• Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico #aamod

    L’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD) nasce nel 1979 come associazione, con la denominazione di Archivio storico audiovisivo del movimento operaio (ASAMO), ed eredita il patrimonio filmico del Partito Comunista Italiano e della Unitelefilm - società di produzione cinematografica legata al Pci. Primo Presidente dell’archivio sarà, per alcuni anni, Cesare Zavattini.

    Nel 1983 il patrimonio dell’rchivio è dichiarato dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio di notevole interesse storico. E’ il primo archivio audiovisivo italiano che, grazie alla consistenza e importanza del suo patrimonio, riceve questa notifica. Nel 1985 l’archivio è riconosciuto Fondazione culturale, per la necessità di tutelare al meglio il suo patrimonio. L’archivio assume quindi l’attuale denominazione: Fondazione Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD). Attualmente il suo patrimonio si può suddividere nelle seguenti aree: Filmoteca/Videoteca, Audioteca/Nastroteca, Fototeca, Archivi cartacei, Biblioteca.

    https://aamod.it
    #archive #mouvement_ouvrier #mouvement_démocratique #Italie #archive #audiovisuel #film #vidéo #photographies #travail #droits #guerre #femmes #syndicalisme #histoire

  • Épisode 1/2 : #Fabrizio_de_André, #cantautore en toute liberté

    Chantée en italien, son œuvre compte parmi les plus importantes de la chanson européenne. Hommage au cantautore Fabrizio de André (1940-1999), qui vit en #Brassens un véritable Socrate, et qui chanta les #marginaux, la #vie et l’#amour avec #humanité.

    Véritable #conteur, Fabrizio de André décida de chanter l’amour par la #fable et mit au centre de ses textes les #antihéros de la société dans laquelle il vivait. Dans les années 1960, c’est un titre comme “La Canzone di Marinella” qui lui a permis de gagner sa vie comme cantautore, un terme désignant les gens qui chantent, qui écrivent et qui composent leurs propres #chansons.

    Chanter les marginaux

    Né à Gênes en 1940, juste avant la guerre et dans une famille très bourgeoise, Fabrizio de André vit sa petite enfance dans une grande liberté, habitant notamment à la campagne, où la guerre les mène. Il retourne ensuite à Gênes, ville au port labyrinthique où l’on retrouve marins, pêcheurs, artisans mais aussi prostituées et voleurs. Gênes que Fabrizio de André chante dans des titres comme “La città vecchia” (1965), qui évoque la vieille ville tout en se référant aux nombreux textes qui ont formé sa plume. Parmi ces derniers, Embrasse-moi de Jacques Prévert, une évocation de la figure des prostituées.

    Toute sa vie, Fabrizio de André sera le chanteur des marginaux. Il se sent lui-même en marge de sa famille très bourgeoise, dont le père, grand lecteur, lui transmet l’amour de la langue française. D’abord marié à Enrika avec qui il a un enfant, Fabrizio choisit de s’éloigner de cette vie conventionnelle au profit de l’#alcool et de l’#anarchie.

    #Georges_Brassens, un maître à penser

    Fabrizio de André ne serait sans doute pas devenu Fabrizio de André s’il n’avait pas écouté un certain Georges Brassens dans les années 1950. Une découverte musicale qui lui montre à quel point les chansons peuvent parler du monde réel. En outre, son premier album, Tutto Fabrizio De André (1966), comprend deux chansons de Brassens, dont La marche nuptiale.

    Il fait également référence à l’oeuvre de Brassens dans des chansons comme Bocca di Rosa, qui peut faire penser au titre Brave Margot de ce dernier. Bocca di Rosa est devenue si mythique qu’on l’utilise plus ou moins dans la langue italienne comme synonyme d’une femme légère ou d’une prostituée. Car c’est un peu l’histoire que raconte cette chanson inspirée à Fabrizio de André par l’une de ses premières fiancées, une prostituée surnommée Anna “la gorilla”.

    Un engagement pacifiste

    La #violence et la #guerre comptent parmi les thématiques qui habitent Fabrizio de André. On les retrouve dans une chanson comme “La ballata dell’eroe”, chantée par un certain #Luigi_Tenco, camarade de Fabrizio, compagnon de Dalida et dont le suicide tragique en 1967 au festival de la chanson italienne de Sanremo fut longtemps entouré de mystère. En outre, la mort de son ami marqua durablement Fabrizio de André.

    Avant cela, dans la chanson antimilitariste “La guerra di Piero” (1964), Fabrizio de André affirme son #pacifisme radical. Préfigurant l’#engagement social et politique du cantautore, ce titre fait autant référence à un oncle revenu des camps de concentration qu’au Dormeur du Val de Rimbaud et aux textes pacifistes de l’écrivain et résistant #Italo_Calvino, notamment Dove vola l’avvoltoio ?.

    https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/la-serie-musicale/fabrizio-de-andre-cantautore-libre-et-myhte-italien-6191275

    #chanson #chanson_italienne #musique #antimilitarisme
    #podcast #audio

  • Canzone rò curtiell’

    https://www.youtube.com/watch?v=PvRpcmZ3vGk

    C’est la nouvelle chanson du répertoire de ma chorale (alors là, comment on va faire pour l’interpréter... je ne me posez pas la question !!!).
    Mais voici de quoi elle parle :

    “Canzone ro curtiell” (chanson taillée comme un couteau) est une composition écrite en napolitain, interprétée à la manière d’une tammuriata traditionnelle et accompagnée du rythme typique du tambourin sur cadre. C’est un cri de colère contre les situations de harcèlement de rue.

    #tammuriata #tarantella #musique #chanson #féminisme #harcèlement_de_rue #napolitain #Campanie #Italie

    –-

    ça rappelle cette chanson :
    LA NIÑA - Figlia d’ ’a Tempesta
    https://www.youtube.com/watch?v=486uBfNPkQw


    https://seenthis.net/messages/1128319

  • SpaceX abaisse 4400 satellites en urgence : la course contre la catastrophe spatiale a commencé - Les Numériques
    https://www.lesnumeriques.com/astronomie-conquete-spatiale/spacex-abaisse-4-400-satellites-en-urgence-la-course-contre-la-catast

    Après l’explosion d’un satellite, SpaceX lance une reconfiguration orbitale massive

    SpaceX annonce une reconfiguration majeure de sa constellation Starlink en 2026. L’objectif : réduire drastiquement les risques de collision dans un espace orbital de plus en plus saturé.

    #it_has_begun

  • Lombardia, Olimpiadi di cemento

    Le promesse di sostenibilità dei Giochi nella regione guidata da Fontana si scontrano con la realtà. A Milano i privati fanno affari, in #Valtellina associazioni e comitati cercano di bloccare opere invasive

    Per le feste natalizie tutto in piazza del Duomo è stato progettato sotto il segno delle Olimpiadi di #Milano-Cortina 2026. L’albero di quasi trenta metri è addobbato con 100mila luci a led messe a disposizione da #Tcl, #sponsor dei Giochi, che si è occupato anche della realizzazione del villaggio di Natale. Parte della zona pedonale è occupata dal #Cubo_olimpico, la struttura temporanea che ospiterà gli studi televisivi internazionali da dove verranno trasmesse le gare.

    Al piano terra, è possibile comprare i gadget nello store ufficiale della manifestazione (pagando unicamente con Visa, altro megasponsor dell’evento), mentre l’uscita della metro è tappezzata di loghi della kermesse. Fino a pochi mesi fa l’unico simbolo che ricordava a meneghini e turisti l’inizio dei Giochi era un grande orologio posto davanti a Palazzo Reale, alla destra del Duomo. Dal 6 febbraio 2025 segna il conto alla rovescia verso la data della cerimonia di apertura, che avverrà allo stadio San Siro.

    Mentre regione Lombardia e comune di Milano sono pronti a festeggiare, meno contenti sono i residenti di alcuni quartieri della città e della Valtellina. Le promesse contenute nel dossier di candidatura hanno lasciato il posto a cementificazione, speculazione edilizia e progetti ancora in corso. Associazioni e giornalisti chiedono chiedono conto di ritardi e spese extra, ma la risposta degli enti fatica ad arrivare: si conoscerà il vero costo della manifestazione solo quando le luci si saranno spente, sperando che l’eredità non lasci troppi debiti.
    Milano da costruire

    Saranno quattro i luoghi principali della kermesse a Milano e nei comuni vicini: il villaggio olimpico, l’arena Santa Giulia, alcuni padiglioni della Fiera di Rho e il forum di Assago. I primi due sono stati costruiti di sana pianta e basta allontanarsi un poco dal centro per vedere come questi edifici abbiano cambiato fisionomia ai quartieri che li ospitano. Solo quattro fermate di metro dividono piazza Duomo dallo Scalo di Porta Romana ed è qui che è stato costruito il villaggio olimpico.

    Gli slogan affissi sui cartelloni dei cantieri inneggiano a un «quartiere che ripensa il suo futuro». «Non è così, a ripensarlo sono state le imprese private – dice Stefano Nutini, del circolo Perucchini-Tiberio di Rifondazione Comunista e membro del Comitato insostenibili olimpiadi (Cio), rete di gruppi, associazioni e collettivi che vuole mostrare l’insostenibilità dell’evento –. Qui è in corso una colossale speculazione economico-finanziaria che ha cambiato completamente la faccia della città».

    Nella presentazione della rete è precisata la motivazione della mobilitazione: «Milano-Cortina 2026 è paradigmatica di un modello di sviluppo che quotidianamente proviamo a contrastare e modificare, in quanto insostenibile sul piano economico, climatico, ambientale e sociale». Il Villaggio con le stanze degli atleti diventerà uno studentato che, secondo l’impresa costruttrice Coima, coprirà nel post Olimpiadi il 6 per cento del fabbisogno dei posti letto per studenti in città, circa 1.700.

