• In Umbria il progetto #Resta dà nuova vita agli uliveti marginali abbandonati

    #Massimiliano_Buratta ha lanciato nel 2026 un’iniziativa per recuperare appezzamenti nelle colline intorno a Perugia, riscoprendo le varietà tradizionali. Con un crowdfunding l’iniziativa ambisce a creare nuove opportunità di lavoro

    “La terra ha bisogno di presenza”: lo ha scritto Massimiliano Buratta sul sito di Resta, il progetto che ha avviato nel corso del 2026 in Umbria con l’obiettivo di recuperare uliveti marginali e coinvolgere una comunità a sostegno della sua iniziativa.

    “Da diversi anni mi occupo di olivicoltura, dalla potatura alla gestione della pianta a tutto tondo. L’idea di Resta -racconta ad Altreconomia– nasce da ciò che ho osservato in questi anni rispetto alla cura che va data agli ulivi. Quella di cui necessitano infatti è continua nel tempo: nel momento in cui vengono abbandonati, anche solo per qualche anno, la produzione di olio si riduce e diventa più oneroso tornare a ‘riformare’ e recuperare le piante”.

    Buratta ha 32 anni e prima di dedicarsi agli ulivi è stato un programmatore nell’ambito dell’automazione industriale: il sito e la scelta di strutturare una campagna di crowdfunding godono di alcune competenze che vengono dal suo passato, prima di entrare in disoccupazione, prendere un casolare con degli amici, a Collemancio, vicino Bevagna (PG), e iniziare a lavorare in ambito agricolo, dedicandosi per quattro anni all’apprendistato.

    Resta è una piattaforma che permette di seguire tutte le attività legate alla gestione dei dieci uliveti attualmente curati da Massimiliano Buratta, nove dei quali in affitto e uno di famiglia, per un totale di cinquemila metri quadrati. “La gran parte sono abbandonati e tutti sono marginali”, spiega.

    In questo caso per “marginali” si intendono uliveti caratterizzati da sesti d’impianto ampi, terreni in pendenza e difficoltà di accesso: condizioni che determinano una bassa resa per ettaro, tipica di molta olivicoltura italiana, e che rendono difficile competere sui mercati nazionali e internazionali con quella spagnola, che ha puntato invece su poche varietà coltivate e sesti d’impianto molto stretti, a scapito della biodiversità e anche del paesaggio. Nei dieci uliveti, oltre a Frantoio, Leccino e Moraiolo -le tre cultivar più diffuse nel Centro Italia- si trovano anche Pendolino e Dolce Agogia, varietà autoctone dell’area delle Colline del Lago Trasimeno.

    “La maggior parte degli uliveti sono a Montelaguardia, a circa 400 metri sul livello del mare” aggiunge. Montelaguardia è una frazione collinare di Perugia. Qui -dall’osservazione e dalla relazione- nasce Resta, il cui credo può essere riassunto in tre claim: “Olio tracciabile, territorio curato e impatto visibile”.

    Quella del 2026 sarà la prima raccolta. Buratta spiega che dei quasi cinque ettari di oliveto che gestisce non tutti ad oggi sono produttivi: chi acquista la bottiglia special edition permette al progetto di crescere e a lui -che oggi fa altri due lavori- di dedicarsi a riformare tutti gli uliveti, alcuni dei quali hanno bisogno di interventi profondi per tornare a produrre. Tutti i passi in corso e quelli futuri sono descritti sul sito, grazie a codici “scritti a mano” che permetteranno -a partire da ogni bottiglia acquistata- di leggere il lavoro di recupero, le lavorazioni svolte in campagna, la geolocalizzazione e le foto delle piante.

    Le pratiche agricole di Resta sono improntate al basso impatto e con l’utilizzo di trattamenti di origine naturale. Contro la mosca, ad esempio, si usa il caolino, che è calce, o le trappole attract and kill, con un feromone che è specifico per la mosca ma non è pericoloso per altri insetti utili.

    In vista dell’autunno 2026 Buratta ha immaginato anche una bottiglia speciale, una supporter edition di 100 bottiglie, tutte numerate, ognuna delle quali è associata al supporto di 20 metri quadrati di paesaggio agricolo: “Ogni utente sulla piattaforma avrà accesso a una dashboard personale con tutte le informazioni”, racconta Buratta, che al momento porta avanti il progetto da solo, salvo coinvolgere altre persone per la raccolta.

    “Tutto è iniziato con un post su Facebook in cui scrivevo che ero alla ricerca di uliveti abbandonati e marginali. Sono stato contattato da tante persone e ho dovuto fare una selezione. Non ho ancora l’assetto o la capacità economica e gestionale per un numero maggiore. Quest’anno posso stimare al massimo una produzione di 500 litri -racconta-. Nel tempo, però, vorrei riuscire a portare lavoro in un settore che, per quello che ho potuto osservare, vede molto caporalato e molta occupazione irregolare. Il mio obiettivo è conciliare il lavoro alla tutela dei nostri paesaggi e della cultura che c’è dietro all’olio extravergine d’oliva”.

    Le olive raccolte non saranno mescolate: ogni appezzamento racconta una storia, dietro la quale ci sono una persona o una famiglia “che me ne ha affidato la cura e vorrei far emergere anche questi volti”. Il futuro dell’olivicoltura italiana dipende anche dalla capacità di comunicare la sua unicità, che è legata a nomi, cognomi e storie di un’agricoltura contadina che non va difesa nella trappola dell’identità ma accompagnata nel futuro.

    ▻https://altreconomia.it/in-umbria-il-progetto-resta-da-nuova-vita-agli-uliveti-marginali-abband
    #oliveraie #abandon #récupération #Ombrie #Italie #Perugia #oliviers #huile_d'olive #Collemancio #Bevagna #agriculture #marginalité #Montelaguardia

  • La crisi idrica non tocca i privati : la miniera di acqua #Vera in Sicilia

    Siccità prolungata e servizio intermittente fanno interrogare i cittadini sulla gestione del bene pubblico, improntata all’estrattivismo. Nel deserto degli interventi strutturali, nel 2025 l’azienda ha imbottigliato più di 210 milioni di litri nell’agrigentino

    A metà agosto la prefettura di Agrigento festeggiava il “via libera ai fondi della Regione per sette autobotti”. Una toppa, in un’estate caratterizzata in tutta la provincia dall’emergenza idrica.

    A 70 chilometri dal capoluogo, però, a Santo Stefano Quisquinia, poco meno di quattromila abitanti a oltre 700 metri di altezza, Aqua Vera Spa ha continuato a imbottigliare acqua minerale dalla concessione “Margimuto”, tra boschi, laghi, sorgenti e le cime dei Monti Sicani.

    Le bottiglie di plastica da due litri finiscono nei supermercati dell’isola affollati da assetati turisti in fardelli da sei, in vendita a 2,50 euro: in pratica, quasi 21 centesimi al litro, mentre il canone di concessione è pari a 0,00167 euro al litro. Dalla sorgente al dettaglio il prezzo aumenta del 12.000%.

    Nel 2025 Aqua Vera Spa ha imbottigliato nello stabilimento dei Sicani oltre 210 milioni di litri d’acqua: se i dati trasmessi ad Altreconomia dalla Regione Sicilia sono corretti, la società avrebbe sfruttato la sorgente oltre la portata concessa -pari a 5,58 litri al secondo-, estraendo dunque 34 milioni di litri in più. Per tutta quest’acqua, che al dettaglio vale almeno 40 milioni di euro, il canone è stato di appena 352.501,61 euro.

    Non è un paradosso ma il segno che chi governa confonde bisogni e diritti, come racconta Elisa Chillura, socia di Via delle rondini, associazione che a Santo Stefano Quisquinia lavora per ricostruire un legame tra chi ci vive e il paesaggio e che ad aprile 2026 ha promosso la campagna “Liquidità”.

    La mobilitazione, spiega, “nasce dal conflitto tra la comunità e un modo di governare l’acqua che considera il sottosuolo una riserva di disponibilità. È una logica che possiamo definire estrattivista purché non la si riduca all’industria delle acque minerali: davanti a una crisi idrica la risposta più rapida è sempre stata quella di aumentare le captazioni (processo che permette di prelevare l’acqua, ndr)”.

    La fabbrica, insomma, è una parte del problema: l’altra parte è una Regione che di fronte a una siccità strutturale riattiva decine di pozzi e sorgenti e individua nuovi siti da perforare, azioni che non affrontano né risolvono la questione. Basti pensare che le perdite medie nelle reti del servizio idrico sull’isola sono pari al 52% dell’acqua immessa, secondo l’Istat. “I pozzi possono essere necessari durante un’emergenza -sostiene Chillura-. È un problema quando l’emergenza diventa modalità ordinaria di governo”.

    Tra Castronovo di Sicilia (PA) e Santo Stefano Quisquina è in corso la realizzazione di un nuovo pozzo, “Monnafarina”, con relativa condotta di adduzione all’acquedotto Voltano che raggiunge Agrigento e altri Comuni della provincia. A luglio 2026 il Tribunale superiore delle acque pubbliche ha rigettato un ricorso del Comune di Santo Stefano che contestava il pozzo per il possibile rischio di interferenze con il sistema idrogeologico da cui dipende Capo Favara, unica fonte di approvvigionamento dell’abitato. Secondo il giudice, però, gli studi richiamati dall’ente non erano sufficienti a dimostrare l’unicità dell’acquifero della Quisquina, uno dei presupposti centrali della contestazione.

    “Per noi ‘Monnafarina’ pone una domanda che va oltre quel singolo pozzo: chi deve produrre la conoscenza necessaria prima di intervenire su un sistema idrico sotterraneo? Conoscere davvero le connessioni tra acquiferi e sorgenti, i tempi di ricarica, le portate e l’effetto cumulativo di captazioni diverse richiede indagini complesse, continuative e costose. Troppo spesso chi chiede maggiore cautela, un piccolo Comune, una comunità locale, si trova a dover finanziare studi, consulenze e perizie per dimostrare la propria vulnerabilità -riflette l’attivista-. La conoscenza diventa una questione di giustizia: non può essere una comunità a dover dimostrare, a proprie spese, le proprie sorti. La conoscenza necessaria a decidere nuovi prelievi dovrebbe essere pubblica, preventiva, indipendente e proporzionata alla delicatezza del sistema su cui si interviene”.

    La campagna “Liquidità” è nata anche da questa vicenda. Non è un appello episodico e raccoglie l’adesione di associazioni, comitati, movimenti, sigle organizzate e singoli cittadini. L’obiettivo è mettere in relazione territori nei quali insistono stabilimenti di imbottigliamento e altre storie di captazioni, portando al tavolo dei decisori politici dati, evidenze e testimonianze prodotte da chi quei luoghi li abita. “I territori delle acque minerali vengono normalmente letti attraverso concessioni, metri cubi, volumi imbottigliati e investimenti -continua Chillura-. Da vicino emergono invece le connessioni con le sorgenti, le trasformazioni delle portate, la memoria degli usi, le altre captazioni, le aree di ricarica, le preoccupazioni delle comunità”.

    Il bilancio della Regione Sicilia non prevede nessun obbligo di reinvestire i canoni delle concessioni nella tutela dei corpi idrici da cui provengono, nel monitoraggio delle falde o nei territori interessati dalle captazioni. “I territori entrano nel bilancio regionale e perdono la loro geografia propria -dice Chillura-. È il punto da cui è partita la campagna: la Regione organizza il prelievo, quantifica il valore economico prodotto dalla concessione, contabilizza l’entrata ma non esiste un obbligo di restituzione ecologica ai sistemi che rendono possibile quel valore”.

    La sua associazione si è fatta portavoce della richiesta di istituire un meccanismo vincolante che destini una parte delle risorse ai territori interessati per sostenere azioni di tutela, studi idrogeologici, protezione delle aree di ricarica, riequilibrio ambientale. “Non si tratta di ‘compensazione’, parola che può contenere un equivoco pericoloso, ovvero l’idea che se prelevo e pago allora posso continuare a prelevare -spiega l’attivista-. Sarebbe ancora una logica estrattiva, mentre noi vogliamo una politica dell’acqua che impari a interrogarsi sui ‘costi’ reali delle estrazioni”. Nel 2025 in Sicilia si sono imbottigliati quasi 1,4 miliardi di litri d’acqua. La Regione ha incassato canoni per 1,81 milioni di euro, ovvero 0,0013 euro al litro. Di questi circa un sesto sono stati versati da Aqua Vera Spa. L’azienda, nata alla fine degli anni Settanta in Veneto, dal 2020 è di proprietà della famiglia Quagliolo che ha rilevato alcune concessioni in capo a Nestlé Italia tra cui lo stabilimento di Castrocielo (FR), in produzione dal 2016.

