• Suisse, États-Unis, France : le retour du scorbut – Réalités Biomédicales
    https://www.lemonde.fr/blog/realitesbiomedicales/2022/10/06/suisse-etats-unis-france-le-retour-du-scorbut

    Stéphanie Thiemann, Valeria Cimorelli, Nadia Bajwa qui rapportent ce cas clinique de scorbut infantile survenu en Suisse, pays riche, rappellent que les premiers symptômes du scorbut sont principalement des signes généraux qui peuvent passer inaperçus. Des douleurs osseuses et musculaires sont présentes dans plus de 80 % des cas et s’expliquent par la fragilité des ligaments, des os et des fibres musculaires, la carence vitaminique entraînant une anomalie de formation du collagène. Les douleurs osseuses sont également directement provoquées par des saignements de la membrane synoviale qui tapisse l’intérieur des articulations, la présence d’hématomes sous le périoste et des micro-fractures. Les saignements sont dus à une fragilité capillaire. Il est à noter que la perte des dents et les saignements des gencives (gingivorragies), qui figurent parmi les signes historiquement associés au scorbut, sont des symptômes tardifs.

    Le traitement du scorbut infantile consiste généralement en une prise quotidienne de vitamine C par voie orale ou intraveineuse pendant une semaine. Les jeunes enfants sont ensuite supplémentés par voie orale pendant un à trois mois. Les symptômes généraux disparaissent en 24 heures alors que les signes cutanés et musculaires mettent plusieurs semaines pour s’améliorer.

    Selon les pédiatres suisses, ce cas clinique est « un exemple de l’importance de disposer de l’histoire détaillée du patient, y compris sur le plan nutritionnel », et d’ajouter : « Si nous avions inclus les carences nutritionnelles dans notre diagnostic différentiel initial, nous aurions été en mesure d’éviter des examens de laboratoire inutiles, d’imagerie, des procédures invasives, et nous aurions pu traiter le patient plus rapidement ». Il importe en effet de traiter les patients sans délai car cette carence vitaminique peut être mortelle.

  • Grano : una guerra globale

    Secondo molti osservatori internazionali, la guerra in corso in Ucraina si esprimerebbe non solo mediante l’uso dell’artiglieria pesante e di milizie ufficiali o clandestine, responsabili di migliaia di morti, stupri e deportazioni. Esisterebbero, infatti, anche altri campi sui quali il conflitto, da tempo, si sarebbe spostato e che ne presuppongono un allargamento a livello globale. Uno di questi ha mandato in fibrillazione gli equilibri mondiali, con effetti diretti sulle economie di numerosi paesi e sulla vita, a volte sulla sopravvivenza, di milioni di persone. Si tratta della cosiddetta “battaglia globale del grano”, i cui effetti sono evidenti, anche in Occidente, con riferimento all’aumento dei prezzi di beni essenziali come il pane, la pasta o la farina, a cui si aggiungono quelli dei carburanti, oli vari, energia elettrica e legno.
    La questione del grano negli Stati Uniti: il pericolo di generare un tifone sociale

    Negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo del grano tenero, dal 24 febbraio del 2022, ossia dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, al Chicago Mercantile Exchange, uno dei maggiori mercati di riferimento per i contratti cerealicoli mondiali, è passato da 275 euro a tonnellata ai circa 400 euro dell’aprile scorso. Un aumento esponenziale che ha mandato in tensione non solo il sistema produttivo e distributivo globale, ma anche molti governi, legittimamente preoccupati per le conseguenze che tali aumenti potrebbero comportare sulle loro finanze e sulla popolazione. In epoca di globalizzazione, infatti, l’aumento del prezzo del grano tenero negli Stati Uniti potrebbe generare un “tifone sociale”, ad esempio, in Medio Oriente, in Africa, in Asia e anche in Europa. I relativi indici di volatilità, infatti, sono ai massimi storici, rendendo difficili previsioni di sviluppo che si fondano, invece, sulla prevedibilità dei mercati e non sulla loro instabilità. Queste fibrillazioni, peraltro, seguono, in modo pedissequo, le notizie che derivano dal fronte ucraino. Ciò significa che i mercati guardano non solo agli andamenti macroeconomici o agli indici di produzione e stoccaggio, ma anche a quelli derivanti direttamente dal fronte bellico e dalle conseguenze che esso determinerebbe sugli equilibri geopolitici globali.
    I processi inflattivi e la produzione di grano

    Anche secondo la Fao, per via dell’inflazione che ha colpito la produzione di cereali e oli vegetali, l’indice alimentare dei prezzi avrebbe raggiunto il livello più alto dal 1990, ossia dall’anno della sua creazione.

    Le origini della corsa a questo pericoloso rialzo sono molteplici e non tutte direttamente riconducibili, a ben guardare, alla sola crisi di produzione e distribuzione derivante dalla guerra in Ucraina. I mercati non sono strutture lineari, dal pensiero algoritmico neutrale. Al contrario, essi rispondono ad una serie molto ampia di variabili, anche incidentali, alcune delle quali derivano direttamente dalle ambizioni e dalle strategie di profitto di diversi speculatori finanziari. I dati possono chiarire i termini di questa riflessione.

    Il Pianeta, nel corso degli ultimi anni, ha prodotto tra 780 e 800 milioni di tonnellate di grano. Una cifra nettamente superiore rispetto ai 600 milioni di tonnellate prodotte nel 2000. Ciò si deve, in primis, alla crescita demografica mondiale e poi all’entrata di alcuni paesi asiatici e africani nel gotha del capitalismo globale e, conseguentemente, nel sistema produttivistico e consumistico generale. Se questo per un verso ha sollevato gran parte della popolazione di quei paesi dalla fame e dalla miseria, ha nel contempo determinato un impegno produttivo, in alcuni casi monocolturale, che ha avuto conseguenze dirette sul piano ambientale, sociale e politico.
    Il grano e l’Africa

    L’area dell’Africa centrale, ad esempio, ha visto aumentare la produzione agricola in alcuni casi anche del 70%. Eppure, nel contempo, si è registrato un aumento di circa il 30% di malnutrizione nella sua popolazione. Ciò è dovuto ad un’azione produttiva privata, incentivata da fondi finanziari internazionali e governativi, che ha aumentato la produzione senza redistribuzione. Questa produzione d’eccedenza è andata a vantaggio dei fondi speculativi, dell’agrobusiness o è risultata utile per la produzione occidentale, ma non ha sfamato la popolazione locale, in particolare di quella tradizionalmente esposta alla malnutrizione e alla fame. Un esempio emblematico riguarda l’Etiopia e i suoi 5 milioni circa di cittadini malnutriti. Questo paese dipende ormai interamente dagli aiuti alimentari e umanitari. Allo stesso tempo, migliaia di tonnellate di grano e di riso etiope sono esportate ogni anno in Arabia Saudita per via del land grabbing e degli accordi economici e finanziari sottoscritti. In Sudan si registra il medesimo fenomeno. Il locale governo ha infatti ceduto 1,5 milioni di ettari di terra di prima qualità agli Stati del Golfo, all’Egitto e alla Corea del Sud per 99 anni, mentre risulta contemporaneamente il paese al mondo che riceve la maggiore quantità di aiuti alimentari, con 6 milioni di suoi cittadini che dipendono dalla distribuzione di cibo. Basterebbe controllare i piani di volo degli aeroporti di questi paesi per rendersi conto di quanti aerei cargo decollano giornalmente carichi di verdura fresca e rose, con destinazione finale gli alberghi degli Emirati Arabi e i mercati di fiori olandesi. Come ha affermato l’ex direttore dell’ILC (International Land Coalition), Madiodio Niasse: «La mancanza di trasparenza rappresenta un notevole ostacolo all’attuazione di un sistema di controllo e implementazione delle decisioni riguardo alla terra e agli investimenti ad essa inerenti».

