• [Tribune] « Costard en Kevlar » : « Splann ! » dénonce les #menaces à peine déguisées de #marine_le_pen à l’adresse de « #mediapart »
    ▻https://splann.org/tribune-marine-le-pen-mediapart-kevlar

    Comme quarante sociétés de journalistes de médias aux sensibilités variées, « Splann ! » apporte son plein soutien à la #rédaction de son partenaire «  »Mediapart » à la suite des déclarations de Marine Le Pen. Réagissant aux révélations sur les écrits antisémites de #Jordan_Bardella, la candidate d’extrême droite à l’élection présidentielle a suggéré aux journalistes du média d’investigation d’enfiler un gilet pare-balles. L’article [Tribune] « Costard en Kevlar » : « Splann ! » dénonce les menaces à peine déguisées de Marine Le Pen à l’adresse de « Mediapart » est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #La_vie_de_« Splann !_ » #intimidation #journalisme #liberté_de_la_presse #société_de_journalistes

  • « Costard en Kevlar » : « Splann ! » dénonce les #menaces à peine déguisées de #marine_le_pen à l’adresse de « #mediapart »
    ▻https://splann.org/costard-en-kevlar-splann-denonce-les-menaces-a-peine-deguisees-de-marine-le-

    Comme quarante sociétés de journalistes de médias aux sensibilités variées, Splann ! apporte son plein soutien à la #rédaction de son partenaire Mediapart à la suite des déclarations de Marine Le Pen. Réagissant aux révélations sur les écrits antisémites de #Jordan_Bardella, la candidate d’extrême droite à l’élection présidentielle a suggéré aux journalistes du média […] L’article « Costard en Kevlar » : « Splann ! » dénonce les menaces à peine déguisées de Marine Le Pen à l’adresse de « Mediapart » est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

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  • #Maria_Chindamo: otto indagati a dieci anni dalla scomparsa
    ▻https://www.youtube.com/watch?v=P3LFzUQcHbM

    A dieci anni dalla sparizione di Maria Chindamo, l’inchiesta si allarga coinvolgendo alcuni parenti dell’ex marito. La sua storia è considerata un caso di «lupara rosa»

    A dieci anni dalla sparizione di Maria Chindamo, l’inchiesta sull’imprenditrice agricola calabrese si allarga coinvolgendo alcuni parenti dell’ex marito. Otto persone sono indagate nell’ambito dei nuovi accertamenti sul delitto della donna, scomparsa la mattina del 6 maggio 2016 davanti al cancello della sua azienda di Limbadi, nel Vibonese. La procuratrice della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Annamaria Frustaci, ha inviato un’informazione di garanzia a Giovanni Capone, Vincenzo e Francesco Arceri, Tommaso e Antonino Biondo, Sasho Emilov Dimitrov, Davide Errigo e Laurenthiu Georghe Nicolae, ai quali vengono contestate, a vario titolo, ipotesi di concorso in omicidio, distruzione di cadavere e associazione mafiosa.

    La storia di Maria è avvolta dal mistero dal giorno della scomparsa: nessun colpevole, nessun corpo. L’associazione “Penelope” ha definito quello di Maria Chindamo come un ennesimo caso di “lupara rosa”, circa 60mila vittime, 10mila solo in Calabria dal 1974 ad oggi.
    Una donna libera in un territorio difficile

    Maria Chindamo aveva 44 anni quando sparì. Era cresciuta a Laureana di Borrello, in una famiglia di insegnanti, si era laureata, abilitata come commercialista, aveva aperto uno studio e insieme al marito un’azienda agricola. «Era una donna libera ­– racconta il fratello Vincenzo, che lavialibera ha incontrato nel maggio 2026 –. Sin da giovane ha deciso di scegliere la sua strada in libertà, cosa studiare, quando, di chi innamorarsi e fino a quando».

    Quando il matrimonio entra in crisi e Maria decide di separarsi, intorno a lei si mette in moto qualcosa di pesante. Il suocero, Vincenzo Punturiero, fa pressione sul figlio perché non accetti la separazione. Il marito sprofonda nella depressione, tenta il suicidio una prima volta ma ci riesce l’8 maggio 2015. Da allora, la famiglia Punturiero attribuisce a Maria la colpa di quella morte. Lei lascia casa e studio e torna a Laureana con i tre figli, reinventandosi imprenditrice agricola in piena autonomia. Ma le pressioni non si fermano: il suocero ostacola la conduzione dell’azienda, i familiari del marito si presentano sui suoi terreni, i mezzi agricoli in comune diventano un campo di battaglia quotidiana.

    La mattina del 6 maggio 2016 Maria esce di casa alle 7, ha un appuntamento con due collaboratori all’azienda di Limbadi. Arriva davanti al cancello, ma i suoi operai non ci sono ancora. Ci sono altre persone. Appena scesa dall’auto, viene aggredita. Uno degli operai, arrivato poco dopo, trova l’auto ancora in moto, macchiata di sangue, con ciocche di capelli sulla carrozzeria e su un muretto. Di Maria non c’è più traccia. «Non pensavo potesse succedere qualcosa di così tanto grave» continua Vincenzo. Il fascicolo passa dalla procura di Vibo alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
    La svolta del 2023 e il processo in corso

    Sette anni dopo la scomparsa, nel settembre 2023, arriva il primo arresto: Salvatore Ascone, proprietario dei terreni confinanti con quelli di Maria. Secondo la ricostruzione della Dda di Catanzaro, guidata all’epoca da Nicola Gratteri, Maria sarebbe stata uccisa su mandato del suocero, per vendicare il suicidio del figlio e punirla per aver iniziato una nuova relazione. La ’ndrangheta locale avrebbe approfittato della circostanza per impossessarsi dei suoi terreni, sui quali aveva messo gli occhi da tempo ricevendo sempre un rifiuto. Ascone avrebbe manomesso l’impianto di videosorveglianza che avrebbe potuto riprendere l’aggressione e, secondo le rivelazioni di alcuni pentiti, avrebbe distrutto il corpo dandolo in pasto ai maiali e triturandolo con un trattore. Il processo davanti alla Corte d’assise di Catanzaro è cominciato il 14 marzo 2024 ed è ancora in corso. Ascone è accusato di concorso in omicidio e occultamento di cadavere. Ma è l’unico imputato.

    «Queste ipotesi sono un pezzetto della verità – dice Vincenzo Chindamo –. Sono sicuro che altre persone possano aver collaborato come mandanti e come esecutori». Le nuove indagini potrebbero finalmente completare il quadro, restituendo verità alla terribile storia di Maria.

    ►https://lavialibera.it/it-schede-2816-maria_chindamo_otto_indagati_a_dieci_anni_dalla_scomparsa

    #vittima_innocente #vittima_innocente_della_mafia #Calabre #homicide #ndrangheta #justice #procès #lupara_rosa #lupara_bianca #Laureana_di_Borrello #Punturiero #Salvatore_Ascone #Vincenzo_Punturiero

  • COPERTINA – La #pittura di Arcangelo, uno dei grandi maestri del contemporaneo
    ▻https://informareonline.com/copertina-la-pittura-di-arcangelo-uno-dei-grandi-maestri-del-contem

    C’ è un filo rosso – non soltanto cromatico – che attraversa una ricerca lunga decenni: è quello della memoria, della stratificazione emotiva e di un tempo che non si esaurisce mai davvero, ma piuttosto si trasforma continuamente. Ed è proprio quel filo che tiene insieme il lavoro del celebre #artista campano #Arcangelo_Esposito, nella […] L’articolo COPERTINA – La pittura di Arcangelo, uno dei grandi maestri del contemporaneo proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Approfondimenti #Cultura #EVIDENZA #Magazine_Settembre_2026 #Maria_Savarese

  • Tant qu’il y aura du thym et des olives
    ▻https://www.visionscarto.net/du-thym-et-des-olives

    Au tournant des années 2010, #Marion Lecoquierre était en Israël-Palestine sur son terrain de thèse, pays qu’elle a sillonné du nord au sud. Pour garder la mémoire de ses observations, de ses regards de géographe, elle avait ouvert un blog au titre évocateur – Tant qu’il y aura du thym et des olives – pour y publier de courtes chroniques, attentives et sensibles, saisies au fil des jours. Elles racontent la vie ordinaire en Palestine, rendue éprouvante par le harcèlement permanent et la (…) Marion

  • Hébron, la colonisation décomplexée
    ▻https://www.visionscarto.net/hebron-colonisation-decomplexee

    TANT QU’IL Y AURA DU THYM ET DES OLIVES - RETOUR À LA TABLE DES MATIÈRES À Hébron, pendant la semaine de Pesach, une ville fragmentée, quadrillée et vidée d’une partie de ses habitants se transforme en immense kermesse politico-religieuse. Entre stands de barbe à papa, drapeaux, chants, militaires et slogans appelant à conquérir davantage de terres, la colonisation s’affiche sans détour. Au milieu de cette foule, une question demeure : où sont les Palestinien·nes ? par #Marion (…) Marion

  • À Sheikh Jarrah, « Le colon a toujours raison »
    ▻https://www.visionscarto.net/sheikh-jarrah-le-colon-a-raison

    TANT QU’IL Y AURA DU THYM ET DES OLIVES - RETOUR À LA TABLE DES MATIÈRES À Sheikh Jarrah, les maisons ont des jardins, des souvenirs, des citronniers — mais aucune garantie pour les habitant·es d’y rester. Depuis des décennies, des familles palestiniennes se battent devant les tribunaux pour conserver leur maison et leur terre. Face à elles, des organisations de colons tentent avec brutalité de se les approprier. Entre expulsions, procédures judiciaires et colonisation, le droit (…) #Marion

  • #Riturnella

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=NPx0ISGhxyQ

    Riturnella è un canto popolare d’origine calabrese. In esso si chiede a una rondinella, grande viaggiatrice, di attendere il tempo di dire delle parole d’amore da portare all’amata lontana.

    **

    «Tu rìnnina chi vai
    Tu rìnnina chi vai
    Lu maru maru
    Oi riturnella
    Tu rìnnina chi vai lu maru maru

    Ferma quannu ti dicu
    Ferma quannu ti dicu
    Dui paroli
    Oi riturnella
    Ferma quannu ti dicu dui paroli

    Corri a jettari lu
    Corri a jettari lu
    Suspiru a mari
    Oi riturnella
    Corri a jettari lu suspiru a mari

    Pe’ vìdiri se mi rišpunna
    Pe’ vìdiri se mi rišpunna
    Lu mio beni
    Oi riturnella
    Pe’ vìdiri se mi rišpunna lu mio beni

    Non mi rišpunna, ah no
    Non mi rišpunna, ah no
    È troppu luntanu,
    Oi riturnella
    Non mi rišpunna, annò, è troppu luntanu

    È sutt’ a na frišcura
    È sutt’a na frišcura
    Chi sta durmennu
    Oi riturnella
    È sutt’a na frišcura chi sta durmennu

    Poi si rivigghja cu
    Poi si rivigghja cu
    lu chjantu all’occhi
    Oi riturnella
    Poi si rivigghja cu lu chjantu all’occhi

    Si stuja l’occhi e li
    Si stuja l’occhi e li
    Passa lu chjantu
    Oi riturnella
    Si stuja l’occhi e li passa lu chjantu

    Piglia lu muccaturu
    Piglia lu muccaturu
    Lu vaju a llavu
    Oi riturnella
    Piglia lu muccaturu, lu vaju a llavu

    Poi ti lu špannu a nu
    Poi ti lu špannu a nu
    Peru de rosa
    Oi riturnella
    Poi ti lu špannu a nu peru de rosa

    Poi ti lu mannu a Na
    Poi ti lu mannu a Na
    puli a stirare
    Oi riturnella
    Poi ti lu mannu a Napuli a stirare

    Poi ti lu cogliu a la
    Poi ti lu cogliu a la
    Napulitana
    Oi riturnella
    Poi ti lu cogliu a la napulitana

    Poi ti lu mannu cu
    Poi ti lu mannu cu
    Ventu a purtari
    Oi riturnella
    Poi ti lu mannu cu ventu a purtari

    Ventu và portacellu
    Ventu và portacellu
    A lu mio beni
    Oi riturnella
    Ventu và portacellu a lu mio beni

    Mera pe’ nun ti cara
    Mera pe’ nun ti cara
    Pe’ supra mari
    Oi riturnella
    Mera che nun ti cara pe’ supra mari

    Ca perda li sigilli
    Ca perda li sigilli
    De chistu cori
    Oi riturnella
    Ca perda li sigilli de chistu cori»

    ▻https://it.wikipedia.org/wiki/Riturnella

    –—

    Maria Marone a aussi fait une version de #Aremu_Rindineddha :
    ►https://www.youtube.com/watch?v=52OAugAwmEw


    voir : ►https://seenthis.net/messages/1025490

    #chanson #chant #musique_populaire #Calabre #Italie #hirondelle #Neapolis_Ensamble #Maria_Marone

    • Alla riscoperta della canzone cirotana ‘Riturnella’

      Brano riscoperto dal professor Antonello Ricci grazie alla memoria di #Manciulina_Pirito, anziana donna di #Cirò

      In questa ennesima ‘documentazione’ sul dialetto cirotano vorrei parlare di una canzone dal testo altamente poetico e che sembra avere origini cirotane, o che, perlomeno, è stato riscoperto a Cirò e per merito di un ricercatore ‘ipsicroneo’ (così ci prendo sia la Marina, sia Cirò Superiore). ‘Riturnella’ è più nota di quanto si possa pensare, anche grazie alle risorse offerte da internet, dove si possono reperire le interpretazioni di vari artisti, oltre a traduzioni in inglese, francese, spagnolo, greco. Direi quindi che si tratta di un testo molto amato. Spero che possa esserlo anche presso i cirotani. La versione che propongo è ripresa da internet e le note che vi ho apposto, essendo dirette non solo a lettori cirotani – dal momento che sono apparse anche su un blog ‘nazionale’ – in qualche caso potranno sembrare superflue al parlante ‘ipsicroneo’. Riprendo il tema di ‘Riturnella’, poiché è un componimento, musicale e poetico, che prediligo e che mi ‘prende’ sempre. In fondo, afferrare il fruitore è una delle caratteristiche e funzioni salienti della lirica, associata o meno che sia alla musica o al canto. Ripropongo queste riflessioni anche confortato dal giudizio positivo che esse hanno ricevuto da parte del professor Antonello Ricci. Il mio approccio alla cultura è, fondamentalmente, autodidattico e improntato ad un ‘interessato diletto’; in pratica mi confronto coi testi e le materie che arbitrariamente scelgo: ovviamente la mancanza di un confronto comporta dei rischi, per quanto innocui. Da qui deriva la soddisfazione per le parole di apprezzamento da parte dello specialista prof. Ricci, al quale va il mio ringraziamento. ’Riturnella’ è un canto popolare calabrese, molto meno noto di ‘Calabrisella mia’, riscoperto negli anni ’70 (del ’900) dall’etnomusicologo cirotano Antonello Ricci, del quale, pur nella mia poca conoscenza della materia musicale, segnalo ‘La capra che suona’ (E. Salvatorelli Editore, collana ‘squiLibri’, Roma 2004), libro scritto a quattro mani con Roberta Tucci, in cui ‘fotografa’ la musica popolare calabrese, anche – ma non solo – attraverso un ricco apparato iconografico al quale l’uso della fotografia in bianco e nero conferisce una ulteriore patina di aderenza alla realtà ritratta. Successivamente questo ‘canto popolare’ è stato reso relativamente famoso da Eugenio Bennato, con l’album ‘Musicanova’ (1978). Credo di poter dire che ‘Riturnella’ sia un canto di estrazione popolare, ma non ‘popolaresco’ come ‘Calabrisella mia’, considerando tra l’altro che ‘Riturnella’ è stato riscoperto dal Ricci grazie alla memoria di una anziana donna di Cirò, Manciulina Pirito, che ne ricordava le parole, mentre ‘Calabrisella mia’, ad esempio, io la conoscevo perché alle elementari me la fecero imparare a memoria. E fecero bene, tra l’altro, benché la versione ‘scolastica’ non brilli certo per il suo valore musicale che, specie in certe versioni più spiccatamente commerciali e folkloristiche, nel senso negativo del termine, riesce persino imbarazzante. Discorso diverso merita invece la ‘Calabrisella’ delle origini, questa sì ‘popolare’, nel senso nobile che vorrei allegare a tale termine, e che, come indicatomi dal professor Ricci, si può rintracciare nel brano, presente nel cd allegato a ‘La capra che suona’, recante il titolo ‘A Rosabella’, un canto tipico della provincia di Cosenza.