    A San Giorgio in Bosco (PD) invece l’acqua Vera è ancora imbottigliata all’interno dello stabilimento di San Pellegrino, recentemente passata di mano da Nestlé waters a una joint venture tra la stessa Nestlé e il fondo di private equity statunitense Platinum. Il vicepresidente di Aqua Vera è Giorgio Quagliuolo, da decenni ai vertici di Conai e Corepla, i consorzi che si occupano del riciclo di imballaggi e plastica. La sua famiglia, infatti, è arrivata alle minerali per diversificare il business legato alla produzione di plastica, cioè preforme e tappi in PET prodotti da S.I.Con Srl. Non è un caso che quest’ultima sia azionista al 30% di Aqua Vera Spa e che nel corso del 2025 le abbia venduto 11 milioni di euro di bottiglie. Negli stessi 12 mesi il fatturato di Aqua Vera Spa ha raggiunto 76 milioni di euro, con utili pari a 3,75 milioni. Sul fronte dei costi incidono poco quelli legati al personale -i dipendenti sono in tutto una settantina, 25 dei quali in Sicilia, per 5,63 milioni di euro- e molto di più quelli per i trasporti, pari a oltre 8 milioni di euro, per la promozione (10,9 milioni di euro), per la pubblicità (1,52 milioni di euro).

    Una spesa ben più alta di quella relativa ai canoni di concessioni versati che in tutta Italia sono 953.380 euro. È la normalizzazione del paradosso, a cui contribuisce un aspetto culturale: anche a Santo Stefano Quisquinia intere generazioni di bambini sono state portate in visita allo stabilimento.

    “Abbiamo finito per conoscere meglio il nome commerciale dell’acqua che i nomi dei luoghi da cui proviene”, commenta Chillura. In un servizio dell’aprile 2026 in onda su Tele One Riccardo Quagliuolo, direttore sostenibilità di Aqua Vera Spa, accoglie i bambini e afferma: “Per noi è fondamentale […] far vedere concretamente che cosa c’è dietro le bottiglie di acqua minerale. Parliamo di un prodotto sicuro, controllato, e di un contenitore, la plastica, che è essenziale per garantirne qualità e accessibilità ogni giorno. Educare i più giovani vuol dire proprio questo, ovvero spiegare il valore dell’acqua minerale e l’importanza di riciclare correttamente i materiali”.

    È anche per contrastare questi messaggi che Via delle rondini lavora sulla memoria ricostruendo una grammatica perduta: i nomi delle sorgenti, delle fontane e degli abbeveratoi, i percorsi dell’acqua, le fotografie, i racconti, le lotte con cui altre generazioni hanno difeso la risorsa. L’associazione ha mappato luoghi, costruito cammini e permesso l’accesso ad alcuni di essi. “È un gesto politicamente molto preciso -conclude Chillura- perché riporta gli abitanti nel cuore delle loro montagne, a osservare l’acqua che spiega dalle rocce, davanti alla sorgente da cui dipende una parte della loro vita, vista la vocazione dei territori per la pastorizia e l’agricoltura”.

    ▻https://altreconomia.it/la-crisi-idrica-non-tocca-i-privati-la-miniera-di-acqua-vera-in-sicilia
    #eau #Sicile #eau_en_bouteille #aqua_vera #sécheresse #Italie #extractivisme #Santo_Stefano_Quisquinia #Margimuto #Monti_Sicani #Castronovo_di_Sicilia #Monnafarina #puits #Voltano #Capo_Favara #Quisquina #résistance #sous-sol #San_Giorgio_in_Bosco #San_Pellegrino #Nestlé_waters #Nestlé #Platinum #Giorgio_Quagliuolo #Conai #Corepla #S.I.Con #PET #plastique #Riccardo_Quagliuolo #via_delle_rondini

  • Que retenir de la sixième tournée d’Ursula von der Leyen dans les Balkans ?
    ▻https://www.taurillon.org/que-retenir-de-la-sixieme-tournee-d-ursula-von-der-leyen-dans-les-balkans

    Du mercredi 30 septembre au vendredi 2 octobre, la présidente de la Commission européenne #Ursula_von_der_Leyen a effectué sa sixième tournée annuelle dans les Balkans occidentaux, une routine qu’elle a commencée en 2021. Elle s’est rendue en #Albanie, au #Kosovo, au Monténégro et en #Macédoine_du_Nord afin d’évaluer avec leurs dirigeants les progrès réalisés sur leur parcours européen, de mettre en avant des projets financés par l’Union européenne et de faire un bilan du Plan de croissance pour les Balkans occidentaux. #L'UE_et_ses_voisins

    / #Montenegro, Albanie, Macédoine du Nord, Kosovo, #Élargissement, #Processus_d'élargissement, #Union_européenne, Ursula von der Leyen

    ▻https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/fr/statement_26_2031
    ▻https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/fr/statement_26_2049
    ▻https://www.consilium.europa.eu/fr/policies/montenegro
    ▻https://apnews.com/article/kosovo-war-crimes-verdict-protest-0487b6ea7db66ec1ab933f40eb4ec6d7
    ▻https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/statement_26_2042
    ▻https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/fr/statement_26_2053

  • Territori di vita e comunità

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=xTMEfQQkxXs&t=25s

    Cosa sono i “domini collettivi”? Ce lo spiegano #Marta_Villa, antropologa, e #Mauro_Iob, giurista.

    I Domini collettivi: “donne e uomini che in carne ed ossa, poggiando i piedi sulla terra – generatrice di risorse e non risorsa da reddito – si prendono cura del proprio territorio di vita” (cfr. ICCA Consortium 2023) con una forma di governo del territorio che nelle #Terre_Alte sembra mossa da una solidarietà cosciente, messa in atto dall’intera comunità.

    Marta Villa, antropologa culturale e Mauro Iob, giurista, da tempo insieme stanno conducendo una ricerca interdisciplinare di antropologia e giurisprudenza pubbliche e applicate su questi aspetti.

    Le Terre Alte funzionano da laboratorio vivente: le comunità delle aree interne dove sono presenti i #Domini_collettivi, questo altro modo di possedere, attraverso le loro azioni quotidiane aumentano la biodiversità del patrimonio agro-silvo-pastorale.

    Tuttavia proprio per questa loro posizione sono spesso attaccate sia da lobby private sia dal potere pubblico: in Italia dal 2017 c’è una legge di attuazione della Costituzione (art. 2, 9, 42.2 e 43) che riconosce e tutela i Domini collettivi.

    Questa legge può essere invocata per la salvaguardia del territorio anche da singoli cittadini e per questo è studiata anche da altri Paesi europei per cercare di emularla.

    Accanto ad una riflessione introduttiva e teorica verranno presentati numerosi casi che permettono di comprendere meglio quello che succede nei Domini collettivi: le collettività stanno mettendo in atto alternative per contrastare gli effetti della crisi climatica, che è crisi globale, crisi del pensiero e delle relazioni.

    ▻https://festivalgeografie.it/territori-di-vita-e-comunita
    #territoire_de_vie #commons #communs #montagne #solidarité #communauté #biodiversité

  • Aujourd’hui vendredi, 5 lycées de Montpellier sont fermés (Jules-Guesde, Jean-Mermoz, Jules-Ferry, Léonard-de-Vinci, Pierre-Mendès-France).

    Mobilisation devant Joffre (feu de poubelle ce matin sur la passerelle depuis l’Esplanade), et mobilisation devant Clémenceau.

    La préfète a publié un ultimatum hier soir.

    Le lycée de Saint-Clément-de-Rivière (mitoyen de Montpellier) reste fermé, lui, parce qu’il n’a pas bien résisté à la pluie…
    ▻https://www.liberation.fr/politique/dans-lherault-un-lycee-sous-leau-des-fuites-il-y-en-a-toujours-eu-mais-ja

  • Des nouvelles de mes petits ce matin à #Montpellier :
    ▻https://actu.fr/occitanie/montpellier_34172/le-campus-de-l-universite-paul-valery-et-les-lycees-jean-mermoz-et-jules-guesde

    Les lycéens se font également entendre : ce jeudi matin, les accès aux lycées Jean Mermoz et Jules Guesde sont bloqués. Sur l’avenue de Lodève, des groupes de lycéens occupent les voies de tramway, dont le trafic est très perturbé, et devant Jean Mermoz, des feux de poubelles ont été allumés, avec à l’intérieur du gaz qui provoquent des déflagrations.

  • Un essor préoccupant : les centres de données IA dans l’#espace_alpin

    Les pays alpins ne sont pas épargnés par la vague de l’IA : en avril 2026, la construction d’un centre de données Google a débuté à #Kronstorf / #Autriche ; près de #Grenoble / #France, l’entreprise française #Dataone travaille sur un projet d’une ampleur similaire. La consommation d’#électricité, d’#eau et d’#espace est également colossale.

    Les nouveaux centres de données poussent actuellement comme des champignons. Rien qu’en Suisse, on en compte environ 120, l’agglomération de Zurich étant le principal pôle d’activité. Les critiques portent surtout sur l’ampleur de nombreux projets. Ces derniers favorisent l’imperméabilisation des sols et nécessitent d’énormes quantités d’eau pour refroidir les #serveurs. De plus, la forte augmentation des besoins énergétiques liés à leur fonctionnement soulève des questions. Dès 2024, les centres de données représentaient environ 3 % de la consommation totale d’énergie en Europe, une part qui, selon les expert·e·s, va considérablement augmenter. Le lobbying de #Microsoft et d’autres groupes informatiques a permis d’introduire une #clause_de_confidentialité dans la législation européenne, qui empêche l’accès du public à des informations essentielles sur l’#impact_environnemental de tels projets.

    De l’électricité bon marché, sans EIE (Étude d’Impact sur l’Environnement)

    Un centre de données ouvert en 2026 près de #Trente (#Italie) dans une mine en activité montre qu’il existe une autre solution. Il s’inspire du « #Swiss_Fort_Knox », installé dans d’anciens bunkers militaires à #Kleinmelchtal / CH. Sous terre, l’encombrement et la consommation d’eau pour le refroidissement peuvent être réduits au minimum, mais l’énorme consommation d’énergie reste inchangée. En Suisse, par exemple, les centres de données bénéficient d’une réduction sur le prix de l’électricité, accordée aux gros consommateurs. Un centre de données #Google, qui doit entrer en service en 2027 à Kronstorf/A, n’a pas dû faire l’objet d’une #étude_d’impact sur l’environnement (EIE) malgré ses dimensions gigantesques. « Les responsables politiques devraient enfin réagir et combler ces #lacunes_juridiques », estime Paul Kuncio, juriste spécialisé en droit de l’environnement chez CIPRA International. Dans le contexte de l’essor général de l’IA, les associations environnementales s’accordent à dire que le #cadre_juridique régissant la construction des centres de données doit être renforcé afin de limiter leur impact sur l’environnement.

    Sources et informations complémentaires :

    www.derstandard.at/story/3000000338882/google-in-kronstorf-was-ueber-den-ressourcenverbrauch-bekannt-ist-und-was-nicht (de), ▻https://suedtirol.orf.at/stories/3359811 (de), ▻https://mag.unitn.it/innovazione/121852/i-dati-sotto-la-montagna (it), www.investigate-europe.eu/posts/big-tech-data-centres-secrecy-eu-law-environment-footprint (en), www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/ (de), www.wwf.at/google-rechenzentrum-ohne-uvp-wwf-fordert-rasche-gesetzesreform/ (de), ►https://science.orf.at/stories/3236394 (de), www.zeit.de/2026/20/rechenzentren-ki-stromverbrauch-wasser-abwaerme (de), www.hebdo-ardeche.fr/un-datacenter-va-se-construire-a-valence/ (fr), ▻https://france3-regions.franceinfo.fr/auvergne-rhone-alpes/isere/grenoble/datacenter-geant-pres-de-grenoble-on-ne-s-occupe-que-de-f (fr), www.rts.ch/info/economie/2026/article/entre-crainte-ecologique-et-opportunite-economique-l-expansion-des-datacenters-en-suisse-interroge-29235422.html (fr), ▻https://data-center-map.com (en), www.eulisa.europa.eu/our-publications/energy-efficient-data-centres-high-level-overview (en), www.zeit.de/gesellschaft/2026-07/rechenzentren-schweiz-stromverbrauch-widerstand-alpenpodcast (de), www.tagesanzeiger.ch/rechenzentren-schweiz-mehr-transparenz-gefordert-721815335486 (de) ▻https://algorithmwatch.ch/de/recherche-rechenzentren-schweiz (de)

    ▻https://www.cipra.org/fr/nouveautes/un-essor-preoccupant-les-centres-de-donnees-ia-dans-lespace-alpin
    #Alpes #montagne #énergie #centres_de_données #data_centers #IA #AI #intelligence_artificielle