    I lavori sono terminati a luglio, in anticipo rispetto a quanto previsto, con extracosti pari a 40 milioni di euro che i privati chiedono siano coperti da fondi pubblici. Il terreno, comprato da Coima a Ferrovie dello Stato nel 2022, era costato 180 milioni di euro. A otto fermate da piazza Duomo si arriva a Rogoredo. Camminando una decina di minuti, il cantiere comincia a prendere spazio, mentre il PalaItalia Santa Giulia si staglia sullo sfondo. Costo iniziale dell’opera: 176,4 milioni di euro di investimento privato di Evd Milano, succursale di Eventim, multinazionale tedesca dell’intrattenimento dal vivo e sponsor. Il viavai dei camion è continuo.

    Durante la passeggiata monitorante organizzata da Libera Milano a metà dicembre alcuni abitanti del quartiere hanno raccontato che l’evoluzione degli interessi nel quartiere sta portando le persone più povere ad andarsene, spostandole sempre più in periferia. «L’abbiamo già visto con Expo 2015, dove lo sviluppo è stato solo immobiliare, all’insegna della privatizzazione e della turistificazione – racconta a lavialiberaLuca Trada del collettivo Off Topic –. Ci sono tante questioni che si intersecano. Se il diritto all’abitare viene negato e lo sport diventa una pratica esclusiva, che tipo di eredità potranno mai dare questi Giochi?». La rete Cio ha raccolto le testimonianze nel docufilm Il grande gioco, attraversando gli spazi urbani e quelli montani.
    Valtellina, disagi e attese

    Circa 220 chilometri separano Milano da Livigno che, insieme a Bormio, è uno dei due comuni della Valtellina dove si terranno 34 gare per le Olimpiadi e nessuna per le Paralimpiadi. Ma tutta la valle è stata inondata di investimenti, e la maggior parte ha il colore del cemento: strade, tangenziali, rotatorie. Secondo gli organizzatori, alcune di queste sarebbero state necessarie per l’evento olimpico, ma non verranno completate entro quella data.

    Per il cavalcavia di Montagna di Valtellina (chiamata tangenziale sud di Sondrio), ad esempio, il budget previsto è passato in un anno da 30 a più di 43,5 milioni e solo a fine novembre ha superato la procedura autorizzativa, bypassando anche il parere negativo della Soprintendenza. Secondo quanto riportato dal portale Open Milano Cortina, pubblicato da Società infrastrutture Milano Cortina (Simico) in seguito alle richieste della rete di monitoraggio civico Open Olympics 2026, l’inizio dei lavori è previsto per inizio agosto 2026, cinque mesi dopo la fine dei Giochi.

    Da alcuni anni, associazioni e comitati denunciano i ritardi e l’arroganza nella gestione dei processi decisionali. «Alcuni interventi vanno fatti – ha sostenuto Barbara Baldini, ex sindaca di Montagna di Valtellina –, ma non sono state trovate soluzioni condivise col territorio: l’opera contestata prevede solo il superamento di un passaggio a livello su cui si chiude la tangenziale Sud di Sondrio, mentre il comitato ribadisce la necessità di riprendere il progetto previsto sin dai primi anni 2000. Ancora più grave che la legacy dei giochi non contempli riflessioni su questioni urgenti come lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione e il diritto alla salute».

    Anche per Emanuele Capelli, segretario provinciale di Rifondazione comunista a Sondrio, «le criticità alla viabilità e alla mancanza di servizi si stanno intensificando con l’avvicinarsi della data delle gare». Neppure le zone patrimonio Unesco vengono risparmiate dalle opere viarie. È il caso dello svincolo della Sassella, dove si trova anche il santuario quattrocentesco della Madonna della Sassella. Budget: 21 milioni. I lavori dovrebbero iniziare a fine maggio, ma gli abitanti sperano che non comincino mai.

    Stessa cosa per la “tangenzialina” dell’Alute: 800 metri di strada in un territorio a rischio idrogeologico. A Livigno, in località Bondi, è in programma la realizzazione del parcheggio interrato Mottolino, che offrirà circa 500 posti auto su tre livelli. Secondo quanto scritto da Simico, «la copertura dell’autorimessa fungerà da base per le piste da sci durante le competizioni olimpiche».

    A realizzare l’opera, 27 ditte subappaltatrici. «Hanno venduto questa operazione come un modo per ridurre le tasse agli abitanti di Livigno grazie agli stalli a pagamento», incalza Alberto Maspero, consigliere di minoranza di Sinistra per Sondrio. Il problema è che la fine del cantiere è prevista per il 30 settembre 2026, anche se da qualche mese è subentrata un’altra scadenza, quella provvisoria entro cui consegnare l’opera: il 15 dicembre 2025.

    «Non siamo contro la manifestazione sportiva – dice Michele Iannotti, coordinatore provinciale del Pd – ma questi eventi devono essere utilizzati per progettare insieme ai territori. Su questo fronte, le aspettative sono state ampiamente disattese»
    Dati parziali

    Per sapere quanto spenderà realmente la Lombardia per l’evento olimpico bisogna incrociare più fonti. Due sono le banche dati sulle opere pubbliche: il portale Open Milano Cortina 2026 e il sito Oltre i Giochi 2026, che raccoglie e descrive gli interventi sul territorio, ma non è chiara la data di aggiornamento delle informazioni contenute. A queste si sono aggiunte due richieste di accesso civico generalizzato da parte di Libera Lombardia e Libera Milano a Comune e Regione per conoscere gli interventi connessi ai Giochi finanziati dagli enti.

    Partiamo dai dati restituiti da Simico. Le opere riportate sono 29, per un valore economico di 1,39 miliardi di euro, 32 milioni in più rispetto alla spesa prevista alla fine dell’anno scorso. A fare una fotografia dei dati disponibili (e di quelli mancanti) è la rete Open Olympics 2026 nel suo terzo report, pubblicato alla metà di dicembre.

    «Confrontando i dati del portale Simico con quello regionale, apprendiamo che ci sono ulteriori 44 opere che prevedono 3,82 miliardi di euro di spesa – commenta Elisa Orlando, curatrice del report e membro di Common (Comunità monitoranti di Libera) –. Sono inclusi gli investimenti privati, come il villaggio olimpico e il PalaItalia Santa Giulia, ma si tratta di una quota minima pari a 342 milioni di euro, mentre i finanziamenti pubblici da Unione europea, Stato, regioni, comuni sono il 91 per cento».

    In totale, considerando tutti e 78 gliinterventi, la spesa complessiva ammonterebbe a 5,17 miliardi di euro. Nella risposta della Regione all’accesso civico, si menzionano l’aumento dei costi totali delle opere (+2 per cento della spesa pubblica complessiva), ma anche una diminuzione dei finanziamenti lombardi inizialmente stanziati (-4 per cento). In ogni caso, la comparazione è complessa: le informazioni hanno date di aggiornamento diverse e non esiste un portale unico dove reperirle. C’è una parte, poi, che rimane opaca e riguarda le spese in più che gli enti pubblici hanno dovuto affrontare.
    Sugli extracosti nessuno deve sapere

    La Regione ha inviato alcuni documenti. Diversa è stata la risposta del comune di Milano. All’interno dell’accesso civico, Libera Lombardia e Libera Milano avevano chiesto i dati su variazioni, incrementi e rimodulazioni di costi rispetto a quelli previsti, con i provvedimenti comunali e la ripartizione delle coperture finanziarie utilizzate per far fronte a tali extracosti.

    L’amministrazione guidata da Giuseppe Sala ha sottolineato che la richiesta non poteva essere accolta perché gli iter sono ancora in corso e serve «evitare un pregiudizio concreto alla tutela di uno dei seguenti interessi privati»: la proprietà intellettuale, il diritto di autore e i segreti commerciali. Dopo il ricorso, il responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza Marco Ciacci ha dichiarato che il villaggio olimpico e l’Arena Santa Giulia «non essendo state inserite nel piano delle opere [...] non hanno beneficiato per ora di finanziamenti pubblici nell’ambito di quelli disposti per l’evento olimpico».

    Ciacci ha poi sottolineato che, grazie ad alcuni articoli contenuti nel decreto Sport di quest’estate, al comune di Milano sono stati assegnati dal governo ulteriori 21 milioni di euro per garantire lo svolgimento dei Giochi all’Arena Santa Giulia. Il responsabile ha concluso che nonostante l’accoglimento dell’istanza di riesame, la consegna dei documenti avverrà solo in un futuro imprecisato: sarà possibile sapere «al momento della conclusione dell’iter procedimentale in corso».