      Si tratta, nella versione registrata a Torano Castello nel 1984, di un breve componimento narrativo che il fine orecchio dello studioso ha fatto risalire alle origini della molto più nota e diffusa ‘Calabrisella’, con la quale, a ben vedere, ha poco da spartire, quanto a valore storico e demologico. I due brani, ‘A Rosabella’, e ‘Riturnella’ sono presenti nel cd della rivista ‘World Music’, per la serie Tribù Italiche, dedicato alla Calabria (2004), con la splendida esecuzione, per quanto riguarda Riturnella, del trio ‘Xicrò’, composto dallo stesso Ricci, Alessandro Cercato e Arnaldo Vacca… e pensare che solo grazie all’acquisto quasi fortunoso di quella rivista ho avuto modo di conoscere questa splendida poesia! Nel riproporre queste note, che vogliono significare soprattutto il mio amore per questo brano e per le mie origini, ho tenuto conto dei suggerimenti che il professor Antonello Ricci mi ha cortesemente offerto in uno scambio di mail. Ovviamente lo ringrazio tanto per i complimenti nei miei confronti, quanto per le osservazioni che ha mosso e che evidenzierò nel resto dello scritto. Lo stesso docente, del resto, premettendo che sulla traduzione da me proposta ‘è sempre difficile trovare una chiave interpretativa per tradurre un testo che di fatto è poetico’ afferma giustamente che ‘le traduzioni sono sempre frutto di interpretazioni e quindi non univoche o filologicamente più o meno esatte.’ E aggiunge che ‘…oggi il testo di Riturnella è stato sottoposto a talmente tante variazioni lessicali, e dialettali, che non è possibile ricostruirlo se non ricorrendo alla versione originaria cantata da Manciulina Pirito a Cirò. Ma anche quella era la sua versione, magari altre persone l’avrebbero cantata con altre leggere differenze.’ A questo aggiungerei che un atteggiamento diffuso, vuoi per gioco, scherno o parodia, vuoi per errata o incompleta conoscenza delle parole, è proprio quello di ‘contribuire’ alla corruzione dei testi originali. Nella mia traduzione, la parola ‘rìnnina’ è resa con ‘rondine’ e la parola ‘riturnella’ con ‘rondinella’. Antonello Ricci mi fa notare che in fondo non c’è bisogno di tradurre ‘riturnella’ con ‘rondinella’, dal momento che ‘in realtà è intraducibile essendo un cosiddetto inserto non sense’. La tesi è inappuntabile, ma conservo la traduzione con rondine e rondinella, in quanto mi sembrano ‘orecchiabili’ o ‘cantabili’ anche in italiano, a differenza di rìnnina. Tra l’altro la parola rondinella è ormai entrata anche nel dialetto cirotano. In realtà, la parola ‘riturnella’, a differenza di quanto attestato in giro da vari traduttori di questo testo, non è termine calabrese per indicare la rondinella… ma, a mio modesto avviso, indica una tecnica di canto, per cui non dovrebbe leggersi, ‘a (articolo determinativo) riturnella’ come ‘la rondinella’, ma ‘a (preposizione) ritornelli’, ‘alla maniera dei ritornelli’, cioè come un canto fatto di ritornelli… Se di cirotano si tratta, poi, in questa parlata esistono solo ‘rìnnina’, ‘rinninèdda’, ‘rinninùnu’, con quest’ultima parola ad indicare il rondone e non il maschio della rondine.

      **

      Questo il testo originale. Alla fine trovate il video del brano

      Tu rìnnina chi vai (Tu rondine che vai)[1] (A)
      Tu rìnnina chi vai (Tu rondine che vai) (A)
      Lu maru maru (Per mari e mari)[2] (B)
      Oi riturnella (O rondinella)[3] (C)
      Tu rìnnina chi vai lu maru maru (Tu rondine che vai per mari e mari (D)

      Ferma quannu ti dicu (Ferma quanto[4] ti dico)
      Ferma quannu ti dicu (Ferma quanto ti dico)
      Dui paroli (Due parole)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Ferma quannu ti dicu dui paroli (Ferma quanto ti dico due parole)

      [1] - Il testo consta di 16 cinquine che rispettano il seguente schema: un verso ripetuto (A+A), esteso al terzo (B), l’invocazione nel quarto (C), con la ripresa e il completamento nel quinto verso (D), che è composto da A+B; il verso che ho segnalato con la lettera ‘D’ rima con le due ‘B’ precedenti, e si potrebbe anche leggere, di conseguenza, uno schema AABCB (AABCA/B, dove A/B è un verso unico).

      [2] - Il raddoppiamento lessicale è di uso comune e naturalissimo nei dialetti calabresi, sia nella formazione di superlativi di aggettivi, come in italiano, ma anche, diversamente da questo, nella formazione di complementi di moto per luogo, del tipo ‘u maru mar’, lungo il mare, ‘a riva riva’, lungo la riva, ‘a rasa rasa’, ‘camminare seguendo una linea radente i muri delle case, con circospezione, ‘a ruva ruva’, per le strade del rione… Il professor Ricci ritiene si debba tradurre semplicemente ‘per mare’. Ciò è esatto, ma il mio ‘per mari e mari’ è dovuto oltre che alla distanza abissale dei due innamorati, anche ad una sorta di peso, di misura, che impostami dal mio modo di intendere il verso.

      [3] - Nel testo in calabrese appare solo l’interiezione ‘Oi’: ritengo che ‘Oi’ si disponga a diverse interpretazioni, relativamente alla diversa intonazione delle richieste rivolte alla rondine; questo ho creduto di fare traducendo talvolta con ‘O’, talaltra con ‘Ohi’, e ancora con ‘Oh’, a segnalare passaggi più o meno dolenti. Ricci osserva che ‘’Oi è una interiezione che spesso ha senso soltanto ritmico e non emotivo’’.

      [4] - La lezione ‘quannu’ non mi trova d’accordo, nel senso che ritengo ‘quantu’ molto più coerente col testo e con la parlata calabrese: quel ‘quantu’ significa ‘giusto il tempo di’, ‘solo il tempo che mi serve per…’ e collima secondo me perfettamente con il tono invocativo del testo. Ad un ascolto successivo del brano si sente in effetti la pronuncia ‘quantu’, in luogo del ‘quann’ del testo oggetto di questa traduzione.

      Corri a jettari lu (Corri a gettare il)
      Corri a jettari lu (Corri a gettare il)
      Suspiru a mari (Sospiro a mare)
      Oi riturnella (Ohi rondinella)
      Corri a jettari lu suspiru a mari (Corri a gettare il sospiro a mare)[5]

      Pe’ vìdiri se mi rišpunna (E guarda[6] se mi risponde)
      Pe’ vìdiri se mi rišpunna (E guarda se mi risponde)
      Lu mio beni (Il bene mio)[7]
      Oi riturnella (O rondinella)
      Pe’ vìdiri se mi rišpunna lu mio beni (E guarda[8] se mi risponde il bene mio)

      Non mi rišpunna annò, (Non mi risponde, no)[9]
      Non mi rišpunna, annò (Non mi risponde, no)
      È troppu luntanu, (E’ troppo lontano)
      Oi riturnella (Ohi rondinella)
      Non mi rišpunna, annò, è troppu luntanu (Non mi risponde, no, è troppo lontano)

      È sutt’ a na frišcura (E’ sotto una frescura)[10]
      È sutt’a na frišcura (E’ sotto una frescura)
      Chi sta durmennu, (Che sta dormendo)
      Oi riturnella (O rondinella)
      È sutt’a na frišcura chi sta durmennu (E’ sotto una frescura che sta dormendo)[11]

      Poi si rivigghja cu (Poi si risveglia con)
      Poi si rivigghja cu (Poi si risveglia con)
      lu chjantu all’occhi (Il pianto agli occhi)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Poi si rivigghja cu lu chjantu all’occhi (Poi si risveglia con il pianto agli occhi)[12]

      [5] - Nel ‘gettare il sospiro a mare’ trovo non del tutto peregrino un richiamo alla disperazione; del resto la rondine non ha bisogno del mare per farsi portatrice del sospiro della voce della amante che parla, ma è il mare nella sua immensità anche paurosa e distanziatrice che deve farsi ‘mezzo’ di quel sospiro. Annoto che mi sarei aspettato, in luogo di ‘lu suspiru’, (‘il sospiro’), un ‘su suspiru’, (‘questo sospiro’); tra l’altro l’uso di ‘su’, dimostrativo, è talmente diffuso che si preferisce e sovrappone all’articolo determinativo ‘il’, ‘lo’.

      [6] - ‘Pè vìdiri’, in realtà il raddoppiamento fonosintattico è inevitabile, raddoppiandosi la ‘p’ iniziale, e trasformandosi la ‘v’ in una ‘b’ (ppè bìdir), altrimenti l’accento si sposta sulla seconda ‘i’ con raddoppiamento della ‘v’: pè vvidìr, fenomeno che posso attestare senza ombra di dubbio nel dialetto di Cirò/Cirò Marina. Il significato di ‘vidir ca’ è ‘vedi che’, ‘stai attento, bada, guarda, controlla che…’

      [7] - ‘Lu mio beni’ è forma ‘culturale’, dal momento che la dizione comune è ‘u benu meju’, ‘u benu mè’. Come dire: un ‘mio’ così formulato, in calabrese, non credo esista.

      [8] - Ritorno un attimo sul dialetto in uso nel testo: date per scontate contaminazioni tra varie parlate di Calabria, quel verbo all’infinito retto da un ‘ppè’ restringe alquanto l’areale dialettale, escludendo tutta la Calabria a sud di Crotone, dove, come già attestato nella grammatica di D’Ovidio e Meyer-Lubke, inizi ’900, si dovrebbe leggere un ‘ppè mu’ oppure ‘ppè ma’, quindi ‘ppè mu/ma vidi’, ‘ppè nu mu vidi’.

      [9] - ’Annò’ non mi trova assolutamente d’accordo, è solo il legamento, la continuità fonica, tra ‘rišpunna’ e ‘no’, che essendo raddoppiato inizialmente suona come un annò: ‘non mi rišpunna, nnò’ (oppure: ‘umm’ arrišpunna, nnò). Si potrebbe forse scrivere anche ‘Nu’ mi rišpunna no’, tenendo presente il raddoppiamento fono sintattico, suonando quindi come un ‘nummirišpunnannò’, con accento secondario sulle due ‘u’.

      [10] - La traduco con ‘frescura’, questa ombra riposante, magari prodotta da un albero o una pergola, dove l’amato lontano è colto dal sonno per le fatiche del corpo e dell’anima, e magari anche per lenire le pene d’amore, considerando il risveglio.

      [11] - Qui voglio immaginare che la rondinella sia arrivata sul luogo dell’amato e che la voce parlante sia quasi trattenuta, frenata da quel sonno di cui ‘il mio bene’ ha bisogno, anche se costa una nota di malinconia nell’invocazione…

      [12] - E infatti il sogno dell’amato era animato e percorso dal ricordo della donna ‘poetante’, sicché egli si sveglia e asciuga le lacrime dagli occhi: è stato solo un attimo quel timore avvertito nelle strofe precedenti, quella paura che la voce non potesse essere udita per la troppa distanza.

      Si stuja l’occhi e li (Si asciuga gli occhi e gli)
      Si stuja l’occhi e li (Si asciuga gli occhi e gli)
      Passa lu chjantu (Passa il pianto)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Si stuja l’occhi e li passa lu chjantu (Si asciuga gli occhi e gli passa il pianto)[13]

      Piglia lu muccaturu (Prendi(gli)[14]il fazzoletto)
      Piglia lu muccaturu (Prendi(gli)[15] il fazzoletto)
      Lu vaju a llavu (Vado a lavarlo)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Piglia lu muccaturu, lu vaju a llavu (Prendi(gli) il fazzoletto, vado a lavarlo)

      Poi ti lu špannu a nu (Poi te lo stendo[16] ad una)
      Poi ti lu špannu a nu (Poi te lo stendo ad una)
      Peru de rosa (Pianta[17] di rosa)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Poi ti lu špannu a nu peru de rosa (Poi te lo stendo ad una pianta di rosa)

      Poi ti lu mannu a Na (Poi te lo mando a Na)
      Poi ti lu mannu a Na (Poi te lo mando a Na)
      puli a stirare (Poli a stirare)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Poi ti lu mannu a Napuli a stirare (Poi te lo mando a Napoli a stirare)

      Poi ti lu cogliu a la (Poi te lo piego alla)[18]
      Poi ti lu cogliu a la (Poi te lo piego alla)
      Napulitana (Napoletana)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Poi ti lu cogliu a la napulitana (Poi te lo piego alla napoletana)

      Poi ti lu mannu cu (Poi te lo mando col)[19]
      Poi ti lu mannu cu (Poi te lo mando col)
      Ventu a purtari (Vento a portare)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Poi ti lu mannu cu ventu a purtari (Poi te lo mando a portare col vento)[20]

      [13] - ‘Passare il pianto’ è costruzione simile all’italiano ‘Passare l’appetito’, ad esempio.

      [14] - Il desiderio si sta compiendo: ora la rondine dovrà prendere il fazzoletto che trattiene le lacrime dell’amato e portarlo alla innamorata perché possa lavarlo, stirarlo e ripiegarlo secondo un preciso rituale, addirittura inclusivo di un viaggio di andata e ritorno fino ad una Napoli lontanissima, a quei tempi irraggiungibile ai più, capitale del Regno.

      [15] - Non escluderei una lettura di quell’articolo ‘lu’ con un dimostrativo ‘ddu’, quello.

      [16] - Nel senso specifico di ‘sciorinare’. Quel ‘te’ di ‘te lo stendo’ è un dativo etico.

      [17] - In dialetto calabrese ‘peru’ è propriamente piede, in tutte le comuni accezioni, e albero, pianta: ‘per(u) ‘e rosa’ quindi significherebbe più precisamente ‘albero di rosa’, ma in questo contesto indica la pianta della rosa, il rosaio.

      [18] - Còglir, cògghir, cogghjìr, ha vari significati: qui è senza dubbio piegare, come dicesi dei panni asciutti, anche se non è del tutto peregrina una traduzione che preveda il significato di ‘raccogliere’, nel senso di ‘ritirare’ il fazzoletto dal rosaio dove è stato steso (spannùtu).

      [19] - E’ quasi superfluo annotare che i due ‘cu’ corrispondenti, nell’originale, sono sottoposti a raddoppiamento: ‘ccu’, ‘con’.

      [20] - Altra tipica costruzione idiomatica, dove nell’uso di ‘mando’ seguito dal verbo all’infinito si potrebbe anche avvertire qualcosa di pleonastico: te lo mando a portare con il vento (complemento di mezzo, ma, volendo modificare la costruzione, si potrebbe leggere come un complemento di causa efficiente, anche).

      Ventu và portacellu (Vai vento e portaglielo)
      Ventu và portacellu (Vai vento e portaglielo)
      A lu mio beni (Al mio bene)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Ventu và portacellu a lu mio beni (Vai vento e portaglielo al mio bene)[21]

      Mera pe’ nun ti cara (Attenta[22] che non ti cada)
      Mera pe’ nun ti cara (Attenta che non ti cada)
      Pe’ supra mari (Di sopra al mare)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Mera che nun ti cara pe’ supra mari (Attenta che non ti cada di sopra al mare)

      Ca perda li sigilli (Ché perdi i sigilli)[23]
      Ca perda li sigilli (Ché perdi i sigilli)
      De chistu cori (Di questo cuore)
      Oi riturnella (Oh rondinella)
      Ca perda li sigilli de chistu cori. (Ché perdi i sigilli di questo cuore)[24].

      [21] - Le strofe in rosso non sono presenti nella versione musicata dall’ottimo Eugenio Bennato; aggiungo un ‘purtroppo’, in quanto queste due strofe sono altamente esplicative dell’azione: al vento e al viaggio in senso inverso della rondinella viene affidato quel fazzoletto affinché torni dall’amato proprietario, dopo aver provato le cure amorose della donna.

      [22] - ‘Meràr’ è ‘guardare’, nelle sue varie accezioni, come in spagnolo e nel latino da cui deriva insieme all’italiano ‘mirare’. Ma significa anche ‘guardare’ nel senso di ‘fare attenzione che/a…’. Altra costruzione sintattica richiederebbe un ‘mera ca un ti cada…’

      [23] - E quindi l’invocazione finale alla rondine risulta essere che la stessa faccia attenzione, in quel viaggio di ritorno, che non cada in mare quel fazzoletto che è il depositario di quei sigilli del cuore della donna. ‘Sigillare’ è un termine di grande portata in dialetto calabrese, come un sinonimo di chiusura totale ad una ‘alterità’ alla quale non è permesso in alcun modo di intromettersi nella vita dei ‘custodi/depositari’ di quei sigilli.

