• #Danakali done first phase of Eritrea potash project

    Australia’s Danakali (ASX, LON:DNK) has finished the first phase of development of its world-class Colluli potash project in Eritrea, Africa, which takes the company a step closer to the construction phase and then onto production in 2022.

    The Perth-based miner is now moving to Phase 2, which includes finalizing geotechnical work, buying critical equipment such as a reverse osmosis plant and looking into optimization opportunities.

    Colluli, a 50:50 joint venture between Danakali and the Eritrean National Mining Corporation (ENAMCO), has been called “a game changer” for Eritrea’s economy, as is expected to become one of the world’s most significant and lowest-cost sources of sulphate of potash (SOP), a premium grade fertilizer.

    “The government will benefit from the longer-term development of the project, and the expected significant boost to royalties, taxation and exports, and from jobs and skills and economic development of the region,” chief executive Niels Wage told MINING.COM last year.

    The development of the Colluli potash projects coincides with the move towards diplomatic relations between the once feuding countries of Eritrea and Ethiopia, which officially declared peace in July 2018.
    Welcome boost

    A United Nations report published last year suggested that Colluli could significantly boost the economy of Eritrea, a country that, until 2018, was on the UN’s sanctions list.

    The document estimated that Colluli would contribute 3% of the country’s GDP by 2021 and 50% of the nation’s exports by 2030, while providing 10,000 direct and indirect local jobs.

    The report also identified how the mine could help Eritrea advance its sustainable development agenda, which are 13 priority Sustainable Development Goals (SDGs). These include: No poverty, zero hunger, quality education, gender equality, clean water and sanitation, sustainable economic growth and decent work, industry, innovation and infrastructure, reduced inequalities, climate action, peace, justice and strong institutions and partnerships for the SDGs.

    In the initial phase of operation, Wage said, Colluli would produce more than 472,000 tonnes a year of Sulphate of Potash. Annual output could rise to almost 944,000 tonnes if Danakali decides to go ahead with a second phase of development, as the project has a possible 200-year plus mine-life.

    The asset has the potential to produce other fertilizer products, such as Sulphate of Potash Magnesium (SOP-M), muriate of potash (MOP) and gypsum, along with rock salt. There is also potential for kieserite and mag chloride to be commercialized with minimal further processing required.

    https://www.mining.com/danakalis-first-phase-of-eritrean-potash-project-done
    #extractivisme #Erythrée #mines #Colluli_potash_project #Eritrean_National_Mining_Corporation (#ENAMCO) #Sulfate #fertilisants #industrie_agro-alimentaire #Sulfate_de_potassium

    La belle rhétorique du #développement... (sic), voire des #SDGs (#sustainable_development_goals)

    –-> ATTENTION : site de propagande commerciale... donc pas du tout mais pas du tout critique vis-à-vis de ce projet...

    ping @daphne @albertocampiphoto @reka

  • Z12 GuyaneTrésors et conquêtes – Revue Z
    http://www.zite.fr/parutions/z12guyane

    « Trésors et conquêtes », rédigé depuis la #Guyane, nous embarque au cœur de l’industrie la plus polluante du monde : les #mines. On y parle #luttes_anticoloniales et #amérindiennes, critique de l’#aérospatiale avec une visite de #Kourou, « port spatial de l’Europe » et retour sur le mouvement social massif de 2017.

    230 pages d’enquêtes et de témoignages illustrés avec soin pour interroger aussi l’idéologie occidentale du développement, ses promesses, ses impasses et la possibilité de s’en libérer.

    Méga-mines / Dissidences amérindiennes / Eldorados / Amazone à défendre
    Ingénieur·es en révolte / Échappées marronnes / Fuck the moon

  • Soupe d’agneau à l’orge
    https://cuisine-libre.fr/soupe-agneau-orge

    Une soupe complète pour se réchauffer en cette fin d’hiver. Dans une marmite (ou une grande casserole à fond épais), faire chauffer un peu d’huile pour faire revenir les morceaux d’agneau par lots, à feu moyen, jusqu’à ce que la viande colore sur toutes ses faces, et transférer dans un plat au fur et à mesure. Baisser le feu, ajouter un peu d’huile pour faire revenir l’oignon jusqu’à tendreté…

    #Agneau, #Orge, #Minestrones_et hariras / #Sans_œuf, #Sans_lactose, #Bouilli

  • Finlande : le peuple des Samis se bat contre une ligne ferroviaire vers l’Arctique
    https://reporterre.net/Finlande-le-peuple-des-Samis-se-bat-contre-une-ligne-ferroviaire-vers-l

    Les Samis sont inquiets. Une ligne ferroviaire pour relier la Finlande à l’océan via la Norvège est dans les cartons... De quoi entraver la libre circulation des rennes, dont l’élevage est crucial pour cette population indigène, et faciliter la création de nouvelles exploitations minières.


    #Samis #élevage #nomadisme #énergies_fossiles #extraction

  • Rotta balcanica: i volantini anti-mine distribuiti ai migranti dalla Croce Rossa

    Nei campi bosniaci, dove oltre 8mila di migranti sono accampati con la speranza di superare il confine ed arrivare in Europa, è arrivato l’inverno, rigido. A Vučjak, a pochi chilometri dalla Croazia, centinaia di profughi hanno iniziato uno sciopero della fame, sotto la neve, per protestare contro le disumane condizioni in cui si trovano a vivere, senza acqua ed elettricità.

    Sul campo, la Croce Rossa bosniaca li aiuta come può, offrendo cibo e acqua in un contesto che sia il Consiglio d’Europa che l’Onu hanno definito «disumano». Ma lungo la via balcanica, i volontari distribuiscono ai migranti anche dei volantini in cinque lingue per metterli in guardia contro il rischio mine antiuomo, tragico retaggio della guerra che ha disgregato l’ex Jugoslavia.

    Depliant di questo tipo, realizzati in collaborazione con il Centro di Azione contro le Mine (Bhmac) sono stati consegnati in almeno 10 località della Bosnia ed Erzegovina e finora sono serviti ad evitare incidenti tra i migranti in transito nel paese. «I nostri dati mostrano che le rotte dei migranti sono estremamente ben organizzate e che i migranti hanno un’eccellente comunicazione tra di loro, come dimostra il fatto che finora non ci sia stato un solo incidente in Bosnia-Erzegovina che abbia coinvolto migranti», scrive il Bhmac a Euronews.

    Si stima che esistano ancora 79mila ordigni inesplosi in oltre 8mila punti della Bosnia.

    Negli ultimi due anni ne sono stati distribuiti 39mila, fa sapere a Euronews Ivana Grujić, coordinatrice del programma umanitario della Croce Rossa bosniaca.

    Dalla fine della guerra, l’organizzazione internazionale implementa programmi educativi nelle scuole, ma è attiva anche nella sensibilizzazione di agricoltori, migranti, cacciatori, escursionisti e chi, per motivi di svago o di lavoro, si trova a percorrere strade meno battute.

    Una precauzione che ora viene tramandata anche a quei migranti che tentano di superare la frontiera lungo la rotta balcanica - sforzo che si scontra con le operazioni di sistematico respingimento delle forze dell’ordine croate e che viene definito dagli stessi migranti, con amara ironia, The Game.


    https://www.google.com/maps/d/u/0/viewer?mid=150qIT2a5tk22vwtAVVGNCPWO7818RMUo&ll=43.959013835895554%2C17.5109

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    Nei campi bosniaci, dove oltre 8mila di migranti sono accampati con la speranza di superare il confine ed arrivare in Europa, è arrivato l’inverno, rigido. A Vučjak, a pochi chilometri dalla Croazia, centinaia di profughi hanno iniziato uno sciopero della fame, sotto la neve, per protestare contro le disumane condizioni in cui si trovano a vivere, senza acqua ed elettricità.

    Sul campo, la Croce Rossa bosniaca li aiuta come può, offrendo cibo e acqua in un contesto che sia il Consiglio d’Europa che l’Onu hanno definito «disumano». Ma lungo la via balcanica, i volontari distribuiscono ai migranti anche dei volantini in cinque lingue per metterli in guardia contro il rischio mine antiuomo, tragico retaggio della guerra che ha disgregato l’ex Jugoslavia.

