• Que fait la #police ?
    http://carfree.fr/index.php/2019/03/14/que-fait-la-police

    Ils sont où les justiciers du quotidien ? Les policiers censés assurer la sécurité des personnes, des biens et maintenir l’ordre public en faisant appliquer la loi ? On parle beaucoup d’eux Lire la suite...

    #Insécurité_routière #accident #cyclistes #motards #motos #piétons #pistes_cyclables #scooters #sécurité_routière #Vélo #violence

  • Dai dati biometrici alle motovedette : ecco il #business della frontiera

    La gestione delle frontiere europee è sempre di più un affare per le aziende private. Dai Fondi per la difesa a quelli per la cooperazione e la ricerca: l’Ue implementa le risorse per fermare i flussi.

    Sono 33 i miliardi che l’Europa ha intenzione di destinare dal 2021 al 2027 alla gestione del fenomeno migratorio e, in particolare, al controllo dei confini. La cifra, inserita nel #Mff, il #Multiannual_Financial_Framework (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2018%3A321%3AFIN), (ed ora in discussione tra Commissione, Parlamento e Consiglio) rappresenta il budget complessivo Ue per la gestione delle frontiere esterne, dei flussi migratori e dei flussi di rifugiati. E viene notevolmente rafforzata rispetto al periodo precedente (2016-2020) quando i miliardi stanziati erano 12,4. Meno della metà.

    A questo capitolo di spesa contribuiscono strumenti finanziari diversi: dal fondo sulla sicurezza interna (che passa da 3,4 a 4,8 miliardi) a tutto il settore della cooperazione militare, che coincide sempre più con quello dell’esternalizzazione, come accade già per le due missioni italiane in Libia e in Niger. Anche una parte dei 23 miliardi del Fondo Europeo alla Difesa e di quello per la Pace saranno devoluti allo sviluppo di nuove tecnologie militari per fermare i flussi in mare e nel deserto. Stessa logica per il più conosciuto Fondo Fiduciario per l’Africa che, con fondi proveniente dal budget allo sviluppo, finanzia il progetto di blocco marittimo e terrestre nella rotta del Mediterraneo Centrale.

    Un grande business in cui rientrano anche i Fondi alla ricerca. La connessione tra gestione della migrazione, #lobby della sicurezza e il business delle imprese private è al centro di un’indagine di Arci nell’ambito del progetto #Externalisation_Policies_Watch, curato da Sara Prestianni. “Lo sforzo politico nella chiusura delle frontiere si traduce in un incremento del budget al capitolo della sicurezza, nella messa in produzione di sistemi biometrici di identificazione, nella moltiplicazione di forze di polizia europea ai nostri confini e nell’elaborazione di sistemi di sorveglianza - sottolinea Prestianni -. La dimensione europea della migrazione si allontana sempre più dal concetto di protezione in favore di un sistema volto esclusivamente alla sicurezza, che ha una logica repressiva. Chi ne fa le spese sono i migranti, obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e propri o business”. Tra gli aspetti più interessanti c’è l’utilizzo del Fondo alla ricerca Orizon 20-20 per ideare strumenti di controllo. “Qui si entra nel campo della biometria: l’obiettivo è dotare i paesi africani di tutto un sistema di raccolta di dati biometrici per fermare i flussi ma anche per creare un’enorme banca dati che faciliti le politiche di espulsione - continua Prestianni -. Questo ha creato un mercato, ci sono diverse imprese che hanno iniziato ad occuparsi del tema. Tra le aziende europee leader in questi appalti c’è la francese #Civipol, che ha il monopolio in vari paesi di questo processo. Ma l’interconnessione tra politici e lobby della sicurezza è risultata ancor più evidente al #Sre, #Research_on_Security_event, un incontro che si è svolto a Bruxelles a dicembre, su proposta della presidenza austriaca: seduti negli stessi panel c’erano rappresentanti della commissione europea, dell’Agenzia #Frontex, dell’industria e della ricerca del biometrico e della sicurezza. Tutti annuivano sulla necessità di aprire un mercato europeo della frontiera, dove lotta alla sicurezza e controllo della migrazione si intrecciano pericolosamente”.

    In questo contesto, non è marginale il ruolo dell’Italia. “L’idea di combattere i traffici e tutelare i diritti nasce con #Tony_Blair, ma già allora l’obiettivo era impedire alle persone di arrivare in Europa - sottolinea Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci -. Ed è quello a cui stiamo assistendo oggi in maniera sempre più sistematica. Un esempio è la vicenda delle #motovedette libiche, finanziate dall’Italia e su cui guadagnano aziende italianissime”. Il tema è anche al centro dell’inchiesta di Altreconomia di Gennaio (https://altreconomia.it/frontiera-buon-affare-inchiesta), curata da Duccio Facchini. “L’idea era dare un nome, un volto, una ragione sociale, al modo in cui il ministero degli Interni traduce le strategie di contrasto e di lotta ai flussi di persone” spiega il giornalista. E così si scopre che della rimessa in efficienza di sei pattugliatori, dati dall’Italia alla Tunisia, per il controllo della frontiera, si occupa in maniera esclusiva un’azienda di Rovigo, i #Cantieri_Navali_Vittoria: “Un soggetto senza concorrenti sul mercato, che riesce a vincere l’appalto anche per la rimessa in sicurezza delle motovedette fornite dal nostro paese alla Libia”, sottolinea Facchini.

    Motovedette fornite dall’Italia attraverso l’utilizzo del Fondo Africa: la questione è al centro di un ricorso al Tar presentato da Asgi (Associazione studi giuridici dell’immigrazione). “Il Fondo Africa di 200 milioni di euro viene istituito nel 2018 e il suo obiettivo è implementare le strategie di cooperazione con i maggiori paesi interessati dal fenomeno migratorio: dal #Niger alla LIbia, dalla Tunisia alla Costa d’Avorio - spiega l’avvocata Giulia Crescini -. Tra le attività finanziate con questo fondo c’è la dotazioni di strumentazioni per il controllo delle frontiere. Come Asgi abbiamo chiesto l’accesso agli atti del ministero degli Esteri per analizzare i provvedimenti e vedere come sono stati spesi questi soldi. In particolare, abbiamo notato l’utilizzo di due milioni di euro per la rimessa in efficienza delle motovedette fornite dall’Italia alla Libia - aggiunge -. Abbiamo quindi strutturato un ricorso, giuridicamente complicato, cercando di interloquire col giudice amministrativo, che deve verificare la legittimità dell’azione della Pubblica amministrazione. Qualche settimana fa abbiamo ricevuto la sentenza di rigetto in primo grado, e ora presenteremo l’appello. Ma studiando la sentenza ci siamo accorti che il giudice amministrativo è andato a verificare esattamente se fossero stati spesi bene o meno quei soldi - aggiunge Crescini -. Ed è andato così in profondità che ha scritto di fatto che non c’erano prove sufficienti che il soggetto destinatario stia facendo tortura e atti degradanti nei confronti dei migranti. Su questo punto lavoreremo per il ricorso. Per noi è chiaro che l’Italia oggi sta dando strumentazioni necessarie alla Libia per non sporcarsi le mani direttamente, ma c’è una responsabilità italiana anche se materialmente non è L’Italia a riportare indietro i migranti. Su questo punto stiamo agendo anche attraverso la Corte europea dei diritti dell’uomo”.

    http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/620038/Dai-dati-biometrici-alle-motovedette-ecco-il-business-della-frontie

    #externalisation #frontières #UE #EU #Europe #Libye #Forteresse_européenne #asile #migrations #réfugiés #privatisation #argent #recherche #frontières_extérieures #coopération_militaire #sécurité_intérieure #fonds_fiduciaire_pour_l'Afrique #technologie #militarisation_des_frontières #fonds_fiduciaire #développement #Horizon_2020 #biométrie #données #données_biométriques #base_de_données #database #expulsions #renvois #marché #marché_européen_de_la_frontière #complexe_militaro-industriel #Tunisie #Côte_d'Ivoire #Italie
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    • Gli affari lungo le frontiere. Inchiesta sugli appalti pubblici per il contrasto all’immigrazione “clandestina”

      In Tunisia, Libia, Niger, Egitto e non solo. Così lo Stato italiano tramite il ministero dell’Interno finanzia imbarcazioni, veicoli, idranti per “ordine pubblico”, formazione delle polizie e sistemi automatizzati di identificazione. Ecco per chi la frontiera rappresenta un buon affare.

      Uno dei luoghi chiave del “contrasto all’immigrazione clandestina” che l’Italia conduce lungo le rotte africane non si trova a Tunisi, Niamey o Tripoli, ma è in un piccolo comune del Veneto, in provincia di Rovigo, affacciato sul Canal Bianco. È ad Adria, poco distante dal Po, che ha sede “Cantiere Navale Vittoria”, un’azienda nata nel 1927 per iniziativa della famiglia Duò -ancora oggi proprietaria- specializzata in cantieristica navale militare e paramilitare. Si tratta di uno dei partner strategici della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, insediata presso il ministero dell’Interno, per una serie di commesse in Libia e Tunisia.

      La Direzione è il braccio del Viminale in tema di “gestione” dei flussi provenienti da quei Paesi ritenuti di “eccezionale rilevanza nella gestione della rotta del Mediterraneo centrale” (parole della Farnesina). Quella “rotta” conduce alle coste italiane: Libia e Tunisia, appunto, ma anche Niger e non solo. E quel “pezzo” del Viminale si occupa di tradurre in pratica le strategie governative. Come? Appaltando a imprese italiane attività diversissime tra loro per valore, fonti di finanziamento, tipologia e territori coinvolti. Un principio è comune: quello di dar forma al “contrasto”, sul nostro territorio o di frontiera. E per questi affidamenti ricorre più volte una formula: “Il fine che si intende perseguire è quello di collaborare con i Paesi terzi ai fini di contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Tra gli ultimi appalti aggiudicati a “Cantiere Navale Vittoria” (ottobre 2018) spicca la rimessa in efficienza di sei pattugliatori “P350” da 34 metri, di proprietà della Guardia nazionale della Tunisia. Tramite gli atti della procedura di affidamento si possono ricostruire filiera e calendario.