      [24] - Tornando alla provenienza geografica del canto, annoto, sulla scorta di questo verso conclusivo, che se di Cirò si tratta, il suo dialetto prevedrebbe l’uso di una ‘erre’ eufonica, poco marcata, tra il verbo ‘perda’ e ‘i sigilli’, non contemplandosi, come articolo determinativo plurale la forma ‘li’. Tra l’altro, ma questa è una supposizione mia, ‘sigilli’ dovrebbe essere una forma ‘nobilitata’, poiché in cirotano sarebbe ‘sincìddi’ o ‘ siggìddi’: sono, queste, notazioni marginali, poiché, anche all’interno di una espressione strettamente dialettale si possono produrre esiti differenti, dovuti ad una sorta di adeguamento ad un dialetto ‘più esteso’, o regionale, come dire: una fase di avvicinamento a quella lingua nazionale sconosciuta, l’italiano, attraverso un approccio ad una parlata che si ritiene più riconoscibile almeno in ambito regionale. Tra le altre cose, parlare di ‘dialetto calabrese’ non credo sia del tutto esatto: ritengo più giusto parlare di un ‘continuum dialettale calabrese’: i nativi di Reggio, Catanzaro, Castrovillari si intendono, tra di loro, ma per linee sempre più grandi e proporzionali alle distanze intercorrenti tra i luoghi d’origine. E proprio questo mi sembra di poter dire, cioè che il ricorso a forme non strettamente locali sia un tentativo, più o meno consapevole, di abbreviare o annullare queste distanze.

      ▻https://web.archive.org/web/20130705083003/http://www.ilcirotano.it/alla-riscoperta-della-canzone-cirotana-riturnella

  • Tout ce qui est solide s’oxyde. À propos de la pyroconvection du capital fossile. Marius Bickhardt
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    "CO₂ : Ils appellent ça de la pollution, on appelle ça la vie”.

    L’été 2026 est passé de Charybde en Scylla, entre vagues de chaleur extrême et incendies dévastateurs. La célèbre métaphore accélérationniste du Manifeste du parti communiste d’après lequel, à l’ère capitaliste, “tout ce qui est solide se volatilise” prend désormais une acception littérale.

    À l’ère du Pyrocène, terme par lequel l’historien environnemental étatsunien Stephen Pyne désigne l’époque de la généralisation des méga-feux due au changement climatique d’origine anthropique, la métaphore chimique de la volatilisation cède le pas à celle de l’oxydation. Désormais, tout ce qui est solide - les arbres, les tourbières, les espèces vivantes - part en fumée, la crise climatique multipliant les risques de sécheresses et d’incendies. La dynamique de pyro-convection, par laquelle la chaleur dégagée par les feux monte vers le ciel en créant ainsi le vent même qui projette les incendies toujours plus loin, devient alors le chiffre même du capital fossile. Le procès d’accumulation, que Marx décrivait jadis non pas comme un cercle mais comme une “spirale”, rejette toujours plus de gaz à effet de serre dans l’atmosphère en transformant ainsi le climat et le système météorologique. Ce faisant, il favorise des feux toujours plus fréquents et intenses. Avec l’alternance des extrêmes météorologiques due à la catastrophe climatique, l’air plus chaud de l’été transporte plus d’eau en créant des hivers plus humides qui favorisent la croissance de la biomasse. Celle-ci subira à son tour de fortes chaleurs au cours de l’été en devenant alors un potentiel combustible. Par conséquent, la combustion de la biomasse libère le carbone stocké en renforçant ainsi l’effet de chauffe tout en détruisant les puits écologiques. De la sorte, la frontière du feu va inéluctablement remonter vers le centre, le nord et l’Ouest de l’Europe centrale qui pourraient devenir une pyrorégion classée fire-prone.

    Pour l’heure, le mode de gestion dominant de la catastrophe repose sur l’interpellation et la responsabilisation des individus, incités à adopter des écogestes aussi nécessaires qu’insuffisants. De même qu’à l’époque de la pandémie de Covid 19, l’appel à la vaccination et à l’hygiène personnelle permettait de se passer subrepticement de solutions plus structurelles comme l’installation de filtres à air et la mise à l’arrêt de la déforestation favorisant les zoonoses pandémiques, les gouvernements se contentent d’interdire la vente de barbecue ou exhortent leurs citoyens à ne pas jeter leur mégots pour ne pas avoir à discipliner le capital fossile qui continue à émettre librement ou le capital immobilier qui construit à sa guise dans des zones à risque.

    Or un ”urbanisme soutenable” nécessiterait des habitations adaptées aux chaleurs extrêmes et éloignées des zones d’incendies, autant qu’une socialisation des forêts en tant que bien commun écologique. Comme le rappelle la géographe Pauline Vilain-Carlotti, il faudrait revenir à la structure concentrique de pare-feux naturels qui entouraient jadis les villages méditerranéens : qui entouraient jadis les villages méditerranéens : “Une première, qui abritait des jardins et des potagers,(...),une deuxième, où pâturaient les animaux d’élevage.(...) En troisième périphérie, il y avait l’espace de la silva, donc du sauvage. On avait donc une succession de différentes strates végétales, de hauteurs différentes, sans continuité de combustible”.

    L’absence de ces mesures constitue une façon nouvelle de nier la profondeur du problème. Comment la conjoncture actuelle s’inscrit-elle dans la longue histoire du déni climatique qui prend son essor aux États-Unis avant de s’exporter vers l’Europe ?

    #agnotologie #production_de_l'ignorance #production_de_la_confusion #pyrocène #méga-feux #climat #changement_climatique #crise_climatique #sécheresses #incendies #capital_fossile #capital_immobilier #économie #libre_entreprise #fondamentalisme_de_marché #scepticisme_climatique #déni_climatique #think_tanks #extrême_droite #économie_libertarienne #scientisme #réchauffement_climatique #forêts #urbanisme #écogestes #nationalisme_vert #éco-fascisme #politique_identitaire #écologie #Marius_Bickhardt

    • Au début du XXIᵉ siècle, ce modèle américain du déni climatique est exporté vers l’Europe, où il est approprié par les mouvements nationalistes et d’extrême droite. Des partis tels qu’Alternative für Deutschland (AfD) en Allemagne, Forum voor Democratie (FvD) aux Pays-Bas, le United Kingdom Independence Party (UKIP) ou Vox en Espagne intègrent le déni climatique dans des récits plus larges de ressentiment culturel et politique. Toutefois, le centre de gravité idéologique se déplace. Alors que le déni américain repose sur le libertarianisme du marché libre, ses variantes européennes se mélangent au nationalisme ethnique et à l’hostilité à l’égard de l’immigration. Cette convergence donne naissance à ce que les chercheurs décrivent comme le « nationalisme vert » ou l’"éco-fascisme", où la rhétorique écologique est instrumentalisée afin de justifier des politiques d’exclusion et défendre les populations « natives » contre des menaces supposées que représenteraient à la fois les migrants et la régulation environnementale.

      Ainsi, la mondialisation du déni marque la transformation d’un contre-mouvement corporatif en projet politique populiste. Né comme réaction de défense du capital fossile face à la régulation environnementale, le modèle négationniste américain fournit les outils institutionnels et rhétoriques qui seront ensuite mobilisés par l’extrême droite européenne. L’exportation du déni climatique à travers l’Atlantique montre comment la défense de la modernité fossile évolue d’un credo néolibéral de liberté de marché vers une politique identitaire de l’appartenance. Dans les deux contextes, toutefois, sa fonction demeure la même : préserver la légitimité sociale de l’accumulation carbone en déplaçant le consensus scientifique sur le terrain de la lutte idéologique.

    • Le marxisme écologique, Marius Bickhardt, Gauthier Delozière, Cannelle Gignoux, La Découverte, avril 2026

      Issu des marges du mouvement ouvrier et de l’#écologie_politique, le #marxisme_écologique est devenu l’un des foyers de la revitalisation du marxisme après la chute du bloc de l’Est. S’affirmant comme courant à la fin des années 1980, cette vaste entreprise exégétique, analytique et politique constitue désormais une ressource précieuse pour appréhender les catastrophes écosociales de l’Anthropocène. Cet ouvrage se donne pour objectif d’en présenter les principes fondamentaux.
      Il revient d’abord sur son émergence avant d’aborder les différentes relectures de l’écologisme de Karl Marx. Il s’attache ensuite à ses développements contemporains, depuis l’analyse des causes historiques du dérèglement planétaire en cours (#Capitalocène contre Anthropocène, capitalisme fossile, impérialisme écologique) jusqu’aux débats théoriques et stratégiques qui accompagnent l’aggiornamento environnemental de la théorie marxienne de l’émancipation (#État, #planification_écologique, #sujet_révolutionnaire).

      Intro et table des matières :
      ▻https://www.calameo.com/read/0002150221e0cadad5f4f

      #livre

  • “Cucinapoli Summer Dream 2026”: una rete educante a sostegno delle comunità
    ▻https://informareonline.com/cucinapoli-summer-dream-2026-una-rete-educante-a-sostegno-delle-com

    Nella cornice del Caruso, a Ravello, “Cucinapoli Summer Dream 2026” ha rinnovato il suo senso più profondo: trasformare l’eccellenza in responsabilità. L’iniziativa, promossa dalla #Fondazione_Enrico_Isaia e #Maria_Pepillo, ha posto al centro il tema della “comunità educante”: una rete viva di imprese, istituzioni, scuole, enti del terzo settore e realtà sociali. Ad introdurre […] L’articolo “Cucinapoli Summer Dream 2026”: una rete educante a sostegno delle comunità proviene da Informareonline, scritto da Antonio Casaccio

    #Approfondimenti #Attualità #Magazine_Agosto_2026 #Sociale #“Cucinapoli_Summer_Dream_2026”

    • Introduction par Marius Bickhardt (Newsletter Diagramme)

      En France, la succession des vagues de chaleur, des épisodes caniculaires et des mégafeux a déjà transformé l’été 2026 en enfer climatique. Cette séquence expose une fois de plus la faillite des zélateurs d’une modernisation écologique du capitalisme : le Fonds vert est sous-financé, le plan de rénovation thermique des bâtiments a été assoupli et les moyens de lutte contre les incendies ont été affaiblis.

      Alors qu’en 2020 le signifiant flottant de cet échec politique était le manque de masques FFP2 face à la « guerre contre le virus », il s’incarne à présent dans une flotte de Canadair vétustes et inopérationnels, au cœur de la « guerre contre le feu ».

      Dans le même temps, l’extrême droite cherche à tirer son épingle du jeu en accusant l’« idéologie des extrémistes verts » (Valérie Déloge) ainsi que l’« écologie de la décroissance et de l’âge de pierre » (Jordan Bardella) d’être responsables des catastrophes en cours. Elle appelle à un grand plan de climatisation du pays, au renforcement du nucléaire ainsi qu’à une baisse des émissions obtenue par le rapatriement des industries, afin de « produire davantage en France, selon nos normes environnementales » (Bardella, 25 juin 2026).

      Ce faisant, elle transforme la structure idéologique du déni climatique. « Le défi climatique est réel et il est face à nous », affirme-t-elle désormais. Si le référentiel écologique est à présent pleinement intégré à la rhétorique du nationalisme vert portée par l’extrême droite française, le négationnisme climatique ne fait que changer de forme.

      Car climatiser sans remettre en cause la mobilité privée fossile, qui constitue l’un des facteurs majeurs des îlots de chaleur urbains ; augmenter la production d’énergie nucléaire sans tarir les sources d’émissions de carbone ; ou défendre les mégabassines sans s’attaquer aux causes structurelles de la raréfaction de l’eau revient à métamorphoser le déni plutôt qu’à le dépasser.

      C’est l’histoire longue du déni que nous avons explorée avec Naomi Oreskes. L’historienne états-unienne des sciences nous dresse le portrait de ceux qu’elle appelle les « marchands de doute ». Dans l’ouvrage phare qu’elle a coécrit avec Erik Conway en 2010, elle montrait comment, dès les années 1980, un petit groupe de scientifiques, étroitement liés par des intérêts idéologiques et économiques, s’était efforcé de minimiser les risques associés au tabagisme, aux pluies acides ou encore à l’hiver nucléaire. Sous l’administration Reagan, l’objectif était clair : il s’agissait de décrédibiliser la science et d’instiller le doute afin de justifier l’inaction politique. C’est ce qu’un sous-champ de l’histoire des sciences désigne désormais sous le nom d’« agnotologie », c’est-à-dire l’étude de la production socioculturelle de l’ignorance et du doute.

      L’agnotologie est l’étude de la production culturelle de l’ignorance. Elle s’impose comme un domaine essentiel de l’histoire et de la philosophie des sciences au début des années 2000. Inventé par l’historien des sciences Robert N. Proctor, le terme désigne la production systématique du doute, de la confusion et de la désinformation, en particulier dans les domaines où les connaissances scientifiques menacent des intérêts économiques ou politiques puissants. Dans Agnotology : The Making and Unmaking of Ignorance (2008), édité par Londa Schiebinger and Proctor, le concept est développé dans un cadre analytique qui remet en question l’hypothèse conventionnelle selon laquelle l’ignorance résulte simplement d’une absence de savoir. L’ignorance est alors comprise comme quelque chose d’intentionnellement produit, entretenu et diffusé : un artefact épistémique doté de fonctions politiques et sociales spécifiques.

      En partant de cette perspective, l’ignorance n’est plus l’antithèse de la connaissance, mais l’une de ses histoires compagnes. Elle est façonnée, distribuée, et exploitée par des dispositifs institutionnels, médiatiques, étatiques, et entrepreneuriaux. L’étude de cas de Proctor, la campagne menée par l’industrie du tabac pour “semer le doute” sur les risques sanitaires liés au tabagisme, illustre bien cette dynamique. Les entreprises ont stratégiquement exploité l’incertitude inhérente à la #recherche_scientifique, en présentant des débats provisoires comme s’ils révélaient un désaccord fondamental. En transformant la prudence scientifique en controverse apparente, ces campagnes de dénégation sont parvenues à paralyser l’action réglementaire et à retarder durablement les mesures de #santé_publique.

      Cette logique devient le modèle des formes ultérieures de déni climatique. L’industrie des combustibles fossiles, les think tanks conservateurs et les médias qui leur sont affiliés adoptent des techniques agnotologiques similaires pour entretenir le scepticisme à l’égard du #changement_climatique anthropique. Le déni, en ce sens, n’est pas un simple mensonge : il repose sur l’exploitation de l’incertitude épistémique, cette condition même qui rend la science ouverte, révisable et autocorrectrice. La production d’ignorance fonctionne alors comme une forme de contre-science : elle en imite les signes extérieurs — la rationalité, la rigueur, le débat — tout en en inversant la finalité, transformant l’incertitude d’un espace d’enquête en une arme politique.

      L’agnotologie invite les historiens et les philosophes à considérer l’#ignorance comme un phénomène historiquement situé et politiquement construit. Elle met en évidence la manière dont les pratiques épistémiques s’articulent aux structures de pouvoir et montre que le contrôle du savoir, y compris l’orchestration stratégique du doute, constitue désormais une dimension centrale de la gouvernance moderne.

    • Tout ce qui est solide s’oxyde. À propos de la pyroconvection du capital fossile. Marius Bickhardt (Newsletter 22, 20 août 2026, Diagrammes)

      L’été 2026 est passé de Charybde en Scylla, entre vagues de chaleur extrême et incendies dévastateurs. La célèbre métaphore accélérationniste du Manifeste du parti communiste d’après lequel, à l’ère capitaliste, “tout ce qui est solide se volatilise” prend désormais une acception littérale.

      À l’ère du Pyrocène, terme par lequel l’historien environnemental étatsunien Stephen Pyne désigne l’époque de la généralisation des méga-feux due au changement climatique d’origine anthropique, la métaphore chimique de la volatilisation cède le pas à celle de l’oxydation. Désormais, tout ce qui est solide - les arbres, les tourbières, les espèces vivantes - part en fumée, la crise climatique multipliant les risques de sécheresses et d’incendies. La dynamique de pyro-convection, par laquelle la chaleur dégagée par les feux monte vers le ciel en créant ainsi le vent même qui projette les incendies toujours plus loin, devient alors le chiffre même du capital fossile. Le procès d’accumulation, que Marx décrivait jadis non pas comme un cercle mais comme une “spirale”, rejette toujours plus de gaz à effet de serre dans l’atmosphère en transformant ainsi le climat et le système météorologique. Ce faisant, il favorise des feux toujours plus fréquents et intenses. Avec l’alternance des extrêmes météorologiques due à la catastrophe climatique, l’air plus chaud de l’été transporte plus d’eau en créant des hivers plus humides qui favorisent la croissance de la biomasse. Celle-ci subira à son tour de fortes chaleurs au cours de l’été en devenant alors un potentiel combustible. Par conséquent, la combustion de la biomasse libère le carbone stocké en renforçant ainsi l’effet de chauffe tout en détruisant les puits écologiques. De la sorte, la frontière du feu va inéluctablement remonter vers le centre, le nord et l’Ouest de l’Europe centrale qui pourraient devenir une pyrorégion classée fire-prone.

      Pour l’heure, le mode de gestion dominant de la catastrophe repose sur l’interpellation et la responsabilisation des individus, incités à adopter des #écogestes aussi nécessaires qu’insuffisants. De même qu’à l’époque de la pandémie de Covid 19, l’appel à la vaccination et à l’hygiène personnelle permettait de se passer subrepticement de solutions plus structurelles comme l’installation de filtres à air et la mise à l’arrêt de la déforestation favorisant les zoonoses pandémiques, les gouvernements se contentent d’interdire la vente de barbecue ou exhortent leurs citoyens à ne pas jeter leur mégots pour ne pas avoir à discipliner le capital fossile qui continue à émettre librement ou le capital immobilier qui construit à sa guise dans des zones à risque.