  • Nuovo report Open Olympics 2026: Giochi invernali, un’opera su due incompleta o ancora da iniziare
    ▻https://lavialibera.it/it-schede-2852-olimpiadi_milano_cortina_2026_report_open_olympics_un_ope

    A sei mesi dalla chiusura delle olimpiadi e paralimpiadi di Milano-Cortina 2026, l’unico bilancio positivo sembra quello del medagliere della squadra italiana. Tra cantieri fermi e costi lievitati, il risultato dell’organizzazione del grande evento è meno brillante: delle 98 opere mappate dal sito Open Milano Cortina, solo la metà è conclusa e una su tre non è nemmeno iniziata. Ancora molti i nodi da sciogliere: dal ruolo del commissario straordinario alle paralimpiadi all’ammontare effettivo del costo dell’evento, con un focus sulla Fondazione Milano-Cortina. Il quarto report della rete civica Open Olympics 2026 fotografa la situazione attuale e avanza cinque richieste, per ottenere Giochi trasparenti e rendicontabili. Tutti gli articoli de lavialibera sulle olimpiadi e la loro (…)

    #PUBBLICO_INTERESSE

  • Les survivants du Che
    (un très beau #film)

    Che Guevara partisan de la #révolution internationale, tente de créer un soulèvement populaire dans les #montagnes de #Bolivie à même de renverser le régime dictatorial en place. Les guérilleros « ne reçoivent le soutien ni des paysans [de la région] ni du parti communiste [bolivien]. Traqué par l’#armée_bolivienne, qui a reçu un soutien logistique de la #CIA, le groupe se retrouve finalement encerclé, Che Guevara est capturé par l’armée bolivienne ». Il est exécuté le 9 octobre 1967 à #La_Higuera. Six guérilleros qui lui étaient fidèles entreprennent une #fuite de 2 400 km en cinq mois à travers la #jungle pour rejoindre le #Chili voisin, alors qu’ils sont pourchassés par environ 4 000 soldats de l’armée bolivienne.

    ▻https://fr.wikipedia.org/wiki/Les_Survivants_du_Che
    #film_documentaire #documentaire #Che_Guevara #cavale #montagne #Cuba

  • 26 septembre, marchons partout en France pour le climat, le vivant, la paix et la justice sociale - En Drôme 5 rdv, 3 en Ardèche
    ▻https://ricochets.cc/26-septembre-marchons-partout-en-France-pour-le-climat-le-vivant-la-paix-e

    En #Drôme : Valence : 14h - Fontaine Monumentale #Montélimar : 11h - Théâtre #Die : 14h30 - Rond Point Chanqueyras #Nyons : 9h30 - Sous- préfecture Saint-Donat : 11h Parc Bert En Ardèche : Privas : 10h - Préfecture Aubenas : 18h - Place de l’Agora (assemblée pour la suite à 19h) Annonay : 10h30 - Place des Cordeliers Des infos sur le site d’organisation : ▻https://26septembre.org Lettre ouverte au président de la République. Nous exigeons un plan d’urgence, d’adaptation et d’atténuation (…) #Les_Articles

    / Die, #Ecologie, #Catastrophes_et_atrocités_climatiques,_écocide_et_destructions_écologiques, Montélimar, Drôme, #Saint_Donat_sur_Herbasse, Nyons, #Luttes_sociales

  • Montricoux à travers les Arts


    –

    Ce parcours vous propose de découvrir le village de #Montricoux et son #patrimoine artistique et architectural. Au fil d’un récit incarné par des habitants, des artistes et des acteurs culturels, laissez-vous guider dans les rues de ce village médiéval. Chargez la cartographie au format numérique en flashant le QR code à la station A (La bascule) et déplacez-vous dans le village à la rencontre des #capsules_sonores accessibles d’un clic.

    PARCOURS À LA MÉMOIRE D’ANDRÉ LACOMBE
    La commune de Montricoux souhaite dédier ce parcours à #André_Lacombe disparu en 2023. Il avait à cœur de transmettre sa passion pour son village et son histoire.

    ▻https://montricouxatraverslesarts.fr
    #carte_sonore #cartographie_interactive #cartographie_sonore #mémoire #art #cartographie_sensible #cartographie_narrative #soundwalk #David_Lagarde
    ping @reka @fil

  • #Ubuntu_26.10 snapshot 4 released ahead of next week’s beta
    ▻https://www.omgubuntu.co.uk/2026/09/ubuntu-2610-snapshot-4

    In the mood for testing? The fourth #Monthly_Snapshot of Ubuntu 26.10 is now available for download. It’s unusual for Ubuntu to produce a snapshot the same month a beta release is due, and this is also the second snapshot published this month: Ubuntu 26.10 Snapshot 3 arrived in early September. Strange times with the Stonking Stingray! “These should be very close to what the Beta candidates will look like next week, so don’t shy away from testing them”, said Canonical’s Utkarsh Gupta in the mailing list announcement. Since Snapshot 3, more package updates have been updated: the GNOME 51 […] You’re reading Ubuntu 26.10 snapshot 4 released ahead of next week’s beta, a blog post from OMG! Ubuntu. Do not reproduce elsewhere without permission.

    #News

  • Le piante delle vette alpine stanno scomparendo

    Uno studio condotto su 62 montagne europee mostra un cambiamento nella flora d’alta quota legato al riscaldamento globale: mentre alcune specie guadagnano quota, altre periscono.

    Da anni gli scienziati osservano un fenomeno ormai ben documentato: con l’aumento delle temperature, molte specie vegetali stanno spostando il proprio areale verso quote più elevate. Condizioni che un tempo erano proibitive - per il freddo, il rischio di gelo e una stagione vegetativa molto breve - stanno diventando progressivamente più favorevoli.

    Oggi sulle vette europee crescono quindi in realtà più specie vegetali rispetto al passato. Quella che a prima vista potrebbe sembrare una buona notizia, nasconde però un fenomeno di segno opposto: questa risalita sta infatti provocando la scomparsa delle piante specializzate nella vita in alta montagna, e il ritmo di queste perdite sta accelerando.

    A mostrarlo è un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science (►https://www.science.org/doi/10.1126/science.aed2974). Un gruppo internazionale di ricercatori ha analizzato la vegetazione di 62 vette europee, monitorate quattro volte tra il 2001 e il 2022 nell’ambito della rete GLORIA, il programma internazionale dedicato allo studio degli effetti dei cambiamenti climatici sulla flora di montagna. Quattro delle cime analizzate si trovano in Vallese.

    Le specie alpine minacciate

    “Con il riscaldamento globale tutto si sposta: gli alberi salgono più in alto, i cespugli crescono più in alto”, ha spiegato ai colleghi di CQFD (RTS) Pascal Vittoz, ricercatore alla Facoltà di geoscienze e ambiente dell’Università di Losanna e coautore dello studio. Per le piccole specie alpine questo significa anche confrontarsi con concorrenti di dimensioni maggiori che in passato non riuscivano a raggiungere quelle altitudini.

    In Svizzera, a essere minacciate sono in particolare le specie appena al di sopra del limite del bosco, situato attorno ai 2’000-2’300 metri. Tra gli esempi, Vittoz cita lo sparviere alpino (Hieracium alpinum), una piccola specie d’alta quota. “Lo sparviere sviluppa le foglie quasi a livello del terreno: se accanto cresce una specie più alta, le farà ombra e quella non riuscirà più a svilupparsi correttamente”, spiega.

    Inoltre, un clima più caldo significa anche meno neve e uno scioglimento più precoce del manto nevoso. Si allunga così la stagione durante la quale le piante possono crescere, compresa tra la scomparsa della neve e il ritorno del freddo autunnale. Per molte specie di media montagna si apre quindi la possibilità di colonizzare territori che fino a pochi decenni fa erano troppo ostili.
    Una lenta scomparsa

    Perché questo fenomeno diventa evidente soltanto oggi? Una possibile spiegazione secondo i ricercatori risiede nelle caratteristiche stesse delle piante alpine. Molte sono estremamente resistenti e longeve. Possono continuare a sopravvivere per anni, o persino decenni, anche quando il clima nel quale vivono non è più quello ideale.

    Prima della scomparsa definitiva può quindi esserci una lunga fase di declino. Ed è proprio ciò che osserva lo studio: le estinzioni locali sono spesso precedute da una diminuzione dell’abbondanza della specie.

    Al contempo, decretare con certezza la scomparsa di una specie, non è un’impresa semplice: “Non si può mai essere sicuri, bisogna cercare davvero ovunque e le vette non sono ambienti facili”, precisa l’esperto. Per individuare una tendenza servono quindi osservazioni ripetute nel tempo.

    Meno acqua ad alta quota

    A mettere sotto pressione la flora alpina non è soltanto l’aumento delle temperature. Anche la siccità sta raggiungendo quote un tempo considerate al riparo dallo stress idrico. “In teoria, più si sale, più piove”, spiega Pascal Vittoz. Le piante alpine sono infatti adattate a condizioni generalmente fresche e umide. Negli ultimi anni, però, durante le campagne sul terreno i ricercatori hanno osservato qualcosa di diverso: “Si vedeva che le piante avevano sete”.

    A confermare tutto ciò è il bilancio idrico, cioè la differenza tra le precipitazioni e l’acqua che evapora. “Prima del 2000 il bilancio era sempre positivo”, sottolinea Vittoz. Da allora sono invece aumentate le estati in cui anche a 2’600 metri l’evaporazione supera le precipitazioni. Una situazione particolarmente critica per la vegetazione d’alta quota: “Le piante alpine non sono in grado di resistere a queste condizioni”.

    ▻https://www.rsi.ch/info/ambiente/Le-piante-delle-vette-alpine-stanno-scomparendo--4065950.html
    #botanique #changement_climatique #plantes #montagne #altitude #flore #températures #sécheresse #eau

  • ‘#Return_Hubs’ for Migrants Anticipated in Balkans for ‘Era of Deportations’

    As the EU awaits final approval for plans to set up ‘return hubs’ in third countries for migrants awaiting deportation, it’s predicted that Balkan countries could end up hosting such holding centres despite concerns about human rights violations.

    “The era of deportations has begun,” Charlie Weimers, a far-right Swedish MEP, told Euronews at the start of the summer.

    His declaration came a day after the European Parliament and European Council agreed on the new ‘return regulations’ that pave the legal ground for migrants “who have no right to stay in the member states” to be sent to third countries.

    “Return hubs,” said the press release, “could serve either as the final destination or as transfer centres facilitating onward return to the country of origin or another third country.”

    The news put human rights activists in the Western Balkans on alert. Activists focused on migrants’ welfare warn that countries in the region could be the ones hosting such hubs, despite documented violations of migrants’ rights in several Balkan states.

    The infrastructure is already there. With generous help from the EU, Balkan countries have built a network of detention and reception centres to hold migrants over the last decade. Some, including Bosnia and Serbia, already have agreements with EU members to accommodate their migrants.

    “There are quite a lot of camps that are fully equipped with beds and everything needed. So, they [the currently inactive detention centres] can very easily be put in use again within 24 or 48 hours, very quickly,” said Milica Svabic, a lawyer at the Belgrade-based KlikAktiv, an NGO providing legal support to migrants and asylum seekers.

    The new EU return regulations are yet to come into force. After European Council and European Parliament negotiators reached a deal on the regulations on June 1, MEPs officially adopted them on June 16. But the new rules still must be signed off by the Council of the European Union before they come into force.

    The UN High Commissioner for Human Rights and a number of human rights organisations have strongly condemned the regulations, warning that outsourcing detention to ‘third countries’ outside the European bloc bypasses fundamental human rights protections.

    However, some EU member states, such as the Netherlands, Greece, Austria, Germany and Denmark, have already started exploring arrangements with third countries. As yet, there is no official confirmation on which countries these may be.

    Western European governments are under domestic political pressure, exacerbated by the surge in popularity of far-right parties, to exert much stronger control over migration and deport migrants if they have no legal basis to remain.

    The European Commission told BIRN that “a few member states launched an initiative looking into return hubs earlier this year”.

    “The Commission has been invited as an observer, and we are following discussions closely … The Commission is not negotiating any such agreement or arrangement,” it said in a written response.

    Nicholas Ioannides, deputy minister for migration in Cyprus, which currently holds the presidency of the Council of the European Union, said in June that the plan is to set up these hubs “maybe in Africa or Asia”, but “not close to European borders”.

    Some Western Balkan leaders have previously rejected the idea of hosting return hubs, most notably when Britain explored the same option with unnamed countries in the region, as the BBC reported last year.

    While Kosovo’s Prime Minister Albin Kurti expressed openness towards the idea, Albania has heavily criticised the concept of return hubs, even though it has set up migrant holding camps for use by Italy. Montenegro’s Prime Minister Milojko Spajic said in October 2025 that his country will not be hosting rejected asylum seekers from Britain.

