Con due milioni di ettari coinvolti nel Kenya settentrionale il #Northern_Kenya_grassland_carbon_project è presentato come il più grande progetto al mondo di compensazione delle emissioni di carbonio dal suolo. Ma dietro l’iniziativa secondo Survival international, si celerebbero un modello di conservazione di stampo colonialista, restrizioni alla mobilità delle comunità pastorali e violazioni dei diritti dei popoli indigeni. Le principali novità che lo riguardano.
Definito il più grande piano di compensazione delle emissioni attraverso il sequestro del carbonio nel suolo, il Northern Kenya grassland carbon project (Nkgcp) in Kenya settentrionale rappresenta un caso emblematico delle criticità e dei dubbi che riguardano questo tipo di progetti. Tra le prime a sollevare perplessità in merito è stata la Ong Survival international, che dal 1969 lotta per la sopravvivenza dei popoli indigeni, e che ha individuato diversi aspetti problematici: il fatto che sia basato su un modello di stampo colonialista, le difficoltà nell’ottenere il Consenso libero, previo e informato (diritto fondamentale dei popoli indigeni adottato dall’Onu fin dal 2007) delle comunità interessate dal progetto e nel dimostrarne l’efficacia da un punto di vista ambientale.
La scorsa estate si è tornato a parlare del Nkgcp a seguito del suo ripristino. Un anno prima era stato infatti sospeso a causa di una sentenza del tribunale dell’Ambiente e del territorio di Isiolo (città centro-settentrionale del Kenya) che aveva sollevato dubbi sulla legittimità di alcune delle principali aree di conservazione (conservancy) coinvolte nel progetto.
Ma andiamo con ordine. Per prima cosa i piani di compensazione delle emissioni di carbonio sono presentati come uno strumento attraverso il quale le aziende inquinanti possono compensare le loro emissioni di gas serra, responsabili del riscaldamento globale. L’idea alla base è semplice: le aziende possono scegliere di finanziare progetti certificati che, almeno in teoria, riducono, evitano o rimuovono una quantità di gas serra equivalente a quella che emettono e che desiderano compensare. Il finanziamento di questo tipo di iniziative, spesso realizzate in Paesi del Sud del mondo, nella maggior parte dei casi avviene attraverso il mercato finanziario dei crediti di carbonio -ovvero titoli negoziabili, ognuno pari a una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita- e per mezzo di compagnie specializzate nella loro vendita. Per verificare che le riduzioni delle emissioni o l’aumento dello stoccaggio di carbonio siano effettivamente in atto, intervengono organismi indipendenti di validazione e verifica che devono essere accreditati secondo i requisiti previsti da standard di certificazione. Uno dei più diffusi è il Verified carbon standard (Vcs), gestito dall’ente certificatore Verra.
Nel concreto molto spesso i piani sostenuti tramite carbon credit consistono nella piantumazione di alberi capaci di assorbire i gas serra oppure nella protezione di aree boschive per evitare la deforestazione. Il caso del Nkgcp è leggermente differente, si tratterebbe infatti del primo programma (ma non unico, in seguito ce ne sono stati altri) che prevede la compensazione delle emissioni tramite lo stoccaggio nel suolo. Si basa infatti sul cosiddetto “ripristino dei pascoli comunitari nel Nord del Paese”, ovvero sulla sostituzione di quello che viene chiamato pascolo tradizionale “non pianificato” con il “pascolo rotazionale pianificato”. Questa pratica, secondo i promotori del Nkgcp, permetterebbe alla vegetazione dell’area di ricrescere in modo più prolifico con una previsione di “rimuovere 50 milioni di tonnellate di CO2 in 30 anni, l’equivalente delle emissioni annuali di oltre dieci milioni di auto e di generare centinaia di milioni di dollari per le comunità locali”.