      Facciamo un salto indietro al giugno 2017, quando i ministeri degli Esteri e dell’Interno italiani sottoscrivono un’“intesa tecnica” per prevedere azioni di “supporto tecnico” del Viminale stesso alle “competenti autorità tunisine”. Obiettivo: “Migliorare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione”, inclusi la “lotta al traffico di migranti e le attività di ricerca e soccorso”. La spesa prevista -12 milioni di euro- dovrebbe essere coperta tramite il cosiddetto “Fondo Africa”, istituito sei mesi prima con legge di Stabilità e provvisto di una “dotazione finanziaria” di 200 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato del Fondo è quello di “rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Le autorità di Tunisi hanno fretta, tanto che un mese dopo l’intesa tra i dicasteri chiedono all’Italia di provvedere subito alla “rimessa in efficienza” dei sei pattugliatori. Chi li ha costruiti, anni prima, è proprio l’azienda di Adria, e da Tunisi giunge la proposta di avvalersi proprio del suo “know how”. La richiesta è accolta. Trascorre poco più di un anno e nell’ottobre 2018 l’appalto viene aggiudicato al Cantiere per 6,3 milioni di euro. L’“attività di contrasto all’immigrazione clandestina”, scrive la Direzione immigrazione e frontiere, è di “primaria importanza per la sicurezza nazionale, anche alla luce dei recenti sbarchi sulle coste italiane di migranti provenienti dalle acque territoriali tunisine”. I pattugliatori da “consegnare” risistemati alla Tunisia servono quindi a impedire o limitare gli arrivi via mare nel nostro Paese, che da gennaio a metà dicembre di 2018 sono stati 23.122 (di cui 12.976 dalla Libia), in netto calo rispetto ai 118.019 (105.986 dalla Libia) dello stesso periodo del 2017.


      A quel Paese di frontiera l’Italia non fornisce (o rimette in sesto) solamente navi. Nel luglio 2018, infatti, la Direzione del Viminale ha stipulato un contratto con la #Totani Company Srl (sede a Roma) per la fornitura di 50 veicoli #Mitsubishi 4×4 Pajero da “consegnare presso il porto di Tunisi”. Il percorso è simile a quello dei sei pattugliatori: “Considerata” l’intesa del giugno 2017 tra i ministeri italiani, “visto” il Fondo Africa, “considerata” la richiesta dei 50 mezzi da parte delle autorità nordafricane formulata nel corso di una riunione del “Comitato Italo-Tunisino”, “vista” la necessità di “definire nel più breve tempo possibile le procedure di acquisizione” per “garantire un dispiegamento efficace dei servizi di prevenzione e di contrasto all’immigrazione clandestina”, eccetera. E così l’offerta economica di 1,6 milioni di euro della Totani è ritenuta congrua.

      Capita però che alcune gare vadano deserte. È successo per la fornitura di due “autoveicoli allestiti ‘idrante per ordine pubblico’” e per la relativa attività di formazione per 12 operatori della polizia tunisina (352mila euro la base d’asta). “Al fine di poter supportare il governo tunisino nell’ambito delle attività di contrasto all’immigrazione clandestina” è il passe-partout utilizzato anche per gli idranti, anche se sfugge l’impiego concreto. Seppur deserta, gli atti di questa gara sono interessanti per i passaggi elencati. Il tutto è partito da un incontro a Roma del febbraio 2018 tra l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti e l’omologo tunisino. “Sulla base” di questa riunione, la Direzione del Viminale “richiede” di provvedere alla commessa attraverso un “appunto” datato 27 aprile dello stesso anno che viene “decretato favorevolmente” dal “Sig. Capo della Polizia”, Franco Gabrielli. Alla gara (poi non aggiudicata) si presenta un solo concorrente, la “Brescia Antincendi International Srl”, che all’appuntamento con il ministero delega come “collaboratore” un ex militare in pensione, il tenente colonnello Virgilio D’Amata, cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Ma è un nulla di fatto.

      A Tunisi vengono quindi consegnati navi, pick-up, (mancati) idranti ma anche motori fuoribordo per quasi 600mila euro. È del settembre 2018, infatti, un nuovo “avviso esplorativo” sottoscritto dal direttore centrale dell’Immigrazione -Massimo Bontempi- per la fornitura di “10 coppie di motori Yamaha 4 tempi da 300 CV di potenza” e altri 25 da 150 CV. Il tutto al dichiarato fine di “garantire un dispiegamento efficace dei servizi di prevenzione e di contrasto all’immigrazione clandestina”.

      Come per la Tunisia, anche in Libia il ritmo è scandito da “intese tecniche” tra ministeri “per l’uso dei finanziamenti” previsti nel Fondo Africa. Parlamento non pervenuto

      Poi c’è la Libia, l’altro fronte strategico del “contrasto”. Come per la Tunisia, anche in questo contesto il ritmo è scandito da “intese tecniche” tra ministeri di Esteri e Interno -Parlamento non pervenuto- “per l’uso dei finanziamenti” previsti nel citato Fondo Africa. Una di queste, datata 4 agosto 2017, riguarda il “supporto tecnico del ministero dell’Interno italiano alle competenti autorità libiche per migliorare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, inclusi la lotta al traffico di migranti e le attività di ricerca e soccorso”. L’“eventuale spesa prevista” è di 2,5 milioni di euro. Nel novembre 2017 se n’è aggiunta un’altra, rivolta a “programmi di formazione” dei libici del valore di 615mila euro circa (sempre tratti dal Fondo Africa). Quindi si parte dalle intese e poi si passa ai contratti.

      Scorrendo quelli firmati dalla Direzione immigrazione e polizia delle frontiere del Viminale tra 2017 e 2018, e che riguardano specificamente commesse a beneficio di Tripoli, il “fornitore” è sempre lo stesso: Cantiere Navale Vittoria. È l’azienda di Adria -che non ha risposto alle nostre domande- a occuparsi della rimessa in efficienza di svariate imbarcazioni (tre da 14 metri, due da 35 e una da 22) custodite a Biserta (in Tunisia) e “da restituire allo Stato della Libia”. Ma anche della formazione di 21 “operatori della polizia libica” per la loro “conduzione” o del trasporto di un’altra nave di 18 metri da Tripoli a Biserta. La somma degli appalti sfiora complessivamente i 3 milioni di euro. In alcuni casi, il Viminale dichiara di non avere alternative al cantiere veneto. Lo ha riconosciuto la Direzione in un decreto di affidamento urgente per la formazione di 22 “operatori di polizia libica” e la riconsegna di tre motovedette a fine 2017. Poiché Cantiere Navale Vittoria avrebbe un “patrimonio informativo peculiare”, qualunque ricerca di “soluzioni alternative” sarebbe “irragionevole”. Ecco perché in diverse “riunioni bilaterali di esperti” per la cooperazione tra Italia e Libia “in materia migratoria”, oltre alla delegazione libica (i vertici dell’Amministrazione generale per la sicurezza costiera del ministero dell’Interno) e quella italiana (tra cui l’allora direttore del Servizio immigrazione del Viminale, Vittorio Pisani), c’erano anche i rappresentanti di Cantiere Navale Vittoria.
      Se i concorrenti sono pochi, la fretta è tanta. In più di un appalto verso la Libia, infatti, la Direzione ha argomentato le procedure di “estrema urgenza” segnalando come “ulteriori indugi”, ad esempio “nella riconsegna delle imbarcazioni”, non solo “verrebbero a gravare ingiustificatamente sugli oneri di custodia […] ma potrebbero determinare difficoltà anche di tipo diplomatico con l’interlocutore libico”. È successo nell’estate 2018 anche per l’ultimo “avviso esplorativo” da quasi 1 milione di euro collegato a quattro training (di quattro settimane) destinati a cinque equipaggi “a bordo di due unità navali da 35 metri, un’unità navale da 22 metri e un’unità navale da 28 metri di proprietà libica”, “al fine di aumentare l’efficienza di quel Paese per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Lo scopo è fornire una “preparazione adeguata su ogni aspetto delle unità navali”. Della materia “diritti umani” non c’è traccia.

      Questa specifica iniziativa italiana deriva dal Memorandum d’Intesa con la Libia sottoscritto a Roma dal governo Gentiloni (Marco Minniti ministro dell’Interno), il 2 febbraio 2017. Il nostro Paese si era impegnato a “fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”. È da lì che i governi di Italia e Libia decidono di includere tra le attività di cooperazione anche l’erogazione dei corsi di addestramento sulle motovedette ancorate a Biserta.

      Ai primi di maggio del 2018, il Viminale decide di accelerare. C’è l’“urgenza di potenziare, attraverso la rimessa in efficienza delle imbarcazioni e l’erogazione di corsi di conduzione operativa, il capacity building della Guardia Costiera libica, al fine di aumentare l’efficienza di quel Paese per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Anche perché, aggiunge il ministero, “alla luce degli ultimi eventi di partenze di migranti dalle coste libiche”, “appare strettamente necessario ed urgente favorire il pieno ripristino dell’efficienza delle competenti Autorità dello Stato della Libia nell’erogazione dei servizi istituzionali”. E così a fine giugno 2018 viene pubblicato il bando: i destinatari sono “operatori della polizia libica” e non invece le guardie costiere. Il ministero ha dovuto però “rimodulare” in corsa l’imposto a base d’asta della gara (da 763mila a 993mila euro). Perché? Il capitolato degli oneri e il verbale di stima relativi al valore complessivo dell’intera procedura sarebbero risultati “non remunerativi” per l’unico operatore interessato: Cantiere Navale Vittoria Spa, che avrebbe comunicato “di non poter sottoscrivere un’offerta adeguata”.