    Nikola Kovacevic, a Serbian lawyer who has represented refugees for more than a decade, told BIRN that if return hubs are located in the Western Balkans, the EU will “send people who have a terrible situation, but don’t meet requirements for asylum”, while “simultaneously testing” whether the state to which they are to be returned is a safe enough.

    Kovacevic argued, however, that “Serbia, as a country which cannot effectively protect the human rights of refugees and asylum seekers, is not a safe third country”.
    Balkan migration centres

    The warnings that the Western Balkan countries may host EU return hubs started even before the agreements on new regulations were done.

    Collective Aid, an NGO working with migrants and asylum seekers in Serbia, Bosnia and Greece, issued a position paper on the EU return plans in February this year, expressing its concerns.

    “As the European Union intensifies its focus on return policies and considers the establishment of so-called ‘return hubs’ in candidate countries such as Bosnia and Herzegovina and Serbia, serious concerns arise about the implications for people on the move,” the organisation wrote.

    Western Balkan countries have migration detention centres with vast capacities already set in place over the last decade – many located in Serbia and Bosnia. They were mainly funded by the EU, in response to thousands of migrants who have been taking the so-called Balkan Route towards the EU since 2014.

    BIRN identified 40 migration centres currently operating across the Western Balkans, which include around 15 facilities that have been newly built or substantially upgraded with EU funding since 2015.

    Serbia and Bosnia and Herzegovina facilities have the capacity for over 8,000 migrants and asylum seekers. Serbia operates reception and asylum centres with space for up to around 6,000 people, while Bosnia and Herzegovina’s network of reception, asylum and immigration facilities can host around 2,600 people.

    Since the early 2000s, some Balkan countries have had ‘readmission’ agreements with EU countries. These bilateral agreements are already functioning as tools for deporting third country nationals from the EU to its borders in the so-called Western Balkans Six countries: Albania, Bosnia and Herzegovina, Kosovo, Montenegro, North Macedonia and Serbia.

    “We have reason to be worried about Western Balkan countries potentially becoming [return hubs] – especially the countries neighbouring to the east. We might definitely become some sort of a hub,” Emir Prcanovic, executive director of the Sarajevo-based legal aid NGO Vasa Prava, told BIRN.

    From the 2015 migration crisis onwards, the EU has allocated and distributed hundreds of millions of euros to Western Balkan countries in pre-accession and Instrument for Pre-Accession Assistance (IPA) funding directed towards migration management, border surveillance, reception infrastructure and return capacity across the Western Balkans.

    Hoping to join the EU in future, Western Balkan countries have also been adapting their policies related to migration to those of the European bloc.

    Birgit Sippel, a member of Germany’s Social Democratic Party who has been serving as an MEP since 2009, told BIRN that “migration and border control have increasingly become conditions attached to the EU enlargement process.

    “The two are now going hand in hand, even though they are fundamentally contradictory,” she said.

    She said that the return hubs, which she and her party object to, “cannot be within candidate countries because they will become a member state”.

    She explained that if the six Western Balkan countries become EU members “there would no longer be a return hub in a third country, but it would be a return hub within the European Union”.
    Albanian and Serbian camps

    However, similar agreements between some Western Balkan countries and EU member states already exist.

    Albanian Prime Minister Edi Rama and his Italian counterpart Giorgia Meloni signed a deal in 2023 that allowed Italy to build detention centres in Albania for migrants rescued by Italy in international waters.

    The plan was for the migrants and asylum seekers to be taken to Albania while their claims were being processed under Italian jurisdiction. But the plan faced a series of setbacks, as both Italian and European courts repeatedly ordered the authorities to send the migrants to the Italian mainland.

    As BIRN reported, Italy’s asylum centres in Albania turned out to cost more than originally planned and much more than similar facilities in Italy itself, while simultaneously remaining largely empty after cases became bogged down in the courts.

    Serbia also reached an arguably similar trilateral agreement with Hungary and Austria when the three countries signed a memorandum of understanding in November 2022.

    The idea was that Hungary and Austria would send rejected asylum seekers to Serbia, which would in turn deport them either to their countries of origin or third countries, with all three sharing the costs.

    As part of the deal, EU countries pledged to help Serbia reinforce its borders, particularly in the south, strengthening control of a line between Serbia and North Macedonia, sending Austrian police officers to Serbia.

    According to Eurostat, between 2016 and 2025, Austria expelled around 1,086 people to a third country other than their own. The rejected migrants came from Afghanistan, Bangladesh, China, Colombia, Egypt, Iraq, Jordan, Lebanon, Morocco, Pakistan, Palestine, Sri Lanka, Sudan, Syria, Turkey andVenezuela. More than half of the orders were issued from 2022 to 2025.

    BIRN asked the Austrian Ministry of Foreign Affairs which ‘third countries’ these people were shipped to, but the ministry did not provide the requested information.
    Human rights violations

    Under the auspices of the Austria-Hungary-Serbia agreement, migrants are reportedly sent back very quickly, with the process taking place in less than 48 hours, the NGO KlikAktiv told BIRN. This raises concerns among human rights organisations about whether migrants have enough time to get meaningful access to asylum procedures, legal assistance, interpretation services and the possibility of challenging deportation orders before being removed.

    “For the readmission, the Hungarian government has to send an official email to the Serbian police,” said Milica Svabic, a lawyer at KlikAktiv. But Svabic said although Hungary had only officially deported two Turkish citizens based on readmission in the last three months of last year, informally thousands of people have been pushed back.

    International and human rights organisations have for years warned about human rights violations faced by asylum seekers and migrants in Western Balkan countries, ranging from violent pushbacks by the police and vulnerability to violent crime gangs, poor conditions in detention centres and undue legal process.

    In a high-profile case that was taken to the European Court of Human Rights, Waleed (not his real name) managed to enter Hungary via the Serbian border after fleeing Syria. However, much to his surprise, differently from others who had been allowed entrance before, he and two others with him were told to go back, as their asylum requests were rejected.

    “I had to stay in Serbia, where I fortunately met a lawyer who helped me send the case to the European Court of Human Rights,” he told BIRN by phone.

    In November 2022, the European Court of Human Rights ruled that Hungary had violated Article 3 of the European Convention on Human Rights by forcing them to go back to Serbia illegally, and by deeming Serbia a safe country of return despite findings at the time by the UN refugee agency UNHCR that “asylum-seekers returned to Serbia ran a real risk of not being protected against refoulement to North Macedonia and then to Greece”.

    Existing detention centres in Albania, Bosnia and Serbia often violate human rights and resemble prisons with those inside having very little contact with the outside world, according to international and domestic human rights organisations, including Human Rights Watch, the International Rescue Committee and the Global Detention Project.

    Anna Gruber, head of advocacy at NGO Collective Aid, cited the example of the Lukavica detention centre in Bosnia, which holds hundreds of migrants, but activists cannot get access. Citing a report based on detainees’ testimonies, Gruber told BIRN that “it is a prison”.

    Prcanovic, the head of the Sarajevo-based legal aid NGO Vasa Prava, made a similar claim about Lukavica.

    “The detention centre is a prison-like facility, where the communication with the external world is basically limited. You are entitled to make a phone call, if you have information of who to contact,” said Prcanovic.

    “These are rights arising out of the provisions of the legislation per se. But if you are not aware of those, and if you are not given concrete, for example a leaflet or poster or the options, to make yourself aware and introduce certain aspects of the procedural rights, then all of that remains only an illusion,” he added.

    Prcanovic explained that out of around 1,000 people who have been detained at Lukavica, “in the course of one year, usually around 30 people annually are able to provide some evidence or ask for legal aid to challenge their detention.”

    He added that with the legalisation of deportation to third countries, and creation of return hubs, the region “will definitely have a number of people that are, so to say, stranded, that will also potentially trigger an increase of individuals asking for the asylum in respective countries, regardless whether they were returned to Bosnia or Serbia” or any other Western Balkan country.

    This, he said, would “stretch” national asylum systems in the region, because they are “not equipped with the human capacity to cope with a massive asylum-seeking influx, especially knowing that every single individual decision needs to be decided individually.

    “Not a single government in the Western Balkan region has the capacities for such a system. I mean, Kosovo cannot accept 1,500 asylum seekers. In Bosnia we have the reception centres, we have the beds, but if the number grows, the system would be put to a serious stretch,” he warned.

    BIRN sent questions about return hubs to all the governments in the Western Balkans, as well as to the German, Netherlands, Spanish and French governments, but none responded by the time of publication.

    ▻https://balkaninsight.com/2026/08/21/return-hubs-for-migrants-anticipated-in-balkans-for-era-of-deportations/bi
    #Balkans #route_des_balkans #migrations #réfugiés #renvois #expulsions #era_of_deportations #ère_des_déportations #directive_retour #Charlie_Weimers #infrastructure #Bosnie #Serbie #Bosnie-Herzégovine #réadmission #accords_de_réadmission #Albanie #Kosovo #Monténégro #Macédoine_du_Nord

  • A #Montgenèvre, enfants et ados donnent leurs noms aux #mélèzes menacés par les JO 2030 pour dire que « les arbres, c’est politique »

    Les opposants aux Jeux Olympiques d’Hiver de 2030 ont inauguré, dimanche 6 septembre à Montgenèvre, une « #Réserve_naturelle_nationale_d'enfance_protégée ». Plus de 800 enfants et ados ont apporté leur parrainage aux mélèzes du #bois_du_Prarial, qui risque d’être coupé pour construire une piste de ski.

    Qui aurait pu prédire qu’il serait plus séduisant de parrainer un mélèze en sursis plutôt qu’un candidat à la présidentielle ? Pas #Stéphane_Faure-Brac, manifestement. Le cofondateur du #CAOJOP (#Comité_d'Alerte_sur_l'Organisation_des_Jeux_Olympiques_et_Paralympiques) ne s’attendait pas à un tel succès. Il revendique un socle confortable de 800 #parrainages d’#enfants et d’ados. Tous ces jeunes bourgeons ont donné leurs noms aux mélèzes du bois du #Prarial, à l’ubac de Montgenèvre. La zone risque d’être déboisée sur un peu plus de cinq hectares pour la construction d’une piste de ski dans le cadre des Jeux Olympiques et Paralympiques d’Hiver de 2030.

    A l’orée du bois, un grand panneau en bois massif trône : « Réserve naturelle nationale d’enfance protégée du bois du Prarial ». Stéphane Faure-Brac n’en revient pas. « En général, on fait avec ce qu’on a. Et ce qu’on a aujourd’hui, c’est génial », sourit-il devant la longue file bigarrée qui monte lentement dans la pente, entre le front de neige de Montgenèvre et le bois du Prarial, en prenant soin de contourner le golf pour ne pas abîmer le green. Près de 400 personnes sont venues parrainer, marrainer des mélèzes ou simplement soutenir la #lutte, dimanche 6 septembre.

    Il fait encore chaud à plus de 1800 mètres, et le mélézin clair et lumineux du Prarial résonne de multiples coups de marteau. Le long des pistes de ski de Montgenèvre, à quelques mètres du golf verdoyant, enfants et parents installent main dans la main de petites pancartes en bois dans l’épaisse écorce des mélèzes. Sur chacune d’entre elles, des #prénoms - enfantins, souvent - et parfois des âges. De cinq à vingt-six ans et même plus.

    Enfants et parents préoccupés...

    « C’est important d’être là pour préserver la #biodiversité », affirme Titouan, devant la pancarte qu’il vient de clouer avec sa maman dans le tronc d’un jeune mélèze. « Il y a déjà des boardercross dans la vallée, il y en a un à Puy-Saint-Vincent, un à Serre-Che, un côté italien... et en plus, il y a déjà beaucoup trop d’hectares qui ont brûlé cette année en France », explique-t-il. Le garçon de onze ans est à l’école à Briançon et sait très bien pourquoi il est là. « J’aime la forêt », dit-il, « car c’est avec les branches des arbres qui sont tombées qu’on fait nos cabanes, c’est des moments que j’aime bien partager avec mes copains. »

    C’est pour protéger ce versant de mélézin que le CAOJOP s’est saisi d’une proposition formulée à la volée par « un ado de Briançon », celle d’inciter les jeunes à parrainer et marrainer les mélèzes menacés par le #déboisement. La proposition a, semble-t-il, séduit. On leur a signalé un parrainage de Nouvelle-Calédonie. Jouer sur la corde sensible de l’enfance, oui ; mais instrumentaliser, c’est non, prévient Stéphane Faure-Brac. « Les adversaires jouent sur la fibre sentimentale. C’est un ado qui nous a soufflé l’idée. Mais quand on voit les affiches de promotion des porteurs du projet, on voit plein de gamins qui rêvent, montrent du doigt les symboles olympiques au loin. On nous parle du rêve des gamins. Ce n’est pas nous qui instrumentalisons les gamins. Ce sont les porteurs de projet qui mettent en avant le fait que les JO sont faits pour faire rêver les enfants », analyse Stéphane Faure-Brac. Pas tous les enfants, manifestement. « Les enfants ont besoin d’autre chose, et surtout d’un avenir assuré et meilleur et d’une nature qui les protègera. »

    Les mélèzes de Montgenèvre offrent une fraîcheur bienvenue alors que tout le monde s’éparpille dans le sous-bois pour trouver un tronc à son goût. Sur un jeune mélèze tout frêle, qui a probablement le même âge que lui, Viggo termine de planter sa pancarte. « J’ai pas envie que l’on coupe des arbres, ça ne sert à rien car il y a déjà d’autres pistes pour faire la course », martèle le garçon de neuf ans, préoccupé. « La forêt, ça protège les animaux, il y a beaucoup d’insectes. Si on coupe la nature, c’est pas très bien pour eux. Après, les animaux ne vont plus trouver leur habitat », déballe-t-il avec aisance et fluidité. En lisière du boisement, en contrebas, les participants s’installent pour casser la croûte.

