• L’essenziale come arma: l’acqua negata alla popolazione palestinese

    Il blocco delle forniture e la distruzione deliberata delle infrastrutture idriche sono stati utilizzati dalle autorità israeliane come forma di punizione collettiva nei confronti dei 2,1 milioni di abitanti della Striscia di Gaza. In un contesto di distruzione e morte le persone devono affrontare anche il collasso dei servizi igienico-sanitari, con gravi conseguenze su salute, dignità e sicurezza. Il report di Medici senza frontiere

    La privazione sistematica e deliberata di acqua, servizi sanitari e igiene (“Water, sanitation, hygiene”, Wash) sarebbe stata usata dall’ottobre 2023 come arma contro i palestinesi dalle autorità israeliane, nell’ambito di una campagna di punizione collettiva. È quanto denunciato dal report “Israel’s destruction and deprivation of water and sanitation in Gaza”, pubblicato il 28 aprile da Medici senza frontiere (Msf).

    Secondo la Ong, attiva a Gaza dal 1988, sono 2,1 milioni le persone residenti nella Striscia colpite da una grave scarsità d’acqua. Una mancanza che non è il risultato di eventi incidentali ma di politiche e azioni precise, con conseguenze gravissime per la salute, la dignità e la sicurezza della popolazione palestinese.

    Nel periodo analizzato dall’indagine -da gennaio 2024 a dicembre 2025- il personale di Msf ha segnalato un aumento quotidiano delle problematiche sanitarie legate alla carenza d’acqua rispetto al periodo precedente all’ottobre 2023.

    Un sondaggio dell’organizzazione ha registrato che quasi una persona su quattro tra quelle intervistate tra maggio e agosto 2025 aveva sofferto di diarrea nel mese precedente: un disturbo che colpisce più severamente i bambini sotto i 15 anni e le donne incinte, mettendo a rischio la gravidanza. Anche le malattie della pelle, legate alla scarsa igiene e alla vita in tende sovraffollate e rifugi improvvisati, sono risultate più diffuse, con il 18% delle consulenze sanitarie di Msf nel 2025 dedicate proprio a queste patologie.

    La priorità di tutte le famiglie è utilizzare l’acqua a disposizione per bere piuttosto che per l’igiene, e quando le consegne umanitarie vengono interrotte sono costrette ad approvvigionarsi da fonti insicure o saline. Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 i prezzi dell’acqua dei fornitori privati sono infatti aumentati del 500%, rendendola di fatto fuori dalla portata della maggior parte della popolazione. La stessa Msf -la più grande distributrice non governativa a Gaza, con oltre 4,7 milioni di litri d’acqua consegnati al giorno a gennaio 2026- è consapevole che la sua offerta non riesce a colmare l’enorme fabbisogno della Striscia.

    Nei campi le persone si ritrovano inoltre a scavare latrine improvvisate nei pressi delle tende da condividere con molte altre persone. Le piogge intense spesso allagano queste strutture rudimentali che, riempendosi, diffondono rifiuti e batteri. I servizi igienici sono collassati, mentre articoli come sapone, disinfettanti, pannolini e prodotti mestruali, se disponibili, rimangono troppo costosi.

    A tutto ciò si aggiunge l’impatto sulla salute mentale per chi vive in condizioni così poco dignitose, senza privacy e in situazioni di forte disagio e stress. I palestinesi devono fare i conti quotidianamente con un senso di urgenza e responsabilità, soprattutto nei confronti dei bambini, legato alla necessità di procurarsi l’acqua e all’incapacità di occuparsi della propria igiene personale. “È come se chiedessimo l’essenziale della vita”, ha affermato Ali, un palestinese sfollato che vive in un campo nella città di Deir Al-Balah, intervistato da Medici senza frontiere.

    Questa situazione si inserisce in un contesto già estremamente difficile in cui, secondo il ministero della Salute di Gaza, dal 7 ottobre 2023 al 23 febbraio 2026 almeno 72.073 palestinesi sono stati uccisi e 171.756 feriti dagli attacchi israeliani, a cui si somma un numero imprecisato di persone disperse e di vittime non conteggiate o definite “indirette” perché causate dall’interruzione dell’assistenza sanitaria e di altri servizi essenziali.

    Dall’inizio dell’offensiva israeliana i palestinesi cercano dunque di sopravvivere trovandosi anche ad affrontare una forma di scarsità d’acqua ingegnerizzata. Sono tre in particolare i meccanismi alla base della crisi: la distruzione delle infrastrutture da parte delle forze armate israeliane; l’ostruzione dell’accesso umanitario all’interno di Gaza tramite lo sfollamento forzato e le restrizioni ai movimenti; e il blocco o il ritardo sistematico delle forniture essenziali.

    Nello specifico, le operazioni militari israeliane hanno causato una devastazione diffusa delle infrastrutture cosiddette Wash: si stima che il 90% sia stato danneggiato o distrutto. Msf ha documentato diversi episodi di sparatorie contro i suoi camion cisterna e di danneggiamenti a pozzi chiaramente identificati, spesso durante la stessa distribuzione di acqua alla popolazione, causando panico, ferimenti e morti tra i palestinesi e gli operatori umanitari. Molti nuclei familiari, sopraffatti dai compiti necessari per sopravvivere, non hanno altra scelta che mandare i figli a prendere l’acqua pur consapevoli del pericolo che affrontano.

    “Le autorità israeliane sanno che senza acqua la vita finisce eppure hanno deliberatamente e sistematicamente distrutto le infrastrutture idriche a Gaza, impedendo al contempo in modo sistematico l’ingresso di rifornimenti idrici -ha spiegato Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf-. I palestinesi sono rimasti feriti e sono stati uccisi semplicemente cercando di procurarsi l’acqua”.

    L’accesso ai servizi essenziali e l’ingresso dei beni di prima necessità nella Striscia sono stati limitati e ostacolati. Gli ordini di sfollamento e le interdizioni imposte dall’esercito israeliano ai palestinesi di entrare in alcune parti di Gaza hanno coperto in alcuni casi più dell’80% del territorio; senza contare che il 58% della Striscia non è attualmente accessibile.

    Allo stesso tempo da ottobre 2023 elettricità e combustibili, fondamentali per il trattamento e la distribuzione dell’acqua, sono stati tagliati. Le richieste di autorizzazione a introdurre forniture critiche sono state rifiutate o lasciate senza risposta, incluse quelle relative a unità di desalinizzazione dell’acqua, pompe, cloro e altri prodotti chimici per il trattamento, serbatoi d’acqua, repellenti per insetti e latrine. Anche quando approvate, le spedizioni sono state spesso bloccate ai valichi, lasciando attrezzature salvavita ferme per mesi.

    Secondo Msf le autorità israeliane stanno usando gli aiuti come un rubinetto, chiudendolo o aprendolo solo per permettere a qualche goccia di entrare nella Striscia, contravvenendo così al diritto internazionale umanitario. Quest’ultimo stabilisce infatti che, in quanto potenza occupante, Israele dovrebbe garantire il soddisfacimento dei bisogni fondamentali della popolazione occupata e proteggere le infrastrutture civili come i sistemi idrici e sanitari.

    Per questo motivo Medici senza frontiere chiede di porre immediatamente fine a questa situazione e invita anche gli Stati membri delle Nazioni Unite a invocare il rispetto del diritto internazionale, facendo leva su tutti gli strumenti economici, di sicurezza e legali a disposizione affinché l’accesso all’acqua pulita, a servizi igienico-sanitari sicuri e all’igiene di base venga assicurato.

    https://altreconomia.it/lessenziale-come-arma-lacqua-negata-alla-popolazione-palestinese
    #eau #Israël #accès_à_l'eau #Palestine #Gaza #punition_collective

  • À Gaza, Israël utilise l’#eau comme « arme punitive » contre les Palestiniens, dénonce #MSF - France 24
    https://www.france24.com/fr/moyen-orient/20260428-%C3%A0-gaza-isra%C3%ABl-utilise-eau-comme-arme-punitive-contre-le

    « La privation délibérée d’eau infligée aux Palestiniens fait partie intégrante du #génocide perpétré par Israël », affirme mardi l’ONG Médecins sans frontières (MSF) dans un communiqué publié avec un rapport portant sur « la destruction et la privation d’eau et d’assainissement par Israël à #Gaza ».

  • Trois Palestiniens tués alors que les violations israéliennes se poursuivent dans toute la bande de Gaza
    26 février 2026 | - IMEMC News
    https://imemc.org/article/three-palestinians-killed-as-israeli-violations-continue-across-gaza

    Les forces israéliennes ont tué trois Palestiniens et en ont blessé plusieurs autres jeudi lors d’une série d’attaques dans la bande de Gaza, alors que les agences humanitaires avertissaient que les violations continues du cessez-le-feu et les restrictions sévères à l’accès à l’aide humanitaire aggravaient une situation déjà catastrophique pour la population civile.