      Le risorse per quest’ultimo appalto non arrivano dal Fondo Africa ma da uno dei sei progetti finanziati in Libia dall’Unione europea tramite il “Fondo Fiduciario per l’Africa” (EU Trust Fund), istituito a fine 2015 con una dotazione di oltre 4 miliardi di euro. Quello che ci riguarda in particolare s’intitola “Support to integrated Border and Migration Management in Libya – First Phase”, del valore di oltre 46 milioni di euro. Mentre l’Ue è il principale finanziatore, chi deve implementarlo in loco, dal luglio 2017, è proprio il nostro ministero dell’Interno. Che è attivo in due aree della Libia: a Nord-Ovest, a Tripoli, a beneficio delle guardie costiere libiche (tramite la costituzione di un centro di coordinamento per le operazioni di ricerca e soccorso in mare e per la dichiarazione di un’area di ricerca e soccorso in mare autonoma), e una a Sud-Ovest, nella regione del Fezzan, nel distretto di Ghat, per incrementare la capacità di sorveglianza, “in particolare nelle aree di frontiera terrestre con il Niger, maggiormente colpita dall’attraversamento illegale”. È previsto inoltre un “progetto pilota” per istituire una sede operativa per circa 300 persone, ripristinando ed equipaggiando le esistenti strutture nella città di Talwawet, non lontano da Ghat, con tre avamposti da 20 persone l’uno.

      A un passo da lì c’è il Niger, l’altra tessera del mosaico. Alla metà di dicembre 2018, non risultano appalti in capo alla Direzione frontiere del Viminale, ma ciò non significa che il nostro Paese non sia attivo per supportare (anche) la gestione dei suoi confini. A metà 2017, infatti, l’Italia ha destinato 50 milioni di euro all’EU Trust Fund per “far fronte alle cause profonde della migrazione in Africa/Finestra Sahel e Lago Ciad”, con un’attenzione particolare al Niger. Si punta alla “creazione di nuove unità specializzate necessarie al controllo delle frontiere, di nuovi posti di frontiera fissa, o all’ammodernamento di quelli esistenti, di un nuovo centro di accoglienza per i migranti a Dirkou, nonché per la riattivazione della locale pista di atterraggio”. In più, dal 2018 è scesa sul campo la “Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger” (MISIN) che fa capo al ministero della Difesa e ha tra i suoi obiettivi quello di “concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere”. Il primo corso “per istruttori di ordine pubblico a favore della gendarmeria nigerina” si è concluso a metà ottobre 2018. Pochi mesi prima, a luglio, era stata sottoscritta un’altra “intesa tecnica” tra Esteri e Difesa per rimettere in efficienza e cedere dieci ambulanze e tre autobotti. Finalità? “Il controllo del territorio volto alla prevenzione e al contrasto ai traffici di esseri umani e al traffico di migranti, e per l’assistenza ai migranti nell’ambito delle attività di ricerca e soccorso”: 880mila euro circa. Il Niger è centrale: stando all’ultima programmazione dei Paesi e dei settori in cui sono previsti finanziamenti tramite il “Fondo Africa” (agosto 2018, fonte ministero degli Esteri), il Paese è davanti alla Libia (6 milioni contro 5 di importo massimo preventivato).

      Inabissatosi in Niger, il ministero dell’Interno riemerge in Egitto. Anche lì vigono “accordi internazionali diretti al contrasto dell’immigrazione clandestina” sostenuti dall’Italia. La loro traduzione interessa da vicino la succursale italiana della Hewlett-Packard (HP). Risale infatti a fine 2006 un contratto stipulato tra la multinazionale e la Direzione del Viminale “per la realizzazione di un Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (AFIS) per lo Stato dell’Egitto”, finalizzato alle “esigenze di identificazione personale correlate alla immigrazione illegale”: oltre 5,2 milioni di euro per il periodo 2007-2012, cui se ne sono aggiunti ulteriori 1,8 milioni per la manutenzione ininterrotta fino al 2017 e quasi 500mila per l’ultima tranche, 2018-2019. HP non ha avversari -come riporta il Viminale- in forza di un “accordo in esclusiva” tra la Hewlett Packard Enterprise e la multinazionale della sicurezza informatica Gemalto “in relazione ai prodotti AFIS per lo Stato dell’Egitto”. Affari che non si possono discutere: “L’interruzione del citato servizio -sostiene la Direzione- è suscettibile di creare gravi problemi nell’attività di identificazione dei migranti e nel contrasto all’immigrazione clandestina, in un momento in cui tale attività è di primaria importanza per la sicurezza nazionale”. Oltre alla partnership con HP, il ministero dell’Interno si spende direttamente in Egitto. Di fronte alle “esigenze scaturenti dalle gravissimi crisi internazionali in vaste aree dell’Africa e dell’Asia” che avrebbero provocato “massicci esodi di persone e crescenti pressioni migratorie verso l’Europa”, la Direzione centrale immigrazione (i virgolettati sono suoi) si è fatta promotrice di una “proposta progettuale” chiamata “International Training at Egyptian Police Academy” (ITEPA). Questa prevede l’istituzione di un “centro di formazione internazionale” sui temi migratori per 360 funzionari di polizia e ufficiali di frontiera di ben 22 Paesi africani presso l’Accademia della polizia egiziana de Il Cairo. Il “protocollo tecnico” è stato siglato nel settembre 2017 tra il direttore dell’Accademia di polizia egiziana ed il direttore centrale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere. Nel marzo 2018, il capo della Polizia Gabrielli è volato a Il Cairo per il lancio del progetto. “Il rispetto dei diritti umani -ha dichiarato in quella sede- è uno degli asset fondamentali”.

      “La legittimità, la finalità e la consistenza di una parte dei finanziamenti citati con le norme di diritto nazionale e internazionale sono stati studiati e in alcuni casi anche portati davanti alle autorità giudiziarie dai legali dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi, asgi.it)”, spiega l’avvocato Giulia Crescini, parte del collegio dell’associazione che si è occupato della vicenda. “Quando abbiamo chiesto lo stato di implementazione dell’accordo internazionale Italia-Libia del febbraio 2017, il ministero dell’Interno ha opposto generiche motivazioni di pericolo alla sicurezza interna e alle relazioni internazionali, pertanto il ricorso dopo essere stato rigettato dal Tar Lazio è ora pendente davanti al Consiglio di Stato”. La trasparenza insegue la frontiera.

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      “LEONARDO” (FINMECCANICA) E GLI INTERESSI SULLE FRONTIERE

      In Tunisia, Libia, Egitto e Niger, l’azienda Leonardo (Finmeccanica) avrebbe in corso “attività promozionali per tecnologie di sicurezza e controllo del territorio”. Alla richiesta di dettagli, la società ha risposto di voler “rivitalizzare i progetti in sospeso e proporne altri, fornendo ai Governi sistemi e tecnologie all’avanguardia per la sicurezza dei Paesi”. Leonardo è già autorizzata a esportare materiale d’armamento in quei contesti, ma non a Tripoli. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, ha approvato la Risoluzione 2420 che estende l’embargo sulle armi nel Paese per un altro anno. “Nel prossimo futuro -fa sapere l’azienda di cui il ministero dell’Economia è principale azionista- il governo di accordo nazionale potrà richiedere delle esenzioni all’embargo ONU sulle armi, per combattere il terrorismo”. Alla domanda se Leonardo sia coinvolta o operativa nell’ambito di iniziative collegate al fondo fiduciario per l’Africa dell’Unione europea e in particolare al programma da 46 milioni di euro coordinato dal Viminale, in tema di frontiere libiche, l’azienda ha fatto sapere che “in passato” avrebbe “collaborato con le autorità libiche per lo sviluppo e implementazione di sistemi per il monitoraggio dei confini meridionali, nonché sistemi di sicurezza costiera per il controllo, la ricerca e il salvataggio in mare”. Attualmente la società starebbe “esplorando opportunità in ambito europeo volte allo sviluppo di un progetto per il controllo dei flussi migratori dall’Africa all’Europa, consistente in un sistema di sicurezza e sorveglianza costiero con centri di comando e controllo”.

      Export in Libia. Il “caso” Prodit

      Nei primi sei mesi del 2018, attraverso l’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento), l’Italia ha autorizzato l’esportazione di “materiale d’armamento” verso la Libia per un valore di circa 4,8 milioni di euro. Nel 2017 questa cifra era zero. Si tratta, come impone la normativa in tema di embargo, di materiali “non letali”. L’ammontare è minimo se paragonato al totale delle licenze autorizzate a livello mondiale dall’Italia tra gennaio e giugno 2018 (3,2 miliardi di euro). Chi esporta è una singola azienda, l’unica iscritta al Registro Nazionale delle Imprese presso il Segretariato Generale del ministero della Difesa: Prodit Engineering Srl. In Libia non ha esportato armi ma un veicolo terrestre modificato come fuoristrada e materiali utilizzabili per sminamento.

      https://altreconomia.it/frontiera-buon-affare-inchiesta

      #Leonardo #Finmeccanica #Egypte #Tunisie #identification #P350 #Brescia_Antincendi_International #Virgilio_D’Amata #Massimo_Bontempi #Yamaha #Minniti #Marco_Minniti #EU_Trust_Fund #Trust_Fund #Missione_bilaterale_di_supporto_nella_Repubblica_del_Niger #MISIN #Hewlett-Packard #AFIS #International_Training_at_Egyptian_Police_Academy #ITEPA

    • "La frontiera è un buon affare": l’inchiesta sul contrasto del Viminale all’immigrazione «clandestina» a suon di appalti pubblici

      Dalla Tunisia alla Libia, dal Niger all’Egitto: così lo Stato italiano finanzia imbarcazioni, veicoli, formazione a suon di appalti pubblici. I documenti presentati a Roma dall’Arci.