    L’Angola ha varato un piano di investimenti così ambizioso da attrarre sei miliardi di dollari esteri nel solo 2013. Prima dello scoppio del conflitto civile, durato trent’anni, questo paese riusciva a nutrire tutti i suoi abitanti ed esportava caffè, banane e zucchero. Oggi, è costretto a comprare all’estero metà del cibo destinato al consumo interno, mentre solo il 10% della sua superficie arabile è utilizzata. Ciò nonostante, ha ritenuto legittimo incentivare l’accaparramento dei propri terreni agricoli da parte di multinazionali dell’agrobusiness e fondi finanziari di investimento. Ragioni analoghe guidano Khartoum a negoziare migliaia di ettari con i paesi del Golfo. Tra il 2004 e il 2009, in soli cinque paesi, Mali, Etiopia, Sudan, Ghana e Madagascar circa due milioni e mezzo di ettari coltivabili sono finiti nel portafoglio finanziario di multinazionali e dei fondi sovrani.
    Non solo Ucraina

    Quanto descritto serve per superare un’ottica monofocale che tende a concentrarsi, per ciò che riguarda il tema della terra e del grano, esclusivamente sull’Ucraina. Nello scacchiere globale della produzione e dell’approvvigionamento rientrano, infatti, numerosi paesi, molti dei quali per anni predati o raggirati mediante accordi capestro e obblighi internazionali che hanno fatto del loro territorio un grande campo coltivato per i bisogni e i consumi occidentali.
    Il ruolo della Russia

    Anche la Russia, in quest’ambito, svolge un ruolo fondamentale. Mosca, infatti, ha deciso di conservare per sé e in parte per i suoi alleati, a fini strategici, la propria produzione cerealicola, contribuendo a generare gravi fibrillazioni sui mercati finanziari di tutto il mondo. Nel 2021, ad esempio, il paese governato da Putin era il primo esportatore di grano a livello mondiale (18%), piazzandosi sopra anche agli Stati Uniti. Questa enorme quantità di grano esportato non risulta vincolata come quello occidentale, ma riconducibile al consumo interno e al bilanciamento dei relativi prezzi per il consumatore russo che in questo modo paga meno il pane o la carne rispetto ad un occidentale. Non è però tutto “rose e fiori”. Sulla Russia incidono due fattori fondamentali. In primis, le sanzioni occidentali che limitano i suoi rapporti commerciali e impediscono a numerose merci e attrezzature di entrare, almeno in modo legale, per chiudere la filiera produttiva e commerciale in modo controllato. Secondo, l’esclusione della Russia dai mercati finanziari comporta gravi conseguenze per il paese con riferimento alla situazione dei pagamenti con una tensione crescente per il sistema finanziario, bancario e del credito. Non a caso recentemente essa è stata dichiarata in default sui circa 100 milioni di dollari di obbligazioni che non è riuscita a pagare. In realtà, il default non avrà un peso straordinario almeno per due ragioni. In primo luogo perché il paese è da molto tempo economicamente, finanziariamente e politicamente emarginato. Secondo poi, il fallimento sarebbe dovuto non alla mancanza di denaro da parte della Russia, ma alla chiusura dei canali di trasferimento da parte dei creditori. A completare il quadro, c’è una strategica limitazione delle esportazioni di grano da parte ancora della Russia nei riguardi dei paesi satelliti, come ad esempio l’Armenia o la Bielorussia. Ciò indica la volontà, da parte di Putin, di rafforzare le scorte per via di un conflitto che si considera di lungo periodo.
    Il grano “bloccato”

    A caratterizzare questa “battaglie globale del grano” ci sono anche altri fattori. Da febbraio 2020, ad esempio, circa 6 milioni di tonnellate di grano ucraino sono bloccati nel porto di Mikolaiv, Odessa e Mariupol. È una quantità di grano enorme che rischia di deperire nonostante lo stato di crisi alimentare in cui versano decine di paesi, soprattutto africani. Sotto questo profilo, i paesi occidentali e vicini all’Ucraina dovrebbero trovare corridoi speciali, militarmente difesi, per consentire l’esportazione del cereale e successivamente la sua trasformazione a tutela della vita di milioni di persone. D’altra parte, sui prezzi intervengo fattori non direttamente riconducibili all’andamento della guerra ma a quelli del mercato. Ad esempio, l’aumento del costo delle derrate cerealicole si deve anche all’aumento esponenziale (20-30%) dei premi assicurativi sulle navi incaricate di trasportarlo, attualmente ferme nei porti ucraini. Su questo aspetto i governi nazionali potrebbero intervenire direttamente, calmierando i premi assicurativi, anche obtorto collo, contribuendo a calmierai i prezzi delle preziose derrate alimentati. Si consideri che molti industriali italiani del grano variamente lavorato stanno cambiando la loro bilancia di riferimento e relativi prezzi, passando ad esempio dal quintale al chilo e aumentando anche del 30-40% il costo per allevatori e trasformatori vari (fornai e catene dell’alimentare italiano).
    Le ricadute di una guerra di lungo periodo

    Una guerra di lungo periodo, come molti analisti internazionali ritengono quella in corso, obbligherà i paesi contendenti e i relativi alleati, a una profonda revisione della produzione di grano. L’Ucraina, ad esempio, avendo a disposizione circa 41,5 milioni di ettari di superficie agricola utile, attualmente in parte occupati dai carri armati russi e da un cannoneggiamento da artiglieria pesante e attività di sabotaggio, vende in genere il 74% della sua produzione cerealicola a livello globale. Non si tratta di una scelta politica occasionale ma strategica e di lungo periodo. L’Ucraina, infatti, ha visto aumentare, nel corso degli ultimi vent’anni, la sua produzione di grano e l’ esportazione. Si consideri che nel 2000, il grano ucraino destinato all’esportazione era il 60% di quello prodotto. La strategia ovviamente non è solo commerciale ma anche politica. Chi dispone del “potere del grano”, infatti, ha una leva fondamentale sulla popolazione dei paesi che importano questo prodotto, sul relativo sistema di trasformazione e commerciale e sull’intera filiera di prodotti derivati, come l’allevamento. Ed è proprio su questa filiera che ora fa leva la Russia, tentando di generare fibrillazioni sui mercati, azioni speculative e tensioni sociali per tentare di allentare il sostegno occidentale o internazionale dato all’Ucraina e la morsa, nel contempo, delle sanzioni.

    Esiste qualche alternativa alla morsa russa su campi agricoli ucraini? Il terreno ucraino seminato a grano e risparmiato dalla devastazione militare russa, soprattutto lungo la linea Sud-Ovest del paese, può forse rappresentare una speranza se messo a coltura e presidiato anche militarmente. Tutto questo però deve fare i conti con altri due problemi: la carenza di carburante e la carenza di manodopera necessaria per concludere la coltivazione, mietitura e commercializzazione del grano. Su questo punto molti paesi, Italia compresa, si sono detti pronti ad intervenire fornendo a Zelensky mezzi, camion, aerei cargo e navi ove vi fosse la possibilità di usare alcuni porti. Nel frattempo, il grano sta crescendo e la paura di vederlo marcire nei magazzini o di non poterlo raccogliere nei campi resta alta. Ovviamente queste sono considerazioni fatte anche dai mercati che restano in fibrillazione. Circa il 70% dei carburanti usati in agricoltura in Ucraina, ad esempio, sono importanti da Russia e Bielorussia. Ciò significa che esiste una dipendenza energetica del paese di Zelensky dalla Russia, che deve essere superata quanto prima mediante l’intervento diretto dei paesi alleati a vantaggio dell’Ucraina. Altrimenti il rischio è di avere parte dei campi di grano ucraini pieni del prezioso cereale, ma i trattori e le mietitrici ferme perché prive di carburante, passando così dal danno globale alla beffa e alla catastrofe mondiale.

    Una catastrofe in realtà già prevista.
    Un uragano di fame

    Le Nazioni Unite, attraverso il suo Segretario generale, Antonio Guterres, già il 14 marzo scorso avevano messo in guardia il mondo contro la minaccia di un “uragano di fame” che avrebbe potuto generare conflitti e rivolte in aree già particolarmente delicate. Tra queste ultime, in particolare, il Sudan, l’Eritrea, lo Yemen, e anche il Medio Oriente.

    Gutierres ha parlato addirittura di circa 1,7 miliardi di persone che possono precipitare dalla sopravvivenza alla fame. Si tratta di circa un quinto della popolazione mondiale, con riferimento in particolare a quarantacinque paesi africani, diciotto dei quali dipendono per oltre il 50% dal grano ucraino e russo. Oltre a questi paesi, ve ne sono altri, la cui tenuta è in tensione da molti anni, che dipendono addirittura per il 100% dai due paesi in guerra. Si tratta, ad esempio, dell’Eritrea, della Mauritania, della Somalia, del Benin e della Tanzania.

