• San Ferdinando, sgombero della tendopoli
    https://www.meltingpot.org/2026/07/san-ferdinando-sgombero-della-tendopoli

    Piana di Gioia Tauro – Il superamento dell’insediamento informale è una notizia attesa da anni. Restano però senza risposta questioni decisive per le condizioni di vita dei lavoratori braccianti: dove andranno le persone che le palazzine non potranno contenere, e con quali garanzie di lavoro, residenza e continuità di soggiorno? È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa

    • È iniziato il 29 luglio lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. Circa cento persone lasceranno l’insediamento informale e una parte di loro sarà ricollocata nelle palazzine di Contrada Serricella, a Rosarno, costruite con fondi europei per l’immigrazione e rimaste per anni vuote in attesa di assegnazione. Il provvedimento dà attuazione ai decreti 228 e 238 del 6 e 23 marzo 2026, adottati nell’ambito del cosiddetto “#Decreto_Caivano” – convertito in legge il 13 novembre 2023 e presentato dal Governo Meloni come risposta al disagio giovanile e alla criminalità nelle periferie.

      La tendopoli nacque dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010 e fu realizzata dal Ministero dell’Interno come soluzione emergenziale. Da allora è stata smantellata e ricostruita più volte: l’ultimo grande sgombero risale al marzo 2019, quando l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini in un impeto di propaganda fece arrivare le #ruspe. Ogni volta, alla distruzione è seguita la rinascita dell’insediamento, in un ciclo che associazioni e sindacati denunciano da oltre un decennio.

      Nel mezzo, una scia di incendi e di morti: nelle baracche di legno e lamiera, scaldate d’inverno da bracieri e stufe di fortuna, hanno perso la vita #Becky_Moses, #Suruwa_Jaiteh e #Moussa_Ba. Le gravi condizioni igienico-sanitarie in cui le persone sono state costrette a vivere per anni, senza acqua potabile né corrente elettrica, sono l’esito di un percorso di accoglienza fallimentare, deterioratosi nel tempo fino al completo abbandono istituzionale.

      Il superamento del modello della tendopoli è in sé uno sviluppo positivo. Ma la mancanza di percorsi certi, individualizzati e di lungo periodo per gli abitanti rischia di riprodurre, ancora una volta, marginalità, esclusione e ghettizzazione.

      Emergency che lavora accanto alla popolazione della tendopoli dal 2011 con uno sportello di orientamento socio-sanitario, continua a chiedere soluzioni strutturali per chi lavora nel territorio della Piana. Si tratta di #braccianti che risiedono stabilmente da anni in Italia, in regola con le norme in materia di immigrazione. L’organizzazione esprime preoccupazione per la ricollocazione e la presa in carico delle persone più fragili presenti nell’insediamento.

      A oggi, sottolinea Emergency, gli enti competenti non hanno ancora illustrato quali misure intendano adottare nei prossimi mesi, in vista di una nuova stagione di raccolta e dell’arrivo di centinaia di lavoratori migranti. Molte persone non sanno ancora quando verranno trasferite, dove saranno ricollocate e con quali garanzie rispetto al lavoro, alla residenza e ai servizi. Per questo l’organizzazione ritiene che non si possa procedere con ulteriori trasferimenti o con la chiusura definitiva finché tutte le persone coinvolte non siano state adeguatamente informate, ascoltate e destinate a una soluzione concreta e sostenibile.

      «Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie, in luoghi isolati, privi di collegamenti e lontani dai servizi essenziali», dichiara Mauro Destefano, coordinatore del progetto in Calabria. «Tutelare la salute e la dignità delle persone significa superare definitivamente il sistema dei grandi insediamenti, accompagnandole verso soluzioni abitative diffuse e reali percorsi di inclusione, costruiti insieme alle comunità locali».

      Il coordinatore punta il dito sui progetti annunciati come definitivi: «L’investimento di circa 3,6 milioni di euro per la costruzione della #Fattoria_Solidale, che non sarà pronta prima di un anno e mezzo, sembra essere l’ennesima costruzione di un ghetto nel quale le persone vivranno nuove forme di marginalizzazione e isolamento». Restano poco chiare, prosegue l’Ong, le ragioni del carattere temporaneo attribuito alle palazzine di Serricella, così come le modalità di gestione e i requisiti di accesso. Il tutto, conclude Mauro Destefano, deciso «senza interlocuzioni con le associazioni del terzo settore che popolano il territorio e senza un confronto con le persone migranti che vivono nella tendopoli»: l’ennesimo fallimento di una politica che continua a gestire un fenomeno radicato come se fosse un’emergenza improvvisa.

      Che dopo circa dieci anni le istituzioni calabresi aprano finalmente le palazzine di Rosarno può essere vista come una buona notizia: centinaia di lavoratori potranno vivere in condizioni migliori, anche grazie alla pressione esercitata negli anni da sindacati e società civile. Rimane però un problema tutt’altro che secondario, e riguarda i numeri. Lo sgombero eseguito ora, in piena bassa stagione, consente di gestire le poche decine di braccianti rimasti sul territorio a raccolta finita. Ma quando arriverà l’inverno, e con esso la stagione degli agrumi, la Piana torna a riempirsi: negli anni di picco San Ferdinando ha ospitato fino a mille persone. Le palazzine, che possono accogliere all’incirca 180 lavoratori, non basteranno.

      Saprà in questo lasso di tempo la politica istituzionale ascoltare le proposte – come l’ostello diffuso o la gestione pubblica degli affitti per citare due esempi – che arrivano dal basso, ossia da chi vive il territorio e ha proposto in questi anni soluzioni alternative e durature?

      #San_Ferdinando #tendopoli #migrations #Calabre #Rosarno #Piana_di_Gioia_Tauro #démantèlement #destruction #baraquement #travailleurs_étrangers #agrumes #agriculture

  • Sulla chiusura del dibattimento in primo grado per la morte di #moussa_balde nel #cpr di Torino@0
    https://radioblackout.org/podcast/sulla-chiusura-del-dibattimento-in-primo-grado-per-la-morte-di-moussa

    L’11 febbraio 2026, al tribunale di Torino si è concluso il primo grado del processo relativo alla morte di Moussa Balde, avvenuta il 23 maggio 2021 nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Torino. Moussa era stato trasferito al CPR dopo aver subito una violenta aggressione razzista a Ventimiglia, e lì era stato […]

    #gepsa #sanitalia
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/03/harraga-6.3.26-vitale-moussa-balde.mp3

  • Morti di #cpr e aggiornamenti da Gradisca d’Isonzo@0
    https://radioblackout.org/podcast/morti-di-cpr-e-aggiornamenti-da-gradisca-disonzo

    La puntata di Harraga del 13.2.26 è iniziata con una carrellata di brutte notizie. Partendo dall’ennesima morte di CPR, questa volta nel lager di Bari Palese, di #Simo_Said (al momento della registrazione il nome era ancora sconosciuto) un giovane di 25 anni, non di “morte naturale” come hanno provato a far credere amministrazione e […]

    #gradisca_d'isonzo #moussa_balde
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/02/harraga-gradisca-moussa-balde-13.2.26.mp3

  • Cpr di Torino, l’ex direttrice condannata per la morte di Moussa Balde. Ma la politica tira dritto
    https://lavialibera.it/it-schede-2562-cpr_di_torino_condannata_direttrice_morte_moussa_balde_nu

    C’è una condanna per la morte di Moussa Balde, 23enne guineano che si è tolto la vita il 23 maggio del 2021 nel centro di permanenza per il rimpatrio (cpr) di Corso Brunelleschi a Torino. Mercoledì 11 febbraio 2025, il tribunale del capoluogo piemontese ha riconosciuto le responsabilità dell’allora direttrice della struttura Annalisa Spataro per omicidio colposo con un anno di reclusione con la condizionale, cioè la sospensione della pena a patto che la condannata non ripeta reati dello stesso tipo. Spataro e la società di gestione Gepsa dovranno versare ai familiari di Moussa 350mila euro di provvisionale, cioè di anticipo sul risarcimento definitivo. "Siamo parzialmente soddisfatti, anche se è difficile esserlo visto il motivo del processo – dice a lavialibera l’avvocato Gianluca (...)

    #MIGRAZIONI_●_GENERAZIONI

    • Affaire Moussa Baldé : Un verdict historique à Turin, l’OGDM appelle à une vigilance médiatique accrue

      Le combat pour la dignité des migrants franchit une étape décisive. Près de cinq ans après le décès tragique de notre compatriote Moussa Baldé en Italie, la justice a enfin tranché. Le 11 février 2026, le tribunal de Turin a reconnu la direction du Centre de Permanence pour le Rapatriement (CPR) coupable d’homicide involontaire.

      Un lien direct établi entre détention et décès

      Pour rappel, Moussa Baldé nous a quittés le 23 mai 2021, après avoir subi une agression brutale suivie d’un placement à l’isolement dans des conditions inhumaines. Le verdict est sans appel : les manquements de la direction du centre sont directement liés à cette tragédie. Bien qu’une indemnisation ait été ordonnée au profit de la famille, le chemin vers une réparation totale reste encore long.

      L’appel de l’OGDM : Transformer le verdict en action

      L’Observatoire Guinéen des Droits des Migrants (OGDM) salue cette première victoire judiciaire, mais reste mobilisé. Nous interpellons aujourd’hui l’ensemble des professionnels des médias et de la presse pour un suivi rigoureux de ce dossier La justice ne s’arrête pas au prononcé du verdict. Elle n’est réelle que lorsqu’elle est exécutée. »Pourquoi la couverture médiatique est-elle vitale ?

      • Pour l’exécution des peines : S’assurer que les réparations financières et les sanctions soient effectives.

      • Pour la transparence : Mettre en lumière les zones d’ombre qui persistent dans la gestion des centres de rétention.

      • Pour la sensibilisation : Alerter l’opinion internationale sur le traitement indigne réservé aux migrants en Europe.

      Un engagement pour l’avenir

      L’OGDM remercie d’avance les journalistes pour leur traitement éthique et constant de cette affaire. Ensemble, faisons en sorte que le nom de Moussa Baldé ne soit pas seulement celui d’une victime, mais celui d’un tournant pour le respect des droits humains.

      Le Bureau de l’Observatoire Guinéen des Droits des Migrants (OGDM).

      https://lauranews.net/affaire-moussa-balde-un-verdict-historique-a-turin-logdm-appelle-a-une-vi

    • GIUSTIZIA PER MOUSSA BALDE

      UN VERDETTO IMPORTANTE, LA LOTTA CONTINUA

      L’11 febbraio 2026, il tribunale di Torino ha emesso il suo verdetto nel processo relativo alla morte di Moussa Baldé, deceduto il 23 maggio 2021 presso il Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) della città.

      Moussa, giovane guineano di 23 anni, era stato rinchiuso dopo aver subito una violenta aggressione razzista a Ventimiglia. Nonostante una situazione di grande vulnerabilità psicologica, era stato messo in isolamento. Pochi giorni dopo, si è tolto la vita nella sua cella.