    Depliant di questo tipo, realizzati in collaborazione con il Centro di Azione contro le Mine (Bhmac) sono stati consegnati in almeno 10 località della Bosnia ed Erzegovina e finora sono serviti ad evitare incidenti tra i migranti in transito nel paese. «I nostri dati mostrano che le rotte dei migranti sono estremamente ben organizzate e che i migranti hanno un’eccellente comunicazione tra di loro, come dimostra il fatto che finora non ci sia stato un solo incidente in Bosnia-Erzegovina che abbia coinvolto migranti», scrive il Bhmac a Euronews.

    Si stima che esistano ancora 79mila ordigni inesplosi in oltre 8mila punti della Bosnia.

    Negli ultimi due anni ne sono stati distribuiti 39mila, fa sapere a Euronews Ivana Grujić, coordinatrice del programma umanitario della Croce Rossa bosniaca.
    Un campo minato nei pressi di Domaljevac, nel nord del paese al confine con la Croazia - Foto: Lillo Montalto Monella

    Dalla fine della guerra, l’organizzazione internazionale implementa programmi educativi nelle scuole, ma è attiva anche nella sensibilizzazione di agricoltori, migranti, cacciatori, escursionisti e chi, per motivi di svago o di lavoro, si trova a percorrere strade meno battute.

    Una delle prime regole che i bambini bosniaci imparano a scuola è quella di non camminare nei campi dove c’è erba alta

    Una precauzione che ora viene tramandata anche a quei migranti che tentano di superare la frontiera lungo la rotta balcanica - sforzo che si scontra con le operazioni di sistematico respingimento delle forze dell’ordine croate e che viene definito dagli stessi migranti, con amara ironia, The Game.

    Il campo di Vučjak, che oggi ospita circa 600 persone, è stato allestito la scorsa primavera, dopo le proteste della popolazione di Bihac per la presenza di immigrati nelle strade della città.

    Bihac non è però la sola: lungo tutta la rotta sono sorti accampamenti improvvisati nei pressi delle stazioni ferroviarie, dove i migranti cercano di salire a bordo di un treno per raggiungere il confine con la Croazia. Ma la situazione riguarda tutta l’area balcanica: anche nel centro di Belgrado, dove sono disponibili punti wifi gratuiti, si nota la presenza di migranti in transito.

    Si stima siano arrivati in Bosnia ed Erzegovina finora circa 50mila migranti, provenienti da paesi come Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq. Degli oltre 6.100 migranti e richiedenti asilo presenti intorno alle città di confine di Bihac e Velika Kladusa, nel cantone di Una Sana, solo 2.800 persone vivono nei centri ufficiali. Gli altri dormono in edifici abbandonati o in rifugi di fortuna dove le temperature sono prossime allo zero. Il 13 novembre scorso, le autorità locali hanno annunciato che il campo di Vučjak rimarrà aperto per tutto l’inverno e sarà utilizzato per accogliere i nuovi arrivati.

    Vučjak si trova vicino ad una zona non ancora bonificata dalle mine antiuomo: un problema che riguarda 129 delle 143 municipalità bosniache - stima una portavoce di Bhmac intervistata da Balkan Insight: il 15% della popolazione locale, 545mila persone, vive in aree a rischio.

    Dal 1996 all’agosto 2019, l’organizzazione ha calcolato che 673 persone abbiano perso la vita nell’esplosione di un ordigno e 1.769 siano state ferite. Tra le vittime anche 250 bambini.

    Numeri in calo anno dopo anno ma che non hanno mai raggiunto lo zero. Si sospetta che rimangano ancora mille chilometri quadrati ancora da bonificare in territorio bosniaco, mentre in Croazia - l’unico paese UE sul cui territorio ci sono ancora mine attive - il pericolo riguarderebbe un’area di 400 chilometri quadrati.

    Secondo il Croatian Mine Action Center, nel paese sarebbero ancora presenti 32mila ordigni potenzialmente letali. Entrambi gli stati dell’ex Jugoslavia non sono riusciti a debellare completamente questa minaccia, anche per mancanza di fondi. In Croazia, questo appuntamento con la storia - fissato inizialmente per il 2019 - è stato rimandato almeno al 2026.

    https://it.euronews.com/2019/12/05/rotta-balcanica-i-volantini-anti-mine-distribuiti-ai-migranti-dalla-cro

    #mines_anti-personnel #mines #route_des_balkans #asile #migrations #réfugiés #Balkans #Bosnie #Bosnie-Herzégovine

    –--------

    En 2015, j’avais lancé un SOS sur le même sujet, la présence de mines anti-personnel sur la route des Balkans.
    Voici le fil de discussion:

    https://seenthis.net/messages/409102

  • En el Pozo #Maria_Louisa

    CONTEXTE : A la mine de #Langreo (Asturies), exploitée depuis le XVIIIe s., un accident dans le puits (pozo) Maria Luisa tue 4 mineurs. Le survivant prend à témoin #Maruxiña (poupée des Asturies à l’effigie de Sainte Barbe, patronne des mineurs et/ou sa femme ?)…. La chanson évoque les #grèves et #révoltes des #mineurs asturiens en #1934 : quinze à trente mille ouvriers armés prennent le contrôle d’une grande partie de la région, y instaurent une #commune, et y créent des #comités_révolutionnaires. L’envoi des troupes et le bombardement des zones minières mettront fin à la révolte, faisant plus de mille morts en deux semaines… Triste prélude à Guernica.

    –-

    En el pozo Maria Luisa tra la la la
    Murieron cuatro mineros
    Mira, mira Maruxiña , mira
    Mira como vengo yo!

    Traigo la camisa roja tra la la la…
    De sangre de un compañero
    Mira, mira Maruxiña, mira
    Mira como vengo yo!

    Traigo la cabeza rota tra la la la…
    Que me la rompio un barreno
    Mira, mira Maruxiña, mira
    Mira como vengo yo!

    Me cago en los capataces tra la la la …
    Accionistas y esquiroles
    Mira, mira Maruxiña , mira
    Mira como vengo yo!

    Mañana son los entierros, …
    De esos pobres compañeros
    Mira, mira Maruxiña, mira
    Mira como vengo yo!

    (Santa Bárbara bendita,
    tranlaralará, tranlará, tranlará.
    patrona de los mineros.
    Mira, mira Maruxiña, mira
    mira como vengo yo.)

    https://www.youtube.com/watch?time_continue=101&v=doI4mk1-uN0&feature=emb_logo

    #musique_et_travail #mines #décès #morts #chanson #accident #Espagne #histoire

    ping @albertocampiphoto @sinehebdo

  • Chinese miners’ illegal hunt for gold in Ghana

    Ghana is Africa’s second-largest gold producer after South Africa and small-scale mining accounts for about 30 per cent of total gold output. The small-scale mining sector was legalised in 1989 for citizens while explicitly forbidding the involvement of foreigners. But since 2010, Ghana has become an attractive destination for foreign gold mercantilists, particularly those from China.

    The Chinese miners in Ghana, generally known as the ‘Shanglin gang’, predominantly originate from Shanglin County in Guangxi. Their motivations for moving are varied. While Chinese media sources such as the Guangzhou-based 21st Century Business Herald suggest that Shanglin miners go to Ghana to seek their fortune, some residents of Shanglin blame the Chinese government for encouraging the Ghanaian gold rush.

    By 2013, significant growth in the number of Chinese miners triggered persistent hostile media coverage of conflicts between Chinese miners and local communities. That year, the Guardian and the BBC reported on the scale of illegal gold mining activities and published allegations of human rights abuses, sparking national tensions. This led to strong opposition and resentment from the Ghanaian public towards Chinese miners.

    In response, the government of Ghana formed an inter-ministerial task force to crack down on illegal foreign miners. According to immigration authorities, the military-style task force had deported 4592 Chinese nationals by mid-July 2013. Despite their efforts, the task force failed to deter and end illegal mining activities entirely.

    But a change of government in January 2017 ushered in a more vocal anti-illegal mining campaign, championed by a media coalition and supported by various civil society and faith-based groups. A second inter-ministerial task force was formed with a mandate to enforce a ban on illegal small-scale mining. By August 2018, the task force had arrested over 1370 miners, including 247 Chinese nationals. The media have since reported further intermittent arrests of illegal Chinese miners — in 2019 there were 33 arrests in April, 15 arrests in June, seven arrests in August and 24 arrests in September.

