• Nell’ex fabbrica di penicillina, un #ghetto di Roma

      Oggi viene presentata la seconda edizione di “Fuori campo”, il rapporto di Medici Senza Frontiere sulla marginalità, secondo il quale “sono almeno 10.000 le persone escluse dall’accoglienza, tra richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Una cinquantina gli insediamenti mappati dall’organizzazione in tutta Italia, 3500 le persone che vivono in occupazioni, baracche e “ghetti” nella sola Roma. Open Migration è entrata dentro il “gran ghetto” della capitale: un’ex fabbrica di penicillina in cui le condizioni di vita sono estreme.

      Appena finisce di spaccare le cassette della frutta e il legname di recupero, Alecu Romel entra nella casa in cui vive con la moglie Maria. Nella stanza d’ingresso, una luce fioca illumina il fornello, collegato ad una bombola a gas. A destra, in un locale spoglio, la coppia tiene una bicicletta e dei passeggini, riadattati per raccogliere ferrivecchi e oggetti abbandonati per strada. Sulla sinistra, una porta rossa separa dalla zona notte: una camera con due letti, la televisione e stampe colorate appese alle pareti.

      “Viviamo in questo appartamento da cinque anni e cerchiamo di tenerlo sempre in ordine”, dice Maria. A cedere loro lo spazio, un altro cittadino della Romania, che dentro la Ex-Penicillina, una delle più grandi aree industriali dismesse di Roma, si era inventato un angolo di intimità arredando alcuni dei locali più piccoli, che un tempo erano probabilmente uffici. In cinque anni di vita fra i capannoni scrostati, Alecu e Maria hanno visto cambiare l’insediamento. “Prima eravamo più rumeni e ci sono state anche famiglie italiane”, continua la donna, “mentre adesso gli abitanti sono cresciuti, e quasi tutti sono africani”.

      Oggi, come allora, il sogno di ricongiungersi con i due figli, affidati ai nonni in Romania, appare lontano: “questo non è un posto per bambini, ci sono topi e sporcizia, non ci si sente sicuri, ma almeno quei pochi soldi che guadagnamo ci permettono di mantenerli a casa, di fargli fare una vita migliore della nostra”, conclude Maria, la voce rassegnata.
      Fra i capannoni del “grande ghetto”

      Sempre più sogni si infrangono dietro la facciata del complesso, che costeggia via Tiburtina, una delle arterie più trafficate della città. Qui i cantieri per il raddoppio della carreggiata vanno avanti da anni: “finite ‘sti lavori!! più che una consolare sembra una via Crucis” è l’urlo che i cittadini hanno affidato ai cartelli affissi sui muri. Siamo all’altezza della periferia operaia di San Basilio, oggi nota alle cronache anche come base per lo spaccio di stupefacenti.

      Rifugiati e richiedenti asilo, arrivati in Italia negli ultimi anni e usciti dal sistema d’accoglienza, hanno infatti trovato qui un riparo precario, aprendo un nuovo capitolo nella storia del complesso, un tempo orgoglio dell’industria italiana. Aperta come Leo – Industrie Chimiche Farmaceutiche Roma, la Ex-Penicillina è stata la prima fabbrica italiana a produrre antibiotici. Una storia complessa, intrecciata ai piani di investimento del secondo dopoguerra, supportati dagli Usa, e alle speculazioni edilizie che avrebbero cambiato il volto della capitale.

      All’inaugurazione dell’impianto, nel 1950, fu invitato lo stesso sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina. Un graffito, nello scheletro esterno della struttura, lo ritrae pensieroso: “ti ricordi quando eravamo i più grandi?”, recita la scritta. Il quotidiano “L’Unità” aveva dedicato un paginone all’evento, col titolo “la più grande fabbrica di penicillina d’Europa inaugurata a Roma”. Dagli oltre 1300 operai degli anni Sessanta, si passò però presto a poche centinaia, fino all’abbandono totale dell’attività, alla fine degli anni Novanta. Un altro sogno, quello di una cordata di imprenditori, che volevano demolirla per fare spazio a un maxi-albergo di alta categoria, si infranse di fronte ai costi per lo smaltimento di rifiuti chimici e amianto, tuttora presenti nell’area.

      “Questo posto lo chiamano il grande ghetto”, ci dice Ahmad Al Rousan, coordinatore per Medici senza frontiere dell’intervento nei campi informali, mentre entriamo dentro uno degli stabilimenti con una torcia, perché qui manca tutto, anche l’elettricità. Camminiamo tra spazzatura, escrementi e resti della vecchia fabbrica: ampolle, fiale, scatole di medicinali su cui c’è ancora la bolla di accompagnamento. “C’è un posto qui vicino, il piccolo ghetto, qui ci sono circa 500 persone, lì 150”, aggiunge. “Non solo chiamano questi luoghi ghetti, ma chi ci vive si sente anche ghettizzato”.

      In questa area industriale abbandonata ci sono persone che arrivano da diverse parti del mondo: nord Africa, Sub Sahara, Pakistan, Afghanistan, Romania, e c’è anche un italiano. La maggior parte sono titolari di protezione internazionale, altri in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale che dovrà decidere sulla richiesta d’asilo, altri ancora hanno il permesso di soggiorno scaduto. Tutti sono fuori dall’accoglienza per qualche motivo.
      Il rapporto di Medici Senza Frontiere

      Come denuncia “Fuori campo”, l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, in tutta Italia ci sono almeno 10 mila persone in questa condizione, alloggiate in insediamenti informali con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche. Nella capitale la maggior parte si concentra proprio qui, nella zona est, tra la Tiburtina e la Casilina, passando per Tor Cervara. Edifici abbandonati, ex fabbriche e capannoni, sono diventati la casa di centinaia tra migranti e rifugiati. Che ci vivono da invisibili in condizioni disumane, senza acqua, luce e gas, spesso a ridosso di discariche abusive.

      Da novembre 2017, l’Ong ha avviato un intervento con un’unità mobile composta da un medico, uno psicologo e un mediatore culturale, e da qualche settimana il camper è arrivato anche all’ex Leo. Quella di Msf è l’unica presenza esterna negli spazi dell’occupazione: gli operatori vengono qui una volta alla settimana, dal primo pomeriggio alla sera, per portare assistenza medica e psicologica agli abitanti. Un piccolo gazebo allestito nella parte esterna degli edifici fa da ambulatorio, la sala d’attesa è, invece, lo spazio antistante, un tavolino da campeggio, qualche sedia pieghevole e una lampada. Per chi abita qui questo momento è diventato un rito, c’è chi viene per la prima volta, chi torna per un controllo, chi viene solo per chiacchierare.

      Un ragazzo si avvicina con aria timida: “they rescued me”, ci dice, raccontando di aver riconosciuto il logo di Msf sul gazebo, lo stesso visto sulla pettorina delle persone che lo avevano soccorso nel mezzo del Mediterraneo, nel 2016. Ora, due anni dopo l’approdo in Italia, è sbarcato anche lui all’ex fabbrica della penicillina. Entra e inizia la sua prima visita: lamenta mal di testa frequenti. La dottoressa misura la pressione e compila una scheda.

      “I problemi di salute qui sono legati soprattutto alle condizioni di vita: non ci sono servizi igienici e c’è solo una presa d’acqua fredda, per centinaia di persone”, spiega Al Rousan. La patologia più comune, aggiunge “è quella respiratoria dovuta al freddo o all’aria che respirano; l’unico modo che hanno per scaldarsi è accendere il fuoco, con tutti i rischi connessi: qualche giorno fa abbiamo assistito una persona completamente ustionata, in modo grave. Ha aspettato il nostro arrivo, non ha voluto andare a farsi vedere in un ospedale”. Di incendi qui ce ne sono stati diversi, come rivelano i muri anneriti di interi spazi. L’ultimo, a fine gennaio 2018, ha richiesto l’intervento dei vigili del fuoco, dopo l’esplosione di una bombola del gas. Quando cala la sera, le luci dei fuochi accesi e le fiammelle delle candele spezzano il buio totale degli edifici.

      “Questo è un posto estremo, dove l’esclusione è totale”, sottolinea Al Rousan. Dopo aver subito vari traumi nel viaggio e poi in Libia, trovarsi in questa condizione significa vedere infranto il sogno di potersi integrare, di costruirsi una nuova vita. Lavoro da tanti anni in situazioni simili, ma non ho mai visto una cosa del genere. E non pensavo potesse esserci un posto così a Roma”.
      La normalità dell’esclusione

      La fabbrica è occupata da diversi anni, e come in tutti gli insediamenti informali, gli abitanti hanno ricostruito una parvenza di normalità. Lamin, che viene dal Gambia, gestisce un piccolo market all’ingresso di uno dei capannoni principali. I prodotti li acquista al mercato di piazza Vittorio, dove si trovano i cibi di tutto il mondo. Qui vende aranciata, farina, zucchero, fagioli, candele e i dadi marca Jumbo, indispensabili – ci dice – per preparare qualsiasi piatto africano.

      Ha poco più di vent’anni e prima di arrivare qui viveva a via Vannina, in un altro stabile occupato, poco lontano. Nel violento sgombero del giugno 2017, è volato giù dalle scale e ancora, dice, “ho dolori frequenti alle ossa”. La fabbrica è diventata la sua nuova casa.

