• La “tangenziale” di #Bormio è allo snodo chiave. Un’opera olimpica “fino a un certo punto”

    Il Comune valtellinese e Regione Lombardia vogliono a tutti i costi portare avanti il contestato progetto di una strada di un chilometro nell’#Alute, l’ultima grande piana agricola. Presentata per anni come un’opera strettamente connessa ai Giochi invernali nel frattempo però terminati, è al centro di un ricorso amministrativo che ha riservato colpi di scena. Con proroghe concesse ma negate all’opinione pubblica: luglio è il mese decisivo di una vicenda paradigmatica

    Luglio 2026 potrebbe essere il mese decisivo per la “tangenziale” di Bormio (SO), una lama di asfalto lunga un chilometro che Comune e Regione Lombardia vorrebbero a tutti i costi conficcare nell’Alute, l’ultima grande piana agricola di una località già fortemente antropizzata in Valtellina. Ideata più di 30 anni fa e poi sepolta, la “tangenzialina” è stata tirata fuori dai polverosi cassetti della Regione cinque anni fa grazie al pretesto delle (nel frattempo terminate) Olimpiadi invernali di Milano Cortina.

    Per la Fondazione guidata da Giovanni Malagò quella strada sarebbe stata “utile ai fini dei Giochi per migliorare l’ingresso a Bormio e agevolare l’accesso ai parcheggi posti a Sud della pista Stelvio”. Ancor più esplicito è stato il direttore generale Infrastrutture, trasporti e mobilità sostenibile di Regione Lombardia, Aldo Colombo, che intervenendo a un’assemblea pubblica organizzata a Bormio a fine 2021 ebbe a dire che “conditio sine qua non è che l’opera venga ultimata prima dell’inizio delle Olimpiadi”.

    Che questa si mangiasse la piana, fosse progettata nella golena di un torrente (il #Frodolfo) e interferisse con aree in dissesto idraulico e idrogeologico interessava poco ai decisori politici. Guai a discutere il “grande evento” e i suoi tentacoli.

    E così è stato. A fine gennaio 2022 il Consiglio comunale di Bormio approva lo “schema di accordo” con Regione e Concessioni autostradali lombarde Spa (Cal, al 50% di Anas e al 50% di Aria Spa, ovvero Regione Lombardia) per la progettazione e realizzazione della tangenziale, definita letteralmente “funzionale allo svolgimento delle Olimpiadi invernali” nonché d’interesse per l’ente locale perché in grado di “alleggerire il traffico veicolare che attualmente grava sull’abitato”. Accordo che verrà firmato nel febbraio 2022 e difeso strenuamente dalla sindaca di Bormio, Silvia Cavazzi.

    Sette milioni di euro di costo, tutti a carico della Regione tramite i fondi del Programma degli interventi per la ripresa economica (“#Piano_Lombardia”).

    Se non fosse stato per il Comitato a Tutela dell’Alute e Italia Nostra, rappresentati anche dall’avvocata Veronica Dini, l’Alute se la sarebbe vista brutta.

    A metà novembre 2023 infatti Regione Lombardia autorizza in barba a migliaia di firme raccolte la realizzazione della strada, considerandola un’opera “funzionale” allo svolgimento di Milano-Cortina 2026. Il Provvedimento autorizzatorio unico regionale (Paur) rilasciato prevede cinque macrofasi di interventi e 398 giorni di cantiere. Il tutto per aver pronta la strada “entro la fine di ottobre del 2025”, in vista delle Olimpiadi invernali. Con buona pace di 10.270 metri quadrati di “prati stabili” definitivamente persi e 12.881 metri quadrati di suolo agricolo sottratti per realizzare le opere.

    Il termine di ottobre 2025 non è casuale ma deriva dal citato accordo tra Comune, Regione e Cal di inizio 2022: “avvio dei lavori entro il 28 luglio 2024 e termine degli stessi entro il 20 ottobre 2025”.

    L’Alute sembra spacciata ma è proprio allora che accade il primo (artefatto) colpo di scena. Venti giorni dopo il rilascio del Paur, il Comune di Bormio, Regione e Cal Spa decidono schizofrenicamente di sospendere le attività previste dal loro stesso accordo per via di un “concreto rischio sia di sovrapposizione dei lavori con altri interventi di grande rilevanza e priorità sul territorio bormino per lo svolgimento delle Olimpiadi invernali 2026, che di possibile slittamento del completamento della Tangenzialina oltre la scadenza olimpica, considerato inoltre che la presenza del cantiere in concomitanza con l’evento olimpico aggraverebbe l’immagine della manifestazione”.

    Ma come? Il cantiere di un’opera resuscitata grazie alle Olimpiadi potrebbe danneggiare l’immagine delle Olimpiadi? E lo si scopre appena dopo aver messo in tasca il “via libera”?

    La sospensione viene inizialmente presa come una buona notizia, sembra un dietrofront al cospetto della mobilitazione dei cittadini che hanno deciso di impugnare al Tribunale amministrativo regionale lombardo il famigerato Paur. Sembra soprattutto il de profundis per un’opera vincolata a un evento che nel frattempo passa e se ne va. I lavori infatti non partiranno mai nei termini dell’accordo e tantomeno potranno concludersi entro l’ottobre 2025. Lieto fine? No.

    È nelle udienze dinanzi al Tar lombardo infatti che l’avvocata Dini e i suoi assistiti vengono a conoscenza di due provvedimenti regionali non resi noti all’opinione pubblica e che cambiano regole e tempistiche del gioco, prorogando i termini di avvio e fine lavori della “tangenzialina” e tenendo in vita il Paur.

    Il primo risale al 25 luglio 2024 e arriva dalla Direzione generale Infrastrutture e opere pubbliche di Regione Lombardia.

    Riporta che nel giugno 2024 Cal Spa, “beneficiario del finanziamento” da sette milioni di euro, chiede un anno di proroga “essendo sopravvenuti fatti estranei alla propria volontà che prefigurano ritardi nell’inizio e nell’esecuzione dell’intervento”. Il pretesto che viene riferito è che l’approvazione del progetto definitivo sarebbe avvenuta troppo tardi (metà novembre 2023), quando l’accordo aveva previsto al massimo entro il 26 dicembre 2022. È una farsa. Lo slittamento infatti è legato a integrazioni progettuali che la stessa Regione Lombardia chiede a Cal Spa, la quale addirittura beneficia di una sospensione dei termini per procurare materiale inizialmente mancante.

    Fatto sta che la direzione regionale riconosce le “motivazioni addotte” da Cal Spa e accoglie la richiesta di proroga, spostando i termini per l’avvio del cantiere al 28 luglio 2025 e la consegna all’ottobre 2026, ben oltre le Olimpiadi-pretesto.

    L’atto non viene pubblicato dalla Regione e viene attribuito al dirigente Paolo Boselli. Nel pdf è indicato che sarebbe “firmato digitalmente ai sensi delle vigenti disposizioni di legge”, cosa in realtà non vera (basta un qualsiasi programma di verifica per attestarlo).

    Ma non è tutto. Esattamente un anno dopo, il 23 luglio 2025, lo stesso Boselli verga una seconda proroga. Stesso schema: Cal Spa chiede di allungare i tempi per “fatti estranei alla propria volontà che prefigurano ritardi” e Regione accorda senza alzare un sopracciglio una nuova scadenza al 28 luglio 2026 per l’avvio dei lavori e la consegna all’ottobre 2027. Anche questo atto non è firmato e nemmeno pubblicato.

    Circostanza “curiosa” dato che Regione Lombardia, a specifica domanda di Altreconomia, ha fatto sapere che tutti i “provvedimenti relativi ai finanziamenti della Direzione generale Infrastrutture e opere pubbliche” sono “liberamente consultabili” su un portale ad hoc. Dove guarda un po’ non ci sono i due provvedimenti cuciti addosso alla “tangenzialina”.

    Ora la parola spetta al Tar Lombardia, chiamato a esprimersi entro luglio. A Bormio i cittadini continuano a chiedere chiarezza ma guai a organizzare assemblee pubbliche. La sindaca Cavazzi a fine maggio di quest’anno ha dichiarato infatti in Consiglio comunale che “per rispetto nei confronti di chi ha presentato il ricorso e degli organi chiamati a esaminarlo, non riteniamo opportuno intervenire ulteriormente o avviare nuove iniziative”. Che l’opera sia in realtà funzionale per le Olimpiadi invernali francesi del 2030?

    https://altreconomia.it/la-tangenziale-di-bormio-e-allo-snodo-chiave-unopera-olimpica-fino-a-un
    #JO2026 #Milano-Cortina #infrastructure #Alpes #montagne #jeux_olympiques #route #Valtellina

  • Sgomberato SOCS
    https://radioblackout.org/2026/07/sgomberato-socs

    Stamattina all’alba, a #milano, numerosi celerini, digossini e altro personale di polizia hanno fatto irruzione negli immobili di via Celoria 26, di proprietà dell’Università Statale, per mettere fine all’occupazione universitaria del Settore occupato Città Studi (SOCS), occupato dal 2024 in sostegno al popolo palestinese. Questo ennesimo sgombero di una realtà autogestita avviene a ventiquattro ore […]

    #altavisibilita #L'informazione_di_Blackout #occupazioni #Sgomberi #università
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/07/sgombero_socs_milano.mp3

  • A Milano rimpatriate più di 780 persone in 3 anni e mezzo dai «luoghi idonei», spesi più di 2 milioni e mezzo di euro
    https://lavialibera.it/it-schede-2744-milano_in_3_anni_i_rimpatri_da_luoghi_idonei_sono_costati

    Lievitano i costi, resta alta l’opacità: quando si tratta di rimpatri forzati, il ministero dell’Interno restituisce solo numeri: "Coltivo il sogno quest’anno - ha affermato il capo del dicastero Matteo Piantedosi a Rainews il 14 giugno scorso - di giungere, tra forzosi e volontari assistiti, al superamento della soglia simbolo dei 10mila rimpatri, mai avvenuto in Italia". Stanze segrete per trattenere i migranti: la mappa esclusiva Se per il ministro è facile puntare in alto, molto più complesso è ricostruire in che modo avvengano questi trasferimenti: i luoghi dove possono avvenire i trattenimenti dei cittadini stranieri si stanno moltiplicando, anche a causa del nuovo patto su migrazione e asilo entrato in vigore a metà giugno, e le procedure molto spesso sono (…)

    #MIGRAZIONI_●_GENERAZIONI

    • A Milano rimpatriate più di 780 persone in 3 anni e mezzo dai «luoghi idonei», spesi più di 2 milioni e mezzo di euro

      Nel capoluogo lombardo crescono i rimpatri dalle «stanze segrete» all’interno delle questure. Nel 2025, 350 persone sono state riportate forzatamente nel loro paese, con una spesa di più di un milione e 250mila euro. Aumentano i costi medi, ma rimane opaco il processo di trattenimento.

      Lievitano i costi, resta alta l’opacità: quando si tratta di rimpatri forzati, il ministero dell’Interno restituisce solo numeri: “Coltivo il sogno quest’anno - ha affermato il capo del dicastero Matteo Piantedosi a Rainews il 14 giugno scorso - di giungere, tra forzosi e volontari assistiti, al superamento della soglia simbolo dei 10mila rimpatri, mai avvenuto in Italia”.

      Se per il ministro è facile puntare in alto, molto più complesso è ricostruire in che modo avvengano questi trasferimenti: i luoghi dove possono avvenire i trattenimenti dei cittadini stranieri si stanno moltiplicando, anche a causa del nuovo patto su migrazione e asilo entrato in vigore a metà giugno, e le procedure molto spesso sono nascoste.

      Così, abbiamo calcolato il costo dei rimpatri avvenuti direttamente dai luoghi idonei di Milano, le “stanze segrete” delle questure che lavialibera ha mappato in esclusiva lo scorso aprile. Il capoluogo meneghino è la città che, dal 2023, ha utilizzato più di tutte le altre questo strumento, con un costo crescente: dall’inizio del 2023 al 31 maggio 2026 sono state riportate forzatamente nel loro Paese 784 persone, con una spesa di più di 2 milioni e mezzo di euro.
      Nella risposta data dalle questure a lavialibera mancano però alcune informazioni chiave sulla qualità della vita durante il trattenimento: nell’elenco mancano, tra gli altri, i registri degli eventi critici, che restituiscono la fotografia di quante persone si siano sentite male durante la custodia. Un documento che sarebbe obbligatorio, ma che non è stato fornito.

      Quanto sono costati i rimpatri dai luoghi idonei di Milano

      Per riuscire a ricomporre il quadro più completo possibile dal punto di vista quantitativo abbiamo moltiplicato il numero di rimpatri effettuati, fornito in via esclusiva a lavialibera dal questore Bruno Megale, con il costo medio dei rimpatri pubblicati in gazzetta ufficiale ogni anno dal capo della polizia.
      Il prezzo pagato dall’amministrazione pubblica è cresciuto negli anni: nel 2023 si attestava a 2365,23 euro, per poi passare a 2864,77 euro nel 2024 e a 3637,87 nel 2025. Nel triennio, la differenza è stata di circa 1300 euro. Si tratta, in ogni caso, del prezzo medio.
      Passiamo ora ai numeri dei ritorni forzosi: solo dai luoghi idonei di Milano sono state rimpatriate 70 persone nel 2023, 216 nel 2024 e 350 nel 2025. 148 solo nei primi cinque mesi del 2026: il 90 per cento dei trattenimenti avvenuti nelle 17 stanze utilizzate per questo scopo nel capoluogo meneghino.

      L’operazione è presto fatta: in media, lo Stato italiano ha speso solo a Milano 165.566,10 euro nel 2023, 618.790,32 euro nel 2024 ed è aumentato fino ad arrivare a 1.273.254,50 euro nel 2025.
      Tenendo stabili i prezzi del 2025, nei primi cinque mesi del 2026 sono già stati spesi 538.404.76 euro. Così, la spesa media totale da gennaio 2023 arriva a più di due milioni e mezzo di euro.

      I luoghi idonei dovevano essere spostati al Cpr di Via Corelli. Per ora tutto fermo

      Questi dati mostrano un utilizzo sempre più massicio di una procedure che, nelle carte, dovrebbe rimanere residuale rispetto all’impiego dei Centri di permanenza per il rimpatrio, e seguirne le stesse regole. Nei fatti, come abbiamo già scritto in questo approfondimento sulle camere di sicurezza utilizzate come luoghi idonei, il garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà personale ha fotografato condizioni scarse dal punto di vista igienico-sanitario e mancanze sui registri obbligatori. Due sono gli elenchi più importanti: il primo contiene le informazioni sulle presenze, mentre il secondo segnala gli eventi critici, ossia tutti quegli atti violenti contro gli altri o contro se stessi, ma anche le manifestazioni di protesta e gli invii in ospedale.

      Alla richiesta tramite accesso civico generalizzato inviata da lavialibera, il questore Megale non ha risposto, ribadendo però che i dati devono riguardare “dati, documenti e informazioni che siano già detenuti e formati dalle pubbliche amministrazione”, cioè che non ci sia la necessità di rielaborazione. Questi registri, però, dovrebbero essere disponibili, visto che la loro compilazione è obbligatoria. Così, l’unico dato a cui abbiamo accesso è quello relativo al 2024, periodo in cui ci sono stati 5 eventi critici, ma non sappiamo di che entità.

      Alle gravi segnalazioni del garante, il capo della polizia di Stato, Vittorio Pisani, il 10 marzo 2026 aveva risposto che “la Questura di Milano ha rappresentato che, a breve, saranno disponibili nuovi locali idonei, realizzati in via Corelli, che risponderanno agli standard di sicurezza e di adeguatezza raccomandati dal garante nazionale".

      La notizia, quindi, era di una pronta realizzazione di luoghi idonei direttamente nel Cpr di Via Corelli. Incalzata da lavialibera, la questura ha però fatto sapere che per “i 4 locali idonei presenti in via Corelli, è in corso un’interlocuzione tra la Prefettura di Milano e il Dipartimento per le libertà civili del Ministero dell’Interno in merito alle spese necessarie per l’attivazione delle suddette strutture, al momento, pertanto, non ancora operativi”.
      Intanto, quindi, continuano a essere utilizzate le stanze che il garante aveva criticato: tra il primo gennaio al 31 maggio 2026 sono state trattenute 168 persone.
      La reazione della politica sulla detenzione nei luoghi idonei

      Per anni, la presenza dei luoghi idonei sul territorio italiano è stata avvolta nell’opacità. Dopo la nostra inchiesta, sono state formulate al ministro Piantedosi due interrogazioni sul tema, che hanno come primi firmatari il senatore Andrea Giorgis (Pd) e la senatrice Ilaria Cucchi (Avs). A livello locale, durante la seduta della commissione carcere del Comune di Milano del 24 giugno 2026 sul cpr di via Corelli, l’avvocata Teresa Florio ha ricordato anche la presenza dei luoghi idonei, sottolineando che “ci sarebbe bisogno di una seduta apposita". Anche l’eurodeputata Cecilia Strada ha ribadito che “il filo rosso tra tutte le modalità di detenzione amministrativa è la totale opacità dello Stato, la volontà deliberata di nascondere delle informazioni”.

      #migrations #renvois #luoghi_idonei #expulsions #sans-papiers #Milan #coût #renvois_volontaires #renvois_forcés #statistiques #chiffres

  • Mafie in Lombardia: cosa ci insegna il #processo #hydra?
    https://scomodo.org/mafie-in-lombardia-cosa-ci-insegna-il-processo-hydra

    «Qui la #mafia non esiste». Queste le parole del prefetto di #Milano Gian Valerio Lombardi all’inizio dell’inchiesta Crimine Infinito del 2003, una maxi operazione contro la ‘Ndrangheta e le cosche milanesi. L’inchiesta termina 6 anni dopo, con una storica sentenza che riconosce per la prima volta l’esistenza in Lombardia di gruppi della ‘ndrangheta, le cosiddette […] L’articolo Mafie in Lombardia: cosa ci insegna il processo Hydra? proviene da Scomodo.

    #Territori

  • Olimpiadi, il flop della cabinovia Apollonio-Socrepes: uno spreco da 35 milioni di euro

    L’infrastruttura che doveva spostare 2500 atleti e spettatori all’ora ai Giochi di Milano-Cortina 2026 è ancora ferma, nonostante sul portale delle opere risulti conclusa. Anche in Lombardia due cantieri simili non sono pronti. Intanto, partono le inchieste sulla costruzione.

    Aggiornamento: Pioggia di inchieste sulla cabinovia Apollonio-Socrepes. A fine maggio, la Procura della Repubblica di Belluno ha ordinato perquisizioni a Società Infrastrutture Milano-Cortina (Simico) e alla società #Graffer. L’ipotesi è di turbativa d’asta, secondo il procuratore Massimo De Bortoli, «per la possibile sussistenza di condotte che, grazie ad accordi collusivi o comunque tramite modalità fraudolente, hanno deliberatamente favorito la società Graffer nell’assegnazione dei lavori a discapito di altre ditte interessate all’esecuzione degli stessi».

    Qualche giorno dopo, anche la Corte dei Conti ha aperto un fascicolo, per indagare sui costi lievitati e l’assegnazione di Simico alla Graffer dopo le gare andate deserte.

    Dall’11 giugno risulta indagata anche Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della Struttura Tecnica di Missione (STM) presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sempre all’interno del filone che riguarda la costruzione della cabinovia.

    22.04.2026: Doveva essere una delle infrastrutture cardine delle Olimpiadi di Milano-Cortina, insieme alla pista da bob. Invece, la cabinovia di Apollonio-Socrepes non è mai entrata in funzione. Mentre per la Società infrastrutture (#Simico) che ne ha gestito la realizzazione la cabinovia è pronta, le immagini mostrano una realtà molto differente, con il cantiere aperto e una frana che, sotto, continua a muoversi. La Corte dei Conti ha aperto un fascicolo, dopo aver messo in guardia, a novembre scorso, sulle diverse criticità dell’impianto.

    Intanto, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali (Ansfisa) ha risposto a una richiesta di chiarimenti della deputata Luana Zanella (Avs), confermando che “i funzionari hanno effettuato un sopralluogo preliminare, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”. Per ora, a salire sono stati soltanto i costi, lievitati da 22 a 35 milioni. Di questi, mezzo milione di euro è stato chiesto al commissario paralimpico.
    Non va meglio in Lombardia: secondo i dati pubblicati da Simico, la realizzazione delle due linee della cabinovia Carosello-Freita-Valfin è iniziata il 15 aprile, e il nuovo impianto a fune dello “Stelvio alpine centre” di Bormio è ancora in esecuzione. Data di consegna: 15 febbraio 2027, un anno dopo i Giochi olimpici.
    Cabinovia Apollonio-Socrepes, l’opera infinita che poggia sulla frana

    La cabinovia Apollonio-Socrepes è una delle opere più complesse da realizzare tra quelle inserite dal governo nel “Piano complessivo delle opere olimpiche di Milano-Cortina” a settembre 2023. Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di un nuovo impianto di risalita che sarebbe partito dal parcheggio Apollonio e sarebbe arrivato alla località di Socrepes. I lavori dovevano essere svolti attraverso un “partenariato pubblico-privato”, che è una forma di cooperazione a lungo termine tra enti pubblici e privati per finanziare, costruire e gestire opere e servizi di interesse collettivo. Oltre alla cabinovia, il progetto prevedeva un parcheggio interrato con servizi commerciali e un “people mover”, ossia una navetta che avrebbe collegato i due versanti delle Tofane e della Faloria. A detta di molti, è proprio il parcheggio il vero affare della struttura.

