• À la recherche de la Marianne perdue…
    http://romy.tetue.net/a-la-recherche-de-la-marianne-perdue

    La Marianne tricolore est un des éléments visuel qui permet d’identifier les sites publics. Son usage est défini dans la Charte Internet de l’État (CIE) de 2012 qui, appliquant la Charte Graphique de la Communication Gouvernementale (CGCG) de 1999, impose la présence d’un « bloc Marianne » dans le coin supérieur gauche du bandeau de chaque site web public, comme s’il s’agissait d’un papier à en-tête : La construction du « bloc Marianne » est définie par la règle 11 de la CIE. En réalité, cette règle…

    #logo #Marianne #identité #charteGraphique #graphisme #drapeau #tricolore

  • Terrain Vague : assigning value to ambiguous space | Thinkpiece | Architectural Review

    https://www.architectural-review.com/essays/terrain-vague-assigning-value-to-ambiguous-space/10042658.article

    Paywall mais vous réglez le problème en utilisant la navigation privée

    The body politic gaily riding roughshod over our built and natural environment needs to be reined in

    If you keep going west down Foyle Hill from Shaftesbury you’ll come to Stock Gaylard, Pleck, and King’s Stag – marvellous names, the last of which occurs in Thomas Hardy’s even more marvellous ballad A Trampwoman’s Tragedy. Hardy died almost a century ago. His shade would happily recognise Foyle Hill, which is unchanged and unusual, not merely in that stasis but in the peculiarity of its disposition. It is a narrow unclassified road flanked by verges wider than it is. Verges that are hardly tended though not neglected. The Blackmore Vale is sumptuously rich pasture and land values are commensurately high. Yet here is land of manifestly undefined purpose, left uncultivated and ungrazed. To call land workshy is to submit to the pathetic fallacy, but such an adjective seems apt. There is a lazy ease here, just as there is in the hamlet name Pleck, which signifies not a village, not a hamlet but a ‘spot’, a place that hasn’t been got at, that no one has bothered to improve, that has not been subjected to the least regeneration. In France the convention is to call such non-places lieux-dits. For example, Lieu-dit Olivier. Even though the Oliviers are long gone and there isn’t even a trace of the house they lived in, the non-place is lent a vestige of identity, is relieved of total anonymity. Nonetheless, named or not (usually not), these places – edgelands or terrains vagues, spots – are too-readily written off as waste land, an epithet that suggests a failure to fulfil their destiny, find a proper role.

    #architecture #aménagement_urbain #urban_matter #espace_intersticiels #dfs #logo #no_logo

  • A Saclay, l’Institut Polytechnique de Paris voit le jour
    https://www.usinenouvelle.com/editorial/a-saclay-l-institut-polytechnique-de-paris-voit-le-jour.N803785

    Fruit du regroupement de 5 grandes écoles d’ingénieurs, #Polytechnique, l’Ensta ParisTech, l’Ensae, Telecom ParisTech, Telecom SudParis, ce nouvel établissement qui portait jusqu’ici le nom de code de New Uni veut s’inscrire sur la carte mondiale des grands pôles d’enseignements et de recherche mondiaux.

    [...] C’est donc à #Saclay, à 25 kilomètre de la cathédrale Notre-Dame que les futurs étudiants retrouveront « l’Institut Polytechnique de Paris ». Vu de Chine, c’est à un jet de pierre. Car c’est bien une cible d’étudiants internationaux que veut attirer le nouvel établissement qui bénéficiera d’un statut expérimental pour permettre à chaque école de conserver sa personnalité morale. Chacune d’entre elles conservera son propre diplôme pour le cycle ingénieur, même si des cours communs sont envisagés. En revanche, l’Institut Polytechnique de [Paris] délivrera des doctorats, des masters et des bachelors.

  • #Giuseppe_Valditara

    Sono nato a Milano il 12.1.1961, ho studiato al Berchet ed alla Statale dove mi sono laureato in Giurisprudenza. Sono diventato poco dopo i 30 anni ordinario di Diritto Romano. Insegno a Torino, ma non ho nessuna voglia di abbandonare la mia città natale. Ho raccontato il diritto romano anche ai cinesi e sono stato per qualche anno preside della Facoltà di Giurisprudenza della Università Europea di Roma. In politica ho fatto l’assessore all’Istruzione e all’Edilizia scolastica della Provincia di Milano e per 12 anni il senatore, prima di An, poi del Pdl, quindi di Fli, di cui sono stato vicepresidente del Gruppo parlamentare. Mi sono occupato di riforme costituzionali, di ricerca e di istruzione.

    Ora ho fondato con tanti amici un gruppo facebook che si chiama Crescita e Libertà, che ha già avuto l’onore delle cronache per qualche battaglia non marginale.

    Ritengo la politica, nonostante tutto, lo strumento che ha ogni cittadino per contribuire a costruire un Paese migliore.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gvalditara

    #extrême-droite #Italie #Lega_Nord
    cc @albertocampiphoto @marty

    • Sovranismo, il Manifesto di Giuseppe Valditara: rivoluzione culturale e politica contro la sinistra “globalista”

      “Sovranismo”, si sente sempre più spesso ripetere nel dibattito politico, come risposta necessaria al forte disorientamento di vaste aree del ceto medio da tempo deluso da una politica [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] che appare incapace di reagire ad una visione del mondo che, globalizzato nell’economia, dimostra anche di aver perduto ogni riferimento culturale, ideologico e identitario, quelli che poggiano sul concetto di Nazione, espressione delle radici più profonde dei popoli, sostituita da una visione della società senza valori, senza stati, senza confini.

      E di Sovranismo, come espressione di un’idea “forte” che si alimenta della identità di un popolo, scrive Giuseppe Valditara in un volume che già si è guadagnato recensioni e presentazioni in giro per l’Italia: Sovranismo”, Una speranza per la democrazia”, che sta rinnovando il successo di un fortunato libro del 2007, “Saggi sulla libertà, dei romani, dei cristiani e dei moderni” (Rubbettino), nel quale Valditara in qualche modo ha anticipato alcune sue riflessioni in tema di identità. Perché, come si legge nella presentazione di questa raccolta di saggi, “per sapere dove vogliamo andare, quale futuro dare alla nostra società, dobbiamo recuperare la consapevolezza dei nostri valori di riferimento”, appunto la nostra identità.

      Professore ordinario di diritto romano nell’Università di Torino, una vasta produzione scientifica, senatore per due legislature, Valditara è il Direttore scientifico di Logos (www.logos-rivista.it), rivista che vanta un Comitato di esperti composto da prestigiosi docenti universitari e professionisti che costituisce una sorta di “pensatoio”, un think thank, come oggi si dice, del Centrodestra e della Lega in particolare che del sovranismo ha fatto una bandiera in Italia e in Europa e che, abbandonato il riferimento al “Nord”, si è collocata al centro del dibattito politico con visione compiuta dell’Italia, della sua storia e delle sue diversità, di quella varietà di sentimenti e di esperienze umane e culturali che costituiscono la ricchezza di questo nostro Paese.

      Il libro guida il lettore tra storia e pensiero politico alla ricerca delle radici della cultura italiana ed europea, sicché costituisce un vero e proprio “Manifesto dei sovranisti”, una risposta a quanti, in particolare dal dopoguerra, hanno cavalcato con entusiasmo, certo degno di migliore causa, la fine delle ideologie in un percorso che al fondo ha inaridito anche le idee le quali hanno identificato negli anni partiti e movimenti politici, così sminuendo agli occhi dei cittadini e degli elettori le tradizionali distinzioni della politica, tra Destra e Sinistra, nell’illusione che pace e prosperità sarebbero state assicurate dalla globalizzazione dell’economia e da quella dimensione cosmopolita e internazionalista “gradualmente diventata il punto di riferimento di quei movimenti politici che avevano sempre contrastato i fenomeni identitari, variamente legati all’idea di nazione”, come scrive Valditara che analizza le ragioni della crisi delle tradizionali divisioni politiche.

      Ed identifica in certo “Cattolicesimo mondialista”, che concepisce il messaggio cristiano più come una “ideologia sociale che come una parola di salvezza individuale”, la sponda agli interessi finanziari internazionali che traggono vantaggi da una società senza frontiere per le merci e per gli uomini. Come dimostra l’aiuto fornito da ambienti finanziari internazionali all’immigrazione incontrollata che assicura forza lavoro a basso costo per comprimere i salari.

