• La collaborazione tra l’Università di Bologna e il complesso militare industriale israeliano

    Un gruppo di docenti dell’ateneo ha lanciato una petizione online (https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfSq4-0GGl6r8CGHuLaXohv4LNbVeUE3FW4AvAEbFp7AWkMcw/viewform?pli=1) in cui chiede di sospendere immediatamente i progetti di ricerca e collaborazione con il gruppo #Thales e l’istituto israeliano #Technion. Avrebbero “forti e dirette connessioni con la violazione dei diritti umani dei palestinesi a Gaza e nei crimini descritti dalla Corte internazionale di giustizia”

    Un gruppo di docenti dell’Università di Bologna ha lanciato una petizione online in cui chiede all’ateneo più antico del mondo di sospendere immediatamente i progetti di ricerca e collaborazione con il gruppo Thales e l’istituto israeliano Technion, in quanto avrebbero “forti e dirette connessioni con la violazione dei diritti umani dei palestinesi a Gaza e nei crimini descritti dalla Corte internazionale di giustizia”. Ovvero l’ipotesi di condotta genocidiaria, avanzata dal Sudafrica contro Israele, attualmente sotto la lente del più alto Tribunale delle Nazioni Unite.

    Finora sono circa 300 i docenti, i ricercatori e il personale tecnico amministrativo che hanno firmato la petizione: si aspettano che l’ateneo bolognese si faccia realmente “portavoce degli ideali di pace e di giustizia nella Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui)”, dando seguito e concretezza all’impegno preso di “discutere il tema del coinvolgimento delle università italiane nei territori palestinesi occupati, nei contesti di guerra e, più genericamente, nella filiera bellica”.

    È con queste parole, infatti, che il Senato accademico dell’Università di Bologna, il 21 maggio scorso, si è espresso, approvando una mozione sulla guerra a Gaza, presentata dai rappresentanti della componente studentesca.

    “La petizione arriva a seguito dei risultati dell’interrogazione sulla due diligence del marzo scorso -spiega Pierluigi Musarò, Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Unibo- e risponde agli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale, cioè evitare qualsiasi complicità con soggetti responsabili delle violazioni dei diritti umani, in questo caso della popolazione palestinese”.

    Il 19 marzo, infatti, un gruppo formato da rappresentanze studentesche, docenti e personale amministrativo ha chiesto formalmente alla governance di ateneo di rendere pubblico lo stato delle proprie collaborazioni e delle partnership con realtà militari industriali, in particolare in relazione alla condotta di Israele a Gaza dall’ottobre 2023.

    Ne è risultata una dettagliata disamina dello stato della cooperazione scientifico-tecnica portata avanti da diverse strutture dell’ateneo con istituti universitari israeliani e con alcune aziende che i docenti definiscono “altamente problematiche, poiché direttamente connesse con i crimini di guerra che l’esercito e lo Stato israeliano stanno commettendo nella Striscia di Gaza”.

    Tra queste, ci sarebbero il gruppo Thales e il centro di ricerca israeliano Technion. Il primo, si legge nella petizione, è controllato dal governo francese e partecipato dall’impresa bellica Dassault: è l’undicesimo produttore di armi globale, il quarto in Europa, con proventi legati alla vendita di armi per circa otto miliardi di euro nel 2023. Opera nel settore delle tecnologie aerospaziali, in quelle di difesa e sicurezza (radar e sonar; sensori di target aerei; sistemi di comunicazione radio tattica; sistemi di comando e controllo; veicoli blindati; sistemi navali; missili e droni) e nelle tecnologie di identificazione biometrica e di identità digitale.

    “Con la compagnia israeliana Elbit System -scrivono i docenti- Thales produce il killer drone Hermes 450, utilizzato dall’esercito israeliano contro la popolazione civile e responsabile della strage dei sette volontari dell’Ong World Kitchen, avvenuta a Gaza il 3 Aprile 2024”. O ancora: “la partnership Thales-Elbit System, tramite la sussidiaria Uav tactical system, produce l’ultima generazione di droni-killer Orbiter, utilizzati dall’esercito israeliano in Cisgiordania sin dal 2008 e ora a Gaza”.

    Technion, invece, è l’istituto israeliano di tecnologia e “da decenni un centro di ricerca scientifica e tecnologica inscindibilmente legato all’apparato militare israeliano e all’occupazione dei territori palestinesi”. Oltre che “un’istituzione cruciale per lo sviluppo delle tecnologie utilizzate dall’esercito israeliano contro i palestinesi in azioni regolari e diffuse di sorveglianza, furto di terreni, sfratti ingiustificati, restrizioni alla libertà di movimento e repressione violenta”.

    Technion è coinvolto anche nello sviluppo per la tecnologia dei droni -si legge ancora- come lo Stealth, che può volare fino a 1.850 miglia e sganciare bombe da 500 chilogrammi tramite controllo remoto.

    Il documento passa in rassegna numerosi prodotti e soprattutto le relazioni tra le due aziende in questione con altre società del settore bellico israeliane e di altri paesi come Francia e Gran Bretagna. Il tutto rapportato al conflitto in corso e alle precedenti offensive nella Striscia di Gaza, per le quali, si ricorda, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali hanno accusato Israele di crimini di guerra.

    Alla luce di tutto questo, ribadiscono i docenti, “si profila la necessità di un maggiore livello di attenzione da parte dell’ateneo, circa le implicazioni etiche delle proprie partnership, al fine di evitare qualsiasi possibilità di complicità con enti e aziende coinvolte nella violazione dei diritti umani della popolazione palestinese e nella potenziale condotta genocidiaria dello Stato di Israele”.

    Si chiede pertanto che l’ateneo si impegni a “sospendere tutte le collaborazioni con soggetti commerciali, industriali e di ricerca, legati all’industria bellica israeliana, a partire, con esito immediato, dal gruppo Thales e dall’istituto Technion”. Di non rinnovare accordi con università israeliane che risultano “complici nella violazione dei diritti umani dei palestinesi, fino a quando il governo israeliano non rispetterà il diritto internazionale”. E infine, di creare un vero e proprio “Osservatorio etico, per il monitoraggio e la valutazione sistematica e continuativa nel tempo di tutte le relazioni che l’ateneo intrattiene con imprese che fanno parte del complesso militare/industriale/energetico, nel campo della ricerca o nella normale gestione operativa e nei rapporti istituzionali, indipendentemente dagli Stati coinvolti”.

    https://altreconomia.it/la-collaborazione-tra-luniversita-di-bologna-e-il-complesso-militare-in

    #résistance #Bologne #université_de_Bologne #Palestine #Israël #complexe_militaro-industriel #collaborations

  • Enough. It’s time for a boycott
    https://www.theguardian.com/commentisfree/2009/jan/10/naomi-klein-boycott-israel

    Quinze ans après cet appel de Naomi Klein les massacres de la population palestinienne par lsrael ne font que s’intensifier. Il est temps de se poser la question si un boycott est une arme efficace contre des assassins aussi fanatiques comme le gouvernement, l’armée et les colons israéliens.

    10.1.2009 by Naomi Klein - The best way to end the bloody occupation is to target Israel with the kind of movement that ended apartheid in South Africa

    It’s time. Long past time. The best strategy to end the increasingly bloody occupation is for Israel to become the target of the kind of global movement that put an end to apartheid in South Africa. In July 2005 a huge coalition of Palestinian groups laid out plans to do just that. They called on “people of conscience all over the world to impose broad boycotts and implement divestment initiatives against Israel similar to those applied to South Africa in the apartheid era”. The campaign Boycott, Divestment and Sanctions was born.

    Every day that Israel pounds Gaza brings more converts to the BDS cause - even among Israeli Jews. In the midst of the assault roughly 500 Israelis, dozens of them well-known artists and scholars, sent a letter to foreign ambassadors in Israel. It calls for “the adoption of immediate restrictive measures and sanctions” and draws a clear parallel with the anti-apartheid struggle. “The boycott on South Africa was effective, but Israel is handled with kid gloves ... This international backing must stop.”

    Yet even in the face of these clear calls, many of us still can’t go there. The reasons are complex, emotional and understandable. But they simply aren’t good enough. Economic sanctions are the most effective tool in the non-violent arsenal: surrendering them verges on active complicity. Here are the top four objections to the BDS strategy, followed by counter-arguments.

    Punitive measures will alienate rather than persuade Israelis.

    The world has tried what used to be called “constructive engagement”. It has failed utterly. Since 2006 Israel has been steadily escalating its criminality: expanding settlements, launching an outrageous war against Lebanon, and imposing collective punishment on Gaza through the brutal blockade. Despite this escalation, Israel has not faced punitive measures - quite the opposite. The weapons and $3bn in annual aid the US sends Israel are only the beginning. Throughout this key period, Israel has enjoyed a dramatic improvement in its diplomatic, cultural and trade relations with a variety of other allies. For instance, in 2007 Israel became the first country outside Latin America to sign a free-trade deal with the Mercosur bloc. In the first nine months of 2008, Israeli exports to Canada went up 45%. A new deal with the EU is set to double Israel’s exports of processed food. And in December European ministers “upgraded” the EU-Israel association agreement, a reward long sought by Jerusalem.

    It is in this context that Israeli leaders started their latest war: confident they would face no meaningful costs. It is remarkable that over seven days of wartime trading, the Tel Aviv Stock Exchange’s flagship index actually went up 10.7%. When carrots don’t work, sticks are needed.

    Israel is not South Africa.

    Of course it isn’t. The relevance of the South African model is that it proves BDS tactics can be effective when weaker measures (protests, petitions, backroom lobbying) fail. And there are deeply distressing echoes of apartheid in the occupied territories: the colour-coded IDs and travel permits, the bulldozed homes and forced displacement, the settler-only roads. Ronnie Kasrils, a prominent South African politician, said the architecture of segregation he saw in the West Bank and Gaza was “infinitely worse than apartheid”. That was in 2007, before Israel began its full-scale war against the open-air prison that is Gaza.

    Why single out Israel when the US, Britain and other western countries do the same things in Iraq and Afghanistan?

    Boycott is not a dogma; it is a tactic. The reason the strategy should be tried is practical: in a country so small and trade-dependent, it could actually work.

    Boycotts sever communication; we need more dialogue, not less.

    This one I’ll answer with a personal story. For eight years, my books have been published in Israel by a commercial house called Babel. But when I published The Shock Doctrine, I wanted to respect the boycott. On the advice of BDS activists, including the wonderful writer John Berger, I contacted a small publisher called Andalus. Andalus is an activist press, deeply involved in the anti-occupation movement and the only Israeli publisher devoted exclusively to translating Arabic writing into Hebrew. We drafted a contract that guarantees that all proceeds go to Andalus’s work, and none to me. I am boycotting the Israeli economy but not Israelis.

    Our modest publishing plan required dozens of phone calls, emails and instant messages, stretching between Tel Aviv, Ramallah, Paris, Toronto and Gaza City. My point is this: as soon as you start a boycott strategy, dialogue grows dramatically. The argument that boycotts will cut us off from one another is particularly specious given the array of cheap information technologies at our fingertips. We are drowning in ways to rant at each other across national boundaries. No boycott can stop us.

    Just about now, many a proud Zionist is gearing up for major point-scoring: don’t I know that many of these very hi-tech toys come from Israeli research parks, world leaders in infotech? True enough, but not all of them. Several days into Israel’s Gaza assault, Richard Ramsey, managing director of a British telecom specialising in voice-over-internet services, sent an email to the Israeli tech firm MobileMax: “As a result of the Israeli government action in the last few days we will no longer be in a position to consider doing business with yourself or any other Israeli company.”

    Ramsey says his decision wasn’t political; he just didn’t want to lose customers. “We can’t afford to lose any of our clients,” he explains, “so it was purely commercially defensive.”