      Or un ”urbanisme soutenable” nécessiterait des habitations adaptées aux chaleurs extrêmes et éloignées des zones d’incendies, autant qu’une socialisation des forêts en tant que bien commun écologique. Comme le rappelle la géographe Pauline Vilain-Carlotti, il faudrait revenir à la structure concentrique de pare-feux naturels qui entouraient jadis les villages méditerranéens : qui entouraient jadis les villages méditerranéens : “Une première, qui abritait des jardins et des potagers,(...),une deuxième, où pâturaient les animaux d’élevage.(...) En troisième périphérie, il y avait l’espace de la silva, donc du sauvage. On avait donc une succession de différentes strates végétales, de hauteurs différentes, sans continuité de combustible”.

      L’absence de ces mesures constitue une façon nouvelle de nier la profondeur du problème. Comment la conjoncture actuelle s’inscrit-elle dans la longue histoire du déni climatique qui prend son essor aux États-Unis avant de s’exporter vers l’Europe ? Telle est la question examinée dans notre entretien avec l’historienne des sciences Naomi Oreskes.

      L’histoire transnationale du déni climatique commence aux États-Unis, où l’industrie des énergies fossiles et les réseaux intellectuels conservateurs convergent pour contester le consensus scientifique sur le réchauffement climatique d’origine anthropique. Il apparaît à la fin des années 1980, précisément au moment où la coopération internationale sur le climat s’institutionnalise à travers le Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat (GIEC). Cette infrastructure négationniste combine lobbying industriel, actions de think tanks et mobilisation idéologique. Elle devient ensuite un modèle pour des campagnes similaires en Europe, où elle s’intègre aux nouvelles formes de politique d’extrême droite.

      Le George C. Marshall Institute, fondé en 1984 par les physiciens de la Guerre froide Robert Jastrow, William Nierenberg et Frederick Seitz, illustre les origines scientistes et autoritaires de ce mouvement. Initialement créé pour défendre l’Initiative de défense stratégique ("Guerre des étoiles") contre des critiques tels que Carl Sagan, l’institut réoriente rapidement son expertise de la Guerre froide vers la politique climatique. En 1989, il publie Global Warming : What Does the Science Tell Us ?, l’une des premières attaques organisées contre la science du climat. Ses fondateurs présentent l’environnementalisme comme une menace pour la sécurité nationale et la libre entreprise. Sous eux, la dissidence scientifique devient un réalisme patriotique. En mobilisant leur prestige scientifique, ils inaugurent ce que Naomi Oreskes et Erik Conway décriront plus tard comme la stratégie des "marchands de doute", transformant l’incertitude en inaction politique.

      Le Cato Institute, fondé en 1977 par Charles Koch et Ed Crane, prolonge ce projet en inscrivant le déni climatique dans la grammaire de l’économie libertarienne. À partir des années 1990, ses économistes et analystes soutiennent que la régulation climatique est incompatible avec la liberté économique. Le Center for the Study of Science de Cato, dirigé par Patrick Michaels, se spécialise dans la minimisation des relevés de température et les attaques contre les modèles climatiques. Cette approche insère le scepticisme climatique dans une critique néolibérale de l’intervention gouvernementale, transformant le débat scientifique en proxy de la défense du fondamentalisme de marché.

      Le Competitive Enterprise Institute (CEI), créé en 1984, constitue l’avant-garde militante de cette offensive idéologique. Soutenu par ExxonMobil, Koch Industries et d’autres acteurs du capital fossile, le CEI lance des campagnes médiatiques agressives contre les politiques climatiques et le Protocole de Kyoto. Son spot télévisé le plus célèbre, "CO₂ : Ils appellent ça de la pollution, on appelle ça la vie”, présente les gaz à effet de serre comme des symboles de prospérité et de liberté. Le CEI traduit ainsi les principes libertariens en rhétorique populiste, présentant les climatologues et les régulateurs environnementaux comme des élites cherchant à restreindre l’autonomie individuelle.

      Le Heartland Institute, également fondé en 1984, consolide le réseau négationniste durant les années 2000. D’abord centré sur la promotion des idées du marché libre, il devient le principal carrefour du scepticisme climatique organisé grâce à ses International Conferences on Climate Change, qui réunissent scientifiques contrariens, lobbyistes et responsables politiques. Heartland diffuse des rapports pseudo-scientifiques imitant les publications du GIEC et les envoie à des journalistes et décideurs, normalisant ainsi le langage du "débat" autour d’une science pourtant établie. Dans les années 2010, il permet à de vastes liens transatlantiques de se former avec des partis et think tanks européens de droite radicale, facilitant la circulation de récits négationnistes à travers l’Atlantique.

      L’Atlas Network, fondé en 1981 sous le nom Atlas Economic Research Foundation par l’entrepreneur britannique Antony Fisher, devient un vecteur transnational crucial qui relie toutes ces organisations. Basé à Arlington, en Virginie, Atlas se présente comme une organisation à but non lucratif promouvant la "liberté et un gouvernement limité", mais fonctionne comme une plateforme mondiale de coordination regroupant plus de 500 think tanks de marché libre dans plus de 100 pays. Par des programmes de formation, des conférences et des subventions ciblées, Atlas fournit une infrastructure idéologique et logistique aux groupes qui militent pour la déréglementation et qui s’opposent aux politiques environnementales et climatiques. Dans les années 1990 et 2000, il reçoit des financements d’ExxonMobil et du réseau Koch, et collabore étroitement avec le Heartland Institute, le CEI et Cato. Ces connexions contribuent à exporter les stratégies américaines de "doute fabriqué" — transformant l’incertitude scientifique en controverse politique — vers d’autres contextes nationaux. Des think tanks affiliés en Europe, tels que l’Institute of Economic Affairs au Royaume-Uni, le Hayek Institut en Autriche ou Timbro en Suède, adoptent des narratifs similaires, présentant les politiques climatiques comme des attaques contre la liberté économique et individuelle. Ainsi, Atlas agit comme une infrastructure transnationale du déni climatique, promouvant une politique culturelle contre toutes formes de régulations qui résonne autant avec les mouvements néolibéraux qu’avec l’extrême droite.

      La campagne institutionnelle contre la science du climat s’intensifie après la création du GIEC en 1988. Dès 1989, Exxon cherche à "semer le doute sur les conclusions scientifiques concernant sa contribution présumée à l’effet de serre", tandis qu’un consortium multinational d’entreprises d’énergies fossiles, la Global Climate Coalition, conteste ouvertement la nécessité de réduire les émissions. La même année, le rapport du Marshall Institute marque le début d’une stratégie coordonnée de fabrication du doute. Le collectif suédois Zetkin théorise cet ensemble d’organisations comme un "appareil idéologique d’État du déni climatique", empruntant le concept d’appareil idéologique d’État (AIE) à Louis Althusser. Ce concept décrit un système d’institutions et de pratiques qui reproduit l’idéologie dominante. Dans ce cadre, le déni climatique opère comme le complément idéologique du concept de capital fossile d’Andreas Malm, et constitute le mécanisme discursif par lequel le capitalisme fossile se légitime.

      D’un point de vue marxien, cet appareil fonctionne selon les trois niveaux de l’idéologie décrits par Marx : comme un ensemble d’idées dominantes au sein d’une formation sociale ; comme des idées de la classe dominante définissant ce qui relève du sens commun ; et comme des idées à travers lesquelles s’exerce la domination. L’originalité de l’interprétation du Zetkin Collective réside dans l’accent qu’il porte sur la dimension performative de l’idéologie négationniste. Plutôt que de simplement justifier le capitalisme fossile, elle produit délibérément l’ignorance et la confusion à propos des risques environnementaux, permettant la poursuite de l’expansion des infrastructures extractives dans un contexte de controverse publique.

      Au début du XXIᵉ siècle, ce modèle américain du déni climatique est exporté vers l’Europe, où il est approprié par les mouvements nationalistes et d’extrême droite. Des partis tels qu’Alternative für Deutschland (AfD) en Allemagne, Forum voor Democratie (FvD) aux Pays-Bas, le United Kingdom Independence Party (UKIP) ou Vox en Espagne intègrent le déni climatique dans des récits plus larges de ressentiment culturel et politique. Toutefois, le centre de gravité idéologique se déplace. Alors que le déni américain repose sur le libertarianisme du marché libre, ses variantes européennes se mélangent au nationalisme ethnique et à l’hostilité à l’égard de l’immigration. Cette convergence donne naissance à ce que les chercheurs décrivent comme le "nationalisme vert" ou l’"éco-fascisme", où la rhétorique écologique est instrumentalisée afin de justifier des politiques d’exclusion et défendre les populations "natives" contre des menaces supposées que représenteraient à la fois les migrants et la régulation environnementale.

      Ainsi, la mondialisation du déni marque la transformation d’un contre-mouvement corporatif en projet politique populiste. Né comme réaction de défense du capital fossile face à la régulation environnementale, le modèle négationniste américain fournit les outils institutionnels et rhétoriques qui seront ensuite mobilisés par l’extrême droite européenne. L’exportation du déni climatique à travers l’Atlantique montre comment la défense de la modernité fossile évolue d’un credo néolibéral de liberté de marché vers une politique identitaire de l’appartenance. Dans les deux contextes, toutefois, sa fonction demeure la même : préserver la légitimité sociale de l’accumulation carbone en déplaçant le consensus scientifique sur le terrain de la lutte idéologique.

      ▻https://shop.entremonde.net/rupture/68-tout-ce-qui-est-solide-se-volatilise-marshall-berman.html

      ▻https://www.ucpress.edu/books/the-pyrocene/paper

      ▻https://www.newstatesman.com/international-politics/climate-international-politics/2026/08/welcome-to-the-pyrocene

      ▻https://theconversation.com/incendies-2022-comprendre-la-dynamique-des-feux-en-europe-grace-aux

      ▻https://www.versobooks.com/products/1959-planet-of-slums

      ▻https://www.nouvelobs.com/ecologie/20260713.OBS116633/pourquoi-la-france-est-aussi-vulnerable-aux-incendies-nous-sommes-prisonn

      (ce texte nécessiterait un seen spécifique mais il n’est pas possible de ne citer qu’un extrait car il n’est pas disponible en ligne)

      edit j’ai finalement touvé la version en ligne :-)
      ►https://us16.forward-to-friend.com/forward/preview?u=84965d21d1ed50ffea9d4c6c9&id=6c751936a3

      #production_de_l'ignorance #production_de_la_confusion #pyrocène #méga-feux #climat #changement_climatique #crise_climatique #sécheresses #incendies #capital_fossile #capital_immobilier #économie #libre_entreprise #fondamentalisme_de_marché #scepticisme_climatique #déni_climatique #think_tanks #extrême_droite #économie_libertarienne #scientisme #réchauffement_climatique #forêts #urbanisme #nationalisme_vert #éco-fascisme #politique_identitaire #Marius_Bickhardt

  • Degrado o fenicotteri? La mostra sul Litorale Domizio
    ▻https://informareonline.com/degrado-o-fenicotteri-la-mostra-sul-litorale-domizio

    Com’è possibile che in un territorio abbiano potuto convivere alcuni tra gli esponenti più spietati della criminalità organizzata italiana insieme a dei fenicotteri? È possibile se quel territorio è Castel Volturno, o, allargando un po’ l’occhio, se ti trovi lungo il litorale domizio. Delle fotografie in bianco e nero ritrovate a un mercatino, una telefonata: […] L’articolo Degrado o fenicotteri? La mostra sul Litorale Domizio proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Approfondimenti #Cultura #Magazine_Agosto_2026 #Archivio_di_Stato_di_Caserta #Gianni_Fiorito #Mario_Laporta #mostra_litorale_domizio #salvatore_laporta

  • nojhan, Cassandre de l’analyse systémique - mastodon
    ▻https://social.antigene.org/@nojhan/116990232554219128

    #lol

    Le Figaro Magazine s’attaque aux figures de l’écologie «  alarmiste  » ↴

    ▻https://kiosque.lefigaro.fr/catalog/le-figaro-magazine/le-figaro-magazine/2026-05-08

    C’est intéressant, parce que des trois personnes ciblées (#Hugo_Clément, #Jean-Marc_Jancovici et #Marine_Tondelier) sont des figures de l’écologie «  de compromis  ». #Clément est à la limite de la compromission, #Jancovici refuse de dire «  capitalisme  » et #Tondelier est «  de gouvernement  ».

    Ces gens sont finalement parmi les moins radicaux.

    Et ils sont quand même attaqués.

    • Ça a toujours été la meilleure façon de refermer la fenêtre d’Overton à gauche : attaquer les plus modérés, avec des jugements de valeur disqualifiants mais pas totalement insultants (ici : « alarmistes », plus généralement « polémique », « provoquants »…).

      Ce qui fait que tout ce qui est à peine plus radicale n’a besoin que d’une pichenette pour être totalement exclu. Si Tondelier est attaquée comme alarmiste et faux prophète, il est évident que, de manière pavlovienne, tout ce qui serait vaguement plus radical qu’elle sera considéré comme totalement infréquentable.

    • Et c’est une manière de leur fournir de la crédibilité, de la reconnaissance, de la notoriété et du financement. Ce qu’iels réclament.

  • Misogynie et botanique : comment le patriarcat s’est infiltré dans nos jardins

    Des savoirs effacés et des #noms de #plantes sexistes : une balade organisée par l’association Les Mutines indigènes, dans le Gard, a permis de mesurer les biais qui parcourent encore le monde de la botanique.

    Sac sur le dos, chaussures aux pieds, et loupe botanique pendue au cou, les randonneurs sont prêts à partir. Mais Angeline Julien, l’animatrice, les invite à former un cercle. Au sol, un tableau plastifié présentant des catégories : « figure de la sorcière », « stéréotypes de genre », « culture du viol »… Drôle d’introduction pour une balade dédiée à l’observation du règne végétal.

    La guide du jour explicite le thème : misogynie et botanique. Car « en Europe, la domination des femmes s’est aussi perpétuée via les plantes », explique-t-elle. « Et chacune de celles que nous allons rencontrer aujourd’hui peut être associée à une ou plusieurs de ces notions. » Passionnée de botanique, elle propose régulièrement des promenades sur divers thèmes avec son association, Les Mutines indigènes.

    Soleil radieux de printemps et fraîcheur du matin s’équilibrent, la météo est parfaite pour déambuler entre les bosquets, les prairies fleuries et les parties cultivées des jardins ethnobotaniques de la Gardie, à Rousson (Gard). Six hectares dédiés au patrimoine floristique sauvage et domestique des basses Cévennes. Dans le petit groupe qui se met en marche, il n’y a quasiment que des femmes.

    Des symboles de #chasteté

    Quelques pas plus tard, nous voici déjà à la recherche d’un premier arbuste : l’#aubépine. Ses petites fleurs blanches ont déjà fané. « On disait qu’elle assurait le bonheur conjugal en assurant la chasteté des femmes attendant le mariage », dit Angeline. Les significations données aux plantes reflètent parfois moins leurs véritables propriétés que ce que l’on attend des femmes. Autre exemple croisé au cours de la balade : celui de la #marguerite commune. Là encore une fleur blanche qui, « portée en couronne, était symbole de #virginité pour les jeunes filles », explique-t-elle.

    Signe que les fleurs sont sans cesse associées aux femmes, il n’est pas difficile de trouver une longue liste de plantes nommées d’après #Vénus. Angeline nous invite à quitter le sentier pour s’aventurer dans une prairie labourée par les sangliers. Là, d’étranges fleurs séchées dressent leurs picots. À leur base, leurs feuilles incurvées retiennent l’eau de la dernière pluie. Il s’agit de #cardères_sauvages (Dipsacus fullonum), aussi connue sous le nom de cabaret des oiseaux, ou… baignoire de Vénus.

    Le début d’une longue série. Lors de cette promenade, d’à peine plus d’un kilomètre, nous croisons également le sourcil de Vénus (surnom de l’achillée millefeuille, Achillea millefolium L.), le peigne de Vénus (Scandix pecten-veneris L.), le nombril de Vénus (Umbilicus rupestris), le miroir de Vénus (Legousia speculum-veneris), la capillaire cheveux de Vénus (Adiantum capillus-veneris) et l’églantier (Rosa canina), surnommé le bouquet de Vénus.

    Autant de noms qui perpétuent l’idée que « l’on attend des femmes qu’elles soient belles comme les fleurs », dit Angeline. Et aussi celle que « les femmes sont une ressource, au même titre que la nature ». Celles-ci se doivent aussi d’être chastes, et l’idée a été longtemps entretenue que les plantes se reproduisaient sans #sexualité. Au point que plusieurs mythes grecs racontent comment des jeunes femmes ont été transformées en plantes pour s’assurer de leur abstinence, rappelle notre guide.

    Ainsi, la nymphe Daphné, poursuivie par Apollon et appelant son père à l’aide, a été transformée par celui-ci en laurier. « Le fait qu’il soit toujours vert est un symbole de chasteté », souligne Angeline.