      Il tribunale ha condannato l’ex direttrice del centro, gestito dalla multinazionale GEPSA, a un anno di reclusione con sospensione della pena per omicidio colposo. Insieme alla società, dovrà versare alla famiglia oltre 300.000 euro a titolo di indennizzo provvisorio.

      Chiariamo subito: questo processo nasce da una grande frustrazione. I rappresentanti dello Stato non sono mai stati sul banco degli imputati. Eppure sono proprio le politiche pubbliche a organizzare l’esistenza dei CPR e a rendere possibile questo sistema.

      Fin dalla prima udienza, il fratello di Moussa, Thierno Baldé, lo aveva sottolineato: «Il vero responsabile della morte di Moussa è lo Stato. Il sistema dei CPR è ingiusto e mi aspetto giustizia da questo processo. Mio fratello era arrivato in Italia per aiutare la nostra famiglia. Non aveva fatto nulla di male, voleva solo migliorare la sua vita e la nostra. Nessuno lo ha aiutato quando soffriva.»

      Lo Stato non è stato giudicato. Eppure resta politicamente responsabile del sistema che ha schiacciato Moussa. Nonostante ciò, questo processo ha avuto effetti importanti. Innanzitutto, nel corso delle udienze ha permesso di far emergere le condizioni di detenzione indegne che caratterizzano i CPR: isolamento, mancanza di assistenza adeguata, assenza di controlli reali. Quanto accaduto a Moussa non è un “dramma individuale”, ma il prodotto di un sistema.

      La giustizia ha riconosciuto che ci sono responsabilità nella morte di Moussa e ha preso in considerazione la sofferenza della famiglia Baldé. Questo riconoscimento è importante: potrebbe aprire la strada al riconoscimento delle responsabilità per tutte le vittime delle politiche migratorie e affinché il dolore delle famiglie non venga più ignorato.

      Infine, questo verdetto invia un segnale dissuasivo alle aziende che partecipano al business della repressione. Collaborare alla detenzione delle persone migranti non è neutrale e comporta rischi. Come ha dichiarato l’avvocato della famiglia, Gianluca Vitale: «La sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura ».

      Per i familiari di Moussa, questo verdetto rappresenta un enorme sollievo dopo anni di lotta. Permette finalmente di iniziare un vero lavoro di lutto. Una grande commemorazione in onore di Moussa si terrà in Guinea-Conakry in occasione del quinto anniversario della sua morte. I fondi residui del viaggio precedente saranno utilizzati per organizzare questo omaggio.

      Ringraziamo calorosamente tutte le persone solidali che hanno reso possibili i diversi viaggi dei membri della famiglia in Italia per partecipare a questo processo. La loro presenza essenziale ha contribuito in modo decisivo alla riuscita di questa battaglia davanti alla giustizia.

      Ringraziamo la famiglia Baldé, di cui salutiamo il coraggio immenso. Nonostante il dolore per la perdita di una persona cara, la famiglia Baldé ha saputo trovare le risorse per combattere per la memoria di Moussa, ma anche per tutte le altre persone vittime delle ingiuste, razziste e mortali politiche migratorie europee.

      Questo verdetto non chiude nulla. Al contrario, ci ricorda l’urgenza di continuare a lottare contro tutti i luoghi di privazione della libertà e contro le politiche migratorie che producono detenzione, violenza e morte.

      Condividiamo di seguito il discorso di reazione della famiglia a questo verdetto:

      Signore e signori, cari amici e alleati,

      La famiglia BALDE vi esprime la sua profonda gratitudine per il vostro sostegno costante in questa lunga e difficile battaglia per la giustizia e la dignità.

      L’11 febbraio 2026 resterà una data impressa nelle nostre memorie, perché è il giorno in cui la giustizia italiana ha finalmente emesso il suo verdetto, riconoscendo la responsabilità della direzione del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino nella tragica morte del nostro fratello Moussa BALDE. Cinque anni dopo questa tragedia, siamo sollevati nel vedere che la verità comincia a fare luce sulle zone d’ombra di questa vicenda. Il tribunale ha stabilito un nesso diretto tra le condizioni disumane di detenzione e la morte di Moussa, e salutiamo questa coraggiosa decisione.

      Ma non siamo ancora arrivati alla fine del nostro percorso. La famiglia BALDE è soddisfatta di questa prima vittoria giudiziaria, ma sa che la lotta non è finita. Dobbiamo assicurarci che le riparazioni finanziarie e le sanzioni siano effettive, e che i responsabili siano chiamati a rispondere.

      Per questo non vediamo l’ora di incontrare il nostro avvocato, l’Avv. VITALE, per comprendere il contenuto del verdetto e i passi successivi per il futuro. Non possiamo esprimere pienamente la nostra gioia finché non avremo avuto questo colloquio formale e riservato.

      Il 23 maggio 2026 commemoreremo il quinto anniversario della scomparsa di Moussa. Sarà l’occasione per rendere un ultimo omaggio a questo giovane che ha perso la vita in condizioni inaccettabili. Pace alla sua anima.

      Ringraziamo calorosamente l’Avv. VITALE e tutto il suo team per la dedizione e la competenza dimostrate. Il vostro lavoro ha permesso di far emergere la verità e di rendere giustizia a Moussa. Ringraziamo inoltre tutti i collettivi e le organizzazioni della società civile italiana che ci hanno sostenuto in questa battaglia. La vostra solidarietà e il vostro impegno sono una speranza per il futuro. Insieme continueremo a lottare affinché i diritti umani siano rispettati, affinché le vittime dell’ingiustizia siano ascoltate e affinché venga ristabilita la dignità. Grazie.

      https://parolesulconfine.com/verdetto-processo-balde-la-lotta-continua

  • #Harraga live da Barriera di Milano – 19 ottobre 2025@0
    https://radioblackout.org/podcast/harraga-live-da-barriera-di-milano-19-ottobre-2025

    Maggio 2021: #moussa_balde muore nel reparto di isolamento del #cpr di Torino.Maggio 2025: il corpo senza vita di #Hamid_Badoui viene trovato in una cella del carcere di Torino. Le due storie, nella loro tragicità, si assomigliano. Entrambi erano stati costretti alla violenza della detenzione, amministrativa o penale, e qui erano stati sottoposti all’isolamento […]

    #frontiera #razzismo
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/10/harragamontanaro1-zahira.mp3

  • #moussa_balde OMICIDIO DI STATO NUOVA UDIENZA DEL #processo.
    https://radioblackout.org/2025/09/moussa-balde-omicidio-di-stato-nuova-udienza-del-processo

    Il 22 maggio 2021 Moussa Balde è morto all’interno del CPR di Torino. È stato rinchiuso in quel lager, dopo essere stato aggredito da un gruppo di fascisti a Ventimiglia, solo perché privo di documenti. Dopo pochi giorni, viene trasferito in isolamento, all’interno di una delle celle della zona chiamata “ospedaletto”. Qui, il 23 maggio, […]

    #L'informazione_di_Blackout #cpr_corso_brunelleschi

    • Scaricabarile tra Questura e GEPSA: prima udienza per omicidio colposo di Balde.

      Si è conclusa la prima udienza del processo Balde, che vede imputat* l’ex direttrice e l’ex dirigente sanitario del CPR di Torino. Durante l’udienza sono state ascoltate le testimonianze delle persone coinvolte nel caso e che avevano in carico Moussa al momento del suo decesso. Tra quest* l’infermiera, la psicologa, l’ex imputato funzionario di polizia dell’Ufficio Immigrazione di Torino (allora responsabile del dispositivo di sicurezza del CPR), il mediatore e la mediatrice culturale, la stagista dell’ufficio amministrativo della GEPSA (Ente gestore), la Garante locale per i diritti delle persone private della libertà, e altr*.

      Nel maggio 2021, com’è noto, Moussa Balde, reduce da un pestaggio razzista a Ventimiglia, viene rinchiuso nella zona rossa del CPR di Torino (una delle aree comuni). Dopo pochi giorni, viene trasferito in isolamento, all’interno di una delle celle della zona chiamata “ospedaletto”. Qui, il 23 maggio, si toglie la vita. Il cuore dell’udienza riguarda le ragioni di questo trasferimento e chiavrebbe preso tale decisione. Chi ha spostato Moussa nell’ospedaletto e per quale motivo?
      Secondo lo stato italiano, Moussa è stato trasferito in isolamento per via di una psoriasi diagnosticata dall’ex medico del CPR – una condizione che, viene ribadito in aula, non è affatto una malattia contagiosa. Per la GEPSA, invece, il trasferimento sarebbe avvenuto per motivi di “ordine pubblico”, a causa di una presunta “incompatibilità” tra Moussa e gli altri detenuti del CPR, con la responsabilità che ricadrebbe sulla Questura di Torino.
      In merito, l’ex direttrice del CPR, durante una dichiarazione spontanea, si appella all’articolo 4 del regolamento del CPR, sostenendo che nella gestione del centro la GEPSA avesse “le mani legate”, agendo come una reception di un hotel, dove l’unico compito è “comunicare agli ospiti il numero della stanza”.

      Dopo ore di udienza, appare sempre più evidente il continuo rimpallo di responsabilità tra i vari attori coinvolti nella catena di inadempienze che ha portato alla morte di Moussa. Tuttavia l’obiettivo del processo non sembra essere quello di stabilire chi abbia avuto la maggiore responsabilità tra la questura e GEPSA – anche perché questura e varie figure istituzionali ne sono già uscite indenni con un’assoluzione, tramite cavilli legali, per l’accusa di sequestro di persona che riguardava esattamente l’uso improprio della sezione ospedaletto nel cpr torinese – ma piuttosto quello di trovare un colpevole tra gli imputati rimasti, ovvero coloro che non fanno parte direttamente dell’apparato statale.
      Non si mette in discussione il sistema detentivo, repressivo e letale del CPR, ma si cerca il “colpevole del misfatto”, guarda caso mai tra i rappresentanti delle istituzioni, coloro che tengono in piedi l’intero meccanismo e che scompaiono quando questo va incrisi. Questo processo, più che una vera ricerca di giustizia, sembra un teatro giustizialista alla ricerca di un capro espiatorio, mentre il sistema ed i suoi rappresentanti, ancora una volta, si auto-assolvono.