    Ces incidents se sont produits alors que les médias, les Nations unies et les organisations humanitaires internationales ne cessaient de signaler que Gaza restait au bord de l’effondrement humanitaire total.

    L’aviation israélienne a tiré sur un groupe de Palestiniens près du parc al-Mahatta, dans le quartier de Tuffah, au nord-est de la ville de Gaza , tuant deux personnes et en blessant plusieurs autres.

    Dans le sud de Gaza, Hassan Abdul-Rahman Hassan al-Lahham a été abattu par les forces israéliennes dans la région de Qizan Rashwan, au sud de Khan Younis.

    Les équipes médicales ont également signalé que plusieurs Palestiniens avaient été blessés lorsqu’un drone israélien a pris pour cible des pêcheurs le long du littoral de la ville de Gaza.

    Dans le centre de Gaza, les habitants de Deir al-Balah ont enterré un homme tué par un tir de drone israélien près des zones contrôlées par les forces israéliennes à l’est de la ville.

    L’armée israélienne a affirmé que des soldats opérant dans le sud de Gaza avaient tué un « Palestinien armé qui aurait franchi la ligne jaune », une démarcation temporaire établie dans le cadre de l’accord de cessez-le-feu négocié par les États-Unis.
    L’armée a qualifié cette action de violation du cessez-le-feu, en vigueur depuis le 10 octobre 2025.

    La « ligne jaune » sépare les quelque 53 % de la bande de Gaza encore sous contrôle militaire israélien des zones occidentales où les Palestiniens sont autorisés à se déplacer.

    Les opérations humanitaires ont connu de nouveaux reculs lorsque 57 travailleurs humanitaires internationaux ont quitté Gaza par le passage frontalier de Karem Abu Salem (Kerem Shalom) car leurs organisations n’ont pas pu renouveler les permis exigés par Israël.

    Israël a imposé de nouvelles conditions aux agences humanitaires, notamment des vérifications approfondies des antécédents du personnel et des mécanismes de surveillance élargis qui, selon les groupes d’aide, entravent leur capacité à fonctionner de manière indépendante.

    Claire Nicol, coordinatrice des urgences pour Médecins Sans Frontières, a appelé Israël à lever ces restrictions, avertissant que la population de Gaza « sera privée de soins, de services et d’eau, et que les groupes marginalisés seront les plus touchés si notre travail est interrompu ».
    Elle a ajouté que #MSF ne pouvait pas répondre à l’ampleur ni à la qualité des besoins médicaux dans les conditions actuelles.

    L’#UNRWA a averti à plusieurs reprises que le système humanitaire de Gaza était « au bord de l’effondrement total », citant les restrictions imposées par Israël aux convois d’aide, les pénuries de carburant et l’incapacité des agences à atteindre en toute sécurité les communautés piégées près des zones de front.

    Le Bureau de la coordination des affaires humanitaires des Nations unies (#OCHA) a également documenté la poursuite des tirs israéliens dans des zones désignées comme « zones de circulation sûres », y compris celles situées près de la ligne jaune, malgré le cessez-le-feu.

    Israël continue de violer quotidiennement le cessez-le-feu, tuant 618 Palestiniens depuis le 10 octobre 2025, dont beaucoup ont été abattus ou pris pour cible sous prétexte d’avoir franchi la ligne jaune.

    Dans le même temps, Israël a empêché l’entrée à Gaza des quantités d’aide humanitaire convenues, où 2,4 millions de Palestiniens, dont 1,5 million de personnes déplacées, vivent dans des conditions catastrophiques.

    Deux ans de bombardements et d’offensives terrestres israéliens ont tué plus de 72 000 Palestiniens et blessé plus de 172 000 autres, dont la grande majorité sont des femmes et des enfants.

    Les destructions ont endommagé ou détruit 90 % des infrastructures civiles de Gaza, et les agences des Nations unies avertissent que sans un accès humanitaire immédiat et sans restriction, le nombre de décès évitables continuera d’augmenter.
    https://imemc.org/wp-content/uploads/2026/02/displaced_Gaza.mp4?_=3

    #Génocide #Bilan

  • Un nouveau #rapport #MSF revient sur les effets néfastes de dix ans d’#externalisation des #frontières européennes

    Un nouveau rapport de MSF démontre que les #accords passés par l’Union européenne avec des pays-tiers dans le but de limiter l’arrivée de personnes exilées sur son sol ont rendu les routes migratoires plus longues et dangereuses, entrainant ainsi la mort de milliers de personnes.

    En septembre 2015, la photo d’un garçon de trois ans, Alan Kurdi, mort noyé et retrouvé sur une plage de Turquie, suscitait l’émotion et soulevait la question de l’accueil des personnes fuyant la guerre civile en Syrie. Très rapidement pourtant, en mars 2016, l’Union européenne conclura un accord avec la Turquie dans le but de limiter les arrivées sur son sol, en échange de 6 milliards d’euros.

    Si cet accord « d’externalisation des frontières » n’est pas le premier de ce type (après l’accord « d’amitié » entre l’Italie et la Libye en 2008 et le processus de Khartoum pour la Corne de l’Afrique en 2014), il marque néanmoins le début d’une accélération massive des #partenariats en ce sens, qui se poursuit encore à ce jour.

    https://msf.lu/articles/rapport-msf-dix-ans-dexternalisation-des-frontieres
    #Sahara #migrations #réfugiés #Libye #Tunisie #Egypte #Soudan #route_saharienne #routes_migratoires

  • Déclaration de MSF concernant le partage d’informations sur son personnel en Palestine | Médecins sans frontières
    https://www.msf.fr/actualites/declaration-de-msf-concernant-le-partage-d-informations-sur-son-personnel-en-pal

    Après de nombreux mois d’échanges infructueux avec les autorités israéliennes, et en l’absence de garanties permettant d’assurer la sécurité de son personnel ou la gestion indépendante de ses opérations, Médecins Sans Frontières (MSF) a décidé qu’elle ne partagera pas la liste de son personnel palestinien et international avec les autorités israéliennes. 

    En mars 2025, les autorités israéliennes ont annoncé que les organisations souhaitant s’enregistrer devaient fournir des informations personnelles sur leur personnel. MSF a immédiatement exprimé de vives préoccupations concernant cette demande, dans un contexte où les travailleurs médicaux et humanitaires ont été intimidés, arbitrairement détenus et attaqués. Depuis octobre 2023, 1 700 membres du personnel de santé ont été tués, dont 15 employés de MSF. Le 30 décembre dernier, les autorités israéliennes ont annoncé que l’enregistrement préalable de MSF avait expiré et que l’organisation devait donc cesser ses activités dans un délai de 60 jours. 

    Les équipes de MSF ont exploré toutes les options possibles, bien que limitées, afin de pouvoir continuer à fournir des soins médicaux vitaux à la population palestinienne. Le 23 janvier dernier, l’organisation a informé les autorités israéliennes qu’exceptionnellement elle serait prête à partager une liste partielle des noms de membres de son personnel palestinien et international, sous réserve d’engagements clairs quant à leur sécurité. 

    Malgré ces efforts répétés, il est devenu évident ces derniers jours qu’aucun dialogue avec les autorités israéliennes n’était possible pour obtenir les garanties nécessaires. Ces garanties étaient les suivantes : toute information sur le personnel ne serait utilisée qu’à des fins administratives clairement définies et ne mettrait pas en danger nos collègues ; MSF conserverait l’entière responsabilité et autonomie sur les questions relatives aux ressources humaines ainsi que sur la gestion de son approvisionnement en matériel ; toutes les communications diffamatoires à l’égard de MSF, portant atteinte à la sécurité du personnel, devaient cesser. 

    En l’absence d’engagement des autorités israéliennes sur ces garanties, nous avons décidé que nous ne partagerions pas d’informations concernant notre personnel dans les circonstances actuelles. Aucune information sur le personnel n’a été transmise aux autorités israéliennes dans le cadre de ce processus. 

    Alors qu’une catastrophe humanitaire sans précédent se poursuit à Gaza et que les travailleurs de santé continuent d’être ciblés, les autorités israéliennes placent les organisations humanitaires devant un choix impossible : partager des informations sur leur personnel ou cesser d’apporter des soins médicaux vitaux pour la population palestinienne. 