    Non loin de quelques gendarmes, deux jeunes filles déballent leur pique-nique. « Pour un plaisir qui va être les JO, qui ne vont durer que sur quelques épreuves, on ne peut pas décider d’enlever des arbres qui sont là depuis hyper longtemps », s’indigne Mathilde, une lycéenne briançonnaise de 17 ans. « C’est irrespectueux ! J’aime beaucoup le ski, mais je pense que ça ne vaut pas le coup pour ce que c’est », juge-t-elle, aux côtés de sa petite soeur. Les deux sont venues marrainer un mélèze. « Ici, il y a tellement d’habitants qui sont contre, mais leur parole n’est pas prise en compte, alors qu’ils sont là à l’année, et que c’est eux que ça va toucher. Tout le monde s’en fout ! Je pense que ça devrait alerter », estime Mathilde.

    ...et les élus attendus au tournant

    « C’est un geste peu commun, qui peut rendre plus visible cette lutte », note Mathis, venu donner son nom à un Larix decidua - le mélèze, pour les intimes. Le jeune homme de 21 ans, naturaliste, vidéaste et photographe animalier, aimerait un peu plus de radicalité dans le rassemblement. « Au début, les organisateurs ont dit que ce moment était apolitique. Je ne suis pas vraiment d’accord. Les arbres, c’est politique », rappelle le Briançonnais. « J’aime bien les oiseaux. Sans arbres, il n’y a pas d’oiseaux. Et sans oiseaux, je suis très malheureux », explique-t-il sous le bien nommé télésiège du Prarial, à l’arrêt. Le passionné, qui revient d’une semaine de bivouac en solo à la recherche du loup, estime important « de se rassembler, pour se rassurer, pour voir qu’on est moins seul face à tout ça, et se consoler de toute cette tristesse quand on voit que nos décideurs font tout pour l’argent ».

    Si les arbres sont politiques, alors les décideurs doivent s’emparer du sujet : c’est l’avis de Fanny, une mère de famille et maraîchère d’Eygliers. « Nos élus ont de la merde dans les yeux. Ce n’est pas possible d’être autant dans le #déni », lâche-t-elle, légèrement essouflée par la montée vers le bois sous un soleil de fin de matinée déjà un peu agressif. « Aujourd’hui, avec le réchauffement, on ne peut pas se permettre de faire des JO, et on ne peut plus se permettre de tailler dans la forêt. La forêt, c’est le patrimoine environnemental qu’on laisse à nos enfants. » Elle cite, exaspérée, comme beaucoup d’autres personnes présentes, l’incendie de l’Argentière-la-Bessée et Freissinières, qui a brûlé plus de 500 hectares dans le courant de l’été, et les mégafeux de Gironde.

    « Qu’est-ce qu’elle va devenir, la #pancarte ? », demande Titouan à sa maman, avant de retourner manger. « Elle appartient à l’arbre, maintenant, il va la garder. » Il fera peut-être de belles branches qui tomberont à leur tour et permettront aux jeunes et moins jeunes enfants de construire de nouvelles cabanes. Et pour pouvoir encore skier « à l’aise dans les mélèzes ».

    ▻https://ram05.fr/a-montgenevre-enfants-et-ados-donnent-leurs-noms-aux-melezes-menaces-par-les-j
    #arbres #politique #JO2030 #jeux_olympiques #montagne #forêt #déforestation #résistance #beau #Briançonnais #Hautes-Alpes

  • I magistrati contabili smentiscono le Olimpiadi «a costo zero»: debito di almeno un miliardo e paura per «logiche d’azzardo»
    ▻https://lavialibera.it/it-schede-2811-olimpiadi_milano_cortina_i_costi_nascosti_allarme

    Olimpiadi a costo zero? Una bugia. Anche i magistrati contabili faticano a capire quanti soldi dovranno sborsare gli enti pubblici per ripianare gli eventuali debiti dei Giochi di Milano–Cortina 2026. Le sezione della Corte dei conti di Veneto, Lombardia, Trento e Bolzano hanno ricostruito nei documenti di bilancio pubblicati quest’estate quanto la kermesse sportiva ha pesato sulle casse regionali e provinciali, aggiornando i dati al 2025. L’obiettivo è stato anche quello di proiettare i bilanci nei prossimi anni per capire quanto costeranno complessivamente questi Giochi, vista la grande incertezza sul bilancio di Fondazione Milano–Cortina, l’ente privato (ma con garanzie pubbliche) che ha organizzato la manifestazione sportiva. Milano–Cortina, dopo la festa debiti e lavori (…)

    #PUBBLICO_INTERESSE

  • #Ubuntu_26.10 Snapshot 3 is now available for testing
    ▻https://www.omgubuntu.co.uk/2026/09/ubuntu-26-10-snapshot-3

    The third, and potentially final, #Monthly_Snapshot of Ubuntu 26.10 is available for download. There were no monthly snapshots of the ‘Stonking Stingray’ in August or July – no reason has been given – and the Ubuntu 26.10 beta release is scheduled for release on 24 September. Thus, this could be the final snapshot of the, though Canonical’s Utkarsh Gupta says that a “surprise snapshot to test some changes to our machinery” might appear. Ubuntu’s monthly snapshots are strictly for testing. They aren’t alpha builds and they aren’t production ready. The team say to view them as “throwaway artifacts”. Their […] You’re reading Ubuntu 26.10 Snapshot 3 is now available for testing, a blog post from OMG! Ubuntu. Do not reproduce elsewhere without permission.

    #News

  • #Montpellier en septembre :
    – 6 septembre : Festival de la tomate à Clapiers
    – 5 au 17 septembre : le festival Arabesques. C’est énorme, programmation extrêmement qualitative.
    – 12 et 13 septembre : Festin de rue, le festival des arts de rue à Saint-Jean de Védas. Entièrement gratuit, des tonne de spectacles, c’est le festival à ne pas rater. (Par contre c’est blindé, on fatigue bien plus à cause de la foule que de la marche dans le village…)
    – 26 septembre : les 24 heures démentes des Internationales de la guitare. Alors ça c’est immanquable : une série de concerts gratuits dans différents lieux du centre-ville pendant toute la journée, dans plein de styles différents (et toujours intéressants). Cette année programmation 100% féminine.

  • Fantômes des cimes : Vie, #ruines et #renaissance des villages de #montagne

    Pourquoi ces hameaux ont-ils été désertés ?

    Si certains villages offraient autrefois une autonomie agricole précieuse (avec jardins, vergers et pâturages), la rudesse de l’hiver, le risque permanent d’avalanches et les heures de marche nécessaires pour atteindre une école ou un médecin ont eu raison de nombreuses communautés. L’#exode_rural, l’attrait de l’industrialisation des vallées (comme les usines de la #Maurienne ou du #Val_d’Aoste), mais aussi des politiques autoritaires de #reboisement ou de création de #barrages_hydroélectriques ont fini de vider ces territoires.

    Quand la #nature férale reprend ses droits

    Que se passe-t-il lorsque le dernier habitant ferme sa porte ? L’épisode décrit un phénomène fascinant : l’#enfrichement et la #recolonisation_végétale. Les toits s’effondrent sous le poids de la neige, les #ronces envahissent les églises, et des arbres poussent directement à l’intérieur des anciennes habitations. Surtout, ces #ruines se transforment en refuges paisibles pour la #faune_sauvage. Chevreuils, cerfs et chamois n’hésitent plus à s’installer et même à dormir au cœur de ces anciens villages.

    Une #résurrection est-elle possible ?

    L’abandon n’est pourtant pas toujours une #fatalité. Si le #désenclavement par la création d’une piste carrossable est rendu possible, certains hameaux reprennent vie. Attirés par le #silence, la #nature et l’#isolement, de nouveaux propriétaires restaurent ces ruines pour en faire des #résidences_secondaires ou des projets écotouristiques, malgré les défis imposés par les règles d’urbanisme complexes comme la #loi_Montagne.

    ▻https://open.spotify.com/episode/3lInEc3AW5tdoNvIj8P23w?si=ZGe3jo5IRNWe9S54IxAeKQ

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=8KAAaJgr3c0

    ▻https://www.mauriennisezvous.fr/actualit%C3%A9s/podcast-hors-serie-le-destin-des-villages-de-montagne-abandonnes
    #abandon #podcast #audio #Yannis_Nacef #conférence

  • Je cherchais des références pour une #chanson, dont j’ai écouté une version contemporaine et « hybride » par un chanteur-artiste dans un concert à #Riace, en #Calabre, organisé par l’association #Radicare...

    Le concert de #Fabrizio_Piepoli s’intitule #Trabtella (une #fusion entre #tarantelle et #trap) :

    Tarabtella è un sound che fonde i beat elettronici contemporanei, il groove della tarantella pugliese, e una vocalità evocativa e melismatica, che vuole indurre al tarab, lo stato di commozione estatica associato tradizionalmente al canto arabo.

    E’ il sound di una nuova scrittura d’autore, un inno all’incontro tra Oriente e Occidente, fra tradizione e contemporaneità, ribadito da una scrittura dei testi che si muove tra il suono “percussivo” del dialetto barese, l’italiano e il potere evocativo della lingua araba.

    Tarabtella è un concerto che affianca a brani originali alcuni brani di tradizione – tra Sud Italia e Medioriente – rivisitati in chiave contemporanea, elettronica, ambient, urbana.
    Tarabtella esplora il senso delle radici, dell’appartenenza, della libertà, seguendo una visione umana e sonora di fusione tra culture, inclusività, convivenza orizzontale.


    ▻https://www.fabriziopiepolimusic.com/?page_id=275

    Je cherchais notamment des informations sur une #chanson qu’il a chantée à la fin et qu’il avait présentée ainsi :

    « #chants d’#amour chantés par des femmes à des hommes sous les #prisons, c’était en réalité un #code_secret, sous le couvert de chansons d’amour il y avait des messages politiques. Ces chansons sont nées sous le mandat anglais et puis la tradition a continué pour résister contre les Israéliens »

    Je cherchais aussi la référence aux #montagnes, car j’avais noté un lien avec la #montagne :
    « À vous qui allumaient le feu, à vous qui arrivez des montagnes j’espère que vous soyez en sécurité là-dedans » (là-dedans = en prison).

    En commentaire, ce que j’ai trouvé, mais si quelqu’un·e a plus d’informations, elles sont bienvenues (surtout en lien avec la question des montagnes, car j’avais pensé peut-être écrire un petit texte pour une rubrique du Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine : ▻https://journals.openedition.org/rga.

    #tarantella

    • Women - Led Resistance Movements in #Palestine

      The melody is like a gentle breeze or lullaby that instantly evokes goosebumps. The lyrics are phonemically Arabic, yet strangely indiscernible. The song is a #tarweedeh, an encoded art form developed by Palestinian women while under British colonialism (1923-1948) to deliver encrypted messages of resistance.

      During the Great Palestinian Revolt of 1936-1939, the British imprisoned an overwhelming number of Palestinian men just for speaking up against their rule. The incarcerations severed communication between revolutionaries and their village-dwelling families, leaving behind many women whose brothers, fathers, husbands, and sons were wrongfully imprisoned. In response, Palestinian women developed and deployed tarweed to secretly transmit instructions for their loved ones’ liberation.

      The encryption in tarweed involves inverting the last letters of words, repeatedly inserting the letter L (“lam” in Arabic), or using poetry, symbol, and analogy with embedded meanings. This process transformed the original message into a gibberish that neither the occupiers nor their translators could comprehend. Women walked along the outside walls of the prisons, delivering messages in serenades that wafted through the barred prison windows. To the occupiers, the sight of Palestinian women strolling and singing folk songs was innocuous, yet it proved instrumental to the prisoner’s escape.