    Puis, vers la fin du XVIIᵉ siècle, les naturalistes européens reconnaissent enfin que les plantes ont une sexualité. « Le #pistil est décrit comme la partie femelle des fleurs, et les #étamines comme la partie mâle », nous rappelle Angeline. Au XVIIIe siècle, le naturaliste suédois #Carl_von_Linné, créateur du système de classification des espèces vivantes, propose à partir de cette description sexuelle une #classification des plantes. Et ce sont évidemment les caractéristiques mâles d’une plante qui déterminent son niveau dans la classification. Ce faisant, Linné « amène la #hiérarchie traditionnelle des genres dans les sciences », écrit au début des années 2000 la chercheuse Londa Schiebinger.

    Les premières botanistes invisibilisées

    Pour Léa Richard, botaniste spécialiste de la place des femmes dans sa discipline, ce système de classification basé sur les organes reproducteurs des plantes a contribué à les en exclure : « On disait que c’était une botanique obscène à laquelle les femmes ne devaient pas avoir accès. Or, pour Linné, un botaniste, c’est quelqu’un qui sait classer les plantes, faire de la taxonomie. En refusant d’apprendre aux femmes la classification sexuelle des plantes, on les empêche de fait d’accéder à cette science. »

    Au XVIIIe siècle, c’était pourtant une discipline à la mode pour les femmes. Mais les ouvrages qui leur étaient spécifiquement destinés veillaient à ne pas leur apprendre les bases scientifiques de la discipline, se concentrant par exemple sur la fabrication de bouquets. À la fois par pudeur et parce que les femmes étaient considérées comme moins intelligentes...

    Si quelques femmes deviennent malgré tout botanistes à cette époque, elles sont des exceptions, sont souvent formées par un homme — père, mari, amant — et « sont des aristocrates », note Léa Richard. « Elles se sont aussi beaucoup intéressées aux plantes sans système reproducteur apparent, les plantes cryptogames telles que les algues, les mousses, les lichens. Cela évitait d’utiliser le système de Linné, et c’étaient des champs peu explorés avec moins de concurrence des hommes. »

    Par ailleurs, « ces femmes ont été invisibilisées », souligne Angeline. Comme symbole de cet effacement, elle nous invite à chercher une plante commune des friches et des chemins : l’#urosperme_de_Daléchamps (Urospermum dalechampii), nommée en hommage à cet auteur d’une histoire des plantes au XVIe siècle. « En revanche vous trouverez très peu de plantes portant le nom de botanistes femmes », déplore-t-elle.

    Léa Richard lui donne raison, et note une autre cause potentielle : « Très peu de femmes nomment des plantes. » Seulement 3 % des plantes de la nomenclature linnéenne ont été baptisées par des femmes.

    Ainsi mises sous la tutelle des hommes dans ce domaine, à partir du XVIIe siècle, « les femmes ont été dépossédées de leur savoir sur les plantes », poursuit Angeline, « notamment avec l’invention de la sage-femme, qui agit sous la coupe d’un médecin ». Alors que la connaissance des plantes et de leurs propriétés faisait partie des tâches dévolues aux femmes, chargées du soin de leur famille, ce savoir est repris en main. Il y a « une volonté masculine de limiter l’autonomie des femmes dans les pratiques liées à leur fécondité, écrit l’historienne Émilie-Anne Pépy. Les femmes herboristes font l’objet d’une double #disqualification en raison de leur #genre et de leur origine sociale. »

    La figure de la #sorcière a aidé à disqualifier ce savoir. En exemple, Angeline prend la #verveine_officinale. « Il était dit que les sorcières s’en servaient pour provoquer une attraction immédiate. Elle est associée à la sphère sexuelle, du désir », dit-elle.

    Tout au long de la promenade, Angeline multiplie les exemples de plantes aux propriétés utiles aux femmes, « mais dont on a perdu les usages précis, les posologies », explique-t-elle. Tandis que l’on déambule, on croise ainsi la salsepareille, la rue officinale, l’armoise commune, connues pour leurs propriétés abortives, mais qu’on ne sait plus utiliser.

    « Un domaine encore dominé par les hommes »

    Sur le bord du chemin, elle nous arrête devant une plante aux impressionnantes tiges vertes, semblable à du fenouil géant : la #férule_glauque (Ferula glauca L.). Là où la tige est fendue, un suc abondant en sort. « C’est cette sève qui était utilisée », montre-t-elle. « Des textes d’Hippocrate et Pline disent qu’elle avait une action sur la fertilité des femmes, elle aurait notamment la propriété de stimuler les règles, mais il n’y a pas d’études contemporaines qui le certifient. » Elle fait aussi partie de la famille des herbes de sorcières : « Il était dit qu’elles l’utilisaient pour rendre les hommes impuissants », indique Angeline.

    Puis, au milieu d’un jardin en carrés organisé comme à l’époque médiévale, elle attire notre regard vers de petites fleurs bleu électrique presque au ras du sol. « Les plantes méritent qu’on se mette à genoux », dit-elle, nous invitant à observer les poils sur les feuilles, visibles uniquement à la loupe botanique. Il s’agit du #gremil_officinal (Lithospermum officinale). « Elle aurait été utilisée comme pilule contraceptive par les Amérindiens », dit-elle.

    La fin de la promenade approche. Sous les chênes verts, Angeline ressort ses fiches plastifiées. Les promeneuses ont bien travaillé : les colonnes du tableau de départ se sont remplies de multiples plantes, messagères involontaires du patriarcat. Et si cette sortie témoigne d’une prise de conscience dans le milieu botanique, elle reste une exception, rappelle Léa Richard. « On a fait les calculs à la Société linnéenne de Provence, à laquelle j’appartiens, raconte-t-elle. Il y a autant de femmes que d’hommes adhérents, mais seulement 20 % des conférences et 10 % des ateliers sont faits par des femmes. La botanique reste un domaine dominé par les hommes. »

    –-

    Des pionnières malgré les interdits :

    #Marie-Anne_Libert (1782-1865) : « C’est un exemple de femme s’intéressant aux plantes cryptogames », explique Léa Richard. Elle a été la première à décrire le champignon responsable de la maladie de la pomme de terre, le mildiou. « Elle a décrit de nombreux agents pathogènes », souligne la botaniste.

    #Clémence_Lortet (1772-1835) : Elle a cofondé la Société linnéenne de Lyon. Elle a laissé plusieurs herbiers issus de ses promenades botaniques autour de la ville. « C’est un exemple du fait que les femmes n’étaient pas citées : elle a publié notamment sous le nom de son fils », dit Léa Richard.

    #Elisabeth_Julienne_Dugage_de_Pommereul (1733-1782) : Elle vivait et étudiait aux jardins du roi. Elle était spécialisée dans les graminées, sur lesquelles elle a publié un ouvrage et « elle avait une correspondance avec Linné lui-même », souligne Léa Richard, qui aime citer comment l’un de ses confrères, Jean-Baptiste Cotton des Houssayes, saluait le travail de cette scientifique : « Je déclare qu’elle n’est femme que par son sexe, mais qu’elle est homme, et homme même très célèbre, par le talent, la qualité et la richesse de son savoir. »

    ▻https://reporterre.net/Misogynie-et-botanique-comment-le-patriarcat-s-est-infiltre-dans-nos-jar
    #botanique #misogynie #patriarcat #femmes #dépossession #invisibilisation

  • Ritornano “I Venerdì di Ercolano”: gli scavi si animano di sera tra teatro, danza, musica e archeologia
    ▻https://informareonline.com/ritornano-i-venerdi-di-ercolano-gli-scavi-si-animano-di-sera-tra-te

    È ormai arrivata l’estate, e il #Parco_Archeologico_di_Ercolano ha aperto il sipario sulla nuova stagione inaugurando un appuntamento ormai divenuto imperdibile. Sono ufficialmente tornati, infatti, “I Venerdì di Ercolano“: giunta ormai alla nona edizione, questa incredibile rassegna di aperture straordinarie serali – che intreccerà spettacoli teatrali, musicali, di danza e illuminazione artistica – […] L’articolo Ritornano “I Venerdì di Ercolano”: gli scavi si animano di sera tra teatro, danza, musica e archeologia proviene da Informareonline, scritto da Alessandro Giuseppe Terracciano

    #Approfondimenti #Cultura #Federica_Colaiacomo #Maricarmen_Pepe #Venerdì

  • « On en voit un, puis deux, puis trois… » Au fond de l’Atlantique, un cimetière de fûts radioactifs
    ▻https://reporterre.net/On-en-voit-un-puis-deux-puis-trois-Au-fond-de-l-Atlantique-un-cimetiere-

    Une expédition a collecté des échantillons autour des fûts contenant des #déchets #radioactifs immergés dans l’#océan #Atlantique jusqu’en 1990. L’heure est maintenant à l’analyse pour comprendre les effets de cette pratique sur les fonds #marins.

    Nous sommes à 4 700 m de profondeur, dans les plaines abyssales de l’Atlantique Nord-Est. Sur la vidéo, la seule lumière provient des projecteurs du Nautile, un sous-marin scientifique habité de 8 m de long, qui éclairent cette immense étendue de sédiments toute plate. « Ce qui est saisissant, c’est l’approche des fûts de déchets radioactifs. On en voit un, puis deux, puis trois, puis quatre… » raconte Patrick Chardon, ingénieur de recherche au #CNRS, spécialiste de la mesure de la #radioactivité dans l’#environnement.

    La plupart sont dévorés par la rouille. « Leurs parois ondulées sont complètement corrodées, avec des couleurs très vives, très rouges. On devine encore les marquages sur certains fûts : le symbole de la radioactivité, des étiquettes, des inscriptions. Et autour, il y a aussi des déchets plus récents comme des sacs plastiques, des bouteilles et des pots de peinture », poursuit Javier Escartín, directeur de recherche au CNRS et au Laboratoire de #géologie de l’École normale supérieure, spécialiste des océans profonds.

    #nucléaire

  • Prima Klima - Schweine ins Weltall - (Vinyl, Schritt für Schritt, CBS, 1982)
    ▻https://www.youtube.com/watch?v=V5NLE-lMhLU

    Parfois la mégalomanie historique dépasse ce que satire et ironie peuvent imaginer. Aujourd’hui les milliardaires sont en train de s’éclipser sur la lune de leur propre gré et de réaliser ainsi une revendication ironique d’un mouvement historique contre l’abus de la propriété privée.

    Nous sommes au mois de juin de l’an 1981 il y a 45 ans. A Berlin-Ouest 165 immeubles et villas ont été abandonnés par leur propriétaires et viennent d’être repris par le mouvement de squatteurs qui revendiquent leur mise en état et la mise à disposition à des personnes en besoin de logement.

    La police se comporte comme de vrais porcs avec les squatteurs. Grâce à l’inspiration par Jim Henson et ses Muppets les jeunes inventent la revendication ironique d’envoyer loin de la terre les porcs policiers et leur commanditaires.

    Schweine ins Weltall

    ... est la devise du mouvement contestataire de la propriété privée de l’immobilier.

    Le groupe NDW ( Neue Deutsche Welle ) Prima Klima transforme la devise en chanson pop.

    Offizielle Deutsche Charts - Prima Klima, Schweine ins Weltall (Single )
    ▻https://www.offiziellecharts.de/charts/titel-details-830053

    Jahr: 1982
    Musik/Text: Conny Göckel, Rainer Konstantin
    Produzent: Bernhard Potschka

    Paroles (pour la première fois dans l’interwebz !)

    Schweine ins Weltall

    Atme bitte nicht zu tief,
    du könntest dran ersticken.
    Laufe bitte nicht zu schnell,
    sie könnten dich erschießen.

    Dein Badewasser riecht so schlecht.
    Versuch es mal eine Brause.
    Wo ist der Platz, wo es sicher ist?
    Du und ich, wir wissen es nicht.

    Ein moderner Mensch der kennt die Lösung aus dem Fernsehen.
    Eines Tages legst du einen wunderschönen Traum.

    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.

    Atme bitte nicht zu tief.
    Du könntest dran ersticken.
    Laufe bitte nicht zu schnell.
    Sie könnten dich erschießen.

    Richtig.

    Dein Badewasser riecht so schlecht.
    Versuch es mal mit Brause.
    Wo ist der Platz, wo es sicher ist?
    Du und ich. Wir wissen es nicht.

    Richtig.

    Ein moderner Mensch der kennt die Lösung aus dem Fernsehen.
    Eines Tages lebst du einen wunderschönen Traum.

    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.

    Sehr komisch.

    Ein moderner Mensch der kennt die Lösung aus dem Fernsehen.
    Eines Tages lebst du einen wunderschönen Traum.

    Erst muss das letzte Schwein im Welt sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.

    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.

    Erst muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Es muss das letzte Schwein im Weltall sein.
    Erst muss das letzte Schweinenwelt bald sein.
    Es muss das letzte Schwein im Welt sein.

    Erst muss das letzte Schwein im Welt sein.
    Es muss das letzte Schwein im Welt sein.
    ...

    Les origines de la revendication "Schweine ins Weltall"

    The Muppets, Pigs in Space, “The Gravity of the Situation”
    ▻https://www.youtube.com/watch?v=SN0wK-wXqY0

    Les squats de Berlin, de 1970 à 2012
    ►https://berlin-besetzt.de/# !

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    Manetstraße 73

    Kla dow

    Ritterfeld Damm 25/27

    Kreuzberg

    Adalbertstraße 22
    Adalbertstraße 6
    Adalbertstraße 71
    Adalbertstraße 74
    Adalbertstraße 76
    Adalbertstraße 83
    Adalbertstraße 91
    Adalbertstraße/Mauerplatz - Kinderbauernhof
    Admiralstraße 18
    Admiralstraße 20 - Dietmar-Marx-Haus
    Am Tempelhofer Berg 6-7
    Anhalter Straße 7 - KuKuCK
    Arndtstraße 13
    Arndtstraße 14
    Bergmannstraße 103
    Bethaniendamm - Garten/Haus an der Mauer
    Bethaniendamm - Wagenburg Kreuzdorf
    Bevernstraße 2
    Boeckhstraße 8 - Hotel Honka
    Boeckhstraße 47/48
    Chamissoplatz 3
    Cuvrybrache
    Cuvrystraße 20
    Cuvrystraße 21
    Cuvrystraße 23
    Cuvrystraße 25
    Cuvrystraße 26
    Cuvrystraße 27
    Cuvrystraße 34
    Cuvrystraße 35
    Dieffenbachstraße 33
    Dieffenbachstraße 74
    Dresdnerstraße 16 - Info-Laden K36
    Engelbecken - Waldehalde
    Erkelenzdamm 43-49 (Dachgeschoss-Wohnungen)
    Eylauerstraße 7
    Fichtestraße 23
    Fichtestraße 29 (2 Wohnungen)
    Fidicinstraße 25a / Friesenstraße 12
    Fidicinstraße 27
    Fidicinstraße 41
    Fidicinstraße 43
    Forster Straße 16
    Forster Straße 17
    Forster Straße 20 HH
    Forsterstraße 43
    Fraenkelufer 30
    Fraenkelufer 46
    Fraenkelufer 48
    Fraenkelufer 50
    Franz-Künstler Straße 10
    Frauenhaus „Marianne Teuffel“ (Manteuffelstraße 97)
    Friedrichstraße 206
    Friedrichstraße 237
    Friesenstraße 12
    Gitschiner Straße 90
    Glogauer Straße 16
    Görlitzer Straße 36
    Görlitzer Straße 37
    Görlitzer Straße 39 (HH + Fabrikgeb.)
    Görlitzer Straße 65
    Görlitzer Straße 72
    Görlitzer Straße 74
    Graefestraße 73 / Dieffenbachstraße 27
    Heimstraße 2
    Heimstraße 9 /9a
    Kohlfurter Straße 2
    Kohlfurterstraße 40
    Kohlfurterstraße 46 - Villa Trotz
    Köpenicker Straße 4
    Köpenicker Straße195a
    Kopischstraße 4
    Kopischstraße 5
    Kottbusser Damm 101
    Kottbusser Damm 5
    Kottbusser Straße 8
    Kotti&Co Protesthaus (Gecekondu)
    Lausitzerstraße 22/23 - Regenbogenfabrik
    Leuschner Damm 21
    Leuschner Damm 37
    Leuschner Damm 7 Sfl.
    Leuschner Damm 9 - Turm
    Liegnitzer Str 7/8 - Vogelhaus
    Liegnitzer Straße 5 - Hexenhaus
    Lübbener Straße 29 (einzelne Wohnungen)
    Lübbener Straße 3
    Luckauerstraße 3 HH + Sfl.
    Manteuffelstraße 108
    Manteuffelstraße 39
    Manteuffelstraße 40/41 - Bauhof
    Manteuffelstraße 42
    Manteuffelstraße 90
    Mariannenplatz - Georg-von-Rauch-Haus
    Mariannenplatz - Zeltplatz
    Mariannenplatz 13 (2 Etagen eines Fabrikgebäudes)
    Mariannenplatz 16
    Mariannenplatz 2 - New Yorck 59
    Mariannenplatz 2 - Nordflügel des Bethanien
    Mariannenplatz/Bethaniendamm - Nachbarschaftsgarten Ton, Steine, Gärten
    Mariannenstraße 16
    Mariannenstraße 48 VH
    Mariannenstraße 50
    Mariannenstraße 6 - Schoko-Fabrik
    Mariannenstraße 9-10
    Mittenwalder Straße 45 - Cafe Lille
    Möckernstraße 69
    Muskauer Straße 52
    Naunynstraße 32
    Naunynstraße 36 - Manne-Wetzel-Haus
    Naunynstraße 58
    Naunynstraße 72 HH
    Naunynstraße 77
    Naunynstraße 78
    Naunynstraße 79 - Naunynstrand
    Nostitzstraße 49
    Obentrautstraße 44
    Ohlauer Straße 29
    Ohlauerstraße 12 - Irving-Zola-Haus
    Ohlauerstraße 12 - Refugee Strike House
    Oranienplatz
    Oranienstraße 13 Hinterhaus
    Oranienstraße 15 - Cafe Diesseits
    Oranienstraße 192
    Oranienstraße 197 - Mädchenkommune
    Oranienstraße 198 - Besetza-Eck
    Oranienstraße 3
    Oranienstraße 3 / 4 HH
    Oranienstraße 4
    Oranienstraße 44 - Geronimo Haus
    Oranienstraße 45
    Oranienstraße40
    Pfuelstraße 5 HH 3.OG
    Ratiborstraße 14a
    Reichenberger Straße 114
    Reichenberger Straße 114 - Friedel54 im Exil
    Reichenberger Straße 115a
    Reichenberger Straße 63a
    Reichenberger Straße 66 - Alte Feuerwache
    Reichenberger Straße133
    Schlacht am Fraenkelufer - 12.12.1980
    Schlesische Strasse 25
    Sebastianstraße 86
    Sorauer Straße 23
    Sorauer Straße27 HH
    Taborstraße 20
    Tempelhofer Ufer 1a
    Tommy-Weisbecker-Haus
    Urbanstraße 23
    Urbanstraße 36
    Viktoriapark Klinik
    Waldemarstraße - Freistadt Barackia Wagenplatz
    Waldemarstraße 33 (2 Fabriketagen)
    Waldemarstraße 36 - Heile-Haus
    Waldemarstraße 40
    Waldemarstraße 41 - Phoenixhaus
    Waldemarstraße 52
    Waldemarstraße41
    Wilhelmstraße - Wagenplatz Tommy-Weißbecker-Haus
    Willibald-Alexis-Straße 11
    Willibald-Alexis-Straße 18 - Wax18
    Willibald-Alexis-Straße 34
    Willibald-Alexis-Straße 39 - Villa Willibald
    Willibald-Alexis-Straße 40
    Willibald-Alexis-Straße 42 - Cafe Krautscho
    Willibald-Alexis-Straße 43
    Wrangelstraße 56