      In politica la globalizzazione, che patrocina un mondo senza frontiere, presuppone la cancellazione delle identità dei popoli, della loro storia, della loro cultura, di quelle tradizioni che, nel corso dei secoli, hanno formato le nazioni le quali si identificano per la lingua, l’ambiente, le istituzioni. Ne dà dimostrazione la scuola con il progressivo allontanamento dalla cultura classica nella convinzione, errata, che lo studio delle discipline scientifiche sia quello che offre maggiori occasioni di lavoro. Così privando i nostri giovani di quella base culturale sulla quale più facilmente si collocano e si consolidano i vari saperi, anche quelli scientifici, come dimostra l’esperienza dei tanti professionisti e studiosi che hanno conquistato in Europa e nel mondo posizioni di elevato prestigio.

      Per Valditara è mancata spesso la capacità di sviluppare una proposta alternativa, politica e di governo, che poggi su solide basi storiche e culturali, identitarie, appunto, “con una visione chiara e positiva del futuro, in grado di convincere quote maggioritarie di elettorato in particolare quello più moderato, che è decisivo per vincere”. Ed è innegabile – osserva ancora –“che in alcuni Paesi le tradizionali forze “conservatrici” fatichino a trovare un percorso propositivo fortemente innovativo a rimodellare la loro identità per essere capaci di affrontare la nuova sfida mondiale, che è culturale prima ancora che politica”.

      C’è al fondo una riscoperta dell’idea di nazione, di un nazionalismo che non è quello aggressivo di fine ‘800 che ha prodotto prevaricazioni e guerre, ma liberal conservatore, che rivendica l’identità di un popolo anche come mezzo di confronto con altri popoli, che, come scrive Andrea Geniola, nella prefazione al libro di Michael Billig, “Nazionalismo banale”: una identità che “sopravvive alla globalizzazione perché nelle democrazie avanzate spesso abbandona i tratti più marcatamente aggressivi o rivendicativi per comparire sotto le vesti “banali” della bandiera esposta negli uffici pubblici, nei riferimenti culturali diffusi dai mass media, nella simbologia più o meno esplicita delle ritualità sportive”.

      Insomma il nazionalismo si riproduce “in tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana come un fenomeno normalizzato e rassicurante. Occorre rendersene conto per comprendere il mondo in cui viviamo senza ricadere nelle semplificazioni giornalistiche”. Secondo la cultura borghese-liberale, che “più di altri aveva enfatizzato, dall’Ottocento in avanti il legame tra nazione e libertà, tra indipendenza nazionale e progresso storico, e aveva fatto del nazional-patriottismo, inteso in senso etico politico, l’unica base di legittimazione dello Stato democratico e lo strumento privilegiato di integrazione politica delle masse popolari”, come scrive Alessandro Campi (Nazione, Il Mulino, 200).

      Il libro sviluppa l’analisi della risposta sovranista su una solida base culturale partendo dalla storia, dagli studi che affondano le radici nell’esperienza della Roma repubblicana e imperiale che consentono a Valditara di individuare concetti precisi e chiari in “sovranista” e “identitario” che ritiene “essenzialmente legato al grande tema delle vicende della sovranità popolare, prima ancora che della sovranità nazionale, la cui crisi è una conseguenza della crisi della prima”. È anche una risposta al tentativo di “sovvertire tradizioni e sconvolgere identità mettendo in crisi un mondo certamente distante da quello “progressista” e, anzi a esso politicamente alternativo nel suo consueto conservatorismo valoriale”. Questa visione storica ha l’obiettivo di definire un pensiero corretto, scientificamente corroborato da riflessioni di studiosi di scienza della politica e del diritto pubblico che vada oltre gli slogan dei movimenti sbrigativamente definiti “populisti”, qualificazione che ha assunto un significato a volte dispregiativo e comunque limitativo dell’offerta politica, per passare dalle sensazioni ad una costruzione solida, “per contestualizzare i dati dell’attualità riguardanti temi interconnessi quali l’immigrazione di massa, la perdita progressiva di identità culturale e nazionale e la crescita dei poteri sovrannazionali”, come ha scritto Thomas D. Williams PhD, Professore di Filosofia etica, University of Saint Thomas, nella prefazione: Valditara delinea idee, speranze e programmi politici che dovrebbero essere condivisi dai movimenti di tutti i Paesi e coagulare un blocco in grado di contrastare il dilagante globalismo.

      Proseguendo nell’analisi del presente Valditara rileva come ormai la sovranità popolare è umiliata da oligarchie che rispondono ai grandi gruppi economici, da governi sovranazionali che non rappresentano i popoli, da Corti internazionali che condizionano la giustizia nazionale. Sicché anche il voto, espressione massima della democrazia, si rivela privo di reale efficacia in quanto il potere è gestito da politici che si occupano soprattutto dei loro referenti e trascurano il bene comune. Questo provoca sfiducia nei confronti dello Stato che dimostra di non tutelare l’identità, le tradizioni, gli usi e i costumi, dei quali la gente – anche la più umile – si sente generalmente gelosa custode.

      Nell’Antica Roma, ricorda Valditara, autore di un aureo volumetto che ha avuto molto successo, “L’immigrazione ai tempi dell’antica Roma”, tutti erano fieri di definirsi civis romanus. Oggi pochi si sentono civis europeus, anche se l’Europa è certamente nelle nostre radici indiscutibilmente greco-romane e giudaico-cristiane che si ricollegano a quelle delle singole Patrie di cui parlava il Generale De Gaulle.

      Nella primavera 2019 voteremo per il rinnovo del Parlamento europeo ed è certo che il dibattito tra i partiti dovrà affrontare le gravi carenze dimostrate concretamente dalle Istituzioni comunitarie, anche per quel deficit di democrazia e per l’ambiguità dei rapporti tra di esse, per come siamo abituati a guardarle sulla base della separazione dei poteri enunciata tre secoli fa da Charles-Louis de Secondat, Baron de La Brède et de Montesquieu, giustamente evocato da Giuliano Amato a Bruxelles in occasione del discorso di insediamento della Convenzione europea, attestando che il Barone francese “non è mai passato per Bruxelles”.

      Il tema è quello del ruolo degli stati e, per noi, dell’Italia, se “indipendente” o “integrata”, alternativa all’evidenza frutto di un equivoco. Perché partecipare ad una Europa integrata, scegliendo di essere protagonisti di un’unione politica che garantisca il mercato unico e la democrazia liberale è certamente compatibile con la lettura sovranista del ruolo degli stati. Si tratta, dunque, ancora una volta ricordando l’insegnamento di Montesquieu, di rendere più aperti, trasparenti e capaci di rispondere alle istanze dei cittadini quei processi decisionali a livello europeo nei quali oggi marginale è il ruolo della Commissione e assolutamente insufficiente quello del Parlamento, essendo le scelte significative rimesse alle riunioni deli Consigli dei capi di stato e di governo dove fa premio il “peso” politico ed economico-finanziario dei singoli stati.

      Il libro ha, dunque, l’ambizione di offrire idee ai boni viri, a quella “maggioranza morale di persone serie, per bene, responsabili e autenticamente generose, che hanno a cura innanzitutto il destino dei propri figli e dei propri nipoti”. Perché diano vita a quella rivoluzione “identitaria e sovranista, che è poi una rivoluzione democratica” la quale “presuppone proposte non improvvisate, concrete, realistiche, presuppone riflessione e studio” come scrive Valditara nelle conclusioni. Nelle quali richiama opportunamente l’esigenza di riscoprire il realismo contro l’ideologismo. E lo fa con rinvio al pensiero di un giurista e console romano, Sesto Elio: “a differenza dei Greci, amanti del filosofeggiare, i Romani preferivano la certezza del diritto, e il diritto deve a sua volta dare risposte efficaci ed equilibrate ai bisogni quotidiani dei cittadini”.