    In definitiva, gli effetti di una nuova ondata di fame, che andrebbe a sommarsi alle crisi sociali, politiche, ambientali e terroristiche già in corso da molti anni, potrebbero causare il definitivo crollo di molti paesi con effetti umanitari e politici a catena devastanti.
    Il caso dell’Egitto

    Un paese particolarmente sensibile alla crisi in corso è l’Egitto, che è anche il più grande acquirente di grano al mondo con 12 milioni di tonnellate, di cui 6 acquistate direttamente dal governo di Al Si-si per soddisfare il programma di distribuzione del pane. Si tratta di un programma sociale di contenimento delle potenziali agitazioni, tensioni sociali e politiche, scontri, rivolte e migrazioni per fame che potrebbero indurre il Paese in uno stato di crisi permanente. Sarebbe, a ben osservare, un film già visto. Già con le note “Primavere arabe”, infatti, generate dal crollo della capacità di reperimento del grano nei mercati globali a causa dei mutamenti climatici che investirono direttamente le grandi economie del mondo e in particolare la Cina, Argentina, Russia e Australia, scoppiarono rivolte proprio in Egitto (e in Siria), represse nel sangue. L’Egitto, inoltre, dipende per il 61% dalla Russia e per il 23% dall’Ucraina per ciò che riguarda l’importazione del grano. Dunque, questi due soli paesi fanno insieme l’84% del grano importato dal paese dei faraoni. Nel contempo, l’Egitto fonda la sua bilancia dei pagamenti su un prezzo del prezioso cereale concordato a circa 255 dollari a tonnellata. L’aumento del prezzo sui mercati globali ha già obbligato l’Egitto ad annullare due contratti sottoscritti con la Russia, contribuendo a far salire la tensione della sua popolazione, considerando che i due terzi circa dei 103 milioni di egiziani si nutre in via quasi esclusiva di pane (chiamato aish, ossia “vita”). Secondo le dichiarazioni del governo egiziano, le riserve di grano saranno sufficienti per soddisfare i relativi bisogni per tutta l’estate in corso. Resta però una domanda: che cosa accadrà, considerando che la guerra in Ucraina è destinata ad essere ancora lunga, quando le scorte saranno terminate?

    Anche il Libano e vari altri paesi si trovano nella medesima situazione. Il paese dei cedri dipende per il 51% dal grano dalla Russia e dall’Ucraina. La Turchia di Erdogan, invece, dipende per il 100% dal grano dai due paesi coinvolti nel conflitto. Ovviamente tensioni sociali in Turchia potrebbero non solo essere pericolose per il regime di Erdogan, ma per la sua intera area di influenza, ormai allargatasi alla Libia, Siria, al Medio Oriente, ad alcuni paesi africani e soprattutto all’Europa che ha fatto di essa la porta di accesso “sbarrata” dei profughi in fuga dai loro paesi di origine.
    Anche l’Europa coinvolta nella guerra del grano

    Sono numerosi, dunque, i paesi che stanno cercando nuovi produttori di cereali cui fare riferimento. Tra le aree alle quali molti stanno guardando c’è proprio l’Unione europea che, non a caso, il 21 marzo scorso, ha deciso di derogare temporaneamente a una delle disposizioni della Pac (Politica Agricola Comune) che prevedeva di mettere a riposo il 4% dei terreni agricoli. Ovviamente, questa decisione è in funzione produttivistica e inseribile in uno scacchiere geopolitico mondiale di straordinaria delicatezza. Il problema di questa azione di messa a coltura di terreni che dovevano restare a riposo, mette in luce una delle contraddizioni più gravi della stessa Pac. Per anni, infatti, sono stati messi a riposo, o fatti risultare tali, terreni non coltivabili. In questo modo venivano messi a coltura terreni produttivi e fatti risultare a riposo quelli non produttivi. Ora, la deroga a questa azione non può produrre grandi vantaggi, in ragione del fatto che i terreni coltivabili in deroga restano non coltivabili di fatto e dunque poco o per nulla incideranno sull’aumento di produzione del grano. Se il conflitto ucraino dovesse continuare e l’Europa mancare l’obiettivo di aumentare la propria produzione di grano per calmierare i prezzi interni e nel contempo soddisfare parte della domanda a livello mondiale, si potrebbe decidere di diminuire le proprie esportazioni per aumentare le scorte. Le conseguenze sarebbero, in questo caso, dirette su molti paesi che storicamente acquistano grano europeo. Tra questi, in particolare, il Marocco e l’Algeria. Quest’ultimo paese, ad esempio, consuma ogni anno circa 11 milioni di tonnellate di grano, di cui il 60% importato direttamente dalla Francia. A causa delle tensioni politiche che nel corso degli ultimi tre anni si sono sviluppate tra Algeria e Francia, il paese Nord-africano ha cercato altre fonti di approvvigionamento, individuandole nell’Ucraina e nella Russia. Una scelta poco oculata, peraltro effettuata abbassando gli standard di qualità del grano, inferiori rispetto a quello francese.
    L’India può fare la differenza?

    Un nuovo attore mondiale sta però facendo il suo ingresso in modo prepotente. Si tratta dell’India, un paese che da solo produce il 14% circa del grano mondiale, ossia circa 90 milioni di tonnellate di grano. Questi numeri consentono al subcontinente indiano di piazzarsi al secondo posto come produttore mondiale dopo la Cina, che ne produce invece 130 milioni. L’India del Presidente Modhi ha usato gran parte della sua produzione per il mercato interno, anch’esso particolarmente sensibile alle oscillazione dei prezzi del bene essenziale. Nel contempo, grazie a una produzione che, secondo Nuova Delhi e la Fao, è superiore alle attese, sta pensando di vendere grano a prezzi vantaggiosi sul mercato globale. Sotto questo profilo già alcuni paesi hanno mostrato interesse. Tra questi, ad esempio, Iran, Indonesia, Tunisia e Nigeria. Anche l’Egitto ha iniziato ad acquistare grano dall’India, nonostante non sia di eccellente qualità per via dell’uso intensivo di pesticidi. Il protagonismo dell’India in questa direzione, ha fatto alzare la tensione con gli Stati Uniti. I membri del Congresso statunitense, infatti, hanno più volte sollevato interrogativi e critiche rispetto alle pratiche di sostegno economico, lesive, a loro dire, della libera concorrenza internazionale, che Nuova Delhi riconosce da anni ai suoi agricoltori, tanto da aver chiesto l’avvio di una procedura di infrazione presso l’Organizzazione mondiale per il Commercio (Omc). Insomma, le tensioni determinate dal conflitto in corso si intersecano e toccano aspetti e interessi plurimi, e tutti di straordinaria rilevanza per la tenuta degli equilibri politici e sociali globali.

    https://www.leurispes.it/grano-una-guerra-globale

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  • Quand les pensionnaires autochtones étaient des cobayes en nutrition Catherine Lefebvre
    https://ici.radio-canada.ca/mordu/4258/pensionnats-autochtones-cobayes-nutrition

    De 1942 à 1952, des chercheurs ont mené des études controversées dans des pensionnats autochtones dans le but de « traiter » la malnutrition particulièrement présente chez les jeunes pensionnaires. Lumière sur un côté sombre de la recherche en nutrition au Canada.

    En 2013, l’historien de l’alimentation, de la santé autochtone et de la politique du colonialisme Ian Mosby publie un article intitulé Administering Colonial Science : Nutrition Research and Human Biomedical Experimentation in Aboriginal Communities and Residential Schools, 1942–1952.
    Il y parle des nombreuses études menées sur des pensionnaires dans six pensionnats autochtones canadiens https://ici.radio-canada.ca/ohdio/balados/7112/nutritionniste-urbain-bernard-lavallee-catherine-lefebre/610351/pensionnat-autochtone-experience-histoire-canada .

    Au nom de la malnutrition
    À l’aube des années 1940, le gouvernement canadien sait que la famine règne dans les pensionnats et les communautés autochtones. En 1942, une équipe de recherche commence à étudier la question de la malnutrition en se rendant dans cinq communautés cries au nord du Manitoba : Norway House, Cross Lake, God’s Lake Mine, Rossville et The Pas.