      «Quando si parla di esternalizzazione della frontiera e di diritto di asilo bisogna innanzitutto individuare i Paesi maggiormente interessati da queste esternalizzazioni, capire quali sono i meccanismi che si vuole andare ad attaccare, creare un caso e prenderlo tempestivamente. Ma spesso per impugnare un atto ci vogliono 60 giorni, le tempistiche sono precise, e intraprendere azioni giudiziarie per tutelare i migranti diventa spesso molto difficile. Per questo ci appoggiamo all’Arci». A parlare è Giulia Crescini, avvocato dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che insieme a Filippo Miraglia, responsabile immigrazione di ARCI, Sara Prestianni, coordinatrice del progetto #externalisationpolicieswatch, e Duccio Facchini, giornalista di Altreconomia, ha fatto il punto sugli appalti della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, insediata presso il ministero dell’Interno e più in generale dei fondi europei ed italiani stanzianti per implementare le politiche di esternalizzazione del controllo delle frontiere in Africa.

      L’inchiesta. Duccio Facchini, presentando i dati dell’inchiesta di Altreconomia «La frontiera è un buon affare», ha illustrato i meccanismi di una vera e propria strategia che ha uno dei suoi punti d’origine in un piccolo comune del Veneto, in provincia di Rovigo, affacciato sul Canal Bianco - dove ha sede una delle principale aziende specializzate in cantieristica navale militare e paramilitare - e arriva a toccare Tripoli, Niamey o Il Cairo. Il filo rosso che lega gli affidamenti milionari è uno solo: fermare il flusso di persone dirette in Italia e in Europa. Anche utilizzando fondi destinati alla cooperazione e senza alcun vaglio parlamentare.

      Il Fondo Africa, istituito con la legge di bilancio 2017, art. 1 comma 621 per l’anno 2018, è pari a 200 milioni di euro, cifra che serve per attivare forme di collaborazione e cooperazione con i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno della migrazione, anche se l’espressione in sé significa tutto e niente. «Questo fondo - ha spiegato Facchini in conferenza nella sede Arci lo scorso 6 febbraio - viene dato al ministero degli Affari esteri internazionali che individua quali sono questi Paesi: nello specifico il ministero ha indicato una sfilza di Paesi africani, dal Niger alla Libia alla Tunisia, passando per l’Egitto la Costa d’Avorio, indicando anche una serie di attività che possono essere finanziate con questi soldi. Tra queste c’è la dotazione di strumentazioni utili per il controllo della frontiera». Gli autori dell’inchiesta hanno chiesto al ministero l’elenco dei provvedimenti che sono stati messi in campo e per attivare questa protezione alla frontiera. «Siamo alla fine del 2017 e notiamo che tra questi ce n’è uno che stanzia 2 milioni e mezzo per la messa in opera di quattro motovedette. Da lì cominciamo a domandarci se in base alla normativa italiana è legittimo dare una strumentazione così specifica a delle autorità così notoriamente coinvolte nella tortura e nella violenza dei migranti. Quindi abbiamo strutturato un ricorso giuridicamente molto complicato per cercare di interloquire con il giudice amministrativo». Notoriamente il giudice amministrativo non è mai coinvolto in questioni relative al diritto di asilo - per capire: è il giudice degli appalti - ed è insomma colui che va a verificare se la pubblica amministrazione ha adempiuto bene al suo compito.

      l punto di partenza. «Il giudice amministrativo e la pubblica amministrazione – ha spiegato Giulia Crescini dell’Asgi - stanno sempre in un rapporto molto delicato fra loro perché la pubblica amministrazione ha un ambito di discrezionalità all’interno del quale il giudice non può mai entrare, quindi la PA ha dei limiti che vengono messi dalla legge e all’interno di quei limiti il ministero può decidere come spendere quei soldi. Secondo noi quei limiti sono superati, perché la legge non autorizza a rafforzare delle autorità che poi commettono crimini contro i migranti, riportando queste persone sulla terra ferma in una condizione di tortura, soprattutto nei centri di detenzione». I legati hanno dunque avviato questo ricorso, ricevendo, qualche settimana fa, la sentenza di rigetto di primo grado. La sentenza è stata pubblicata il 7 gennaio e da quel giorno a oggi i quattro avvocati hanno studiato le parole del giudice, chiedendo alle altre organizzazioni che avevano presentato insieme a loro il ricorso se avessero intenzione o meno di fare appello. «Studiando la sentenza - continua Crescini - ci siamo accorti di come. pur essendo un rigetto, non avesse poi un contenuto così negativo: il giudice amministrativo in realtà è andato a verificare effettivamente se la pubblica amministrazione avesse speso bene o meno questo soldi, cioè se avesse esercitato in modo corretto o scorretto la discrezionalità di cui sopra. Un fatto che non è affatto scontato. Il giudice amministrativo è andato in profondità, segnalando il fatto che non ci sono sufficienti prove di tortura nei confronti dei migranti da parte delle autorità. Dal punto di vista giuridico questo rappresenta una vittoria. Perché il giudice ha ristretto un ambito molto specifico su cui potremo lavorare davanti al Consiglio di Stato».

      La frontiera è un buon affare. L’inchiesta «La frontiera è un buon affare» rivela che lo sforzo politico che vede impegnate Italia e istituzioni europee nella chiusura delle frontiere si traduce direttamente in un incremento del budget al capitolo della sicurezza, nella messa in produzione di sistemi biometrici di identificazione, nella moltiplicazione di forze di polizia europea ai nostri confini e nell’elaborazione di sistemi di sorveglianza.

      La dimensione europea della migrazione - si legge in un comunicato diffuso da Arci - si allontana sempre più dal concetto di protezione a favore di un sistema volto esclusivamente alla sicurezza e alla repressione del fenomeno migratorio. La logica dell’esternalizzazione, diventata pilastro della strategia tanto europea quanto italiana di gestione delle frontiere, assume in questo modo, sempre più, una dimensione tecnologica e militare, assecondando le pressioni della lobby dell’industria della sicurezza per l’implementazione di questo mercato. L’uso dei fondi è guidato da una tendenza alla flessibilità con un conseguente e evidente rischio di opacità, conveniente per il rafforzamento di una politica securitaria della migrazione.

      Nel MFF - Multiannual Financial Framework - che definisce il budget europeo per un periodo di 7 anni e ora in discussione tripartita tra Commissione, Parlamento e Consiglio - si evidenzia l’intento strategico al netto dei proclami e dei comizi della politica: la migrazione è affrontata principalmente dal punto di vista della gestione del fenomeno e del controllo delle frontiere con un incremento di fondi fino a 34 miliardi di euro per questo settore.

      A questo capitolo di spesa - si legge ancora nel comunicato - contribuiscono strumenti finanziari diversi, dal fondo sulla sicurezza interna - che passa dai 3,4 del 2014/20120 ai 4,8 miliardi del 2021/2027 e che può essere speso anche per la gestione esterna delle frontiere - a tutto il settore della cooperazione militare che coincide sempre più con quello dell’esternalizzazione, una tendenza che si palesa con evidenza nelle due missioni militari nostrane in Libia e Niger.

      Dei 23 miliardi del Fondo Europeo alla Difesa e quello per la Pace, una buona parte saranno devoluti allo sviluppo di nuova tecnologia militare, utilizzabili anche per la creazione di muri nel mare e nel deserto. Stessa logica anche per il più conosciuto Fondo Fiduciario per l’Africa che, con fondi provenienti dal budget allo sviluppo, finanzia il progetto di blocco marittimo e terrestre nella rotta del Mediterraneo centrale.

      Sulla pelle dei migranti. Chi ne fa le spese, spiegano gli autori dell’inchiesta, sono i migranti, obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e proprio business. Questa connessione e interdipendenza tra politici e lobby della sicurezza, che sfiora a tutto gli effetti il conflitto di interessi, è risultata evidente nel corso del SRE «Research on security event» tenutosi a Bruxelles a fine dicembre su proposta della presidenza austriaca. Seduti negli stessi panel rappresentanti della commissione dell’Agenzia Frontex, dell’industria e della ricerca del biometrico e della sicurezza, manifestavano interesse per un obbiettivo comune: la creazione di un mercato europeo della sicurezza dove lotta al terrorismo e controllo della migrazione si intrecciano pericolosamente

      «Il Governo Italiano si iscrive perfettamente nella logica europea, dalle missioni militari con una chiara missione di controllo delle frontiere in Niger e Libia al rinnovo del Fondo Africa, rifinanziato con 80 milioni per il 2018/2019, che condiziona le politiche di sviluppo a quelle d’immigrazione», dichiara ancora Arci. «Molti i dubbi che solleva questa deriva politica direttamente tradotta nell’uso dei fondi europei e nazionali: dalle tragiche conseguenze sulla sistematica violazione delle convenzione internazionali a una riflessione più ampia sull’opacità dell’uso dei fondi e del ruolo sempre più centrale dell’industria della sicurezza per cui la politica repressiva di chiusura sistematica delle frontiere non è altro che l’ennesimo mercato su cui investire, dimenticandosi del costo in termine di vite umane di questa logica».

      https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2019/02/07/news/la_frontiera_e_un_buon_affare-218538251

    • Appalti sulle frontiere: 30 mezzi di terra alla Libia dall’Italia per fermare i migranti

      Il ministero dell’Interno italiano si appresta a fornire alle autorità di Tripoli nuovi veicoli fuoristrada per il “contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. Un appalto da 2,1 milioni di euro finanziato tramite il “Fondo Fiduciario per l’Africa”, nell’ambito del quale l’Italia accresce il proprio ruolo. Il tutto mentre l’immagine ostentata di una “Libia sicura” è offuscata dagli stessi atti di gara del Viminale

      Il ministero dell’Interno italiano si appresta a fornire alle autorità della Libia trenta nuovi veicoli fuoristrada per le “esigenze istituzionali legate al contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. L’avviso esplorativo pubblicato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, insediata presso il Viminale, risale al 5 marzo 2019 (scadenza per la presentazione della manifestazione d’interesse all’8 aprile di quest’anno).