    Una risposta simile a quella data al direttore di AltreconomiaDuccio Facchini, che aveva fatto ricorso al Tar. Così, per sapere quanto costeranno le Olimpiadi ai cittadini, bisognerà aspettare la fine dei lavori. L’ultima in programma è prevista per il 2033. «Il monitoraggio proseguirà dopo il marzo 2026 – conclude Leonardo Ferrante, referente Common e portavoce della rete Open Olympics – e continuerà per capire quale sarà il futuro delle infrastrutture che dovrebbero diventare eredità di tutti».

    https://lavialibera.it/it-schede-2528-lombardia_olimpiadi_di_cemento_milano_cortina_2026
    #JO #JO2026 #Milan #jeux_olympiques #montagne #Italie #Lombardie #béton #bétonisation #Alpes #VISA #coût #spéculation #Coima #Evd_Milano #Eventim #Livigno #Bormio #Montagna_di_Valtellina #Bondi #budget #transparence

  • Migrations : les Egyptiens, première nationalité africaine à rejoindre l’Europe
    https://www.lemonde.fr/afrique/article/2025/12/31/migrations-les-egyptiens-premiere-nationalite-africaine-a-rejoindre-l-europe

    Migrations : les Egyptiens, première nationalité africaine à rejoindre l’Europe
    Par Mustapha Kessous
    Son choix valait tous « les sacrifices », même les plus difficiles. C’est ce que pense encore Ahmed, un Egyptien de 31 ans qui ne souhaite pas donner son nom. Il se souvient qu’à son arrivée en Libye, sa femme lui avait annoncé qu’elle était enceinte. Ahmed venait tout juste de quitter El-Mahalla El-Koubra, une cité industrielle au nord du Caire, pour un voyage sans visa vers l’Europe. « Je ne pouvais pas retourner auprès d’elle, j’avais pris ma décision, raconte cet homme rasé de près, engoncé dans sa doudoune. Aujourd’hui, ma fille a 5 ans et je ne l’ai jamais vue. Je l’ai seulement entendue à l’autre bout du téléphone. Ça m’est insupportable. »
    Ce 18 décembre au soir, Ahmed s’est assis sur un banc de la place Jean-Jaurès, à Saint-Denis (Seine-Saint-Denis), le temps d’admirer les décorations de Noël. A ses côtés, son neveu Ali, 23 ans, qui l’a accompagné dans ce long périple jusqu’en France. Ensemble, ils ont traversé pendant plusieurs jours la Méditerranée à bord d’une embarcation en direction de l’île italienne de Lampedusa pour « fuir une vie de misère », résument-ils. Depuis cinq ans, les Egyptiens fuient par milliers leur pays par la mer, figurant parmi les populations les plus importantes sur les routes migratoires. En 2022, ils étaient la première nationalité d’origine des arrivants sur le Vieux Continent, avec 22 000 personnes enregistrées.
    Cette année, Frontex, l’agence européenne des frontières, a recensé un peu plus de 16 000 passages irréguliers de ressortissants égyptiens, partant des côtes libyennes pour atteindre – en majorité – l’Italie (8 715), mais aussi la Grèce (7 371) entre le 1er janvier et le 30 novembre. Selon le Haut-Commissariat des Nations unies pour les réfugiés (HCR), près de 26 000 sont actuellement demandeurs d’asile en Italie, contre un peu moins de 3 000 en France.
    Les Egyptiens constituent depuis le début de l’année, selon l’Organisation internationale pour les migrations (OIM), le deuxième contingent de migrants clandestins à entrer dans l’Union européenne – derrière les Bangladais (près de 22 000) –, et le premier originaire d’Afrique. « Il y a une persistance de réseaux de passeurs bien organisés le long des routes migratoires libyennes, malgré le renforcement des contrôles égyptiens aux frontières et le démantèlement de réseaux le long de son littoral », observe Frontex.
    « L’Egypte donne l’impression d’un Etat stable mais, en réalité, la situation y est extrêmement fragile », assure Amr Magdi, chercheur auprès de la division Moyen-Orient et Afrique du Nord à Human Rights Watch, qui met en cause « la gestion autoritaire et corrompue » du pays dirigé par Abdel Fattah Al-Sissi, depuis 2014. Selon l’ONG mais aussi l’OIM et Frontex, les difficultés économiques sont la principale raison des départs. Les migrations s’inscrivent également dans un contexte de répression politique, où la liberté d’expression et l’opposition sont étroitement surveillées.
    Les finances du pays se sont considérablement dégradées depuis une dizaine d’années et ont fini par pousser les Egyptiens à « risquer leur vie en Méditerranée, seul espoir de mieux vivre pour beaucoup d’entre eux », regrette M. Magdi. Comme le 17 décembre où quatorze Egyptiens sont morts suite au naufrage de leur embarcation au large de la Crète. « Les gens cherchent en Europe une vie digne, un revenu, la possibilité de fonder une famille et d’aider leurs proches, ajoute le chercheur. Il y a aussi un exode massif des cerveaux. Médecins, ingénieurs, informaticiens quittent le pays, mais de façon légale. » Plus d’un tiers des Egyptiens – sur une population de plus de 100 millions d’habitants – vivent sous le seuil de pauvreté, d’après la Banque mondiale. Les prix du pain, du carburant, mais aussi des tickets de métro du Caire ont augmenté au fil des années. L’économie du pays a été durement touchée par la guerre en Ukraine et « par les répercussions régionales des conflits à Gaza et au Soudan », note Frontex.
    Après des hausses vertigineuses, frôlant certaines années les 40 %, l’inflation a ralenti pour atteindre 12,3 % en novembre, a annoncé la Banque centrale égyptienne. Le FMI prévoit toutefois un rebond de la croissance de plus de 4 % en 2026, principalement tirée par les investissements dans les grands projets publics d’infrastructure.
    Mais la monnaie locale, la livre égyptienne, dévaluée à plusieurs reprises, continue de perdre de sa valeur vis-à-vis du dollar. « Quand Al-Sissi est arrivé au pouvoir, un dollar valait environ 7 livres égyptiennes. Aujourd’hui, on est proche de 50 », pointe Amr Magdi.
    Ahmed et Ali n’ont pas besoin de statistiques pour ressentir la crise : à chaque appel avec leur famille, ils en entendent parler. Depuis qu’ils sont arrivés en France, il y a quatre ans, ils travaillent comme carreleurs et gagnent 1 800 euros par mois. Cette rémunération représente près de sept fois le salaire moyen en Egypte (270 euros).
    « Jamais nous n’aurions pu gagner une telle somme chez nous, il aurait fallu être un voleur, avance Ali. Même si notre famille nous manque et que nous vivons sans papiers, nous n’avons aucun regret d’être partis : nous vivons bien. » Il y a là un paradoxe, admet Amr Magdi. « Les dirigeants européens sont myopes : ils ont signé des accords migratoires avec l’Egypte en offrant des milliards en échange d’une plus grande surveillance des frontières, avance-t-il. Nos autorités empêchent les Soudanais et d’autres nationalités de traverser la Méditerranée mais pas ses propres ressortissants. Les pauvres prennent les bateaux, les diplômés l’avion. Mais tous fuient le même système. »

    #Covid-19#migrant#migration#egypte#UE#france#frontex#immigration#italie#asile#crise#sante

    • Faire la paix avec l’état sioniste pour une amélioration sociale était le leitmotiv de Sadate (et actuellement d’une partie des Libanais), sans voir que la #paix_des_ « élites » n’’a rien à voir.

      « L’Egypte donne l’impression d’un Etat stable mais, en réalité, la situation y est extrêmement fragile », assure Amr Magdi, chercheur auprès de la division Moyen-Orient et Afrique du Nord à Human Rights Watch, qui met en cause « la gestion autoritaire et corrompue » du pays dirigé par Abdel Fattah Al-Sissi, depuis 2014.

  • Près de #Naples, dans la « #Terre_des_feux », la vie trop courte des jeunes gens contaminés par les #déchets_toxiques

    En janvier 2025, l’Italie a été condamnée par la Cour européenne des droits de l’homme pour violation du droit à la vie, dans le scandale de la « Terre des feux ». L’État italien a deux ans pour commencer à agir. Près d’un an après, la situation n’a quasiment pas bougé.

    Assise à l’ombre, un peu à l’écart de l’allée centrale, elle a sa propre chaise dépliante, qu’elle rangera à son départ près de la tombe de son fils. Les visiteurs, nombreux en ce 1er novembre, veille de la Fête des défunts, la reconnaissent et la saluent. Concetta leur répond d’un sourire discret, en tournant très légèrement la tête pour ne pas quitter Vincenzo des yeux. « 2017 », nous arrête-t-elle d’entrée de jeu lorsque nous nous approchons, comme si elle n’avait plus que ces quatre chiffres à la bouche. « Il est mort en 2017 d’un #cancer des os. Il avait tout juste 30 ans. Il venait de se marier et d’avoir un petit garçon. » Sur la tombe, un jeune homme en costume, cheveux gominés et demi-sourire aux lèvres, fixe éternellement sa mère. Apposés à sa photo, ces quelques mots : Vincenzo De Sena, 1987-2017.


    https://www.lefigaro.fr/international/pres-de-naples-dans-la-terre-des-feux-les-vies-trop-courtes-des-enfants-du-
    #pollution #Italie #terra_dei_fuochi #Campanie #déchets #condamnation #justice #CEDH #santé #décès #santé_publique

  • Dossier : #Pauvreté, un enjeu collectif

    « Nous nous appauvrissons ! » Ce constat actuel et généralisé occupe de plus en plus d’espace médiatique, bien plus qu’au moment où le collectif de notre revue a envisagé pour la première fois de consacrer un dossier à la question de la pauvreté. La multiplication du nombre d’articles et de reportages traitant d’une manière ou d’une autre de cette question nous a réjoui·es – enfin on commence à dénoncer que certaines personnes vivent dans des situations inexcusables de pauvreté ! Cette couverture élargie nous a aussi inquiété·es : si les réalités de la pauvreté sont grandement exposées, les racines du problème semblent trop souvent écartées.

    https://www.ababord.org/-Dossier-Pauvrete-un-enjeu-collectif-

    #pauvreté #grande_pauvreté #aide_alimentaire #alimentation #individualisme #itinérance #droits_humains #précarité_économique #précarité #sécurité_sociale #droits #travail #Canada #Québec #exclusion_sociale #capitalisme

    ping @karine4

  • AquiLANA

    Sul #Gran_Sasso nella piana di #Campo_Imperatore pascolano le mie pecore. Lo scenario è il lago di Passaneta ed i ruderi dell’abbazia cistercense di S.Maria del Monte, del XIII sec.: fino al secolo scorso, era abitata da monaci che riscuotevano il dazio ai pastori che custodivano le loro greggi durante la transumanza estiva. Il lago era uno dei pochi posti in cui si potevano abbeverare gli animali.. INFO: lanaquilana@gmail.com

    https://lanaquilana.blogspot.com
    #laine #Italie #Abruzzes

    • AQUILANA: La Rivoluzione della Lana Abruzzese di #Valeria_Gallese

      In Abruzzo, a #Santo_Stefano_di_Sessanio ho incontrato Valeria Gallese fondatrice di AquiLANA, un progetto che non è solo un’attività commerciale, ma una missione per ridare dignità alla lana italiana e ai suoi pastori.