    À leur arrivée, les scientifiques constatent l’état de malnutrition sévère des pensionnaires, qui mangent en moyenne 1470 calories par jour. Ce nombre de calories est similaire à celui consommé par les participants de la Minnesota Starvation Experiment https://ici.radio-canada.ca/ohdio/balados/7112/nutritionniste-urbain-bernard-lavallee-catherine-lefebre/519565/seconde-guerre-mondiale-ancel-keys-alimentation de l’Américain Ancel Keys, une expérience menée dans les mêmes années qui tente de simuler la famine.

    Les chercheurs disent même que si les pensionnaires étaient blancs, ils exigeraient qu’ils soient soignés. Cette précarité alimentaire entraîne des problèmes de santé nettement plus prévalents dans cette population que dans la population non autochtone.

    Par exemple, le taux de mortalité de la tuberculose au Manitoba est, à l’époque, de 27 cas pour 100 000 habitants. Dans les communautés autochtones de la province, on parle de 1400 pour 100 000 habitants. De plus, leur taux de mortalité infantile est de 8 fois supérieur à celui du reste du Canada.

    Les pensionnats comme laboratoire de recherche
    Les chercheurs proposent donc de mener une étude intensive d’un an ou deux pour démontrer les effets d’interventions nutritionnelles, en ajoutant des suppléments de vitamines et minéraux dans le régime alimentaire d’une partie des pensionnaires souffrant de malnutrition pour prévenir la tuberculose. Cela veut donc dire que le groupe témoin, souffrant aussi de malnutrition, ne reçoit aucun supplément.


    Il faut savoir que la qualité générale des soins de santé est inadaptée. “Les soins médicaux offerts aux peuples autochtones sont nettement inférieurs aux normes, tant à l’intérieur qu’à l’extérieur du système des pensionnats, précise Ian Mosby. Pratiquant la ségrégation raciale, le Canada crée alors des « hôpitaux indiens” qui ne sont financés qu’à une fraction du coût des établissements des colons. »

    Or, pour les chercheurs, réduire la malnutrition chez les pensionnaires est aussi une façon de protéger la population blanche de ce qu’ils appellent les “réservoirs indiens” qu’ils considèrent comme des “vecteurs de maladies”.

    Plus tard, en 1947, une nouvelle étude débute à la Baie-James afin de comprendre les liens entre la nutrition et la santé dans le Nord. Les chercheurs croient que les problèmes de malnutrition des peuples autochtones sont causés en majorité par leur trop grande dépendance aux aliments achetés en magasin et leur manque d’accès à leurs aliments traditionnels.

    Les scientifiques constatent une fois de plus un état nutritionnel inadéquat. Pour y remédier, ils estiment qu’il vaut mieux éduquer les populations autochtones, notamment à faire de meilleurs choix alimentaires. On les encourage à chasser, pêcher et jardiner, même si l’accès au territoire a été largement limité par les colons.

    L’année suivante, en 1948, de nouvelles études sont entamées, et 1000 enfants de six pensionnats servent de cobayes. On modifie leur alimentation ou on la maintient inadéquate pour tester l’effet de certains aliments ou de suppléments de vitamines et minéraux sur leur état de santé.

    Ces études ne suffisent pas à améliorer de façon significative le traitement de la malnutrition des pensionnaires. Au contraire, les chercheurs estiment qu’il en faut encore plus pour en apprendre davantage sur les liens entre la santé et la malnutrition.
    Si ces études semblent atrocement non éthiques, Ian Mosby croit bon de rappeler que “les horreurs dans les pensionnats autochtones étaient bien pires que ces études”.

    Pour en savoir plus à ce sujet, écoutez l’épisode d’On s’appelle et on déjeune https://ici.radio-canada.ca/ohdio/balados/7112/nutritionniste-urbain-bernard-lavallee-catherine-lefebre/610351/pensionnat-autochtone-experience-histoire-canada . Nous en discutons avec Sipi Flamand, vice-chef du conseil de bande des Atikamekws de Manawan, et Laurence Hamel-Charest, candidate au doctorat en anthropologie à l’Université de Montréal, dont la thèse porte sur la transformation du patrimoine alimentaire de la communauté anishinaabe de Lac-Simon.

    #canada #pensionnats_autochtones #extermination #enfants #tuberculose #faim #nutrition #horreurs #cobayes #malnutrition #ségrégation-raciale #religion

    • C’est fou le nombre de génocides dans les quels les « protecteur de la vie » sont impliqués.
      L’interdiction de l’avortement aux usa leur permet de faire oublier leurs massacres organisés .

  • First ever village-level mapping of childhood undernutrition in India reveals sharp local disparities | News | Harvard T.H. Chan School of Public Health

    https://www.hsph.harvard.edu/news/press-releases/first-ever-village-level-mapping-of-childhood-undernutrition-in-india-

    Boston, MA – The risk of childhood undernutrition varies widely among villages in India, according to new research led by Harvard T.H. Chan School of Public Health in collaboration with researchers at Harvard’s Center for Geographic Analysis, Harvard’s Center for Population and Development Studies, Korea University, Microsoft, and the Government of India.

    The study is the first to predict and map the burden of childhood undernutrition across all of the nearly 600,000 villages in rural India, and the methods developed to do so could be applied to other health indicators and help advance the field of “precision public health,” in which interventions and policies are tailored to smaller populations that are disproportionally affected by specific health issues, according to the study’s authors.

    #inde #cartographie #inégalité #développement #Malnutrition #enfance

  • La grande #malbouffe

    Que mangeons-nous réellement en avalant un cordon bleu industriel ? Ce documentaire met la main à la pâte pour déconstruire les pratiques souvent douteuses de l’industrie agroalimentaire.

    Toujours plus abondante et moins chère, la nourriture industrielle a envahi nos assiettes, avec des incidences sur la santé de plus en plus fortes : jamais l’obésité et le diabète n’ont été aussi répandus. Et jamais les étiquettes n’ont été aussi compliquées à déchiffrer. Pour percer les secrets du secteur agroalimentaire, Maud Gangler et Martin Blanchard sont eux-mêmes devenus… des industriels. Avec l’aide d’un laboratoire alimentaire spécialisé en recherche et développement, ils se lancent dans la production d’un plat populaire : le cordon bleu. Un projet offensif qui leur permet de comprendre de l’intérieur les rouages de l’ultratransformé, où la fabrication d’un produit en apparence simple tient de l’assemblage complexe. Pourquoi, alors que l’escalope panée cuisinée à la maison ne nécessite que cinq ingrédients, en faut-il ici une trentaine ? La viande du cordon bleu mérite-t-elle encore son nom ? Peut-on appeler fromage cette pâte fondante obtenue à grand renfort d’additifs ? L’emballage lui-même est-il nocif pour la santé ?

    Riche et digeste
    En partant d’un produit emblématique comme le mal nommé cordon bleu, puis en élargissant l’enquête, ce documentaire détricote les fils cachés d’un système ultraconcurrentiel. Se jouant des frontières, l’industrie agroalimentaire se révèle diaboliquement novatrice, usant de technologies toujours en avance sur les réglementations et d’astuces marketing rodées, ou s’aidant de puissants lobbies pour servir ses intérêts. Les autorités nationales et européennes s’avouent techniquement débordées et peinent à contrôler les substances toxiques qu’elles ont commencé par autoriser. Pourtant, l’espoir d’un changement qualitatif est impulsé par la société civile : sous la pression des consommateurs et d’applications de notation alimentaire comme Yuka, certains industriels cherchent à mieux faire pour bénéficier d’un « clean label » auquel s’attache le grand public. Réduction du nombre d’ingrédients, abandon d’additifs, choix de protéines végétales : une démarche vertueuse qui tourne parfois au casse-tête, quand elle n’aboutit pas à un effet inverse, avec des plats végans à la qualité sanitaire douteuse. Au menu de cette enquête riche mais remarquablement digeste, experts, nutritionnistes, docteurs en sciences des aliments ou consultants en « transformation positive » éclairent une question devenue cruciale : que mange-t-on aujourd’hui ?

