• Nuova strage a #Kobane. Contraria a ogni norma di diritto internazionale

    Da Kobane in queste ore arrivano video molto simili a quando la città siriana in mano ai curdi veniva attaccata da Isis. Questa volta però le bombe sono sganciate dalla Turchia, il secondo esercito della Nato. Dopo Afrin, Erdogan viola ancora una volta il diritto internazionale e bombarda i villaggi abitati dai civili. L’obiettivo è colpire l’esercito curdo YPG e YPJ, il primo che ha resistito, combattuto e vinto contro Daesh, sostenuto dalla coalizione internazionale.

    Nei video postati dagli abitanti si vede il terreno saltare, si sentono le urla delle persone. Le stesse persone che da tre anni stanno pazientemente ricostruendo tutto ciò che lo Stato islamico aveva distrutto. Con Ivan Compasso Grozny, a giugno, siamo stati a Kobane. A 4 anni dalla devastazione di Isis abbiamo visto la rinascita di una città e della sua gente, dopo il sangue versato. Abbiamo visto muratori ricostruire case e quartieri. Abbiamo visto nuovi ospedali e nuove scuole nate anche grazie ai soldi raccolti dalle fondazione delle donne del Rojava in Germania, Austria, Svizzera, Olanda. Coi finanziamenti della provincia Trento è stato rifatta una scuola per i bimbi rimasti orfani perché Daesh ha ucciso i loro genitori: si chiama l’Arcobaleno di Aylan, il piccolo curdo trovato sulle rive del Bosforo in Turchia, simbolo del dramma dei popoli che sfuggono dalle guerre.

    Abbiamo visto le strade tornare a vivere. Fino a mezzanotte donne, uomini, bambini insieme per respirare la libertà ritrovata.

    Abbiamo visto il Cimitero dei martiri di Kobane: più di mille combattenti hanno dato la vita per liberare il mondo dal terrorismo di matrice islamista.

    Abbiamo visto cosa è diventato concretamente il confederalismo democratico alla base l’organizzazione delle città del Rojava ispirato alle teorie socialiste del filosofo statunitense Murray Bookchin: una democrazia senza Stato, flessibile, multiculturale, anti-monopolistica; laicità, femminismo, ecologismo come pilastri. Abbiamo visto che non sono solo tensioni ideali, ma fatti concreti: la parità di genere e la laicità nel bel mezzo dell’estremismo religioso islamista, l’introduzione del matrimonio civile e l’abolizione della poligamia. Le donne hanno ruoli politici e militari, fanno parte delle forze di sicurezza e gestiscono l’organismo di polizia contro la violenza sessuale.

    Abbiamo visto gli sforzi per arrivare a una convivenza pacifica a Mumbij, città multietnica in mano a Isis e liberata ad agosto 2016 dalle truppe del Free Syrian Army (FSA) appoggiate dagli americani. Un anno dopo libere elezioni in cui si è scelto di rappresentare tutte le identità: turcomanni, arabi, circasi, curdi. Quattro etnie, quattro identità, ognuna disegnata sulla bandiera, tutte presenti nell’Assemblea popolare votata dai cittadini. Per la prima volta il modello del confederalismo democratico è a partecipazione araba ed esce dal confine curdo.

    Abbiamo visto l’istruzione tornare secolare, cioè laica, le scuole islamiche abolite nei territori riconquistati.

    Ora la Turchia sta distruggendo tutto questo. Dopo il vertice di Istanbul tra Germania, Francia, Turchia e Russia, sono iniziati gli attacchi. “La Turchia ha bombardato le aree di confine di Kobane e del Rojava per quattro giorni davanti agli occhi di tutto il mondo – scrive UIKI, l’Ufficio Informazione Kurdistan in Italia – Né la coalizione internazionale contro ISIS né gli Stati che hanno partecipato al vertice di Istanbul hanno preso seriamente posizione contro questi attacchi o hanno condannato lo stato turco”, sottolineando il paradosso di attacchi contemporanei: quelli turchi nel Nord della Siria, quelli di ISIS contro il villaggio di Hejin nell’area di Dêir Er-Zor, uno dei suoi ultimi bastioni. Qui le forze democratiche siriane – con YPG e YPJ come elemento aggregante – continuano a combattere.