      Valeria è una veterinaria che a 26 anni, dopo la laurea, si è appassionata al mondo della pastorizia.

      La sua storia non inizia in un’aula di business, ma tra le montagne aspre e affascinanti del Gran Sasso.

      Ha compreso presto che la lana, un tempo risorsa preziosa, era diventata un peso per gli allevatori. Sebbene la tosatura sia essenziale per la salute delle pecore, smaltire il vello ha un costo non indifferente.

      È proprio in questo scarto, però, che Valeria ha visto una grande opportunità. Non solo economica, ma anche morale. È nata così l’idea di AquiLANA: un progetto per valorizzare la lana delle pecore autoctone, dimostrando che non solo è un materiale di alta qualità, ma che può anche raccontare una storia di sostenibilità, di territorio e di fiducia.

      È partita con solo una cinquantina di chili ma lentamente il suo progetto ha convinto gli allevatori della zona.

      Valeria ha stabilito con loro una partnership basata sulla fiducia. La lana viene pagata 2 euro al chilo, trasformando un onere in un guadagno e un incentivo a continuare la tradizione pastorale. Quest’anno, grazie al lavoro di questa rete virtuosa, AquiLANA ha raccolto ben 30.000 kg di lana. E oggi sono 12 le aziende agricole che si affidano a lei.

      La qualità è il fulcro di tutto. Valeria e i suoi collaboratori hanno dimostrato che la lana abruzzese può competere con le più celebri lane australiane. Con i suoi 21,86 micron, è una delle lane più sottili e preziose prodotte sul territorio italiano.

      Il vello raccolto viene imballato e spedito per la filatura a Biella, in Piemonte.

      Ma il tocco finale, quello che rende ogni gomitolo un pezzo unico, avviene proprio in Abruzzo. Valeria si occupa personalmente della tintura, usando solo ingredienti naturali che raccontano la storia della sua terra: piante, radici, fiori, cortecce e persino il rosso intenso del Montepulciano, il vino che è simbolo della regione.

      La lana italiana, a lungo snobbata, sta tornando ad essere un prodotto di eccellenza. Il progetto di Valeria dimostra che la pastorizia ha un futuro e che i pastori, con un’età media tra i 30 e i 50 anni, sono pronti a scommettere sul loro mestiere.

      E ogni volta che acquisti un suo gomitolo, non stai comprando solo del filo, ma una storia di rinascita, di etica e di profondo amore per l’Abruzzo.

      Oltre a Santo Stefano di Sessanio in Piazza Medicea 8 e 9, puoi trovare Valeria e la sua lana ad Abilmente Roma e Vicenza e a Creattiva Bergamo e Napoli.

      https://dolceretrobottega.com/2025/08/28/aquilana-la-rivoluzione-della-lana-abruzzese-di-valeria-gallese

  • #Forlenza patteggia per la “gestione” del #Cpr di Milano. I suoi nuovi affari, intanto, sono altrove

    L’amministratore di fatto della #Martinina Srl, l’ente gestore del Centro di permanenza per il rimpatrio finito sotto la lente della Procura, ha patteggiato due anni e tre mesi. Era imputato per frode in pubbliche forniture e irregolarità nell’esecuzione del contratto. A processo anche a Potenza, l’imprenditore è attivo oggi nel commercio di materie prime, specie cacao, anche con una società costituita insieme a Ernesto Sica, volto noto della politica campana.

    Per le condizioni disumane all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Milano, Alessandro Forlenza, ex amministratore di fatto della Martinina Srl, ha patteggiato appena prima di Natale una pena di due anni e tre mesi di reclusione e una multa di appena duemila euro. L’imprenditore era imputato per turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture per le irregolarità nell’aggiudicazione e poi nell’esecuzione dell’appalto da oltre quattro milioni di euro per la gestione della struttura. Come raccontato su Altreconomia la società per aggiudicarsi il bando aveva presentato documenti falsi, promettendo attività inverosimili.

    Il 21 dicembre il giudice Franco Cantù Rajnoldi ha dato il via libera all’accordo raggiunto tra il Pubblico ministero Paolo Storari e i legali della società -Antonio Ingroia ed Eolo Alessandro Magni-: Martinina Srl pagherà una multa di 30mila euro e avrà il divieto di esercizio di fare impresa per 20 mesi. Andrà a processo invece Consiglia Caruso, madre di Forlenza, amministratrice della società.

    Si conclude così un pezzo importante del processo al Cpr di Milano, lo stesso in cui, come descritto dalle 164 pagine curate dai sostituti Giovanna Cavalleri e Paolo Storari, il 13 dicembre 2023, i reclusi erano ridotti in condizioni disumane tra luoghi sudici, visite mediche negate e cibo scadente.

    In questi anni di processi giudiziari, però, l’attività imprenditoriale di Forlenza non si è conclusa. Tutt’altro. Impossibilitato dal partecipare ai bandi pubblici si è concentrato sul commercio internazionale. La società “Solina-Sahel Agri Sol”, parte del gruppo Deko, ha annunciato pochi mesi fa che la società Coranimo era stata incaricata di rappresentare il gruppo in Italia. “Per ogni richiesta o per discutere delle opportunità lavorative scrivere ad Alesandro Forlenza”, si leggeva sul sito. Sito che, a fine dicembre 2025, non è più raggiungibile: dalla brochure ancora reperibile online si legge che “il gruppo [societario] si impegna a portare i migliori prodotti agricoli del Sahel, dell’Africa occidentale e orientale sul mercato globale”.

    C’è un po’ di tutto: verdure, frutta, spezie, noccioline e poi caffè, tè e cacao. Proprio sul cacao sembra essersi mosso Forlenza che, nei mesi scorsi, avrebbe tentato di aprire un’attività in Costa d’Avorio dove anche la società Soliva dichiarava di avere una sede. Sui biglietti da visita l’imprenditore si presenta come “international commodity trader mandates facilitators” indicando una email con un dominio “coranimo.it” che risulta inesistente mentre la partita Iva risulta intestata a lui.

    Coranimo non è un nome nuovo nella galassia dell’imprenditore. È la stessa denominazione con cui in Italia l’imprenditore campano ha registrato una società a responsabilità limitata denominata “Edil Coranimo”. L’azienda con sede a Milano ha per oggetto lo “sviluppo di progetti immobiliari senza costruzione” sia in Italia sia all’estero. È stata costituita nel 2020 da Forlenza, sempre con la madre Consiglia Caruso che attualmente è l’amministratrice unica, di fronte al notaio Stefano Campanella.

    A inizio febbraio di quest’anno Forlenza, invece, si è trovato di fronte al notaio Gaetano Di Giovine con altri soci per dar vita alla “Gemma Italia Srls”: una società che ha per oggetto “la vendita e il commercio, sia all’ingrosso che al dettaglio di prodotti alimentari quali cacao, caffè e prodotti derivati”. Da statuto inoltre è previsto che potrà “partecipare ad altre società, anche all’estero, aventi oggetto analogo, affine o connesso al proprio”. Insomma, un cerchio che sembra chiudersi con le attività del gruppo “Solina-Sahel Agri Sol”, di cui le tracce online sono sparite.

    Tra i soci che hanno contribuito a far nascere la “Gemma Italia”, che sul portale del Registro delle imprese risulta a metà dicembre registrata come inattiva, c’è anche Ernesto Sica, candidato per le elezioni regionali 2025 in Campania a sostegno del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia). Sica nel 2000 fu eletto sindaco ad appena 28 anni a Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno, diventando una figura di spicco prima del centrosinistra e poi nel centrodestra di Silvio Berlusconi.

    Proprio Pontecagnano è il Comune in cui ha sede la Martinina Srl e di cui è originaria anche Paola Cianciulli, moglie di Forlenza: entrambi sono a processo di fronte al Tribunale di Potenza per la gestione del Cpr di Palazzo San Gervasio dove dovranno rispondere delle accuse di frode in pubbliche forniture inerenti all’appalto. Forlenza anche per maltrattamenti. I processi vanno avanti, gli affari non si fermano.

    https://altreconomia.it/forlenza-patteggia-per-la-gestione-del-cpr-di-milano-i-suoi-nuovi-affar
    #détention_administrative #rétention #migrations #réfugiés #sans-papiers #Italie
    #justice #procès #fraude #sous-traitance #privatisation #amende #Consiglia_Caruso #Solina-Sahel_Agri_Sol #Deko #Coranimo #Alessandro_Forlenza #Soliva #cacao #commerce_international #business #Edil_Coranimo #Gemma_Italia #Ernesto_Sica #Pontecagnano #Paola_Cianciulli #Palazzo_San_Gervasio

  • Prima e dopo Milano Cortina. L’impatto delle opere visto dall’alto, da Cortina a Livigno

    La “#legacy” dei Giochi invernali è fatta di cemento, sbancamenti e alberi tagliati. In collaborazione con PlaceMarks, Altreconomia aggiorna il progetto “L’impronta olimpica” (febbraio 2025) e attraverso scatti satellitari mostra la situazione impressionante nel #Cadore, in #Valtellina, in #Alto_Adige e anche a Milano. Le fotografie dei cantieri (integralmente a spese del pubblico) spazzano via la retorica del “grande evento sostenibile”

    https://altreconomia.it/impronta-olimpica-2026
    #JO #jeux_olympiques #JO_2026 #Milano-Cortina #Livigno #Cortina #Italie #impact #images_satellitaires #empreinte #images #Alpes #montagne

  • Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania

    Il Tar del Lazio ha accolto il nostro ricorso presentato grazie agli avvocati dell’Asgi contro il diniego della prefettura di Roma all’accesso integrale al registro degli eventi critici, quel documento che censisce tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e proteste all’interno del centro di confinamento. A pochi giorni dalla scadenza dei termini, però, il ministero dell’Interno ha fatto appello al Consiglio di Stato. La trasparenza evidentemente fa paura.