    It was this kind of cold business calculation that led many companies to pull out of South Africa two decades ago. And it’s precisely the kind of calculation that is our most realistic hope of bringing justice, so long denied, to Palestine.

    http://www.naomiklein.org

    #Israel #Palestine #génocide #massacre #sionisme #BDSM

  • Rien ne justifie ce dont nous avons été témoins ici (et autres textes)

    Gideon Levy : Israël-Cisjordanie. « En une heure, des tireurs d’élite israéliens ont tué sept passants dans le camp de réfugiés de Jénine »
    Près de 3 000 enfants malnutris et privés d’accès au traitement dont ils ont besoin en raison des opérations militaires en cours à Rafah risquent de « mourir sous les yeux de leur famille » – UNICEF
    Thaslima Begum : « Rien ne justifie ce dont nous avons été témoins ici » disent des médecins rentrant de Gaza
    Appel de la société civile et de syndicats palestiniens pour agir : rejoignez la journée mondiale d’action pour un cessez-le-feu à Gaza
    US Département d’Etat : Sanctionner un groupe israélien pour avoir perturbé et détruit l’aide humanitaire aux civils
    Shira Klein et Lior B. Sternfeld : Nous sommes des Israéliens qui étudions le fascisme. Cette semaine, notre pays a fait un pas terrifiant vers l’abîme
    Les étudiants israéliens illibéraux ont besoin d’une leçon de démocratie
    Victoire de notre action en justice !!! le juge ordonne : aucune arme et délégation israélienne EUROSATORY
    Déclaration de solidarité de la FGTB, Fédération Générale du Travail de Belgique, avec les manifestations d’étudiants en Belgique
    Les amis du Théâtre de la liberté de Jénine : Les prochaines représentations de And Here I Am
    Liens vers d’autres textes

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/06/18/rien-ne-justifie-ce-dont-nous-avons-ete-temoin

    #international #palestine #israel

  • De la rhétorique religieuse extrémiste au projet totalitaire (et autres textes)

    L’invocation d’Amalek en Israël : de la rhétorique religieuse extrémiste au projet totalitaire culminant dans le génocide de Gaza
    Meron Rapoport : Ce que la sortie de M. Gantz révèle sur l’échec de la stratégie israélienne à l’égard de Gaza
    Tueries, tortures et injections de substances inconnues : La communauté internationale doit agir face aux violations commises par Israël à l’encontre des détenu·es de Gaza
    L’Espace Féministe - Féministes palestiniennes et juives
    Manifestation avec une immense bannière de noms
    AFPS : Combattre l’extrême-droite qu’elle soit française ou israélienne !
    L’engagement de l’Université de Valence envers la Palestine
    Gilbert Achcar : Comment Biden s’est transformé en colombe

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/06/15/de-la-rhetorique-religieuse-extremiste-au-proj

    #international #palestine #israel

  • « En Inde, une révolution des basses castes est en marche », Divya Dwivedi, Shaj Mohan
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/06/14/en-inde-une-revolution-des-basses-castes-est-en-marche_6239697_3232.html

    En Inde, le Parti du peuple indien (#BJP, pour Bharatiya Janata Party) de Narendra Modi a perdu les élections législatives. Il lui manquait un grand nombre de sièges, trente-deux exactement, pour obtenir la majorité. A présent, le BJP doit se résoudre à former un gouvernement de coalition avec ses anciens adversaires, les partis régionaux qui luttent contre le système de castes. #Modi n’aura donc plus les mains libres pour opprimer les militants égalitaires dans les universités et les villages, il ne pourra plus se servir des institutions nationales pour terroriser les sikhs, les chrétiens et les musulmans. Quant à la justice et aux médias – ces derniers n’ont jusqu’à présent guère manifesté d’opposition –, ils pourront accomplir leurs missions dans des conditions plus faciles.

    Il existe aujourd’hui en Inde des courants sociaux et politiques égalitaires très puissants. Quelque temps avant les élections, le parti du Congrès national indien s’est fait l’avocat de ces courants, ce qui a mené Modi et son BJP à leur perte – les médias indiens et internationaux se sont peu étendus sur cet aspect du scrutin. Preuve flagrante de la force de cette vague égalitaire, le BJP a perdu la circonscription de Faizabad, cette cité moghole où se trouvait l’historique mosquée de Babri, érigée au XVIe siècle [symbole de la domination musulmane aux yeux des nationalistes hindous].

    C’est là, à Faizabad, il y a plusieurs dizaines d’années, que Modi a commencé sa carrière politique. Il a fait partie des principaux organisateurs du mouvement visant à détruire la mosquée pour construire à la place un temple de Ram, le dieu-roi défenseur du #système_de_castes. Le 6 décembre 1992, le Rashtriya Swayamsevak Sangh, l’organisation paramilitaire suprémaciste hindoue de la haute caste – proche parente du BJP – et diverses de ses antennes ont démoli l’édifice de Faizabad et perpétré des #pogroms contre les #musulmans, faisant des milliers de victimes dans toute l’Inde. Des dizaines d’années plus tard, le 22 janvier, Modi a finalement inauguré le temple de Ram [symbole de la domination hindoue dans cette République officiellement laïque]. Alors, Modi et les médias de la #caste supérieure, de la prétendue gauche comme de la droite, ont proclamé qu’il avait déjà remporté les élections, normalisant ce crime monumental dont les architectes restent impunis.

    Perte symbolique

    Pourtant, après avoir axé toute sa campagne sur la question du temple de Ram et de l’#islamophobie, le BJP a perdu la circonscription de Faizabad, d’une importance symbolique et historique immense, face à Awadhesh Prasad. Vétéran de la politique #dalit, c’est-à-dire de la basse caste, Prasad appartient au Parti socialiste indien (#SP, pour Samajwadi Party), qui se bat pour plus de justice sociale. Le passage de cette circonscription aux mains d’un intouchable est indéniablement historique.

    Rappelons que le BJP est créé en 1980, à partir de groupes suprémacistes de la haute caste, pour faire face à l’ascension des mouvements de lutte contre les castes. En 1980, la commission Mandal publie un rapport sur les conditions de vie des castes opprimées (qui représentent plus de 90 % de la population en Inde et appartiennent à toutes les religions, y compris l’islam) et propose des mesures de #discrimination_positive dans les institutions gouvernementales.
    Ces avancées suscitent une forte inquiétude des castes supérieures, minoritaires (elles constituent moins de 10 % de la population et font partie de toutes les religions), qui dominent les médias, les arts, l’enseignement supérieur, la justice et les affaires. Le #Parti_du_Congrès, au pouvoir depuis les années 1980, refuse de présenter le texte au Parlement.

    En 1990, au moment où le rapport est finalement déposé au Parlement, le BJP place l’islamophobie au cœur de sa politique et fabrique la notion d’hindutva (« unité hindoue »), réprimant les mouvements anticastes par la terreur. La caste supérieure, le monde académique et certains de leurs homologues internationaux acclament le BJP et cette croisade du gouvernement. En réaction à la direction prise par le Parti du Congrès et le BJP, le SP et plusieurs autres partis égalitaires des classes inférieures émergent dans les années 1980 et 1990. Ils finissent par accéder au pouvoir dans les années 1990. Dépourvus de la culture sophistiquée des élites, ils sont tournés en dérision par les médias et le monde universitaire. Malgré tout, aujourd’hui, le SP est le troisième parti au Parlement.

    Double travail

    Si les résultats électoraux du Parti du Congrès dépassent toute attente, c’est parce qu’il s’est enfin saisi des préoccupations de la population : les #inégalités socio-économiques et le système de castes – dans une certaine mesure du moins. Le manifeste quasi révolutionnaire de Rahul Gandhi et du Parti du Congrès parle le langage des mouvements égalitaires inspirés par le leader intouchable Bhimrao Ambedkar, père de la Constitution indienne : il appelle à organiser un recensement socio-économique des castes et à faire passer les basses castes, majoritaires (90 % de la population), avant les hautes castes, minoritaires (10 % de la population). Depuis cette métamorphose, plusieurs intellectuels et journalistes de gauche raillent Gandhi, et quantité de dirigeants des hautes castes ont claqué la porte du Parti du Congrès, certains pour rejoindre le BJP. Tout cela a cependant permis au Parti du Congrès de trouver un chef puissant et sage en la personne de Mallikarjun Kharge, avocat et chef syndical dalit.

    En octobre 2022, lorsque le Parti du Congrès élit son président, Kharge remporte la primaire face à Shashi Tharoor, un suprémaciste de la caste supérieure. Tharoor est notamment l’auteur de Why I Am a Hindu ? (« pourquoi je suis hindou ? », Aleph, 2018, non traduit), livre qui s’attaque à l’un des plus influents ouvrages contre les castes, Why I Am not a Hindu ? (« pourquoi ne suis-je pas hindou ? », Samya, 1996, non traduit), de l’intellectuel dalit Kancha Ilaiah Shepherd. Après sa victoire, Kharge a décidé de faire de la suppression des castes la bataille centrale de la politique indienne – dans l’indifférence affichée des médias.

    Les représentants des castes supérieures dans la sphère publique discutent de politique comme s’il s’agissait d’un débat d’idées sans réalité objective pour l’Inde. Or, les changements politiques actuels sont le fruit d’un travail acharné dans les villages et les mouvements intellectuels souterrains. Lors de ces législatives, le SP et le Parti du Congrès sont parvenus à mener à bien ce double travail. A présent, ils doivent aller plus loin.

    Le Parti du Congrès, le SP et d’autres groupes forment une opposition, certes, mais ils constituent aussi une potentielle coalition gouvernementale, qui pourrait à tout moment renverser la coalition de Modi. Une révolution des basses castes est en marche sur un plus grand nombre de terrains que jamais, une révolution menée par ceux qui ont le courage d’œuvrer pour une renaissance de l’Inde. Comme le sait bien la France, les révolutions sont multiples, et elles viennent en leur temps.

    (Traduit de l’anglais par Valentine Morizot)
    Divya Dwivedi et Shaj Mohan sont philosophes et vivent en Inde. Ils ont cosigné « Indian Philosophy, Indian Revolution. On Caste and Politics » (Hurst, 2024, non traduit)

  • #Israele continua la guerra genocida: il cessate il fuoco rimane lontano.
    https://radioblackout.org/2024/06/israele-continua-la-guerra-genocida-il-cessate-il-fuoco-rimane-lontan

    In questi giorni la guerra genocida protratta da Israele nei confronti della Striscia di #Gaza non si arresta, nonostante una rinnovata denuncia da parte delle Nazioni Unite contro il governo Netanyahu attraverso l’apertura di una commissione di inchiesta composta da investigatori indipendenti che accusa Israele di crimini contro l’umanità durante l’offensiva. Nonostante anche siano giornate […]

    #L'informazione_di_Blackout #hezbollah #libano #USA
    https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2024/06/Palestina-magnano-2024_06_13_2024.06.13-09.00.00-escopost.mp3

  • La Marche des drapeaux de Jérusalem illustre la banalisation d’une politique (et autres textes)

    Oren Ziv : Avec les slogans « brûlez Shuafat » et « aplatissez Gaza », la Marche des drapeaux de Jérusalem illustre la banalisation d’une politique
    Gideon Levy : Israël figure, à juste titre, sur la liste noire de l’ONU des pays qui portent atteinte aux enfants
    Shrouq Aila : Gaza. « Au cœur du massacre de Nuseirat. Le carnage que j’ai vu lors de la libération des quatre otages par l’armée israélienne »
    Nina Lakhani : Le fondateur du BDS salue les manifestations sur les campus qui ont permis de généraliser le désinvestissement d’Israël
    Transfert d’armes françaises vers Israël : des ONG saisissent le conseil d’état
    Québec doit fermer son bureau à Tel-Aviv
    Par Diane Lamoureux, Ligue des droits et libertés, Michèle Asselin, Association québécoise des organismes de coopération internationale, Niall Clapham Ricardo, Voix Juives Indépendantes - Montréal et Marie-Hélène Hébert, Collectif de Québec pour la paix
    Déclaration du CISO sur la liberté d’expression en solidarité avec la Palestine
    De Gaza à Serêkaniyê : la lutte des Palestiniennes contre le déplacement par Israël, puis la Turquie
    Liens vers d’autres textes

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/06/13/la-marche-des-drapeaux-de-jerusalem-illustre-l

    #international #palestine #israel

  • Le rapport de la commission d’enquête indépendante de l’ONU conclut que « des formes spécifiques de violence sexuelle et sexiste font partie des procédures opérationnelles de l’armée israélienne ». Autrement dit : Israël utilise systématiquement le viol comme arme de guerre. Et comme cela a déjà documenté par le passé, l’armée israélienne fait cela régulièrement devant d’autres membres de la même famille.
    https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session56/a-hrc-56-26-auv.docx

    SGBV [Sexual and gender-based violence]

    65. The Commission documented many incidents in which ISF systematically targeted and subjected Palestinians to SGBV online and in person since October 7, including through forced public nudity, forced public stripping, sexualized torture and abuse, and sexual humiliation and harassment. These incidents took place during ground operations in conjunction with evacuations and arrests. Based on testimonies and verified video footage and photographs, the Commission finds that sexual violence has been perpetrated throughout the OPT during evacuation processes, prior to or during arrest, at civilian homes and at a shelter for women and girls. Sexual acts were carried out by force, including under threats, intimidation and other forms of duress, in inherently coercive circumstances due to the armed conflict and the presence of armed Israeli soldiers.