    Per questo oggi dal Rojava arriva una chiamata d’emergenza all’Europa e all’Occidente. La copresidenza del KCDK-E ha emesso un comunicato in cui si legge: “Il Congresso europeo della Società democratica curda (KCDK-E) fa appello per un’azione urgente ai curdi e ai suoi sostenitori in Europa in seguito agli attacchi dello stato turco contro Kobane. L’esercito turco ha bombardato con armi pesanti i villaggi di Kor Eli e Selim e stanno progettando un massacro. Chiediamo a tutti di organizzare al più presto mobilitazioni a difesa e a sostegno di queste terre che sono costate il sangue di donne, giovani, bambini […]”

    Noi come giornalisti abbiamo il dovere di non far passare sotto silenzio questa ennesima strage contraria a ogni norma di diritto internazionale.


    https://www.articolo21.org/2018/11/nuova-strage-a-kobane-contraria-a-ogni-norma-di-diritto-internazionale
    #Kurdistan #Turquie #bombardement #guerre #conflit #kurdes


  • Soirée solidaire • Convoi solidaire pour le camp de Lavrio en Grèce | KEDISTAN
    http://www.kedistan.net/2018/09/18/soiree-solidaire-convoi-lavrio

    Kurdes, l’exode d’Afrîn à Lavrio est un petit documentaire de 30 minutes réalisé par Jacques Leleu et Jean-Marc Thérin. A l’occasion d’un convoi solidaire pour le camp de Lavrio en Grèce, ils ont recueilli les témoignages d’exilé.e.s ayant fui les combats après l’invasion d’Afrîn par l’armée turque et ses supplétifs jihadistes.Ce.lle.ux-ci racontent les exactions des envahisseurs, la peur, la fuite.

    https://youtu.be/5GbumES_p2Q


    Une soirée de soutien aura lieu à Paris le 28 septembre, au Centre Démocratique du Kurdistan 16 rue d’Enghien à partir de 19h30.
    http://www.kedistan.net/2018/03/02/lavrio-camp-exile-e-s-kurdes-auto-gere
    #Kurdistan #exil #YPG #CGT #Solidaires




  • Semaine intergalactique sur la ZAD
    du 27 août au 2 septembre 2018

    https://lavoiedujaguar.net/Semaine-intergalactique-sur-la-ZAD-du-27-aout-au-2-septembre-2018

    Après la victoire tant attendue contre le projet aéroport, nous tentons de sortir enfin d’un printemps brutal. Celui-ci a été marqué par deux phases d’expulsions au cours desquelles le gouvernement s’est consacré à se venger de l’affront qu’avait représenté la ZAD pendant tant d’années. Ces opérations policières massives ont causé beaucoup de blessé·e·s et entraîné la destruction d’une partie des lieux de vie de la ZAD ainsi qu’une longue présence militaire. Mais l’État a dû renoncer à aller plus loin et à éradiquer notre présence dans ce bocage. La résistance sur le terrain, les solidarités ailleurs et le processus de négociation ont abouti à un statu quo sur le maintien de dizaines d’habitats, espaces communs ainsi que des activités sur la majeure partie des terres prises en charge par le mouvement. Néanmoins, ce que nous avons réussi à conserver aujourd’hui pourrait très vite être attaqué de nouveau, administrativement, politiquement ou militairement. Alors que la ZAD se remet de ses plaies, se recompose, que les travaux des champs et les constructions reprennent, nous nous projetons sur les combats des prochains mois. (...)

    #Notre-Dame-des-Landes #ZAD #intergalactique #rencontres #autonomie #jonctions #Kurdistan #Mexique #sans-papiers


  • ’Nothing is ours anymore’: Kurds forced out of #Afrin after Turkish assault

    Many who fled the violence January say their homes have been given to Arabs.
    When Areen and her clan fled the Turkish assault on Afrin in January, they feared they may never return.

    Six months later, the Kurdish family remain in nearby villages with other Afrin locals who left as the conquering Turks and their Arab proxies swept in, exiling nearly all its residents.

    Recently, strangers from the opposite end of Syria have moved into Areen’s home and those of her family. The few relatives who have made it back for fleeting visits say the numbers of new arrivals – all Arabs – are rising each week. So too is a resentment towards the newcomers, and a fear that the steady, attritional changes may herald yet another flashpoint in the seven-year conflict.

    Unscathed through much of the Syrian war, and a sanctuary for refugees, Afrin has become a focal point of a new and pivotal phase, where the ambitions of regional powers are being laid bare and a coexistence between Arabs and Kurds – delicately poised over decades – is increasingly being threatened.

    The small enclave in northwestern Syria directly reflects the competing agendas of four countries, Turkey, Syria, Russia and the US – though none more so than Ankara, whose creeping influence in the war is anchored in Afrin and the fate of its peoples.

    Turkey’s newfound stake has given it more control over its nearby border and leverage over its arch foe, the Kurdistan Workers’ party (PKK), which had used its presence in Afrin to project its influence northwards.

    But the campaign to oust Kurdish militias has raised allegations that Ankara is quietly orchestrating a demographic shift, changing the balance of Afrin’s population from predominantly Kurdish to majority Arab, and – more importantly to Turkish leaders – changing the composition of its 500-mile border with Syria.

    Ahead of the January assault, the Turkish president, Recep Tayyip Erdoğan, said: “We will return Afrin to its rightful owners.”

    Erdoğan’s comments followed a claim by US officials that it would help transform a Kurdish militia it had raised to fight Islamic State in northeastern Syria into a more permanent border force. The announcement incensed Turkish leaders, who had long feared that Syria’s Kurds would use the chaos of war to advance their ambitions – and to move into a 60-mile area between Afrin and the Euphrates river, which was the only part of the border they didn’t inhabit.