    These actions have brought about diplomatic dilemmas for Ghana. For instance, the arrest and detention of several Chinese mineworkers, as well as a police crackdown that resulted in the death of a 16-year-old Chinese miner in October 2012, prompted the Chinese government to express concern over Ghana’s actions. In an attempt to ease diplomatic tensions, meetings were held in 2013 between the government of Ghana and China. The two countries resolved to establish a high-powered working committee to examine the problem and fashion out a roadmap to tackle it.

    An emergency meeting between the two countries was held again in 2017 after a further spate of Chinese miner arrests. Unenthused with the outcome and the persistent negative coverage of Chinese involvement in the media, the Chinese Embassy in Ghana issued a strongly-worded statement in April 2017 cautioning Ghana and the media about the negative repercussions this issue could have on Ghana–China bilateral relations.

    In response, the government of Ghana reiterated its commitment to ensuring robust ties with China while reassuring Chinese investors that Ghana remains keen to encourage economic cooperation. The government subsequently cautioned against the creation of a non-existent diplomatic row between Ghana and China in the wake of the campaign against illegal mining. The measured response demonstrates Ghana’s efforts to protect its bilateral relationship with China — a country that has become Ghana’s biggest foreign investor and trading partner.

    This is not the first time that Ghana has faced a dilemma like this. In 2013, the government expressed concern over retaliatory measures from China after a series of deportations of illegal Chinese miners. The concerns arose from reports of tightening Chinese visa rules for Ghanaians, as well as Ghana’s difficulties in accessing a US$3 billion loan facility granted by the China Development Bank.

    Similarly, in 2018 Ghana deported a Chinese woman and her associates for engaging in illegal mining. A government minister in April 2019 implied that the decision to avoid prosecution and instead deport the woman and her accomplices was born from government fear of jeopardising the China–Ghana relationship at a time when billions of dollars of agreements were pending between the two countries. A political backlash forced the President of Ghana to admit in September 2019 that the decision not to prosecute was a mistake on the part of the government.

    Ghana faces many difficulties in maintaining good relations with China while dealing with the delicate domestic issue of illegal mining. In both public and media discourses, the conviction is that prosecution of foreign nationals will not only deter foreigners from mining illegally, but also send a clear message of the government’s commitment to fighting against the practice and its associated impact on the environment and human lives.

    Conversely, conveniently deporting culprits without trial is not only a mockery of Ghana’s legal system and an act of condoning impunity but also a betrayal on the part of the government whose aim should be to protect the country’s resources and the interests of its people.

    https://www.eastasiaforum.org/2019/11/01/chinese-miners-illegal-hunt-for-gold-in-ghana
    #Chinafrique #Chine #Ghana #mines #extractivisme #or #mines_d'or

  • Minestrone de la forêt
    http://cuisine-libre.fr/minestrone-de-la-foret

    Minestrone de la forêt avec pesto brun de champignons, châtaignes et fèves. Cuire les légumes à l’étouffée Éplucher tous les légumes sauf le #Potimarron qui est très bon avec la peau. Le laver. Ciseler les oignons. Couper le céleri. Découper les blancs de poireaux en fines rondelles. Fendre le potimarron en deux pour enlever l’intérieur. Couper des morceaux réguliers de la taille d’une grosse noisette. Dans une sauteuse, mettre en couches successives : oignons, poireaux, cèleri et potimarron. Saler un peu… Potimarron, #Champignon_de Paris, #Châtaigne, #Fève, #Minestrones_et_hariras / #Sans_œuf, #Sans_gluten, #Bouilli

  • #Visibilité et #invisibilité de la #pollution des #sols dans les territoires (post)industriels : de nouvelles perspectives sur la #résilience et la #justice_environnementale ?

    « Make the valley green again » : la gestion des #sols_pollués au cœur de la #réhabilitation de la basse vallée de #Swansea (#Pays_de_Galles) [Texte intégral]
    « Make the valley green again » : soil pollution management in the reclamation process of the lower Swansea Valley (Wales)
    Cécile Ferrieux et Robin Le Noan

    –----
    Regard géo-historique sur la difficile transformation des #friches_industrielles de la vallée de la #Fensch : l’exemple de la #reconversion en cours du site de l’#usine_sidérurgique intégrée #SMK (1897-2018) [Texte intégral]
    A geohistorical look at the difficult transformation of industrial wastelands in the Fensch Valley : the example of the ongoing conversion of the SMK integrated steel plant (1897-2018)
    Eric Marochini

    #sidérurgie

    –---

    Du trouble privé au problème public ou… l’inverse ? #Mobilisation locale autour d’un #site_industriel pollué [Texte intégral]
    From private concerns to a public issue or… is it the reverse ?
    Maurice Olive

    –-----
    Controverse autour des #stériles_uranifères : de la mise à l’agenda d’un problème public à la remise en cause de l’#expertise [Texte intégral]
    Etude comparative de deux anciens sites miniers : #La_Commanderie (#Vendée/#Deux-Sèvres) et #Pen_Ar_Ran (#Loire-Atlantique)
    Controversy around uranium waste : from putting a public problem on the agenda to challenging expertise. Comparative study of two former uranium mines : La Commanderie (Vendée/Deux-Sèvres) and Pen ar Ran (Loire-Atlantique)
    Saliha Hadna

    #mines

    –-------
    Le laboratoire cévenol de l’après-mine. Une coextensivité des causes et des responsabilités minières, environnementales et sanitaires [Texte intégral]
    The Cevennes laboratory of the post-mine. A coextensivity of mining, environmental and sanitary causes and responsibilities
    Béatrice Mésini

    –--------

    L’#économie_circulaire : cercle vertueux ou cercle vicieux ? Le cas de l’utilisation de terres maraîchères pour aménager des espaces verts urbains [Texte intégral]
    The circular economy : vicious or virtuous circle ? The case of vegetable gardens used to develop green spaces
    Clément Gitton, Yoann Verger, Florence Brondeau, Ronald Charvet, François Nold, Philippe Branchu, Francis Douay, Isabelle Lamy, Christian Mougin, Caroline Petit et Elisabeth Rémy

    –-----

    La strate du sol d’une mégapole : observations localisées sur l’Anthropocène [Texte intégral]
    Les couches issues des périodes préindustrielle et industrielle à #Paris
    A megacity soil’s layer : localised observations about the AnthropoceneThe strata from preindustrial and industrial eras in Paris
    Mathieu Fernandez

    https://journals.openedition.org/geocarrefour/11289
    #revue #in/visibilité #sols

  • Flexibiliser le travail et produire des vies illégales

    En France, l’#ubérisation trouve des ressources dans les migrations. Ce phénomène est ici analysé et décrit par un ressortissant de Guinée qui vit à Grenoble depuis 2016, co-auteur d’une recherche-création entre géographie, art et droit.

    Si les migrations vers l’Europe et la France occupent les discours politiques et médiatiques, leurs modalités d’exploitation par le travail y sont bien moins évoquées. Les vies rendues illégales constituent une réserve de #main-d’œuvre exploitable et hyperflexible, dans un contexte précisément de flexibilisation et d’ubérisation du travail, notamment par le développement des applis de VTC ou de #livraison. Dans leurs travaux portant sur les liens entre migrations et travail, Sandro Mezzadra et Brett Neilson précisent que « la flexibilité, qui fabrique de la #précarité, est devenue la norme », tandis que les migrations forment « un terrain crucial d’expérimentation pour de nouvelles formes de "capture" du travail ».

    Cette exploitation du travail en #France, de vies rendues illégales, s’inscrit dans des formes d’exploitations plus larges de la force de travail, notamment d’entreprises européennes et françaises en Guinée pour l’extraction de ressources minières, qui entraînent des destructions sociales et environnementales et des migrations. Autrement dit, les liens entre migrations et exploitation de la force de travail se comprennent depuis un continuum qui dépasse très largement les frontières nationales, et s’inscrit dans des rapports en grande partie hérités de la #colonisation.

    #Pathé_Diallo, ressortissant de Guinée qui réside à Grenoble depuis 2016, décrit cette relation entre migration, exploitation et ubérisation dans le cadre d’une œuvre de création et de recherche intitulée Bureau des dépositions (1), à laquelle participent plusieurs géographes.