      Tarweed survived the Nakba (“catastrophe”), the 1948 ethnic cleansing of Palestine when at least 700,000 indigenous Palestinians were violently expelled from their homes and homeland by Zionist terrorist militias and Israeli military forces to establish the state of Israel. Today, these folk songs continue—along with traditional food, clothing, storytelling, poetry, and folk dance—as markers of Palestinian identity and preservers of a scattered folk heritage ever-threatened by a system of apartheid and genocide. Palestinians within the occupied territories and in the shatat (“diaspora”) continue to pass on these traditions in the ongoing fight against their erasure.

      Tarweed embodies an aspect of Palestinian history too often belied by Western mainstream narratives: the vital role of women in the struggle. While these narratives depict Palestinian women as voiceless entities in an “inherently patriarchal” society, in reality women-led resistance movements have been an essential part of the more than century-long fight against colonization and oppression in Palestine. The artfulness of tarweed further highlights women’s resourcefulness and ingenuity in this ongoing resistance.

      Although there are multitudinous examples of Palestinian women’s resistance, Fatima Bernawi and Shadia Abu Ghazala are two women who made critical contributions to the struggle for Palestinian liberation. Bernawi, who was born in 1939 and survived the Nakba with her Palestinian mother, reunited with her Nigerian father, who had fought in the 1936 revolt, shortly thereafter. She became an active participant and leader in the struggle for freedom. She is the first woman prisoner listed in the records of the Palestinian women prisoners’ movement. Shadia Abu Gazala was one of the early members of the Popular Front for the Liberation of Palestine, founded in 1967. She led women’s military units and was deeply dedicated to the education of the people, though she died in late 1968. A school named after her in the Gaza strip was the site of an Israeli massacre in December of 2023.

      Women’s Leadership in the First Intifada

      Palestinian women were a cornerstone of the First Intifada (“uprising”) that erupted in December of 1987. After decades of Israeli military occupation and settlement expansion, an Israeli truck collided with a civilian car in Gaza; killing four Palestinians in Gaza proved to be the last straw. Palestinians in Gaza and the West Bank mobilized as a united front, catching Israel off guard. Israel responded with a swift and brutal crackdown. Countless Palestinian men were arrested and imprisoned, deported, or killed. Palestinian women quickly stepped in to fill the void and formed the backbone of the uprising.

      Women from urban cities and traditional villages mobilized as part of the First Intifada, uniting across generations, political factions, and class lines. They organized at the grassroots level, rallying hundreds of thousands of Palestinians in a series of coordinated efforts against the Israeli occupation. Every major Palestinian faction formed a women’s committee disguised as a homemaking group because it was illegal to be a member of any political party or student union. Publicly, they called for knitting, cooking, and sewing meetups, but they were secretly planning the intifada.

      During the First Intifada Palestinian women initiated mass political strikes and spearheaded the first mass boycott against Israel. In defiance of Israel’s restrictive laws, they found innovative ways to provide home-grown alternatives to Israeli goods, setting up backyard gardens and farming cooperatives where women learned to grow their own food. When Israel shut down Palestinian schools and universities to prevent students from mobilizing politically, Palestinian women organized teach-ins in basements and abandoned buildings. They taught themselves medicine and set up teams to provide emergency care to protesters injured by Israeli violence. The civil strikes and coordinated boycotts across Palestine caused such a hit to the economy that Shimon Peres, who was the Foreign Minister at the time, warned the economy was “in danger.”

      Not surprisingly, the Israeli government doubled-down with intimidation and aggression, imposing daily curfews, ordering mass arrests, and giving Israeli soldiers the infamous orders to ‘break the bones’ of Palestinians. They cut phone-lines in Palestinian towns and villages and placed huge swaths of organizers under house arrest. Palestinian women, and the resistance as a whole, found ways around every barrier that Israel put in their way. When Israel outlawed the Palestinian flag, women formed knitting circles and made their own flags to fly at demonstrations. When Palestinian women leaders were placed under house arrest, they baked bread and placed communiques in each loaf, which they distributed across villages, towns, and refugee camps undetected by Israeli forces.

      Women’s efforts throughout the First Intifada captured global attention, forcing Israel’s staunchest ally, the United States, to withhold its financial support in response to Israel’s unwillingness to negotiate. For the first time since 1948, Palestinians brought Israel to its knees and women were front and center in the movement.

      The nonviolent groundswell of resistance we know as the First Intifada was cut off at the knees in 1991 by the secretive signing, at the White House, of the Oslo Accords, an agreement that has worsened the lives of Palestinians to this day. Beyond significantly increasing the number of illegal settlements, the Accords created a corrupt political class known today as the ‘Palestinian Authority’ that actively collaborates with the Israeli occupation to crush resistance.

      Sumud as a Political Practice

      To truly understand Palestinian women’s tireless fight for thawabit (their “inviolable rights”), it helps to invoke the cultural value of sumud, or steadfastness. Sumud emerged in full force following the June 1967 war, or Naksa (“setback” or “defeat”), when Israel annexed and occupied the West Bank, East Jerusalem, and Gaza, more than tripling its size. Since then, sumud has persisted as an ideological theme and political strategy for surviving Israel’s colonization, military occupation, and hegemony.

      All of the active and organized resistance efforts enacted by Palestinians over the years are built upon the foundation of sumud. It is resistance at the psychological level, akin to revolutionary optimism inasmuch as it offers an antidote to nihilism at the hands of an oppressive government and ignites faith in the power of the people to usher in the society they deserve. Sumud has sustained Palestinians in the face of the severe policies and tactics that Israel has relentlessly employed in an effort to “break” them.

      From massacres, expulsion, dispossession, and genocidal wars, to the surveillance and control tactics of occupation—checkpoints, barriers, curfews, closed military zones, settlements, “settler-only” roads, watchtowers, gates, nightly raids, and mass arrests; from denying Palestinians access to water, healthcare, and education; to burning olive trees and bulldozing homes, Israel’s goal has been to make the daily lives of Palestinians unbearable, and ultimately, to force them to leave their homes in search of a better life elsewhere. Sumud declares to the occupier: You may break our bones, but you cannot break our spirit!

      Sumud encompasses a range of everyday acts by which Palestinians fight for their right to exist in their homeland, stay rooted in their culture, and maintain some semblance of normal life under conditions that are anything but normal.

      The spirit of sumud is on stark display in the enduring commitment of women in the Palestinian territories to creating and nurturing life, even as they are forced to live like prisoners under deplorable conditions. For a society that has faced the threat of extinction for over 75 years, the choice to have and care for children is deeply entwined with survival and solidarity. Performing domestic roles and caring for children in the Palestinian territories, which have been occupied piece by piece since 1948, requires unthinkable levels of willpower, determination, and fortitude. As one journalist Meryem Ilayda Atlas put it, the woman who bathes her two children in the rubble of a building in Gaza is serving a public role.

      Unfortunately, this women’s struggle has been weaponized by Israel and maligned by narrow, decontextualized notions of “first world” bourgeois feminism that are the handmaid of capitalism. For example, in an article titled “Why are so many of the victims in Gaza Children?” the Economist attributed the high death toll of children in Gaza since October 7th to the high fertility rate. The article went on to link high fertility rates to poverty and low levels of education (while Gaza does have a high poverty rate, it also has a high rate of literacy among women) while never mentioning the actions of Israel or the Israeli Occupying Forces. This narrative turns a blind eye to the Gazan women doctors caring for babies who could not survive on life support after the hospital’s electricity was cut off, or the Gazan women journalists calmly broadcasting to the world in English amid terrorized shrieks, or the Gazan women trying their best to go on in the ruins because they have no other choice.

      In the village of Nabi Saleh in the central occupied West Bank, red-tiled roofs of illegal Israeli settlement houses dot the adjacent hilltop. The vast majority of the land in this Area C village is under Israeli military control. Between 2009 and 2016, the villagers organized demonstrations against Israeli settler expropriation of village land and water that were met with fierce and sometimes deadly repression by the Israeli Army.

      “Zania” a young Palestinian mother from Nabi Saleh recounts the time she had to throw her two-year-old daughter out a second-floor window and into the safety of a neighbor’s arms when the Israeli army fired a tear gas canister into her home. For Zania and other Palestinian women, sumud is embodied in the determination to maintain a physical presence on the land—knowing that if they leave, they may never be able to return by their jailers, the Israelis—and the ability to adapt to adverse and ever-worsening conditions:

      “The important thing is to stay in our house, in front of the Israeli soldiers and the occupation,” Zania says. “If we stay in our house it says ‘we are not afraid of your guns.’ We stay in our house, we live a normal life, and ah, this is our fortitude under occupation, this is the important thing.”

      At its core, sumud is existence as resistance. More than a mindset, it is a duty to fulfill the commitment to liberation. It is not blind hope that change will one day come, but an active awareness that only through struggle and solidarity can Palestinian lives be transformed. And Palestinian women have been its torch-bearers. As the intense U.S.-backed Israeli brutality wages on in Gaza, killing tens of thousands of people and displacing millions from their homes, sumud and tarweed remind us that the Palestinian resistance has a long history. Palestinians have resisted imperialist genocide in countless and creative ways and will continue to do so.

      ▻https://breakingthechainsmag.org/women-led-resistance-movements-in-palestine
      #résistance #femmes

    • Reviving Palestinian Tarweedeh in Modern Music

      Preserving Heritage through Tarweedeh in Palestinian Resistance Songs

      Imagine hearing “perlalalafct” and trying to determine its meaning. You might guess “Pearls,” “Pre-effect,” “Blanket,” or “Perfect.” This illustrates the confusion caused by mispronunciation. If you’re learning English and struggle with “perfect,” hearing “perlalalafct” makes understanding impossible. This is similar to the Palestinian Tarweedeh, or “Mwalalala,” where Palestinian women in the late 19th century inserted “lalalala” into Arabic words to confuse British colonizers, despite their knowledge of Arabic.

      Palestinian Tarweedeh, or “Mwalalala,” was developed by Palestinian women in the late nineteenth century. It involves pronouncing Arabic in the Palestinian dialect and inserting “lalalala” in the middle of words, making it harder for British colonizers to comprehend conversations, despite their potential knowledge of Arabic.

      Today, Tarweedeh persists in Palestinian culture, particularly in traditional songs performed at weddings and gatherings, often by female artists. Influenced by the current situation of Israeli settlements and ongoing conflicts, many Arab artists have revived Tarweedeh in their music as a symbol of resistance against occupation. This resurgence has gained popularity, making Tarweedeh a notable trend once again.

      One recent example is Dana Salah’s song “Ya Talie’en,” which combines Arabic poetry with two traditional Palestinian Tarweedeh songs—one originally by Reem Albanna and a traditional song from the late nineteenth century named “Shamali,” meaning “the north.” This blend of languages and musical styles distinguishes Dana’s song, making it both trendy and culturally significant, enhanced by a richly symbolic music video.

      Dana Salah, a Jordanian-Palestinian youth artist born and raised in Amman, continued her education at Duke University and began producing her music in New York City. She embodies hope and solidarity through her music, bringing attention to the enduring cultural heritage of Tarweedeh.X$
      Palestinian Tarweedeh in Modern Resistance Music: A Cultural Revival

      The integration of Tarweedeh into modern resistance music represents both a cultural resurgence and a potent form of political expression. As demonstrated in Asalah Nasri’s latest video clip for “The Natives,” this ancient Palestinian musical style serves as a powerful medium for conveying messages of resistance, pride, and solidarity. This revival has gained popularity because it has touched on some emotional points that were rarely touched before.

      The use of traditional music forms like Tarweedeh in resistance art also attracts international attention, educating global audiences about Palestinian culture and struggles, thereby fostering empathy and support worldwide. Artists like Dana Salah bridge local traditions with global platforms, amplifying the Palestinian voice on the world stage.

      The role of Palestinian Tarweedeh in modern resistance music underscores the enduring power of cultural heritage. By blending ancient art forms with contemporary issues, artists create a layered narrative that resonates deeply with local and global audiences alike. This cultural revival honors the past while empowering present and future generations in their ongoing pursuit of justice and peace.
      “Ya Talaeen”: A Poetic Journey of Nostalgia and Hope

      The song “Ya Talaeen” by Dana Salah blends touching Arabic verses with a heartfelt English chorus, telling a story full of hope, strength, and longing. It came out during a time of regional turmoil and political unrest, capturing the desire of a community for freedom and to go back to their homeland. and draws upon vivid poetic imagery deeply entrenched in Middle Eastern culture. References to mountains, fire, and gazelles evoke themes of strength and passion, resonating with historical narratives of endurance and struggle. These symbolic motifs not only affirm a cultural identity but also foster a sense of unity among listeners through shared heritage.
      Themes of Longing and Resistance

      The lyrics of the song poignantly articulate a profound longing for liberation and justice. Lines such as “From the river to the sea, my people tasted freedom” vividly paint a collective desire to overcome oppression and reclaim sovereignty. The refrain “Hold on, just a little longer, we’re going home” underscores a message of resilience and optimism amidst adversity, striking a chord with those who empathize with struggles for self-determination and dignity.