    66. The ISF forced public stripping and nudity in many locations, in humiliating circumstances, including when victims were; blindfolded, kneeling and/or with their hands tied behind their back while in underwear; interrogated or subjected to verbal or physical abuse while fully or partially undressed; coerced to do physical movements while naked; and filmed or photographed by ISF doing any of these acts and disseminating the film and photographs. Palestinians were also made to watch members of their family and community strip in public and walk completely or partially undressed while subjected to sexual harassment.

    67. Both male and female victims were subjected to such sexual violence, but men and boys were targeted in particular ways. Only males were repeatedly filmed and photographed by soldiers while subjected to forced public stripping and nudity, sexual torture and inhumane or cruel treatment. Palestinian women were also targeted and subjected to psychological violence and sexual harassment online, including shaming and doxing female detainees and drawing gendered and sexualized graffiti, including at a women’s shelter in Gaza that was directly targeted. Israeli soldiers also filmed themselves ransacking homes, including drawers filled with lingerie, to mock and humiliate Palestinian women, referring to Arab women as ‘sluts’. The Commission concludes, based on the circumstances and context of these acts, that GBV directed at Palestinian women was intended to humiliate and degrade the Palestinian population as a whole.

    68. The Commission notes the existence of aggravating factors in the commission of these gender-based crimes. First, the specific social and normative context in which these acts have been committed includes strong cultural and religious sensitivities linked to privacy, nudity and the significance of the veil, where stigma and social exclusion can have deep repercussions at the individual and community level for the victim, particularly for women and girls. Second, humiliating digital content disseminated online, reaching a global audience, is extremely difficult to remove from the internet.

    69. Based on the way in which such acts were committed, including with filming, photographing and posting material online, in conjunction with the many cases with similar methods observed in multiple locations, the Commission concludes that forced public stripping and nudity and other types of abuse by Israeli military personnel were either ordered or condoned. These acts were intended to humiliate and degrade the victims and the Palestinian community at large, by perpetuating gender stereotypes that create a sense of shame, subordination, emasculation and inferiority. It is evident that such violence is both a part of and has been enabled by the broader targeting and ill-treatment of Palestinians.

    […]

    81. The Commission found that the war crimes of starvation as a method of warfare; murder or wilful killing; intentionally directing attacks against civilians and civilian objects; forcible transfer; sexual violence; outrages upon personal dignity; and SGBV amounting to torture or inhuman and cruel treatment were committed.

    […]

    103. The frequency, prevalence and severity of sexual and gender-based crimes perpetrated against Palestinians since 7 October across the OPT indicate that specific forms of SGBV are part of ISF operating procedures. Palestinian men and boys experienced specific persecutory acts intended to punish them in retaliation for the crimes committed on 7 October. The way in which these acts were committed, including their filming and photographing, in conjunction with similar cases documented in several locations, leads the Commission to conclude that forced public stripping and nudity and other related types of abuse were either ordered or condoned by Israeli authorities.

    104. SGBV constitutes a major element in the ill-treatment of Palestinians, intended to humiliate the community at large. This violence is intrinsically linked to the wider context of inequality and prolonged occupation, which have provided the conditions and the rationale for gender-based crimes, to further accentuate the subordination of the occupied people. The Commission notes that these crimes must be addressed by tackling their root cause; through dismantling the historically oppressive structures and institutionalized system of discrimination against Palestinians, which are at the core of the occupation.

    • Thread by jsoufi on Thread Reader App – Thread Reader App
      https://threadreaderapp.com/thread/1800894501055262944.html

      […]

      2. Ce thread traitera les points suivants :

      ✅ Qu’est-ce que c’est cette Commission d’enquête ? 🔍
      ✅ Quelles sont ses accusations contre les groupes armés palestiniens ? 🇵🇸
      ✅ Quelles sont ses accusations contre Israël ? 🇮🇱
      ✅ Quelles sont ses recommandations ? 📋

      3. 🔵 LA COMMISSION D’ENQUÊTE. 
      L’ONU (notamment le @UN_HRC) peut créer des commissions pour enquêter de manière indépendante et impartiale sur les violations alléguées des droits humains et du DIH et pour émettre des recommandations aux États.

      4. Elles sont dirigées par des commissaires indépendants, assistés par des experts en matière d’enquêtes internationales. J’ai travaillé, par ex, pour la Commission au Mali. 🇲🇱🔍

      Vous pouvez trouver plus d’infos sur le fonctionnement de ces commissions👇
      ohchr.org/sites/default/…

      5. Depuis presque 20 ans, des commissions de l’ONU documentent les crimes commis tant par l’armée israélienne que par les groupes armés palestiniens. Elles ont notamment publié des rapports en 2009, 2012, 2014, 2018, et émis des recommandations, qui sont restées lettre morte.

      6. Le 27 mai 2021, le @UN_HRC a créé d’urgence une nouvelle commission d’enquête internationale, indépendante et permanente pour enquêter sur les violations présumées des droits humains et du DIH en #Palestine et en #Israël. 🇵🇸🇮🇱🔍

      https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/co-israel/index

      7. Le rapport publié aujourd’hui par cette Commission marque la première enquête approfondie de l’ONU sur les événements survenus depuis le 7 octobre 2023.

      Il s’agit d’un travail important, largement documenté, malgré les difficultés de cette enquête.

      https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/06/israeli-authorities-palestinian-armed-groups-are-responsible-war-crimes

      8. Les conclusions de la Commission reposent sur des entretiens avec plus de 70 victimes et témoins (dont plus de 2/3 de femmes), des milliers d’éléments de preuve vérifiés par des analyses forensiques, ainsi que des images satellitaires et des rapports médicaux.

      9. La Commission indique, dans son rapport, qu’Israël a entravé ses enquêtes et bloqué l’accès à son territoire et au Territoire palestinien occupé. ❌

      Pour rappel la @CIJ_ICJ a ordonné à Israël dans son ordonnance du 24 mai, de faciliter les enquêtes des Nations Unies à Gaza.👇
      Unroll available on Thread Reader

      10. ⚫️ LES ACCUSATIONS CONTRE LE HAMAS.

      Concernant l’attaque du 7 octobre, la Commission conclut que le Hamas et 5 autres groupes armés 🇵🇸 ont commis des crimes de guerre, incluant des attaques contre les civils, des meurtres, des actes de torture, et des prises d’otages.

      11. La Commission conclut que des civils palestiniens ont participé à ces attaques et à ces crimes.

      12. La Commission confirme également que des violences sexuelles et basées sur le genre ont été perpétrées par les groupes armés 🇵🇸 en Israël, de manière similaire et dans plusieurs endroits, principalement contre des femmes israéliennes.

      13. La Commission rappelle également que les tirs indiscriminés de roquettes vers des villes israéliennes, causant morts et blessures parmi les civils, constituent aussi des violations du DIH.

      14. 🔵 LES ACCUSATIONS CONTRE ISRAËL.

      La Commission conclut que les autorités 🇮🇱 sont responsables de crimes de guerre incluant la famine comme méthode de guerre, le meurtre, les attaques intentionnelles contre des civils, ainsi que le transfert forcé de population.

      15. La Commission accuse également les autorités 🇮🇱 de torture, de traitement inhumain, et de violences sexuelles.

      Elle soutient que « des formes spécifiques de violence sexuelle constituent une partie des procédures opérationnelles des Forces de Sécurité israéliennes ».

      16. Elle conclut que les autorités israéliennes ont également commis des crimes contre l’humanité, notamment l’extermination et la persécution ciblant spécifiquement les hommes et les garçons palestiniens (en plus des meurtres, des transferts forcés, et des actes de torture).

      17. Concernant la Cisjordanie, la Commission conclut que des crimes, y compris des actes de torture, des traitements inhumains et des violences sexuelles ont été commis par des colons 🇮🇱, dans le cadre d’une campagne de violence encouragée par le gouvernement et les forces 🇮🇱.

      18. La Commission met aussi en exergue de nombreuses déclarations de responsables politiques, militaires et de journalistes 🇮🇱 qui incitent à la violence. Ces déclarations qui établissent l’intention criminelle, sont aussi susceptibles de constituer une incitation au génocide.

      19. 🔴 LES RECOMMANDATIONS.

      […]

      @CIJ_ICJ 21. Elle appelle le Conseil de Sécurité des Nations Unies à prendre une résolution au visa du #Chapitre_VII, ordonnant un cessez le feu immédiat, la libération inconditionnelle des otages et réaffirmant le droit du peuple palestinien à l’autodétermination.

      @CIJ_ICJ 22. Elle appelle tous les États à respecter leurs obligations internationales, notamment au regard des conventions de Genève et de la prévention du génocide, à poursuivre les auteurs de ces crimes et à soutenir l’action de la @CourPenaleInt. ⚖️

      23. Le rapport de la Commission, qui corrobore largement les accusations du Procureur de la @CourPenaleInt, sera présenté mercredi 19 juin, lors de la 56e session du Conseil des droits de l’homme à Genève. #HRC56

      https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/regular-sessions/session56/regular-session
      @CourPenaleInt 24. 📕🇵🇸 Le rapport complet de la Commission consacré aux crimes du Hamas et des autres groupes armés palestiniens est disponible, en anglais, ici.👇

      ohchr.org/sites/default/…
      @CourPenaleInt 25. 📗🇮🇱 Le rapport concernant les crimes commis par le gouvernement israélien est disponible, en anglais, ici.👇

      ohchr.org/sites/default/…

      26. ⚠️ La Commission va être accusée de partialité, tout comme l’ont été la CIJ, la CPI, l’ONU et tous ceux qui dénoncent les crimes en 🇵🇸. Je ne réponds plus à ces accusations fallacieuses, qui n’ont pour seul objectif que de détourner l’attention de la situation à Gaza !