    https://www.arte.tv/fr/videos/091150-000-A/la-grande-malbouffe

    #film #documentaire #film_documentaire

    #alimentation #prix #industrie_agro-alimentaire #industrie_alimentaire #marketing #aliments_ultra-transformés #budget_alimentaire #viande_séparée_mécaniquement (#VSM) #polyphosphates #additifs_alimentaires #effet_cocktail #dioxine_de_titane #nano-particules #E_171 #E171 #cefic #TDMA #EFSA #principe_de_précaution #précaution #MOAH #MOSH #huiles_minérales #substances_réactives #Yuka (application smartphone) #publicité #malnutrition #obésité #surpoids #santé #clean_label #végétarianisme #végétarisme #ingrédientistes #transglutaminose #junk_food #auxiliaires_technologiques #chimie #anti-mousse #packaging

  • Rapport de l’ONU : la COVID-19 pourrait causer plus de déplacements alors que la faim augmente parmi les migrants et les déplacés | Organisation internationale pour les migrations
    https://www.iom.int/fr/news/rapport-de-lonu-la-covid-19-pourrait-causer-plus-de-deplacements-alors-que-la-f
    https://www.iom.int/sites/default/files/styles/highlights/public/press_release/media/somalia_2_1.jpg?itok=rC6wm93b

    Le rapport –le premier du genre - a été publié aujourd’hui par l’Organisation internationale pour les migrations (OIM) et le Programme alimentaire mondial (PAM) des Nations Unies. Il montre comment la pandémie a aggravé l’insécurité alimentaire et la vulnérabilité des migrants, des familles qui dépendent des envois de fonds et des communautés contraintes de quitter leur domicile en raison des conflits, de la violence et des catastrophes. Les deux agences des Nations Unies avertissent que l’impact social et économique de la pandémie pourrait être dévastateur et appellent à empêcher cela en renforçant le soutien en réponse aux besoins humanitaires immédiats et croissants, en s’attaquant aux impacts socioéconomiques de la crise et en veillant à ce que les plus vulnérables ne soient pas oubliés.
    «  L’impact socioéconomique de la pandémie est plus dévastateur que la maladie elle-même. De nombreuses personnes dans les pays à faible et moyen revenu, qui étaient pauvres il y a quelques mois mais sur le point de s’en sortir, constatent aujourd’hui que leurs moyens de subsistance sont réduits à néant. Les fonds envoyés par les travailleurs depuis l’étranger vers leurs familles restées au pays se sont également taris, ce qui entraîne de grandes difficultés. En conséquence, les taux de famine montent en flèche dans le monde entier  », a déclaré, David Beasley, Directeur exécutif du PAM. 
    «  L’impact de la crise de la COVID-19 sur la santé et la mobilité humaine menace de faire reculer les engagements mondiaux, notamment dans le cadre du Pacte mondial pour des migrations sûres, ordonnées et régulières, et d’entraver les efforts déployés pour aider ceux qui ont besoin d’aide. Il est de notre responsabilité collective de sauvegarder les droits des personnes en situation de déplacement et de veiller à ce qu’elles soient protégées contre de nouveaux préjudices  », a déclaré António Vitorino, Directeur général de l’OIM. 
    L’impact de la pandémie sur la façon dont les gens se déplacent est sans précédent. Les mesures et les restrictions mises en place dans plus de 220 pays, territoires ou zones pour contenir la propagation de la maladie limitent la mobilité humaine et les possibilités de travailler et de gagner un revenu, mettant à rude épreuve la capacité des personnes migrantes et déplacées à se procurer de la nourriture et à satisfaire d’autres besoins fondamentaux.
    L’insécurité alimentaire et les déplacements sont étroitement liés. La faim - surtout lorsqu’elle est associée à un conflit - est un facteur d’incitation essentiel qui pousse les gens à se déplacer. Neuf des dix pires crises alimentaires mondiales se produisent dans les pays qui comptent le plus grand nombre de personnes déplacées à l’intérieur de leur propre pays. Parallèlement, la majorité des personnes déplacées se trouvent dans des pays touchés par une insécurité alimentaire et une malnutrition aiguës.

    #Covid-19#migrant#migration#personnedeplacee#sante#humanitaire#insecurite#malnutrition#insecuritealimentaire

  • #Louise_Hunt : « Elle ne peut pas dire non » : les hommes ougandais qui exigent d’être allaités
    https://tradfem.wordpress.com/2020/08/03/elle-ne-peut-pas-dire-non-des-hommes-ougandais-exigent-detre-alla

    Le mari de Jane* aime le lait maternel. « Il dit qu’il en aime le goût et que cela l’aide sur le plan de la santé. Il se sent bien après », dit cette Ougandaise de 20 ans, qui a un bébé de 6 mois.
    Jane dit que son mari a commencé à lui demander son lait le soir où elle est rentrée de l’hôpital après avoir accouché. « Il a dit que c’était pour m’aider à faire couler le lait. J’avais l’impression que c’était normal. »
    Il n’est pas rare que les hommes boivent le lait de leur partenaire dans certaines régions de l’Ouganda, et dans certaines parties de la Tanzanie et du Kenya. On lie aujourd’hui cette exigence à la violence sexiste et aux comportements coercitifs et l’on s’inquiète de l’impact sur la nutrition des bébés. Cette pratique était peu connue jusqu’à ce que la ministre ougandaise de la santé, Sarah Opendi, brise le silence au Parlement en 2018 et mette en garde contre « une culture croissante d’hommes exigeant de téter, ce qui devenait un problème pour certaines mères allaitantes et leurs bébés ».
    Les raisons de ce phénomène et ses conséquences font aujourd’hui l’objet de ce que l’on croit être la première étude préliminaire à ce sujet, réalisée par l’université Kyambogo de Kampala et l’université britannique du Kent, avec le soutien du Global Challenges Research Fund.

    Traduction : #Tradfem
    Version originale : https://www.theguardian.com/global-development/2020/jan/28/she-cant-say-no-the-men-who-take-breast-milk-from-babies
    #Ouganda #exploitation_des_femmes #malnutrition #violence_sexiste

  • Land grabbing by agribusiness also claims lives in Latin America
    https://www.grain.org/en/article/6419-land-grabbing-by-agribusiness-also-claims-lives-in-latin-america

    The business group Cresud controls 370 thousand hectares in the province of Salta, in the ancestral lands of the Wichi people. There, in the first months of 2020, nine children have died from malnutrition and lack of water. We must not allow agribusiness to keep claiming lives.

    #terres #déforestation #agro-industrie #soja #maïs #eau #malnutrition #peuples_premiers

  • La #pêche locale pourrait contrer la #malnutrition de millions de personnes
    https://www.acadienouvelle.com/etc/dans-votre-nature/2019/09/26/la-peche-locale-pourrait-contrer-la-malnutrition-de-millions-de-pers

    Ces #poissons, s’ils étaient en partie redistribués aux populations dans le besoin, permettraient aux gens de combler des carences en fer, en zinc et en calcium. Les résultats de cette étude, menée par des chercheurs du Royaume-Uni, des États-Unis et de l’Université Dalhousie à Halifax, ont été publiés mercredi dans la revue scientifique « #Nature ». Le professeur agrégé Aaron MacNeil, de la faculté de biologie de l’Université Dalhousie, a créé un modèle prédictif permettant d’anticiper la présence de sept nutriments essentiels susceptibles de se retrouver chez 367 espèces de poissons que l’on retrouve au large des côtes de 43 pays. Selon ce qu’a pu constater l’équipe de chercheurs, les poissons pêchés au large des côtes de certains pays d’#Afrique comme la Namibie et la Mauritanie sont souvent exploités par des pays étrangers et destinés à l’#exportation. « Il y a suffisamment de #micronutriments disponibles actuellement pour régler un immense problème de #santé et de #carence alimentaire dans le monde », a déclaré Aaron MacNeil en entrevue.

    How the global fish market contributes to human micronutrient deficiencies
    http://www.nature.com/articles/d41586-019-02810-2

    This problem is perhaps greatest for countries on the northwestern coast of Africa. There, fishing by fleets from the European Union, Russia and East Asia — and high fish exports to the EU — have led to local fish scarcity and price increases that have made fish increasingly inaccessible to local consumers5.

    #Sénégal #Mauritanie #UE #Chine #Russie

  • #Africa_Rising documentary

    From Clover films and film maker #Jamie_Doran, comes a documentary examining the failure of western policies towards Africa and rethinking the role of western aid workers on the continent.