    « C’est un cercle vicieux »

    « Les Etats font exprès de ne pas délivrer des papiers à tout le monde pour que d’autres puissent exploiter les #sans-papiers dans des conditions difficiles, sur certains #chantiers ou dans les sites touristiques de ski en montagne, ou dans les travaux de #ménage. Depuis quelques mois à Grenoble, des personnes exploitées et sans papiers font de la #livraison de nourriture sur des #vélos. Ils sont mal payés et la cible de #Uber et des Etats, qui autorisent que le #droit_du_travail soit réduit à rien. C’est comme si les personnes donnaient toute leur énergie pour ne rien avoir.

    « C’est comme dans le domaine de la #sécurité. Dans la sécurité, c’est 12 voire 15 euros de l’heure pour la nuit. Celui qui te sous-traite va te payer 7 ou 8 euros par heure. Toi tu es sur le terrain. C’est parfois mieux que rester toute la journée à ne rien faire. Dans l’attente des papiers, beaucoup deviennent fous. Etre exploité devient préférable pour ne pas rester assis, passer toute la journée sans rien faire pendant des années, sans savoir quand le papier viendra. Ce sont les Etats et les entreprises qui se servent de la #main-d’œuvre qui sont responsables, en n’autorisant pas à travailler. C’est un #cercle_vicieux : pour se régulariser, il faut du travail ; pour avoir du travail, il faut des papiers.

    « Créer un syndicat sans-papiers permettrait de réduire le taux de chômage. En France, la #clandestinisation des travailleurs permet de réduire le #coût_du_travail, aux bénéfices des patrons et de leurs sous-traitants qui ainsi échappent à l’impôt.

    « Il faut respecter l’homme. C’est l’homme qui fait le papier, pas le papier qui fait l’homme.

    « L’exploitation des sans-papiers en Europe entre en écho avec l’exploitation de la main-d’œuvre dans les #mines en #Guinée. Ce sont les mêmes personnes qui exploitent et ce sont les mêmes personnes qui sont exploitées. Un mineur d’or ou de bauxite, en Guinée, peut parvenir à rejoindre la France pour travailler dans des conditions plus précaires encore que la mine. Dans les mines, les patrons sont souvent étrangers. Tout ce qui est exploitable en Guinée est exporté en tant que matière première à l’extérieur : Canada, Etats-Unis, pays d’Europe, comme la France, l’Allemagne… Dans la mine, il y a beaucoup de pollution, qui entraîne des maladies : sinusite, cancer du foie… La poussière mélangée aux produits chimiques crée des colonnes de plusieurs kilomètres, ce qui pollue les cours d’eau. L’eau est puisée par les populations. Les employés des mines ne sont pas bien payés. »


    https://www.liberation.fr/debats/2019/10/02/flexibiliser-le-travail-et-produire-des-vies-illegales_1754677
    #travail #exploitation #illégalisation #asile #migrations #réfugiés #flexibilisation #tourisme #extractivisme #continuum_colonial #post-colonialisme #économie

    ping @albertocampiphoto @reka @karine4

    • Sfruttamento e caporalato tra i migranti della #gig_economy

      #Deliveroo, #Uber_eats, #Glovo, #Just_Eat, da quando le #app di consegna a domicilio sono diventate una realtà di uso quotidiano per migliaia di potenziali fattorini si sono spalancate le porte della «gig economy», i cosiddetti lavoretti gestiti tramite applicazioni per #smartphone. A Milano due terzi di loro sono migranti e sebbene portino in spalla lo zaino delle più famose app di consegna a domicilio, raccontano di non lavorare direttamente con le piattaforme e di avere degli intermediari. Ora anche la Procura di Milano ha annunciato l’apertura di un’indagine conoscitiva sulle condizioni di lavoro dei rider e sulle imprese che ne gestiscono le consegne - con un’attenzione particolare alla sicurezza stradale e al possibile impiego di fattorini stranieri senza i documenti per lavorare e potenzialmente soggetti a caporalato. Lorenzo Pirovano ci fa conoscere la loro quotidianità.

      Michael non era mai riuscito a lavorare in Italia. Ospite di un centro di accoglienza straordinaria a cinquanta chilometri da Milano, aveva passato gli ultimi due anni sospeso tra l’attesa del verdetto sul suo status di rifugiato e la complicata ricerca di un impiego. “Il responsabile della casa non voleva che lavorassimo, soffrivo a starmene fermo e aspettare chissà cosa”.

      Poi nel 2017 a Milano è arrivato il boom delle app di consegna a domicilio in bicicletta (Deliveroo, Uber eats, Glovo e Just Eat) e per migliaia di potenziali fattorini si sono spalancate le porte della gig economy (i cosiddetti “lavoretti” gestiti tramite applicazioni per smartphone).

      Da allora, ogni mattina, cubo termico sulle spalle e mountain bike accessoriata, centinaia di migranti come Michael raggiungono Milano e pedalano per le sue strade nella speranza di effettuare più consegne possibili. “Ci sono giorni che lavoro undici ore” rivela Michael, 33 anni e una fuga dalla Liberia passando per l’inferno libico. “Ma alla fine del mese non ho mai portato a casa più di 600 euro”.

      Michael e i suoi colleghi sono i “migranti della gig economy” che rappresenterebbero quasi due terzi dei rider che effettuano consegne a domicilio per le strade della città. Molti di loro sono ospitati nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) disseminati nell’hinterland milanese o nelle province attigue. Alcuni, come Michael, ne sono appena usciti e condividono una stanza in periferia. Secondo i dati raccolti dall’Università degli Studi di Milano la maggior parte risiederebbe in Italia da più di due anni.

      Come tutti i ‘ciclofattorini’, anche i migranti devono fare i conti con un contratto di lavoro occasionale che riconosce poco più di tre euro a consegna, senza un minimo orario e senza chiare coperture contributive e assicurative. Nonostante questo il settore delle consegne a domicilio si sostiene principalmente sulla loro manodopera, grazie alle permeabili barriere all’entrata (in molti casi non è necessario sostenere un colloquio), alla necessità di guadagno immediato e alla dimostrata possibilità di lavorare anche se sprovvisti di documenti. Molti di loro ammettono di non conoscere i propri diritti di lavoratori, altri raccontano di non avere scelta, trattandosi dell’unica occupazione trovata. Raramente si rivolgono ai sindacati e anche Deliverance, il sindacato auto organizzato dei ciclofattorini milanesi, fa fatica a coinvolgerli. “Rivendichiamo tutti gli stessi diritti ma esiste una spessa barriera linguistica e culturale” ammette Angelo, membro e portavoce del collettivo.

      La settimana scorsa la Procura di Milano aveva annunciato l’apertura di un’indagine conoscitiva sulle condizioni di lavoro dei rider e sulle imprese che ne gestiscono le consegne, con un’attenzione particolare alla sicurezza stradale e al possibile impiego di fattorini stranieri senza i documenti per lavorare. “Che ci sia un’inchiesta in corso, seppur con colpevole ritardo, è una buona notizia” commenta Angelo. “Che non si trasformi però in una caccia alle streghe tra la categoria di lavoratori più vulnerabili, quella dei migranti”.
      “Riceviamo la metà della cifra visualizzata sull’app”

      Sotto Porta Ticinese, nei pressi della Darsena, trovano riparo una decina di rider con gli occhi fissi sullo smartphone in attesa di una consegna da effettuare. Attorno a una delle sue colonne si raccolgono alcuni nigeriani mentre al centro, seduti sugli scalini, un drappello di giovani ragazzi chiacchiera in bambara. Uno di loro approfitta della pausa per togliersi le scarpe, stendere un lenzuolo, inginocchiarsi e pregare.

      Molti di loro, sebbene portino in spalla lo zaino delle più famose app di consegna a domicilio, raccontano di non lavorare direttamente con le piattaforme e di ricevere la paga da alcune aziende italiane.

      L’occhio dei magistrati milanesi potrebbe così cadere anche sulla catena di intermediari che connette i rider in bicicletta all’app da cui ricevono i soldi.

      L’avvento della gig economy – che in origine doveva portare a una totale disintermediazione del lavoro – ha infatti ricreato dinamiche già conosciute: alcune legali, come l’attività delle imprese di intermediazione; altre illegali, come il “subaffitto dei profili” e, appunto, l’impiego di manodopera irregolare.