      27. S’ils veulent vraiment la paix, les États doivent mettre en œuvre les recommandations de la Commission. L’impunité dont jouissent les auteurs des crimes, aujourd’hui comme hier, alimente la haine et la violence au Proche-Orient comme ailleurs. ⚖️🕊️

      • • •

    • Comme le répète Graig Mokhiber, toute accusation émanant de l’état sioniste est en fait un aveu

      Craig Mokhiber sur X : “Israel lied about beheaded & burned babies, mutilated mothers, human shields, military in hospitals & systematic rape in order to justify genocide. It then proceeded to commit each and every one of those atrocities. Every Israeli accusation is a confession. #Palestine #Gaza” / X
      https://x.com/CraigMokhiber/status/1797661152270528918

      Israel lied about beheaded & burned babies, mutilated mothers, human shields, military in hospitals & systematic rape in order to justify genocide.

      It then proceeded to commit each and every one of those atrocities.

      Every Israeli accusation is a confession.

  • Israel’s Universities: The Crackdown
    Neve Gordon and Penny Green
    June 5, 2024
    New York Review of Books
    https://www.nybooks.com/online/2024/06/05/israel-universities-the-crackdown

    Last October, Palestinian students and academic staff in Israel faced unprecedented penalties for their speech. Now the repression persists.

    On April 18 Israeli police arrested the scholar Nadera Shalhoub-Kevorkian at her home in the Armenian Quarter of Jerusalem. Now sixty-three, she has researched the state repression of Palestinian children in East Jerusalem for decades, but the police’s arrival at her door was still a shock. They confiscated her cell phone, her computer, posters made by the nonprofit Defense for Children International, and multiple books by Mahmoud Darwish, and charged her with suspicion “of severe incitement against the State of Israel for statements made against Zionism and claims that Israel is currently committing genocide in Gaza.”

    Shalhoub-Kevorkian, a Palestinian citizen of Israel, is the Lawrence D. Biele Chair in Law at the Hebrew University of Jerusalem. (She is also a colleague of ours at Queen Mary University of London.) For six hours the police interrogated her about her academic articles and public statements she had made since October 7. They then shackled her wrists and ankles and took her to the Russian Compound, a detention center located near the Jerusalem city hall. She told Haaretz that a policewoman strip-searched her, cursed her, accused her of being part of Hamas, and told her to “burn” and “die.”

    A second officer took her to a cell, threw a mattress on the floor, and locked her in. “I was shivering with cold,” she remembered.

    I asked for a blanket, and they brought me one that smelled of garbage and urine and was also wet. I sat on the bed until morning, my ears and nose started to bleed, I threw up, washed my face, and went back to bed. I don’t know how something like this happens to someone my age. The light was very strong and there was noise. The cold was terrible, my teeth were chattering, even though the blanket smelled and was wet, in the end I covered myself with it because I couldn’t stand the cold.

    At a hearing the following morning, the state prosecutor asked the Jerusalem Magistrates Court to extend Shalhoub-Kevorkian’s detention. The judge, lacking evidence that she posed any danger, dismissed the request; she was released on bail. Since then, she told us in a recent conversation, she has been summoned for three further interrogations.

    Shalhoub-Kevorkian’s scholarship casts light on Israel’s degrading and inhumane treatment of Palestinian children and youth: according to Defense for Children International, in the decade leading up to the current Gaza war, close to a thousand children were killed and thousands incarcerated by Israeli soldiers and settlers; in 2019 alone, the UN reported, nearly 1,500 were maimed by Israeli forces. She calls such practices “unchilding,” a process of harsh subjugation. “Although I research these things,” she told Haaretz, “I never felt them on my flesh.”

    On October 26—by which point Israel had killed over seven thousand Palestinians in Gaza, of whom nearly three thousand were children—Shalhoub-Kevorkian signed and circulated a petition titled “Childhood Researchers and Students Calling for Immediate Ceasefire in Gaza.” The petition, which has now gathered 2,492 signatures from scholars around the world, demanded an immediate ceasefire and an end to “Western-backed Israeli genocide” and the “egregious violation of Palestinian children’s rights.”

    Three days later Hebrew University’s president, Asher Cohen, and its rector, Tamir Sheafer, sent Shalhoub-Kevorkian a letter. They were, they wrote, “astonished, disgusted and deeply disappointed” by her decision to sign the document—an act “not very far from crimes of incitement and sedition.” Israel’s actions in Gaza, they insisted, did “not come close to the definition of genocide.” Hamas’s massacre of October 7, on the other hand, met it “completely.” “We are sorry and ashamed that the Hebrew University includes a faculty member like you,” they concluded. “In light of your feelings, we believe that it is appropriate for you to consider leaving your position.”

    Members of the university community went on to disseminate the letter on social media, where Shalhoub-Kevorkian met with a barrage of hateful messages and violent threats. But everything she had said and done was within the law, and her tenure protected her from dismissal. In effect, the university’s leaders had resorted to bullying her into leaving.

    Shalhoub-Kevorkian decided to stay. The following March she was interviewed on the podcast Makdisi Street and made comments for which she was further targeted. She referred to Israel’s policy of withholding the corpses of Palestinians whom it had killed in military operations or who had died in custody—a practice widely documented by rights groups like B’Tselem and Human Rights Watch as well as in a series of Supreme Court cases since at least 1981. Later the conversation turned to the perception that Israel was using allegations of sexual violence committed by Hamas militants on October 7 to justify violence in Gaza. She denounced sexual abuse in no uncertain terms. “I will never approve it, not to Israelis nor to Palestinians and not in my name…. If a woman says she is raped I will believe her,” she said. “The issue is, is Israel allowing proper collection of evidence?…We don’t see women coming out and saying what happened, so women’s bodies are being used as political weapons.”

    Soon after a reporter on Israeli television mentioned these remarks, a member of the Knesset—Israel’s parliament—named Sharren Haskel called on Hebrew University to intervene. In a public statement in response, the president and rector reiterated that they were ashamed that Shalhoub-Kevorkian was on their faculty. Accusing her of “cynically” using free speech and academic freedom to “divide and incite,” they suspended her from all teaching responsibilities. They ended by declaring the institution a Zionist university, implying that it has no place for non-Zionist or anti-Zionist students, faculty, or staff. After a series of letters from faculty members—who argued that the president and rector had overreached their authority—and academics from abroad, the university’s leaders met with Shalhoub-Kevorkian and canceled the suspension on the grounds, Haaretz reported, that she had clarified her position about the rape charges. She was arrested three weeks later.

    What explains the intensity of the attacks against Shalhoub-Kevorkian? Her story underlines how fragile academic freedom can be when it comes under political pressure. It also offers a window into the assault that Palestinian students and staff in Israeli higher education have suffered since October 7. In the three weeks following Hamas’s attack, well over a hundred Palestinian students in Israel, nearly 80 percent of them women, faced disciplinary actions for private social media posts that supported the end of the siege on Gaza, celebrated the bulldozing of the Gaza border fence, expressed empathy with Palestinians in the Strip, or simply included memes about suffering Palestinian children. When word got out of arrests, investigations, suspensions, and expulsions, many Palestinian students and faculty stopped posting or sharing on social media. Shalhoub-Kevorkian’s treatment months later made it clear that this wave of repression had hardly abated.

    With the exception of a handful of mixed primary and secondary schools, which cater to about two thousand of Israel’s more than two million schoolchildren, Israeli universities are the only educational institutions where Palestinian and Jewish students meet. Over the years enrollment has risen among Palestinians, who make up twenty percent of the country’s citizens and currently comprise just over 16 percent of bachelor’s degree students, 11 percent of master’s students, and 8 percent of Ph.D. students. They have long been subject to disproportionate penalties for their speech. In her book Towers of Ivory and Steel, the anthropologist Maya Wind reports that in 2002, at the height of Israel’s military offensives in the West Bank, Palestinian students at the University of Haifa were suspended for peacefully protesting. At the time they comprised a minority of the student body, but between that year and 2010 they made up over 90 percent of the students summoned to disciplinary committees. Between 2010 and 2015 they remained three times as likely to be summoned as their Jewish peers.

    In 2007 the Knesset passed the “Students’ Rights Law,” which specifies that “an institution will establish and publicize, in accordance with the provisions of this law, a behavioral code for the behavior of applicants and students regarding their studies at the institution, including behavior during class and while at the institution’s facilities, as well as in the student dormitories.” Nowhere does the law give higher education institutions the authority to monitor and persecute students for their extramural statements or activities, including posts on private social media accounts. Yet many disciplinary committees have since overreached their authority to do precisely that.

    Even Palestinian students keenly aware of earlier periods of repression could not have anticipated just how widely universities would disregard such protections after Hamas’s attack. The suspensions began within days. By October 9 the human rights organization Adalah, which works with Palestinian citizens of Israel, had received a request to offer legal assistance to seven Palestinian students temporarily suspended from Haifa University. Unlike Shalhoub-Kevorkian, they were punished for posts shared among friends or on private social media accounts. The university’s rector, Gur Alroey, told Haaretz that their posts amounted to expressions of support for the attack. Elsewhere the Israeli media reported that he had sent the students a curt email: “In light of your statement on social media, and your support for the terrorist attack on the settlements surrounding Gaza and the murder of innocents, you are suspended from studying at the university until the matter is investigated.” Adalah, in a legal petition earlier this year, stressed that the students had “repeatedly made clear that they oppose violence against civilians.”

    Normally Adalah deals with a handful of student complaints a year. Now, however, it was inundated with dozens of requests for legal representation. It became clear that right-wing organizations like Im Tirtzu—which monitors faculty members as part of its “Know the Anti-Zionist Israeli Professor” project and according to a Jerusalem District Court ruling has “fascist characteristics” —were mining Palestinian citizens’ posts on social media. Soon Zionist students were assembling portfolios of their Palestinian classmates’ private accounts.

    At the Technion, Israel’s Institute of Technology, students circulated a PowerPoint presentation on WhatsApp and Telegram that included screenshots of social media posts alongside academic information about sixteen Palestinian students and brief explanations of the “offences” they committed. In the document, which was shared with us by Adalah, one student was outed for liking an Instagram image of a bulldozer breaching the fence surrounding Gaza. Zionist students at universities and colleges filed scores of complaints against their Palestinian classmates, who within days were subjected to investigations, disciplinary proceedings, suspensions, and expulsions, often without hearings. A number of institutions evicted accused students from their dormitories.

    On October 12 Israel’s minister of education, Yoav Kish, who chairs the country’s Council for Higher Education, issued a letter directing universities and colleges to “immediately suspend any student or employee who supports the barbaric terrorist acts experienced in the State of Israel, or who supports a terrorist organization, an act of terrorism, an enemy or an enemy state.” All such statements, he wrote, amounted to incitement to terrorism. “In cases where incitement is confirmed,” he went on, universities had to “issue permanent expulsions or terminations.” On October 17 Kish passed a resolution requiring universities to report to the council on how they had dealt with such students who “incite and support Hamas.” University leaders were outraged that the government seemed not to trust them.

    Some universities were flooded with complaints. A few set up screening committees to sift through social media posts and determine which students to suspend while a disciplinary committee deliberated whether the students in question could continue their studies. These committees, wittingly or not, also assisted their institutions in censoring students. Bar Ilan University tweeted that it had established a committee made up of academic, legal, and security experts to examine statements made by members of the university community that identified with terrorism or engaged in incitement or racism. The tweet included the rector’s email address, to which people could send complaints.

    AP Photo/Mahmoud Illean

    Nadera Shalhoub-Kevorkian appearing in court after her arrest on charges of incitement, Jerusalem, April 19, 2024

    “Within two weeks after the attack,” the attorney Adi Mansour, who works for Adalah, told us, “we found ourselves representing seventy-four Palestinian students in twenty-five institutions of higher education, including thirteen from Bezalel Academy of Arts and Design and the seven from the University of Haifa.” Several other students were represented by Academia for Equality or private lawyers. The vast majority were suspended, according to Mansour, for expressing solidarity with Palestinians in Gaza, demonstrating compassion for their suffering, or quoting verses from the Quran. In most cases the institution noted that as part of the procedure it had also sent the details of students under investigation to the police.