    Lichtenberg

    Frankfurter Allee 187
    Hauptstraße 1 - Wagengruppe DieselA
    Kernhoferstraße 4
    Magdalenenstraße 15
    Magdalenenstraße 17
    Pfarrstraße 102
    Pfarrstraße 107
    Pfarrstraße 108
    Pfarrstraße 116 / Kaskelstraße 9
    Pfarrstraße 88
    Pfarrstraße 92
    Pfarrstraße104
    Pfarrstraße110
    Pfarrstraße112
    Rathausstraße 12

    Lichtenrade

    Rackebüller Weg 1-3 - Jugendtreffpunkt Lichtenrade

    Lichterfelde

    Jungfernstieg 12
    Osdorferstraße 11
    Potsdamer Straße 9
    Mariendorf
    Kollostraße 8
    Kurfürstenstraße 94
    Marienfelde
    Alt-Marienfelde 40

    Marzahn

    Zur Alten Börse 1 - Wagengruppe DieselA

    Mitte

    Ackerstraße 169
    Ackerstraße 18
    Adalbertstraße 25
    Adalbertstraße 26
    Adalbertstraße 27
    Adalbertstraße 32
    Adalbertstraße 53
    Alte Schönhauser Straße 43/44
    Alte Schönhauser Straße 9
    Auguststraße10
    Brunnenstraße 182
    Brunnenstraße 183
    Brunnenstraße 6/7
    Eisfabrik
    Engeldamm 20 - AJZ
    Fehrbelliner Straße 5
    Fehrbelliner Straße 6 - Fehre 6
    Fehrbelliner Straße 7
    Johannistraße 8
    Kleine Hamburger Straße 5
    Köpi
    Köpi Wagenplatz
    Linienstraße 158/159
    Linienstraße 206
    Michaelkirchplatz 4-5
    Neue Schönhauser Straße 13
    Neue Schönhauser Straße 9
    Oranienburger Straße 64
    Oranienburger Straße18
    Philippstraße 13 - Nordcampus HU, Haus 20 - Offene Uni BERLINs
    Potsdamer Platz - Rollheimer
    Rosenthaler Straße 68
    Schillingbrücke - Wagenplatz
    Schwarzer Kanal
    Schwarzer Kanal (Michaelkirchstraße)
    Steinstraße 19
    Steinstraße 28
    Steinstraße 9
    Tacheles
    Teepeeland
    Tucholskystraße 30
    Tucholskystraße 32
    Veteranenstraße 10-13

    Moabit

    Alt Moabit 4 - Villa Piccobello
    Bandelstraße 25
    Bandelstraße 27
    Birkenstraße 34
    Bredowstraße 4
    Bredowstraße 6
    Jagowstraße12 - Haus Friedensbruch / Frauencafe
    Lehrter Straße 54 HH
    Lehrter Straße 6
    Lübecker Straße 35
    Stephanstraße

    Neukölln

    Bornsdorfer Straße 37b - Borni
    Friedelstraße 21
    Hermannstraße 16
    Herrenhuter Weg 12
    Juliusstraße 160
    Juliusstraße 60
    Karl-Marx-Platz 20
    Karl-Marx-Straße 145
    Karl-Marx-Straße 20 HH
    Karl-Marx-Straße 97-99 - Alte Post
    Neuköllnische Allee 33/ Grenzallee
    Pflügerstraße 12
    Reuterstraße 41
    Reuterstraße 42
    Reuterstraße 45
    Richardplatz 8
    Wederstraße 50
    Wederstraße 58/60
    Wederstraße 96
    Weisestrasse 47
    Werra-Block
    Weserstraße39
    Wissmannstraße 19 SF
    Wissmannstraße 30
    Wissmannstraße 31 – 42
    Pankow
    Stille Straße 10
    Prenzlauer Berg
    Christburger Straße 21
    Christburger Straße 31
    Christinenstraße 14
    Christinenstraße 15
    Christinenstraße 33
    Cotheniusstraße16
    Dunckerstraße 21
    Dunckerstraße 74
    Dunckerstraße14
    Dunckerstraße15
    Kastanienallee 71
    Kastanienallee 77
    Kastanienallee 85
    Kastanienallee 86
    Kollwitzstraße 89
    Kollwitzstraße64
    Kremmenerstraße 9-11 - Kirche von Unten
    Landsberger Allee 54 - Kunsthaus LA 54 / vilLA54
    Lottumstraße 10a
    Lottumstraße 26
    Lottumstraße 7 / Christinenstraße 35
    Lottumstraße 7/Christinenstraße 35
    Lottumstraße 9/10
    Lychener Straße 60
    Lychener Straße 61
    Oderberger Straße 46
    Raumerstraße 33
    Rykestraße 27
    Schliemannstraße 10
    Schliemannstraße 16
    Schliemannstraße 27
    Schliemannstraße 39
    Schliemannstraße 40
    Schliemannstraße 42
    Schliemannstraße 43
    Schönhauser Allee 177 B
    Schönhauser Allee 20/21
    Schönhauser Allee 5
    Schwedter Straße - Laster und Hänger Wagenplatz
    Sredzkistraße 36
    Reinickendorf
    Jugendzentrum Märkisches Viertel
    Ollenhauerstraße 33
    Rummelsburg
    Rummelsburger Landstraße - Bootsschuppen
    Schöneberg
    Blumenthalstraße 13
    Blumenthalstraße 14
    Blumenthalstraße 15
    Bülowstraße 52
    Bülowstraße 54 - Schato Pillenknick
    Bülowstraße 55 - Cafe Instant / Punkerhaus / Tuntenhaus
    Bülowstraße 89
    Bülowstraße 55 - Tuntenhaus
    Demo „Sturm auf das Rathaus“ 25.06.1981
    Dennewitzstraße 24a
    Drugstore
    Ebersstraße 84 - Arbeitslosenladen
    Eisenacher Straße 103 HH
    Eisenacher Straße 2
    Frankenstraße 7
    Frobenstraße10 - Villa Vollmond
    Goebenstraße 7
    Goebenstraße 8
    Goltzstraße 30
    Gotenstraße 14
    Gotenstraße 19
    Hand-Drugstore
    Kaiser Wilhelm Platz 9
    Kaiser-Wilhelm-Platz 5
    Kurmärkische Straße 10
    Maaßenstraße 11
    Maaßenstraße 13
    Maaßenstraße 15
    Mansteinstraße 10 - Rote Insel
    Passauerstraße 37a
    Pohlstraße 59
    Pohlstraße 61
    Pohlstraße 89
    Potsdamer Straße 130
    Potsdamer Straße 139
    Potsdamer Straße 157
    Potsdamer Straße 159
    Potsdamer Straße 161
    Schöneberger Jungarbeiter- und Schülerzentrum (SJSZ)
    Schöneberger Jungarbeiter- und Schülerzentrum SJSZ
    Schwerinstraße 14 - Sigurd-Debus-Haus
    Steinmetzstraße 21
    Steinmetzstraße 22
    Vorbergstraße 10
    Winterfeldtstraße 20
    Winterfeldtstraße 22
    Winterfeldtstraße 24
    Winterfeldtstraße 25
    Winterfeldtstraße 31
    Winterfeldtstraße 35
    Winterfeldtstraße 36
    Winterfeldtstraße 37
    Winterfeldtstraße 38

    Spandau

    Breite Straße 71a
    Klubhaus Falkenhagener Feld
    Kolk 8
    Möllentordamm 2
    Möllentordamm 9
    Platzbesetzung Spandauer Forst
    Streitstraße 22

    Steglitz

    Birkbuschstraße 15
    Goerzallee 5
    Odenwaldstraße / Stubenrauchstraße
    Paulsenstraße 44

    Tempelhof

    Schönburgstraße 11
    UFA-Fabrik

    Tiergarten

    Derfflingerstraße 21
    Jugendzentrum Tiergarten
    Körnerstraße 17
    Lennestraße - Kubat-Dreieck
    Lützowstraße 2-6 Fabrik
    Thomas-Dehler-Straße 46
    Wilsnacker Straße 15

    Treptow

    Kleingartenanlage Beermannstraße 24
    Puschkinallee 52
    Schlesischer Busch/Puschkinallee - Wagenplatz Lohmühle
    Schwarzer Kanal
    Wagenburg Lohmühle

    Wannsee

    Am Kleinen Wannsee 12
    Am kleinen Wannsee 20

    Wedding

    Badstraße 30
    Biesenthalerstraße 4
    Buttmannstraße 16
    Buttmannstraße 18
    Buttmannstraße 19 - Guido-Weitz-Haus
    Drontheimer Straße 12
    Groningerstraße 50
    Hussitenstraße 45
    Koloniestraße 30
    Liebenwalder Straße 39
    Nordufer 28
    Prinzenallee 58
    Putte
    Schrippenkirche (Ackerstraße 52)
    Schulstraße 7 Cafe
    Schulstraße 8
    Stettiner Straße 40
    Sylterstraße 4
    Willdenowstraße 15

    Weißensee

    Falkenberger Straße 183
    Heinersdorfer Straße 11

    Wilmersdorf

    Gieseler Straße 14/15
    Saßnitzerstraße 9
    Sigmaringerstraße 31

    Wittenau

    Hermsdorfer Straße 4

    Zehlendorf

    Alemannenstraße 10
    An der Rehwiese 4
    Claaszeile
    Holstweg 29
    Kaunstraße 20
    Kleinaustraße 15
    Königstraße 28
    Limastraße 29 - Mutesius Villa
    Miquelstraße 49/51
    Quermatenweg 2-4
    Schulstraße 3
    Sophie-Charlotte-Straße 25 - Villa Lotta
    Sven Hedin Straße 44

    P.S. Le groupe krautrock Grobschnitt a traité le sujet des cochons d’espace dans une perspective davantage écologiste.

    Schweine im Weltall, Grobschnitt,, Razzia, 1982
    ▻https://www.youtube.com/watch?v=nkSpxj1-Gsg

    Grobschnitt
    ▻https://de.wikipedia.org/wiki/Grobschnitt

    Grobschnitt ist eine deutsche Rockband, die von 1970 bis 1989 und von 2006 bis 2012 in verschiedenen Formationen bestand. Seit 2019 ist Grobschnitt wieder in einer kleinen Besetzung aktiv.

    Prima Klima, die Band
    ▻http://www.ichwillspass.de/ndw/bands/prima.htm

    Bandmitglieder 1980-1982:

    Bruno Ferrari (voc)
    Conny Göckel (key)
    Kurt Heckenberg (b)
    Sid Gautama (dr)
    Rainer Konstantin (git)

    Bandmitglieder 1983:

    Uwe Heyder (voc)
    Conny Göckel (key)
    Matthias von Tippelskirch (sax)
    Owuso Buafo (b)
    Hans Schumann (dr)
    Bernhard Potschka (git)

    Fakten, Fakten, Fakten

    1980 gründete Gitarrist Rainer Konstantin die Band Prima Klima in Berlin. Seine Mitstreiter waren der Schweizer Sänger Bruno Ferrari (früher Brutto/Netto), der damals an einer Opernschule studierte und Keyboarder Conny Göckel. Dazu kamen Sid Gautama am Schlagzeug und Kurt Herkenberg (Interzone) am Bass.

    In dieser Besetzung konnte Prima Klima 1981 den Nachwuchswettbewerb des Berliner Senats gewinnen. Im Spliff Tonstudio entstand kurz darauf ihre gleichnamige Debüt-LP mit 12 Titeln, die als „Heiße Tanzmusik aus einem umgebauten Tiefkühlraum“ angepriesen wurde, aber wenig innovativen, dafür gut produzierten Deutsch-Rock enthielt. Zusammen mit Spliff, Extrabreit und Interzone waren Prima Klima bei der ersten Levis Rocktour und der gleichnamigen, überaus erfolgreichen Sampler-LP dabei.

    Nach der Tour trennen sich die Bandmitglieder auf Grund musikalischer Differenzen, einzig Göckel gab nicht auf und bastelte mit neuer Mannschaft an der Fortsetzung der Bandgeschichte. Die erste Single mit neuer Besetzung „Gewühl im Gefühl“ verkauft sich gut und gilt bis heute als größter Hit der Band. 1983 erschien schließlich die zweite LP „Nie wieder einsam“ sowie zwei weitere Singles.

    Der Erfolg blieb aber mässig und so viel die neuformierte Band bereits wieder auseinander – Prima Klima war Geschichte.

    Herkenberg verstarb unter mysteriösen Umständen 1983.

    Achtung: 1993 erschien eine Maxi-CD von Prima Klima mit dem Titel „Frauen“. Diese Gruppe hat mit der NDW-Kapelle nicht zu tun!

    DISKOGRAFIE

    Singles:
    Tango, 1982
    Komm auf meinen Stern, 1982
    Gewühl im Gefühl, 1982
    Nie wieder einsam, 1983
    Das geht nicht, 1983

    LPs:
    Prima Klima, 1981, CBS
    Nie wieder einsam, 1983, CBS

    #télévision #marionettes #Berlin #squats #espace #musique #NDW #Krautrock

  • #Volla, una panchina in memoria di #Luigi_Ciaramella, #Mario_Greco e tutte le vittime della strada: il mondo della sicurezza stradale unito nel ricordo
    ▻https://informareonline.com/volla-una-panchina-in-memoria-di-luigi-ciaramella-mario-greco-e-tut

    In occasione dell’installazione della panchina in memoria di Luigi Ciaramella e Mario Greco, giovani tragicamente scomparsi in incidenti stradali, e dedicata a tutte le vittime della strada, il Presidente del #Club_Limax (Associazione Veicoli Storici), #Biagio_Coppola, esprime il proprio profondo cordoglio e la vicinanza alle famiglie, sottolineando l’importanza della memoria e della prevenzione. I […] L’articolo Volla, una panchina in memoria di Luigi Ciaramella, Mario Greco e tutte le vittime della strada: il mondo della sicurezza stradale unito nel ricordo proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Comunicati_Stampa

  • Berlin: Friedhof nicht unter Wohnungen begraben
    ▻https://www.nd-aktuell.de/artikel/1200166.stadtentwicklung-berlin-friedhof-nicht-unter-wohnungen-begraben.h

    Eingang zum Friedhof: Im brachliegenden hinteren Teil sollen vier- bis achtstöckige Wohnhäuser entstehen. Foto: Björn Obmann | BUND Berlin

    4.6.2026 von Lola Zeller - Anwohner wollen verhindern, dass ein Teil des Dreifaltigkeitsfriedhofs in Mariendorf bebaut wird. Die Wohnungen sollen lieber auf den Schrottplatz nebenan.

