mehr gibt.

    Die israelfeindliche Initiative „Jüdische Stimme für gerechten Frieden in Nahost“ nutzt die Räume der Spore ebenfalls für Veranstaltungen. Die personell recht überschaubare Initiative, die vom deutschen Inlandsnachrichtendienst als gesichert extremistisch eingestuft wird, gibt immer wieder vor, für die gesamte jüdische Community zu sprechen. Und sie verbreitet Positionen, die Gewaltakte relativieren oder politisch legitimieren.

    Die linke und Antisemitismus-kritische Monitoringgruppe „Amit“, die das Programm der Spore über längere Zeit beobachtet hat, beschreibt einen massiven Widerspruch zwischen der offiziell propagierten ökologischen Ausrichtung und der antiisraelischen Agenda vieler Veranstaltungen: „Quantitativ steht die notorische Beschäftigung mit Israel dort in deutlichem Missverhältnis zu anderen Themen.“ In diversen Veranstaltungen werde antiisraelischer Terrorismus verherrlicht.

    In dem Gebäude fänden „dubiose NGOs mit Verbindungen zur Terrorgruppe PFLP genauso ihren Platz wie Gäste, die den Hamas-Sprecher Abu Obeida auf ihrem T-Shirt präsentieren“, sagt ein Sprecher von Amit. In Lesekreisen könne man sich die theoretischen Grundlagen des Terroristen Bassel al-Araj erarbeiten. Zahlreiche Aufnahmen, die dem Tagesspiegel vorliegen, bestätigen die Angaben. Der Amit-Sprecher sagt: „Indem Radau-Antizionisten regelmäßig in der Spore zu Gast sind, werden ihre radikalen Positionen salonfähig. Man gewöhnt sich daran.“

    #Berln #Neukölln #Hermannstraße #Palästina #Kultur

  • #libano: i primi passi di una fragile tregua
    https://radioblackout.org/2026/04/libano-i-primi-passi-di-una-fragile-tregua

    Dopo oltre un mese di quotidiani attacchi israeliani contro Beirut e soprattutto contro il sud del paese, si apre una nuova tregua tra Israele e il Libano. La tregua, mediata dagli Stati Uniti, ha visto per la prima volta in oltre 30 anni contatti diplomatici diretti tra Israele ed il governo libanese, ma resta estremamente fragile e reversibile poiché, […]

    #altavisibilita #L'informazione_di_Blackout #guerra #guerra_invasione_israeliana #hezbollah #Iran
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/04/marcomagnano.mp3

  • #Sudan terzo anno di #guerra
    https://radioblackout.org/podcast/sudan-terzo-anno-di-guerra

    Il 15 aprile ricorre l’anniversario dell’inizio della guerra in Sudan che entra nel quarto anno : una guerra controrivoluzionaria, una guerra per il potere, una guerra che s’inserisce di un quadro regionale di instabilità crescente che alimenta il conflitto . Dopo le rivolte popolari del 2018 che hanno abbattuto il regime di #AL_bashir il […]

    #Hemmetti #khartoum #rsf

  • Emerging Taiwanese majority

    via https://diaspora.psyco.fr/p/12412457

    ♲ Angelica 🌐⚛️🇹🇼🇨🇳🇺🇸 - 2026-04-18 01:57:22 GMT

    Guess what Bonnie I was on your side until 2023. I stayed quiet in 2024. But in 2025 the idea that the US can be Taiwan’s force guarantor against China became untenable. In 2026, it’s just a joke.

    I AM the emerging Taiwanese majority. I am why you are writing worried stories about Seeseepee propaganda leading Taiwanese sheep astray.

    Cheng Li-wun, Holger Chen, me…we are all ex-DPP. Then at some point we got with reality. More Taiwanese will follow.

    ♲ @bonnieglaser@bird.makeup:

    @angelicaoung @jamespomfret The majority of Taiwanese appear to disagree with you.

    #Chine #Taiwan #Pacifique #USA #États_Unis #hégémonie #endiguement #propagande

    • Yuya Chen / Twi_X 2026-04-17

      https://x.com/alreadydawn/status/2045169289448366456

      Cheng Li-wun, the new head of the KMT, hopped on “Taiwanese Joe Rogan” Holger Chen’s livestream to talk cross-strait relations and her trip to the PRC.

      The biggest takeaway for me is seeing how much visible support she is getting on both Youtube and Threads (Taiwanese people prefer that to Twitter by a mile lol). The times are changing. The clearest sign is that DPP candidates who are up for reelection are not criticizing her because they are afraid of angering their constituents.

      Some quotes from the talk:

      “Have confidence in peace (between the straits). Have confidence in the goodwill of the #PRC.”

      “Drones should be carrying boba tea, not bombs (referring to her experience with Meituan delivery drones)”

      “The DPP candidates who are up for election/reelection are shying away from criticizing my trip to mainland China. They know which way the wind is blowing.”