    Lubna Tuma, another attorney with Adalah, related to us that several students were arrested, interrogated, and even indicted for posting an image from October 7 of Palestinian children rejoicing on a captured military jeep. The students were stripped, searched, and humiliated. A twenty-three-year old Technion student told The Washington Post that, after posting a cooking video on October 8 with the caption “today we eat victory shakshuka,” she underwent three strip-searches and was woken up for roll call every hour of the night. Some were slapped and pushed; several alleged that the guards had exposed them to the cold, offered them food not “fit for animals,” moved them from facility to facility, and held them in closed-off rooms for hours on end before transferring them to grossly overcrowded cells. The same Technion student told PBS Newshour what had happened to other female students in her cell: “I had my hijab, but the other girls, they seized them from their bedrooms and did not allow them to put veils on their heads. Then they put garbage bags on their heads.”

    In another case, some sixty police officers stormed a student’s family home. At work when he learned about the raid, he went to the police station, where he was interrogated, then taken to Megiddo Prison and held in what lawyers described as “deplorable conditions.” After two weeks, he was released in the middle of the night. No charges were ever filed against him.

    Adalah’s lawyers accompanied university and college students to their disciplinary hearings. Tuma, who has gone to more than seventy disciplinary procedures during the past eight months, described them to us as farcical and draconian. In one case she represented a student who was suspended for sharing the Quranic verse “Their appointed time is the morning. Is not the morning near?” on October 7. In a reversal of the presumption of innocence, Tuma remembered, the judges expected the student to convince them that he did not support terrorism. They asked him why he had not shared posts condemning Hamas or demanding the return of Israeli hostages.

    The crucial offense, in many of the hearings, seemed to Tuma to be “hurting the public’s feelings.” But how, she asked, can you prove that the public’s feelings were hurt, particularly by posts shared only on private accounts with small groups of friends? And who, for that matter, is meant by “the public”? “In the imagination of most of the academic judges sitting on disciplinary panels,” she said, it “seems to denote only Israel’s Jewish citizenry.” Tuma recalled one hearing at Ben-Gurion University in which the disciplinary panel invited a student whose family members were killed on October 7 to prove that the post in question was hurtful.

    In some cases the disciplinary panels gave their verdict, only for right-wing students to take matters into their own hands. At Ben-Gurion, a panel decided not to suspend a Palestinian nursing student who shared a video clip denying some of the violence that took place on October 7. Instead the institution reprimanded her and asked her to volunteer for forty hours of community service. Students in a WhatsApp group responded to the verdict with a threat: “If she stays in this degree, no one will begin the year—the university will be turned upside down.”

    The university announced that it would appeal the panel’s decision, and according to Haaretz, the rector, Chaim Hames, sent the student an email, again using bullying rhetoric: “It seems wrong to me that you should return to school tomorrow as if nothing had happened. I recommend that you do not come to class tomorrow and that for the next few days, study by yourself in the library or anywhere else you see fit.” In the appeal, the student was found guilty and suspended for a term—but since all the courses in the nursing faculty are a year long, she was effectively suspended for twice that time.

    This was not the only or first appeal to popular justice. Already on October 16 the chairperson of the National Union of Israeli Students issued a letter suggesting that Palestinian students who allegedly supported terrorism be removed from universities and colleges. Not two weeks later, a group of Zionist students tried to break into the college dorms in the city of Netanya, shouting “death to Arabs” as police stood by. In January, a video clip circulated on Facebook showing students at Emek Yezreel Academic College draped in Israeli flags, standing on a classroom podium, declaring that they will “not sit in the same class with supporters of terrorism.” By Christmas, Palestinians were asking lawyers whether they could share images of Santa Claus standing amid the rubble in Gaza on social media. Many Palestinian students who could afford it started looking for alternative university options overseas.

    Individual faculty members have contributed to this hostile climate. In October a professor at Hebrew University posted a video, now taken offline, in which he compares Hamas to Nazis and advocates for a “Nakba 2” in Gaza. In an October 27 op-ed for the right-wing newspaper Makor Rishon, also now taken offline, Eviatar Matania, a political scientist at Tel-Aviv University, called for the complete destruction of Gaza City and the establishment of a park in its place. Neither professor was subjected to disciplinary action. But when, on October 14, twenty-five staff members at Haifa University wrote a letter criticizing the suspension of Palestinian students without due process, over 10,000 people signed a petition demanding that the staff be dismissed.

    Palestinian academic faculty are a small minority: they make up just 3.5 percent of the country’s university teaching staff, and they are almost always the only non-Jewish staff member in their academic departments. They too were targeted. On October 29 Arye Rattner, the president of Kaye Academic College of Education, sent a letter notifying the school’s staff that the college administration had received several complaints about social media from students and faculty members. “Management,” he wrote, “decided to act with a heavy hand and zero tolerance towards these cases,” including by expelling a student from her studies and firing an academic staff member. “Publications condemning the activities of IDF soldiers defending the State of Israel,” the president stressed, “will be met with zero tolerance.”

    Jewish faculty members were not entirely immune. On October 25 Yoseph Frost, the president of David Yellin Academic College for Education, summoned Nurit Peled-Elhanan, a renowned scholar who studies the portrayal of Palestinians in children’s Hebrew textbooks, to a disciplinary hearing. She was charged with sending messages on a staff WhatsApp group that criticized the conflation of Nazis with Hamas and invoked Jean-Paul Sartre’s discussion of anticolonial violence. To Frost, these WhatsApp notes evinced “understanding for the horrific act of Hamas” and “justification of their criminal act.”

    The disciplinary committee was satisfied with reprimanding Peled-Elhanan, but she resigned. “The values we used to know have long since been overturned,” she wrote in a Haaretz editorial explaining her decision:

    To say that [Hamas’s] attack and massacre occurred in a context, and that it was not an antisemitic pogrom born out of nowhere, is considered a more terrible crime than murder in this country…. Words have become dangerous and lethal bullets legitimate. People who use words are persecuted while murderers enjoy impunity. A person who burned an entire family to death is considered righteous, while anyone who dares to acknowledge the suffering of the residents of Gaza or the West Bank is denounced as a supporter of terrorism.

    In mid-November Achva Academic College, between Tel-Aviv and Beer-Sheva, fired a lecturer named Uri Horesh for two posts on his personal Facebook page: on October 7, he had changed his cover photo to one that says “Free Ghetto Gaza” in Hebrew; a week later, he posted a call to “end the genocide now” and “let Gaza live.” More recently Im Tirzu has been mining petitions signed by academic staff and sending the names to student groups, which then demand their universities fire the signatories. At Sapir College, located not far from the Gaza Strip, a lecturer named Regev Nathansohn signed a petition calling on the Biden administration to stop transferring arms and related funds to Israel. He was maligned as a supporter of terrorism, and wrote to the rector that he felt unsafe on campus. In response, he told us, the university approved an unpaid leave of absence for six months, though he had requested no such thing.

    *

    On October 24 the Committee of Academic Freedom of the British Society for Middle Eastern Studies—which one of us, Neve Gordon, chairs—sent a letter to the presidents of every Israeli university stressing the importance of defending the rights of individuals to express views that others may find offensive or challenging. It also highlighted the institutional duty to care for Palestinian students under attack. Three college leaders replied by characterizing Israel as an island of civilization in the midst of barbarism. Six days later, BRISMES, as the professional association is known, sent President Frost, of David Yellin Academic College for Education, a letter charging that his interpretation of Peled-Elhanan’s text was prejudicial. Frost responded with a letter that said, among other things, “tread carefully.”

    The crackdown has clearly not subsided. On Monday the Knesset member Ofir Katz, the current coalition’s parliamentary whip, introduced a bill dedicated to “removing terror from academia.” It would, in the words of The Jerusalem Post, “force academic institutions to fire faculty members who make statements that negate Israel’s character as a Jewish and democratic state or support terror activities.” The faculty members in question, it stipulates, would not receive a severance package. Academic institutions that fail to comply would be financially sanctioned.

    The bill has the backing of the National Union of Israeli Students, which on Sunday, in a well-coordinated campaign, hung billboards on Tel Aviv’s Ayalon Highway bearing decontextualized quotes from Shalhoub-Kevorkian and Professor Anat Matar of Tel-Aviv University. Matar was singled out for publicly mourning the Palestinian political prisoner Walid Daqqa, who died in custody this past April after thirty-seven years in prison, despite having been diagnosed with cancer in 2022. His corpse is being withheld by the prison authorities.

    Adalah’s General Director, Hassan Jabareen, represented Shalhoub-Kevorkian this past April in the hearings on her detention. In his closing remarks, he stressed that all her comments, including her criticism of the military, fell under legitimate free expression. Her case, Jabareen noted, was unprecedented in several respects. It was the first time in Israel’s history that Section 144d of the Penal Code—the provision criminalizing public incitement and incitement to racism—had been “brought against an academic to extend her detention”; the first time that “an academic had been investigated by the police over scholarly articles published in English-language international journals”; and the first time that the police arrested someone in part for citing factual accounts of Israel withholding the bodies of dead Palestinians.

    Jabareen also stressed that 150 professors from the Hebrew University had signed an open letter condemning Shalhoub-Kevorkian’s detention. But there is little chance that a small group of dissenting scholars will stem the assault on freedom of speech within Israel’s higher education system. On the contrary, the events of the past seven months suggest just how closely the country’s universities are aligned with the imperatives of the state.

    Neve Gordon
    Neve Gordon is the author of Israel’s Occupation and coauthor, with Nicola Perugini, of Human Shields: A History of People in the Line of Fire, both published by University of California Press. (March 2024)

    Penny Green
    Penny Green is an expert on state crime and genocide. She is Professor of Law and Globalization at Queen Mary University of London and, with Tony Ward, coauthor of State Crime: Governments, Violence and Corruption and State Crime and Civil Activism: On the Dialectics of Repression and Resistance. (June 2024)

    Towers of Ivory and Steel: How Israeli Universities Deny Palestinian Freedom (Verso, 2024).
    #liberté_académique #Israël #répression #censure

  • Yaani sur X : « Ne vous y trompez pas, les manifestations israéliennes contre le gouvernement ne concernent pas la tragédie du peuple palestinien. Thread 🧵 » / X
    https://x.com/YaaniBlog/status/1798632950868922640

    2/ Les photos des grandes manifestations à Tel Aviv sont
    impressionnantes. Des dizaines de milliers de personnes se rassemblent pour manifester contre le gouvernement . Mais la tragédie des
    Palestiniens de Gaza et de Cisjordanie ne fait pas partie de leurs préoccupations.