      La fornitura riguarda 30 mezzi “Toyota Land Cruiser” (15 del modello GRJ76 Petrol e 15 del GRJ79 DC Petrol), in “versione tropicalizzata”, relativamente ai quali le autorità libiche, il 24 dicembre 2018, avrebbero esplicitato alla Direzione di Roma precise “specifiche tecniche”. Il Viminale la definisce una “richiesta di assistenza tecnica” proveniente da Tripoli per le “esigenze istituzionali legate al contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. In forza di questa “strategia”, dunque, il governo italiano -in linea con i precedenti, come abbiamo raccontato a gennaio nell’inchiesta sugli “affari lungo le frontiere”– continua a equipaggiare le autorità del Paese Nord-africano per contrastare i flussi migratori. L’ammontare “massimo” degli ultimi due lotti (da 15 mezzi l’uno) è stimato in 2,1 milioni di euro.

      E così come è stato per la gara d’appalto da oltre 9,3 milioni di euro per la fornitura di 20 imbarcazioni destinate alla polizia libica, indetta dal Viminale a fine dicembre 2018, anche nel caso dei 30 mezzi Toyota le risorse arriveranno dal “Fondo Fiduciario per l’Africa” (EU Trust Fund), istituito dalla Commissione europea a fine 2015 con una dotazione di oltre 4 miliardi di euro. In particolare, dal progetto implementato dal Viminale e intitolato “Support to integrated Border and Migration Management in Libya – First Phase”, dal valore di oltre 46 milioni di euro e il cui “delegation agreement” risale a metà dicembre 2017 (governo Gentiloni, ministro competente Marco Minniti).

      Questo non è l’unico progetto finanziato tramite l’EU Trust Fund che vede il ministero dell’Interno italiano attivo nel continente africano. Alla citata “First Phase”, infatti, se ne sono affiancati nel tempo altri due. Uno è di stanza in Tunisia e Marocco (“Border Management Programme for the Maghreb region”), datato luglio 2018 e dal valore di 55 milioni di euro. L’altro progetto, di nuovo, ricade in Libia. Si tratta del “Support to Integrated border and migration management in Libya – Second Phase”, risalente al 13 dicembre 2018, per un ammontare di altri 45 milioni di euro. Le finalità dichiarate nell’”Action Document” della seconda fase in Libia sono -tra le altre- quelle di “intensificare gli sforzi fatti”, “sviluppare nuove aree d’intervento”, “rafforzare le capacità delle autorità competenti che sorvegliano i confini marittimi e terrestri”, “l’acquisto di altre navi”, “l’implementazione della rete di comunicazione del Maritime Rescue Coordination Centre” di Tripoli, “la progettazione specifica di programmi per la neocostituita polizia del deserto”.

      La strategia di contrasto paga, sostiene la Commissione europea. “Gli sforzi dell’Ue e dell’Italia nel sostenere la Guardia costiera libica per migliorare la sua capacità operativa hanno raggiunto risultati significativi e tangibili nel 2018”, afferma nel lancio della “seconda fase”. Di “significativo e tangibile” c’è il crollo degli sbarchi sulle coste italiane, in particolare dalla Libia. Dati del Viminale alla mano, infatti, nel periodo compreso tra l’1 gennaio e il 7 marzo 2017 giunsero 15.843 persone, scese a 5.457 lo scorso anno e arrivate a 335 quest’anno. La frontiera è praticamente sigillata. Un “successo” che nasconde la tragedia dei campi di detenzione e sequestro libici dove migliaia di persone sono costrette a rimanere.

      È in questa cornice che giunge il nuovo “avviso” del Viminale dei 30 veicoli, pubblicato come detto il 5 marzo. Quello stesso giorno il vice-presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha incontrato a Roma il vicepremier libico Ahmed Maiteeq. Un “cordiale colloquio”, come recita il comunicato ministeriale, che avrebbe visto sul tavolo “i rapporti tra i due Paesi, in particolare su sicurezza, lotta al terrorismo, immigrazione e stabilizzazione politica della Libia”.

      Ma l’immagine ostentata dal governo Conte di una “Libia sicura” è offuscata dagli stessi atti di gara del ministero dell’Interno. Tra i quesiti presentati al Viminale da parte dei potenziali concorrenti al bando dei 20 battelli da destinare alla polizia libica, infatti, si trovano richieste esplicite di “misure atte a garantire la sicurezza dei propri operatori”. “Laddove si rendesse strettamente necessario effettuare interventi di garanzia richiesti in loco (Libia)”, gli operatori di mercato hanno chiesto alla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere “che tali prestazioni potranno essere organizzate a patto che le imbarcazioni si trovino in città (Tripoli, ndr) per garantire la sicurezza degli operatori inviati per tali prestazioni”. Il ministero dell’Interno conferma il quadro di instabilità del Paese: “Le condizioni di sicurezza in Libia devono essere attentamente valutate in ragione della contingenza al momento dell’esecuzione del contratto”, è la replica al quesito. “Appare di tutto evidenza che la sicurezza degli operatori non dovrà essere compromessa in relazione ai rischi antropici presenti all’interno dello Stato beneficiario della commessa”. Per gli operatori, non per i migranti in fuga.

      https://altreconomia.it/appalti-libia-frontiere-terra
      #Libye

  • Motorrad Tuning Ratgeber | MOTORRAD 25/2013 | MOTORRADonline.de
    https://www.motorradonline.de/motorraeder/motorrad-tuning-ratgeber.508056.html

    Eintragungspflichtige Bauteile

    Alle hier genannten Umbauten am Motorrad sind eintragungspflichtig. Für Zubehörteile werden ABE (in diesem Fall korrekt: Betriebserlaubnis für Fahrzeugteile) oder Teilegutachten benötigt. Bauteile, für die eine ABE vorliegt, müssen nicht vom TÜV abgenommen werden, sind aber trotzdem eintragungspflichtig, es sei denn, die ABE wird ständig mitgeführt. Bei komplizierteren Umbauten ist meist ein Teilegutachten nötig. Dieses wird vom amtlich anerkannten Sachverständigen oder Prüfer nach erfolgreicher Abnahme ausgestellt, die Eintragung in die Fahrzeugpapiere ist zwingend. Das gilt besonders für folgende Bauteile:

    Bremsscheiben
    Federbeine
    Gabel
    Heck (Höher- und Tieferlegungen)
    Lenker
    Reifen (bei Dimensionsänderung)
    Schwinge
    Tank
    Vergaser
    Verkleidung

    Eintragungsfreie Bauteile

    Demgegenüber stehen Bauteile, die am Motorrad nicht nur die Optik verändern, sondern auch Einfluss auf den Komfort oder die Funktionalität nehmen. Diese Veränderungen müssen weder eingetragen werden, noch benötigen sie Teilegutachten, ABE oder EG-BE. Alles entscheidender Grundsatz ist aber, dass sie die Verkehrssicherheit des Motorrads nicht ­beeinflussen. Ist man sich unsicher, sollte man sich vorab bei einer Prüfstelle vor Ort (TÜV, Dekra, GTÜ) erkundigen.

    Batterie
    Drehzahlmesser
    Gepäckträger (sofern keine maßgebliche Veränderung am Fahrzeug)
    Heizgriffe
    Kickstarter
    Motorschutzwanne
    Ritzel (bei identischer Zähnezahl)
    Sitzbank (unter Beibehaltung der Originallänge; Haltevorrichtung für Sozius beachten)
    Warnblinkanlage
    Zündkerzen (müssen aber Spezifikationen bezüglich der Funkentstörung entsprechen)

    Bauartgenehmigung, eintragungsfrei

    Unter diese Kategorie fallen vor allem Bauteile, die zur Beleuchtung gehören. Diese benötigen keinerlei Eintragung, sondern müssen lediglich über ein EG- oder ECE-Prüfzeichen verfügen. Das ECE-Prüfzeichen kann von Genehmigungsbehörden aller Staaten vergeben werden, die dem ECE-Rechtskreis angehören. Das EG-Prüfzeichen wird von einem EU-Mitgliedsstaat mit Geltung für die gesamte Europäische Gemeinschaft vergeben. Hierbei handelt es sich jedoch nur um Bürokratie, in der Praxis besteht kein Unterschied zwischen den Symbolen. Mittlerweile selten, aber trotzdem weiterhin gültig sind die nationalen Prüfzeichen, die vom Kraftfahrt-Bundesamt vergeben werden und damit die Allgemeine Betriebs­erlaubnis eines Bauteils nach deutschem Recht bestätigen. Allerdings müssen beim Anbau bestimmte Grundregeln eingehalten werden. Im Idealfall wird das in einer gut dokumentierten Anleitung beschrieben. Deshalb sollte auch darauf beim Kauf geachtet werden. Über eine Bauartgenehmigung müssen unter anderem diese Teile verfügen:

    Blinker
    Glühlampen
    Hupe
    Kennzeichenbeleuchtung
    Miniblinker
    Scheinwerfer
    Spiegel
    Rücklicht
    Rückstrahler (beim Anbau muss auch der Winkel
    senkrecht zur Fahrbahn beachtet werden)

    TÜV, Dekra, GTÜ: Wer darf eintragen?