    Il ministero dell’Interno sta facendo di tutto per tenere segreti i registri degli eventi critici dei centri per migranti in Albania. I documenti che fotografano la quotidianità nella struttura di detenzione di Gjadër sembrano essere molto scomodi: il Viminale, infatti, ha fatto appello a metà dicembre contro la sentenza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio che aveva riconosciuto il nostro diritto di poterli visionare integralmente e darne conto all’opinione pubblica.

    Ricapitoliamo i fatti. Il 25 luglio di quest’anno abbiamo raccontato dell’incongruenza del numero di “eventi critici” -cioè proteste, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo- comunicati dalla prefettura di Roma dopo accesso civico generalizzato. L’ufficio territoriale del Viminale aveva scritto che dall’’11 aprile al 29 maggio 2025 quelli registrati erano stati appena quattro mentre la deputata Rachele Scarpa, consultando il documento, ne riportava 35 nei primi 13 giorni di apertura. Al di là dei numeri, poi, il problema principale era che la prefettura non aveva fornito, come invece avevamo richiesto, una copia del documento ma aveva rielaborato le informazioni contenute.

    Per questo motivo a fine luglio con gli avvocati Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Anna Pellegrino dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), nell’ambito del progetto InLimine, abbiamo fatto ricorso al Tar del Lazio sottolineando principalmente due aspetti: il “diniego mascherato” della prefettura, in quanto aggregare le informazioni è ben diverso rispetto a “ottenere copia” di un documento anche perché prevede un’attività di rielaborazione che, fino a prova contraria, potrebbe essere svolta in maniera arbitraria e senza la possibilità per chi chiede quelle informazioni di vagliare questo processo. Inoltre questa attività comporta un aggravio ingiustificato di lavoro per la Pubblica amministrazione dato che quel documento è già in suo possesso.

    Nel ricorso è stato specificato poi come il problema non possa nemmeno essere la privacy delle persone rinchiuse nel Cpr. In passato, infatti, in diversi avevamo già ottenuto integralmente il registro degli eventi critici -con la prefettura di Potenza per il Cpr di Palazzo San Gervasio e inizialmente con quella di Torino (che poi ha cambiato improvvisamente orientamento)- da cui risulta evidente che in alcuni casi non c’è alcun riferimento a chi ha realizzato l’evento e in ogni caso, se questa indicazione c’è, spesso sono codici identificativi o al massimo iniziali del nome e del cognome. In altri termini: ricostruire chi è il soggetto che ha messo in atto quella specifica azione, magari a distanza di mesi, quando la persona potrebbe essere già stata liberata oppure rimpatriata, è molto difficile.

    Il punto centrale, infine, è che aver accesso ai documenti integralmente permette di raccontare all’opinione pubblica che cosa succede dentro quei luoghi. Un elemento essenziale anche considerato che a Gjadër il ministero ci ha negato l’accesso alla struttura in loco. Leggere quello che gli operatori annotano in quei documenti resta quindi una delle pochissime fonti accessibili per raccontare che cosa si vive giorno dopo giorno nei Cpr.

    Il Tar Lazio il 13 dicembre con una sentenza molto snella (appena cinque pagine, presidente Daniele Dongiovanni) ha messo nero su bianco come la nostra richiesta fosse corretta e fondata. “Una rielaborazione di dati (con attività di riassunto) è attività diversa dal fornire una copia, anche parzialmente oscurata, questione su cui si tornerà in seguito, del documento richiesto” e “solo ottenendo copia del registro è possibile verificare se lo stesso è tenuto dall’Ente gestore in maniera congrua e regolare, stante anche la rilevanza degli interessi e dei diritti sottesi eventuali esigenze di riservatezza o l’esistenza di altri motivi ostativi tra quelli”. Inoltre le esigenze di riservatezza secondo i giudici “possono essere adeguatamente soddisfatti con l’oscuramento dei dati necessari; peraltro, come rappresentato dal ricorrente, nelle risposte ottenute da altre prefetture per altri Cpr, i soggetti coinvolti vengono di regola individuati con un numero identificativo personale ID o con le iniziali”.

    A ridosso della scadenza dei termini per poterlo fare, il Viminale ha fatto appello al Consiglio di Stato. I motivi? In primis “la prefettura non detiene stabilmente il registro ma riceve periodicamente comunicazione degli eventi rilevanti” e quindi non è tenuta “ad ostendere il registro degli eventi critici non trattandosi di un documento dalla stessa redatto”. Ma soprattutto, secondo il ministero, il rischio di re-identificazione delle persone coinvolte “è più elevato di quanto necessario al soddisfacimento delle esigenze di trasparenza sottese all’istituto dell’accesso civico”. Insomma sarebbe tutto un problema di privacy.

    Sarà perciò il Consiglio di Stato a decidere. Quel che è già successo, nel frattempo, è il cambio di rotta della prefettura di Potenza: la stessa che ci aveva sempre fornito copia integrale del registro, il 17 dicembre ha inviato solamente i dati in forma aggregata “nel rispetto della privacy”. Lo stesso ha fatto Brindisi nella risposta del 18 dicembre: dopo “aver richiesto parere al superiore ministero” ha negato l’accesso perché “il numero esiguo degli eventi verificatisi presso il Cpr rende altamente probabile la reidentificazione anche in assenza di dati nominativi”. Da Gorizia, invece, è arrivato un allegato con 110 documenti “opportunamente oscurati i dati sensibili degli interessati al fine di tutelarne la protezione dei dati personali”. Altro che privacy, quel che conta è la volontà.

    https://altreconomia.it/il-viminale-vuole-nascondere-a-tutti-i-costi-che-cosa-succede-nel-cpr-d
    #migrations #asile #réfugiés #Italie #Albanie
    #justice #recours #transparence #Gjadër #cpr #détention_administrative #rétention

    –-
    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie:
    https://seenthis.net/messages/1043873

  • Syndrome de Kessler / arXiv

    Crash Clock

    https://arxiv.org/html/2512.09643v1

    The number of objects in orbit is rapidly increasing, primarily driven by the launch of megaconstellations, an approach to satellite constellation design that involves large numbers of satellites paired with their rapid launch and disposal. While satellites provide many benefits to society, their use comes with challenges, including the growth of space debris, collisions, ground casualty risks, optical and radio-spectrum pollution, and the alteration of Earth’s upper atmosphere through rocket emissions and reentry ablation. There is substantial potential for current or planned actions in orbit to cause serious degradation of the orbital environment or lead to catastrophic outcomes, highlighting the urgent need to find better ways to quantify stress on the orbital environment. Here we propose a new metric, the CRASH Clock, that measures such stress in terms of the time it takes for a catastrophic collision to occur if there are no collision avoidance manoeuvres or there is a severe loss in situational awareness. Our calculations show the CRASH Clock is currently 2.8 days, which suggests there is now little time to recover from a wide-spread disruptive event, such as a solar storm. This is in stark contrast to the pre-megaconstellation era: in 2018, the CRASH Clock was 121 days.

    #it_has_begun

  • La nuova geografia dei Comuni montani non può esser disegnata con criteri vecchi

    Secondo Mauro Varotto, geografo dell’Università di Padova, la riforma della classificazione voluta dal governo ha il solo scopo di ridurre la platea di possibili beneficiari di risorse scarse, senza tener conto di criteri in grado di rispondere in modo più oggettivo alla finalità della nuova legge sulla montagna, ovvero creare le condizioni perché più persone possano restare a vivere nelle terre alte.

    Il 17 dicembre, intervenendo alla Camera dei deputati, il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli ha ribadito che la ridefinizione dell’elenco dei Comuni montani ha l’obiettivo di “ridurre l’attuale elenco di oltre quattromila Comuni, che contiene realtà quali Roma e Bologna che, con un’altimetria media rispettivamente di 67 e 82 metri, non hanno certo le caratteristiche geografiche della montagna”.

    Quando, nel mese di settembre, la Legge 131/2025 è stata approvata in via definitiva al Senato, il comunicato stampa del ministro ribadiva più volte la volontà di “valorizzare la vera montagna”, asciugando di fatto la platea di soggetti che possono aspirare ai circa 200 milioni di euro all’anno stanziati dallo Stato per promuovere lo sviluppo economico e tutelare l’accesso ai servizi essenziali nelle terre alte.

    La riduzione ha portato a qualificare come montani 2.844 Comuni (il 36% dei municipi italiani), che si sviluppano sul 40% della superficie del Paese e hanno una popolazione residente di 7,8 milioni di abitanti (il 13,2% della popolazione nazionale), con una netta riduzione rispetto alla classificazione precedente, che elencava 4.201 Comuni montani. Il decreto contenente i parametri per la riclassificazione avrebbe dovuto essere discusso il 18 dicembre dalla Conferenza Stato-Regioni, ma ciò non è avvenuto su pressione delle Regioni, che lunedì 22 dicembre incontreranno il ministro Calderoli per chiedere di rivedere un elenco che da un lato faceva uscire Roma e dall’altro, come ricorda una nota l’Unione nazionale dei Comuni, comunità ed enti montani (Uncem), vedeva “inserite Reggio Calabria o Varazze, Cuneo o Biella”, cosa che “ha veramente poco senso”.