      Victor, 23 anni, è arrivato invece all’ex Penicillina dopo un periodo trascorso in un centro di accoglienza a Lecce, mentre era in corso la sua domanda d’asilo. Ottenuto lo status di rifugiato ha deciso di spostarsi a Roma per cercare lavoro, ma non parla neanche una parola di italiano. Il suo sogno è fare il giornalista. Nel suo paese, la Nigeria, ha studiato Comunicazione: “sono grato al governo italiano per quanto ha fatto per me”, dice, “ma non pensavo che una volta arrivato in Italia mi sarei trovato in questa situazione: quando sono arrivato a Roma ho vissuto un periodo alla stazione Termini. Faceva freddo e la temperatura di notte arrivava quasi allo zero. Un connazionale mi ha parlato di questo posto, mi ha detto che qui almeno potevo farmi una doccia. Invece, una volta arrivato ho scoperto che c’era solo una fontanella per l’acqua”. Come tutti, spera di andarsene presto. “Questo luogo cambia le persone, rallenta ogni aspirazione e io, invece, il mio sogno lo vorrei realizzare”, ci dice con uno sguardo vivace.

      Nel reticolo di capannoni, corridoi e cortili, ci sono altri piccoli bar e negozi: l’ultimo è stato aperto pochi giorni fa. Sulla facciata troneggia la bandiera giallorossa della squadra di calcio della Roma. Raffigura la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo: qui è quasi un paradosso, quell’immagine simbolo di mamma Roma, patria dell’accoglienza.


      http://openmigration.org/analisi/nellex-fabbrica-di-penicillina-il-grande-ghetto-di-roma
      #Rome

    • Il sistema di accoglienza italiano verso il default organizzativo e morale

      Sono pubblicate da tempo le relazioni della Commissione di inchiesta della Camera dei deputati sui Centri per stranieri. Relazioni che censuravano l’utilizzo degli Hotspot come strutture detentive e chiedevano la chiusura del mega CARA di Mineo. Ma il governo e le prefetture non hanno svolto quel lavoro di pulizia con la estromissione del marcio che risultava largamente diffuso da nord e sud. Una operazione che sarebbe stata doverosa per difendere i tanti operatori e gestori dell’accoglienza che fanno il proprio dovere e che avrebbe permesso di rintuzzare uno degli argomenti elettorali più in voga nella propaganda politica delle destre, appunto gli sprechi e gli abusi verificati da tutti ormai all’interno dei centri di accoglienza, soprattutto in quelli appaltati direttamente dalle prefetture, i Centri di accoglienza straordinaria (CAS), la parte più consistente del sistema di accoglienza italiano.

      https://www.a-dif.org/2018/02/27/il-sistema-di-accoglienza-italiano-verso-il-default-organizzativo-e-morale

    • Ventimiglia. Prima della neve. Un report del gruppo di medici volontari del 27 febbraio scorso tratto dal blog Parole sul Confine

      Sabato 27 febbraio è stata una giornata di lavoro intenso sotto al ponte di via Tenda.

      Avremmo fatto almeno 40 visite.

      Rispetto alla scorsa estate ci sono più persone che vivono sotto al ponte del cavalcavia lungo al fiume, con un numero senza precedenti di donne e bambini anche molto piccoli.

      L’insediamento sembra sempre più stabile, con baracche costruite con pezzi di legno e teli di plastica. Le persone che vivono lì sono prevalentemente eritree e sudanesi. Al momento, tutte le donne sole e le madri sono eritree.

      Le persone che abbiamo visitato erano giovanissime. Tantissime affette da scabbia. Spesso con sovra-infezioni molto importanti. Grazie alla nostra disponibilità di farmaci e grazie alle scorte di indumenti stivati presso l’infopoint Eufemia abbiamo potuto somministrare il trattamento anti scabbia a molte persone, dopo esserci assicurati che avessero compreso come eseguire correttamente tutta la procedura.


      http://www.meltingpot.org/Ventimiglia-Prima-della-neve.html
      #froid #hiver

    • Purgatory on the Riviera

      Ventimiglia is idyllic. It sits just across the Italian border from the French Riviera. The piercingly blue waters of the Mediterranean churn against its rocky beaches, and its buildings, painted in earthy pastels, back up against the foothills of the Alps. On Fridays, the normally quiet streets are bustling with French tourists who cross the border by car, train, and bicycle to shop in its famous markets where artisans and farmers sell clothes, leather items, fresh produce, truffles, cheeses and decadent pastries. Families with young children and elderly couples stroll along the streets and sit at sidewalk cafes or eat in one of the many restaurants along the shore.


      https://www.irinnews.org/special-report/2017/12/04/purgatory-riviera

    • Ex Penicillina. Dall’evacuazione alla bonifica: 4 mosse per uscire dal ghetto

      La proposta degli abitanti per evitare lo sgombero coatto, più volte annunciato dal ministro Salvini. All’interno circa 200 persone, tra cui alcuni italiani. “Va data a tutti un’alternativa e la fabbrica bonificata e riconsegnata alla città”


      http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/606113/Ex-Penicillina-Dall-evacuazione-alla-bonifica-4-mosse-per-uscire-da

    • Nell’ex fabbrica di penicillina, un ghetto di Roma

      Oggi viene presentata la seconda edizione di “Fuori campo”, il rapporto di Medici Senza Frontiere sulla marginalità, secondo il quale “sono almeno 10.000 le persone escluse dall’accoglienza, tra richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Una cinquantina gli insediamenti mappati dall’organizzazione in tutta Italia, 3500 le persone che vivono in occupazioni, baracche e “ghetti” nella sola Roma. Open Migration è entrata dentro il “gran ghetto” della capitale: un’ex fabbrica di penicillina in cui le condizioni di vita sono estreme.

      Appena finisce di spaccare le cassette della frutta e il legname di recupero, Alecu Romel entra nella casa in cui vive con la moglie Maria. Nella stanza d’ingresso, una luce fioca illumina il fornello, collegato ad una bombola a gas. A destra, in un locale spoglio, la coppia tiene una bicicletta e dei passeggini, riadattati per raccogliere ferrivecchi e oggetti abbandonati per strada. Sulla sinistra, una porta rossa separa dalla zona notte: una camera con due letti, la televisione e stampe colorate appese alle pareti.

      “Viviamo in questo appartamento da cinque anni e cerchiamo di tenerlo sempre in ordine”, dice Maria. A cedere loro lo spazio, un altro cittadino della Romania, che dentro la Ex-Penicillina, una delle più grandi aree industriali dismesse di Roma, si era inventato un angolo di intimità arredando alcuni dei locali più piccoli, che un tempo erano probabilmente uffici. In cinque anni di vita fra i capannoni scrostati, Alecu e Maria hanno visto cambiare l’insediamento. “Prima eravamo più rumeni e ci sono state anche famiglie italiane”, continua la donna, “mentre adesso gli abitanti sono cresciuti, e quasi tutti sono africani”.

      Oggi, come allora, il sogno di ricongiungersi con i due figli, affidati ai nonni in Romania, appare lontano: “questo non è un posto per bambini, ci sono topi e sporcizia, non ci si sente sicuri, ma almeno quei pochi soldi che guadagnamo ci permettono di mantenerli a casa, di fargli fare una vita migliore della nostra”, conclude Maria, la voce rassegnata.
      Fra i capannoni del “grande ghetto”

      Sempre più sogni si infrangono dietro la facciata del complesso, che costeggia via Tiburtina, una delle arterie più trafficate della città. Qui i cantieri per il raddoppio della carreggiata vanno avanti da anni: “finite ‘sti lavori!! più che una consolare sembra una via Crucis” è l’urlo che i cittadini hanno affidato ai cartelli affissi sui muri. Siamo all’altezza della periferia operaia di San Basilio, oggi nota alle cronache anche come base per lo spaccio di stupefacenti.

      Rifugiati e richiedenti asilo, arrivati in Italia negli ultimi anni e usciti dal sistema d’accoglienza, hanno infatti trovato qui un riparo precario, aprendo un nuovo capitolo nella storia del complesso, un tempo orgoglio dell’industria italiana. Aperta come Leo – Industrie Chimiche Farmaceutiche Roma, la Ex-Penicillina è stata la prima fabbrica italiana a produrre antibiotici. Una storia complessa, intrecciata ai piani di investimento del secondo dopoguerra, supportati dagli Usa, e alle speculazioni edilizie che avrebbero cambiato il volto della capitale.

      All’inaugurazione dell’impianto, nel 1950, fu invitato lo stesso sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina. Un graffito, nello scheletro esterno della struttura, lo ritrae pensieroso: “ti ricordi quando eravamo i più grandi?”, recita la scritta. Il quotidiano “L’Unità” aveva dedicato un paginone all’evento, col titolo “la più grande fabbrica di penicillina d’Europa inaugurata a Roma”. Dagli oltre 1300 operai degli anni Sessanta, si passò però presto a poche centinaia, fino all’abbandono totale dell’attività, alla fine degli anni Novanta. Un altro sogno, quello di una cordata di imprenditori, che volevano demolirla per fare spazio a un maxi-albergo di alta categoria, si infranse di fronte ai costi per lo smaltimento di rifiuti chimici e amianto, tuttora presenti nell’area.