“In parole semplici il piano nasce dall’idea che i pastori nomadi che vivono nell’area su cui si sviluppa il Nkgcp abbiano la responsabilità della degradazione del suolo e che cambiando il loro modo di pascolare, limitandolo e controllandolo, è possibile invece rigenerarlo con l’effetto di permettere alla vegetazione di crescere di più e di immagazzinare più carbonio e dunque di vendere più crediti -spiega ad Altreconomia Fiore Longo, ricercatrice di Survival e responsabile della campagna per decolonizzare la conservazione-. In realtà secondo le nostre analisi non ci sono prove scientifiche che dimostrino le responsabilità dei popoli indigeni della degradazione del suolo. Al contrario abbiamo molte prove per dire che queste comunità sono tra le meno responsabili del cambiamento climatico. Siamo quindi in una situazione di ingiustizia paradossale: coloro che hanno contribuito di meno devono pagare il prezzo più alto per le presunte soluzioni alla crisi climatica”.
Le perplessità sul progetto non riguardano soltanto l’aspetto ambientale ma affondano le radici nell’istituzione e nella gestione delle community conservancy da parte dell’ente che lo promuove: il Northern Rangelands trust (Nrt). Si tratta di un’organizzazione ombrello che raggruppa e sostiene 47 community conservancy nel Nord del Kenya, territori gestiti, almeno formalmente, dalle comunità locali con l’obiettivo di tutelare la fauna selvatica e, al tempo stesso, sostenere il benessere delle popolazioni che li abitano. Il suo lavoro è o è stato finanziato in parte da donatori internazionali, tra cui l’Unione europea e le agenzie di sviluppo della Danimarca e dell’Italia mentre i suoi crediti sono stati acquistati dalle principali società tra cui Meta, Netflix e International Airlines Group, proprietario di British Airways.
Il Nkgcp si estende su tredici di queste conservancy, in larga parte contigue, per una superficie complessiva di circa due milioni di ettari: un’area paragonabile a quella dell’intera Puglia e pari a circa il 3,5% del territorio keniano. Qui vivono circa 100mila persone appartenenti a diversi gruppi indigeni, tra cui Samburu, Maasai, Borana e Rendille. Come detto sono comunità tradizionalmente pastorali, il cui stile di vita è strettamente legato all’allevamento di bovini, cammelli, pecore e capre. Gli animali vengono spostati in funzione delle precipitazioni, seguendo percorsi che, in alcuni casi, si estendono per centinaia di chilometri.
“Noi di Survival all’inizio ci siamo interessati a questa zona per le violenze e le violazioni dei diritti umani che ci sembravano coerenti con il modello di conservazione che da sempre denunciamo, ovvero un sistema tipicamente coloniale dove le popolazioni indigene vengono tenute fuori dalle loro terre che vengono ‘protette’ da guardia parco armati -prosegue Longo-. In quel momento non si parlava ancora di crediti di carbonio ma appunto di meccanismi coloniali che andavano a nutrire conflitti già esistenti tra le differenti comunità locali per il controllo dei territori in una zona fortemente colpita dalla siccità e dai cambiamenti climatici”.
La storia dell’istituzione di queste conservancy risale agli anni Venti del Novecento quando la Corona britannica, dopo la creazione della colonia del Kenya, ha ceduto diversi ettari di terra a cittadini britannici. Tra le famiglie che avevano beneficiato di questa redistribuzione coloniale c’erano anche i Craig che nella metà degli anni Novanta hanno deciso di trasformare il loro ranch in una riserva, la Lewa wildlife conservancy. “Ai tempi hanno deciso di ripopolarla di fauna portandovi delle specie protette come i rinoceronti del Kenya e poi l’hanno aperta al turismo -racconta Longo-. Successivamente hanno pensato di coinvolgere anche le comunità intorno proponendogli di creare delle aree protette (le conservancy) dove lasciare gli animali selvatici liberi, proibendo quindi le attività di pascolo. È per aiutare a gestire questi territori che nel 2004 è nata la Northern Rangeland trust con una strategia per cui, a detta loro, tutti ne uscivano vincenti”.