      Uber eats – costola del colosso Uber, valutato 75 miliardi di dollari e conosciuto in tutto il mondo per il servizio privato low cost di trasporto passeggeri – è attiva a Milano principalmente grazie a due imprese (Flash Road City e Livotti SRL) che si avvalgono della sua applicazione per gestire e spartirsi il lavoro di centinaia di fattorini migranti. “Queste imprese non fanno ufficialmente parte di Uber eats ma il rapporto di collaborazione c’è” raccontano alcuni loro lavoratori, “il risultato è che alla fine del mese puoi ricevere anche solo la metà dell’importo che visualizzi sull’applicazione”

      L’intermediazione infatti ha un costo elevato, un prezzo che però molti migranti sono pronti a pagare per afferrare, come ammettono loro stessi, “un’opportunità unica di lavorare, soprattutto per chi non ha i documenti”.

      Lo schema è semplice: Uber mette l’applicazione, il sistema di pagamento e il marchio al servizio di queste imprese, mentre loro si occupano delle relazioni coi ristoranti e del rapporto con i lavoratori. “Dalle cifre visualizzate sull’app bisogna togliere la nostra parte, ma questo lo diciamo chiaramente ai nostri dipendenti” spiega il rappresentante di un’impresa intermediaria. Così il margine di guadagno per il rider si abbassa notevolmente, come testimoniato da Michael e da altri suoi colleghi stranieri.
      Possibilità e trucchi

      Intermediazione o no, il lavoro tramite app si è convertito in una possibilità anche per chi non ha le carte in regola per lavorare, come dimostrano i primi controlli della Procura di Milano che su una trentina di rider ha individuato tre migranti senza i documenti.

      I rappresentanti delle imprese di intermediazione negano però di impiegare migranti senza permesso di soggiorno. Uno di loro sostiene che “a volte siamo noi stessi ad aiutarli nella pratica per rinnovare il permesso”, mentre Uber e Glovo hanno invece ammesso di non essere in grado di garantire che tutti i rider attivi sulle loro applicazioni abbiano i requisiti per lavorare. “Da parte nostra c’è tutto l’impegno affinché ad operare sulla piattaforma ci siano solo corrieri che hanno i requisiti per farlo” ha dichiarato un rappresentante di Uber in Italia. Glovo aveva dichiarato che “il rischio esiste, ma ogni giorno cerchiamo di monitorare meglio la situazione”.

      Nonostante le quasi inesistenti barriere all’entrata, l’offerta di lavoro supera la domanda e molti aspiranti rider non vengono accettati dalle app. Per un migrante la probabilità di veder approvata la propria candidatura si assottiglia, soprattutto quando non conosce la lingua o non ha i documenti in regola. Nascono così dei meccanismi di reclutamento nascosti che riducono al minimo il margine di guadagno del rider, ultimo anello di una catena fatta anche di trucchi e inganni.

      Pietro, giovane egiziano, si era candidato a lavorare in alcune delle app attive a Milano, senza successo. Poi un amico gli ha proposto una scorciatoia. «Mi ha dato un numero di telefono dicendomi che c’era un account disponibile. Così ho telefonato ad H. ed è iniziata la mia esperienza come rider».

      Pietro ha iniziato quindi a lavorare con il “profilo” di un’altra persona, ricevendo ogni mese i soldi direttamente da H. al netto della sua “trattenuta”. “H. fa così con tutti i profili che affitta. Per farti lavorare si prende il 10% di ogni consegna” racconta. “Non so da dove venga il profilo che uso e non conosco gli altri rider che lavorano in questa maniera”.
      “Molti migranti vogliono lavorare ma non possono”

      “I richiedenti asilo sono una piccola minoranza tra i migranti presenti sul territorio italiano” spiega Pietro Massarotto, avvocato volontario del Naga, associazione milanese che dal 1987 si occupa di cittadini stranieri, soprattutto di quelli privi di permesso di soggiorno e dei richiedenti asilo. “Nella maggior parte dei casi abbiamo a che fare con migranti “ordinari”, il cui permesso di soggiorno dipende strettamente dal lavoro svolto”.

      Consegnare a domicilio tramite le app, seppure senza garanzie e con margini di guadagno assai risicati, può diventare fondamentale per mantenersi “in regola” ed evitare la condizione praticamente irreversibile di irregolarità. Questa, nel caso venga raggiunta per il diniego della richiesta di asilo o per la mancanza di un impiego regolare, si converte nella necessità urgente di trovare alternative per poter sostenersi economicamente. “Qui va sfatato il mito del cittadino straniero che non vuole lavorare” precisa Massarotto. “È vero il contrario: spesso non viene messo nelle condizioni di lavorare”.

      Le risposte della politica sono proseguite però sulla via di un accesso più duro allo status di migrante regolare. “Purtroppo le politiche di gestione dell’immigrazione stanno determinando e determineranno sempre più un incremento esplosivo dei soggetti senza permesso di soggiorno, che per ovvie ragioni lavorano lo stesso”.
      “Fare il rider è meglio di niente”

      Omar è uno dei tanti che di mattina lascia il “campo” dove vive per tornarci solo dopo mezzanotte. Ci sono giorni in cui il bottino è talmente magro da coprire appena il prezzo del biglietto. Viene dal Gambia, ha 22 anni e uno sguardo perso nel vuoto. “Ogni giorno prendo il treno e torno a casa per questo cazzo di lavoro” si sfoga indicando lo zaino termico. È rimasto senza permesso di soggiorno e insieme a quello ha perso la speranza di costruirsi una nuova vita in Italia. “Vorrei impegnarmi in altro, ma qui se non hai i documenti non puoi fare nulla”. A chiedergli se è felice annuisce poco convinto: “fare il rider è meglio di niente, diciamo così. Meglio di niente.”

      https://openmigration.org/analisi/sfruttamento-e-caporalato-tra-i-migranti-della-gig-economy
      #Italie #rider

    • Un vaste #réseau_d’exploitation de chauffeurs #VTC sans papiers démantelé dans les #Hauts-de-Seine

      Cinq personnes soupçonnées d’avoir exploité illégalement une centaine de travailleurs non déclarés ont été mises en examen et écrouées.

      Les chauffeurs ne percevaient qu’« une infime partie des prestations effectuées » et commandées par le biais d’applications comme #Uber, #Kapten, #Bolt ou #Heetch. Cinq hommes soupçonnés d’avoir exploité illégalement une centaine de #travailleurs_non_déclarés, pour la plupart sans papiers et employés comme chauffeurs de voiture de transport avec chauffeur (VTC) ont été mises en examen et écrouées, vendredi 21 février, a annoncé le parquet de Nanterre dans un communiqué.

      Elles ont été mises en examen pour « aide au séjour irrégulier, blanchiment, exécution d’un travail dissimulé, recel, traite des êtres humains commise à l’égard de plusieurs personnes, faux en écriture, faux et usage de faux documents administratifs et abus de biens sociaux », le tout « en bande organisée », a précisé le parquet.

      « Horaires très larges sous la pression »

      Ces cinq hommes sont soupçonnés d’avoir monté deux sociétés au travers desquelles ils employaient une centaine de chauffeurs « travaillant avec des horaires très larges sous la pression de leurs employeurs qui arguaient de leur situation précaire » pour les contraindre à obéir.

      La majorité des profits générés étaient perçus par les cinq hommes. « Les premières investigations ont démontré le caractère particulièrement lucratif de ce trafic, générant des mouvements financiers à hauteur de centaines de milliers d’euros », a précisé le parquet.

      Quelque 195 000 euros ont été saisis sous forme d’argent liquide et de voitures de luxe. Les deux sociétés détenaient une cinquantaine de véhicules. D’après les enquêteurs de la sous-direction de la lutte contre l’immigration irrégulière (SDLII) et de la direction de la sécurité de proximité de l’agglomération parisienne (DSPAP) chargée de l’enquête, « ce trafic se déroulait depuis au moins deux années ».

      https://www.lemonde.fr/police-justice/article/2020/02/22/un-vaste-reseau-d-exploitation-de-chauffeurs-vtc-sans-papiers-demantele-dans

  • L’#Angola avoue qu’il aura du mal à se débarrasser de ses mines d’ici à 2025

    L’Angola ne pourra probablement pas respecter son engagement de se débarrasser du million de mines antipersonnel enfouies pendant sa guerre civile (1975-2002) d’ici à 2025, faute de moyens suffisants, a annoncé un de ses responsable.