    Si MSF est expulsée de Gaza et de Cisjordanie, l’impact serait dévastateur. Les Palestiniens affrontent un hiver brutal alors que leurs habitations et les infrastructures sont détruites. Les conditions humanitaires restent extrêmes  : près de 500 personnes ont été tuées depuis octobre 2025. Les services essentiels — notamment la nourriture, l’eau, l’abri, les soins de santé, le carburant et les moyens de subsistance — sont en grande partie détruits. Le système de santé est quasiment à l’arrêt et de nombreux services spécialisés, tels que les soins aux grands brûlés, ne sont plus disponibles. En 2025, MSF a assuré 800 000 consultations, a assisté une naissance sur trois et a soutenu un lit d’hôpital sur cinq. 

    MSF est prête à maintenir des échanges avec les autorités israéliennes qui permettent de maintenir ses opérations médicales essentielles à Gaza et en Cisjordanie occupée, et de garantir que MSF puisse continuer à fournir des soins médicaux vitaux et indispensables à celles et ceux qui en ont un besoin urgent.

  • Palestine : le point sur les demandes des autorités israéliennes au sujet des informations du personnel #MSF
    24 janvier 2026 | Médecins sans frontières
    https://www.msf.fr/communiques-presse/palestine-le-point-sur-les-demandes-des-autorites-israeliennes-au-sujet-des-info

    Afin d’éviter une suspension forcée de ses opérations en Palestine à compter du 1er mars 2026, Médecins Sans Frontières (MSF) a informé les autorités israéliennes que, face à leurs demandes persistantes et injustifiées de partage d’informations concernant notre personnel, nous envisageons, à titre exceptionnel, la transmission d’une liste de noms de membres de notre personnel international et palestinien. Cette décision fait suite à un processus de concertation avec nos collègues palestiniens. MSF a fait part de cette position dans une lettre aux autorités israéliennes, dans le but de pouvoir continuer à fournir des soins médicaux vitaux dans les territoires palestiniens occupés.(...)
    Jusqu’à présent, nous avions refusé de transmettre ces informations, car nous avons des doutes légitimes quant à leur utilisation alors même que 1 700 travailleurs de santé ont été tués, dont 15 employés de MSF, depuis octobre 2023. Nous ne partagerons ces informations qu’à la condition qu’elles n’aient pas d’impact négatif sur le personnel de MSF ni sur nos opérations médico-humanitaires, et avec le consentement explicite des individus concernés.

    La situation des Palestiniens de Gaza et de Cisjordanie demeure catastrophique et les besoins humanitaires de millions de personnes sont immenses. Ces populations n’ont jamais autant eu besoin que des organisations comme MSF puissent intensifier leurs activités de secours. Depuis le 1er janvier 2026, toutes les entrées de notre personnel international à Gaza ont été refusées et l’acheminement de notre matériel a été bloqué. (...)

    #MSF

  • Interdiction de 37 ONG à Gaza : quelles sont les conséquences pour les civils palestiniens ?
    vendredi 2 janvier 2026 à 07:17 | France Culture
    https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/les-enjeux-internationaux/interdiction-de-37-ong-a-gaza-quelles-sont-les-consequences-pour-les-civ

    Médecins sans Frontières, Handicap International ou encore Oxfam... Au total, 37 organisations humanitaires internationales sont désormais interdites d’activités dans la bande de Gaza depuis le 1er janvier 2026, alors que plus d’un million de Palestiniens sont toujours privés de toit.
    Avec

    Julia Grignon, professeure associée en droit international humanitaire à Paris Panthéon Assas et membre du CRDH (Centre de recherche sur les droits de l’homme et le droit humanitaire).

    #MSF #HI #Oxfam

  • Deux Palestiniens tués à Gaza alors que les violations du cessez-le-feu se poursuivent
    22 décembre 2025 | - IMEMC News
    https://imemc.org/article/two-palestinians-killed-in-gaza-as-ceasefire-violations-continue

    Deux Palestiniens ont été abattus lundi par les forces d’occupation israéliennes près du tribunal de Shuja’iyya à l’est de la ville de Gaza dans ce que des sources locales ont qualifié de nouvelle violation de l’« accord de cessez-le-feu » en vigueur depuis le 10 octobre.

    L’une des victimes aurait été prise pour cible par des tirs de drones israéliens dans la zone de la « ligne jaune » de Shuja’iyya, tandis que la seconde a été abattue par les forces israéliennes stationnées près du tribunal. Ces deux endroits se trouvent dans des zones désignées pour la circulation des civils en vertu des termes du cessez-le-feu.

    Le ministère de la Santé de Gaza a déclaré que le nombre total de morts depuis le début de l’offensive israélienne sur la bande de Gaza le 7 octobre 2023 s’élevait à 70 937 Palestiniens, dont la majorité sont des femmes et des enfants. Le nombre de blessés a atteint 171 192, tandis que de nombreuses victimes restent coincées sous les décombres des bâtiments détruits auxquels les équipes de secours ne peuvent accéder en raison des restrictions imposées par Israël.

    Au cours des dernières 48 heures, les hôpitaux de Gaza ont reçu 12 corps, dont quatre personnes tuées lors d’attaques récentes et huit retrouvées sous les décombres.

    Sept autres Palestiniens ont été blessés au cours de la même période. Depuis l’entrée en vigueur du cessez-le-feu le 11 octobre, les violations israéliennes ont fait 405 morts et 1 115 blessés, et 649 corps ont été retrouvés sous les décombres.

    Violations du cessez-le-feu et détérioration de la situation humanitaire :
    Malgré le « cessez-le-feu », les forces israéliennes continuent de mener des attaques dans toute la bande de Gaza. Les médias régionaux et les organisations humanitaires ont fait état lundi de tirs d’artillerie et d’hélicoptères israéliens à l’ouest de Rafah et à l’est de Khan Yunis, tandis que des drones israéliens continuaient de survoler des zones civiles.
    https://imemc.org/wp-content/uploads/2025/12/pIbxMSauusxaD3Qz.mp4?_=1

    Lundi soir, les forces d’occupation israéliennes ont mené une opération de démolition à grande échelle à Khan Yunis, dans le sud de la bande de Gaza.
    Selon les médias, les soldats israéliens ont fait sauter des explosifs à l’intérieur de plusieurs immeubles résidentiels dans la partie est de Khan Yunis, les réduisant en ruines.

    Dans le nord de la bande de Gaza, l’artillerie israélienne a bombardé les zones est de Jabalia, tandis que des chars ont ouvert le feu sur le quartier d’al-Tuffah, dans l’est de la ville de Gaza.

    L’Organisation mondiale de la santé a averti que la situation humanitaire à Gaza restait « extrêmement fragile », avec plus de 100 000 enfants et des dizaines de milliers de femmes enceintes et allaitantes exposés à un risque de malnutrition aiguë en raison des restrictions persistantes à l’entrée de l’aide humanitaire. Le système de santé de Gaza fonctionne à moins de la moitié de sa capacité en raison d’une grave pénurie de médicaments, d’équipements et de carburant.

    Les autorités municipales de Khan Yunis ont également signalé une forte réduction des approvisionnements en carburant, ce qui entrave les efforts visant à déblayer les décombres et à rouvrir les routes dans les quartiers dévastés par les précédentes attaques israéliennes.

    Des bâtiments s’effondrent sous les tempêtes hivernales :
    Les équipes de défense civile de la ville de Gaza ont déclaré que plusieurs maisons et bâtiments endommagés se sont effondrés ces derniers jours en raison de violentes tempêtes hivernales, notamment un bâtiment de trois étages dans le quartier de Sheikh Radwan, où les équipes de secours ont extrait cinq survivants des décombres.


    Au moins 15 Palestiniens sont morts cet hiver après que des bâtiments fragilisés se sont effondrés sous l’effet de la pluie et du vent.

    Blocus continu et crise de la reconstruction
    Israël continue de bloquer l’entrée de matériaux de construction, de maisons mobiles et de fournitures essentielles à Gaza, laissant des milliers de familles dans des structures dangereuses et partiellement détruites.

    Les Nations unies estiment que 90 % des infrastructures de Gaza ont été endommagées ou détruites, et que les coûts de reconstruction dépassent 70 milliards de dollars.

    Les organisations humanitaires avertissent que sans la mise en œuvre complète du cessez-le-feu, y compris l’accès sans restriction à l’aide, la population civile de Gaza continuera à faire face à des conditions qui mettent sa vie en danger.

    Médecins Sans Frontières met en garde contre de nouvelles restrictions :
    Médecins Sans Frontières a averti que les nouvelles réglementations israéliennes régissant l’enregistrement des ONG internationales pourraient priver des centaines de milliers de personnes à Gaza de soins médicaux vitaux d’ici 2026.