    Il programma ha subìto quasi immediatamente degli aggiustamenti, perché partissero i lavori. Lo stesso progetto di fattibilità tecnica ed economica pubblicato da Simico a febbraio 2025 sottolineava che i tempi per la realizzazione del cantiere ,per come pensato inizialmente, non erano “compatibili con quelli imposti dall’evento olimpico”. Per questo, il progetto è stato scorporato in due parti: il parcheggio (rimandato a data da destinarsi) e l’impianto a fune.

    Per accelerare ancora, il Consiglio dei ministri ha assegnato all’amministratore delegato di Simico Fabio Saldini i poteri di commissario straordinario e ciò ha permesso di indire la gara d’appalto a fine maggio 2025.
    Quindici giorni dopo, alla scadenza del bando, la gara è andata deserta. Doppelmayr e Leitner, i più grandi operatori del settore, non si sono presentati, visti i tempi ristretti e i problemi tecnici presentati dalla realizzazione dell’opera su un terreno in movimento. Un “dettaglio” non trascurabile: una frana, che si muove proprio sotto i piloni, tanto da prevedere dei lavori annuali di riallineamento delle stazioni. La precarietà del terreno aveva preoccupato i cittadini, che avevano presentato alcuni ricorsi al Tar, anche sui possibili rischi idrogeologici.

    Avendo i poteri per farlo, l’Ad Saldini ha dunque affidato direttamente i lavori a tre aziende: Graffer, Dolomiti strade ed Ecoedile, che secondo i dati Simico hanno iniziato a lavorare il 10 luglio. Tutte imprese che non si erano mai occupate di impianti così grandi e complessi dal punto di vista ingegneristico. Altri nove subappaltatori si sono aggiunti alla costruzione.
    A fine agosto, però, la terra ha cominciato a franare, aprendosi in uno squarcio di oltre 40 metri e provocando un abbassamento del terreno di più di 50 centimetri, deformando anche parte del muro di contenimento di cemento armato in un altro cantiere che insiste a poche decine di metri di distanza.

    I timori che il terreno potesse cedere si sono avverati due mesi dopo l’inizio dei lavori. Tra chi aveva sollevato incertezze sui lavori si è aggiunta la voce della Corte dei conti, che a novembre aveva ribadito i “dubbi sulla fruibilità dell’impianto a fune di Socrepes, a Cortina, per il quale, a seguito di rilevati problemi di ordine geologico, si è resa necessaria una variante su cui persiste una fase di incertezza”.
    Il 6 novembre sono arrivate anche le risposte ai ricorsi al Tar dei cittadini, che ha bocciato le richieste presentate da alcuni privati contro gli atti e i provvedimenti sulla valutazione di impatto ambientale e sulla fattibilità tecnica ed economica dell’opera. Così la costruzione della cabinovia è andata avanti.

    Apollonio-Socrepes, ferma durante le olimpiadi e senza nullaosta per l’apertura

    Poi è arrivato il periodo dei Giochi. Fino a metà gennaio, Simico e Graffer avevano continuato a garantire l’apertura dell’impianto prima della cerimonia di apertura. A inizio febbraio, il commissario Saldini ha invece commentato al Corriere Veneto che l’opera sarebbe entrata in funzione “a fine mese, pronta per le Paralimpiadi. Escludendo, quindi, anche il Super G previsto per il 12 febbraio.
    Anche durante l’evento paralimpico la cabinovia è però rimasta ferma. Intanto, la Società infrastrutture ha chiesto al commissario paralimpico 500mila euro per la “gestione della nuova cabinovia sia nel periodo transitorio tra fine Olimpiadi e inizio Paralimpiadi, nonché nell’intero periodo delle Paralimpiadi”.
    A inizio aprile, dopo 66 giorni di silenzio, Simico ha pubblicato i nuovi dati sull’andamento delle opere. Nella scheda del progetto ci sono due date di conclusione dei cantieri: “fine dei lavori” il 6 marzo, mentre il 31 luglio è prevista “l’ultimazione dei lavori di finitura”.

    In realtà l’impianto non potrà essere aperto al pubblico, perché oltre le finiture manca il nullaosta di Ansfisa, l’agenzia nazionale che si occupa di sicurezza e infrastrutture. Rispondendo alle richieste di chiarimento della capogruppo di Avs alla Camera, l’organo ha fatto sapere che il 2 marzo, l’ingegnere e direttore dei lavori Michele Titton ha “redatto e consegnato il certificato di ultimazione lavori”, ma che il 10,11 e 12 marzo i funzionari dell’ente hanno “effettuato un sopralluogo preliminare sull’impianto, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”.

    Zanella ha quindi presentato un esposto alla Procura veneta della Corte dei conti, “sperando - scrive in un post su Facebook - che si possa far luce sulle risorse economiche impegnate in un inutile mega progetto”.
    Pochi giorni dopo è arrivata la risposta di Simico, che ha ribadito di aver operato nel rispetto delle norme e contesta la stima dell’aumento dei costi: “Il progetto dell’impianto a fune ha superato il vaglio degli enti preposti, dapprima in sede di valutazione di impatto ambientale e di conferenza di servizi decisoria, parere tecnico di Ansfisa e del parere di immunità da frane da parte della Regione Veneto”. Chiosando: “Il valore dell’investimento pubblico infrastrutturale [...] è ampiamente riconosciuto dalle istituzioni locali e dalla comunità, rappresentando quindi uno dei lasciti più importanti”.
    Per ora, a terra.

    https://lavialibera.it/it-schede-2658-olimpiadi_il_flop_della_cabinovia_apollonio_socrepes_uno_
    #JO #JO2026 #Milano-Cortina #jeux_olympiques #Apollonio #Socrepes #infrastructure #télécabine #Italie #Alpes #montagne #coût #Dolomiti_strade #Ecoedile

  • Lea Melandri : Via Tibaldi et le communisme, 1971.- Paris Luttes
    https://paris-luttes.info/lea-melandri-via-tibaldi-et-le-7814

    Juin 1971, Occupation de Via Tibaldi. Moment historique du mouvement d’autoréduction italien, plus précisément des luttes de locataires et de sans-abri. Cherchant à tout prix à éviter l’autocélébration béate, Lea Melandri écrira cet article rétrospectif en septembre 1971. Elle y rapporte un (…) @Mediarezo Actualité / #Mediarezo

    • « J’aimais être avec les camarades – commente une jeune occupante – et parler, chanter des chansons, toujours faire des réunions, parler de comment s’organiser ». La conscience politique et la volonté de #lutte naissent dans ce climat de liberté d’expression retrouvée, dans la possibilité de discuter ensemble et de décider en son nom propre, sans délégation ; elles naissent surtout de la conscience que l’unité et l’organisation peuvent donner la force de modifier la réalité.

      « Il faut bien être des camarades, parce que si nous nous chamaillons sans cesse, nous ne serons jamais unis comme le sont nos camarades » : c’est la remarque d’une petite fille de treize ans, cela signifie que dans certaines situations, la conscience de classe naît sans qu’il soit besoin de grandes doctrines.
      Pour tous les problèmes (unité, #organisation, autonomie, etc.) il faut reconnaître que l’occupation de Via Tibaldi a représenté un saut qualitatif notable par rapport à la précédente.

      Si on a mentionné quelques unes des principales contradictions (autonomie-dépendance dans les rapports avant-garde/masse, tendance à la prise en charge, instrumentalisation de la spécificité professionnelle, etc.) ce n’est pas que nous pensions que les occupations devraient ou pourraient réaliser un modèle déjà accompli de société communiste, mais au contraire, parce que nous pensons que la préfiguration d’une alternative communiste demande une analyse attentive des contradictions à présent énoncées, et une théorisation correcte de tous ces problèmes politiques que de nombreux camarades continuent à considérer comme étrangers à la lutte de classe .

      Prenons, par exemple, le rapport avant-garde-masse, qui est celui qui crée les contradictions et les ambiguïtés majeures. La signification de ce qui suit est assez claire : #avant-garde et #masse sont « les pôles dialectiques d’un même procès » dont le but est la croissance de l’autonomie des masses, et la classe ouvrière reste le point de référence fondamental dans la lutte contre le capital.

      Il est plus difficile d’établir la manière dont s’effectue la soudure, non seulement en ce qui concerne la #direction_politique au sens restreint, mais surtout dans les rapports qui s’établissent quotidiennement à l’intérieur des noyaux à l’usine, dans les quartiers, pendant les périodes de luttes, entre des « camarades bourgeois », des intellectuels et des camarades ouvriers. Il ne suffit évidemment pas de dire que les préjugés et les privilèges bourgeois ne sont pas admis et que les camarades doivent en tout point s’assimiler aux prolétaires en faisant de leurs désirs, leurs besoins et les habitudes de ceux-ci. Cette espèce de suicide moral et volontariste ne peut être autre chose qu’une nouvelle répression exercée contre eux-mêmes qui, au lieu de libérer des conditionnements bourgeois, en égrainera d’autres plus trompeurs comme par exemple le comportement de prise en charge, la culpabilisation, le victimisme, etc. En d’autres termes, cela peut vouloir dire qu’on continue à se conduire en bourgeois avec l’assurance collective de ne plus en être un.

      (pour mémoire de ce qu’une politique sans rapport avec la politique électorale est possible, et qu’elle est bien davantage porteuse d’exigence)
      #autonomie #occupations_de_logements #autoréduction #Milan #Italie #Lea_Melandri

  • Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero
    https://lavialibera.it/it-schede-2676-cpr_centri_rimpatrio_condizioni_pessime_documenti_ministe

    Infiltrazioni e umidità, sistemi antincendio mancanti, impianti di riscaldamento da sostituire, niente spazi ricreativi, trattenuti che dormono sui tavoli della mensa: le condizioni nei centri di permanenza per il rimpatrio (cpr) italiani sono pessime e a dirlo, questa volta, non sono le associazioni o i garanti dei detenuti, ma lo stesso ministero dell’Interno. Cosa sono i cpr e tutti i nostri articoli sul tema A fine aprile, sul sito di Invitalia, l’agenzia pubblica che gestisce gli appalti pubblici, è comparso un bando per la "manutenzione straordinaria delle strutture e degli impianti a servizio dei centri di permanenza per il rimpatrio": spesa totale 14,7 milioni di euro, di cui 13,2 per lavori e 1,4 per servizi tecnici, ripartiti tra tutti i dieci centri attivi (…)

    #MIGRAZIONI_●_GENERAZIONI

  • Manifestazione nazionale del 16 maggio a #milano e commento sull’ondata di misure per la manifestazione propal del 22 settembre
    https://radioblackout.org/2026/05/verso-la-manifestazione-nazionale-del-16-maggio-a-milano-un-commento-

    Con un compagno di Milano approfondiamo i temi principali della grande manifestazione nazionale per la #palestina di sabato 16 maggio, in previsione dello sciopero generale del 29 maggio e in ricordo della Nakba del 15 maggio 1948. APPUNTAMENTO ORE 14.30 IN PIAZZA XXIV MAGGIO Inoltre, diamo conto dell’operazione repressiva che ha colpito per la seconda […]

    #L'informazione_di_Blackout #blocchiamo_tutto #corteo_nazionale #repressione
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/05/milanolamb.mp3

  • Processo Hydra

    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo #Hydra. Ieri c’è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (#Mariano_Rosi, #Filippo_Crea, #Giuseppe_Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c’è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore - insieme a Nando dalla Chiesa, sociologo, docente di Sociologia della criminalità organizzata alla Statale di Milano - di un fondamentale studio per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura Editrice, 2025).

    https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-pubblica/pubblica_13_01_2026_11_00
    #mafia #ndrangheta #Italie #Lombardie #Italie_du_Nord #concordat #entente #cosa_nostra #camorra #opération_Hydra #Hydra #procès #podcast #audio #Milan

    • Processo Hydra, ecco le condanne dell’abbreviato

      Poco dopo le 20:00 il Giudice per l’Udienza Preliminare Emanuele Mancini ha sciolto la camera di consiglio per il processo in abbreviato di 1° grado del Processo Hydra, scaturito dall’indagine omonima della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, condotta dai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, coadiuvati dal procuratore Marcello Viola.

      Lo scorso 13 novembre, i pm avevano chiesto la condanna per 75 dei 78 imputati dell’abbreviato. Il giudice ha condannato x persone, ne ha assolte Y e ha rinviato a giudizio X persone delle 59 che avevano scelto il rito ordinario.
      Processo Hydra, cos’è

      Secondo la procura esisterebbe un “sistema mafioso lombardo“, frutto di un patto tra le tre principali organizzazioni mafiose del Paese (Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra).

      A differenza di quel che dicono diversi commentatori, quella del patto di collaborazione non è una novità: come abbiamo ricordato nella nostra memoria, già diversi collaboratori di giustizia ne hanno parlato in riferimento alla realtà criminale degli anni ’80 e ’90. All’epoca si spartivano i settori criminali, ora, essendo un attore oramai ben inserito nell’economia regionale, anche i settori economici “legali”.

      La novità è che la Procura ipotizza che sia nata un’associazione mafiosa a sé, autonoma dai tre sodalizi originari, una sorta di “super-mafia”. Per capire se la tesi è stata accolta, al di là delle condanne, bisognerà aspettare le motivazioni.
      Le condanne

      Complessivamente sono state 62 le condanne, con pene fino a 16 anni, 9 hanno patteggiato, 11 sono stati prosciolti in udienza preliminare (prima della requisitoria finale e della sentenza) e 45 sono stati rinviati a giudizio nel processo per rito ordinario, che inizierà il 19 marzo 2026, presso l’Aula Bunker di San Vittore.

      Le condanne più elevate, già al netto della riduzione di un terzo per la scelta del rito abbreviato, e comunque generalmente più basse delle richieste dell’accusa, sono 16 anni a Massimo Rosi, 14 a Filippo Crea, 12 a Giuseppe Fidanzati (candidati tutti a vent’anni dai pm), 14 a Bernardo Pace e 12 ai figli, 13 anni e quattro mesi a Giovanni Abilone, mentre tra i rinviati a giudizio sono Gioacchino Amico, Rosario Abilone e quel Paolo Errante Parrino parente (attraverso la moglie) di Matteo Messina Denaro.

      Gli imputati che nel corso del processo hanno scelto di diventare collaboratori di giustizia – William Cerbo, Francesco Bellusci e Saverio Pintaudi – si sono visti riconoscere la speciale attenuante e hanno avuto 4 anni e mezzo.
      I risarcimenti di parte civile

      Il giudice ha stabilito che i risarcimenti per le parti civili andranno stabiliti in un diverso procedimento civile, disponendo una provvisionale di 10mila euro ciascuno + 6mila euro per le spese legali.
      La dichiarazione di WikiMafia

      “Siamo soddisfatti per l’esito del processo, che dimostra ancora una volta come la Lombardia possa essere oramai annoverata tra le regioni a tradizionale presenza mafiosa“, afferma il Presidente e direttore dell’Enciclopedia, Pierpaolo Farina. “Ringraziamo la Procura per il lavoro svolto e il nostro Avvocato, Marco Griguolo, che oramai da cinque anni ci assiste nel costituirci parte civile nei principali processi di mafia in Lombardia, troppo spesso da soli, cosa che per fortuna in questo processo non è stato“.

      https://www.wikimafia.it/processo-hydra-abbreviato

    • #Sistema_criminale_integrato

      «Ormai non esiste più una ’ndrangheta, una mafia siciliana o pugliese, sono organizzazioni fluide che in accordo fra loro gestiscono affari diversi»

      (Procuratore DNA Federico Cafiero de Raho alla conclusione dell’operazione Galassia, 2018[1])

      L’espressione sistema criminale integrato definisce un legame tra organizzazioni criminali per raggiungere obiettivi comuni.

      https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_criminale_integrato
      #quarto_livello #stato_parallelo

    • Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia

      Quanto è presente il fenomeno mafioso in Lombardia? Qual è, più specificamente, il livello di infiltrazione della ’ndrangheta nella regione più popolosa, ricca e progredita d’Italia? Quale il suo grado di insediamento o – ancor più – di radicamento?

      https://www.futura-editrice.it/prodotto/mafia-ed-economia
      #économie

    • HYDRA: La Nuova Mafia del Nord Italia che unisce Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra

      “Hydra” racconta la nascita dell’alleanza tra Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra a Milano, il processo che sta riscrivendo la storia delle mafie in Italia e rivelando un sistema criminale nuovo, orizzontale e invisibile.

      Questo documentario ripercorre l’intera inchiesta Hydra, nata tra il 2020 e il 2023 grazie al lavoro del Nucleo Investigativo di Milano e #Varese e della Direzione Distrettuale Antimafia. Un’indagine che ha svelato 21 summit segreti, una rete mafiosa costruita tra Lombardia e Piemonte e un modello criminale dove Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra collaborano stabilmente per gestire traffici di droga, riciclaggio, estorsioni, evasione fiscale, appalti, logistica e perfino circuiti finanziari paralleli.

      Il video analizza la struttura dell’alleanza, definita dai magistrati una “confederazione orizzontale”, senza un capo unico ma basata su capitali, rapporti personali e una cassa comune che finanziava affari, detenuti e famiglie dei boss. Raccontiamo le relazioni con il mondo imprenditoriale, gli intrecci con la politica locale, le conversazioni intercettate e i meccanismi di riciclaggio ricostruiti dai collaboratori.

      Hydra non è solo un processo, ma uno spartiacque: mostra come le mafie italiane non cerchino più territori da controllare con la violenza, ma mercati, denaro, relazioni politiche e imprenditoriali. Milano diventa così il laboratorio della nuova criminalità organizzata, un luogo dove i clan collaborano, investono, si infiltrano e si trasformano.

      https://www.youtube.com/watch?v=UK0UiEtavfw

      #alliance #marché #procès #summit #Dairago #Cinisello_Balsamo #Abbiategrasso #business #affaires #structure_confédérative_horizontale #horizontalité #Castelvetrano #armes #drogue #trafic_de_drogue #évasion_fiscale #trafic_d'armes #covid-19 #services_sanitaires #bâtiment #BTP #restauration #carburant #blanchissement_d'argent #Chinese_underground_bank #bacinella #caisse_commune #supermafia #mafiosità_immanente #intimidation #politique #Paolo_Errante_Parrino #Matteo_Messina_Denaro #zio_Paolo #Castelvetrano #41_bis

    • Hydra, prime condanne nel processo contro l’alleanza tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra in Lombardia

      Il gup Emanuele Mancini ha condannato 62 degli 80 imputati a processo col rito abbreviato. Riconosciuta l’associazione mafiosa nei confronti di 24 persone. Undici le assoluzioni e 45 rinvii a giudizio. L’inchiesta della Dda di Milano e dei carabinieri aveva rivelato l’esistenza di un «sistema mafioso lombardo» che si spartiva gli affari illeciti

      Aggiornamento del 12 gennaio 2026: Arrivano le prime condanne per l’operazione Hydra, la grande inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano sul «sistema mafioso lombardo», l’organizzazione criminale composta da esponenti di ’ndrangheta, cosa nostra e camorra per spartirsi affari e controllo del territorio, esiste.

      Il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Milano, Emanuele Mancini, ha condannato 62 degli 80 imputati che avevano scelto di essere processati con il rito abbreviato, che dà diritto a uno sconto di un terzo della pena, e ha assolto 18 persone. Gli imputati erano accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico e spaccio di droga, tentata rapina, detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni, frode fiscale e omesso versamento delle imposte, riciclaggio e false fatture. L’accusa di associazione mafiosa è stata riconosciuta contro tutti i 24 imputati a cui era contestata. La pena più alta, 16 anni, è stata inflitta a Massimo Rosi, considerato esponente di vertice della ’ndrangheta e reggente della locale di ’ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo.

      La decisione del gup è arrivata dopo sei ore di camera di consiglio. Undici persone che non hanno fatto richiesta di riti alternativi e sono state prosciolte in udienza preliminare. Nove i patteggiamenti e 45 gli imputati rinviati a giudizio. Il dispositivo, che ancora non è stato messo a disposizione dei legali, è stato letto a tarda sera nell’aula bunker del carcere di Opera dove si è recato il procuratore di Milano, Marcello Viola, per la sentenza.