      Accanto alla volontà di scaricare ogni responsabilità esclusivamente sui privati della GEPSA, emerge in maniera lampante l’assoluta inadeguatezza del sistema CPR, un po’ come la “banalità del male”.
      Uno degli aspetti più gravi riguarda l’assenza di un protocollo per la prevenzione del rischio suicidario. Tuttavia, questa banalità del male permea ogni aspetto gestionale. Lo dimostra il comportamento dell’infermiera di turno, che ha dichiarato in aula di essere passata due volte davanti alla cella di Moussa per somministrargli la terapia prescritta dal medico, senza mai entrarvi e delegando infine la responsabilità a un militare in servizio. Anche il supporto psicologico, che dovrebbe essere centrale in un luogo di detenzione amministrativa, risulta del tutto insufficiente. La psicologa ha infatti riferito che il servizio si limita a sole 16 ore settimanali – da dividere con il servizio di informativa legale – per circa 120 persone. Ha inoltre ammesso che i colloqui psicologici non vengono quasi mai effettuati al momento dell’ingresso, e spesso nemmeno durante la permanenza nel CPR. In altre parole, chi entra in quel luogo può attraversarlo nella completa invisibilità, anche in condizioni di grave sofferenza

      Le condizioni materiali del centro parlano da sole. Le immagini riprese dalle telecamere dei Carabinieri intervenuti dopo il suicidio, mostrano celle fatiscenti, ambienti sporchi e privi di ogni dignità. Tali erano le condizioni da spingere gli avvocati della difesa a opporsi perfino alla proiezione delle immagini in aula.
      Le negligenze, le approssimazioni e il razzismo strutturale sono evidenti anche nella gestione della documentazione riguardante Moussa. E infatti, nonostante la direttrice avesse ricevuto informazioni alquanto inequivocabili dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino (che indicava Moussa come un guineano picchiato a Ventimiglia), la sua presenza non risultava nel registro del CPR. Eppure, ci si chiede: quanti guineani in quei giorni potevano essere trasferiti dalla questura di Imperia? E ancora, non sorprende la confusione negli audio ascoltati in aula, in cui l’ex direttrice parla indistintamente di Gambia e Guinea, come fossero lo stesso paese.
      Infine, colpisce il fatto che nessun* tra il personale presente in quei giorni si ricordi veramente di Moussa, nessun* che abbia riscontrato alcuna traccia fisica delle aggressioni da lui subite a Ventimiglia, nonostante queste dovessero essere ben visibili.

      L’udienza dell’8 settembre ci ha permesso di entrare nel merito del sistema che sorregge il lager CPR. Anche se la tendenza è stata quella di spostare la responsabilità verso i singoli individui, specialmente verso i “pesci piccoli”, piuttosto che interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema. Questo evidenzia una chiara volontà politica e giuridica di discolpare il sistema razzista, repressivo e detentivo in sé, e di incolpare e punire chi, nelle funzioni private, ha agito in modo difforme.
      Lo stato prova a uscirne pulito attraverso l’assoluzione dei suoi rappresentanti istituzionali – e, difatto, c’è già riuscito. Ma non per questo rinuncia a infierire, scaricando ogni responsabilità su soggetti privati. I quali, a loro volta, sono comunque pienamente inseriti e complici di un sistema repressivo e violento che colpisce le persone più vulnerabili e meno privilegiate. Persone senza documenti, persone non bianche, stranier*.

      Che ogni singola persona coinvolta abbia giocato un ruolo, più o meno significativo, nella morte di Moussa è innegabile. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questa macchina di tortura rinchiude, annienta e uccide persone in movimento ogni giorno, in Italia e ovunque. E che la battaglia portata avanti dalla famiglia Balde, e da tutte le persone solidali che la sostengono, è la stessa di tante altre famiglie che piangono la morte di Ousmane Sylla e di altre vittime nei CPR d’Italia e d’Europa, morti avvenute nello stesso modo, per le stesse ragioni.

      Continueremo a ripetere che questi sono omicidi di Stato, come tutte le morti alle frontiere interne ed esterne in Europa e come tali dovranno pesare sulle coscienze di chi continua ad alimentare un sistema di dominio, di sopraffazione, di violenza nei confronti delle persone in movimento, delle persone con “documenti sbagliati”. La lotta della famiglia Balde, legittima e fondamentale, continuerà insieme a quella di tutt* noi.

      Il 22 settembre ci sarà un’udienza importante, in cui si ascolteranno i testimoni della parte civile, ovvero i familiari di Moussa, che arriveranno dalla Guinea. Partecipiamo in tant*, per far sentire loro tutto il nostro sostegno.

      Solidali di Ventimiglia
      15/09/2025

      –—

      Renvoi de balle entre la Questure et GEPSA : compte rendu de la première audience du procès pour homicide involontaire de Moussa Balde

      La première audience du procès Balde s’est achevée. Y sont inculpé·e·s l’ex-directrice et l’ancien responsable sanitaire du centre de rétention administrative (CPR) de Turin en Italie. Lors de l’audience, plusieurs personnes impliquées dans l’affaire et ayant eu Moussa sous leur responsabilité au moment de son décès ont été entendues. Parmi elles : l’infirmière, la psychologue, l’ancien fonctionnaire de police de l’Office de l’immigration de Turin (alors responsable du dispositif de sécurité du CPR), un médiateur et une médiatrice culturelle, une stagiaire de l’administration de la GEPSA (organisme gestionnaire), la garante locale des droits des personnes privées de liberté, et d’autres encore.

      En mai 2021, Moussa Balde, victime d’une agression raciste à Vintimille, est enfermé dans la zone rouge du CPR de Turin (l’une des zones communes). Quelques jours plus tard, il est transféré en isolement, dans une cellule de la zone dite de « l’ospedaletto » (petit hôpital). C’est là, le 23 mai, qu’il se donne la mort. Le cœur de l’audience porte sur les raisons de ce transfert et sur l’identité de la personne qui aurait pris cette décision. Qui a transféré Moussa à l’ospedaletto, et pourquoi ?

      Selon l’État italien, Moussa aurait été placé à l’isolement en raison d’un diagnostic de psoriasis posé par l’ancien médecin du CPR – une affection qui, comme il a été rappelé à l’audience, n’est absolument pas contagieuse. Pour la GEPSA, en revanche, le transfert aurait eu lieu pour des raisons « d’ordre public », en raison d’une supposée « incompatibilité » entre Moussa et les autres détenus du CPR, la responsabilité étant alors rejetée sur la Questure de Turin. À ce sujet, l’ancienne directrice du CPR, lors d’une déclaration spontanée, a invoqué l’article 4 du règlement du CPR, affirmant que la GEPSA avait « les mains liées » dans la gestion du centre et agissait comme la réception d’un hôtel, dont le seul rôle serait « d’indiquer aux hôtes le numéro de leur chambre ».

      Après des heures d’audience, le constant renvoi de responsabilité entre les différents acteurs de la chaîne de négligences ayant conduit à la mort de Moussa devient de plus en plus évident. Pourtant, l’objectif du procès ne semble pas être de déterminer qui, entre la Questure et GEPSA, porte la plus grande responsabilité – d’autant plus que la Questure et diverses figures institutionnelles ont déjà été acquittées, par des biais juridiques, de l’accusation de séquestration de personne, accusation portant précisément sur l’utilisation abusive de l’ospedaletto dans le CPR de Turin. Il s’agit plutôt de trouver un coupable parmi les prévenus restants, à savoir ceux qui ne font pas partie directement de l’appareil étatique. Le système carcéral, répressif et mortifère des CPR n’est pas remis en question. On cherche le « coupable du forfait », qui n’est jamais, comme par hasard, un des représentants des institutions – ceux-là mêmes qui maintiennent le système en place et qui disparaissent quand il s’effondre. Ce procès ressemble donc moins à une véritable quête de justice qu’à une mise en scène justicialiste à la recherche d’un bouc émissaire, tandis que le système et ses représentants, une fois encore, échappent à toute remise en cause.

      Parallèlement à cette volonté de faire porter toute la responsabilité exclusivement aux privés de la GEPSA, ressort de manière criante l’inadéquation totale du système CPR, à l’image de « la banalité du mal ». L’un des aspects les plus graves concerne l’absence de protocole pour la prévention du risque suicidaire. Mais cette banalité du mal imprègne tous les aspects de la gestion du CPR. Cela transparaît par exemple dans le comportement de l’infirmière de service, qui a déclaré à l’audience être passée deux fois devant la cellule de Moussa pour lui administrer le traitement prescrit par le médecin, sans jamais y entrer, et en déléguant finalement la responsabilité à un militaire de service. Le soutien psychologique, qui devrait être central dans un centre de rétention administrative, est lui aussi totalement insuffisant. La psychologue a en effet déclaré que le service se limite à seulement 16 heures hebdomadaires – à partager avec le service d’information juridique – pour environ 120 personnes. Elle a aussi admis que les entretiens psychologiques ne sont presque jamais réalisés à l’entrée dans le centre, et souvent même inexistants pendant toute la durée de l’enfermement. En d’autres termes, on peut traverser ce lieu dans une invisibilité totale, même en situation de grande détresse.

      Les conditions matérielles du centre parlent d’elles-mêmes. Les images captées par les caméras des Carabiniers intervenus après le suicide montrent des cellules délabrées, des locaux sales, sans aucune dignité. Les conditions étaient telles que les avocats de la défense se sont opposés à la projection des images en salle d’audience.

      Les négligences, l’improvisation et le racisme structurel se retrouvent aussi dans la gestion de la documentation concernant Moussa. Malgré le fait que la directrice avait reçu des informations claires de la Garante des droits des personnes privées de liberté de Turin – indiquant que Moussa était un Guinéen agressé à Vintimille –, sa présence n’apparaissait même pas dans le registre du CPR. Pourtant, on peut s’interroger : combien de Guinéens victimes d’agression ont pu être transférés ces jours-là depuis la Questure d’Imperia ? De plus, la confusion est frappante dans les enregistrements audio diffusés à l’audience, où l’ex-directrice évoque indistinctement la Gambie et la Guinée, comme s’il s’agissait d’un seul et même pays

      Enfin, il est troublant de constater qu’aucun membre du personnel présent ces jours-là ne semble vraiment se souvenir de Moussa, personne n’ayant même remarqué les traces physiques de l’agression qu’il venait de subir à Vintimille – alors qu’elles devaient être visibles étant donné sa violence.

      L’audience du 8 septembre a permis de pénétrer au cœur du système qui soutient le CPR. Même si la tendance a été de rejeter la faute sur des individus isolés, notamment sur les “petits poissons”, plutôt que d’interroger le fonctionnement général du système. Cela traduit une volonté politique et judiciaire claire de dédouaner le système raciste, répressif et carcéral en tant que tel, et d’en faire porter la faute à ceux qui, dans leurs fonctions privées, ont agi de manière non conforme.

      L’État tente de s’en sortir blanchi par l’acquittement de ses représentants institutionnels – et, de fait, il y est déjà parvenu. Mais cela ne l’empêche pas de s’acharner, en rejetant toute responsabilité sur des acteurs privés. Ces derniers n’en demeurent pas moins complices à part entière d’un système répressif et violent qui frappe les personnes les plus vulnérables et les moins privilégiées. Des personnes sans papiers, personnes non blanches, étranger·ère·s.

      Il est indéniable que chaque personne impliquée a joué un rôle plus ou moins important dans la mort de Moussa. Pourtant, il faut se rappeler que cette machine de torture enferme, broie et tue chaque jour des personnes en Italie comme ailleurs. Et que le combat mené par la famille Balde, et par toutes les personnes solidaires qui la soutiennent, est le même que celui de nombreuses autres familles qui pleurent la mort d’Ousmane Sylla et d’autres victimes dans les CPR d’Italie et d’Europe, morts de la même manière, pour les mêmes raisons.