    En vertu des nouvelles règles, l’enregistrement des organisations internationales pourrait être révoqué dès le 1er janvier, menaçant la capacité des organisations humanitaires à continuer de fournir des services essentiels.

    Dans un communiqué, l’organisation a déclaré que ces mesures empêcheraient les agences humanitaires, y compris Médecins Sans Frontières, de fournir des services médicaux de base à Gaza et en Cisjordanie.

    Elle a décrit l’impact potentiel comme une « véritable catastrophe humanitaire » pour les Palestiniens, compte tenu de la destruction massive du système de santé de Gaza après deux ans de guerre.

    Médecins Sans Frontières a exhorté les autorités israéliennes à veiller à ce que les organisations internationales puissent fonctionner de manière indépendante et sans ingérence politique.

    Cet appel intervient alors que le secteur de la santé à Gaza est au bord de l’effondrement total et a besoin de soutien et de facilitation, et non de restrictions supplémentaires.

    Inas Abu Khalaf, responsable régionale des médias de l’organisation, a déclaré que le moment choisi pour l’adoption de ces nouvelles réglementations était « extrêmement préoccupant d’un point de vue humanitaire ». S’adressant à Al Jazeera, elle a fait remarquer que ces décisions intervenaient après deux années de pertes humaines massives et la destruction quasi totale des infrastructures médicales et humanitaires de Gaza, à un moment où le secteur a un besoin urgent d’un accès et d’un soutien accrus.

    Mme Abu Khalaf a ajouté que les opérations humanitaires sont déjà confrontées à de graves difficultés avant même l’entrée en vigueur de la réglementation, et a averti que les nouveaux critères, dictés par des considérations politiques, ne feront qu’aggraver la situation.

    Elle a déclaré que l’organisation craignait des conséquences catastrophiques pour la population assiégée de Gaza.

    Elle a également souligné que la réglementation était de nature politique, car elle manquait de transparence et de clarté et n’était pas conforme aux principes humanitaires d’indépendance, de neutralité et d’impartialité.

    Médecins Sans Frontières a fait part de ses préoccupations directement aux autorités israéliennes, notamment au ministère des Affaires communautaires.

    https://imemc.org/wp-content/uploads/2025/12/l4lM4mCjsoQLJPs2.mp4?_=2


    #MSF #Géncide #Bilan

    • Mise à jour au matin du mardi 23 décembre 2025 05:12 GMT| Middle East Eye
      https://www.middleeasteye.net/live-blog/live-blog-update/morning-update-485?nid=432040&topic=Israel%2527s%2520genocide%2520in%

      • Les forces israéliennes ont mené des opérations de démolition à grande échelle dans Jérusalem occupée, entraînant le déplacement de nombreuses familles palestiniennes.

      • L’armée israélienne a mené des raids dans plusieurs villages et villes de Cisjordanie occupée, tandis que des colons illégaux ont attaqué une maison palestinienne au sud d’Hébron.

      • L’armée israélienne a également pris d’assaut la ville de Tubas, dans le nord de la Cisjordanie, les villes de Silwad, au nord-est de Ramallah, et de Kobar, au nord de la ville, où elle a tiré à balles réelles.

      • Une force israélienne s’est également positionnée autour du village de Wadi Rahal, au sud de Bethléem, et a mis en place un poste de contrôle militaire, empêchant les citoyens d’entrer ou de sortir.

      • Dans le nord de la Cisjordanie, l’armée israélienne a mené des raids dans le village de Kardala, dans le nord de la vallée du Jourdain, dans les villages de Shuweika, Anabta et Kafr al-Labad, dans le gouvernorat de Tulkarm, et dans les villes de Madama, Beita et Beit Dajan, dans le gouvernorat de Naplouse.

      • Les médias palestiniens ont fait état de tirs de bombes lacrymogènes et assourdissantes et de la fermeture de magasins dans plusieurs régions de Cisjordanie.

      • Des colons israéliens ont attaqué à coups de pierres des Palestiniens et des militants du groupe israélien de défense des droits humains Torat Tzedek en Cisjordanie.

      • Trois personnes ont été tuées lors d’une frappe aérienne israélienne au Liban, qui a touché une voiture dans la province méridionale de Sidon.

  • »Oyvon«: Strategisch kleiner
    https://www.nd-aktuell.de/artikel/1195438.seenotrettung-oyvon-strategisch-kleiner.html

    »Oyvon« ist im Gegensatz zu anderen Schiffen zwar klein, doch steht vor einer großen Aufgabe. Foto: MSF

    13.11.2025 von Ruta Dreyer - Ärzte ohne Grenzen startet mit Schiff »Oyvon« wieder Rettungseinsätze auf dem Mittelmeer

    Mit dem Schiff »Oyvon« ist Ärzte ohne Grenzen nach fast einem Jahr Pause bei der Seenotrettung zurück – auf einer der tödlichsten Migrationsrouten weltweit. Die Organisation kündigte diesen Woche an, wieder Menschen aus dem zentralen Mittelmeer aufzunehmen. Laut der Internationalen Organisation für Migration sind zwischen Nordafrika und Italien seit 2014 mehr als 25 000 Menschen ums Leben gekommen oder verschwunden.

    Die »Oyvon« ist mit 20 Metern Länge und sechs Meter Breite deutlich kleiner als das Vorgängerschiff. Ein kleineres und schnelleres Schiff sei »eine strategische Reaktion auf die restriktiven Gesetze und Praktiken der italienischen Regierung«, erläutert Juan Matias Gil, Einsatzleiter für Seenotrettung von Ärzte ohne Grenzen. Rom habe es speziell auf humanitäre Rettungsschiffe abgesehen. Italienische Behörden setzten das Vorgängerschiff »Geo Barents« per Erlass 160 Tage lang in Häfen fest. Regelmäßig schickten sie es ins nördliche Italien, wodurch es knapp 65 000 zusätzliche Kilometer zurücklegen musste. Wegen dieser Behinderungen stellte Ärzte ohne Grenzen die Fahrten im Dezember 2024 ein.

    »Oyvon« bedeutet auf Norwegisch nicht ganz unpassend »Hoffnung für die Insel«. Das ehemalige Ambulanzschiff stammt aus Norwegen, wo es Inselbewohner im ärztlichen Notfall aufs Festland brachte. Eine Umrüstung und Neuausstattung bereitete das Schiff für Rettungseinsätze auf dem Meer vor. Zu den zehn Crewmitgliedern gehört auch medizinisches Personal. Ein schnelles Schlauchboot für Rettungseinsätze sowie zwei Decks zur Aufnahme geretteter Personen sind vorhanden. Wie viele von letzteren auf dem Schiff Platz finden, hängt laut der Hilfsorganisation unter anderem von der Wetterlage ab. Ein Startpunkt der Suchaktionen ist derzeit noch unklar.

    Das neue Schiff reiht sich in eine Chronik der Seenotrettung von Ärzte ohne Grenzen ein, die auf dem Mittelmeer 2015 begann. Auf neun verschiedenen Rettungsschiffen war die Organisation bisher alleine oder mit anderen Nichtregierungsorganisationen im Einsatz und rettete in dieser Zeit nach eigenen Angaben mehr als 94 000 Menschen das Leben.

    Die Lage für zivile Seenotretter ist ernst: »Monitor«-Recherchen ergaben zunehmende Einschränkungen. Ein besonders schwerwiegender Vorfall ereignete sich diesen August, als die libysche Küstenwache 20 Minuten auf das Rettungsschiff »Ocean Viking« schoss. Konsequenzen der EU blieben aus – wenig verwunderlich, da sie die libysche Küstenwache doch selbst seit 2017 aufbaute und ausrüstete. Ärzte ohne Grenzen will bei ihren Einsätzen die Erfahrungen von aus Libyen fliehenden Menschen dokumentieren.

    »Oyvon« ist einerseits das Ergebnis strategischer Überlegungen: um Restriktionen der rechtsgerichteten Meloni-Regierung in Italien zu entgehen. Andererseits ist sie Ausdruck des Willens, nicht wegzuschauen: »Als medizinische und humanitäre Organisation ist unser Engagement, auf See präsent zu sein und Menschen auf der Flucht zu helfen, ungebrochen«, erklärt Juan Matias Gil.