      Il gup di Milano, Emanuele Mancini, «ha ritenuto che si è in presenza dell’operatività sul territorio lombardo di un’associazione costituita da singoli soggetti – alcuni dei quali già in passato ricondotti giudiziariamente alle cosiddette mafie storiche (cosa nostra, camorra, ’ndrangheta) e altri comunque collegati a tali soggetti – che ha esercitato la propria capacità intimidatoria determinando condizioni di assoggettamento e di omertà sulla collettività mediante il ricorso alla violenza e alla minaccia, gestendo l’attività di cessione delle sostanze stupefacenti (del tipo cocaina, hashish, marijuana) e inserendosi nella realtà economica locale con proprie società le cui attività erano finalizzate principalmente all’attività di riciclaggio di denaro proveniente da precedenti illeciti», hanno spiegato in una nota congiunta il presidente del tribunale di Milano, Fabio Roia, e la presidente dell’ufficio gip/gup, Ezia Maccora. A Milano – avevano sostenuto i pm nel corso della loro requisitoria l’11 novembre – ci sarebbe un «contesto mafioso» simile a quello calabrese, «né più né meno della Calabria».

      Qui di seguito, l’articolo sul procedimento

      *

      A Milano, nell’aula bunker del carcere di Opera, sono in corso le udienze preliminari del processo Hydra. È un processo importante, nato dall’inchiesta condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano sulla presunta alleanza delle tre mafie – Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta – in Lombardia. Il quadro è innovativo. Secondo i sostituti procuratori Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane – che hanno chiesto il processo per 143 persone – tra Milano e Varese c’era “una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa (...) costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni di stampo mafioso cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, avente struttura confederativa orizzontale, nell’ambito della quale i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un sistema mafioso lombardo”.

      Tra tutti gli indagati, circa quaranta hanno richiesto al giudice per l’udienza preliminare (gup) Emanuele Mancini di accedere ai riti alternativi (come il patteggiamento o l’abbreviato, che permette lo sconto della pena per un terzo). Lo scorso 18 giugno il gup ha accettato la costituzione come parte civile nel processo di alcuni enti locali (il Comune di Milano, di Varese e di Legnano, la Regione Lombardia, la Città metropolitana di Milano), di Libera e di WikiMafia, ma anche del giornalista di Report Giorgio Mottola, minacciato da uno dei principali indagati, e dalla Rai, che potranno chiedere un risarcimento. Il cronista di Report e un altro privato cittadino sono le uniche due persone delle 13 individuate come persone offese, destinatarie di minacce e aggressioni, che hanno deciso di schierarsi nel processo.

      Il «sistema mafioso lombardo»

      In questo nuovo sodalizio, i presunti appartenenti alle tre storiche organizzazioni mafiose italiane non erano in rivalità tra di loro, ma alleati, con una “struttura confederativa orizzontale”, con i vertici posti “allo stesso livello”, come sostengono i pm. A farne parte sono – sempre secondo le ipotesi investigative – uomini legati a Cosa nostra, come la famiglia Fidanzati, originaria di Palermo ma da decenni stabilmente insediata a Milano; uomini della famiglia Rinzivillo, basati a Busto Arsizio e dintorni; del gruppo Maffei, originari di Catania; e mafiosi trapanesi, collegati al mandamento di Castelvetrano (guidato da Matteo Messina Denaro). Tra questi ultimi spicca il nome di Paolo Aurelio Errante Parrino, condannato più volte per associazione mafiosa e cugino acquisito di Matteo Messina Denaro.

      Ci sono poi uomini della ‘ndrangheta appartenenti alla locale di Legano-Lonate Pozzolo collegata alla locale di Cirò (Crotone), dominata dalla cosca Farao-Marincola; uomini della cosca Iamonte legata alla locale di Desio e collegata alla locale di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) e un uomo – Antonio Romeo – legato alle cosche di San Luca e al suo boss, Sebastiano Romeo detto “u staccu”. A rappresentare la camorra, uomini legati alla famiglia di Michele Senese, il boss che dalla Campania ha creato un suo feudo a Roma.

      I summit tra uomini di cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra e le loro attività

      Nel corso delle indagini, i carabinieri di Milano e Varese hanno documentato molti incontri – ben ventuno – tra i rappresentanti delle diverse organizzazioni mafiose, a Dairago, Cinisello Balsamo, Abbiategrasso e zone limitrofe tra il 2020 e il 2021.

      Il “sistema mafioso lombardo” era attivo nei traffici di droga e di armi, nelle estorsioni, nel controllo del territorio per risolvere le controversie legate agli affari, illeciti o leciti. L’aspetto più rilevante riguarda gli affari imprenditoriali, finanziari, le truffe legate ad esempio all’ottenimento dei bonus, l’apertura di società con il solo scopo di evadere il fisco e riciclare i guadagni illeciti. Molti indagati avevano acquisito “direttamente e indirettamente la gestione e/o il controllo di attività economiche” nel settore della logistica, nell’edilizia, nel settore sanitario (con particolare riferimento alle forniture legate all’emergenza Covid, alle procedure di sanificazione, al servizio ambulanza per trasporto dializzati), e molti altri ambiti (e-commerce, ristorazione, noleggio auto, parcheggi aeroportuali, importazione di gasolio). Erano anche interessati ad acquisire “appalti pubblici e privati, anche attraverso l’attivazione di canali istituzionali opportunamente e preventivamente compulsati”.

      Nel corso dell’indagine, ai cinque pentiti che hanno reso dichiarazioni utili se n’è aggiunto uno nuovo, Saverio Pintaudi, indagato quale uomo vicino alla ‘ndrangheta con ruoli in molte società per reinvestire il denaro frutto delle attività illecite. Da marzo sta spiegando agli inquirenti in che modo i soldi sporchi vengano ripuliti attraverso società fittizie, prestanomi, fatture false e con la complicità di “banchieri” cinesi, imprenditori dotati di grandi disponibilità e contatti per riciclare con il sistema della Chinese underground bank.

      A dimostrare l’unione di questo nuovo sodalizio criminale c’era la “bacinella”, dove mettere i soldi per i detenuti o le esigenze degli associati. L’organizzazione “imponeva il versamento di somme di denaro nella cassa comune, destinate al sostentamento dei detenuti di ciascuna componente e pretese quale corrispettivo per l’assegnazione e/o agevolazione nella assegnazione di affari leciti o illeciti, in virtù della forza di intimidazione dell’intera associazione”, perché “i carcerati vanno mantenuti prima di ogni altra cosa a questo mondo”, e non importa la provenienza territoriale e la relativa organizzazione.

      Alcuni presunti appartenenti al sistema mafioso lombardo tenevano contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario, “in modo da ottenerne favori, notizie riservate, erogazione di finanziamenti, rete di relazioni, tutti in grado di fornire un contributo rilevante al mantenimento in vita, al rafforzamento dell’organizzazione e ad aumentarne il prestigio”.

      Da alcune intercettazioni realizzate dai carabinieri nel corso dell’inchiesta emerge anche il sospetto che alcuni appartenenti all’organizzazione fossero in grado di condizionare “il libero esercizio del voto”: “Ci sono tutti i miei parenti, adesso maschi e femmine, siamo… abbiamo un bel pacchetto voti, perché posso portare o senatori in Europa, miei parenti – diceva uno degli indagati, Filippo Crea –. Poi abbiamo preso un partito, una lista civica”, fatta dalle sue cugine “tutte avvocatesse”. “Stiamo parlando di persone che hanno 4-500 (quattro, cinquecento) voti a testa”, aggiungeva.

      Il dilemma: supermafia o no?

      Una “supermafia”, una confederazione o altro? Sin da quando l’inchiesta Hydra è diventata pubblica, con l’arresto di 11 persone il 25 ottobre 2023, i magistrati hanno avuto vedute contrastanti.

      Per la procura esisteva “un accordo stabile e duraturo” tra le diverse componenti calabrese, siciliana e campana/romana, dimostrato da una serie di elementi come “l’apporto comune di capitali”, “la messa a disposizione di risorse umane, la costituzione di società” per uno scopo comune, fare profitto. Sarebbe “un sistema di tipo confederativo”. In altre parole: “Pur nel rispetto dei legami con le cosche d’origine, questa eterogenea associazione gode di propria organizzazione, di un proprio ed autonomo programma, di proprie regole e ritorsioni per chi le viola, di propri sodali che apertamente ne manifestano l’appartenenza e agisce in modo indipendente rispetto alle singole componenti”. Questo è il sistema mafioso lombardo.

      La valutazione del gip

      Il gip, che ha dovuto valutare le 153 richieste di arresto, ha fornito una valutazione molto diversa e così ha rigettato ben 142 richieste ritenendo che non ci fossero elementi per contestare il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis). Secondo lui, l’ipotesi investigativa di un gruppo composto dalle tre mafie, “un unicum nella storia giudiziaria” in Italia, non era stata “sufficientemente suffragata dagli elementi di prova raccolti” e in alcuni episodi non emergeva la “mafiosità”: il procedimento, “muovendo dal postulato che si tratta di soggetti appartenenti ad un sodalizio confederativo di stampo mafioso, ha avvolto qualsiasi attività, lecita o illecita che fosse, svolta dagli odierni indagati, in un mantello di cosiddetta mafiosità che è arduo scorgere nelle sue pieghe, se non in via intuitiva”, si legge in un passaggio dell’ordinanza. Su alcune contestazioni, “è del tutto assente la prova del fatto che gli odierni indagati si siano avvalsi della forza di intimidazione scaturente dal vincolo associativo, al fine di sbaragliare la concorrenza”. Di alcuni indagati, inoltre, per il giudice non erano emerse prove di affiliazione al “sistema mafioso lombardo” o alle mafie tradizionali: “Nella maggioranza dei casi, invero, si tratta di soggetti incensurati o che vantano precedenti per reati non connessi alle dinamiche di tipo mafioso”.

      In sostanza, “non vi è prova, quindi, che tra gli indagati di appartenere al sodalizio sia stata costituita un’organizzazione stabile, posta in essere allo scopo di realizzare un programma criminoso comune e protratto nel tempo, con una ripartizione di compiti tra gli assodati, ossia il vincolo associativo”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare.

      Invece “certamente emerge la presenza sul territorio milanese di soggetti che, vantando, per lo meno almeno alcuni di essi, rapporti qualificati con alcuni soggetti di sicura appartenenza mafiosa, sia pur accertata in altre regioni, commettono attività lecite, ma anche delittuose, soprattutto di tipo economico, in territorio lombardo”.
      Il ricorso della procura

      Alla bocciatura di molte richiesta, la pm Alessandra Cerreti ha replicato subito ricorrendo al tribunale del Riesame (anche detto tribunale delle Libertà) e sottolineato che “gli innumerevoli elementi investigativi” sono stati “incredibilmente parcellizzati e banalizzati dal giudicante”, aggiungendo, a differenza di quanto scritto dal giudice, di non aver “mai sostenuto trattarsi di una super associazione mafiosa (...) composta dalle 3 mafie italiane che si sarebbero consorziate sul territorio (addirittura nazionale)” o “mondiale”: “Né mai il pm ha parlato di ’egemonia’ sul territorio lombardo, come ha erroneamente ritenuto il giudicante, che ne ha escluso l’esistenza anche argomentando sulla mancata opposizione da parte di altre associazioni mafiose radicate sul territori”.

      Nelle 1121 pagine del ricorso, la Dda, guidata dal procuratore Marcello Viola e dall’aggiunta Alessandra Dolci, aveva precisato di non aver “mai sostenuto trattarsi di una super associazione mafiosa (...) composta dalle tre mafie”. Ovvero di una «federazione» autorizzata dall’alto. Il capo di imputazione sul punto, ha scritto la Dda, è «estremamente chiaro: trattasi di mere ’componenti’ delle tre tradizionali associazioni mafiose, operative sul territorio milanese, che si alleano strutturalmente tra loro per aumentare le possibilità di profitto» ed «evitare i conflitti».

      La decisione del Riesame

      Quasi un anno dopo, il tribunale del Riesame ha “riesaminato” (appunto) le misure cautelari disponendo gli arresti in carcere per 41 indagati e stabilendo che l’organizzazione va considerata come una nuova e unica associazione mafiosa composta da presunti affiliati alle tre mafie, come fosse un consorzio basato su un’alleanza. Si può ritenere, scriveva il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia in una nota, che “singoli soggetti anche appartenenti alle mafie cosiddette storiche abbiano costituito una associazione di stampo mafioso, non configurabile però né come una confederazione di mafie, né come una ‘supermafia’, avendo trasferito nel sodalizio orizzontale tutti i tratti genetici delle associazioni di appartenenza”.

      Nelle motivazioni il tribunale del Riesame parla di “mafiosità immanente” della nuova associazione in Lombardia e ritiene “ampiamente dimostrato che il sodalizio contestato abbia fatto effettivo, concreto, attuale e percepibile uso, anche con metodi violenti o minacciosi, della forza di intimidazione nella commissione di delitti come nella acquisizione del controllo e gestione di attività economiche, che sono propriamente gli ambiti di attività” che caratterizzano “la natura mafiosa”. L’uso “del metodo mafioso e il programma criminale” non lascia mai “dubbi sulla qualità propria dell’associazione”. Sulla base della giurisprudenza, “il sodalizio”, con “strutture e capitali comuni” e “partecipato” da persone “di diversa provenienza mafiosa”, si “connota indubbiamente in termini mafiosi”.

      Le decisioni del Tribunale delle libertà sono state poi confermate dalla Cassazione.

      Va anche aggiunto un dettaglio. Per saltare il vaglio del gip, la procura di Milano avrebbe voluto procedere con il fermo di 70 indagati nel 2023, ma le perplessità di alcune procure del Sud e la richiesta di un coordinamento da parte della Direzione nazionale antimafia hanno fatto cambiare i piani.
      La costituzione di Libera come parte civile

      Il 18 giugno scorso il gup Emanuele Mancini ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile delle amministrazioni di Milano, Varese e Legnano, della Regione Lombardia e della Città metropolitana di Milano.

      Ha riconosciuto questa possibilità anche ad associazioni come WikiMafia e Libera, assistita dall’avvocato Giuseppe Rizzo. Si tratta di “un risultato importante”, in linea con altre iniziative simili di Libera in altri processi, che dà “un segnale di impegno e di responsabilità per tutta la società civile e responsabile a fronte dell’ipoteca criminale che l’alleanza tra le diverse organizzazioni mafiose determina sull’economia e sulla società in Lombardia”.

      Per l’organizzazione presieduta da don Luigi Ciotti “la presenza nel processo Hydra rappresenta un’occasione importante per fare crescere la sensibilità delle giovani generazioni nei riguardi di mafie e di corruzione, con il coinvolgimento di scuole e di università nel corso di un procedimento che per le sue dimensioni si annuncia di lunga durata”.

      https://lavialibera.it/it-schede-2370-hydra_prime_condanne_contro_l_alleanza_tra_mafiosi_di_cos

  • L’#Arena_Santa_Giulia di Milano e la corsia preferenziale del privato. Costi quel che costi

    Mentre la Procura regionale della Corte dei conti della Lombardia indaga per presunto danno erariale, l’impianto della multinazionale #Eventim (#TicketOne) apre i battenti in anticipo rispetto agli accordi, senza le infrastrutture a servizio e a cantieri in corso. Il Comune di Milano a inizio aprile ha firmato la convenzione per versare la prima tranche di copertura pubblica degli “extra-costi” per 21 milioni di euro. Così le Olimpiadi sono diventate il motivo per pretendere altre risorse della collettività. La nostra inchiesta continua

    A Milano inizia a vedersi la vera “#legacy” delle Olimpiadi invernali. È del 5 maggio la notizia che la Procura regionale della Corte dei conti della Lombardia sta indagando sull’Arena di proprietà del gruppo tedesco Eventim (TicketOne) dove si sono disputate alcune gare olimpiche su ghiaccio. L’ipotesi di danno erariale è legata ai cosiddetti “extra-costi” milionari finiti a carico del pubblico. Il nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano avrebbe notificato un ordine di esibizione di documenti chiave presso gli uffici della Direzione generale di Palazzo Marino.

    Diamo conto da anni di questo scandalo: un palazzetto privato dichiarato di “interesse pubblico” con il pretesto dello sport pur se progettato per i concerti, che per poche settimane ha ospitato una pista temporanea di hockey e che però si è visto stanziare solo nel 2025 ben 51 milioni di euro di contributi pubblici a copertura di cosiddetti “extra-costi”. Il tutto in aggiunta a uno svincolo autostradale da 12 milioni di euro che collega l’impianto alla tangenziale pagato da Regione Lombardia, strade provvisorie a servizio del palazzo anticipate dal Comune di Milano per oltre 7,3 milioni, sconti sugli oneri di urbanizzazione per oltre cinque milioni di euro e il pagamento “light” di un contributo pari al 10% del costo di costruzione dichiarato di 177 milioni di euro e non invece quello reale di 320 milioni. A proposito di rischio d’impresa.

    In attesa che la magistratura contabile accerti quanto dovuto è utile però aggiungere alcuni dettagli alla vicenda dell’Arena, che il 6 maggio ospita il suo primo concerto dal vivo, con Ligabue, seguito da una seconda esibizione, quella di Annalisa, sabato 9.

    Il Comune di Milano e l’azienda dei trasporti Atm in queste ore stanno comunicando a tamburo battente misure straordinarie per raggiungere la “Unipol Dome – Milano Santa Giulia” (come è stata rinominata l’Arena dopo l’accordo commerciale tra Eventim e il suo main sponsor Unipol): metropolitane M3 e M4 con orario prolungato, tram 27 potenziato, navette “Arena Shuttle” che collegano il palazzetto alla stazione del metro di Rogoredo, la più vicina, che si trova però a più di due chilometri e almeno 35 minuti a piedi.

    Mossa ardita, specie se considerato che l’Arena Santa Giulia avrebbe dovuto aprire il primo gennaio 2027, come era stato del resto previsto nella Convenzione che ne regola l’utilizzo post Olimpiadi invernali e che è stata stipulata il 10 maggio 2023 tra Palazzo Marino e la succursale italiana di Eventim-TicketOne, la Evd Srl (del particolare equilibrio tra benefici pubblici e privati dell’accordo 35ennale abbiamo scritto qui).

    Poi però è successo qualcosa. Nel corso del 2025 Eventim -insieme a Risanamento Spa e Lendlease, gli sviluppatori del maxi intervento immobiliare a Santa Giulia- ha prospettato al Comune e alla Segreteria tecnica per l’Accordo di programma Montecity-Rogoredo di anticipare l’apertura al pubblico dell’Arena di sette mesi.

    Le cose dovevano andare in modo diverso. Lo dimostra la Convenzione “madre” in vigore sul Piano integrato d’intervento di Santa Giulia stipulata il 16 giugno 2022 dal Comune di Milano, l’allora Milano Santa Giulia Spa ed Esselunga. L’apertura al pubblico dell’Arena era stata “necessariamente condizionata” alla realizzazione di infrastrutture pubbliche finanziate proprio con i proventi della variante urbanistica. Tra queste spicca il collegamento tramviario verso Santa Giulia dal valore stimato allora in 55 milioni di euro, tra armamento della linea e materiale rotabile.

    Il Comune aveva “assicurato” in sede di Convenzione l’entrata in esercizio “della tramvia in concomitanza con l’apertura dell’Arena e comunque entro l’evento olimpico”. Le Olimpiadi sono finite, del tram non c’è l’ombra ma l’Arena dei privati può aprire. A Milano è la regola (basti pensare che la M4 era stata inserita nel dossier di candidatura di Expo 2015, l’hanno aperta 10 anni dopo).

    Stando alle carte di Palazzo Marino, Eventim avrebbe “confermato” al Comune la propria volontà di utilizzare l’Arena anticipatamente rispetto all’originario termine del primo gennaio 2027 solo il 24 novembre 2025. Ma prima ancora che il Comune deliberasse formalmente alcunché, i proprietari del palazzetto sono “usciti” in anticipo sulla stampa il 3 dicembre 2025 con la data di inaugurazione della “nuova attesissima Arena Milano a Santa Giulia”: 6 maggio 2026, “la prima notte”.

    “Aprire il nostro palco con Ligabue è una dichiarazione d’intenti -spiegò allora ai media Luca Martinazzoli, già direttore generale di Milano&Partners, agenzia ufficiale di Milano creata dal Comune e dalla Camera di Commercio, ex capo ufficio marketing di Palazzo Marino e poi nominato direttore dell’impianto-. La sua energia e il suo impatto culturale rappresentano alla perfezione ciò che Arena Milano vuole essere: momenti straordinari, identità forti e live entertainment di livello internazionale”.

    L’official preseller partner, manco a dirlo, è Unicredit, azionista di Risanamento e parte in causa nell’affare immobiliare rilanciato anche grazie al palazzo di Eventim.