    • Creo que realmente es así. Si alguna vez se llega a ver UNA bandera palestina en una manifestación israelí (contra Netanyahu, o contra quien sea o a favor de algo o alguien) será que habrá nacido OTRO Israel, y no éste del presente.
      #ISRA·HELL is the #ESOP, entity sionist occupying Palestine

      Saber duele. Ignorar mata.
      #TODOSSOMOSPALESTINA
      Las víctimas de Gaza no son sólo víctimas del ejército israelí, sino también del criminal silencio cómplice de la mayoría de los gobiernos occidentales

    • Je pense que c’est vraiment comme ça. Si UN drapeau palestinien est jamais vu dans une manifestation israélienne (contre Netanyahu, ou contre qui que ce soit ou en faveur de quelque chose ou de quelqu’un), ce sera qu’UN AUTRE Israël sera né, et non celui du présent.
      #ISRA·HELL est l’#ESOP, entité sioniste occupant la Palestine

      Savoir, ça fait mal. Ignorer les tueries.
      #WEALLAREPALESTINE
      Les victimes de Gaza ne sont pas seulement les victimes de l’armée israélienne, mais également du silence criminel et complice de la plupart des gouvernements occidentaux

  • En Israël, la gauche anti-guerre s’ouvre un chemin (et autres textes)

    Amira Hass : « Destruction, famine et mort à Gaza sont la défaite d’Israël »
    Yoana Gonen : Rafah brûle, les tout-petits sont consumés dans les flammes, et le public israélien fait la fête, raconte des salades, ou bâille
    Oxfam France : Famine à Gaza : anatomie d’un désastre humanitaire
    Ruwaida Kamal Amer : « Nous risquons tous d’être pris pour cible. » Les médecins évacuent les derniers hôpitaux de Rafah
    B’Tselem : Des soldats israéliens en embuscade tirent sur des Palestiniens qui tentent de franchir la barrière de séparation sans mettre personne en danger, tuant deux frères, blessant un troisième et infligeant de graves sévices à un autre jeune homme.
    En Israël, la gauche anti-guerre s’ouvre un chemin - Un entretien avec Uri Weltmann de Standing Together
    Gilbert Achcar : La trêve à Gaza et les dilemmes de Netanyahu et du Hamas
    La fédération syndicale internationale IndustriALL condamne le génocide israélien à Gaza et appelle à soutenir la campagne BDS
    Victoire historique pour toute la communauté universitaire de l’UQAM !
    Palestine : Les dirigeants syndicaux internationaux affirment leur soutien aux syndicats palestiniens et au peuple palestinien
    Reconnaissance de l’État Palestinien : ne soyons pas à rebours de l’Histoire
    Guerre Israël-Hamas : « Les mouvements étudiants contre les massacres à Gaza doivent inclure la condamnation des massacres du 7 octobre »

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/06/07/en-israel-la-gauche-anti-guerre-souvre-un-chem

    #international #palestine #israel

  • Que disent les datas sur la riposte d’Israël sur Gaza, après 7/10/23 ?
    http://www.argotheme.com/organecyberpresse/spip.php?article4623

    Il y a des sources, comme celle du Haut-Commissariat des Nations Unies pour les réfugiés (HCR), qui garantissent la véracité des données et cette institution les enregistre. Elle dispose aussi des éléments cartographiques les plus à jour et les plus fiables. À partie de la mise à jour de septembre 2023, c’est un point de départ qui dessine les jours suivants. Et la suite est un ensemble de destructions des abris aux humains, changeant une géographie déjà à la portée de la spoliation et à la population rendue très précaire. Grands événements : Gigantisme de l’inattendu.

    / Netanyahou, Israël , journaliste, poète, livre, écrits, #Palestine, #Israël,_Proche-Orient,_droits_de_l’homme,_ONU, #Data_-_Données, #Internet,_Web,_cyber-démocratie,_communication,_société,_médias, Journalisme, presse, (...)

    #Grands_événements_:Gigantisme_de_l’inattendu. #Netanyahou,_Israël #_journaliste,_poète,_livre,_écrits #Journalisme,_presse,_médias

  • Insolite : une soirée « contre l’antisémitisme » organisée par BHL avec le « Zemmour anglais » - Contre Attaque
    https://contre-attaque.net/2024/06/05/insolite-une-soiree-contre-lantisemitisme-organisee-par-bhl-avec-le-

    Interrogé ce 5 juin par BFM pour savoir s’il regrettait d’avoir invité Douglas Murray du fait de son #islamophobie, BHL assume complètement en indiquant que, au moins, le militant d’extrême droite n’a jamais été antisémite. Tous les #racismes ne se valent donc pas. Et qu’importe qu’on soit raciste et islamophobe pour peu qu’on soit d’accord pour soutenir la sainte croisade de BHL, lequel n’a pas hésité d’ailleurs à donner une franche accolade à notre petit facho anglais.

    https://seenthis.net/messages/1056639

  • Netanyahu dit qu’Israël est « prêt » pour une opération « très intense » à la frontière libanaise
    https://rfi.my/AfLV

    Le nord d’Israël brûle. Avec le début de la période des chaleurs, la moindre roquette tirée par le #Hezbollah_libanais sur le territoire de l’État hébreu déclenche d’importants feux de forêt. Les pompiers israéliens ont comptabilisé près d’une centaine d’incendies depuis ce lundi. Le cabinet de guerre israélien s’est réuni ce mardi 4 juin dans la soirée alors que la confrontation entre #Israël et le Hezbollah dure depuis le début de la guerre à #Gaza et pourrait entrer dans une nouvelle phase.

    Le Liban, otage du Moyen-Orient
    https://www.arte.tv/fr/videos/083304-000-F/le-liban-otage-du-moyen-orient

    Tandis que le Hezbollah menace d’entrer en guerre contre Israël, retour sur l’installation au pouvoir du mouvement chiite et sur son poids politique au pays du Cèdre. Une ascension qui fragilise l’équilibre entre les communautés religieuses et ethniques du #Liban.

    • @vanderling : il y a une règle à laquelle tu peux te fier facilement : quand Arte consacre un sujet au Hezbollah, tu peux être certain que ça va être du niveau de l’accident industriel en matière de journalisme.

      Je ne suis donc même pas allé consulter celui-là, mais normalement c’est immanquable. On va tendre le crachoir à des politiciens qui doivent leur position au fait d’être le fils d’un criminel de guerre de la guerre civile, à l’agitation sectaire à base de peurs confessionnelles, à leur participation au système de corruption généralisé de la classe politique libanaise et, évidemment, au soutien sonnant et trébuchant du royaume saoudien. Et on te les fait passer pour d’authentiques démocrates, modérés et sages, voire même laïcs, qui diraient tout haut ce que « tous » les Libanais pensent tout bas : le Hezbollah a pris le Liban en otage, le Hezbollah menace les autres communautés, c’est le Hezbollah qui attaque Israël, c’est le Hezbollah qui « interdit » à l’armée de défendre les frontières, le Hezbollah a perdu toute légitimité, les municipalités où le Hezbollah est élu s’appellent des « fiefs », etc.

    • Je le sais bien @arno , à vrai dire, non ! J’en sais plutôt rien ou pas grand-chose au sujet du Hezbollah, du Liban et du Proche-Orient en général.
      https://seenthis.net/messages/1056752
      Si j’ai cessé de suivre et de m’intéresser à la guerre en Ukraine. (La norme étant qu’un conflit chasse l’autre. Cette spirale meurtrière me donne le tournis). Depuis l’attaque du Hamas du 7/10/23 et la répression sanglante tout azimut d’Israël. Je crois Rima Hassan quand elle dit que « Bibi » Netanyahou et son gouvernement sont pire que Poutine. Le conflit libanais étant plus vieux que moi de même que Hassan Nasrallah. Je me suis vite convaincu que cette guerre était sans fin, voire sans queue ni tête. Si j’ai collé le lien d’Arte.info, je ne l’ai pas regardé non plus. Du moins pas celui-là ; je regarde la télévision mais jamais en streaming de films ou docs de plus de 15’. Non, Arte a diffusé un autre doc sur l’actualité libanaise avec des déclamations belliqueuses de Nasrallah et l’historique du Hezbollah qui me l’on rendu presque sympathique.

      Le chef du Hezbollah libanais, le 3/11/23 [France 24]
      https://www.youtube.com/watch?v=iybenito4P8

      Je sais tes liens intimes avec le Liban en te suivant ici et l’actualité en ligne suivie de @kassem, @loutre, @gonzo en particulier sans compter les autres. Sache que quand j’étais jeune et con au début des années 90. Je rêvais d’aller à Beyrouth. Maintenant que je suis vieux et toujours aussi con, je pense que je vais me convertir à l’Ismaélisme.
      https://fr.wikipedia.org/wiki/Ismaélisme

  • Un appello dalla Cisgiordania e uno dal Refuser Solidarity Network
    https://radioblackout.org/2024/06/un-appello-dalla-cisgiordania-e-uno-dal-refuser-solidarity-network

    Jonathan Pollock, tra i fondatori di “Anarchist against the wall”, oggi attivo nella campagna palestinese #Faz3a (pronunciato Faz-ah), ha diffuso un appello per l’organizzazione di una protezione civile internazionale per supportare la lotta contro la violenza dei coloni fascisti in Cisgiordania. Negli ultimi mesi, segnati dal genocidio in atto a Gaza, si sono moltiplicati gli […]

    #L'informazione_di_Blackout #guerra #Israele #palestina #refusenik #solidarietà_internazionale
    https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2024/06/2024-06-04-varengo-faz-ha-e-refusenik.mp3

  • Amount of Israeli bombs dropped on Gaza surpasses that of World War II
    https://www.aa.com.tr/en/middle-east/amount-of-israeli-bombs-dropped-on-gaza-surpasses-that-of-world-war-ii/3239665

    Israel has dropped more than 70,000 tons of bombs on the Gaza Strip since last October, far surpassing the World War II bombings of Dresden, Hamburg, and London combined during World War II.

    In late April, Euro-Med Human Rights Monitor estimated that approximately 70,000 tons of bombs were dropped on Gaza, covering the six-month period between Oct. 7 and April 24.

    “It is estimated that Israel has dropped more than 70,000 tons of explosives on the Gaza Strip in addition to its bulldozing operations, resulting in the destruction of all buildings at a distance of up to one kilometer in the east and north of the Strip in order to create a so-called buffer zone,” according to the Geneva-based human rights monitor organization.

    The Germans bombed London, dropping around 18,300 tons of bombs between 1940 and 1941, according to various estimates, including archives from the New York Times.

    The Allies dropped 8,500 tons of bombs on Hamburg in the summer of 1943, said Hendrik Althoff, a research fellow at the Department of History at the University of Hamburg.

    The Allies also used 3,900 tons of bombs on Dresden in February 1945, according to historical records.

  • En Israël, la menace montante du boycott des universités
    https://www.lemonde.fr/international/article/2024/06/04/en-israel-la-menace-montante-du-boycott-des-universites_6237152_3210.html

    En Israël, la menace montante du boycott des universités
    Par Samuel Forey (Jérusalem, correspondance)

    Des établissements d’enseignement supérieur occidentaux commencent à suspendre leurs relations avec leurs homologues de l’Etat hébreu, au motif qu’ils contribuent au système d’occupation et de colonisation de la Palestine.

    Le 17 mai, en réaction aux massacres de civils en cours dans la bande de Gaza, le conseil d’administration de la Conférence des recteurs et rectrices des universités espagnoles s’est engagé, dans un communiqué, à « réviser et, le cas échéant, à suspendre les accords de collaboration avec les universités et centres de recherche israéliens qui n’ont pas exprimé un engagement ferme en faveur de la paix et du respect du droit international humanitaire ». L’organe espagnol rassemble cinquante universités publiques et vingt-six privées.

    A Jérusalem, Tamir Sheafer, recteur de l’Université hébraïque, s’inquiète : « Les menaces de boycott étaient latentes depuis le 7 octobre 2023. Mais, depuis deux semaines, c’est un tsunami. Par des lettres ou des informations que nous recevons, je ne compte plus les relations académiques qui sont suspendues, voire rompues. »

    Le coup est rude pour le secteur universitaire israélien, considéré comme l’un des joyaux de l’Etat hébreu. Les établissements d’enseignement supérieur du pays sont classés parmi les meilleurs au monde, tant pour les sciences dures que pour les sciences humaines et sociales. Ils contribuent à faire d’Israël l’une des économies les plus dynamiques de la planète.

    Fragilisation de programmes
    Les universités israéliennes pourraient peut-être se passer de coopérations avec leurs homologues espagnoles, en raison des liens étroits qu’elles entretiennent avec les institutions américaines, britanniques ou encore allemandes. Mais l’Espagne et Israël sont intégrés aux programmes de recherche et d’innovation européens les plus importants, comme Horizon 2020 et Horizon Europe. L’Etat hébreu participe à ces plates-formes depuis 1996, et a reçu 360 millions d’euros de plus que sa contribution pour Horizon 2020, sur la période 2014-2020. Il a rejoint le nouveau programme, Horizon Europe, qui devrait distribuer quelque 95 milliards d’euros sous forme de bourses de 2021 à 2027.