      During a period marked by heightened political tensions and social movements advocating for human rights, “Ya Talaeen” serves as both a reflection of current realities and a call for change. It embodies the aspirations of a community determined to carve out a better future, urging listeners to envision and actively pursue progress. The song’s release against the backdrop of global movements for justice amplifies its relevance and impact.

      Musically, “Ya Talaeen” seamlessly blends traditional Arabic elements with contemporary influences, creating a melodic tapestry that enhances its lyrical poignancy. The interplay of Arabic verses with an English chorus not only broadens its accessibility but also bridges cultural divides, allowing the song to resonate globally while preserving authenticity. This musical fusion amplifies its emotional resonance, reinforcing themes of unity and solidarity across borders. and that also reflected on the artist herself as an Arab American.
      Cultural Revival through Tarweedeh and its significance

      The incorporation of the Palestinian Tarweedeh style into “Ya Talaeen” signifies a profound cultural revival within modern resistance music. Its adaptation in contemporary music by artists like Dana Salah not only preserves Palestinian heritage but also connects today’s war with a legacy of resilience against oppression. Tarweedeh’s adaptation of “Ya Talaeen” serves multiple purposes, including the coding communication of Tarweedeh and the emotional resonance through The traditional melodies and rhythms of Tarweedeh evoke nostalgia and strengthen emotional bonds within the community, fostering solidarity and unity among listeners. including the symbolic imagery Dana Salah’s accompanying visuals in the song’s video further amplify its message, featuring poignant scenes such as olive trees, Al-Aqsa mosque, and children with rocks against the armor of occupiers, reinforcing its historical and cultural significance. and historical references that resonate with the enduring struggle for justice.
      Contemporary Relevance and Global Impact

      In current resistance movements, music serves as a powerful medium for raising awareness and mobilizing support. The incorporation of Tarweedeh into “Ya Talaeen” educates global audiences about Palestinian culture and its ongoing struggles, fostering international empathy and support. Artists like Dana Salah bridge local traditions with global platforms, amplifying Palestinian voices on the world stage.
      Tarweedeh as a Tool of Resistance

      “Ya Talaeen” outperforms its role as a song; it represents a history of hope, resilience, and cultural pride. Through its lyrics, mixing melodies, and the integration of Tarweedeh, the song encapsulates the aspirations and struggles of a people striving for freedom and justice. Dana Salah’s artistic expression through “Ya Talaeen” not only honors Palestinian heritage but also empowers present and future generations in their quest for justice and peace. It stands as a testament to music’s transformative power to inspire change and unite communities in pursuit of a shared future.

      The integration of Tarweedeh into modern resistance music not only preserves Palestinian cultural heritage but also serves as a potent form of political expression. Artists like Dana Salah and Asalah Nasri continue to bridge local traditions with global platforms, amplifying the Palestinian voice and garnering international support for the Palestinian cause.

      This cultural revival through Tarweedeh underscores the enduring power of heritage in the ongoing struggle for justice and peace in Palestine.

      ▻https://www.youtube.com/watch?v=cmHm8zju41E&t=1s

      ▻https://www.arabamerica.com/reviving-palestinian-tarweedeh-in-modern-music

      –-> References to mountains, fire, and gazelles evoke themes of strength and passion, resonating with historical narratives of endurance and struggle. These symbolic motifs not only affirm a cultural identity but also foster a sense of unity among listeners through shared heritage.

      #montagne #feu #gazelles

  • #Palio_delle_Contrade ad #Allumiere: una festa dal sapore d’inciviltà
    ▻https://informareonline.com/palio-delle-contrade-ad-allumiere-una-festa-dal-sapore-dincivilta

    Il Palio delle Contrade, Ad Allumiere, nel cuore dei suggestivi #Monti_della_Tolfa, si è svolto per la sua sessantesima edizione dal 15 al 23 agosto 2026 in Piazza della Repubblica. La manifestazione, durata nove giorni, è stata organizzata dall’Associazione Pro Loco Allumiere e dal Comune di Allumiere.Tale evento rappresenta il momento culminante dell’estate nel comprensorio dei Monti della Tolfa. La forma attuale del […] L’articolo Palio delle Contrade ad Allumiere: una festa dal sapore d’inciviltà proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Comunicati_Stampa #organizzazione

  • La randonnée sans GPS : ils apprennent à se débrouiller seul en montagne
    ▻https://reporterre.net/Je-veux-pouvoir-me-debrouiller-seule-ils-apprennent-a-se-passer-des-appl

    Le tracé de l’itinéraire a été donné, mais pas la distance à parcourir, ni le dénivelé à gravir. Et pour les connaître, pas d’application de randonnée, ni de montre connectée avec une trace téléchargée, encore moins de ChatGPT. À leur disposition : une carte IGN [1], un altimètre et une boussole. Les trois randonneurs sont venus apprendre à être plus autonome en montagne, dans le cadre d’un stage de deux jours organisé par la Fédération française de la randonnée pédestre (FFRandonnée).

    #déconnexion #montagne #randonnée

  • L’abitare sospeso a dieci anni dal terremoto nell’Appennino Centrale

    Nelle #Marche circa tremila persone vivono ancora nelle Soluzioni abitative d’emergenza, i nuovi quartieri nati dopo le terribili scosse di agosto e ottobre 2016: spazi dove sono nate nuove relazioni, nuove comunità, che permettono di affrontare lo spaesamento di centri che hanno perso l’identità, dove la ricostruzione pubblica è ancora indietro. Intervista al ricercatore Enrico Mariani.

    Intorno al 20 luglio di quest’anno una violenta grandinata si è abbattuta su Ussita (Macerata), danneggiando i tetti di circa 70 Sae, che sta per Soluzioni abitative d’emergenza, strutture che dopo il terremoto dell’ottobre 2016 hanno ospitato i residenti. Alcune fotografie pubblicate sui media locali hanno reso evidente una verità taciuta, a dieci anni dal terremoto: tante famiglie nell’Alta Valle del Nera e non solo vivono ancora nei quartieri provvisori.

    La ricostruzione nei paesi distrutti dalle scosse del 24 agosto 2016, del 26 e del 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio 2017 -Ussita, Visso e Castelsantangelo sul Nera in provincia di Macerata, Arquata del Tronto nel piceno, Accumoli e Amatrice nel reatino, Castelluccio di Norcia in Umbria- arranca. Giuseppe Santarelli, segretario regionale della Cgil, in un report diffuso proprio il 20 luglio evidenzia i numeri relativi al territorio marchigiano: “A oggi sono rientrati a casa ben 5.452 nuclei familiari e quelli ancora fuori casa che sono nelle Sae (2.267) o che usufruiscono il contributo per disagio abitativo (5.796) sono in totale 8.759”.

    Dieci anni dopo, il ricercatore Enrico Mariani ha raccolto nel libro “Abitare sospeso” (Rosenberg & Sellier) il risultato del suo lavoro di dottorato presso il Dipartimento di Scienze della comunicazione, studi umanistici e internazionali dell’Università di Urbino Carlo Bo, un’etnografia nel post-terremoto nell’Appennino Centrale.

    “Per me era fondamentale osservare nel quotidiano che cosa succedeva di fronte alla ‘normalizzazione dell’emergenza’ -spiega Mariani ad Altreconomia-. Esiste una letteratura che parla di come si vive nel post-disastro, dei processi di adattamento, dell’importanza del capitale sociale, delle reti. Per me, però, stare nei luoghi aveva un significato più profondo, di condivisione dell’esperienza, per cercare di capire i processi di adattamento degli abitanti, ascoltare dalla loro voce come immaginavano il territorio in futuro”. Mariani nel libro racconta il suo trasferimento a Ussita, per una ricerca che ha coinvolto appunto i tre Comuni dell’Alta Valle del Nera, letteralmente sgretolati dalla scossa del 30 ottobre 2016, di magnitudo 6.5, la più forte in Italia degli ultimi trent’anni: al contrario di quella di fine agosto, che fece circa 300 vittime, il terremoto di ottobre non fece morti, perché la popolazione era in allerta, ma le conseguenze sugli edifici restano vive ancora oggi, nelle macerie per strada, negli edifici pubblici diroccati e abbandonati, mentre i cantieri di edilizia privata aperti non rispondono al disagio abitativo.

    Mariani, partiamo dalle Sae. Dalla lettura del libro emergono prospettive interessanti, che non ne evidenziano solo le criticità?
    EM Mi sono accorto che bisognava mettere in discussione il fatto che le Sae, di per sé brutte e malfunzionanti, piene di problemi, arrivate in ritardo, fossero connotate solo in modo negativo: condividendo questa esperienza abitativa, per un anno, mi sono reso conto che effettivamente le persone riuscivano a trovare modi, anche creativi, di renderle accoglienti, incentrati sulla messa in comune delle pratiche, delle risorse: un motore collettivo che ha reso alcune aree Sae spazi vivibili. Penso a Forepezza, ad Ussita, ma ci sono anche altri casi, in tutto l’Alto Nera, dove si è sperimentata una certa felicità abitativa, nonostante questa situazione.

    I dati del recente rapporto del segretario della Cgil, Santarelli, evidenziano come la ricostruzione delle case abbia visto avanzare per prime molte “seconde case”, di cui il territorio è pieno, avendo sviluppato negli anni Settanta una vocazione turistica. Queste dinamiche come sono vissute?
    EM Il fatto che continuiamo a vedere un Appennino pensato e progettato per l’accoglienza turistica, seguendo politiche e modelli di sviluppo incentrato sul turismo, non significa che gli abitanti lo accettino senza una prospettiva critica. Dalle interviste che ho condotto emerge una visione del territorio e nonostante il turismo sia un’attività importante percepiscono un insieme di questioni legate all’abitare in montagna, che non sono affrontate. C’è consapevolezza interna alta in merito all’accesso ai servizi, a una diversa condizione di abitabilità, per quanto magari facciano fatica a farsi sentire. Presentando il libro in giro, molti domandano: “Quindi perché le persone non protestano, perché questa ricostruzione è così infinita, perché non c’è un dibattito mentre vanno avanti mega progetti turistici la ricostruzione è ferma?”. L’idea che la gente non protesti, non si faccia sentire, oggi è utile in particolare a chi osserva da fuori: durante il terremoto ci aveva fatto piacere vederli eroici, resilienti, inarrestabili, adesso ci fa comodo vederli rassegnati. La mia esperienza lì dice altro, racconta di un corpo a corpo quotidiano con gli effetti del terremoto, prima, e oggi con le politiche pubbliche con cui si sta gestendo la catastrofe. La maggior parte degli abitanti ormai situa la ricostruzione nel futuro, lo fa anche per la sopravvivenza, perché è qualcosa che non dipende da loro, gestito dai tecnici, e nel frattempo bisogna fare i conti con il quotidiano. Come la maggior parte delle persone, semplicemente non hanno accesso al piano di decisione al dibattito pubblico: lo stesso accade in città, come a Roma dopo lo sgombero di Spin Time. È un problema cronico di “voice”, tutt’altro che mancanza di consapevolezza o legame con il territorio.

    La lentezza della ricostruzione riguarda in particolare il patrimonio pubblico, gli edifici che ospitavano servizi collettivi, i centri storici, come quelli di Visso o Camerino.
    EM Sono in particolare le testimonianze raccolte a Visso a far emergere questo aspetto, perché lì ad essere preclusa è la piazza, che è ancora “zona rossa”. A un certo punto, la ricerca prende due direzioni diverse per Visso e Ussita: per la seconda c’è la discussione sul modello di sviluppo turistico, con la stazione sciistica di Frontignano, mentre nel primo il centro storico come spazio che serve per ripristinare un’identità. “Io non mi riconosco più in Visso, né ci riconosco più come vissani, ci manca il luogo simbolico” mi dice qualcuno. È un’immagine molto forte, quella di un malato terminale a cui ogni sera, passando lì vicino, si tende la mano. Ad Ussita inizialmente c’era un po’ l’idea che il Monte Bove, con la sua forza, evocativa ma anche energetica, riuscisse a tenere insieme i pezzi della ricostruzione, delle temporaneità permanente, il problema grande degli spazi: il palaghiaccio, ad esempio, che per generazioni è stato un punto d’incontro, non solo per chi praticava sport. Credo che sia assolutamente urgente andare ad intervenire, perché questi spazi non sono solo belli ma anche importanti per le relazioni che vanno a ripristinare. Penso a Croc una specie di cinema (cinema all’aperto, Mariani è stato ospite dell’associazione C.A.S.A. che organizza la manifestazione a metà luglio, ndr) che è uno spazio di socialità. Quello degli spazi è un problema cronico, che incontri ovunque, anche in città. Nel post-terremoto, invece, ci si poteva incontrare solo nei luoghi di consumo.