    In der Regel sind TÜV, Dekra, GTÜ und KÜS für alle Abnahmen, Eintragungen und Gutachten gleichermaßen zuständig. Ist jedoch aufgrund von Sonder- oder Einzelanfertigungen, massiven Umbauten oder weiteren Gründen nach § 21 StVZO eine Einzelabnahme zur Erteilung einer Einzelbetriebserlaubnis (EBE) nötig, so darf diese nur von Technischen Prüfstellen durchgeführt werden, welche in den alten Bundesländern nur vom TÜV und in den neuen Bundesländern nur von der Dekra betrieben werden.

    #Allemagne #transport #moto #droit

  • Voilà comment la #forêt cambodgienne est pillée... en #moto, bit by bit !
    Même la saison des pluies (et la boue qui va avec) ne les arrête pas !


    Photographies prises dans la région de #Sen_Monorom (#Mondulkiri).

    Celles-ci dans un village Pouké, à 20 km de Sen Monorom :

    Selon les informations récoltées, à vérifier, un bout de bois est vendu sur le marché local pour environ 10 USD.
    #Cambodge #déforestation
    cc @odilon

    • J’ai un doute sur les capacités de déforestation de ces pauvres types à motos. Ont-ils vraiment les moyens de faire des routes pour entrer dans la forêt ou pour abattre des arbres gigantesques. Est-ce que ce ne seraient pas justes du trafic de débris laissés par les industriels de la déforestation qui doivent se gaver comme ils le font en Amazonie ou à Madagascar ?

    • @touti... je peux te garantir que les motos c’est le seul moyen pour atteindre le coeur de la forêt !
      Comme j’expliquais ici https://visionscarto.net/mony-hong-habite-par-la-foret, il y a deux types de déforestation, une déforestation sélective, les meilleures essences sont choisies dans la forêt et vendues sur le marché local, et puis exportées ou utilisées dans les villes pour faire des meubles notamment.
      Et puis, quand les meilleures essences sont parties, c’est le moment des bulldozer et des grandes entreprises qui arrivent avec les gros engins pour « nettoyer » ce qui reste et pour en faire des plantations...

      Mais méfie-toi de la capacité des locaux à moto à déforester !

    • Merci de ta réponse, ma question visait cet éclaircissement que tu donnes, désolée si mon humilité devant cette interrogation ne transparaissait pas. Il est vrai aussi qu’à Madagascar c’est la tradition des terres brûlées des locaux pour l’agriculture et le charbon qui a ravagé les forêts.

    • Cambodian PM Vows to Shoot Loggers From Helicopters, Again

      Cambodian Prime Minister Hun Sen promised on Sunday that he would fix his country’s problems with rampant deforestation by shooting those who illegally chop down timber from helicopters.

      “It’s correct that we are losing our forests, many are being replaced by rubber plantations,” he said, speaking to members of the Cambodian diaspora in New York.

      “I acknowledge that thieves have illegally cut down timber and I am ordering them to be shot from helicopters in the sky.”

      Hun Sen made a similar promise two and a half years earlier, when he announced that General Sao Sokha, newly appointed as head of a task force to stop illegal logging and timber smuggling, was authorized to fire rockets at loggers from helicopters.

      That order came a year after a Global Witness report showed that Hun Sen’s own personal advisor, Try Pheap, headed an illegal logging network that saw millions of dollars of rosewood smuggled to China each year.

      Not a shot has been fired from helicopters since that order and the task force did not succeed in halting the flow of luxury timber across Cambodia’s borders to Vietnam.

      Hun Sen’s relatives have also long been linked with the country’s illegal timber business.

      With hectares of forest falling to loggers and economic land concessions dished out by Cambodia’s ruling party, the country has one of the world’s highest rates of deforestation.

      Global Witness meanwhile estimates that evictions that have resulted from logging and the government giving land to agribusinesses have displaced 830,000 people, forcing some into squatting in state forests, or cutting down timber themselves.

      Speaking Sunday, however, Hun Sen emphasized that it was the country’s now-defunct opposition—whose leader is in exile and whose deputy leader is just out of prison—that should be blamed for illegal logging.

      “In many cases [the thieves] went to cut down millions of hectares to cultivate farmlands, including groups [affiliated] with the former opposition,” he said.

      https://www.occrp.org/en/daily/8677-cambodian-pm-vows-to-shoot-loggers-from-helicopters-again

  • https://www.fip.fr/sites/default/files/styles/image_ppale_full/public/asset/images/2018/07/david-bowie-zeroes-couv.png?itok=0jTSggoK

    Le titre fait partie de la réorchestration de l’album « Never Let Me Down » présent dans le futur coffret « Loving the Alien (1983 - 1988) ».
    Plus de deux ans après la disparition de l’icône anglaise, Loving the Alien (1983 - 1988), prévu le 12 octobre, va sans nul doute ravir tous les fans de #David_Bowie de la période eighties. Ce coffret 11 CD ou 15 vinyles réunira les trois albums studios Let’s Dance, Tonight et Never Let Me Down, une compilation de remixes Dance et une autre, Re:Call 4, débordant de raretés, faces B et autres démos, ainsi que deux albums live Serious Moonlight (Live 1983) and Glass Spider (Live Montréal 1987). Plus étonnant, cette version 2018, de l’album Never Let Me Down sorti initialement en 1987 dont on peut écouter une version réorchestrée du titre Zeroes, envolée de happy rock psyché des 80’s

    https://www.youtube.com/watch?time_continue=252&v=LTGGb2VUmGg

    Avant sa mort en janvier 2016, David Bowie avait exprimé le désir de réenregistrer l’album Never Let Me Down, « une déception amère » comme il l’appelait, avec une production et une instrumentation moins datées. Sur cette nouvelle version du titre Zeroes, mixée par Mario McNulty, fidèle ingénieur du son, les synthés des années 80 et le son du tambour ont été supprimés, les guitares réenregistrées et des arrangements de cordes rajoutés mais les sons de sitar de Peter Frampton ont été conservés et la voix de maître reste inchangée.

    https://www.fip.fr/actualites/une-nouvelle-version-du-zeroes-de-david-bowie-33306

    Superbe version live de « Heroes » interprété par un autre illustre disparu :
    https://www.youtube.com/watch?v=h4c7hzt1_4Q


    #zeroes #heroes #Motörhead #Lemmy_Kilmister

  • #vietnamese_women's_museum in #Hanoi, #Vietnam

    Vietnamese Women’s Museum (VWM) is located in Ly Thuong Kiet Street, downtown Hanoi, just 500m from the central Hoan Kiem (Restored Sword) Lake and the old quarter. This is the most ancient street in the capital city, with many French-style buildings, foreign embassies, big hotels and government offices.
    Vietnamese Women’s Museum was established in 1987 and run by Vietnam Women’s Union. It is a gender museum with functions of research, preservation, and display of tangible and intangible historical and cultural heritages of Vietnamese women and Vietnam Women’s Union. It is also a centre for cultural exchange between Vietnamese and international women for the goal of equality, development and peace.


    http://www.baotangphunu.org.vn
    #femmes #musée

    @tchaala_la & @isskein :

    It is also a centre for cultural exchange between Vietnamese and international women for the goal of equality, development and peace.

    –-> peut-être intéressant de tisser des liens avec la Turquie ?
    #paix

  • Cash investigation - Les secrets inavouables de nos téléphones portables (Intégrale)
    https://www.youtube.com/watch?v=w2PZQ-XprQU

    Pour cette deuxième émission de la rentrée, zoom sur le marché des téléphones portables. Pendant un an, l’équipe a enquêté sur les conditions de fabrication de cet appareil du quotidien, produit de très grande consommation puisqu’un Français consulte en moyenne 150 fois par jour son portable. 1,8 milliard d’exemplaires sont vendus à travers le monde chaque année. Ce marché rapporte des sommes gigantesques aux entreprises du secteur, devenus des empires économiques. En Chine, un journaliste a filmé en caméra (...)

    #Alcatel-Lucent #Apple #Huawei #Microsoft #Motorola_Mobility #Nokia_Siemens #Samsung #smartphone #travail #minerais #travailleurs #China_Labor_Watch #LG (...)

    ##Wiko

    • Intro complète

      Pour cette deuxième émission de la rentrée, zoom sur le marché des téléphones portables. Pendant un an, l’équipe a enquêté sur les conditions de fabrication de cet appareil du quotidien, produit de très grande consommation puisqu’un Français consulte en moyenne 150 fois par jour son portable. 1,8 milliard d’exemplaires sont vendus à travers le monde chaque année. Ce marché rapporte des sommes gigantesques aux entreprises du secteur, devenus des empires économiques. En Chine, un journaliste a filmé en caméra cachée les conditions de travail des salariés d’un des plus gros sous-traitants de l’industrie du mobile, pour la plupart des enfants. En République démocratique du Congo, rencontre avec ceux qui extraient le tantal - minerai qui entre dans la composition des téléphones - parfois pour le compte des rebelles armés.