    Dovrà passare oltre un mese da quella “tappa bruciata” sui giornali prima che la Giunta Sala deliberi il via libera, sancendo l’8 gennaio 2026 l’ennesimo (e incredibile) interesse pubblico al che un’Arena privatissima apra per soli quattro giorni i battenti prima che vi fosse l’infrastruttura di trasporto pubblico prevista da Convenzione per poi richiudere per quattro mesi di lavori (così almeno risulterebbe dal calendario a inizio maggio). L’ulteriore dimostrazione di chi detta l’agenda a chi. Resta da capire dove stia l’interesse pubblico nell’apertura di un palazzo privato per un lasso di tempo così limitato. Ma tant’è.

    Torniamo alla vicenda degli extra-costi su cui sta facendo luce la Procura della Corte dei Conti lombarda perché ci sono novità importanti.

    La prima: il 7 aprile di quest’anno il Comune di Milano ed Evd Srl hanno stipulato la convenzione per l’erogazione del contributo statale previsto ai sensi del “Decreto Sport” dell’estate 2025. Sono i primi 21 milioni di euro pubblici, trasferiti dal governo a Palazzo Marino.

    Dallo schema di convenzione emergono i particolari dell’accordo e alcune “chicche” che danno la misura della famigerata organizzazione olimpica. Tipo quella per la quale l’Arena sarebbe stata materialmente consegnata alla Fondazione Milano Cortina (con un cantiere aperto tutto intorno, pure all’interno) solo il 4 febbraio 2026, 48 ore prima dell’inizio dei Giochi, e solo il 6 febbraio sarebbe stato sottoscritto il “Venue agreement” che disciplinava le condizioni e i termini della “messa a disposizione” dell’impianto per lo svolgimento del “grande evento”. Il giorno dell’inizio.

    Ma veniamo all’accordo firmato tra il Comune ed Evd a inizio aprile. Nelle premesse viene esplicitato l’ammontare delle “voci di costo aggiuntive” quantificate da Evd per concludere in tempo l’Arena, per un ammontare complessivo monstre di 134 milioni di euro “al netto di Iva”.

    Riportiamo integralmente le quattro macro-categorie portate come “giustificazione” dal privato. Tenersi forte.

    “a) costi addizionali dovuti all’accelerazione dei lavori richiesti per l’evento olimpico dagli organizzatori;
    b) costi addizionali degli interventi tecnici e strutturali aggiuntivi, necessari ad ospitare le gare olimpiche;
    c) costi addizionali causati dall’incremento dei prezzi di mercato;
    d) costi addizionali generati dal mancato introito delle attività economiche dell’Arena per la durata dell’evento olimpico”.

    Ma come? Ma l’interesse pubblico (con vantaggi economici annessi per il privato a spese della collettività) non era stato deliberato proprio per fare le Olimpiadi? Il palazzo è stato progettato per i Giochi e per essere messo a disposizione nelle settimane clou o per altri motivi? L’incremento dei prezzi di mercato non si chiama rischio di impresa?

    Il quarto punto indicato da Eventim lascia interdetti. La multinazionale lamenta una sorta di lucro cessante sostenendo che l’Arena non avrebbe fatto incassi durante le Olimpiadi, cioè proprio quel pretesto grazie al quale è stata realizzata e ha beneficiato dell’apposizione del bollino “interesse pubblico”. Senza contare poi che in quei giorni l’impianto non avrebbe mai potuto essere aperto, avendo fissato inizialmente l’inaugurazione al primo gennaio 2027 (poi come detto anticipata in tutta corsa, seppur per 96 ore, al 6 maggio 2026).

    Il Comune di Milano, piuttosto che far valere le Convenzioni già firmate e respingere al mittente “richieste” del genere, è stato in grado di spendere (o in alcuni casi di prevedere di farlo a breve) 800.000 euro tra “consulenza ed assistenza legale in tema di aiuti di Stato”, “attività legate alla valutazione di aspetti tecnici estimativi degli extracosti” e “consulenza tecnico specialistica per l’assessment e la congruità dei costi sostenuti”. Solo per poter garantire la copertura degli “extra-costi” ai privati.

    Spesi o da spendere, perché la convenzione per l’erogazione del contributo statale è stata firmata prima che un non ben precisato “soggetto terzo esterno” a Comune e Regione effettui “l’assessment e la congruità dei costi sostenuti” da Eventim (lato Arena) e Coima (lato Villaggio olimpico di Porta Romana, altra partita che non smetteremo di seguire).

    Il Comune si sarebbe “impegnato a effettuare le procedure di evidenza pubblica per l’individuazione del/dei soggetto/i che deve/devono svolgere il servizio di consulenza tecnico specialistica entro il mese di ottobre 2026”.

    Intanto però l’accordo con Eventim per i primi 21 milioni di euro è stato chiuso e firmato, qualificando la copertura pubblica di “extra-costi” privati quale “compensazione di obblighi di servizio pubblico”. Senza necessità di notificare preventivamente “tale intenzione” alla Commissione europea ai sensi della normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato. Non svegliare il can che dorme. Ma qualcuno, forse, un occhio lo ha aperto.

    https://altreconomia.it/larena-santa-giulia-di-milano-e-la-corsia-preferenziale-del-privato-cos
    #JO #JO2026 #Milano-Cortina #jeux_olympiques #coûts #montagne #Alpes #budget #Milan #privatisation #infrastructure

  • Olimpiadi Milano-Cortina, finita la festa restano i debiti e i cantieri
    https://lavialibera.it/it-schede-2663-olimpiadi_milano_cortina_dopo_giochi_debiti_cantieri_foto

    Sono passati due mesi dalla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Per le società organizzatrici e il governo è stata "una straordinaria occasione di dimostrare al mondo di cosa è capace l’Italia quando lavora di squadra, con serietà, concretezza e visione", come ha ricordato qualche giorno fa il vicepremier e ministro dei trasporti Matteo Salvini rispondendo a un’interrogazione parlamentare. Una volta spenti i riflettori e consegnate le ultime medaglie, però, sui territori interessati dai Giochi del tricolore è rimasto solo il rosso dei debiti e la desolazione delle opere più costose e dibattute. Li abbiamo visitati: a Cortina la pista da bob è abbandonata e la cabinovia Apollonio-Socrepes è ancora un cantiere. A Livigno, i cumuli di neve (…)

    #ECOLOGIA_●_MOVIMENTI

    • L’allarme buco olim­pico: 100 milioni per il Comune

      È la quota accan­to­nata nel bilan­cio a garan­zia Conte: «Sapremo a fine anno se e quanto ser­virà»

      Per ora si tratta di un rischio «teo­rico». Il Comune ha accan­to­nato 100 milioni di euro come garan­zia, per coprire «un even­tuale disa­vanzo della Fon­da­zione Milano Cor­tina 2026». Alla levata di scudi del Pd Ales­san­dro Giungi e del con­si­gliere FdI Enrico Mar­cora l’asses­sore alle Risorse finan­zia­rie Emma­nuel Conte ieri in Com­mis­sione ha rispo­sto che al momento «si tratta di risorse bloc­cate e non ancora uti­liz­zate. Vedremo i cal­coli effet­tivi al momento della liqui­da­zione della Fon­da­zione, verso fine anno. Sapremo se e quanto ci sarà biso­gno di con­tri­buire». L’asses­sore ha pre­sen­tato la varia­zione di Bilan­cio 2025, tra i punti illu­strati ci sono i 13,75 milioni - che si aggiun­gono ai cento in bilico - per coprire gli impe­gni assunti con la can­di­da­tura per l’orga­niz­za­zione delle Para­lim­piadi. «Abbiamo appro­vato all’una­ni­mità nel 2022 il con­tri­buto, viene asse­gnato al com­mis­sa­rio Fia­sol che ren­di­con­terà le spese nel det­ta­glio al governo» rife­ri­sce l’asses­sore allo Sport Mar­tina Riva. Un’altra voce sono i 21 milioni che il Comune ha effet­ti­va­mente incas­sato dal governo, in base al Dl Sport, per la coper­tura degli extra­co­sti dovuti a Even­tim per la rea­liz­za­zione dell’Arena San­ta­giu­lia (oggi Uni­pol Dome). Sul tema si ri-accen­derà lo scon­tro oggi in una Com­mis­sione ad hoc. La scorsa set­ti­mana la Corte dei Conti ha aperto un’istrut­to­ria su un’ipo­tesi di danno era­riale. Il pri­vato aveva chie­sto 134 milioni, il governo ne ha auto­riz­zati 21 e un’altra tren­tina sarà ver­sata sotto forma di acqui­sto di ser­vizi per i pros­simi anni. Comune e Regione hanno lan­ciato un bando per affi­dare a un ente terzo la veri­fica dei conti quindi «solo una volta appu­rata la con­gruità degli extra­co­sti i 21 milioni saranno ver­sati al pri­vato» ha rife­rito Conte. L’espo­nente di FdI Mar­cora ha pro­te­stato: «Era­vamo sem­pre rima­sti sulla linea che il Comune non dovesse con­tri­buire ai Gio­chi. E mi sem­bra una fol­lia che il pub­blico debba pagare per ritardi o costi extra di un pri­vato. Andare a fare Gio­chi in strut­ture miste è stato un errore, andiamo a pagare costi che in que­sto caso magari sono frutto di disfun­zioni e ritardi del pri­vato». Anche Giungi si è ani­mato sull’«ipo­tesi di dover ero­gare 100 milioni dei mila­nesi, non vor­rei che ci fos­sero den­tro anche extra­co­sti dei costrut­tori. Teniamo bloc­cati in totale 113 milioni che potreb­bero essere usati ad esem­pio per rea­liz­zare un’altra piscina grande come l’Arge­lati». E quando l’asses­sore Conte lo ha richia­mato, con un’espres­sione napo­le­tana, a «non fare ammuina», Giungi è scat­tato: «Non usi toni insul­tanti». Conte ha ricor­dato che l’accan­to­na­mento di 100 milioni «era stato votato nel 2022 all’una­ni­mità, Mar­cora era anche scru­ta­tore. Le garan­zie totali ammon­tano a 400 milioni, divise tra Regioni e città ospi­tanti. Milano, in qua­lità di socio della Fon­da­zione, con­tri­buirà per il 25%». Gli asses­sori pre­ci­sano che non si tratta in que­sto caso di extra­co­sti e non ci sono di mezzo Arena o Vil­lag­gio olim­pico, «la Fon­da­zione non gestiva gli impianti». Conte è otti­mi­sta, «il liqui­da­tore chiu­derà il bilan­cio e faremo la nostra parte. Per ora il Comune non ha messo un euro. Auspi­cando un ricorso molto basso, colgo lo spunto di Giungi e sono d’accordo a inve­stire pre­va­len­te­mente sullo sport i 100 milioni».

      https://www.pressreader.com/italy/il-giornale-italy-228k/20260513/282295326830868

    • Nel 2026 la #Fondazione_Milano_Cortina ha già incassato 241,5 milioni di euro pubblici

      Il Commissario straordinario per le Paralimpiadi istituito dal Governo Meloni nell’estate 2025 e dotato nei mesi di ingenti risorse della collettività sta mettendo in pratica il suo reale mandato (anticipato un anno fa da Altreconomia): alleviare le perdite dell’ente presieduto da Giovanni Malagò, che continua però a presentarsi come un’organizzazione privata che “opera sul mercato in condizioni di concorrenza”. I pagamenti effettuati dalla struttura pubblica a partire da gennaio mettono in discussione la promessa di un “grande evento” in grado di autofinanziarsi.

      Nei primi cinque mesi di quest’anno il Commissario straordinario per le Paralimpiadi ha già versato 241.545.043,82 euro nelle casse della Fondazione Milano Cortina 2026. Risorse interamente pubbliche che alleviano in parte i patemi finanziari dell’ente presieduto da Giovanni Malagò, smentendo una volta di più le promesse del comitato organizzatore dei Giochi circa l’autofinanziamento del “grande evento”. E pensare che la Fondazione si è fatta qualificare per decreto governativo del giugno 2024 come organismo di diritto privato che “opera sul mercato in condizioni di concorrenza e secondo criteri imprenditoriali”.

      Favole. Come già anticipato da Altreconomia un anno fa, il Commissario istituito di gran fretta nell’estate 2025 con il “Decreto Sport” -nella persona di Giuseppe Fasiol- e dotato di ingenti risorse della collettività ha un solo scopo effettivo: salvare i conti della Fondazione che nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2024 segnava già un deficit patrimoniale pari a 150 milioni di euro, assumendosene i costi e garantendole ricavi. Mentre arriva Godot -e cioè i proventi di sponsor, biglietti, diritti televisivi- è lo Stato, al momento, a ripianare. Tanto che la Fondazione ha percepito il 95% dei pagamenti effettuati dalla struttura commissariale retta da Fasiol: i citati 241,5 milioni di euro sui complessivi 254,7 (a fine giugno).

      Il flusso è continuo e segnato da trattamenti ad hoc. Il Commissario può infatti agire “anche in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale”. Non banale per quella che è la vera cassaforte di Milano Cortina, che ha cumulato, decreto dopo decreto, una disponibilità finanziaria che supera i 540 milioni di euro per il 2026.

      L’ultimo ritocco è arrivato l’11 marzo, a Paralimpiadi avviate e Olimpiadi archiviate: altri 32,2 milioni di euro stanziati dopo che la stessa Fondazione li aveva quantificati come proprio ulteriore “quadro esigenziale”. A proposito di “condizioni di concorrenza”.

      Ma c’è di più. Con lo stesso decreto il Governo Meloni ha sbloccato i pagamenti del Commissario a favore della Fondazione permettendo l’erogazione di fondi in precedenza vincolati alla verifica fattuale e finanziaria dell’effettivo avanzamento delle prestazioni concordate. Sempre agendo per decreto, l’esecutivo ha previsto che il Commissario “è autorizzato a erogare anticipazioni di cassa per un importo massimo del 50 per cento delle risorse di cui al comma 3 (del “Decreto sport”, circa 287,8 milioni di euro, ndr) alla Fondazione ‘Milano – Cortina 2026’ nelle more del completamento delle procedure realizzative e della rendicontazione prevista”.

      Significa un’inezione di liquidità, Iva inclusa, pari a 53,7 milioni di euro a fine marzo e un’altra, freschissima, da 78 milioni a maggio. La prima tranche copriva la differenza tra il 30 e il 50% dell’acconto per le forniture e i servizi “infungibili”-dettagliati in due convenzioni stipulate tra Commissario e Fondazione-, ovvero parte di ciò che la Fondazione aveva già acquisito per le Olimpiadi ma che sarebbe stato necessario anche per le Paralimpiadi. La seconda, invece, è un’anticipazione di cassa per subentri contrattuali, tra cui spiccano i 22 milioni destinati a Rho, a Fiera Milano congressi Spa.

      Entro fine anno la Fondazione dovrebbe ricevere (almeno) altri 105 milioni di euro (Iva inclusa), già pattuiti nelle due convenzioni. A questi potrebbero aggiungersi gli esborsi per i servizi inclusi nel “Terzo programma dettagliato” stilato da Fasiol, per cui non è ancora stata stipulata una convenzione (ma che ammontano a circa 28 milioni, Iva esclusa). Senza considerare i soldi da tirar fuori per i subentri: al momento sono stati impegnati 100 milioni di euro pro Fondazione. Conservativamente, considerando solo i fondi già vincolati, si tratta di ricavi totali certi per almeno 368 milioni di euro.

      Eppure quel Commissario pubblico sarebbe stato formalmente istituito per “favorire l’inclusione sociale e abbattere le barriere sociali e culturali”. Ma già il 29 ottobre 2025 il governo ha reso esplicito che le Paralimpiadi e l’accessibilità dello sport non dovessero più essere le sue priorità; con un decreto legge (il 156) è stata fatta una modifica silenziosa e determinante alla sua “natura”, aumentando per la prima volta il budget a disposizione (fino ad arrivare agli attuali 540 milioni di euro) e assegnandogli l’onere delle “competizioni sportive olimpiche e paralimpiche”. Le Paralimpiadi erano un pretesto.

      Lo certificano i dettagli della prima convenzione tra Commissario e Fondazione: le voci sono vaghe e i criteri con cui sono “scorporati” i costi paralimpici da quelli olimpici non sono esplicitati. Il Commissario, sempre Iva inclusa, si fa carico di oltre 13 milioni per “l’approvvigionamento dei dispositivi utente che vengono usati dal personale di Fondazione: si tratta di 15mila tra personal computer, tablet, smartphone, stampanti”; 95 milioni di “technology applications”, fra cui il cloud della Fondazione, 44 milioni per le telecomunicazioni e 56 milioni per “venues & infrastructure implementation”.

      Lo stesso problema si ripresenta analizzando anche gli accordi -di importo molto inferiore rispetto a quelli con Fondazione- presi con la Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 Spa (Simico): l’attività commissariale copre 700mila euro per la conduzione e la manutenzione dell’impianto Apollonio-Socrepes a Cortina d’Ampezzo (dalle problematiche poi esplose), 1,1 milioni per due parcheggi sempre a Cortina e 7,6 milioni destinati alla neve e agli impianti di Livigno (Valtellina), venue peraltro del tutto estranea alle Paralimpiadi.

      Di fronte a questo “schema” milionario di un Commissario alle Paralimpiadi che con risorse pubbliche salva il bilancio di una Fondazione che dice di essere “privata”, Altreconomia ha contattato il Comitato olimpico internazionale (Cio) e il Comitato paralimpico internazionale (Ipc) per un commento.

      Il Cio in un primo momento ha rimandato all’Ipc, come se la questione non lo riguardasse. Ricordandogli che due membri del Consiglio d’amministrazione della Fondazione sono sua espressione e che due, tra cui il suo presidente, sono del Coni, l’organizzazione di Losanna ha dichiarato che “spetta a ciascun Paese ospitante organizzare il proprio Comitato organizzatore dei Giochi olimpici nel modo più adatto alla struttura di governance e al contesto giuridico specifici del proprio Stato”. Il commento dell’Ipc è stato simile: con il nobile obiettivo di rendere lo sport più accessibile non ha fatto alcun accenno a possibili cortocircuiti. Un modo olimpico di lavarsene le mani.

      Intanto il 23 giugno è stato discussa alla Corte costituzionale l’impugnazione del Tribunale di Milano, su richiesta dei sostituti procuratori Francesco Cajani e Alessandro Gobbis, di quel decreto del Governo Meloni che nel 2024 ha escluso la Fondazione Milano Cortina 2026 dal novero delle norme di diritto pubblico, producendo effetti negativi su un’inchiesta che ha investito anche il colosso Deloitte. Gli avvocati di parte hanno insistito ancora una volta sul “mercato”, la “concorrenza” e i “criteri imprenditoriali”, accusando la Procura di atteggiamenti “strumentali”. Intanto il prossimo bonifico commissariale è già stato disposto.

      https://altreconomia.it/nel-2026-la-fondazione-milano-cortina-ha-gia-incassato-2415-milioni-di-

  • Olimpiadi, il flop della cabinovia Apollonio-Socrepes: uno spreco da 35 milioni di euro

    L’infrastruttura che doveva spostare 2500 atleti e spettatori all’ora ai Giochi di Milano-Cortina 2026 è ancora ferma, nonostante sul portale delle opere risulti conclusa. Anche in Lombardia due cantieri simili non sono pronti.

    Doveva essere una delle infrastrutture cardine delle Olimpiadi di Milano-Cortina, insieme alla pista da bob. Invece, la cabinovia di Apollonio-Socrepes non è mai entrata in funzione. Mentre per la Società infrastrutture (Simico) che ne ha gestito la realizzazione la cabinovia è pronta, le immagini mostrano una realtà molto differente, con il cantiere aperto e una frana che, sotto, continua a muoversi. La Corte dei Conti ha aperto un fascicolo, dopo aver messo in guardia, a novembre scorso, sulle diverse criticità dell’impianto.

    Intanto, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali (Ansfisa) ha risposto a una richiesta di chiarimenti della deputata Luana Zanella (Avs), confermando che “i funzionari hanno effettuato un sopralluogo preliminare, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”. Per ora, a salire sono stati soltanto i costi, lievitati da 22 a 35 milioni. Di questi, mezzo milione di euro è stato chiesto al commissario paralimpico.
    Non va meglio in Lombardia: secondo i dati pubblicati da Simico, la realizzazione delle due linee della cabinovia Carosello-Freita-Valfin è iniziata il 15 aprile, e il nuovo impianto a fune dello “Stelvio alpine centre” di Bormio è ancora in esecuzione. Data di consegna: 15 febbraio 2027, un anno dopo i Giochi olimpici.
    Cabinovia Apollonio-Socrepes, l’opera infinita che poggia sulla frana

    La cabinovia Apollonio-Socrepes è una delle opere più complesse da realizzare tra quelle inserite dal governo nel “Piano complessivo delle opere olimpiche di Milano-Cortina” a settembre 2023. Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di un nuovo impianto di risalita che sarebbe partito dal parcheggio Apollonio e sarebbe arrivato alla località di Socrepes. I lavori dovevano essere svolti attraverso un “partenariato pubblico-privato”, che è una forma di cooperazione a lungo termine tra enti pubblici e privati per finanziare, costruire e gestire opere e servizi di interesse collettivo. Oltre alla cabinovia, il progetto prevedeva un parcheggio interrato con servizi commerciali e un “people mover”, ossia una navetta che avrebbe collegato i due versanti delle Tofane e della Faloria. A detta di molti, è proprio il parcheggio il vero affare della struttura.