    Ankara denies it is attempting to choreograph a demographic shift in Afrin, insisting it aimed only to drive out the PKK, not unaffiliated Kurdish locals.

    “The people of Afrin didn’t choose to live under the PKK,” said a senior Turkish official. “Like Isis, the PKK installed a terrorist administration there by force. Under that administration, rival Kurdish factions were silenced violently. [The military campaign] resulted in the removal of terrorists from Afrin and made it possible for the local population to govern themselves. The vast majority of the new local council consists of Kurds and the council’s chairperson is also Kurdish.”

    Many who remain unable to return to Afrin are unconvinced, particularly as the influx from elsewhere in Syria continues. Both exiles and newcomers confirmed to the Guardian that large numbers of those settling in Afrin came from the Damascus suburb of Ghouta, where an anti-regime opposition surrendered to Russian and Syrian forces in April, and accepted being transferred to northern Syria

    Between bandits, militiamen, and wayfarers, Afrin is barely recognisable, say Kurdish locals who have made it back. “It’s not the Afrin we know,” said Areen, 34. “Too many strange faces. Businesses have been taken over by the Syrians, stores changed to Damascene names, properties gone. We feel like the Palestinians.

    “The Syrian government couldn’t care less to help us reclaim our property, they won’t even help us get back into Afrin. We want to go back, we couldn’t care less if we’re governed by the Kurds or Turks or Assad, we just want our land back.”

    A second Afrin exile, Salah Mohammed, 40, said: “Lands are being confiscated, farms, wheat, furniture, nothing is ours anymore; it’s us versus their guns. It’s difficult to come back, you have to prove the property is yours and get evidence and other nearly impossible papers to reclaim it.

    “There is definitely a demographic change, a lot of Kurds have been forcibly displaced on the count that they’re with the PKK when in fact they weren’t. There are barely any Kurds left in Afrin, no one is helping us go back.”

    Another Afrin local, Shiyar Khalil, 32, said: “When the Kurds try to get back to their house they have to jump through hoops. You cannot deny a demographic change, Kurds are not able to go back. Women are veiled, bars are closed; it’s a deliberate erasing of Kurdish culture.”

    Umm Abdallah, 25, a new arrival from Ghouta said some Kurds had returned to Afrin, but anyone affiliated with Kurdish militias had been denied entry. “I’ve seen about 300 Kurds come back to Afrin with their families in the past month or so. I don’t know whose house I am living in honestly, but it’s been registered at the police station.”

    She said Afrin was lawless and dangerous, with Arab militias whom Turkey had used to lead the assault now holding aegis over the town. “The Turks try to stop the looting but some militias are very malicious,” she said. “They mess with us and the Kurds, it’s not stable here.”

    Both Umm Abdallah and another Ghouta resident, Abu Khaled Abbas, 23, had their homes confiscated by the Assad regime before fleeing to the north. “The Assad army stole everything, even the sinks,” said Abbas.

    “These militias now are not leaving anyone alone [in Afrin], how do you think they will treat the Kurds? There are bad things happening, murder, harassment, rapes, and theft. They believe they ‘freed’ the land so they own it now.”


    https://www.theguardian.com/world/2018/jun/07/too-many-strange-faces-kurds-fear-forced-demographic-shift-in-afrin
    #Kurdes #Kurdistan #occupation #dépossession #Syrie #déplacés_internes #IDPs #destruction
    cc @tchaala_la


  • BALLAST | L’émancipation kurde face aux pouvoirs syriens
    https://www.revue-ballast.fr/lemancipation-kurde-face-aux-pouvoirs-syriens

    Le #Rojava est parfois accusé, depuis l’éclatement de la contestation populaire en 2011 et la guerre civile qui s’ensuivit, de complicité avec le régime de Bachar el-Assad. Pour comprendre la place des Kurdes en Syrie, et plus largement dans la région, il importe de revenir sur une histoire particulièrement complexe : c’est à cette seule lumière qu’il devient possible de démêler les relations des révolutionnaires kurdes avec le pouvoir syrien, l’État turc voisin et les rebelles majoritairement arabes. ☰ Par Raphaël Lebrujah

    #kurdistan #kurdes #syrie



  • Journée mondiale pour #Hasankeyf : les dessous d’un barrage à marche forcée

    Il y a un an, le journaliste Mathias Depardon et son accompagnateur Mehmet Arif étaient arrêtés en reportage à Hasankeyf en #Turquie, où un projet de barrage menace la cité antique à majorité kurde. Le projet qui devait voir le jour en 2013 est vivement critiqué et les premiers dynamitages diffusés sur les réseaux sociaux ont relancé la mobilisation.


    https://blogs.mediapart.fr/c-morel-darleux/blog/280418/journee-mondiale-pour-hasankeyf-les-dessous-dun-barrage-marche-force
    #barrage_hydroélectrique #énergie #Kurdes #kurdistan #résistance #destruction #Ilisu
    cc @reka @tchaala_la @isskein