      “Questo posto lo chiamano il grande ghetto”, ci dice Ahmad Al Rousan, coordinatore per Medici senza frontiere dell’intervento nei campi informali, mentre entriamo dentro uno degli stabilimenti con una torcia, perché qui manca tutto, anche l’elettricità. Camminiamo tra spazzatura, escrementi e resti della vecchia fabbrica: ampolle, fiale, scatole di medicinali su cui c’è ancora la bolla di accompagnamento. “C’è un posto qui vicino, il piccolo ghetto, qui ci sono circa 500 persone, lì 150”, aggiunge. “Non solo chiamano questi luoghi ghetti, ma chi ci vive si sente anche ghettizzato”.

      In questa area industriale abbandonata ci sono persone che arrivano da diverse parti del mondo: nord Africa, Sub Sahara, Pakistan, Afghanistan, Romania, e c’è anche un italiano. La maggior parte sono titolari di protezione internazionale, altri in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale che dovrà decidere sulla richiesta d’asilo, altri ancora hanno il permesso di soggiorno scaduto. Tutti sono fuori dall’accoglienza per qualche motivo.
      Il rapporto di Medici Senza Frontiere

      Come denuncia “Fuori campo”, l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, in tutta Italia ci sono almeno 10 mila persone in questa condizione, alloggiate in insediamenti informali con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche. Nella capitale la maggior parte si concentra proprio qui, nella zona est, tra la Tiburtina e la Casilina, passando per Tor Cervara. Edifici abbandonati, ex fabbriche e capannoni, sono diventati la casa di centinaia tra migranti e rifugiati. Che ci vivono da invisibili in condizioni disumane, senza acqua, luce e gas, spesso a ridosso di discariche abusive.

      Da novembre 2017, l’Ong ha avviato un intervento con un’unità mobile composta da un medico, uno psicologo e un mediatore culturale, e da qualche settimana il camper è arrivato anche all’ex Leo. Quella di Msf è l’unica presenza esterna negli spazi dell’occupazione: gli operatori vengono qui una volta alla settimana, dal primo pomeriggio alla sera, per portare assistenza medica e psicologica agli abitanti. Un piccolo gazebo allestito nella parte esterna degli edifici fa da ambulatorio, la sala d’attesa è, invece, lo spazio antistante, un tavolino da campeggio, qualche sedia pieghevole e una lampada. Per chi abita qui questo momento è diventato un rito, c’è chi viene per la prima volta, chi torna per un controllo, chi viene solo per chiacchierare.

      Un ragazzo si avvicina con aria timida: “they rescued me”, ci dice, raccontando di aver riconosciuto il logo di Msf sul gazebo, lo stesso visto sulla pettorina delle persone che lo avevano soccorso nel mezzo del Mediterraneo, nel 2016. Ora, due anni dopo l’approdo in Italia, è sbarcato anche lui all’ex fabbrica della penicillina. Entra e inizia la sua prima visita: lamenta mal di testa frequenti. La dottoressa misura la pressione e compila una scheda.

      “I problemi di salute qui sono legati soprattutto alle condizioni di vita: non ci sono servizi igienici e c’è solo una presa d’acqua fredda, per centinaia di persone”, spiega Al Rousan. La patologia più comune, aggiunge “è quella respiratoria dovuta al freddo o all’aria che respirano; l’unico modo che hanno per scaldarsi è accendere il fuoco, con tutti i rischi connessi: qualche giorno fa abbiamo assistito una persona completamente ustionata, in modo grave. Ha aspettato il nostro arrivo, non ha voluto andare a farsi vedere in un ospedale”. Di incendi qui ce ne sono stati diversi, come rivelano i muri anneriti di interi spazi. L’ultimo, a fine gennaio 2018, ha richiesto l’intervento dei vigili del fuoco, dopo l’esplosione di una bombola del gas. Quando cala la sera, le luci dei fuochi accesi e le fiammelle delle candele spezzano il buio totale degli edifici.

      “Questo è un posto estremo, dove l’esclusione è totale”, sottolinea Al Rousan. Dopo aver subito vari traumi nel viaggio e poi in Libia, trovarsi in questa condizione significa vedere infranto il sogno di potersi integrare, di costruirsi una nuova vita. Lavoro da tanti anni in situazioni simili, ma non ho mai visto una cosa del genere. E non pensavo potesse esserci un posto così a Roma”.
      La normalità dell’esclusione

      La fabbrica è occupata da diversi anni, e come in tutti gli insediamenti informali, gli abitanti hanno ricostruito una parvenza di normalità. Lamin, che viene dal Gambia, gestisce un piccolo market all’ingresso di uno dei capannoni principali. I prodotti li acquista al mercato di piazza Vittorio, dove si trovano i cibi di tutto il mondo. Qui vende aranciata, farina, zucchero, fagioli, candele e i dadi marca Jumbo, indispensabili – ci dice – per preparare qualsiasi piatto africano.

      Ha poco più di vent’anni e prima di arrivare qui viveva a via Vannina, in un altro stabile occupato, poco lontano. Nel violento sgombero del giugno 2017, è volato giù dalle scale e ancora, dice, “ho dolori frequenti alle ossa”. La fabbrica è diventata la sua nuova casa.

      Victor, 23 anni, è arrivato invece all’ex Penicillina dopo un periodo trascorso in un centro di accoglienza a Lecce, mentre era in corso la sua domanda d’asilo. Ottenuto lo status di rifugiato ha deciso di spostarsi a Roma per cercare lavoro, ma non parla neanche una parola di italiano. Il suo sogno è fare il giornalista. Nel suo paese, la Nigeria, ha studiato Comunicazione: “sono grato al governo italiano per quanto ha fatto per me”, dice, “ma non pensavo che una volta arrivato in Italia mi sarei trovato in questa situazione: quando sono arrivato a Roma ho vissuto un periodo alla stazione Termini. Faceva freddo e la temperatura di notte arrivava quasi allo zero. Un connazionale mi ha parlato di questo posto, mi ha detto che qui almeno potevo farmi una doccia. Invece, una volta arrivato ho scoperto che c’era solo una fontanella per l’acqua”. Come tutti, spera di andarsene presto. “Questo luogo cambia le persone, rallenta ogni aspirazione e io, invece, il mio sogno lo vorrei realizzare”, ci dice con uno sguardo vivace.

      Nel reticolo di capannoni, corridoi e cortili, ci sono altri piccoli bar e negozi: l’ultimo è stato aperto pochi giorni fa. Sulla facciata troneggia la bandiera giallorossa della squadra di calcio della Roma. Raffigura la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo: qui è quasi un paradosso, quell’immagine simbolo di mamma Roma, patria dell’accoglienza.

      https://openmigration.org/analisi/nellex-fabbrica-di-penicillina-il-grande-ghetto-di-roma


  • #dessins d’#enfants vus à #Siam_Reap, au #Cambodge donc...

    Comment dire... la #neige et les #bonhommes_de_neige... pas sûr que ça soit vraiment dans l’#imaginaire des enfants cambodgiens...


    #hiver

    Et je peux vous garantir que je n’ai pas vu de #bateaux de cette forme sur le Mekong...

    Et la #princesse...

    #représentations #néo-colonialisme #représentations

    cc @reka


    • New figures reveal at least 449 homeless deaths in UK in the last year

      On the streets, in a hospital, a hostel or a B&B: across the UK the deaths of people without a home have gone unnoticed.

      Tonight we’re attempting to shed new light on a hidden tragedy.

      Research by the Bureau of Investigative Journalism suggests at least 449 homeless people have died in the UK in the last year – at least 65 of them on the streets.

      The homeless charity Crisis says the figures are “deeply shocking”. They want such deaths to be better investigated and recorded.

      https://www.channel4.com/news/new-figures-reveal-at-least-449-homeless-deaths-in-uk-in-the-last-year

      #statistiques #chiffres

    • “A national scandal”: 449 people died homeless in the last year

      A grandmother who made potted plant gardens in shop doorways, found dead in a car park. A 51-year-old man who killed himself the day before his temporary accommodation ran out. A man who was tipped into a bin lorry while he slept.

      These tragic stories represent just a few of at least 449 people who the Bureau can today reveal have died while homeless in the UK in the last 12 months - more than one person per day.

      After learning that no official body counted the number of homeless people who have died, we set out to record all such deaths over the course of one year. Working with local journalists, charities and grassroots outreach groups to gather as much information as possible, the Bureau has compiled a first-of-its-kind database which lists the names of the dead and more importantly, tells their stories.

      The findings have sparked outrage amongst homeless charities, with one expert calling the work a “wake-up call to see homelessness as a national emergency”.

      Our investigation has prompted the Office for National Statistics to start producing its own figure on homeless deaths.

      We found out about the deaths of hundreds of people, some as young as 18 and some as old as 94. They included a former soldier, a quantum physicist, a travelling musician, a father of two who volunteered in his community, and a chatty Big Issue seller. The true figure is likely to be much higher.

      Some were found in shop doorways in the height of summer, others in tents hidden in winter woodland. Some were sent, terminally ill, to dingy hostels, while others died in temporary accommodation or hospital beds. Some lay dead for hours, weeks or months before anyone found them. Three men’s bodies were so badly decomposed by the time they were discovered that forensic testing was needed to identify them.