    #mer_méditerranée #réfugiés #MSF #iatrocratie

  • Libye : l’ONG Médecins sans frontières « sommée » par les autorités de quitter le pays avant le 9 novembre - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/67824/libye--long-medecins-sans-frontieres-sommee-par-les-autorites-de-quitt

    Libye : l’ONG Médecins sans frontières « sommée » par les autorités de quitter le pays avant le 9 novembre
    Par La rédaction Publié le : 29/10/2025
    Ce mercredi, le ministère des Affaires étrangères libyen a enjoint Médecins sans frontières (MSF) à quitter la Libye avant le 9 novembre, « sans qu’aucune raison n’ait été donnée », selon l’ONG. Conséquence : il n’y a désormais plus aucune association internationale prodiguant des soins aux exilés dans l’ouest du pays.
    « Il n’existe aujourd’hui plus aucune ONG internationale apportant des soins médicaux aux réfugiés et migrants dans l’ouest de la Libye. » Voici le terrible constat posé par Médecins sans frontières (MSF), après avoir été « sommée » ce mercredi 29 octobre par les autorités libyennes de partir du pays avant le 9 novembre prochain.
    « Nous regrettons profondément la décision qui nous a été notifiée par le ministère des Affaires étrangères et nous sommes inquiets de ces conséquences sur la santé des personnes que nous assistons », rapporte Steve Purbrick, chef de programmes de MSF en Libye, dans un communiqué publié ce mercredi.
    Selon l’ONG, « aucune raison » ne leur a été donnée pour justifier cette expulsion et « la procédure générale reste très floue ». « L’enregistrement de MSF auprès des autorités compétentes dans le pays reste toujours valide et nous espérons donc pouvoir trouver une solution positive à cette situation », ajoute Steve Purbrick.
    Le 27 mars dernier, MSF avait déjà été contrainte de suspendre ses activités en Libye, après la fermeture de ses locaux par l’Agence de sécurité intérieure libyenne et « l’interrogatoire de plusieurs de ses employés », rappelle-t-elle dans son communiqué. Neuf autres organisations humanitaires présentes dans l’ouest de la Libye - dont l’organisation française Terre des Hommes ou encore l’ONG italienne CESVI - avaient aussi été concernées par cette suspension. Tripoli les accusait alors de mener des actions « hostiles visant à modifier la composition démographique du pays » en « installant des migrants » d’Afrique subsaharienne sur son territoire.
    À l’époque, une lettre de 17 ambassadeurs principalement européens et d’un représentant de l’ONU, adressée au ministre libyen des Affaires étrangères, dénonçait « une campagne de répression contre les ONG internationales et les travailleurs humanitaires », ainsi que la convocation « d’au moins 18 membres du personnel » d’ONG. D’après la lettre, certains employés locaux avaient dû « signer des engagements à ne plus jamais travailler pour une ONG internationale ».Depuis, MSF indique avoir entrepris « des démarches auprès des autorités » pour pouvoir apporter de nouveau une aide médicale en Libye. Des démarches qui n’auront donc pas abouties.
    Selon l’association, « MSF a réalisé en collaboration avec les autorités sanitaires libyennes plus de 15 000 consultations médicales en 2024, 3 000 consultations en santé mentale et 2 000 consultations sur la tuberculose. » En 2023, elle avait également fourni une aide médicale d’urgence à la suite des inondations à Derna, dans l’ouest du pays. L’ONG rappelle aussi qu’elle était engagée dans l’accompagnement de certains migrants particulièrement vulnérables pour les évacuer hors de la Libye via un couloir humanitaire vers l’Italie.
    Les ONG humanitaires dénoncent et documentent régulièrement les conditions de vie des exilés en Libye, les détentions arbitraires et les violences récurrentes. MSF s’alarme donc de « l’obstruction croissante de l’intervention des ONG en Libye » et de l’impact que son absence aura sur la santé des migrants. Et les organisations internationales ne s’indignent pas que des violences commises sur le territoire libyen, mais aussi en mer. Fin octobre, l’ONG allemande Sea-Watch a recensé pas moins de 60 incidents violents imputés aux gardes-côtes libyens contre des embarcations de migrants et des navires humanitaires en Méditerranée centrale, entre 2016 et septembre 2025.
    L’un des derniers en date : le 12 octobre, un bateau de migrants en détresse se retrouve sous le feu des tirs de gardes-côtes libyens, alors qu’il se trouve dans les eaux maltaises. Le lendemain, 140 migrants sont secourus par les gardes-côtes italiens. Trois personnes sont blessées et nécessitent alors « des soins médicaux urgents », selon les autorités. Fin septembre, une quarantaine d’associations ont donc, une nouvelle fois, exhorté l’Union européenne à mettre fin à son partenariat avec la Libye, qui consiste, depuis 2017, au financement et à la formation des gardes-côtes libyens afin d’intercepter les migrants en mer. « Huit années de soutien de l’UE (…) ont permis et légitimé ces abus » et ont favorisé une « culture d’impunité pour la violence », signalent les humanitaires. « Ce système laisse aux personnes en quête de protection deux choix : risquer la mort en mer ou la détention arbitraire, la torture et l’extorsion en Libye ».

    #Covid-19#migrant#migration#libye#MSF#humanitaire#sante#UE#mediterranee

  • Un nouveau rapport de MSF revient sur les effets néfastes de dix ans d’externalisation des frontières européennes | Médecins sans frontières
    https://www.msf.fr/actualites/un-nouveau-rapport-de-msf-revient-sur-les-effets-nefastes-de-dix-ans-d-externali

    Un nouveau rapport de MSF revient sur les effets néfastes de dix ans d’externalisation des frontières européennes
    Un nouveau rapport de Médecins Sans Frontières (MSF) démontre que les accords passés par l’Union européenne avec des pays-tiers dans le but de limiter l’arrivée d’exilés sur son sol ont rendu les routes migratoires plus longues et dangereuses, entrainant ainsi la mort de milliers de personnes.
    En septembre 2015, la photo d’un garçon de trois ans, Alan Kurdi, mort noyé et retrouvé sur une plage de Turquie, suscitait l’émotion et soulevait la question de l’accueil des personnes fuyant la guerre civile en Syrie. Très rapidement pourtant, en mars 2016, l’Union européenne conclura un accord avec la Turquie dans le but de limiter les arrivées sur son sol, en échange de 6 milliards d’euros.
    Si cet accord « d’externalisation des frontières » n’est pas le premier de ce type (après l’accord « d’amitié » entre l’Italie et la Libye en 2008 et le processus de Khartoum pour la Corne de l’Afrique en 2014), il marque néanmoins le début d’une accélération massive des partenariats en ce sens, qui se poursuit encore à ce jour.
    « L’Union européenne considère que ces partenariats, noués autant avec des pays de départ que de pays de transit, sont un succès au regard du nombre de personnes qui arrivent sur son territoire par une route donnée. Mais ce que ses représentants occultent ce sont les conséquences humaines tragiques qui en découlent - des milliers de morts et des ravages sur la santé physique et mentale des personnes, forcées d’emprunter constamment de nouvelles routes plus dangereuses pour éviter les blocages », explique Jérôme Tubiana, conseiller opérationnel de MSF sur les questions migratoires.
    À la suite de la signature d’un accord conclu avec la Libye en 2017, et dans un contexte d’augmentation des entraves au sauvetage en Méditerranée centrale, les arrivées en provenance de ce pays, sont passées de 165 000 personnes en 2016 à 7 000 en 2019. Elles ont toutefois réaugmenté dès l’année suivante et se sont stabilisées, depuis 2021, autour de 40 à 50 000 personnes environ par an, et ce en dépit de l’augmentation du soutien matériel et financier européen aux garde-côtes libyens. Mais surtout, ce sont 157 000 personnes migrantes qui sont arrivées en Italie en 2023, tous pays de départ confondus, un chiffre proche du pic de 2016, qui s’explique par le déplacement des départs de la Libye vers la Tunisie. Un nombre croissant de personnes tente aussi dorénavant la traversée périlleuse par l’Atlantique en direction des îles Canaries.
    Conséquence de ces blocages et de l’allongement des routes, des milliers de personnes y perdent la vie chaque année. Entre 2015 et septembre 2025, 27 000 personnes au moins ont perdu la vie noyées en Méditerranée, dont plus de 20 000 en Méditerranée centrale, d’après l’Organisation Mondiale pour les Migrations. De façon générale, alors que le taux d’interceptions par les garde-côtes libyens a fortement augmenté, passant de 12 à 50 % entre 2017 et 2019, le taux de mortalité en mer est passé de 2 à 7 %. De même, au Niger, les décès de migrants ont été multipliés par cinq entre 2016 et 2017, lorsqu’une loi inspirée par l’Union Européenne et criminalisant le transport de migrants a été appliquée.
    Entre 2015 et septembre 2025, 27 000 personnes au moins ont perdu la vie noyées en Méditerranée, dont plus de 20 000 en Méditerranée centrale.
    « Les partenariats avec des Etats situés en dehors de l’UE se sont multipliés au cours des dix dernières années au gré des nouvelles routes empruntées par les exilés, sans considération pour les droits humains, et parfois même alors que les gouvernements partenaires se rendent coupables ou complices de violences à l’encontre des exilés », explique Jérôme Tubiana. « Les changements d’itinéraires n’ont constitué qu’une justification supplémentaire pour l’UE de poursuivre sans relâche ses politiques d’externalisation avec de nouveaux pays partenaires, dans un cercle vicieux meurtrier, et de compléter ainsi son blocus ».
    De fait, le partenariat établi depuis 2017 avec un gouvernement libyen, reconnu internationalement mais ne contrôlant qu’une partie du territoire du pays, a entrainé une augmentation du nombre d’interceptions de personnes en mer (une sur trois aujourd’hui). Il a également contribué à faire de la détention des personnes migrantes une économie d’exploitation lucrative pour de nombreuses milices. Pour fuir cette insécurité, les personnes exilées en Libye ont, faute de voies de sorties sûres et légales suffisantes, non seulement continué de tenter la traversée par la mer au départ de la Libye mais aussi de façon croissante, depuis la Tunisie, jusqu’à ce qu’un accord soit conclu avec ce pays en 2023, alors même qu’il était en proie à des violences de masse contre les migrants subsahariens.
    Les politiques européennes ont également un impact sur les pays avec lesquels ils sont signés. Au Niger, les politiques migratoires mises en œuvre en accord avec l’UE étaient très impopulaires et ont fragilisé le gouvernement signataire de Mohammed Bazoum, avant qu’il ne soit remplacé en juillet 2023. Les nouvelles autorités ont rapidement abrogé le partenariat.Dans plusieurs pays de départ, sur les routes migratoires ou à leur arrivée en Europe, MSF est témoin des conséquences de la politique d’externalisation des frontières sur la santé et la vie des personnes migrantes.
    Il est urgent de suspendre ou d’abandonner les accords existants en matière de gestion des migrations et de contrôle des frontières dans des pays tiers, dès lors qu’ils ne garantissent pas un principe de précaution suffisant, le respect des droits humains et la protection de toutes les personnes migrantes, quel que soit leur statut juridique. Des mécanismes renforcés de suivi et d’évaluation, réguliers, financièrement indépendants, transparents et contraignants doivent être mise en place afin de garantir le respect des droits de personnes.