  • Mein letzter Bericht aus Rojava und Südkurdistan: In Kurdistan gibt...
    https://diasp.eu/p/6976043

    Mein letzter Bericht aus Rojava und Südkurdistan: In Kurdistan gibt es viele Geschichten, die „lohnen“ aufgeschrieben zu werden. Hier findet ihr einige davon + Eindrücke vom Mediensystem Westkurdistans Weiterlesen:  

    https://kerem-schamberger.de/2018/04/06/abschliessende-gedanken-aus-kurdistan

    #aufgeschrieben #aus #bericht #davon #eindrücke #einige #findet #geschichten #gibt #hier #ihr #kurdistan #letzter #lohnen #mediensystem #mein #rojava #südkurdistan #viele #vom #weiterlesen #westkurdistans


  • A #Afrin, la grande parade de l’armement « made in Turkey »
    https://www.mediapart.fr/journal/international/060418/afrin-la-grande-parade-de-l-armement-made-turkey

    Dans le centre d’Afrin, le 24 mars 2018. © REUTERS/Khalil Ashawi Banc d’essai et show-room pour les vendeurs de canons, l’offensive victorieuse de la #turquie contre l’enclave kurde syrienne d’Afrin a révélé la montée en puissance des industries turques de la défense. Au nom de l’indépendance nationale, le président Erdogan a donné un coup de fouet à ce business désormais juteux, qu’il contrôle jalousement et dont bénéficient certains de ses proches.

    #International #Kurdistan #Recep_Tayyip_Erdogan #Syrie


  • AWFJ EDA Awards IDFA 2016 Filmmaker Interview: Asli Ozarslan on DIL LEYLA | The Female Gaze
    http://awfj.org/female-gaze/2016/11/27/awfj-eda-awards-idfa-2016-filmmaker-interview-asli-ozarslan-on-dil-leyla

    Asli Özarslan: Almost two years ago I saw an article in a German newspaper about Leyla Imret. There was written that she is from Germany and the youngest mayor in Turkey. This informations catched my attention. My first question was: Why did she leave Germany and went to a fragile place like Cizre? It was or is still a hotspot of the kurdish resistance and it is at the border with Syria and Iraq.

    AWFJ: What did you learn about the subject/theme from making the film?

    AO: I learned how thin the line is between hope, dreams and despair. Leyla dreamed to build up parks and playgrounds for children. She wanted to blot out the traces of the war. The childhood, which she could not have there, she wanted to give this chance to the children now. I saw how the past can be repeated. How old wounds between two parties can burst very quickly. Through political interests the situation can change immediately. After all these military operations of the Turkish government I saw how Leyla had to age within a very short time. She had to push her first goals aside – but she found new goals. And did not give up.

    I saw also how difficult it is to work as a kurdish politician in Turkey. Leyla as well as others became the target of hate campaigns. And she had to get through it. Even she was afraid she could not show it. She was always standing up. Even in very bad situations she sent messages of hope.

    AWFJ: What did you learn about filmmaking from making the film?

    AO: You can not control things and you have to be ready to relocate again. When a place gets dangerous and you were never in a situation like that before you have to take quick decisions. Should we stay or not?
    You have to take decisions and stay behind that. That sounds maybe easy but it is not at all. As we decide to break up our second shooting because of a bomb attack in a another kurdish city. I was always talking with my crew. Do we feel still safe here? This was the biggest challenge.

    „Dil Leyla“ Das Mädchen, das sich an Panzer erinnert
    http://www.spiegel.de/kultur/kino/dil-leyla-das-maedchen-das-sich-an-panzer-erinnert-a-1155662.html

    Von Jenni Zylka
    ...
    Özarslan hat ein anrührendes und bezauberndes Familienporträt geschaffen. Die Familie in Deutschland fängt die fünfjährige Leyla auf, unterstützt, bestärkt. Die gleichaltrige Cousine erinnert sich an die erste Begegnung, an merkwürdig „ernste Gespräche“ zwischen kleinen Mädchen. Leylas Mutter, die in Cizre lebt, erzählt von ihren Ängsten um die Kinder. Und Leyla selbst erklärt, wie sie in Deutschland langsam erkannte, wer ihr Vater war und wofür er starb.

    http://essence-film.com/dil-leyla.html#leyla_home

    #Allemagne #Turquie #Kurdistan #film #politique #documentation


  • #syrie #kurdistan
    http://www.lefigaro.fr/international/2018/03/29/01003-20180329ARTFIG00386-la-france-envoie-des-renforts-au-kurdistan-syrien

    Selon une délégation kurde reçue à l’Élysée, des soldats français pourraient être déployés dans le secteur de Mambij.