    »Da muss mal der Heilige Geist herunterkommen und durch die Spinnweben in den Köpfen wirbeln!« Ulrike Bruckmann ist aufgebracht. Denn ein Teil des Dreifaltigkeitsfriedhofs im Berliner Ortsteil Mariendorf soll mit Wohnungen bebaut werden. Noch diene die an einigen Ecken etwas verwilderte Grünfläche den Anwohner*innen als Erholungsgebiet, berichtet die Bürgerinitiative Mariendorf-Nord. Zusammen mit dem Umweltverband BUND Berlin kämpft sie um den Erhalt der Grünfläche für Tiere, Pflanzen und Menschen im Kiez. In der vergangenen Woche hatten die beiden Gruppen zu einer Diskussionsveranstaltung vor Ort eingeladen.

    Bruckmann wohnt seit 1996 in der Nähe des Friedhofs und hält sich gerne an dem grünen Ort auf. »Das ist ein ganz toller Friedhof, es gibt hier uralte Kirschbäume«, sagt sie »nd«. Die Debatte um die Friedhofsfläche hat eine lange Geschichte. Weil der Bedarf an Begräbnisorten stark abgenommen hatte und für viele Friedhofsverbände die Pflege ihrer Grünflächen zu teuer geworden war, beschloss das Land in den 2000ern, auf ungenutzten Friedhofsflächen Wohnungsbau zu ermöglichen. Dazu werden die Flächen entwidmet und können dann von den Verbänden verkauft werden.

    So erging es auch dem halben Dreifaltigkeitsfriedhof III in Mariendorf. Der Evangelische Friedhofsverband Berlin Stadtmitte hat die Fläche verkauft, der Bezirk Tempelhof-Schöneberg will dort von einem privaten Investor Wohnungen und insbesondere Räume für betreutes Wohnen bauen lassen. Doch ein entsprechender Bebauungsplan ist noch nicht beschlossen und die Anwohner*innen und Umweltschützer*innen haben die Fläche noch nicht aufgegeben.

    »Wir brauchen definitiv Wohnungen«, sagt Christiane Nastarowitz-Bien von der Bürgerinitiative. Die Wohnungsnot dürfe aber nicht gegen den Klimaschutz ausgespielt werden. »Die Leute in den Wohnungen müssen auch noch atmen können.« Die 125 Jahre alte Friedhofsfläche sei nicht nur ökologisch wertvoll, weil es etwa alte Bäume mit Nistplätzen für verschiedene Vogelarten gebe, sondern diene auch als Naherholungsgebiet für die Nachbarschaft. »Viele leben hier in kleinen Wohnungen und haben keinen Garten.«

    »Man kann nicht einfach so tun, als gäbe es den Klimawandel nicht.«
    Ulrike Bruckmann Anwohnerin

    Zur Diskussionsveranstaltung rund um den Friedhof sind auch zahlreiche Bezirkspolitiker*innen erschienen. Die CDU, die in der Bezirksverordnetenversammlung von Tempelhof-Schöneberg zwar die stärkste Fraktion bildet, aber dennoch Teil der Opposition zu einer Zählgemeinschaft aus Grünen und SPD ist, stellt sich an die Seite der Bebauungsgegner*innen. »Wir haben vor rund 15 Jahren für uns als CDU festgelegt, dass wir Friedhofsflächen generell nicht bebauen wollen«, sagt der Verordnete Ralf Olschewski. Es sei nicht sinnvoll, auf der Fläche Bäume abzuholzen und dann woanders neue zu pflanzen.

    Bertram von Boxberg (Grüne) verteidigt die Entscheidung für eine Bebauung der Friedhofsfläche. Alle Wohnungen, die dort entstehen sollen, würden zur Miete angeboten, ein Drittel davon sollen Sozialwohnungen werden, und besonders dringend würden die Räume für betreutes Wohnen gebraucht. »Als Grüne wollen wir einen Ausgleich zwischen Wohnraum und Grünflächen schaffen«, sagt Boxberg. Der Investor plane, viel Grün in dem neuen Wohngebiet zu erhalten und für alle Anwohner*innen zugänglich zu machen.

    Davon lassen sich die in der Bürgerinitiative organisierten Anwohner*innen nicht überzeugen. Sie verweisen auf eine Fläche, die der BUND Berlin ausfindig gemacht hat, in direkter Umgebung des Friedhofs. Es handelt sich laut den Angaben der Initiative um einen Schrottplatz. Die Fläche ist bereits versiegelt und eignet sich daher deutlich besser zum Bau von Wohnungen, so die Argumentation. Doch die Bezirkspolitiker*innen sind skeptisch, weil es sich um unterschiedliche Eigentümer handelt. Ein Bauprojekt auf dem Schrottplatz würde an dem Bauprojekt auf dem Friedhof nichts ändern.

    Dass ausgerechnet auf Grünflächen und nicht auf einer der zahlreich zur Verfügung stehenden asphaltierten Gewerbeflächen in Mariendorf Wohnungen entstehen sollen, frustriert die Anwohner*innen. Sie hatten über 1000 Unterschriften gesammelt und im Bezirk erwirkt, dass alternative Standorte für den Wohnungsbau geprüft werden müssen. Doch die Politiker von SPD und Grünen beteuern, dass keine alternativen Flächen hätten gefunden werden können. Es sei außerdem äußerst aufwendig, Gewerbe- in Wohnflächen umzuwandeln.

    »Die Politik muss sich nicht nach den Besitzern richten, sondern kann entscheiden, was mit den Flächen passieren soll«, sagt Dirk Schäuble vom BUND Berlin zu den Politiker*innen. Wer zurzeit der Besitzer der Friedhofsfläche ist, wird ebenfalls auf der Veranstaltung diskutiert. Tillman Wagner, Geschäftsführer des Evangelischen Friedhofsverbands Berlin Stadtmitte, teilt auf Nachfrage von »nd« mit, der Verband habe die Fläche bereits verkauft und »mit der Festsetzung des Bebauungsplans« sei die »Transaktion vollständig abgeschlossen«. Einen Bebauungsplan gibt es aber noch nicht – den muss die Bezirksverordnetenversammlung erst noch beschließen oder eben auch nicht.

    Wagner sagt, es soll ein »Inklusionscampus« entstehen. Ein Zusammenschluss aus der Familie Semer und der Hamburg-Team-Gruppe wolle ein derartiges Projekt mit sozialer und inklusiver Ausrichtung realisieren, so Wagner. Dem Friedhofsverband sei es nicht möglich, die Grünfläche selbst zu erhalten, sollte der Bebauungsplan von den Bezirksverordneten nicht beschlossen werden. »Die Folge wäre eine Sperrung der Flächen für die Öffentlichkeit«, so Wagner.

    Das Unternehmen Hamburg-Team schreibt auf seiner eigenen Webseite, es habe die Fläche, auf dem der »Campus Schätzelberg« entstehen soll, 2019 »in einem Joint Venture mit der Dr. Wolfgang Schroeder GmbH & Co. KG« erworben. Man wolle 260 Wohnungen, davon 80 Sozialwohnungen, bauen, inklusive Angebote schaffen, nur in geringem Maße Flächen des Friedhofs versiegeln und die Grünflächen aufwerten und der Öffentlichkeit dauerhaft zugänglich machen. An der Dr. Wolfgang Schroeder GmbH & Co. KG ist die Familie Semer beteiligt, der wiederum die Hellweg-Baumarktkette gehört.

    Eva Majewski Sparacino (CDU), Bezirksstadträtin für Stadtentwicklung und Wohnen in Tempel-Schöneberg, stellt das Bauprojekt als einen Gewinn für den Bezirk dar. »Abgesehen vom dringend benötigten zusätzlichen Wohnraum birgt das Projekt die außergewöhnliche Chance, auch einen besonders großen Anteil an sozialen Nutzungen zu realisieren«, sagt Majewski Sparacino zu »nd«. Neben den Räumen für betreutes Wohnen seien auch Beratungsangebote geplant.

    Neun Gebäude mit vier bis acht Stockwerken sollen auf der Fläche entstehen. Das Baugrundstück liege seit Jahrzehnten brach. Weil der Bebauungsplan noch nicht beschlossen worden sei, könne das Stadtentwicklungsamt keine Prognosen über Baubeginn oder -ende treffen, so Majewski Sparacino. Als nächsten Schritt bekomme »die Öffentlichkeit erneut die Möglichkeit zur Beteiligung am Bebauungsplanverfahren«.

    Anwohnerin Ulrike Bruckmann findet, dass es dringend ein Umdenken in der Stadtplanung braucht. »Man kann nicht einfach so tun, als gäbe es den Klimawandel nicht«, sagt sie »nd«. Die Friedhofsfläche sei nicht nur ein schöner Ort zum Spazieren, sondern auch wichtig fürs Stadtklima. Bruckmann ist selbst Mitglied der evangelischen Kirchengemeinde Mariendorf-Ost und kennt die finanziellen Schwierigkeiten. Doch aus ihrer Sicht gibt es auch einen christlichen Auftrag, die »Schöpfung zu erhalten«.

    #Mariendorf #Eisenacher_Straße #Friedhof #Ulrike

  • La dégradation de l’océan se poursuit, mais toujours pas d’accord pour réduire la #pollution_plastique
    ▻https://www.rfi.fr/fr/%C3%A9conomie/20260608-la-d%C3%A9gradation-de-l-oc%C3%A9an-se-poursuit-mais-toujours-pas-d-acc

    Les océans sont de plus en plus en mauvaise santé. C’est le constat du baromètre #Starfish dévoilé ce lundi 8 juin à l’occasion de la Journée mondiale de l’océan. Le #niveau de la #mer augmente toujours plus vite, la #biodiversité #marine est menacée et la #pollution s’accumule. Selon les estimations de la fondation Ellen MacArthur, les #océans pourraient contenir plus de #plastique que de #poissons d’ici à #2050.

  • Elezioni Comunali #San_Nicola_La_Strada: ecco la nuova #sindaca
    ▻https://informareonline.com/elezioni-comunali-san-nicola-la-strada-ecco-la-nuova-sindaca

    Maria Natale è la nuova sindaca di San Nicola la Strada. Il verdetto delle urne ha consegnato la vittoria alla candidata del Campo Largo, che ha superato al ballottaggio la sfidante #eligia_santucci con oltre il 52% delle preferenze. Dopo la vittoria di Maria Luigia Iodice a Marcianise, con questo risultato il centrosinistra completa l’opera […] L’articolo Elezioni Comunali San Nicola la Strada: ecco la nuova sindaca proviene da Informareonline, scritto da Gianrenzo Orbassano

    #Approfondimenti #Attualità #maria_Natale

  • ▻https://fr.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Mujica?wprov=sfla1

    José Alberto Mujica Cordano (/xoˈse muˈxika/[1]), dit Pepe Mujica, est un homme d’État uruguayen, né le 20 mai 1935 à Montevideo et mort le 13 mai 2025 à Rincón del Cerro. Il est président de la république orientale de l’ #Uruguay de 2010 à 2015.

    Guérillero des #Tupamaros dans les années 1960-1970, il est détenu en tant qu’otage et torturé sous la dictature militaire. Après le rétablissement de la démocratie, il participe à la création du Mouvement de participation populaire (MPP) avec le Mouvement de libération nationale Tupamaros (MLN-T).

    [...]

    Il se distingue, à l’échelle internationale, par son mode de vie, très éloigné du faste habituel de la fonction présidentielle. Il délaisse le palais présidentiel pour habiter la petite ferme de son épouse, « au bout d’un chemin de terre » en dehors de Montévidéo. Il continue à y cultiver avec son épouse des fleurs à des fins commerciales et donne environ 90 % de son salaire présidentiel à un programme de logement social, conservant pour lui-même l’équivalent du salaire moyen en Uruguay (environ 900 € par mois). Le couple présidentiel bénéficie de la protection de deux policiers à la ferme.

    [...]

    Politique sociétale

    En octobre 2012, le Parlement vote la légalisation de l’ #avortement. Contrairement à son prédécesseur, qui avait mis son veto à cette légalisation, Mujica fait approuver la loi[30]. L’Uruguay devient ainsi le deuxième pays d’Amérique latine à autoriser l’avortement après Cuba[29]. En avril 2013, les parlementaires approuvent définitivement une loi ouvrant le mariage aux couples de même sexe[2].

    En juin 2012, le gouvernement propose de légaliser et réguler la vente de #marijuana. Malgré des critiques venues du monde entier[31], la revue britannique Monocle[32] salue cette décision, et le magazine américain Time se demande ensuite si ce n’est pas un exemple à suivre pour le reste du monde[33]. Le 6 mai 2014, Mujica signe une loi légalisant le cannabis et régulant toute sa chaîne de production sous l’autorité de l’État[34].

    [...]

    Politique économique et sociale

    En termes généraux, il s’inscrit dans la continuité de la politique de la mandature précédente. La part des dépenses sociales dans le total des dépenses publiques passe ainsi de 60,9 % à 75,5 % entre 2004 et 2013[21]. Selon le sociologue Denis Merklen, lorsque José Mujica rend le pouvoir à son successeur, l’Uruguay est à nouveau « champion de l’Amérique latine en matière sociale. En décembre 2013, le #chômage représente 6,3 % de la population active. L’emploi non déclaré concerne seulement 16 % des salariés. La #pauvreté passe de 40 % en 2005 à 11,5 % de la population et elle est inférieure à 3 % dans les zones rurales. L’indigence touche 0,5 % des personnes. Sur la totalité de ces indicateurs, l’Uruguay est alors le pays le mieux placé de l’Amérique latine[22]. » Le #salaire minimum est rehaussé de 250 %[23].

    Il soutient par ailleurs le renforcement des #syndicats. D’après la Confédération syndicale internationale, l’Uruguay est devenu le pays le plus avancé d’Amérique en matière de respect « des droits fondamentaux du travail, en particulier la liberté syndicale, le droit à la négociation collective et le droit de grève »[21].

    [...]

    Documentaires

    Emir #Kusturica réalise en 2018 pour Netflix El Pepe, una vida suprema, documentaire sur son parcours où il tient le premier rôle, avec son épouse Lucía Topolansky.

    En 2023, le cinéaste haïtien Arnold Antonin [53]a sorti un documentaire d’une heure, « Pepe Mujica, Nelson Mandela et Haïti »[54], consacré à cet ancien président hors

    du commun.

  •  »Die Crew wird sich selbst überlassen« 
    ▻https://www.akweb.de/politik/ship-abandonment-seeleute-im-iran-krieg-strasse-von-hormuz-arbeitsbedingungen-

    Sur l’inspection du travail maritime à Hambourg

    19.5 2026 von Lene Kempe - Der Gewerkschafter Sören Wichmann über »Ship-Abandonment« und Arbeitsbedingungen auf See in Zeiten von Krieg und Krisen

    Interview: Lene Kempe

    Seit Beginn des Irankriegs Ende Februar stecken etwa 2.000 Schiffe in der Straße von Hormus fest – samt ihrer Besatzungen. Sören Wichmann erzählt im Interview, was das für die betroffenen Seeleute bedeutet, warum sich viele Reedereien einfach aus der Verantwortung ziehen können und warum die Internationale Transportarbeiter-Föderation (ITF) schon lange mit solchen Fällen zu tun hat.

    Wie sieht ein normaler Arbeitstag im Leben eines ITF-Inspektor aus?

    Sören Wichmann: Der fängt morgens damit an, dass wir uns Schiffe raussuchen, die gerade im Hamburger Hafen liegen. Schiffe ohne Tarifvertrag sind natürlich besonders interessant. An Bord sprechen wir mit den Seeleuten und schauen uns ziemlich genau die Arbeits- und Lebensbedingungen an, versuchen herauszufinden, ob die Gehälter richtig gezahlt werden, ob der Tarifvertrag, wenn es einen gibt, eingehalten wird. Im Zweifel versuchen wir, diese mit Bezug auf das für den jeweiligen Flaggenstaat geltende Recht durchzusetzen.

    Bemerkst du Veränderungen bei den Inspektionen, seit der Irankrieg begonnen hat?