    Il problema principale, forse, è che la Legge 131/2025, da cui discende il decreto, prevede la classificazione dei Comuni montani sulla base dei criteri altimetrico e della pendenza, una scelta contestata in un comunicato congiunto delle Associazioni scientifiche dei geografi e delle geografe italiane/i: Associazione dei geografi italiani (Agei), Associazione italiana di cartografia (Aic), Associazione italiana insegnanti di geografia (Aiig), Centro italiano per gli studi storico-geografici (Cisge), Società geografica italiana, Società di studi geografici.

    Altreconomia ha intervistato Mauro Varotto, docente di Geografia all’Università di Padova, membro del Comitato scientifico de L’AltraMontagna, già autore del libro “Montagne di mezzo. Una nuova geografia”.

    Professor Varotto, come geografi avete detto che “la novità di questa nuova classificazione è che rimane ancorata a criteri vecchi”. Che cosa significa?
    MV La retorica governativa fa leva sull’idea di una definizione di montagna “nuova” e più “vera” rispetto alla precedente, suggerendo implicitamente che la classificazione dei Comuni montani redatta in passato dall’Uncem annoverasse montagne “false”. Come geografi non possiamo avallare questo messaggio: i parametri utilizzati sono gli stessi di prima, ovvero altimetria e pendenza, cambiano semplicemente le soglie altimetriche e i valori percentuali oltre i quali si considerano “montani” i territori comunali, in modo da escludere la montagna più bassa e la platea dei Comuni che avranno diritto a fondi e agevolazioni previsti dalla legge. In altre parole: i soldi a disposizione sono pochi, tanto vale accorciare la coperta. Si tratta però di accorciarla sulla base di parametri “vecchi”, perché nel frattempo il dibattito ha messo in luce -in linea con il dettato costituzionale- l’importanza di considerare anche altri aspetti, che riguardano la perifericità (pensiamo al concetto di “area interna”), le condizioni di reddito o di marginalità e spopolamento. In questo modo le misure avrebbero potuto cadere più precisamente dove serve: si sarebbe insomma potuto usare il bisturi, per un’azione politica più aderente alla varietà di situazioni che caratterizza la montagna italiana; invece, si è continuato a usare l’accetta.

    Perché sarebbe opportuno distinguere tra “montuosità” fisica e “montanità”?
    MV Nella legge si separano montuosità fisica e montanità antropologica e si prende in considerazione solo la prima, come base di partenza. Da sempre i geografi sostengono che il concetto di “montagna” non può essere disgiunto dai caratteri della presenza umana, soprattutto in catene montuose come quelle alpina e appenninica che sono la risultante di percorsi millenari di civiltà, in altre parole sono tra le più vissute e addomesticate del Pianeta. La ratio dell’articolo 44 della Costituzione -che invoca provvedimenti a favore delle zone montane- non è la salvaguardia dell’ambiente naturale o del turismo, ma il vissuto umano che su di esse insiste, con una funzione di cura e controllo del territorio. Separare i due aspetti porta al rischio di concepire -come del resto è avvenuto nel corso del Novecento- una montagna senza uomo da un lato e una presenza umana disconnessa dalla montagna dall’altro.

    Tra gli esclusi, risultano tra gli altri alcuni dei Comuni romagnoli colpiti dalle alluvioni del 2023, con frane e smottamenti “tipicamente” montani, territori che toccano i mille metri sul livello del mare, una bassissima densità abitativa. Quali diversi criteri sarebbe stato opportuno prevedere o inserire?
    MV Partiamo dal presupposto che non esiste una visione “oggettiva” della montagna ma una definizione funzionale all’obiettivo politico che si intende perseguire. Per questo non ha senso imporre una sola classificazione di montagna e non necessariamente classificazioni diverse significano scarsa chiarezza o confusione. Se lo scopo è quello di favorire il reinsediamento nelle “terre alte”, come di fatto la legge 131/2025 dichiara, allora sarebbe stato opportuno, ad esempio, distinguere le aree soggette a spopolamento, oppure le aree più periferiche e marginali, oppure ancora quelle a reddito più basso o a economia primaria mista. Il legislatore demanda ad altri decreti attuativi questi aspetti, ma in questo modo si tengono comunque dentro “montagne ricche”, magari ad alta quota, o città come Cuneo e Reggio Calabria, che forse non hanno nemmeno bisogno di tali agevolazioni, lasciando fuori una montagna più in difficoltà, magari a bassa quota ma marginale, che invece andrebbe sostenuta e aiutata.

    È una legge “contro l’Appennino”?
    MV Sicuramente, per come è stata concepita, la legge taglia fuori in prevalenza la montagna a quote basse e dunque la montagna appenninica è più penalizzata di quella alpina (ma pure il Piemonte vede ridotti del 22% i Comuni montani). Con questa proposta Nord-Ovest e Nord-Est mantengono valori di superficie montana che superano il 40% del territorio, mentre al Centro e al Sud essi sono di poco superiori al 30%. Se andiamo invece a vedere la percentuale regionale di territorio italiano sopra i 600 metri di quota troviamo ai primi posti tre Regioni appenniniche: Abruzzo, Molise e Basilicata, con valori che oscillano tra il 43% e il 58% per la Regione abruzzese, la più montuosa d’Italia in termini statistici. La differenza con la nuova classificazione mi pare piuttosto evidente, anche senza contare indicatori di sviluppo economico o di marginalità, che a maggior ragione dovrebbero favorire la montagna appenninica, se si intende perseguire una qualche forma di perequazione territoriale. In questo senso è una montagna tagliata con l’accetta, che genera una classificazione grossolana che rischia di non fare nemmeno l’interesse che la legge stessa dichiara di perseguire.

    https://altreconomia.it/la-nuova-geografia-dei-comuni-montani-non-puo-esser-disegnata-con-crite
    #montagne #Italie #loi_montagne #classement #liste #loi #Legge_131/2025 #financement #décret #altitude #pente #critères #périphérie #montanité #géographie_physique #géographie_humaine #définition #terre_alte #marges #Apennins #Alpes #péréquation_territoriale

  • Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, 157 mln di costi in più. Enti locali, fondazione e commissario ancora opachi

    Nel terzo rapporto della campagna Open Olympics 2026, il punto sulle spese per realizzare i prossimi Giochi olimpici invernali, al via il 6 febbraio. Molte le opere da completare. Tante le informazioni che mancano, a partire dall’impatto ambientale

    Dei 3,54 miliardi di euro spesi da Simico per le Olimpiadi di Milano-Cortina, al via il 6 febbraio prossimo con la cerimonia di apertura, soltanto il 13 per cento riguarda opere strettamente connesse a gare ed eventi sportivi, mentre l’87 per cento rientra tra le infrastrutture permanenti destinate ai territori, la cosiddetta legacy. “Per ogni euro destinato alle opere indispensabili ai Giochi, se ne spendono 6,6 per opere di legacy”, si legge nel terzo rapporto di Open Olympics 2026, la rete civica composta da 20 organizzazioni capitanate da Libera, tra le quali Wwf Italia, Italia Nostra, Legambiente, Cai, Mountain Wilderness Italia, Cipra Italia, realizzata per portare trasparenza sull’impatto finanziario e ambientale della rassegna sportiva. Nonostante lo sforzo di lavoro di questo gruppo di attivisti ed esperti, e nonostante gli appelli alla trasparenza, molti aspetti restano ancora arcani.

    La campagna – partita nel 2024 – aveva ottenuto dalla Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 S.p.A (Simico) un importante risultato: la pubblicazione di una raccolta di dati sui progetti, che sarebbero stati aggiornati periodicamente. Questo ha permesso a Open Olympics di monitorare l’andamento dei lavori e dei costi delle opere, sia quelle realizzate e riqualificate appositamente per gli eventi sportivi, sia quelle collaterali, come strade e collegamenti ferroviari. Ed è da questo dataset che si evince innanzitutto come soltanto il 13 per cento delle strutture riguardi i Giochi invernali, mentre le restanti siano catalogate come “legacy”, cioè in eredità.

    L’eredità dei cantieri

    La maggior parte di queste opere, però, non sarà conclusa in tempo per le olimpiadi e le paralimpiadi invernali di Milano e Cortina e l’aumento dei loro costi delle opere della legacy incide di più sulla spesa olimpica per oltre 133 milioni di euro, “superiore di oltre cinque volte rispetto a quello relativo agli interventi per l’evento olimpico (+ 23 milioni)”, è scritto sul rapporto.

    In eredità rimarranno dei progetti e dei cantieri: “16 opere risultano concluse; 51 in esecuzione; 3 in gara; 28 ancora in progettazione – si legge nel rapporto –. Solo 42 hanno una data di fine lavori collocata prima dell’inizio dei Giochi. Significa che il 57 per cento degli interventi sarà completato dopo l’evento, con l’ultimo cantiere previsto nel 2033”. Alcune opere, come la pista da bob o il villaggio olimpico a Cortina, saranno completati definitivamente soltanto a Giochi terminati.

    I costi in aumento: + 157 milioni

    Sommando gli aumenti, il conteggio del costo delle opere è presto fatto: le spese sono cresciute di 157 milioni di euro (+4,6%), legate soprattutto agli incrementi registrati dai lavori per 34 opere.

    Le cinque variazioni più significative in valore assoluto sono:

    - la variante di #Longarone, in provincia di #Belluno (+43 milioni);

    - la circonvallazione di #Perca, nella provincia autonoma di #Bolzano (+31 milioni, cresciuta del 22,14 per cento rispetto al valore iniziale);

    – la tangenziale sud di #Sondrio (+13,3 milioni), che ha anche la variazione percentuale più alta;

    - l’impianto a fune di #Socrepes, nei pressi di #Cortina (+13 milioni);

    - il collegamento sciistico di #Livigno, in provincia di #Sondrio (+8,5 milioni).