      È corretto, dunque, definire il libro di Valditara il “Manifesto” del sovranismo, idee e volontà di sviluppare un grande progetto di respiro internazionale alternativo al “globalismo”, “che vada oltre la pur nobile azione di contrasto e di rigetto di alcuni sui principi e di alcune sue realizzazioni”.

      https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/salvatore-sfrecola-opinioni/sovranismo-il-manifesto-di-giuseppe-valditara-2912868
      #souverainisme #globalisme

    • Giuseppe Valditara

      - Nel 1993 è nel direttivo della Fondazione Salvadori presieduta da Gianfranco Miglio e contribuisce a scrivere la bozza di Costituzione federale, approvata poi dal Congresso di Assago della Lega Nord.

      – Gennaio 1994: prende parte alla delegazione leghista che firma il patto Maroni-Segni (v. Montanelli, L’Italia di Berlusconi; Vespa, Il cambio). Sempre nel 1994 fonda e dirige Associazione per le Libertà che lancia per prima la proposta di un Partito Repubblicano che federi tutte le anime della destra italiana sul modello americano.

      – 1996: con Pinuccio Tatarella fonda Oltre il Polo per la costruzione in Italia di una destra «gollista e federalista».

      – 1998: alla conferenza programmatica di AN a Verona redige il documento sulla Questione settentrionale e scrive la proposta per statuti di autonomia particolare.

      – 1998: fa parte della Commissione istituita dalla Regione Lombardia per la redazione di uno statuto di autonomia particolare.

      – 1998: collabora con Pinuccio Tatarella alla redazione di uno statuto di autonomia particolare per la regione Puglia

      – Dal 1999 al giugno 2001 è stato vicepresidente dell’Istituto Regionale di Ricerca della regione Lombardia.

      – Dal 1998 è stato vicepresidente del comitato scientifico della rivista Federalismo e Libertà.

      – Assessore all’Istruzione e all’edilizia scolastica per la provincia di Milano dal giugno 2000 al luglio 2001.

      – Senatore della Repubblica dal maggio 2001 al marzo 2013 (Legislature XIV, XV, XVI).

      – Eletto nel 2001 al Senato della Repubblica per la Casa della Libertà in Lombardia, aderisce al gruppo di Alleanza Nazionale.

      – Rieletto nel 2006 in AN. Dal 2001 è responsabile del dipartimento Scuola e Università di AN.

      – Nel novembre 2007 propone un emendamento alla legge finanziaria per l’aumento delle borse di studio degli studenti di dottorato delle università pubbliche italiane da 800 euro a 1.100 euro circa. Nonostante il parere contrario del Governo Prodi II, l’emendamento viene approvato.[1]

      – Rieletto al Senato nel 2008 nel PDL.

      – Nel 2010 si distingue particolarmente nella stesura della Riforma Gelmini per l’università pubblica italiana.

      – Nel 2010 aderisce a Futuro e Libertà per l’Italia, divenendo coordinatore regionale della Lombardia.

      – Nel marzo 2015 ha fondato e dirige LOGOS ( www.logos-rivista.it ), rivista politico-culturale on line, un think tank vicino alle posizioni della Lega Nord e Noi con Salvini.

      https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Valditara

  • Pourquoi il faudrait raser les écoles de commerce par #Martin_Parker - 27 avril 2018 - © The Guardia https://www.theguardian.com/news/2018/apr/27/bulldoze-the-business-school?CMP=share_btn_tw
    Un article du Guardian. Merci à Frédéric Durand pour la traduction !
    https://www.pauljorion.com/blog/2018/05/07/pourquoi-il-faudrait-raser-les-ecoles-de-commerce-par-martin-parker

    Il existe 13.000 écoles de commerce dans le monde, c’est 13.000 de trop. Je sais de quoi je parle puisque j’ai enseigné dans ces écoles pendant 20 ans.

    Si vous vous rendez sur le campus d’une #université ordinaire il y a des chances que le bâtiment le plus récent et le plus tape à l’œil soit l’#école-de-commerce. C’est elle qui occupe le meilleur bâtiment parce qu’elle dégage les plus gros profits (par euphémisme « contribution » ou « surplus ») ce qui n’est pas surprenant de la part d’une forme de savoir qui enseigne à réaliser des bénéfices.

    Les écoles de commerces exercent une grande influence mais elles sont aussi considérées par beaucoup comme étant des lieux où la #supercherie intellectuelle règne, encourageant la culture du court-termisme et la #cupidité. (On trouve un tas de blague sur la réelle signification de Maîtrise en administration des entreprises-MBA en anglais- : « #Médiocre et #arrogant », Maitrise et accidents », « Mauvais avis et #duperies », « Maîtrise en #art_foireux » et ainsi de suite. Les critiques des écoles de commerces, sous toutes ses formes, ne manquent pas : les employeurs déplorent le manque d’expérience des diplômés, les conservateurs raillent les #arrivistes, les européens se plaignent de l’américanisation, les radicaux protestent contre la concentration du pouvoir entre les mains des tenants du capitalisme de meute. Beaucoup depuis 2008 ont avancé l’idée selon laquelle les écoles de commerces sont responsables dans l’avènement de la crise.

    Pour avoir enseigné pendant 20 ans dans les écoles de commerce j’en suis venu à la conclusion que la meilleure solution pour faire face à ces problèmes consiste à fermer définitivement ces écoles, une position peu répandue parmi mes collègues. Toutefois depuis ces dix dernières années il est remarquable de constater que la masse de critiques formulées à l’encontre des écoles de commerces proviennent de ces écoles mêmes. De nombreux professeurs des écoles de commerce, notamment en Amérique du Nord, affirment que leurs établissements se sont terriblement détournée du droit chemin. Selon eux les écoles de commerce sont corrompues par les #doyens guidés par l’argent, les #professeurs qui se plient aux attentes des clients, des chercheurs qui débitent des #poncifs dans des revues que personne ne lit et des étudiants qui espèrent obtenir un diplôme à la hauteur de leur investissement (ou plutôt celui de leurs parents). A la fin des fins la plupart des diplômés de toute manière ne deviendront pas des cadres de haut niveau mais occuperons des postes #précaires de petits soldats travaillant dans des boxes à l’intérieur d’une tour aseptisée.

    Ces critiques ne proviennent pas de professeurs de sociologie, de responsables politiques ou même d’activistes anticapitalistes indignés mais de livres écrits par des gens bien informés, des employés d’école de commerce qui eux même ressentent un malaise voire du dégout par rapport à ce qu’ils font. Bien sur ces vues divergentes appartiennent à une minorité. La plupart des écoles de commerce restent complètement indifférentes aux manifestations de doutes, les acteurs étant trop occupés à huiler les rouages pour s’inquiéter de la direction que prend la locomotive. Malgré tout la critique interne résonne de manière importante.

    Le problème c’est que cette contestation des initiés est tellement institutionnalisée dans l’épais velours des couloirs qu’elle passe désormais inaperçue comme simple contrepoint au « #business as usual ». Certains par le truchement de livres ou de journaux font carrière en déplorant vigoureusement les problèmes liés aux écoles de commerce. Deux personnes appartenant au milieu ont décrit l’école de commerce comme « une machine cancérigène produisant des #déchets inutiles et toxiques ». Même des titres tels que : Contre le management, #Management-de-merde et Le guide des salauds #cupides pour les affaires, ne semblent pas exposer leurs auteurs à quelque problème que ce soit. J’en sais quelque chose puisque je suis l’auteur des deux premiers. Franchement qu’on m’ait laissé écrire cela en toute impunité en dit long sur la totale innocuité de ce genre de critiques. En vérité c’est gratifiant car le fait de publier est plus important que ce qui est publié.

    Dans la réponse aux problèmes posées par les écoles de commerce on évite d’avoir recours à des restructurations radicales pour leur préférer un retour à de prétendues pratiques commerciales plus traditionnelles ou alors à une forme de réarmement moral enjolivé de termes comme « #responsabilité » ou « #éthique ». Toutes ces idées n’abordent pas le vrai problème à savoir que les écoles de commerce n’enseignent qu’une forme d’organisation : l’encadrement gestionnaire du marché.

    C’est pourquoi je pense que l’on devrait en appeler aux bulldozers et exiger une toute autre manière de penser le management, les affaires et les marchés. Si nous voulons que les gens du pouvoir deviennent plus responsables alors nous devons arrêter d’apprendre aux étudiants que les dirigeant héroïques dédiés aux œuvres de la transformation sont la réponse à tous les problèmes ou que le but de connaître la #fiscalité est d’échapper à l’impôts ou que la visée de la #stratégie_commerciale est de créer des nouveaux désirs Dans tous les cas l’école de commerce agit par la #propagande en vendant une #idéologie sous les habits de la #science.