    ▻https://altreconomia.it/labitare-sospeso-a-dieci-anni-dal-terremoto-nellappennino-centrale
    #Apennin #montagne #séisme #tremblement_de_terre #reconstruction #Marches #habitat #logement #déplacés_internes #terremotati #sfollati #Soluzioni_abitative_d’emergenza (#SAE) #Alta_Valle_del_Nera #Ussita #Visso #Castelsantangelo_sul_Nera #Macerata #Arquata_del_Tronto #Accumoli #Amatrice #Castelluccio_di_Norcia #Ombrie #post-catastrophe #Forepezza #expérimentation #tourisme #habitabilité #Visso #zone_rouge #Frontignano #ski #station_de_ski #identité #Monte_Bove

    • Abitare sospeso. Etnografia nel post-terremoto del 2016-17 in Appennino Centrale

      A distanza di ormai nove anni, nell’Appennino centrale colpito dai terremoti del 2016/17 si continua a fare esperienza di profondi cambiamenti socio-territoriali. Nel quadro di un’emergenza permanente mai davvero conclusa, il paesaggio quotidiano è de-strutturato e in continua trasformazione, composto da Zone Rosse ancora inaccessibili e strutture emergenziali, più o meno temporanee. Mentre l’incertezza sui tempi della ricostruzione mina la stessa possibilità di pensare un dopo-terremoto, nel quotidiano gli abitanti articolano nuove e originali forme di appropriazione dell’urbanistica emergenziale. Questa ricerca etnografica adotta una prospettiva specifica sulle complesse questioni suscitate dalla scelta di continuare ad abitare in un’area interna già marginale e spopolata, dopo un terremoto di questa portata. Da un lato tramite l’etnografia è possibile approssimarsi ai processi di adattamento originale e discontinuo legati ai cambiamenti degli ambienti di vita quotidiana, dall’altro l’abitare costituisce un concetto chiave nel campo discorsivo del post-disastro, sovraccarico di problemi e questioni intrecciate che riguardano il presente e il futuro dei territori. Lo studio si concentra sui tre Comuni dell’Alto Nera, Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, situati al confine tra Umbria e Marche ed epicentro della sequenza sismica di ottobre 2016.

      ▻https://www.rosenbergesellier.it/ita/titolo?ref=1793
      #livre #Enrico_Mariani

  • Un secolo di piccoli tracotanti e due occhi lucidi che lo raccontano ancora. Quelli di #Tina_Merlin

    Il 19 agosto 1926 nasceva a Trichiana, in provincia di Belluno, la staffetta partigiana, scrittrice e giornalista. Ha attraversato il Novecento dalla parte delle persone, denunciando le responsabilità umane che portarono al disastro del Vajont nell’ottobre 1963. Le sue pagine non scadono. Perché nel bellunese, e in tutta Italia, quelle dinamiche non smettono di ripresentarsi. Dall’acqua al cemento, fino alla montagna vetrina per pochi, svuotata di diritti e futuro

    La storia del territorio bellunese vanta la sua impeccabile collezione di battaglie, drammi e sventure. Uno in particolare lo ha reso noto a livello internazionale: il Vajont, il “disastro” del 9 ottobre 1963. Quasi duemila morti, duemila vittime della tracotanza umana. Nel secondo Dopoguerra lo sviluppo del Paese era questo: costruire, in barba ai luoghi, alla storia e alla gente. Ingegneri, figure tecniche e politiche che hanno plasmato e sfruttato un territorio da rimodellare e reinventare. E la vita dei bellunesi si è inevitabilmente intrecciata con quanto successo in quegli anni.

    Ricordo che a scuola, in terza elementare, una maestra ci raccontava di essere orfana del Vajont, l’unica della sua famiglia sopravvissuta al disastro. Conservo nitido anche il racconto di mio nonno: abitava in un quartiere affacciato sul Piave, a valle del centro storico di Belluno, e mi diceva che l’acqua continuò a portarsi dietro materassi, divani, pezzi di storia delle vite dei longaronesi per giorni e giorni dopo la sciagura. Le storie sono tante, probabilmente ogni bellunese ne ha una, sebbene i ricordi sbiadiscano generazione dopo generazione.

    Conosco Tina Merlin grazie ai suoi libri. Partigiana e giornalista, nata il 19 agosto 1926 a Trichiana, a pochi chilometri da Belluno, denunciò i soprusi della Sade (Società adriatica di elettricità) e diede voce a donne e uomini, operai e contadini dimenticati dalla politica e dalla storia (da leggere e rileggere il suo “Sulla pelle viva”, Cierre edizioni). In famiglia ne parliamo spesso e, quando ricordiamo il Vajont, ci soffermiamo sempre sul fatto che nulla di quella catastrofe sia stata opera della “natura crudele”. Tutte le informazioni per evitarla erano note, grazie soprattutto alle denunce di Merlin.

    Ciò che stupisce, rileggendola, è che le inchieste che pubblicò su L’Unità sono più attuali che mai: la migrazione, l’emancipazione femminile, l’utilizzo della terra e delle risorse naturali, il lavoro, persino la guerra. Sembra impossibile, osservando questi luoghi di montagna, pensare che un tempo i rastrellamenti fascisti e le impiccagioni fossero all’ordine del giorno o immaginare il campanile della chiesa di Castion presidiato dai cecchini tedeschi. Sembrano scenari quasi mai accaduti, proprio perché lontani nel tempo. Eppure, i racconti della scrittrice fanno sì che quei fatti parlino ancora.

    Attraversando a piedi il Ponte della Vittoria per raggiungere il centro di Belluno non si può non pensare ai suoi scritti sulla Resistenza. Ne “La casa sulla Marteniga” (Cierre Edizioni, 2001), libro in cui Merlin ripercorre la sua vita dall’infanzia fino all’impegno come staffetta partigiana, scriveva di quella volta che il compagno “Pulcino”, appena diciassettenne, fu ferito gravemente dai tedeschi: “Come arrivare all’ospedale? Il ponte sul Piave alle porte della città, era tenuto dai tedeschi. A qualcuno venne in mente che in via Sottocastello, a poca distanza oltre il ponte, c’era l’ambulatorio del dottor Gouigoux”. Due partigiane sfidarono il fuoco dei soldati tedeschi, correndo accucciate da una spalletta all’altra del ponte sotto il tiro dei cecchini, riapparendo dopo pochi minuti assieme al dottore. “I tedeschi se ne infischiavano della croce rossa: ripresero a cecchinare sul ponte. I tre riuscirono a passare correndo da una cunetta all’altra. Pulcino ormai agonizzava tra le braccia della sorella. Il medico scosse la testa: ‘Ha perso troppo sangue, disse, tenterò una trasfusione dal mio braccio’. Appena l’ebbe iniziata, Pulcino chiuse dolcemente gli occhi”.

    Lo stesso succede quando lo sguardo cade sul Monte Serva, montagna “di casa” per i bellunesi, che offre svago e conforto nel verde a pochi passi dal centro. Oggi punteggiato da colorati parapendii che sornioni si godono le correnti ascensionali, Tina lo ricordava descrivendo le formazioni compatte di grandi aeroplani che, sorvolandone la cima, andavano a bombardare Bolzano, Monaco e altre città della Germania e dell’Austria. In automatico, leggendo questi racconti, si pensa a come i cieli della Valbelluna siano oggi costantemente deturpati dal fragore dei caccia militari che arrivano fin qui da qualche base aeronautica del Nord per imparare a fare la guerra.

    E se Tina fosse ancora tra noi, di che cosa parlerebbe nelle sue inchieste? A chi darebbe voce? Provo a rivolgere queste domande a Toni Sirena, suo figlio, e ad Adriana Lotto, presidente dell’associazione a lei dedicata. Tra i vari temi che tocchiamo, uno emerge con forza, dirompente su tutti. “Si occuperebbe sicuramente della questione dell’acqua. Il bellunese non ne ha più, nevai e ghiacciai si stanno sciogliendo, la Marmolada sta scomparendo. Eppure si continua a parlare di idroelettrico”, spiega Toni Sirena riferendosi anche alle attuali ipotesi di realizzare un nuovo impianto per sfruttare il flusso residuo proprio del torrente Vajont.

    “Mia madre ha combattuto a lungo prima perché si evitasse quella sciagura e dopo per mantenerne viva la memoria. La memoria, però, non è soltanto commemorare le vittime, provare compassione o pietà. Anzi, ridurla a questo rischia di essere il modo migliore per oscurare le vere cause della tragedia e il monito che da quella storia ci arriva: la denuncia di un modello di sviluppo distorto, perseguito costruendo grandi opere letteralmente sopra le vite delle comunità locali”.

    Dinamiche che Tina aveva lucidamente raccontato. Si legge nel suo articolo dal titolo “Magari fossi riuscita a turbare l’ordine pubblico!”, uscito il 13 ottobre del 1963 (quattro giorni dopo il Vajont) e raccolto ne “La rabbia e la speranza” (Cierre Edizioni, 2004): “Non mi ricordo esattamente quando ho cominciato ad occuparmi del Vajont. Probabilmente sette anni fa, quando sono cominciati gli espropri della Sade. Era il mio lavoro normale di tutti i giorni. I proprietari -tutti piccoli coltivatori che dal loro pezzetto di terra ricavavano un aiuto in natura che serviva a integrare il loro magro bilancio- si rifiutavano di cedere al monopolio, a un prezzo irrisorio, la loro terra. Era terra ricavata molte volte dai pendii e bonificata con il lavoro di generazioni. Rappresentava un valore materiale e affettivo insieme. Ogni lotta dei montanari contro il monopolio elettrico cominciava da qui. Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui”.

    Negli anni Cinquanta e Sessanta nel bellunese si costruirono grandi dighe: Pieve di Cadore, Valle del Mis, Auronzo di Cadore, Zoldo, Longarone. Ogni volta che veniva progettato un impianto l’acqua sommergeva una valle con la conseguenza che gli abitanti, in gran parte contadini, perdevano le loro terre. “Alla gente non rimaneva altro che andarsene. Il monopolio arrivava e, come un padrone, espropriava”, continua Sirena.

    Ascoltando queste parole il pensiero corre a tutte quelle dinamiche che vorrebbero scolpire, e in parte lo stanno già facendo, il bellunese secondo criteri legati al profitto anziché alle vere necessità delle comunità locali. Penso alla prepotenza con cui sono state calate le infrastrutture dei recenti Giochi olimpici, con i relativi danni ambientali ed espropri. Penso alla trasformazione della montagna a uso e consumo turistico, mentre i residenti si vedono privare di scuole e sanità pubblica. Penso alle valli che si svuotano di giovani e ai richiedenti asilo che arrivano e finiscono col restare in un limbo di precarietà e sfruttamento. Penso a quando, questa primavera, il fiume Piave si è trasformato in un ammasso di detriti a causa delle operazioni di svaso di una diga in Cadore, con chissà quali ripercussioni sul delicato equilibrio fluviale. Penso alle aziende agricole che chiudono, agli allevamenti che falliscono, alle malghe abbandonate. Penso ai prati che si stanno trasformando in sterminati vigneti intensivi, sollevando non poche preoccupazioni sulla tutela della salute umana e ambientale. E a molto altro ancora.

    “È come se in questi 100 anni non fosse cambiato nulla -afferma Adriana Lotto-. Anzi, la situazione è peggiorata e le cose da denunciare restano ancora molte. Tina ha sempre guardato alla partecipazione della gente: nasce con la Resistenza e ha seguito da vicino le lotte operaie. Per la ricostruzione del post-Vajont, sperava in un piano che coinvolgesse i sindacati, le associazioni, i cittadini. Auspicava un tessuto economico compatto, con piccole imprese artigianali anziché vaste aree industriali e sperava nel ripristino della Scuola di arte e disegno per il rilancio del territorio e del turismo. Lei guardava davvero al futuro”.

    Rifletto su questo territorio, venerato dall’Unesco ma spesso bistrattato da chi lo amministra, con la conseguenza che lo spopolamento avanza imperterrito e i servizi essenziali si fanno sempre più fragili. Di fronte a un lavoro umano e politico ancora lungo, penso a Tina: a lei devo il modo in cui vorrei che la storia, di ieri e di oggi, venisse raccontata dando voce a quella gente che ha molto da dire ma che per rassegnazione o impossibilità, finisce per non averne alcuna. Succede di continuo.

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