      #téléphone_portable #téléphone_mobile #mobile #coltan #tantale #Congo #Chine

  • https://www.youtube.com/watch?v=krzqAm45DhI


    http://www.lefigaro.fr/musique/2018/01/11/03006-20180111ARTFIG00289-eddie-clarke-ex-guitariste-de-motorhead-est-deced

    https://www.facebook.com/OfficialMotorhead/posts/1796112430421057
    https://www.discogs.com/Eddie-Clarke-Fast-Eddie-Clarke-Anthology/release/5255331
    https://www.youtube.com/watch?v=JE1ypEqW9x8


    http://www.camionblanc.com/detail-livre-fast-eddie-clarke-par-dela-les-cimes-de-motorhead-1071.php
    #Fast_Eddie_Clarke #R.I.P rock in peace #guitariste #rock #hard_rock #blues

    #Motörhead fut sa vie, son sang. Il aurait tout donné pour en rester le guitariste, mais le destin et les événements en auront voulu autrement. Fast Eddie Clarke a pourtant marqué l’Histoire du groupe de #Lemmy_Kilmister, à tout jamais, de son jeu unique et de ses #riffs torrides. Il y eut les années Clarke, et il y eut le reste, comme une marque au fer rouge, indélébile. Ce #Heavy-Metal puissant qui influencera toute la scène #Metal de 1979 à nos jours, fut le résultat d’une longue lutte contre l’adversité. Le jeu si fin et expressif d’Eddie Clarke est celui d’un parcours balbutiant dans les tréfonds du Rock business anglais, entre deux jobs alimentaires, avant que notre héros trouve l’écrin idéal à sa musique. Une fois parti de Motörhead, il poursuivra une carrière musicale pleine d’embûches, mais parsemée de très bons #disques nécessitant une relecture attentive. Avec Fastway ou en solo, Fast Eddie Clarke reste un #compositeur, un guitariste et même un #chanteur de très haut niveau, injustement éclipsé par l’ombre du redoutable trio dont il fut l’incontestable #chef_mécanicien. Cet ouvrage retrace sa vie, sa carrière, et analyse son oeuvre au travers des albums d’une #discographie prolixe.

    source : La pulsation des inadaptables - #Evelyn_Pieiller
    https://www.monde-diplomatique.fr/2018/02/PIEILLER/58369

    • https://www.youtube.com/watch?v=q_Vn3XVPF8Y

      All life is a mystery,
      All things come to he who waits
      All things just a twist of fate
      It’s just a state of mind
      All your time is not your own
      It’s real hard to find out why
      It’s real hard to say good-bye
      To move on down the line...
      Both your eyes wide open
      You see the shape I’m in
      It wasn’t of my choosing
      It’s only bones and skin
      And I will plead no contest
      If loving you’s a crime
      So go on and find me guilty
      Just one more fucking time
      All your life is in your head
      All you dreams are in your sleep
      And if your dreams are hid too deep
      They’re just a waste of time
      When you try to chase the dream
      You never seem to know the time
      You never recognize the signs
      And nothing’s what it seems
      Both your eyes wide open
      You see the shape I’m in
      It wasn’t of my choosing
      It’s only…

      Motörhead - One More Fucking Time

    • @sinehebdo je savais même pas qu’il était mort le mois dernier. Je l’ai appris en achetant le diplo ce mois-ci.
      ça me fait penser au titre du bouquin de Jackie Berroyer
      « On ne se voit plus qu’aux enterrements, heureusement il y en a souvent » - ( Le Cherche Midi, 2007 )

  • Dans les mid 60s, à Londres, la middle class a le swingin london hippie. Plus au nord à #Manchester, les prolos ont la Northern Soul et la #sape :

    tu peux avoir un boulot de merde, mais tu repasses ton pantalon !

    Northern Soul : l’âme noire du Nord industriel
    http://www.grey-britain.net/2017/12/09/northern-soul-lame-noire-du-nord-industriel

    La playlist : https://www.youtube.com/playlist?list=PLJjk6b7Y1jDqai_UpjUPIfaJroQHcNLgk

    #Motown #musique #northernsoul

  • Abgasskandal: EU-Fahnder verdächtigen VW der Zweckentfremdung von K...
    https://diasp.eu/p/5840382

    Abgasskandal: EU-Fahnder verdächtigen VW der Zweckentfremdung von Krediten

    EU-Ermittler empfehlen weitere Ermittlungen gegen Volkswagen. VW könnte mit Krediten für saubere Motoren stattdessen Antriebe mit illegaler Software entwickelt haben.

    #mobilitaet #krediten #abgasskandal #eu-fahnder #fahnder #eufahnder #zweckentfremdung #eu-ermittler #ermittler #euermittler #ermittlungen #volkswagen #motoren #news #bot #rss

  • Pourquoi les voitures autonomes renversent des cyclistes et commettent des accidents AFP 2017 JOHANNES EISELE - 02.06.2017
    https://fr.sputniknews.com/sci_tech/201706021031664511-voitures-autonomes-cyclistes-accidents

    Heather Knight, experte en robotique de l’université de Stanford, a soulevé une nouvelle vague de débats autour de la sécurité des voitures autonomes. Elle a notamment découvert dans la voiture électrique Tesla Model S que le système ne considérait pas les cyclistes comme des personnes, ce qui pourrait être lourd de conséquences.

    Comment les voitures autonomes causent-elles des accidents et combien de victimes compte-t-on déjà à leurs actifs ?

    La terreur des cyclistes
    Sur son blog Medium, https://medium.com/@heatherknight/tesla-autopilot-review-bikers-will-die-212a8be4d8e7 Heather Knight a partagé ses impressions concernant la voiture électrique et publié les résultats de sa propre investigation. Dans l’ensemble, elle réagit positivement à ce véhicule : la voiture change parfaitement de file sans intervention du conducteur et prend elle-même les virages. Mais le titre de son article est très éloquent : « Les cyclistes vont mourir ».

    « D’après moi, le pilote automatique dans le trafic identifie correctement près de 30 % des voitures et seulement 1 % des cyclistes. L’impossibilité de classifier l’objet n’indique pas que Tesla ne le voit pas. Mais quand les vies humaines sont en jeu, nous préconisons de NE JAMAIS UTILISER LE PILOTE AUTOMATIQUE DE TESLA A PROXIMITE DES CYCLISTES », met en garde Heather Knight.

    En d’autres termes, le système Tesla ne comprend pas qu’une personne se trouve devant le véhicule et considère le vélo comme une voiture de petite taille. C’est pourquoi Heather Knight rappelle qu’aujourd’hui le pilote automatique n’est rien d’autre qu’un assistant permettant de changer de file ou d’avertir d’un danger, mais en aucun cas une substitution à part entière de l’homme.

    En juillet 2016 en Norvège, le système n’avait pas réussi à identifier un moyen de transport et la Model S avait roulé sur un motocycliste, lui infligeant de sérieux traumatismes.

    L’association norvégienne des motocyclistes NMCU avait écrit une lettre ouverte au ministre norvégien des Transports, Ketil Solvik-Olsen, et à Elon Musk, patron de Tesla, pour exiger de tirer au clair les circonstances de cet accident. Les motards ont précisé qu’ils n’étaient en aucun cas opposés au progrès technique mais estiment que le système devrait être minutieusement vérifié avant d’être prêt pour une vaste utilisation. Plus tard, les Norvégiens ont été rejoints par les motoclubs des Pays-Bas et la Fédération des associations motocyclistes européennes ( FEMA ). Ils sont convaincus que la technologie de Tesla n’est pas encore aboutie et ne doit pas être mise entre les mains des conducteurs ordinaires.

    En mars 2017 à Phoenix ( Arizona, USA ), une Tesla Model X a percuté deux motos de police. Les deux policiers s’étaient arrêtés à un feu rouge. La voiture électrique qui les suivait en pilote automatique a d’abord ralenti, avant de poursuivre sa route. Les policiers ont dû abandonner leurs motos pour se retirer de la route.

    Les premières victimes
    L’unique accident mortel de la route impliquant une Tesla en pilote automatique s’est produit en mai 2016 ( même si la compagnie en a parlé seulement fin juin ). Joshua Brown circulait sur la route de Williston, en Floride, au volant de sa Model S, quand un semi-remorque est arrivé perpendiculairement. Ni le conducteur ni la voiture n’ont réagi au camion de couleur claire sur fond de ciel lumineux, et le système de freinage ne s’est pas déclenché.

    Selon la version de l’administration nationale de sécurité routière ( NHTSA ), l’autopilote n’a pas réagi parce que les capteurs de Tesla se trouvent trop bas et qu’un grand interstice séparait la remorque du camion du sol.
    Quoi qu’il en soit, en janvier 2017 les experts de la NHTSA ont reconnu que le conducteur de la Tesla était responsable de l’accident. L’enquête stipule que le pilote automatique joue un rôle d’assistance et que Joshua Brown avait environ 7 secondes pour réagir au danger. Ironie du sort : à un mois de l’accident Joshua Brown avait publié une vidéo pour montrer que le système Tesla l’avait sauvé d’un choc avec un poids lourd.

    Tesla estime aussi que les conducteurs sont eux-mêmes responsables des accidents impliquant leurs voitures. Personne n’a jamais dit que la version actuelle de leur logiciel garantissait une conduite entièrement autonome. Il ne s’agit que d’une aide à la conduite qu’il est possible d’activer uniquement sur l’autoroute, ce qui ne dispense pas d’être vigilant.

    Personne n’est parfait
    La compagnie Uber avait également proposé sa voiture autonome mais la tentative n’est pas allée très loin : en octobre 2016 à Pittsburgh, Pennsylvanie, l’une des voitures d’essai dotée de systèmes de conduite automatique a enfreint le code de la route en s’engageant en sens inverse dans une rue à sens unique. Parfois, les voitures d’Uber brûlaient également les feux rouges.

    En mars 2017, une Volvo XC90 munie des équipements d’Uber en Arizona s’est engagée sur un carrefour à l’orange. Un autre usager de la route tentait de tourner à gauche et a refusé la priorité à la voiture autonome. Après le choc, cette dernière s’est retournée. Le projet ambitieux a alors été fermé.