    Or, l’université de Grenade a annoncé suspendre ses relations avec ses homologues israéliennes, le 17 mai, aussi bien en bilatéral qu’au sein de ces programmes européens. L’université de Barcelone a pour sa part appelé à empêcher les établissements israéliens à participer à ces projets. D’autres institutions européennes ont elle aussi déclaré vouloir cesser leurs collaborations avec Israël, comme en Norvège. Si le monde académique européen, dans sa grande majorité, n’a pas annoncé de boycott, ces initiatives, même isolées, risquent de fragiliser ces programmes, ainsi que l’espace européen de la recherche, une sorte de marché commun scientifique à l’échelle du continent.

    Le forum des présidents d’université d’Israël a réagi, le 21 mai, dans une déclaration au ton ferme et inquiet. Il note l’engagement de ces établissements dans la lutte contre le projet de réforme judiciaire, engagé par le gouvernement de Benyamin Nétanyahou, et rappelle que selon l’Academic Freedom Index, le niveau de liberté académique israélien est considéré comme l’un des plus élevés au monde.

    Des recherches pour l’industrie militaire
    Reste que les universités d’Israël sont accusées de contribuer à l’occupation et à la colonisation de la Palestine. Maya Wind, anthropologue israélienne à l’université canadienne British Columbia, qui a écrit un ouvrage de référence sur la participation académique au « projet colonial israélien », Towers of Ivory and Steel (« Tours d’ivoire et d’acier », Verso Books, 288 pages, 23 euros, non traduit), a écrit dans le média d’extrême gauche américain Jacobin que « Rafael et Israeli Aerospace Industries, deux des plus grands producteurs d’armes israéliens, se sont développés à partir de l’infrastructure mise en place par l’Institut Weizmann et le Technion ». Ce dernier, le plus ancien établissement d’enseignement supérieur d’Israël, est considéré comme l’un des plus performants au monde en ce qui concerne la recherche sur l’intelligence artificielle, notamment utilisée par l’armée pour produire des banques de cibles en masse.

    « Bien sûr, toutes sortes d’idées sont développées dans les universités, et certaines sont utilisées par l’armée. Mais la science, c’est la science. On ne fait pas de politique. Nous tenons de façon très claire et très forte à notre liberté académique. Un boycott nuirait à Israël, mais nuirait aussi à la science globale et aux valeurs que nous partageons. Mettre de la pression sur les universités ne va pas mettre de la pression sur le monde politique », affirme Arie Zaban, président de l’université Bar-Ilan, considérée comme plutôt conservatrice, et directeur du forum des présidents d’université d’Israël.

    Le professeur Arie Zaban, président du forum des présidents d’université d’Israël et président de l’université Bar-Ilan, sur le campus de l’établissement, à Tel-Aviv, le 20 mai 2024. VIRGINIE NGUYEN HOANG/HUMA POUR « LE MONDE »
    En Europe, la British Society for Middle Eastern Studies (BriSMES), l’une des plus importantes associations académiques d’études du Moyen-Orient, a adopté, en 2019, une résolution pour soutenir l’appel au boycott des institutions universitaires israéliennes.

    Le juriste israélien Neve Gordon, vice-président du BriSMES, qui enseigne le droit international à l’université Queen-Mary de Londres, justifie l’initiative : « Des disciplines enseignées dans les universités, comme l’arabe et le farsi, sont par exemple utilisées pour le renseignement. Dans l’archéologie, des chercheurs se concentrent sur la recherche de traces de l’Israël biblique, ignorant des siècles de présence musulmane. Des juristes justifient le bombardement des bâtiments palestiniens, appartements, hôpitaux, écoles, universités. Il existe tout un appareil qui joue un rôle majeur dans le soutien à la colonisation, tandis que les sciences dures mènent des recherches pour l’industrie militaire. »

    « Des bastions de valeurs démocratiques »
    Ces arguments ont le don d’irriter Tamir Shaefer. « Boycotter l’académie est une erreur et un acte injuste, dit-il. Les universités sont indépendantes du gouvernement. Nous sommes des îlots de bon sens, des bastions de valeurs démocratiques. Parmi les 24 000 étudiants de l’Université hébraïque, il y a 16 % d’étudiants arabes, dont la moitié vient de Jérusalem-Est. On a des programmes préparatoires gratuits pour eux. Palestiniens et Juifs peuvent interagir sur ce campus. Ils vivent ensemble dans les dortoirs. Et même alors que la guerre faisait rage dehors, le campus était calme. »

    Neve Gordon tient à rappeler que le boycott universitaire est un outil au service d’une cause, pas une fin en soi : « Il faut l’utiliser pour qu’Israël change ses politiques abusives vis-à-vis des Palestiniens. Une fois que cela aura pris fin, le boycott prendra également fin. »

    Suspendre les relations universitaires avec Israël est une idée ancienne. Elle remonte au lancement de la campagne palestinienne pour le boycott académique et culturel, en 2004. Elle a ouvert la voie à la campagne Boycott, désinvestissement, sanctions, l’année suivante.

    Aux Etats-Unis, la question a émergé dans la foulée de la guerre entre Israël et le Hamas, à l’été 2014. « C’est un point de rupture, dans le monde académique américain, même si le processus est graduel », explique Matthieu Rey, directeur des études contemporaines à l’Institut français du Proche-Orient. « Cette année-là, la Middle East Studies Association, qui regroupe 3 500 membres, vote une résolution contre le fait de s’en prendre à des universitaires qui soutiennent le boycott académique. Et, en 2022, elle approuve l’appel au boycott contre Israël. Avec les manifestations actuelles sur les campus aux Etats-Unis, c’est la première fois que la Palestine intègre l’histoire américaine, analyse-t-il. Plusieurs scénarios de boycott se posent aujourd’hui, entre ceux qui militent pour rompre avec les institutions et d’autres uniquement avec les individus. En Afrique du Sud, les militants anti-apartheid dans les grandes universités libérales appelaient à un boycott intégral. »

    Aux Etats-Unis, l’université d’Etat de Sonoma, en Californie, est la première – et la seule à ce stade – à avoir adopté ce type de sanction contre Israël. Le président de Sonoma a été aussitôt mis en congé par le conseil d’administration.

    « Des lieux de production critique »
    Le politiste israélien Denis Charbit, enseignant à l’Open University d’Israël, regrette l’absence de débat : « Entre le pour et le contre, on devrait admettre une position intermédiaire : le cas par cas. Que des projets de recherche franco-israéliens ayant des applications technologiques directes sur l’armement soient remis en cause, je peux le comprendre. Mais pourquoi décréter un boycott général d’institutions universitaires qui sont des lieux de production critique sur Israël ou le sionisme ? Personne ne conteste l’impact des nouveaux historiens sur la prise de conscience de la Nakba [« catastrophe » en arabe, en référence à l’exode forcé de 700 000 Palestiniens lors de la création d’Israël, en 1948]. Le boycott sélectif est audible du côté israélien, et ça donnerait l’occasion de débats sur les liens entre les sciences pures et les sciences appliquées… »

    Des étudiants en uniforme de l’armée israélienne sortant de cours et se dirigeant vers le jardin botanique du campus de l’Université hébraïque de Jérusalem, le 21 mai 2024. VIRGINIE NGUYEN HOANG/HUMA POUR « LE MONDE »
    Si le système universitaire israélien a pu participer à la construction idéologique du sionisme, il a pu aussi contribuer à le déconstruire, en formant des chercheurs parmi les plus en pointe sur les études postcoloniales. C’est à l’Université hébraïque que Yotam Rotfeld, étudiant en droit, a commencé à voir les Palestiniens autrement : « Regardez notre vie : à 18 ans, on fait l’armée. J’étais sniper chez les parachutistes. J’ai fait des choses terribles. Puis on voyage. Puis, on étudie, enfin. J’avais besoin de comprendre. Et l’université me donne ces outils de compréhension. Le boycott est un outil légitime. Mais, pour moi, il devrait être évité parce qu’il n’apporte pas les résultats attendus, c’est-à-dire la fin de l’occupation et de l’apartheid. »

    L’Université hébraïque, perchée sur un éperon rocheux dominant Jérusalem, le mont Scopus, semble loin de ces réflexions. Sur ce campus à l’américaine, à la fois vaste et sécurisant, ponctué d’espaces verts, les portraits des otages détenus par le Hamas sont partout. Des proches du personnel et des étudiants ont été tués dans l’attaque du 7 octobre 2023, puis à Gaza dans la guerre qui s’ensuit depuis.

    Pris en étau
    L’université a été prise dans une violente polémique concernant l’une de ses professeures, de renommée mondiale, Nadera Shalhoub-Kevorkian. Palestinienne de citoyenneté israélienne, originaire d’Haïfa, cette juriste féministe axe ses recherches sur le trauma, les crimes d’Etat et les études des génocides, et passait pour un modèle de réussite en Israël. Dès les jours qui ont suivi l’attaque du Hamas, elle a signé une pétition qui dénonçait un « génocide israélien soutenu par l’Occident à Gaza » et argué qu’Israël utilisait « les corps des femmes comme armes politiques ».

    Les sanctions infligées à la chercheuse, durement attaquée par sa hiérarchie, puis arrêtée par la police, ont abîmé la réputation de l’université, connue pour défendre jalousement sa liberté académique.

    Tamir Sheafer se défend : « [Mme Shalhoub-Kevorkian] n’a été suspendue que trois jours. Elle a clarifié sa position et a été réintégrée. Puis elle a été arrêtée par la police parce qu’on vit sous un gouvernement d’extrême droite ! » Mais le mal est fait. « Si l’université n’avait pas causé un tel esclandre, l’attention de la police n’aurait pas été attirée. Avec de tels agissements, nous ne devrions pas être surpris d’être boycottés », commente un membre de l’université requérant l’anonymat.

    Le monde académique israélien est lui aussi pris en étau entre les pressions internationales et le gouvernement ultranationaliste de Benyamin Nétanyahou, qui laisse les opinions les plus radicales s’exprimer. Quand, le 22 mai, 1 400 universitaires israéliens ont appelé, dans une pétition, à cesser la guerre et à assurer le retour des otages, le syndicat national des étudiants israéliens a immédiatement riposté. Il a proposé une loi qui obligerait les universités à licencier tous les universitaires s’exprimant contre « l’existence d’Israël en tant qu’Etat juif et démocratique », y compris les professeurs titulaires. Les établissements qui ne s’y conformeraient pas perdraient leur financement public. Le projet recueillerait la majorité des voix à la Knesset. Il n’a pas encore été déposé.

    #boycott #académique #Israël

    • L’université a été prise dans une violente polémique concernant l’une de ses professeures, de renommée mondiale, Nadera Shalhoub-Kevorkian. Palestinienne de citoyenneté israélienne, originaire d’Haïfa, cette juriste féministe axe ses recherches sur le trauma, les crimes d’Etat et les études des génocides, et passait pour un modèle de réussite en Israël. Dès les jours qui ont suivi l’attaque du Hamas, elle a signé une pétition qui dénonçait un « génocide israélien soutenu par l’Occident à Gaza » et argué qu’Israël utilisait « les corps des femmes comme armes politiques ».

      Les sanctions infligées à la chercheuse, durement attaquée par sa hiérarchie, puis arrêtée par la police, ont abîmé la réputation de l’université, connue pour défendre jalousement sa liberté académique.

      Tamir Sheafer se défend : « [Mme Shalhoub-Kevorkian] n’a été suspendue que trois jours. Elle a clarifié sa position et a été réintégrée. Puis elle a été arrêtée par la police parce qu’on vit sous un gouvernement d’extrême droite ! »

      Mais le mal est fait. « Si l’université n’avait pas causé un tel esclandre, l’attention de la police n’aurait pas été attirée. Avec de tels agissements, nous ne devrions pas être surpris d’être boycottés », commente un membre de l’université requérant l’anonymat.