      Nous continuerons à affirmer qu’il s’agit d’homicides d’État, tout comme les morts aux frontières internes et externes de l’Europe. Et qu’elles doivent peser sur la conscience de celles et ceux qui continuent à alimenter un système de domination, d’oppression et de violence contre les personnes en mouvement, celles aux ” mauvais papiers “.

      La lutte de la famille Balde, légitime et essentielle, se poursuivra avec celles que nous menons toutes et tous.

      Le 22 septembre aura lieu une audience importante, au cours de laquelle les témoins de la partie civile – trois membres de la famille de Moussa venus de Guinée – seront entendu·e·s.

      Soyons nombreux·ses à y participer pour leur faire sentir tout notre soutien.

      https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colp

    • I familiari di Moussa Balde: «Si vedeva che stava male. Nessuno ci avvertì del suicidio»

      A giudizio a Torino la responsabile e il medico del Cpr di corso Brunelleschi in cui il giovane guineano si tolse la vita nel maggio 2021
      I familiari di Moussa Balde, il migrante originario della Guinea morto suicida nel Cpr di Torino nel maggio 2021, non furono informati dell’accaduto dalle autorità italiane. Lo hanno raccontato la madre e il fratello del 23enne durante l’udienza di oggi, 22 settembre 2025, al tribunale di Torino. Fratello, sorella e mamma del giovane, che si sono costituiti parte civile nel processo a due imputati, quella che all’epoca era la responsabile e il medico della struttura di corso Brunelleschi.
      Il viaggio di Moussa Balde

      In aula si ricostruisce la tormentata vicenda del giovane:

      «Era partito dalla Libia e diceva che era stato ’preso nell’acqua’ con altre persone - ha raccontato la madre -. Mi informò che stava in un centro di accoglienza e che stava studiando la lingua italiana. Il papà gli consigliava di proseguire gli studi da elettricista. ’Lo farò’, rispondeva, ’ma qui non è facile perché servono tanti soldi’».

      Dopo avere lasciato il centro di accoglienza la situazione peggiorò.

      “Non lo sentimmo per mesi, poi venimmo a sapere che era andato in Francia ed era tornato”.

      L’aggressione a Ventimiglia

      L’episodio che segnò l’esistenza di Balde fu il pestaggio brutale subito a Ventimiglia. Subito dopo, visto che era senza documenti, fu trasferito nel Cpr di Torino per il rimpatrio. Qui, nonostante la fragilità, fu lasciato in isolamento e si tolse la vita. Secondo i parenti si capiva che stava male:

      «Nel corso di una videochiamata mi accorsi che aveva la testa piena di capelli: disse che non li poteva tagliare perché faceva troppo freddo. Era chiaro che non stava bene. Gli dirsi di lasciarsi aiutare da qualcuno, di farsi portare in un ospedale» ha aggiunto la madre. L’ultima telefonata «fu durante il Ramadan: diceva che non riusciva a rispettarlo perché soffriva, e che non trovava un posto dove stare. Mi misi a piangere e lui staccò».

      Il racconto dei famigliari

      Dal resoconto dei familiari si ricava che il giovane si manteneva in costante contatto con loro. La mamma ha anche detto che all’inizio in Italia «era contento», mentre alla fine - anche dalle chiamate - si capiva “che stava male”. Anche il modo in cui la madre scoprì la morte fu drammatico:

      «Siamo stati informati del decesso da amici - ha raccontato il fratello - e all’inizio non avevamo capito come era morto. C’era un video su internet dove si vedeva una colluttazione con tre italiani: pensavamo che la causa fosse questa. Solo in seguito abbiamo appreso che era stato rinchiuso in un centro di rimpatrio».

      È stata la mamma, rispondendo alle domande dei suoi avvocati, a sottolineare di non essere stata chiamata da autorità italiane.
      Il processo

      Per la vicenda un poliziotto ha già patteggiato un anno di carcere per falso. A parlare per primo in aula il deputato di Avs, Marco Grimaldi, che ha fatto diverse ispezioni nella struttura evidenziandone le criticità. Ad aprire l’udienza la lettura degli avvocati di parte civile di un comunicato di adesione alla protesta Pro Pal, mentre fuori dall’aula è stato organizzato un presidio della rete No Cpr.

      https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2025/09/i-familiari-di-moussa-balde-si-vedeva-che-stava-male-nessuno-ci-avverti-del-

    • A processo il CPR di Torino: la testimonianza della famiglia di Moussa Balde

      Riceviamo e pubblichiamo il resoconto della seconda udienza dedicata all’ascolto delle testimonianze nel processo per la morte di Moussa Balde. Il capo d’accusa per l’ex direttrice del centro, Annalisa Spataro, e l’ex dirigente medico del centro, Fulvio Pitanti, è di omicidio colposo. Prossima udienza in programma, lunedì 20 Ottobre sempre al tribunale di Torino.

      –-

      A processo la gestione privata del CPR di Torino: la famiglia di Moussa Balde testimonia per la verità e la giustizia

      Il 22 settembre si è svolta la seconda udienza del processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di Torino. Per la prima volta, la famiglia ha avuto modo di vedere in faccia i responsabili della morte di Moussa e raccontare la sua storia in aula.

      Da numerose testimonianze tra il personale, le forze dell’ordine e l’amministrazione del CPR, invece, è emersa chiaramente l’assenza totale di una reale regolamentazione. Il personale ha riportato che nel CPR tutto è lasciato all’informalità e alla discrezionalità di chi è presente al momento. Le risorse del capitolato non sono sufficienti né per garantire tutele né per svolgere servizi essenziali. Di fronte a tali condizioni degradanti, anche il giudice ha avuto difficoltà a definire «ospiti» i detenuti del CPR.

      In questo momento, il dibattito si sta concentrando sullo stabilire i responsabili dell’isolamento di Moussa nell’ospedaletto. Gli avvocatə dell’ex direttrice del CPR e dell’ex medico, gli unici imputatə, tentano di attribuire la colpa alla questura e perfino ad altri detenuti che avrebbero rifiutato di accogliere Moussa in sezione per un sospetto di scabbia (rivelatosi infondato). Un vergognoso rimbalzo di colpe che mira solo a creare confusione e a cercare di uscirne pulitə, senza assumersi la responsabilità per quanto è accaduto.

      Ma sappiamo, e non ci stancheremo mai di dirlo, che la colpa della morte di Moussa e di tutte le altre morti è sistemica. Il CPR è un sistema che uccide, tortura e maltratta.

      Lasciamo la parola alla famiglia di Moussa Balde, che non ha mai smesso di mobilitarsi con coraggio, dignità e determinazione fin dal giorno della perdita del loro caro figlio, fratello e amico, per onorarne la memoria e affinché nessun’altra famiglia debba mai più attraversare il dolore che hanno vissuto:

      Noi, Djenabou Balde, Thierno Hamidou Balde e Mariam Baillo Balde abbiamo testimoniato in qualità di rappresentanti e membri della famiglia di Moussa Balde (pace alla sua anima) e come parte civile del processo.

      La testimonianza si è articolata su tre periodi fondamentali che hanno segnato il suo percorso:

      1. Il viaggio di Moussa Balde (pace alla sua anima) dalla Guinea fino all’Italia, passando per il Mali, l’Algeria e la Libia, da dove ha attraversato il Mediterraneo per arrivare in Italia nel 2016.
      2. L’esperienza vissuta da Moussa Balde (pace alla sua anima) in Europa, in particolare in Italia, che era il suo paese di riferimento: questo periodo è caratterizzato dal tentativo di Moussa Balde (pace alla sua anima) di integrarsi in Italia attraverso un centro d’accoglienza per persone migranti. Durante questo periodo, nostro fratello conduceva una vita vivace, gioiosa, con la speranza che il suo sogno si realizzasse in Italia. Improvvisamente, quel sogno si è infranto ed è diventato un calvario, segnato da enormi difficoltà in Europa, e soprattutto in Italia. Un periodo colpito dalla disperazione di vedere il proprio sogno crollare come un castello di carte.
      3. L’incarcerazione di Moussa Balde (pace alla sua anima) nel 2021 nel CPR di Torino, dove ha trovato la morte: un breve periodo durante il quale la famiglia aveva perso ogni contatto e informazione su di lui. Successivamente, abbiamo appreso della sua morte (pace alla sua anima) tramite una telefonata di un suo amico, di nome Amadou, senza comprendere le vere circostanze che hanno portato a questa triste tragedia.

      MOMENTO DELLA TESTIMONIANZA:

      Durante la testimonianza, eravamo sereni, fiduciosi. Perché sentivamo un sostegno totale da parte del popolo italiano, amante della giustizia e della libertà. Attraverso una mobilitazione enorme di persone di buona volontà, che accompagnano la famiglia fin dall’inizio di questa tragedia. Le ringraziamo di cuore. E in particolare, un ringraziamento speciale al nostro avvocato Gianluca Vitale e al suo team, per il lavoro che stanno svolgendo nella ricerca della verità sulla morte di Moussa Balde (pace alla sua anima), sulle pratiche disumane all’interno dei CPR in generale, e per il ripristino della giustizia.

      IL PROSEGUIMENTO DELL’UDIENZA E LE NOSTRE ASPETTATIVE:

      Speriamo che alla fine di questo processo venga resa giustizia. Che la memoria di Mamadou Moussa Balde (pace alla sua anima) venga onorata. E soprattutto, che i CPR vengano aboliti in Italia e che in tutto il mondo vengano eliminati tutti i luoghi di privazione della libertà privi di un fondamento giusto. Con un pensiero positivo rivolto al popolo palestinese, che oggi subisce un’ingiustizia evidente agli occhi del mondo intero.

      LA FAMIGLIA DI MAMADOU MOUSSA BALDE (PACE ALLA SUA ANIMA)

      Alla prossima udienza, il 20 ottobre, saranno ascoltatə gli ex dirigenti dell’ufficio immigrazione e della questura. Continueremo a portare solidarietà alla famiglia di Moussa e a tuttə i detenuti e le detenute dei CPR davanti al tribunale.