    La France a décidé de soutenir ses alliés kurdes syriens. Après avoir longuement tergiversé depuis le début de l’offensive lancée par la Turquie contre les forces kurdes le 20 janvier dernier dans le nord de la Syrie, les Francais et les Américains ont finalement pris la décision de s’opposer aux menées turques en envoyant des troupes en renfort à Mambij.

    Ce déploiement vise à empêcher une offensive des forces turques, qui se préparaient à lancer une opération visant à reprendre aux Kurdes du YPG le contrôle de cette ville stratégique dans la haute vallée de l’Euphrate, dans le nord de la Syrie. L’ambassadeur de France à Ankara a été chargé de transmettre la décision au president turc, Recep Tayyip Erdogan. Le president Emmanuel Macron a reçu jeudi une délégation de représentants kurdes et arabes syriens, et leur a annoncé que des troupes françaises seraient déployées dans le secteur de Manbij. Contacté par Le Figaro, l’Élysée a indiqué « ne pas présenter les choses de cette manière » et a renvoyé à son communiqué.

    « Afrine n’est plus seule », a déclaré Khaled Issa, le représentant du Rojava en France dans une conférence de presse jeudi soir à Paris. « La France a été à la hauteur de son engagement dans la lutte contre le terrorisme ».

    La Turquie a lancé le 20 janvier dernier son armée en territoire syrien dans le canton d’Afrine. Cette opération, baptisée Rameau d’olivier, visait à déloger les forces kurdes du YPG de cette zone frontalière. Les troupes turques étaient accompagnées par des milices armées syrienne, souvent des combattants djihadistes, qui offraient une caution arabe à l’opération. Cette offensive a été lancée avec l’accord de la Russie, qui contrôle l’espace aérien dans cette partie de la Syrie. Après plusieurs semaines de combats, les forces kurdes, dépourvues d’armements lourds et d’armes, ont été forcées de se replier. Une grande partie des habitants kurdes d’Afrine ont aussi fui le canton, livré au pillage des milices arabes.

    Le president turc avait annoncé ces derniers jours son intention de poursuivre l’offensive et de chasser les « terroristes » de la zone frontalière. Ankara considere les forces kurdes des YPG, branche syrienne du PKK, le parti séparatiste kurde de Turquie, comme une organisation terroriste. Les forces kurdes, qui forment l’ossature des Forces démocratiques syriennes, ont fourni le gros des troupes au sol engagées contre l’organisation État Islamique depuis 2015. Appuyées par l’aviation et les forces spéciales américaines et occidentales, les FDS ont repris Raqqa, la capitale de Daech en Syrie, et combattent encore les djihadistes dans la region de Deir Ezzor. L’offensive turque a obligé les Kurdes à redéployer une partie de leurs forces vers le nord. On ignore encore le volume des forces qui seront déployées, ni dans quels délais, mais la décision franco-américaine est un coup de théâtre qui gêne considérablement les plans de la Turquie en Syrie

    « La France a été à la hauteur de son engagement dans la lutte contre le terrorisme »

    Khaled Issa, représentant du Rojava en France


  • La chute d’Afrin
    http://www.enbata.info/articles/les-enjeux-de-la-bataille-dafrin

    Depuis cinq ans, #Afrin faisait figure de havre de paix en #Syrie. Mobilisée sur d’autres fronts plus urgents, l’armée Syrienne avait abandonné le canton d’Afrin aux forces kurdes du YPG en 2012. Mais depuis plusieurs semaines ce territoire est l’enjeu d’une attaque d’envergure de la part de la Turquie. Voici un éclairage sur les raisons qui ont poussé le dictateur Turc à engager cette opération militaire contre les #Kurdes.

    Bien qu’isolée des autres régions tenues par le #YPG et ses alliés des Forces Démocratiques Syriennes (#FDS), situées plus à l’Est, le canton d’Afrin avait été épargnée par les combats. Ce n’est plus le cas depuis que la Turquie a lancé le 20 janvier l’opération “Rameau d’olivier”, un nom bien singulier pour une opération militaire de grande ampleur visant à reprendre le canton d’Afrin aux Kurdes.

    Cette opération militaire, le président turc Erdogan la souhaitait depuis longtemps. La perspective d’un #Rojava (#Kurdistan syrien) autonome et aux mains d’une organisation proche du PKK, la formation politique et militaire des Kurdes de Turquie, est en effet inconcevable pour les Turcs.

    Ces derniers vivent également très mal le fait que les États-Unis aient fait des FDS leur principal allié dans leur lutte contre l’État Islamique.

    En annonçant le 14 janvier que les #Etats-Unis allaient construire une force de 30.000 hommes incluant le YPG pour surveiller le frontière entre la Syrie et la Turquie, Washington a mis le feu aux poudres et servi de prétexte à Erdogan pour envoyer ses troupes à l’assaut d’Afrin.