  • Les Palestinien·nes peuvent-ils imaginer un avenir avec les Israélien·nes après cette guerre ? (+ autres textes)

    Gideon Levy : Cisjordanie. « Hébron, la vie sous état de siège ». Récits
    Baker Zoubi : Abandonné·es par l’État, les citoyen·nes palestinien·nes d’Israël sont confronté·es à une vague de criminalité record
    Philippe Lazzarini : UNRWA : Arrêtez la campagne violente d’Israël contre nous
    Mahmoud Mushtaha : Les Palestinien·nes peuvent-ils imaginer un avenir avec les Israélien·nes après cette guerre ?
    Non au scolasticide ! Lettre ouverte de professeurs et responsables d’universités de Gaza au monde entier
    Gur Megiddo : Israël et la CPI : « Quand la sécurité israélienne empêchait d’informer, en 2022… sur ce qui a été révélé le 28 mai 2024 »
    Refuser Solidarity Network : 41 soldat·es de réserve israélien·nes ont publié une lettre déclarant qu’elles et ils refusaient de participer à l’assaut sur Rafah
    Union syndicale Solidaires : Reconnaître l’Etat palestinien, oui, mais un Etat sans droits ne sert à rien
    UPJB : Mettre fin à l’horreur à Gaza : mais qu’est-ce que la Belgique attend ?
    Le Métro de Gaza, une première en France !
    Liens vers d’autres textes

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/06/04/les-palestinien·nes-peuvent-ils-imaginer-un-av

    #international #palestine #israel

  • Umfrage : Mehr als 60 Prozent der Deutschen gegen Israels Vorgehen in Gaza
    https://www.berliner-zeitung.de/news/umfrage-mehr-als-60-prozent-der-deutschen-gegen-israels-vorgehen-in

    La majorité des Allemands est contre la guerre menée par l’état d’Israël à Gaza. L’opinion publique a changé. Il ne faut pas prendre les gens pour des cons.

    4.6.2024 par dpa, AFP, BLZ - Einer Forsa-Umfrage zufolge hat sich das Meinungsbild der Menschen in Deutschland zum Krieg in Gaza in den letzten Monaten deutlich gewandelt.

    Eine Mehrheit von 61 Prozent der Deutschen ist laut einer aktuellen Umfrage inzwischen gegen Israels militärisches Vorgehen gegen die Hamas im Gazastreifen. Das geht aus einer am Dienstag veröffentlichten Forsa-Umfrage für den Stern hervor. Dabei wurden 1003 Menschen am 30. und 31. Mai telefonisch befragt, womit die Umfrage den Angaben zufolge repräsentativ ist.

    Im November noch waren bei einer Forsa-Umfrage für den Stern 62 Prozent der Befragten für das militärische Vorgehen und 31 Prozent dagegen. Damit hat sich das Meinungsbild in den vergangenen Monaten nahezu umgekehrt.

    Nach Angaben des von der Hamas kontrollierten Gesundheitsministeriums, die sich nicht unabhängig überprüfen lassen, wurden dabei bislang mehr als 36.470 Menschen getötet.

    #Allemagne #Israël #guerre #Gaza

  • Lettre ouverte aux membres du Front populaire démocratique pour la libération de la Palestine (juin 1974)

    Le texte de la lettre ouverte a été publié en hébreu et en arabe dans le numéro 72 de Matzpen, décembre 1974. Il a été republié dans la brochure Matzpen en arabe « De notre lutte contre le sionisme et pour le socialisme », mars 1978, avec la préface suivante :

    Le 22 mars 1968, l’Organisation socialiste en Israël a affirmé dans une déclaration que « c’est à la fois le droit et le devoir de tout peuple conquis et soumis de résister et de lutter pour sa liberté. Les moyens et les méthodes nécessaires et appropriés à cette lutte doivent être déterminés par le peuple lui-même et il serait hypocrite que des étrangers – surtout s’ils appartiennent à la nation oppressive – lui fassent la leçon en lui disant : « Ainsi feras-tu et ainsi ne feras-tu pas ».

    C’était et cela reste notre position, mais notre organisation, qui comprend des Juifs et des Arabes, des membres du peuple oppresseur et du peuple opprimé, ne peut pas se considérer comme étrangère à la lutte des socialistes palestiniens qui rêvent de libération nationale et sociale.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2024/06/03/lettre-ouverte-aux-membres-du-front-populaire-

    #histoire #palestine #israel

  • Charles Martel face aux sources
    https://laviedesidees.fr/Philippe-Senac-L-autre-bataille-de-Poitiers

    Au sein de l’imaginaire collectif, la bataille de Poitiers est souvent considérée comme un moment clé de l’histoire de France. En s’appuyant sur de nouvelles sources, notamment arabes, Ph. Sénac relativise l’importance de cet évènement - et plus généralement de la « dictature de l’événement ».

    #islam #Histoire #Moyen_Âge #guerre
    https://laviedesidees.fr/IMG/pdf/20240603_martel.pdf

  • Zeina Khodr
    @ZeinakhodrAljaz https://x.com/ZeinakhodrAljaz/status/1797520768286515676

    Iran led “axis of resistance” stepping up military pressure on #Israel on several fronts … coinciding with possible decision on Gaza ceasefire - along Israel #Lebanon border Hezbollah using heavier weapons … striking deeper - drone alerts almost constant in northern Israel

    #Hezbollah sending several messages
    - support for Gaza ; pressure Israel to agree to ceasefire
    – deterrence “we will meet Israeli escalation with escalation” ;
    – deter Israel from widening conflict; showcasing some of its capabilities

  • Grandson of Nazis attempts to join Israeli army during Israel-Hamas war
    https://m.jpost.com/israel-news/article-804611

    Le gars a compris exactement la ligne officielle allemande : Je suis Israël est la devise à laquelle on n"échappe nulle part dans le pays à moins de s’exiler à Berlin-Neukölln. Pourtant c’est un imbécile qui n’a même pas eu l’idée de s’informer sur les conditions de recrutement d’IDF . Tant pis, bientôt il pourra officiellement égorger du Russe au nom de l’Allemagne et se faire déchiqueter en récompense. Viva la muerte ou mort aux cons, on s’en fout, ce qui compte est d’en être débarassé.

    Au fond ce gars me fait pitié. Il ressemble aux personnes simples et décidées qui débarquent tantôt dans ton local de parti de gauche tantôt chez la droite dont personne ne sait quoi faire et qui ont besoin de soutenir une cause afin de protéger leur équilibre sentimental.

    Après faison le calcul pour vérifier un peu l’histoire. Notre pauvre imbécile a 23 ans. Si sa mère fille de nazi l’eu à 35 ans elle est née en 1976. Si sa mère á elle l’a également mis au monde alors qu’elle avait 35 ans, la date de naissance de la grand mère est l’an 1941. Elle avait donc 4 ans à la fin du régime nazi ce qui est beaucoup trop jeune pour étre nazie. Même si tu ajoutes dix ans au calcul cela donne l’age de 14 ans en 1945 pour les grand-parents.

    Conclusion - les nazis de famille étaient les arrière-grand-parents du volontaire, pas les grand-parents. L’élément central de l"histoir n’est pas net, alors il est probable que rien ne tienne debout dans l’histoire du jeune Allemand au passé familial nazi qui veut faire comme les juifs et casser du Palestinien.

    #merci @kassem https://seenthis.net/messages/1056239

    2.6.2024 by JERUSALEM POST STAFF - German grandson of Nazis comes to Israel during war to enlist in IDF.

    In January, Edgar came to Israel, where he began volunteering and assisting soldiers on various bases. During his visit, he decided that he wanted to enlist in the IDF.

    Although his grandparents were Nazis during World War II, a 23-year-old German citizen named Edgar became a dedicated supporter of Israel and came from Germany to attempt to enlist in the IDF, according to a Mako report.

    Edgar has no Jewish affiliation, but he was raised to be a pro-Israel supporter and has wanted to visit Israel for many years.

    Following Hamas’s October 7 attack on Israel, Edgar felt the need to take action and help those in Israel. “I was sitting at home watching the Jews go through something resembling the Holocaust. I texted my friends to see if they were okay, but I felt like I had to do something,” Edgar explained.

    In January, Edgar came to Israel, where he began volunteering and assisting soldiers on various bases. During his visit, he decided that he wanted to enlist in the IDF. However, as a non-Jewish foreign citizen, he was refused to draft into the Israeli army.

    Persistent to draft into the IDF

    Edgar continued to pursue drafting into the IDF despite rejection. He traveled to various government offices, such as the Interior Ministry and the Population and Immigration Authority, where he continued to experience rejection.
    IDF soldiers operate in the Gaza Strip, January 2024. (credit: IDF)
    IDF soldiers operate in the Gaza Strip, January 2024. (credit: IDF)

    “Even if I don’t succeed in enlisting, I have no doubt that I would do it all over again. It was an amazing experience [coming to Israel].”

    Until his tourist visa expires, Edgar said that he will continue to spend his time in Israel attempting to draft into the IDF.

    #Israël #Allemagne #guerre #nazis #wtf

    • https://www.youtube.com/watch?v=yRsDfUcbEW8&t=20s

      Quanti morti possiamo accettare
      Tra i civili nella striscia di Gaza
      Quante armi possiamo inviare
      Per colpire chi non ha più casa

      Quanti Stati dovranno dichiarare
      Dell’ONU membro la Palestina
      Prima che si possa fermare
      Il genocidio la carneficina

      Quanti medici dovranno fuggire
      Abbandonando malati e feriti
      Quanti reporter dovranno morire
      Bersaglio di droni mirati
      Quanti reporter dovranno morire
      Bersaglio di droni mirati

      Quanti ostaggi saranno il pretesto
      Per negare il cessate il fuoco
      Quanti crimini in questo contesto
      Qual è il limite il limite è ignoto
      Quanti crimini in questo contesto
      Qual è il limite il limite è ignoto

      Quanti giovani in questi due anni
      Arruolati in Russia e Ucraina
      Quanti sono deceduti colpiti
      Per un missile o per una mina
      Quanto vale un metro di terra
      Sulla quale seminare del grano
      Quanto aiuto per fare la guerra
      Chiede a tutti il governo ucraino

      Quanti paesi in questa Alleanza
      Che tutti quanti chiamano Nato
      Quante armi e quanta finanza
      Metton veti ad un negoziato
      Quante armi e quanta finanza
      Metton veti ad un negoziato

      Quanti accenni di usare l’atomica
      La Russia lo ha già minacciato

      Dove usarle e di quale potenza
      Qual è il limite il limite è ignoto
      Dove usarle e di quale potenza
      Qual è il limite il limite è ignoto

      Quanti gradi di temperatura
      questo pianeta potrà sopportare
      quante angosce e quanta paura
      per un futuro che sembra svanire

      Quanti animali e quanta natura
      Queste guerre fan terra bruciata
      Quanti impegni e quanta impostura
      quanto cinismo la promessa è mancata
      Quanti allarmi ha lanciato la scienza
      Oltre il limite non c’è ritorno
      Quante bugie e quanta arroganza
      Oltre il danno c’è pure lo scorno
      Quante bugie e quanta arroganza
      Oltre il danno c’è pure lo scorno

      Quanto ancora possiamo salvare
      Della bellezza di questo creato
      Qual è il limite da non superare
      Qual è il limite il limite è noto
      qual è il limite da non superare
      Qual è il limite il limite è noto

      #Palestine #guerre #Israël #Gaza #génocide #Ukraine #armes #commerce_d'armes #musique_et_politique #chanson #musique #cessez-le-feu