    Les universités existent depuis un millénaire mais la grande majorité des écoles de commerce n’est apparue qu’au siècle précédent de commerce. En dépit de la vive et persistante affirmation qu’elles ont été inventé par les Etats-Unis il semble que la première fut L’Ecole Supérieure de Commerce créée en 1819 afin de tenter de façonner une grande école commerciale financée par des fonds privés. Un siècle plus tard des centaines d’écoles de commerces ont émergé dans toute l’Europe et les Etats-Unis pour se répandre rapidement partout ailleurs à partir de 1950.

    En 2011 « Association to Advance Collegiate Schools of Business » estimait à 13000 le nombre d’écoles de commerce dans le monde. L’#Inde à elle seule compterait 3000 écoles de commerces privées. Arrêtons-nous un moment pour se pencher sur ce chiffre. Imaginez le nombre considérable de personnes employées par ces établissements, l’armée de jeunes qui en sortent avec un diplôme en commerce, des sommes gigantesques qui circulent au nom de l’enseignement du monde des affaires. (En 2013, les vingt meilleures écoles de commerce coûtaient an moins 100 000$ (80 000€). En ce moment la #London_Business_School fait campagne en proposant une inscription à 84 5000£ (96 000€) pour son #MBA Pas étonnant dans ces conditions que la tendance continue à gagner du terrain.

    La plupart des écoles de commerces adopte des formes identiques. L’#architecture est moderne sans originalité composée de verre, de panneaux et de briques. A l’extérieur on trouve un affichage dispendieux présentant un #logo anodin, il y a des chances qu’il soit bleu et qu’il comporte un carré. Les portes sont automatiques, à l’intérieur on trouve une réceptionniste bien mise dans un code habit de bureau. Quelques créations d’art abstrait sont accrochées aux murs et il y a un bandeau comportant un ou deux slogans au contenu prometteur “We mean business”, “Teaching and Research for Impact.” On trouvera quelque part au-dessus du hall d’entrée un grand écran diffusant un téléscripteur #Bloomberg, la promotion de conférenciers de passage et des discussions sur la manière de bien formuler son #CV. Des dépliants publicitaires en papier glacé sont à disposition sur des présentoirs, on y voit sur la couverture toutes sorte de visages innocents d’étudiants. Shiny marketing leaflets sit in dispensing racks, with images of a diverse tableau of open-faced students on the cover. Sur les prospectus on trouve la liste des diplômes : MBA, MSc Management, MSc Accounting, MSc Management and Accounting, MSc Marketing, MSc International Business, MSc Operations Management.

    On y trouvera une somptueuse salle de conférence à la moquette épaisse, qui tirera peut-être son nom d’une société ou de donateurs privés. De fait on retrouve empreinte du logo imprimé presque partout comme quelqu’un qui marquerait de son nom ses affaires de peur qu’elles soient volées. Contrairement aux bâtiments défraichis des autres parties de l’université l’école de commerce s’efforce de donner une image d’efficacité et de confiance. L’école de commerce sait ce qu’elle fait et son visage bien poli est fermement tournée vers le futur plein de promesse. Il lui importe de savoir ce que les gens pensent d’elle.

    Même si la réalité n’est pas toujours aussi reluisante, un toit qui fuit des toilettes bloquées, c’est ce que les doyens aiment à penser à quoi ressemble leur école ou telle qu’ils voudraient qu’elle soit. Une rutilante machine qui transforme l’argent des étudiants en bénéfices.

    Mais qu’enseignent réellement les écoles de commerce ? C’est une question plus compliquée qu’il n’y parait. On a beaucoup écrit sur la façon dont « un programme dissimulée » serait dispensé aux étudiants de manière implicite. A partir des années 70 les chercheurs ont étudié la manière dont les catégories comme la classe sociale, le genre, les origines ethniques, la sexualité et d’autres encore étaient enseignées implicitement dans les salles de classes. Cela peut se traduire par la différenciation des étudiants comme mettre les #filles à l’économie domestique et les garçons à la métallurgie d’où découle par la suite une #norme qui’ s’impose aux différents groupes de la population. Ce programme dissimulé peut être aussi dispensé par d’autres manières, par la façon d’enseigner et d’évaluer ou par le contenu même du programme. Il nous dit également ce qui importe, quelles sont les #personnalités importantes, quels sont les lieux les plus influents et quels sont les sujets qui peuvent être écartés.

    Il y a eu de nombreux travaux sur ces sujets dans beaucoup de pays. La documentation est désormais très répandue sur l’histoire des noirs, la place de la femme dans le monde scientifique ou de la chanson populaire et la poésie. Cela ne signifie pas que le programme dissimulé ne pose plus de problème mais qu’au moins dans les systèmes d’éducation les plus progressistes il est communément admis qu’il existe un récit, un groupe d’acteurs, une manière de raconter l’histoire.

    Mais dans les écoles de commerce le programme implicite et explicite ne font qu’un. Le contenu et la forme des enseignements sont telles qu’ils riment avec la #pensée qui tient pour acquis que les vertus de l’encadrement du marché capitaliste représentent la seule vision du monde possible.

    Si l’on enseigne à nos étudiants que le caractère prédateur du #capitalisme est incontournable il ne faut pas s’étonner que l’on finisse par justifier les #salaires démesurés de ceux qui prennent des risques importants avec l’argent des autres. Si l’on enseigne que seul le résultat compte alors des notions comme la viabilité, la #diversité, la responsabilité et autres ne deviennent plus que de simples ornements. Le message souvent dispensé par la recherche en management et l’enseignement sous-tend que le capitalisme soit incontournable et que les techniques financières et légales qui dirigent le capitalisme fassent parties d’une science. Cette conjonction d’idéologie et de technocratie explique le fait que l’école de commerce soit devenue une institution si efficace et dangereuse.

    On peut analyser son fonctionnement en s’intéressant de près à son programme et la façon dont il est enseigné. Prenons la finance par exemple, ce champ qui s’intéresse à la manière dont les gens qui ont du capital investissent leur argent. Elle repose sur le principe que les détenteurs d’argent ou de capitaux peuvent être utilisés comme garantie et suppose donc des différences importantes de revenus ou de richesses. Plus les #inégalités sont importantes dans un pays donné plus les #opportunités s’ouvrent pour la finance comme pour le marché de luxe des yachts. Les universitaires enseignant la finance considèrent que le retour sur le capital (sans se soucier de son acquisition) est une activité légitime et même louable au point d’aduler les investisseurs pour leurs compétences techniques et succès. La forme de ce savoir consiste à maximiser la #rente d’un capital, le plus souvent en développant les mathématiques ou des mécanismes légaux qui permettent de le multiplier. Les stratégies performantes en finances sont celles qui fournissent un retour maximal sur investissement en un temps le plus court, et qui du même coup aggrave d’autant plus les inégalités qui les rendaient au préalable possibles.

    Ou penchons-nous sur le management des #ressources_humains. Ce champ met en mouvement les théories de l’égoïsme rationnel- c’est-à-dire en gros l’idée selon laquelle les hommes agissent en fonction de calculs rationnels qui maximiseront leurs propres intérêts- pour l’appliquer à l’organisation des êtres humains. Le nom de ce champ est en lui-même révélateur en ce sens qu’il laisse entendre que les êtres humains sont semblables à des ressources technologiques ou financières dans la mesure où ils sont utilisés en tant que paramètre par le mangement dans le but de produire une organisation efficace. Malgré l’utilisation du mot humain, les ressources humaines font très peu de cas de ce que signifie être humain. Son intérêt se fixe sur les catégories comme les femmes, les minorités ethniques, les employés qui n’atteignent pas les objectifs, et leur rapport avec le fonctionnement de l’organisation. Cela rentre souvent dans les attributions des écoles de commerces que de s’intéresser aux formes d’organisations, incarnées habituellement par les syndicats, qui s’opposent aux stratégies du management. Et s’il était nécessaire de le rappeler le management des ressources humaines n’est pas du côté des syndicats, ce serait être partisan. Sa fonction, sous sa manifestation la plus ambitieuse, cherche à être stratégique dans le but d’aider les responsables du management à l’élaboration de l’ouverture d’une usine ici ou de la fermeture d’un bureau là.