    Il programma ha subìto quasi immediatamente degli aggiustamenti, perché partissero i lavori. Lo stesso progetto di fattibilità tecnica ed economica pubblicato da Simico a febbraio 2025 sottolineava che i tempi per la realizzazione del cantiere ,per come pensato inizialmente, non erano “compatibili con quelli imposti dall’evento olimpico”. Per questo, il progetto è stato scorporato in due parti: il parcheggio (rimandato a data da destinarsi) e l’impianto a fune.

    Per accelerare ancora, il Consiglio dei ministri ha assegnato all’amministratore delegato di Simico Fabio Saldini i poteri di commissario straordinario e ciò ha permesso di indire la gara d’appalto a fine maggio 2025.
    Quindici giorni dopo, alla scadenza del bando, la gara è andata deserta. Doppelmayr e Leitner, i più grandi operatori del settore, non si sono presentati, visti i tempi ristretti e i problemi tecnici presentati dalla realizzazione dell’opera su un terreno in movimento. Un “dettaglio” non trascurabile: una frana, che si muove proprio sotto i piloni, tanto da prevedere dei lavori annuali di riallineamento delle stazioni. La precarietà del terreno aveva preoccupato i cittadini, che avevano presentato alcuni ricorsi al Tar, anche sui possibili rischi idrogeologici.

    Avendo i poteri per farlo, l’Ad Saldini ha dunque affidato direttamente i lavori a tre aziende: Graffer, Dolomiti strade ed Ecoedile, che secondo i dati Simico hanno iniziato a lavorare il 10 luglio. Tutte imprese che non si erano mai occupate di impianti così grandi e complessi dal punto di vista ingegneristico. Altri nove subappaltatori si sono aggiunti alla costruzione.
    A fine agosto, però, la terra ha cominciato a franare, aprendosi in uno squarcio di oltre 40 metri e provocando un abbassamento del terreno di più di 50 centimetri, deformando anche parte del muro di contenimento di cemento armato in un altro cantiere che insiste a poche decine di metri di distanza.

    I timori che il terreno potesse cedere si sono avverati due mesi dopo l’inizio dei lavori. Tra chi aveva sollevato incertezze sui lavori si è aggiunta la voce della Corte dei conti, che a novembre aveva ribadito i “dubbi sulla fruibilità dell’impianto a fune di Socrepes, a Cortina, per il quale, a seguito di rilevati problemi di ordine geologico, si è resa necessaria una variante su cui persiste una fase di incertezza”.
    Il 6 novembre sono arrivate anche le risposte ai ricorsi al Tar dei cittadini, che ha bocciato le richieste presentate da alcuni privati contro gli atti e i provvedimenti sulla valutazione di impatto ambientale e sulla fattibilità tecnica ed economica dell’opera. Così la costruzione della cabinovia è andata avanti.

    Apollonio-Socrepes, ferma durante le olimpiadi e senza nullaosta per l’apertura

    Poi è arrivato il periodo dei Giochi. Fino a metà gennaio, Simico e Graffer avevano continuato a garantire l’apertura dell’impianto prima della cerimonia di apertura. A inizio febbraio, il commissario Saldini ha invece commentato al Corriere Veneto che l’opera sarebbe entrata in funzione “a fine mese, pronta per le Paralimpiadi. Escludendo, quindi, anche il Super G previsto per il 12 febbraio.
    Anche durante l’evento paralimpico la cabinovia è però rimasta ferma. Intanto, la Società infrastrutture ha chiesto al commissario paralimpico 500mila euro per la “gestione della nuova cabinovia sia nel periodo transitorio tra fine Olimpiadi e inizio Paralimpiadi, nonché nell’intero periodo delle Paralimpiadi”.
    A inizio aprile, dopo 66 giorni di silenzio, Simico ha pubblicato i nuovi dati sull’andamento delle opere. Nella scheda del progetto ci sono due date di conclusione dei cantieri: “fine dei lavori” il 6 marzo, mentre il 31 luglio è prevista “l’ultimazione dei lavori di finitura”.

    In realtà l’impianto non potrà essere aperto al pubblico, perché oltre le finiture manca il nullaosta di Ansfisa, l’agenzia nazionale che si occupa di sicurezza e infrastrutture. Rispondendo alle richieste di chiarimento della capogruppo di Avs alla Camera, l’organo ha fatto sapere che il 2 marzo, l’ingegnere e direttore dei lavori Michele Titton ha “redatto e consegnato il certificato di ultimazione lavori”, ma che il 10,11 e 12 marzo i funzionari dell’ente hanno “effettuato un sopralluogo preliminare sull’impianto, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”.

    Zanella ha quindi presentato un esposto alla Procura veneta della Corte dei conti, “sperando - scrive in un post su Facebook - che si possa far luce sulle risorse economiche impegnate in un inutile mega progetto”.
    Pochi giorni dopo è arrivata la risposta di Simico, che ha ribadito di aver operato nel rispetto delle norme e contesta la stima dell’aumento dei costi: “Il progetto dell’impianto a fune ha superato il vaglio degli enti preposti, dapprima in sede di valutazione di impatto ambientale e di conferenza di servizi decisoria, parere tecnico di Ansfisa e del parere di immunità da frane da parte della Regione Veneto”. Chiosando: “Il valore dell’investimento pubblico infrastrutturale [...] è ampiamente riconosciuto dalle istituzioni locali e dalla comunità, rappresentando quindi uno dei lasciti più importanti”.
    Per ora, a terra.

    https://lavialibera.it/it-schede-2658-olimpiadi_il_flop_della_cabinovia_apollonio_socrepes_uno_
    #JO2026 #Jeux_olympiques #Milano-Cortina #infrastructure #montagne #Alpes #Apollonio-Socrepes #cour_des_comptes #prix #coût #Bormio #Stelvio_alpine_centre #Doppelmayr #Leitner #Ad_Saldini #Graffer #Dolomiti_strade #Ecoedile #sous-traitance #Socrepes #Cortina #Simico

  • CPR, una settimana ordinaria di orrore: scioperi della fame, minorenni detenuti e gesti disperati
    https://www.meltingpot.org/2026/04/cpr-una-settimana-ordinaria-di-orrore-scioperi-della-fame-minorenni-dete

    I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono luoghi opachi, sottratti allo sguardo pubblico e invisibilizzati. Quello che sappiamo di ciò che accade all’interno lo sappiamo quasi sempre grazie alle reti antirazziste e abolizioniste, che raccolgono voci, diffondono le poche immagini che trapelano e fanno pressione su prefetture e istituzioni locali. Questa è la cronaca di una settimana qualunque, tra Macomer e Milano. Sciopero della fame e della sete nel CPR di Macomer Proseguono le proteste all’interno del CPR di Macomer, in Sardegna, unico modo in cui le persone trattenute possono sperare di uscire dall’invisibilità e denunciare le durissime condizioni

  • #Terre_di Musica | viaggio tra i beni confiscati alla mafia

    TERRE di MUSICA è un progetto musicale e culturale, ideato da Salvatore De Siena, leader del Parto delle Nuvole Pesanti, e realizzato dalla band in giro per l’Italia nell’arco di due anni, con la collaborazione di Arci e Libera.
    Un viaggio a tappe da Corleone a Trapani, dalla Piana di Gioia Tauro ad Isola Capo Rizzuto, da Mesagne a Cerignola, da Casal di Principe a Castel Volturno, fino a Roma, Bologna, Torino e Milano, per documentare l’esperienza dei beni confiscati, raccontare le storie delle tante persone, spesso giovani, che ci lavorano tra mille difficoltà, intimidazioni e vandalismi, e far comprendere che i beni confiscati non rappresentano solo un valore simbolico, ma anche una risorsa, un modello di sviluppo economico e sociale alternativo.

    Di questo viaggio sono stati realizzati un libro e un film documentario che raccolgono le note storiche, sociali e culturali dei beni confiscati alla mafia nonché l’esperienza umana dei suoi protagonisti. Un viaggio emozionante e umanamente arricchente, fatto con la convinzione che la legalità possa svilupparsi a partire dalle piccole azioni e che la musica, il cinema, la letteratura siano linguaggi capaci di arrivare alla gente con maggiore facilità e immediatezza.

    https://www.partonuvolepesanti.com/progetti/terre-di-musica-viaggio-tra-i-beni-confiscati-alla-mafia
    #biens_confisqués #mafia #antimafia #anti-mafia #Italie #Il_parto_delle_nuvole_pesanti #livre #film #documentaire #film_documentaire

    • #Casa_Chiaravalle à #Milan
      https://www.youtube.com/watch?v=q2O0pJNJs5Y

      La casa confiscata alla criminalità organizzata e affidata alla comunità organizzata.

      https://www.youtube.com/watch?v=17T_BS3S_Qk



      https://www.youtube.com/watch?v=VGjMz4LEY5E

      https://www.retepassepartout.it/casa-chiaravalle

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      Comment la mafia « redonne » à Milan

      Le vert l’emporte sur le gris dans le GPS du taxi. Nous sommes aux limites sud de Milan, là où la campagne reprend ses droits.

      Nous passons devant l’abbaye de Chiaravalle, construite il y a 891 ans, seule raison pour laquelle ce bled est connu.

      Voici la Casa Chiaravalle. Cette jolie ferme, avec villa et écuries, était la propriété de Pasquale Molluso, un boss de la ’Ndrangheta, la mafia calabraise. Mais la justice l’a saisie, et conformément au Code antimafia italien, l’immeuble a été cédé à la ville.

      Au dernier décompte – car le 20 mars, comme chaque année, le plus récent sera publié –, la Ville de Milan est propriétaire de 267 immeubles confisqués au crime organisé.

      Au moment de la saisie, la Casa était le bien mafieux le plus important jamais saisi par la justice en Lombardie. Comme tous les autres, il doit être destiné à un usage social, après un appel de projets.

      C’est ainsi qu’involontairement le crime organisé « redonne » ce qu’il a volé à la communauté, selon la logique du Code antimafia.

      Après avoir été un refuge pour migrants, la Casa Chiaravalle est maintenant un centre pour femmes en difficulté géré par un organisme communautaire qui offre toutes sortes de formations.

      Au bar du village, Christian sirote un Campari soda. Il approuve le projet. Le barman est moins enthousiaste face à cette aide aux « clochards ». Il trouve que le village a changé, qu’il y a beaucoup d’étrangers. Des clochards. Mais bon, ça reste assez tranquille.

      Le fils Molluso est encore au village, au fait. « Un type bien, très discret », dit le barman. Bon, c’est vrai, le cousin s’est fait saisir huit gymnases de padel, version plus sportive du pickleball, pour les mêmes raisons que le patriarche : blanchiment d’argent au profit du crime organisé.

      Je demande à Christian ce qu’il fait. « Des ménages. Je suis en réinsertion sociale, je paie ma dette pour une affaire », dit-il vaguement. Quand je lui dis que je m’en vais en marchant à la gare de Rogoredo, il me dit qu’il n’en est pas question. « Trop dangereux, c’est le parc de la drogue. »

      Il me fait asseoir dans sa Fiat 500, après avoir tassé les petits cœurs de la Saint-Valentin achetés pour sa femme. « J’ai pris de l’avance cette année », dit-il.

      Ai-je parlé d’un boss de la mafia calabraise à Milan ?

      Dans l’imaginaire collectif, y compris à Milan, tout le crime organisé vient du Sud. Le problème mafieux est circonscrit géographiquement et culturellement : la Cosa Nostra en Sicile, la Camorra en Campanie – autour de Naples –, la ’Ndrangheta en Calabre.

      Oui, sans doute, certains membres de ces mafias s’aventurent dans le Nord industriel pour vendre de la cocaïne, faire du prêt usuraire ou infiltrer l’économie légale de diverses manières. Mais ce sont des cas isolés, n’est-ce pas ?

      Pas vraiment, vient tout juste de répondre la justice milanaise.

      Le 12 janvier, 62 personnes ont été condamnées à Milan dans un de ces mégaprocès antimafia dont l’Italie a l’habitude. L’Italie, oui, mais Milan, pas vraiment. L’opération « Hydre », du nom de la créature mythologique à plusieurs têtes, promet d’épingler d’autres mafieux. Entre-temps, c’est déjà un des plus gros coups de filet du genre, sinon le plus gros, dans le Nord de l’Italie.

      Ce qui est inédit, c’est la reconnaissance par la justice d’un « système mafieux lombard ». Une sorte de cartel unissant les trois grandes mafias du Sud, chacun obtenant des approbations de son organisation.

      « Je sais que mes propos risquent de déranger », a dit la procureure Alessandra Cerreti dans son réquisitoire, le mois dernier. Mais Milan est un environnement gangrené par la mafia, au même titre que la Calabre. Tant que nous n’en prendrons pas conscience, nous ne pourrons pas progresser dans la lutte contre ce fléau. »

      Et d’ajouter : « Les mafieux n’ont pas changé de visage pour devenir des entrepreneurs : ils restent des mafieux, simplement ils jouent sur les deux tableaux. Ils font ce qu’ils font traditionnellement parce qu’ils savent comment – drogue, extorsion, recouvrement de créances –, mais ils sont aussi passés maîtres dans l’art de s’adapter à la réalité milanaise, étouffant ainsi le libre marché. »

      Pour la criminologue de l’Université de Bologne et invitée à celle d’Essex, Anna Sergi, spécialiste des mafias italiennes, cette vaste opération ne fait que confirmer ce que les analystes disent depuis 30 ans : Milan n’est pas immunisé contre les systèmes mafieux.

      Le piège consiste à voir cela comme un phénomène extérieur, comme une espèce envahissante venue de loin.

      « Bien que la ’Ndrangheta, la Cosa Nostra et la Camorra aient émergé au XIXe siècle dans des régions particulières du Sud et se soient développées selon leur contexte particulier, elles n’ont jamais représenté les seules formes de crime organisé en Italie ni les seules organisations dans leur région respective », écrit-elle sur Substack.

      « La question pour moi n’est pas pourquoi ces mafias se joignent, mais pourquoi pas ! Elles maximisent les gains et minimisent les risques », m’écrit-elle dans un courriel.

      Dire que « Milan est comme la Calabre » est aussi insignifiant que de dire que « les rues sont comme à Beyrouth » pour décrire leur mauvais état, ajoute-t-elle sur Substack. Parler en ces termes, c’est une autre manière de suggérer que tout le mal vient du Sud, et donc de ne pas examiner la criminalité « autochtone » milanaise.

      Au lieu de perpétuer le stéréotype du crime organisé « traditionnel » du Sud, il faut plutôt observer la capacité des entreprises criminelles de s’adapter continuellement, partout, et en modifiant ses façons de faire.

      Rappelons que 54 entreprises ont été exclues des contrats publics pour les Jeux olympiques à cause de liens mafieux présumés. Tout cela dans ce Nord industrieux, si fier de sa différence…

      https://www.lapresse.ca/international/chroniques/2026-02-12/comment-la-mafia-redonne-a-milan.php

  • Stanze segrete per trattenere i migranti. La mappa esclusiva dei «#luoghi_idonei»

    Negli ultimi tre anni 2.500 cittadini stranieri, prima di essere rimpatriati, sono stati trattenuti dalla polizia nei cosiddetti «luoghi idonei», di cui nessuno vuole parlare. Ecco in quali città si trovano e cosa succede all’interno

    Una persona va in questura per rinnovare il permesso di soggiorno, ma dall’ufficio le dicono che ci sono problemi con i documenti. D’un tratto diventa irregolare sul suolo italiano, un clandestino o una clandestina da rimpatriare. Inizia così quella che i burocrati definiscono “detenzione amministrativa”: seppure non abbia commesso alcun crimine, quella persona viene privata della libertà personale, spesso senza opportune tutele.

    Gli agenti la portano in una stanza, dove passerà dalle 24 alle 144 ore in attesa di essere imbarcata su un aereo diretto al suo paese d’origine. Nel frattempo, non può lasciare l’edificio e, in alcune strutture, le viene tolto il telefono e può solo chiamare i parenti più stretti e l’avvocato.

    Questi posti si chiamano luoghi idonei ed esistono dal 2018. Ogni anno ci finiscono dentro centinaia di uomini e donne, almeno 2.445 nel triennio 2023-2025. Spazi a cui al momento possono accedere solo i garanti, invisibili a tutti gli altri e dei quali nessuno ha voglia di parlare; non esiste neppure un elenco che ne indichi la posizione o numeri che spieghino quanto e come siano utilizzati. Per ricostruire dove si trovano e, soprattutto, per capire cosa succede al loro interno, lavialibera li ha mappati in esclusiva, ottenendo i dati su trattenimenti e rimpatri.

    Cosa sono e come funzionano i luoghi idonei

    I luoghi idonei sono comparsi per la prima volta nel 2018, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini ha firmato il decreto Sicurezza che modificava il Testo unico sull’immigrazione del 1998. In particolare, all’articolo 4 della norma per la prima volta si fa riferimento a «strutture diverse e idonee nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza», da utilizzare «nel caso in cui non ci sia disponibilità di posti» nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

    Chi non è in grado di mostrare agli agenti di polizia un valido documento di soggiorno è trattenuto in questura e accompagnato in queste stanze: entro 48 ore il giudice di pace deve indicare il giorno dell’udienza di convalida e, se autorizza la permanenza, il trattenimento si prolunga fino alla data dell’effettivo allontanamento. Per quest’ultimo passaggio possono essere necessarie altre 48 ore. Martina Stefanile è un’avvocata di Napoli specializzata in diritto dell’immigrazione. Negli ultimi anni ha seguito i procedimenti di espulsione e trattenimento di alcuni cittadini stranieri che da un momento all’altro sono stati privati della libertà senza opportune tutele.

    A lavialibera ha spiegato come funziona il meccanismo: «Le casistiche sono disparate. È successo che la persona si sia presentata all’ufficio della questura per rinnovare il permesso di soggiorno o per chiedere asilo, e che sia stata raggiunta da un provvedimento espulsivo e trattenimento per mero errore». A quel punto, spesso senza che il cittadino straniero abbia possibilità di fare ricorso, la questura chiede al giudice di pace di autorizzare il trattenimento in «locali idonei nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza».

    «Possiamo dire che il giudice autorizzi a occhi chiusi – continua Stefanile – nel senso che non conosce questi locali, non sa nemmeno dove si trovino. Questo viola le normative europee, secondo cui il confinamento può avvenire solo in luoghi determinati». Le regole che gli agenti seguono nel trattamento sono decise dalle singole questure, che dovrebbero tener conto delle norme nazionali e comunitarie che tutelano la dignità umana. In pratica, però, questi regolamenti non sono resi pubblici, ufficialmente per «questioni di sicurezza». Secondo quanto stabilito dal ministero dell’Interno, gli standard da applicare sono quelli dei Cpr, già oggetto di numerose polemiche.

    Per Federica Borlizzi, avvocata e operatrice legale della Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), «nei locali idonei le criticità dei Cpr rischiano di essere ancora maggiori, perché alla fragilità della base normativa si sommano minore trasparenza, minore controllo dall’esterno e il pericolo concreto che in luoghi più invisibili e meno regolati diritti già debolmente garantiti nei Cpr come salute, informazione, difesa, comunicazioni con l’esterno, condizioni materiali dignitose, risultino ancora più compressi».

    La persona trattenuta rimane in questura con gli indumenti che indossava al momento del fermo. I documenti ed eventuali oggetti personali come cellulari, zaini e orologi devono essere consegnati ai poliziotti, che li restituiranno solo all’uscita.

    Alcune questure permettono l’utilizzo del telefono, altre concedono di chiamare solo pochi contatti, come l’avvocato e i propri cari. Le condizioni di detenzione amministrativa lasciano a desiderare e in molti casi i luoghi idonei sono tutt’altro che tali. Addirittura in 11 città le persone sono trattenute nelle camere di sicurezza, spazi che in teoria sarebbero destinati a chi è in stato di fermo o di arresto, e solo in via eccezionale utilizzate per i trattenimenti.