    #Covid-19#migration#migrant#sante#mortalite#MSF#externalisation#frontiere#UE#politiquemigratoire

  • Un nouveau #rapport de #MSF dénonce les #violences et l’obstruction à la réponse humanitaire en #Méditerranée centrale

    Le retrait orchestré de navires de recherche et de sauvetage (en anglais « #Search_And_Rescue », #SAR), comme le Geo Barents, de la Méditerranée centrale prive d’une assistance vitale les survivants fuyant les terribles violences en #Libye. Telle est la conclusion d’un rapport de plaidoyer publié aujourd’hui par Médecins Sans Frontières (MSF). Intitulé « Deadly Manœuvres : Obstruction and Violence in the Central Mediterranean », ce rapport s’appuie sur des données opérationnelles et médicales ainsi que sur les témoignages de survivants recueillis par les équipes MSF à bord du Geo Barents en 2023 et 2024.

    https://www.msf.ch/nos-actualites/communiques-presse/nouveau-rapport-msf-denonce-violences-lobstruction-reponse
    #violence #mer_Méditerranée #Méditerranée_centrale #sauvetage

  • «Pallier les manquements de l’État» : à Calais, MSF héberge à ses frais des migrants en chambres d’hôtel - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/62635/pallier-les-manquements-de-letat--a-calais-msf-heberge-a-ses-frais-des

    « Pallier les manquements de l’État » : à Calais, MSF héberge à ses frais des migrants en chambres d’hôtel
    Par Leslie Carretero Publié le : 05/02/2025 Dernière modification : 06/02/2025
    Médecins sans frontières loue, depuis début décembre et jusqu’à fin mars, 10 chambres dans un hôtel privé de Calais pour y héberger des migrants vulnérables (familles et mineurs non accompagnés). Au total 29 places sont mises à la disposition des exilés, qui peuvent y rester quelques nuits. L’ONG médicale regrette de devoir utiliser ses fonds personnels pour « pallier les manquement de l’État » dans le nord de la France. Entretien avec Feyrouz Lajili, coordinatrice du projet de MSF à Calais.

    #Covid-19#migrant#migration#france#calais#routemigratoire#MNA#migrationirreguliere#MSF#sante#accueil

  • Des milliers d’Africains expulsés par l’Algérie en détresse au Niger
    https://www.lemonde.fr/afrique/article/2024/06/10/au-niger-assamaka-porte-de-l-enfer-des-senegalais-chasses-d-algerie_6238507_

    Des milliers d’Africains expulsés par l’Algérie en détresse au Niger
    Par Abbas Asamaan (Dakar, correspondance)
    « Où est la rupture ? Où est le changement [promis par le nouveau président du Sénégal, Bassirou Diomaye Faye] ? », proteste Mouhamadoul Makhtar Thiam, étudiant perdu dans l’enfer d’Assamaka, poste-frontière nigérien, à 15 kilomètres de l’Algérie et 4 000 kilomètres de Dakar. L’homme de 24 ans, joint au téléphone par Le Monde, a été jeté dans le désert, le 29 mars, par les forces de sécurité algériennes. Depuis, il multiplie les appels aux autorités sénégalaises pour être rapatrié.
    « On est 150 migrants sénégalais coincés dans le désert, témoigne, à ses côtés, un compatriote. Il y a urgence, certains sont blessés. » Le centre de santé d’Assamaka, géré par les équipes de Médecins sans frontières (MSF), est en effet débordé par l’afflux de migrants. Dans une vidéo transmise au Monde, un autre Sénégalais, Mohamed Diallo, montre les traces de brûlure qui constellent ses bras et son torse. « Un lynchage », survenu à Tamanrasset, la dernière ville du Grand Sud algérien, assure Mouhamadoul Makhtar Thiam. « Il est souffrant, on doit l’évacuer au plus vite », s’énerve-t-il, alors que l’Algérie multiplie les refoulements massifs.
    En 2023, d’après MSF, plus de 22 250 migrants subsahariens ont été expulsés à Assamaka. Selon les sources, Alger en a expulsé entre 7 000 et 9 000 autres depuis le début de l’année, provoquant un raidissement diplomatique avec le Niger. En dépit de l’émoi suscité dans les médias sénégalais – une vidéo que Mouhamadoul Makhtar Thiam avait envoyée à l’ONG sénégalaise Horizons sans frontières a été diffusée au journal télévisé de TFM, l’une des chaînes les plus regardées du Sénégal, début juin –, ni le président, Bassirou Diomaye Faye, ni son premier ministre, Ousmane Sonko, ni le secrétaire d’Etat chargé des Sénégalais de l’extérieur n’ont réagi publiquement. « On n’est pas dans l’émotionnel », s’agace une source proche de ce dernier.
    Les expulsions, elles, se font sans compassion : des camions à bestiaux partis d’Algérie déversant des sans-papiers au « point zéro » de la frontière avec le Niger, forçant, en 2023, selon une source humanitaire, au moins 16 000 personnes à parcourir 15 kilomètres sous le soleil brûlant jusqu’à Assamaka. « Je pensais que mon cauchemar allait prendre fin, confie Mouhamadoul Makhtar Thiam. Mais ça n’était que la suite de l’enfer que je vis depuis février. »
    Son exode ponctué de sept séjours en prison dans les geôles algériennes a été motivé, précise-t-il, « par le régime de répression de Macky Sall », au pouvoir jusqu’en avril. Une journée, celle du refoulement, le 29 mars, reste gravée dans sa mémoire : « Il était 13 heures, le soleil au zénith, une chaleur suffocante, et nous n’avions ni eau ni téléphone. Je voyais les gens tomber et mourir sous mes yeux, et j’étais impuissant. »
    Depuis, l’étudiant sénégalais s’efforce de survivre avec très peu d’eau potable, confronté à des rixes incessantes entre migrants, dont le nombre ne cesse de croître. « Ce mercredi encore, vingt et un ont été refoulés » d’Algérie, dit-il. Comme cent quarante de ses camarades, tous âgés de moins de 35 ans, il a fait le choix du « rapatriement volontaire », procédure de l’Organisation internationale pour les migrations.
    « Des urgences migratoires ont été résolues en une journée », rappelle pourtant une source diplomatique sénégalaise, citant le rapatriement express, en 2023, sous la présidence de Macky Sall, de trente-sept Sénégalais de l’île de Sal, au Cap-Vert, ou le retour au pays de soixante-seize autres de Tunisie, après la vague xénophobe, consécutive aux propos racistes du président Kaïs Saïed sur les Africains subsahariens.
    « On n’est pas à la hauteur au Sénégal, enrage Boubacar Sèye, président d’Horizons sans frontières. Il faut mettre en place une agence autonome chargée des migrations internationales pour avoir un réel accompagnement pour toutes ces personnes en détresse. » Sans le battage médiatique, les milliers de Sénégalais partis sur les routes maritimes ou terrestres de l’exode auraient été abandonnés à leur sort, veut croire cette infatigable vigie des questions migratoires.
    Alors qu’approche la Tabaski, l’équivalent ouest-africain de l’Aïd-el-Kébir, l’exécutif sénégalais observe avec prudence les appels à l’aide, par crainte d’éveiller une opinion choquée par les drames répétés de l’immigration clandestine et les arrivées massives de concitoyens sur les îles Canaries. D’après les autorités espagnoles, la majorité des 32 000 migrants arrivés – un record – en 2023 étaient des Sénégalais. Selon nos informations, aucune autorité consulaire sénégalaise n’a, à ce jour, rencontré Mohamed Diallo, le jeune homme qui porte des marques de brûlure. Pour le faire soigner, ses proches ont fini par le faire évacuer à Agadez, la principale ville du Nord nigérien, à quelques centaines de kilomètres de « la prison à ciel ouvert d’Assamaka », selon l’expression de Mouhamadoul Makhtar Thiam, mais encore loin de Dakar.