    Narrated by Tilda Swinton, Africa Rising takes a look at the benefits of ’Self Help’ in Ethiopia, a country potentially rich in resources, looking to find its own way out of poverty.

    https://www.youtube.com/watch?v=kYS7T9UMrsA


    #film #documentaire #Afrique #développement #aide_au_développement #coopération_au_développement #Ethiopie #self-help #pauvreté #Afrique #famine #sécheresse #monoculture #agriculture #seasonal_hunger #malnutrition #cash_crops #semences #femmes #genre #micro-crédit #Sodo_region #syndrome_de_la_dépendance #dépendance_de_l'aide_internationale #santé #self-aid #désertification #self-help_Sodo #coopérative #coopérative_agricole #éducation

  • Chronic #malnutrition stunts Asia’s rising-star economies - Nikkei Asian Review
    https://asia.nikkei.com/Spotlight/Asia-Insight/Chronic-malnutrition-stunts-Asia-s-rising-star-economies

    Nutrition surveys have shown that less than one-fifth of Filipino infants up to 11 months are stunted, but the rate jumps once they turn a year old. This suggests there is a chance for a dramatic turnaround, but only if the government intervenes early, Capanzana said.

    #Asie

  • In an orderly Ethiopian camp, South Sudanese refugees face malnutrition, trauma

    Out of a population of about 12 million, 1.9 million South Sudanese are currently displaced within the country and more than two million are living in camps like these in neighbouring countries.

    #Nguenyyiel, the newest and biggest camp in the Gambella region, is home to more than 75,000 South Sudanese refugees. It was opened in 2016 following flare-ups between opposing South Sudanese factions to accommodate a new influx of refugees to this sparsely populated, low-lying and remote corner in southwest Ethiopia. The region currently hosts more than 360,000 refugees from South Sudan.

    Unlike most refugee camps, Nguenyyiel at first appears calm, clean and orderly. Neat rows of tukuls, the cone-shaped mud huts with thatched roofs common to this region, give the appearance of a genuine local village.

    As we drive through the wide and tidy streets, I watch teenagers playing soccer, goats foraging for food, and youngsters dodging small dust whirls as they wander arm in arm among spotless latrines made of shiny corrugated metal.

    But behind this hygienic order is a tenuousness that continues to threaten those living here. Outside the camp, the crisis has destabilized the region, where clashes between different ethnic groups are common. Women, children and youth make up the majority of residents in the camp — 62 per cent are younger than 18 — because many men remain behind in South Sudan to guard homes and farmland. Several women and children who left the safety of Nguenyyiel to collect firewood in the nearby forests have been sexually assaulted and killed.

    https://www.thestar.com/news/world/2019/03/24/in-an-orderly-ethiopian-camp-south-sudanese-refugees-face-malnutrition-trau
    #camps #camps_de_réfugiés #réfugiés_sud-soudanais #Ethiopie #réfugiés #asile #migrations #malnutrition #alimentation #trauma #traumatisme #Soudan_du_Sud #IDPs #déplacés_internes #viol #meurtres #femmes

  • Sierra Leone : heurts mortels autour des plantations Socfin
    http://www.lequotidien.lu/a-la-une/sierra-leone-deux-morts-et-des-milliers-de-deplaces-autour-des-plantatio

    Deux morts, des villageois battus par les forces de l’ordre et des milliers d’autres fuyant leurs domiciles dans le chefferie de Sahn Malen, dans le sud-est de la #Sierra_Leone : ces événements d’une extrême gravité se sont déroulés le lundi 21 janvier dans les villages riverains d’une plantation de #palmiers_à_huile exploitée par SAC, une filiale de la multinationale luxembourgeoise Socfin dont les deux principaux actionnaires sont l’homme d’affaires belge Hubert #Fabri (50,2% du capital) et le groupe français Bolloré (38,7%), contrôlé par le milliardaire Vincent #Bolloré. Outre l’huile de palme, un marché en pleine expansion, Socfin est également spécialisée dans la culture de l’#hévéa dont est extrait le caoutchouc naturel.

    Selon une vingtaine d’organisations de la société civile, la répression à Sahn Malen est intervenue après le déclenchement d’une grève pour protester contre les mauvaises #conditions_de_travail et les faibles rémunérations des employés de SAC. Ce mouvement s’inscrit dans un conflit plus large sur l’occupation des terres, soit plus de 18 000 hectares, dont Maloa, une association de défense des riverains, juge qu’elles ont été accaparées par la multinationale. « Avant, nous avions de quoi cultiver et nous pouvions nourrir nos familles, ça allait plutôt bien. Maintenant, nos villages sont dans la #plantation, Socfin a pris nos terres, nous ne pouvons plus cultiver, nous n’avons plus de nourriture. Nous dépendons entièrement de Socfin pour le travail », témoignait en octobre dernier une représentante des riverains, invitée au Luxembourg par un collectif d’ONG (lire ci-dessous). L’élection du président Julius Maada Bio, en mars 2018, leur avait pourtant fait espérer une résolution du conflit foncier.

    #terres #alimentation #meurtres

  • #Yemen death toll ’six times higher’ than estimated
    https://www.telegraph.co.uk/news/2018/12/12/yemen-death-toll-six-times-higher-estimated

    The figure of 10,000 used by the United Nations is outdated and nowhere near the likely true fatality figure of 60,223, according to UK-based independent research group Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED).

    Calculating death tolls in Yemen, which is approaching its fourth year, is complicated by the lack of access.

    The figure offered by ACLED, which looked at open-source data and local news reports, does not include those thought to have died from #malnutrition. Save the Children charity says some 85,000 may have died from starvation since 2016.

    #famine

  • Hunger and survival in Venezuela

    The government continues to deny the existence of a humanitarian crisis, blaming power failures on Venezuela’s proximity to the sun and suggesting people buy gold nuggets and plant medicinal herbs in their gardens to ward off poverty and disease.

    Inflation continues its dizzying ascent. It has reached an eye-watering 800,000 percent and is on target, according to the International Monetary Fund, to surge to 10 million percent next year – driving severe hunger, shortages of basic goods, and accelerating the exodus from the country.

    At least 2.3 million people are estimated to have fled Venezuela since 2015. One in 12 Venezuelans is now thought to have left the country.

    As those abroad build new lives where shelves are laden with food and medicine, many of those IRIN encountered during two weeks of reporting across Venezuela – from the once-thriving fishing and sugar-producing areas of Cumana and Cariaco in the east to once-opulent and wealthy Maracaibo in the west – face a daily battle for survival.

    Residents tell of children starving to death, of forming human chains to block roads to hijack trucks just to get food. They tell of hiding provisions – toilet paper even – in cemeteries, and of concealing their supplies in buckets under layers of trash.​ They tell of being prisoners in their own homes, frightened to leave for fear of looters, who don’t come for their televisions and computers – no one wants those any more – but for basic foodstuffs and medicine.

    While some Venezuelans abroad paper social media with pictures of themselves posing jubilantly in front of powdered milk and shampoo, those who remain grind guava leaves with baking soda to make deodorant, and boil ash from the fire to make soap. It leaves people “itching all day long like gorillas,” says Leidis Vallenilla, explaining how the term violin has become a euphemism for body odour. “We have a whole orchestra here,” she laughs.

    There is pride here, too.

    “The inventive part of us has really been activated,” says Vallenilla.
    The road holds secrets

    Lined with lush foliage and mango trees, dotted with the occasional home, the road from Cumana to Carupano in Venezuela’s eastern state of Sucre winds gently, every now and then rising to give a glimpse of the sea.

    Pilongo – 23-year-old José Gregorio’s nickname, acquired from a cartoon he loved as a baby – leans into the windscreen and squints, staring closely into the verges. He’s looking for vehicles hiding in the bushes, where they wait to ambush cars.

    As the crisis has deepened, so has the threat. This road is a main artery to the east; seemingly bucolic, it is one of the most dangerous in the country.

    Hunger is behind most everything here.

    Hunger was behind the widespread protests that roiled the country in 2015 and precipitated the flight of millions of Venezuelans from the country.

    Then, shortages of essential foodstuffs – milk, butter, sugar, pasta, flour, oil, rice, beef, and chicken – were estimated at 80-90 percent.