      They died from violence, drug overdoses, illnesses, suicide and murder, among other reasons. One man’s body showed signs of prolonged starvation.

      “A national disgrace”

      Charities and experts responded with shock at the Bureau’s findings. Howard Sinclair, St Mungo’s chief executive, said: “These figures are nothing short of a national scandal. These deaths are premature and entirely preventable.”

      “This important investigation lays bare the true brutality of our housing crisis,” said Polly Neate, CEO of Shelter. “Rising levels of homelessness are a national disgrace, but it is utterly unforgivable that so many homeless people are dying unnoticed and unaccounted for.”
      “This important investigation lays bare the true brutality of our housing crisis"

      Our data shows homeless people are dying decades younger than the general population. The average age of the people whose deaths we recorded was 49 for men and 53 for women.

      “We know that sleeping rough is dangerous, but this investigation reminds us it’s deadly,” said Jon Sparkes, chief executive of Crisis. “Those sleeping on our streets are exposed to everything from sub-zero temperatures, to violence and abuse, and fatal illnesses. They are 17 times more likely to be a victim of violence, twice as likely to die from infections, and nine times more likely to commit suicide.”

      The Bureau’s Dying Homeless project has sparked widespread debate about the lack of data on homeless deaths.

      Responding to our work, the Office for National Statistics (ONS) has now confirmed that it will start compiling and releasing its own official estimate - a huge step forward.

      For months the ONS has been analysing and cross-checking the Bureau’s database to create its own methodology for estimating homeless deaths, and plans to produce first-of-their-kind statistics in December this year.

      A spokesperson said the information provided by the Bureau “helps us develop the most accurate method of identifying all the deaths that should be counted.”
      Naming the dead

      Tracking homeless deaths is a complex task. Homeless people die in many different circumstances in many different places, and the fact they don’t have a home is not recorded on death certificates, even if it is a contributing factor.

      Click here to explore the full project

      There are also different definitions of homelessness. We used the same definition as that used by homeless charity Crisis; it defines someone as homeless if they are sleeping rough, or in emergency or temporary accommodation such as hostels and B&Bs, or sofa-surfing. In Northern Ireland, we were only able to count the deaths of people registered as officially homeless by the Housing Executive, most of whom were in temporary accommodation while they waited to be housed.

      For the past nine months we have attended funerals, interviewed family members, collected coroners’ reports, spoken to doctors, shadowed homeless outreach teams, contacted soup kitchens and hostels and compiled scores of Freedom of Information requests. We have scoured local press reports and collaborated with our Bureau Local network of regional journalists across the country. In Northern Ireland we worked with The Detail’s independent journalism team to find deaths there.

      Of the 449 deaths in our database, we are able to publicly identify 138 people (we withheld the identity of dozens more at the request of those that knew them).

      Of the cases in which we were able to find out where people died, more than half of the deaths happened on the streets.

      These included mother-of-five Jayne Simpson, who died in the doorway of a highstreet bank in Stafford during the heatwave of early July. In the wake of her death the local charity that had been working with her, House of Bread, started a campaign called “Everyone knows a Jayne”, to try to raise awareness of how easy it is to fall into homelessness.

      Forty-one-year-old Jean Louis Du Plessis also died on the streets in Bristol. He was found in his sleeping bag during the freezing weather conditions of Storm Eleanor. At his inquest the coroner found he had been in a state of “prolonged starvation”.

      Russell Lane was sleeping in an industrial bin wrapped in an old carpet when it was tipped into a rubbish truck in Rochester in January. He suffered serious leg and hip injuries and died nine days later in hospital. He was 48 years old.

      In other cases people died while in temporary accommodation, waiting for a permanent place to call home. Those included 30-year-old John Smith who was found dead on Christmas Day, in a hostel in Chester.

      Or James Abbott who killed himself in a hotel in Croydon in October, the day before his stay in temporary accommodation was due to run out. A report from Lambeth Clinical Commissioning Group said: “He [Mr Abbott] said his primary need was accommodation and if this was provided he would not have an inclination to end his life.” We logged two other suicides amongst the deaths in the database.

      Many more homeless people were likely to have died unrecorded in hospitals, according to Alex Bax, CEO of Pathways, a homeless charity that works inside several hospitals across England. “Deaths on the street are only one part of the picture,” he said. “Many homeless people also die in hospital and with the right broad response these deaths could be prevented.”
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      Rising levels of homelessness

      The number of people sleeping rough has doubled in England and Wales in the last five years, according to the latest figures, while the number of people classed as officially homeless has risen by 8%.

      In Scotland the number of people applying to be classed as homeless rose last year for the first time in nine years. In Northern Ireland the number of homeless people rose by a third between 2012 and 2017.

      Analysis of government figures also shows the number of people housed in bed and breakfast hotels in England and Wales increased by a third between 2012 and 2018, with the number of children and pregnant women in B&Bs and hostels rising by more than half.

      “Unstable and expensive private renting, crippling welfare cuts and a severe lack of social housing have created this crisis,” said Shelter’s Neate. “To prevent more people from having to experience the trauma of homelessness, the government must ensure housing benefit is enough to cover the cost of rents, and urgently ramp up its efforts to build many more social homes.”

      The sheer scale of people dying due to poverty and homelessness was horrifying, said Crisis chief executive Sparkes.“This is a wake-up call to see homelessness as a national emergency,” he said.

      Breaking down the data

      Across our dataset, 69% of those that died were men and 21% were women (for the remaining 10% we did not have their gender).

      For those we could identify, their ages ranged between 18 and 94.

      At least nine of the deaths we recorded over the year were due to violence, including several deaths which were later confirmed to be murders.

      Over 250 were in England and Wales, in part because systems to count in London are better developed than elsewhere in the UK.

      London was the location of at least 109 deaths. The capital has the highest recorded rough sleeper count in England, according to official statistics, and information on the well-being of those living homeless is held in a centralised system called CHAIN. This allowed us to easily record many of the deaths in the capital although we heard of many others deaths in London that weren’t part of the CHAIN data.

      In Scotland, we found details of 42 people who died in Scotland in the last year, but this is likely a big underestimate. Many of the deaths we registered happened in Edinburgh, while others were logged from Glasgow, the Shetland Islands and the Outer Hebrides.
      “We know that sleeping rough is dangerous, but this investigation reminds us it’s deadly”

      Working with The Detail in Northern Ireland, we found details of 149 people who died in the country. Most died while waiting to be housed by the country’s Housing Executive - some may have been in leased accommodation while they waited, but they were officially classed as homeless.

      “Not only will 449 families or significant others have to cope with their loss, they will have to face the injustice that their loved one was forced to live the last days of their life without the dignity of a decent roof over their head, and a basic safety net that might have prevented their death,” Sparkes from Crisis. No one deserves this.”

      A spokesperson from the Ministry of Housing, Communities and Local Government said:

      “Every death of someone sleeping rough on our streets is one too many and we take this matter extremely seriously.

      “We are investing £1.2bn to tackle all forms of homelessness, and have set out bold plans backed by £100m in funding to halve rough sleeping by 2022 and end it by 2027."


      https://www.thebureauinvestigates.com/stories/2018-10-08/homelessness-a-national-scandal?token=ssTw9Mg2I2QU4AYduMjt3Ny
      #noms #donner_un_nom #sortir_de_l'anonymat


  • Crosnes à la normande
    http://www.cuisine-libre.fr/crosnes-a-la-normande

    Nettoyer soigneusement les crosnes en les frottant avec du gros sel. Fondre le beurre à la poêle, ajouter les crosnes, les enrober en tournant 1 min. Ajouter la crème. Mélanger. Saler et poivrer. Laisser épaissir à petit feu pendant 3 min. Déguster chaud.

    #Crosne, #Poêlées / #Plat_principal, Sauté, #Sans_viande, #Sans_œuf, #Végétarien, #Sans_gluten, #Normandie, #Hiver

    #Sauté



  • Gratin de #Potiron au bleu de Sassenage
    http://www.cuisine-libre.fr/gratin-de-potiron-au-bleu-de-sassenage

    Éplucher le potiron. Retirer les graines et les filaments, couper la chair en cubes. Dans une cocotte, chauffer l’huile d’olive et faire revenir les cubes de potiron avec 1 gousse d’ail pelée et l’oignon émincé, sans coloration. Mouiller avec le bouillon de volaille, ajouter le laurier et le thym. Laisser cuire 40 min sur feu moyen. Éliminer le thym et le laurier, ajouter la crème, et mixer la préparation au mixeur plongeur. Ajouter l’œuf battu. Saler, poivrer. Mélanger. Préchauffer le #Four sur…

    Potiron, #Gratins / #Sans_gluten, #Plat_principal, Four, #Montagne, #Hiver, #Familial


  • Gratin de cannellonis aux chicons
    http://www.cuisine-libre.fr/gratin-de-cannellonis-aux-chicons

    Préchauffez le #Four à 180°C. Faites fondre 1 cuillerée à soupe de beurre dans une casserole et faites-y cuire les chicons 5 à 7 minutes à feu modéré. Farcissez les cannellonis de chicons et alignez-les côte à côte dans un plat à four. Faites fondre 3 cuillerées à soupe de beurre dans une casserole et mélangez-y la farine. Laissez sécher quelques instants sur le feu, puis allongez avec le lait et fouettez jusqu’à obtention d’une sauce bien liée. Faites fondre les dés de fromage bleu dans la sauce en…

    #Endive, #Lasagnes / #Hiver, Four, #Plat_principal, #Sans_viande


  • Verrine de #Brocoli au jambon
    http://www.cuisine-libre.fr/verrine-de-brocoli-au-jambon

    Détaillez le brocoli en bouquets et faites-les cuire 10 minutes dans le bouillon. Egouttez et laissez tiédir. Mixez le brocoli avec la crème fraîche, salez et poivrez. Répartissez la mousse dans 6 verrines. Coupez le jambon en lanières et enfilez-en 1 ou 2 en accordéon sur une pique cocktail. Présentez 1 brochette dans chaque mousse.