    #Covid-19#migration#migrant#senegal#niger#assamaka#algerie#espagne#canaries#MSF#OIM#refoulement#sante#santementaleagadez

  • Guerre Israël-Hamas : pour #MSF, le port artificiel américain est « une #mascarade, une stratégie de #diversion, de la poudre aux yeux »
    https://www.francetvinfo.fr/monde/proche-orient/israel-palestine/guerre-israel-hamas-pour-msf-le-port-artificiel-americain-est-une-masca

    Caroline Seguin explique que ce n’est pas suffisant et que l’aide « est bloquée aujourd’hui au point d’entrée de Rafah ». En début de semaine dernière, l’armée israélienne a pénétré à Rafah et a pris le point de passage frontalier avec l’Egypte, verrouillant une porte d’entrée majeure pour les convois transportant des aides à la population. La responsable adjointe des urgences de MSF chiffre à « 2 000 » le nombre de camions « qui attendent de rentrer des stocks importants d’aide humanitaire qui attendent en Egypte aujourd’hui ». Pour Caroline Seguin, il s’agit donc d’une « stratégie de communication malsaine et qui tend à cacher la volonté de bloquer l’accès à #Gaza de la part des Israéliens ».

    #états-unis #génocidaires

  • Rami Ayari sur X :
    https://twitter.com/Raminho/status/1760692660493258923

    In #UNSC mtg on Middle East, @MSF SG Christopher Lockyear says: “Israeli forces have attacked our convoys, detained our staff, bulldozed our vehicles, hospitals have been bombed and raided. And now for a second time, one of our staff shelters has been hit.

    This pattern of attacks is either intentional or indicative of reckless incompetence. Our colleagues in #Gaza are fearful that as I speak to you today, they will be punished tomorrow.”

    He adds: “The humanitarian response in Gaza today is an illusion. A convenient illusion that perpetuates a narrative that this war is being waged in line with international laws.

    Calls for humanitarian assistance have echoed across this chamber. Yet in Gaza we have less and less every day, less space, less medicine, less food, less water, less safety.”

    Doctors Without Borders urgent update on #Gaza to UN Security Council - YouTube
    https://www.youtube.com/watch?v=08FEiBklxsA&pp=ygUfbcOpZGVjaW5zIHNhbnMgZnJvbnRpw6hyZXMgZ2F6YQ%3D%3D

    #MSF #Gaza #génocide #génocidaires #criminels #sionisme

  • MSF dénonce « des violences sans fin » dans les centres de détention de migrants à Tripoli
    https://www.lemonde.fr/afrique/article/2023/12/19/msf-cesse-ses-operations-en-libye-et-denonce-des-violences-sans-fin-dans-les

    MSF dénonce « des violences sans fin » dans les centres de détention de migrants à Tripoli
    Propos recueillis par Nissim Gasteli (Tunis, correspondance)
    Médecins sans frontières (MSF) a mis un terme à sa mission à Tripoli en décembre, après plus de huit années de présence sur place à soigner et apporter une assistance humanitaire aux migrants, réfugiés et demandeurs d’asile enfermés dans les centres de détention de la capitale libyenne. L’organisation publie à cette occasion un rapport sur les violences perpétrées sur les migrants détenus par les responsables des centres d’Abou Salim et Ain Zara. De retour de Libye, Julie Melichar, responsable des affaires humanitaires de MSF et autrice du rapport, dénonce dans un entretien au Monde, un « cycle de violences sans fin sponsorisé par l’Union européenne ».
    A quoi ressemblent ces centres de détention ?
    Ce ne sont pas des prisons comme on les imagine, ce sont d’énormes hangars surpeuplés, localisés à différents endroits de Tripoli et dans le reste du pays, où s’entassent des milliers d’hommes, de femmes et d’enfants, principalement originaires d’Afrique de l’Ouest, du Soudan, d’Erythrée, de Syrie, de Palestine… Il y a beaucoup d’enfants et de mineurs non accompagnés, les plus jeunes sont nés dans les centres. En 2022, un quart de nos patients avait moins de 19 ans.
    Comment ces personnes se retrouvent-elles détenues ?
    La majorité des personnes interceptées en mer en tentant de fuir la Libye et ramenées de force par les garde-côtes libyens grâce au soutien matériel et financier de l’Union européenne finissent dans ces centres de détention. Il y a aussi des personnes arrêtées arbitrairement dans l’espace public, chez elles, sur leur lieu de travail, parfois lors de campagnes d’arrestations de masse.
    Ces détentions sont totalement arbitraires. Les personnes sont arrêtées sans réelle raison et n’ont aucun moyen de contester leur détention ou de connaître sa durée. Leur seule solution est alors de tenter de fuir au péril de leur vie ou de payer d’importantes sommes d’argent à travers un système informel d’extorsion pour être libérées. Les différents rapports de l’ONU à ce sujet sont clairs : plusieurs de ces centres sous la responsabilité officielle des autorités pénitentiaires sont une entreprise dans laquelle sont impliquées des milices armées, responsables de divers trafics.
    Quelles sont les conditions de vie dans ces centres ?
    Les conditions sont désastreuses. Les gens dorment le plus souvent à même le sol. La nourriture est de mauvaise qualité et trop faible en quantité. L’eau manque, pour boire comme pour se laver. Les biens de première nécessité aussi : les femmes ont été obligées de fabriquer des protections hygiéniques avec des vieux tee-shirts ou des bouts de couvertures sales et des couches pour leurs enfants avec des sacs plastiques. L’hygiène est catastrophique : les toilettes débordent souvent car elles ne sont pas adaptées à un si grand nombre de personnes. Je vous laisse imaginer l’odeur qui règne dans ce genre de lieu, c’est inhumain. Nous avons traité énormément de cas d’insomnies, de pensées suicidaires, de traumatismes psychologiques, de maladies de la peau, gastro-intestinales, directement liés à ces conditions inhumaines et aux mauvais traitements.
    Ces personnes sont aussi soumises à d’autres formes de violence…
    La liste des atteintes aux droits humains est malheureusement très longue. Nous avons recueilli de nombreux témoignages de violences sexuelles et de viols dans la prison d’Abou Salim. Quand les femmes et enfants arrivent à la prison, les gardes les forcent à se déshabiller, procèdent à des fouilles, en cherchant jusqu’entre leurs jambes et dans les couches des bébés, en touchant leurs zones intimes.Dans tous les centres, nous avons observé des violences indiscriminées, des personnes battues avec des barres de fer, des tuyaux, des bâtons. Certains sont parfois soumis, sous la menace, au travail forcé. A Ain Zara, en 2023, on nous a rapporté cinq décès du fait de violences ou d’un manque d’accès à des soins médicaux.
    L’Union européenne (UE) a-t-elle une responsabilité dans cette situation ?
    Au fil des années, l’UE et certains Etats membres, dont l’Italie, ont mis en place un système pour s’assurer que les personnes ne puissent plus arriver sur son territoire depuis la Libye. Ils ont pour cela soutenu les garde-côtes libyens financièrement et matériellement, en leur livrant des bateaux. Des dizaines de milliers de personnes qui tentent de fuir le pays sont ainsi interceptées et renvoyées de force, en violation complète du droit international car le pays n’est pas considéré comme sûr. Elles y subissent des violences sans fin, qualifiées par l’ONU de « crimes contre l’humanité », puis tentent à nouveau de s’enfuir avant d’être interceptées. J’ai rencontré des personnes qui ont été renvoyées dix fois en Libye.
    Ce dont MSF a été témoin dans les centres est la conséquence directe des politiques d’externalisation des frontières et du contrôle migratoire mis en place par l’UE. Elle est l’architecte de ce cycle de violences sans fin dans lequel se trouvent coincées des milliers de personnes.
    Pourquoi avoir attendu de partir de Libye pour dénoncer ces violations ?
    Nous sommes fondamentalement opposés à la détention arbitraire des personnes exilées en Libye et en apportant des soins dans ces centres, il y a le risque de légitimer voire faciliter l’existence de ce système. Cependant, il y avait un impératif humanitaire à tenter d’améliorer tant que possible leurs conditions médicales et humanitaires. A plusieurs reprises, MSF a dénoncé la situation dans ces centres, mais ça a toujours été un exercice d’équilibriste rempli de dilemmes éthiques pour maintenir un accès à ces personnes qui ont besoin d’aide et s’assurer de protéger nos collègues libyens.
    Aujourd’hui, il y a un risque que les centres de détention deviennent des trous noirs complets parce que les seuls acteurs qui restent présents dans ces centres sont largement financés par des fonds européens et n’ont donc pas l’indépendance qu’a MSF pour dénoncer les graves atteintes aux droits humains.
    Nissim Gasteli(Tunis, correspondance)