    It has only gotten worse since.

    By 2018, according to a report produced by three Venezuelan universities, only one in 10 Venezuelans could afford enough daily food. Hunger has blanketed the country.

    Cumana was once the fourth largest tuna processing town in the world. Nearby, around Caraico and Carupano, was a major sugar-producing area. Not any more. Now, people are starving.

    Government food trucks travel the road carrying President Nicolás Maduro’s signature boxes of subsidised food.

    Named CLAP – after the Spanish acronym for Local Committees for Supply and Production – Maduro rolled them out in 2016 in order, he declared, to circumvent the “economic war” being waged on Venezuela by the United States and his opponents.

    These boxes, the government claims, will feed a family of four for one week. They are supposed to be delivered once a month to all those who have signed up for the “Carnet de la Patria” – a controversial ID card that grants holders access to subsidised food.

    However, according to those who get the CLAP boxes, the food arrives spoiled or past its sell-by date, is nowhere near enough to last even a week, and never comes more than, if you’re lucky, once every six weeks. Around Cumana, seven hours east of the capital Caracas, people say the boxes arrive once every three to four months.

    Pilongo, Vallenilla, and other locals say the trucks still barrel through here daily – in convoys of as many as 40 – laden with precious food and never stopping for angered, hungry people. They recall how people started coating the road with oil so the trucks would skid into a ditch and then everyone would swarm around and loot them.

    “A population which is not well fed become thieves and will steal any food no matter what.”

    When the truck drivers wised up and took a diversion, people got metal strips with sharp teeth and laid them across the other road. Tires would blow out and trucks would still be looted. When the National Guard came and confiscated the metal strips, the community protested that they belonged to them. After a fight, the mayor agreed and returned the strips.

    As hunger grew around the country so did the number of incidents like these, leading Maduro to issue an edict that armed National Guards must accompany the government food trucks. This has given greater license to the much-feared National Guard, who locals accuse of being behind the bodies they say have been turning up on nearby beaches.

    The threat hasn’t stopped people. They just choose different trucks.

    “Malnutrition is the mother of the whole problem,” says Pilingo’s former teacher, Fernando Battisti Garcia, 64, talking from his home in the town of Muelle de Cariaco. “A population which is not well fed become thieves and will steal any food no matter what.”

    People call it “the Maduro diet”.

    “As soon as people see a big truck coming with supplies,” explains Pilingo, “they go into the street – men, women, even children – and stop the truck and take the supplies.”

    It happened just a few days ago, he says, adding that the National Guard has begun searching people’s houses and if they find anything – food, toilet paper, supplies – they take you to jail.

    So people have started hiding the goods in tombs in cemeteries, or lowering them in buckets into water tanks.

    “Everyone is just so desperate,” Pilingo shrugs.

    With their erratic and infrequent delivery of meagre, often spoiled goods, CLAP boxes have done little to address hunger. What they have done, however, is line the pockets – and secure the loyalty – of military and government officials.

    The US treasury estimates as much as 70 percent of the CLAP programme is victim to corruption, while accusations of military and government officials siphoning off millions of dollars and creating a lucrative food trafficking business and thriving black market have led to sanctions and intensifying international scrutiny.

    The CLAP boxes have also succeeded in creating dependency. As inflation continues to spiral upwards and poverty escalates – jumping from 81.8 to 87 percent between 2016 and 2017 – more and more desperate people have become reliant on them to supplement their impoverished diets. In 2018, one in two Venezuelans say CLAP boxes are an “essential” part of their diet, while 83 percent of pro-Maduro voters say that CLAP is their main source of food.
    Malaria and death

    Vallenilla, 60, sits in a folding chair in her shop on the main road passing through Cerezal, a town of 1,000. Dozens of the colourful fabric dolls she makes and sells bob overhead hung from the ceiling, but she admits it has been a long time since she has had any customers.

    It has been a long time too since anyone around here has been able to get any medicine. And it has been even longer since people had enough food.

    “We have lost a lot of kids here to malaria and hepatitis,” says Vallenilla. “You can see people whose eyes and lips have turned orange. But worst of all is malnutrition. Malnourished children are dying here – yes, in my community they are starving to death.

    “The vice-president (Delcy Rodríguez) says there is enough food to feed three countries the size of Venezuela, but the truth is the malnourished kids, the elderly – that is what is real; that is what is the truth.”

    Vallenilla nods across the street where a rail-thin woman is sitting in her doorway. “That woman used to weigh 230 pounds,” she confides. She gestures down the street. “And a woman lost her three-year-old to malnutrition last week, a few streets down….”

    But those women won’t talk about it, says Vallenilla. No one here speaks out, she says. Everyone is scared; scared of losing their CLAP box; scared of the bodies turning up; scared of the repercussions of being identified through the Carnet de la Patria; scared of being reported to Maduro’s security forces; scared full stop.

    “The vice-president (Delcy Rodríguez) says there is enough food to feed three countries the size of Venezuela, but the truth is the malnourished kids, the elderly – that is what is real; that is what is the truth.”

    But Vallenilla isn’t scared. She is angry.

    “About two months ago, malaria was in fashion here – everyone here was trembling from fever,” she seethes, fury rising in her voice. “We had to block the road for two days. We made a trembling chain of people just to force the government to bring us treatment.”

    But even then, the government didn’t bring the full treatment. They brought only half a dose. Half treatments mean malaria will recur. Half treatments risk mosquitos building immunity. Half treatment is the best anyone can hope for these days across Venezuela. And, if they even get that, they can consider themselves lucky.

    “This is why people die,” Vallenilla bellows. “How can you play with people’s health like that? Kids’ health? It is inhuman!

    ‘‘The most sacred thing is your child. Having to put your child in the ground, having your child die? It is the worst thing. How must a mother feel?”

    Her brown eyes glare under the placid smiles of her handmade dolls overhead.

    “I cannot change my feelings – I will not change my feelings for a bone!’ she says. “No matter how many bones they throw to me, I will not be silenced!’

    Vallenilla’s thin neighbour across the street shrinks into the shadows at the sound of the raised voice.

    “This is like a curse, a spell cast on the population,” Vallenilla sighs.
    Electrocution and amputation

    On a sunny Saturday afternoon, there is not a soul to be seen in Cariaco, a town of supposedly 22,000 souls in the east of Venezuela. It is eerily empty. Shops are shuttered and there is no one visible behind the fences barricading the single-storey pastel houses topped with several rows of electrified wires.

    ‘‘You used to be able to walk anywhere, anytime,’’ Pilingo reminisces.

    No more. People are home. They all say they just don’t dare leave their homes for fear they will get broken into when they go out. Vallenilla says she even slaughtered her 17 ducks as she knew they would be taken otherwise.

    The night before, someone had broken into a local house just to steal some clothes.

    “Hunger is taking over in most towns,” Garcia, the former teacher, observes. ‘‘If people have the possibility of one or two meals in a day, they consider it like providence.”

    “People go too long without food,” Leidis concurs. “You can’t blame them looting and hijacking.”

    The consequences are showing up in unexpected ways.

    Music blares from speakers mounted on a flatbed truck as it drives slowly through the small village of Pantonó, leading a young crowd surrounding a wooden coffin hoisted high by the cluster of men carrying it.

    This is the funeral of a 13-year-old boy, a member of the local baseball team who was electrocuted when he tried to go through an electrified fence in the rain – it is thought, to find food.

    There were virtually no cases of electrocution before the crisis, says Dr. Dora Colomenares, a surgeon at University Hospital in Maracaibo. Now it is a common occurrence as people breach electric fences hunting for food, medicine, and electricity sources to wire off to their homes.

    An unprecedented number of children are also arriving at hospital with broken bones. Doctors told IRIN many injuries were hungry children left alone by parents to go out searching day in and day out for food and medicine, even children who had fallen out of fruit trees they had scaled ever higher searching for something to eat.

    This desperation is also reflected in the thriving business of herb selling, as people across the country turn to traditional remedies in the absence of standard medicine.

    Louisa Lopez, 54, the lone vendor in her row, is packing up the medicinal herbs and leaves she sells. Slits of light coming through the corrugated roof dapple the darkness, bouncing off empty stalls in nearby Cariaco market hall.