Nel 2023 Survival, dopo anni di ricerca, ha pubblicato il suo report “Blood Carbon” che ha portato alla prima sospensione del progetto da parte di Verra. “A quel punto abbiamo deciso di analizzare sia il piano di compensazione delle emissioni di carbonio sia la violenza legata al metodo di conservazione e come il primo stesse alimentando il secondo. I soldi guadagnati con la vendita di crediti di carbonio potrebbero servire infatti anche a pagare i ranger armati -spiega Longo-. Inoltre il report sollevava altri importanti dubbi. Non risultavano infatti prove convincenti sul fatto che le comunità fossero state adeguatamente informate del progetto -e che quindi questo avesse ricevuto il loro Consenso libero, previo e informato- e anche sul fatto che beneficiassero effettivamente dei fondi generati dalla vendite di crediti di carbonio”.
A seguito di questa prima denuncia Verra ha deciso di bloccare il piano per poi ripristinarlo poco tempo dopo. Si arriva così alla seconda interruzione da parte di Verra, nel 2025, dopo la sentenza del tribunale dell’Ambiente e del territorio di Isiolo che ha stabilito che due delle più grandi aree di conservazione create dalla Nrt erano state istituite senza un’adeguata consultazione locale e quindi incostituzionalmente. Una di queste, la Biliqo Bulesa, contribuiva per circa il 20% ai crediti di carbonio dell’intero progetto. Nonostante questo duro colpo inferto all’operazione di Nrt dal tribunale keniano (che ha anche ordinato il ritiro dei ranger armati dell’Nrt), e il fatto che la sua sentenza avesse sollevato ulteriori gravi dubbi, Verra ha comunque deciso di ripristinare ancora una volta il Nkgcp.
Allo stesso tempo oggi il Nkgcp si trova in fase di ristrutturazione per cercare di renderlo conforme alle nuove leggi approvate dal parlamento del Kenya che impongono nuovi obblighi a coloro che gestiscono la crescente industria dei crediti di carbonio. Survival international è però venuta a conoscenza del fatto che alcune comunità si oppongono fermamente a questo processo e la questione è tutt’altro che conclusa.
In particolare le comunità dei Masai e Rendille che vivono nelle aree di conservazione di Leparua e Melako hanno denunciato che la Nrt li starebbe forzando a firmare accordi che vengono presentati come una soluzione ad alcune criticità del progetto, ma che in realtà potrebbero ridurre ulteriormente il controllo delle comunità sul pascolo del bestiame e sulla gestione delle proprie terre.
Rose Orguba, difensora dei diritti umani e parte del comitato di gestione comunitaria della Melako conservancy, ha detto a Survival international che molti hanno percepito pressione, fretta e minacce, quando invece il processo di coinvolgimento dovrebbe essere trasparente, inclusivo e basato appunto sul Consenso libero, previo e informato. “Le persone che sono state trasportate con gli autobus sul luogo della riunione sono state indotte ad accettare senza aver letto il documento -ha riferito-. Il 90% della comunità è analfabeta. Per questo è stata utilizzata la propaganda per dire che avrebbero dovuto firmare quel giorno o i fondi derivanti dai crediti di carbonio sarebbero andati persi per sempre”.
È dunque in corso “una coraggiosa resistenza a questi nuovi accordi”, così come l’ha definita Caroline Pearce, direttrice generale di Survival international. “Noi della comunità dell’area di conservazione Leparua non comprendiamo questo progetto sui crediti di carbonio della Nrt -ha detto infatti Jackson Lokadelio, membro dell’area di conservazione Leparua-. Non possiamo accettare che ci venga richiesto di firmare un documento senza sapere che cosa contiene. Perché se la firmiamo senza comprenderne il contenuto, sarà come se avessimo accettato di cedere la nostra terra. Chiedo a tutti di non lasciarsi ingannare dal denaro”.