    Brocoli, #Verrines_apéritives / #Hiver, #Bouilli, #Sans_œuf, #Sans_gluten, Entrée, apéro, starter...

    #Entrée,_apéro,_starter...


  • « Notre-Dame-des-Landes, et après ? »
    Depuis la forêt occupée de Roybon

    https://lavoiedujaguar.net/Notre-Dame-des-Landes-et-apres-Depuis-la-foret-occupee-de-Roybon

    Mercredi 17 janvier 2018.

    Aujourd’hui on se réjouit, on danse, on se serre dans les bras et on fait tourner la nouvelle : le projet d’aéroport à Notre-Dame-des-Landes est abandonné. Ainsi c’est donc possible de bloquer ces foutus « grands projets » ! Et contrairement à ce que dit Retailleau (sénateur de Vendée et conseiller régional des Pays de la Loire), ce ne sont pas « les zadistes qui ont gagné », ce sont les paysan·ne·s, les habitant·e·s, celles et ceux qui se battent depuis plus de quarante ans contre cette absurdité. Ce sont aussi celles et ceux qui, poussé·e·s par leur révolte, sont allé·e·s s’installer là-bas et se sont fait paysan·ne·s à leur tour, habitant·e·s, gardien·ne·s. Ce sont ces liens, cette solidarité et cette force dont nous nous réjouissons aujourd’hui.

    Le gouvernement a annoncé, en même temps que le retrait de l’aéroport, que « les squatteurs devront partir d’ici au printemps prochain ». Quelle illusion de croire qu’il sera possible d’arracher ces liens, ces vies construites à Notre-Dame depuis plusieurs années et ancrées aussi profondément dans le sol ! (...)

    #Notre-Dame-des-Landes #ZAD #Roybon #solidarité #hiver_ardent


  • Chips de radis blanc
    http://www.cuisine-libre.fr/chips-de-daikon

    Daikon frites dans un peu d’huile de sésame, avec une petite pincée de sel. Peler le radis blanc et le trancher finement à l’aide d’une mandoline ou d’un robot. Dans une poêle, faites revenir des rondelles de radis dans l’huile à feu doux [1].

    #Daïkon, #Huile_de_sésame, #Chips_et_frites / #Hiver, Entrée, apéro, starter..., #Friture, #Végétalien, #Sans_viande, #Sans_œuf, #Végétarien, #Sans_lactose, #Sans_gluten, #Asie

    #Entrée,_apéro,_starter...


  • 2017 Arctic Report Card: Arctic sea ice keeps getting younger and thinner | NOAA Climate.gov
    https://www.climate.gov/news-features/featured-images/2017-arctic-report-card-arctic-sea-ice-keeps-getting-younger-and

    Despite the fact that the area of the Arctic Ocean covered by sea ice during the winter maximum has declined only slightly in recent decades, the ice itself is profoundly different than it used to be. Very old ice—thick, strong, and more melt-resistant—has nearly vanished, and the amount of first-year ice—thin, salty, and unlikely to survive the summer—has skyrocketed.

    These satellite-based maps show the age of the ice in the Arctic at the end of winter in March 1985 (left) and March 2017 (right). The first age class on the scale (1, darkest blue) means "first-year ice,” which formed in the most recent winter. The oldest ice (>7, white) is ice that is more than nine winters old. Dark gray areas indicate open water or coastal regions where the spatial resolution of the data is coarser than the land map.


    #arctique #glace #hiver #cartographie #climat


  • Vinaigrette à la #Mangue
    http://www.cuisine-libre.fr/vinaigrette-a-la-mangue

    Mixer les 5 premiers ingrédients dans un mélangeur ou un robot culinaire jusqu’à ce le mélange soit homogène et lisse. Si la sauce semble trop épaisse, allongez-la avec quelques gouttes d’eau, progressivement, jusqu’à obtenir la consistance désirée. Ajouter sel et poivre au goût. Réserver et servir à température ambiante.

    Mangue, #Vinaigrettes / #Sans_lactose, #Végétalien, #Sans_viande, #Sans_œuf, #Végétarien, #Hiver


  • Cocotte d’oursin pour œufs de caille
    http://www.cuisine-libre.fr/cocotte-d-oursin-pour-oeufs-de-caille

    Une recette très naturelle, élégante à présenter. À l’aide de petits ciseaux à bouts pointus, découper un couvercle (1/3 de la coque) à chaque #Oursin dans la partie molle qui entoure la bouche — partie située sur le dessus de l’oursin. Retirer les languettes de corail avec une petite cuillère. Filtrer le jus. Réserver l’ensemble dans un bol. Rincer avec soin l’intérieur des coquilles — les 8 plus belles — à l’eau froide. Éponger soigneusement. Déposer un lit de gros sel au fond d’un grand plat allant au…

    Oursin, #Ramequins / #Sans_viande, #Four, Entrée, apéro, starter..., #Hiver, #Repas_de_fête, #Bretagne

    #Entrée,_apéro,_starter...


  • Territoires en lutte
    Bure à Saint-Affrique : RTE dégage !

    https://lavoiedujaguar.net/Territoires-en-lutte-Bure-a-Saint-Affrique-RTE-degage

    Que faisaient des masques de hibou dans un article du Midi libre, ce 3 décembre ? Vol migratoire inattendu depuis les cimes du bois Lejuc, ou attrait soudain des Aveyronnais pour l’assiette en carton et la bombe de peinture (secret de fabrication jalousement gardé) ?

    C’est que, dans la foulée de l’appel commun à un hiver ardent, nous étions quelques-un·e·s bien décidé·e·s à venir prendre l’air du Sud à l’occasion de la manifestation contre RTE (Réseau de transport d’électricité), appelée par les copains et copines de l’Amassada en lutte contre l’implantation du « transformateur aux mille éoliennes ».

    C’est qu’il y a là-bas quelque chose qui nous touche, et profondément. Au-delà de la sincérité des échanges et des camaraderies qui se tissent entre Saint-Victor et Bure, au-delà des joyeuses soirées où coulent bière de Morlaix-sur-Saulx et vin de Gaillac, au-delà des farandoles endiablées (boulègue, boulègue !) et des concerts de mathcore, force est d’avouer que la lutte qui depuis trois ans prend son envol depuis l’Amassada est à bien des égards exemplaire. (...)

    #hiver_ardent #éoliennes_industrielles #Aveyron #Amassada #déchets_radioactifs #Meuse #Bure #résistance


  • Carpaccio de betteraves oranges
    http://www.cuisine-libre.fr/carpaccio-de-betteraves-oranges

    Un joli camaïeu jaune orangé ! Pelez la #Betterave puis tranchez-la au couteau ou à la mandoline afin d’obtenir des tranches les plus fines, presque translucides. Pelez deux oranges à vif en conservant le jus pour l’assaisonnement. Tranchez-les également en rondelles très fines, puis en demi-lunes. Épluchez et nettoyez le fenouil, tranchez-le finement. Émulsionnez le jus d’orange avec l’huile d’olive. Déposez les rondelles sur un plat, en alternant une tranche de betterave et une tranche d’orange.…

    #Orange, Betterave, #Carpaccios / #Hiver, #Végétarien, #Sans_œuf, #Sans_gluten, #Végétalien, Marinade/Saumure, Entrée, apéro, starter..., #Sans_lactose, Sans (...)

    #Marinade/Saumure #Entrée,_apéro,_starter... #Sans_viande


  • #Grèce : les migrants arrivent toujours à Lesbos, sans pouvoir en partir

    4 décembre 2017 Par Elisa Perrigueur

    Plus de 8 500 demandeurs d’asile sont actuellement bloqués sur l’île de #Lesbos, avec interdiction de se rendre sur le continent grec. Alors que le principal camp de l’île, #Moria, est largement surpeuplé, des migrants arrivent chaque jour depuis la Turquie, située à une dizaine de kilomètres.