    On pourrait appliquer la même analyse sur les autres modules d’enseignement que l’on trouve dans la plupart des écoles de commerce, la comptabilité, la mercatique, le commerce international, l’#innovation, la #logistique. Mais je finirai par l’éthique dans les affaires et la responsabilité social de l’entreprise, ce sont pratiquement les seuls domaines dans lesquels s’est développé une critique constante des conséquences de l’enseignement du management et de ses pratiques. Ces domaines se targuent d’être la mouche du coche des écoles de commerce et insistent sur la nécessité à réformer les formes dominantes de l’enseignement et de la recherche. Les griefs qui motivent les écrits et les enseignements de ces spécialités sont prévisibles mais n’en demeurent pas moins importantes, il s’agit du développement durable, les inégalités, la fabrique d’étudiants à qui l’on enseigne que la cupidité est bénéfique.

    Le problème c’est que l’éthique des affaires et la responsabilité sont des sujets de façades pour la promotion des écoles de commerce semblable à une feuille de figuier qui recouvrerait la conscience du doyen de l’école de commerce, comme si évoquer l’éthique et la responsabilité équivalait à agir. Ils ne s’attaquent pratiquement jamais à la simple idée que si les relations économiques et sociales actuelles produisent les problèmes qui sont traités par les cours d’éthique et de responsabilités sociale des entreprises alors ce sont ces mêmes relations sociales et économiques qui doivent être changées.

    Vous pourriez penser que chacune de ces spécialités d’enseignement et de recherche sont en elles même inoffensives et qu’ensemble ils ne font que traiter des différents aspects du monde des affaires, de l’argent, de la population, de la technologie, du transport, de la vente et ainsi de suite. Mais il est indispensable d’exposer les présupposés partagés par chacun des sujets étudiés en école de commerce.

    Tous ces champs partagent d’abord l’idée profondément ancrée que les formes managériales du marché qui organisent l’ordre sociale sont requises. L’accélération de commerce mondialisé, l’utilisation des mécanismes de marché et des techniques managériales, le développement des technologies comme dans la comptabilité, la finances et son fonctionnement ne sont jamais remis en cause. Il s’agit du récit progressif du monde moderne fondé sur la promesse technologique, le choix, l’opulence et la richesse.

    Au sein de l’école de commerce, le capitalisme est considéré comme marquant la fin de l’histoire, un modèle économique qui a pris le pas sur tous les autres, et qui est maintenant enseigné en tant que science, plutôt que comme une idéologie.

    La seconde est l’hypothèse selon laquelle le comportement humain, des employés, des clients, des gestionnaires et ainsi de suite, est mieux compris si nous considérons que nous sommes tous des égoïstes rationnels. Cela fournit un ensemble d’hypothèses de base qui permettent de développer des modèles qui conçoivent la façon dont les êtres humains pourraient être dirigés dans l’intérêt de l’organisation de l’entreprise. Motiver les employés, corriger les défaillances du marché, concevoir des systèmes de gestion allégée ou persuader les consommateurs de dépenser de l’argent sont tous des cas qui font partie de la même problématique. L’intérêt majeur réside ici pour celui qui cherche le contrôle, et ceux qui sont objets de cet intérêt, deviennent alors des personnes qui peuvent être manipulées.

    La dernière similitude que je voudrais souligner concerne la nature des connaissances produites et diffusées par l’école de commerce elle-même. Parce qu’il emprunte la robe et le mortier de l’université, et qu’il cache ses connaissances dans l’attirail de la science – revues, professeurs, jargon – il est relativement facile d’imaginer que le savoir prôné par l’école de commerce et la façon dont elle le vend apparaît en quelque sorte moins vulgaire et stupide qu’il ne l’est réellement

    Pour résumer simplement ce qui précède, et qui permettrait à la plupart des gens de comprendre ce qui se passe à l’école de commerce, c’est de les appréhender comme des lieux qui enseignent les méthodes pour prendre de l’argent aux gens ordinaires et de le s’approprier. Dans un certain sens, c’est une description du capitalisme, mais il y a aussi le sentiment que les écoles de commerce enseignent que « l’avidité est bonne ». Comme Joel M Podolny, ancien doyen de la Yale School of Management, a pu déclarer un jour : « La façon dont les écoles de commerce sont aujourd’hui en concurrence amène les étudiants à se demander : » Que puis-je faire pour gagner le plus d’argent ? et la forme de l’enseignement prodigué par les professeurs conduit les étudiants à ne considérer qu’après coup les conséquences morales de leurs actions.

    Cette image est, dans une certaine mesure, étayée par la #recherche, bien qu’une partie soit d’une qualité douteuse. Il existe diverses enquêtes auprès des étudiants des écoles de commerce qui suggèrent qu’ils ont une approche instrumentale de l’éducation, c’est-à-dire qu’ils veulent ce que le marketing et le #branding leur disent qu’ils veulent. En ce qui concerne les cours, ils attendent de l’enseignement des concepts et des outils simples et pratiques qu’ils jugent utiles pour leur future carrière. La philosophie c’est pour les imbéciles.

    Comme j’ai enseigné dans des écoles de commerce pendant des décennies, ce genre de constatation ne me surprend pas, bien que d’autres proposent des constats plus virulents. Une enquête américaine a comparé des étudiants en MBA à des personnes emprisonnées dans des prisons de basse sécurité et a constaté que ces dernières étaient plus éthiques. Un autre a laissé entendre que la probabilité de commettre une forme quelconque de délit d’entreprise augmentait si la personne concernée avait fait des études supérieures en administration des affaires ou si elle avait servi dans l’armée. (Les deux carrières impliquent probablement la dissolution de la responsabilité au sein d’une organisation). D’autres sondages montrent que les étudiants arrivent en croyant au bien-être des employés et à la satisfaction de la clientèle et qu’ils partent en pensant que la valeur actionnariale est la question la plus importante, et également que les étudiants des écoles de commerce sont plus susceptibles de tricher que les étudiants des autres disciplines.

    Je doute que les causes et les effets (ou même les résultats) soient aussi nets que le suggèrent des enquêtes comme celle-ci, mais il serait tout aussi stupide de suggérer que l’école de commerce n’a pas d’effet sur ses diplômés. Avoir un MBA peut ne pas rendre un étudiant cupide, impatient ou contraire à l’éthique, mais les programmes explicites et cachés de l’école de commerce enseignent des leçons. Non pas que ces leçons sont reconnues quand quelque chose ne va pas bien, parce qu’alors l’école de commerce nie habituellement toute responsabilité. C’est une position délicate, car, comme le dit un éditorial d’Economist de 2009, » Vous ne pouvez pas prétendre que votre mission est d’éduquer les leaders qui changent le monde » et de vous laver les mains des actes de vos anciens élèves lorsque leur changement a un impact nuisible. »

    Après la crise de 2007, il y avait comme un jeu à se renvoyer la balle, Il n’est donc pas surprenant que la plupart des doyens des écoles de commerce essayaient aussi de blâmer les consommateurs d’avoir trop emprunté, les banquiers d’avoir un comportement si risqué, les #brebis_galeuses d’être si mauvaises et le système d’être, eh bien, le système. Qui, après tout, voudrait prétendre qu’ils n’ont fait qu’enseigner la cupidité ?

    Dans les universités les sortes de portes qui ouvrent sur le savoir sont basées sur des exclusions. Un sujet est constitué par l’enseignement de ceci et non pas de cela, de l’espace (géographie) et non du temps (histoire), des collectifs (sociologie) et non des individus (psychologie), etc. Bien sûr, il y a des fuites et c’est souvent là que se produisent les pensées les plus intéressantes, mais cette partition du monde est constitutive de toute discipline universitaire. On ne peut pas tout étudier, tout le temps, c’est pourquoi il y a des noms de départements au-dessus des portes des immeubles et des couloirs.