    Gli aumenti non sono stati compensati dai risparmi su altri lavori, che hanno riguardato soltanto due progetti.

    Ambiente e subappalti, informazioni ancora “top secret”

    Su molti aspetti, però, la campagna non è stata in grado di mettere nero su bianco informazioni rilevanti. Il rapporto Open Olympics è anche una maniera per denunciare le opacità e le mancanze.

    Ad esempio, poco si sa sulle conseguenze che i Giochi e le opere avranno sull’ambiente. Per il 64 per delle opere non è stata fatta nessuna valutazione dell’impatto ambientale. Non ci sono informazioni sull’impronta di CO2 per ogni singola opera: “La somma di ogni singola impronta di anidride carbonica avrebbe pertanto fornito quanto e se la realizzazione dei Giochi abbia contribuito o meno al cambiamento climatico e come stia andando a mutare un ambiente di per sé molto fragile”, si legge nel documento.

    Si conosce soltanto quella della Fondazione Milano-Cortina, le cui emissioni – stimate nel 2024 – supererebbero di poco il milione di tonnellate di CO₂ equivalente per l’intero ciclo dell’evento, sarebbero pari a quelle prodotte per portare tutti gli abitanti di Milano su un volo Roma-New York, andata e ritorno. Ma questo riguarda soltanto gli eventi, e non le opere. A Parigi 2024, “l’impronta complessiva comunicata e riportata in specifici report è stata compresa tra 1,6 e 2,1 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente”, mentre alle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di PyeongChang nel 2018, secondo alcune stime, si arrivava a 1,56 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.

    E mancano ancora alcuni dati per assicurarsi su chi stia pagando e quanto ricevano i subappaltatori (che sono 516 ditte, a fronte delle 101 ditte aggiudicatarie). “Guardare con attenzione ai subappalti è essenziale per garantirla, perché è proprio nei livelli secondari delle filiere che si concentrano i maggiori rischi”, quelle legati ai diritti e alla sicurezza dei lavoratori, o le infiltrazioni criminali, per esempio. Alcuni dati sono disponibili, “risultato importante, frutto della buona disponibilità di Simico S.p.A. e di una spinta fornita anche dalle Commissioni congiunte Antimafia e Olimpiadi del Comune di Milano nel corso di confronti pubblici”. Però mancano informazioni sui valori economici, non facili da fornire dalla società e da ricercare per Open Olympics.

    Difficile la ricognizione sulle opere degli enti locali

    La campagna ammette di aver fallito – non per colpa sua – nel raggiungere uno dei suoi obiettivi, cioè ottenere un’unica piattaforma contenente tutti i dati di tutti gli enti coinvolti nella realizzazione delle opere. Ci sono quelli di Simico, ma mancano i dati di Anas o gli interventi di enti locali quali Regioni, Province e Comuni.

    Alle richieste di accesso civico presentate da Libera, la Regione Lombardia ha risposto, mentre il Comune di Milano ha prima replicato con un diniego, e poi con un differimento a data ignota. Quelle fatte in Trentino Alto Adige e in Veneto sono ancora senza risposta.

    Open Olympics 2026 pone alcune domande di principio: “È davvero necessario che la società civile, per veder riconosciuto il suo diritto di sapere circa le opere connesse ai Giochi e il loro costo, debba ‘giocare a braccio di ferro’ con le istituzioni? Anche correndo il rischio di finire contro muri burocratici o vedendosi le porte dei dati sbattute in volto, come nel caso del Comune di Milano?”. E così “resta un grosso margine di incertezza”: “Esiste, in conclusione, un’asimmetria di dati che, come rete Open Olympics 2026, non riusciamo a risolvere. Questa impossibilità non dipende da un limite di analisi, ma da una assenza strutturale di un luogo unico che raccolga in modo unitario tutte le opere, del Piano e fuori dal Piano – è scritto nel report –. L’informazione è di fatto asimmetrica: con dettaglio dove opera Simico S.p.A., frammentata o assente altrove. Ogni proposta utile a superare questa asimmetria, in tutte le interlocuzioni intercorse nell’ultimo anno e mezzo fino a ora, non ha ottenuto esito”.

    Le organizzazioni aderenti alla campagna non disperano e non chiudono le porte: “A ogni modo, come rete Open Olympics 2026 restiamo a disposizione per confrontarci pubblicamente circa ogni soluzione che abiliti appieno il nostro diritto di sapere”.

    I buchi neri: Fondazione e commissario straordinario alle Paralimpiadi

    Non si hanno poi dati sui costi dell’organizzazione dei Giochi, in capo alla Fondazione che – per un decreto del governo – è stata inquadrata come organismo privato (la questione sarà vagliata dalla Corte costituzionale). Di certo si sa che 43 milioni arrivano dal fondo per le vittime di mafia e usura e per gli orfani di femminicidio, come ha rivelato lavialibera.

    Né si conosce l’andamento della spesa legati ai 328 milioni di euro assegnati al commissario straordinario alle Paralimpiadi, cifra decisamente più alta dei 71,5 milioni previsti per le paralimpiadi. Il 16 dicembre scatteranno i tre mesi dalla nomina del commissario Giuseppe Fasiol, data in cui dovrà essere presentata la prima relazione al ministero dello Sport sul suo operato. “La figura del Commissario alle Paralimpiadi appare poco definita, sia rispetto al ruolo effettivo, sia rispetto all’ambito di intervento, e allo stato dell’arte non si hanno informazioni sufficienti all’esercizio del diritto di sapere circa come il Commissario stia operando e spendendo”.

    “Le Paralimpiadi possono costituire uno strumento utile a promuovere inclusione sociale e abbattimento delle barriere, ma va ricordato che tali barriere vanno abbattute nel quotidiano, con investimenti continuativi e non per un solo singolo evento”, prosegue Open Olympics, ricordando come il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità sia passato da oltre 552 milioni di euro per l’anno 2024 a poco meno di 232 milioni di euro annui a decorrere dal 2025 (con una riduzione riduzione di 320 milioni di euro), “uno scenario preoccupante”.

    La campagna continua. Fari accesi sul post-olimpico e l’edizione francese del 2030

    Se questo rappresenta l’ultimo rapporto prima dell’avvio dei Giochi, la rete Open Olympics 2026 promette che il suo lavoro non finisce qui, ma proseguirà “fino alla realizzazione dell’ultima opera e finché le domande poste in questo report non avranno risposta”: “Ci aspettiamo inoltre dati puntuali di rendicontazione finale, tanto sull’evento e sulle spese sostenute, quanto sulle opere correlate” perché “in caso di disavanzi di cassa di Fondazione Milano Cortina, a pagare sarà lo Stato”.

    Si lavora anche per esportare questo modello di monitoraggio civico avanti e oltralpe, in vista dei Giochi invernali del 2030 sulle Alpi Francesi: “L’obiettivo è semplice: fare in modo che i risultati dell’azione civica italiana (l’ottenimento del primo portale di dati per un’Olimpiade e Paralimpiade, su spinta civica) diventi uno standard minimo, un punto di partenza da cui partire”.

    https://lavialibera.it/it-schede-2508-olimpiadi_di_milano_cortina_2026_157_mln_di_costi_in_piu_
    #JO #jeux_olympiques #Italie #Milano-Cortina #JO_2026 #Alpes #montagne #coût #coûts

  • [Fumetto] Giuseppe Pinelli - La morte di un ferroviere anarchicoe - Opuscolo [PDF]
    https://www.partage-noir.fr/fumetto-giuseppe-pinelli-la-morte-di-un-ferroviere-anarchicoe-1984

    Testo : MLT, disegni : OLT - (CC BY-NC-SA) #Giuseppe_Pinelli_nasce il 21 ottobre 1928 nel modesto quartiere di Porta Ticinese a Milano. Durante la guerra 1 300 partigiani anarchici formano la Brigata Bruzzi-Malatesta. Pinelli vi partecipa come corriere-staffetta. A 18 anni diviene anarchico. Entrato nelle ferrovie italiane nel 1954, si sposa nel 1955 e dalla sua unione con Licia Rognini nascono due figlie. Molto attivo all’interno del movimento Gioventù Libertaria, a partire dal 1963 (…) #Giuseppe_Pinelli_-_La_mort_d'un_cheminot_anarchiste

    / Giuseppe Pinelli , #Italie

    https://www.partage-noir.fr/IMG/pdf/bd-pinelli-livret-it.pdf

  • [Fumetto] Giuseppe Pinelli - La morte di un ferroviere anarchicoe [PDF]
    https://www.partage-noir.fr/fumetto-giuseppe-pinelli-la-morte-di-un-ferroviere-anarchicoe

    Testo : MLT, disegni : OLT - (CC BY-NC-SA) #Giuseppe_Pinelli_nasce il 21 ottobre 1928 nel modesto quartiere di Porta Ticinese a Milano. Durante la guerra 1 300 partigiani anarchici formano la Brigata Bruzzi-Malatesta. Pinelli vi partecipa come corriere-staffetta. A 18 anni diviene anarchico. Entrato nelle ferrovie italiane nel 1954, si sposa nel 1955 e dalla sua unione con Licia Rognini nascono due figlie. Molto attivo all’interno del movimento Gioventù Libertaria, a partire dal 1963 (…) #Giuseppe_Pinelli_-_La_mort_d'un_cheminot_anarchiste

    / Giuseppe Pinelli , #Italie

    https://www.partage-noir.fr/IMG/pdf/bd-pinelli-it-2.pdf

  • The myth of traditional Italian cuisine has seduced the world. The truth is very different

    The comforting tourist-brochure idea of what Italian food looks like obscures a story shaped by hunger, migration and innovation.