    A Milano la situazione è critica: non c’è la doccia, le coperte non vengono lavate e mancano i cuscini. «Non è compatibile con uno Stato di diritto privare della libertà persone che non hanno commesso reati, ma si trovano in violazione di regole amministrative su ingresso e soggiorno – dice Borlizzi –, ed è ancora meno compatibile farlo in luoghi la cui collocazione e i cui standard restano opachi». Poi, il giudice di pace convalida o meno il trattenimento.

    «Il verbale rilasciato – prosegue Stefanile – viene compilato mettendo una crocetta sulla casella “autorizzo” o “non autorizzo”, senza alcuna valutazione di tipo oggettivo o soggettivo che verifichi l’idoneità della permanenza in questi locali». Dai tempi del covid, i giudici di pace hanno la possibilità di completare la procedura direttamente online e, tra le altre cose, non è prevista una visita medica che accerti le condizioni di salute della persona trattenuta, come invece avviene nei Cpr. Visti i tempi stretti per completare il rimpatrio, la questura accelera la pratica acquistando il biglietto aereo (che poi verrà rimborsato dalla prefettura), e lo intesta alla persona da espellere. In tal modo, dal momento del primo trattenimento al rimpatrio il cittadino straniero potrebbe rimanere nelle mani dello Stato all’incirca sei giorni.
    La mappa dei luoghi idonei

    Fino al 2023 (ma i dati si riferiscono al 2022) nella Relazione curata dal garante delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, è stato possibile consultare il censimento di queste stanze. Dal documento si evince che 36 questure avevano dichiarato di disporre di locali idonei adibiti al trattenimento dei cittadini stranieri nella fase di esecuzione dell’espulsione, mentre 15 avevano riferito di utilizzare per lo stesso scopo le camere di sicurezza.

    L’ex garante Mauro Palma: «Parlare di “luoghi idonei” lascia passare il messaggio che è accettabile trattenere delle persone, in modo opaco e invisibile all’opinione pubblica, senza controllo effettivo sulle garanzie per i loro diritti»

    Già all’epoca il garante aveva espresso molte perplessità su queste stanze: «Pur considerando positivamente il ricorso a forme di trattenimento più brevi, e al netto delle numerose criticità che tali ambienti allestiti all’interno delle questure presentano in termini di condizioni materiali, assenza di servizi, garanzie e controlli esterni, questa propensione per l’accelerazione dei rimpatri forzati non deve essere sottovalutata».

    Il paragrafo si concludeva con una nota amara: «Procedure più rapide di allontanamento hanno l’effetto di amplificare la portata dell’agire coercitivo aumentandone la potenza traumatica e afflittiva sulla persona». Terminato il mandato di Palma, la pubblicazione è stata interrotta. A lavialibera, un componente del collegio dell’attuale garante nazionale, Mario Serio, ha spiegato che «a breve sarà pubblicata la relazione al parlamento 2023/2024 contenente anche i dati relativi al funzionamento delle strutture diverse e idonee». Dati che nel 2026 arrivano già vecchi. Per conoscere ciò che ancora non è pubblico, abbiamo mandato una serie di accessi civici alle questure, scoprendo che a fine 2025 sono 50 quelle che gestiscono luoghi idonei, mentre 10 utilizzano le camere di sicurezza.

    A Milano esistono entrambi in aggiunta al Cpr. Inoltre, negli ultimi tre anni il numero delle persone trattenute si è moltiplicato: 309 nel 2023, 906 nel 2024 e 1.225 nei primi dieci mesi del 2025. Nell’ultimo triennio, le tre città che hanno più ricorso a queste modalità di trattenimento risultano essere Milano (765), Brescia (235) e Napoli (231). In altre province, i locali ci sono ma non sono mai stati utilizzati. Anche la provenienza dei cittadini stranieri è variegata, con 46 paesi censiti tra cui tre europei: Francia, Grecia e Romania. Meno precisi sono, invece, i dati ottenuti sui rimpatri effettuati direttamente dai locali idonei. Negli ultimi tre anni, 1.685 persone sono state imbarcate su voli diretti in paesi extra Ue, mentre 75 sono state trasferite nei Cpr o espulse. Per quanto riguarda le dimensioni delle stanze e i regolamenti interni, alcuni uffici hanno risposto alle nostre domande, mentre altri hanno preferito non rilasciare dichiarazioni, spiegando che si tratta di documenti legati a questioni di sicurezza e che quindi non possono essere divulgati.

    Per capire cosa avviene davvero nei luoghi idonei non resta quindi che affidarsi alle uniche due ispezioni del garante, che a marzo e luglio 2025 ha visitato quelli di Milano e Livorno, rendendo poi disponibili le relazioni un anno e mezzo dopo. Incrociando i contenuti del documento e i dati ottenuti da lavialibera, emerge che nel capoluogo lombardo le strutture sono malridotte. Nella città toscana, i locali idonei sono entrati in funzione due anni fa: nel 2024 sono state trattenute 7 persone, 28 nel 2025. Delle 108 richieste di accesso civico inviate, in 13 casi le istituzioni non hanno risposto né alla prima istanza né al sollecito. Non abbiamo ottenuto informazioni su Ancona, Ascoli Piceno, Bari, Belluno, Caltanissetta, Caserta, Grosseto, Messina, Piacenza, Rovigo, Salerno, Torino e Trieste. Oltre alle questure, i luoghi idonei sono presenti anche negli aeroporti: nel momento in cui scriviamo è in corso il riesame dell’istanza per ottenere i dati che il ministero dell’Interno non ha ancora fornito.

    Cosa succede nei luoghi idonei?

    La legge sui luoghi idonei entrata in vigore otto anni fa era talmente generica nella sua formulazione che nel 2020 il garante Palma aveva chiesto che fossero specificati tempi e modi di utilizzo, vista la vaghezza della definizione di “idoneo”. «La legge non definisce in modo sufficientemente preciso quali luoghi possano essere usati, con quali requisiti materiali, organizzativi e di tutela, lasciando un margine molto ampio all’amministrazione di pubblica sicurezza. Questa indeterminatezza comporta delle evidenti tensioni con l’articolo 13 della Costituzione», spiega l’avvocata Borlizzi.

    All’epoca il dicastero guidato da Luciana Lamorgese (governi Conte II e Draghi) aveva recepito alcune raccomandazioni del garante e definito regole più chiare, senza però arrivare alla pubblicazione di una mappa. Era stato comunque stabilito che i locali fossero «un surrogato dei Cpr» e che quindi all’interno dovessero valere gli stessi diritti: la tutela della salute, la custodia degli affetti personali, il servizio mensa, i colloqui con gli avvocati e con gli assistenti socio-psicologici, la corrispondenza epistolare o telefonica, la compilazione dei registri delle entrate e degli eventi critici. In realtà, dalle poche informazioni in nostro possesso, i comportamenti delle questure possono essere discrezionali.

    Alcune questure hanno chiesto dei fondi al governo per ristrutturare gli edifici e potere ospitare cittadini stranieri in attesa di rimpatrio. In particolare, consultando i documenti sullo stato di avanzamento del Fondo asilo migrazione integrazione (Fami) presentato a maggio 2025, nel periodo 20212027 il Ministero e la polizia hanno proposto due tipi di progetto: il primo, da 10 milioni di euro, prevede la ristrutturazione degli spazi all’interno delle questure; il secondo, da 1,5 milioni, riguarda invece gli aeroporti.

    Ma se per i cantieri nelle questure la fase progettuale sta andando avanti, per i lavori negli aeroporti i finanziamenti sono ancora da confermare. In ogni caso, nell’aggiornamento della valutazione intermedia del Fondo si legge che il numero delle «presenze irregolari sul territorio italiano» è in aumento e non ci sono abbastanza luoghi idonei dove trattenere le persone prima del rimpatrio forzato. La soluzione prospettata è chiara: costruire nuovi centri. Dove? A Foggia, Taranto, Isernia, Mantova, Reggio Emilia, Vicenza e La Spezia.
    Braccio di ferro per avere trasparenza sui luoghi idonei

    Sulla carta, i diritti che devono essere rispettati nei Cpr e nei luoghi idonei sono equiparati, ma rimangono da chiarire almeno due grandi coni d’ombra: la salute e l’accesso all’interno dei locali. Il 6 giugno 2025, dopo una richiesta formulata da Asgi, il presidente della sezione Immigrazione presso il giudice di pace di Napoli ha dichiarato «di non aver mai effettuato controlli o accessi ispettivi presso le strutture utilizzate come luoghi idonei, di non possedere verbali di accesso relativi alle visite ispettive svolte e di ritenere tale compito estraneo alle proprie competenze, attribuendolo invece all’Ufficio prevenzione generale e soccorso».

    Una risposta simile è arrivata qualche giorno dopo dall’Ufficio di prevenzione dell’Asl Napoli 1 Centro: «Per il trattenimento nelle strutture idonee non è previsto nessun tipo di intervento da parte della Asl se non su eventuale richiesta della questura». Infine, c’è la questione dell’accesso da parte di soggetti terzi. A Bergamo, dove, secondo i dati raccolti da lavialibera, tra il 2023 e il 2025 sono stati trattenuti 28 cittadini, una recente sentenza cautelare del Tar ha annullato il provvedimento della prefettura, che aveva negato ad Asgi l’accesso ai locali idonei per «esigenze di sicurezza, privacy e logistica».

    Una motivazione che si è scontrata con la posizione degli avvocati Asgi, secondo cui «l’idoneità di una struttura al trattenimento presuppone anche la sua apertura al controllo esterno, condizione indispensabile per garantire trasparenza, dignità e rispetto dei diritti umani». Ed è proprio per questo che anche la società civile ha il diritto a entrare in questi spazi. Non resta quindi che attendere la decisione di merito per capire quali persone, associazioni, enti sono legittimati a vigilare su questi luoghi di privazione della libertà.

    https://lavialibera.it/it-schede-2635-trattenimento_dei_migranti_nei_luoghi_idonei_la_mappa_esc
    #cartographie #visualisation #liste #migrations #enfermement #Italie #sans-papiers #rétention #détention_administrative #decreto_sicurezza #expulsions #renvois #privation_de_liberté #cpr #strutture_idonee #Fondo_asilo_migrazione_integrazione (#Fami)

    • Il buco nero dei “luoghi idonei alla detenzione”

      Stanze di detenzione di cui nessuno parla. Sono all’interno delle questure, liberalizzate dal decreto Salvini. Usate per le persone che vanno a chiedere il permesso di soggiorno, ora sono diventate una terra di nessuno fuori da ogni forma di controllo. In Italia ci sono luoghi di detenzione più invisibili delle carceri e dei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Sono i cosiddetti luoghi idonei presso le questure e le zone di transito aeroportuali. Qui i cittadini stranieri in attesa di esecuzione del rimpatrio vengono trattenuti per ore, se non per giorni, in un contesto normativo grigio, dove non esistono tutele e monitoraggio. Se le carceri italiane sono un buco nero della democrazia e i Cpr dei lager di stato, i luoghi idonei presso le questure e le zone di transito aeroportuali sono aree di detenzione amministrativa discrezionale che per la legge è come se non esistessero, ma a cui il governo sta facendo sempre più ricorso.

      Nel 2018 in Italia è entrato in vigore il cosiddetto “Decreto Salvini”. La legge, sbandierata come argine al boom degli sbarchi, è intervenuta tra le altre cose sul tema della detenzione amministrativa degli stranieri in attesa di rimpatrio, prevedendo che essa potesse avvenire non più solo nei Cpr, ma anche in “strutture diverse e idonee nella disponibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza”, nel caso in cui negli stessi Cpr non ci fosse più posto.

      È con questa formula molto generica che in Italia è stata inaugurata la stagione dei luoghi idonei presso le questure. Succede che persone che si trovano sul territorio italiano da anni vengano convocate in questura per informazioni relative al rinnovo del permesso di soggiorno e si ritrovino invece sbattuti in una cella e poi, nel peggiore dei casi, imbarcati su un volo verso il loro paese di origine.

      Hassan è arrivato in Italia da ormai oltre dieci anni. Ha ottenuto un permesso di soggiorno per protezione speciale, in patria subiva discriminazioni per una malattia da cui è affetto. In Italia si è costruito una vita e ha lavorato con contratti regolari. Il governo Meloni nel 2023 ha cancellato la tipologia del suo permesso di soggiorno, che intanto gli è pure scaduto. Qualche tempo fa la questura di Milano gli ha detto di presentarsi negli uffici con il passaporto, senza dargli ulteriori dettagli.

      “Mi hanno fatto aspettare in sala d’attesa, poi sono arrivati gli agenti che mi hanno sequestrato il permesso scaduto, la mia carta d’identità italiana e il mio passaporto e mi hanno messo in una cella dicendo che entro poche ore mi avrebbero rimpatriato”, racconta. “Non avrei mai pensato di poter ricevere un trattamento simile, dopo aver vissuto e lavorato per anni in Italia”. La prassi prevede che le persone straniere trattenute nei locali della questura possano rimanerci per un massimo di 96 ore, durante le quali deve avvenire la convalida del rimpatrio del Giudice di pace. Il problema è che non esiste una legge a disciplinare questa restrizione della libertà personale. Che dunque si trasforma in una forma di detenzione grigia e arbitraria, fuori da ogni forma di controllo e in violazione di quelli che, normalmente, sarebbero i diritti dei detenuti.

      Hassan è stato diverse ore nella cella della questura. “Mi hanno sequestrato il cellulare, mi hanno dato un pantalone sporchissimo e usato da altre persone, io non avevo niente con me perché ero andato in questura pensando di restarci pochi minuti”, racconta. “C’era un materassino molto sottile su cui dormire, mentre per andare in bagno dovevi chiedere il permesso agli agenti che ti accompagnavano. Lì dovevi stare con la porta aperta, sotto sorveglianza. La mia privacy è stata violate”. Alla fine il Giudice di pace non ha convalidato l’espulsione e Hassan è uscito dalla questura da uomo libero.

      Anche Adem, 31 anni, ha passato qualcosa di simile. Arrivato in Italia da bambino, dopo un lungo periodo di regolarità non ha più ricevuto risposta per il rinnovo del permesso di soggiorno, che intanto è scaduto. Lo scorso luglio lo hanno fermato per un controllo in strada ed è stato portato in questura. “Avevano già il biglietto pronto per mandarmi in Marocco, era mezzogiorno e l’aereo partiva alle 18”, spiega. “Mi hanno lasciato per sette ore in una cella, mi hanno tolto tutto lasciandomi in mutande senza neanche una coperta e ritirandomi il cellulare”.

      L’ambiente era una sorta di discarica: “Era sporchissimo, i muri cadevano in terra, il bagno era tutto nero. Mi hanno dato da mangiare del riso ma dentro c’erano le larve. Chissà da quanti giorni era lì”. Adem è affetto da una malattia cardiaca, ha provato a spiegarlo agli agenti e a un certo punto ha finto un malore. Quando è stato portato in ospedale gli esami hanno confermato la sua sindrome e una volta in questura è stato liberato per le sue condizioni di salute. “Ho messo in scena un malore perché era l’unico modo per andare in ospedale e dimostrare che sono un soggetto fragile”, spiega.

      Come sottolinea in un report l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), “nessun protocollo è in essere con il servizio sanitario nazionale e i trattenuti non vengono sottoposti ad alcuna visita di idoneità prima di accedere alla struttura; questo perché, sostiene la questura, non vi è alcuna prescrizione di legge in tal senso”. Ma non è l’unica mancanza. Sempre l’Asgi denuncia che durante la detenzione “il diritto di presentare reclami al Garante, il diritto di corrispondenza con l’esterno e perfino il diritto a un pasto caldo sono di fatto condizionati alla disponibilità dell’operatore di turno”.

      Raccontare i luoghi idonei presso le questure non è facile, perché il loro monitoraggio è di fatto precluso. Abbiamo fatto richiesta alla prefettura di Milano per potervi fare visita, ma non abbiamo ricevuto risposta. Anche l’Asgi aveva ricevuto il rigetto al sopralluogo dalla questura di Milano, che poi è stato effettuato nel 2022 grazie al ricorso al Tar. Le richieste di un elenco dei luoghi idonei presso le questure italiane non ha mai avuto seguito e oggi non si sa quante siano e dove siano, né quante persone ci siano passate. Incrociando le varie testimonianze, solo a Milano le presenze sarebbero decine ogni mese.

      In una serie di visite effettuate tra il 2020 e il 2021 ai luoghi idonei di Bologna, Parma e Trieste, il Garante dei diritti dei detenuti ha evidenziato numerose criticità sia dal punto di vista strutturale, chiedendo interventi di adeguamento e ristrutturazione, sia riguardo i diritti di base delle persone straniere recluse, come la comunicazione con familiari e avvocati e l’accesso alle informazioni sul loro status. L’Onu ha lamentato un’assenza di tracciabilità dei luoghi idonei e condizioni detentive che rischiano di tramutarsi in una violazione dell’articolo 17 della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, che vieta la detenzione segreta.

      I luoghi idonei presso le questure sono zone grigie di detenzione, di cui si sa molto poco. “Negli ultimi tempi è incrementata la loro funzione. Con il nostro sportello stiamo entrando in contatto con sempre più persone coinvolte”, denuncia Cesare Mariani, volontario dello sportello legale Naga. “Molti dei rimpatri ci risultano poco legittimati. Persone che avrebbero diritto a rimanere in Italia o perlomeno a ricorrere contro il provvedimento di espulsione rimanendo sul territorio, da un momento all’altro vengono invece rispedite nel loro paese di origine”.

      Quello che non funziona nei locali idonei è soprattutto l’isolamento totale, che rende molto difficile riuscire a dimostrare il proprio diritto a restare. E si crea anche un cortocircuito istituzionale. “I provvedimenti nel caso di domanda di protezione internazionale arrivano su parere della commissione territoriale e su esecuzione della questura, che sono a loro volta organi soggetti al ministero dell’Interno”, sottolinea Mariani, che chiosa: “Questi attori agiscono su chiare indicazioni politiche, non c’è volontà di tutela”.

      https://ristretti.org/il-buco-nero-dei-luoghi-idonei-alla-detenzione

    • I “locali idonei” al trattenimento dei cittadini stranieri: le criticità del dettato normativo, i rilievi mossi dalle autorità di garanzia e i dati raccolti da ASGI

      Sull’introduzione della fattispecie relativa ai ‘locali idonei’ per il trattenimento dei cittadini stranieri in attesa della convalida dell’accompagnamento immediato alla frontiera

      Il D.L. 113/2018 convertito in L. 132/2018 ha ampliato la tipologia dei luoghi di privazione della libertà destinati alla detenzione amministrativa dei cittadini stranieri in attesa della convalida dell’accompagnamento immediato alla frontiera. Con la modifica del c. 5-bis dell’art. 13 del D.Lgs. 286/1998 (Testo Unico Immigrazione, TUI) è stata infatti introdotta la possibilità per il giudice di pace, su richiesta del Questore, di disporre il trattenimento dei cittadini stranieri sopracitati presso “strutture idonee nella disponibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza” nel caso di indisponibilità di posti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Inoltre, qualora anche dopo l’udienza di convalida permanga l’indisponibilità di posti nelle sopracitate strutture di cui all’art. 14 del D.Lgs. 286/1998, è possibile disporre il trattenimento dei cittadini stranieri in “locali idonei presso l’ufficio di frontiera interessato, sino all’esecuzione dell’effettivo allontanamento e comunque non oltre le quarantotto ore successive all’udienza di convalida”. L’articolato in questione non veniva abrogato né ulteriormente integrato dal legislatore con il D.L. 130/2020 convertito con modifiche in L. 173/2020, il quale invece conferma l’ampliamento della tipologia dei luoghi di privazione della libertà destinati al trattenimento dei cittadini stranieri in attesa di convalida del rimpatrio coatto, limitandosi unicamente a specificare che ai trattenuti si applicano le disposizioni di cui al secondo comma dell’art. 14 del medesimo D.Lgs: in tali luoghi di detenzione devono essere dunque garantiti adeguati standard igienico-sanitari e abitativi, informazioni relative allo status giuridico, assistenza, rispetto della dignità della persona e libertà di corrispondenza anche telefonica con l’esterno.

      Le criticità del dettato normativo e i rilievi mossi dal Garante nazionale dei diritti delle persone private delle libertà personale e dal Comitato ONU di controllo sull’attuazione della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate

      La norma in oggetto è stata ampiamente criticata[1] da ASGI per via della sua indeterminatezza e per i rilevanti profili di illegittimità costituzionale che ne conseguono, non essendo specificate le modalità del trattenimento e il relativo criterio di idoneità di tali luoghi, la cui valutazione è dunque demandata esclusivamente alla discrezionalità delle autorità di pubblica sicurezza.