    #Covid-19#migrant#migration#libye#italie#UE#MSF#centredetention#violence#sante#demandeurasile#refugie

  • Quelles prises en charge pour les femmes victimes de violences durant leur parcours migratoire ? - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/53445/quelles-prises-en-charge-pour-les-femmes-victimes-de-violences-durant-

    Grand angle
    Comment mieux prévenir les violences sexuelles qui frappent encore davantage les femmes demandeuses d’asile ? Crédit : Getty Images
    Quelles prises en charge pour les femmes victimes de violences durant leur parcours migratoire ?
    Par RFI Publié le : 24/11/2023
    Selon une étude du Lancet, en France, les femmes demandeuses d’asile sont davantage exposées aux violences sexuelles que le reste de la population. Environ 26 % des 273 participantes à cette étude témoignent de violences subies, lors de la première année de leur arrivée sur le territoire français. Des prises en charge particulières existent-elles pour protéger cette population particulièrement vulnérable ? Entretien avec Claudi Lodesani de Médecins sans frontières (MSF). Est-ce que les femmes sont exposées pendant leur parcours migratoire à des risques particuliers en terme de santé ? Existe-t-il des prises en charge particulières par rapport à ces populations migrantes ? Entretien avec Dr Claudia Lodesani, infectiologue et responsable des programmes Migration pour Médecins sans frontières (MSF) en France et en Libye.

    #Covid-19#migrant#migration#sante#parcoursmigratoire#femme#santementale#violencesexuelle#france#MSF#libye#demandeusedasile

  • #Gaza : #MSF dénonce une attaque délibérée contre un convoi cherchant à évacuer son personnel, faisant un mort et un blessé | Médecins sans frontières
    https://www.msf.fr/communiques-presse/gaza-msf-denonce-une-attaque-deliberee-contre-un-convoi-cherchant-a-evacuer-son-

    Le 18 novembre 2023, un membre de la famille d’un employé de MSF est décédé et un autre a été blessé lors d’une attaque contre un convoi de MSF qui tentait d’évacuer 137 personnes – des membres palestiniens du personnel et leurs familles, bloqués depuis une semaine dans les locaux de MSF situés près de l’hôpital Al-Shifa. MSF condamne avec la plus grande fermeté cette attaque délibérée.

  • En Grèce, « les refoulements de migrants » en mer « sont devenus la norme », accuse MSF - InfoMigrants
    https://www.infomigrants.net/fr/post/53007/en-grece-les-refoulements-de-migrants-en-mer-sont-devenus-la-norme-acc

    En Grèce, « les refoulements de migrants » en mer « sont devenus la norme », accuse MSF
    Par Maïa Courtois Publié le : 03/11/2023
    En, les refoulements par les autorités grecques des exilés vers la Turquie sont « devenus la norme » et s’accompagnent de « cycles de violences », dénonce l’ONG Médecins sans frontières (MSF) dans un nouveau rapport publié jeudi. Celui-ci se base sur de nombreux témoignages recueillis au fil des soins médicaux délivrés à des milliers d’exilés sur le sol grec ces deux dernières années.
    Dans un rapport paru ce jeudi 2 novembre, l’ONG Médecins sans frontières (MSF) affirme que les refoulements illégaux de migrants « sont devenus la norme », de même que « l’absence criante de protection pour les personnes qui cherchent la sécurité en Grèce ».Près de 8 000 exilés dont 1 500 enfants ont bénéficié, entre août 2021 et juillet 2023, d’une aide médicale de la part de MSF en Grèce. En se basant sur leurs témoignages, l’organisation souligne que la plupart ont fait l’objet de « plusieurs refoulements », en mer et depuis la terre. Ces refoulements s’accompagnent de violences, également détaillées dans le rapport.
    Les témoignages de ces refoulements en mer sont nombreux.
    Au fil des années, la rédaction d’InfoMigrants a également reçu des témoignages de violences en mer Égée. Une Congolaise avait raconté en 2021 comment les Grecs avaient refoulé leur canot dans les eaux turcs après avoir jeté à l’eau leurs portables et leurs affaires. Un Guinéen a également raconté en 2020 comment les garde-côtes grecs ont percé son embarcation en mer avant de repousser le canot vers les eaux turques.
    MSF rapporte aussi plusieurs témoignages de refoulements depuis la terre. À savoir, des exilés placés de force sur des radeaux de sauvetage et laissés à la dérive vers les eaux turques.
    Pendant ces opérations illégales de refoulements, beaucoup d’exilés reçus par MSF racontent avoir été « pris au piège dans des cycles de violence ». L’organisation a recueilli des témoignages de « violences, agressions physiques, fouilles à nu et fouilles corporelles intrusives », y compris sur des enfants, de la part d’"officiers en uniforme et d’individus masqués non identifiés".Parmi les violences revenant régulièrement dans les témoignages : poignets ou chevilles immobilisés avec des câbles en plastique, coups avec des matraques ou des bâtons, insultes verbales, fouilles corporelles intrusives devant des inconnus, liste MSF.
    Contacté par l’AFP, le ministère grec des Migrations n’avait pas encore réagi, jeudi, au rapport de MSF.
    Le 14 juin, au moins 82 personnes ont péri noyées et des centaines d’autres ont disparu dans le naufrage d’un chalutier qui reliait la Libye à l’Italie, au large de Pylos. Ce naufrage a soulevé de nombreuses questions sur les responsabilités des autorités grecques.
    Malgré les accusations récurrentes de refoulements et de violences, et « malgré des preuves nombreuses et crédibles, les autorités grecques, l’UE et ses États membres n’ont pas demandé de comptes aux auteurs de ces manquements », commente MSF dans son rapport."Nous demandons la fin définitive des refoulements aux frontières, la mise en place d’un système de surveillance indépendant sur les îles de la mer Égée et le renforcement des opérations de recherche et de sauvetage en mer", conclut le Dr Christos Christou, président international de MSF.Malgré la politique de refoulements une nouvelle fois décrite dans ce rapport d’ONG, plus de 29 700 migrants sont arrivés en Grèce au cours des neuf premiers mois de 2023. Soit plus du double des 11 000 enregistrés au cours de la même période l’année dernière.

    #Covid-19#migrant#migration#grece#ue#refoulement#MSF#migrationirregulierelibye#italie#mediterranee#violence#frontiere#droit#sante

  • “This avalanche of human suffering is unprecedented in modern times”

    Dr #Tanya_Haj-Hassan, a pediatric intensive care doctor for Doctors Without Borders appeared on BBC News from Jordan to discuss the dire conditions in Gaza

    1’47: “There is an acronym in the Gaza Strip right now. (...) There is an acronym that is unique to the Gaza Strip , and it’s called WCNSF ’Wounded child, no surviving family’. It is used not infrequently in the last three weeks. It was coined in the last three weeks.”

    https://twitter.com/MiddleEastEye/status/1720646905456144438

    #témoignage #médecin #Gaza #Israël #Palestine #conflit #bombardement #MSF #Médecins_sans_frontières #Wounded_child_no_surviving_family (#WCNSF) #acronyme