    Lopez didn’t have this business before the crisis, but when medicine became scarce she anticipated that people would turn to traditional and homemade remedies. After doing her research on the internet, she set up a stall.

    Her instinct has proven spot on. “Business,” she smiles, “is booming.”

    But so is death.

    Needless, pointless, avoidable. Deaths that would have been unimaginable even five years ago.

    One man in Cumana is eager to talk but fearful of losing his job and CLAP box for speaking out. He asks that his real name not be used and steps inside his pastel-coloured home, where a framed photo of a middle-aged man is sat shrine-like under a vase of lilies atop a decorative lace tablecloth on a round table.

    This, he explains, was his uncle “Alberto M” – a chef. He had died two weeks earlier of hypertension and diabetes, a failure of herbal medicine. The man picks up the photo and studies it in silence. His uncle’s warm smile and kind eyes beam back, blissfully unaware of the fate that would needlessly, avoidably befall him.

    “There is a death daily around here,” says the man, placing the photo back on the table before reeling off a list of recent deaths in the neighbourhood: children from malnutrition; a mother and her unborn baby – more failures of herbal medicine – dead from a urine infection; a brother-in-law, shot, his family charges, by the police and whose body washed up on a nearby shore.

    “But,” he says after a long pause, “we don’t even have coffins. The morgue is stacked high with dead bodies as people can’t find coffins.”

    He explains how people have taken to bringing the body home and praying it doesn’t explode – as happened the week before just down the street – before they find a way to bury it.
    Depression and anger

    This endless struggle just to survive exacts a huge emotional toll.

    “You see people who walk around feeling betrayed, with low spirits, sad – many who don’t want to live, because of the issue of food,” says Garcia, shaking this head, his eyes sad.

    “The biggest psychiatric problem in the world is in Venezuela,” says Colomenares, the surgeon in Maracaibo. “Why? Because there are many depressed people, people who have lost hope. Melancholy and all these things mix with the problems the people are already going through, and they don’t know how to cope with it.”

    Yet, as more and more people are driven to the brink, psychiatric wards are closing. The number of people attended to in public psychiatric facilities has dropped from 23,000 to 3,500 and those that are still working have neither food nor medicines, according to a report published by the Cuatro Por Venezuela Foundation in September.

    Suicide has surged throughout the country.

    Official statistics are hard to come by, but a psychiatric nurse at a large eastern hospital whispers in confidence, scared of losing his job for speaking out, that in his ward alone there were 10 suicides between January and July this year. By comparison, in 2017, there were only three or four. Before then, there were virtually none, he says.

    Venezuelan children’s rights group CECODAP released a study that reported an 18 percent rise from 2017 in adolescents committing suicide in 2018, while Bloomberg found there were 131 suicides in Caracas alone in June and July, a large increase on the normal monthly rate.

    Anger is growing at the seeming indifference of Maduro and his government – a government that refuses to acknowledge the scale of death and sickness of its own citizens.

    "How can you not curse the government straight out? This damn government! This damn government!”

    "I insist here there is no humanitarian crisis; there is a war on the country,” Diosdado Cabello, president of the National Constituent Assembly, said last month, before claiming: “Those who speak of humanitarian crisis are the ones who have created war against our country.”

    Over a lunch of thin soup at his mission in the west of Venezuela, Friar Nelson Sandoval describes the scene in the summer when his whole village was overcome by malaria and there was no medicine. “It was like an apocalyptic film where people were so desperate; they were literally in the street having convulsions.”

    He pounds his fist on the table. “How can you not curse the government straight out? How terrible it is when the electricity is out; when you’re hungry and yet food gets spoiled; when you’re tired as you couldn’t sleep as it was too hot? How do you give Mass? How can you not curse the government straight out? This damn government! This damn government!”

    Emails to the government media department and the Minister of Information for comment on the widespread hunger, the hijacking of food trucks, and the lack of medicines were unanswered at time of publication.

    https://www.irinnews.org/special-report/2018/11/21/hunger-and-survival-venezuela
    #survie #crise #Venezuela #faim #alimentation #malnutrition

  • SOFI 2018 - The State of Food Security and Nutrition in the World
    http://www.fao.org/state-of-food-security-nutrition/en
    /fileadmin/templates/SOFI/2018/src/images/share-flood.jpg

    For the third year in a row, there has been a rise in world hunger. The absolute number of undernourished people, i.e. those facing chronic food deprivation, has increased to nearly 821 million in 2017, from around 804 million in 2016. These are levels from almost a decade ago.

    #alimentation #faim #malnutrition #sous-alimentation

  • France/Monde | Attention, le scorbut est de retour
    https://www.ledauphine.com/france-monde/2018/08/20/attention-le-scorbut-est-de-retour

    Des cas comme celui-ci montrent que consommer suffisamment de vitamines n’est pas la même chose que de simplement manger suffisamment. En fait, beaucoup de patients atteints de scorbut suivis par le docteur Churchill sont en surpoids ou même obèses. La #malnutrition est un apport alimentaire anormal, qui correspond aux carences, aux excès ou aux déséquilibres dans l’apport énergétique ou nutritionnel d’une personne.

    #it_has_begun #pauvreté

  • 400 000 enfants, en état de malnutrition aigüe sévère
    Collecte de fonds organisée par KONBINI pour Action Contre la Faim : URGENCE KASAÏ
    https://www.gofundme.com/urgence-kasai

    Plus d’un tiers de la population du #Kasai, soit près de 1,7 million de personnes est aujourd’hui en situation de grave #insécurité_alimentaire et 750 000 enfants souffrent de #malnutrition aiguë. Dans les centres ACF, nous avons rencontré des enfants de 3 ans qui ne pèsent pas plus de 6 kilos. Des enfants décharnés, incapables de bouger, que la mort approche. Une infirmière nous a raconté en avoir déjà perdu 8.

    Au total, 400 000 enfants, en état de malnutrition aigüe sévère, vont mourir de #faim si rien n’est fait.

    #RDC #conflit

  • Comment nourrir 10 milliards de bouches | Alternatives Economiques
    https://www.alternatives-economiques.fr/nourrir-10-milliards-de-bouches/00083687

    Hors situations de crise humanitaire, la #malnutrition est pour l’essentiel un problème de #pauvreté au Sud et elle se concentre en milieu rural. Les trois quarts de ceux qui souffrent de la #faim appartiennent à des familles paysannes dont la production est à la fois très faible et très peu rémunérée, car concurrencée par des agriculteurs « modernes », incomparablement plus productifs. La lutte contre la faim nécessite ainsi de rendre le travail agricole plus attractif, dans un contexte où le développement des activités dans les services et l’industrie n’est pas suffisant pour absorber une main-d’oeuvre rurale sous-employée.[...]

    Au final, le potentiel d’accroissement de la production mondiale est réel, mais limité. Il est surtout incompatible avec une généralisation à l’ensemble de la planète du modèle alimentaire occidental, où un adulte consomme près de 80 kilos de viande par an : les surfaces que mobilise l’alimentation animale et les émissions de gaz à effet de serre associées à cet #élevage ne sont pas soutenables. Un système #agroalimentaire durable passe par une modération de la part de la #viande dans les assiettes, ce qui est aussi un enjeu de #santé publique, dans un monde qui pourrait compter bientôt autant d’obèses que de sous-alimentés.

    #démographie (l’éducation des filles, la formation des femmes font partie de la solution) #alimentation #agrochimie

  • Rapport mondial sur les crises alimentaires 2018 - World | ReliefWeb
    https://reliefweb.int/report/world/rapport-mondial-sur-les-crises-alimentaires-2018

    Environ 124 millions de personnes vivant dans 51 pays sont en situation d’#insécurité_alimentaire de Crise ou pire (Phase 3 ou pire de l’IPC ou du CH ou équivalent) et requièrent une action humanitaire urgente afin de sauver des vies, protéger les moyens d’existence et réduire les déficits de consommation alimentaire et la #malnutrition aiguë.

    #conflit #sécheresse #climat #famine

  • Les documents ci-dessous permettent d’illustrer la mise en perspective des questions de la #sous-alimentation et de la #malnutrition à l’échelle mondiale. La première #cartographie insiste en particulier sur la multiplicité des facteurs qui peuvent aggraver la situation de sous-alimentation

    http://www.cartolycee.net/spip.php?article111


    #ressources_pédagogiques