    Changer l’équilibre ethnique

    Avec l’opération “Rameau d’olivier”, Erdogan cherche bien plus qu’une victoire sur le YPG : “D’abord, nous éliminons les terroristes, expliquait- il le 24 janvier, puis nous rendons l’endroit vivable. Pour qui ? Pour les 3,5 millions de Syriens qui sont chez nous. Nous ne pouvons pas pour toujours les héberger dans des tentes”. Ces réfugiés ne sont pourtant pas d’anciens habitants d’Afrin ayant fui la férule du YPG car la population de la ville a doublé depuis 2012, accueillant des réfugiés attirés par cette zone apaisée. L’objectif d’Erdogan est donc de changer l’équilibre ethnique de la région afin d’affaiblir l’emprise des Kurdes et de renforcer celle de ses alliés de l’Armée Syrienne Libre (#ASL). Il peut donc paraître surprenant que la Russie, qui combat l’ASL aux côtés des forces de Bachar el Assad, ait donné son aval à la Turquie pour qu’elle lance une telle offensive. C’est pourtant ce qui s’est passé : le 18 janvier, une délégation turque était reçue à Moscou, et le lendemain les forces russes en poste à Afrin se retiraient. L’opération “Rameau d’olivier” pouvait commencer… La première raison qui explique cet apparent revirement russe est la volonté de Moscou de distendre les liens entre les États-Unis et la Turquie. Si la #Turquie quittait l’OTAN dont elle est une pièce maîtresse pour se rapprocher de la Russie et de l’Iran, ce serait une véritable révolution géopolitique. On n’en est pas encore là, mais la tension entre les deux alliés atteint des niveaux inédits. Le 6 février, Erdogan a dévoilé son intention de ne pas s’arrêter à Afrin et de continuer son offensive jusqu’à Manbij, 60km plus à l’Est. Mais contrairement à Afrin, #Manbij héberge des troupes américaines “très fières de leurs positions, et qui tiennent à ce que tout le monde le sache”.

    Pas de quoi intimider le vice-premier ministre turc qui rétorque : “Si des soldats US sont habillés comme des terroristes et traînent avec eux, et qu’ils attaquent des soldats turcs, pas de doute que nous n’auront aucune chance de les distinguer”.

    Du coup, les gradés US plastronnent : “Si vous nous frappez, nous répondrons agressivement”

    On a vu atmosphère plus cordiale entre alliés !

    Le projet de Poutine

    La volonté d’enfoncer un coin dans les relations américano-turques n’est pas la seule motivation de Moscou qui avait explicité ses projets pour la Syrie lors du premier sommet d’Astana entre la Turquie, l’Iran et la Russie, en janvier 2017.

    Ces projets prévoient une reconnaissance politique et administrative pour les Kurdes, mais à l’Est de l’Euphrate. Le canton d’Afrin, situé nettement à l’Ouest, doit quant à lui revenir à Damas. Poutine a donc vu dans l’offensive turque un moyen de parvenir à ses fins.

    Al-Monitor rapporte ainsi les propos d’un leader kurde d’Afrin : “Les forces Kurdes de Syrie ont reçu un ultimatum : laissez vos positions au régime syrien ou affrontez la fureur d’Ankara. Ils ont choisi de rester et la Turquie a lancé son assaut sur Afrin”.

    Les Kurdes semblent avoir réagi selon les prévisions du Kremlin en demandant à Damas “de protéger ses frontières avec la Turquie des attaques de l’occupant turc”. Au terme de négociations secrètes et après de nombreuses fausses rumeurs, des forces pro-régime sont arrivées à Afrin pour prêter main forte aux Kurdes, mais ce soutien n’a pas été suffisant : au terme de 58 jours de combats, Afrin est tombée le 18 mars. Selon les estimations, entre 100.000 et 150.000 habitants ont fui la ville à l’arrivée des forces turques et de leurs alliés… Erdogan peut maintenant se concentrer sur Manbij où sont stationnées des troupes américaines. La perspective d’un affrontement entre la Turquie et les Etats-Unis semble donc se concrétiser chaque jour davantage. Pour Poutine, il semblerait que ce soit un enjeu qui justifie le sacrifice des Kurdes


  • BALLAST | Rojava : brisons le silence !

    https://www.revue-ballast.fr/rojava-brisons-le-silence

    Actuellement sous le feu d’une opération militaire conduite par l’État turc — avec l’aval de la Russie, la complicité de l’OTAN et la bienveillance des États européens —, la population du Rojava résiste et sollicite le soutien international. Nous publions donc cette tribune, écrite par notre rédaction et signée par une soixantaine d’acteurs et de collectifs du monde syndical, associatif, politique, intellectuel et culturel, mobilisés en faveur de l’émancipation des peuples et des individus.

    « Il y avait la foi dans la révolution et dans l’avenir », écrivit George Orwell dans son Hommage à la Catalogne. Aux quatre coins du monde, les partisans de la justice sociale n’en finissent pas d’honorer l’Espagne progressiste, défaite à la fin des années 1930 par les fascismes européens : cette mémoire est nôtre, mais notre époque nous requiert et nous pousse à la jeter, ressourcée et vivante, dans la bataille qui se joue sous nos yeux au Rojava, en Syrie.