    Italy’s cuisine has now joined Unesco’s “intangible” heritage list, an announcement greeted within the country with the sort of collective euphoria usually reserved for surprise World Cup runs or the resignation of an unpopular prime minister. Not because the world needed permission to enjoy pizza – it clearly didn’t – but because the news soothed a longstanding national irritation: France and Japan, recognised in 2010 and 2013, had beaten us to it. For Italy’s culinary patriots, this had become a psychological pebble in the shoe: a tiny, persistent reminder that someone else had been validated first.

    Yet the strength of Italian cuisine has never rested on an ancient, coherent culinary canon. Most of what passes for ancient “regional tradition” was assembled in the late 20th century, largely for tourism and domestic reassurance. The real history of Italian food is turbulent: a saga of hunger, improvisation, migration, industrialisation and sheer survival instinct. It is not a serene lineage of grandmothers, sunlit tables and recipes carved in marble. It is closer to a national long-distance sprint from starvation – not quite the imagery Italy chose to present to Unesco.

    To make matters worse (or better, depending on your sense of humour), the “Italian” cuisine that conquered the world was not the one Italians carried with them when they emigrated. They had no such cuisine to carry. Those who left Italy did so because they were hungry. If they’d had daily access to tortellini, lasagne and bowls of spaghetti as later imagined, they would not have boarded ships for New York, Buenos Aires or São Paulo to face discrimination, exploitation and the occasional lynching. They arrived abroad with a handful of memories and a deep desire to never eat bad polenta again.

    And then something miraculous happened: they encountered abundance. Meat, cheese, wheat and tomatoes in quantities unimaginable in the villages they had fled. Presented with ingredients they’d never seen together in one place, they invented new dishes. These creations – not ancient recipes – are what later returned to Italy as “tradition”. In short: Italian cuisine did not migrate. It was invented abroad by people who had finally found something to eat – a truth that fits awkwardly with Unesco’s love of millennium-old continuity.

    But the most decisive transformation came not abroad but at home, during Italy’s astonishing economic boom between 1955 and 1965. In that decade, the country underwent the culinary equivalent of a religious conversion. Refrigerators appeared in kitchens, supermarkets replaced corner shops, meat ceased to be a luxury. Families who had long measured cheese by the gram discovered, with a mix of disbelief and guilt, that it could be bought whenever one wished. What the world interprets as Italy’s eternal culinary self-confidence is, in reality, the afterglow of that moment. Italians did not inherit abundance. They walked into it, slightly dazed, like people entering the wrong cinema screen and deciding to stay.

    This context makes Italy’s current wave of culinary sovereigntism particularly surreal. We hear stern warnings against “globalist contamination” from politicians who grew up eating industrial panettone and Kraft slices in school sandwiches. We are told that Italian cuisine must remain pure, fixed and inviolable – as if purity had anything to do with our past. Italian food is a champion of adaptation. It has always survived by stealing, assimilating and reinventing. The Darwinian logic is embarrassingly simple: the cuisines that change are the ones that survive. Yet sovereigntist rhetoric insists on freezing everything in place, as if the national menu were a snow globe.

    Of course, the British have helped. Britain has cultivated its own affectionate fantasy of Italy: eternal sunshine, tomatoes that taste like childhood holidays, families who spend hours eating together as if they were auditioning for a commercial. Television personalities such as Stanley Tucci have perfected this fantasy into a polished export brand – the loud, lovable Italian bursting into your kitchen to rescue you from beige British food. It’s fun, it sells and it has about as much to do with Italian history as Mamma Mia! has to do with the Greek economy.

    This British fantasy intersects perfectly with Italy’s own mythmaking instinct. For centuries, Italians were hungry – not poetically, not metaphorically, but literally hungry. Pellagra, starvation, malnutrition: these were the foundations of Italian “tradition”. And it is precisely because the past was so bleak that modern Italians felt compelled to build a golden myth of themselves. A myth in which the grandmother is an oracle, the tomato a sacred relic and “tradition” a serene and ancient truth rather than a post-1960s reconstruction.

    So what did Italy actually submit to Unesco? The real story of our cuisine, shaped by hunger, migration, innovation and sudden prosperity? The glossy tourist-brochure version, the one lit like a Netflix travel programme? Or – stranger still – what some promoters called “the relationship Italians have with food”, described in the breezy vocabulary of airport psychology? A heritage not of recipes, but of feelings; conveniently vague, pleasantly flattering and not entirely falsifiable.

    The first version would deserve recognition. The second trivialises it. The third turns heritage into national therapy.

    Italy did not need Unesco to feel important. It needed to shed the insecurity that a cuisine is only valuable when validated by an external referee. Instead, the country reached for the certificate, not the substance. And so we embalmed a living cuisine, fixing it into a museum frame just as it continues – thankfully – to evolve in real homes, restaurants and workplaces.

    This is the paradox worth remembering. The world already loves Italian food, but often loves a version shaped by television, tourism and decades of gentle mythmaking. Italians rarely resist the myth – it is flattering and profitable – but myths are fragile foundations for a Unesco bid. Because in the end, what Italy submitted was not its history but a postcard: beautifully composed, carefully lit, designed to please.

    And like all postcards, it risks being forgotten in a drawer, while the real story of Italian cuisine – restless, inventive and gloriously impure – carries on elsewhere.

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/dec/15/myth-traditional-italian-cuisine-food
    #alimentation #cuisine_italienne #cucina_italiana #mythe #tradition #nationalisme #Italie #Unesco #patrimoine_mondial #tourisme #faim #migrations #improvisation #industrialisation #émigration #émigration_italienne #invention #pauvreté #adaptation

    #géographie_culturelle

  • Newsroom – L’Italia sostiene il piano della Libia per costruire 70 nuovi centri per i rimpatri volontari. I misteri di Arkenu, la compagnia che ridisegna il potere petrolifero libico
    https://irpimedia.irpi.eu/newsroom-italia-libia-centri-rimpatri-migranti-societa-arkenu

    Una mozione italiana apre la strada ai centri libici per i rimpatri volontari, mentre una nuova compagnia libica esporta greggio per centinaia di milioni grazie a un oscuro accordo con lo Stato L’articolo Newsroom – L’Italia sostiene il piano della Libia per costruire 70 nuovi centri per i rimpatri volontari. I misteri di Arkenu, la compagnia che ridisegna il potere petrolifero libico proviene da IrpiMedia.

    #Mondo #Podcast_Newsroom #Bielorussia #Sanzioni

  • #Dongo
    https://www.youtube.com/watch?v=aDacSFxLcxI

    Dodici sono i ragazzi dell’#Oltrepo
    che arrivano a Dongo
    dodici sono i ragazzi dell’Oltrepo

    «Sveglia!» Comanda Ciro
    c’è una missione da preparare
    dalle scuole di viale Romagna
    si scriverà la parola fine

    Son #ribelli_della_montagna,
    sono ruvidi e spigolosi
    Pelleossa ma temprati
    dagli inverni nei boschi passati

    Non c’è tempo bisogna andare
    è quasi l’alba arriva Valerio
    li squadra uno ad uno
    comanda l’ordine e poi il silenzio

    è un silenzio di quelli che piace
    di gente sicura di se
    il tempo è imbronciato
    tra poco la verità

    Sono William Gildo e Giulio
    Codaro Dick Steva e Lino
    Cecca Sipe e Renato
    al camion Barba e Arturo

    Sono William Gildo e Giulio
    Codaro Dick Steva e Lino
    Cecca Sipe e Renato
    al camion Barba e Arturo

    umida e fredda è la pioggia
    i dodici sono inzuppati
    a Como si effettua una sosta
    la missione rimane segreta

    Fatto cambio del furgoncino
    si riparte verso Dongo
    Barba schiaccia il pedale
    per primo devi arrivare

    Sono ore che sembrano giorni
    di un giorno che ne vale altri cento
    ora è davvero più chiaro
    tra poco tutto finirà

    Son le 4 del mattino
    si alza l’alba su piazzale Loreto
    amici abbiamo finito
    mai nessuno più parlerà

    Son le 4 del mattino
    si alza l’alba su piazzale Loreto
    amici abbiamo finito
    mai nessuno più parlerà

    Sono William Gildo e Giulio
    Codaro Dick Steva e Lino
    Cecca Sipe e Renato
    al camion Barba e Arturo

    https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=59028&lang=fr
    #chanson #musique #antifa #Italie #WWII #seconde_guerre_mondiale #anti-fascisme #libération #partisans

    –—

    Esattamente 74 anni, alle prime luci dell’alba, dalle scuole di Viale Romagna a Milano partiva la missione finale per Dongo. Bisognava creare una squadra. La sera prima, nel quartiere Brera, vi fu una riunione. Al tavolo: il generale Cadorna, il generale Palumbo, Enrico Mattei, Luigi Longo, Enrico Pertini, altri esponenti importanti dell’antifascismo italiano e direttamente dall’Oltrepo’ Pavese Italo Pietra (Edoardo) da Ponte Nizza e il Conte Luchino Dal Verme, il comandante Maino, da Torre degli Alberi.
    Si decise di scommettere su 12 ragazzi provenienti dalle formazioni partigiane dell’Oltrepo’ Pavese, i loro nomi furono: William, Gildo, Giulio, Codaro, Dick, Steva, Lino, Cecca, Sipe, Renata, Barba e Arturo. E questa è la loro storia. Buon Ascolto

    https://www.facebook.com/Bataquaerch/posts/esattamente-74-anni-alle-prime-luci-dellalba-dalle-scuole-di-viale-romagna-a-mil/354410338549597