      Lo stesso Garante nazionale[2] dei diritti delle persone private della libertà personale accoglieva con preoccupazione la novella normativa, rilevando la criticità dell’assenza di un elenco completo di locali individuati come “idonei” e la mancata determinazione dei criteri oggettivi di idoneità a valenza nazionale, ed evidenziando il conseguente rischio che tali strutture possano sfuggire al controllo preventivo, e dunque all’esercizio delle prerogative di competenza, della stessa autorità nazionale di garanzia. La perdurante sussistenza dei due sopracitati profili di criticità, nonostante gli input in merito ai criteri utili a guidare il vaglio di idoneità forniti dal Garante nell’ambito della interlocuzione avvenuta con il Ministero dell’Interno, veniva nuovamente evidenziata da parte dell’autorità nazionale di garanzia nel parere[3] sul D.L. 130/2020 inviato il 5 novembre 2020 al Parlamento nell’ambito dell’iter di conversione dell’atto governativo.

      In ultimo, ma non meno significativamente, anche il Comitato ONU di controllo sull’attuazione della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, nelle sue osservazioni conclusive[4] sul rapporto presentato dall’Italia ai sensi dell’articolo 29 della Convenzione del 10 maggio 2019, esprimeva preoccupazione per la mancata pubblicazione dell’elenco dei luoghi “idonei”, che impedisce di fatto al Garante di visitare gli stessi, e per la possibilità che le condizioni di detenzione in tali ambienti potrebbero non essere conformi all’articolo 17 della Convenzione. Il Comitato concludeva raccomandando al governo italiano di pubblicare immediatamente il sopracitato elenco, di garantire l’accesso da parte del Garante nazionale a tali locali, e di ottemperare a quanto disposto dall’articolo 17 della Convenzione[5].

      Le istanze di accesso civico generalizzato presentate da ASGI, le risposte e i dati restituiti dalle Questure e dai valichi di frontiera interrogati

      I dati relativi ai trattenimenti avvenuti dall’entrata in vigore della norma in esame presso i luoghi “idonei” diversi dai CPR e i locali “idonei” presso gli uffici di frontiera non sono stati resi noti dalle amministrazioni competenti. Per questo, ASGI, nell’ambito del progetto In Limine, ha provveduto a sollecitare queste ultime alla pubblicazione di tali informazioni, inviando il 21 luglio 2020 alcune istanze di accesso civico alle autorità interessate in merito al numero di trattenimenti eseguiti, alle strutture individuate e utilizzate a tal fine, alle modalità attuative e condizioni di trattenimento, con indicazione dei criteri di idoneità e della autorità competente alla verifica dell’adeguatezza dei luoghi, alle modalità attuative o protocolli per lo svolgimento di attività di informativa nei confronti dei cittadini stranieri, e alle modalità di svolgimento dei colloqui con i difensori legali.

      Per quanto riguarda le Questure, tutti gli uffici interrogati[6] hanno risposto all’istanza, fornendo, tuttavia, solo parziale riscontro alle richieste avanzate da ASGI, sulla scorta della non ostensibilità di alcune informazioni e di alcuni dati al fine di salvaguardare l’ordine pubblico e per la prevenzione e la repressione della criminalità. Dai dati forniti dagli uffici sopracitati, si rileva tuttavia che presso tutte le Questure interrogate, con l’eccezione di Roma[7], sono già utilizzati i locali ‘idonei’ per il trattenimento dei cittadini stranieri in attesa di convalida dell’accompagnamento immediato in frontiera. Con riferimento al numero di trattenimenti eseguiti, solo alcune delle Questure hanno fornito i dati richiesti, da cui emerge che dal 1 gennaio 2019 al luglio 2020 le stesse hanno trattenuto, nei locali “idonei” individuati (sui quali, come si vedrà di seguito, non hanno fornito ulteriori informazioni), un totale di 393 cittadini stranieri in attesa di convalida del rimpatrio coatto[8]. Pur non avendo tutti gli uffici interrogati fornito i dati relativi alle nazionalità dei trattenuti, si può in ogni caso rilevare che la nazionalità maggiormente interessata da tali trattenimenti risulta essere quella marocchina, seguita, a stretto giro, da quella albanese, e da quella tunisina. Le altre nazionalità coinvolte, seppur in maniera più esigua di quelle appena citate, sono: Moldavia, Senegal, Nigeria, Cina, Palestina, Pakistan, Ghana, Perù, Bosnia, Egitto, Serbia, Ucraina, Bangladesh, Brasile, Colombia, Kosovo, Macedonia, Georgia, India, e Romania.

      Con riferimento ai modi e ai tempi con cui vengono fornite informazioni ai cittadini circa i propri diritti e in particolare al diritto di difesa, all’accesso alla procedura di asilo e ai contatti con il mondo esterno, viene esercitata un’ampia discrezionalità dell’autorità amministrativa nell’individuazione delle sopracitate modalità, come evidenziato dalle risposte fornite dalle Questure interrogate dalle quali emerge un quadro di prassi variegate. Relativamente all’implementazione di attività di informativa ai cittadini stranieri soggetti a trattenimento circa i propri diritti, i tempi del trattenimento, le modalità del rimpatrio, l’accesso al diritto di difesa e alla procedura di richiesta protezione internazionale, a seconda della Questura coinvolta si fa unicamente riferimento all’utilizzo di scheda informativa multilingue per la partenza volontaria, al foglio notizie (che non ha alcun contenuto informativo), o – nel caso di Bologna – ad una scheda informativa relativa al trattenimento ex art. 13 c. 5bis D.Lgs. 286/1998. Nessuno degli uffici interessati sembrerebbe prevedere in ogni caso l’assistenza linguistica, che è riconosciuta, al contrario, unicamente da parte di alcune Questure[9] sulla base di una valutazione caso per caso. Inoltre, tali documenti, la cui compilazione è tra l’altro rimessa al cittadino straniero trattenuto, non fanno alcun riferimento al diritto di accedere alla richiesta di protezione internazionale e, in ogni caso, non assolvono autonomamente ad alcuna funzione informativa. Anche con riferimento alle risposte fornite dagli uffici interrogati in merito allo svolgimento dei colloqui con i difensori legali delle persone soggette a trattenimento ai sensi dell’art. 13 c. 5 bis del D.Lgs. 286/1998, ai luoghi predisposti per tale finalità e alle modalità di comunicazione con gli avvocati e con il mondo esterno, si evidenzia la mancata descrizione delle procedure attuate e dei luoghi individuati al fine di garantire il diritto dei cittadini trattenuti a conferire con i propri difensori e a comunicare con il mondo esterno, essendosi, le Questure interessate, limitate a confermare di garantire il diritto dei cittadini stranieri trattenuti di avere colloqui riservati con i propri difensori e di contattare i propri familiari, anche al fine di recuperare i propri effetti personali.

      In ultimo, con riferimento alle risposte pervenute – e nonostante i solleciti in tal senso dello stesso Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e dal Comitato ONU sopracitato che hanno invitato le autorità a determinare e rendere noti i criteri oggettivi di idoneità delle strutture con uniforme valenza su tutto il territorio nazionale e alla pubblicazione dell’elenco completo dei locali individuati all’esito del giudizio di idoneità – nessuna delle Questure interrogate ha fornito informazioni relativamente alle strutture[10] e ai luoghi ‘idonei’ individuati e alle modalità di attuazione della privazione della libertà personale[11], comunicando l’esclusione del diritto di accesso alle informazioni e i documenti riguardanti l’organizzazione ed il funzionamento dei servizi di polizia e le strutture strettamente strumentali alla tutela dell’ordine pubblico, ai sensi dell’art. 8 c. 5 del DPR 352/1992. Anche con riguardo ai criteri utilizzati al fine di determinare l’idoneità dei luoghi di trattenimento, tutti gli Uffici coinvolti si sono limitati[12] a fare genericamente riferimento all’interlocuzione avvenuta tra il Ministero dell’Interno e il Garante nazionale e all’indicazione da parte di quest’ultimo di alcuni criteri utili a guidare il vaglio di idoneità, sulla base degli standard europei e internazionali elaborati in materia. Non è chiaro, dunque, se a tale interlocuzione, resa già nota dallo stesso Garante e chiaramente propedeutica alla determinazione e pubblicazione, da parte dell’autorità preposta, dei criteri oggettivi di idoneità delle sopracitate strutture con uniforme valenza su tutto il territorio nazionale, siano seguiti gli auspicati atti amministrativi a valenza nazionale.

      Per quanto riguarda invece i valichi di frontiera interessati, a dicembre 2020 il Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del Ministero dell’Interno confermava quanto già comunicato dai valichi di frontiera di Roma-Fiumicino e Milano-Malpensa nel gennaio 2020 in merito alla mancata realizzazione di tali locali la cui progettazione sembrerebbe essere ancora in fase preliminare[13], con la conseguenza che presso tali valichi di frontiera non sono ad oggi ancora state disposte le misure di trattenimento in esame.

      Al termine di questo riepilogo sul trattenimento in “locali idonei”, evidenziante da un lato le lacune del dettato normativo[14] rilevate dalle autorità di garanzie (il Garante nazionale ed il Comitato ONU) e dall’altro le ombre nell’implementazione evidenziate dai dati raccolti da ASGI tramite le istanze di accesso civico, emerge chiaramente la necessità di un monitoraggio delle modalità, dei luoghi, dei tempi, delle condizioni e dei termini applicativi di implementazione di tale forma di detenzione sui generis al fine di verificare che l’indeterminatezza della norma, che sfugge alla riserva assoluta di legge prevista dall’art. 13 Cost., determini la creazione di aree prive di tutela effettiva ed esposte, quindi, al rischio di arbitri e abusi.

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      [1]https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2018/10/2018_10_25_scheda_ASGI_art_2_3_4_DL_Immigrazione_113.pdf; https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2018/10/ASGI_DL_113_15102018_manifestioni_illegittimita_costituzione.pdf

      [2] https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/17ebd9f9895605d7cdd5d2db12c79aa4.pdf

      [3] https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/a4b7703edaea321d90b273c116f1eafd.pdf

      [4] https://tbinternet.ohchr.org/_layouts/15/treatybodyexternal/Download.aspx?symbolno=CED%2fC%2fITA%2fCO%2f1&Lang=en

      [5] Giova rammentare che tale articolo, al suo terzo comma, richiede che ogni Stato contraente assicuri che siano compilati e conservati registri ufficiali relativi alle persone private della libertà, che saranno prontamente messi a disposizione su richiesta da parte di qualunque autorità giudiziaria o altra autorità o istituzione competente autorizzata a ciò dalle legge nazionale o sovranazionale, e che le informazioni contenute in tali documenti debbano comprendere, come minimo, inter alia, la indicazione del luogo di privazione della libertà e l’autorità di esso responsabile.

      [6] Questura di Bergamo, Questura di Milano, Questura di Bologna, Questura di Brescia, Questura di Parma e Questura di Roma.

      [7] Fa eccezione la Questura di Roma che, al 3 agosto 2020, dichiarava di aver continuato a disporre i trattenimenti unicamente presso i CPR presenti sul territorio nazionale non avendo ancora individuato/realizzato dei luoghi ‘idonei’ e non usufruendo di strutture diverse ed idonee nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza.

      [8] Di cui 91 trattenuti dalla Questura di Bergamo (79 nel 2019 e 12 nel 2020), 179 dalla Questura di Brescia e 50 dalla Questura di Parma.

      [9] Questure di Milano, Brescia e Parma.

      [10] Solo la Questura di Bergamo riferisce di disporre di camere per il trattenimento di cittadini fermati, utilizzate per la permanenza di cittadini stranieri in fase di esecuzione dell’espulsione ai sensi dell’art. 13 c. 5 bis del D.Lgs. 286/1998 e comunica la non ostensibilità dei documenti relativi alle strutture di polizia, essendo esclusi dal diritto di accesso ai sensi dell’art. 24 c. 6 lett. c) e art. 3 c. 1 lett. d) del decreto del Ministero dell’Interno del 10 maggio 1994 n. 415.

      [11] La Questura di Bergamo si limita ad aggiungere, genericamente, in merito alle modalità di attuazione della privazione della libertà personale, che quest’ultima avviene nel rispetto delle previsioni di legge e con la convalida dell’autorità giudiziaria.

      [12] Ancora una volta ad eccezione della Questura di Bergamo che, sul punto, integra genericamente quanto già riferito dalle altre Questure, riferendo che i criteri utilizzati al fine di determinare l’idoneità dei luoghi di trattenimento sono quelli specifici della normativa di settore, sottoposta ai controlli degli uffici preposti.

      [13] Il valico di Roma-Fiumicino a gennaio 2020 ha inviato gli atti relativi alla progettazione di tali locali, senza fornire informazioni in merito alle tempistiche previste per la realizzazione degli stessi. Dalla documentazione inoltrata in merito alla progettualità per l’individuazione dell’area e la realizzazione dei locali idonei si evince che le autorità stanno predisponendo una vera e propria area di detenzione temporanea presso il varco 1 dell’aeroporto di Roma Fiumicino nell’ottica di un grave ampliamento e decentramento dei luoghi di privazione della libertà personale. Il valico di Milano-Malpensa ha invece comunicato che sono ancora in corso le attività tecniche preliminari per l’individuazione dei suddetti locali che dovrebbero essere realizzati entro la metà del 2022.

      [14] https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2018/10/2018_10_25_scheda_ASGI_art_2_3_4_DL_Immigrazione_113.pdf; https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2018/10/ASGI_DL_113_15102018_manifestioni_illegittimita_costituzione.pdf

      Foto di Lucia Gennari tratta dal rapporto di Migreurop Rinchiusi ed esclusi: La detenzione informale e illegittima in Spagna, Grecia, Italia e Germania

      https://www.asgi.it/inlimine/i-locali-idonei-al-trattenimento-dei-cittadini-stranieri-le-criticita-del-detta

    • L’altra detenzione amministrativa: i misteriosi “luoghi idonei”

      Squarci di informazione sulla detenzione amministrativa si sono potuti cogliere nel corso di quest’anno, il c.d. “grande pubblico” è stato raggiunto da parole come C.P.R. (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), vere e proprie carceri esclusivamente per persone straniere. Luoghi di detenzione dove i migranti perdono la libertà per questioni connesse al loro permesso di soggiorno: detenzione amministrativa per l’appunto. Una vera e propria contraddizione in termini.

      Si è parlato di CPR per le condizioni inumane in cui sono costrette a vivere le persone migranti, private in buona sostanza di ogni diritto fondamentale e costituzionalmente sancito, dalla salute alla comunicazione ad esempio e, soprattutto, spogliate della dignità umana. Il Governo Meloni con il Decreto – Legge n. 124/2023 ha ampliato il termine massimo di permanenza fino ad addirittura diciotto mesi e con l’intendimento di costruire un CPR in ogni Regione. Persone (esclusivamente straniere, è doveroso ribadirlo) che il nostro Stato riduce a fantasmi in attesa di un’espulsione che una volta su due nemmeno avviene. Ed è in fase di costruzione un CPR anche in Albania, sempre su volere del nostro Governo in collaborazione con il suo omologo albanese. Si potrebbe affermare, rimanendo perversamente coerenti con i blackout terminologici, che esportare la detenzione amministrativa è la nuova frontiera.

      Ma i trattenimenti delle persone straniere non avvengono esclusivamente nei CPR ma, altresì, nei “luoghi idonei”. Ovvero?

      Il D.L. 113/2018 – il famigerato primo “Decreto Salvini” – convertito nella L. 132/2018 ha ampliato la tipologia dei luoghi di privazione della libertà destinati alla detenzione amministrativa delle persone straniere in attesa della convalida dell’accompagnamento immediato alla frontiera.

      La modifica dell’art 13 del Testo Unico dell’Immigrazione ha così introdotto la possibilità per i Giudice di Pace, su richiesta del Questore, di disporre il trattenimento dei cittadini stranieri sopracitati presso “strutture idonee nella disponibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza” nel caso di indisponibilità di posti nei CPR. Inoltre, qualora anche dopo l’udienza di convalida permanga l’indisponibilità di posti nelle sopracitate strutture (ndr: i CPR) di cui all’art. 14 del D.Lgs. 286/1998 (ndr: il Testo Unico dell’Immigrazione), è possibile disporre il trattenimento dei cittadini stranieri in “locali idonei presso l’ufficio di frontiera interessato, sino all’esecuzione dell’effettivo allontanamento e comunque non oltre le quarantotto ore successive all’udienza di convalida”

      In altri termini, questi luoghi “idonei” destinati al trattenimento dei cittadini stranieri in procinto di essere espulsi sono sussidiari ai CPR, disponibili presso le Questure e diffusi sul territorio nazionale. Luoghi di privazione della libertà personale, ancor più sconosciuti dei CPR e non conoscibili perché non è dato avere nemmeno un elenco degli stessi da parte della Pubblica Amministrazione.

      Le persone trattenute (sempre e solo straniere) possono rimanere in piccole stanze collocate in Questura sotto stretta sorveglianza per un massimo di novantasei ore, al termine delle quali possono essere liberate o rimpatriate, il tutto passa da un’udienza di convalida tenuta da un Giudice di Pace rigorosamente da remoto. I cellulari vengono sequestrati, quindi, la persona trattenuta una volta in Questura non ha modo di comunicare con l’esterno se non per concessione della Questura stessa.

      Non esiste una legge che disciplini le modalità di questo tipo di restrizione della libertà personale.

      Negli ultimi mesi questi casi di trattenimenti in “luoghi idonei” sono in aumento (ndr: chi scrive ha appreso di un forte incremento nella Questura di Milano). Tuttavia, le informazioni al riguardo sono pressoché inesistenti. Nebbia fitta insomma.

      Quello che si sa è che abbiamo delle persone, spesso residenti in Italia da anni, che si recano in Questura per ottenere, ad esempio, informazioni sullo stato della propria richiesta di permesso di soggiorno o di rinnovo dello stesso che poi si trovano letteralmente detenute, impossibilitate o quasi ad avere contatti con l’esterno per contattare il proprio difensore o i famigliari, sottoposte ad un’udienza che dura pochi minuti con un Giudice “da remoto” e poi imbarcate su un aereo.

      E spesso ci si reca in Questura su un appuntamento dato dagli stessi organi di polizia, appuntamento, questo, atteso, a volte, anni, con la speranza di uscire da quei locali con un permesso di soggiorno. E, invece, in luogo del rilascio dell’agognato titolo di soggiorno il buio della detenzione e dell’espulsione, quasi senza possibilità di difendersi e, ancor prima, di capire quello che sta succedendo.

      Perché tutto questo? Una risposta la si può trovare nel c.d. “decreto Cutro” (il decreto-legge emanato dal Governo Meloni il 10 marzo 2023) e l’abrogazione del comma 2 dell’art. 12 del D.P.R. 394/1999, con la conseguente soppressione del meccanismo di intimazione a lasciare il territorio nazionale entro il termine di quindici giorni, previsto in occasione della notifica allo straniero del rifiuto/revoca del permesso di soggiorno.

      E, pertanto, volendo citare la Circolare del Ministero dell’Interno n. 400/B dell’1.6.2023 “In tale prospettiva codesti Uffici, contestualmente alla notifica del rifiuto del permesso di soggiorno, contenente l’avviso di cui al comma 1 della norma citata, valuteranno l’adozione dell’espulsione di cui all’art. 13 del Testo Unico, previa verifica della sussistenza dei presupposti”.

      Ormai per un cittadino straniero è preferibile recarsi in Questura munito di passaporto, dichiarazione di ospitalità, contratto di lavoro o dichiarazione di disponibilità all’assunzione per il futuro per sperare che il suo trattenimento non venga convalidato avendo dimostrato il suo radicamento in questo paese. Altrimenti, ormai rimpatriato nel paese d’origine, dovrà sperare di trovare un avvocato che si opponga al suo decreto di espulsione.

      Ormai, volendo citare l’avvocato Maurizio Veglio, si può affermare che “La semplice osservazione dei luoghi di trattenimento amministrativo, di fatto e di diritto, dei non cittadini – in Italia come nel mondo – consente di affermare che quello che si consuma al loro interno è un rito di separazione su base etnica. Il trattenimento degli stranieri è un poderoso strumento di propaganda a disposizione del governo di turno, che l’attuale riforma (ndr: il Decreto Cutro) porta alla sua massima espansione.”

      Definiti “luoghi idonei” ma, in realtà, sono luoghi dove si celebra il rito della segregazione nel silenzio dell’opinione pubblica. Come per i CPR occorre impegnarsi per fare luce su queste zone d’ombra dei diritti totalmente sconosciute per porre fine all’ennesima guerra in corso, quella ai migranti.

      https://transform-italia.it/laltra-detenzione-amministrativa-i-misteriosi-luoghi-idonei

    • Persone in attesa di rimpatrio. A Milano camere di sicurezza fatiscenti utilizzate come «luoghi idonei»

      Nella città lombarda 16 camere di sicurezza vengono utilizzate come luoghi idonei. Le condizioni igieniche sono scarse e non c’è neppure l’ambulatorio medico. La relazione del garante dei detenuti certifica violazioni di diritti

      Mancano le sedie e i tavoli, i bagni sono sporchi, le coperte non vengono sanificate e c’è poca luce naturale. La questura di Milano li chiama luoghi idonei, ossia adatti al trattenimento dei cittadini stranieri in attesa di rimpatrio, ma per il garante dei detenuti, che a luglio del 2025 ha visitato le strutture della città lombarda, in queste stanze di idoneo c’è poco.