    #syrie #kurdes #kurdistan #rojava #turquie



  • étonnante cette histoire sur ce site zone militaire. [ 16/10/2014 ]
    http://www.opex360.com/2014/10/16/des-membres-dun-gang-de-motards-neerlandais-ont-rejoint-les-combattants-kur

    Il y a les aspirants jihadistes qui quittent leur pays d’origine pour rejoindre l’État islamique (EI ou #Daesh) en #Irak et en #Syrie. Et puis il y a ceux qui en font de même pour s’engager auprès des combattants kurdes irakiens (Peshmergas) contre ces mêmes jihadistes. Tel est le cas de trois membres néerlandais d’un…. gang de motards appelé « No Surrender ».

    Ces mouvements de « #bikers » ont souvent mauvaise réputation, leur but n’étant pas d’organiser des sorties le dimanche, histoire de faire prendre l’air à leurs « Harley » dans la mesure où certains d’entre eux sont impliqués dans des activités criminelles (d’où le terme de « gang » qui leur est associé).

    Musique rock (Janis Joplin, Judas Priest, MötörHead, etc), codes vestimentaires (cuir, barbe, cheveux longs tatouages, etc), ces motards ont un style de vie non conventionnel et défendent certaines valeurs que peut résumer la chanson « Born to be wild » du groupe Steppenwolf (la bande originale du film Easy Rider).

    Aux #Pays-Bas, l’on compte au moins 4 « clubs » de motards : les Hells Angels, les « Satudarah », les « Bandidos » et, donc, les « No Surrender » de création récente. Et selon le chef de ce dernier, Klaas Otto, trois « bikers » originaires d’Amsterdam, Breda et Rotterdam sont partis dans le nord de l’Irak pour combattre les jihadistes aux côtés des #Peshmergas.

    Seulement, si les autorités cherchent à empêcher les sympathisants de l’EI de rejoindre la Syrie ou l’Irak, qu’en est-il pour ceux qui veulent partir pour combattre les jihadistes dans ces pays ? La réponse a été donnée le 14 octobre par le procureur général néerlandais.

    Ainsi, ces trois « bikers » ne sont pas dans l’illégalité étant donné que « rejoindre un groupe armé étranger n’est plus interdit », alors que c’était le cas il y a encore peu. « Par contre on ne peut pas se joindre à un combat contre les Pays-Bas », a-t-il ajouter. Mais ce n’est pas la seule limite : bien évidemment, si ces membres du gang « No Surrender », se rendent coupables d’exactions, ils devront à en répondre devant la justice. En outre, il n’est pas permis non plus de faire le coup de feu avec une organisation terroriste. Cela vaut pour l’EI comme pour le #PKK, le Parti des travailleurs du #Kurdistan, aussi considéré comme tel.

    https://www.youtube.com/watch?v=aLufTdkxUCQ


    #Born_to_be_wild


  • La Turquie, assignée pour crimes de guerre par le Tribunal Permanent des Peuples - RojInfo
    http://rojinfo.com/3947-2


    Le Tribunal Permanent des Peuples (TPP) a, les 15 et 16 mars derniers, tenu à Paris, à la Bourse du Travail, une session, portant sur les violations présumées du droit international et du droit international humanitaire par la République de Turquie et ses agents qui se seraient rendus coupables des crimes de guerre massifs dans le cadre du conflit armé opposant l’Etat turc aux rebelles kurdes. Le TPP est un tribunal d’opinion agissant de manière indépendante des États et répondant aux demandes des communautés et des peuples dont les droits ont été violés. Le but des audiences est de « restaurer l’autorité des peuples lorsque les États et les organisations internationales ont échoué à protéger les droits des peuples ». Il dénonce les actes portant atteintes aux droits des peuples. Le TPP se compose de personnalités venues du monde entier, garantissant ainsi son indépendance. Les sentences prononcées sont remises à plusieurs instances telles que le Parlement européen, la Cour Européenne des droits de l’Homme, les commissions de l’ONU et autres organisations internationales et régionales. Le TPP fera connaitre sa décision le 24 mai prochain, à Bruxelles, lors d’une réunion au Parlement européen.
    #Kurdistan #Turquie #Rojava


  • https://rojinfo.tumblr.com/post/172102052257/des-millions-célèbrent-le-newroz-au-kurdistan
    21 mars 2018.
    Des millions de Kurdes ont commencé à célébrer le Newroz (Nouvel An kurde) dans les villes du Kurdistan.

    La plus grande des célébrations a lieu à Diyarbakir où plus d’un millions de personnes se rassemblent dans le parc du Newroz.

    Malgré les pratiques arbitraires de la police turque pour empêcher les gens d’assister aux célébrations, les habitants ont rempli le parc de drapeaux et de châles rouge-jaune-vert.

    À Van, plus de cent mille assistent aux célébrations de Newroz sur les contreforts du château de Van.