    Cependant, l’école de commerce est un cas encore plus extrême. Elle est bâtie sur le principe qui isole la vie commerciale du reste de la vie, mais subit ensuite une spécialisation supplémentaire. L’école de commerce assume le capitalisme, les entreprises et les managers comme forme d’organisation par défaut, et tout le reste comme histoire, anomalie, exception, alternative. Du point de vue du programmes d’études et de recherche, tout le reste est périphérique.

    La plupart des écoles de commerce sont intégrées dans des universités, et celles-ci sont généralement appréhendées comme des institutions ayant des responsabilités envers les sociétés qu’elles servent. Pourquoi, dans ce cas, supposons-nous que les filières d’études commerciales ne devraient enseigner qu’une seule forme d’organisation – le capitalisme – comme si c’était la seule façon d’organiser la vie humaine ?

    Ce n’est pas un monde agréable celui qui est produit par la gestion de marché et que l’école de commerce professe. C’est une sorte d’#utopie pour les riches et les puissants, un groupe que les étudiants sont encouragés à s’imaginer rejoindre, mais ce privilège est acheté à un coût très élevé, entraînant des catastrophes environnementales, des #guerres de ressources et des migrations forcées, des inégalités à l’intérieur et entre les pays, l’encouragement de l’#hyperconsommation ainsi que des pratiques #antidémocratiques persistantes au travail.

    Promouvoir l’école de commerce fonctionne en passant outre de ces problèmes, ou en les mentionnant comme des défis et ne pas les prendre en considération ensuite dans les pratiques d’enseignement et de recherche. Si nous voulons être capables de répondre aux défis auxquels est confrontée la vie humaine sur cette planète, nous devons faire des recherches et enseigner autant de formes d’organisation différentes que nous sommes capables d’imaginer collectivement. Pour nous, supposer que le capitalisme mondial peut continuer tel qu’il est c’est prendre la responsabilité d’emprunter la voie qui mène à la destruction. Donc, si nous voulons nous écarter du business as usual, nous devons également ré-imaginer radicalement l’école de commerce telle qu’elle est. Et cela signifie plus que des murmures pieux sur la responsabilité sociale des entreprises. Cela signifie en finir avec ce que nous avons érigé, et reconstruire.

  • Avec Mosquito, on vient de livrer le site de la Fondation Custodia :
    https://www.fondationcustodia.fr

    Comme d’habitude, c’est du #SPIP, #HTML5 #responsive et tout ça…

    Parmi les points à voir en particulier…

    – Un menu hamburger tout mignon.

    – Des #longforms pour la présentation des expositions :
    https://www.fondationcustodia.fr/Georges-Michel

    – Dans ces longforms, on peut présenter des collections d’œuvres avec mon raccourci <ligne>, qui présente les images sur une ou plusieurs lignes, en adaptant la taille des images pour occuper la largeur de l’écran :

    – Ou avec mon raccourci <slide>, qui présente les documents les uns à côté des autres sur une ligne.
    https://www.fondationcustodia.fr/Les-portraits-en-miniature-12

    Pour rappel, « ligne » et « slide », c’est dans mon #plugin « Insertion avancée d’images », documenté ici :
    http://www.paris-beyrouth.org/Plugin-SPIP-Insertion-avancee-d-images

    On trouvera même quelques habillages automatiques de formes irrégulières, toujours avec ce même plugin, et le raccourci <img|shape> :


    C’est pas toujours évident à utiliser à bon escient, mais là ça donne un aspect « imprimé » particulièrement chic je trouve.

    – Dans les « formes longues », un problème usuel, c’est la navigation verticale « trop » longue, et donc l’utilisation d’une sorte de table des matières pour pouvoir naviguer rapidement. Mine de rien, c’est toujours assez problématique. Là j’ai développé une solution que je trouve bien sympathique, avec une table des matières en haut à gauche de l’écran, qui se plie/déplie, au fur et à mesure du scroll, et au survol, pour indiquer où on est et qui, évidemment, permet de naviguer au clic :

    Détail mignon : pour réaliser le graphisme de ce petit menu, il n’y a pas une seule image, c’est entièrement réalisé en CSS.

    – Il y a une maquette assez sympa pour la présentation des « Collections », avec des panneaux qui défilent horizontalement (et c’est responsive, la présentation change assez radicalement sur téléphone ou tablette) :
    https://www.fondationcustodia.fr/les-portraits-en-miniature

    – Il y a aussi une présentation avec un « méga-zoom » sur les images, pour la présentation des œuvres des « Catalogues », mais comme le contenu n’est pas encore en ligne, alors je reposterai un message pour que tu ailles voir quand ce sera prêt.

    – Quand on clique sur la loupe de recherche, hop un grand pavé recouvre l’écran :

    – Enfin, sur ce site, je me suis particulièrement astreint à ce que toutes les animations/interactions/transitions soient autant que possible réalisées sans Javascript. Du coup, on peut naviguer sur le site avec Javascript désactivé, avec un minimum de dégradations (essentiellement : des images responsive qui vont rester en basse définition). Mais le menu hamburger se déploie, avec ses sous-menus animés, comme si de rien n’était ; le système de « table des matières » des longforms fonctionne très bien, avec ses animations au survol, les sliders un peu partout fonctionnent de manière transparente… (et évidemment : des interactions « au doigt » moins riches sans Javascript).

    – Enfin la page d’accueil obtient un score de 100/100 sur mobile avec PageSpeed, et 97/100 sur ordinateur, c’est chouette.

    À l’intérieur du site, j’ai le plugin Saisies qui me fait chuter la moyenne sur quelques pages, en m’insérant violemment des appels à un fichier CSS et un fichier Javascript (ah, c’est vache !). :-))

    #shameless_autopromo

    • Un effet que j’aime bien sur ce site : j’ai mis des dégradés colorés sous les grandes images, pour avoir quelque chose qui s’affiche avant que les images soient chargées.

      Ce qui donne par exemple, avant chargement de l’image :

      et une fois l’image chargée :

      Ce que je réalise directement dans le squelette ainsi :

      #image_haut {
              background-color: [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|couleur_extraire)];
              background: linear-gradient(to bottom,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{10,1})] 0%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{10,5})] 25%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{10,10})] 50%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{10,15})] 75%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{10,19})] 100%
              );
      }
      #image_haut:before {
              position: absolute;
              top: 0;
              left: 0;
              width: 100%;
              height: 100%;
              content: " ";
              z-index: 1;
              background: linear-gradient(to right,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{1,10})] 0%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{5,10})] 25%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{10,10})] 50%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{15,10})] 75%,
                      [#(#LOGO_ARTICLE_RUBRIQUE|image_proportions{16,9, focus}|couleur_extraire{19,10})] 100%
              );
               mix-blend-mode: soft-light;
      }
    • @realet Je viens de mettre en ligne une détection du focus en javascript, pour plier ou déplier le menu hamburger selon qu’on est sur un lien dans le menu ou en dehors.

      Je fais ceci :

              $("#menu_flottant a").on("focus", function() {
                      $("#afficher_menu").prop("checked", true);
              });
              $("body > *:not(#menu_flottant) a").on("focus", function() {
                      $("#afficher_menu").prop("checked", false);
              });