    Schon seit dem russischen Angriffskrieg auf die Ukraine hat sich etwas verändert. Das Thema Krieg ist in der maritimen Wirtschaft und für alle Seeleute noch präsenter geworden. Zumindest in den ersten Monaten nach Beginn des Krieges hatten wir deutlich mehr Schiffe in Hamburg, die normalerweise nicht hierher kommen würden – weil sich ihre Handelsrouten verändert haben. Und seit dem Beginn des Irankriegs sehen wir vor allem eine unglaublich verunsicherte Arbeitnehmendenschaft auf See. Den meisten Leuten ist sehr bewusst, dass sie im Zweifelsfall in ein Krisen- oder Kriegsgebiet fahren müssen. Wir versuchen deshalb, die Seeleute darüber aufzuklären, dass sie in der Regel per Tarifvertrag ein Recht darauf haben, das abzulehnen, also nicht in diese Gebiete zu fahren. Und wenn sie das doch wollen oder müssen, sie zumindest ein Recht auf Extrakompensation und Zusatzzahlungen haben.
    Foto: Privat
    Sören Wichmann

    ist Inspekteur bei der Internationalen Transportarbeiter-Föderation ITF. Täglich kontrolliert er auf Schiffen im Hamburger Hafen, ob die Reedereien Tarifverträge und Arbeitsrechte einhalten. Davor hat er hier die Seemannsmission Duckdalben geleitet

    Suchen denn Seeleute, die jetzt in der Straße von Hormus festsitzen, bei der ITF konkret nach Hilfe?

    Ja. Von den Kolleg*innen in London weiß ich, dass bei ihnen seit Beginn des Krieges knapp 1.000 Hilfegesuche von Seeleuten eingegangen sind. Ich betreue aktuell auch einen Fall von einem Schiff, das in der Region festsitzt. Das Schiff liegt hinter der Bucht von Hormus, im Persischen Golf. Da kämpfe ich gerade gegen die Reederei, um die Besatzung zu repatriieren, also in ihre Heimatländer zurückzubringen. Und um die ausstehenden Gehälter.

    Du forderst also die Reederei auf, die Leute per Schiff oder über Land- oder Luftweg von Bord zu holen und nach Hause zu bringen?

    Ja, die haben per Arbeitsvertrag ein Recht darauf. Wenn ein Krisen- oder Kriegsgebiet ausgerufen wird und die Reederei das Schiff in diese Region fahren lässt, dann müssen die Seeleute umgehend informiert werden. Die haben dann das Recht, das zu verweigern, also zu sagen: Bitte holt mich von Bord. Und da darf es dann auch keine Konsequenzen im Arbeitsvertrag geben. Das ist nicht erlaubt.

    Und können sich die Seeleute darauf verlassen?

    Bei guten Reedereien: ja. Und in einigen Verträgen sind auch Ansprüche auf Gehaltsauszahlung von mindestens zwei Monaten verbrieft, die die Besatzungen dann gegen die Reederei geltend machen können. Bei den Schiffen, die jetzt in der Straße von Hormus liegen, ist es ja so, dass der Krieg begonnen hat, als sie bereits vor Ort waren. Das heißt: Sie sind nicht in ein Kriegsgebiet hineingefahren, sondern das Gebiet kam quasi zu ihnen, durch den Krieg, der relativ plötzlich losging. Und für viele Reedereien ist es in dieser Situation tatsächlich gar nicht so einfach möglich, Seeleute schnell von dort zu repatriieren. Den Fall des Schiffs, um das ich mich gerade kümmere, habe ich Ende Februar, Anfang März übernommen, das heißt, wir reden von mehr als zwei Monaten, in denen die Seeleute an Bord festsitzen. Und mir kann keine Reederei erzählen, dass es nicht möglich ist, die innerhalb von zwei Monaten von dort wegzuholen. Da versagt eindeutig das Unternehmen, seiner Verpflichtung nachzukommen. Die nächste Frage ist aber natürlich auch: Was passiert, wenn ich die Seeleute da heruntergeholt habe? Die Schiffe dürfen nicht ohne Besatzung irgendwo liegen gelassen werden, es muss immer eine Mindestbesatzung an Bord bleiben, um die Schiffssicherheit zu gewährleisten. Selbst wenn ich die Crew da runter bekomme, ist in zwei Wochen die nächste drauf. Und das wird die schlecht bezahlte Crew sein, die zugesagt hat, in einem Kriegsgebiet eingesetzt zu werden.

    Seit Beginn des Irankrieges sind bei der ITF knapp 1.000 Hilfegesuche von Seeleuten eingegangen.

    Und wie ist aktuell die Lage für die Crew auf diesem Schiff?

    Trist, aber nicht hoffnungslos, würde ich sagen. Die Crew sieht natürlich regelmäßig Kampfflugzeuge. Die Reederei hat versucht, mich zu beruhigen, und gesagt, keine 500 Meter weg von dem Schiff sei ja ein Bunker. Das hilft natürlich niemandem, der auf einem Schiff festsitzt. Den Leuten geht es aber so weit ganz gut, das Wasser reicht noch aus, die Proviantlieferungen sind auch gekommen. Darum hat sich die Reederei immerhin gekümmert. Aber die Crew steht unter starkem psychischen Stress, die haben Angst, möchten nach Hause. Gleichzeitig zahlt die Reederei ihnen keine Gehälter mehr: weil das Schiff nicht fährt und keine Ladung transportiert. Das führt wiederum dazu, dass die Seeleute ihre Familien zu Hause nicht versorgen können, dort die Miete oder die Schulkosten für Kinder nicht mehr bezahlt werden können. Gleichzeitig ist es für mich unglaublich schwer, irgendwie Druck auf die Reederei aufzubauen, weil ich nun mal in Hamburg sitze. Und wie so häufig fährt dieses Schiff unter einer Billigflagge, also unter einer sogenannten Flag of Convenience, und die Reederei hat eine Briefkastenadresse, während das sogenannte Crewing, das sich um die Seeleute kümmern soll, in Indien sitzt und ich überwiegend russische Seeleute an Bord habe. So wird der Ball der Zuständigkeit gerne hin und her geworfen und die einzigen Leute, die sich wirklich kümmern, sind praktisch wir als ITF. Der Flaggenstaat reagiert derzeit gar nicht auf meine Nachrichten, die Reederei versucht, sich rauszureden. Das einzige Mittel, das ich in dieser Situation nutzen konnte, war, das Schiff an die UN zu melden, was aber nur dazu führt, dass es auf eine Sanktionsliste kommt, mehr nicht.

    Die Reederei zahlt der Besatzung aktuell keine Gehälter mehr, weil das Schiff keine Ladung transportiert.

    Dass die Leute in dieser Situation keinen Lohn bekommen, ist ja sicherlich auch…

    …illegal. Genau. Was wir da gerade erleben, ist ein Menschenrechtsbruch. Und das ist nur eines von vielen Beispielen dafür. Diese Praxis ist auch nicht neu: Wir haben es hier mit einem sogenannten Abandonment-Case zu tun. Weil die Reederei seit mehr als zwei Monaten das Gehalt nicht zahlt und es nicht schafft, diese Leute nach Hause zu repatriieren. Mehr als zwei Monate ausstehende Gehälter, nicht organisierte Rückführungen oder die Nichtlieferung von Proviant und Wasser sind die drei Gründe, aus denen nach der Maritime Labour Convention der Internationalen Arbeitsorganisation ILO, einer Unterorganisation der UN, ein Fall von Abandonment gemeldet werden kann. Und das habe ich gemacht. Viel mehr kann ich auch nicht tun, außer den Leuten zu sagen, wir als Gewerkschaft stehen an eurer Seite und werden euch nicht allein lassen.

    Es gab ja auch die Versuche, Schiffe mit der US-Marine durch die Straße von Hormus zu geleiten. Was hältst du davon?

    Wir reden bei den Seeleuten an Bord nicht von Kombattant*innen nach Genfer Konvention, das sind Zivilist*innen, die eigentlich ganz normale Handelswege befahren. Seeleute sind erst einmal Transportarbeiter*innen, genauso wie der Kollege oder die Kollegin von DHL oder von Lieferando. Diese Menschen mit Militärschutz durch Kriegsgebiete zu fahren, um irgendwelche Container von A nach B zu bringen, ist absurd.

    Seeleute kommen ja immer wieder in Konflikt- und Kriegssituationen. Es gibt die Angriffe der jemenitischen Huthi-Miliz auf Containerschiffe, etliche Fälle von »Piraterie«. Allein 2025 gab es 137 Angriffe auf Schiffe, Besatzungsmitglieder wurden verschleppt oder als Geiseln genommen. Bereiten die Reedereien die Besatzungen auf solche Szenarien vor?

    Seeleute müssen verschiedene »Drill-Szenarien« durchlaufen und entsprechende Zertifikate erwerben, bevor sie an Bord gehen. Die haben alle Seefahrtsschulen oder Trainingscenter besucht, da lernen sie »Survival at Sea«. Verhalten im Falle von Piraterie gehört da auch mit rein. Wenn Schiffe in Piraterie-Gebiete fahren, an der westafrikanischen Küste beispielsweise, müssen die Reedereien die Seeleute außerdem rechtzeitig informieren und Aufschläge aufs Gehalt bezahlen. Regelmäßig fahren außerdem Söldner mit in diese Gebiete. Und die Schiffe werden mit Stacheldraht ausgestattet. Die Crew wird gebrieft, permanent ist eine Wache auf der Brücke, die überprüft, ob sich Schiffe nähern. Das ist dann ganz normaler Alltag, aber natürlich auch hoher psychischer Stress für die Crew, der einfach dazugehört.

    Wenn wir uns allerdings die weltweite Flotte angucken, reden wir von knapp zwei Millionen Seeleuten, dann ist das im Verhältnis natürlich eine verschwindend geringe Zahl, die von Piratenangriffen betroffen sind. Trotzdem darf man nicht vergessen, dass das hochtraumatisierende Erlebnisse für diese Menschen sind.

    Noch einmal zurück zu den Abandonment-Cases. Du hast gesagt, so etwas kommt nicht nur unter Kriegs- und Krisenbedingungen vor?

    Genau, das Phänomen ist uns schon lange bekannt: Schiffe werden von den Eignern quasi abgestoßen, der Kontakt zur Crew oft abgebrochen und sie werden sich selbst überlassen. Häufig nicht in Häfen, sondern irgendwo auf See und meist auch noch in internationalen Gewässern, ohne klare Zuständigkeit. Ohne fähige Off-Shore-Schiffe kommt man da dann gar nicht hin. Insgesamt haben solche Fälle in den letzten Jahren massiv zugenommen. Im Jahr 2023 hatten wir 200 Abandonment-Fälle, 2024 waren es dann mehr als 300, letztes Jahr mehr als 400. Die Zahl steigt rapide an. Zum Teil lässt sich das damit erklären, dass wir durch die Maritime Labor Convention von 2006 mittlerweile eine eindeutige Rechtslage haben, die definiert, wann so ein Schiff als »abandoned« gilt. Und die Seeleute sind immer besser über ihre Rechte informiert und melden sich rechtzeitiger. Nicht zuletzt hat sich der dafür notwendige Zugang zu Internet an Bord in den letzten paar Jahren deutlich verbessert.

    Aber warum lassen Reedereien Schiffe einfach zurück?

    Viele dieser »Geisterschiffe« sind Schiffe mit iranischen Eignern. Das war auch schon vor dem Krieg so. Da spielt die wirtschaftliche Lage eine Rolle. Auch einige Flaggenstaaten sind besonders anfällig für Abandonment, weil sie praktisch nur auf dem Papier existieren. Wenn Schiffe zum Beispiel unter der Flagge Palau fahren, geben die manchmal Mailkontakte an, die mit @yahoo enden. Da sitzen dann auch keine Menschen, die man für irgendwas zur Verantwortung ziehen könnte. Wenn dann auch noch mit Briefkastenfirmen gearbeitet wird, ist oft nicht mal wirklich klar, wer der Eigner des Schiffes ist. Das heißt, die können dann im Zweifelsfall schnell mal untertauchen mit der Firma. Abandonment kann dann eine Methode sein, um Kosten zu umgehen. Häufig sind das veraltete Schiffe, die nicht instand gehalten wurden, denn Instandhaltungskosten sind relativ hoch. Und dann kann es für Reedereien günstiger sein, so ein Schiff runterzuwirtschaften und schließlich abzustoßen – anstatt die Kosten für die Verschrottung zu tragen.

    Der Arbeitgeber zieht sich aus allen Verpflichtungen zurück und lässt Menschen manchmal mehr oder minder am langen Arm verhungern, und zwar wortwörtlich. Mein Kollege hatte einen Fall, bei dem selbst das Trinkwasser an Bord ausgegangen ist. Die Crew hat bereits gefischt, um etwas zu Essen zu bekommen, und irgendwann auch angefangen, Regenwasser aufzufangen. Da geht es dann wirklich um Überleben auf See. Und das ist bei einigen Unternehmen gängige Praxis, wir reden also über ein sehr dunkles Kapitel kapitalistischer Ausbeutung.

    Wie verhalten sich die großen Reedereien wie Hapag-Lloyd, Maersk oder MSC? Sind die auch in diese Praxis involviert?

    Nein, die können sich das gar nicht leisten, die müssen ihre Schiffe gut instandhalten, damit sie ihre Charterraten erfüllen können. Außerdem wäre das für die natürlich unglaublich schlechte Publicity. In Abandonment-Fälle sind vor allem kleinere Reedereien involviert.

    Warum fühlt sich niemand konkret verantwortlich, die Seeleute in solchen Fällen von Bord zu holen?

    Theoretisch müssten hier die Versicherer einspringen, die Rückführungskosten für die Crew und die ausstehenden Gehälter bezahlen. In vielen Fällen sind diese Versicherungsinstitute aber gar nicht existent, sondern sind ihrerseits irgendwelche Scheinfirmen. Da kann man sich dann fragen, ob der Schiffseigner auf diese Firma hereingefallen ist oder ob er diese bewusst ausgewählt hat, weil sie günstiger war.

    Du sagtest bereits: Diese Praxis ist illegal. Wie ist das also möglich, dass das trotzdem in dem Ausmaß stattfindet?

    Man muss sich bewusst machen, dass die maritime Wirtschaft einer der größten Wirtschaftssektoren der Welt ist, der zugleich mit am wenigsten reguliert ist. Es gibt zwar die Maritime Labour Convention, die MLC, der ILO. Das ist unser Hauptwerkzeug für den Arbeitsschutz. Wenn man sich allerdings das deutsche Arbeitsrecht ansieht, dann füllt das mindestens einen halben Wandschrank. Wenn ich mir die MLC ansehe, ist das ein A5-Heft, das keine zwei Zentimeter dick ist. Die wurde von der ITF, den internationalen Arbeitnehmerverbänden und den Staaten ausgehandelt, die ebenfalls wirtschaftliche Interessen verfolgen, also mit einer klaren Schieflage zugunsten der Arbeitgeberinteressen. Abandonment-Fälle sind zwar auch darin geregelt, aber faktisch gibt es immer noch rechtsfreie Räume. Wenn zum Beispiel ein Schiff mal irgendwo gebaut und dann über zwei Ecken an sanktionierte Staaten verkauft wurde und nun ohne Flagge zwischen Nordkorea und Iran fährt, also zwischen Staaten, die sich den Regeln der UN nicht unterordnen: Wer will denn da was sagen? Die guten Player halten sich ans Recht, weil sie es wollen, die anderen halten sich nicht dran.

    Warum entscheiden sich unter diesen Umständen immer noch so viele Menschen für diesen Arbeitsplatz? Was sind die schönen Seiten der Seefahrt?

    Es fahren ganz bestimmte Menschen zur See, man kann fast sagen, dass die »seesüchtig« sind. Man hört oft sowas wie: »Wenn ich drei Monate zu Hause war, muss ich aber auch langsam mal wieder aufs Schiff.« Die haben echt Fernweh. Außerdem gibt es an Bord schon sowas wie einen besonderen Lebensstil, eine besondere Gemeinschaft. Natürlich ist Geld auch ein Thema, gerade europäische Seeleute können in der maritimen Wirtschaft durchaus gut verdienen. Der Großteil der Seeleute kommt allerdings aus dem globalen Süden, fast 50 Prozent von den Philippinen, ungefähr 10 bis 20 Prozent aus Indien, die anderen oft aus der Ukraine, Russland oder China. Auch für diese Menschen ist das Gehalt an Bord oft höher, als das, was sie zu Hause verdienen könnten. Und man kann viel von der Welt sehen, auch wenn die Liegezeiten kürzer werden.

    Und was hält dich in deinem Job?

    Wir können Menschenrechte stärken und durchsetzen, das ist schon toll. Und hier in Nordeuropa haben wir in der Regel auch relativ wenig Probleme auf See. Aber das ist natürlich nur Europa, und viele Reedereien wissen, mit was für Schiffen sie herkommen können und mit welchen Schiffen nicht. Bei einer Inspektion im Hamburger Hafen sind von zehn Schiffen acht Schiffe gut oder okay. Zwei Schiffe sind nicht so gut, da gibt es vielleicht ausstehende Gehälter. Aber die kann ich dann meistens durchsetzen. Vor ein paar Wochen haben wir unbezahlte Gehälter in Höhe von 14.000 US-Dollar für eine syrische Crew eingefordert und die wurden vor uns an Bord auf dem Tisch ausgezahlt. Und danach sind die alle in die Stadt gefahren und haben sich einen netten Tag gemacht und Playstations und alles Mögliche für ihre Familie gekauft. Sowas ist natürlich toll.

    #travail #marins #navigation #droit_imternational