    Les Kurdes de Nusaybin de Mardin, de Cizre de Sirnak et Yuksekova se sont rassemblés en grand nombre pour célébrer le Nouvel An kurde.

    De grandes foules dans les villes occidentales comme Istanbul et Mersin ont également organisé des célébrations de masse.


    http://rojinfo.com/des-millions-celebrent-le-newroz-au-kurdistan
    #kurdistan



  • Kobane Calling - Editions Cambourakis
    https://www.cambourakis.com/spip.php?article757

    Envoyé par l’Internationale (le Courrier International italien), Zerocalcare part aux confins de la Turquie, de l’Irak et du Kurdistan syrien pour rejoindre la ville de Kobané, à la rencontre de l’armée des femmes kurdes, en lutte contre l’avancée de l’État islamique. À partir de ce voyage, Zerocalcare livre un reportage d’une sincérité poignante, un témoignage indispensable et bouleversant qui s’efforce de retranscrire la complexité et les contradictions d’une guerre si souvent simplifiée par les médias internationaux et le discours politique. Le tout avec l’inimitable ton, extrêmement drôle et touchant, le langage et l’univers d’un auteur qui sait interpréter comme personne, le quotidien, les craintes et les aspirations de sa génération.

    Je lis beaucoup de choses sur le conflit syrien et notamment ici @nidal et @gonzo, qui m’ont ouvert à d’autres médias et points de vue. Ces derniers jours, la bagarre entre @lundimatin et #Le_Média me plonge dans des abîmes de perplexité...

    J’ai reçu récemment cette BD italienne. Elle m’a profondément touché et j’y ai découvert le #Rojava, peu souvent abordé ici.

    Vous l’avez lue ? Vous en pensez quoi ?

    #Syrie #Kurdistan #YPG #Zerocalcare #Kobane_Calling


  • Kurdistan révolutionnaire et communalisme
    Rencontres à Bure du 9 au 11 mars

    https://lavoiedujaguar.net/Kurdistan-revolutionnaire-et-communalisme-Rencontres-a-Bure-du-9-au-

    Depuis 2015 et la résistance des forces armées kurdes aux assauts de Daech à Kobané au Rojava (Syrie), la situation dans les différentes régions du Kurdistan a acquis une visibilité internationale nouvelle. Des centaines d’internationalistes (militant·e·s de gauche, anarchistes… ou pas) sont parti·e·s rejoindre les différents bataillons internationaux ou les projets de la société civile qui se développent au Rojava. Depuis 2012, dans le nord de la Syrie, se développe une expérience de transformation sociale de grande ampleur basée notamment sur les communes locales, le développement de coopératives et un modèle féministe, multiethnique et multiconfessionnel…

    Depuis le 20 janvier 2018, le Rojava est à nouveau attaqué, cette fois directement par l’armée de l’État turc (accompagnée de brigades islamistes supplétives), où Erdogan bâtit depuis quelques années les fondations d’une dictature implacable. Le canton d’Afrine, enserré à l’extrême ouest entre le régime d’Assad et l’armée turque, est à nouveau sous le feu des bombes. Partout en France et dans le monde des manifestations de soutien ont lieu. (...)

    #Bure #rencontres #Kurdistan #Rojava #Afrine #Syrie #Murray_Bookchin #communalisme #résistance #solidarité


  • #Agriculture and Autonomy in the Middle East

    In Rojava, a region in Syria also known as North #Kurdistan, a groundbreaking experiment in communal living, social justice, and ecological vitality is taking place. Devastated by civil war, Syria is a place where a cessation of hostilities often seems like the most that can be hoped for. But Rojava has set its sights much higher. What started as a movement for political autonomy in the city of Kobane has blossomed into an attempt to build a radical pluralist democracy on the principles of communal solidarity — with food security, equality for women, and a localized, anti-capitalist economy at its core.


    https://medium.com/planet-local/agriculture-autonomy-in-the-middle-east-bf9f0fa23a7d
    #autonomy #Moyen-Orient #Rojava #Mesopotamian_Ecology_Movement #résistance #coopératives #anti-capitalisme #économie_locale #économie


  • Prisonniers en #Irak ou en #Syrie, les Français de l’Etat islamique piègent le gouvernement
    https://www.mediapart.fr/journal/france/160218/prisonniers-en-irak-ou-en-syrie-les-francais-de-letat-islamique-piegent-le

    Photo de propagande d’un tireur d’élite de l’État islamique © DR Prisonniers des Irakiens, des Syriens, des Kurdes et des Turcs, des #djihadistes français et leurs familles sont une épine dans le pied de l’État français. Un peu moins d’une centaine d’individus, dont, selon nos informations, 32 mineurs, sont concernés. Faut-il les laisser juger sur place ou réclamer leur extradition ?

    #France #attentats #Attentats_du_13-Novembre #califat #Djihad #Etat_islamique #François_Molins #Justice #Kurdistan #revenants #terrorisme