    D’autres participants à cette course aux autopilotes accumulent également les échecs. Rien qu’en 2015 Google, qui travaille depuis plusieurs années sur sa voiture autonome, a enregistré 272 erreurs dans son système. Pendant ses six premières années d’essai, la voiture sans conducteur de Google a été impliquée dans 11 accidents mais aucun par sa faute. La compagnie pense que ses voitures se comportent de manière trop « polie » et qu’il faut les rendre plus agressives.

    Un seul accident s’est produit dans l’histoire de Google à cause d’une erreur du pilote automatique : en février 2016, une Lexus RX 450h équipé d’un système de conduite autonome a percuté un bus en essayant de contourner un obstacle. Le véhicule a décidé de ne pas laisser passer le transport en commun, provoquant ainsi une collision. Personne n’a été blessé mais Google a promis d’améliorer son logiciel.

    Volvo, qui compte lancer la vente de ses voitures autonomes dès 2021, a également connu des incidents désagréables. Pendant la démonstration de la nouvelle version de la fonction de freinage automatique, le cross-over n’a pas « vu » un groupe d’individus et les a percutés de plein fouet. Volvo a expliqué que la voiture n’avait pas été équipée d’un système d’identification des piétons car ses propriétaires avaient refusé d’acheter cette option.

    Toutefois, aucun grand constructeur à part Tesla ne prend le risque pour l’instant de faire des déclarations retentissantes sur le fonctionnement de leur autopilote. Et les conséquences de la plupart des accidents de la route avec des voitures autonomes ne semblent pas si catastrophiques. Mais ce n’est que le début et dans le monde, les voitures dotées d’un pilote automatique ne sont pas si nombreuses. On peine à imaginer ce qui se produirait si on lançait sur la route des camions autonomes de marque KamAZ ou Tesla compte tenu des systèmes de conduite autonome actuels.

    Il convient de faire la distinction entre les notions « entièrement autonome » et « autopilote ». Malheureusement, beaucoup ne voient pas la différence et laissent le contrôle total au système. Mais à ce jour, aucune voiture ne peut encore prendre elle-même une décision et, souvent, ne fait qu’informer le conducteur d’un danger. Cette précision permet aux grandes compagnies de ne pas endosser la responsabilité et d’accuser les autres usagers de la route ou les propriétaires des voitures autonomes des accidents qui se produisent.

    #voitures_autonomes #Cyclistes #Motocyclistes #Tesla #KamAZ #Uber #Volvo #google

  • Abolir le droit à la #fortune : je travaille sur ce sujet tabou et je me sens bien seul - le Plus
    http://leplus.nouvelobs.com/contribution/1633681-abolir-le-droit-a-la-fortune-je-travaille-sur-ce-sujet-tab

    Dans nos sociétés, nous avons des droits. Ils sont généralement bornés, avec des règles strictes, afin de respecter le « vivre ensemble ». Chez soi, en voiture, dans la rue, au travail... nous devons nous conformer à de nombreuses #règles, qui limitent nos #droits pour respecter ceux des autres. Mais concernant la richesse, il n’existe aucune #limite.
     
    Une personne peut posséder 5, 20, ou 100 millions d’euros, voire plusieurs milliards... c’est incroyable quand on y pense ! Surtout quand un tiers des français possède moins de 10 000 euros chacun, et la moitié de l’humanité presque rien. Finalement, nos problèmes actuels ne viendraient-ils pas de ce droit sans limite à l’#enrichissement personnel et financier ? Car ce droit offre des cercles vertueux pour les nantis, tout en générant des cercles vicieux pour les moins bien lotis.

  • (Keep The Rage podcast) - Vendredi 11 novembre - Interview et live acoustique de MOTORHILL
    http://www.radiolaser.fr/Keep-The-Rage-190-Vendredi-11-novembre-interview-et-live-accoustique-de-M

    Ce vendredi, nous avons reçu le chouette groupe de folk riot girl angevine-rennaise MOTORHILL pour un interview et quelques morceaux jouer en direct dans les studios.

    Motorhill s’est formé en 2015 à l’occasion d’un concert hommage à Joe Hill, réadaptant ainsi quelques textes du syndicaliste en version folk. Cette soirée fut le point de départ de motorhill qui décida de continuer l’aventure alors qu’à la base la formation ne devait être qu’éphémère.
    Aujourd’hui le duo guitare/banjo reprend toujours les textes de Joe Hill soit en version originale ou traduit en français en y posant dessus des mélodies folk. Plus qu’un hommage à Joe Hill, motorhill nous raconte la réalité du début du 20ème siècle qui finalement n’est pas si éloignée de la notre.

    #infopunk #folk #banjo #JoeHill #motorhill #riotgrrrls #radiolaser #keeptherage #radiolibre

  • Jacques Chirac et la politique de la motocrotte | StreetPress

    En #1977, pour se faire élire à la mairie de Paris, Jacques Chirac axe sa campagne sur la propreté. Arrivé aux manettes, il fait repeindre les camions-poubelles en « vert-bambou » et dégaine son arme ultime… la motocrotte !

    http://www.streetpress.com/sujet/1474553430-jacques-chirac-politique-motocrotte

    Jacques Chirac et la politique de la motocrotte

    #paris #france #Jacques_Chirac #motocrotte

  • #Lemmy Kilmister, leader du mythique groupe Motörhead, est mort

    https://fr.news.yahoo.com/lemmy-kilmister-leader-groupe-mot%C3%B6rhead-mort-dun-cancer-05290692

    Le rocker légendaire, fondateur, chanteur et bassiste de #Motörhead, était l’un des grands survivants du rock’n roll, bien que fêtard invétéré. Son cancer a été diagnostiqué samedi, deux jours après son 70e anniversaire, et il est mort lundi.

  • #Harley_Davidson, en préparant des modèles électriques, a été confrontée à une question épineuse : comment remplacer les viriles pétarades qui font la signature sonore de ses #motos actuelles, et que le moteur électrique fera fatalement disparaître ? Et elle a trouvé la solution en toute humilité : utiliser le son d’un avion de chasse. L’explication sur le choix du son est à 3 minutes à peu près :

    http://www.dailymotion.com/video/x2wglcl_j-ai-roule-en-harley-davidson-electrique_auto

    Via un blog du Parisien qui a été invité à tester la 1e Harley électrique
    http://roues-libres.blog.leparisien.fr/archive/2015/07/03/j-ai-roule-en-harley-electrique-15989.html

    #urbanisme_sonore #son #vidéo

  • Nicaragua’s Bizarre Plan to Bury the Panama Canal | Outside Online
    http://www.outsideonline.com/1992761/shovel-ready-nicaragua-canal
    http://www.outsideonline.com/sites/default/files/styles/full-page/public/lake-nicaragua-canal_h.jpg?itok=1vy08kad

    if the Hong Kong Nicaragua Development Group (HKND) fulfills its $50 billion pledge to build a 171-mile trans-oceanic canal across the country, starting on the Pacific side right here.

    In February, I did an ass-numbing motorcycle superloop around Nicaragua to explore the route of the proposed megaproject, which is called the Grand Interoceanic Canal.

    http://www.outsideonline.com/sites/default/files/styles/full-page/public/nicaragua-canal-map.jpg?itok=uKD2A3Ky

    #canal #transport_maritime #nicaragua #grands_projets_inutiles (?) #environnement #long_form #reportage #moto

  • Sécurité routière : la France obnubilée par la #vitesse
    http://fr.myeurop.info/2015/05/12/securite-routiere-france-obnubilee-vitesse-14357

    Renaud de Chazournes

    La France teste la limitation de vitesse sur les routes à 80 km/h. D’autres pays en Europe n’ont pas tout misé sur la peur du #radar pour réduire la mortalité routière. Avec succès.

    Les radars et la vitesse au volant sont sans nul doute les sujets de prédilection des Français. lire la suite

    #EUROFOCUS #Société #accident_de_la_route #auto #Automobile #cycliste #morts #moto #PV #violence_routière #voiture

  • Desserte des quartiers prioritaires de la politique de la ville : le gouvernement appelle à la mobilisation - Localtis.info un service Caisse des Dépôts
    http://www.localtis.info/cs/ContentServer?pagename=Localtis/LOCActu/ArticleActualite&jid=1250268617012&cid=1250268614913

    Les services du ministère de la Ville et du secrétariat d’Etat chargé des transports ont publié le 11 mars une instruction « relative à la mobilisation et à l’adaptation des politiques de transport en faveur des habitants des quartiers prioritaires de la politique de la #ville ». Adressée aux préfets et aux services déconcentrés (directions régionales de l’environnement, de l’aménagement et du logement et directions du #territoire), cette instruction commence par rappeler les enjeux propres à ces #quartiers en termes de transport. Alors que le taux de #motorisation de leurs habitants est moins élevé qu’ailleurs et qu’ils sont souvent éloignés des centres-ville et des bassins d’emploi, ils souffrent bien souvent d’une moins bonne desserte par les #transports en commun. Ainsi, rappelle le ministère de la Ville, 12% des zones urbaines sensibles (ZUS) ne sont desservies par aucun mode de transport. Lorsqu’elles le sont, les transports publics peuvent parfois proposer des fréquences ou des amplitudes horaires inadaptées ou ne pas répondre entièrement aux besoins spécifiques de déplacement des habitants, particulièrement pour accéder aux emplois localisés en périphérie des agglomérations (zones industrielles, artisanales ou commerciales) à des horaires décalés ou fragmentés. Or, souligne l’instruction, « le développement des transports publics et le soutien à la mobilité conditionnent très souvent l’efficacité des autres politiques publiques en direction des habitants des quartiers populaires, qu’il s’agisse de l’accès à l’emploi, l’insertion sociale et professionnelle, la santé, la culture, l’éducation, etc. »

    #mobilité #voilà_voilà