    Responsable du bureau chargé des efforts de déminage (CNIDAH), Adriano Gonçalves a fait ce constat samedi soir devant la presse à l’issue de la visite du prince Harry, sixième dans l’ordre de succession au trône d’Angleterre.

    Vendredi, le duc de Sussex a marché dans les pas de sa mère Diana, très engagée dans la lutte pour l’éradication des mines.

    Il a notamment visité à Huambo (centre-ouest), la deuxième ville angolaise, une rue anciennement minée où la princesse de Galles s’était rendue peu avant sa mort en 1997.

    « Il est temps de consigner ces armes dans les livres d’histoire, une bonne fois pour toutes », a lancé Harry, « en déminant, nous pouvons aider cette communauté à trouver la paix, et avec la paix viennent les opportunités ».

    « L’Angola a encore plus d’un millier de champs de mines à nettoyer, mais a perdu environ 90% de son financement international pour lutter contre ce fléau », a pour sa part déploré M. Gonçalves, « ça rend plus difficile de tenir l’objectif de libérer le pays de ces engin en 2025 au plus tard ».

    L’Angola est signataire de la convention d’Ottawa (1997), qui vise à l’éradication totale des mines antipersonnel d’ici 2025.

    Outre le recul des fonds étrangers qui « ont de nombreuses autres priorités », l’Etat angolais a réduit lui aussi ses financements à cause de la chute des prix du pétrole en 2014, a noté le chef du CNIDAH. « Nous aimerions que (le déminage) se fasse avec plus de vitesse et plus d’intensité, mais c’est difficile ».

    L’Angola est avec le Nigeria le principal producteur d’or noir d’Afrique subsaharienne.

    Selon M. Gonçalves, l’Angola estime aujourd’hui entre 40.000 à 60.000 le nombre de ses citoyens blessés par des mines.

    Sur les 3.000 champs tapissés de ces engins explosifs recensés à la fin de la guerre civile en 2002 dans les 18 provinces de l’Angola, plus de 1.200 doivent encore être nettoyés.

    https://www.courrierinternational.com/depeche/langola-avoue-quil-aura-du-mal-se-debarrasser-de-ses-mines-di
    #déminage #mines_antipersonnel #mines_terrestres

    ping @albertocampiphoto

    • pour un article sur l’Angola, bonne idée de montrer l’héritier de la dynastie qui a supervisé une des plus grandes œuvres de #colonisation de l’histoire…

  • Mort de Mugabe : à propos du massacre de 2008 au champ de mines de Chiadzwa

    The death of Robert Mugabe (1924-2019) is being celebrated by Zimbabweans around the world. The 2008 massacre at the Chiadzwa minefield deserves to stand as a testament to his rule, writes Leo Zeilig.
    Around the world tens of thousands of Zimbabweans are celebrating the death of Robert Mugabe. The media has resounded to a chorus of clichés – that either condemns him in racist terms as an African ‘monster’, or laud his liberation of Zimbabwe. Neither comes close to the truth about the man. Mugabe neither liberated Zimbabwe, nor was he a ‘monster’.
    [...]
    In 2008 the Chiadzwa mining area in the east of the country, was the scene of a massacre. Following the end of the London based De Beers mining licence in 2006, hundreds of informal workers who had come to the area were murdered by the state. Clearing the way for a ‘looting’ frenzy that took place between government bureaucrats, the Chinese and other foreign companies.

    Zimbabwean activist Raymond Sango, reported:

    unemployed youths descended on Chiadzwa in 2008 to pan for diamonds were brutally massacred by the military and police …approximately four hundred miners were killed in 2008 through indiscriminate volleys of gunshots fired by mounted police accompanied by dogs and helicopters.

    Once the bodies were cleared away seven private entities began operations at the site: all joint ventures between the state and foreign capital.

    Mugabe must be remembered for Chiadzwa – there can be no more devastating testament to what Mugabe’s rule really meant for Zimbabwe’s poor. In the last two decades of his life, thousands died, and millions fled as the country was systematically plundered by the state, mining capital and international business.

    https://www.rs21.org.uk/2019/09/06/mugabe-is-dead-remember-chiadzwa
    http://aidc.org.za/operation-hakudzokwi-happened-chiadzwa
    #Zimbabwe #Robert_Mugabe #massacre #Chiadzwa #diamants

  • #Congo: miniere di cobalto e grandi interessi internazionali

    La narrazione dell’Africa come miniera del pianeta non è peregrina, e fonda le proprie basi su un’industria estrattiva che oggi è ricca e in fase espansiva. Dietro al dato aggregato, ossia che specialmente la parte centrale del continente contribuisce in maniera sostanziale al fabbisogno globale di materie prime, l’estrazione di alcuni minerali essenziali per l’industria tecnologica è perfino più significativa. Il cobalto in particolare è salito all’onore delle cronache economiche perché rappresenta una componente – quella che lascia incamerare elettroni – indispensabile delle batterie al litio; e queste ultime alimentano gran parte della tecnologia “mobile” del presente e del futuro: dagli smartphone alle automobili e alle biciclette elettriche.

    Probabilmente non esiste al mondo un paese che esemplifichi così bene la contraddizione tra ricchezza di risorse naturali e povertà della popolazione come la Repubblica Democratica del Congo (RDC) – l’ex Congo belga (da non confondere con la Repubblica del Congo, cioè l’ex Congo francese). Senza ombra di dubbio, le sue miniere sono le più ambite del pianeta: non solo per il quadro normativo molto elastico che ne regolamentava il funzionamento fino a poco tempo fa, ma soprattutto perché contribuiscono con una percentuale gargantuesca alla produzione mondiale.


    Si calcola che oltre il 53% del cobalto in circolazione nel 2016 veniva estratto in RDC (66mila tonnellate su circa 123mila). È comprensibile quindi che la RDC sia oggi una destinazione molto ambita per le multinazionali, sia quelle che si occupano di estrazione, sia quelle che muovono le migliaia di tonnellate estratte verso le raffinerie – localizzate per la maggior parte in Cina.

    In realtà, a dispetto dei potenziali vantaggi che tale posizione potrebbe portare al paese, la situazione in RDC è attualmente molto delicata: nonostante le grandi risorse, il paese trae un beneficio molto esiguo da questo traffico internazionale di materie prime. La Federazione delle Industrie della RDC stima che, sempre nel 2016, solamente 88 milioni di dollari siano entrati nelle casse dello stato come risultato dell’attività estrattiva legata al cobalto, a fronte di oltre 2.600 milioni di introito complessivo generato dalle multinazionali. Una percentuale praticamente insignificante. Ma nel 2018, il presidente Joseph Kabila, di comune accordo con il Ministro delle Miniere Martin Kwabelulu ha proposto una revisione sostanziale del codice che regolamenta lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese (incluso chiaramente il cobalto), e quindi degli accordi transnazionali.

    Secondo molti, questo squilibrio fu inizialmente dettato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), al tempo creditore della RDC e di cui finanzia tutt’oggi lo sviluppo. Preoccupato di liberalizzare un mercato asfittico, negli accordi post bellici del 2002 il FMI impose una tassa molto esigua – appena del 2% –sull’estrazione e il trasferimento all’estero di rame e cobalto, una percentuale talmente bassa da rendere praticamente infruttifera (almeno per le casse pubbliche) l’intera produzione. Da allora però le tonnellate estratte sono più che raddoppiate, passando da 450.000 a oltre un milione. Per questo motivo, l’esplosione dell’industria del cobalto in RDC non ha un reale impatto sui conti dello Stato, e presenta un ritorno ancora minore sulla qualità della vita della popolazione: a titolo d’esempio, la RDC occupa criticamente il 176° posto sui 188 paesi del mondo classificati per lo Human Development Index dell’ONU.

    Nell’attuale contesto, e nonostante la citata revisione del codice di sfruttamento, diverse multinazionali hanno potuto beneficiare dei ricavi prodotti dalla ricchezza del sottosuolo congolese. Industrie come Glencore, CDM, Randgold, China Molybdenum e altre hanno indirizzato le loro attività in RDC; ad esempio, gli svizzeri di Glencore concentrano nelle loro mani uno spaventoso 35% dell’intera produzione mondiale. Nel corso del tempo, molte altre industrie hanno aperto stabilimenti in diretta prossimità dei siti estrattivi (da Volkswagen ad Apple, da Microsoft a Huawei) assicurandosi così una fetta cospicua della torta mineraria congolese.