    Lesbos (Grèce), envoyée spéciale.– Lorsqu’il a voulu traverser la dizaine de kilomètres de la mer Égée qui séparent la Turquie de l’île grecque de Lesbos, l’Irakien Muhammad n’a eu aucun mal à trouver un passeur. Aux frontières de l’Europe, ce business obscur est enraciné. Concurrentiel, selon l’étudiant de 26 ans. « Dans le quartier d’Aksaray à Istanbul, il y en a plein… »

    Muhammad, veste de cuir marron et l’air sûr de lui, a pu choisir son tarif en négociant avec « des Syriens, des Irakiens, de [son] âge, qui travaillent sous pseudo ». Avec toujours la même stratégie commerciale. « Au début, ils étaient sympas avec moi pour me vendre leur trajet, ils m’emmenaient boire du thé, plaisantaient. » Mais une fois l’argent déposé auprès d’une épicerie d’Istanbul, la relation a changé. « Ils ne répondaient plus au téléphone, ils m’ont abandonné près de la plage de Dikili [à l’ouest de la Turquie – ndlr] avec des migrants syriens. » Après avoir dormi plusieurs jours dans une forêt de la côte turque égéenne, le 20 novembre, Muhammad a finalement gagné les rives de Lesbos sur un bateau pneumatique, pour 500 euros.

    En 2015, lorsque près d’un million de migrants avaient franchi cette frontière maritime, la traversée coûtait de 1 500 à 2 000 euros. Juste après la signature de l’accord controversé entre l’Union européenne (UE) et la Turquie, en mars 2016, le nombre des passages avait chuté. Mais ces derniers mois, il repart à la hausse : 26 167 personnes sont arrivées dans le pays en 2017, par la mer pour une majorité d’entre elles, selon l’Organisation internationale pour les migrations. « On enregistre une hausse des venues cet automne, précise Astrid Castelein, responsable au Haut Commissariat des Nations unies pour les réfugiés (HCR). Cela peut s’expliquer par la météo, la mer est très calme. »
    Désormais, chaque jour, comme Muhammad, en moyenne 120 migrants arrivent sur les îles grecques situées en face de la Turquie, notamment Lesbos, Samos ou Chios, indique Georges Christianos, commandant de la garde côtière hellénique et directeur du bureau de surveillance maritime.

    Et les trafiquants prospèrent toujours sur la misère. « Les passeurs sont nombreux. Nous en avons arrêté 800 depuis 2015 dans les eaux territoriales grecques, dont 210 cette année », affirme-t-il. Condamnés sur la base de témoignages de migrants et de flagrants délits, ils écopent de peines allant jusqu’à dix ans de prison et d’une amende de 1 000 euros par migrant transporté. « Ces trafiquants sont souvent des hommes entre 25 et 30 ans. Sur les 800 arrestations, 20 femmes ont été interpellées. Un quart de toutes ces personnes arrêtées sont d’origine turque. » Pour beaucoup, des pêcheurs familiers des rivages montagneux près d’Izmir, Ayvalik, Bodrum, qui connaissent les eaux et maîtrisent leurs courants. Mais les passeurs sont aussi syriens, irakiens, pakistanais et ces deux dernières années, issus d’ex-pays soviétiques comme l’Ukraine.
    Leurs « clients », des Syriens, Afghans, Soudanais, Congolais… payent 300 euros pour une place dans un canot pneumatique surchargé, 1 000 euros pour un passage dans un hors-bord et 2 000 euros pour une traversée sur un voilier de luxe. Certains passeurs restent à terre. D’autres accompagnent les embarcations sur des canots annexes, selon le ministère grec de la marine, pour pouvoir récupérer les moteurs et bateaux après la traversée. Avec la distance pour avantage. « La Grèce et la Turquie sont parfois si proches qu’un passeur peut rejoindre les deux rives en une dizaine de minutes », explique Georges Christianos. Mais une traversée peut aussi durer plus de deux heures, en fonction du point de départ en Turquie.

    Aujourd’hui, ces trafiquants d’hommes doivent être plus stratégiques pour rester invisibles. Car depuis mars 2016, la frontière maritime a été barricadée. Vers 18 heures, le 24 novembre, un voile noir enveloppe les hauteurs de Lesbos. La patrouille portugaise de l’agence Frontex, chargée de surveiller les frontières extérieures de l’Union européenne, largue les amarres du petit port de Molivos, dans le Nord. Les trois agents ainsi qu’un officier de liaison grec longent les montagnes obscures de Turquie, dans les eaux territoriales grecques. Comme cette patrouille, 42 autres, en bateau, avion et hélicoptère, dont 17 de Frontex, arpentent la mer Égée, précise le ministère grec de la marine. Depuis mars 2016, ces équipages arrêtent les passeurs et récupèrent les embarcations de migrants. Mais ces interceptions sont presque indécelables : aucun bateau n’arrive directement sur les plages de galets, comme en 2015. Les opérations de secours ont lieu en mer Égée, le plus souvent au cœur de la nuit.

    Ce soir de novembre, le navire battant pavillon portugais croise, phares éteints. « Sans lumières, nous détectons mieux les embarcations au loin », précise Paulo, le jeune commandant. Alors, dans leur étroite cabine, les agents scrutent durant des heures un radar et un écran où défilent les images des eaux alentour, filmées en caméra infrarouge. Seule une chanson de Marilyn Manson en fond sonore trahit leur présence dans la pénombre. L’étendue d’eau calme paraît déserte, mais deux faibles lumières rouges clignotent : les gardes-côtes turcs. « Dès que Frontex ou les gardes-côtes grecs détectent au loin des embarcations de migrants dans les eaux territoriales turques, nous les prévenons pour qu’ils les ramènent en sécurité en Turquie », indique le responsable grec Georges Christianos. Car si 120 personnes parviennent chaque jour à gagner la rive grecque, dans le même temps, 120 autres sont rapatriées en Turquie par les gardes-côtes turcs. La hantise des candidats à l’Europe.

    Au même moment, un canot d’une capacité de 15 places quitte le rivage turc. Soixante-six personnes à bord. Durant la traversée, un mouvement de panique s’empare du bateau surchargé. Un enfant afghan de 10 ans ne survivra pas. « D’après le témoignage du père, il est mort peu après avoir quitté la Turquie. Le bateau était trop plein, l’enfant était au centre, il a été piétiné », rapporte Georges Christianos. Le bateau a ensuite été récupéré par une patrouille bulgare de Frontex. D’après l’agence de presse grecque ANA, l’arrivée du navire européen a suscité l’affolement. Les passagers ont cru que le navire appartenait aux gardes-côtes turcs. Et imaginé un retour forcé vers la Turquie.

    « On a toujours un doute, on ne sait jamais si ce sont des Grecs ou des Turcs lorsqu’ils arrivent vers nous. » Eddy, pasteur congolais de 40 ans, arrivé à Lesbos en juin, se souvient de la peur qui l’a tétanisé lors de son sauvetage. Parti de la République démocratique du Congo (RDC), celui qui se décrit comme « opposant politique, évadé de la prison de Makala [prison de Kinshasa – ndlr] », a pris la mer de nuit avec 50 personnes. « Il y a eu des mouvements de panique à cause des vagues. Deux hommes sont tombés à l’eau mais ont réussi à remonter. » Après deux heures et demie à dériver seuls, un hélicoptère a survolé leur embarcation. « Un navire a commencé à s’approcher. J’avais tellement peur que ce soit des Turcs. En anglais, des hommes disaient : “Restez calmes, nous sommes là pour vous sauver.” » Peu à peu, le drapeau grec du bateau est apparu à l’horizon. Les passagers ont poussé des cris de joie. « Vous êtes maintenant en sécurité, nous allons à Lesbos », ont répété les gardes-côtes aux exilés. Mais Eddy ne s’attendait pas à une escale interminable. Même s’il avait entendu parler du « piège » du camp de Moria sur l’île grecque.

    Moria, 2 000 places, 6 700 personnes, « Welcome to prison »

    L’étudiant Muhammad, lui, s’était « mentalement préparé » à Moria. Avant de quitter l’Irak, il s’était inscrit dans un groupe Facebook privé « où discutent des passeurs et des Syriens et des Irakiens voulant venir en Grèce ». Et ce nom revenait régulièrement dans les messages. « Je savais qu’ici, certains deviennent fous. Je voyais des vidéos des bagarres, fréquentes à cause de l’alcool, du shit, de la tension. Et je savais que je passerais au moins l’hiver ici », dit-il. Comme une condamnation. Lorsqu’il est arrivé devant les grilles du camp, le 23 novembre, il a lu ce tag le long du mur de béton : « Welcome to prison. »

    Ce lieu illustre l’éternel contraste de Lesbos. Une tragédie humaine au cœur d’un paysage idyllique de mer azur et de collines arborées. Nichée au milieu de cette nature, cette forteresse de barbelés, dans le village de 1 000 âmes de Moria, « loge » désormais 6 700 migrants. De plus en plus confinés, bien au-delà des 2 000 places prévues. Soixante-quinze nationalités rapprochées de force par leur quête d’Europe : des Syriens, Afghans, Irakiens, Érythréens, Éthiopiens, Congolais, Camerounais, Ivoiriens… Hommes, femmes et enfants, répartis par origines.