  • La #Nouvelle-Aquitaine à la recherche de son identité (carto)graphique – Mappemonde

    http://mappemonde.mgm.fr/122img1

    par Mathieu Noucher

    Promulguée le 8 août 2015, la loi portant sur la Nouvelle Organisation Territoriale de la République (NOTRe) a réagencé les compétences attribuées à chaque collectivité territoriale et redéfini la carte des régions françaises. S’inscrivant dans la filiation des lois de décentralisation de 1982 et de l’inscription de la République décentralisée dans la Constitution en 2003, cette réforme visait à simplifier et clarifier l’organisation territoriale du pays. L’un des casse-tête du gouvernement concernait alors la réduction du nombre de régions, le Président de la République ayant annoncé, dans une conférence de presse, le 14 janvier 2014, sa volonté de lancer l’Acte III de la décentralisation en simplifiant le « millefeuille territorial ». Le Premier Ministre confirme lors de son discours de politique générale, le 14 avril 2014, et annonce la réduction de moitié du nombre de régions métropolitaines. Ce projet donne alors lieu à de multiples passes d’armes impliquant aussi bien des présidents des régions concernées que les maires des capitales régionales qui ne veulent pas perdre leurs prérogatives. De nombreux élus perçoivent cette réforme « comme une imposition par le pouvoir central de ses vues – et de ses intérêts politiciens – sur les collectivités » (Béja, 2015, p. 61). La difficulté de trouver un découpage « pertinent » qui reposerait sur une « taille critique » jugée indispensable pour répondre aux objectifs affichés d’amélioration de la compétitivité (comme si celle-ci n’était qu’affaire de taille) est rapidement identifiée. Chacun compose alors sa propre carte. Finalement, ce « big bang territorial » (Torre et Bourdin, 2015) dessine une France à 13 régions métropolitaines qui fait émerger « un paysage territorial hétérogène, avec des systèmes différenciés » (Béja, 2015, p. 62). Cette fusion des régions est désormais effective depuis le 1er janvier 2016. Les macro-régions formées par cette procédure de fusion courent aujourd’hui le risque d’une amplification de leur déficit d’images. En effet, malgré des efforts importants de marketing territorial, de nombreuses « marques régionales » relevaient déjà, avant la réforme, de l’incantation plus que du sentiment d’appartenance. Pourtant, « les marques territoriales ont d’abord des objectifs intra-territoriaux de fédération et de mobilisation tandis que la quête de rayonnement est bien difficile à mesurer » (Houiller-Guibert, 2015). La reconnaissance de l’entité régionale déjà fragile, l’est d’autant plus par cette réforme.

    #france #aquitaine #logo #image #symbole #symbolique #sémiologie #représentation

  • Super Tiny Website Logos in SVG
    https://shkspr.mobi/blog/2017/11/super-tiny-website-logos-in-svg
    https://github.com/edent/SuperTinyIcons

    You may not realise it, but #bandwidth is expensive. It costs you time, money, and battery power whenever you download a file larger than it needs to be.

    That’s why I’ve become a little bit obsessed with #SVG - Scalable Vector Graphics. They’re the closest thing to magic that the web has when it comes to image compression. Let me show you what I mean.

    This is the standard Twitter #Logo. It’s 512 * 512 pixels and, even with hefty #PNG compression, weighs in at around 20KB.

    Here’s the same logo rendered as an SVG. Because it is a vector graphic it can be magnified infinitely without any loss of fidelity.

    The uncompressed SVG is a mere 397 Bytes. Not a #typo. You could fit over 3,000 of these images on a floppy disk.

    That’s why I have released SuperTinyIcons on GitHub. Eighty of the web’s most popular logos - each image is under 1KB.

  • 230 kg de pommes pourries pour les 230 milliards $ de profits accumulés par Apple dans les paradis fiscaux
    https://france.attac.org/actus-et-medias/les-videos/article/230-kg-de-pommes-pourries-pour-les-230-milliards-de-profits-accumules-

    https://vimeo.com/241198188

    Aix-en-Provence, le 3 novembre 2017. Les militant·e·s ont détourné le #logo de la marque à la pomme en y apposant un ver symbolisant les pratiques fiscales véreuses d’Apple. 230 kg de #pommes_pourries ont été déversées devant le magasin pour représenter la cagnotte de 230 milliards $ de profits accumulés par la firme dans les paradis fiscaux. Les militant·e·s ont écrit sur les vitrines leur exigence : « #Apple, paye tes impôts ! »

    #le_ver_est_dans_le_fruit
    source : http://www.lautrequotidien.fr/fil-rouge/2017/8/1/lautre-france-presse-international-bxka2

  • Ils créent un faux Apple Store, les gens font la queue devant pendant des heures

    http://www.ulyces.co/news/ils-creent-un-faux-apple-store-les-gens-font-la-queue-devant-pendant-des-heur

    Cette expérience est incroyable, et mérite qu’on en parle. Pour la force, la puissance de « l’image ». Je ne sais pas trop quel tag mettre pour retrouver ce post :

    #marketing #consommation #pouvoir_de_l_image #logo #no_logo #marque #trending #icône #monde_icônique

    Puisque le fameux cube de verre d’Apple placé sur la cinquième avenue est en rénovation, l’équipe de la chaîne YouTube Improv Everywhere a eu une idée : coller des logos Apple sur une station de métro aux parois vitrées, déployer des jeunes « cool » avec des t-shirts Apple bleus et organiser une file d’attente composée de 50 figurants. Ensuite, ne leur restait plus qu’à regarder la magie opérer.

  • Branded in #Memory
    https://www.signs.com/branded-in-memory


    #design #branding

    The logos of global corporations like Apple, Starbucks, and Foot Locker are designed to create instant brand associations in the minds of billions who see them every day. But how accurately can we remember the features and colors of these famous symbols?

    To find out, we asked over 150 Americans to draw 10 famous logos from memory as accurately as they could. Based on more than 1,500 drawings created over a period of 80 hours, the results reveal that, far from being stamped perfectly in our collective memory, these ubiquitous emblems largely exist as fuzzy visions in our mind’s eye. One in 5 people thinks the Foot Locker referee wears a hat (he doesn’t), and nearly half of people believe the Starbucks mermaid does not wear a crown (she does). That only scratches the surface of what our study found out.

    Choose from the logos below to jump to individual results, or read a summary of all findings here.

  • GitHub - darylldoyle/svg-sanitizer : A PHP SVG/XML Sanitizer
    https://github.com/darylldoyle/svg-sanitizer

    Utilitaire PHP de « sanitization » des fichiers SVG
    Voir aussi : https://github.com/darylldoyle/svg-sanitizer (qui ne semble pas maintenu depuis 2013...)
    Mise à jour 11/2018 : le développement semble repris depuis quelques mois

    Utilisé par le plugin Wordpress https://wordpress.org/plugins/safe-svg
    et le plugin Drupal https://www.drupal.org/project/svg_sanitizer

    En relation avec le ticket du core de SPIP https://core.spip.net/issues/3482

    #svg #svg-sanitizer #SPIP

  • Macron vous parle Le Courrier - Laura Drompt - 4 Juillet 2017
    https://www.lecourrier.ch/150761/macron_vous_parle

    Durant son heure et demie de monologue présidentiel devant l’Assemblée nationale et le Sénat, Emmanuel Macron a eu l’occasion de marteler ses credo néolibéraux, attaquant les droits sociaux de front. « Ce ne sont pas les Français qu’il faudrait désintoxiquer de l’interventionnisme public, c’est l’Etat lui-même. » Le démantèlement est en marche et la gauche, durant ce quinquennat, aura fort à faire pour le contenir.

    En référence aux travaux sur la Loi Travail en préparation, Emmanuel Macron a ainsi expliqué que « protéger les plus faibles, ce n’est pas les transformer en mineurs incapables, en assistés permanents de l’Etat, de ses mécanismes de vérification et de contrôle. C’est leur redonner, et à eux seuls, les moyens de peser efficacement sur leur destin. » Et hop ! Voici effacés en deux phrases les efforts de l’Etat français (le reste du continent européen n’étant pas en reste) pour compliquer la tâche de ceux qui cherchent un emploi, accumulant les chicanes sur leur parcours, laissant les usines licencier à tour de bras sans chercher d’alternatives durables et responsables.

    Dans sa logorrhée, le président Macron nous ressort le principe de la flexibilité pour créer de l’emploi. Le fameux « permettre de licencier pour pouvoir embaucher ». L’idée qu’en ne parlant plus de « plan social » mais de « plan de sauvegarde de l’emploi », on pourra redresser la courbe du chômage. Peu importe si ces concepts n’ont pas fait leurs preuves, en trente années de néolibéralisme, ainsi que l’ont notamment analysé les économistes atterrés Dany Lang et Henri Sterdyniak. Pour le Kennedy français – le Blair serait plus à propos –, le chômage est imputable au droit du travail. Pendant ce temps, la résistance aux politiques d’austérité se prépare. Hier, elle manifestait place de la République. Avant-goût d’un troisième tour social ?