      Per un resoconto della prima udienza del processo:
      https://parolesulconfine.com/scaricabarile-tra-questura-e-gepsa-prima-udienza-per-omicidio-colp

      Per sostenere le spese di viaggio della famiglia di Moussa Balde in Italia :
      https://www.we-solidaire.com/fr/collecte/contro-i-c-p-r-giustizia-per-moussa-udienza-8-09-2025-1

      https://parolesulconfine.com/a-processo-il-cpr-di-torino-la-testimonianza-della-famiglia-di-mou

  • Prima udienza del processo per #moussa_balde
    https://radioblackout.org/2025/02/prima-udienza-del-processo-per-moussa-balde

    Si apre oggi il processo per la morte di Moussa Balde nel CPR di c.so Brunelleschi di Torino, che vede rinviati a giudizio per omicidio colposo l’ex direttrice dell’ente gestore del CPR, Annalisa Spataro, e il responsabile medico. Mancano nel provvedimento penale la questura e la prefettura, ovvero la gestione pubblica del CPR. Era stata ipotizzata, a […]

    #L'informazione_di_Blackout ##frontiere_europa #fuoco_ai_CPR
    https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/02/Presidio-per-moussa-blade-12.02.mp3

  • #moussa_balde. #processo_al_cpr
    https://radioblackout.org/2025/02/moussa-balde-processo-al-cpr-2

    Domani comincia a Torino il processo per la morte di Moussa Balde. Moussa aveva 23 anni. Nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2021, è morto nel #cpr_di_torino. Il 9 maggio era a Ventimiglia, fuori da un supermercato dove cercava di racimolare qualche soldo. Tre uomini lo assalirono a calci, pugni […]

    #L'informazione_di_Blackout #osmane_sylla #razzismo_di_stato
    https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/02/2025-02-11-vitale-processo-moussa.mp3

  • Il processo per la morte di #moussa_balde – fuoco ai CPR –
    https://radioblackout.org/2025/02/il-processo-per-la-morte-di-moussa-balde-fuoco-ai-cpr

    Il 12 febbraio inizia la fase dibattimentale del processo per la morte di Moussa Balde, trovato morto nella notte fra il 22 e il 23 maggio 2021 dentro il CPR di Torino. Moussa, ricordiamolo, era stato aggredito da un gruppo di razzisti nella città di Ventimiglia, lì era stato arrestato e portato nel CPR di […]

    #L'informazione_di_Blackout ##nocpr #razzismo_di_stato
    https://cdn.radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/02/Marti-NO-CPR.mp3

  • Spettacolo teatrale: #Reietti. Come creammo i #CPR

    Uno strano detective indaga sulla morte di un ragazzo venuto dalla Nuova Guinea, #Moussa_Balde, avvenuta nel 2021 all’interno del centro di permanenza per il rimpatrio di Torino. Arrivando a sprofondare nelle viscere infernali del più grande buco nero dei diritti in Italia: i CPR.
    Una macchina multicefala che trasforma la detenzione di migranti, che non hanno commesso nessun reato penale, in una enorme merce finanziaria.


    “Dentro di te ci siamo noi tutti. Le nostre paure ti tengono insieme, come una malta refrattaria ad ogni contatto umano.
    Possiamo decidere di rimanere da questa parte della barricata, difendere il nostro status di occidentali allo sbando, che si sentono attaccati.
    Oppure possiamo fare il salto. Toglierci quella corda dal collo, che ci soffoca. Non stare sempre in bilico tra la nostra morte o quella di un nostro simile.
    Possiamo riconoscerci nel diverso da noi.
    E allora quando riusciremo a fare questo tu, complesso magmatico di corpi, tecnologia, mura, manganelli e sangue, tu crollerai.”

    https://www.meltingpot.org/2023/07/spettacolo-teatrale-reietti-come-creammo-i-cpr
    #théâtre #art_et_politique #détention_administrative #rétention #Italie #Oscar_Agostoni

    Fil de discussion sur #Moussa_Balde:
    https://seenthis.net/messages/917091

  • Roué de coups à Vintimille, un Guinéen de 23 ans se suicide

    #Musa_Balde, un Guinéen de 23 ans, s’est donné la mort dans la nuit de samedi à dimanche dans un centre de rétention pour étrangers à Turin, en Italie. Le jeune homme, retrouvé pendu, avait été violemment roué de coups par trois Italiens à Vintimille, ces derniers jours. A sa sortie de l’hôpital, il avait été transféré dans le #CRA de Turin où il avait été placé à l’isolement.

    Les associations disent avoir tout fait, en vain, pour venir en aide à Musa Balde, un migrant de 23 ans présent jusqu’à récemment dans la région de Vintimille, en Italie. Ce jeune Guinéen, décrit comme une personne instable et régulièrement ivre dans les rues de Vintimille, s’est donné la mort dans la nuit de samedi à dimanche 23 mai dans l’enceinte du Centre de détention et de rapatriement de Turin (CPR, équivalent des centres de rétention administrative en France, antichambre aux expulsions des étrangers). Musa Balde a été retrouvé pendu à l’aide de ses draps.

    Une « terrible nouvelle » selon plusieurs associations, dont Projetto 20k et l’ONG We World, qui dénoncent la responsabilité de l’Etat italien dans le triste sort de ce migrant « vulnérable psychologiquement » présent depuis quatre ans en Italie et dont la demande d’asile avait été rejetée.

    La situation de Musa Balde, sous le coup d’une procédure d’éloignement du territoire depuis mars, s’était rapidement détériorée ces derniers jours. Le 9 mai dernier, il avait été passé à tabac par trois hommes italiens dans les rues de Vintimille, ville italienne proche de la frontière française. Selon la police, qui a exclu tout motif raciste, l’agression avait fait suite à la tentative du migrant de voler le portable d’un de ces trois hommes dans un supermarché.

    L’homme en question et ses deux acolytes avaient par la suite fondu sur Musa Balde à la sortie du magasin et l’avaient roué de coups à l’aide de barres, de bâtons, de tuyaux en plastique, de leurs poings et de leurs pieds.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/32461/roue-de-coups-a-vintimille-un-guineen-de-23-ans-se-suicide
    #mourir_aux_frontières #frontière_sud-alpine #asile #migrations #réfugiés #mort #suicide #décès #Alpes #Turin #Vintimille #détention_administrative #rétention #Italie #France

    –—

    ajouté au fil de discussion sur les morts à la frontière de Vintimille :
    https://seenthis.net/messages/784767

    lui-même ajouté à la métaliste sur les morts aux frontières alpines :
    https://seenthis.net/messages/758646

    • Ventimiglia, migrante preso a sprangate dopo lite in un supermarket: identificati i tre responsabili

      Un migrante è stato assalito e preso a sprangate da tre persone in pieno centro a Ventimiglia, all’angolo tra via Roma e via Ruffini, dietro al Comune e alla caserma della polizia di frontiera. L’uomo è stato soccorso dal personale sanitario del 118 e portato in ospedale a Sanremo: ha riportato diverse lesioni, tra cui un forte trauma facciale. Un video diffuso subito dopo l’aggressione sui social mostra tutta la violenza di quanto successo. La polizia alcune ore dopo ha individuato e denunciato i tre responsabili dell’aggressione.

      https://video.repubblica.it/edizione/genova/ventimiglia-migrante-preso-a-sprangate-dopo-una-lite-in-un-supermarket/386781/387506?video&ref=RHTP-BH-I300221689-P1-S2-T1

    • Il peso dell’indifferenza. La storia di #Moussa_Balde

      Il suo nome è ovunque nelle ultime ore, ma di lui non si sa molto. Di Moussa Balde si conosce l’età, appena 22 anni, il paese d’origine, la Guinea, e si può ipotizzare che fosse giunto in Italia con la speranza di migliorare la propria vita. Era arrivato probabilmente all’inizio 2017 e si era stabilito a Imperia, in Liguria. Lì era stato accolto al Centro di solidarietà l’Ancora, dove gli educatori, che cercano di incentivare lo studio come mezzo di integrazione, lo avevano messo in contatto con il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti di Imperia, tramite cui aveva deciso volontariamente di iscriversi a scuola. L’insegnante di italiano ci tiene a raccontare come la sua grafia fosse la più bella mai vista in dieci anni di lavoro, segno del suo impegno e della sua scolarizzazione.

      “Ha sempre dimostrato una grandissima voglia di imparare la lingua, per comunicare con le persone, trovare un lavoro, vivere nella società. Era un pensiero costante, che l’ha spinto a fare tutto nei tempi e nei modi giusti”.

      Aveva probabilmente già studiato in Guinea, e anche in una buona scuola. Con “un’invidiabile capacità di apprendimento”, ha intrapreso un corso di prima alfabetizzazione, poi di scuola media e infine si era iscritto al primo anno di superiori, che non ha mai concluso. Nel 2019 aveva, infatti, deciso di andare in Francia, dove vivevano alcuni amici o parenti, come lui francofoni. Dopo qualche mese all’estero, era stato però fermato e rispedito nel comune ligure. Spostatosi a Ventimiglia, dimorava ormai per strada e si sostentava chiedendo l’elemosina e rivolgendosi ai servizi della Caritas diocesana. “Più volte è venuto da noi per chiedere del cibo – racconta Christian Papini, responsabile regionale – ma è tutto quello che abbiamo potuto fare per lui. Non possiamo aiutarli, accoglierli, nemmeno dargli da dormire, hanno solo diritto all’urgenza.”

      Le associazioni del territorio non conoscono davvero la sua storia. Maura Orengo, referente a Imperia di Libera – rete di associazioni che lavora per la tutela dei diritti e la giustizia sociale – spiega che “il ragazzo aveva il foglio di via, quindi era già in situazione di clandestinità e non si poteva rivolgere alle associazioni, che richiedono nome e generalità.” Senza passato e senza futuro, Moussa occupava i margini della società, delle vie e dei supermercati dove faceva l’elemosina.

      Proprio in quella circostanza, il 9 maggio, era stato aggredito da alcuni cittadini di Ventimiglia, che lo avevano violentemente percosso con dei tubi. Alla denuncia, però, non è stata aggiunta l’aggravante razziale. I tre lo avevano accusato di tentato furto di un cellulare, ma a Moussa non era stata data la possibilità di replicare. Condotto all’ospedale di Bordighera per trauma facciale e lesioni, veniva dimesso il giorno successivo con una prognosi di dieci giorni e immediatamente trasportato al Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino. Il ragazzo era infatti irregolare sul territorio italiano, anche se, tempo prima, aveva fatto domanda di asilo politico: “Sembra ci sia stato un problema nel momento in cui doveva presentarsi davanti alla commissione, per spiegare i motivi per cui richiedeva l’asilo. – dice il suo avvocato, Gianluca Vitali -. Era andato una prima volta ma, come spesso succede, solo un membro della commissione era disponibile a sentirlo. Lui ha quindi chiesto il rinvio, per essere ascoltato dall’intera composizione collegiale. Poi però ci sono stati dei problemi, non aveva più un posto dove stare e non era c’erano centri di accoglienza per ospitarlo. Probabilmente, quindi, era stato convocato ma è risultato irreperibile”. Così, senza conoscere la sua storia e senza aver ascoltato le ragioni che lo avevano spinto ad arrivare nel paese, la commissione aveva deciso per il rimpatrio. Ma a Moussa, che non frequentava più nessuna associazione ed era praticamente un fantasma, la comunicazione ufficiale è giunta una volta arrivato al Cpr. “Il passaggio dall’ospedale a Torino è avvenuto in brevissimo tempo, – dice Orengo – non c’è stato nemmeno il tempo di avvicinarlo subito dopo l’aggressione. Noi di Libera ci chiedevamo se avremmo potuto fare di più; avrei potuto segnalare a Torino la difficile situazione in cui questo ragazzo versava, ma non sapevo nemmeno che fosse lì.”