    L’Irakien Muhammad montre sa petite tente de deux places dans un champ d’oliviers. « Nous dormons à cinq dedans. Les autres sont aussi des Irakiens que je ne connaissais pas avant de venir. » Plusieurs centaines de tentes ont été plantées dans l’urgence autour des containers, hors de l’enceinte de Moria, pour accueillir les migrants qui arrivent régulièrement sur l’île. 67 par jour en octobre, selon un calcul du HCR. Le linge qui pend sur ses grillages ne sèche pas. L’hiver s’approche, l’air est frais. L’odeur de poubelle et d’urine a supplanté celle des oliviers. Au bout d’un sentier d’herbes folles, jonché de préservatifs usagés, de canettes vides et d’excréments humains, coule un filet d’eau sorti d’un tuyau percé. C’est « la douche » pour des milliers de migrants qui n’accèdent pas aux centaines d’installations sanitaires du camp.
    Depuis l’accord UE-Turquie, les migrants restent bloqués dans ce camp avec interdiction de quitter Lesbos dans l’attente du traitement de leur demande d’asile. Mamoudou, 27 ans, espère une réponse depuis sept mois. Cet Ivoirien exhibe sa carte de demandeur, renouvelée chaque mois par le Bureau européen en charge des demandes. Avec toujours cette même inscription en rouge : « Droit de circuler à Lesbos. » Mais nulle part ailleurs. Ce petit papier reste précieux : il lui permet de toucher 90 euros par mois. De fausses cartes circulent parfois dans le camp, d’après une source anonyme interne à Moria… L’Ivoirien a atterri en Turquie avec de faux papiers, avant de gagner les côtes grecques.

    Comme lui, quelques milliers d’Africains désormais bloqués ont pris la route de la Grèce pour rejoindre l’Europe, voulant « éviter la Libye où les Noirs sont réduits à l’esclavage. […] Je l’ai vu sur le Net », explique Mamoudou. Mais pour Sami, autre résident du camp venu de RDC, la Turquie est aussi un « calvaire », raconte-t-il en serrant sa Bible. « Au départ, je voulais rester à Istanbul. Mais à l’aéroport, des policiers turcs m’ont arrêté plusieurs jours et ne m’ont pas laissé prier. Je suis chrétien, et ils étaient musulmans… Puis certaines personnes, dans la rue, se bouchaient le nez sur mon passage », assure le jeune homme de 20 ans.

    À plusieurs reprises, des ONG, comme Amnesty International, ont alerté sur les risques qu’encourent les migrants en Turquie. Assis sur un banc face à Sami, trois visiteurs venus de France, « de passage quelques jours », écoutent son récit avec un air compassionnel. « Nous sommes venus pour apporter notre soutien et la parole de Dieu à ces gens », prêchent ces religieux anonymes, qui disent être venus à titre « personnel ». À quelques mètres, derrière les rangées de barbelés, des policiers épient l’étranger du regard. Un policier contrôle les images d’une journaliste vidéo. L’inscription « No photo » est placardée sur les clôtures.

    L’Europe pourrait oublier Moria et ses âmes égarées, isolées en ses confins. Mais les autorités de Lesbos élèvent la voix. Le 20 novembre, à l’appel de la mairie, des centaines d’habitants grecs ont défilé sur le port aux façades pastel du chef-lieu de l’île, Mytilène. « Il y a au total 8 500 candidats à l’asile bloqués sur l’île. C’est une mauvaise gestion de la crise de l’UE et du gouvernement, dénonce Marios Andriotis, porte-parole de la municipalité. La frustration monte. Des Afghans ont fait une grève de la faim sur la petite place de la ville pendant deux semaines. »

    Lesbos, impuissante et explosive, réclame « le transport des migrants vers le continent [grec] ». En mars 2016, Marios Andriotis se disait pourtant satisfait de l’accord UE-Turquie. « Jamais nous n’aurions imaginé la situation actuelle, nous pensions que les déboutés de l’asile seraient renvoyés en Turquie. » Le politicien ne s’attendait pas à ce que « seules » plusieurs centaines de personnes soient déportées de l’autre côté. « Nous pensions aussi que les demandes d’asile seraient traitées rapidement. » La réponse concernant le droit d’asile s’éternise. Inquiet, Marios Andriotis estime que « les migrants pourront désormais attendre jusqu’à un an pour savoir ce qu’ils deviendront ». Certains ne tiendront pas. Régulièrement, des migrants tentent de rejoindre Athènes en montant illégalement à bord des ferries qui partent chaque jour de Lesbos.

    https://www.mediapart.fr/journal/international/041217/grece-les-migrants-arrivent-toujours-lesbos-sans-pouvoir-en-partir?onglet=
    #statistiques #chiffres de personnes bloquées sur l’île :

    Ce lieu illustre l’éternel contraste de Lesbos. Une tragédie humaine au cœur d’un paysage idyllique de mer azur et de collines arborées. Nichée au milieu de cette nature, cette forteresse de barbelés, dans le village de 1 000 âmes de Moria, « loge » désormais 6 700 migrants.

    #réfugiés #asile #migrations


  • Op-ed: Winter has arrived, thousands left at its mercy in Greece’s hot-spots

    The capacity of the hotspots in #Lesvos, #Samos, #Chios is exceeded by somewhere between 100 and 250 per cent. People including vulnerable groups like children, sick people and pregnant women are accommodated in anything from small summer tents to makeshift shelters and damaged prefabricated houses, left at the mercy of the hard weather. Further the lack of hot water and limited sanitation makes hygiene a problem and with very few NGO’s still operating in the hotspots there is a shortage of even basic provisions like milk powder and diapers on top of the extreme conditions. Traumatized, mentally ill or disabled people do not have sufficient access to proper medical, psychological support and treatment and the with the combination of confinement, lack of information and perspective tensions are running high with incidents of violence and self-harm.


    https://www.ecre.org/winter-has-arrived-thousands-left-at-its-mercy-in-greeces-hot-spots-op-ed-by-e

    #îles #Grèce #asile #migrations #réfugiés #chiffres #statistiques #hiver #sur-population #hotspots #Lesbos #Leros #Kos


  • Crapaudine en croûte de sel
    http://www.cuisine-libre.fr/crapaudine-en-croute-de-sel

    Préchauffez le #Four à 160°C (Th 6). Lavez les betteraves en les brossant bien pour retirer la terre. Séchez-les. Mais surtout les épluchez pas. Gardez un toupet de leurs fanes. Dans un plat allant au four, versez du sel abondamment, pour recouvrir le fond, environ 3 cm d’épaisseur. Déposez les betteraves, bien serrées, sur ce lit de sel. Recouvrez entièrement de gros sel. La racine doit être complètement recouverte : soyez généreux avec la couverture de sel. Enfournez pour une heure environ : comptez…

    #Betterave, #Rôtis / #Hiver, #Végétarien, Four, #Sans_œuf, #Sans_gluten, #Végétalien, #Plat_principal, #Sans_lactose, Sans (...)

    #Sans_viande


  • Shrew skulls shrink for winter survival : Nature News & Comment
    http://www.nature.com/news/shrew-skulls-shrink-for-winter-survival-1.22874

    Lázaro and his colleagues are now investigating which brain structures change most from season to season, and whether the animals experience any cognitive impairments in winter. If they do, it might not matter too much, says Rychlik. “Their winter life is more boring,” he says. “They are less active, less involved in interactions, not busy with reproduction and searching for partners. They are just focused on foraging and saving energy.”

    #musaraigne #cerveau #repos #hiver #adaptation


  • Overcrowded Greek refugee camps ill-prepared for winter: UNHCR

    Greece must speed up winter preparations at refugee camps on islands in the Aegean Sea where there has been a sharp rise in arrivals, the United Nations refugee agency said on Friday.


    https://www.reuters.com/article/us-europe-migrants-greece/overcrowded-greek-refugee-camps-ill-prepared-for-winter-unhcr-idUSKBN1CB19F

    #Grèce #hiver (again!) #asile #migrations #réfugiés #îles #camps_de_réfugiés


  • Interview : 20-Year-Old Deandre Harris Speaks Out About Being Assaulted by White Supremacists in Charlottesville, Va.
    http://www.theroot.com/interview-20-year-old-deandre-harris-speaks-out-about-1797796038

    http://www.theroot.com/interview-how-corey-long-fought-white-supremacy-with-f-1797831277

    L’interview du jeune noir qui a été battu par les milices d’extrême droite à #Charlottesville pendant les manifestations.
    Quand j’ai vu quelques photos de cet assaut, j’ai cru que ce jeune était au mauvais endroit au mauvais moment parce que je ne comprenais pas pourquoi il n’y avait pas de manifestants qui s’étaient opposés s’il faisait partie de la manif. Dans son interview il explique que ça s’est passé à côté du commissariat et qu’aucun flic n’est venu l’aider. Ok, ça craint mais bon c’est pas comme si on découvrait maintenant que la police n’a rien à carrer qu’un noir puisse se faire dégommer par des fachos, quand c’est pas par eux-mêmes.
    Mais c’est surtout avec le 2ème article (les explications de Corey Long, son pote noir) qu’on comprend. En fait, il doit sa survie à ses propres potes qui ont réussi à le sortir de là mais personne d’autre n’a bougé !! Ils font partie d’1 manif anti-fachos, ils sont noirs et quand ils se font prendre logiquement pour cible privilégiée, pas un des manifestants ne bouge, si ce n’est pour sortir son appareil photo et faire une belle photo pour pouvoir poster sur les réseaux sociaux et dire oui j’y étais !!