    #Monologue #Crédo #néolibéralisme #démantèlement #en_marche #logorrhée #droit_du_Travail #emmanuel_macron

  • J’ai ajouté un gros paragraphe consacré à « Image adaptative, recadrage et direction artistique » dans ma documentation du #plugin #SPIP image_responsive :
    http://www.paris-beyrouth.org/Plugin-SPIP-Image-responsive

    Ça explique les critères de recadrage que l’on peut utiliser directement dans le filtre image_responsive, comme ceci :

    [(#LOGO_ARTICLE_NORMAL|image_responsive{
            0/480/800/1280/1920/480/800/1280/1920,
            0, 0,
            (max-width: 480px) and (orientation:portrait)/(min-width:481px) and (max-width: 800px) and (orientation:portrait)/(min-width:801px) and (max-width:1280px) and (orientation:portrait)/(min-width:1281px) and (orientation:portrait)/
            (max-width: 480px)/(min-width:481px) and (max-width: 800px)/(min-width:801px) and (max-width:1280px)/,
            4x5/4x5/4x5/4x5/3x2/3x2/3x2/3x2
            })]

    (lequel code fabrique une bonne grosse balise picture en HTML5, extrêmement efficace au niveau de l’affichage, puisque l’image est préchargée, et l’affichage est instantané quand on revient sur une page déjà affichée).

    Pour le plugin lui-même :
    http://zone.spip.org/trac/spip-zone/browser/_plugins_/image_responsive

    • Et je viens d’ajouter un paragraphe sur le précalcul des images avec _IMAGE_RESPONSIVE_CALCULER, ainsi que l’ajout de liens <link> pour faciliter l’aspiration du site, avec _SPIP_LIER_RESSOURCES.

  • Bientôt un nouveau #pictogramme #handicap ? - LOGONEWS
    http://logonews.fr/2017/04/18/bientot-nouveau-pictogramme-handicap

    Il s’agissait au départ d’un projet de street art. Ses deux créateurs originels Brian Glenney et Sara Hendren collaient des stickers sur les pictogrammes handicap pour mettre en valeur une personne non plus statique mais dynamique. Cet objectif est atteint selon le bureau d’études spécialisé en accessibilité handicap Access’Autonomy. Ils décrivent ce logo comme : « la tête penchée en avant, représentant un mouvement et symbolisant le côté dynamique des personnes à mobilité réduite, la position des bras démontre l’effet de propulsion et ainsi la volonté, les roues coupées en deux renforcent l’impression de vitesse, les jambes donnent l’impression d’aller de l’avant ». Glenney et Hendren ont ensuite fait appel à un graphiste, Tim Ferguson Sauder, pour lui donner la forme qu’il a actuellement. Depuis, le logo est très souvent repris et bien au-delà des frontières US. Ses créateurs ont fait en sorte qu’il soit utilisable gratuitement et qu’il appartienne au domaine public.

  • la cuisine du graphiste : La meilleure base de données sur les logos que je n’ai jamais vue !
    http://www.lacuisinedugraphiste.net/2017/02/la-meilleure-base-de-donnee-sur-les.html

    Logobook est un nouveau site base de donné sur les #logotypes.
    Les logos sont classés par genre (Lettres et chiffres, Business, Nature, objets…), puis sous divisés par thèmes ou par ordre alphabétique. Chaque fiche donne le pays, le client, le nom du créateur et l’année de création.
    Il y a un énorme paquet de créations différentes, des années 50 à aujourd’hui et, éléments non négligeable, l’ergonomie est limpide.
    Des fois, je parle de pépite, là, c’est carrément une mine d’or !

    http://www.logobook.com

    • J’ai regardé dans le reste de ce blog, les articles postés par ce Julien. J’y vois un manque de professionnalisme. Découvrir en pleine carrière Logobook qui est la bible des graphistes logo depuis 10 ans. Parler de l’élégance des polices de caractères, alors que cette discipline s’échine à se transmettre, allez, depuis 300 ans.
      Y’a un petit côté, « Hey, vous savez quoi, j’ai trouvé un super site hier en cuisinant, ça s’appelle Marmiton, vous connaissez ? »
      Les bonnes pratiques, le savoir faire et l’artisanat sont les 3 choses les plus dures à apprendre dans un métier, car il faut y être attentif toute sa carrière. Les employeurs ne le comprennent pas et préfèrent l’énergie débordante d’un débutant. Les écoles leur donnent raison. Le libéralisme semble s’accorder à ce modèle.

      Avant, on ne voyait pas passer les vicissitudes des professionnels « Qu’est ce que c’est ce fil rouge ? se demande l’électricien·ne avant de finalement le couper ». Alors qu’aujourd’hui, toutes les professions créatives ont un blog perso et ne rechignent pas à exposer toutes leurs pensées. Résultat, ça saute aux yeux.

      Mais sinon, très bon site Logobook, qui existe aussi sous forme de bouquin.
      https://www.taschen.com/pages/fr/catalogue/graphic_design/all/02825/facts.logobook.htm
      #coup_de_gueule #jugement

    • A priori logobook le site et logobook le bouquin ont aucun rapport et le site vient tout juste de sortir : ) Quand au livre, il est sorti en 2013 apparemment ?
      Je n’ai pas d’actions chez ce graphiste mais le fait que tu dise que c’est une base incontournable m’a interpellé… mais du coup tu faisais référence à autre chose ?

  • L’ergonomie, indispensable à l’adoption massive du libre - Matthias Dugué - Luc Chaffard | April
    https://www.april.org/l-ergonomie-indispensable-l-adoption-massive-du-libre-matthias-dugue-luc-chaf

    En gros, l’un des principaux soucis, c’est qu’il y a un vrai manque de dialogue, un vrai manque de confiance entre les différents acteurs du projet. Quand vous développez une interface en tant que dev et que avez imaginé votre produit, vous, vous savez très bien où vous voulez aller donc, pour vous, c’est limpide. Ça ne le sera pas forcément pour l’essentiel des gens. Donc il faut collaborer avec des gens qui sont capables de vous apporter du savoir-faire, vous apporter de l’expérience, de l’expertise - des ergonomes, par exemple, des designers, entre autres - mais ça veut dire qu’il va falloir faire confiance à ces gens-là, il va falloir travailler avec ces gens-là et pas contre ces gens-là.

    Le problème, c’est qu’on est dans une espèce de relation qu’on a nommée assez aimablement une relation « égosexuelle », je nomme le « aimablement » quand même, parce que, très vite, on en vient à faire de l’entre-soi. On fait un produit, on l’a pensé pour nous, on l’aime bien, c’est notre bébé, on l’a vachement pensé, on le raisonne énormément. C’est super ! Pas très inclusif, mais c‘est super ! Donc l’enjeu c’est d’apprendre à vivre ensemble, c’est d’apprendre…

    #opensource #libre #ergonomie #ux #design #ui

  • #Logos_nutritionnels : arrêtez cette #mascarade, Madame la Ministre
    https://www.foodwatch.org/fr/s-informer/topics/logo-nutritionnel-l-information-sur-l-etiquette/petition-stop-a-l-experimentation-des-logos-nutritionnels

    Au lieu de s’appuyer sur des avis scientifiques pour choisir un système d’étiquetage clair, la Ministre de la Santé a lancé une expérimentation pour évaluer en conditions réelles quatre de ces logos nutritionnels. Sauf que… cette expérimentation est mise en oeuvre par le Fonds français pour l’alimentation et la santé. Or le FFAS représente les intérêts de l’industrie agroalimentaire.

    #lobbys

  • Seymour Papert, computer scientist, born 29 February 1928 ; died 31 July 2016 | The Guardian
    https://www.theguardian.com/education/2016/aug/03/seymour-papert-obituary

    Child’s play had been considered largely inconsequential, but Piaget saw that it was an essential part of a child’s cognitive development. Children were “learning by doing”. Today’s educational toy industry started from there.

    Papert understood that mathematics was abstract and theoretical, and that was how it was taught to children. That was why most of them did not understand it. The answer, he thought, was to give children a physical way to think of mathematical ideas.

    #jeu #enseignement #informatique #interactivité #matérialisation #pionniers #logo #lego

    (suis preneur d’un texte plus intéressant)

  • Alternative Olympics logo designed in light of doping scandal
    http://www.dezeen.com/2016/08/01/bjorn-karnebogen-alternative-olympics-logo-russian-doping-scandal-rio-2016

    Rio 2016: German art director Björn Karnebogen has created a tongue-in-cheek alternative logo for the Olympic games after a swathe of Russian athletes were found guilty of doping.

    #logo #jeux_olympiques #dopage