      Dopo due settimane di isolamento, con la prospettiva di un prossimo rimpatrio, Moussa Balde si toglie la vita. Altri ragazzi, come lui reclusi all’interno del centro, alla notizia della morte hanno iniziato uno sciopero della fame e innescato diversi incendi nella struttura, per protestare contro le condizioni cui sono costretti.

      Gli ultimi giorni

      Emarginato, picchiato, isolato e respinto ancora una volta, il ragazzo era visibilmente provato. L’avvocato, che aveva conosciuto la sua storia leggendo la notizia dell’aggressione, scopre tramite una faticosa ricerca che la sua destinazione è il Cpr di Torino e lo raggiunge. Sin da subito non ha dubbi che gli addetti del centro fossero consapevoli delle sue difficoltà.

      “Che ci fossero problemi di comportamento, di depressione, di tono dell’umore, quindi qualche problema psichico, – dice Vitali – credo fosse evidente a tutti. La prima volta che sono andato a trovarlo ho fatto il suo nome a un poliziotto e ho chiesto di vederlo. Quello mi ha subito risposto che il ragazzo aveva dei problemi e che non era detto che avrebbe accettato il colloquio.”

      Nonostante le difficoltà, nessuno psicologo è mai andato a fargli visita, ma piuttosto, dopo qualche giorno, Moussa viene spostato nel cosiddetto “ospedaletto” del Cpr, una zona separata dal resto del centro. “Al suo arrivo non era sicuramente in isolamento, e questo conferma che la misura non è stata presa per motivi di sicurezza legati al Covid. Dovrebbe trattarsi di un isolamento sanitario, per tenere l’individuo sotto osservazione o separarlo dagli altri nel caso in cui questo si riveli contagioso. Il problema è che l’isolamento normativamente non esiste. È un’invenzione di alcuni centri. Si sostiene poi che il migrante possa chiedere di essere messo in isolamento, ma tenderei ad escludere che lui possa averlo fatto.”

      Da giorni l’avvocato di Moussa aveva avviato un procedimento per richiedere l’annullamento del rimpatrio, facendo leva sul fatto che il ragazzo fosse la parte lesa di un procedimento penale, quello contro i suoi tre aggressori.

      “Stavamo tentando di fare qualcosa, ma il processo è ovviamente lungo e macchinoso. Tutto il sistema è costruito in modo che il migrante clandestino sia il soggetto meno difendibile al mondo”.

      “Stavo già preparando un ricorso al giudice di pace di Imperia, per chiedere di sentire Moussa come persona offesa ed eventualmente di disporre il rilascio di un permesso per motivi di giustizia, in attesa del procedimento. Tutti tentativi che avrei continuato a fare, ma non c’è stato più tempo.” L’unica cosa che può fare, adesso, è accompagnare i genitori nel lungo procedimento che hanno deciso di intraprendere, per capire cosa sia davvero successo a Imperia e Torino. La salma del ragazzo, intanto, viene preparata per tornare da loro in Guinea.
      Strutture inesistenti

      Arrivato in Italia con speranza, Moussa si è scontrato con alcune delle storture del paese, che la sua morte ha contribuito a mettere ancora una volta in luce. Chi giunge a Ventimiglia non trova, innanzitutto, adeguata assistenza. Le strutture di accoglienza sono poche ed esclusivamente in mano ad associazioni del territorio. E la situazione si complica ulteriormente per i migranti in transito verso la frontiera francese. Da quando lo scorso luglio è stato chiuso il capannone della Croce Rossa, non c’è alcuna struttura che accoglie per la notte le persone in cammino, stremate anche da anni di viaggio.

      Le associazioni che lavorano sul territorio le assistono come possono, ma non sono sufficienti. E quando arriva l’estate – lo sa bene Christian Papini, che se ne occupa da anni – i flussi si moltiplicano e la situazione diventa ancora più ingestibile. “I numeri stanno aumentando in modo importante: da settembre a fine aprile, soltanto dalla Caritas sono passate più di 10mila persone. La scorsa settimana siamo arrivati a 220 persone in una mattina e siamo solo all’inizio, perché la rotta balcanica non è ancora completamente aperta.” E senza un’assistenza sufficiente, gli esiti possono facilmente diventare tragici. Lo testimonia la serie di eventi che riporta ciclicamente Ventimiglia sulle prime pagine, che dal 2015 ha visto la morte di migranti in autostrade, treni o nel passo della morte.

      Per questo Papini parla di “cronaca di una morte annunciata”. Che un campo riapra, però, è quasi una certezza: “Storicamente i campi di transito vengono aperti quando c’è una grossa emergenza, quindi di solito si aspetta che succeda il casino. Quando si rendono conto che le persone non si possono fermare, allora si apre un campo. Almeno chi arriva ha un posto dove può mangiare, lavarsi e poi trovare passaggio per la frontiera; diventa tutto un po’ più semplice.” Ma quando qualcosa si fa, il peso è sempre sulle spalle del terzo settore e dei volontari. Come quelle di Don Rito Alvarez, da anni parroco a Ventimiglia, che nel 2016 insieme alle associazioni del territorio aveva creato il progetto del Confine solidale: “In un periodo di necessità abbiamo aperto la chiesa e fatto un’accoglienza straordinaria. Ci siamo messi in prima linea e in uno spazio non molto grande abbiamo dato da mangiare anche a mille persone al giorno. Le autorità del territorio pensavano non fossimo capaci di gestire la situazione: siamo riusciti talmente bene che alla fine ci hanno spinti a continuare. Adesso non c’è nulla, la situazione è molto triste. Si va avanti cercando di sistemare tutto con palliativi, ma quello che servirebbe è un centro per l’integrazione e per l’accoglienza che sia all’altezza delle necessità. Bisogna essere lungimiranti e coinvolgere anche il governo centrale, altrimenti tra cinque anni siamo di nuovo qui a dirci le stesse cose”.
      Centri di reclusione

      Dalle strade inospitali di Ventimiglia, Moussa è stato spostato poi tra le mura dell’ospedaletto del Cpr di Torino, che il report 2021 del garante nazionale Mauro Palma descrive come: “privo di ambienti comuni: le sistemazioni individuali sono caratterizzate da un piccolo spazio esterno antistante la stanza, coperto da una rete che acuisce il senso di segregazione. Tale area è normalmente utilizzata per ospitare persone da separare dal resto della popolazione trattenuta, per motivi di salute o di incompatibilità ambientale”.

      Le indagini sul centro hanno inoltre rivelato che l’alta concentrazione di soggetti stranieri tossicodipendenti, con problemi psichici o comunque colpiti da forme di disagio sociale, non corrisponde ad un sufficiente coinvolgimento dei servizi sanitari locali. Una mancanza di raccordo con le altre strutture del territorio fa sì, inoltre, che il personale sanitario del centro rimanga completamente all’oscuro delle vicende cliniche delle persone trattenute. Queste possono poi rivolgersi direttamente agli operatori in caso di necessità, ma devono “attendere il passaggio di un operatore, nella speranza di ottenere la sua attenzione ed esprimere da dietro le sbarre del settore detentivo la propria istanza. Il Garante nazionale esprime il proprio fermo disappunto rispetto a una tale impostazione organizzativa, la quale, […] determina un contesto disumanizzante dove l’accesso ai diritti di cui le persone trattenute sono titolari passa attraverso la demarcazione fisica della relazione di potere tra il personale e lo straniero ristretto che versa in una situazione di inferiorità.” Il fatto che si tratti di una struttura chiusa, poi, com’erano i manicomi, fa già capire che “certe cose non le si vogliono far vedere. – dice Papini – Penso che se questo ragazzo avesse ricevuto supporto psicologico, forse, non si sarebbe suicidato, anche perché aveva già rischiato la vita per venire in Italia. E, dopo un’esistenza di stenti, si ritrova in un Cpr, dove gli comunicano che rimarrà rinchiuso fino al giorno del rimpatrio: c’è chiaramente un elevato rischio di suicidio. Si tratta di una delle tante vittime senza nome, di cui non frega niente a nessuno. Infatti lui è finito al Cpr, gli altri sono ancora per strada.”

      Di Moussa, che era in Italia da oltre quattro anni, si sa ancora troppo poco. È una delle tante storie che risvegliano le coscienze per un giorno, poi si torna a dormire.

      https://futura.news/il-peso-dellindifferenza-la-storia-di-moussa-balde

    • Ils agressent un jeune migrant à Vintimille avant qu’il ne se suicide : trois agresseurs jugés ce vendredi au tribunal d’Imperia

      En mai dernier, un jeune migrant se suicidait après avoir été agressé par trois hommes dans le centre de rétention où il se trouvait à Vintimille. Ce vendredi, les trois agresseurs comparaissent au tribunal d’Imperia.

      (#paywall)
      https://www.nicematin.com/faits-divers/ils-agressent-un-jeune-migrant-a-vintimille-avant-quil-ne-se-suicide-troi

    • Moussa Balde. Processo al CPR

      Domani comincia a Torino il processo per la morte di Moussa Balde.
      Moussa aveva 23 anni. Nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2021, è morto nel CPR di Torino.
      Il 9 maggio era a Ventimiglia, fuori da un supermercato dove cercava di racimolare qualche soldo. Tre uomini lo assalirono a calci, pugni e sprangate. Qualcuno fa un video: Moussa è a terra, rannicchiato mentre i tre infieriscono su di lui.
      Una vicenda di violenza razzista come tante: solo la diffusione delle immagini impedisce che il silenzio cali sulla sua storia, perché quelli come Moussa raramente hanno la possibilità di raccontare ed essere creduti.
      Il 9 maggio Moussa viene portato in ospedale: viene dimesso il giorno stesso, senza che gli vengano consegnati i fogli con la diagnosi. Trascorre la notte in cella di sicurezza. Il mattino successivo viene portato a Torino, dove, dopo l’udienza di convalida, viene rinchiuso al CPR di corso Brunelleschi.
      Tra i tanti fogli che gli fanno firmare non c’è nulla sul pestaggio subito.
      Finisce presto in isolamento, nel famigerato “ospedaletto”, un’area del CPR a ridosso del muro dove c’erano celle singole simili a pollai. Niente a che fare con un ospedale. Nonostante le vistose ferite al volto, Moussa non viene mai visitato.
      Lì, in quella gabbia isolata, Moussa è stato trovato impiccato.
      La grande indignazione per la sua morte fece chiudere l’Ospedaletto. Due anni fa, in febbraio, il fuoco delle rivolte distrusse il CPR, che da allora è chiuso. Presto riaprirà senza che nulla sia cambiato per chi vi verrà recluso.
      Alla sbarra, accusati di omicidio colposo, vanno Annalisa Spataro, direttrice del Cpr per conto della società Gepsa che all’epoca aveva l’appalto e Fulvio Pitanti, il medico della struttura che visitò Balde e lo confinò in isolamento. Sotto accusa c’era anche un poliziotto, Fabio Fierro, accusato di aver modificato le relazioni di servizio, che però ha chiuso la sua posizione patteggiando un anno.
      Restano fuori dal processo i mandanti: la Prefettura e tutta la macchina che imprigiona, tortura e uccide i senza documenti.
      L’inchiesta, partita dopo la morte di Moussa, un vero suicidio di Stato, si incardina intorno alla questione “ospedaletto”, una struttura di isolamento, ulteriormente afflittiva rispetto alla detenzione amministrativa. In base alla legge la detenzione amministrativa è ammessa, ma non forme di isolamento e punizione. Se qualcuno, per i più diversi motivi, è incompatibile con la prigione, può e dovrebbe essere liberato o ricoverato, non rinchiuso in una cella di isolamento.
      In discussione, oltre a quello di Moussa, i casi di altre persone fragili, messe in isolamento, senza cure né assistenza.
      Domani in aula ci saranno anche il fratello e la mamma di Moussa Balde e la sorella di Osmane Sylla, morto un anno fa nel CPR di Ponte Galeria a Roma. Vogliono giustizia, una merce rara nei tribunali, vogliono soprattutto che non capiti più. Mai più.
      In strada dalle 9 ci sarà un presidio di solidali. Ci sarà anche l’info della radio per seguire in diretta la giornata.