      “The DPP has done its best trying to sever ties with China the past 10 years, give Taiwanese business trouble, and destroy domestic tourism. Domestic tourism is the ‘dragon head’ of the service industry - the entire service industry is in shambles thanks to the DPP. It’s only due to high tech and TSMC that’s keeping Taiwan afloat, but 80% of Taiwanese do not reap any benefit from this.”

  • Turning the tide: a new insights report demonstrates why health worker knowledge is critical to ending malaria
    https://redasadki.me/2026/04/17/turning-the-tide-a-new-insights-report-demonstrates-why-health-worker-know

    Geneva, 17 April 2026 – #The_Geneva_Learning_Foundation releases the first peer-generated evidence base from more than a thousand frontline health workers on what is working, what is failing, and what needs to change in the fight against malaria. The Geneva Learning Foundation (TGLF) today releases Malaria: Turning the tide, the first peer-generated evidence base […]

    #Global_health #continuous_learning #health_worker_voices #learning_culture #Malaria:_Turning_the_Tide #peer_learning #Teach_to_Reach

  • Mexico is officially launching universal healthcare this week, givi...
    https://diaspora.psyco.fr/p/12408056

    Mexico is officially launching universal healthcare this week, giving all 120 million citizens access to all public health institutions

    #politics #Mexico #healthcare

    Mexican President Claudia Sheinbaum has signed a presidential decree formally creating the country’s Universal Health Service, launching a phased rollout that will eventually allow every Mexican citizen to receive care at any public health institution in the country regardless of income, employment status, or geographic location.

    https://techfixated.com/mexico-is-officially-launching-universal-healthcare-this-week-giving-al

  • Face aux pressions américaines, Lula défend #Pix et annonce son déploiement international.

    via https://diaspora.psyco.fr/p/12407501

    #BRÉSIL. Face aux pressions américaines, Lula défend #Pix et annonce son déploiement international. Le président brésilien Lula da Silva a répondu publiquement aux critiques de Washington : « Pix appartient au Brésil, et personne ne nous obligera à le changer. »

    La déclaration fait suite aux accusations américaines selon lesquelles le système de paiement instantané brésilien « fausserait le commerce international ».

    Qu’est-ce que #Pix ? Créé par la Banque centrale du Brésil, c’est un système de transferts instantanés disponible 24h/24, sans frais, accessible via QR code. Il compte aujourd’hui plus de 170 millions d’utilisateurs, soit près de 80 % de la population brésilienne, et a contribué à l’inclusion financière de millions de personnes jusque-là non bancarisées.

    #commerce #finance #visa #mastercard

  • À La Chapelle, tu feras l’impossible
    https://lundi.am/A%CC%80-La-Chapelle-tu-feras-l-impossible

    Pétards, boxe et victuailles
    Une nouvelle hétérotopie QLF

    Depuis maintenant deux ans, un spectre hante les universités d’Île-de-France : QLF. Partisans de la piraterie et de la malice, ils organisent régulièrement des hétérotopies surprises à base de nourriture gratuite, de combats de boxe semi-clandestins et de pyrotechnie. La semaine dernière, c’est le campus flambant neuf de La Chapelle qui accueille désormais 3500 étudiants exilés de Tolbiac qui a été pris pour cible. Récit et analyse.

    Paris 1 a ouvert son campus La Chapelle. 3500 étudiants sortis de Tolbiac ont été envoyé dans un nouveau site 100 % neuf 100 % Sim City. Cette architecture, réfléchie par la fac pendant 10 ans, n’a rien à envier à un aéroport ou une clinique privée, elle dégage une ambiance de Purgatoire où rien ne peut arriver…

    « Imposer une conduite quelconque à une multiplicité humaine quelconque. »

    « Rendez-nous Tolbiac » est le cri le plus diffus parmi les tags des WC de La Chapelle. Pourtant, le béton armé de Tolbiac était austère, en plus d’être vertical. Que regrette-t-on vraiment ? La brutalité de l’architecture de Tolbiac faisait depuis les années 70 une forteresse à conquérir, facilement retournable par les foules. Sous la tour, des lieux comme « la fosse » ou « l’amphi N » étaient (presque) habitables. Dans le gris de Tolbiac, les couleurs proposées par les ascenseurs étaient les repères quotidiens et la prise de guerre des étudiants bloqueurs pour attraper le petit monde universitaire pour qu’il mette les mains dans la vraie politique. Pour des générations d’étudiants, il suffisait d’être assez (peu) nombreux à être motivés pour tout faire bugger. Contester, se rencontrer, s’organiser, c’était bloquer les ascenseurs, devenus, une fois peuplés de tables et de chaises, les ronds-points étudiants d’une journée ou d’un printemps.