      La relazione è impietosa, soprattutto per quanto riguarda le 16 camere di sicurezza collocate al piano terra della questura, utilizzate per le persone in stato di fermo o di arresto e, solo in via eccezionale, per chi è in attesa di rimpatrio. Da gennaio 2024 ad agosto 2025 nei luoghi idonei e nelle camere di sicurezza meneghine sono state rinchiuse 592 persone.

      La commissione del garante ha visitato due camere di sicurezza, giudicate inadeguate viste le «condizioni molto degradate». Nel bagno non c’era la doccia (necessaria per trattenimenti superiori alle 24 ore) e i sanitari in acciaio erano ricoperti di incrostazioni maleodoranti. Inoltre, sui letti in muratura, dove poggia un materasso di gommapiuma, erano presenti coperte «evidentemente utilizzate da chi era transitato in precedenza». Dalla questura hanno confermato che questi spazi sono «solo saltuariamente igienizzati».

      Nel locale idoneo, invece, asciugamani, biancheria, scarpe e ciabatte sono fornite dalle associazioni e non dalle istituzioni. Nei mesi estivi nessun impianto di climatizzazione è in funzione, ma almeno una finestra garantisce un po’ di luce naturale. In ogni caso, non sono disponibili né il campanello delle chiamate urgenti, né l’interruttore per accendere o spegnere la luce dall’interno.
      “Si rifiuta di firmare”

      Parlando con gli operatori impiegati nella vigilanza dei cittadini stranieri, il garante ha scoperto che sono poco informati sulle regole da seguire durante il trattenimento. In assenza di un presidio sanitario, è lo stesso personale che chiede informazioni sullo stato di salute e sull’eventuale necessità di terapie farmacologiche.

      «In linea di principio – si legge nel documento – nei locali idonei sono trattenute esclusivamente persone migranti che non hanno problematiche sanitarie». Dagli stessi dati ottenuti durante la visita, la questura ha segnalato che dieci persone sono state trasportate in ospedale. I pasti forniti sono secchi: panini, frutta, uno snack dolce e l’acqua, mentre il telefono cellulare viene ritirato all’ingresso e occorre comunicare in anticipo le persone che si desidera contattare.

      Sul punto, il garante ha spiegato che i dispositivi non dovrebbero essere requisiti, per permettere di accedere a internet anche solo per informarsi o passare il tempo. I colloqui con i difensori avvengono in modalità confidenziale, ma vigilati dal responsabile di turno. Sui registri presenze, alla voce “informativa sui diritti” – il documento che i cittadini stranieri devono firmare all’inizio della permanenza – compare spesso la dicitura “si rifiuta di firmare”, ma secondo il garante più che un diniego sembra che i fogli non vengano proprio consegnati.

      «In effetti anche il giorno della visita il personale aveva difficoltà a reperirli», si legge nella relazione. Anche i mediatori culturali, che potrebbero aiutare le persone a superare almeno l’ostacolo della lingua, sono disponibili solo dal lunedì al venerdì fino alle 17. E se capita di entrare nel weekend, non è previsto alcun supporto.

      La videosorveglianza è attiva 24 ore su 24, anche nelle stanze private (a differenza dei Cpr dove è possibile avviare la registrazione soltanto negli spazi comuni), e la stessa rigidità si applica ai pacchi che arrivano dall’esterno. Ultima nota dolente sono le autorizzazioni al trattenimento e all’espulsione firmate dal giudice di pace: dal 2020 è possibile compilarle in via telematica e ciò significa che il magistrato, come evidenzia la relazione, «non ha mai fatto accesso alle camere di sicurezza per valutarne l’idoneità».

      In effetti, i collegamenti video con l’autorità giudiziaria si tengono in una stanza piccola, che all’occorrenza è ambulatorio medico, sala avvocati e persino magazzino.
      La risposta della Questura di Milano

      Il capo della polizia di Stato, Vittorio Pisani, il 10 marzo 2026 ha risposto al documento del collegio del Garante: «La Questura di Milano – ha scritto Pisani – ha rappresentato che, a breve, saranno disponibili nuovi locali idonei, realizzati in Via Corelli, che risponderanno agli standard di sicurezza e di adeguatezza raccomandati dal garante nazionale». Ha aggiunto poi che «allo straniero vengono puntualmente illustrate, in lingua a lui comprensibile, sia mediante al consegna di materiale esplicativo, sia oralmente con l’assistenza di mediatori culturali, le ragioni per le quali si trova in tali luoghi, con la possibilità di chiedere protezione internazionale, di aderire a programmi di rimpatrio volontario assistito e di ricevere oggetti personali dall’esterno, di nominare e avere colloqui col difensore e di ogni altro suo diritto».

      Per quanto riguarda la corrispondenza telefonica, il capo della polizia ha sottolineato che il cellulare viene messo in un armadietto e preso «ogni qual volta la persona ne faccia richiesta» e «sotto la supervisione degli operatori», per «contemperare le esigenze di sicurezza col diritto alla libertà di corrispondenza telefonica. Sul punto della tutela della salute,»è cura dell’ufficio immigrazione della Questura di provvedere preliminarmente ad approfondimenti sulle condizioni di salute dei soggetti interessati alla procedura". Nel caso in cui il cittadino straniero si senta male, chiamano il 118.

      Allegato alla risposta di Pisani c’è anche un altro documento, dell’ufficio immigrazione della Questura di Milano. Particolarmente interessante il punto sulle condizioni materiali dei luoghi idonei. «I nuovi locali idonei costruiti in via Corelli, adiacenti al locale Cpr ma distinti dallo stesso, sono muniti ciascuno (totale quattro locali) di servizi igienici e di doccia; nelle more dell’effettiva operatività degli stessi, si provvederà in ogni caso ad interessare il locale ufficio tecnico logistico per l’intensificazione dei servizi di pulizia e il cambio del materiale lettereccio».

      Come per il caso di Palermo, anche per la questura di Milano il telefono non viene lasciato sempre per"potenziale pericolo per l’incolumità dello stesso, degli altri ospiti e degli operatori, potendo fungere tale strumento come mezzo idoneo al compimento anche di atti pericolosi e autolesionistici".

      https://lavialibera.it/it-schede-2642-milano_rimpatri_camere_di_sicurezza_utilizzate_come_luogh
      #Milan

  • La costruzione dei data center è la nuova corsa all’oro

    Le parole che stai leggendo in questo momento sul pc o sullo smartphone sono state elaborate e archiviate in un data center da qualche parte nel mondo. Poi sono state trasportate da cavi in fibra ottica fino ad arrivare sullo schermo che hai davanti agli occhi. I data center si stanno moltiplicando anche in Lombardia e nell’hinterland di Milano. Si tratta di nuove infrastrutture energetiche sempre più necessarie per la digitalizzazione inarrestabile che stiamo vivendo, ma che impattano sui territori che le ospitano. Vi raccontiamo che cosa sono i data center, perché proliferano nel milanese e perché il progetto di costruirne uno a #Bollate sta facendo discutere. Con i contributi di Marco Schiaffino, autore della trasmissione di Radio Popolare «Doppio Click», e di Andrea Di Stefano, direttore di The Washing news. Con le interviste a Rita D’Alessio e Sergio Sardo del comitato «Data center, No grazie» di Bollate e al sindaco di Bollate, Francesco Vassallo.

    https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-m7/m7_04_04_2026_10_36
    #podcast #audio #Milan #Italie #data_centers #centres_de_données #infrastructure #IA #AI #intelligence_artificielle #Lombardie #résistance

    • L’Italia deve diventare un paese di data center?

      La posizione geografica è strategica per le connessioni. E potrebbero spingere alla conversione alle rinnovabili

      In Italia non abbiamo una “emergenza energia da intelligenza artificiale”, come negli Stat, Unitim e i data center non sono “nemici dell’ambiente”. Lo dicono i numeri: il fabbisogno elettrico nazionale, secondo le ultime previsioni di Terna, la società che gestisce la rete di distribuzione dell’elettricità, dal 2021 al 2023 è passato solo da 320 TWh (terawattora) a 366 TWh e la quota di energia impiegata dal settore digitale rappresenta massimo lo 0,8%. Tuttavia, citando un rapporto datato 2022 dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) Michele Governatori, responsabile area gas e petrolio di Ecco (il think tank italiano per il clima) spiega che “rispetto al suo valore economico, il consumo di energia del settore informatico è proporzionalmente più basso. Andare verso i bit è positivo per il clima e per l’efficienza energetica. I data center, per esempio, evitano spostamenti per riunioni e permettono di smaterializzare servizi e attività che richiederebbero l’uso di combustibili”.

      Guardando strettamente ai consumi elettrici, va considerato che il contributo “netto” del funzionamento dei data center arriva massimo al 50%, negli impianti meno efficienti. Il resto dell’energia va nei servizi abilitati, come cloud e AI. “Energivori” quindi in parte sì, ma anche “potenziali fornitori di flessibilità”. Per Governatori le pompe di calore inserite in queste infrastrutture hanno consumi parzialmente modulabili nel tempo. Ciò significa poter smussare la curva di carico e contribuire ad allineare la domanda di energia con l’offerta di rinnovabili, non programmabile.
      Cercansi rinnovabili

      I data center sarebbero dei potenziali alleati delle rinnovabili italiane. Più che identificarsi nell’emergenza energetica che tanto preoccupa oltreoceano - dove alcuni (compreso il Financial Times) ipotizzano che gli “spropositati” consumi dei data center presto rallenteranno lo sviluppo dell’’AI generativa - in Italia dobbiamo imparare a “rispondere alla domanda di energia con politiche di decarbonizzazione in linea con norme europee”. A dirlo è l’Associazione italiana grossisti di energia e trader (Aiget), il cui presidente Leonardo Santi spiega: “Non prevediamo un problema quantitativo preoccupante a breve: l’efficienza energetica aumenta, la crescita dell’economia è minore delle attese e le contrazioni in altri settori compenseranno l’espansione dei data center. Dobbiamo però aumentare la quota di rinnovabili e devono ancora essere create le condizioni per poterla fornire”.

      Nel 2030 dobbiamo arrivare a 239 TWh, partendo dai 113 del 2021 o poco più. Un incremento che per Aiget è possibile se nei contratti di accordo per la gestione dell’energia (Ppa, power process agreement), con cui il produttore si impegna a offrire energia rinnovabile a certe condizioni, si introducono misure di contenimento rischio per la controparte, individuando un soggetto istituzionale che svolga il ruolo di venditore di ultima istanza. Una richiesta già avanzata dal settore e in oggi stand-by. Inoltre, per l’associazione serve sbloccare il decreto sulle aree idonee per realizzare gli impianti “nonostante i vincoli paesaggistici e ambientali” e semplificare le procedure autorizzative. Infine, prevedere interventi infrastrutturali sulla rete, come potenziamento delle linee e nuove stazioni. A fine 2023 le richieste di connessione da impianti eolici, fotovoltaici e accumuli hanno raggiunto i 400 GW , con un incremento di 75 GW in tre anni che “acuisce le criticità per la rete esistente - spiega Santi - servono sistemi di accumulo per sgravarla, eseguendo il time-shift di enormi quantità di energia: secondo Terna 60 TWh entro il 2030, il 17% della domanda elettrica totale”.


      Portare qui i data center

      “Siamo la terza potenza economica europea ma scivoliamo in basso di due o tre posizioni quando si parla di quella digitale: questa discrepanza oggi ci costringe importare servizi informatici da altri paesi quando avremmo invece le potenzialità di erogarne noi stessi, a uso interno e per quei paesi in forte sviluppo che non possono contare sulla stabilità e sulla sicurezza che l’Italia offre”, dice il presidente di Ida (Italia data center association) e managing director Italia di Equinix, Emmanuel Becker, assieme a quello di trasformare l’Italia in una “porta di entrata e uscita di traffico digitale per tutte l’Europa e non solo”.

      Tolto il “grandissimo freno del costo dell’energia, il più alto d’Europa”, secondo Becker al Paese serve “trattenere i propri talenti digitali e formarne di nuovi, creando filiere di istruzione trasversali e non solo per ingegneri. Va anche colmata la discrepanza tra Nord e Sud, investendo in poli di sviluppo digitale distribuiti e competence center in tutte le città con buona presenza di università e leader informatici”.

      C’è da rimboccarsi le maniche, Becker lo ammette, ma suggerisce anche su cosa far leva: sulla nostra posizione geografica. “Rappresentiamo il miglior sbocco sul Mediterraneo per la zona che oggi realizza i maggiori investimenti digitali del pianeta, con aree in forte accelerazione come l’India, il Medio Oriente e l’Africa orientale - continua -. L’Italia sta davvero diventando un paese per data center: il competence center realizzato a Genova, il GN1 inaugurato nel marzo del 2022, attrae nuovi cavi sottomarini, trasformandola in un luogo di scambio dati necessari. Soprattutto, dimostra che non solo Milano può: tante altre città possono farcela, serve solo voglia di iniziare”.

      https://www.wired.it/article/data-center-italia-energia-consumi

  • IL PIANO DELLE OPERE OLIMPICHE PER OPEN MILANO CORTINA 2026

    #SIMICO ha posto al centro della propria strategia l’impegno concreto verso la trasparenza e la condivisione delle informazioni con tutti gli attori coinvolti nel percorso verso Milano Cortina 2026. È in questa prospettiva, e in collaborazione con gli stakeholder territoriali, che nasce #Open_Milano_Cortina: una piattaforma dedicata a garantire un accesso chiaro, aggiornato e verificabile alle informazioni relative alla realizzazione del Piano delle Opere Olimpiche.

    Attraverso Open, intendiamo fornire un quadro trasparente dello stato di avanzamento dei progetti, accompagnato da contenuti che ne documentano gli sviluppi e gli effetti concreti sui territori. Milano Cortina 2026 rappresenta un evento di rilevanza internazionale, ma anche e soprattutto un’occasione per generare valore pubblico duraturo. Il nostro obiettivo è costruire questo percorso in modo aperto, responsabile e accessibile a tutti.

    https://www.simico.it/piano-delle-opere
    #Milano-Cortina #jeux_olympiques #jo2026 #Alpes #montagne #base_de_données #liste #cartographie #visualisation #infrastructure #travaux #projets

    • Open Olympics 2026

      100 giorni senza aggiornamenti sul portale delle opere olimpiche

      Trasparenza in standby e aggiornamenti mancati: a lanciare l’allarme è l’iniziativa Open Olympics 2026, promossa da Libera insieme a una rete di ventiassociazioni nazionalie locali. A cento giorni dall’ultimo aggiornamento del portale Open Milano Cortina, il sito ufficiale pensato per informare cittadini e cittadine sullo stato delle opere legate ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali 2026, nulla si muove.

      Il portale, attivo da ottobre 2024 anche grazie alla pressione della stessa campagna, prevedeva un aggiornamento “ogni 45 giorni”. Ma l’ultimo aggiornamento risale al 22 aprile 2025. Da allora, silenzio.

      «Due scadenze di aggiornamento sono ormai saltate. Ci aspettavamo un potenziamento della qualità e completezza dei dati, ma l’attesa si è fatta troppo lunga.»

      Così denunciano i promotori della campagna, che da mesi chiedono trasparenza sui costi, cantieri, appalti, così come previsto dalla legge. “Contro il malaffare e la deregulation, la vera sfida olimpica oggi è il diritto di sapere”. Con l’avvicinarsi dell’evento, previsto per il febbraio 2026, le associazioni ribadiscono l’urgenza di informazioni accessibili, aggiornate e verificabili. È questo l’unico modo per garantire un vero monitoraggio civico e contrastare i rischi di corruzione e sprechi. «Invitiamo Simico S.p.A., soggetto responsabile della piattaforma, a riprendere al più presto le pubblicazioni, rendendo disponibili dati completi e coerenti con gli impegni assunti e con le richieste di Open Olympics 2026».

      Nel frattempo, restano irrisolte alcune criticità informative. Il numero delle opere censite si ferma a 94, come previsto dall’ultima riformulazione del Piano delle Opere, ma mancano le opere connesse, funzionalmente legate all’evento ma non più incluse formalmente. Inoltre, i dati economici si riferiscono ai valori abase d’asta del decreto del 2023, senza tenere conto dei costi reali aggiornati o delle eventuali variazioni di spesa.

      Alla luce delle recenti indagini e inchieste giudiziarie che coinvolgono anche opere legate alle Olimpiadi, la richiesta delle associazioni è chiara:

      «Ogni ente coinvolto a vario titolo nell’organizzazione dei Giochi garantisca piena rendicontabilità e trasparenza. La posta in gioco non è solo l’efficienza dell’evento, ma la fiducia pubblica e il rispetto dei diritti dei cittadini.»

      https://www.libera.it/it-schede-2767-open_olympics_2026

  • Operazione repressiva a Milano dopo i fatti del 22 settembre. Il commento di una compagna del CSA Lambretta
    https://radioblackout.org/2026/03/operazione-repressiva-a-milano-dopo-i-fatti-del-22-settembre-il-comme

    La mattina del 18 marzo è stata condotta un’operazione di polizia che ha portato alla notifica di numerosi procedimenti penali nei confronti di 27 persone a Milano. tra cui 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle I fatti contestati risalgono al 22 settembre, giornata in cui, nell’ambito delle mobilitazioni per la #palestina, si […]

    #L'informazione_di_Blackout #blocchiamo_tutto #Milano_Centrale
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/03/Raja.mp3

  • Milan-Cortina 2026 : fair-play ? Parlons-en !

    #Neige_artificielle, circulation, #béton et sponsoring des entreprises fossiles : les atteintes à la #nature avant et pendant les Jeux olympiques d’hiver 2026 ont été légions – et ont également fait l’objet d’une couverture médiatique.

    Plusieurs milliards d’euros ont été investis dans l’#économie de la construction pour les Jeux olympiques d’hiver 2026 : malgré toutes les promesses de #durabilité, une nouvelle piste de #bobsleigh a été bétonnée dans la #forêt, une télécabine a été construite dans une zone de glissement de terrain, des pentes ont été creusées à l’aide d’excavatrices et des #forêts ont été sacrifiées pour créer des bassins de stockage. L’un des rares aspects positifs pour la nature : pour la première fois, les Jeux olympiques d’hiver ont été organisés de manière décentralisée afin de réduire le nombre de nouvelles installations sportives. Néanmoins, selon les calculs, Milan-Cortina a produit en 2026 plus de 900 000 tonnes de CO2. La plus grande part revient à l’accueil des spectateur·rice·s, le reste à la planification et à la réalisation des compétitions, ainsi qu’aux projets de construction. En outre, 1,3 millions de tonnes de CO2 proviennent du parrainage d’entreprises issues de l’industrie des #combustibles_fossiles, telles que le groupe pétrolier #ENI, le constructeur automobile #Stellantis ou la compagnie aérienne #ITA_Airways. Le fait que les sports d’hiver creusent leur propre tombe avec des sponsors fossiles a été critiqué dans une pétition adressée au CIO par des athlètes et signée par plus de 20 000 personnes.

    Utilisation de neige artificielle malgré le manque d’#eau

    La crise climatique complique encore l’organisation des jeux d‘hiver : d’ici le milieu du siècle, seuls 52 des 93 sites actuels pourront encore être pris en considération, et sans l’utilisation de neige artificielle, il n’en restera plus que quatre. Rien que pour Milan-Cortina 2026, quatre nouveaux bassins de stockage ont été construits et un total de 2,4 millions de mètres cubes de neige artificielle ont été produits. L’eau déjà rare dans les #Alpes du sud provenait de sources alpines et de rivières. Le #coût de ces jeux d’hiver est passé de 1,5 à 5,7 milliards d’euros, une somme que les contribuables finiront par payer. En outre, la hausse des prix de l’#immobilier à Cortina et à Milan par exemple renforce les #inégalités_sociales. En 2030, les Jeux olympiques d’hiver auront lieu dans les Alpes françaises. Les ONG y réclament plus de transparence et la participation des citoyen·ne·s.

    Podcast sur Milan-Cortina 2026

    Quel impact les Jeux olympiques d’hiver 2026 ont-ils eu sur les Alpes italiennes ? Quel est leur héritage pour les communes locales ? Et qu’en attendent les prochains organisateur·rice·s des prochains Jeux d’hiver dans les Alpes françaises en 2030 ? Ces questions sont abordées dans la dernière édition de notre podcast :

    https://soundcloud.com/cipra_international/100-en-the-legacy-of-milano

    https://www.cipra.org/fr/nouveautes/milan-cortina-2026-fair-play-parlons-en
    #Milano-Cortina #JO #jeux_olympiques #JO2026