      Ne abbiamo parlato con Gianluca Vitale, l’avvocato che aveva assistito Moussa e che oggi rappresenta la sua famiglia.

      https://radioblackout.org/2025/02/moussa-balde-processo-al-cpr-2
      #procès
      #audio #podcast

    • Il processo per la morte di MOUSSA BALDE – fuoco ai CPR

      Il 12 febbraio inizia la fase dibattimentale del processo per la morte di Moussa Balde, trovato morto nella notte fra il 22 e il 23 maggio 2021 dentro il CPR di Torino. Moussa, ricordiamolo, era stato aggredito da un gruppo di razzisti nella città di Ventimiglia, lì era stato arrestato e portato nel CPR di c.so Brunelleschi per il solo fatto di non avere i documenti. Una volta nel CPR è stato messo nell’ospedaletto, struttura separata, in isolamento, una prigione nella prigione, dove nel 2019 morì anche Faisal Hussein dopo quasi sei mesi ininterrotti di isolamento. Anche Moussa non ha ricevuto le cure necessarie per il suo stato di salute. Anche Moussa muore in isolamento, quella notte. Si parlerà di suicidio, ma l’unica evidenza è l’assenza di cura di un sistema che pratica solo morte e tortura.

      A differenza di quanto era successo per Faisal, questa volta sono state portate avanti delle indagini abbastanza approfondite, e i responsabili (la direttrice dell’ente gestore di quel momento, la Gepsa – e un medico) sono a giudizio per omicidio colposo, per non aver previsto un protocollo per i tentativi anticonservativi, per i rischi suicidari.

      Il processo non riporterà Moussa, né nessuna vittima di questo sistema disumano, in vita. Servirà, si spera, ad allargare il quadro, a parlare di CPR. La famiglia di Moussa e la sorella di Ousmane Sylla, morto anche lui nel CPR di Ponte Galeria, saranno presenti al processo e sul territorio queste settimane.

      Il 12 febbraio ci sarà un presidio fuori dal tribunale alle 9.00 del mattino. Ci sarà anche lo studio mobile di radio blackout, che trasmetterà in diretta dal presidio, con le voci di chi è vicina alla famiglia, alla vicenda particolare di Moussa e alla lotta al CPR.

      Gli appuntamenti:

      – 12/02 Accompagniamo la famiglia di Moussa in tribunale e restiamo lì in presidio per esigere giustizia e verità per Moussa.
      – 14/02 Ascoltiamo il racconto della famiglia di Moussa Balde, riceviamo aggiornamenti sul processo dall3 avvocat3 e aggiornamenti sulla riapertura del CPR. A seguire ci sarà una cena benefit per supportare le spese di viaggio delle famiglie di Moussa Balde e Ousmane Sylla.

      https://radioblackout.org/2025/02/il-processo-per-la-morte-di-moussa-balde-fuoco-ai-cpr

    • L’abbandono nell’ospedaletto del Cpr di Torino dove quattro anni fa è morto Moussa Balde

      Già nel 2016 Medici per i diritti umani, durante una sua visita, aveva fotografato la brutalità delle 12 “gabbie pollaio” utilizzate come luoghi di isolamento per i trattenuti nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Corso Brunelleschi. In quelle celle, il 23 maggio 2021 fa si è tolto la vita il 23enne di origine guineana. Il processo in corso, però, si sta rivelando un’occasione persa per fare chiarezza.

      È il 10 marzo 2016 quando la Ong Medici per i diritti umani (Medu) fa visita al Centro di permanenza per il rimpatrio “Brunelleschi” di Torino rimanendo “scioccata” per un’area della struttura: il cosiddetto “ospedaletto”, formato da 12 celle di pochi metri quadrati, ognuna con un piccolo affaccio all’esterno totalmente circondato da sbarre. “Qui non lascereste neppure i cani”, racconta un trattenuto ai membri della delegazione.

      Rileggere il contenuto del report della visita a quattro anni dalla morte di Moussa Balde fa impressione: proprio in quelle “gabbie pollaio”, così come le definì l’allora Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma, il 23enne originario della Guinea si è suicidato tra il 22 e il 23 maggio 2021. Ben cinque anni dopo quella visita che già certificava, con tanto di evidenza pubblica, l’illegittimità e la brutalità di quel luogo.

      Nel documento che fa seguito a quell’accesso, infatti, Medu documenta chiaramente che vi sono “criteri poco definiti” secondo cui alcune persone vengono trasferite in quel luogo e altre no. Le testimonianze di chi quel giorno è chiuso nell’ospedaletto lo rendono evidente. Due persone dichiarano che il motivo dell’isolamento è “punitivo”, per “ragioni disciplinari”: uno di loro si era gettato dalla macchina in autostrada durante un trasferimento, l’altro era stato trovato con un accendino in tasca.

      La narrazione dell’ente gestore, invece, è ben diversa: i rappresentanti della società francese Gepsa e dell’associazione Acuarinto, che all’epoca gestivano il centro, dichiarano alla delegazione che il collocamento nelle “gabbie” avviene “per richiesta personale (dei trattenuti, ndr) di isolamento, per la presenza di malattie infettive, per dichiarata diversità di orientamento sessuale o incompatibilità con gli altri ospiti”. Una via di mezzo tra una presunta motivazione di tipo sanitario -nonostante l’”ospedaletto” sia il punto più lontano dall’infermeria- e di tutela dell’incolumità della persona. Anche questa “motivazione”, però, si scioglie come neve al sole.

      Nel documento infatti si dà conto di un’altra persona messa in isolamento di 43 anni e di origine tunisina. “Presenta una diagnosi di disturbo correlato all’uso di sostanze (alcol, cocaina e sedativi ipnotici) affetto da evidente disturbo di personalità, emotivamente instabile e di tipologia impulsiva -si legge nel documento- [L’uomo] si presentava in evidente stato di agitazione psicomotoria, verbalizzando intenzioni suicide”. Eppure non vi è stata “alcuna presa in carico psichiatrica […] e neppure si è proceduto a visite specialistiche”. Insomma, già nel marzo 2016 si concretizzava l’abbandono e l’isolamento dei più fragili e “problematici” in quell’area.

      Era nota a tutti quindi la vera natura di quell’area del Cpr. La stessa in cui tra il 7 e l’8 luglio 2019 è morto Hossain Faisal, originario del Bangladesh, 32 anni. La sua storia è finita ben presto nel dimenticatoio nonostante la brutalità dell’isolamento che l’uomo ha subito, salvata dall’oblio solo da un report del giugno 2021 pubblicato dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) intitolato “Il libro nero del Cpr di Torino“.

      Il 16 febbraio 2019 l’uomo entra nel Cpr e viene messo subito nell’”ospedaletto” nonostante la visita svolta all’ingresso evidenzi che il paziente è “confuso e disorientato”. Si decide di farlo entrare in struttura, per metterlo in osservazione qualche giorno e poi “stabilire se tenerlo oppure dichiararlo non idoneo”. Due giorni dopo viene scritto nuovamente che “l’ospite appare confuso, poco presente, rifiuta qualsiasi tipo di dialogo ripetendo sempre le stesse parole confuse”.

      –—

      La cella del cosiddetto “#ospedaletto” dove è stato ritrovato morto Hossain Faisal tra il 7 e l’8 luglio 2019. Le foto sono state scattate dalla polizia scientifica che si è occupata delle indagini. Il procedimento penale è stato poi archiviato

      –---

      Anche i colloqui con la psicologa del centro, il 4 marzo e il 6 maggio, sono un buco nell’acqua. Hossain resta in silenzio, rifiuta vestiario e ciabatte, nonostante cammini scalzo e chieda solo una sigaretta, anche la sua igiene è molto scarsa. Nel silenzio dell’”ospedaletto” muore l’8 luglio 2019 nella stessa cella in cui era stato collocato quasi cinque mesi prima. “Nella consulenza autoptica si parla di morte improvvisa cardiaca su base verosimilmente aritmica; da qualche tempo non dormiva neppure nella stanza ma per terra, nel minuscolo cortiletto antistante”, scrivono gli avvocati dell’Asgi nel documento. Il processo sulla morte di Hossain Faisal viene archiviato come “morte naturale” accettando che una persona possa “semplicemente” venire “dimenticata” in una cella, che non ha nessuna base giuridica, per mesi.

      L’”ospedaletto” continua così imperterrito a esistere. E lo si problematizza solo dalla mattina del 23 maggio 2021. Moussa Balde, 23 anni, originario della Guinea, viene trovato impiccato nella cella numero nove. Un paio di settimane prima, il 9 maggio, era stato brutalmente picchiato da tre persone fuori da un supermercato di Ventimiglia (IM). Da vittima, però, ben presto era diventato l’irregolare da “isolare” e “trattenere”. Pochi giorni dopo il suo ingresso viene isolato e messo nel dimenticatoio. La sera del 22 maggio l’infermiera appoggia i farmaci della terapia fuori dal muretto antistante la porta della sua cella. Lo chiama, lui non risponde. Il bicchierino con le pillole rimarrà lì, perché Moussa non uscirà mai per prenderlo. Non si sa ancora se in quel momento fosse già morto, ed è uno dei punti che dovrà chiarire il processo in corso al Tribunale di Torino. Sono imputati l’allora direttrice del centro e il medico, entrambi assunti dall’ente gestore Gepsa.

      Quello su cui non farà luce il processo, invece, è la catena di omissioni e complicità che ha portato quel luogo a esistere e venire utilizzato per oltre dieci anni. I funzionari della prefettura, che ha un dovere giuridico di controllo sulla gestione del centro da parte dell’ente privato, non sono mai stati indagati; quelli della questura invece sì. La loro posizione però è stata archiviata per mancanza di “dolo” nelle loro azioni. Un “si è sempre fatto così” che li ha sollevati da ogni responsabilità penale.