    Questo quadro è aggravato dalle condizioni di lavoro in cui versano i minatori. Poiché il cobalto si presenta sotto forma di sedimenti dalle ridotte dimensioni, una parte significativa viene estratta a mano; oltretutto, spesso i filoni sono accessibili solamente attraverso tunnel angusti e scavati in modo rudimentale. Diverse organizzazioni non governative, ed in particolare Amnesty International e Afrewatch (che hanno pubblicato anni fa un rapporto congiunto) hanno denunciato le ripetute e continue violazioni dei diritti umani nelle miniere. Incidenti e morti bianche sono frequenti, specialmente nelle regioni del Katanga, dove le miniere costruite e gestite in maniera artigianale sono numerose. Gli orari di lavoro superano spesso le 12 ore giornaliere. Per di più, l’UNICEF ha stimato in circa 40.000 i bambini dai 3 ai 7 anni che lavorano quotidianamente nelle miniere; altre centinaia di migliaia di lavoratori operano in condizioni precarie che sfidano le più elementari regole sulla sicurezza del lavoro. Le (deboli) protezioni sindacali vengono facilmente aggirate, col risultato di gonfiare un traffico illegale di materie prime che elude i controlli e viene iniettato direttamente nei flussi di commercio internazionale.

    Il nuovo codice minerario è entrato in vigore nel 2018. Ha previsto un aumento della tassazione dal 2% al 10%, allineando così il Congo alla media mondiale del settore. Tuttavia, la nuova legislazione ha ricevuto critiche da tutte le parti in causa, a cominciare dagli attivisti per i diritti umani che accusano il governo di aver perso un’occasione per regolamentare le condizioni dei minatori. Altri hanno richiamato l’assenza di provvedimenti in grado di contrastare la dilagante corruzione, che è stata per anni un freno ad azioni più decise da parte del Governo. Il settore estrattivo ne ha messo in evidenza il pregiudizio economico ai propri danni.

    In ogni caso, queste misure avranno una conseguenza sul mercato del cobalto. A maggior ragione, se si pensa che la maggior parte delle risorse sono concentrate in poche industrie estrattive, e raffinate per l’80% in Cina: le condizioni ideali di mercato sono ben lontane. Alcuni ritengono che le nuove tasse governative impatteranno sul prezzo del cobalto, ricadendo poi sul prezzo dei prodotti finiti: e il prezzo del cobalto è già aumentato del 195% negli ultimi 5 anni.

    Si tratta di un effetto diretto e cruciale per il mercato globale. La domanda sta crescendo in maniera molto più rapida rispetto all’offerta, e può mettere a repentaglio la tenuta del prodotto in futuro. Alcuni colossi della tecnologia stanno cercando di creare batterie senza cobalto da immettere sul mercato globale, e le ultime generazioni ne utilizzano effettivamente una quantità sempre minore; tuttavia, nel breve periodo è difficile immaginare che il mondo stacchi la spina dal cobalto.

    https://aspeniaonline.it/congo-miniere-di-cobalto-e-grandi-interessi-internazionali
    #extractivisme #mines #cobalt #RDC #cartographie #visualisation #mondialisation #globalisation #travail #exploitation #enfants #enfance
    ping @albertocampiphoto @daphne

  • Sammy Baloji – interview: ‘I’m not interested in colonialism as a thing of the past, but in the continuation of that system’
    https://www.studiointernational.com/index.php/sammy-baloji-im-not-interested-in-colonialism-as-a-thing-of-the

    Sammy Baloji – interview: ‘I’m not interested in colonialism as a thing of the past, but in the continuation of that system’
    The Brussels-based Congolese artist talks about the past and present of colonialism and mineral extraction in the context of his recent exhibition at Salzburg’s Stadtgalerie Museumspavillon, Salzburg Summer Academy

    #colonialisme

    • #néo-colonialisme #continuum #extractivisme #Sammy_Baloji #art #exposition

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      #Extractive_Landscapes

      How is history reflected in landscape? How does an object give evidence of its own transformations, and how do these become visible? Sammy Baloji’s exhibition in Salzburg enquires how history is inscribed in artefacts and landscapes. The exhibition shows traces left by mining in the province of #Katanga, rich in raw materials, in the Democratic Republic of #Congo. Starting from the exploitation of natural resources in this region, Baloji examines processes of abstraction and transformation. Geological maps become abstract compositions when separated from their legends. The habit of a mineral is no longer recognisable in its geometric form. Photographs of rugged landscapes give only an indirect suggestion of human bodies that have laboured there. Even copper shell casings can be unresistingly turned to decorative account as flower vases.

      Thus the historical living conditions and work processes in the mining region are rendered invisible. The power exerted by global value-chains, operative here, is lost in perfectly alluring images and objects that negate their origin. The traces of mining in Salzburg are still clearly evident in the landscape and in the wealth of the town – though quite differently from those left in Katanga. Without suggesting direct parallels, the exhibition invites the viewer to take a close look at landscapes, and asks how images and objects operate as bearers of testimony.


      https://www.summeracademy.at/en/kurse/an-exhibition-by-sammy-baloji
      #paysage_extractif #RDC #géographie_culturelle #mines #travail #in/visibilisation #visibilité #invisibilité #pouvoir

      ping @albertocampiphoto

    • What I found particularly interesting in this article is how Salmmy Baloji made art about copper mining in Katanga relevant for a city like Salzburg, thereby drawing connections between, what many believe to be, incomparable cities.

  • A Imider, au Maroc, la plus grande mine d’argent d’Afrique assoiffe les habitants
    https://www.mediapart.fr/journal/international/160819/imider-au-maroc-la-plus-grande-mine-d-argent-d-afrique-assoiffe-les-habita

    Cellules photovoltaïques, véhicules électriques, puces RFID… La majorité de l’argent métal aujourd’hui consommé dans le monde est utilisée dans l’électronique, dont certains produits phares de la transition écologique. Dans le sud du Maroc, son extraction très polluante est dénoncée par les habitants amazighs de l’oasis d’Imider, qui occupent depuis 2011 un des réservoirs d’eau d’une gigantesque mine d’argent et de mercure.

    #ECOLOGIE #Transition_énergétique,_Technologies,_extractivisme,_mines,_Maroc

  • #Côte_d’Ivoire : #Barrick_Gold cherche un investisseur pour la #mine d’#or de #Tongon

    Le groupe minier Barrick Gold, qui exploite la plus grande mine d’or de Côte d’Ivoire, à Tongon dans le Nord, prépare une cession d’une partie de ses actifs. La transaction devrait se concrétiser avant la fin de l’année.

    https://www.jeuneafrique.com/815936/economie/cote-divoire-barrick-gold-cherche-un-investisseur-pour-la-mine-dor-de-

    #mines #extractivisme

    ping @albertocampiphoto @daphne

  • Le numéro 0 de la revue #Nunatak , Revue d’histoires, cultures et #luttes des #montagnes...


    Sommaire :

    La revue est disponible en ligne :
    https://revuenunatak.noblogs.org/files/2016/09/nunatakzero.pdf

    Je mettrai ci-dessous des mots-clés et citations des articles...

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    des info plus détaillées sur le numéro 1 déjà sur seenthis :
    https://seenthis.net/messages/784730

    #revue #montagne #Alpes #montagnes

  • Undurchsichtige Lieferwege des Goldes

    Einblicke in die schmutzigen Geheimnisse des Goldhandels gewährt der Buchator Mark Pieth in seinem neuen Buch „Goldwäsche“. Er kritisiert Sklavenarbeit in Peru und dass die Schweiz sich nicht an OECD-Regeln hält.

    Wie schmutzig das Geschäft mit dem Gold weltweit ist, hat der Jurist Mark Pieth bei Recherchen für sein Buch „Goldwäsche“ selbst in Erfahrung gebracht. Er sei zu Recherchen nach Peru und nach Südafrika gereist, um die Lieferkette nachzuvollziehen, sagte der Anti-Korruptionsexperte und Professor für Strafrecht an der Universität Basel im Deutschlandfunk Kultur.
    Sklavenarbeit in Peru

    Auf 5000 Metern in den peruanischen Anden habe er beispielsweise eine Minen-Barackenstadt mit 60.000 Minenarbeitern angesehen, die wie Sklaven beschäftigt würden.