    Long was in the parking deck with Harris as he was getting assaulted by white supremacists. But Long wasn’t the only one there. There were other people standing around with their cameras, not helping. They seemed to be just worried about capturing that perfect shot.

    Il y a quand même un sacré gros problème ! Et ça me rappelle pas mal d’attitudes de ce genre vues dans les manifs en France.
    Plus globalement, les fachos sont souvent entraînés et sont prêts à utiliser la violence au moment qu’ils jugeront opportuns alors qu’en face qui tire les mêmes conclusions ? Qui est prêt ? Les noirs savent ce que c’est, déjà parce beaucoup ont eu ces expériences là avec la police et qu’ils n’ont pas eu à attendre Trump pour savoir ce que c’était. D’où les réactions différentes qu’on peut apercevoir dans le doc de Vice, déjà posté : https://www.youtube.com/watch?v=RIrcB1sAN8I


    à 15:20 et 16:00 quand 2 activistes #noirs prennent la parole.
    Le blanc de gauche (ou progressiste comme ils disent aux States) est conscient qu’il ne sera pas le premier à être visé. Il peut toujours se retrancher derrière la masse mais il faudra bien à un moment tirer les conséquences de son engagement : se préparer mentalement ET physiquement, faire bloc avec les plus exposés et arrêter de se raconter des salades. Ou alors aller faire une manif anti-facho c’est comme se faire une petite frayeur qui pique un peu avec l’impression d’être « a working-class hero » à bien peu de frais pendant que ceux qui mènent le vrai combat, sans en avoir le choix, restent les mêmes depuis des siècles. Je ne me fais aucune illusion sur la solidarité entre classe ou race, ça reste des exceptions mais faisons au moins en sorte que ces exceptions soient un petit plus fréquentes, pour éventuellement conserver un minimum de cohérence et de dignité en regard de nos engagements politiques.
    #racisme #manifestations #extrême_droite

    • A propos de #Trump et de Charlottesville, le meilleur commentaire est, comme souvent, celui de Gil Scott-Heron, ce qui nous montre au passage que ça fait longtemps que l’Amérique est entré en Hiver, puisque cette chanson date de 1974 :
      https://www.youtube.com/watch?v=fGlRsjHTkbs

      L’hiver en Amérique
      Gil Scott-Heron

      Depuis les Indiens qui ont accueilli les pélerins
      Jusqu’aux bisons qui un jour régnaient dans les plaines
      Comme des vautours tournant sous les nuages sombres
      Cherchant la pluie
      Cherchant la pluie

      Tout comme les villes sur la cote
      Vivant dans un pays qui ne peut supporter plus
      Comme la forêt enterrée sous l’autoroute
      Jamais eu la chance de grandir
      Jamais eu la chance de grandir

      Et maintenant c’est l’hiver
      L’hiver en Amérique
      Et tous les guérisseurs ont été tués
      Ou exilés
      Mais les gens le savent
      Que c’est l’hiver
      L’hiver en Amérique
      Et personne ne se bat
      Parce que personne ne sait quoi dire
      Sauvez votre âme
      De l’hiver en Amérique

      La Constitution
      Un noble bout de papier
      Avec la société libre
      Qui s’est battu mais qui est mort en vain
      Et maintenant, la démocratie c’est des temps difficiles dans un coin
      En espérant la pluie
      En espérant la pluie

      Et je vois les rouges-gorges
      Perchés au sommet des arbres sans feuilles
      Regardant la marche des racistes de la dernière chance
      Mais, comme le signe de la paix qui a disparu de nos reves
      Jamais eu la chance de grandir
      Jamais eu la chance de grandir

      Et maintenant c’est l’hiver
      C’est l’hiver en Amérique
      Et tous les guérisseurs ont été tués
      Ou trahis
      Oui, mais les gens savent
      Que c’est l’hiver,
      C’est l’hiver en Amérique
      Et personne ne se bat
      Parce que personne ne sait ce qu’il faut sauver
      Sauvez vos âmes
      De l’hiver en Amérique
      –----------------------------------------------
      Winter In America
      Gil Scott-Heron

      From the Indians who welcomed the pilgrims
      And to the buffalo who once ruled the plains
      Like the vultures circling beneath the dark clouds
      Looking for the rain
      Looking for the rain

      Just like the cities staggered on the coastline
      Living in a nation that just can’t stand much more
      Like the forest buried beneath the highway
      Never had a chance to grow
      Never had a chance to grow

      And now it’s winter
      Winter in America
      Yes and all of the healers have been killed
      Or sent away, yeah
      But the people know, the people know
      It’s winter
      Winter in America
      And ain’t nobody fighting
      ’Cause nobody knows what to say
      Save your soul, Lord knows
      From Winter in America

      The Constitution
      A noble piece of paper
      With free society
      Struggled but it died in vain
      And now Democracy is ragtime on the corner
      Hoping for some rain
      Looks like it’s hoping
      Hoping for some rain

      And I see the robins
      Perched in barren treetops
      Watching last-ditch racists marching across the floor
      But just like the peace sign that vanished in our dreams
      Never had a chance to grow
      Never had a chance to grow

      And now it’s winter
      It’s winter in America
      And all of the healers have been killed
      Or been betrayed
      Yeah, but the people know, people know
      It’s winter, Lord knows
      It’s winter in America
      And ain’t nobody fighting
      Cause nobody knows what to save
      Save your souls
      From Winter in America

      And now it’s winter
      Winter in America
      And all of the healers done been killed or sent away
      Yeah, and the people know, people know
      It’s winter
      Winter in America
      And ain’t nobody fighting
      Cause nobody knows what to save
      And ain’t nobody fighting
      Cause nobody knows, nobody knows
      And ain’t nobody fighting
      Cause nobody knows what to save
      –---------------------------------------
      Désolé de la digression, mais pour ne pas oublier de balayer devant sa porte, j’aime bien aussi ce texte de #Solidaires qui rappelle aussi la complicité de l’Europe dans le massacre de masse en méditerrannée.
      https://solidaires.org/A-propos-de-l-extreme-droite-a-Charlottesville-des-bateaux-en-Mediterran

      Tout cela nous indique que c’est le Monde entier qui est entré en Hiver...

      #USA #Winter_in_America #Gil_Scott-Heron #Musique #Hiver
      #Europe #migrants


  • De tous les amis, Arnaud Humann était le seul à ne pas tricher avec les amarres. Il les avait vraiment coupées et, sans base arrière, vivait depuis trente ans en Sibérie. Il avait fait sien le principe du voyageur sans bagage, ne disposant pas d’un rouble, mais accumulant un trésor de souvenirs. À chacun de ses retours en France, il s’éberluait de voir son propre peuple se persuader de rayonner sur le monde. Ses amis des taïgas étaient peut-être des brutes mais au moins n’avaient-ils pas d’autres ambitions que de passer l’hiver au chaud. Cela donnait des êtres moins pétris de considérations universelles, mais des convives capables de conversations plus simples et des soirées plus gaies.

    Sylvain Tesson, Sur les chemins noirs, Gallimard, 2016, p. 95.

    #sylvain_tesson #marche #amitié #Sibérie #hiver #geoculturelim



  • Tout est bien qui finit bien
    http://otir.net/dotclear/index.php/post/2017/03/15/Tout-est-bien-qui-finit-bien

     

    Je m’en voudrais de ne pas avoir levé le suspense que j’ai laissé planer lors de mon dernier billet.

    Je suis infiniment reconnaissante pour les lignes électriques qui ont tenu bon durant toute la tempête. Aujourd’hui encore, les vents ont soufflé, et moi, j’ai retenu le mien de souffle, mais je pense pouvoir finalement me détendre. C’est tout de même un comble que ce qui est tout de même un phénomène courant par mes latitudes m’affecte désormais autant nerveusement, et j’espère qu’il y aura suffisamment d’épisodes à l’avenir sans incident comme hier pour que je retrouve la sérénité quand les tempêtes nous confinent à l’intérieur.

    Nous avons toutefois été bien aspergés. Près de soixante-dix centimètres de neige en un coup, ça fait du foin à dégager, les écoles n’étaient pas ouvertes aujourd’hui non plus, (...)

    #West_Side_Stories #climat #hiver #Stella


  • Etat d’urgence : tous aux abris
    http://otir.net/dotclear/index.php/post/2017/03/13/Etat-d-urgence-tous-aux-abris

     

    Dans quelques heures, #Stella aura atteint nos cieux et commencé à nous recouvrir d’un blanc manteau.

    Comme c’est romantique quand c’est dit comme ça !

    A la vérité, je suis de nouveau un paquet de nerf, à l’approche du blizzard de l’année, un phénomène météorologique puissant qu’on n’a plus vu depuis plusieurs années dans la région.

    Il a fait tellement doux pour le second #hiver consécutif, que l’on pouvait s’attendre de toute évidence au retour de manivelle, l’accumulation d’air chaud qui va entrer en collision aux alentours de la mi-nuit avec les fronts froids venus du nord, tandis que la moiteur de l’océan (à l’est de chez nous) va brusquement intensifier la tempête qui nous arrive, cela nous promet une « bombagenèse », soit la chute brutale du baromètre, et d’ores et déjà, M. Ziti si réceptif à tous (...)

    #West_Side_Stories #climat