      Già nel 2016 però la brutalità e l’illegittimità di quel luogo era ben visibile per chi avrebbe potuto (e dovuto) vederla. Oggi l’ospedaletto dove sono morti Hossain Faisal e Moussa Balde è stato definitivamente chiuso. Resta invece operativo il Cpr di Corso Brunelleschi, che a due mesi dalla sua riapertura è già inagibile per due delle tre aree ristrutturate nei mesi scorsi. Anche senza celle di isolamento, inghiottisce biografie e vissuti restituendo all’esterno solo fiamme e sofferenza.

      https://altreconomia.it/labbandono-nellospedaletto-del-cpr-di-torino-dove-quattro-anni-fa-e-mor

  • Morts à la frontière #Italie-#France (frontière basse, donc #Vintimille)

    #frontière_sud-alpine #montagne #mourir_aux_frontières #asile #migrations #réfugiés #décès #morts #frontières #frontières

    –—

    NEW : Liste mise à jour en février 2025 et publiée par la LDH Nice :


    https://site.ldh-france.org/nice/2025/02/17/liste-des-deces-lies-a-la-frontiere-entre-vintimille-et-menton-depu

    –-

    Liste des morts à cette frontière entre 2016 et 2018, par Nous voulons des coquelicots :

    Depuis la fermeture de la frontière en juin 2015, de nombreux réfugiés ont péri en tentant de la franchir.

    9 septembre 2018 : le corps sans vie d’un migrant échoué à 3 mètres de profondeur a été repêché hier par la capitainerie du futur nouveau port de Vintimille.

    20 juin 2018 : Un migrant d’environ 35 ans a été trouvé, sans doute mort noyé, par des passants, sur le rivage à Vintimille.

    14/01/2018
    Un migrant qui pourrait être de nationalité Gambienne, a été retrouvé matin décédé par électrocution en gare de Menton (Alpes-Maritimes), sur le toit de la locomotive d’un train en provenance de Vintimille (Italie). Les pompiers sont intervenus vers 6h00 pour prendre en charge la victime, précise le service départemental d’incendie et de secours (SDIS), Il s’était allongé au niveau de la caténaire et a subi de ce fait un arceau électrique qui l’a brûlé par électrocution, précise la police. Trois détonations avaient été entendues par les passagers et le conducteur du train peu après le départ de Vintimille (Italie), des témoins apercevant aussi des flammes, mais l’arrêt n’a été possible qu’en gare de Menton.

    27/12/2017 : un jeune homme d’une vingtaine d’années, d’origine africaine, est retrouvé mort sur un talus de l’autoroute, après avoir chuté pendant son sommeil depuis la cabane abandonnée où il dormait en surplomb de l’A8 au niveau de Roquebrune-Cap-Martin.

    26/08/2017 : un homme de 25 ans est retrouvé électrocuté dans le compartiment technique du train venant de Vintimille.

    16/08/2017 : un homme Irakien de 36 ans, heurté par un train dans le tunnel de Peglia.

    12/07/2017 : un jeune Gambien de 23 ans, heurté par un camion sur la via Aurelia entre la frontière et Vintimille. Selon des témoins, il était seul et la police a indiqué qu’il avait été reconduit en Italie par la police française il y a quelques jours.

    13/06/2017 : un jeune soudanais âgé de 16 ans meurt noyé à Vintimille, dans la mer, à l’embouchure de la Roya.

    23/05/2017 : Un homme sénégalais est retrouvé électrocuté dans le compartiment technique du train venant de Vintimille.

    19/05/2017 : Un homme malien de 30 ans est électrocuté dans le compartiment technique du train venant de Vintimille.

    19/03/2016 : un homme africain, hébergé au camp géré par la Croix Rouge Italienne, tombe du Pas de la Mort. Son corps est retrouvé le 21 mars.

    17/02/2017 : un homme est électrocuté sur le toit du train venant de Vintimille. Il est retrouvé au centre de maintenance de Cannes La Bocca.

    05/02/2017 : Un jeune homme nord-africain, entre 20 et 25 ans, est percuté par un train dans le tunnel de Dogana.

    04/01/2017 : Mohammad Hani, Lybien de 26 ans, est percuté par un scooter à Vintimille.

    23/12/2016 : un jeune algérien d’environ 25 ans est percuté par un train à Latte.

    22/11/2016 : Alimonu Kingsley, Nigérian de 23 ans, se noie, emporté par la Roya.

    21/10/2016 : un jeune homme est percuté par une voiture sur l’autoroute A8.

    07/10/2016 : Milet, 17 ans et Erythréenne est percutée par un camion sur l’autoroute.

    06/09/2016 : un jeune homme d’origine africaine chute depuis le viaduc de Ste Agnès en tentant d’échapper aux forces de l’ordre.

    De nombreux autres migrants ont été blessés, parfois très gravement lors du passage de la frontière, et ont été accueillis dans des hôpitaux français et italiens.

    http://ademonice06.com/frontiere-de-dangers

    –-

    Article du 19 septembre 2017 qui fait la liste des 14 migrants morts à la frontière franco-italienne :

    Dans une indifférence coupable, les morts s’accumulent à la frontière franco-italienne

    Embarqués sur l’interminable route de l’exil, les migrants ne sont pas au bout de leurs peines à l’approche du territoire français. Pour tenter – vainement – de les dissuader de passer, rien ne leur est facilité par les autorités. Contraints à marcher de longues heures aux bord de routes dangereuses, à pratiquer des sentiers escarpés, à manger, boire et dormir au bord des rivières, certains migrants n’en sortent pas vivants. Officiellement, 14 sont morts à la frontière franco-italienne depuis septembre 2016. Et la liste, qui pourrait être encore plus lourde, continue de s’allonger.

    https://basta.media/Dans-une-indifference-coupable-les-morts-s-accumulent-a-la-frontiere-franco

    –------

    Una scia di sangue senza fine a Ventimiglia : almeno 26 stranieri morti in sei anni

    - 7 ottobre 2016: Milet Tesfamariam, 16 anni, eritrea, investita da un tir mentre camminava sull’autostrada, in una galleria poco dopo la barriera di Ventimiglia, direzione Francia
    – 21 ottobre 2016: Ali Ahmad, 18 anni, sudanese, investito da un furgone sul viadotto Saint-Agnès mentre camminava sull’A8.
    – 23 dicembre 2016: 25enne algerino investito e ucciso dal treno a Latte, Ventimiglia.
    – 4 gennaio 2017: Mohamed Hani, 26 anni, proveniente dalla Libia, muore travolto da uno scooter dopo essere saltato in strada da un recinzione del parco Roja, a Ventimiglia, dove era stato allestito un centro per l’accoglienza dei migranti.
    – 5 febbraio 2017: un giovane di circa 20 anni muore investito da un treno nel tunnel della dogana a Ventimiglia.
    – 17 febbraio 2017: un migrante muore folgorato sul tetto del treno partito da Ventimiglia e diretto a Cannes.
    – 21 marzo 2017: un migrante muore precipitando dal sentiero del Passo della Morte a Ventimiglia.
    – 19 maggio 2017: un 30enne del Mali muore folgorato nel compartimento tecnico di un treno francese, partito da Ventimiglia e diretto a Cannes. Pochi giorni dopo, il 23 maggio del 2017, un altro migrante farà la stessa fine.
    – 3 giugno 2017: un 25enne nigeriano muore annegato a Ventimiglia.
    – 13 giugno 2017: il 16enne sudanese Alfatehe Ahmed Bachire muore annegato davanti alla foce del Roja a Ventimiglia.
    – 12 luglio 2017: un 23enne del Gambia muore investito da un camion sull’Aurelia a Latte, Ventimiglia.
    – 16 agosto 2017: un 36enne iracheno muore investito da un treno a Peglia, Ventimiglia.
    – 26 agosto 2017: un giovane migrante muore folgorato sul treno partito da Ventimiglia e diretto in Francia.
    – 27 dicembre 2017: un migrante di circa 20 anni muore precipitando dal versante della montagna di Roquebrune.
    – 14 gennaio 2018: un 28enne del Gambia muore folgorato sul tetto del treno tra Ventimiglia e Mentone.
    – 20 giugno 2018: un migrante muore annegato nello specchio acqueo antistante Ventimiglia.
    – 9 settembre 2018: un migrante muore annegato a Ventimiglia.
    – 8 dicembre 2020: un migrante muore folgorato sul tetto del treno partito da Ventimiglia e diretto in Francia.
    –-> ce décès n’est pas dans mes données et je ne trouve aucune info sur internet
    – 27 maggio 2021: un 37enne pachistano viene trovato morto per strada a Roverino, Ventimiglia.
    – 3 giugno 2021: un giovane migrante muore annegato nei pressi della foce del fiume Roja a Ventimiglia: si stava lavando quando le onde e la corrente lo hanno portato al largo.
    – 29 settembre 2021: un 17enne bengalese muore folgorato sul tetto del treno partito dalla stazione di Ventimiglia e diretto a Nizza.
    – 30 ottobre 2021: un migrante muore precipitando da un dirupo del passo della morte a Ventimiglia.
    – 1 febbraio 2022: migrante morto folgorato sotto il pantografo del treno partito da Ventimiglia.
    – 2 marzo 2022: migrante muore sul tetto di un locomotore di un treno a Ventimiglia
    – 2 aprile 2022: due migranti muoiono travolti da un furgone sull’A10 all’altezza dell’area di servizio di Bordighera. Stavano attraversando la strada.

    –-----
    Liste des mort·es depuis 2015 :


    –-> différences par rapport à ma liste :
    – Kingsley Alimonu serait mort le 22/11/2016 et non pas le 23/12/2016 comme indiqué sur cette liste
    – la personne décédée le 05/02/2017 aurait été identifiée, il s’agirait de Tal Abdoul
    – la personne décédée le 17/02/2017 aurait été identifié, il s’agirait de Daouda Bah
    – la personne décédée le 21/03/2017 aurait été identifié, il s’agirait deAbderazake Jahyea
    – la personne décédée le 20/06/2018 a été enregistrée dans ma base de données comme décédée le 18/06/2018
    – les 8 cadavres retrouvés le 03/10/2020 ne sont probablement pas des migrants —> pas inclus dans ma base de données
    – Musa Balde a été ajouté dans ma base de données avec date de décès 22/05/2021 et non pas 23/05/2021
    – la personne décédée le 27/05/2021 a été identifiée comme Khan Shahzad. Je ne l’ai pas incluse dans ma base de données, avec comme explication « pas de franchissement de la frontière »
    – la personne décédée le 07/11/2021 a été enregistrée dans ma base de données comme décédée le 06/11/2021
    – la personne décédée le 27/11/2021 a été enregistrée dans ma base de données comme décédée le 26/11/2021
    – la personne décédée le 03/02/2022 a été enregistrée dans ma base de données comme décédée le 01/02/2022
    – selon ma base de données Ullah Rezwan Sheyzad serait décédé le 26/01/2022 et non pas le 01/02/2022

    –—

    Ajouté à cette métaliste
    https://seenthis.net/messages/758646