    « Université d’excellence de surveillance ». À La Chapelle, la forteresse est conçue pour être imprenable. Ce campus est « moderne » et « agréable » car bâti à l’aide d’un verre plus lisse et contrôlable que le béton armé. Le verre est un matériau sur lequel rien n’a prise. Rien de vivant ne peut y proliférer autrement qu’autour ou à côté. Dedans ? À condition de se conformer. Au travers ? À condition de le casser. Rien ne peut lui être souterrain, il n’a pas d’angle mort. Ils ont construit un aquarium pour étudiant, un petit laboratoire de bienséance et de discrétion. Sous ses allures d’open space, on passe dans des couloirs dépourvus de bancs, où on est assis par terre, cernés par des barreaux et bien sûr par un tas de caméras. Dans un espace dans lequel rien n’est à faire, on a juste à suivre les nudges. La Chapelle est un aquarium-supermarché. Un Campus bâti sur l’angoisse de sa propre négation.


    « Quoi de mieux qu’un lieu sans âme pour nous faire perdre la nôtre ». La Chapelle donne à voir et subir quotidiennement un lieu chewing-gum qui ressemble à un supermarché plutôt qu’à une fac.

    #université #hétérotopie #communisme

  • Long Covid’s #Economic Impact Projected at $135 Billion a Year for #OECD Nations
    https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-04-08/long-covid-predicted-to-cost-oecd-economies-135-billion-a-year

    The pandemic might be over, but new research indicates #long_Covid is likely to reverberate across OECD economies, costing up to $135 billion a year over the next decade.

    The global forum’s new analysis shows the direct #health-care costs of long #Covid combined with the wider effect of people leaving the #workforce and lower #productivity will have a lasting impact. Economic #growth could be reduced by as much as 0.2%, according to the OECD, because the virus continues to spread, swelling the ranks of people with long Covid.

  • The Pentagon and the menace of a new schism in the Catholic Church following Avignon

    via https://diaspora.psyco.fr/p/12390837 || Fediverse

    oAnth / Isar Athenian:

    In case the information provided here is accurate, it may amount to a planned psyop in which every possible method of psychological warfare would be employed, as an option even including the involvement of evangelicals — as evidenced by the appointment of Mike Huckabee as U.S. ambassador to Jerusalem and by the Trump administration’s pseudo-religious rhetoric in general.

    ♲ Kim Perales - 2026-04-08 20:13:56 GMT

    https://www.thelettersfromleo.com/p/the-pentagon-threatened-pope-leo/comments

    Letters from Leo can now confirm: that the meeting took place -&:🚨the Vatican was so alarmed by the #DOD’s tactics: #PopeLeo shelved plans to visit the US later this year.Many in the Vatican saw🚨the DOD’s ref to an Avignon papacy as a #THREAT to use military force AGAINST THE HOLY SEE. 

    Ldrs in the #TrumpRegime apparently aren’t followers of Christ, they’re Pseudokhristos: *term to describe individuals or groups that oppose Christ & his teachings.

    #Trump #Hegseth #USPol

  • « C’est le travail de la jeunesse modeste qui paie les retraites des riches et vieux Parisiens »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/04/08/c-est-le-travail-de-la-jeunesse-modeste-qui-paie-les-retraites-des-riches-et

    Il sera désormais impossible de réfléchir à ces questions sans avoir lu le livre de Gilles Postel-Vinay (EHESS-Ecole d’économie de Paris) et Jean-Laurent Rosenthal (California Institute of Technology) sur l’accumulation de la richesse privée à Paris depuis deux siècles (Le capital d’une capitale, 200 ans de richesses et d’inégalités à Paris, Seuil, 544 pages, 26 euros).

    Issu de vingt ans de recherche sur les successions des personnes décédées à #Paris tous les cinq ans de 1807 à 1977 – date après laquelle les sources ne sont plus accessibles –, à partir des archives fiscales (les #successions sont imposées continûment depuis 1798) et notariales, complétées par de nombreuses sources statistiques parisiennes, ce livre articule les vues statistiques globales et les exemples individuels. Il documente très concrètement les origines de la #richesse des #Parisiens (la faveur du prince, l’industrie ou la finance), les conditions genrées de son accumulation et les variations des inégalités de la société parisienne.

    Aux XVIIIe et XIXe siècles, l’accumulation incroyable de richesse à Paris a lieu au profit quasi exclusif des plus riches, tant parisiens d’origine que provinciaux ou étrangers. La proportion des #pauvres – qui meurent sans laisser aucun #héritage, alors que le fisc compte celui-ci au premier franc – reste constamment des deux tiers, tandis que le sommet de la distribution s’enrichit continuellement et plus vite que l’économie française. Ce constant ruissellement du bas vers le haut n’est pas étranger aux multiples révolutions parisiennes, de 1789 à 1870. (...)

    https://justpaste.it/nipyd