    „Das heißt 28 Tage gratis ohne Versicherung, ohne Lohn in der Mine“, sagte Pieth. Dafür werde ihnen erlaubt, an zwei Tagen im Monat so viel Gesteine herauszuschleppen, wie sie tragen könnten. „Daraus hofft man dann noch ein bisschen Gold zu machen.“ Dabei fänden sich in diesem Gestein vielleicht etwa fünf Gramm Gold.

    „Die Stadt ist der absolut grauenhafteste Ort, den man sich vorstellen kann“, sagte Pieth. Es gebe keine Kanalisation, keine Müllentsorgung und keine Polizei.
    Undurchsichtige Lieferanten

    Als er den Lieferweg weiter gegangen sei, habe er einen Lieferanten in einer Baracke in einem peruanischen Slum aufgesucht. Der Mann habe keinen Nachweis darüber geführt, woher er das Gold eigentlich habe.

    „Der hat aber zehn Tonnen Gold im Jahr zusammen getragen von den verschiedensten Quellen.“

    Weiter gingen die Recherchen in der Schweiz, wo sich die meisten Raffinerien befinden, in denen Gold eingeschmolzen und verarbeitet wird. Die Schweiz importiere 70 Prozent des neu gewonnenen Goldes weltweit und exportiere es wieder, sagte Pieth.

    „Am Schluss haben wir da saubere, schöne Uhren oder Schmuckgegenstände.“
    Vorwürfe an die Schweiz

    Anders als die Europäische Union halte die Schweiz die bestehenden Regeln der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) nicht für verbindlich. Nur in der EU seien Firmen dazu verpflichtet, nachzufragen, woher ihr Gold komme. Das Schweizer Prinzip der Freiwilligkeit funktioniere nicht, wie auch die OECD inzwischen festgestellt habe. „Selbstregulierung ist in dem Bereich einfach untauglich.“

    https://www.deutschlandfunkkultur.de/anti-korruptionsexperte-mark-pieth-undurchsichtige.1008.de.htm
    #mines #extractivisme #Pérou #or #Suisse #travail #exploitation #néo-esclavagisme

    ping @albertocampiphoto

  • Quand l’exploitation minière divise la Grèce

    Dans une vaste plaine au coeur des #montagnes du nord de la Grèce, quatre mines de charbon laissent un paysage dévasté. Alors que cet ensemble d’exploitations à ciel ouvert, principal pourvoyeur d’emplois de la région, s’étend toujours plus, les glissements de terrain se multiplient, ravageant les villages environnants.

    Entre relogements aléatoires, maladies liées à l’extraction du lignite et refus d’indemnisations, le combat des citoyens pour se faire entendre se heurte à un mur.


    https://www.arte.tv/fr/videos/084754-002-A/arte-regards-quand-l-exploitation-miniere-divise-la-grece
    #extractivisme #Grèce #charbon #mines #pollution #énergie #destruction #IDPs #déplacés_internes #travail #exploitation #centrales_thermiques #sanctions #privatisation #DEI #lignite #santé #expropriation #villes-fantôme #agriculture #Allemagne #KFW #Mavropigi #effondrement #indemnisation #justice #migrations #centrales_électriques #documentaire #terres #confiscation #conflits #contamination #pollution_de_l'air

    ping @albertocampiphoto @daphne

  • Oro e acqua minerale

    C’è una piccola regione in Australia, nella zona centrale dello stato di Victoria, che è molto ticinese. C’è un paese che si chiama Hepburn dove i cognomi degli abitanti sono Rodoni, Vanzetta, Scheggia, Vanina, Tinetti, Righetti, Crippa, Perini, Respini... Non parlano italiano, non parlano dialetto ticinese e sono veramente australiani.

    I loro antenati emigrarono in Australia dal Ticino, attorno al 1850, quando scoppiò la febbre dell’oro. Facevano i cercatori d’oro, ma piano piano si insediarono in quella regione e crearono una comunità molto unita, che presto diventò la loro nuova patria.

    https://www.rsi.ch/la1/programmi/cultura/storie/Oro-e-acqua-minerale-10879319.html
    #film #documentaire #émigration #Tessin #Australie #histoire #Suisse #Biasca #sureau #eau_minérale #Hepburn #or #ruée_vers_l'or #extractivisme #colonisation #châtaigniers #mines
    #Welcome_Stranger, une #pépite_d'or :


    https://fr.wikipedia.org/wiki/Welcome_Stranger
    #nugget

    –---

    Quelques commentaires :
    « L’Australia non ha una lunga storia, solo un paio di secoli »
    –-> dit un habitant de Melbourne qui a acheté une maison à Hepburn construite par une Scheggia, un émigrant tessinois autour de 1815...
    Et la présentatrice en commentaire après le documentaire :

    «La storia dell’Australia è molto molto giovane, lo si diceva nel documentario, 2 secoli di storia o poco più»

    ... comme si les #peuples_autochtones n’existaient pas avant l’arrivée des Européens, comme si l’histoire n’est écrite que depuis leur arrivée... Il y a un sacré besoin de décoloniser l’histoire...

  • Quand les multinationales attaquent les États

    À l’automne 2016, des millions d’Européens descendent dans la rue pour protester contre le Ceta, le traité de libre-échange avec le Canada. Son rejet par la Wallonie, par la voix de son ministre-président Paul Magnette, plonge alors l’UE dans une grave crise et place les tribunaux d’arbitrage sous le feu des projecteurs – et des critiques. Ce dispositif, prévu dans le cadre de nombreux accords commerciaux internationaux, permet à des multinationales d’attaquer les États devant des juges privés – des avocats d’affaires –, afin de réclamer la compensation d’un manque à gagner réel ou potentiel induit par un changement de législation. En 2016, Cosigo Resources Ltd. a ainsi déposé une demande d’arbitrage contre la Colombie : en classant « parc naturel national » un territoire amazonien sacré, Bogotá a annulé la concession minière de la compagnie canadienne, laquelle estime son préjudice à 16 milliards de dollars, soit environ 20 % du budget national colombien...
    « L’arbitrage est un système profondément défaillant. Il n’est pas juste, pas indépendant, et il est loin d’être équilibré », assène le professeur de droit canadien Gus Van Harten. De la Colombie à l’Allemagne en passant par le Pérou, aux prises avec la multinationale Renco, dont la fonderie de plomb de La Oroya (la « Tchernobyl des Andes ») crache des fumées toxiques qui empoisonnent les enfants, Claire Alet et Cécile Ancieu (La Dette, une spirale infernale ?) ont enquêté dans les arcanes de cette justice opaque, au pouvoir démesuré. Créé par les États, dans l’objectif d’attirer des investisseurs, ce système fragilise leur capacité à légiférer sur l’environnement, la santé, les conditions de travail, le tout au détriment des citoyens, qui seront en outre amenés à payer l’addition.


    http://www.film-documentaire.fr/4DACTION/w_fiche_film/54819_1
    #film #documentaire
    #Etat #Etat-nation #arbitrage_international #multinationales #tribunaux_d'arbitrage_international #dédommagement #procès_en_arbitrage #justice #droits_fondamentaux #CETA #TIPP #Colombie #mines #or #extractivisme #peuples_autochtones #Cosigo_Resources #litiges_en_arbitrage #titres_miniers #traité_de_libre-échange #accord_de_libre-échange #développement #développementalisme #Makuna #réserve_naturelle #résistance #exploitation #sites_sacrés #Tanimuka #exploitation_minière #Tobie_mining_energy #environnement #responsabilité_des_entreprises #investissements_étrangers #ISDS #plainte #gains_potentiels #manque_à_gagner #exploitation_indirecte #globalisation #mondialisation #dissuasion #Gus_Van_Harten #secret #Vattenfall #Allemagne #nucléaire #La_Oroya #Pérou #Doe_Run #Renco

  • En Ariège, le permis d’exploration de la mine de Salau est annulé
    https://www.mediapart.fr/journal/france/010719/en-ariege-le-permis-d-exploration-de-la-mine-de-salau-est-annule

    Le tribunal administratif de Toulouse a estimé que les conditions d’attribution d’un permis de recherche de tungstène à Couflens, au fin fond de l’Ariège, étaient irrégulières en raison du montage financier présenté.

    #ENVIRONNEMENT #environnement,_mine,_Salau